Italia 2050: se a pagarci la pensione saranno gli americani.

Barbara D’Amico wired.it 4.6.18

Il fondo BlackRock ha fiutato l’affare: in Europa, gli Stati avranno sempre più difficoltà a versare la pensione, ciò aprirà il business della previdenza integrativa. Col rischio di un monopolio

Tra poco più di trent’anni le nostre pensionipotrebbero essere erogate da un fondo privato americano e l’Inps ridotta ad essere un ricordo del passato. Lo scenario non riguarda solo il nostro paese ed è meno distopico di quello che sembri. Ieri Il Fatto Quotidiano ha ricordato che da circa un anno il fondo di gestione del risparmio BlackRock è pronto a lanciare un programma di previdenza integrativa in tutta l’Unione Europea, transnazionale e – come accade per i dati ai tempi della GDPR – “portabile”.
Il tutto partendo da un progetto pilota per le pensioni dei ricercatori dell’Ue già finanziato con soldi pubblici del Vecchio continente – 4 milioni di euro – tramite il programma Horizon 2020.

BlackRock è una vera e propria potenza economica:  maneggia un patrimonio di 6mila 300 miliardi di dollari e ha partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali del mondo, dal settore bancario alla farmaceutica.

E preme per strappare agli Stati Ue il monopolio pubblico della gestione pensionistica: viste le condizioni delle finanze nazionali, insediarsi nel mercato non dovrebbe essere complicato.  Ad esempio, per capire quanto pesano le pensioni sullo sviluppo dell’Italia dobbiamo partire da questo dato: nel 2017, per quella sola voce, abbiamo speso 200,5 miliardi di euro  (i dati sono nell’Inps), cioè circa l’11,6% del prodotto interno lordo nazionale. 

Sgombriamo un secondo il campo da equivoci: investire  in pensioni significa tutelare i cittadini e garantire la tenuta sociale. Spendere tanto, però, non vuol dire raggiungere questi obiettivi: come dimostrano i dati Eurostat, paesi europei come la Germania hanno un rapporto pensioni/pil più basso del nostro e della Grecia (qui invece trovate i dati grezzi aggiornati al 2015).
Ergo: siamo fragili sui sistemi di welfare e di erogazione previdenziale.  Così, la scorsa estate la Commissione europea ha fatto quel passo in più che serviva alla firma americana: ha avallato un progetto per la creazione di un mercato unico dei capitali e delle pensioni integrative (il PEPP) creando la base giuridica per la privatizzazione dei sistemi pensionistici.

Dare impulso istituzionale a uno strumento di previdenza integrativa, sapendo che il pubblico fatica a gestire le pensioni di oggie non sarà in grado di sostenere il retirement dei Millennials,  significa  spingere nelle mani di fondi privati un patrimonio pensionistico che solo in Ue oggi vale 2 mila miliardi di euro.
Al momento, però, l’unico fondo in grado di gestire quella mole di risparmio per 500 milioni di cittadini europei è appunto BlackRock e questo sta creando qualche dubbio a Bruxelles per gli evidenti rischi di monopolio a cui il progetto andrebbe incontro.

Inutile però negare che i sistemi di welfare europei siano impreparati a garantire tutele pensionistiche su larga scala e che le pensioni integrative abbiano acquisito negli ultimi anni un peso sempre maggiore sul totale dei contributi versati.
Anche Carlo Cottarelli, che pochi giorni fa ha presentato i nuovi dati sulla spesa pensionistica italiana, è orientato alla creazione di pensioni complementari: è l’unica soluzione per evitare guerre sociali, anche perché  entro il 2040 la spesa per le pensioni peserà per oltre il 18% del nostro Pil (attualmente destiniamo il 15% del prodotto interno lordo).

Per gli italiani, poi, la pensione integrativa è già sdoganata: già tra il 2000 al 2007 – anno in cui ci fu la riforma della previdenza con la possibilità di destinare la liquidazione, cioè il proprio TFR, ai fondi pensione    il numero di richieste per le integrative era  passato da 2 milioni a 7 milioni (in Italia eroghiamo oltre 17 milioni di pensioni).

I sindacati italiani sono grandi fan delle pensioni integrative e in 10 anni i dati ci dicono che chi ha investito la liquidazione in un fondo privato ha fatto la scelta  giusta (con rendimenti superiori anche al 20% contro il 10-14% del Tfr), mentre c’è chi come il matematico Beppe Scienza – autore de Il risparmio tradito – mette da sempre in guardia dalla privatizzazione dei propri risparmi. Secondo Scienza i rendimenti sarebbero inferiori a quelli di un normale Tfr. Tutto dipende, va detto, se si fa una valutazione di breve/medio o di lungo periodo, intendendo per lungo periodo oltre i 30 anni: nel primo caso ha ragione Scienza, nel secondo i sindacati e i fan dell’integrativa.

Apriamo e chiudiamo poi una parentesi: per anni i sistemi nazionali si sono scordati di partite Iva e liberi professionisti senza ordini professionali e casse previdenziali dedicate. Questa categoria ha una sola possibilità di avere una pensione, ed è tramite il sistema integrativo. Se lo Stato non adotterà misure a tutela di tutti i lavoratori e delle fasce deboli è chiaro che la strada tracciata da Blackrock più che criticabile sarà inevitabile.

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“Quando sarà BlackRock a pagarci le pensioni. La Roccia Nera preme per strappare agli Stati il monopolio pubblico della gestione pensionistica . Ed è già pronta a lanciare un programma di previdenza integrativa in tutta l’UE, il cui patrimnio pensionistico vale oggi 2000 miliardi di euro. D’altra parte vien dato come risaputo che gli Stati non saranno mai in grado di pagare le pensioni ai Millenials di oggi.”

Se i patti non si rispettano, la giostra si ferma.

ilborbonico.it 7.11.18

La crisi di governo è nell’aria. Dl sicurezza e prescrizione dividono la maggioranza, mentre Salvini vuole far ricadere su Di Maio la responsabilità di nuove elezioni. E a pagare saremo,come sempre, noi al Sud.

I gufi saranno contenti. Così come i giornaloni e gli opinionisti della prima e dell’ultima ora che dall’insediamento del governo non hanno fatto altro che sputare veleno contro l’esecutivo nella speranza, attualmente sembra concreta, che l’esperienza giallo-verde giungesse al capolinea in tempi rapidi. I pomi della discordia sono il decreto sicurezza e l’abolizione della prescrizione per i reati di stupro, truffa e spaccio i quali hanno generato un muro contro muro tra Di Maio e Salvini. Anche se in queste ore il decreto sicurezza viene approvato al senato (per poi passare alla camera) con il voto di fiducia (163 sì, 59 no) a mio modesto avviso i problemi della maggioranza sono ben lungi dall’essere risolti. Lo dimostra l’abbandono dell’aula da parte dei dissidenti 5 stelle, ma soprattutto il fatto che Salvini, nonostante le accomodanti parole del dopo voto, non ha nessuna intenzione di concedere soddisfazione ai 5 stelle sullo stop alla prescrizione contenuto nel ddl anticorruzione. Le sue parole «Sulla prescrizione chiudiamo tra qualche ora. Tra persone ragionevoli una soluzione si trova sempre», nascondono una velata minaccia: o Di Maio viene a miti consigli o salta il banco e la responsabilità sarà sua. Che è la cosa più falsa di questo mondo. 

Su “Il Fatto Quotidiano” magistrati del calibro di Nino di Matteo e Piercamillo Davigo si dichiarano apertamente a favore dello stop alla prescrizione affermando che in questo modo si accorcerebbero i processi, ma soprattutto se ne affronterebbero sempre meno di nuovi. Si chiama certezza della pena, una cosa che l’Italia da 30 anni a questa parte si sogna.

Salvini in realtà ha tutto da guadagnare dalla capitolazione del governo dato che il vero problema è un altro: le autonomie differenziate. Ma ci arriveremo tra un attimo. Prima vorrei brevemente dedicarmi all’abolizione della prescrizione contenuta nel ddl anticorruzione per spiegare ai lettori alcuni particolari. Su “Il Fatto Quotidiano” magistrati del calibro di Nino di Matteo e Piercamillo Davigo si dichiarano apertamente a favore dello stop alla prescrizione affermando che in questo modo si accorcerebbero i processi, ma soprattutto se ne affronterebbero sempre meno di nuovi. Si chiama certezza della pena, una cosa che l’Italia da 30 anni a questa parte si sogna. Mi spiegate perché uno stupratore, uno spacciatore o un truffatore dovrebbe godere della prescrizione del suo reato perché la giustizia italiana è lenta? Non si tratta di essere giustizialisti, ma giusti. L’emendamento dei cinque stelle prevede che dopo la sentenza di primo grado, indipendentemente dal suo esito, qualora si voglia ricorrere, lo si possa fare ma senza il “privilegio”della prescrizione. 

