Alitalia, Etihad voleva far pagare la bancarotta ai lavoratori

 il manifesto.it 24 maggio 2018

Inchiesta Penale. Buco da 400 milioni anche per la svendita degli slot agli emiri. L’indagine partita dagli esposti del sindacato Cub: i commissari attuali sono corresponsabili

I manager di Etihad al momento dell’acquisto di Alitalia nel 2014

Truccavano i conti di Alitalia, si prendevano gli slot più appetibili e volevano rientrare dei buchi contabili – ben 400 milioni – facendoli pagare ai lavoratori con un taglio del salario e dei diritti, per fortuna bloccato dal No al referendum di aprile 2017.
Per la gestione di Alitalia i rappresentanti di Etihad – in primis l’ex amministratore delegato James Hogan – sono indagati ufficialmente per bancarotta fraudolenta. L’inchiesta delle procura di Civitavecchia – competente perché l’ex compagnia di bandiera ha sede a Fiumicino e non a Roma – martedì sera ha portato ad una serie di perquisizioni di documenti e computer.
Il focus dei magistrati è in special modo sui primi due mesi del 2017 quando sono stati bruciati più di cento milioni d’euro. Elementi indiziari hanno messo in luce numerosi aspetti anomali e spinto le Fiamme gialle a chiedere altre iniziative. Poi lo stato d’insolvenza emesso dal tribunale ha provocato l’apertura del fascicolo per bancarotta fraudolenta. E ora l’indagine proseguirà sugli aspetti societari, amministrativi e contabili della gestione portata avanti da James Hogan e la sua squadra, entrati alla guida della compagnia dopo l’acquisizione del 49% delle azioni da parte del vettore di Abu Dhabi.
Ma l’ombra si allunga anche sugli attuali commissari. «L’inchiesta è partita dai nostri esposti sulle strane consulenze per l’Information technology, sull’uso della cassa integrazione, dei riposi e sul pagamento dei contributi sul Fondo aereo», spiega Antonio Amoroso del Cub (Confederazione unitaria di base) e Acc (Air crew commitee). «Diversamente da quanto sostenuto da molti organi di stampa, la relazione sulle cause di insolvenza degli attuali commissari è arrivata molto dopo, a gennaio 2018, quando già un centinaio di lavoratori erano stati convocati dalla Guardia di finanza per capire come veniva effettuata la cassa integrazione», continua.
Il dubbio è assai motivato: «La relazione di Gubitosi, Laghi e Paleari così come le parole di Montezemolo («Ci sono state cose poco chiare nella gestione di Etihad») sono state semplicemente il modo per aggiustare la propria posizione e le proprie responsabilità visto che Montezemolo era socio di Etihad, Laghi era dirigente di una società controllata e Gubitosi a marzo 2017 entrò in Cda Alitalia e sarebbe diventato presidente se il No dei lavoratori al referendum non avesse bloccato Etihad», prosegue Amoroso.
La questione più delicata è quella della vendita nell’agosto del 2014 degli slot Alitalia di Londra Heathrow – molto appetibili visto che sulla rotta Londra-Roma viaggia circa un milione di persone all’anno – e del programma Millemiglia.
I commissari attuali di Alitalia hanno commissionato «perizie indipendenti» per dimostrare che la vendita «è avvenuta in totale trasparenza e a prezzi di mercato». «In realtà nessuno ci toglie dalla testa che si tratta di un passaggio di denaro per ricompensare i 500 milioni sborsati da Etihad per salvare l’Alitalia del 2014», attacca Amoroso. «I commissari hanno sostenuto che il contratto prevede che possono ricomprare gli slot entro dieci anni, ma non hanno i soldi per farlo». Per tutte queste motivazioni la Cub «è molto delusa dalla conversione del decreto Alitalia: anche il M5s che prometteva fuoco e fiamme ha confermato i commissari spuntando solo che presentino una relazione al parlamento ogni due mesi. Invece andavano sostituiti subito».

Il primo governo Unionista dal 1860 è nato! Ora i fatti (ed un plauso a Di Battista , oltre che a Salvini e Di Maio)

 scenarieconomici.it 24 maggio 2018

Contributo volutamente denso e criptico.

Dunque, ecco il mantra della Terza Repubblica: FATTI.

Credetemi quando dico che oggi il governo Lega+M5S rappresenta l’esecutivo più sinceramente Unionista dal 1860. E permettetemi anzi un appunto: “Sovranista” viene dopo “Unionista“, infatti per essere “sovrani” prima l’Italia va fatta e noi temo siamo se va bene a metà dell’opera. Infatti, mi sembra, da profondo nordista, che stiamo dimenticando un FATTO essenziale: l’Unione dell’Italia è rimasta solo sulla carta, non di “fatto”, per troppo tempo. Anche per colpa – lo ammetto – dei Sabaudi, che comunque rispetto per grandi cose che fecero nell’era pre-moderna. Dunque, prima di tutto dobbiamo renderci conto dell’opportunità che il Sud oggi rappresenta per l’Italia intera, Sud lasciato a sè stesso per interessi e calcoli politici durante almeno 75 anni: ad esempio se proprio le imprese italiane devono delocalizzare perchè non farlo nel Meridione piuttosto che in altri paesi ad esempio dell’est Europa, suggerimento per il governo alla luce degli strali di Juncker che da decenni accoglie le imprese italiane promettendo tasse bassissime ma con costi di gestione esorbitanti (…). Il Meridione è infatti veramente l’ultimo mercato emergente EUopeo, che deve essere sviluppato nell’interesse italico. Dunque, non da francesi e/o tedeschi.

