Ciao sono l’ansia. Viaggio all’interno di noi

“Ciao sono l’Ansia, non spaventarti… vengo in pace, perché ti spaventi così tanto davanti alla mia presenza?

So che ti senti male ogni volta che mi avvicino, che ti disperi e vorresti mandarmi via subito, so che se potessi… mi uccideresti, soprattutto perché credi che sia io quella che ti vuole fare del male, ma credimi, non è così. Non sono qui per arrecarti dolore, tanto meno per farti impazzire, penso di avertelo dimostrato ogni volta che arrivo. E’ vero, delle volte sono spaventosa ma è la mia natura. Però, come vedi, alla fine della giornata, non ti ho ucciso e non sei impazzito…

Sei così impegnato a cercare successo, ad essere produttivo a dimostrare agli altri che sei degno di essere amato… e non ascolti i miei piccoli segnali. 

Un mostro chiamato ansia
Un mostro chiamato ansia

Ricordi quelle volte che hai sofferto di mal di testa? O quando hai avuto l’insonnia per più di 2 ore e ti giravi nel letto? O che ne dici di quella volta che senza un motivo apparente hai pianto? O ancora, di quella volta che ti sei sentito oppresso dentro e ti mancava l’aria e non capivi il perché?

Beh, tutte quelle volte ero io, volevo solo che tu mi ascoltassi, ma non l’hai fatto. Hai continuato a seguire il tuo ritmo frenetico di vita. Allora ho provato qualcosa di più forte, ho provato a farti tremare l’occhio, fischiare l’orecchio, sudare le mani, ma anche in queste occasioni non mi hai voluto ascoltare. Conosci bene la mia presenza, è per questo che quando sei tranquillo o sei da solo e in solitudine o ti fermi, mi presento, semplicemente per parlarti.

Ti disperi sempre, perché con la mente non comprendi cosa ti succede, e ovviamente, con la mente razionale non mi comprenderai.

Ecco perché mi sono arresa e ho deciso di scriverti.

E mi congratulo con te se stai leggendo ciò che ho da dirti, perché significa che hai finalmente il coraggio di ascoltarmi, e credimi, nessuno meglio di me sa della tua grande capacità di evitarmi e scappare via, come scappare dal mostro nella foresta oscura. Come quelle volte in cui mi eviti e ti distrai per ore davanti alla tv, vivendo la vita di altre persone che non conosci pur di non affrontare ciò che non ti piace. O che ne dici di quelle volte che con un paio di pillole hai intorpidito i tuoi nervi e le tue preoccupazioni; e cosa dire di quelle altre sostanze che ti inducono lo stordimento annebbiando ogni tipo di sentimento….

Per questo motivo sono qui, per aiutarti a recuperare quella pienezza che vive dentro di te; per riuscirci dovrai liberarti da tutto ciò che ti ostacola. 

Sono qui per aiutarti a capire cosa esattamente impedisce alla tua vita, alla tua passione di vivere la gioia…

So che lo desideri, ma allo stesso tempo so che vuoi rimanere nel tua zona comfort, nella comodità, pur di evitare ciò che ti fa male.

Preferisci continuare a cercare l’approvazione e l’accettazione degli altri, facendo l’impossibile per attirare l’attenzione; preferisci che gli altri siano responsabili della tua persona, meno che tu di te stesso…

Solo entrando nel problema potrai avvicinarti a quell’esperienza di liberazione.

Tu sia responsabile di te stesso e quando mi ascolterai, credimi, me ne andrò.

Solo tu hai il dono di mandare via queste sensazioni spiacevoli. C’è qualcosa di molto importante che voglio dirti, in realtà me ne andrò non appena intravedrò che stai facendo cambiamenti nella tua vita, quando vedrò che stai andando verso la tua evoluzione, pronto a crescere e a riprendere in mano la tua essenza. Finché non lo farai, io ci sarò, sempre”…

Molti manuali scritti da grandi autori parlano di ansia, di cosa sia e di come trattarla. Ma questo pezzo tratto dal libro “Le streghe vanno a letto presto” ha una marcia in più. Non è tecnico o basato su ricerche scientifiche. Questo pezzo è Vita e racchiude in sé una tale profondità, una saggezza ed una concretezza tali da permettere di capire e sentire davvero ciò che l’ansia può far scaturire nell’animo e nella mente delle persone: dolore e sofferenza impediscono alla persona di sentirsi autentica, facendola rimanere imbrigliata in un circolo vizioso di pensieri-emozioni-comportamenti deleteri e trasformano il corpo in un campo di battaglia per i giochi di guerra della nostra mente.