Vogliamo che i colpevoli paghino o che restino ingiudicati e quindi impuniti? La risposta la deve dare Salvini.

Attualmente, invece, si mira ad allungare i processi al secondo e al terzo grado di giudizio, riponendo le speranze proprio sul fatto che il reato venga prescritto. Di fatto se ciò accadesse ne si uscirebbe,badate bene, ingiudicati, e non puliti! Su “Il Fatto Quotidiano” di oggi Davigo afferma: “Quando in Italia hanno introdotto il nuovo codice di procedura penale, ci hanno raccontato che avremmo avuto il processo all’americana. Ebbene: negli Stati Uniti la prescrizione si blocca con l’inizio del processo. Quasi tutti gli argomenti che sono usati in questi giorni non hanno alcun addentellato con la realtà. È l’Italia l’anomalia: abbiamo un sistema giudiziario in cui un imputato condannato in primo grado fa appello per avere ridotta la pena, ma sperando in realtà di non scontare alcuna pena, neppure ridotta, perché tanto arriverà la prescrizione”. Aggiunge poi: “Non è vero che allungando i tempi di prescrizione si allungherà anche la durata dei processi. Intervenendo sulla prescrizione i tempi si accorciano. I processi in Italia durano tanto perché ce ne sono troppi. E una causa è che ci sono troppi appelli e ricorsi in Cassazione, fatti in attesa che arrivi la prescrizione”.E poi conclude:“Altra causa è che alcuni comportamenti che ridurrebbero la durata dei dibattimenti non sono attuati,perché per gli imputati e i loro avvocati è più conveniente puntare sulla prescrizione del reato”.
Questa è l’attuale situazione della giustizia italiana. Vogliamo cambiarla o no? Vogliamo che i colpevoli paghino o che restino ingiudicati e quindi impuniti? La risposta la deve dare Salvini. Quel Salvini che invece tenta di gettare su Di Maio la responsabilità di una probabilissima crisi di governo secondo un disegno leghista ben preciso che mira a screditarlo e a sottrarre consensi ai 5 stelle, in vista dell’approvazione delle autonomie differenziate.

Salvini sa bene che se Di Maio facesse cadere il governo sull’incostituzionalità delle autonomie, proteggendo di fatto gli interessi meridionali e quelli costituzionali, avrebbe riacquistato di colpo tutti i consensi che finora ha perso per strada.

Perché è su questo lodo che il leghista si gioca la faccia con i suoi elettori e non vorrebbe mai arrivare allo scontro con Di Maio sulle autonomie, perché sa bene che esse sono incostituzionali ed enormemente penalizzanti per il Sud se approvate, come chiedono Veneto e compagnia bella, senza la propedeutica definizione dei LEP. Salvini sa bene che se Di Maio facesse cadere il governo sull’incostituzionalità delle autonomie, proteggendo di fatto gli interessi meridionali e quelli costituzionali, avrebbe riacquistato di colpo tutti i consensi che finora ha perso per strada. Ma perché Salvini, poi, sarebbe tanto interessato a non definire i LEP? Lo si capisce molto bene da un articolo di Marco Esposito su “Il Mattino” di ieri nel quale illustra come un nuovo indicatore economico introdotto da Bankitalia (ITER – Indicatore Trimestrale Economia Regionale) riporti che “La frenata dell’economia in corso nel 2018 riguarda soprattutto l’ex locomotiva Nordest e il Centro Italia, mentre prosegue la crescita del Pil nel Nordovest e nel Mezzogiorno”, nonostante siano in aumento i divari di reddito che separano sempre di più i più ricchi dai più poveri. Il Nordest è, quindi, in crisi, mentre il Sud è in ripresa facendo utili con le minime risorse che lor signori nordisti gli lasciano. Questi sono i dati che preoccupano non poco Salvini alle prese con una frenata inaspettata per fronteggiare la quale richiede risorse indebite da sottrarre al Sud del paese: alla faccia della cosiddetta fratellanza italiana! I LEP impedirebbero una redistribuzione iniqua della ricchezza 
e, finalmente, per una volta in 157 anni, non penalizzante per le nostre regioni, garantendo il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.

Salvini deve sapere che se i patti non si rispettano, prima o poi la giostra governativa si fermerà e spetta a Di Maio chiarirgli le idee, pretendendo in modo risoluto il rispetto del contratto di governo per ogni argomento in discussione, ma soprattutto pretendendo la definizione dei LEP prima di qualsivoglia autonomia.

Come si dice dalle nostre parti, caro Luigi, ci vuole un po’ di cazzimma, e a tutti noi sembra il momento giusto per mostrarla.

d.A.P.

Processo BPVi, rigettata costituzione parte civile Regione Veneto. La dettagliata spiegazione dell’Avvocatura regionale

Note ufficiali Vicenzapiu.com 15.12.18

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In merito al rigetto dell’istanza di costituzione di parte civile della Regione del Veneto nel processo per il danno ai risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza, ecco la puntualizzazione arrivata dall’Avvocatura regionale: 1) Il rigetto del tentativo di costituzione di parte civile della Regione Veneto, unitamente ad altri soggetti privati danneggiati presentatisi per la prima volta all’udienza odierna del 15 dicembre 2018, è stato assunto per una quanto apprezzabile, tuttavia non condivisibile valutazione delle norme processuali da parte del collegio giudicante.

Secondo l’ordinanza letta in aula dal suo Presidente la non ammissione è stata, nella sostanza, motivata con la circostanza che lo stesso aveva ritenuto chiusa la fase di costituzione delle parti civili che si erano presentate all’udienza del giorno 1 dicembre 2018.

Invero, in quel giorno, con un provvedimento di contenuto organizzativo e comprensibilmente rivolto alla migliore gestione di un dibattimento particolarmente complesso, il collegio aveva anche disposto che l’udienza del 15.12.2018  fosse destinata alla “prosecuzione delle attività preliminari” e alla “formulazione di un elenco completo e definitivo delle parti civili e dei loro difensori” .

Proprio queste ulteriori disposizioni avevano lasciato intendere, come peraltro ritiene la prevalente giurisprudenza di legittimità, che in tal modo lo stesso giudicante avesse ritenuto che, comunque, il termine ultimo previsto per la costituzione di parte civile fosse quello, antecedente alla dichiarazione di apertura del dibattimento, in cui il giudice ha non soltanto completato la raccolta delle costituzioni di parte civile, ma ha anche esaurito l’accertamento sulla regolare costituzione delle parti, operazione che è avvenuta all’udienza odierna. Operazione alla quale segue, prima che possa dirsi chiusa la fase di costituzione della parti civili, come previsto dall’art. 491 c.p.p., un ulteriore passaggio: ovvero la parola alle difese per eventuali le eventuali eccezioni sollevate al riguardo, operazione, quest’ultima, che sarà svolta nelle prossime udienze.

Per cui, in questa occasione, e malgrado il diverso e prevalente orientamento giurisprudenziale, il collegio, per evidenti esigenze di celerità e concisione, ha preferito ritenere conclusa la fase preliminare affermando che l’udienza odierna aveva un contenuto meramente rivolto alla correzione degli errori materiali eventualmente occorsi in quella precedente, nella quale si doveva intendere definitivamente esaurita la costituzione delle parti civili.

2) L’ordinanza del Tribunale di Vicenza non è validamente opponibile per riottenere una riammissione in questo processo. Ma dato che i sottostanti interessi  non sono venuti meno, non per questo è esclusa la possibilità della Regione di riproporre in sede civile una causa risarcitoria di contenuto analogo alle ragioni per le quali ha esperito questo tentativo di costituirsi parte civile.

3) Il tentativo esperito dalla Regione Veneto trova sostegno nello statuto regionale, laddove si prevedono competenze a favore del sostegno del credito e delle finanza di interesse regionale, così come dall’attribuzione di competenza indicata nell’art. 117, terzo comma, della Costituzione, nonché alla circostanza che le vicende da cui è generato questo processo penale hanno avuto riguardo, non soltanto al turbamento recato nella collettività per le varie forme di pregiudizio economico causate dal dissesto economico di una  banca di particolare esposizione pubblica, ma anche per la lesione causata agli interessi regionali non direttamente collegati a interessi di rilevanza economica ma, pur tuttavia, espressione al complesso delle relazioni sociali dell’ente Regione.

A questo riguardo, bisogna considerare che la Regione non ha subito un danno patrimoniale diretto, come ad esempio è accaduto al Comune di Vicenza, già socio della banca, inoltre i reati per i quali si procede (aggiotaggio, intralcio alla vigilanza della Banca d’Italia, false comunicazione ai mercati finanziari) intendono salvaguardare, quali beni pubblici protetti, la vigilanza sull’attività bancaria e finanziaria, la tutela del credito e dei mercati finanziari.

