Perché la Brexit è un’occasione che Piazza Affari deve sfruttare

Gian Mattia D'Alberto / lapresse22-01-2014 Milanocronacapalazzi e luoghi di Milanonella foto:  Piazza Affari, Palazzo MezzanotteGian Mattia D'Alberto / lapresse22-01-2014 Milanin the photo: Piazza Affari, Palazzo Mezzanotte

L’orizzonte temporale che separa Londra e Bruxelles dal fatidico appuntamento di marzo, che segnerà la concretizzazione della Brexit, si va assottigliando giorno dopo giorno, e mentre nel governo di Theresa May le scintille non cessano anche la finanza basata nella City della capitale britannica, prima piazza al mondo assieme a Wall Street, osserva e prepara le sue prossime mosse.

Dopo il voto sulla Brexit, infatti, la finanza londinese è rimasta a lungo indecisa sul da farsi: lasciare il Regno Unito per cercare una base nel continente? Cavalcare l’idea del Partito Conservatore di una global Britain capace di essere polo di influenza mondiale autonomo nella finanza? Tra il mito di un nuovo “splendido isolamento” e il panico irrazionale la City ha scelto la più britannica delle linee di condotta: attendere razionalmente, giudicando strada facendo il da farsi.

permanenza al governo di Theresa May ha portato la City, che vede nei laburisti di Jeremy Corbyn la minaccia principale alla tenuta della sua posizione, a guardare con favore l’idea di una permanenza nella Gran Bretagna autonoma da Bruxelles ma, al tempo stesso, i dati sull’economia britannica segnalano come l’incremento dei salari e dell’occupazione abbia coinciso con un’erosione delle rendite borsistiche delle principali società britanniche.

Il nodo più importante della questione finanziaria ruota attorno a una sigla probabilmente sconosciuta ai più, ma fondamentale per il funzionamento della City: Lch, ovvero London Clearing House. Il futuro della società così denominata, infatti, segnerà i futuri equilibri dei rapporti finanziari euro-britannici. In una dinamica che potrebbe coinvolgere anche Piazza Affari.

Cos’è Lch, la camera di compensazione della City

La penna chiara e esperta di Roberto Sommella ci guida nella comprensione di cosa sia la Lch. “A Bruxelles da tempo si sta studiando una revisione tutta a favore degli europei degli accordi sulle stanze di compensazione finanziaria dei prodotti venduti sui mercati, in pratica dove si fanno i calcoli del dare-avere a fine giornata. Ebbene, la Commissione Europea vorrebbe riportare nello spazio comunitario un rigido controllo appunto ”dell’euro clearing market”, predisponendo una centralizzazione della vigilanza”, scrive Sommella su Formiche.

“I tre quarti dei derivati denominati in euro nel mondo vengono infatti scambiati nella City, per un controvalore nozionale di 850 miliardi al giorno”, continua. “Una cifra immensa che permette grandissimi guadagni sulle commissioni: gli inglesi non ci rinunceranno mai, a meno di arrivare alle maniere forti o tornare sui propri passi. La prima candidata a scippare questa gallina dalle uova d’oro alla London Clearing House”, società privata che appunto gestisce tale giro d’affari colossale, “potrebbe essere la borsa di Francoforte, ma anche quella di Milano”.

Milano, dalla sua, ha l’unità di gestione con la London Stock Exchange, che è proprietaria di Piazza Affari. Lse di recente ha provato a rafforzare la sua presa su Lch acquistandone di recente un’ulteriore 15% delle quote e portando la sua partecipazione all’80%, come segnalato da Sky News.

Basterà ciò per mantenere vincolato a Londra un sistema che gestisce il 90% del clearing denominato in euro? Difficile dirlo. Ma ci sentiamo di consigliare al governo Conte di iniziare a pensare a un piano per attrezzare Piazza Affari per un atterraggio della City.

Perché a Milano conviene ereditare la Lch

Scrivendo sul suo sito, nel 2017, del possibile trasferimento a Milano dell’Agenzia del Farmaco (poi sfumato), del trasbordo sul continente delle istituzioni bancarie comunitarie e del passaggio oltre Manica della City, Aldo Giannuli ha sottolineato come Milano potrebbe rappresentare un’opzione vincente per la finanza britannica rispetto a Parigi e Francoforte, in primo luogo per questioni geopolitiche: “Germania e Francia sono concorrenti dirette dell’Inghilterra (o di quel che ne resta), per cui un loro rafforzamento (soprattutto della Germania che già ospita la Bce proprio a Francoforte) non è visto di buon occhio dalla parte inglese della City che, come è ovvio, è maggioritaria”.

Il secondo ordine di ragioni è di tipo finanziario: nel 2014 “la società che gestisce la Borsa di Londra acquistò anche quella di Milano, per cui, in qualche modo, sarebbe un modo per continuare a gestire “in casa” gli affari che furono della City”.

Milano ha le carte in regola per poter ospitare una transizione della componente in euro della clearing house londinese nel caso in cui ciò diventerà praticabile. Parliamo di funzioni che, da sole, valgono l’1% del Pil del Regno Unito ogni anno. Un altro fronte importante riguarda la necessità di rafforzare le competenze Antitrust e mercato unico per formare i professionisti del futuro dell’Unione a 27 senza Londra alle gestione del rapporto con il vicino insulare. Una sfida importante che potrebbe cambiare il peso globale, già non ininfluente, del capoluogo lombardo.

Abbiamo tempo fino al 31 dicembre 2020 per decidere se siamo in grado di scippare questa leadership, finanziaria e giuridica, a chi ha deciso di lasciare il mercato unico e la deprecata Unione europea. Non provarci sarebbe un delitto”, conclude Sommella. E non possiamo che controfirmare: del resto, il fatto stesso che la City di Londra abbia il suo centro in Lombard Street dovrebbe essere benaugurante.

LE VERITA’ DI GIOACCHINO GENCHI SU VIA D’AMELIO / CHI VESTI’ IL “PUPO” VINCENZO SCARANTINO?

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Le verità di Gioacchino Genchi sulla strage di via D’Amelio e il ruolo giocato da Arnaldo La Barbera, l’ex capo del pool investigativo della polizia e poi questore a Palermo. Le ha raccontate davanti alla Commissione Antimafia dell’assemblea regionale siciliana presieduta da Claudio Fava, al lavoro dopo le motivazioni del Borsellino quater, per cercare di far luce su un giallo ancora irrisolto.

Ma chi è Genchi? Un ex poliziotto, per anni diventato il braccio destro di parecchi magistrati di prima linea. Lo fu, in particolare, di Luigi de Magistris, l’attuale sindaco di Napoli e una dozzina d’anni fa impegnato come pm in Calabria, autore delle famose inchieste “Why not “ e “Poseidon”, che gli vennero “scippate” dall’allora guardasigilli Clemente Mastella (giorni fa è arrivata la sentenza che considera illegittimo quello scippo: ma è ormai troppo tardi…). Genchi svolgeva un ruolo ben preciso: quello di super perito informatico, per passare ai raggi x migliaia e migliaia di intercettazioni telefoniche. I due, Genchi e de Magistris, vennero accusati, allora, di voler spiare mezza Italia.

OCCORREVA “VESTIRE IL PUPO” 

Arnaldo La Barbera. Sopra, Gioacchino Genchi

Torniamo alla strage di via D’Amelio. Genchi faceva parte del ristrettissimo pool di fidati collaboratori di La Barbera, quel “sinedrio” – come oggi lo definisce – per scoprire killer e mandanti dell’eccidio. Genchi, però, a un certo punto esce dal gruppo. Quando? “Quando La Barbera decise di ‘vestire il pupo’”, dichiara. E cioè di inventare di sana pianta il killer, di ‘impupazzare’ un mafioso qualunque di periferia trasformandolo nell’assassino perfetto. Organizzando, in questo modo, “il più grande depistaggio della storia italiana”, come ha confermato la sentenza del Borsellino quater.