Ma oltre a far emergere il disagio esistenziale nel quale la persona vive, questo pezzo lancia un messaggio di speranza: la possibilità e la responsabilità che ciascuno di noi ha di cambiare una situazione che sta stretta per scoprire quell’autenticità che è già intrinseca dentro di noi e che ci permetterà di riprende le vesti di principi o principesse che ci appartengono fin dalla nascita e lasciare quelle di ranocchio.

L’ansia fa parte della nostra vita ed è premessa alla maturazione emozionale di ciascuno di noi. E’ importante riconoscerla e cogliere le sue trasformazioni ed i suoi possibili sconfinamenti: nella depressione, nelle malattie psicosomatiche, nell’esperienza ossessiva, nella dipendenza, nella solitudine.

Dare nuova lettura a questo sintomo vedendolo come un “dono”, come una possibilità che la vita ci sta dando per riscoprire chi davvero siamo è la chiave di volta per togliere quelle “lenti” che abbiamo imparato a mettere per vedere il mondo. Quando da soli non ce la facciamo perché siamo saturi e sfiniti, prendiamoci cura di noi dandoci il permesso di chiedere aiuto.

Diamoci una possibilità per stare meglio con noi stessi e per noi stessi. Oggi per domani.

L’anniversario della valuta europea e i funerali del taglio da 500 euro

comedonChisciotte.org 21.4.19

DI VALENTIN KATASONOV

fondsk.ru

Cosa c’è dietro la liquidazione della banconota «Bin Laden»

Venti anni fa una nuova valuta ha visto la luce. Il 1 ° gennaio 1999, la Banca Centrale Europea (BCE), istituita poco prima, ha iniziato a emettere euro non in contanti, che sostituiva le valute nazionali dei principali Paesi dell’UE. Dal 2002, è stata avviata l’emissione dell’euro in contanti, e nello stesso anno il denaro nazionale è stato ritirato dalla circolazione. Oggi, l’euro è la valuta ufficiale di 19 Paesi dell’Unione Europea, che formano l’eurozona.

Sono state messe in circolazione banconote del valore di 5, 10, 20, 50, 100, 200 e 500 €, così come monete da 1 e 2 euro e monete più piccole da 1, 2, 5, 10, 20, 50 centesimi. A dicembre 2018, più di 22 milioni di banconote euro erano in circolazione in tutto il mondo. In termini di valore si tratta di 1.231 miliardi di euro.

Può essere che in merito al ventesimo anniversario della moneta comune europea sia stato detto di meno,rispetto a un evento come la cessazione dell’emissione della banconota da 500 euro. In quest’ultimo non è stato percepito un buon segno: non avrebbe fatto seguito la morte dell’euro nel suo complesso? Il sistema di integrazione dell’eurovaluta vacilla. La Grecia e l’Italia hanno già minacciato di tornare alle valute nazionali. E se queste minacce vengono realizzate, le conseguenze per il destino della moneta comune europea sono difficili da prevedere.

Ma torniamo all’emissione del taglio da 500 euro. È una dei tagli più costosi al mondo. All’inizio del 2019, corrispondeva a circa 572 dollari, a 450 sterline o 563 franchi svizzeri. Naturalmente, si possono trovare al mondo anche banconote più costose, ma il vantaggio di una banconota da 500 euro è che l’euro è una valuta di riserva facilmente convertibile in altre principali valute del mondo.

