CASO FALCIAI – SAVONA: PERQUISIZIONI DELLA GUARDIA DI FINANZA PRESSO LE SEDI DI “MONDO MARINE – CHI È FALCIAI – STORIA DI MONDO MARINE- VIDEO ALCUNI YACHT E ………….

Oggi ( 13.12.2017)i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Savona, su delega della Procura della Repubblica savonese, hanno dato esecuzione a decreti di perquisizione e sequestro emessi nei confronti della Mondo Marine SPA e di parte dei soci, amministratori e consulenti della stessa, a vario titolo coinvolti.

Le operazioni, tuttora in corso, che sono state originate da denunce presentate da clienti truffati, interessano i cantieri e gli uffici di Savona, Pisa e Milano, ed hanno portato al sequestro di documentazione aziendale utile alle indagini.

Le ipotesi investigative per le quali si procede sono:

• art. 11O cp, 216 n. 1, 223, 238 RD 267/42 (bancarotta in danno di Mondomarine spa);

• artt. 110 cp, 218 RD 267/42 (ricorso abusivo al credito mediante la presentazione di fatture per operazioni inesistenti e comunque non registrate nella contabilità dell’azienda);

• art. 11O, 640 cp (truffa);

• art. 2621 cc (falsità in bilancio per gli anni 2014, 2015, 2016);

• artt. 11O, 648bis e 648ter1 cp (condotte connesse alla distrazione di somme dalla contabilità aziendale.

 

 

 

Savona, crisi Mondomarine: entra Palumbo Group Shipyard

Palumbo Group Shipyard, uno dei marchi più noti delle costruzioni navali, ha firmato davanti ad un notaio milanese l’impegno vincolante per l’affitto del ramo d’azienda per sei mesi e si avvia a prendere il controllo del cantiere savonese di Mondomarine, specializzato nella realizzazione di grandi yacht di lusso. Nei piani dell’imprenditore partenopeo Antonio Palumbo, che con i figli Giuseppe e Raffaele tiene le redini del gruppo fondato nel 1967 ed ora uno dei più conosciuti a livello mondiale, c’è anche l’acquisizione dei Cantieri di Pisa, altro sito produttivo coinvolto nella crisi di Mondomarine.

Probabilmente entro il 18 dicembre il tribunale fallimentare di Savona, vista la relazione dei tre commissari nominati per analizzare la situazione, valuterà se il quadro presentato sia soddisfacente per aggiudicare i cantieri. L’attuale maggiore azionista di Mondomarine, Alessandro Falciai, ha già garantito la copertura di larga parte dei debiti ed ha chiesto espressamente che venga salvaguardata l’occupazione.

Secondo indiscrezioni, Palumbo avrebbe intenzione di riavviare l’attività con nove dipendenti nel giro di un paio di settimane, reintegrando i restanti 52 lavoratori dell’impianto di Savona in meno di sei mesi.

Lavoro, Mondomarine: in 600 a rischio. “Mai successo prima, noi senza futuro”

 

Chiediamo alle istituzioni di mettere in atto un tavolo di trattativa con l’azienda, chiedere alla proprietà di presentarsi e dire molto chiaramente quello che intendono fare della Mondomarine che, non dimentichiamocelo, è un’azienda storica della nautica” con 80 dipendenti tra Savona e Pisa e circa 600 nell’indotto. E’ la richiesta dei lavoratori dell’azienda che questa mattina hanno dato vita a un presidio sotto la Regione in occasione di un incontro con l’assessore al lavoro Gianni Berrino.

“La situazione è di stallo – ha spiegato Paola Fachino, Rsu -. Il 5 ottobre il giudice deciderà se concedere o meno il concordato richiesto. Speriamo in una risposta positiva altrimenti non abbiamo futuro”. L’azienda non ha ancora licenziato nessuno degli 80 dipendenti diretti tra Savona e Pisa, anche se ha lasciato a casa interinali e contratti a termine.

“Noi ci siamo ancora – prosegue Fachino – ma bisogna vedere quali saranno le sorti dalla Mondomarine che mettono a rischio 600 persone che lavorano nell’indotto”. Una situazione complessa visto che l’azienda, fino a poco tempo fa, era in buona salute. “Nel 2015 l’azienda ha festeggiato i cento anni e non ha mai attraversato una crisi come questa. Fino a due o tre mesi fa era piena di commesse – conclude Fachino – Il nostro problema è esclusivamente quello di una crisi finanziaria e nessuno ci vuole dire quale sarà la nostra sorte”-.

“Massima attenzione da parte della Regione Liguria sul futuro dei lavoratori e sulle eventuali manifestazioni di interesse da parte di potenziali investitori, alla luce dell’attuale crescita del settore della cantieristica dimostrata dai risultati positivi del salone nautico di Genova”. È quanto è stato espresso dagli assessori regionali allo sviluppo economico Edoardo Rixi e alle Politiche attive del lavoro Gianni Berrino durante l’incontro con i sindacati di Mondomarine. Gli assessori hanno inoltre confermato la partecipazione all’incontro in programma il prossimo 11 ottobre al ministero dello sviluppo economico a Roma.

LA STORIA DELL’AZIENDA – Mondomarine è una società specializzata nella costruzione di yacht di alta gamma in alluminio e acciaio. All’inizio degli anni 2000 ha rilevato i “Cantieri Campanella di Savona”: nel maggio 2013 il marchio Mondomarine e il sito produttivo sono stati rilevati da Roberto Zambrini e Alessandro Falciai che tra il 2015 e il 2016 acquistano anche Cantieri di Pisa (ex Baglietto). Il cantiere di Savona si estende su una superficie di 35.500 metri quadri, 9.500 dei quali sono coperti; dispone di 100 metri di banchina per ormeggio di maxi-yacht. Nel corso del 2016 iniziarono a manifestarsi segnali negativi, evidenziati dal ritardo dei pagamenti di alcuni fornitori e disaccordi con gli armatori per i ritardi della chiusura lavori. A gennaio 2017 sono gradatamente state sospese le attività di costruzione, gli armatori hanno cominciato a contestare lo stato di avanzamento lavori e a richiedere di poter portare gli scafi in altri cantieri. Da qui la richiesta di cig per 61 dipendenti su Savona e per 29 su Pisa. I 5 luglio 2017 l’Azienda ha predisposto la richiesta di concordato preventivo in continuità al Tribunale di Savona, il quale ha concesso i 60 giorni per la predisposizione del piano concordatario (90 per la sospensione estiva). Il cui termine scadrà il prossimo 5 ottobre. Il tribunale di Savona ha già provveduto a nominare tre Commissari Giudiziali. Il cantiere opera in area demaniale: la cui concessione è in scadenza il prossimo 31 dicembre; in ogni caso, l’Azienda ha predisposto istanza di rinnovo all’Autorità Portuale di Sistema.

 

MONDOMARINE

THE NEXT SEA LEVEL

 

RUITEN

 

STORIA

Sin dal principio, l’attività del cantiere spaziava dalle riparazioni alle trasformazioni fino alla costruzione navale vera e propria, garantendo un approccio flessibile al lavoro che si rivelerà fondamentale negli anni a seguire. Per decenni la fonte di lavoro principale per i Cantieri Navali Campanella fu la manutenzione delle navi che facevano scalo commerciale a Savona e quando l’attività marittima diminuì lo stabilimento fu in grado di partecipare anche ad attività destinate alla terraferma. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Campanella contribuì ad apportare migliorie alle navi da guerra della Marina Militare mentre, in seguito al termine del conflitto, investì le proprie energie nella ricostruzione di attrezzature ed edifici danneggiati così come nel rinnovamento della flotta mercantile italiana.

Gli anni ’50 furono gli anni della cosiddetta chirurgia navale, un’attività che divenne presto cruciale per il cantiere, coinvolto in complesse ed impegnative operazioni di riparazione e conversione.

Gli anni ’70 corrispondono a un periodo di ulteriore espansione del cantiere che, nel 1977 è completamente modernizzato e pronto a raccogliere nuove sfide.

Negli stessi anni il cantiere affronta il campo della costruzione di yacht, riscuotendo un immediato successo grazie anche al “Mohamedia”, uno yacht di 48 metri di proprietà dell’armatore Adnan Kashoggi che, nel 1975 venne insignito con un premio speciale dal Lloyd’s Register in quanto icona di qualità e modernità.

Gli ultimi decenni del ventesimo secolo hanno visto il cantiere confrontarsi con un periodo di crisi che ha coinvolto l’intero settore navale. Anche in questo difficile scenario i Cantieri Campanella sono stati in grado di mantenere un costante grado di attività e di uscire lentamente dal periodo di austerità che si erano trovati ad affrontare. Nei primi anni 90 la produzione si focalizzò sugli yacht in acciaio e alluminio, di lunghezza superiore ai 40 metri e totalmente personalizzabili, costruiti all’interno dei Cantieri Navali Campanella e firmati Mondomarine.

 

VIDEO STORIA AZIENDA

LINK MONDO MARINE

http://mondomarine.mc/?lang=it/

 

 

VIDEO I PIU IMPORTANTI YACHT

 

DESTINI (AMARI) PARALLELI

Malacalza e Falciai, quel flop milionario in banca di due imprenditori di successo

Vittorio Malacalza e Alessandro Falciai

 

 

 

 

 

 

Sono uniti da un destino amaro: aver scommesso parte delle loro fortune imprenditoriali sulla riscossa delle banche. Invece dovranno faticare non poco per rivedere anche solo una parte dei loro soldi investiti nelle azioni bancarie. E non sono spiccioli.

Loro sono Vittorio Malacalza, il patriarca della nota famiglia di imprenditori liguri; l’altro è Alessandro Falciai, il creatore in Italia delle torri di trasmissione per le tv poi cedute a EiTowers.

Entrambi imprenditori di successo nei loro campi, hanno tutti e due compiuto il passo falso di divenire banchieri. Mal gliene incolse.

 

RIASSETTI 21 luglio 2017

Carige, piano per cedere Npl e la piattaforma di gestione

La famiglia Malacalza è diventata primo azionista di Banca Carige nel corso del 2015. Lo ha fatto a tappe durante quell’anno. Il tutto dopo il disastro della gestione Berneschi. Istituto allo sbando, una delle banche più fragili e vulnerabili tra i big per l’alto peso dei crediti malati ereditati dalla gestione scellerata del suo ex dominus, quel Giovanni Berneschi finito poi in carcere.

Senza guida, con la Fondazione collassata, la famiglia Malacalza ha adocchiato quel che pensava fosse una facile opportunità. Dopo la defenestrazione di Berneschi e le prime pulizie delle sofferenze pareva che il peggio fosse passato.

In fondo il titolo, sull’onda del grave dissesto della banca ligure era precipitato a picco già dall’inizio del 2014 lasciando sul campo oltre tre quarti del suo valore. Nel 2015 il titolo continua a traccheggiare in discesa da 2 euro fino quasi a un euro. È l’occasione che la famiglia aspetta. I Malacalza comprano a più riprese: prima una quota dalla fondazione, poi comprano azioni dalla francese Bpce in uscita e partecipano all’aumento di capitale.

A fine del 2015 la potente famiglia ligure si trova a detenere il 17,6% del capitale della banca. La scalata ha successo: sono i primi soci. Il prezzo pagato per quel podio è di 264 milioni, il valore di costo dell’acquisizione delle 146 milioni di azioni della banca. Da allora comincia il calvario.

Il titolo precipita, non si ferma più. Le pulizie delle sofferenze erano in realtà solo all’inizio, il fabbisogno di capitale per reggere è ancora elevato e costringerà poco dopo a chiamare un nuovo aumento e mettere in campo cessioni di Npl e immobili. Oggi Banca Carige è inchiodata a 23 centesimi, una distanza siderale da quel valore medio di oltre 1,7 euro cui i Malacalza hanno in carico le azioni.

Di fatto tutta la banca capitalizza oggi 200 milioni e la quota del 17,6% dei Malacalza ne vale sul mercato 35 milioni. In meno di due anni le minusvalenze per la famiglia genovese sono di ben 230 milioni. Che ironia della sorte sono esattamente le plusvalenze incassate, sempre nel 2015, dall’uscita dei Malacalza da Pirelli. Un’operazione questa di grande successo.

La vendita delle azioni Pirelli ha fatto incassare 237 milioni di plusvalenze. Immediatamente impiegate dai Malacalza per diventare i primi soci di Banca Carige. Soldi guadagnati in un lampo e per ora tutti bruciati sull’altare della voglia di possesso della banca ligure.

Certo le cose domani potrebbero migliorare. Il titolo potrà risalire. Si dovrà fare un nuovo aumento di capitale e i Malacalza dovranno decidere se diluirsi o partecipare appieno all’avventura. Nella speranza di recuperare almeno in parte quello che oggi è un buco da oltre 200 miioni.