A cui bisogna aggiungere, che malgrado i propri compiti statutari, la tutela di questi beni rientra direttamente nelle competenze dello Stato, secondo quanto esposto all’art.117, comma 2 lettera e) della Costituzione, al quale compete in via esclusiva la materia di “tutela del risparmio e mercati finanziari”.

4) Il tentativo di costituzione di parte civile della Regione è dunque avvenuto in ragione degli stanziamenti – per un controvalore complessivo di 900.000 euro – assunti con vari provvedimenti dalla Giunta regionale, per dare sostegno ai comitati dei risparmiatori al fine di permettere la loro migliore tutela dei loro crediti, e per dare specifica assistenza sanitaria e sostegno psicologico alla varie persone che sono state vittime dei dissesti delle banche venete e, conseguentemente,  dettata prioritariamente dall’intento di dare continuità a queste iniziative più che per recuperare le somme spese per i danneggiati e rientranti nelle proprie competenze amministrative. Nonché, in tal modo per avere titolo per rivendicare la lesione dell’immagine della collettività reginale danneggiata.

Da qui la difficoltà di una decisione maturata a fronte, dato il tipo di reati, di un orientamento giurisprudenziale avverso, già manifestato in questo processo dal Giudice per le indagini preliminari, che aveva escluso dalla costituzione di parte civile altri enti pubblici che avevano chiesto di partecipare al processo in rappresentanza degli interessi collettivi dei loro amministrati. Come è accaduto al Comune di Schio e alla Camera di Commercio di Padova davanti al Gip.

Difficoltà a cui si accompagna anche di dimostrare l’avvenuta spesa, così come la pertinenza degli stanziamenti adottati ai fatti di causa e la loro efficacia in concreto e non in via meramente presuntiva. Esigenze che hanno reso complesso, arduo e complicato il tentativo di costituzione di parte civile, che, se non adeguatamente circostanziato, sarebbe certamente stato contestato nel merito dalle controparti nelle prossime udienze. E che andava, quindi, costruito con una adeguata strumentazione probatoria, che ha richiesto tempo e impegno.

Bruxelles ci sta facendo perdere la guerra del futuro. Quella tecnologica

Massimo Bordin micidial.it 14.12.18

Secondo il sociologo bielorusso di fama internazionale Evgeny Morozov il mondo sta transitando da una guerra commerciale di tipo classico ad una nuova guerra fredda, ma la vecchia Europa risulta già fuori e già perdente.

Le rivoluzioni tecnologiche hanno semre avuto anche conseguenze geopolitiche e l’intelligenza artificiale oggi sta ridefinendo l’economia mondiale e i suoi centri di potere.

Coloro che padroneggiano questa nuova tecnologia, caratterizzata dall’Intelligenza artificiale e dalla realtà aumentata diventeranno le superpotenze di questo secolo, lasciando ai margini le produzioni tradizionali (tessile, meccanica, ecc).

Secondo Morozov (ma anche Alberto Forchielli qui sostiene una tesi simile) noi europei siamo stati la metropoli centrale durante le rivoluzioni industriali, ma oggi stiamo diventando una colonia tecnologica digitale. Cina e Stati Uniti stanno conducendo quella battaglia che l’UE avrebbe dovuto iniziare con loro dieci anni fa.

Perché non gareggiamo?

Perché ci aspettavamo che, com’era successo in passato, gli Stati Uniti ci avrebbero fatti diventare un fornitore di tecnologia. Mentre credevamo questo Bruxelles, invece di garantirci una posizione da potenza tecnologica, si è preoccupata solo di proteggere il consumo e il libero mercato.

Mentre la Ue faceva e predicava liberismo, gli altri si organizzavano in modo radicalmente diverso.

Washington e Pechino hanno difeso i cittadini anche nei loro interesssi  geostrategici. 

Si poteva, ad esempio, impedire alle aziende cinesi di acquistare le più avanzate tecnologie  della UE e tornare al protezionismo, come gli Stati Uniti, quando la situazione lo richiede.

In Europa noi ora soffriamo il monopolio della FANG: Facebook, Amazon, Netflix, Google, ma non è solo un  problema di monopoli classici. 

È più complesso. Se l’Europa non vuole diventare un semplice mercato passivo, proprio come lo era per lei la Cina stessa e l’Asia o l’Africa, deve riformulare le regole nel campo dell’intelligenza artificiale.

L’UE non ha grandi piattaforme che forniscono i grandi dati (big data), come Google o Alibaba e gli altri cinesi e americani.

Sembrava che gli Stati Uniti fossero da tollerare solo per quello: è stato il nostro grande partner commerciale per 70 anni. Ma ora l’UE dovrebbe avere una propria agenda e – tramite il potere politico ed i meccanismi istituzionali – fare in modo che questi giganti tecnologici permettano alle imprese e agli imprenditori locali di accedere ai propri dati.

Per evitare di diventare una colonia, le leggi dovrebbero socializzare i big data, che sono la base dell’intelligenza artificiale, e metterli a disposizione di imprenditori, ricercatori e imprenditori locali nell’UE.

In caso contrario pagheremo il prezzo dell’arretratezza tecnologica, che alla fine si rivelerà anche una perdita di benessere. In Germania questo è un dibattito che preoccupa seriamente.

Dovremmo allora avere una UE più unita e meno riluttante a usare il suo potere politico?

Se proprio non si riesce a toglierla di mezzo, che almeno faccia leggi che costringono le multinazionali tecnologiche a pubblicizzare i dati strategici.

Internet è stato un investimento militare statunitense e  Washington continua a vigilare sulla sua egemonia sostenendo la ricerca sull’intelligenza artificiale grazie alle grandi piattaforme che accumulano i big data. Per quanto riguarda la Cina … ha già annunciato che la sua priorità principale è l’intelligenza artificiale.

Infine, non possiamo dimenticare gli altri grandi player di questo gioco dirompente, che sono i fondi sovrani e la loro scommessa da miliardi di dollari per mettere al loro servizio il sistema produttivo europeo (quello che Forchielli chiama “messicanizzzazione” del sistema Italia, per intenderci)

I fondi extraeuropei anno tasche molto grandi. Oltre ai fondi asiatici e cinesi, i fondi dei paesi del Golfo investono somme ingenti in intelligenza artificiale.

Per cosa?

Il paradosso è che prendono in prestito denaro dagli Stati Uniti e lo mettono in tecnologia. Uber, ad esempio, perde 4 miliardi all’anno, ma non gliene importa: grazie a questi fondi può continuare a spendere fino a quando le sue automobili autonome sostituiranno i trasporti locali nell’UE.

Ci vorranno ancora alcuni anni.

Lo schema sarà ripetuto settore dopo settore nella UE attraverso questi immensi investimenti fino a quando i benefici provenenti dall’Europa produttiva di beni – che una volta venivano lasciati dove in Europa dove venivano generati – voleranno verso gli altri continenti.

Quello sarebbe il modello coloniale, in effetti, ma ora non è l’Europa a parteciparne.

I benefici quindi sono andati in passato a chi possedeva i mezzi di produzione e ora andranno a coloro che possiedono i mezzi di automazione.

In questo modo, i paesi europei diventerebbero ex colonizzatori industriali, ora colonizzati digitalmente.

Bruxelles sembra preoccupata solo di preservare la libertà di mercato e la concorrenza. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono più protezionisti rispetto all’Unione, perché hanno una visione più realistica del futuro tecnologico e sarà una rivalità forte, senza ottimismo tecnologico.

In questo momento non vedo la UE in grado di agire con un potere uguale agli Stati Uniti, e ciò è impedito anche da accordi commerciali. Ma possiamo applicare misure politiche per costringere queste società internazionali a condividere i loro dati con aziende e imprenditori locali.

Comparaggio, aggiotaggio e baronaggio

Marcello Pamio 14.12.18


Marcello Pamio

Il dottor Pierluigi Lopalco ha pubblicato qualche giorno fa un articolo che merita tutta la nostra attenzione.
Si è chiesto cos’hanno in comune le tre parole «chirotteri», «chiropratici» e «chiromanti», «oltre alla comune radice greca, cheir = mano»?
Partendo da una ironia fuori dal comune, ha spiegato che i «chirotteri sono gli unici mammiferi che riescono a volare (…) e che possono però rappresentare un pericolo per l’uomo essendo potenziali portatori di un virus terribile: quello della rabbia».
Va precisato che pure l’uomo vola e, grazie all’attuale periodo, è sempre più rabbioso, ma l’autore si sta riferendo ai pipistrelli!

