Ritrovati documenti inediti di Vincent Van Gogh. Erano sepolti sotto il pavimento

Roberta De Carolis

greenme.it 23.3.19. van gogh ritrovamento documenti

Documenti inediti che accendono altre luci sulla vita di Vincent Van Gogh, artista geniale e misterioso che ancora oggi incanta con le sue opere esperti e semplici appassionati. Erano sepolti sotto il pavimento della sua casa di Londra e potrebbero dirci qualcosa di più della sua vita.

Un contratto assicurativo, un libro di preghiere stampato nel 1867 e alcuni frammenti di disegni mai visti prima: stando alle parole di Martin Bailey, esperto di Van Gogh e curatore della mostra ‘Van Gogh and Britain’, il ritrovamento, effettuato sotto il pavimento dell’abitazione che fu del grande pittore, potrebbe aiutare a fare chiarezza sul periodo vissuto dall’artista a Brixton, oggi distretto meridionale di Londra.

I proprietari della casa, Jian Wang e Alice Childs, hanno scoperto i documenti durante i lavori di ristrutturazione dell’abitazione, composta da tre piani e in condizioni fatiscenti al momento dell’acquisto, avvenuto nel 2012.

Van Gogh si trasferì in quella casa quando aveva 20 anni e lavorava come assistente in una galleria d’arte a Covent Garden. Si pensa che in quel periodo si fosse innamorato di Eugenie, la figlia 19enne della proprietaria, ma in realtà non ci sono prove di questo.

I documenti ritrovati accendono però diverse luci: uno è infatti un contratto assicurativo, intestato alla padrona di casa dell’epoca, Ursula Loyer, un altro è una copia malridotta del libro di preghiere ‘A Penny Pocket Book of Prayers & Hymns’ e l’altro è un insieme di frammenti di disegni ad acquerello.
van gogh doc inediti2

Il libro, in particolare, conferma che in quel periodo Van Gogh divenne fervente cattolico. L’opuscolo era stato pubblicato da una casa editrice con sede nella stessa via della galleria in cui lavorava Van Gogh. Secondo Bailey probabilmente apparteneva alla padrona di casa, ma potrebbe essere stato letto dal pittore.

Per quanto riguarda gli acquerelli, non sembrano dipinti dal grande pittore olandese, ma forse proprio da Eugenie, cosa che aggiungerebbe qualche indizio sul loro legame. Tutto è stato trovato infatti sotto le assi del pavimento della camera da letto all’ultimo piano, dove dormiva Van Gogh. Quindi tutto, in qualche modo, gli apparteneva.

van gogh doc inediti1

Ma non finisce qui: ci sono anche altri documenti molto malconci che i padroni di casa non hanno volutamente tentato di separare per evitare di arrecare ulteriori danni (si attende l’intervento degli esperti). Intanto, che il tutto fosse sotto le assi del pavimento suggerisce che l’artista li avesse volutamente nascosti per sicurezza, il che induce a pensare che avessero tutti una grande importanza per lui.

I lavori di ristrutturazione non sono ancora terminati. Quando sarà tutto perfetto, annunciano i padroni di casa, l’abitazione diventerà “sede per residenze e mostre di artisti”, per consentire agli artisti di guadagnarsi da vivere, quello che Van Gogh non è mai riuscito a fare.

Banche: Tercas, ecco la storia degli errori della Commissione Ue

firstonline.info 23.3.19

La sentenza del Tribunale Ue, che ha bocciato l’arbitrario divieto della Commissione europea all’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi nel salvataggio di Tercas e delle quattro banche del Centro Italia, ristabilisce giustizia ma chi paga la pesante distruzione di ricchezza e i danni reputazionali subiti dalla Banca Popolare di Bari e dalle altre banche italiane?

Banche: Tercas, ecco la storia degli errori della Commissione Ue

Banca Tercas, una Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, nel 2012 finisce in amministrazione straordinaria. Siamo negli anni più difficili della crisi economica. Tercas, come era giusto che fosse, fu aiutata in maniera trasparente attraverso gli strumenti messi a disposizione del sistema bancario e considerati legittimi dal sistema legislativo. Era in amministrazione straordinaria e non era possibile riportarla alla gestione ordinaria. La Banca Popolare di Bari si propose di intervenire, ma era necessario colmare la perdita che Tercas aveva nei propri conti, così il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, un fondo finanziato interamente dalle banche senza intervento di soldi pubblici, deliberò di versare la somma di circa 270 milioni, che azzerò la perdita della banca e consentì alla Banca Popolare di Bari di intervenire con un aumento di capitale che, a quel punto, fu tutto utile perché le perdite erano state eliminate.

Popolare di Bari entrò nel gruppo e l’operazione si concluse positivamente. Nulla poteva far presagire che la Commissione non avrebbe apprezzato l’intervento del Fondo. Tanto più che si trattava di interventi che il Fondo, nel corso della sua storia, ha sempre fatto utilizzando proprie risorse senza violare alcuna norma del Trattato che, nel frattempo, non era stato certo modificato. Circa 80 interventi, fatti in precedenza, che hanno tutelato depositanti e aziende che, in forme diverse, si sono salvate. Così, quasi come un fulmine a ciel sereno, nel 2013, la Commissione, con una propria nota di interpretazione, e dunque non un atto normativo, cambia il proprio indirizzo fino ad arrivare alla decisione di avviare un procedimento nei confronti dello Stato italiano ritenendo che l’operazione fosse da considerare aiuto di Stato e, dunque, avesse violato le norme sulla concorrenza. 

Da qui l’imposizione di restituire quanto erogato dal Fondo e il ricorso davanti alla Giustizia europea dello Stato italiano, del Fondo stesso e della Banca d’Italia. Oggi la sentenza sul caso specifico: “Quell’intervento su Banca Tercas del Fondo, un consorzio di diritto privato, non costituiva aiuto di Stato”. La Commissione non solo non aveva elementi per poter affermare che tale intervento sarebbe stato adottato sotto l’influenza o il controllo delle autorità pubbliche e che di conseguenza sarebbe stato imputabile allo Stato ma, al contrario, numerosi sono gli elementi che indicano come il Fondo abbia agito in maniera autonoma al momento dell’intervento a favore di Tercas. 

Questo “errore” della Commissione ha prodotto una pesante distruzione di ricchezza con  costi ben più alti di quanto sarebbe stato l’intervento del Fondo. La Banca Popolare di Bari ha subito la perdita di un miliardo nella raccolta con l’aggiunta di danni incalcolabili da un punto di vista reputazionale. A ciò si aggiunge che, successivamente, non è stato più possibile ricorrere al Fondo negando il salvataggio, che sarebbe stato possibile, delle “quattro banche” (tre ex Casse di Risparmio e una Popolare)Uno strumento efficace e sperimentato per affrontare le crisi bancarie che in passato ha mostrato la propria utilità, uno strumento semplice che si basa su un principio consolidato che è quello della mutualità tra gli istituti di creditouno strumento il cui utilizzo è stato impedito all’Italia proprio negli anni più duri per l’economia e per il sistema bancario, nei quali si sono manifestati tutti gli effetti della lunga crisi. 

La Corte di giustizia europea ha sancito che bloccare quel sistema è stato un atto giuridicamente illegittimo. Che fosse politicamente ed economicamente un errore era palese. Ma ora c’è un pronunciamento di un giudice terzo che, anche da un punto di vista formale, lo mette nero su bianco. Purtroppo la giustizia ha tempi diversi da quelli dell’economia e non sempre può arginare i danni della politica. Con “quell’errore”, infatti, la Commissione non ha fatto altro che aggravare la crisi bancaria e di conseguenza quella economica e, nel caso specifico, ha messo in difficoltà la Banca Popolare di Bari che è quella che più ha subito i danni e che, più di tutti, oggi può manifestare la propria soddisfazione. Ancora molto ci sarà da dire su tutta questa vicenda per capirne dinamiche e responsabilità. Oggi, però, un dato è certo: l’intervento del Fondo Interbancario non fu illegittimo e se un comportamento illegittimo ci fu, fu quello della Commissione europea.   

°°°L’autore è il Segretario Generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

Credit Suisse taglia le gambe a Intesa e Unicredit

Francesca Gerosa milanofinanza.it 22.3.19

Con lo spread Btp/Bund che allarga a quota 249 punti base e Piazza Affari che cade dell’1,16% a 21.125 punti, in linea con gli altri mercati europei, prendono la via al ribasso le banche italiane, complice anche un report severo di Credit Suisse che ha iniziato la copertura di Intesa Sanpaolo (-2,46% a 2,16 euro) con un rating underperform e un target price a 1,8 euro, il 16% circa in meno rispetto al prezzo attuale, e di Unicredit (-2,99% a 11,564 euro) con un rating neutral e un target price a 13,3 euro.