 

BANCHE 25 luglio 2017

Mps, in arrivo i decreti: lo Stato fra il 55 e il 70%

Stessa cifra, più o meno, è costata l’avventura dell’ex presidente della vecchia Mps (oggi nazionalizzata), quell’Alessandro Falciai che decise di investire pesantemente sul riscatto di Mps.

Falciai ha cominciato infatti a investire sui titoli della banca toscana nel 2014. Piccoli pacchetti fino ad accumulare una quota che è arrivata a valere l’1,8% del capitale. A fine del 2014 risultava possedere, secondo la relazione sulla remunerazione, 84 milioni di titoli della banca detenute dalla sua Millenium Partecipazioni srl. Era l’anno dell’ennesimo buco della banca con un passivo di oltre 5 miliardi nel conto economico.

Forse Falciai, reduce da una storia di grande successo imprenditoriale con la sua Dmt, la società delle Torri di trasmissione fusa per incorporazione con la EiTowers e che gli ha consentito di uscire nel 2013 con una pluvalenza personale di 150 milioni, pensava che quella banca così malmessa avesse toccato il fondo e potesse solo rinascere.

Non è stato così. Ma a questo punto la mossa Falciai l’aveva già fatta. E non poteva tornare indietro. Nel 2015 prosegue lo shopping avviato l’anno prima. Compra azioni sia in aumento di capitale (l’ennesimo) sia subito dopo per un esborso complessivo di altri 57 milioni. Sommati agli acquisti del 2014 risulta, da fonti contattate da Il Sole 24Ore, che l’intero investimento in Mps sia costato circa 200 milioni. Ora tutto è annullato. Con l’ingresso pesante dello Stato con l’ultimo aumento di capitale i vecchi soci sono di fatto spariti. Falciai raccontò a Il Sole24Ore un anno fa, prima che gli eventi precipitassero, che quell’investimento così ingente era tutelato dal rischio. Falciai infatti aveva sottoscritto un collar, un derivato che implica la vendita di un’opzione call sulle azioni Mps e il contemporaneo acquisto di un’opzione put a protezione ovviamente dell’investimento. Un’operazione fatta con una banca d’affari straniera, che scadrà nel 2019, a costo zero per Falciai che ha pagato il costo della put con l’incasso della vendita della call. Un paracadute insomma che allora avrebbe salvaguardato il valore dell’investimento.

Non è dato sapersi come sia andata a finire con la banca d’affari che gli ha venduto la protezione. Forse è riuscito a limitare i danni. Ma certo la lauta plusvalenza dalla cessione della sua Dmt a Ei Towers poteva prendere un’altra strada. Più proficua dell’investimento nella disastrata banca toscana. Ma con il senno di poi è tutto più facile.

 

ECCO CHI E’ ALESSANDRO FALCIAI, IL NUOVO PRESIDENTE DI MONTEPASCHI – LIVORNESE, INGEGNERE AERO-SPAZIALE, DEVE LA SUA FORTUNA ALL’AZIENDA CHE HA FONDATO NEL 2000, LA DIGITAL MULTIMEDIA TECHNOLOGIES PROPRIETARIA DI TORRI DI TRASMISSIONE – È CON LA CESSIONE DEL 39% DELL’AZIENDA ALLA EI TOWERS DI BERLUSCONI CHE FALCIAI DIVENTA “MOLTO LIQUIDO” CON 400 MILIONI IN TASCA

 

Fausta Chiesa e Fabrizio Massaro per il “Corriere della Sera”

ALESSANDRO FALCIAI

Alessandro Falciai sarà il nuovo presidente di Mps. Sul nome dell’ imprenditore, già membro del board, presidente del Comitato nomine e azionista della banca con l’ 1,8% circa, è confluito il consenso dei grandi soci Fondazione (1,5%), Tesoro (4%) e Axa (3,17%).

La candidatura dovrebbe essere ufficializzata stamattina e Falciai dovrebbe essere eletto presidente all’ assemblea del 24 novembre, nella quale i soci dovranno approvare anche l’ aumento di capitale da 5 miliardi di euro necessari al terzo salvataggio della banca. Prenderà il posto di Massimo Tononi, che ha presentato le dimissioni un mese fa subito dopo l’ uscita di scena dell’ amministratore delegato Fabrizio Viola, in polemica con le modalità della sostituzione con Marco Morelli.

ALESSANDRO FALCIAI

Nei giorni scorsi erano stati sondati i consiglieri Roberto Isolani (non disponibile per i suoi incarichi in Bsi) e Antonio Turicchi, il quale scontava il fatto di essere un dirigente del Tesoro. Anche Falciai non si era dato inizialmente disponibile, ma attorno a sé ha coagulato il consenso dei soci e dei consiglieri. Un consenso che si è guadagnato sul campo da presidente del Comitato nomine. Fra le altre partite delicate, è stato Falciai a gestire anche i rapporti con la Bce e quando si è trattato di trovare il sostituto di Viola. Intanto prosegue l’ attività di Marco Morelli nella ricerca di investitori.

ALESSANDRO FALCIAI

Nel primo roadshow, l’ amministratore delegato avrebbe riscontrato un interesse potenziale da parte di alcuni fondi sovrani del Golfo Persico, in particolare Qia del Qatar. Ma molti altri investitori – come ha rivelato la stessa banca nella relazione per l’ assemblea – hanno posticipato ogni decisione a dopo il referendum del 4 dicembre. Sul mercato le incertezze relative al successo della ricapitalizzazione hanno provocato nell’ ultima settimana un nuovo crollo del titolo: solo venerdì 4 novembre ha perso un altro 9,17% a 21 centesimi per azione. Attualmente il gruppo vale in Borsa meno di 620 milioni di euro.

In settimana Morelli riprenderà il roadshow in direzione Londra, Singapore e Hong Kong, ma prima (è cioè domani) andrà a Roma in Consob, che vuole chiarimenti su cosa sia successo con il progetto di salvataggio proposto – e poi ritirato – da Corrado Passera.

Sempre dalla relazione all’ assemblea è emersa una nuova ispezione della Bce, che è iniziata a maggio e finirà a dicembre.

ALESSANDRO FALCIAI

L’ obiettivo è quello di verificare la qualità del portafogli crediti. Domani, intanto, scade il termine ultimo per presentare le offerte vincolanti per la piattaforma Juliet, che gestirà crediti deteriorati. In «pole position» ci sono i gruppi Cerved e DoBank-Italfondiario .

2 – DALLA CESSIONE DELLE TORRI TV A BERLUSCONI, A UN PATRIMONIO DI 400 MILIONI

Fausta Chiesa per il “Corriere della Sera”

Prima top manager, poi imprenditore, oggi uomo d’ affari. Alessandro Falciai – 55 anni, livornese, ingegnere aero-spaziale, figlio e nipote di ammiragli della Marina ed ex ufficiale dell’ Accademia navale – deve la sua fortuna all’ azienda che ha fondato nel 2000, la Digital Multimedia Technologies proprietaria di torri di trasmissione. È con la cessione – avvenuta nel gennaio 2012 – della quota pari al 39% in Dmt alla Ei Towers di Silvio Berlusconi che Falciai è diventato un uomo «molto liquido» e si è costruito un portafoglio stimato oggi in circa 400 milioni.

EI TOWERS LANCIA OPA SU RAIWAY

Nel portafoglio c’ è l’ 1,8% di Mps, banca in cui ha cominciato a investire dopo il primo aumento del 2014 e dove è «salito» con tranche successive sottoscrivendo pro-quota il secondo aumento del 2015. Mps è l’ unica quota strategica e di medio-lungo periodo, ma gli investimenti sono diversificati e suddivisi in tre grandi gruppi: finanza, private equity e immobiliare sono le tre gambe su cui ha costruito il portafoglio, con un net asset value distribuito al 40% nelle partecipazioni finanziarie, per un altro 40% nel private equity e un restante 20% nel real estate.

MPS

L’ uomo d’ affari livornese si è costruito sotto traccia una piccola galassia di partecipazioni. Nel capitolo «finanza» ci sono anche altre quote del valore di qualche milione di euro ciascuna. Titoli selezionati dal cugino Roberto Russo, amministratore delegato di Assiteca sim, la società di consulenza finanziaria indipendente creata nel settembre 2012. La sim è di maggioranza in capo a Falciai e sono soci anche il cugino e Assiteca spa, società di brokeraggio assicurativo quotata all’ Aim presieduta da Luciano Lucca.

Parte della liquidità Falciai l’ ha messa anche nell’ antica passione, le barche. Nell’ estate 2013 ha comprato l’ 80% di Mondo Marine e poi i Cantieri di Pisa a maggio di quest’ anno. Infine il «mattone». Ha comprato immobili dove aveva lavorato in gioventù, cioè in America Latina e a Panama. Poi ha investito in Svizzera, in Spagna e in Italia, dove ha un palazzo a Roma e terreni agricoli in Toscana. Tutti asset che fanno capo alla holding finanziaria «Millenium Partecipazioni», fondata nel 2000 a Milano, dove Falciai vive.

PERSONAGGIO
Alessandro Falciai in navigazione tra yacht di lusso e le secche di Mps
A GIUGNO DOVRÀ SBORSARE 50 MILIONI PER DIFENDERE IL SUO 1,7%. MA I CONTI TRIMESTRALI DOPO TRE ANNI SONO TORNATI IN POSITIVO, E L’ISTITUTO S’APPRESTA A RICAPITALIZZARE E RESTITUIRE I MONTI BOND, PRIMA DELL’AGGREGAZIONE CHIESTA DALLA BCE

 