Tutte le banconote in euro sono ampiamente utilizzate, dal momento che è la valuta ufficiale di 23 Paesi con una popolazione totale di circa 343 milioni di persone. Sebbene la principale valuta mondiale rimanga il dollaro USA, tutti i suoi valori record (quota delle riserve mondiali, pagamenti e conti internazionali, operazioni sul mercato valutario FOREX, ecc.) riflettono la posizione del dollaro non in contanti. Ma gli euro in contanti in circolazione sono comparabili, in termini di volume,ai dollari USA in contanti. È emersa una situazione interessante: la banconota da 500 euro è risultata essere più richiesta, non nella zona euro e nemmeno in tutta l’Unione Europea, ma fuori dai confini dell’Europa unita. Secondo le stime della Bundesbank (Banca Centrale Tedesca), il 70% dei tagli da 500 euro emessi in Germania, nel periodo dal 2002 al 2009,sono finiti dalla eurozona e quasi la metà in Russia. La maggior parte del contante in euro, conservato nelle banche russe e sotto i materassi russi, ha tagli di valore 100, 200 e 500 euro.

Per un po’ di tempo hanno iniziato a comparire pubblicazioni sui media occidentali, in cui si esprimeva la preoccupazione che la questione di una banconota da 500 euro fosse dannosa. Si diceva che tali banconote sono un aiuto allo sviluppo dell’economia sommersa e all’evasione fiscale delle imprese, servono come strumento di corruzione e narcotraffico, con il loro supporto si realizza il finanziamento del terrorismo. La banconota da 500 euro è stata persino chiamata «Bin Laden».

Tuttavia, penso che le vere ragioni delle critiche a una banconota da 500 euro siano più profonde, e le preoccupazioni di cui sopra servono da distrazione. Le istituzioni sovranazionali dell’UE, che esprimono gli interessi dell’Internazionale della finanza (i maggiori banchieri), organizzano una campagna per liquidare tutta la circolazione di denaro in Europa e iniziano dal taglio più grande. Quando si concluderà con la banconota da 500 euro, colpiranno la banconota da 200 euro, ecc. Chiedete il perché?

Il punto è che il mondo, dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, è entrato nella zona dei tassi di interesse minimi, nulli e persino negativi. Le Banche Centrali, e dopo di esse le Banche Commerciali, stabiliscono oggigiorno tali tassi. Sì, e nel mercato globale dei titoli di debito, circa un terzo di tutti i titoli ha una percentuale reale negativa (percentuale che tiene conto dell’inflazione).

Con tassi di interesse nulli e soprattutto negativi sui depositi, i clienti non porteranno il proprio denaro contante nelle banche. E la banconota da 500 euro è lo strumento più adatto per la protezione da tassi di interesse sui depositi, negativi e nulli. Questo preoccupa seriamente i banchieri, perché il flusso in uscita di denaro dai depositi viene reso complicato per il collasso dell’intero sistema bancario. E «Bin Laden» non ha niente a che fare con questo.

Annullando il denaro contante e costringendo le persone in un sistema monetario senza denaro, i banchieri prendono vari piccioni con una fava

Innanzitutto, bloccano la fuga dei clienti dalle banche e salvano il sistema bancario dal collasso.

In secondo luogo, attraverso il sistema delle transazioni senza contanti, dotato della più recente tecnica informatica, si può osservare il comportamento di una persona.

In terzo luogo, c’è la possibilità di un rigido controllo di ogni persona. La deviazione di una persona, dalle norme di comportamento stabilite,è minaccia di disconnessione del conto bancario. In realtà, una persona può essere punita utilizzando le tecnologie bancarie digitali. Oggi, questo nuovo modello di società totalitaria è definito campo di concentramento elettronico-bancario.

L’ultima grande serie di banconote da 500 euro è stata stampata nel 2014 e, dai depositi di denaro, è entrata in circolazione nel 2014-2015. La quantità dei più grandi tagli europei ha raggiunto il suo picco nel dicembre 2015 – 613,6 milioni di unità. Le banconote da 500 euro hanno rappresentato negli ultimi anni meno del 3% del numero totale di banconote, ma in termini di costi, la loro quota variava dal 20 al 30% di tutti gli euro in contante.

La formazione, nella mente dell’Europeo, di un’immagine negativa della banconota da 500 euro è durata per diversi anni. L’Europeo medio ha un atteggiamento molto particolare nei confronti delle banconote da 500, e persino da 200 euro, come qualcosa di brutto, spaventoso. I cittadini russi che sono stati in Europa negli ultimi anni, possono confermare che la presentazione in qualità di pagamento legale da 200 euro, in un negozio o in un ristorante,poteva a volte causare terrore da panico nello staff. E se aveste presentato un mezzo di pagamento legale del valore di 500 euro,avrebbero potuto anche chiamare un agente di polizia. Di storie aneddotiche e tragiche su questo argomento sono innumerevoli.