In ogni caso queste sono parole di relativa importanza – ma di grande significato -, oggi che l’Italia è sotto attacco dell’asse euro-Franco-Tedesco in veste EUropea. Appunto.

Dunque un plauso a chi ci ha creduto, Salvini e Di Maio prima di tutto. Ma sono tenuto ad aggiungere anche il nome di Di Battista: a me – come a mezza Italia – non è sfuggito come il politico del M5S abbia preso oggi il toro per le corna, intimando al Colle i rischi istituzionali e personali che la Presidenza avrebbe corso in caso di mancato avallo della volontà popolare proprio nel momento critico, ossia nelle ore della scelta se attuare un golpe euroimposto o scegliere la democrazia (…). Certo è che nessuno come uno stimato siciliano come Mattarella sa fiutare i segnali deboli, che magari tanto deboli non sono (ben sapendo che la maggioranza assoluta dei voti in Sicilia mai è avvenuta “per caso”, …). In ogni caso nessuno ha fatto come Di Battista, anche se – diciamolo – anche scenarieconomici.it ci ha messo del suo. Grazie Di Battista, davvero.

Ora, mi permetto di dare due semplici consigli ai decisori. Il primo: poche parole. Leggasi, le partecipazioni ai talk shows devono essere limitate e decisive, poche presenze per esprimere selezionati concetti, cassando all’occorrenza le fantasie giornalistiche. Il secondo, competenza e meritocrazia: in tale contesto la nomina – spero – di Paolo Savona è un esempio per tutti, il più integro economista nazionale in grado di competere con l’EUropa .

Mi dicono anzi che ci sia grande paura per l’economista sardo che si spera – si dice, eh eh, non oso pensare cosa succederebbe altrimenti – sarà il prossimo ministro del MEF. Forse tale timore dipende dalla conoscenza di parte o tutti gli accordi segreti stipulati dal trapassato presidente Ciampi con tedeschi e francesi all’atto della discussa entrata dell’euro all’alba del terzo millennio, chissà (………). Per questo la salute di Savona – evidenziata per altro dal grande Edward Luttwak – deve essere considerata un asset nazionale, visto che i fatti dell’euro li ha visti tutti dall’inizio (se non avesse l’età che ha non avrebbe potuto farlo).

Enfatizzo una aspetto in particolare: il futuro sarà difficile ma la Penisola ha risorse inaspettate. E certamente il supporto degli USA è e sarà cruciale, ad esempio l’arrivo di Steve Bannon in Italia – encore – NON casuale (l’emissario di Trump potrebbe anche sbarcare direttamente a Trapani). Anzi, sembra tutto calcolato poche settimane prima della fine del Russiagate coordinato da Mueller, con tutti gli annessi e connessi. Ossia mi attendo Trump in full force in qualche mese, encore, con tutti gli annessi e connessi.

Certo, serve un progetto ma sono convinto che persone integre, in gamba e capaci l’Italia le possa ancora esprimere.

Mi fermo, dichiarandomi molto speranzoso-

MD

Malagò chiuso all’angolo dalla Serie A: sui diritti tv è il grande sconfitto

Giovanni Malagò presidente del Coni. Foto Agf

Terzo avviso di sfratto a Giovanni Malagò, numero uno del Coni e commissario straordinario della Serie A. L’insofferenza dei club nei suoi confronti – ma anche verso il presidente designato Gaetano Micciché – è in continua crescita: il mondo del pallone non vuole cambiare. E di certo non vuole farlo nella direzione indicata da Malagò che incassa una sconfitta dopo l’altra con il risultato di aver ricompattato tutte le forze del calcio nostrano contro se stesso. Basti pensare alla scelta di Sibilia-Gravina-Nicchi-Tommasi di candidare Giancarlo Abete alla presidenza della Figc o al gran rifiuto della Lega Pro alle seconde squadre sul modello spagnolo.

Giancarlo Abete e Carlo Tavecchio. Foto Agf

Tra la confindustria del pallone e Malagò, l’amore non è mai sbocciato. E adesso sono le stesse squadre a indicare il numero uno del Coni come il responsabile principale nello stallo dei diritti tv. Di più: un gruppo di club non gradisce l’interventismo di Micciché (fortemente voluto da Malagò) al punto da aver chiesto un parere legale sul suo ruolo.