A lessandro Falciai ha fatto un sogno. Si reincarnava nell’epigono italiano di Warren Buffett e inseguiva la gloria economica nei luoghi bui. Come al Monte dei Paschi, il triangolo delle Bermude di Piazza Affari che in un decennio ha bruciato altrettanti miliardi degli azionisti. Finora nessuno lo sta svegliando: anche se dopo un anno il suo 1,7% nella banca senese è sott’acqua, e a giugno dovrà sborsare 50 milioni per difenderla, i conti trimestrali dopo tre anni sono tornati in positivo, e l’istituto s’appresta a ricapitalizzare e restituire i Monti bond, prima di affrontare l’aggregazione chiesta dalla Bce in piedi e non in ginocchio. «C’è stato un momento, verso fine 2014, in cui poteva arrivare qualunque investitore e con 200 milioni comprarsi il 10% di Mps, nominare il cda e fare quel che voleva – ricorda l’ex manager di Stet, Mediaset e Dmt avremmo venduto la banca a prezzo vile. Oggi si discute su altri termini e senza più la pistola alla tempia». Forse quel qualcuno era Ubi, ma ha tentennato. Frattanto il Monte ha superato gli ostacoli del caso e da metà aprile, quando la lista Falciai ha imbarcato ben quattro consiglieri su 14 nel nuovo cda, l’ufo dell’azionariato senese sta diventando un coprotagonista della governance e degli assetti senesi. Da allora siede a pieno titolo nel quintetto (con i tre pattisti Fondazione Mps, Btg Pactual, Fintech, più Axa) dei soci che dopo l’estate dovranno decidere il successore di Alessandro Profumo
e il partner bancario con cui continuare la storia plurisecolare del Monte. Il contributo di Falciai vuol essere di socio di minoranza che ha messo soldi propri e collabora con gli altri soci «nel comune obiettivo di far uscire la banca più rapidamente e meglio possibile da questa situazione». Sembrano scopi normali e anzi banali di business: non lo sono trattandosi di Mps, l’epicentro del groviglio armonioso per decenni nelle mani del centrosinistra e dei settarismi locali. Anche tra le file manageriali è stata, piacevolmente, notata la migliore qualità del nuovo cda, il fatto che sia in gran parte composto da gente che ci ha messo i soldi, e che gli interessi inizino ad allinearsi. La terza vita dell’imprenditore di Livorno – ma milanese di adozione – è quella di gestore di una holding di imprese e partecipazioni che valgono alcune centinaia di milioni, che cerca di emulare il mito degli investitori valuee come loro di comprare titoli e attività al disotto del loro valore intrinseco, per vederle apprezzate nel lungo termine. Poiché l’uomo si riconosce «una propensione al rischio, e una capacità di visione che spesso mi ha permesso di puntare su attività che tanti intorno a me disprezzavano». I campi di attività sono disparati. Cominciò tre anni fa con l’acquisto del cantiere nautico Mondomarine sull’orlo del fallimento «quando tutti si facevano il segno della croce a sentir parlare di barche, mentre in breve la nautica è tornata in auge, perché è la sintesi di tutte le più alte artigianalità italiane». Forse nella scelta ebbe un ruolo il fatto di esser figlio e nipote di ammiragli della Marina, dove a vent’anni ha prestato il servizio militare e seguito il corso in Accademia navale sul veliero Amerigo Vespucci. Sta che in tre anni le sue maestranze nautiche si sono decuplicate, e ora Falciai ci riprova con i Cantieri di Pisa, ramo aziendale appena rilevato da Baglietto con i suoi 32 dipendenti. «Nel giro di 2-3 mesi renderemo il sito produttivo perfettamente operativo ha detto Falciai – stiamo lavorando sul design per rivisitare i marchi Cantieri di Pisa e Akir e abbiamo in mente di allungare la linea in alluminio oltre i 50 metri, perché potrebbe esserci una domanda di mercato molto interessante ». Falciai ha promesso «svariate decine di nuove assunzioni», sotto gli occhi lieti del segretario della Cgil pisana Gianfranco Francese, che ha parlato di «gruppo serio e solido animato da grande entusiasmo, sensazioni che provano anche i dipendenti, vogliosi di ricominciare a lavorare dopo cinque anni di fermo». Toni da anni Sessanta. Il vero esame di maturità, non per le cifre quanto per le asperità, è però l’investimento nella banca senese. Falciai lo sa, e ha preparato meticolosamente l’assemblea di metà maggio e i sodali da portare in cda. «Mi considero un uomo razionale: un classico ingegnere, cartesiano – racconta – Quando devo prendere una decisione, metto in fila tutti i pro e contro del caso. Tuttavia la scelta finale la prendo sempre di pancia: il resto è collaterale. Sul dossier Mps la pancia è stata la voglia di cogliere una sfida, vedendo un barlume di possibilità di riscatto in un marchio e una banca dalla quale tutti sembravano scappare». Nell’assemblea Mps del 16 aprile per rinnovare il cda e votare l’aumento, Falciai ha toccato con mano la nota ostilità dei soci senesi, e anche un po’ del management, che ha abbozzato qualche schermaglia procedurale per evitare che la sua holding Millenium Partecipazioni prendesse troppo spazio con il suo 1,7%. Tuttavia è riuscito a battere senza sforzo la lista Axa, che partiva con il doppio dei suoi voti (3,17% il pacchetto francese in Mps) e ha raccolto il 12%, contro il 15,9% di Millenium. Questo sorpasso, unito alla vistosa assenza di una lista Assogestioni delle minoranze – eppure si tratta dell’emittente che ha chiesto più denaro a Piazza Affari nel decennio, perdendolo – ha permesso a Millenium di fare l’en plein e aggiudicarsi la presidenza dei comitati nomine e remunerazioni e un membro del collegio sindacale. Da allora Falciai ha nel Monte quasi la stessa rappresentanza dei tre pattisti, che controllano il 9% della banca e da quel passaggio hanno raffreddato i rapporti tra loro; anche se non sembrano alle viste rinnovi o ampliamenti del patto che ha partorito la governance attuale in banca. La timorosa diffidenza dell’ambiente verso il nuovo arrivato, dopo un mese di riunioni frequenti, sembra mitigata: «Dopo una dialettica interna assolutamente costruttiva, il management ha ampiamente riconosciuto il nostro atteggiamento senza pregiudizi, e io mi sento già parte della famiglia – racconta il nuovo socio – Lavoriamo tutti senza vincolo di mandato e in sincrono al fianco di due professionisti come Viola e Profumo, senza cui la banca oggi non ci sarebbe più». Proprio la successione di Profumo, che intenderebbe lasciare ai primi d’agosto, dopo la seconda trimestrale, ha fatto mormorare che Falciai ambisse alla successione. Lui nega: «Credo che Profumo sia molto più adatto di me, e per questo gli chiederò fino all’ultimo di restare: comunque non sono interessato al ruolo». L’altro cimento dei consiglieri Mps sarà preparare il terreno all’integrazione che la Bce vorrebbe abbozzata fin da luglio. Qui Falciai è più versato, e attento a non disperdere il valore delle sue quote. Basta vedere chi s’è portato in cda: Stefania Bariatti, socia dello studio Chiomenti attiva su diritto della concorrenza, contenzioso e arbitrato; Daniele Bonvicini, legale dello studio Rödl&Partner esperto di m&a, mercato dei capitali e diritto bancario; Maria Elena Cappello, un passato da manager delle infrastrutture tra Italtel, Hp, Pirelli, Nokia. Poi c’è la sua esperienza nelle prime due vite. La prima, che dal 1988 al 1997 lo vide architettare, da direttore per l’America Latina della Stet, la ragnatela di partecipazioni in Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Cuba. «Con quelle acquisizioni Stet diventò più forte di Telefonica nel continente – racconta – poi sono arrivate le gestioni dei venditori». La seconda, dal 1997 al 2011, da manager Mediaset e poi imprenditore di Dmt, che con un decennio di anticipo cercava di creare il polo unico delle torri di telecomunicazione nel paese. Riuscì a fare una trentina di piccole acquisizioni intermedie, ma poi gli dissero “no grazie” gli operatori più grandi di lui: da Rai a Telecom, da Wind a Mediaset. Finché non dovette vendere lui, alla Ei Towers del gruppo di Silvio Berlusconi. «In carriera di m&a ne ho fatti una quarantina – dice Falciai – e l’abc è sempre simile: conti in ordine e business plan affidabile, una seria due diligence, e l’autonomia negoziale e di giudizio che deriva dal poterne fare a meno». Sempre che l’Eurotower vorrà concedere al Monte tutta questa libertà. Qui sopra, Alessandro Falciai visto da Dariush Radpour Tramite la sua Millenium Partecipazioni, Falciai controlla l’1,7 per cento di Mps

La parabola di Falciai
Chi è l’uomo che cura la diffusione dei canali Mediaset.

Alessandro Falciai ha sempre avuto un rapporto speciale con Silvio Berlusconi. Il 50enne rampante livornese è uno dei tanti imprenditori cresciuti all’ombra del Cavaliere. Il suo nome è quasi sconosciuto alle cronache mondane e al grande pubblico, ma è lui l’uomo che gli italiani devono ringraziare (o maledire, dipende dai punti di vista) se, da Bolzano a Vallo della Lucania, riescono a vedere Striscia la Notizia, Grande Fratello o Amici.
Il merito, infatti, è tutto di Falciai: classe 1961, dopo un master in business administration all’Insead e vari incarichi in aziende di telecomunicazioni in giro per il mondo, è approdato come top manager alla corte di Re Silvio, nella Elettronica Industriale. Che non è un’azienda qualsiasi della galassia Fininvest. Dietro il nome pomposo c’è il cuore pulsante tecnologico dell’impero di Berlusconi, la rete di trasporto e diffusione del segnale dei canali Mediaset. Falciai aveva capito che il business era strategico e a un certo punto decise per il gran salto: mettersi in proprio.
FALCIAI SI METTE IN PROPRIO. Nel 2000 fondò Dmt, da una costola della Elettronica Industriale, e nel 2004 sbarcò a Piazza Affari, arrivando all’apice del suo successo.
La verità però era che Dmt rimaneva un’azienda legata a doppio filo con Mediaset, ancora un satellite in orbita attorno alla galassia Berlusconi.
Il Biscione, del resto, pagava l’affitto delle torri tivù. Tra gli specialisti della finanza Dmt veniva considerata un’azienda captive, fidelizzata. Aver trasferito una parte delle apparecchiature di trasmissione in Dmt ha significato per Berlusconi farle rimanere in mani amiche.
Come altri epigoni del Cavaliere di Arcore, Falciai sembrava ricalcare anche fuori dal lavoro lo stile di vita del suo idolo: il mondo del gossip parlava di una predilezione per le belle donne e per le barche di lusso.
A un certo punto Falciai tentò pure il gran colpo: voleva prendersi tutta la Elettronica Industriale, ma le cose non andarono come il toscano sperava. Anzi Mediaset, un po’ innervosita, bollò come unsolicited, non richiesta, l’offerta. Era il 2007 e da quel momento qualcosa sembrò a rompersi nella liason: d’altronde non si arriva così in alto, a prendersi pezzi dell’impero Mediaset, se non si è nelle grazie dell’uomo più ricco e potente d’Italia.

La crisi di Falciai: la caduta in Borsa di Dmt
Nonostante il mezzo passo falso, il cocciuto toscano ha avuto modo di dimostrarsi ancora a disposizione del Cavaliere, andando in soccorso di Fininvest. La holding che controlla l’impero del Biscione di Arcore si era ritrovata col bubbone delle Pagine Utili, il fallimentare tentativo di fare concorrenza alle Pagine Gialle. Fu Falciai a intervenire per togliere le ‘castagne dal fuoco’.
L’imprenditore rilevò le Pagine Utili, facendo un favore non da poco a Berlusconi, e Fininvest incassò i soldi sbarazzandosi di un’attività in perdita. Il manager toscano ebbe il pudore e la correttezza, comunque, di farlo con una società personale e di non far pagare al mercato, usando la Dmt.
La prima cosa che fece Falciai, fresco proprietario degli elenchi telefonici, non fu risanare l’azienda, ma, dopo appena sette mesi, portò i libri in Tribunale. La voce che circola è che abbia comprato l’azienda per fare il ‘lavoro sporco’.
DMT IN PERDITA. Poco dopo, però, le cose iniziarono a non andare per il verso giusto nemmeno in Dmt.
Due anni fa Ubs, la potente banca svizzera che aveva prestato soldi a Falciai, il quale aveva dato a garanzia proprio azioni Dmt, rivolle indietro la somma. Il titolo crollò in Borsa e qualcuno pensò che dietro le quinte ci fosse qualcuno intenzionato a scalzare Falciai.
Non accadde nulla di tutto ciò, ma tuttavia Dmt iniziò ad annaspare. Il bilancio 2009, infatti, si è chiuso in perdita e forse lo sarà anche quello del 2010.
Colpa di una divisione che andava male e che mesi fa è stata venduta, eppure il mercato ha continuato a rimanere freddo.
Mediaset continua a essere uno dei principali clienti di Falciai, ma Dmt sembra aver perso lo smalto di un tempo. Il fatto è che l’azienda non è oggi né carne né pesce: con la quotazione sono finiti nelle casse circa 100 milioni di euro, ma quei soldi di fatto non sono mai stati spesi per il big deal che gli investitori si aspettavano. E il mercato, che ha sempre avuto simpatia per lui, anche perché le torri televisive sono un tipo di attività anticiclica, ora si domanda se abbia ancora un senso scommettere su Falciai.

Pagine Utili (agli speculatori)

Tra le tante migliaia di disoccupati che la televisione del regime piduista nasconde, c’é anche la realtà di 40 cassintegrati di Pagine Utili, edito da Mondadori. Si sono riuniti in protesta a Milano in via Paleocapa, davanti alla storica sede della Fininvest per chiedere garanzie al loro futuro.

La storia

La vicenda riguarda la Pagine Utili srl della Società Editoriale Annuaristica Srl, costola di Publitalia e del gruppo Fininvest, il cui fondatore e amministratore delegato era il co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell’ Utri.

Pagine utlili, nonostante gli utili li facesse davvero, é stata sempre mantenuta in perdita per poter usufruire dell’ aiuto economico di Fininvest, che in questo modo faceva girare ingenti somme di denaro a fronte di un formale giustificativo.
Esaurito lo scopo del giochetto Pagine utili é stata ceduta in due trance all’ ingegner Alessandro Falciai, già proprietario di DMT, che nell’aprile del 2008, con pochi spiccioli, l’ha acquisita accollandosi 40 milioni di euro di debiti. Dopo l’acquisto, Falciai ha subito speso altri 495 mila euro per ristrutturare l’azienda, che ha poi messo in liquidazione il 29 dicembre 2008. Dopo soltanto 8 mesi.

I lavoratori, che in quel periodo erano in ferie obbligate, hanno saputo della messa in liquidazione di Pagine utili da un articolo apparso sul “Sole 24 ore”. Sempre in quei giorni l’amministratore delegato della società é stato ricollocato alla DMT di Falciai, mentre altri dirigenti e funzionari sono tornati in Publitalia. Un altro ancora é finito all’ Expo 2015 per la modica cifra di 240 mila euro l’anno. Dirigenti che hanno continuato a percepire gli emolumenti anche dopo la messa in liquidazione di Pagine utili, che nel frattempo sono sparite dalla circolazione. Tra loro anche i senatori Massimo Palmizio e l’ex Romano Comincioli, entrambi del Pdl.