Tutto si è concluso con il fatto che l’UE e la BCE hanno preso una decisione nel 2016: le Banche Centrali dell’eurozona hanno smesso di emettere contanti da 500 euro. La decisione è entrata in vigore il 27 gennaio 2019. Dopo tale data, potrebbe verificarsi la circolazione delle banconote, ma le banconote verranno gradualmente ritirate dalla circolazione; non sono stati stabiliti limiti temporali per la rimozione, il processo sarà “naturale”. Due Banche Centrali – Austria e Germania – hanno ottenuto una proroga nell’attuazione di questa decisione. Esse sospendono l’emissione delle banconote il 26 aprile 2019. Questa è la data della morte definitiva della banconota da 500 euro.

E ora negli Stati Uniti hanno manifestato il loro sostegno per un’ulteriore spinta delle banconote in dollari, ispirati dalla rimozione della banconota da 500 euro. Sostengono che vi sia il bisogno urgente di vietare il taglio da 100 dollari, chiamato «Benjamin»(dal nome di uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, Benjamin Franklin). Circa il 75-80% di tutta la massa totale di dollari americani in contanti circolanti nel mondo, ricade sulle banconote da 100 dollari. La Fed ha annunciato un piano per l’emissione di liquidità per il 2019: l’entità totale delle banconote di tutte le denominazioni è pari a 207 miliardi di dollari, incluse le banconote da 100 dollari pari a 154 miliardi di dollari, oppure al 74,4%.

In America risuonano già avvertimenti minacciosi: si dice che i terroristi e gli abitanti del mondo delle tenebre da tutto il pianeta, essendo stati privati dalla banconota da 500 euro, passeranno del tutto alla banconota da 100 dollari. La Federal Reserve dovrebbe interrompere urgentemente l’emissione di tali banconote. Tra gli oppositori più zelanti dei contanti con grandi valori nominali c’è l’ex Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Lawrence Summers. Nel 2016 ha pubblicato un articolo sul Washington Post, “It’s time to kill the $100 bill”. Un altro attivista della lotta contro il denaro in contanti è Kenneth Rogoff, ex Capo economista dell’FMI, e ora Professore di Economia presso l’Università di Harvard, che ha scritto “The Curse of Cash” (pubblicato in Russo l’anno scorso in Russia).

Gli oppositori americani al denaro cash (del denaro in contanti) hanno un nuovo argomento, vale a dire: una parte significativa di tutte le banconote da 100 dollari, al di fuori degli Stati Uniti, è concentrata in Russia. Talvolta viene fornita una cifra: in Russia tocca il 50% del numero totale di tali banconote. Se Washington vuole dare sanzioni alla Russia, le serve sono vietare le banconote da 100 dollari. Si dice che sarebbe un colpo molto ben assestato alla Russia, che agli occhi di Washington personifica il mondo delle tenebre.

E cosa dice la Banca Centrale Russa in merito? Secondo lei, i cittadini russi detengono circa 27 miliardi di dollari in contanti. Gli analisti quasi raddoppiano il numero (60-80 miliardi). Sono propenso alle stime degli esperti, che tengono conto non solo delle operazioni ufficiali per l’acquisto di valuta attraverso le banche russe, ma anche del suo flusso nel Paese attraverso altri canali. Tuttavia, anche queste valutazioni non giungono con forza all’immaginazione degli esperti americani, i quali affermano che quasi la metà di tutti i dollari al di fuori degli Stati Uniti è concentrata in Russia. In relazione alla massa totale di dollari in contanti circolanti negli Stati Uniti e al di fuori dei loro confini, risulta essere circa il 5%. Vietare le banconote da 100 dollari per “colpire la Russia” sembrerebbe sparare ai passeri con un cannone.

Tuttavia, l’America può persino “sparare con un cannone” –ciò si inserisce nella strategia dei banchieri per la liquidazione della circolazione di denaro contante e creare un campo di concentramento elettronico-bancario.