Genchi racconta di una lunghissima conversazione con La Barbera, dalle 19 del 4 maggio 1993 alle 6 del 5 maggio. Una maratona notturna. “Alla fine La Barbera piangeva”, commenta Genchi.

Il quale riporta le parole che La Barbera gli avrebbe detto: “Ormai è fatta, due più due fanno quattro, la strage non può che essere responsabilità di Cosa nostra. Noi qui dobbiamo trovare qualche ‘elemento minimale’, addebitiamo tutto alla Cupola. Così poi io divento questore, tu vieni promosso per meriti straordinari e poi fra 3 o 4 anni diventi questore pure tu”. Semplice come bere un biccher d’acqua.

L’“elemento minimale” – secondo la ricostruzione di Genchi – sarebbe stata una nota del Sisde, che metteva insieme il profilo giudiziario di Vincenzo Scarantino – il pupazzo killer – e ne dettagliava tutti i rapporti familiari e le amicizie all’interno delle cosche. La nota è datata 10 ottobre 1992, e a quanto pare la sua stesura sarebbe stata coordinata da Bruno Contrada. Da rammentare che anche La Barbera non solo era un pezzo grosso della polizia, ma era anche uomo dei Servizi, nome di battaglia “Rutilius”.

Eccoci alla dichiarazione finale di Genchi: “Hanno individuato falsi colpevoli non per fare carriera o chiudere le indagini, ma per evitare di incastrare i veri autori della strage di via D’Amelio. I veri mandanti”.

Bruno Contrada

Invece, nelle precedenti ricostruzioni, si raccontava della smania di La Barbera di diventare questore (cosa che poi accadde) e di sbattere un mostro in prima pagina, far vedere ai cittadini che il colpevole era stato incastrato.

La Barbera, comunque, a questa montagna di fatti e circostanza non può rispondere, perchè è morto il 19 dicembre 2002. Per cui è facile, ora, scaricare tutto su di lui. E parlare solo di lui.

TUTTE LE DOMANDE NON FATTE

C’è un domandone che nessuno, in commissione antimafia, ha fatto a Genchi: ma La Barbera agiva di testa sua, lui e il suo pool? E’ normale che un pur potente vertice della polizia possa prendere inziative da solo, caso mai parlando con un amico del Sisde, e poi provvedere in modo del tutto autonomo?

Fino a prova contraria, si trattava di un’inchiesta, che qualche magistrato doveva pur coordinare. Perchè nessuna domanda a Genchi sul ruolo svolto dai magistrati? Poniamo un’ipotesi: La Barbera ha fatto tutto da solo, di sua precisa iniziativa, per motivi misteriosi. Ma allora, cosa ci stavano a fare i magistrati? A prendere la tintarella a Taormina? Semplici soprammobili?

Ipotesi numero due: i magistrati hanno lavorato in “sinergia”, come le prassi indicano, con gli investigatori. A questo punto Scarantino è stato scelto di comune accordo, come del resto fa pensare l’immediata presa di posizione di Ilda Boccassini, che inviò una dettagliata e dura missiva ai magistrati inquirenti, mettendoli in guarda dal dare credibilità e affidabilità a Scarantino come pentito.

Come mai nessuno ha dato retta al parere di una toga che di mafia se ne intendeva e se ne intende, come la Boccassini?

Dicevamo: come mai nessuna domanda sui magistrati, tre in tutto, che hanno partecipato alle indagini? E cioè Anna Maria Palma, Carmine Petralia e Nino Di Matteo. Quest’ultimo tende a defilare la sua presenza, sostenendo che è arrivato a inchiesta già iniziata: sì, sei mesi dopo.

Il falso pentito Vincenzo Scarantino

L’unica a chiedere con forza quale preciso ruolo hanno avuto i tre magistrati nel taroccamento del pentito Scarantino èFiammetta Borsellino, la quale – a proposito di Di Matteo – osserva: “Se era inesperto e alle prime armi perchè lo hanno messo ad indagare su mio padre?”.

Ancora. Come mai nessuna domanda all’informatissimo Genchi sul ruolo svolto dall’allora procuratore capo Giovanni Tinebra?

Non è finita. Perchè allo 007 di casa nostra non sono stati chiesti ragguagli circa la storia dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, a quanto pare passata di mano in mano, da Giuseppe Ajala a Giovanni Arcangioli, il carabiniere inquisito, processato e scagionato da ogni accusa? E – come racconta la giornalista d’inchiesta Roberta Ruscica, autrice de “I Boss di Stato” – passata anche tra le mani di Anna Maria Palma?

E poi. Come mai Genchi, dopo tanto parlare, non dice qualcosina in più su quei killer o mandanti che La Barbera avrebbe voluto proteggere? Possibile che in quella notte di rimembranze, confidenze & lacrime non gli sia sfuggito qualcosa? E lui stesso, Genchi, una qualche idea se la sarà pur fatta…

Banche venete: accesso al fondo anche per le aziende e ditte artigiane

Rainews.it 17.11.18

C’è un’importante novità nell’emendamento presentato dal sottosegretario Bitonci alla legge di bilancio che regola il fondo di ristoro per i risparmiatori che hanno perso somme ingenti con il crac delle banche venete. Al fondo potranno accedere anche le società non finanziarie (aziende ma anche ditte artigiane) messe in ginocchio proprio dalla crisi delle popolari venete.
La cabina di regia che raccoglie 10 associazioni (tra cui l’udinese consumatori attivi) ha valutato positivamente gli emendamenti che recepiscono in parte quelli suggeriti dalle stesse associazioni. Su alcuni aspetti – accesso per i vecchi azionisti della popolare udinese e definizione della somma liquidata come acconto che potrà essere ulteriormente incrementato – sono state chieste ulteriori specificazioni.
La cabina di regia dei consumatori ha anche chiesto di consentire l’accesso al fondo a quei risparmiatori che lo avevano acquistato da intermediari ora in liquidazione, come appunto le banche venete

Il 60% degli italiani pensa che l’UE sia cattiva per l’Italia

zerohedge.com 17.11.18

Se la Commissione europea riscuote miliardi di multe contro il governo italiano (o infligge altre pene), alcuni “60 milioni di italiani si alzeranno” contro il blocco commerciale – o almeno questo è quello che un vicepresidente del governo chiaramente chiaro, Matteo Salvini, ha detto a un gruppo di reporter italiani in seguito alle segnalazioni secondo cui la Commissione potrebbe muoversi per punire l’Italia non appena la settimana prossima.

Il popolo italiano, ha aggiunto Salvini, non accetterebbe mai quei pene, secondo un rapporto del settimanale newyorkese ANSA. E secondo gli ultimi sondaggi, c’è più di una piccola verità su questo.

Poiché i 27 membri dell’UE che non sono il Regno Unito si preparano per l’inevitabile ricaduta di quella che sembra essere sempre una Brexit sconnessa, uno scioccante sondaggio ha rivelato che il 60% degli italiani ritiene che il loro paese sia stato maltrattato dall’Unione Europea. Se accurati, sono diversi punti percentuali in più rispetto alla percentuale di cittadini britannici che hanno votato per lasciare l’UE nel 2016.

 

Secondo Express , i sondaggisti Coldiretti e Ixè hanno rilevato che circa il 43% degli italiani crede che le politiche economiche di Bruxelles siano state progettate da economie più forti con scarse preoccupazioni per i membri dell’UE più deboli. E giustamente, una delle maggiori preoccupazioni degli italiani per l’UE e il suo trattamento ingiusto per l’Italia deriva da politiche legate all’agricoltura.