Giovanni Malago’ Presidente CONI. Foto Agf

Secondo l’avvocato Roberto Aloisio, Miccicché “non può assumere alcun ruolo giuridicamente rilevante all’interno della Lega” e inoltre la sua elezione “è inesistente” se davvero – come sostengono alcuni club – è avvenuta per voto palese, anziché scrutinio segreto. Insomma, a meno di tre mesi dal via del prossimo campionato, la Serie A è spaccata e in totale confusione.

Gaetano Micciche’. Foto Agf

Anche per questo, la gestione della complicata partita sui diritti tv è tutta in salita. Malagò e Micciché avrebbero voluto arrivare a una risoluzione immediata del contratto con gli spagnoli di Mediapro e a sostegno della loro posizione hanno presentato un parere legale dell’avvocato Alberto Toffolettosecondo cui da parte di Mediapro, “le difformità sono di natura, quantità e importanza tali da rimuovere qualsivoglia dubbio rispetto alla piena legittimità alla risoluzione del contratto“.

I club, però, non hanno voluto rischiare. Sanno che Mediapro avvierebbe immediatamente un’azione legale dei confronti della Lega e in quel caso – se la Serie A fosse ritenuta inadempiente – a mettere mano al porta sarebbero proprio i presidenti. La situazione è da corto circuito e la coppia Malagò-Miccicché non sembra in grado di disinnescare la bomba che potrebbe far partire la Serie A senza televisioni (e di conseguenza senza soldi).

Stadi sempre più vuoti nelle ultime stagioni di Serie A. Marco Luzzani/Getty Images

Se da un lato la Lega di A è più o meno compatta nel ritenere “non sufficienti” le garanzie offerte dagli spagnoli di Mediapro; dall’altro non c’è unità d’intenti nello sbattere la porta in faccia all’intermediario per poi andare con il cappello in mano a chiedere l’aiuto di Sky. La pay tv di Rupert Murdoch ha contribuito a far saltare le due aste precedenti e adesso vorrebbe tornare in gioco, consapevole che per la prima volta nella sua storia, a campionato concluso, non ha i diritti per la Serie A.

Il Ceo di Sky Italia Andrea Zappia. Foto di Pier Marco Tacca/Getty Images

E così le posizioni si sono cristallizzate. Mediapro, nella veste di intermediario indipendente, si è aggiudicata la totalità dei diritti per i prossimi tre anni con l’impegno di rivendere il prodotto a tutti i soggetti interessati. L’operazione, però, è piuttosto complessa e il tribunale – in seguito al ricorso di Sky – ha sospeso il bando spagnolo. La società, da parte sua, non ha mai presentato la fidejussione richiesta, ma di fronte all’oggettiva difficoltà della soluzione è tornata alla carica con la proposta di realizzare un canale tematico di Serie A.

Jaume Roures, Presidente di Mediapro. Philippe Desmazes/AFP/Getty Images

Un progetto sostenuto anche dall’ex numero uno di Infront Italia, Marco Bogarelli, e che potrebbe trovare il sostegno di un fondo come Elliott. D’altra parte l’hedge fund di Paul Singer ha fatto un’operazione simile in Olanda ottenendo una notevole ritorno economico. E sempre Elliott è azionista di Sky e Tim. Tradotto: potrebbe essere favorevole a sostenere piani industriali di convergenza, a partire dai contenuti.

Un messaggio che è arrivato in maniera chiara anche a Mediapro. Gli spagnoli sono consapevoli di non poter fare a meno di Sky, a meno di non esser pronti a perdere centinaia di milioni di euro all’anno. E, allo stesso modo, Sky ha bisogno della Serie A per non perdere migliaia di abbonati (sono circa 2,3 milioni i sottoscrittori del pacchetto calcio). Una collaborazione non solo è possibile, ma probabile: dalla distribuzione dei contenuti alla loro produzione. A patto che la Serie A si ricompatti e gli animi si plachino. Un’ipotesi che – però – prevede l’uscita di scena di Malagò. Eventualità alla quale il numero uno del Coni neppure vuole pensare.

Eurobarometro: appartenenza a Ue positiva solo per il 39% degli italiani

http://www.tgcom24.mediaset.it/p23 maggio 2018

Il dato segna una ripresa del 3% rispetto a soli sei mesi fa ma resta il terzo più basso dietro croati (36%) e cechi (34%)

Eurobarometro: appartenenza a Ue positiva solo per il 39% degli italiani

L’appartenenza all’Ue è positiva solo per il 39% degli italiani. Anche se il dato è in ripresa, segnando +3% rispetto a soli sei mesi fa, resta il terzo più basso d’Europa dietro croati (36%) e cechi (34%). E’ quanto emerge dall’ultimo Eurobarometro dell’Europarlamento. Salgono al 44% (+5%) gli italiani che ritengono che questo abbia portato benefici. In media, il 60% degli europei ritiene sia una cosa buona che il loro Paese faccia parte dell’Ue.