Sappiamo bene che a Lopalco, quando parla di virus, si alza la glicemia ematica e l’estro artistico parte per la tangente. Solo con lo zucchero nel sangue riesce a tener testa e far impallidire perfino George Romero, il padre cinematografico degli Zombi. I pipistrelli infatti sarebbero portatori di un virus, il «più letale che esista». Chiaro?
La scena dell’articolo, con una dissolvenza incrociata, si sfuma per continuare la narrazione con tinte sempre più fosche: «in assenza di profilassi la progressione verso la morte è praticamente certa». Viene da sé che la profilassi è la vaccinazione, «dopo il graffio o il morso di un animale infetto», precisa Stanley Lopalco.
A questo punto, il nostro cala l’asso, e va a toccare le corde più profonde dell’animo umano elencando una serie di persone, tra cui l’immancabile bambino, uccisi dal morso del vampiro alato.
Il mondo non è più lo stesso, da oggi grazie alla sua precisa disamina, le persone staranno col naso all’insù, ma non per osservare le scie chimiche o le magiche stellate notturne, ma per controllare che non piombi dall’alto il nero e orbo kamikaze letale.

Dall’immagine del mammifero più pericoloso che esista in natura (dopo l’uomo che non si vaccina ovviamente), Lopalco entra poi nel cuore del discorso, e cioè l’attacco alle «medicine alternative o, come si preferisce farle passare, complementari».
I pazzi che infatti ricorrono a queste pseudo-medicine «come minimo, rischiano un ritardo diagnostico che potrebbe avere serie conseguenze».
Se le medicine non convenzionali possono ritardare una diagnosi, mettendo a rischio la vita delle persone, figuriamoci cosa possono provocare le manipolazioni chiropratiche!
Detto fatto: la truce storia di una certa Katie May che a seguito di un dolore al collo va da un chiropratico, ma poco dopo il trattamento subisce un ictus che la porterà al decesso. Secondo l’autopsia la causa sarebbero state le manovre al collo fatte dal chiropratico.
La logica è sempre la stessa: se una persona muore dopo aver seguito i protocolli ufficiali, è morta per la malattia (la colpa è sua che non ha risposto alle terapie); se invece una persona muore dopo aver usato la medicina complementare, la causa è quest’ultima. Il discorso certo non fa una piega!

Ogni anno, nel mondo, l’ictus uccide 6 milioni di persone e in Italia colpisce circa 200.000 persone! Stiamo parlando, secondo i dati ufficiali, della terza causa di morte e prima per invalidità.
Dovremo avvisare il dottor Lopalco che per quanti operatori chiropratici ci siano, le morti per ictus forse dipendono da altre cause. Cause sulle quali la medicina baronale brancola nel buio più totale. Cause che medici come Lopalco non solo non conoscono ma di cui neppure si interessano, forse perché più intrigati e interessati a dare la caccia al chirottero o al virus di turno.
Conclude il suo prezioso articolo, consigliando ai lettori di non fidarsi «dei chirotteri, ma neanche dei chiropratici» e visto che era in tema neppure «delle chiromanti».

Mancava che proponesse al mondo accademico l’importanza di sterminare tutti i chirotteri e di aggiungere alla lista già folle di vaccini obbligatori, anche quello contro il virus della rabbia.
Detto questo, osservando le morti iatrogene, cioè quelle provocate da errori medici, da farmaci sbagliati ed effetti collaterali dei farmaci stessi, il dato che salta fuori è che i camici bianchi sono tra le prime cause di morte al mondo. Quindi statisticamente il rischio di morire è molto più alto andando dal medico, piuttosto che giocando con un pipistrello dopo essere andati dal chiropratico.
Ovviamente questo è vero se la morte non era stata prevista dalla chiromante di turno.

In conclusione, tornando al titolo del presente articolo, mi domando: cos’hanno in comune comparaggio, aggiotaggio e baronaggio?
Il filo che le unisce è da una parte la cupidigia, l’arroganza e la brama di potere e soldi, dall’altra la violazione della legge!
Comparaggio è la corruzione del medico che s’impegna ad agevolare, a scopo di lucro, la diffusione di prodotti farmaceutici, punibile dalla legge. Aggiotaggio, si tratta di una speculazione, punibile dalla legge. Baronaggio, si intendono le truffe, i favori e gli abusi di potere all’interno delle università.

Per correttezza di informazione e per maggior trasparenza, andrebbe specificato, ogni qualvolta l’esimio dottor Pierluigi Lopalco scrive o viene intervistato che egli ha preso soldi per collaborazioni esterne con le aziende farmaceutiche.
Nel 2015 la GlaxoSmithKline ha pagato Lopalco 459,62 euro come «rimborso spese di viaggio». Poca roba si potrebbe dire, ma l’anno seguente si è rifatto perché ha ricevuto dalla GSK ben 2315,58 euro, di cui 700 euro per «corrispettivi» e 1615,58 per «spese contrattuali».
Con questo non si sta dicendo che un medico e/o ricercatore non deve prendere soldi dai produttori di farmaci, ma è sacrosanto per le persone sapere che chi osanna i vaccini è pagato dal principale produttore di queste pericolose droghe.

Summit in Assogestioni tra gli obbligazionisti coinvolti nel concordato Cmc

https://carlofesta.blog.ilsole24ore.com/2018/12/15/summit-in-assogestioni-tra-gli-obbligazionisti-coinvolti-nel-concordato-cmc/

È previsto per il prossimo martedì 18 dicembre in Assogestioni l’incontro con le società, Sgr sia italiane sia straniere, che hanno in portafoglio le obbligazioni di Cmc, uno dei maggiori gruppi delle costruzioni in Italia, finito in crisi finanziaria.
L’obiettivo è quello di fare il punto della situazione e nominare un consulente finanziario (o più advisor) che coordini il comitato dei creditori, in vista dell’approvazione in assemblea del piano di concordato. Tra le istituzioni finanziarie esposte sul bond Cmc ci sarebbero, fra le altre, secondo le indiscrezioni, Mediolanum e Eurizon.Sarebbero così in corsa due advisor finanziari, uno italiano e uno inglese, per ottenere l’incarico.
Oggi i bond Cmc sono infatti molto parcellizzati: in mano a decine di istituzionali e asset manager, in gran parte italiani. Negli ultimi mesi ha fatto però il suo ingresso sulle emissioni qualche hedge fund estero.
Una parte, anche se più piccola, è stata acquistata dal retail che ha posizioni anche di un certo rilievo: tra i 200mila e i 500mila euro. Basta pensare che il taglio minimo era di 100mila euro.
C’è da dire che il bond Cmc era stato collocato, come da prospetto, soltanto agli istituzionali, ma poi è finito, non si sa tramite quale canale, anche alla clientela privata, ovviamente assai facoltosa visto il ticket minimo dell’obbligazione.
Oggi intanto termina il cosiddetto periodo di grazia dopo che lo scorso 15 novembre era saltato il pagamento della cedola da 10 milioni. Si tratta ovviamente di una scadenza ormai superata dagli eventi. La richiesta di concordato ha congelato infatti tutti i pagamenti precedenti al 4 dicembre.
Bisogna ricordare che in circolazione ci sono due bond, per 575 milioni di euro: uno con scadenza 2022 per 250 milioni e un altro con scadenza 2023 per 325 milioni. La cedola non pagata (per 10 milioni) è relativa al bond con scadenza 2023.
Gli advisor, tra cui Mediobanca e lo studio Trombone, sono al lavoro per definire in tempi rapidi o un accordo di ristrutturazione del debito o un progetto di concordato. Per farlo dovranno mettere nero su bianco l’intera esposizione della società che, stando ai dati più recenti, vale 900 milioni di euro solo con riferimento ai debiti finanziari.
I consulenti sono al lavoro per la presentazione del piano concordatario che dovrebbe probabilmente vedere la luce entro inizio febbraio, tranne che non venga richiesta una proroga di altri 60 giorni.
L’obiettivo è arrivare all’assemblea dei creditori (non solo gli obbligazionisti ma anche le banche e i fornitori) dove verrà presentato il piano concordatario: proposta che verrà esaminata dai creditori per l’approvazione.
Due le ipotesi per i numerosi bondholder: sul tavolo ci sono un write off dell’importo dei bond oppure un cambiamento delle condizioni delle obbligazioni. Una conversione in «equity» appare, invece, una strada difficile, in quanto Cmc ha la forma giuridica di una cooperativa.

MPS, SANSEDONI IN CONCORDATO.

andreagiacobino.com 14.12.18

Marianna Serrao, giudice delegato del tribunale di Siena, ha nominato Giancarlo D’Avanzo commissario di Sansedoni Siena, società immobiliare appena ammessa alla procedura di concordato con riserva, controllata dalla Fondazione Mps con il 67% del capitale e partecipata da Banca Mps con il 22% e Unieco con l’11%. Il tribunale ha quindi accolto il ricorso presentato per conto della società, presieduta da Fabrizio Di Lazzaro, dagli avvocati Giulia Battaglia, Marco Amoruso, Flavia Melillo e Antonio Coppola. Sansedoni Siena è stata costretta a chiedere il concordato a causa della grave situazione finanziaria dimostrata dalla chiusura del bilancio 2017 con 91,3 milioni euro di perdite, un patrimonio netto negativo per 83,3 milioni e 165 milioni di debiti. Di questi sono 162 milioni quelli riferibili all’esposizione bancaria: la banca maggiormente esposta è Mps per quasi 90 milioni, ma tra le altre sono presenti anche Banco Bpm e Ubi Banca.