Due terzi degli italiani credono che le politiche dell’UE sui prodotti alimentari danneggiati made in Italy e solo il 10% credono che il settore agroalimentare italiano tragga beneficio dalle scelte dell’UE.

Un portavoce di Coldiretti ha dichiarato: “La netta maggioranza degli italiani ritiene quindi che la regolamentazione comunitaria e le recenti scelte relative ai trattati internazionali non siano adeguate a garantire qualità, sicurezza ma anche rispetto per le tradizioni gastronomiche italiane”.

Ma l’insoddisfazione è più profonda del cibo.

Gli italiani hanno espresso la loro frustrazione nei confronti dell’Europa quando hanno votato per la Lega e il Movimento a cinque stelle durante le elezioni di marzo. Quel voto, e la crescente popolarità goduta da entrambe le parti, rappresentavano quello che molti ritenevano essere un chiaro mandato: scuotere una relazione con Bruxelles che non funzionava più per gli italiani.

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Europe Elects
@EuropeElects
Italy, Index poll:

LEGA-ENF: 33%
M5S-EFDD: 26%
PD-S&D: 18%
FI-EPP: 7%
FdI-ECR: 4%
LeU-S&D: 3%
+E-ALDE: 2%

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1:12 PM – Nov 16, 2018
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Giovedì, il vice primo ministro Luigi Di Maio ha detto ai giornalisti a Roma che l’UE chiede all’Italia “un bilancio di lacrime e sangue”, secondo Bloomberg .

“È incredibile che non capiscano la nostra realtà.”

Ma l’intensità della rabbia degli italiani nei confronti dell’UE è stata evidentemente persa nella Commissione europea. Nei commenti che sembravano bugie che avevano lo scopo di aggravare la situazione, il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis in un colloquio con un giornale italiano aveva avvertito che l’Italia aveva sfidato l’Unione europea con le sue politiche fiscali irresponsabili e minacciato di sanzionare il paese per le sue spese imprudenti.

Nel frattempo, i leader italiani hanno insistito sul fatto che abbandonare i piani per lo stimolo fiscale sarebbe come commettere un “suicidio”.

La disillusione è particolarmente alta tra i giovani italiani, che lottano ancora con l’alta disoccupazione e altri problemi sociali. Il sostegno all’uscita dal blocco è molto più alto tra i giovani italiani rispetto ai giovani europei in generale.

 

È interessante notare che la crescita del PIL dell’Italia ha tenuto il passo con la Germania fino alla crisi della zona euro del 2011.

 

E come spiega Albert Edwards , le norme di bilancio dell’UE hanno costantemente visto l’Italia avere un surplus di bilancio, mantenendo le condizioni fiscali più rigide di quanto non sarebbero altrimenti (la crescita del debito italiano in realtà è rallentata dopo l’adesione all’euro). Edwards ha confrontato queste regole con una “camicia di forza fiscale”.

Che risale al punto di partenza al di austerità imposto l’Italia dalla UE: è questa camicia di forza fiscale che il governo italiano è stato costretto ad indossare negli ultimi dieci anni che è diventato intollerabile per l’elettorato italiano (vedi grafico qui sotto che mostra persistenti grande primario eccedenze) secondo Edwards, che osserva che “era solo questione di tempo prima che si liberassero, ma a dire il vero sono sorpreso che ci sia voluto così tanto tempo per questo confronto con la CE.”

La misura in cui si è verificato questo inasprimento può essere vista nella spesa pubblica corretta per il ciclo, il che suggerisce che l’impulso fiscale del paese si è effettivamente indebolito dall’ingresso dell’Italia nella zona euro.

 

Tutto ciò certamente supporta l’aspettativa di Edwards che se il regime populista contemporaneo non toglie l’Italia dall’eurozona, la prossima crisi produrrà un governo che si oppone ancora più fanaticamente alle politiche del blocco. In altre parole, non è tanto una questione di “se”, ma “quando”.

Danske Bank Probe si espande come JPM, Deutsche Bank, BofA Face Scrutiny

zerohedge.com 17.11.18

Ben presto le banche del Baltico potrebbero trovarsi effettivamente tagliate fuori dal sistema del dollaro globale, indipendentemente da quanto siano rigorosi i loro controlli sul riciclaggio di denaro o da quanto immacolata sia la loro conformità.

Persino le banche senza alcuna esposizione o coinvolgimento nella filiale estone di Danske Bank – il nesso di un inedito schema di riciclaggio di denaro senza interruzioni per anni – potrebbero subire danni collaterali a causa dello scandalo crescente, mentre i regolatori internazionali guardano oltre il palese disprezzo di Danske per l’anti-moneta europea controlli di riciclaggio e verso le istituzioni finanziarie internazionali che hanno contribuito a metterli in grado di liberare le loro transazioni: come le megabanche statunitensi ed europee.

Banche internazionali come JP Morgan e Deutsche Bank sono già state bruciate durante il catastrofico scandalo bancario in Lettonia che ha quasi fatto crollare il sistema finanziario del paese (le banche corrispondenti hanno intrapreso un’ondata di “riscrittura” dopo aver osservato le minacce dei regolatori). Ora, questo scenario si sta ripetendo, ma su una scala molto più ampia.

 

Secondo Bloomberg , il Dipartimento di Giustizia ha contattato la Deutsche Bank AG e la Bank of America Corp. per richiedere informazioni sulle transazioni effettuate per la filiale estone del prestatore danese, l’epicentro di quello che si ritiene essere il più grande scandalo di riciclaggio di denaro nella storia europea.

In un audit interno, Danske ha dichiarato che quasi tutti i $ 230 miliardi di transazioni non residenti elaborate dalla banca tra il 2007 e il 2015 sono sospette. Sorprendentemente, il presidente russo Vladimir Putin è apparso nei documenti dei pubblici ministeri, poiché gli investigatori negli Stati Uniti e in Europa credono che parte del denaro trasferito attraverso il ramo appartenga al leader russo e ai membri della sua cerchia ristretta. L’amministratore delegato di Danske e il suo presidente sono stati espulsi dallo scandalo. E alcuni investitori temono che le conseguenze potrebbero costare alla Danimarca il suo rating di credito “AAA” .

L’inchiesta è ancora agli inizi e non ci sono ancora segnali per stabilire se le banche siano o meno gli obiettivi. Ma la SEC e il DOJ stanno sollevando dubbi sul fatto che le banche abbiano applicato un controllo accurato dell’AML alle loro corrispondenti aziende.

JPMorgan ha smesso di fornire servizi corrispondenti alla filiale della Danske Bank nel 2013. Deutsche Bank e Bank of America hanno proseguito per altri due anni, secondo i rapporti e le persone che hanno familiarità con la questione. Deutsche Bank ha gestito la maggior parte di queste transazioni durante il periodo sotto esame, ha detto una delle persone.

In passato, le banche corrispondenti sono state trattate dalle autorità statunitensi come “ingenui involontari”. Ma mettendo da parte il fatto che la stragrande maggioranza dei clienti estoni di Danske non erano in realtà estoni (la branca si rivolge quasi esclusivamente ai non residenti della CSI), è difficile immaginare come le massicce somme che fluiscono attraverso il piccolo ramo, che sminuisca il Il PIL dell’Estonia, non ha garantito una seconda occhiata al personale addetto alle conformità delle banche. L’unica spiegazione sensata è che un certo grado di pensiero magico – o ignoranza intenzionale – è stato coinvolto.

Inoltre, JPM, BofA e Deutsche hanno deciso di interrompere la loro relazione bancaria corrispondente con Danske, ma in momenti diversi.

