A.S.Roma: debito non risanato e tante promesse non mantenute nel Pallotta story

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Termina qui l’avventura di James Pallotta alla guida della Roma e il bilancio della sua presidenza durata 9 anni non è esaltante. 

Bilancio in rosso su diversi punti: in primis nei conti, con l’americano che ha realizzato una perdita record di 126 mln di euro nei primi nove mesi dell’esercizio 2019/20, aggiungendosi così al debito pregresso, accumulato nella gestione Sensi, per un totale di 280 mln di euro di debito complessivo, poi nei risultati sportivi, scarsi, anche troppo per un club che aveva in rosa alcuni dei giocatori più forti della Serie A come Salah, Allison, Pjianic, venduti per sistemare le finanze del club e infine nel modo di rapportarsi con l’ambiente Roma e con i suoi tifosi. 

Nonostante le buone intenzioni e le grandi promesse fatte agli inizi: ‘l’obiettivo è vincere nel giro di 5 anni, come ho già fatto nel basket con i Boston Celtics’, recitava Pallotta nel 2012 dopo il suo arrivo, o ancora ‘lo stadio sarà pronto nei giro di due anni’, non ha mai saputo farsi amare dai tifosi giallorossi che, sin dal momento del suo insediamento, hanno manifestato perplessità e diffidenza. 

Assurdità: così i tifosi giallo-rossi hanno definito per anni il costante controllo operato a distanza da Franco Baldini, da sempre il braccio destro di Pallotta, ritenuto responsabile delle operazioni più impopolari, portate a termine dal club. Proprio la presenza costante della figura di Baldini rappresenta uno dei capi d’accusa principali rivolti a Pallotta dai tifosi. 

Le frizioni sono cominciate quando Pallotta ha definito i tifosi giallorossi ‘Fucking idiots and assholes’, quando fu esposto uno striscione in Curva Sud contro la madre di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso nella Capitale in occasione della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli nel 2014. Da quel giorno i rapporti sono andati a deteriorarsi, non solo perché Pallotta non è mai riuscito ad entrare in sintonia con la piazza ma anche per i risultati sportivi non esaltanti, a eccezione di una semifinale di Champions League conquistata contro il Barcellona. Anzi, sono state tante le delusioni della squadra nel corso degli anni, una fra tante, l’umiliante sconfitta di Luis Enrique nella finale di Coppa Italia del 2013, persa contro la Lazio. Va aggiunta, inoltre, la scarsa capacità gestionale dell’area tecnica, con decine i calciatori ceduti appena il valore del cartellino raggiungeva cifre interessanti. Per concludere, a questo si aggiunge un continuo valzer di allenatori in panchina: ne sono stati cambiati 8 in otto anni. 

A Pallotta e al suo team va comunque riconosciuto il merito per aver rilevato un club in evidenti difficoltà economiche, con un debito da 320 mln di euro, accumulato nei 18 anni della gestione Sensi, portandolo fino alla semifinale di Champions League e concludendo l’acquisto di alcuni giocatori di spessore; dall’altro canto non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la gestione di alcune vicende delicate, prima fra tutte l’addio di Totti e De Rossi. A Roma si sa, tocca chiunque tranne lui, anzi loro due! Ecco, proprio loro, che avrebbero dovuto essere trattati con il guanto di velluto, ringraziati e onorati per la loro carriera alla Roma, sono stati malamente congedati; addirittura Baldini aveva definito Totti ‘pigro’, lo stesso Totti che in un’intervista aveva detto: ‘avrei preferito morire piuttosto che vivere una giornata così, ma per il bene della Roma è meglio che io mi faccia da parte”. Totti, poi, è diventato dirigente della società, ma suoi consigli raramente sono stati presi in considerazione ed è stato costretto a lasciare anche quell’incarico, tra le polemiche. Storia diversa per De Rossi, a cui non è stato rinnovato il contratto per un altro anno, nonostante avesse le forze e le energie per continuare. Il centrocampista ha scelto di divorziare definitivamente dalla Roma e trasferirsi per cinque mesi in Argentina dove ha giocato con il Boca Juniors. Insomma, Pallotta ha fatto di tutto per non farsi amare, forse consigliato male da qualche dirigente o perché non ha mai avuto a cuore la Roma. Il suo business doveva essere lo stadio, ma i problemi legati alla politica e alla burocrazia italiana hanno fatto allungare i tempi in modo insostenibile. 

Ma ora analizziamo com’è cambiata la Roma dal 2011 ad oggi e se è cresciuta o peggiorata da quando, nell’aprile del 2011, Pallotta è divenuto azionista di maggioranza. 

È bene fare un piccolo passo indietro, a quanto terminò la gestione Sensi, durata ben 18 anni, dal 1993 al 2011, quando la Roma fu poi affidata alla cordata americana DiBenedetto. Nel 2008, con la morte di Franco Sensi e il passaaggio di presidenza alla figlia Rossella, la Roma aveva un disperato bisogno di trovare un compratore per ristrutturare il maxi-debito da 325 mln di euro di Italpetroli, trovandolo a Boston, nella cordata Usa di Thomas DiBenedetto e i suoi compagni James Pallotta, Richard D’Amore e Michael Rouane. Il 16 aprile 2011, la DiBenedetto A.s. Roma Llc diventava il nuovo azionista di maggioranza della Roma. L’accordo prevedeva che la cordata statunitense acquisisse il 60% del pacchetto di maggioranza del club capitolino, lasciando il restante 40% nelle mani di Unicredit, la quale si riservava il diritto di cederlo ad imprenditori italiani entro il primo trimestre del 2012. Era la prima volta che un club di serie A aveva una proprietà straniera e per di più con l’ambizione di lanciare un piano industriale che passasse attraverso forti investimenti nella realizzazione di un proprio stadio. Un anno dopo, il 27 agosto 2012, Pallotta fu nominato nuovo presidente della Roma prendendo il posto di Thomas DiBenedetto. 