Credit Suisse è cauta sul net interest income, la qualità del credito e i dividendi delle banche italiane. Dato l’attuale contesto macro-economico, politico e normativo “riteniamo che il mercato stia sottovalutando le sfide a livello di net interest income delle banche italiane: il consenso al momento sconta un tasso medio annuo di crescita del net interest income del 2% nel periodo 2019-2021, Credit Suisse solo dello 0-1%”, spiegano gli analisti della banca d’affari svizzera.

Al contempo, il mercato è più compiacente sia sulla qualità del credito, con Credit Suisse che ha stime del 9-10% sopra quelle del consenso per quanto riguarda gli accantonamenti per perdite su crediti, sia sul capitale. “La nostra cauta posizione sulla qualità del credito deriva dall’entità della riduzione delle esposizioni non performanti (npe, ndr) che è in sospeso per il settore, dal peso degli unlikely to pay, il 45% del totale, e dai livelli di copertura al 53% che si confrontano con il 75% implicito della regolamentazione/cessioni”, precisano gli esperti.

In più gli esperti di Credit Suisse sono convinti che l’anticipazione degli accantonamenti possa un impatto significativo sui livelli di capitale: di 70-170 punti base nello scenario peggiore e, quindi, mettere in discussione la sostenibilità e la logica della politica dei dividendi di Intesa Sanpaolo (80% di pay-out nel 2019).

E per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, “sebbene ci piaccia il modello di business e ci aspettiamo che la banca mantenga rendimenti superiori con un RoTBV (Return on Tangible Book Value) nel periodo 2019-2020 del 9-10% rispetto all’8% di Unicredit, supportato dalle attività di asset management e insurance, le nostre stime a livello di utile sono del 7-8% sotto quelle il consenso e vediamo rischi per le aspettative sui dividendi tanto che la nostra stima di dividendo 2019 è inferiore del 13% rispetto a quella del consenso”, sottolineano gli analisti di Credit Suisse.

Gli stessi osservano che i livelli di Cet1 del 12,5-12,8% nel 2019-2021 non tengono conto dell’impatto delle linee guida dell’Eba (45 punti base) e di Basilea IV (80 punti base). Per cui con il titolo Intesa Sanpaolo scambiato a 1 volta il multiplo prezzo/book value tangibile e a 11,4 volte il multiplo prezzo/utile 2019, rispetto al settore bancario europeo che tratta a 0,88 e 9,3 volte, rispettivamente, “pensiamo che il mercato non stia scontando pienamente i rischi”.

Invece, per quanto riguarda Unicredit, gli analisti di Credit Suisse riconoscono la trasformazione del gruppo dal 2017, vedono i livelli di RoTBV all’8% per il periodo 2019-2021, ma a 0,5 volte il multiplo prezzo/book value tangibile e a 7 volte il multiplo prezzo/utile 2019 ritengono che il mercato rifletta in maniera adeguata i rischi legati sia agli utili delle banca (il broker ha stime del 6-9% al di sotto di quelle del consenso per il periodo 2019-2021) sia al capitale (Credit Suisse stima un Cet1 al 12-12,5% non tenendo conto delle linee guida dell’Eba, 90bps, e di Basilea IV, 90bps).

Fondamentalmente, concludono gli analisti della banca d’affari svizzera, “preferiamo le banche spagnole alla luce delle migliori prospettive economiche e politiche, dei bilanci più puliti con esposizioni non performanti al 5,9% contro l’11,3% e una copertura pari al 51,5% contro il 53,4%, di un outlook a livello di RoTBV relativamente più favorevole e di una posizione a livello di capitale simile, con un Cet1 del 12% circa, ma con una migliore generazione di capitale: 10-20 punti base per le banche italiane contro i 50 punti base di quelle spagnole, anche se i dividendi sono più bassi”, concludono a Credit Suisse.

Vittime banche, Cabina di regia rompe silenzio associazioni governative Alfa & Omega e diffida Tria: emani decreto della legge 145

Associazioni riunite nella Cabina di regia al Mef per Fondo Indennizzo risparmiatori

Associazioni riunite nella Cabina di regia al Mef per Fondo Indennizzo risparmiatori

Le due associazioni delle vittime delle banche venete, il coordinamento (di chi?) che prende il nome di don Torta (Arman) e quella di re Luigi (XVI) in passato accusavano le altre di essere filogovernative, perché il 27 dicembre 2017 avevano ottenuto l’approvazione (da parte di tutti i partiti e tutti, ripetiamo tutti i movimenti politici) della legge 205 (commi 1106 – 1109), che, approvata dalla UE e pur se da migliorare, avrebbe consentito, se ne fosse stato boicottato il decreto attuativo del 30 marzo 2018, l’inizio della fruizione dei ristori per i risparmiatori (come infatti avvenuto per i 560 che ne hanno beneficiato con una norma del Milleproroghe).

Ebbene oggi proprio quelle due associazioni, che non meritano di essere ancora pubblicizzate col loro nome per cui le chiameremo Alfa & Omega(alfa come nascita delle speranze, condivisa da tutti, omega come la loro morte, generata da una minoranza rissosa e autoreferenziale) sono diventate non solo filogovernative ma prone al governo bifronte giallo e verde.

Dopo mille promesse Giano, alias Di Maio e Salvini, hanno partorito la legge 145 del 30 dicembre 2018 (commi 493- 507) così zoppicante da non poter generare un decreto attuativo accettabile dalla UE anche se Alfa & Omega il 9 febbraio a Vicenza applaudivano invasate, e dopo aver escluso le altre associazioni, Luigi Di Maio e Matteo Salviniche (sper)giuravano che dal 16 febbraio (di quale anno?) tutto sarebbe andato a posto Europa volente o nolente.

Ebbene se il 21 marzo fa il pentastellato coordinamento Alfa annunciava per ieri a Oderzo un’opposizione costruttiva a Di Maio – M5S e per domani a Treviso una opposizione critica/protesta a Salvini – Lega, come se i due vice premier non fossero anima e espressione dello stesso governo che ad oggi non è capace di mantenere gli impegni elettorali con i risparmiatori gabbati, la legaiola Omegacon la solita tecnica diversiva se la prende con l’Europa e il 20 marzo spara: “Risparmiatori prepariamoci a infuocare ancora le piazze, anche ad andare a Bruxelles per riavere i nostri diritti“.

Un commento sintetico a questo brancaleonesco invito alle armi, dopo l’azzeramento della “governativa” 205, ne definisce la credibilità: “Peso El tacon del sbrego, se stavi fermi forse qualcosa se portava a casa…“).

E se qualche giorno prima, il 18 marzo, un “associato” Omega aveva commentato un altro messaggio alla Totò (“…abbiamo nei giorni scorsi chiesto ufficialmente un incontro con Vestager per spiegare la situazione dei risparmiatori italiani anche all’Europa“) con un saggio anche se amaro “E la Vestager vi riceverà? Vi ascolterà? Se non l ‘hanno convinta i nostri politici come pensate di fare voi?”), un altro post, lo stesso giorno, era sintomatico della sfiducia montante degli alfaomeghisti  nei loro condottieri: “E poi cosa vuol dire questo post!? Ma ci prendete in giro?!?“.

In questo quadro Alfa e Omega sono palesemente, loro sì, filogovernative ma di un governo diviso in due e, per ciò stesso, ciarlatano e incapace di uscire dalle sue contraddizioni se non con dannosi compromessi e rinvii.

Le oltre 15 associazioni che il “prete” e il “re” prima bocciavano come filogovernative, così tanto da… aver messo d’accordo tutti, governo e opposizione, e la loro Cabina di regia, a firma del suo rappresentante prof. Rodolfo Bettiol e a nome e per conto delle Associazioni di Categoria iscritte e riconosciute da un albo nazionale od albo regionale, hanno, quindi, rotto l’azionismo parolaio delle opposizioni di comodo e dei tour improbabili (che di fatto vuol dire l’immobilismo).

Lo hanno fatto con una “diffida” (clicca su Bankileaks.com) congiunta inviata al ministro Giovanni Tria, l’unico del Mef abilitato a parlare in nome del governo, visto che i sottosegretari Villarosa e Bitonci sono rimasti… sotto e senza deleghe per le banche ma solo con quelle per giochi e tabacchi.

La diffida all’attuazione del fondo, che pubblichiamo subito, come sempre, sperando che anche gli altri media le diano rilievo e non la censurino, già inviata  al Ministro Giovanni Tria giovedì prossimo 28 marzo 2019 verrà  consegnata a Roma a tutto il parlamento dove è prevista una manifestazione dalle 11 alle 15 quando, poi, i partecipanti si trasferiranno davanti al Ministero dell’Economia e delle Finanze dove stazioneranno dalle 16 alle 18.