In Italia le percentuali sono più bassi rispetto alla media europea. A un anno dalle prossime elezioni, il sondaggio Eurobarometro, commissionato dal Parlamento europeo e condotto nell’aprile 2018 da Kantar Public su 27.601 cittadini dei 28 Stati membri, rivela che il 60% di loro ritiene che l’appartenenza del proprio Paese all’Ue rappresenti una “cosa positiva”. Inoltre, più di due terzi degli intervistati è convinto che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue. Si tratta del punteggio più alto mai registrato dal 1983.

A livello Ue, quasi un terzo degli intervistati è già a conoscenza della data delle prossime elezioni europee. In generale, la procedura per la nomina dei candidati alla Presidenza della Commissione europea da parte dei partiti politici europei, è percepita come uno sviluppo positivo per la democrazia in Europa. Quasi la metà degli intervistati, infatti, ha dichiarato che questa procedura li incoraggerebbe a partecipare al voto. Quasi tre quarti dei cittadini desiderano che questa scelta dei candidati alla Presidenza della Commissione sia accompagnata da un vero dibattito sulle tematiche europee e sul futuro dell’Ue.

Il 53% degli italiani intervistati ha risposto che la scelta del presidente della Commissione da parte del Parlamento li renderebbe più propensi ad andare a votare, mentre il 68% sostiene che tale processo dovrebbe essere accompagnato da un dibattito sulle questioni europee e sul futuro dell’Ue. Sempre in Italia, alla domanda relativa alla data delle prossime elezioni, il 28% ha risposto “maggio” mentre l’11% ha risposto “2019”. In conclusione, quattro italiani su dieci sono in qualche modo a conoscenza della data delle prossime elezioni europee.

Tajani: “Italia paga scotto ripresa a rilento” – L’Italia paga anche lo scotto di una ripresa economica che va a rilento” e ciò produce “insoddisfazione da parte dei cittadini, anche nei confronti delle istituzioni europee che hanno la loro responsabilità, ma c’è anche il tentativo di mandare sempre tutta la spinta negativa verso Bruxelles”. Così il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani commentando con i giornalisti l’Eurobarometro. “Però bisogna dire che nell’ambito dell’inchiesta rispetto all’anno scorso c’è un incremento di coloro che invece credono nell’Unione europea – aggiunge -. E’ assolutamente insufficiente, però c’è già un’inversione di tendenza”

Fitch, per banche rischi da calo fiducia

ansa.it 23 maggio 2018

Potrebbe rallentare smaltimento npl e aumentare costi raccolta

Per l’agenzia di rating Fitch “una caduta prolungata nella fiducia degli investitori” legata alle politiche del nuovo governo M5s-Lega “potrebbe ritardare i progressi delle banche nella riduzione del loro consistente stock di npl e rendere più costoso per loro costruire dei cuscinetti di debito junior”.
“La fiducia del mercato – spiega – sembra essersi indebolita da quando la coalizione di M5S e Lega ha rivelato proposte che, se pienamente implementate, avrebbero un significativo effetto sulle finanze pubbliche dell’Italia e sul settore bancario. Lo spread sui bond governativi italiani si è allargato e la volatilità del prezzo delle azioni delle banche è aumentato”.
“Il programma della coalizione è silente sugli npl, che sono un fattore chiave” dice Fitch ricordando di aver migliorato le prospettive di alcune banche italiane. “Questo trend potrebbe fermarsi o invertirsi se il ritmo della cessione degli Npl rallentasse significativamente”.

Confindustria a M5S-Lega, Boccia: industria torni al centro, rischiamo Italia povera e agricola. Nemico rimane debito

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 23 maggio 2018

Bisogna andare avanti “lungo la strada della crescita e del lavoro” e rimettere al centro l’industria, “scomparsa dal dibattito di questi mesi”. Altrimenti il rischio è di “fare passi indietro” e “tornare a un’Italia povera e agricola che i nostri nonni e i nostri genitori hanno saputo trasformare, dalle macerie del Dopoguerra, nell’Italia che tutti c’invidiano, patria del bello e del ben fatto”. Così ha detto Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, in occasione dell’assemblea annuale degli industriali.

Boccia ha parlato rivolgendosi espressamente al nuovo governo M5S-Lega (che deve ricevere ancora il via libera del Colle).

“Non ci può essere una politica forte senza un’economia forte e se la politica pensa di essere forte creando le condizioni per indebolire l’economia, lavora in realtà contro se stessa”.

“Non è più tempo di inflazione e il nostro nemico rimane il debito pubblico”, 2.300 miliardi che “ci costano 63 miliardi l’anno”, ha affermato Boccia, ricordando l’importanza, dell’Italia, di tenere sotto controllo i conti pubblici.

“Per questo occorre una politica che rassicuri sulla graduale riduzione del debito pubblico, creando le precondizioni per la crescita e la creazione di lavoro, vera missione del paese”.

Il “mondo nuovo” diserta Confindustria

Gianni Del VecchioCondirettore L’HuffPost 23 maggio 2018

ANSA

Non c’era Luigi Di Maio. Non c’era Matteo Salvini. Non c’era il presidente della Camera, Roberto Fico. All’assemblea di Confindustria il “mondo nuovo” della politica, almeno ai suoi massimi livelli, non c’era. Il governo giallo-verde che verrà era rappresentato solo da seconde file, e cioè da qualche sparuto deputato o senatore. La maggior parte dei quali hanno anche fatto lo “sgarbo” al presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, di andar via prima della fine della mattinata di lavori.