I 40 lavoratori cassintegrati dall’aprile del 2009, sono sul piede di guerra perché ritengono di essere stati usati da una società “servita a garantire loschi interessi di speculatori senza scrupoli”. Oggi, nonostante le promesse, si ritrovano senza prospettive di impiego. Perciò si sono riuniti in protesta davanti alla sede Fininvest di via Paleocapa a Milano.
Dall’ultimo incontro avvenuto in Confcommercio il 14 maggio tra sindacati e dirigenza, non sono emerse iniziative da parte dei dirigenti Publitalia per ricollocare i dipendenti. Che rimarranno in cassa integrazione fino a fine 2010. Dopo di ché, salvo miracoli, dovranno arrangiarsi.

 

PUNTATENEWSLETTERSCRIVIREPORT EXTRA. I TELE-ABUSIVI SULLA TORRE DI RADETZKY DI Giulio Valesini, Sigfrido Ranucci

VIDEO REPORT

http://www.rai.it/dl/Report/extra/ContentItem-95d54a33-3721-4037-95d3-258558b29747.html

Report Extra. I tele-abusivi sulla torre di Radetzky
Da 40 anni decine di editori eccellenti occupano abusivamente il monumento di Verona vincolato dalla Sovrintendenza. L’anticipazione dell’inchiesta nella prima puntata della nuova stagione di Report, in onda domenica alle 21.45 su Rai3
Un’incredibile storia di abusivismo, che una volta tanto non riguarda il sud Italia, ma la civilissima Verona. Quaranta editori, alcuni eccellenti, hanno per decenni occupato abusivamente un monumento nell’indifferenza delle istituzioni, installando ripetitori, piazzando tralicci ma, soprattutto, violando il vincolo di tutela della Sovrintendenza.
Il monumento è di proprietà del demanio che nel lontano ’68 l’ha lasciato in gestione al comune di Verona, con l’impegno però che non ne fosse modificato lo stato. Negli anni invece ci si sono infilati gli abusivi. Tra questi c’è il gruppo Athesis, presieduto da Gianluca Rana, figlio di Giovanni, di proprietà degli industriali di Verona e Vicenza. Sopra la Torricella Massimiliana ci sono anche i ripetitori della Dmt di Alessandro Falciai, diventata poi Ei Towers, della famiglia Berlusconi, e quelli di Telenuovo, tra i cui proprietari c’è Luigino Rossi: per 20 anni editore del Gazzettino Veneto e proprietario della casa di moda che produce scarpe di lusso.
Il demanio ha chiesto i canoni arretrati anche alla Telecom, che trasmette le trasmissioni di La7, e alla Beta Television, di Vittorio Cecchi Gori, diventata poi Mtv Italia. Nel lungo elenco figurano anche Radio Padania Libera e Radio Universal di Giampaolo Bassi, ex Lega Nord. Abusive anche le antenne di Raimondo Lagostena, titolare di Telecampione, di Lucio Garbo di Canale Italia, di Teleradio edizioni, editore di Radio Adige, e persino di Telepace. Anche l’esercito americano ha piazzato dal 2001 i ripetitori per il segnale della sua base di Vicenza.
Ora il Demanio ha chiesto a Flavio Tosi, amministratore della città nell’ultimo decennio, di restituire il monumento libero dalle antenne e da 10 anni chiede agli abusivi di pagare i canoni arretrati e di risarcire lo Stato per gli ingenti danni provocati al monumento. Ma fino ad ora nessuno ha mai pagato, né pare abbiano intenzione di farlo. Report nella puntata di domenica sera racconterà quest’incredibile vicenda attraverso documenti inediti e svelerà quanto devono pagare gli abusivi al demanio.

 

YACHTING

La crisi di Mondomarine travolge l’indottoSavona – La crisi del big savonese della nautica Mondomarine rischia di trascinareverso il baratro altre aziende dell’indotto. È il caso della società pisana Arredamenti c&d, che ha presentato un’ingiunzione di pagamento all’azienda ligure ottenendo un primo parere favorevole dal giudice

Savona – La crisi del big savonese della nautica Mondomarine rischia di trascinare verso il baratro altre aziende dell’indotto. È il caso della società pisana Arredamenti c&d, che ha presentato un’ingiunzione di pagamento all’azienda ligure ottenendo un primo parere favorevole dal giudice. E non è l’unico fornitore a trovarsi in difficoltà e a rischiare di chiudere i battenti.
Due settimane fa Mondomarine ha chiesto di avviare la procedura di cassa integrazione straordinaria per un centinaio di dipendenti, divisi tra gli storici cantieri Campanella di Savona e la sede di Pisa. I lavoratori hanno scioperato, il 17 marzo, ottenendo la riduzione dalle iniziali 13 a quattro delle settimane di Cig. Una fase delicata nella storia ultracentenaria di Mondomarine, anche se fonti vicine all’azienda assicurano che, «una volta ottenuto il via libera dalla banche per la ricapitalizzazione, la situazione potrebbe migliorare».
Ma il tempo rischia di essere tiranno, soprattutto per quelle realtà imprenditoriali che gravitano nell’indotto. È il caso della pisana Arredamenti c&d: nell’estate del 2015 sottoscrive con Mondomarine un contratto di fornitura da 270mila euro per la produzione e il montaggio dei soffitti e della mobilia esterna dello yacht Ipanema, fuoriserie del mare da 50 metri. Arrivano altri contratti ma, a inizio 2017, iniziano a esserci i primi problemi sui tempi di pagamento.
«Ci siamo resi conto delle difficoltà economiche e anche noi, come altri, abbiamo deciso di fermare i lavori. – spiega il titolare, Roberto Ciampi – A quel punto abbiamo ottenuto una lettera di patronage firmata dall’allora presidente di Mondomarine, Alessandro Falciai, come garanzia fino a 200mila euro». La lettera di patronage (una sorta di fidejussione) è datata maggio 2016 e reca in calce la firma dell’attuale presidente di Mps, a quel tempo alla guida di Mondomarine. Restano però ancora 120 mila euro di pendenze: Arredamenti c&d presenta un’ingiunzione di pagamento e, il 3 gennaio, il giudice le dà ragione. Mondomarine presenta ricorso e il 28 giugno si terrà la prima udienza del processo. Intanto, la ditta di Ciampi rischia di fallire.
«Non abbiamo più tempo, dobbiamo pagare banche e fornitori. Siamo una piccola azienda e rischiamo il fallimento. Nell’area del Pisano non siamo gli unici».

 

Il Signore delle Torri sospeso tra Montepaschi e FCA
II personaggio Ritratto di Alessandro Falciai, che ha venduto a Berlusconi Dmt, mettendo in tasca 400 milioni___ H Signore delle Torri sospeso tra Montepaschi e Fca Ecco dove ha investito la liquidità ricavata: in portafoglio c’è anche Gazprom, Saipem e molti immobili, anche all’estero Riservato, oculato e attento a rispettare la regola numero uno della finanza: la diversificazione. Prima top manager, poi imprenditore, oggi uomo d’affari. Alessandro Falciai, ex mister «torri» e oggi mister (quasi) 2% di Mps, dopo la cessione della sua Dmt alla Ei Towers di Silvio Berlusconi a gennaio 2012 si è costruito un portafoglio stimato oggi in circa 400 milioni di euro. Tutti asset, compresa la quota dell’1,9 per cento nel Monte, che fanno capo alla holding finanziaria Millenium Partecipazioni, fondata il primo gennaio del 2000 a Milano e che tuttora ha sede sotto la Madonnina. È con la cessione – avvenuta in più step – della quota pari al 39% in Digital Multimedia Technologies che Falciai diventa un uomo «molto liquido». La società viene valutata quasi 320 milioni di euro. Ma, con il cash intascato, che cosa ha comprato oltre a Mps? Parte dei soldi in Italia – e non è un mistero – li ha messi nell’antica passione, le barche. Nell’estate 2013 ha comprato l’80 per cento di Mondo Marine – che aveva conosciuto come cliente per un intervento di manutenzione del suo yacht – e i Cantieri di Pisa a maggio di quest’anno. Se queste sono le operazioni più note, in realtà l’uomo d’affari livornese – figlio e nipote di ammiragli della Marina ed ex ufficiale dell’Accademia navale – sottotraccia si è costruito una piccola galassia di partecipazioni: finanza, private equity e immobiliare sono le tre gambe su cui è stato costruito il portafoglio, con un net asset value distribuito al 40 per cento nelle partecipazioni finanziarie, per un altro 40 per cento nel private equity e un restante 20 per cento nel real estate. La prossima mossa più probabile, attesa forse già nell’anno che sta per cominciare, è la quotazione al Nasdaq di Qardio, una bio-tech nata a Londra tre anni fa di cui è socio al 10 per cento. Ma nel pacchetto di private equity dell’ex « mister torri» so- no entrate anche altre attività tech, u fiuto di Falciai lo ha indotto a puntare su un’altra società del settore, la Hyperstem di cui è socio (con il 15%) assieme a un guru delle staminali, Angelo Luigi Vescovi, professore di Biologia cellulare all’Università Bicocca di Milano. Nata nel dicembre del 2014 a Lugano, Hyperstem è attiva nel mercato delle staminali e nello sviluppo di terapie innovative. Parte della liquidità ha finanziato anche la creazione della società di energie rinnovabili Air Light Energy, che ha sede nel Canton Ticino e di cui ha il 25 per cento. Poi c’è la finanza, con Mps unica quota strategica e di medio-lungo periodo e dove Falciai si aspetta di recuperare la perdita in Borsa: le azioni Mps hanno un valore di carico di circa il 15% superiore ai valori attuali. Ma ci sono anche altre piccole partecipazioni, del valore di qualche milione di euro ciascuna, in Fca (in carico a 6,5 euro e che oggi vale circa 12,8), Gazprom e Saipem, entrambe in carico su valori attuali. Titoli selezionati dal cugino Roberto Dopo le tlc ha diversificato: finanza ma anche biotech e mattone Russo, amministratore delegato di Assiteca sim, la società di consulenza finanziaria indipendente creata nel settembre 2012 con i soldi di Falciai. La sim è di maggioranza in capo a Falciai e sono soci anche il cugino e Assiteca spa, società di brokeraggio assicurativo quotata all’Aim presieduta da Luciano Lucca. Infine il «mattone». Nel real estate Falciai ha comprato immobili dove era di casa, cioè in America Latina e a Panama. Poi è arrivato in Europa: in Svizzera, in Spagna e in Italia, dove ha un palazzo a Roma e terreni agricoli in Toscana. Per ora è tutto. Ma arriveranno altre acquisizioni, perché la liquidità incassata con la cessione di Dmt non è ancora finita ed è incrementata dai profitti derivanti dagli asset. Millenium Partecipazioni ha chiuso il 2014 con un utile di 50,8 milioni di euro interamente riportato a nuovo che si aggiunge a 2,4 milioni di prolfitto da esercizi precedente. In futuro, sono attesi altri investimenti nelle bio-tecnologie, nell’immobiliare in Italia e Spagna (turismo) e nella nautica sempre in Italia. Ma qui sembra essere esclusa l’acquisizione di altri brand. FAUSTA CHIESA • Alessandro Falciai è a capo di una holding finanziaria, Millenium Partecipazioni srl, con un portafoglio di asset del valore di circa 400 milioni • Tra gli asset, c’è anche una quota di Banca Mps vicina al 2 per cento i Livornese, 54 anni, è laureato in ingegneria aerospaziale • Nel 2000 ha ‘- fondato Dmt (Digital y Multimedia * Technologies), che ha i quotato a Piazza Affari e che a inizio 2012 ha venduto a Ei Towers Millenium Alessandro Falciai

 

IL NEO-PRESIDENTE MPS ALESSANDRO FALCIAI HA INVESTITO 200 MILIONI DI SOLDI SUOI (CHE ORA VALGONO 14) NELLA BANCA SENESE MA PER “COPRIRSI” DALL’INVESTIMENTO AVREBBE SOTTOSCRITTO UN DERIVATO-PARACADUTE CON UNA BANCA D’AFFARI STRANIERA: HA RINUNCIATO A POSSIBILI GUADAGNI DAL RIALZO MA SI È COMPRATO UNA COPERTURA DI GARANZIA SUI RIBASSIw

 

Sale sullo scranno più alto della banca nel momento più delicato per Mps. Il futuro presidente Alessandro Falciai avrà il suo bel daffare. Ma lo sprone deriva anche dal fatto che Falciai ha messo soldi suoi nella banca. Ha investito circa 200 milioni che oggi sulla carta ne valgono solo 14. Ma Falciai si è già fatto il paracadute.

Falciai ha cominciato infatti a investire sui titoli della banca toscana nel 2014. Piccoli pacchetti fino ad accumulare una quota che oggi vale l’1,8% del capitale.  A fine del 2014 risultava possedere, secondo la relazione sulla remunerazione, 84 milioni di titoli della banca detenute dalla sua Millenium Partecipazioni srl. Era l’anno dell’ennesimo buco della banca con un passivo di oltre 5 miliardi nel conto economico.