Illustre Ministro dr. Giovanni Tria dell’Economia e Finanza

P.c. Illustre Presidente del Consiglio Prof. Giuseppe Conte,

P.c. Illustre Ministro Matteo Salvini,

P.c. Illustre Ministro Luigi Di Maio,

P.c. Illustre Sottosegretario On Alessio Villarosa,

P.c. Illustre Sottosegretario On Massimo Bitonci

Loro sedi

Il sottoscritto rappresentante della “Cabina di regia” a nome e per conto delle Associazioni di Categoria iscritte e riconosciute da un albo nazionale od albo regionale,

PREMESSO CHE:

1) Da notizie di stampa appare che la Commissaria Europea Sig.ra Vestager pur non negando la possibilità di un intervento a favore degli azionisti ed obbligazionisti delle banche in liquidazione abbia tuttavia criticato la legge in vigore in quanto non prevede l’indennizzo effettuato dietro accertamento caso per caso di una “truffa”. 

In sostanza l’indennizzo potrebbe avere luogo solo in seguito ad un accertamento da parte di un arbitro o di un giudice di una informativa falsa o incompleta da parte della banca. In proposito si ricorda che in prima battuta la Camera dei Deputati aveva approvato un testo art. 38progetto di legge del Governo che espressamente prevedeva una procedura arbitrale. 

Su detto articolo al MEF ben 17 associazioni, 13 delle quali riunite in un’unica cabina di regia, avevano proposto diverse modifiche inviando un testo che emendava quello predisposto nel ddl 1334/2018, salvandone l’impianto ma superando la criticità dello stesso,

2) Il 16/12/2018 l’emendamento al Senato presentato dal Gruppo Parlamentare dei  M5S come dichiarato dal vice premier On.le Di Maio è stato frutto dell’Avv.to  Andrea Arman e di Luigi Ugone rappresentanti di 2 associazioni e di una minima parte dei risparmiatori, è stato accolto in via definitiva dal Governo storcendo in sostanza il Fondo Ristoro, anche se lo stesso aveva permesso una prima e parziale erogazione pari al  30% del danno patito a favore di 560 risparmiatori truffati su di una potenziale platea di 210.000 cittadini-azzerati ,

3)  che tali modifiche apportate dalle due Associazioni sopracitate hanno creato un gravissimo ritardo espropriando la rappresentanza alle altre 13/15 associazioni dei risparmiatori che da sempre hanno costruito con modalità equilibrate il fondo con i conti dormienti, progetto partito il 02/07/2017.

Ritenendo che il troppo tempo trascorso stia causando gravi e irreparabili danni ulteriori ai risparmiatori, aggravando l’emergenza sociale già appesantita da numerosi suicidi,

DIFFIDANO ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 328 c.p.

Il Ministro pro-tempore Giovanni Tria a adempiere con proprio decreto organico e completo così come previsto dal comma 501 art. 1 legge nr. 145/2018, in linea con gli impegni presi dal Presidente del Consiglio Prof. Giuseppe Conte nell’incontro con i risparmiatori espropriati a Palazzo Montecitorio in data 24 maggio 2018 preannunciato quale “il primo atto” del costituendo Governo.

Mestre, 23 marzo 2019

Per la Cabina di Regia                                                                                                                                Prof. Rodolfo Bettiol

“Gli Agnelli possono fare ancora molto per Torino”

lospiffero.com 23.3.19

Alla messa di trigesima per Marella, l’arcivescovo Nosiglia sollecita la Famiglia a non trascurare l’impegno per la città che tanta parte ha avuto nella storia secolare della dinastia e della Fiat

first_picture

Torino e gli Agnelli, un legame per quanto controverso e travagliato non solo indissolubile, ma che anzi va rinnovato pur nelle mutate condizioni storiche. “Nei cambiamenti che ci attendono e che dobbiamo affrontare, la famiglia Agnelli può offrire ancora contributi importanti allo sviluppo complessivo della città e del suo territorio. Il ricordo di Marella, della sua dedizione generosa, può essere stimolo per questo nostro impegno comune”. Lo ha detto l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, nell’omelia della Messa in suffragio di Marella Agnelli a un mese dalla scomparsa. Parole che paiono un appello agli eredi della dinastia a non trascurare la città che per oltre un secolo è stata la capitale del loro impero. E che con le evoluzioni del gruppo appare sempre più marginale.

“Oggi – ha osservato l’arcivescovo – Torino ha bisogno certamente di un rinnovamento che riguarda tanti aspetti economici e sociali. Ma ha bisogno soprattutto di affetto e di attenzione, di simpatia e di intelligenza, di coraggio e intraprendenza, di unità, per essere accompagnata a crescere di nuovo in una delle svolte più delicate della sua storia. Torino ha bisogno anche di mantenere e potenziare quell’anima religiosa e laica insieme, che l’ha sempre caratterizzata come città accogliente, solidale e inclusiva di tutti”. Nosiglia ha parlato della vedova dell’Avvocato Gianni Agnelli “una donna che, sicuramente, ha cercato e voluto dare un significato alla propria esistenza, facendo buon uso della sua vita e delle doti umane, culturali e spirituali che possedeva, non solo per se stessa e la propria famiglia, ma anche per il bene comune della nostra città”.


“Una sola lista per Ubi Banca”

#Assogestioni non presenta liste di minoranza per #UBI Banca e la motivazione sarebbe quella di non riuscire a coagulare un quorum superiore allo 0,5% del capitale richiesto. Un paradosso se si pensa che la banca è per la larghissima parte in mano a investitori istituzionali avendo assunto quasi la forma di public company dopo la trasformazione in SpA. Come è possibile, anche alla luce del fatto che nella scorsa assemblea la stessa lista di minoranza aveva superato il 50%? La spiegazione che da luca davi nell’articolo è che la lista non sarebbe riuscita ad aggregare i voti degli investitori esteri che sono quelli che detengono la gran parte del capitale. Come è possibile? Per un semplice fatto di diversificazione del rischio e di asset allocation: quando ciascuno di noi compra fondi di investimento, se compra un azionario internazionale, la percentuale di soldi che sarà investita in Italia (e a maggior ragione sul singolo titolo) è pari al peso dell’Italia (o del singolo titolo) sull’azionario internazionale, di fatto quasi nulla. Insomma sempre più per un fenomeno naturale i soldi degli italiani investiti in azioni vanno all’estero mentre le azioni italiane sono detenute da fondi esteri. Impatti sulla #governance? Tutti da verificare.

La “Troika”, cane da guardia in difesa delle Banche

Gianfranco Sabattini sardanews.it 23.3.19

image

Il Prof. Sabattini, dopo lo scritto su Varoufakis

continua nella sua meritoria opera di analisi e di informazione sulla politica europea e il sistma bancario.