Si sono alzati e se ne sono andati – come riporta il cronista della agenzia Dire – i senatori pentastellati Daniele Pesco e Mario Turco: un forte segnale di dissenso e fastidio, questo, nei confronti delle stilettate da parte di Boccia su tanti temi caldi come Tav, Ilva e Grandi opere. Ha lasciato in anticipo la sala Santa Cecilia dell’Auditorium romano anche la mente economica della Lega, il parlamentare Claudio Borghi, peraltro ancora prima che finisse la relazione del presidente degli industriali. Gli unici a restare fino alla fine sono stati Lorenzo Fioramonti e Vincenzo Spadafora, entrambi deputati e consiglieri di Di Maio, ma solamente per motivi di cortesia.

Chi c’era allora? Sostanzialmente tutto il “mondo vecchio” della politica, quello che è uscito sconfitto dalle ultime elezioni: governo, tanto Pd e Forza Italia. Mondo che innegabilmente il sistema imprenditoriale sente più vicino, sulla stessa lunghezza d’onda. Basti pensare alla standing ovation che gli industriali hanno tributato al premier Paolo Gentiloni quando Boccia – appena prima di pronunciare la sua relazione – ha fatto gli onori di casa. Per non parlare dei tanti applausi che hanno spezzato il discorso conclusivo del ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, soprattutto in quei passaggi dove ha esortato “a far muro contro i populismi distruttivi”. Ma a muoversi a loro agio fra le prime file della platea c’erano tanti altri ministri (Madia, Poletti, Pinotti, Padoan, Lorenzin, De Vincenti, Alfano), tanti esponenti Pd (Martina, Boschi, Delrio, Rosato) e tanta Forza Italia (la presidente del Senato Casellati, Gelmini, Carfagna, Polverini, Ravetto e l’eterno Gianni Letta).

Mondo vecchio sì, mondo nuovo no. La conta dei presenti e degli assenti spiega plasticamente quello che sarà il rapporto fra Confindustria e nascente governo. Gli industriali si preparano infatti alla traversata del deserto dell’opposizione. Cosa abbastanza inusuale per l’associazione, visto che per lunghi anni è sempre stata vicina o comunque non ostile al governo, quasi per sua intrinseca natura. Anche negli anni di difficile rapporto fra l’allora premier Berlusconi e l’allora presidente Montezemolo, il sistema confindustriale nei fatti ha continuato a lavorare a stretto contatto col governo di centrodestra. Adesso invece per la prima volta qualcosa è cambiato. Appena dopo le elezioni Boccia – come fatto dai suoi predecessori – non ha lesinato l’apertura di credito di prammatica ai vincitori, M5s in primis. Ma è bastato poi dare un’occhiata al contratto di governo firmato dal duo Salvini-Di Maio per cambiare totalmente atteggiamento. Non è un caso che la relazione odierna abbia vivisezionato e criticato aspramente i punti caratterizzanti di quella intesa.

A partire dall’Ilva, che per Boccia non deve chiudere assolutamente. Cosa che invece per Pesco e Turco è solamente “una difesa miope di un sistema industriale fuori dai tempi”, come si legge in una nota dettata alle agenzie dopo aver abbandonato l’Auditorium. Ma le divergenze sono tante e toccano questioni rilevanti per lo sviluppo industriale del paese come la linea ferroviaria Tav Torino-Lione, il gasdotto Tap, il Terzo valico, il futuro di Alitalia e la creazione di una banca pubblica per gli investimenti. Per non parlare poi dell’argomento per eccellenza: i rapporti con l’Europa. Boccia ha deciso di far precedere la sua relazione filo-europeista con un filmato ancor più europeista, citando poi la famosa frase di Gianni Agnelli, “per essere italiani nel mondo dobbiamo essere europei in Italia”. A Salvini e al popolo leghista che tifa per un’uscita dall’euro e un ritorno alla piena sovranità nazionale saranno fischiate le orecchie. Insomma, fra industriali e governo giallo-verde per ora c’è davvero poco o nulla in comune.

Questa forte divergenza ci prepara sicuramente a una stagione di grosse turbolenze. E non stiamo parlando di mercati o spread. Stiamo parlando del fatto che è molto probabile che Lega e 5 stelle risponderanno agli attacchi delegittimando sempre di più i cosiddetti corpi intermedi – come Confindustria certo, ma sulla lista ci sono anche i sindacati – e puntando sempre di più a un rapporto diretto ed esclusivo con le masse. Magari presentandosi come “gli unti dal popolo” che lottano contro le élite corrotte, e anzi prendendo forza da questa rappresentazione. Se così sarà, però, è forte il rischio che il “mondo nuovo” – una volta occupate tutte le caselle di governo e sottogoverno, sia politico che economico – possa finire per assomigliare a quello “vecchio” appena sconfitto nelle urne.