La cifra investita dagli americani nel club giallorosso fu di circa 265 mln di euro. Investimenti che partirono dagli iniziali 48,3 mln di euro finanziati alla Neep Roma, dalla AS Roma Spv Llc per acquisire le quote della As Roma, tra azioni in Borsa e successiva Opa, con 32,2 mln quelli finanziati da Unicredit. I soci statunitensi aggiunsero poi ulteriori 30 mln di euro come quota per il primo aumento di capitale, inizialmente da minimo 50 mln di euro, con 20 milioni coperti da Unicredit. 

Successivamente, nel 2013 la Neep Roma ricevette e versò alla Roma ulteriori 14,55 mln di euro per l’aumento di capitale, 12 mln da Unicredit, mentre nel 2014 si aggiunsero altri 23,45 per l’aumento di capitale e 10 mln come finanziamento soci, tutti riferibili alla AS Roma Spv Llc. Nel 2014 venne così deliberato un aumento di capitale da complessivi 100 mln di euro, sottoscritto dalla Neep per circa 78 mln di euro, lasciando nelle casse giallorosse circa 20 mln per un futuro aumento di capitale. 

Nel frattempo cambiò l’azionariato: Pallotta, diventato presidente nel 2012, prima acquistò il 9% di Neep da Unicredit per 14 mln di euro con l’holding Raptor, poi nell’agosto 2014 acquistò il restante 31% di Neep in mano a Unicredit per 33,5 mln di euro. Nel 2015 si concluse l’operazione di rifinanziamento con Goldman Sachs, che permise a Pallotta di non dover ricorrere ad altri investimenti, almeno fino al 201, quando la Neep, dovette riaprire il portafoglio, versando 10 mln di euro come finanziamento e ulteriori 70 per l’aumento di capitale. Il secondo aumento di capitale venne concluso nel giugno 2018 e sottoscritto dalla Neep e dalla As Roma Spv Llc per un totale di 94,1 mln di euro. Nel 2018, infine,ci fu un ulteriore finanziamento soci per 8,4 mln di euro. 

Lo scorso anno, già a metà 2019, iniziarono a farsi largo le voci della trattativa tra Friedkin e Pallotta, con lo stesso club che precisò di aver avviato i negoziati per un’eventuale cessione in occasione della pubblicazione della relazione semestrale al 31 dicembre 2019. I risultati davano una perdita consolidata di circa 87 mln di euro, ma soprattutto con un indebitamento che a metà dell’esercizio toccava quota 264 mln di euro. Un campanello d’allarme che portò la società a compiere un’operazione infragruppo di 30 mln di euro: lo scorso 21 maggio il Cda approvò la cessione di crediti pro-soluto a Neep Holding, azionista di maggioranza del club giallorosso, controllata da As Roma Spv. Un’operazione di factoring con la quale la Roma cercò di frenare il disavanzo entro i 300 mln di euro. 

Gli scarsi risultati sportivi degli ultimi anni hanno contribuito a peggiorare ulteriormente lo stato di salute delle casse giallorosse, che in questa stagione hanno dovuto fare a meno degli introiti garantiti dalla partecipazione alla Champions League. Il primo semestre dell’esercizio 2019/20 si è chiuso con 40 mln di ricavi in meno rispetto allo stesso periodo nell’annata precedente, con un risultato negativo per 87 mln di euro. 

Altro tema centrale che ha contribuito a peggiorare i conti nella gestione Pallotta, è stato la questione stadio, da costruire a Tor di Valle, punto cruciale del progetto Pallotta. Ora, l’iter amministrativo, avviato nel 2012, potrebbe finalmente concludersi in autunno con una convenzione da approvare in Consiglio Comunale capitolino. Anche se ufficialmente non si fa menzione dello stadio negli accordi tra Pallotta e Friedkin, la costruzione dell’impianto rientra tra i principali obiettivi della nuova proprietà. 

Insomma, la gestione Pallotta non ha mai convinto i tifosi, che non aspettavano altro che questo momento. Oggi sui social è scattato l’hastag ‘The Independence day’, per ribattezzare così la giornata e celebrare il passaggio di mano da James Pallotta al magnate texano Dan Friedkin. ‘Una liberazione da una gestione societaria capace in 10 anni di far disamorare i tifosi giallorossi, svuotare lo stadio e allontanare due idoli come Totti e De Rossi’. Ora inizia una nuova era, sempre americana. Vietato sbagliare per la squadra, che questa sera affronta il Siviglia in Europa League. 

lde 

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MF-DJ NEWS 

0618:45 ago 2020 

(END) Dow Jones Newswires

August 06, 2020 12:49 ET (16:49 GMT)