Nel giugno 2013, secondo l’indagine interna della Danske Bank, un dirigente di JPMorgan ha detto a un membro del consiglio di Danske Bank che intendeva terminare i servizi per la filiale estone a causa della sua alta percentuale di clienti non residenti, un potenziale segno di riciclaggio di denaro. Quando lo ha fatto due mesi più tardi, un’altra banca corrispondente della banca di Danske – Bank of America – ha accettato di espandere la sua attività di compensazione del dollaro con la filiale, secondo il rapporto interno. Non è chiaro se Bank of America fosse a conoscenza delle preoccupazioni di JPMorgan.

Danske Bank ha condotto una “revisione interna” dopo che gli investigatori estoni hanno iniziato a indagare sulla filiale estone nel 2014. Ma mentre hanno notato alcune irregolarità (come il fatto che uno strabiliante 90% degli utili della filiale proveniva da clienti non residenti) non hanno preso qualsiasi azione significativa per aumentare i loro controlli AML.

 

Che cos’è il Pil? Proviamo a capire, per non dare i numeri

econopoly.ilsole24ore.com 14.11.18

“Abbiamo perduto un punto di PIL”. “Abbiamo guadagnato un punto di PIL”. Il più delle volte, si è convinti di fare informazione così, cioè per il tramite di annunci simili a quelli virgolettati, oltre i quali ci si limita a riportare dati, unità di misura e grafici, ma, in realtà, non si fa altro che creare aree di mistero e smarrimento, legami d’assenza tra chi scrive e chi legge. Viene a configurarsi, nel tempo, una sorta di dialettica paradossale tra il creatore della notizia e il fruitore, una sorta di dialettica di rottura o, più correttamente, una dialettica senza dialogo.

La notizia, a propria volta, finisce coll’essere una vera e propria figura retorica, un rinvio a qualcos’altro. Le colpe sono equamente distribuite. Da una parte, i giornalisti sono costantemente accusati di ‘manipolazione’, dall’altra, tuttavia, la maggior parte degli accusatori resta ben distante dall’approfondimento critico. In altri termini: allo stesso modo in cui dire “il debito italiano è pari a oltre il 130% del PIL” è un’indicazione socio-economica e nulla di più, così parlare di deficit al 2,4% equivale a dare i numeri. Non c’è da meravigliarsi che, a un certo punto, sui social network si diffondano i claim degli economisti dell’ultima ora, i quali, per esempio, ora paragonano la BCE alla Banca del Giappone, mostrando di non conoscere le differenze, ora pretendono, indirettamente e non rendendosi conto della gravità di certe affermazioni, che la BCE risolva i problemi di contabilità del nostro paese.

Certi numeri, che assumono molto di frequente un valore statico, nella realtà, appartengono a veri e propri flussi per conoscere i quali occorre consultare il Bilancio dello Stato, la Legge di Assestamento e, da ultimo, entrare nel merito tecnico della Manovra di Bilancio. Il Bilancio dello Stato, infatti, contiene riferimenti che, forse, possono permetterci di far luce dove troppe ombre si addensano: consultando la sezione I, si riscontra che alla voce “entrate – Innovazioni legislative” corrisponde il valore di –11,8 mld, mentre la voce speculare, cioè quella delle “spese” della stessa sezione, fa registrare 4,3 miliardi. Già questi dati di ragioneria elementare dovrebbero indurre i più agitati populisti alla pausa di riflessione. Proseguendo oltre ed entrando nella sezione II, quella di “rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazione”, rileviamo –1,3 miliardi. Bisogna notare che il DL 148/2017 collegato alla manovra ha prodotto entrate per 1,2 miliardi e spese per 1,2 mld. Di conseguenza, si ottiene un saldo complessivo della manovra di -14,8 miliardi. Se si aggiunge il “saldo a legislazione vigente”, il netto da finanziare arriva a – 45 miliardi. Restando nell’ambito delle “previsioni di competenza” e studiando le integrazioni proiettive del 2019 e del 2020, giungiamo, rispettivamente, a -265 miliardi e -246 miliardi. Tutto questo ci fa capire – per dirla in soldoni – che lo Stato non ha alcun margine.

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Dunque, non basta dire che il PIL è pari a qualcosa virgola qualcos’altro, come non è affatto utile dire che si tratta di una stima dell’insieme di beni e servizi finali prodotti in un anno. Sarebbe fuorviante farlo perché genererebbe solo numeri e definizioni e non una valutazione dei flussi. Il PIL infatti è, anzitutto, un flusso di moneta, una misura del reddito e della spesa. Agli addetti ai lavori questo sforzo di semplificazione o alleggerimento potrebbe apparire inadeguato, tuttavia, a nostro avviso, è essenziale offrire al grande pubblico un contributo di spiegazione e chiarimento, un che di didattico esplicativo con cui si possa accedere alle voci di bilancio riportate sopra e capire quale sia il loro legame col Prodotto Interno Lordo. Il primo tra gli esempi che si possano fare proviene dalla più parte dei manuali di macroeconomia. Se noi spendiamo 5 euro per acquistare del pane, generiamo un reddito per il panificatore, ma, com’è ovvio, questo reddito è preceduto da una spesa. Bisogna partire da questo scambio per capire la vera natura dinamica del PIL. Da ciò ricaviamo una prima elementare formula di calcolo, prezzo per quantità di prodotto, e, nello stesso tempo, coinvolgiamo la variabile della capacità di spesa del consumatore: (prezzo di X per quantità di X) più (prezzo di Y per quantità di Y) più (prezzo di N per quantità di N) e così via.

Una catastrofica sciocchezza che si legge su molti blog con riferimento al PIL riguarda la valutazione dei beni intermedi e del valore aggiunto. In pratica, alcune maschere dell’economia di sottobosco ritengono che il PIL non sia attendibile perché non tiene conto del valore intermedio. Quest’affermazione è assimilabile a una ‘bufala’ per portata disinformativa. Anzitutto, che cos’è il valore aggiunto? Nell’esempio del pane, il valore del pane meno quello della farina – semplificando il passaggio. Di conseguenza, ipotizzando che il panificatore abbia speso 2 euro per acquistare la farina, il suo valore aggiunto è di 3 euro. Se noi consideriamo il prezzo di 5 euro come quota-PIL, per così dire, abbiamo già incluso il valore intermedio e sarebbe un grave errore contabilizzare per la seconda volta il valore delle materie prime.

Un indicatore di cui si parla molto poco nel dibattito sul PIL è quello del valore d’imputazione, una stima ipotetica su alcuni beni e servizi che non sono perfettamente classificati e che, di conseguenza, vengono affidati alle cosiddette imputazioni. Un altro esempio a beneficio della concretezza delle informazioni è quello degli immobili a uso abitativo. Quand’anche essi siano sfitti o abitati dal proprietario, l’istituto di statistica non fa altro che calcolare il valore di una pigione ipotetica incassata dal proprietario e pagata dal potenziale, oltre che immaginario, affittuario. Non manca da questa categoria la stima del valore del servizio reso da un vigile del fuoco o da un carabiniere, i quali vengono inclusi nella categoria del “come se”… come se, per esempio, il servizio fosse privato e avesse un costo. Dal 2014, nell’area delle imputazioni si sono inscritti anche spesa e reddito derivanti dall’economia sommersa; la qual cosa non ha mancato di suscitare polemiche per via dell’approssimazione con cui devono essere trattati, giocoforza, i principali dati.