Sogin: il buco nero del nucleare italiano

Che fine hanno fatto le quattro centrali nucleari italiane chiuse dopo il referendum del 1987? Dove sono i rifiuti radioattivi che hanno prodotto? Sono ancora lì, affidate alla Sogin-Società gestione impianti nucleari, l’azienda dello Stato (100% del Tesoro ma supervisione del ministero dello Sviluppo) nata nel 1999 per smantellare le centrali di Caorso, Trino, Latina e Garigliano, e gli impianti ex-Enea. Con una caratteristica non trascurabile: tutti i costi sono coperti dalla bolletta elettrica pagata ogni bimestre dai consumatori.
Cosa (non) ha fatto la Sogin

Nei primi anni 2000 le vengono conferite tutte le centrali, gli impianti e la realizzazione e gestione del deposito nazionale dove stoccare in sicurezza – e per 300 anni – i rifiuti a bassa e media attività. Viene definita una tabella di marcia: trattamento e stoccaggio dei rifiuti radioattivi entro il 2014 e smantellamento di centrali e impianti entro il 2020. E il costo: 4,5 miliardi di euro. Nel 2013 si slitta in avanti, fino al 2025, e la previsione di spesa sale a 6,48 miliardi di euro. Passano altri quattro anni, si insedia un nuovo consiglio di amministrazione (quello attuale) e a novembre 2017 viene partorito un ennesimo piano industriale, che fissa al 2036 (11 anni di ritardo sul precedente!) la fine dei lavori (in gergo «prato marrone»), mentre i costi lievitano a 7,25 miliardi. Stavolta lo slittamento è accompagnato da un impegno solenne: «Entro il 2019 si smonterà il primo bullone del contenitore di acciaio che circonda il reattore nucleare della centrale di Garigliano». Insomma, a 32 anni dal referendum si promette di partire finalmente con la parte impegnativa del decommissioning. Mentre attendiamo vediamo quanto ci è costata fino ad oggi questa società.

Quanto abbiamo pagato con la bolletta della luce

Dal 2001 ad oggi 3,7 miliardi di euro sono stati pagati dagli utenti dentro la bolletta elettrica, però solo 700 milioni sono stati utilizzati per lo smantellamento. Il resto è stato speso per i costi di gestione (1,8 miliardi per mantenere in sicurezza i siti, far funzionare la struttura e pagare il personale) e per il trattamento in Francia e nel Regno Unito del combustibile radioattivo (1,2 miliardi). Considerando che resta da eseguire più del 70% delle attività, e che negli ultimi due anni l’avanzamento dei lavori è stato del 2% l’anno, se non ci sarà un’improvvisa accelerata è facile prevedere che il «prato marrone» non lo vedremo prima del 2050. E ogni anno in più porterà con sé un inevitabile incremento dei costi. Le spese di gestione (che si aggiungono al costo dei lavori) sono oggi di circa 130 milioni l’anno. Solo dal 2010 al 2015, per fare un esempio, il personale è passato da 650 a 1030 unità e oggi si è stabilizzato intorno a mille. Il trend dei costi totali potrebbe così addirittura superare quota 10 miliardi, tutti pagati a piè di lista dalle bollette della luce.

Chi doveva vigilare

L’Autorità per l’energia ha sempre rimborsato senza battere ciglio, nonostante siano previste penalità nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. Anche il Ministero dello Sviluppo economico, che deve vigilare, finora non è parso particolarmente attivo. Risulta, peraltro, che a seguire le vicende Sogin dentro al Ministero sia da un decennio lo stesso direttore generale, e che nella divisione V della stessa direzione uno dei tre funzionari che se ne occupa sia un dipendente della società stessa, lì distaccato.

Rischi per la popolazione

Intanto a Trisaia, in Basilicata, la magistratura ha posto sotto sequestro alcuni impianti di trattamento acque. Da almeno tre anni venivano riversati in mare dei solventi utilizzati negli anni ‘60 e ‘70 per il combustibile della centrale nucleare di Latina, mentre nei contenitori vecchi di 50 anni, custoditi nei capannoni, ci sono nitrati di uranio-235, nitrati di torio e altri prodotti da fissione nucleare. Sempre nell’impianto Itrec di Trisaia ci sono anche 64 barre di combustibile torio-uranio, che si sommano ad altri 4 metri cubi di rifiuti liquidi acidi ad alta attività contenenti uranio arricchito. I lavori in questo impianto dovevano essere conclusi nel 2023. Oggi Sogin ha spostato la scadenza al 2036. Quei contenitori reggeranno per altri diciotto anni? Ma il sito che presenta in assoluto i rischi maggiori è quello di Saluggia, a Vercelli. Nell’impianto Eurex, che si trova in riva alla Dora Baltea, e sopra la falda dell’acquedotto del Monferrato, giacciono circa 230 metri cubi di rifiuti liquidi ad alta attività, anche qui dentro a bidoni di 50 anni fa. Dopo l’alluvione del 2000 (che per la terza volta allagò l’impianto) l’allora commissario Enea e premio Nobel Carlo Rubbia, dichiarò che si era «sfiorata una catastrofe planetaria». Anche per Saluggia nessuna fretta: possiamo solo sperare che nel frattempo non ci siano altre alluvioni.