Forse Falciai, reduce da una storia di grande successo imprenditoriale con la sua Dmt, la società delle Torri di trasmissione fusa per incorporazione con la EiTowers e che gli ha consentito di uscire nel 2013 con una pluvalenza personale di 150 milioni, pensava che quella banca così malmessa avesse toccato il fondo e potesse solo rinascere. Non è stato così. Ma a questo punto la mossa Falciai l’aveva già fatta. E non poteva tornare indietro.

Nel 2015 prosegue lo shopping avviato l’anno prima. Compra azioni sia in aumento di capitale (l’ennesimo) sia subito dopo per un esborso complessivo di altri 57 milioni. Sommati agli acquisti del 2014 risulta, da fonti contattate da Il Sole 24Ore, che l’intero investimento in Mps sia costato circa 200 milioni. Oggi Falciai è titolare di 54 milioni di azioni che ai prezzi attuali valgono poco più di 14 milioni. Un disastro a vederla così per l’imprenditore che è stato capace di costruire dal nulla il mercato delle Torri di trasmissione per i media e le tlc quando quel business era solo per adepti.

Un business da cui è uscito con un lauto guadagno che a guardar bene è finito in massima parte investito nella banca toscana. Quel passaggio dall’industria alla finanza con il senno di poi non è stato certo felice. Ma Falciai non è affatto uno sprovveduto. Quell’investimento che l’ha portato a essere uno dei grandi soci di Mps meritava più di un’attenzione. Cosa che l’ex patron di Dmt ha fatto con cura.

Secondo quanto ha appurato Il Sole 24Ore, la pesante minusvalenza milionaria sulle azioni della banca è solo apparente. Falciai infatti avrebbe sottoscritto un collar, un derivato che implica la vendita di un’opzione call sulle azioni Mps e il contemporaneo acquisto di un’opzione put a protezione ovviamente dell’investimento.

Un’operazione fatta con una banca d’affari straniera, che scadrà nel 2019, a costo zero per Falciai che ha pagato il costo della put con l’incasso della vendita della call. Un paracadute insomma che in questo momento salvaguarda il valore dell’investimento. Falciai ha rinunciato a possibili guadagni dal rialzo, ma si è comprato una copetura di garanzia sui ribassi di Mps. Lungimirante. Si vedrà tra 3 anni alla scadenza del contratto. C’è da chiedersi se si è coperto a sua volta chi ha venduto la put a Falciai. In fondo nella lotteria dei derivati chi non si copre dal rischio sarà quello che pagherà per tutti.

ASSEMBLEA 6 MAGGIO 2011-LISTA MILLENIUM CDA-EL TOWERS

LINK DOCUMENTI:

http://www.eitowers.it/bin/375/C_107_comunicazioniAssemblea_35_allegato_it.pdf

 

 

Mps, indagato il presidente Falciai

La sua riconferma alla presidenza di Monte dei Paschi di Siena sembrava essere cosa sicura. Ma, improvvisamente, Alessandro Falciai ha ritirato la sua disponibilità alla nomina. Alla base della decisione, inizialmente giustificata ufficialmente «per sopraggiunti motivi personali», c’è in realtà un’indagine della Guardia di Finanza, su mandato della procura di Savona, sui cantieri navali Mondomarine, di cui Falciai è azionista di maggioranza.  

 

Secondo quanto anticipato ieri dal Secolo XIX, Falciai è indagato in qualità di ex presidente di Mondomarine insieme ad altre quattro persone, tra cui soci, amministratori e consulenti. Le ipotesi di reato della Procura, vanno dalla bancarotta alla truffa passando per altri reati finanziari relativi agli anni 2014, 2015 e 2016. Lo stesso manager, dopo le anticipazioni di stampa, aveva fatto sapere che l’indagine «è un atto dovuto ed è conseguenza dell’azione di responsabilità promossa dall’imprenditore – in qualità di azionista di maggioranza – nei confronti di amministratori e sindaci della società. Falciai – si legge ancora nella nota – esprime anche soddisfazione per il tempestivo intervento della magistratura volto a fare chiarezza sulle eventuali responsabilità di manager e amministratori che hanno portato all’attuale situazione di crisi». 

 

Oggi la decisione del passo indietro nella corsa alla carica di presidente di Mps. «Ho fatto un passo indietro da Mps per senso di responsabilità», ha spiegato all’Ansa. «L’indagine che mi riguarda si riferisce a fatti che nulla hanno a che vedere con la banca Mps – ha aggiunto -. Ma ritengo che sia meglio non rischiare di creare inutili e pericolose strumentalizzazioni a un istituto che sta attraversando un momento delicato. Mps deve andare avanti per una strada che, sono certo, la farà tornare fra le principali banche italiane». 

 

Lunedì a Siena si terrà intanto l’assemblea di Mps per la nomina del cda, che sarà espressione del nuovo assetto societario, con il ministero dell’Economia azionista di maggioranza al 68,25% e Generali al 4,32%. Nel presentare la lista per il cda, il Tesoro aveva di fatto confermato Alessandro Falciai alla presidenza e Marco Morelli come amministratore delegato.  

( la stampa -lorenzo cresci)

Mps, Falciai si ritira dalla presidenza per l’inchiesta sui cantieri Mondomarine

“Per sopraggiunti motivi personali” il presidente si è reso “indisponibile ad accettare la candidatura” del Tesoro, giunta un mese fa e al voto lunedì in assemblea. Decisiva l’inchiesta di della procura Savona sui cantieri Mondomarine, dove l’imprenditore è indagato per irregolarità amministrative

Colpo di scena a Siena, alla vigilia dell’assemblea del Monte dei Paschi. Il Presidente del Consiglio di Amministrazione della banca locale, Alessandro Falciai, “per sopraggiunti motivi personali ha ritenuto opportuno comunicare la propria indisponibilità ad accettare la candidatura nella lista presentata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze”, che la riunione dei soci lunedì era convocata per votare, mentre un successivo cda poi avrebbe nominato come rappresentante degli azionisti. L’imprenditore livornese, presidente da oltre un anno dell’istituto dopo un’esperienza manageriale in Mediaset e, poi come proprietario delle antenne tv comprate da Ei Towers, avrebbe scelto di recedere, dopo che a Savona è stato indagato per le irregolarità amministrative dei Cantieri di Pisa – di cui è proprietario dal 2013 tramite Mondomarine – emerse dopo la sua stessa azione di responsabilità contro i manager dell’azienda.

Falciai era stato incluso nella lista presentata dal Tesoro (maggiore azionista della banca con quasi il 70%). Ma ora ne esce, in seguito ai ripensamenti avuti nei Palazzi del governo, e relativi al suo coinvolgimento nell’inchiesta per le irregolarità amministrative emersa settimana scorsa a Savona, dove 10 persone sono indagate per reati da falso in bilancio a truffa, bancarotta, ricorso abusivo al credito. Falciai, che fino al 2016 è stato anche presidente dei cantieri Mondomarine, si era rivolto alla procura locale per difendere i suoi diritti di azionista di Mondomarine, società in condizioni difficili che sta trattando per vendere.

In una fase delicata per la banca senese, di cui Falciai è anche azionista con il 2% – investimento diluito quasi a zero dopo la ricapitalizzazione dedicata al Tesoro e ai bond subordinati – e con l’audizione del ministro Pier Carlo Padoan in vista alla commissione di inchiesta bancaria (e in agenda sempre per lunedì), sembra che nel governo sia prevalsa la linea della cautela, per cui il presidente sarà scelto tra un altro nome della lista diramata il 23 novembre. Potrebbe toccare ad Antonino Turicchi, alto dirigente di via XX settembre che già siede nel consiglio della banca senese; ma l’azionista pubblico sta cercando anche altre soluzioni, e potrebbe integrare la lista dei consiglieri entro lunedì.

( repubblica -andrea greco)

Mps, il presidente Falciai rinuncia alla ricandidatura perché indagato

Alessandro Falciai, presidente di Mps, ha ritirato «per ragioni personali» la candidatura nella lista presentata dal Tesoro per il rinnovo del Cda. C’è un’indagine della Guardia di finanza sui cantieri navali Mondomarine dietro la decisione. In base a quanto si apprende, il manager è indagato in qualità di ex presidente dell’azienda in un’inchiesta della procura di Savona che ipotizza

reati societari.

SENTENZA A FIRENZE 07 dicembre 2017

Processo Alexandria, ex vertici Mps tutti assolti in appello

La notizia del ritiro della candidatura è stata diffusa nel tardo pomeriggio. «Il presidente del consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, Alessandro Falciai, per sopraggiunti motivi personali, ha ritenuto opportuno comunicare la propria indisponibilità ad accettare la candidatura nella lista presentata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, in vista dell’assemblea dei soci del prossimo 18 dicembre», recitava la nota della banca.

Nel presentare la lista per il Cda il Tesoro aveva di fatto confermato Falciai come candidato alla presidenza e Marco Morelli come amministratore delegato.

Poco più tardi, parlando alle agenzie, Falciai ha chiarito le ragioni della sua scelta: «Ho fatto un passo indietro da Mps per senso di responsabilità», ha detto. «L’indagine che mi riguarda si riferisce a fatti che nulla hanno a che vedere con la banca Mps ma ritengo che sia meglio non rischiare di creare inutili e pericolose strumentalizzazioni a un istituto che sta attraversando un momento delicato. Mps deve andare avanti per una strada che, sono certo, la farà tornare fra le principali banche italiane».

AZIONI 21 novembre 2017

Mps, la quota del Mef verso il 68%

Il manager che è ancora azionista di maggioranza dei cantieri Mondomarine (con attività a Pisa e a Savona), dopo aver cercato negli ultimi 12 mesi una soluzione alla crisi della società, recentemente ha affittato i due cantieri a un operatore italiano, garantendo occupazione e continuità aziendale. In base a quanto si apprende, lo stesso Falciai avrebbe inoltrato ai magistrati l’analisi da lui commissionata a Pwc per una verifica contabile della situazione dei cantieri. Questa avrebbe messo in luce diverse ombre nell’operato degli amministratori, a loro volta tutti indagati. Il ministero dell’Economia, intanto, secondo quanto riferiscono fonti a esso riconducibili è «al lavoro per un’altra candidatura alla presidenza del Monte dei Paschi di Siena». Nella prossima assemblea «la lista sarà integrata con un altro nome».

(il sole 24 ore)

Etruria, Consoli (ex Veneto Banca): “Incontro anche con Boschi, ma non proferì parola”

L’ex numero uno dell’istituto di credito veneto davanti alla commissione d’inchiesta sulle banche conferma lo scoop del Fatto Quotidiano: il summit di Arezzo ci fu. E l’ex ministra era presente anche se non disse nulla. Nelle stesse settimane aveva interessato della questione anche il numero uno di Consob, Vegas

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, l’incontro a casa Boschi tra i vertici di Etruria e Veneto Banca ci fu. E tra i presenti c’era anche Maria Elena Boschi, in quel momento ministra delle Riforme del governo di Matteo Renzi. A confermare lo scoop del Fatto Quotidiano è uno dei protagonisti di quel summit: Vincenzo Consoli. “Il ministro Maria Elena Boschi partecipò a un incontrò con i vertici di Banca Etruria e di Veneto Banca nella casa di famiglia ad Arezzo nella pasqua del 2014, per un quarto d’ora, nel quale non proferì parola, dopo di che si alzò e andò via”, ha detto l’ex amministratore delegato dell’istituto di credito veneto in audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. La riunione – ha aggiunto Consoli  – avvenne “perchè sapemmo che Etruria aveva ricevuto da Bankitalia una lettera simile alla nostra” nella quale chiedeva l’aggregazione con un partner di “elevato standing” e indicandolo poi in Popolare Vicenza. Perché il ministro delle Riforme doveva partecipare ad un vertice del genere, organizzato peraltro nella sua casa di famiglia, anche senza proferire parola? Questo Consoli – che è imputato per ostacolo alle autorità di vigilanza – non lo dice.

Le sue parole, però, preannunciano una giornata pesante per la sottosegretaria del governo Gentiloni. La seconda di fila, visto che giovedì 14 le dichiarazioni del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, avevano fatto riesplodere le polemiche sulla politica di Laterina. “Su Banca Etruria ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi, che espresse un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro”, ha detto alla Commissione il presidente della Consob. Che incontrò Boschi più volte tra l’aprile e il maggio del 2014. Boschi era diventata ministro a febbraio. Tra marzo e aprile, dunque, partecipa agli incontri con i vertici di Veneto Banca e Banca Etruria e interessa della questione il numero uno della vigilanza di mercati.