Quando non riescono ad equilibrare il proprio bilancio corrente, nel senso che non riescono a bilanciare le entrate con le uscire, gli Stati ricorrono al mercato finanziario interno e/o internazionale, provvedendo al collocamento di titoli obbligazionari coi quali, indebitandosi, si procurano le risorse necessarie a compensare l’insufficienza delle entrate. Se al termine dell’anno finanziario il debito contratto per carenza di risorse non viene rimborsato, lo Stato lo rinnova, limitandosi a pagare solo gli interessi e a rinviarne l’estinzione; nasce così il debito sovrano o debito pubblico consolidato. Se, per ragioni diverse, ma soprattutto per la bassa produttività del sistema economico, il disavanzo corrente viene compensato di continuo attraverso l’indebitamento, il debito sovrano cresce nel tempo; gli interessi che per esso vengono pagati diventano pertanto una posta negativa crescente del bilancio pubblico corrente.
Lo Stato riesce a rinnovare il proprio debito se soddisfa il requisito della solvibilità; ciò accade quando “le cose vanno bene”. Sin tanto che il tasso di crescita dell’economia risulta maggiore del tasso di crescita del debito consolidato, lo Stato può utilizzare le maggiori entrate pubbliche originate dalla crescita per pagare gli interessi sul debito pregresso, conservando stabile il suo ammontare. Quando, invece, l’economia non cresce, la recessione contrae le entrate dello Stato, il quale si trova esposto al pericolo di non riuscire a garantire la propria solvibilità.
A questo punto, i “Signori” che dominano i mercati finanziari (ovvero, le Banche) pretendono tassi d’interesse più elevati, per via del maggiore rischio al quale si espongono nel rinnovare il prestito allo Stato in fase di recessione; i maggiori interessi che quest’ultimo è chiamato a pagare costituiscono la premessa per una riduzione dell’”avanzo primario” del bilancio pubblico al netto degli interessi pagati, quindi di un presumibile aumento del debito consolidato.
E’ facile ricondurre alla narrazione sin qui riportata l’esperienza di quei Paesi (tra i quali l’Italia) che, membri dell’Unione Europea e facenti parte dell’area valutaria dell’euro, prima dell’inizio della Grande Recessione del 2007/2008, hanno potuto ricorrere per finanziare i loro deficit correnti ai mercati finanziari europei, approfittando dalla grande disponibilità di risorse finanziarie a basso costo; ma, dopo il 2008, la situazione è improvvisamente cambiata, allorché le banche finanziatrici (francesi e tedesche, ma anche inglesi, con la partecipazione, tramite queste ultime, di quelle americane), fortemente coinvolte nella crisi del mercato immobiliare americano, si sono trovate nella condizione di non essere più in grado di rinnovare il finanziamento del debito corrente di quegli Stati europei (come, ad esempio, la Grecia) che presentavano i più alti debiti sovrani.
A questo punto sono emerse le rigidità e le incongruenze delle modalità di funzionamento delle istituzioni europee che, anziché operare su basi solidaristiche, nell’interesse degli Stati membri dell’Unione in maggiori difficoltà, sono state invece orientate a salvaguardare la sopravvivenza delle banche responsabili della crisi.
Già dal suo insediamento come Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona aveva predisposto un documento (dato poi alle stampe ed inoltrato alle Autorità europee per conto del Governo italiano) dal titolo “Una politea per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Il documento conteneva un’analisi critica della struttura istituzionale europea e un insieme di proposte volte a riformarla, al fine di rendere più efficaci le politiche comunitarie, conformandole alla realizzazione di un’Europa “più forte e più equa”.
Stando ai giornali, il Ministro Savona, dopo aver spedito il documento a Bruxelles, sarebbe andato all’inizio del 2019 nelle sedi ufficiali, per illustrarlo e annunciare che il Governo italiano avrebbe assunto tutte le iniziative utili per dare vita a un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, per l’esame della rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati. Stando sempre ai giornali, Savona non sarebbe mai riuscito nel suo intento, in quanto Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, oltre a non aver mi letto il documento si sarebbe rifiutato di discuterne i contenuti.
Il motivo della rigida chiusura delle Istituzioni europee ad affrontare il tema della loro inadeguatezza a governare la crisi in cui versa l’Unione può essere appreso dalla narrazione dell’esperienza vissuta da Yanis Varoufakis in occasione della gestione del doppio aiuto offerto alla Grecia nel 2010 e nel 2015; esperienza riportata nell’articolo “Varoufakis: la ‘trappola’ del funzionamento delle Istituzioni europee[2]”, pubblicato su questo Blog il 17 marzo scorso. In esso è illustrato come l’aiuto in pro del Paese membro dell’area euro in forte difficoltà a causa del pesante indebitamento pubblico, in realtà, più che di un aiuto solidale degli altri Paesi membri dell’eurozona, è stato uno “strangolamento”, per via delle severe condizioni che la Grecia ha dovuto “obtorto collo” accettare, a protezione non della stabilità interna all’area-euro, ma della banche che avevano in portafoglio i titoli del debito pubblico greco.
Se le cose stanno realmente come Varoufakis le ha descritte (e non v’è motivo di credere che non stiano effettivamente così), come si può pensare che iniziative quali quelle intraprese da Paolo Savona, quando ancora era Ministro per gli Affari Europei, possano avere successo, per conseguire il cambiamento delle regole del gioco delle Istituzioni europee? E come credere che, nel medio-lungo periodo, possa realizzarsi la riforma delle modalità di comportamento del complessivo impianto istituzionale europeo per la realizzazione di una Patria europea più giusta e più equa?
Savona, però, resosi conto dei condizionamenti che le banche riescono ad imporre alle Istituzioni comunitarie, anziché uscire dal sistema come ha fatto Vaoufakis, stanco di non essere ascoltato, ha deciso di accettare la “via di fuga” dallo status di Ministro, offertagli dalla nomina alla presidenza della Consob, l’Istituto la cui attività è rivolta alla tutela degli investitori, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano. Da questa nuova posizione potrà condurre la sua battaglia per la creazione di una Patria europea più equilibrata?
Se le iniziative sul tipo di quella intrapresa da Savona mancassero di avere successo, sarà gioco forza, anche per gli italiani che ancora credono negli ideali del “progetto europeo”, porsi la domanda (soprattutto in questo momento che sull’Italia spirano venti minacciosi di una nuova recessione) se è ragionevole restare fedeli ad un progetto palesemente tradito dal prevalere degli interessi delle banche, continuando a vivere “in uno stato di eterna pesante depressione”; oppure, se sia d’obbligo l’impegno per spingere l’intera classe politica italiana, al di fuori di ogni logica di schieramento, ad un’azione unitaria per il riscatto dalla posizione di sudditanza e di sfruttamento del Paese.

Margrethe Vestager, prima donna candidata alla guida della Commissione Europea

Valeria Fraquelli quotidianpost.it 22.3.19

Una donna che si batte per i propri diritti

epa05845643 EU Commissioner for Competition, Danish, Margrethe Vestager gives a press conference on Antitrust and Gazprom in Brussels, Belgium, 13 March 2017. The European Commission invites comments from all interested parties on commitments submitted by Gazprom to address the Commission’s competition concerns as regards gas markets in Central and Eastern Europe. EPA/OLIVIER HOSLET

La commissaria dell’Unione Europea alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager, è la prima donna candidata alla guida della Commissione Europea. Questo è un buon inizio per una donna, perché mai prima d’ora la Commissione Europea ha avuto una candidata donna e potrebbe essere la prima donna alla guida di una istituzione dell’Unione Europea di grande importanza.

Margrethe Vestager vuole imporsi per fare capire a tutti che una donna può arrivare dove vuole, che tutti i posti di potere sono aperti sia agli uomini che alle donne, con grandissimo impegno una donna può dimostrare che può gestire il potere e la famiglia.

Una donna alla Commissione Europea

“Credo che abbiamo aspettato anche troppo per avere una donna alla guida della Commissione e una parità di genere”, ha detto Margrethe Vestager. Una donna decisa e sicura di sé, così vuole presentarsi la Vestager, come donna che non ha paura di rapportarsi con gli uomini e di parlare come pari nelle situazioni più delicate.

Raggiungere la vera e totale parità di genere sarebbe il sogno della Vestager, per dimostrare che le donne possono tutto se solo lo vogliono e se viene data loro la possibilità. Le donne devono imporsi e conquistare il loro posto nel mondo.

Il soffitto di cristallo si è rotto?

Il soffitto di cristallo, che mette le donne sempre in basso e impedisce loro di fare carriera, forse si è rotto. Forse anche una donna potrà essere a capo della Commissione Europea, nella stanza di comando dove si prendono decisioni.

Se ino adesso vedevamo solo uomini nelle posizioni di comando, ecco che una donna cerca di prendersi il suo posto. Indipendentemente da quello che si pensa, le idee della Vestager possono piacere o meno, per tutte le donne può essere di grande ispirazione una donna che si batte per i propri diritti e non ha paura di farlo.

La Brexit e il disagio della modernità

 Luca Giannelli – 23 Marzo 2019  lintellettualedissidente.it

La situazione che, da due anni a questa parte, s’è venuta a creare con la Brexit certifica ineluttabilmente la crisi della Comunità europea – dove ogni nazione pensa a stessa e se ne frega del resto – e della tanto cara Modernità: un incontrovertibile fallimento dell’universalismo liberal-democratico-progressista.

«C’è qualcosa che lei deve sapere: se dovremo scegliere tra l’Europa e il mare aperto, sceglieremo sempre il mare aperto». Le parole di Winston Churchill rivolte a De Gaulle nel giugno del 1944 esprimono bene il senso profondo dell’eccezionalismo inglese, quello ben noto a Shakespeare dell’Antonio e Cleopatra(l’Inghilterra è un mondo a sé) e intorno al quale anche Kipling erigeva muri di protezione: «cosa mai sanno dell’Inghilterra essi che non sanno d’altro?», scriveva infatti l’autore de Il libro della giungla, applicando al suo Paese lo stesso ragionamento che Mourinho avrebbe poi mutuato-rovesciato nel suo chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio.

Winston Churchill

Il voto con cui il 23 giugno del 2016 il 51,9% degli inglesi ha scelto di uscire dall’Europa, e soprattutto lo stallo in cui da allora si è praticamente autoconficcato un governo che continua a far capriole su capriole riuscendo solo ad aggiungere ridicolo a ridicolo e che insiste fino allo sfinimento nel fare e disfare in uno snervante su e giù con Bruxelles, sta mettendo sonoramente a nudo la fragilità di un intero sistema economico-politico che si ritrova assolutamente impreparato ancora una volta ad affrontare tutto ciò che non aveva pianificato. Per quanto demonizzata e relativizzata dal pensiero main stream, per quanto definita dai benpensanti come irrazionale e quindi da considerarsi razionalmente inaccettabile, la situazione che da due anni abbiamo sotto gli occhi (reale e inverosimile al contempo) mi pare offra, con una perfezione assai vicina al famoso sei sigma, la fotografia più nitida della crisi non solo della nostra tanto invocata comunità europea dove ogni nazione pensa a stessa e se ne frega del resto, ma prima ancora della nostra cara Modernità: l’esito più inaspettato e clamoroso (insieme all’elezione di Trump negli Stati Uniti) del fallimento di quell’universalismo liberal-democratico-progressista proclamato trionfatore con troppo anticipo da miopi ideologi come Fukuyama.