Nel ricorso i legali spiegano che dopo il primo accordo di ristrutturazione dei debiti del 2015, che ha incontrato diversi ostacoli, a metà di quest’anno era stato predisposto un nuovo piano 2018-202 che prevedeva la separazione dei rami immobiliare e di servizi mediante costituzione di due newco, e la dismissione di tutti gli asset immobiliari e di tutte le partecipazioni. A fronte di ciò si chiedeva alle banche la conversione in strumenti finanziari partecipativi di 90 milioni di crediti e la proroga al 2022 di tutti i finanziamenti in essere. Ma alcune banche hanno chiesto ai soci di intervenire nella manovra finanziaria per ridurre la componente di conversione in sfp prevista a carico degli istituti di credito. Nessuno degli azionisti di Sansedoni Siena, però, s’è detto disponibile e ciò ha costretto la società a chiedere la procedura, in attesa di presentare un piano concordatario.

PIRELLI, I PRIVATE EQUITY VIA DA CAMFIN.

andreagiacobino.com 13.12.18

L’1,36% di Pirelli e il 12% di Camfin Industrial di proprietà dei private equity Nb Renaissance e Private Equity International escono daCamfin, presieduta da Marco Tronchetti Provera, e confluiscono in una newco. E’ stato infatti appena depositato il progetto di scissione parziale non proporzionale di Camfin che giunge dopo quello recente attraverso il quale la finanziaria si è “sdoppiata” nella controllata al 100% Camfin Industrial cui è stata demandata la gestione di Prometeon Tyre Group.

La nuova scissione arriva dopo che il 4 ottobre scorso è scaduto il lock-up sull’11,4% di azioni Pirelli di proprietà Camfin e che ha visto rimanere all’interno del capitale per altri tre anni i soci Marco Tronchetti Provera & C. (42%), Fidim (famiglia Rovati) e Unicredit con quote analoghe del 12%, Finanziaria Alberto Pirelli (4,6%) e Massimo Moratti (2,3%). Sono invece usciti gli Acutis, titolari dell’8,4% i quali si sono fatti liquidare in denaro senza attribuzioni di titoli Pirelli e Manzoni srl, veicolo dei fondi Nb Renaissance e Private Equity International che invece hanno attivato la procedura di scissione. In tal modo i pacchetti Pirelli e Camfin Industrial sono confluiti nella newco MM Tyre, interamente controllata da Manzoni che a sua volta sta per essere fusa in Melville srl, dove sono raggruppate alcune delle partecipazioni industriali detenute dai fondi di private equity. Per effetto dell’assegnazione di questa parte di attivi, il patrimonio netto di Camfin si ridurrà di 75 milioni mediante corrispondente riduzione delle riserve di utili.

Hezbollah è socialismo: magari l’avessimo noi, caro Salvini

libreidee.org 15.12.18

Le reazioni più comuni alla parola “Hezbollah” mi fanno tornare alla memoria le parole che Mario Braga rivolge al figlio hippy Carlo Verdone nel film “Un sacco bello”: «ma che siete? Na tribbbù, ‘na setta, li carbonari, i mas(s)oni, ma che siete, ahò». Ed è meglio così, perchè quei pochi che ne dànno una definizione dimostrano ogni volta di non saperne una cippa. Non ultimo il ministro degli interni italiano che li ha definiti tra mille polemiche “terroristi”. Com’è noto, il fatto di commettere stragi, omicidi, sabotaggi viene definito “terrorismo” a seconda delle fazioni in lotta. Se Garibaldi avesse perso la sua battaglia verrebbe ricordato in tutti i libri di storia come un terrorista; siccome quella battaglia la vinse, allora è unanimemente riconosciuto come un patriota ed eletto deputato del Regno. Meglio allora specificare che l’epiteto “terrorista” non può essere conferito a cuor leggero e che esso va riferito più che altro al metodo di lotta impiegato. La comunità locale in Libano nel 1982 decise di darsi un’organizzazione per combattere lo Stato di Israele e ottemperare alle tante mancanze e inadempienze degli Stati mediorientali nati per volontà coloniale all’indomani della caduta dell’impero ottomano (che cadde nel 1922). Quell’organizzazione della comunità in Libano, ma con prospettive più ampie nell’area, si chiamò Hezbollah.

Dunque, detto molto chiaramente, Hezbollah non è riconosciuto dalla comunità internazionale come uno Stato de iure, ma lo è de facto perchè racccoglie milioni di arabi del medioriente. Questa organizzazione non lavora solamente sotto il profilo Miliziani libanesi di Hezbollahideologico, ma è strutturata anche territorialmente, con una sorta di guardia nazionale popolare, da un lato, e con la gestione di infrastrutture civili operative e funzionanti su tutto il territorio, dall’altro. Qualche sprovveduto potrebbe a questo punto pensare che, pur sotto questo profilo di “Stato nello Stato”, Hezbollah non sia poi così diversa dalla mafia in Sicilia o dall’Isis. Seguendo questa linea interpretativa, Hezbollah, mafia e Isis sarebbero strutture statali de facto, non de iure, e qualsiasi istituzione non riconosciuta a livello internazionale può essere considerata terroristica o comunque illegale. Se guardiamo al diritto internazionale il discorso pare ineccepibile, ma è sempre secondo i fatti che le cose non stanno per niente così. E’ impossibile, ad esempio, che un cittadino siciliano ammalato possa rivolgersi ad ospedali della mafia, dove il primario si presenta come un membro di Cosa Nostra e i medici sono picciotti laureatesi all’università del rettore Turi O’Sfreggiato.

Hezbollah gestisce alla luce del sole. Ospedali, scuole e strutture rivolte al pubblico sostituendosi in parte a quella nazione ufficiale, il Libano, che nacque per volontà coloniale (accordo Sykes-Picot). Ancora oggi la lingua francese è ampiamente parlata e diffusa a Beirut e seconda solo all’arabo. Va detto, a scanso di equivoci, che Hezbollah si è ampliata nel tempo anche ad altre regioni limitrofe, soprattutto in Siria, e gode dell’appoggio dell’Iran. Tra i suoi obiettivi dichiarati vi è la guerra ad Israele, considerata istituzione illegale e usurpatrice del territorio mediorientale. Strutture con un’amministrazione e una gerarchia come Cosa Nostra, o l’Isis, ma direi perfino i guerriglieri centroamericani del subcomandante Marcos o i Tupac Un ospedale di HezbollahAmaru non giocano affatto a carte scoperte. Molti loro capi sono sconosciuti, indossano passamontagna e si nascondono. Hezbollah no. Hezbollah ha uffici, divise ed un capo riconosciuto – Nasrallah – che si trova al vertice dell’organizzazione da quando il fondatore – Musawi – venne ucciso a seguito di un attentato (ehm) israeliano nel 1992.

Il metodo Hezbollah è un metodo esportabile? Vediamo. Riassumendo il tutto potremo dire che (1) Hezbollah ha un’ideologia, come sono ideologie il marxismo, il liberismo, il fascismo, l’Islam, ecc. L’ideologia di Hezbollah si propone di coniugare la religione di Maometto con il socialismo. (2) Possiede un esercito non riconosciuto a livello internazionale e di tipo paramilitare, come lo fu la guardia nazionale francese nata nel 1989 per iniziativa di Lafayette. (3) Opera anche, ma non esclusivamente, attraverso attentati, sabotaggi e rapimenti, esattamente come fanno tutti gli Stati ufficiali dell’area, seppur in misura minore di Israele e dell’Isis. Il caso della morte del Hassan Nasrallah, l'attuale leader di Hebzollahleader di Hezbollah Musawi è emblematico: elicotteri israeliani uscirono dai loro confini, entrarono i Libano e spararono su un corteo uccidendo il segretario generale Musawi, sua moglie e 5 figli. (4) Infine, Hezbollah gestisce scuole, ospedali e trasporti, proprio come lo Stato italiano, ma forse meglio del Cardarelli di Napoli, della Salerno-Reggio Calabria e della Bocconi di Milano.