In quelle settimane sia Etruria sia Veneto Banca erano nel mirino della Vigilanza di Bankitalia che aveva ispezionato gli istituti nel corso del 2013 traendone a fine anno conclusioni piuttosto dure: le due banche erano messe talmente male da aver bisogno di un matrimonio d’onore e l’unica sposa rimasta sul campo era la Popolare di Vicenza di Gianni Zonin. I vertici dei due istituti però non ne vogliono proprio sapere. Da qui l’incontro a Laterina che però non porta a niente. Mentre poco dopo un blitz di Bankitalia porta alla rimozione dei vertici di Banca Etruria e così il 5 maggio Pier Luigi Boschi diventa vicepresidente dell’istituto Etruria: una nomina che la ministra preannuncia a Vegas in uno degli incontri ad aprile.

“Io non ho mai fatto pressioni”, ha ripetuto per tutta la giornata di giovedì la sottosegretaria. Accusata dalle opposizioni di avere mentito in Parlamento per difendersi dalla mozione di sfiducia del dicembre 2015 sul caso Banca Etruria e invitata alle dimissioni, la posizione dell’ex ministro è stata blindata nelle scorse ore dal premier Paolo Gentiloni. “Non sono il giudice del valore aggiunto o non aggiunto. Penso che Maria Elena abbia chiarito tutto quello che c’è da chiarire, quindi sarà candidata dal Pd e mi auguro che abbia successo”. Pochi minuti dopo Consoli avrebbe cominciato la sua deposizione a Montecitorio. Un’audizione in cui l’ex numero uno di Veneto Banca ha raccontato che Gianni Zonin, presidente della banca popolare di Vicenza, nel dicembre 2013, sottolineò come l’operazione di fusione fra i due istituti di credito fosse “fortemente caldeggiata dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, con il quale aveva avuto una lunga telefonata”. “Io – ha aggiunto Consoli – ho sempre pensato alla Banca d’Italia come una sorta di Madonna che non si può toccare.  Ma è chiaro che c’è stato qualche errore”.

Ma non solo. Perché a legare Consoli alla famiglia di Laterina ci sono anche alcune chiamate più recenti: risalgono al 3 febbraio 2015, subito dopo il decreto legge varato dal governo Renzi per la trasformazione delle banche popolari in Spa, Etruria compresa; e una settimana prima il commissariamento della banca di Arezzo. Boschi era vicepresidente dell’istituto da quasi un anno e cercava un salvatore. Per questo si rivolge a Consoli, impegnato a sua volta nel tentativo di alleggerire l’attenzione di Bankitalia su Veneto Banca e in cerca di sostegni politici a Palazzo Chigi. E Boschi lo rassicura. Con queste parole: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. Il presidente ovviamente è Matteo Renzi. Del resto, l’aveva annunciato in una telefonata precedente avuta con Vincenzo Umbrella, capo della sede fiorentina di Bankitalia. Dice Consoli: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fa, mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”.

Alla Commissione banche Consoli ha detto che voleva parlare con Renzi “per dirgli di stare attento a una riforma delle banche popolari fatta in tempi così brevi” e “modificarla”. Un tentativo “che fecero anche altri presidenti e vertici di istituti popolari” ma l’incontro non ebbe luogo. L’ex banchiere ha confermato quanto detto nella telefonata con l’allora capo della sede di Bankitalia di Firenze nella quale faceva riferimento a una prossima telefonata con il vicepresidente di Etruria per chiedergli se poteva intercedere presso la figlia Maria Elena o il premier. “Si certo – spiega Consoli – era un momento in cui c’era il famoso decreto popolari, la nostra era una preoccupazione comune. Io cercavo di andare al massimo vertice”.

L’incontro a casa Boschi, attorno alla Pasqua del 2014, poi, serviva “a capire se i vertici di Arezzo si dimettevano o no” a seguito della lettera di Bankitalia. Scopo dell’incontro, spiega ancora Consoli, non era sapere perché Popolare di Vicenza veniva indicata da Bankitalia come partner per entrambi gli istituti, ma “sapere come si sarebbero comportati loro”, in Banca Etruria. Successivamente “noi di Veneto Banca siamo andati tutti a casa, quelli di Banca Etruria no”, ricorda Consoli, aggiungendo che per i legali dell’istituto veneto “Bankitalia non aveva i poteri di rimozione” e si sarebbe potuto fare ricorso al Tar, cosa che però preferirono non fare. Consoli ha poi aggiunto che dopo l’incontro di Pasqua 2014 non ha visto più né Maria Elena Boschi né il padre Pier Luigi con il quale ebbe poi una telefonata “dove mi disse di aver parlato con qualcuno della vigilanza romana di Banca d’Italia” in merito alla possibile fusione con Vicenza.

(ilfattoquotidiano)

Audizione boom di Vincenzo Consoli ex ad di Veneto Banca: vigilante Carmelo Barbagallo “sbugiardato” su BPVi. Tra solita Boschi e new entry Berlusconi “garante” per Verdini è Orfini a colpire: Antiga testimoni su Banca d’Italia

Due audizioni, quella degli ex amministratori delegati di Banca intermobiliare Pietro D’Aguì e soprattutto quella dell’Ad di di Veneto Banca Vincenzo Consoli, ammesse con scetticismo per la loro condizione di indagati, irrompono con forza nello scenario storico dei fatti che a fatica la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche sta cercando di ricostruire e piazzano potenti mine sulla credibilità di figure in teoria insospettabili. E’ il caso del capo della Vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo il quale, dopo avere totalmente negato, nella stessa stanza al quarto piano di palazzo San Macuto dinanzi al “parlamentino” inquirente, di avere, mai e poi mai, detto ad alcuno che la banca di “adeguato standing” con cui la Veneto avrebbe dovuto fondersi fosse la Banca Popolare Vicenza di Gianni Zonin, oggi è stato seccamente smentito.

Le sue parole sono risultate talmente in contrasto con i dettagli, con la sequenza logica di fatti e circostanze, con la lucida completezza anche documentale di D’Aguì e Consoli, che si annunciano sviluppi clamorosi. Il primo è quello, quasi finale, di Matteo Orfini che chiede con insistenza a un apparentemente riluttante Pier Ferdinando Casini l’audizione urgente dell’ex vice presidente nel 2013 di Veneto Banca, Franco Antiga, per confermare l’affondo di Consoli, audizione necessaria “prima di quella conlcusiva di martedì del governatore di bankitalia Ignazio Visco” ha sottolineato il membro della Commissione d’inchiesta sulle banche nonchè presidente del PD.

Appena Casini, dopo la solita nervosa conduzione dei lavori, ha chiuso la seduta, gli uffici sono, quindi, andati a passare ai raggi X l’audizione di Barbagallo per verificare con certezza se quella sua negazione, peraltro pronunciata più volte con ostentata indignazione, fosse avvenuta in sede di audizione testimoniale, ovvero con l’obbligo della verità la cui violazione concreterebbe il reato di falsa testimonianza.

Se questa sua specifica dichiarazione è stata pronunciata al di fuori di tale vincolo, il capo della vigilanza dovrà presentarsi nuovamente dinanzi alla Commissione per rispondere questa volta nella veste di testimone. Diversamente non sarà necessario, ma rischierebbe di assumere la veste di indagato affinché la Procura, già al lavoro sugli stessi fatti, accerti se abbia mentito o detto la verità.

Per chiudere il cerchio la Commissione, lunedì mattina, dopo l’esito della verifica degli uffici, al termine dell’audizione del ministro Padoan, deciderà con molta probabilità di convocare d’urgenza l’ex vice presidente di Veneto Banca Franco Antiga, non indagato in alcun procedimento penale a differenza di Consoli e D’Aguì, perché fornisca la sua versione da mettere a confronto con quella di Barbagallo.

Ecco la cornice dei fatti in cui si colloca l’elemento controverso.

Il 6 novembre 2013 Bankitalia consegna a Veneto Banca una lettera che suona condanna senza appello il cui tenore è il seguente. L’ispezione, durata mesi, è andata male, non c’è altra via di salvezza che cercare un partner di elevato standing con cui fondersi ma nessun consigliere di Veneto Banca potrà trovare posto nella governance del nuovo istituto.

Il 18 dicembre 2013 Barbagallo ribadisce a voce tali condizioni al presidente di Veneto Banca Trinca e il giorno dopo anche all’amministratore delegato Consoli aggiungendo che la banca di elevato standing cui consegnarsi è la BpVi. Barbagallo avrebbe detto “Zonin aspetta una telefonata”.

All’obiezione di Consoli (che – fa presente – lo chiamerà al suo rientro da Barcellona dove dovrà andare nei giorni successivi), il dirigente Barbagallo sarebbe stato lapidario ed avrebbe di fatto ordinato: “Zonin lo incontra subito”.

L’ad di Montebelluna cede, tant’è che prende appuntamento con Zonin per il 27 dicembre a pranzo nella sua residenza di Aquileia. Sul contenuto del colloquio a tavola le versioni sono da tempo divergenti. Per Zonin si parlò solo cinque minuti perché capì subito che “dall’altra parte non c’era intenzione alcuna”, per Consoli, secondo quanto già dichiarato alla procura, quello del patron della Bpvi era un diktat irricevibile per le condizioni imposte: obbligo immediato di dimissioni, advisor unico per il concambio e nessuno di Veneto Banca nel nuovo istituto.

Oggi però l’ex ad di Veneto Banca, citando un verbale di gennaio 2014, racconta in più che quando Barbagallo si presentò al Cda volle prima parlare riservatamente con lui e Trinca. Ai quali, senza mezzi termini, ribadisce che la banca prescelta è quella di Zonin. Al che il presidente “divenuto paonazzo” (così ricostruisce Consoli) avrebbe avuto una forte reazione nervosa, tant’è che, rientrati nella stanza dei colloqui ufficiali, il presidente, presente tra gli altri anche il vice Antiga, presente Barbagallo, dice “questi signori ci vogliono portare sempre allo stesso posto”, cioè tra le braccia di Zonin.

Il nuovo capitolo, frutto di un fuoriprogramma, che si aprirà lunedì, proprio nel rush finale della maratona commissariale, potrebbe quindi riservare colpi di scena, con il ritorno di Barbagallo (sempreché non abbia già parlato da testimone) in Commissione e il suo dovere fare i conti con una verità che potrebbe risultare imbarazzante proprio il giorno prima dell’attesa audizione del governatore di Bankitaklia Visco la cui firma è in calce alla lettera del 6 novembre 2013.

Il tutto anche perché Consoli in oltre due ore di audizione offre un quadro di notizie e di riscontri completo, documentato, apparso ai più convincente.

Un quadro dal quale, nella fitta sequenza di date e di dati, emerge il filo di una serie impressionante di anomalie. Su tutte la durezza delle contestazioni di Bankitalia all’esito della seconda ispezione, appena pochi mesi la prima che non rileva particolari criticità; l’intimazione di fatto a consegnarsi alla banca di Zonin che pure sta peggio e senza alcuna rappresentanza nel nuovo istituto nonostante la Veneto, banca popolare come la vicentina, avesse dimensioni e numeri analoghi e dovesse rispondere a 80 mila soci; il superamento da parte di Veneto banca degli stress test condotti dalla Bce (superamento che la Bpvi consegue solo grazie all’aumento di capitale di 253 milioni operato il giorno prima in un Cda riunito in fretta di sabato sera sotto la regia del super-consulente reclutato direttamente dalla segreteria di Draghi) dopo che Banca d’Italia non le aveva dato scampo. Come è stato possibile tutto ciò?

Consoli preferisce non esprimere valutazioni ma puntare sui dati storici e documentali e tuttavia una tesi esce prepotente dalle sue parole. Una tesi che, anche nell’integrazione verbale di diversi parlamentari, si può riassumere così: una regìa precisa dà vita a ispezioni che in modo strumentale e in contrasto con i numeri dei bilanci su azioni finanziate, crediti, conflitti d’interesse (al punto che alcuni errori evidenti sono ancora oggi senza spiegazione) devastano la Veneto, ne cacciano gli amministratori e fanno di tutto per regalarla di fatto a Zonin.

Strategia che avrebbe inquietanti analogie con quella esercitata su Banca Etruria, anche se in questo caso le criticità documentate sono reali, ben più forti ed evidenti. Ma anche Etruria riceve la stessa lettera e anch’essa viene spinta tra le braccia di Zonin.

E’ per questa ragione – chiarisce Consoli – che a marzo 2014, un Trinca frastornato e disorientato, in lotta contro il tempo perché il diktat di Bankitalia va eseguito prima dell’approvazione del bilancio prevista entro aprile, chiama il suo ex collega parlamentare Fornasari, presidente di Etruria, per incontrarlo e capire come si stia muovendo, nella speranza di un’intesa per lottare contro il destino comune.