Un fallimento dovuto non già a chissà quali ragioni esogene come da tante parti ci si ostina a pensare (di qui la richiesta ossessiva e illogica di un secondo referendum, con relativi sondaggi à la carte da parte dei soliti opinionisti discount) ma piuttosto ai limiti interni che questa stessa visione liberal-progressista conteneva, al suo non aver saputo più diffondere e garantire, dopo gli anni Settanta, un benessere che ha assunto in modo ormai evidente i connotati della disperazione. In particolare, fatale si è rivelato il progressivo asservimento delle classi politiche, con la benedizione dell’Unione europea, a un liberismo riuscito a raggiungere finalmente i suoi obiettivi: riduzione del costo del lavoro, indebolimento dei diritti dei lavoratori e del welfare, affermazione delle concentrazioni monopolistiche, in barba a ogni idea di pluralismo e a danno di ogni realtà minoritaria combattuta a colpi dello sciagurato assunto too big to fail.

Che di questa Europa l’Inghilterra sia sempre stata l’anello più “a parte” – mezza dentro e mezza fuori, a metà strada tra Vecchio e Nuovo continente – non è una novità: già due volte, nel 1963 e 1967, la Francia ne aveva bloccato l’ingresso nel mercato comune dei sei con due veti, allentatisi obtorto collo solo nel 1973; e anche quando vi era entrata (a modo suo), era rimasta orgogliosamente aggrappata alla sterlina. L’ingarbugliatissima vicenda della Brexit sta ora facendo rifulgere l’eccezionalismo interpretato da questo Paese nella storia occidentale. Un’eccezionalità scaturita da una compresenza di avanguardismo e conservatorismo, di conformismo e anticonformismo così straordinaria da cucirle addosso il ruolo o forse meglio la funzione di realtà anticipatrice, di pesce pilota di quel maledetto pasticcio (così Ezra Pound) chiamato Modernità, e allo stesso tempo di portavoce di anti-modernità, che della modernità fa parte allo stesso modo in cui ogni speranza reca in sé una disperazione.

Un macchinario senz’anima: un paese in cui il dominio borghese si è innestato su quello feudale senza soluzione di continuità, scriveva Heine nel 1822 in Englische Fragmente; osservazione acuta, ma che guardava solo in negativo a questo popolo escluso di fatto dal canone ellenico-germanico incardinato sul sistema hegeliano e consegnato a tal punto alla tecnica da meritarsi l’esclusione da qualsiasi possibile dignità spirituale e dunque morale e dunque filosoficamente degna.

Alla Modernità europea, l’Inghilterra ha sempre fatto da battistrada. La sua brava cacciata degli ebrei l’aveva fatta già a fine XIII secolo, sotto Edoardo I, salvo poi riammetterli con Oliver Cromwell nel XVII, permettendo loro di armonizzarsi al meglio negli ingranaggi del paleocapitalismo. Un Paese già passato con relativa scioltezza dal paganesimo celtico al cristianesimo e che con lo scisma per caso Enrico VIII dal cattolicesimo aveva compiuto la prima Brexit della storia; un Paese in cui, come ebbe a notare Chesterton, le masse hanno sempre amato la Chiesa senza aver stabilito mai di preciso cosa fosse, viva nei sentimenti ma vaga intellettualmente parlando; un Paese in cui a coniare il fortunato termine “industrialismo” era stato quello stesso Carlyle che della modernità si può considerare il primo vero, caustico, fustigatore; un Paese tanto decisivo per le sorti del modernismo artistico (dal vorticismo degli anni Dieci fino alla “pop art” degli anni Cinquanta) quanto spesso tenuto a distanza per via di un atavico pregiudizio europeo nei confronti di tutto ciò che sa di anglosassone.

Un Paese sempre con le antenne ben in funzione e allo stesso tempo talmente conservatore (per non dire classista) da attutire ogni fuga in avanti. Così come quando annunciò, con le file di correntisti davanti alle sedi della banca Northern Rock, la crisi del 2007. Quella stessa crisi che più ancora di quella del 1929 ha spogliato la modernità di tutte le illusioni da essa propagandate, lasciandola nuda di fronte a un elettorato che ora viene accusato di irrazionalità se non di aperta ignoranza da parte degli stessi maitre à penser che proprio non ce la fanno ad addebitare al liberalismo il mancato riconoscimento della cultura come bene pubblico, condizione necessaria come sapeva già Aristotele di ogni democrazia degna di questo nome (tutta la responsabilità è di Berlusconi, il refrain in voga, ripetuto dai razionalisti senza ragione di sinistra), e che continuano presuntuosamente a ignorare o dimenticare la lezione machiavelliana: il reale è sempre più complesso del pensiero.

Ritratto di Oliver Cromwell eseguito da Robert Walker nel 1649

Ecco così la paralisi in cui sembra sprofondato questo popolo dall’umorismo così privo, secondo Chesterton, di spirito, assumere una doppia dimensione paradigmatica. La prima è quella del profondo disagio vissuto da un capitalismo troppo sicuro di sé che non ha mai voluto fare davvero i conti con se stesso (col “perturbante” freudiano, cioè) e che l’apparato mediatico-intellettuale dominante, quello “riformista-progressista” si è sempre ben guardato dal denunciare, impegnato com’era prima a scoprire in Blair il nuovo profeta di una nuova socialdemocrazia, poi a convincersi che la vera “mente” del governo era quel Brownprecipitato a sua volta nel giro di pochi mesi; ancora nulla, in confronto al “ciclista” Cameronsuperprofessionista del seppuku versione referendum, o di questa signora May che si è vista bocciare dal parlamento ogni proposta, compresa quella – colmo del paradosso o piuttosto della perfidia? – che ne voleva l’uscita di scena.

La seconda è quella identitaria che Churchill ricordava a De Gaulle: l’irresistibile richiamo delle onde, la scelta inglese del mare aperto, verso mete ancora a noi (e probabilmente anche a loro) sconosciute, le stesse cui sta ancora navigando questa benedetta Modernità che solo i poveri di spirito e di cultura possono associare a grandi opere come il TAV.

Theresa May

Come in una di quelle vecchie comiche in cui il clown non riusciva mai a raccattare il proprio cappello, abbiamo ora appreso che la scadenza “categorica” del 29 marzo è già saltata, dopo la richiesta di proroga della May e l’avallo da parte della commissione europea, con la nuova scadenza limite del 22 maggio condizionata al voto positivo di Westminster sull’accordo di divorzio entro la prossima settimana (in caso di bocciatura, Londra dovrà indicare come intende, comportarsi col voto delle Europee entro il 12 aprile, data limite secondo la legge britannica).

Tutto dunque ancora in mare aperto, a conferma prima ancora che della surrealtà della situazione, della confermata incapacità politica di risolvere un problema che i tanti scenari apocalittici lanciati da ogni dove alla vigilia del voto del 2016 non bastarono a scongiurare.  Lo scenario apocalittico semmai sta altrove, sta in questa Europa qui, così burocratica, così a corto di strumenti culturali, così persa in un liberalismo scambiato per liberismo da non apparire in grado di proporre e imporre alcuna idea critica di “modernità” a un’economia che in nome del monoteismo di mercato viaggia su ritmi sempre più globali.

Non si ha paura di ripartire da zero, ma che si ripeta tutto di nuovo

angolo della psicologia 22.3.19

ripartire da zero

Quando ci lanciamo in una nuova avventura, ciò che desideriamo di più è che tutto vada per il meglio. Iniziamo con grande entusiasmo impegnandoci perché tutto funzioni perfettamente. Ma non va sempre così. A volte, non importa quanto entusiasmo e impegno ci mettiamo, le cose non vanno proprio bene. A volte la vita “ci costringe” a raccogliere i cocci e ripartire da zero. Può accadere in qualsiasi campo, dalle relazioni al lavoro.

Infatti, ogni volta che intraprendiamo un nuovo progetto c’è il rischio che non vada a buon fine, ogni decisione che prendiamo prevede tanto la possibilità del successo come quella del “fallimento”. Quando ci siamo sforzati e abbiamo messo molto entusiasmo in un progetto e questo va a rotoli, la prospettiva di ripartire da zero può essere terribile. In quei casi è normale essere paralizzati dalla paura. Se non riusciamo a superare quella paura, resteremo intrappolati nel passato, nel girone della disperazione e della frustrazione.