Hezbollah gestisce anche un canale televisivo – “Al Manar”. Anche se a quel che so non trasmette il “Grande Fratello Vip” e nemmeno “Report”, non ho memoria di canali televisivi gestiti dalle Brigate Rosse italiane, dalla Mano Nera serba o dall’Eta dei baschi spagnoli. Questo modello è dunque replicabile anche in Italia? Be’, si potrebbe dire che se una cosa esiste essa è possibile ovunque. Gli unici gruppi che hanno provato qualcosa di vagamente simile, prima con le ronde e le monete padane, poi con l’assalto al campanile di San Marco, più recentemente con lo sforamento del deficit, hanno finora deluso. Chissà che prima o dopo qualcun altro non ci riprovi in maniera più efficace. Magari copiando da Hezbollah.

(Massimo Bordin, “Metodo Hezbollah, ci vorrebbe anche qua”, dal blog “Micidial” del 13 dicembre 2018).

MOSE / PRIMA LE MAXI TANGENTI, POI LE SPESE COMMISSARIALI. E ADESSO ?

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

“Peggio di una Tangentopoli”. “Un giro di mazzette, corruzione e riciclaggio più complesso e sofisticato di Tangentopoli”. Così si sono espressi, nel 2014, i pm veneziani – in prima fila Carlo Nordio – sul clamoroso scandalo del Mose di Venezia.

Una scandalo che fa sentire ancora oggi i suoi pesantissimi effetti. A rilento ovviamente le opere, commissariato il tutto, spese per la gestione straordinaria comunque alle stelle e oltre al danno la beffa: con le terribili piogge di ottobre scorso ha subito gravi danni la Basilica di San Marco, allagata come non mai, con un’acqua che ha raggiunto i livelli più alti della sua storia (160 centimetri).

Sorge spontanea la domanda: a questo punto il Mose serve o non serve più? Il famoso quesito “costi-benefici” come si pone? Certo, sono stati sperperati fino ad oggi milioni e milioni di euro con la pala, per cui fermare le opere significa rassegnarsi ad averli gettati dalla finestra. Perciò il quesito: serve davvero o no? Se si continua, però, si rischia di sperperare altre milionate di danari pubblici?

Interrogativi che si pone una fresca interrogazione di una trentina di 5 Stelle – primo firmatario Elio Lannutti, lo storico presidente di Adusbef, la sigla a tutela dei risparmiatori – rivolta ai ministri delle Infrastrutture e Trasporti, e dei Beni e attività culturali.

Elio Lannutti. In apertura il Mose

Ecco alcuni tra i passaggi salienti dell’interrogazione presentata l’11 dicembre, che potete leggere in versione integrale cliccando in basso.

Partiamo dagli ultimni fatti: “Il 29 ottobre scorso Piazza San Marco è stata evacuata dopo che l’acqua aveva raggiunto livelli tra i più alti di sempre. ‘Il un sol giorno la Basilica è invecchiata di 20 anni, è la quinta volta nella sua storia che la Basilica si allaga’, ha dettoAlberto Tallarin, primo procuratore di San Marco’”.

Eccoci ai costi. “Come si legge in un articolo dell’Espresso del 17 aprile 2017, ‘il prezzo delle dighe mobili è arivato a 5,493 miliardi di euro, ma l’insieme delle opere deliberate per la salvaguardia della laguna veneta raggiunge quota 8 miliardi’ mentre resterebbero ‘da investire ancora 500-600 milioni’”.

“La madre di tutte le incompiute, il Mose, tra ritardi, scandali, arresti e costi lievitati. Posa della prima pietra nel 2003. La fine dei lavori era prevista per il 2012”.

Il 4 giugno 2014 erano scattate decine di arresti – viene ricordato – per la precisione 35 arresti e oltre 100 indagati. Manette anche per il sindaco lagunare Giorgio Orsoni. Sotto inchiesta, ovviamente, i vertici del Consorzio Venezia Nuova, che vedeva non pochi big del mattone tra le sue fila (come ad esempio Fincosit Grandi Lavori, già finita nel vortice giudiziario a Firenze per il Tram veloce, tanto caro a Matteo Renzi).

Viene quindi ricostruito l’iter successivo allo scandalo, con la nomina di tre amministratori straordinari (Francesco Ossola, Luigi Magistro e, in seguito, Giuseppe Fiengo).

“Dopo oltre 4 anni di gestione commissariale – viene sottolineato dai 5 Stelle – ingentissime sarebbero le spese, anche per gli elevati compensi degli amministratori straordinari e dei loro numerosi consulenti. Sarebbero costati 5 milioni di euro, dei quali 2.582 milioni di euro agli amministratori straordinari, ai membri del consiglio direttivo e alla direzione generale nel triennio 2015-2017”.

Chiedono quindi ai ministri delle Infrastrutture e dei Beni culturali: “se sia prevista a breve la fine naturale dell’onerosa gestione straordinaria provvisoria, che per sua natura non può certamente essere ‘sine die’”; se la gestione straordinaria abbia progressivamente e drasticamente ridotta la ‘produzione’ industriale da parte del concessionario Consorzio Venezia Nuova, come rilevato dal Provveditorato interregionale delle opere pubbliche di Venezia; se la stessa gestione commissariale abbia scongiurato danni per lo Stato stante l’eccessivo protrarsi nei tempi di realizzazione delle importanti opere di sicurezza idraulica affidate in concessione, che ha provocato a fine ottobre 2018 ingenti danni ai veneziani ed all’inestimabile patrimonio artistico e architettonico di Venezia”.

SALINI IMPREGILO / ROGNE A PANAMA, CHAMPAGNE PER IL TERZO VALICO

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Panama amaro per il più grosso gruppo italiano nel settore del mattone e delle infrastrutture, Salini Impregilo. Una brutta botta da 217 milioni di euro, cui potrebbero presto aggiungersene altri 117.

Tutto deriva da un maxi contenzioso con l’Autorità del Canale di Panama e concerne un’opera del valore di ben 5 miliardi e 200 milioni di dollari.

Per ora l’arbitrato che si è svolto a Miami, in Florida, ha dato torto al nostro gruppo, che ha il 48 per cento delle azioni del consorzioGrupo Unidos. Al centro della querelle, l’ipotesi che i costi di costruzione siano stati gonfiati per quanto concerne la realizzazione di una terza serie di chiuse, all’interno del super progetto per il raddoppio del canale che consente alle grandi navi cargo il passaggio dall’Oceano Atlantico al Pacifico.

Il contraccolpo si è fatto subito sentire a piazza Affari, dove il titolo ha perso la bellezza del 19,8 per cento, un quinto del suo valore sfumato in un baleno. C’è da chiedersi come andrà a finire l’intero contenzioso, visto che siamo solo alle prime battute.

Forse proprio temendo questo esito negativo dell’arbitrato, il gruppo aveva già programmato la vendita (che è avvenuta proprio lo stesso giorno), da parte della sua controllata Usa Lane, d’una serie di impianti per la produzione di asfalto. Li ha comprati Eurnova, che fa capo al gruppo francese Vinci, per un prezzo di 555 milioni di euro.

E, soprattutto, la nostra star può ora festeggiare per il felice sblocco di una delle opere a cui tiene maggiormente, il tanto contestato Terzo Valico al quale, dopo mesi di attesa, ha dato disco verde il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Danilo Toninelli. Ecco come commenta il 5 Stelle: “Ormai è un frutto avvelenato del passato”. Il costo dell’opera – sostiene – “attualizzato a 30 anni supererebbe i benefici per una cifra di 1 miliardo e 576 milioni” E fermare i lavori, secondo i calcoli ministeriali “sarebbe peggio: il totale dei costi del recesso ammonterebbero a circa 1,2 miliardi, e in più non avremmo l’opera”. Ecco il motivo per cui “non può che andare avanti”. Come è successo per il Tap.

Sorge spontanea la domanda: ma pallottoliere a parte, in quale modo saranno mai stati considerati, per fare un solo emblematico esempio, i “costi per l’impatto ambientale”? Anche per il Tap?

Per la realizzazione del Terzo Valico, come dicevamo, è impegnata in prima fila Salini Impregilo, che occupa un ruolo strategico all’interno del consorzio COCIV.

Non è finita. Perchè la star di casa nostra è alle prese con il caso Astaldi. Ossia l’acquisto della grossa società finita in crisi e alle prese con un concordato, per il quale ha chiesto altri sessanta giorni al tribunale di Roma per mettere un po’ a posto i conti. Salini Impregiloha manifestato il suo interesse per acquistarla, o per acquisire almeno il ramo costruzioni, il più ghiotto e con un portafoglio lavori non da poco. Secondo alcune fonti, il progetto potrebbe coinvolgere più soggetti: ad esempio la sempre generosa (la nuova Iri, ormai) Cassa Depositi e Prestiti, che potrebbe avere il 15 per cento di una ipotizzabile newco. C’è da battere, ad ogni buon conto, la concorrenza della giapponese IHI.