È corretto dire, comunque, che finora abbiamo parlato di PIL nominale, cioè di un valore monetario in relazione ai prezzi correnti, ed è doveroso precisare che esso può risultare inadeguato, giacché prezzi e quantità sono variabili non regolate da un rapporto di proporzionalità diretta. L’aumento sproporzionato dei prezzi non porta con sé l’aumento della produzione o della capacità di acquisto delle persone. Ne consegue che un calcolo ‘più realistico’ è quello effettuato attraverso la designazione dell’anno base: il PIL reale. In sostanza, se scegliamo il 2015 come anno base dei prezzi, nella relazione matematica di calcolo del 2018, varia solo la quantità del prodotto: (prezzo di X 2015 per quantità di X 2018) più (prezzo di Y 2015 per quantità di Y 2018) più (prezzo di N 2015 per quantità di N 2018). Il rapporto tra il PIL nominale e il PIL reale ci dà poi il trend dei prezzi, che nel linguaggio tecnico prende il nome di deflatore del PIL. In quanto al trend dei prezzi, disciplina e correttezza impongono che si volga l’attenzione anche all’IPC (Indicatore dei Prezzi al Consumo), elaborato sulla base di un paniere di beni e servizi e ricavato dalla seguente formula: quantità per prezzo anno corrente su quantità per prezzo dell’anno base.

La formula cui si ricorre per rappresentare in sintesi simbolico-algebrica il PIL è la seguente: Y = C + I + G + NX, dove C sta per consumi, I per investimenti, G per spesa, NX per esportazioni nette e meglio nota per alcuni come identità keynesiana. Solo la comprensione dell’insieme di queste variabili può condurci a un riesame efficace del bilancio dello Stato. Un esempio decisivo ci è dato dagli investimenti, che molto spesso sono documentati senza uno studio parallelo del tasso d’interessi, laddove è fondamentale istruire la relazione tra le due componenti perché, all’aumentare degli interessi e dello spread applicato dalle banche, diminuisce verosimilmente l’acquisto di beni strumentali da parte delle imprese e di beni non primari da parte delle famiglie. Allo stesso modo, è probabile che si riduca anche la propensione marginale ai consumi, facendo dunque scendere anche il valore degli stessi. A questo punto, è naturale che la gestione della spesa pubblica (G) condizioni in modo significativo consumi e investimenti. Non a caso, se un governo aumenta la spesa, di conseguenza aumenta la domanda aggregata, cioè la spesa in consumi e investimenti di famiglie e imprese.

Adesso, si può fare qualche passo indietro e tornare ai numeri del bilancio dello Stato. Qualcuno, legittimamente, infatti, potrebbe chiedersi: “Perché i valori sono tutti negativi, a dispetto di un elevato fattore di spesa-deficit?”. Oppure: “Perché aumenta la disoccupazione, nonostante la manovra del popolo?”. La risposta a queste domande è addirittura banale: se il governo, pur ‘manovrando in deficit’, costruisse ospedali, autostrade e, più in generale, com’è ovvio, opere pubbliche, allora contribuirebbe alla formazione di capitale lordo attraverso un investimento fisso, ma se, al contrario, si limita a misure assistenziali improduttive, non fa altro che creare un vero e proprio vuoto di politica economica. Ed è chiaro che qui noi stiamo enfatizzando e semplificando i passaggi. L’assenza di un autentico piano d’investimenti può addirittura diventare un rischio mastodontico perché potrebbe far crescere la domanda interna a danno del saldo della bilancia commerciale e delle esportazioni nette.

Esito del ragionamento: rebus sic stantibus, a meno di correzioni, il PIL si ridurrà.

Ai più esigenti diciamo di sapere che la trattazione è incompleta e sicuramente inidonea a rappresentare un modulo di macroeconomia, ma li preghiamo di tolleranza e comprensione, in considerazione dello spazio di cui si può usufruire per la realizzazione di un articolo.

Twitter @FscoMer

Banche di credito cooperativo, riforma Renzi azzerata? Salvini guarda al “sovranismo” tedesco

di Giuseppe Timpone, pubblicato il 16.11.18 investireoggi.com

Matteo Salvini sta smontando la riforma delle banche di credito cooperativo, voluta dal governo Renzi nel 2016. Ecco le ragioni dell’ambito modello tedesco per la Lega.

“Territorialità” e “mutualità” sono i due concetti-chiave, attraverso i quali la Lega di Matteo Salvini punta a smontare la riforma delle banche di credito cooperativo (Bcc) del 2016, quella voluta dal governo Renzi. Un emendamento al decreto fiscale e a firma di Alberto Bagnai, economista del Carroccio, sconvolge quella disciplina in fase di attuazione proprio in questi mesi e che prevede sostanzialmente quanto segue: le Bcc dovranno aderire a una delle tre holding (Iccrea, Cassa Centrale Banca e Raiffaisen) o trasformarsi in una spa. La seconda opzione è limitata ai soli istituti con riserve per almeno 200 milioni di euro e dietro il pagamento di un’imposta del 20% su di esse. Di fatto, solo Cambiano ha esercitato l’opzione di way-out. Con la rivisitazione normativa che avanza sotto il governo giallo-verde, l’obbligo di adesione o di trasformazione in spa viene cancellato, tranne che per alcuni casi specifici, ovvero: nel caso di patrimonio netto inferiore a 100 milioni di euro, di Common equity tier ratio inferiore all’8%, di Net Stable Funding Ratio sotto il 100%, di Liquidity Coverage Ratio a meno del 100% e di Npl superiori al 15% del totale dei crediti. Sapete qual è il bello? Nessuna banca di credito cooperativo oggi rientrerebbe in questa casistica, per cui nessuna delle 280 Bcc sarebbe costretta a cambiare pelle o a fare parte di una delle tre suddette holding.

Banche, garanzia pubblica e riforma del credito cooperativo: ecco i rischi

C’è un aspetto delicato nella vicenda, che rischia di creare caos. Già a settembre, il governo aveva mutato la riforma delle Bcc, allungando da 90 a 180 giorni il tempo massimo entro cui esercitare l’opzione e al contempo stabilendo che almeno il 60% del capitale delle holding dovesse essere in mano alle aderenti. In queste settimane, decine di Bcc hanno votato e continuano a votare nelle rispettive assemblee per esercitare l’opzione, visto che i tempi stringono, ma adesso che l’obbligo starebbe per venire meno, molte potrebbero ripensarci, con la conseguenza che le potenziali capogruppo non hanno più idea di quanti istituti effettivamente aderiranno.

Le Bcc incidono per il 10% dei crediti erogati in Italia e hanno dimensioni quasi sempre minuscole, ragione per cui nel 2016 il governo Renzi aveva pensato bene di costringerle ad aggregarsi. Tuttavia, esistono diverse critiche a quella riforma che abbiamo avanzato già all’atto della sua presentazione. Quando si è detto che la nuova normativa avrebbe rescisso la commistione tra politica locale e banche cooperative, si è detto una mezza verità. Il rischio sarebbe, infatti, di sganciare questi istituti dall’influenza di sindaci e governatori e di sottoporli a quella dei partiti nazionali. Inoltre, se è verissimo che “piccolo è bello” nel panorama bancario appaia un’espressione alquanto inappropriata, bisogna considerare anche i rischi derivanti da un aumento delle dimensioni delle attuali Bcc. Quando gli attivi raggiungono i 30 miliardi di euro, infatti, la vigilanza spetta alla BCE. Siamo sicuri che vogliamo sottoporre queste piccole banche ai controlli più stringenti di Francoforte, con la conseguenza che si scoprirebbero troppi altarini?