Se non conosci il “mostro”, non puoi sconfiggerlo

Forse hai dedicato anni della tua vita a un rapporto che è finito male, hai investito i risparmi di una vita in una attività che non è andata a buon fine o ti sei trasferito in un paese straniero dove hai dovuto ripartire da zero.

In questi casi è normale provare emozioni diverse. Dopo un “fallimento” potresti sentirti scoraggiato e deluso, questo non è solo dovuto alla delusione ma anche al fatto che hai esaurito la tua “batteria emotiva”. Quando un progetto sta andando male, di solito consuma gran parte delle nostre risorse psicologiche, proprio perché cerchiamo di salvarlo a tutti i costi. E mentre cerchiamo di salvarlo soffriamo un’emorragia emotiva, qualcosa di molto comune nelle relazioni.

È normale anche avere paura. Tuttavia, la paura è un’emozione così intensa e viscerale che spesso eclissa il resto. A volte la “paura di ricominciare da zero” si trasforma in un’espressione generica che racchiude tutte le altre emozioni e finisce per paralizzarci. Ma se non dai un nome a ciò che provi, se non affronti quella paura, non sarai in grado di combatterla efficacemente. Se non sai con chi stai combattendo, ti limiterai a colpire nel buio.

È molto probabile che tu non abbia realmente paura di ripartire da zero, ma che torni a ripetersi tutto di nuovo, rivivere un nuovo fallimento che ti lascerà delle cicatrici profonde. Puoi aver paura di tornare a soffrire, sforzarti di nuovo senza ottenere i risultati attesi, sprecare altri anni della tua vita…

Ripartire da zero non fa paura, a fare paura è la prospettiva di tornare al punto di partenza. È una differenza sottile che può aiutarti a superare la paura e andare avanti.

Come ripartire da zero?

  1. Assumi che non stai ricominciando da zero. In realtà, tutte le esperienze passate, anche quelle negative e spiacevoli, ci lasciano una lezione. Se analizzi gli errori fatti, non starai ricominciando da zero perché avrai una base più forte, che aumenta le tue possibilità di successo. Pertanto, l’idea di ripartire da zero è in realtà un errore, un inganno della tua mente spaventata.
  1. Approfitta di questo nuovo inizio. A volte devi solo cambiare la prospettiva perché tutto cambi. Ogni giorno è un nuovo inizio, una nuova opportunità per te di creare qualcosa di nuovo e migliore. Invece di assumere il nuovo inizio come una punizione, puoi vederlo come un’opportunità per crescere, fare le cose in modo diverso e mettere alla prova le tue abilità.
  1. Sii paziente. Ricominciare non è sempre facile, soprattutto quando devi curare alcune ferite emotive. In questi casi, è importante non affrettarsi ma prendersi il tempo necessario per far guarire queste ferite. Correre troppo può portarti a ripetere gli stessi errori del passato.
  1. Supera il blocco iniziale. Alcuni finali sono così drastici o inaspettati che ci bloccano. Per ripartire da zero devi superare questo blocco iniziale e il modo migliore per farlo è considerare le nuove opportunità. Questo blocco emotivo nasce dall’incapacità di discernere il cammino che ci attende, spesso perché le abitudini e la routine ci accecano, quindi dobbiamo diradare lentamente la nebbia mentale.
  1. Riconosci le tue paure. Hai paura di ricominciare da zero e ripetere gli stessi errori? Scopri quali convinzioni alimentano la paura e mettile alla prova con tecniche come la ristrutturazione cognitiva. È vero che intraprendere un cammino nuovo e un diverso modo di fare le cose può spaventare, ma ancor peggio è rimanere intrappolati nel passato. Assumi che ogni errore sia un’esperienza di apprendimento e comprendi che non potrai mai tornare allo stesso punto perché cresci sempre di più con ogni nuova esperienza. Infatti, a volte non è tanto importante l’obiettivo quanto la persona che sei diventato mentre cercavi di raggiungerlo. Dopotutto, la vita è un viaggio, non una destinazione.
  1. Abbraccia il cambiamento. La vita scorre in un processo di continuo cambiamento. Molte volte abbiamo paura di ricominciare di nuovo perché ci consideriamo un “prodotto finito” o alimentiamo immagini statiche di una relazione o di una professione. Al contrario, quando abbracciamo il cambiamento, cambiamo la nostra prospettiva e ci apriamo ad un universo di possibilità che ci consente di intraprendere nuovi inizi.
  1. Sviluppa la resilienza. Se ti fidi della tua capacità di superare le avversità, ripartire da zero non sarà così difficile. Le persone che hanno dovuto lottare contro venti e maree hanno messo alla prova la loro resilienza e hanno interiorizzato un insegnamento di grande valore: “non importa quanto difficili siano le cose, alla fine ce la farò”. Quella certezza è un faro che le illumina e le sostiene nei momenti più difficili.
  1. Separati dal risultato. Molte volte l’ansia e la paura di commettere gli stessi errori provengono dalla tendenza a concentrarsi sui risultati. Tutto cambia quando assumiamo una distanza psicologica. Pertanto, invece di aggrapparti disperatamente a immagini mentali, idee, convinzioni e aspettative su come dovrebbe essere il viaggio, cercando di controllare tutto ciò che accade sul percorso, devi imparare a lasciar andare e fluire. Concentrarsi sulle esperienze preziose, piuttosto che sui risultati, è la migliore strategia per ottenere il massimo dalla vita.
  1. Dimentica il tuo ego. A volte la paura di ripetere gli stessi errori proviene da una paura molto più profonda, quella di essere valutati negativamente, di essere rifiutati. Siamo preoccupati di ciò che gli altri penseranno dei nostri “fallimenti”. In questi casi è l’ego che parla, quindi devi solo imparare a farlo a tacere. Comprendi che il tuo valore come persona non dipende dai tuoi successi o insuccessi ma dall’impegno e dalla passione che metti nel viaggio.
  1. Inizia dalla fine. Può sembrare una contraddizione, ma è un cambiamento di prospettiva molto utile quando è necessario ripartire da zero. Ricorda che per chi no sa a quale porto dirigersi, nessun vento è propizio. Quindi, chiediti “che tipo di vita voglio crearmi?”Pensa a ciò che vuoi veramente e sii aperto alle opportunità che si presenteranno. È probabile che tu raggiunga il tuo obiettivo attraverso un percorso che non avevi programmato inizialmente, ma che è stato molto più semplice ed eccitante.

La entrada Non si ha paura di ripartire da zero, ma che si ripeta tutto di nuovo se publicó primero en Angolo della Psicologia.

“Vi racconto il successo di Trump”

FEDERICO CENCI inTerris.it 23.3.19

Donald Trump

Donald Trump

Parla Maria Giovanna Maglie, che previde la vittoria dell’ex tycoon contro ogni pronostico: “E nel 2020…”

n anno fa il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annunciava con il suo solito fare solenne ed eccentrico al tempo stesso: “Molto presto andremo su Marte”. In attesa di vedere un astronauta piantare la bandiera a stelle e strisce sul Pianeta Rosso, continua ad attirare attenzioni la Casa Bianca. Tra dazi, muri, accordi e disaccordi internazionali, Trump resta mattatore della politica internazionale e si prepara alle prossime agguerrite presidenziali che si terranno nel 2020. Eppure in pochissimi, prima del novembre 2016, avevano previsto la sua vittoria contro Hillary Clinton. In questa sparuta minoranza, la giornalista ed analista politica italiana Maria Giovanna Maglie, per quindici anni inviata Rai a New York, volto noto della tv e piglio graffiante contro quello che definisce “politically correct”. Piglio che giorni fa l’ha fatta finire al centro delle polemiche, dopo che a proposito di Greta Thunberg, icona dei Fridays for future, ha detto: “Se non fosse che è una bambina, anche un po’ malata, la metterei sotto con la macchina”. La Maglie ha poi chiarito che si è trattato di “una battuta innoqua”. “A Roma – ha aggiunto – si usa dire ‘te metterei sotto co’ la machina’ quando ti sta antipatico qualcuno ma non significa che lo vuoi uccidere”. E ancora: “La bambina Greta non mi sta antipatica ma trovo terribile la strumentalizzazione di cui è oggetto, la macchina di propaganda che le sta intorno”. In Terris l’ha intervistata a proposito di Trump.

Cosa le fece pronosticare la vittoria di Trump?
“L’analisi dello stato miserevole in cui si trovavano gli Stati Uniti dopo otto anni di presidenza Obama. La ripresa era lenta, le tasse molto alte, mentre la politica sociale – in nome del ‘politically correct’ e del buonismo – aveva lasciato da parte la borghesia e alimentato un conflitto razziale facendo prendere piede in modo spropositato alle minoranze. Ne è nata una crisi d’identità che Donald Trump ha saputo comprendere”.