Per tamponare le falle, comunque, Astaldi sta trattando per ottenere due grossi prestiti (circa 200 milioni di euro), un “finanziamento d’urgenza” ad un tasso comunque elevato, il 13 per cento: a concederlo potrebbero essere due finanziarie americane, Fortress e Sound Point Capital.

La situazione di Astaldi è stata vagliata proprio il 13 dicembre al ministero per lo Sviluppo Economico, all’interno di una riunione che ha inteso affrontare le dolenti note di alcuni gruppi finiti in amministrazione controllata, come anche Condotte e Tecnis. Per quest’ultima si sarebbe fatto avanti il gruppo Pessina, quello dei mattonari che hanno (mal)gestito per un paio d’anni l’Unità, e l’hanno poi ingloriosamente chiusa. Povero Gramsci.

Articolo 38 per le vittime delle banche: oltre a BPVi e Veneto Banca ci sono anche le 4 risolte e altre 5 banche in Lca tra cui la BCC Brutia, il tutto almeno sulla carta

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 15.12.18

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Restano fermi i nostri dubbi, confermati da Riccardo Federico Rocca, sui rischi a cui va incontro l’art. 38 del Capo III della legge di bilancio, da noi pubblicato in anteprima esclusiva, per le vittime della banche a causa del suo allargamento (di valore delle azioni da “indennizzare” che per alcuni, non pochi, diventa l’affare del secolo se arriverà in porto) e dell’alleggerimento delle motivazioni alla base delle dazioni ai risparmiatori, non più legate solo alla causa oggettiva del misselling agganciato di fatto all’esistenza di processi penali in corso ma al depauperamento di valore delle partecipazioni.

A questo tipo di depauperamento potrebbero appellarsi altri azionisti, anche loro “male informati” anche se, vedi uno per tutti il caso Mps, non esistono procedimenti legali contro le loro banche.

Ma è sciolto almeno un dubbio, quello della presenza tra gli “indennizzabili” dei soci delle 4 banche risolte e delle altre banche poste in Lca al tempo delle venete, che sono la quattro già da noi individuate più, ultima new entry dopo nostre verifiche, la BCC Brutia come da relativo Dm del 18-2-2016 (le altre 4 da noi ePatrizio Miatello di Ezzelino III da Onara scovate e segnalate pubblicamente e direttamente al sottosegretario M5S Alessio Villarosa, che le ha meritoriamente incluse nella formulazione della norma) sono Banca Padovana di Credito Cooperativo oltre a Popolare Province Calabre e BCC Paceco).

Il dubbio sulle quattro risolte è, quindi, sciolto almeno sulla carta mentre per i fatti bisognerà aspettare il futuro dell’applicazione della nuova normativa se non blindata legalmente per certi aspetti di possibili incostituzionalità e per le normative europee che non prevedono indennizzi o ristori se non per misselling.

A supportarci arriva il dr. Riccardo Federico Rocca, che già si è espresso per noi sull’articolo in esame al Senato, e che, richiesto da noi e Milena Zaggia, ha verificato e ha interpretato il comma 1 dell’articolo (Il Fondo eroga indennizzi a favore di risparmiatori come definiti al comma 2 che hanno subìto un depauperamento ingiusto da parte di banche e loro controllate aventi sede legale in Italia, poste in liquidazione coatta amministrativa dopo il 16 novembre 2015 e prima del 1° gennaio 2018…) come inclusivo delle quattro banche in quanto le stesse, prima della risoluzione, erano state anch’esse poste in liquidazione coatta amministrativa come la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca nel periodo fissato dal suddetto comma.

Ecco i dati relativi.

Con decreto del 9 dicembre 2015, il Ministro dell’Economia e delle Finanze ha disposto, su proposta della Banca d’Italia, la sottoposizione della Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.A., con sede in Ferrara (FE), a liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell’art. 38, comma 3, del D.Lgs. n. 180/2015 (recante attuazione della Direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, BRRD) e degli artt. 80 e ss. del D.Lgs. n. 385/1993 (Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia).

Con contratto di cessione sottoscritto in data 27 giugno 2017 tra Nuova Banca delle Marche S.p.A., che e’ succeduta a  Banca delle Marche S.p.A. posta in risoluzione e oggi in liquidazione coatta amministrativa senza soluzione di continuita’ a far data dal 23 novembre 2015 (la “Nuova Banca”) e Marche M5 S.r.l. (la “Societa’”) (societa’ a responsabilita’ limitata con sede legale in Conegliano
La Cassa di Risparmio della Provincia di ChietiS.p.A. o brevemente CariChieti, dal 22 novembre 2015 in liquidazione coatta amministrativa, è stato il principale ente creditizio della città di Chieti e provincia. 

La Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio S.C., o brevemente Banca Etruria, è stata una banca popolare dal forte presidio territoriale nel Centro Italia, con sede ad Arezzo e con una base azionaria di oltre 62.000 soci. Con decreto del 22 novembre 2015 è stata posta in liquidazione coatta amministrativa

La Chiesa francese scarica Macron e si schiera al fianco dei gilet gialli

londra brexit

La Chiesa francese sta interpretando, meglio di altri attori politico – sociali, la protesta dei gilet gialli. L’episcopato d’Oltralpe ha dialogato per anni con Emmanuel Macron.

Tanto che, poco dopo le elezioni presidenziali, avevamo addirittura raccontato di un’asse Papa Francesco – presidente della Repubblica, finalizzato a costituire un muro oppositivo al populismo. Il “flirt” adesso pare finito. Pure perché la Francia, com’è è abbastanza noto, è sempre stata una roccaforte del tradizionalismo dottrinale. 

Un fattore, quest’ultimo, che ha spesso alimentato una certa associazione tra gli ecclesiastici transalpini e i movimenti politici conservatori. I vescovi francesi sanno che Macron ha provato a nascondere la polvere sotto al tappeto. Lo ha spiegato bene monsignor Dumas, segretario della Conferenza episcopale d’Oltralpe, quando ha dichiarato che: “I gilet gialli mostrano la reale difficoltà di alcuni di vivere, la profonda frattura tra le élite e coloro che si sentono messi da parte, la complessità di un mondo così rapidamente cambiato”. 

La questione sociale era già emersa prima della turnata elettorale attraverso cui il leader di En Marche! ha sgominato i suoi avversari. Il successo dei lepenisti e dei socialisti di Mélenchon, però, lasciava presagire l’insorgere della tanto chiacchierata contrapposizione tra il ceto medio e l’establishment finanziario.

Alain de Benoist lo aveva pronosticato in un’intervista rilasciataci per Gli Occhi della Guerra: ” Non si può valutare un fenomeno politico che sulla lunga durata – aveva detto in relazione al sovranismo francese – . E ancora:”I movimenti populisti registrano sia successi che sconfitte, ma globalmente parlando il fenomeno si accentua più che marcare il passo…”. Il caos sociale, se vogliamo definirlo così, potrebbe essere appena all’inizio. 

Sembra pensarla allo stesso modo pure l’arcivescovo di Parigi. Mons. Aupetit, che è stato incaricato un po’ a sorpresa da papa Bergoglio, considerata la distanza dottrinale che li separa, ha scandito che: “Le emergenze nazionali, le grandi cause sociali, possono legittimamente essere quelle delle rivendicazioni del comunitarismo o categoriali. Il dovere primario dello Stato è di garantire a tutti i mezzi per mantenere la sua famiglia e vivere in una pace sociale”.

Gli ha fatto eco il vescovo di Montauban, quando ha attaccato Macron asserendo che “I poveri sono colpiti dalle attuali politiche”. La Chiesa francese, insomma, sa che i gilet gialli sono mossi da ragioni che non possono non essere prese seriamente in considerazione. Dalle parti nostre, invece, l’episcopato sembra orientarsi verso altri lidi. 

La Conferenza episcopale italiana sta ragionando su un progetto partitico tramite cui fare opposizione a Matteo Salvini. Nel Belpaese non ci sono i gilet gialli. Il governo attualmente in carica, specie dal lato della Lega, ha incanalato le battaglie promosse dalle proteste francesi all’interno di un percorso istituzionale. Ma le alte sfere vaticane prediligono modalità differenti e ricette più aperturiste per affrontare i dossier economico – sociali. 

Gli ecclesiastici francesi, prendendo per buona la teoria che ha interpretato il populismo come una reazione del popolo al tradimento dell’élite, hanno scelto di non soprassedere sulle rivendicazioni di chi è in difficoltà. La “nuova Vandea”, quella dei gilet, sembra poter contare su un alleato inaspettato


Documento inchioda Battisti: ecco la richiesta di arresto

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Cesare Battisti verrà estradato o meno? Non si sa. Quel che è certo è che, dopo l’elezione di Jair Bolsonaro, l’ex terrorista rosso rischia grosso. Non a caso, Battisti non si fa più vedere dallo scorso novembre, proprio in occasione delle elezioni. E il nuovo presidente brasiliano ha rassicurato il vicepremier italiano, Matteo Salvini: “Grazie per la sua considerazione, ministro dell’Interno. Che tutto si normalizzi a breve nel caso di questo terrorista assassino difeso dai compagni degli ideali brasiliani! Conta su di noi!”. Ora, bisognerà vedere cosa accadrà. 