E i rifiuti dove li mettiamo?

Anche il deposito nazionale in cui confluire rifiuti e scorie ancora non c’è, ma sappiamo che la spesa prevista è di 2,5 miliardi. Nelle stanze romane ci si ricorda ancora la rivolta di Scanzano Jonico nel 2003, quando si annunciò dall’oggi al domani che un Deposito sarebbe stato costruito lì. Forse è per questo che la mappa dei luoghi possibili è chiusa da anni nei cassetti dei ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente, mentre ogni giorno si aggiungono ai rifiuti radioattivi delle centrali e impianti, quelli prodotti dai centri di ricerca e dai reparti di medicina nucleare degli ospedali. Prima di dire «si fa qui» occorre aver incassato l’ok della regione, comune, popolazione locale e un accordo sull’indennizzo. Ma la politica è così debole che non riesce far capire che un deposito è ben più sicuro rispetto ai rischi a cui tutta la popolazione oggi è esposta. E preferisce fare finta di niente, come se il problema non esistesse più.

Rosneft e gli affari misteriosi di Intesa Sanpaolo con Putin

Pubblicato il da Gianni Dragoni.it

Dove sono finiti i 5,2 miliardi prestati dalla banca?

Aleggia il mistero negli affari tra Intesa Sanpaolo e la Russia. I rapporti tra la banca che ha le maggiori dimensioni in Italia e il presidente russo Vladimir Putin si sono rafforzati negli ultimi mesi. Questo nonostante le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti contro Mosca dopo l’annessione della Crimea e la sanguinosa invasione in Ucraina nel 2014.

L’accordo annunciato ieri dal gruppo cinese Cefc per acquistare il 14,16% di Rosnfet, colosso petrolifero russo guidato da un amico di Putin, Igor Sechin, riporta l’attenzione sul maxi-finanziamento che la banca italiana ha concesso all’inizio di quest’anno per aiutare il governo russo a vendere una quota di Rosneft. Operazione dai contorni ancora misteriosi.

Il maxi-prestito a Qatar e Glencore

In gennaio un consorzio formato dal Qatar e da Glencore, colosso anglosvizzero di trading minerario, ha comprato dal governo russo il 19,5% di Rosneft, per circa 10,2 miliardi di euro. I due compratori hanno costituito per questo una joint venture con sede a Singapore, Qhg.

La banca italiana è stata il consulente (advisor) di Putin per la cessione. Ma il suo ruolo è stato ben più ampio. Intesa Sanpaolo ha anche finanziato l’acquisto con un prestito di 5,2 miliardi di euro a favore di Qatar e Glencore, cioè ha coperto un po’ più di metà del costo del pacchetto azionario. Pertanto la banca ha avuto un ruolo decisivo nella riuscita della privatizzazione, che ha aiutato Putin a tappare i buchi del bilancio russo. Di questo Poteri Deboli ha parlato in un articolo del 25 giugno 2017 (“Banca Intesa, quanto ci costi”).

Londra accusa: “accordo opaco”

“Un accordo opaco” lo ha definito la stampa britannica, raccogliendo le perplessità di ambienti finanziari e analisti. Soprattutto Reuters e Financial Times hanno sollevato domande alle quali non è stata data risposta, neppure dalla banca guidata da Carlo Messina.

La domanda principale è chi siano i destinatari finali delle azioni comprate da Qatar e Glencore in una società petrolifera di cui il governo di Mosca mantiene il controllo con il 51 per cento.

Soci alle Cayman

Secondo Reuters, benché la joint venture Qhg abbia sede a Singapore, alcuni azionisti avrebbero sede alle isole Cayman, un paradiso fiscale, pertanto la loro vera identità sarebbe schermata.

Il secondo azionista di Rosneft è il gruppo petrolifero britannico Bp, con il 19,75%, poco più della partecipazione ceduta a Qatar-Glencore con l’aiuto di Intesa. Questo potrebbe spiegare l’allarme della stampa britannica. Rosneft è quotata in Borsa. In base al prezzo attuale di Borsa il valore dell’intero capitale (la capitalizzazione di Borsa) è pari a 57 miliardi di dollari.

Grandi affari nel petrolio e nel gas. Il presidente russo Vladimir Putin
Grandi affari nel petrolio e nel gas. Il presidente russo Vladimir Putin

I cinesi pagheranno 9,1 miliardi di dollari

Ieri Reuters è tornata a parlare di “accordo opaco”. Secondo l’annuncioi, il gruppo dell’energia privato cinese Cefc (China Energy Corporation) comprerà il 14,16% di Rosneft dalla joint venture tra Qatar e Glencore. China Energy pagherà 9,1 miliardi di dollari per il 14,16% di Rosneft. Ai venditori resterà pertanto poco più del 5,2% del colosso petrolifero russo, diviso tra il 4,7% del Qatar (che agisce con il fondo sovrano Qatar Investment Authority, Qia) e lo 0,5% di Glencore.