Come spiega che i maggiori organi d’informazione non abbiano saputo cogliere questa realtà?
“È la stessa ragione per cui molti osservatori continuano, in Italia, a ritenere Salvini una sorta di ‘accidente momentaneo’ anziché un leader profondamente sentito dal popolo italiano. Il punto è che quando arriva un leader populista, i grossi gruppi di potere si rifiutano di prenderlo in considerazione perché non è un uomo loro. E così è accaduto che negli Stati Uniti i grandi quotidiani, tutti legati al mondo democratico, non abbiano voluto accettare l’ascesa di Trump. È un problema di distacco del mondo dell’informazione dalla realtà sociale: non è un caso che le vendite di giornali siano in calo”.

Lei considera Clint Eastwood un “cantore dell’America trumpiana”. Con i suoi film il noto regista aveva intuito un malessere della società americana radicata su valori conservatori?
“Clint Eastwood è un narratore dell’America profonda, insofferente nei confronti di tutti quei fenomeni di degenerazione della società dovuti al buonismo e al ‘politically correct’: il ‘me too’, le statue di Cristoforo Colombo demolite, il femminismo trasformato in una macchietta e in un’arma contro gli uomini… Clint Eastwood ha la capacità di capire cosa davvero salva la società americana: penso a ‘Sully’, il suo film sul pilota che che tenta un ammarraggio sul fiume Hudson contravvenendo alle regole dell’assicurazione pur di salvare le vite dei passeggeri; penso ad ‘Attacco al treno’, film che racconta di quei giovani americani che hanno sventato un attentato sul treno Amsterdam-Parigi fermando a mani nude un terrorista armato. I suoi film sono un inno alla forza della società americana da preservare dagli attacchi del ‘politically correct’. Sicuramente ‘Grande Torino’ ne è la punta di diamante, perché al centro c’è Walt Kowalski, operaio in pensione di Detroit, la cui fabbrica di auto nel periodo del film (2008, ndr) era stata trasferita in Messico. Ebbene, Trump ha riportato negli Stati Uniti la produzione (Fca ha annunciato che produrrà delle Jeep in una fabbrica di Detroit abbandonata dal 2012, ndr)”.

I vari Walt Kowalski, dopo due anni di presidenza Trump, possono ritenersi soddisfatti?
“Certo che si possono dire soddisfatti. Parlavo pochi giorni fa con un mio amico italiano che vive negli Stati Uniti ed è un lavoratore medio che sta preparando la dichiarazione delle tasse: al netto dell’assicurazione sulla salute, si accinge a pagare il 12,5% dei suoi guadagni. Come si può pensare che questo non sia un elemento di sollievo per la classe lavoratrice? E da più di un anno la disoccupazione è scesa al 3%. Si registra poi il più massiccio passaggio da part-time a full-time della storia del Paese. Se poi i vari Walt Kowalski credono anche nei valori di Dio, Patria e Famiglia, non possono che ritenersi soddisfatti dell’operato di una presidenza di chiaro stampo conservatore sui temi etici”.

E le accuse per la costruzione del muro al confine con il Messico?
“Quali accuse? Quelle dei democratici, che negli anni passati hanno costruito loro stessi il muro? Ha iniziato Clinton, hanno proseguito Bush e poi anche Obama. E va ricordato che il numero di clandestini espulsi da Obama è stato enorme. Credo che sia una polemica pretestuosa. Basta essere stati una volta a Rio Grande o a Tijuana – ed io ci sono stata molte volte – per rendersi conto che da lì passano non solo i disperati in cerca di lavoro, ma anche droga, terrorismo, criminali… Non credo che Trump intenda rinunciare alla costruzione”.

Come vede le elezioni del 2020?
“Questi due anni per Trump sono stati faticosissimi, con iniziali resistenze alla sua presidenza anche interne al Partito Repubblicano. Se ce l’ha fatta finora, credo che nulla possa fargli paura. I democratici condurranno una ‘guerra’ spietata, ma sono spaccati al loro interno sul metodo: c’è chi vuole attaccare Trump in modo più spregiudicato, accusandolo di impeachment, e chi vuole condurre la battaglia sul campo strettamente politico”.

Nei contenuti politici e nel modo di comunicare, trova affinità tra Trump ed esponenti politici europei sovranisti?
“Sì, vedo analogie. Il sovranismo è un fenomeno mondiale che trae origine dall’esigenza profonda del popolo di riprendersi il proprio destino. Negli Stati Uniti questo sentimento è stato soffocato da un certo multilateralismo di Obama, dalla perdita di senso d’identità, mentre in Europa dall’accentramento dell’Unione europea a trazione franco-tedesca. Sia Trump sia i sovranisti europei provano a dare risposte proponendo una riaffermazione dell’identità, del controllo del proprio Paese”.

Di recente lei è stata attaccata dopo che era stato fatto il suo nome per condurre un programma su Raiuno. Nel 2016 scrisse che per stare dalla parte di Trump in America occorresse “molta resistenza al dileggio”. È così anche in Europa, per chi si definiscesovranista?
“È tutta la vita che sono controcorrente, quindi non mi stupiscono gli attacchi verso di me. Diciamo più in generale che se sei un giornalista progressista, abortista, per le unioni civili e per l’apertura dei confini, sei un giornalista ‘alla moda’ e buono. Se invece sei un giornalista contro il pregiudizio ‘politically correct’, se pensi che queste elite abbiano fallito, affidando il processo di globalizzazione soltanto al mercato, allora sei scomodo. Ma c’è un’affermazione popolare contro le manipolazioni massmediatiche. Dunque possono anche dileggiarmi, sono in buona compagnia”.


Maria Giovanna Maglie

Macchè Italia, è l’Europa la malata d’Europa

Massimo Bordin micidial.it 22.3.19

Gli italofobici che siedono al Cuoa, alla Bocconi, all’Adam Smith Society continuano a dire che l’Italia è il malato d’Europa, che è il fanalino di coda della Ue e bla bla bla. Poi arrivano i dati della locomotiva del Vecchio Continente, cioè della Germania, e allora si ride.

L’indicatore manifatturiero più importante in Germania è sceso in un anno da 60 a 44,4…. E’ certo che l’Eurozona entrerà in recessione, per ora il settore servizi tiene, ma il manifatturiero anticipa.

E’ a sto punto piuttosto evidente che qui parliamo di un crollo, di una debacle sconvolgente che anticipa la recessione europea, visto che alla Germania siamo simpaticamente appesi come un gattino ai maroni. I vari Prodi e Berlusconi (si… anche Berlusconi) ci hanno ficcato in questa situazione. Gli economisti prezzemolini come Veronica De Romanis sono ospitati in prima serata sparando minchiate come “l’austerità fa bene”. I maggiori giornalisti finanziari italiani che scrivono per il Sole, Repubblica e il Corriere sono proeuro e sfegatati per la Germania merkelliana. Dei matematici finanziari come Michele Boldrin non dico nulla per evitare di incorrere nel reato di ingiuria. Tappiamogli la bocca con i loro stessi strumenti, magari partendo da un grafico come questo qua sotto, manifesto dell’austerità liberista e totem della “mano invisibile”.

INDICATORE PMI GERMANIA

Il crepuscolo degli dei: la crisi senza fine di Deutsche Bank

Andrea Muratore gliocchidellaguerra.it 22.3.19

The logo of Germany's biggest lender Deutsche Bank is pictured on its headquarters on the sidelines of the company's annual financial statement in Frankfurt am Main, on February 01, 2019. - Deutsche Bank reported a 2018 bottom line in the black for the first time in four years, with a cost-cutting drive delivering results even as revenues fell. (Photo by Daniel ROLAND / AFP)

Deutsche Bank prosegue nella sua fase di dissesto e crisi. Le recenti incertezze sul salvataggio dell’istituto attraverso la fusione con la connazionale Commerzbank, legate ai timori sull’effettiva tenuta del colosso risultante dall’unione, sono solo le ultime manifestazioni di un lungo crepuscolo che ha gradualmente avvolto una banca capace, a lungo, di rivaleggiare con i grandi del pianeta.

L’affondo Fmi sui derivati di Deutsche Bank

La scoperta della crisi di Deutsche Bank risale al giugno 2016, quando come un fulmine a ciel sereno giunse la notizia che il Fondo monetario internazionale aveva definito l’istituto come la più grande fonte potenziale al mondo di choc esterni per il sistema finanziario. Il mito dell’efficienza tedesca si sgretolò quando, col passare dei mesi, vennero a galla tutte le problematiche connesse al modello Deutsche Bank.

crisi del primo istituto tedesco, che maneggia asset per circa 1.700 miliardi di euro, è frutto della combinazione di gestione scriteriata, violazioni scoperte di regole, frodi conclamate e assunzioni di rischi immotivati dai ritorni economici. Un dato vale per tutti: i 48 mila miliardi di euro di derivati – 14 volte il Prodotto interno lordo della Germania – in pancia all’istituto, un valore di gran lunga superiore a quello di Lehmann Brothers al momento del crac, la più grande spada di Damocle pendente sul sistema finanziario globale se, come pare confermato da un report della Banca d’Italia, al loro interno covano buona parte dei 6.800 miliardi di euro di titoli tossici detenuti dal sistema finanziario europeo. 