Perché Salvini vuole smontare la riforma Bcc

Nel nome della trasparenza, non vi sarebbero problemi ad affermare che sarebbe giusto così. E, però, le regole sono belle e giuste quando si applicano a tutti. Non è il caso della vigilanza bancaria accentrata. Prendete la Germania, dove operano oltre 400 Sparkassen, le potenti casse di risparmio, che incidono per il 15% del credito nazionale erogato. Queste realtà sfuggono ai controlli della BCE, perché il governo tedesco ha fatto di tutto affinché ciò non accadesse. La soglia dei 30 miliardi di attivi, sotto la quale i controlli restano nazionali, pensate sia stata introdotta a casaccio? Di fatto, solo la Sparkasse di Amburgo è stata sottoposta ai controlli di Francoforte. Tutte le altre possono dormire sonni tranquilli e continuare ad operare con bilanci a dir poco opachi. Uno studio realizzato da Bruegel, il think-tank di Bruxelles, ha scoperto che la commistione tra queste realtà e la politica locale in Germania è fortissima e non ha alcun paragone nemmeno con la situazione imperante in Italia sotto la Prima Repubblica.

Ad esempio, il 35% dei consiglieri di amministrazione delle Sparkassen in Baviera è un politico e oltre i quattro quinti dei presidenti dei board è un esponente delle amministrazioni locali. In pratica, parliamo di istituti che erogano credito alle imprese e che a loro volta vengono amministrati dalla politica, senza che formalmente i loro debiti vengano consolidati con quelli degli enti locali e, quindi, dello stato tedesco. Parliamo di esposizioni per circa il 50% del pil nazionale, per cui se dovessimo essere pignoli, come spesso lo sono i tedeschi con i conti degli altri, oggi la Germania avrebbe un debito pubblico superiore al 110% del pil e non già poco superiore al 60%. Le Sparkassen non sono realtà da niente, ma anni fa si è calcolato che vantassero attivi per circa 1.000 miliardi di euro, quasi il 4% di quelli dell’intero continente. E’ corretto che questi numeri siano preservati dal monitoraggio della BCE, quando le concorrenti all’estero ne sono sottoposte?

E sin dal debutto della monca unione bancaria nel 2014 si è rilevato come la Germania continui a fare di tutto per evitare che i bilanci di queste casse di risparmio vengano letti da funzionari non tedeschi. Per caso nascondono qualcosa? Beh, se pensate che nei fatti siano rette dai politici locali, i quali spesso sfruttano le erogazioni di credito per fare carriera e diventare magari borgomastri, presidenti di provincia e governatori, arrivando a mettersi in mostra sul piano nazionale, si capisce che parliamo di un sistema in sé malato, tant’è che con lo scoppio della crisi dei mutui subprime negli USA, Berlino ha dovuto stanziare 67 miliardi per salvare le Landesbanken, le banche regionali tramite le quali le Sparkassen operano fuori dagli stretti confini locali e si affacciano sui mercati internazionali.

Macron e Merkel: l’Italia “ribelle” sarà esclusa dai fondi Ue

libreidee.org 17.11.18

La Disunione Europea getta la maschera: se l’Italia non rispetta il patto di stabilità, insieme alle regole europee sui conti pubblici, non avrà più diritto ai fondi dell’Unione Europea. È il ricatto che Emmanuel Macron e Angela Merkel stanno preparando, sintetizza Chiara Sarra sul “Giornale”: è infatti in arrivo all’Eurogruppo (riunione straordinaria a Bruxelles) un’ipotesi di piano congiunto franco-tedesco per creare un bilancio unico dell’Eurozona. Come rivelano il “Financial Times” e la stessa “Repubblica”, che ha avuto accesso alle bozze, la proposta del presidente francese e della cancelliera tedesca prevede che il bilancio, finanziato con i contributi dei singoli paesi e con una “tassa sulle transazioni finanziarie”, punti a «stimolare la crescita attraverso investimenti, ricerca e sviluppo, innovazione e capitale umano, cofinanziando la spesa pubblica». Ma soprattutto, aggiunge il “Giornale”, il documento prevede che siano i ministri delle finanze dell’Eurozona, anzichè la Commissione Europea, a progettare i programmi di investimento in settori come la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione. Clausola: dovranno essere esclusi dall’accesso ai fondi Ue i paesi che non perseguono «politiche in sintonia con gli obblighi». In altre parole: se non rispetta le “regole europee”, l’Italia «può dire addio ai contributi finanziari».

Le cifre del budget devono essere ancora discusse e trattate. In passato, il ministro francese Bruno Le Maire ha indicato la cifra di 20-25 miliardi di euro come «un buon punto di partenza». Si tratterebbe, in tal caso, di una cifra equivalente circa allo 0,2% Macron e Merkeldel Pil dei 19 paesi. Inizialmente, Macron aveva però auspicato un budget pari a «diversi punti di Pil». Sembra una barzelletta, ma è la realtà. I due ideologi del patto contro l’Italia, a quanto pare, sono spaventati dal timido 2,4% di deficit per il 2019 strappato dal governo Conte nonostante l’opera di dissuasione a reti unificate (Draghi, Visco, Mattarella, Moscovici e il Fmi). Dettaglio: in Europa, Germania e Francia sonoi paesi con meno titoli per imporre regole di condotta, specie se ammantate di sospetto moralismo. La Germania, ricorda l’imprenditore italiano Andrea Zoffi, ha un debito pubblico reale ben lontano da quello dichiarato, fermo all’80% del Pil: i conti di Berlino sono molto più in rosso (addirittura il 287% del Pil) se si calcola l’immenso debito “sommerso” della Germania, non contabilizzato da Bruxelles. Quanto alla Francia, il panafricanista Mohamed Konare riassume: Parigi “drena” ogni anno ben 500 miliardi di euro a 14 ex colonie dell’Africa Sub-Sahariana. Una cifra enorme, pari al 20% del Pil francese, anche questa “bypassata” dai guardiani dell’Eurozona nonostante Parigi gestisca in proprio il franco Cfa, la moneta coloniale imposta all’Africa centro-occidentale.

Per inciso, accusa Konare, i paesi dissanguati dalla Francia sono proprio quelli da cui proviene la marea di profughi economici diretti in Italia e respinti alla frontiera transalpina. In altre parole: quei 14 paesi non possono disporre della propria moneta, devono rinunciare al 50% delle loro risorse e, per gestire liberamente l’altra metà, devono prima ottenere il consenso di Parigi. Com’è possibile che una simile Francia possa far parte dell’Unione Europea? Presto detto: proprio la culla dell’europeismo neo-feudale fu utilizzata  per ammortizzare l’exploit della Germaniariunita dopo la caduta del Muro. La Francia impose l’introduzione di regole non democratiche (l’euro e il limite di spesa del 3% introdotto da Mitterrand) con l’obiettivo di frenare l’economia tedesca – vincolo che Berlino accettò, ottenendo in cambio la possibilità di agire a livello legislativo (austerity Ue)Nino Galloni per neutralizzare slealmente il suo diretto concorrente industriale, l’Italia. Oggi, Francia e Germania tornano all’attacco del Belpaese in modo sfrontato, dopo che il governo Conte ha osato innalzare di qualche decimale il deficit 2019.

Quel 2,4% è troppo poco, spiega l’economista Nino Galloni, per sperare in effetti visibili: il “moltiplicatore” della spesa pubblica (chi più spende meno spende, perché dall’anno seguente l’investimento frutterà 3-4 volte tanto, in termini di Pil) avrebbe bisogno in Italia di un deficit più robusto, almeno il 4-5%, per rilanciare l’economia. Ma quell’esiguo 2,4% basta e avanza a spaventare i padroni dell’Ue, che – a pochi mesi dalle elezioni europee – temono che “cattivo esempio” dell’Italia possa contagiare il resto d’Europa, spingendo altri paesi a rompere le righe e ribellarsi alla camicia di forza (ideologica) dei vincoli del rigore, che servono solo a deprimere l’economiae accelerare il trasferimento delle leve economiche in pochi, grandi gruppi, a spese del sistema nazionale delle aziende. Per contro, la mossa franco-tedesca avrà forse il pregio di aprire gli occhi ancora socchiusi, svelando la reale natura dell’attuale Unione Europea, priva di una Costituzione democratica e gestita da una Commissione autocratica, non eletta dal Parlamento Europeo. La scure sull’Italia agitata da Macron e Merkel è teoricamente una manna, dunque, per la prossima euro-campagna elettorale di Di Maio e in particolare di Salvini: additando il “nemico” esterno, verrà loro più facile giustificare i risultati, finora non esaltanti, del governo gialloverde.