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Questa notte (ora italiana) il Supremo tribunale federale (Stf) del Brasile ha ordinato l’arresto di Cesare Battisti, “per evitare il pericolo di fuga in vista di un’eventuale estradizione”. L’ordine è stato reso immediatamente esecutivo. E ora le forze dell’ordine brasiliane sono alla caccia dell’ex leader dei Pac, i Proletari armati per il comunismo, che era stato condannato in Italia per quattro omicidi.

Battisti vive in Brasile ormai da otto anni, quando è stato accolto dall’ex presidente Ignazio Lula da Silva che gli concesse poi la residenza permanente. Come abbiamo detto, però, con l’elezione di Bolsonaro è cambiato tutto. Proprio ieri, il presidente brasiliano ha incontrato l’ambasciatore italiano, segno che qualcosa si muove e che Battisti potrebbe avere le ore contate. 

Un documento diffuso da Wikilao mostra la richiesta di arresto emessa dal giudice Luiz Fux su richiesta su richiesta della Procuratrice Generale, Raquel Dodge. L’obiettivo, si legge nelle carte, è quello di evitare una sua possibile fuga in vista dell’estradizione.

Il problema è che questa fuga potrebbe essere già iniziata. I media brasiliani hanno riferito che i vicini di casa di Battisti a Cananea, sulla costa di San Paolo, non lo vedono da novembre. L’auto è parcheggiata davanti casa  e nessuno sa dove sia andato. Insomma, nonostante l’ordine del tribunale brasiliano, il terrorista potrebbe già essersi recato altrove.

E la questione è anche di natura giuridica, perché sono in molti a credere che il presidente abbia le mani legate di fronte alla decisione della Corte Suprema brasiliana. Tanto che lo stesso Battisti aveva risposto a Bolsonaro dicendo: “Lui può dire quello che vuole, io sono protetto dalla Corte Suprema. Le sue sono solo parole. Sono fanfaronate. Lui non può fare niente, c’è una giustizia, io per la giustizia sono protetto, è un processo giudiziario, lui non ha nulla a che vedere con questo”. Ed è proprio questo l’appiglio su cui si regge tutta la difesa del terrorista dalla possibilità di essere estradato.

L’affaire Battisti 

Condannato in contumacia all’ergastolo in Italia per quattro omicidi, tutti risalenti agli anni Settanta, Battisti, nato a Cisterna di Latina nel 1954, è evaso dal carcere in Italia nel 1981. Si era inizialmente rifugiato in Francia, protetto dalla cosiddetta “dottrina Mitterrand”, la politica del presidente francese secondo cui i terroristi venivano garantiti in Francia se il Paese che chiedeva l’estradizione non assicuravano determinati standard giudiziari. Nel 2004, Parigi acconsente all’estradizione, ma Battisti va in Brasile.

Arrestato nel Paese sudamericano nel 2007, per lui si aprirono le porte della prigione di Papuda, a Brasilia, fino al giugno 2011. Nel frattempo, il Tribunale Supremo Federale (Stf) aveva autorizzato nel 2009 la sua estradizione in Italia. Ma la decisione fu bloccata dall’allora presidente Luiz Inacio Lula da Silva che, finito il mandato, il 31 dicembre 2010, gli concesse lo status di rifugiato. L’Stf a quel punto ha respinto il ricorso dell’Italia e Battisti è stato scarcerato nel giugno 2011, ottenendo il permesso di residenza permanente.

Il presidente uscente Michel Temer, insediato dopo l’impeachment di Dilma Rousseff, aveva manifestato l’intenzione di estradare il terrorista in Italia. E il 4 ottobre 2017 Battisti venne fermato a Corumbà, al confine con con la Bolivia, mentre cercava di attraversare la frontiera con dollari ed euro non dichiarati. Accusato di voler fuggire, gli è stato sequestrato il passaporto e gli è stato ordinato l’obbligo di residenza a San Paolo.

Il 13 ottobre 2017 una sentenza dello stesso giudice Fux stabilì che la magistratura non potesse revocare quanto deciso da Lula. L’unica eccezione sarebbe stata una pronuncia della prima sezione dell’Stf, il tribunale supremo. Tuttavia, da allora la prima sezione non è stata investita della questione. La procura brasiliana invece, per bocca del procuratore generale, Raquel Dodge,  ha detto che la decisione di non estradare Battisti rappresentava soltanto “un atto altamente politico”. Una tesi accolta oggi dal giudice Lux che ha evidenziato che essendo una decisione “politica”, può essere rivista da Bolsonaro. “È nella stessa natura degli atti prodotti nell’esercizio del potere sovrano la loro reversibilità”, ha affermato. 


Un decennio (e 13 miliardi di dollari) Più tardi, le vittime di Madoff sono quasi diventate di nuovo intere

zerohedge.com 14.12.18

Circa un decennio dopo che Bernard Madoff era stato esposto come il più grande schema Ponzi della storia – e in un momento in cui sembra che il suo successore possa rimanere dietro l’angolo – la fuga per recuperare il capitale perduto dal suo fondo sta continuando facendo progressi significativi.

Irving Picard, un avvocato di New York che ha lavorato alla liquidazione della ditta di Madoff in tribunale fallimentare, ha recuperato circa il 70% delle richieste approvate per un totale di circa $ 13,3 miliardi. Secondo un rapporto , sta recuperando il principio per gli investitori facendo causa a coloro che hanno approfittato di Madoff, che sapessero del suo programma o meno. Prende di mira più miliardi e sta sfidando la norma: i recuperi di schema di Ponzi in genere sono solo dal 5% al ​​30% e la maggior parte degli investitori non ha più nulla.

Kathy Bazoian Phelps, avvocato fallimentare di Diamond McCarthy LLP a Los Angeles, ha dichiarato a Bloomberg :  “Quel tipo di recupero è straordinario e atipico”.

La truffa di Madoff spazzò via circa 19 miliardi di dollari che gli investitori avevano “investito” con lui dagli anni ’70. Da lì, ha incassato $ 45 miliardi di profitti falsi fino a quando il suo piano è esploso a causa della crisi finanziaria globale nel 2008. Circa 4800 account dei clienti sono stati colpiti quando Madoff è stato esposto e, di conseguenza, sta scontando una prigione da 150 anni condanna, frase. Alla moglie è stato permesso di tenere $ 2,5 milioni dopo il suo patteggiamento.

Matthew L. Schwartz, un ex procuratore federale, ha dichiarato: “Questa è stata la più grande, la più lunga e una delle più complesse truffe di tutti i tempi, quindi non sorprende che ci voglia molto tempo per essere affrontata. [Picard] ha davvero restituito inaspettate somme di denaro alle vittime “.

Picard ha distribuito circa $ 11,3 miliardi dei $ 13,3 miliardi in cui è stato recuperato, mentre il resto è stato tenuto in riserva mentre il caso continua a giocare nei tribunali. Alla fine, l’intero fondo sarà versato alle vittime. Distribuisce i soldi in pezzi di diverse centinaia di milioni di dollari alla volta.

Gli avvocati di Picard continuano a provare a far rivivere fino a 80 cause legali, in cui sta cercando altri $ 4 miliardi. I semi sono stati buttati fuori due anni fa, dopo che un tribunale ha scoperto che il denaro era al di fuori della giurisdizione del trustee.

“È il più grande pezzo mancante del puzzle” , ha detto a Bloomberg Stephen Harbeck, amministratore delegato di Securities Investor Protection Corp.

La società fiduciaria e le terze parti ad essa associate sono state pagate $ 1,67 miliardi negli ultimi 10 anni dal SIPC, non dai fondi dei clienti. Hanno anche esteso una linea di credito di mezzo milione di dollari alle vittime che stavano aspettando che i sinistri fossero pagati.

Se Picard vince i casi che sta attualmente cercando di rianimare, avrà portato il totale recupero per le vittime al 91% di tutti i principi persi – un risultato che è a dir poco sbalorditivo e un risultato che Picard ha definito “aspirazionale”.

Coloro che hanno ricevuto indietro i soldi, come l’ex Daphne Brogdon, personalità del Food Network, gli devono un debito di gratitudine e sono stati estremamente grati per i suoi sforzi.

Ha detto: “Siamo molto, molto grati e grati. So che sono passati 10 anni, ma è ancora così fresco per me. A volte ricevo un complimento per un vestito e dico: “Sì, l’ho comprato quando ero ricco”. Ora compro da Marshalls. “