E’ l’incontro che il 14 marzo si tiene a Laterina, nella casa del consigliere Luigi Boschi, che due mesi dopo sarebbe diventato vice presidente, ed al quale per un quarto d’ora, partecipa anche la figlia Maria Elena da pochi giorni nominata ministro.

“Si limitò ad ascoltare” precisa Consoli, ma quella presenza accende speranze se è vero che Luigi Boschi, in una telefonata intercettata, quando per Veneto una soluzione accettabile non si vede all’orizzonte ed anzi affiorano timori sull’annunciata riforma delle banche popolari, gli promette che gli farà incontrare la figlia o, meglio ancora, il presidente del Consiglio.

Ma “dopo quel momento – osserva Consoli – non ho più visto né sentito nessuno di loro, né mai ho incontrato il presidente”.

Al che – conclude uno dei commissari d’opposizione – “quello del signor Boschi era solo millantato credito”.

Ma questa è un’altra storia e riguarda solo la contesa politica, così fortemente intrecciata con la partita che si gioca a palazzo San Macuto.(Vicenza Più)

Ubi, la procura chiede il processo per Bazoli e Massiah

La richiesta confermata all’udienza preliminare. Le accuse sono di ostacolo agli organismi di vigilanza e di presunte interferenze illecite in vista della formazione dell’assemblea del 2013.

Il pm di Bergamo Fabio Pelosi ha insistito nella richiesta di rinvio a giudizio per 31 imputati (30 persone fisiche e la stessa banca) per il caso Ubi. La Procura, nel corso dell’udienza preliminare, ha chiesto il processo, tra gli altri, per il banchiere Giovanni Bazoli e per il consigliere delegato Victor Massiah.

Le accuse sono di ostacolo agli organismi di vigilanza e di presunte interferenze illecite in vista della formazione dell’assemblea del 2013. Quando la Procura di Bergamo ha chiuso le indagini su come veniva gestita la banca e su come si alternavano le cariche al potere, ha concluso con l’accusa che vi sarebbe stato un patto occulto tra i bergamaschi e i bresciani per influire sulle assemblee e sulle maggiori decisioni del gruppo.

LEGGI. L’incontro segreto con i soci bergamaschi

Il presidente emerito di Intesa Sanpaolo si è difeso dopo la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura di Bergamo: “Tutte le persone informate dei fatti conoscono i servizi che io ho reso al Paese e in particolare al sistema bancario italiano”.

(la repubblica)

«Bancapulia, fuori dal decreto salva-banche»

La «svista» del governo Rischiano il posto 38 dipendenti di Apulia Prontoprestito. «Ora la politica intervenga»

di Massimo Levantaci – la gazzetta del mezzogiorno

Una piccola scheggia, della già microscopica rappresentanza di istituti di credito in Capitanata, rischia di rimanere esclusa dal maxi-salvataggio bancario che ha portato due anni fa il governo a stanziare 20 miliardi di euro per evitare che nel crac di realtà ormai decotte finissero nel baratro anche i dipendenti. Sono stati salvati così 11 mila posti di lavoro, anche se non tutti evidentemente. Suona infatti l’allarme per impiegati e funzionari di Apulia Prontoprestito, costola di Banca Apulia, società di recupero crediti non rientrata nel perimetro delle acquisizioni e dunque tecnicamente destinata alla liquidazione coatta amministrativa nella cosiddetta “bad bank” di Veneto Banca. I 38 dipendenti che operano a San Severo, molti dei quali anche foggiani e di altre zone della provincia, si sono rivolti al presidente della Provincia, Francesco Miglio, affinchè le istituzioni del territorio attivino quell’impulso politico necessario che salvi l’occupazione e impedisca ciò che ai lavoratori coinvolti appare come un’enorme ingiustizia. Il sindacato Fisac Cgil, che sta occupandosi della vertenza, ricorda in una nota come l’iniziativa del governo avesse proprio l’obiettivo di salvare i posti di lavoro, e non vede le ragioni per le quali Apulia Prontoprestito rischi oggi di rimanere incagliata nei meccanismi di un decreto concepito per evitare almeno i licenziamenti.

«Apulia Prontoprestito – sottolinea il sindacato – è rimasta esclusa dall’operazione di salvataggio delle banche venete attuata lo scorso giugno, quando il governo, riconoscendo la situazione di dissesto di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza, ne dispose la liquidazione coatta amministrativa». BancApulia, istituto del territorio che continua ad aver sede a San Severo, rientra fra le attività acquisite da Intesa San Paolo al costo simbolico di un euro. Dei 20 miliardi stanziati dal governo con il Salva-banche, «ben 4,785 miliardi – ricorda ancora la Fisac Cgil – sono stati liquidati in favore di Intesa Sanpaolo, l’istituto che ha rilevato “certe attività, passività e rapporti giuridici” delle banche in dissesto». Qui però succede qualcosa che esclude Apulia Prontoprestito dal salvataggio: «Mentre per alcune delle altre società del “fuori perimetro” sono in corso trattative per la cessione a terzi, non sembrano esserci prospettive, allo stato attuale, per i dipendenti di Apulia Prontoprestito. Si tratta di lavoratori – sottolinea il sindacato – con età media dai 35 ai 40 anni, ben qualificati, che attualmente svolgono attività di recupero crediti. A tal proposito – rileva ancora la Fisac – va considerato che la massa ingente dei crediti deteriorati delle banche in liquidazione dovrà essere ceduta alla “Società per la Gestione di Attivita” (S.G.A.), società pubblica che già a suo tempo gestì i crediti in contenzioso del fallimento del vecchio Banco di Napoli, che per svolgere tale attività avrà comunque bisogno di altro personale oltre a quello impiegato attualmente».

A fronte di un così ingente esborso di denaro pubblico per il sindacato sarebbe dunque «inconcepibile» lasciare per strada 38 dipendenti con le rispettive famiglie. Sui motivi che hanno determinato l’esclusione di Apulia Prontoprestito dal salvataggio, in una relazione del comitato degli iscritti alla Fisac Cgil viene rilevato, tra l’altro, come «il decreto del 25 giugno 2017 (salva banche venete: ndr) abbia interrotto il progetto di fusione di Apulia Prontoprestito nella propria controllante Bancapulia e, ancor peggio, ha previsto la cessione di Apulia Prontoprestito da Bancapulia a Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa sancendo, ad oggi, il mancato transito del personale di Apulia Prontoprestito s.p.a. alle dipendenze di Bancapulia/Intesa San Paolo». La Fisac Cigl «auspica che, a prescindere dalle sorti della partecipazione societaria in Apulia Prontoprestito quale “società cassaforte” necessaria per la liquidazione coatta amministrativa, il personale di App segua le stesse sorti del personale di ex Banca Apulia e quindi venga assorbito da Intesa San Paolo».

SOCI POP-VENETE: «LE TOGHE DICHIARINO VENETO BANCA FALLITA. SI EVITERÁ LA PRESCRIZIONE»

(Marco Milioni)

Non ci voleva un genio per capire il Veneto sarebbe tornato prestissimo al centro dell’attenzione della grande stampa nazionale. L’inizio del processo per il crac della Popolare di Vicenza e l’audizione in commissione banche dell’ex presidente di BpVi Gianni Zonin hanno immediatamente riacceso le polveri. Da settimane per vero il professor Carlo Messina, l’amministratore delegato di Banca Intesa, il colosso italiano che ha rilevato BpVi e Veneto Banca, è impegnato nel dispensare fiducia al sistema. «A Nordest vogliamo giocare una partita importante – spiegava il top manager ancora ad agosto sulle colonne de Il Sole 24 ore – è un’area vitale, che sta crescendo più di altri territori». Parole precise cui si aggiunge una seconda considerazione di cui dà conto sempre il quotidiano di Confindustria proprio in riferimento ai rovesci degli anni passati: «É scandaloso quello che è accaduto su questi territori», un giudizio molto duro cui si aggiunge un’altra considerazione sui risparmiatori truffati. «Aspettavano da tempo un aiuto concreto a favore di chi ha perso i propri risparmi». Queste sono le parole usate per commentare l’apertura di un fondo che dovrebbe prevedere erogazioni in più tranche nell’arco di cinque anni e che stando agli intenti della banca è destinato a chi ha un reddito annuo lordo non superiore a 30mila euro.

Si tratta però di un piano che è bollato come elemosina dai risparmiatori colpiti dal crac. Basti pensare al lungo j’accuse di Luigi Ugone, presidente dell’associazione «Noi che credevamo nella Banca popolare di Vicenza» (chi scrive ha realizzato una sintesi video della serata del 30 novembre in cui i risparmiatori hanno suonato la carica contro il governo, ma non solo). Di più le recenti polemiche hanno tappezzato le pagine dei giornali quando per esempio è stata data notizia dei cosiddetti cento creditori privilegiati che pur senza meritarlo avrebbero beneficiato di ponti d’oro e di finanziamenti fiume. Francesco Celotto , è il vicepresidente dell’Associazione soci banche popolari venete, uno dei vari gruppi che è stato fondato dopo il tracollo dell’istituto berico e di quello della Marca.  Il vicepresidente dal canto suo di una situazione veneta e italiana «assai ingessata in cui è difficile capire quali siano gli spiragli per una via d’uscita» perché disastri del genere non si ripetano in futuro.

Allora Celotto come avete accolto le ultime notizie dei cento creditori benedetti dai prestiti di Veneto Banca? Il Corsera scrive che hanno procurato il collasso dell’istituto. Che cosa non ha funzionato in organi di controllo come Bankitalia, Consob e magistratura?

«È incredibile la storia dei cento creditori. Salta fuori che certi gruppi e certe persone hanno ricevuto generosi finanziamenti anche dopo la fine dell’era Consoli e dopo i rilievi della Banca d’Italia. Infatti i prestiti allegri e senza garanzie sono continuati pare fino a poco prima della dichiarazione di liquidazione coatta amministrativa del giugno 2017 con il decreto legge 99 del 2017, il cosiddetto salvabanche. Di certo chiederemo che a questo punto si faccia luce sulla gestione di Veneto Banca fino a giugno 2017 e non solo per le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza ma per altre ipotesi come la truffa».

Ai magistrati che cosa chiedete?

«Mi sembra poi evidente che la magistratura si debba muovere per dichiarare la bancarotta di Veneto Banca e con ciò l’allungamento dei termini di prescrizione. Noi vogliamo giustizia per i risparmiatori truffati e non ci accontenteremo delle briciole che il governo intende offrire con la istituzione di un cosiddetto fondo per i risparmiatori vittime di reati finanziari. Un fondo che avrebbe una dotazione esigua considerando che è rivolto a tutti i soci risparmiatori truffati non solo ai soci delle ex popolari venete. Esigiamo chiarezza, giustizia e risarcimenti congrui».

E poi?

«Chiediamo in questo senso uno sforzo al sistema bancario italiano. La banca d’Italia ha vigilato male e rimpalla le proprie responsabilità con la Consob. Se le banche vogliono dimostrare di meritare la fiducia persa rinuncino a parte dei dividendi incassati ogni anno dalla banca d’italia, duecento milioni nel 2016 ad esempio, e lo dirottino per un decennio sul fondo per i risparmiatori. Servono soldi veri diciamo almeno un miliardo, cento milioni per dieci anni, anche perchè i problemi non sono certo finiti».

Sarebbe dire?

«Basti pensare alla prossima bomba pronta a scoppiare ossia la Banca Popolare di Bari, ben 70.000 soci, le cui azioni sono invendibili. La banca non è diventata spa in seguito al congelamento del decreto di trasformazione dopo la pronuncia della consulta. Una situazione che non può trascinarsi in eterno. Quando sarà trasformata andrà in borsa e allora vedremo chi sottoscriverà l’aumento di capitale. Oggi le azioni valgono 7,30 euro ma nessuno le compera . Un domani faranno la fine delle azioni di Veneto Banca e BpVi?».

Che cosa serve al sistema quindi?

«Serve un cambio di passo a tutti i livelli e dei veri processi con pene esemplari che diano una seria lezione ai colpevoli altrimenti tra due tre anni avremo un nuovo Consoli o un nuovo Zonin».

Pochi giorni fa un’altra notizia finanziaria ha fatto parlare di sè a livello Veneto: il bond privato che finanzia con un miliardo e mezzo la superstrada Pedemontana Veneta, un’opera sulla quale le polemiche infuriano da anni. Che prospettive ci sono per gli investitori? Quanto la notizia è fondata? Come avviene di solito il collocamento dei bond?

«Il bond pare sia stato collocato a investitori istituzionali con scadenze molto lunghe e alti rendimenti. La stampa economica ne ha parlato diffusamente basti pensare al Corriere del Veneto, e poi a Cassaforense.it nonché alla Reuters».

Tutto a posto dunque?