Alla luce dell’ultimo annuncio, si può ipotizzare che fosse già previsto dall’inizio il passaggio della quota in mano cinese? Se così fosse, perché non dirlo subito? O ci sono altri risvolti segreti? In ogni caso resta una fetta di Rosneft del 5,2% ancora in mano a Qatar e Glencore, che potrebbe essere ricollocata successivamente presso nuovi proprietari. Il giornale russo Vedomosti ha parlato anche del possibile ingresso di un secondo gruppo cinese, Nnk, che non ha fatto commenti.

Le onorificenze di Putin ai vertici di Intesa

Quello che è certo è che l’operazione perfezionata tra dicembre e gennaio scorsi ha dato una bella mano a Putin. Il presidente della Federazione Russa ha ricevuto al Cremlino il 25 gennaio  i vertici di Intesa Sanpaolo, ringraziandoli per l’aiuto prezioso e in aprile li ha premiati con alte onorificenze. Il responsabile della banca a Mosca, Antonio Fallico, un manager potente che per la sua attività è a conoscenza di molti segreti, ha ricevuto da Putin l’Ordine dell’Onore. L’a.d. di Intesa Calo Messina e il presidente della controllata Banca Imi, Gaetano Miccichè, hanno ricevuto l’Ordine dell’Amicizia.
Nuove sanzioni degli Usa
Per i russi l’operazione con la Cina segna un rafforzamento dei rapporti nell’energia, ai quali potrebbero seguire altri accordi strategici nell’energia. Gazprom sta costruendo un gasdotto di 4.000 km con la Cina.
In luglio gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni alla Russia. In parte è una risposta alle conclusioni dei servizi segreti americani che la Russia si sia intromessa nelle elezioni presidenziali. Ieri il presidente di Rosneft, Sechin, ha detto che Qia e Glencore hanno ridotto la loro quota a causa dell’indebolimento del dollaro rispetto all’euro, che ha reso più costoso il pagamento degli interessi sul debito contratto per l’acquisizione.

Al Cremlino. L’incontro tra il presidente Vladimir Putin e i vertici di Intesa Sanpaolo, al centro l’a.d. Carlo Messina
Al Cremlino. L’incontro tra il presidente Vladimir Putin e i vertici di Intesa Sanpaolo, al centro l’a.d. Carlo Messina
Il tentativo di spalmare il rischio su altre banche
Le sanzioni hanno avuto un impatto anche su Intesa. Infatti la banca italiana non è riuscita a sindacare, cioè a suddividere con altre banche il rischio sul finanziamento di 5,2 miliardi di euro concesso in gennaio ai compratori del 19,5% di Rosneft. Il 2 giugno a San Pietroburgo il presidente di Banca Imi, Miccichè, aveva detto _ come riferito dall’Ansa _ che il processo di sindacazione del prestito da 5,2 miliardi concesso da Intesa Sanpaolo al consorzio Qia-Glencore per l’acquisizione del 19,5% di Rosneft “è iniziato” e l’obiettivo era distribuire i prestiti “entro luglio”.
Miccichè aveva precisato che “c’è molto interesse”. Le banche selezionate erano 15, tra cui istituti “americani, francesi, cinesi e di altri paesi Ue”. Assenti le banche russe. La sindacazione interessa il 50% del prestito complessivo. Ma l’operazione non è mai stata conclusa. Il 26 agosto Il Sole 24 Ore ha scritto, riportando notizie dell’agenzia Reuters, che la sindacazione era in sospeso, per il timore delle banche di un impatto negativo dell’ultimo giro di vite imposto da Washington con le sanzioni contro la Russia.

Dove sono finiti i soldi di Intesa?

Visti i misteri sull’operazione, la domanda, implicita, riguardante Intesa è: dove sono finiti i soldi del prestito di 5,2 miliardi? La banca guidata da Messina non lo ha mai spiegato. A fine febbraio a Sochi il responsabile della banca a Mosca, Fallico, ha definito i 5,2 miliardi “spiccioli”.
Nei comunicati ufficiali di Intesa non abbiamo trovato cenno al maxi-finanziamento, neppure nella relazione sui conti del primo semestre 2017 ci sono riferimenti. Ieri un portavoce di Intesa Sanpaolo, come riporta anche Il Sole 24 Ore, ha detto: «A seguito della cessione al Fondo Cefc del 14,16% della quota di Rosneft, da parte del consorzio formato da Qia e Glencore, il finanziamento rilasciato da Intesa Sanpaolo al consorzio – pari a 5,2 miliardi di euro – sarà interamente rimborsato». Quando questo avverrà non lo sappaimo. La dichiarazione non chiarisce esattamente cosa sia avvenuto.
Passerà ancora tempo prima che l’operazione annunciata ieri venga perfezionata. Settimane? Forse mesi. Nel frattempo, potrebbero esserci altre sorprese.