Ma al momento dell’affondo del Fmi, Deutsche Bank doveva già fare i conti con le prime grane. ” L’anno prima Deutsche Bank era stata investita dallo scandalo Libor, relativo alla manipolazione fraudolenta dei tassi di riferimento sui mutui immobiliari. I vertici di allora furono costretti a dimettersi e il conto di multe e risarcimenti superò i due miliardi e mezzo. Il 2015 si chiuse con una perdita netta di 6,8 miliardi di euro”, sottolinea l’Agi.

Tutti gli scandali di Deutsche Bank

“Le conseguenze dello scandalo andarono ben oltre l’esborso”, prosegue l’agenzia milanese. “Il caso fu un colpo durissimo per la credibilità di una compagnia che era sempre stata tra i simboli dell’affidabilità tedesca. Il risultato fu una fuga degli azionisti. La capitalizzazione di mercato, che all’inizio del 2015 superava i 40 miliardi di dollari (cifra che era già meno di un millesimo dell’esposizione a derivati), sprofondò fino a toccare un minimo di 15,7 miliardi di dollari nel settembre 2016, mese nel quale il dipartimento di Giustizia Usa chiede il pagamento di una sanzione da 14 miliardi di dollari (successivamente ridotta della metà) per irregolarità nella vendita di obbligazioni garantite da mutui”.

Dal 2008 ad oggi, la banca ha sborsato, per multe e dispu­te legali, qualcosa come 18 miliardi di dollari. In Euro­pa, solo Royal Bank of Sco­tland Group ha fatto peggio, con un esborso di 18,1 miliardi. E la voragine di bilancio mostruosa creata da queste spese è seconda solo al durissimo colpo alla credibilità del management di Deutsche Bank, che lo scorso hanno ha provato, più o meno in corrispondenza dell’ennesima bocciatura da parte della Fed, che ha in un certo senso rimediato all’eccesso di prudenza con cui la Vigilanza bancaria della Bce, impegnata ad attenzionare le banche italiane sui crediti deteriorati, si approcciava all’istituto basato nella sua stessa città, Francoforte.

I mercati presentano il conto

Ma se la vigilanza bancaria ha usato il fioretto con l’istituto, lo stesso non si può dire dei mercati finanziari. Che hanno eroso progressivamente il capitale di Deutsche Bank, dissolvendone il 90% del valore in dieci anni e portandolo a valori attestati da tempo attorno ai 15 miliardi di euro, con una leva di oltre 1 a 100 col totale delle attività maneggiate da Deutsche Bank. La quale, per frenare l’emorragia, nell’aprile 2018 ha sostituito l’ad britannico John Cryan con il tedesco Christian Sewing, poco dopo che il primo azionista, il conglomerato cinese Hna, aveva annunciato la riduzione della sua partecipazione dal 10 al 7,9%.

Il terremoto Danske Bank e l’offensiva Usa

A fine 2018 è esploso l’ennesimo scandalo riguardante la banca di Francoforte, potenziale pietra tombale sulle sue prospettive di ripresa. Fino al 2015 Deutsche Bank avrebbe, secondo quanto rivelato dal whistleblower Howard Wilkinson, contribuito a riciclare decine di miliardi di euro provenienti, in larga misura, dalla Russia e passati per la filiale estone di Danske Bank. Duecentotrenta miliardi di dollari, in gran parte provenienti dalla Russia, sarebbero passati attraverso la filiale estone di Danske Bank e girati a Deutsche Bank, JPMorgan e Bank of America per essere immessi, puliti, nel sistema finanziario internazionale”,scrive Repubblica.

E, come riporta il GuardianWilkinson ha dichiarato che circa 150 miliardi di euro sarebbero stati gestiti direttamente da Deutsche Bank, da lui mai citata direttamente ma di cui si intravede chiaramente la fisionomia. Le indagini hanno portato alle dimissioni del Ceo della banca danese, Thomas Borgen, e a un grave tonfo borsistico degli istituti chiamati in causa.

A fine gennaio gli Stati Uniti, in una fase di aperta offensiva economica dell’amministrazione Trump contro la Germania, sono tornati alla carica sul caso Danske Bank, mettendo nuovamente all’angolo Deutsche Bank, dato che le rivelazioni di Wilkinson hanno portato la Fed ad aprire un nuovo fascicolo  e  Elizabeth Warren, la battagliera senatrice democratica – candidata alle primarie di Usa 2020 – a chiedere alla Commissione bancaria del Senato di avviare un’ inchiesta.

Come una fusione, peraltro molto complessa nella pratica, possa livellare un consolidato schema di delegittimazione della credibilità di Deutsche Bank non è dato sapersi. Il lungo crepuscolo degli dei del mondo bancario tedesco prosegue: e in fondo al tunnel non si intravede la luce, ma ulteriori difficoltà. Con Deutsche Bank che continuerà ad essere il “malato d’Europa” e la più grande minaccia alla finanza europea.

Brava Cina: capitalismo sociale, da noi inventato e perduto

libreidee.org 23.3.19

Noi siamo abituati a pensare in termini eurocentrici, ma il mondo non è l’Europa, e lo sarà sempre meno se non capiamo politiche economiche che noi stessi abbiamo inventato, ma abbiamo abbandonato. In Cina c’è una “festa salariale”: il governo ha deciso di non tassare stipendi fino a 5.000 Yuan. Ha deciso di inserire detrazioni fiscali importanti se si hanno figli a scuola o genitori a carico. Ha deciso di poter detrarre spese mediche fino a 6.0000 Yuan l’anno (7.500 euro). Facciamo degli esempi: un operaio, da 4.500 Yuan ne prenderà 5.000 (prima era tassato al 10%). Un’impiegata, da 6.000 Yuan ne prenderà 8.000, perché ha figli a scuola e genitori a carico. Un responsabile da 9.300 Yuan che pagava il 25% di tasse avrà solo 31 Yuan di trattenute, perché ha un figlio a scuola e sta pagando un mutuo. Queste detrazioni diminuiranno se gli stipendi saranno accumulati oltre una certa misura, invogliando i lavoratori a fare spese per la propria famiglia. Cosa sta veramente facendo il governo cinese? Sta ponendo le basi per un welfare, attraverso la leva fiscale, che ha come scopo dare tranquillità salariale ai lavoratori cinesi.

I cinesi non dovranno più preoccuparsi di aumentare il risparmio precauzionale. Stanno, in questo modo, orientando i consumi verso il mercato interno; e di conseguenza, anche il lavoro e la produzione saranno dedicati a questo mercato. Far Cinacrescere il salario sociale delle varie classi di lavoratori ha lo scopo di proteggersi dalle crisi sistemiche tipiche dell’Occidente, attraverso la crescita della domanda interna e un minor apporto di lavoro per le esportazioni. Cioè l’esatto contrario della strategia ordoliberista dell’Unione Europea. Il governo, con queste misure, aumenterà il rapporto deficit/Pil al 2,8%, ma molti analisti pensano che il Consiglio di Stato porterà il deficit/Pil al 5%, per rispondere alle crisi mondiali che sembrano convergere fra loro, in una specie di super-massa, o super-bolla.

Aumentando il debito pubblico e diminuendo il risparmio precauzionale depositato dai cittadini, la banche pubbliche dirotteranno i loro enormi attivi verso la spesa pubblica e non più a investimenti privati che provocano, ormai da tempo, sovrapproduzione. L’impatto delle misure lo vedremo nei prossimi mesi. In buona sostanza, il governo cinese vuole evitare i Roberto Alicedanni che il capitalismo spinto produce, vuole distribuire i suoi frutti e armonizzarlo in un capitalismo più sociale, cosa che nel laboratorio-Italia si stava facendo, negli anni ‘60 del secolo scorso. Questa dinamica di crescita del mercato interno cinese potrebbe generare una crescita anche nel resto del mondo, in quota parte, per i prodotti che importeranno. Gli Usa hanno capito la posta in gioco, e non a caso premono per entrare in questo mercato. In Europa invece sono tutti intenti a varare norme e regole che strozzano i salariati: un continente che ormai vive in un altro mondo, e dallo stesso sarà buttato fuori.

(Roberto Alice, “Mercato interno”, dal blog del Movimento Roosevelt del 4 marzo 2019. Appassionato studioso di economia e collaboratore del blog “Scenari Economici” diretto da Antonio Maria Rinaldi, Roberto Alice sarà tra i candidati del Movimento 5 Stelle alle elezioni regionali del Piemonte, maggio 2019).