«Di sicuro l’onere finanziario da parte di Sis per pagare l’interesse sui due bond sarà elevatissimo: 5% di interesse su 1,5 miliardi per 30 anni significa un esborso di soli interessi pari a 2,2 miliardi. Quasi il doppio del capitale. Sarà in grado di pagarli? La strada avrà un livello tale di traffico e pedaggi da sostenere finanziariamente l’opera? Ne dubito. Magari il prestito serve a portarla avanti per poi cederla ad altri. Non mi sembra che i pedaggi siano in grado di ripagare una strada che alla fine costerà tra costi e oneri finanziari quasi cinque miliardi ovvero 2,5 più 2,2».

L’opinione pubblica come sta accogliendo tutto ciò? La Pedemontana Veneta è tra le opere cantierate più importanti in tutto il Paese. Come stanno le cose?

«L’opinione pubblica veneta mi sembra dormiente. In questa regione negli ultimi cinque anni sono accadute cose turche, caso Mose, caso Pedemontana o Spv che dir si voglia, fallimento di Veneto Banca e BpVi. Sono andati persi un sacco di soldi: a spanne circa una ventina di miliardi tra sperperi, corruzione e rovesci bancari. Eppure nulla di eclatante è accaduto. Mi chiedo cosa debba accadere alla opinione pubblica perché si svegli dal torpore».

E quindi?

«Credo che questa sia una regione molto conservatrice in cui per giunta il cittadino si è ormai assuefatto ad un andazzo fatto di scandali e ladronerie. Per non parlare poi dei disastri ambientali, basti pensare al caso Pfas, che nel Veneto centrale coinvolge almeno 300mila persone».

E politicamente parlando com’è la situazione?

«Politicamente parlando poi non si vede una credibile alternativa al Carroccio e al governatore leghista Luca Zaia. Il movimento padano rischia alle prossime politiche di fare il pieno. Il tutto mentre la gente non ricorda o non vuole ricordare che Zaia era il vice del governatore azzurro Giancarlo Galan, l’uomo finito invischiato nel caso Mose».

Che cosa se ne ricava?

«O Zaia era al corrente degli intrallazzi di Galan o non si è reso conto di nulla. In un caso o nell’altro dimostra di non essere politicamente credibile. Ma la gente ha un atteggiamento fideistico verso le sue promesse da Pinocchio. E mostra di voler credere nei suoi mezzi di distrazione di massa a partire dal referendum sulla autonomia. Fumo per un popolino acerbo, acivico se non complice attivo o silente di questo disastro».

Boschi, la vendetta di Vegas

Il presidente della Consob: incontrai la ministra, era preoccupata per Banca Etruria. Gentiloni la difende: ha chiarito. Ma il Pd teme nuovi attacchi nell’audizione di Visco

GIANLUCA PAOLUCCI
ROMA (la stampa)
«Ho avuto modo di parlare della questione (di Banca Etruria, ndr.) con l’allora ministro Boschi». Sono le 14 quando le parole di Giuseppe Vegas, nel suo ultimo giorno da presidente di Consob, sollevano un nuovo caso politico. Rispondendo alle domande della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario Vegas aggiunge che Maria Elena Boschi espresse «un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro».

E in effetti sì, proprio il ricco settore orafo aretino era tra le fazioni contrarie alla fusione con Vicenza, timorosi di perdere«centralità» rispetto all’altro grande distretto orafo italiano, Vicenza. Ma tutto questo passa in secondo piano e da quel momento è il caso Boschi a monopolizzare l’attenzione dei commissari. Ogni altra questione – comprese le molte ombre sul ruolo della Consob nelle varie crisi bancarie – passano in secondo piano.

L’incontro in questione avvenne a Milano nell’aprile del 2014, quando Etruria era alla ricerca di un partner e Vicenza sembrava essere l’unica banca seriamente intenzionata a prendersi l’istituto aretino. Vegas e Boschi, spiega l’ormai ex presidente della Commissione di vigilanza sui mercati finanziari si videro in quella occasione al ristorante. Poi i due s’incontrarono almeno altre due volte: una volta poco tempo dopo al ministero, poi ancora una volta a cena a casa di Vegas «ma c’erano anche altre persone», puntualizza. Ma da quel primo accenno, evidentemente vivido nella memoria di Vegas, le sue parole diventano più fumose, i «non ricordo» si mischiano a ricostruzioni sommarie di date, fatti e circostanze.
Al punto che al termine dell’audizione i commissari Dem sospettano una sorta di agguato, una combine con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco – che sarà sentito la prossima settimana -. La riprova di questo sospetto è una domanda di Mauro Del Barba (Pd) che chiede a Vegas se abbia incontrato Visco nei giorni scorsi. Sì, risponde Vegas, ma quando deve spiegare di cosa abbiano parlato è un nuovo «non ricordo».

In uno di questi incontri – ma Vegas non ha specificato quale – la Boschi avrebbe annunciato che il padre sarebbe diventato il vicepresidente della banca. Certo, dice Vegas, «non credo che sia stato il ministro Boschi a mandare per strada 130 mila risparmiatori». Ma dalle opposizioni sono già partite le richieste di dimissioni per l’attuale sottosegretario del governo Gentiloni.

«Nessun favoritismo, nessuna corsia preferenziale», dice subito la Boschi replicando alle accuse di aver mentito quando intervenne in aula nella dibattito per la mozione di sfiducia sul caso Etruria, il 18 dicembre del 2015. La replica più velenosa è quella che stessa Boschi dice davanti alle telecamere di Otto e mezzo: «Si, ho incontrato Vegas, ci sono stati più incontri e il 29 maggio 2014, in una di quelle occasioni, Vegas mi chiese in modo inusuale di incontrarci a casa sua alle 8 di mattina, e io risposi che ci dovevamo vedere al ministero o in Consob, non a casa sua».

La data di questo incontro è importante. Il giorno prima, 28 maggio, era arrivata ad Arezzo l’offerta della Popolare di Vicenza. Mentre qualche giorno dopo – il 3 giugno, risulta dai verbali di Banca Etruria -, i vertici dell’istituto incontrarono a loro volta Vegas in Consob.

«Sono sconvolto dal fatto che questo tema sia diventato un’arma di distrazione di massa», ha detto in serata Matteo Renzi. «I controlli, anche Banca Etruria, non hanno funzionato. E parlo di Bankitalia e Consob». «Quello che dico è che anche in Banca Etruria, come tutte le banche, chi ha sbagliato paghi».

Secondo Renzi, «Non c’è alcun problema che il ministro dei Rapporti con il Parlamento incontri il capo di Consob», ha detto ancora Renzi a Piazza Pulita, aggiungendo di pensare che a suo avviso «non ci furono pressioni».

A sostegno della Boschi è arrivato anche Palazzo Chigi. «Maria Elena ha chiarito», avrebbe detto il premier Paolo Gentiloni parlando con i suoi collaboratori della vicenda. Ma il Pd ora teme nuovi attacchi alla Boschi nella prossima audizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

 

 

Caso Etruria, i timori della Boschi per la fusione e il ruolo di Verdini nell’incontro

Quando nell’aprile 2014 Maria Elena Boschi incontra Giuseppe Vegas la fusione tra Etruria e Popolare di Vicenza, che sarà poi bocciata dal cda nel quale il padre dell’allora ministra occupava la poltrona di vicepresidente, è quanto mai vicina. A dicembre il governatore di Bankitalia aveva inviato una lettera ai vertici della Banca, dando indicazioni precise: trovate presto un partner di elevato standing. Ma alla fine, era arrivata una sola proposta: quella della Popolare Vicenza. È allora che l’ansia della ministra cresce. E il “Giglio magico” si attiva. Perché la ministra, che non conosce personalmente Vegas, si rivolge a Denis Verdini per contattare il presidente della Consob. Ma sui renziani c’è anche un’altra ombra legata all’affaire popolari ed è quella dell’insider trading che ha sfiorato Matteo Renzi per le plusvalenze realizzate alla vigilia del decreto del gennaio 2015 da Carlo De Benedetti. La vicenda, archiviata da Consob e dalla procura di Roma, ieri è tornata a galla durante l’audizione di Vegas nella Commissione d’inchiesta.

I FATTI
Dopo la lettera di Vincenzo Visco, del 5 dicembre 2013, Etruria nomina due advisor, Rothschild e Lazard, per individuare i “partner di elevato standing”. Vengono contattati 28 gruppi, ma la manifestazione di interesse è una sola: quella di Bpvi. A marzo il presidente di Vicenza, Gianni Zonin, annuncia che entro un mese lancerà un’offerta su Etruria in forma amichevole. Ad aprile Maria Elena Boschi, all’epoca ministro per le Riforme, si muove. Probabilmente non conosce personalmente Vegas, così si rivolge all’amico Verdini, chiede a lui una mediazione e vola fino a Milano, per illustrare le sue preoccupazioni sulla possibile fusione al presidente della Consob. Di incontri ne seguiranno altri anche a maggio, quando Boschi annuncia a Vegas che suo padre diventerà vicepresidente della Banca. La trattativa è ancora in piedi, ma non piace ai vertici di Etruria. Il 5 giugno in una riunione tra i vertici di Etruria e il Capo Dipartimento di Banca d’Italia, il presidente Lorenzo Rosi comunica gli aspetti in base ai quali l’offerta di Vicenza non risulta accettabile. Etruria avanza una proposta alternativa. Il 18 giugno c’è un altro incontro: il cda ha bocciato la proposta. L’1 agosto la trattativa viene ufficialmente chiusa, Bankitalia contesterà ai vertici di non avere mai portato la proposta all’assemblea. La situazione precipita e la vigilanza fa partire una nuova ispezione a novembre 2014. I risultati sono pesanti: perdite per 500 milioni di euro. L’esito è il commissariamento, il 10 febbraio 2015.

L’INSIDER TRADING
Alcuni giorni prima del via libera al decreto sulle banche del 20 gennaio 2015, «ci furono dei colloqui tra De Benedetti, Fabio Panetta di Bankitalia e l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi». Comincia così il resoconto di Vegas davanti alla Commissione Banche in relazione alle indagini successivamente disposte su Carlo De Benedetti e un suo collaboratore per una sospetta operazione di insider trading, sulla quale ora la Commissione chiede gli atti alla procura di Roma. Ieri Vegas ha però escluso un ruolo attivo dell’ex premier, precisando che, a conclusione di una lunga istruttoria, «sono state archiviate sia la posizione di Renzi sia quella di De Benedetti», sebbene nel caso di quest’ultimo sia stato necessario un voto a maggioranza dei commissari Consob (uno a favore tre contrari e l’astensione dello stesso Vegas). Una vicenda esaminata dalla procura di Roma, che ha iscritto sul registro degli indagati, per poi chiederne l’archiviazione, il collaboratore di De Benedetti, e ha sentito come testi l’imprenditore e lo stesso ex premier.( il messaggero-Valentina Errante)

 

Etruria:”Visco, Ghizzoni e Consoli confermeranno”.Boschi,dimissioni in arrivo?

Etruria, Boschi: Per tutelare la stabilità del governo c’è chi auspica le dimissioni della sottosegretaria già nella giornata di oggi

Sono ore frenetiche per Maria Elena Boschi: la situazione nelle ultime ore si sta complicando terribilmente al di là delle difese di prammatica dei peones Pd mentre non è passato inosservato l’assordante silenzio di Matteo Renzi per tutta la giornata di ieri sulla vicenda, salvo parlarne in tardissima serata in tv ad una trasmissione già programmata da tempo.

D’ora in poi sarà un calvario perchè “Visco, Ghizzoni e Consoli non potranno far altro che confermare quanto detto oggi (ieri, ndr) da Vegas” racconta una fonte parlamentare di altissimo livello ad Affari Italiani. A quel punto se la sottosegretaria non si dimettesse quanto prima verrebbe messa a repentaglio la stessa stabilità del governo tanto cara al Presidente Mattarella. Per questo, riferiscono le stesse fonti, c’è chi auspica le dimissioni della sottosegretaria già nella giornata di oggi.

Perchè è vero che un sempre più imbarazzato Gentiloni lascia trapelare ‘fiducia’ nei confronti della sottosegretaria e dice che per lui la Boschi ha ‘chiarito’ ma appare sempre più chiaro che è per il paese e per gli italiani che la Boschi non ha chiarito affatto.

Quindi il problema è cosa fare, a questo punto, per garantire un ordinato proseguio di legislatura ed evitare che le vicende bancarie odierne arrivino a minare la stabilità dell’intero governo in carica. Ed anche per evitare che l’imminente campagna elettorale del Pd venga ‘minata’ alla base dalle stesse vicende: autorevoli sondaggisti parlano di una possibile perdita secca di un milione di voti per il partito di Matteo Renzi, ovvero due punti percentuali. (affari italiani)