SPILLO/ Draghi e le domande scomode su euro e Ue

Mario Draghi ha parlato di mancanza di consolidamento fiscale nei paesi europei. Parole che aprono delle riflessioni importanti

17.11.2018 – Paolo Annoni il sussidiario.net

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Mario Draghi (LaPresse)

Il Presidente della Bce Draghi ieri si è espresso con queste parole: “La mancanza di consolidamento fiscale nei Paesi ad alto debito aumenta la loro vulnerabilità agli shock, che siano auto-prodotti mettendo in forse le regole dell’Unione monetaria, o importati tramite il contagio”. Queste dichiarazioni dovrebbero essere uno spunto per un dibattito vero. 

Il primo punto potrebbe essere questo: in una fase di rallentamento globale quale consolidamento fiscale è necessario? La discussione dovrebbe concentrarsi sulle regole e chiedersi se la loro rigida applicazione sia la soluzione migliore. Oggi, nel 2018, discutiamo di questi argomenti avendo alle spalle sia la crisi globale di Lehman Brothers, sia quella dei debiti sovrani nel 2011. Quello che abbiamo imparato è che in periodi di rallentamento globale, il sistema economico europeo, tutto fondato sulle esportazioni, insieme alle regole europee causa il divaricamento della performance dei suoi Paesi membri e in particolare della periferia, inclusa la Francia. L’economia europea respira al ritmo del commercio mondiale e quando le cose vanno male il combinato di regole fiscali rigide e di mancanza di meccanismi efficaci di redistribuzione interna, si veda l’incapacità europea di sanzionare il surplus intra-europeo tedesco, genera una divaricazione di performance economica e un trasferimento di sovranità reale da debitori a creditori che è stato registrato da osservatori di diversissime opinioni politiche.

La seconda questione su cui occorrerebbe un dibattito è questa: in Europa si riesce a sanzionare molto bene chi non rispetta le regole fiscali, ma non si riesce a sanzionare chi non rispetta le regole sui surplus commerciali intra-europei. L’Europa per funzionare dovrebbe poter incidere su entrambe le questioni e la seconda non è affatto meno importante della prima. Chi ha ragione tra Germania che accusa l’Italia di essere una cicala e Italia che accusa la Germania di operare in modo “disonesto” violando lo spirito e le regole dell’Unione europea? Un’unione monetaria come l’euro senza correzioni su entrambi i fronti si traduce nel lungo periodo o in una frattura traumatica o in una colonizzazione. Oggi registriamo che il non rispetto delle regole fiscali europee è sanzionato efficacemente, via mercati, mentre quello sul surplus intra-europeo non lo è.

Terzo punto. L’euro è una concausa delle molte crisi finanziarie che abbiamo visto in Europea negli ultimi anni. L’euro non agisce automaticamente per controbilanciare le crisi di un singolo Paese, ma anzi le amplifica per le rigidità di una politica economica che non va bene a nessuno. Perché la Banca centrale non fa, per mandato, quello che fanno tutte le altre e perché non c’è nessuna valvola di sfogo sul cambio. Si accendono i riflettori sulla disobbedienza dell’Italia sapendo che l’Italia senza l’Europa non può fare assolutamente nulla per far rientrare la speculazione su cui anzi si può lavorare per una partita politica interna europea in cui gli uni tentano di sfruttare le debolezze degli altri. Oggi l’Italia per far rientrare la sua crisi può solo sperare in un cambiamento europeo.

Possiamo cambiare Governo domani, fare un deficit dello 0% e poi vedercela con i “mercati” che sanno che la Bce ha le mani legate se la Germania non dice sì e che i saldi di finanza pubblica si deterioreranno proprio a causa dello “spread”. Gli investitori vendono Btp, lo spread sale, l’economia deraglia e quindi si valida lo scenario iniziale sapendo che nessuno può fermare questo circolo vizioso se non la Bce che però non può scendere in campo. Il fatto che il mercato dei Btp sia sottile ovviamente ne aumenta la volatilità potenziale. È chiarissimo che sparare sull’Italia o sulla periferia europea diventa lo sport dei mercati mondiali perché è facilissimo.

Possiamo dire che su questi tre punti ci possa essere un dibattito che ecceda i confini del sovranismo? Infatti, molti insospettabili si esercitano su questi temi da molti anni e sono tante le voci autorevoli che segnalano due cose: i gravi difetti strutturali dell’euro e che questi difetti premino le economie più forti a tutto discapito di quelle più deboli. Se la risposta a questo dibattito diventa un’adesione stupida a un processo di integrazione che avviene a tutto discapito della periferia, allora non fingiamo più di stupirci per il successo dei “populisti”.

La soluzione agli attacchi contro l’Italia da parte dell’Unione Europea potrebbe arrivare dall’Organizzazione Mondiale del Commercio di Francesco Amodeo.

scenarieconomici.it 17.11.18

’Unione Europea dichiara guerra al vino italiano. Ok ai falsi made in italy‘ Titolano così diversi giornali in questi giorni commentando la modifica del regolamento europeo 607/09 da parte della Commissione, che toglie l’obbligo di origine delle uve per il vino da tavola.  Una situazione che ha fatto emergere una lunga serie di “atti di guerra” dell’Unione Europea ai prodotti italiani, l’arma più efficace per colpire a morte il Bel paese. “Disconoscere il diritto alla comunicazione del marchio “made in” comporta soprattutto la progressiva dissipazione del patrimonio delle originalità, delle identità, delle storie, delle culture e delle tradizioni generatosi anche attraverso il mercato nel corso di millenni”. Negare ai consumatori il diritto di distinguere in base alla reputazione dei territori diventa dunque un ulteriore strumento al servizio del progetto europeo di omogeneizzazione della società e di appiattimento delle sensibilità dei consumatori esclusivamente sulla dimensione economicistica e materialistica del prezzo. “L’immenso giacimento di umanità di cui sostanzia il patrimonio dei distretti industriali italiani unitamente alle caratteristiche e peculiarità dei nostri prodotti deve essere necessariamente vilipeso e svilito, in modo da poter essere quindi sacrificato e appiattito senza troppa fatica dal modello imposto dall’Unione Europea con la ottusa e ingiustificabile scusa della tutela della concorrenza in quanto l’indicazione del “made in” darebbe ai consumatori possibilità di far valere i loro eventuali pregiudizi nei confronti delle merci straniere. Una rivendicazione assurda che ancora una volta vede il progetto europeista adatto a stati senza nazione, senza tradizioni, senza cultura, senza anima. Non all’Italia.

Come si risponde a chi ti dichiara guerra? Si arretra e si soccombe se non si dispone degli strumenti necessari per reagire. O si va in battaglia e si dimostra di avere un esercito largamente superiore ponendo fine ad ogni velleità di conquista da parte del nemico. 

Mai si è visto che uno Stato dotato di mezzi militari più sofisticati e di gran lunga superiori a quelli dell’avversario si lasci saccheggiare senza muovere un dito. Uscendo dalla metafora, ci accorgiamo che questo ultimo caso è proprio quello che riguarda l’Italia che pur essendo vittima di un saccheggio continuo del proprio comparto industriale, agroalimentare ed economico da parte dell’Unione Europea non ha mai fatto appello a quel l’esercito mondiale a cui appartiene dal 1994 ossia all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). L’Italia ratificò, infatti, con legge del Parlamento del 29 Dicembre 1994 il Trattato Istitutivo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e gli accordi ad esso allegati sottoscritti a Marrakesh il 15 Aprile 1994. “I rappresentanti dei governi degli Stati Membri hanno concordato, in quella sede, di procedere alla firma di quegli accordi a nome dei loro governi superando la diatriba di carattere giuridico-formale su quale fosse l’organo istituzionale competente per tale approvazione” in quanto hanno ritenuto che esso riguardasse questioni di competenza nazionali al contrario della Commissione Europea che riteneva che l’atto finale e gli accordi allegati fossero di competenza esclusiva dell’Unione Europea. Ma se sulla carta ha prevalso l’idea portata avanti dai singoli stati perché De facto è invece la Commissione Europea che si è arrogata il diritto di guidare tutte le decisioni prese in seno al WTO per nome e per conto dei paesi membri della UE?

Nelle organizzazioni internazionali e nel diritto internazionale i diritti e doveri appartengono alle singole nazioni aderenti.

L’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) si rifà al diritto internazionale per l’applicazione di regole che riguardano i settori più disparati dall’ambiente all’agricoltura, dalla salute alla concorrenza, alla sicurezza alimentare. Questo vuol dire che per superare le sfide della globalizzazione e non subirne i dannosi effetti è importante avere ben chiare le norme del WTO e soprattutto la loro supremazia rispetto ad altre fonti, in particolare a quelle comunitarie dell’Unione Europea. Le divergenze e le contestazioni tra i membri sono risolte dai giudici di Ginevra grazie ad un quadro giuridico snello e raffinato di tipo common law di cui il WTO si è dotato.

Perché in Italia ignoriamo queste norme ed il potere che abbiamo come stato membro nel poterle applicare ? Perché permettiamo dal 1995 alla Commissione Europea di arrogarsi il diritto di presentarsi a Ginevra a nome degli stati membri dell’UE in qualità di “Stato europeo” che De facto non esiste e di agire come unica organizzazione internazionale rilevante per i singoli stati procedendo in alcuni casi, addirittura, ad una autonoma pseudo ratifica di alcuni accordi o emendamenti senza mai coinvolgere nella procedura i parlamenti dei singoli stati come già denunciato in passato alla Procura di Roma da Dario Ciccarelli ex membro della Rappresentanza diplomatica d’Italia presso il WTO a Ginevra.

In questo modo si crea un filtro o più propriamente una barriera che impedisce di far emergere le istanze dei singoli stati e di aprirli al mercato globale senza dover rinunciare alla sovranità delle loro scelte e delle loro politiche come invece pretende la Commissione Europea. Ubi maior minor cessat. Perché questo principio non viene applicato nei confronti delle regole dell’Unione Europea che minano i nostri interessi nazionali e che potrebbero, invece, essere preservati in sede di WTO ?

Il fatto che sia giuridicamente necessario che le decisioni assunte in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio siano sottoposte al Parlamento ha amplissime implicazioni, perché rende palese chenell’ambito delle Organizzazioni internazionali e del diritto internazionale l’Italia ha tutte le prerogative degli altri Stati. In sede di diritto internazionale e di Organizzazioni Internazionali, infatti, i cd. trattati della cd. Unione Europea non hanno alcuna rilevanza giuridica e quindi gli organi della cd. Unione Europea non hanno alcuna capacità giuridica di rappresentare il popolo italiano.”

Perché noi glielo permettiamo?

Eppure questa potrebbe essere la risposta dei sovranisti a coloro che li accusano di voler isolare commercialmente l’Italia. A chi chiede più Europa gli si potrebbe contrapporre la volontà di chiedere “più mondo” bypassando l’Unione Europea e facendo valere i nostri diritti al WTO. Questo non vuol dire sacrificare gli Stati per gli interessi della globalizzazione ma ridare agli Stati la prerogativa di valorizzare su scala mondiale le proprie peculiarità salvaguardando la propria cultura e le proprie eccellenze.

A chi vuole ostacolare il “made in” potremmo opporre l’esplicita disposizione sui marchi d’origine del WTO per “effetto della quale è concesso ai membri OMC di introdurre a livello nazionale regole che impongano l’obbligo d’indicazione dell’origine geografica alle merci provenienti da altri territori.” La soluzione già c’è perché non la si applica ? Il WTO riconosce che “il retroterra storico e socio -economico delle manifatture di qualità territorialmente ed etnicamente qualificate possono svolgere la funzione cruciale di contribuire a preservare e vivificare le memorie e le diversità culturali. Proprio quello che spingerebbe il made in Italy a rinsaldare la sua leadership nel mondo. Quello che la Commissione Europea tenta di ostacolare. E noi che facciamo ? Lasciamo che sia proprio l’Unione Europea a rappresentarci all’Organizzazione Mondiale del Commercio in modo che i nostri interessi nazionali vengano sacrificatisull’altare dell’economicidio e della omogeneizzazione sociale propria del progetto europeista i cui organi comunitari mirano ad “azzerare il passato dell’antichissima Europa per poter affermare una tabula rasa deprivata di ogni tradizione” sotto l’asettico marchio made in EU. Come se non bastasse, l’Italia paga milioni di euro ogni anno in qualità di membro del WTO ma poi lascia che a prendere le decisioni in quella sede sia un super Stato che di fatto non esiste, che non paga alcuna quota, in quanto non può essere considerato membro e che ha dimostrato di avere interessi diametralmente opposti a quelli del nostro paese.

E tutto questo nel silenzio generale e nonostante il diritto internazionale abbia provveduto a cancellare radicalmente il 15 Aprile 1994 l’impostura comunitaria che ancora oggi cerca di annichilire gli Stati. “In Italia da vent’anni sono ignorate le novità del diritto internazionale dai cittadini , dalle imprese , dai lavoratori, dalle pubbliche amministrazioni, dai tribunali, dalle università” e volutamente anche dai media e dai politici e per citare De Mello continuiamo a vivere come un’aquila che si crede un pollo solo perché lasciamo la scelta di dove collocarci al cacciatore che trova di gran lungo più comodo tagliarci la testa in un pollaio ben circoscritto piuttosto che permetterci di raggiungere le alte vette dove le nostre ali potrebbero condurci.

Il raggio d’azione che l’Italia potrebbe avere in seno al WTO riguarda molteplici materie la cui adozione, in molti casi, si sta rendendo non più procrastinabile per la sopravvivenza del nostro paese. Come ad esempio la questione degli aiuti di Stato alle aziende, che non trova nelle regole del WTO una applicazione restrittiva quanto quella dell’Unione Europea ma che anzi lascia agli Stati degli ampi margini di manovra.

Il sistema di risoluzione delle controversie OMC costituisce “la più importante novità nel diritto dell’economia globale a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo”. Perché non ce ne avvaliamo ? 

Ogni Stato ha lo stesso diritto di veto e di voto al WTO. Ogni Stato ha quindi un potere immenso. Certo anche questo potere potrebbe essere solo di facciata qualora sotto si celasse un sistema ricattatorio per gli Stati manipolato dai soliti poteri forti che troppo spesso si muovono all’ombra di queste organizzazioni. Ma cosa abbiamo da perdere ? Se l’alternativa è il più Europa rinunciando ad ogni nostra sovranità e abbandonando per sempre ogni nostra tradizione tanto vale provare a portare più Italia nel mondo. Ci siamo sempre riusciti. Ci riusciremo ancora.

Francesco Amodeo

Virgolettati tratti dal libro “Il Bandolo dell’Euromatassa” di Dario Ciccarelli e frutto di una mia conversazione con l’autore.