 

VALENTIN KATASONOV

Fonte: https://www.fondsk.ru/

Linkhttps://www.fondsk.ru/news/2019/04/06/jubilej-evropejskoj-valjuty-i-pohorony-kupjury-v-500-evro-47938.html

6.04.2019

 

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

 

Fondazioni, ultimo valzer di poltrone

Camilla Conti ilgiornale.it 21.4.19

Le fondazioni bancarie e l’arte della cultura

La sede della Fondazione Cariplo a Palazzo Melzi d’Eril a Milano

Camilla Conti

«L’autonomia delle Fondazioni «è il Rubicone da non oltrepassare» perchè il potere pubblico «deve rispettare i corpi intermedi, quando questi sono fragili la democrazia è a rischio». Giuseppe Guzzetti lo ha ripetuto più volte lo scorso 8 aprile dal palco della Scala di Milano dove ha celebrato il suo addio alla Fondazione Cariplo davanti a 1.800 invitati. Un monito al governo ma anche alla politica in generale. 

Perchè la tentazione di mettere le mani sul tesoretto che ancora resta nelle casse degli enti, occupando le poltrone nei salottini da rinnovare, resiste. Guzzetti ha già messo al riparo la Cariplo scegliendo come suo successore il presidente di Borsa Italiana ed ex rettore della Bocconi, Andrea Sironi. Ma ci sono altre partite ancora da giocare e i rischi di ingerenze non sono del tutto scongiurati. Lo dimostrano le grandi manovre partire in riva all’Arno per il cambio di presidente della Fondazione Cr Firenze (azionista di Banca Cr Firenze finita nel 2007 sotto il controllo di Intesa Sanpaolo) che chiuderà il bilancio 2018 con quasi 52 milioni di utile al netto di 27 milioni di tasse. Alla fine di maggio, dopo cinque anni, lascerà l’attuale numero uno Umberto Tombari. In corsa, con la maglia di «tecnico», c’è Giuseppe Morbidelli, classe 1944, docente di diritto amministrativo alla Sapienza e già presidente di Banca Cr Firenze. Un giurista esperto, difficilmente «addomesticabile», e per questo forse meno gradito all’establishment politico fiorentino. Non a caso, il sindaco Dario Nardella (anche se il Comune esprime un solo membro del Comitato di Indirizzo) con la sponda del consigliere dell’Ente, Marco Carrai, tiferebbe per l’attuale presidente di Confindustria Firenze, Luigi Salvadori. Se la candidatura non raccogliesse pieno consenso, l’alternativa gradita potrebbe essere Jacopo Mazzei che della fondazione di via Bufalini è stato già presidente dal 2011 al 2013. Che il salottino faccia gola lo dimostrano i sette nuovi ingressi di alto profilo nell’assemblea dei soci che salgono così a 141: tra questi, Francesco Rossi Ferrini, figlio dell’ematologo Pierluigi (già vice presidente) ma soprattutto banchiere di Jp Morgan. Con lui entrano anche altri nomi blasonati come quelli dell’architetto Piero Paolo Guicciardini (tra i progettisti del Museo dell’Opera del Duomo), Leonardo Ferragamo, Giovanni Manetti (presidente del Consorzio del Chianti Classico) e Gaddo della Gherardesca.

Se per Firenze è sempre più probabile che si vada alla conta dei voti, per la Fondazione Crt sembra già scontata la conferma per i prossimi 5 anni di Giovanni Quaglia. L’ente torinese, azionista di Unicredit, il 7 maggio eleggerà il presidente. Quaglia ha instaurato un rapporto solido con il sindaco (M5s) Chiara Appendino e appare saldamente in sella. La Appendino, dicono sotto la Mole, non sarebbe invece in sintonìa con Francesco Profumo, presidente della Compagnia Sanpaolo e candidato a prendere il posto di Guzzetti il prossimo 21 maggio al vertice dell’Acri che spetta solo ai presidenti di fondazione. L’investitura annunciata dallo stesso Guzzetti a gennaio è però appesa alla conferma non così scontata, nel 2020, del mandato di Profumo, nominato al vertice dell’ente torinese nel 2016 dall’ex sindaco Piero Fassino mentre ora in Comune siede, appunto, la Appendino. Guzzetti correrà il rischio o cambierà cavallo?

Ecco perché le crisi delle banche non vengono svelate subito

Foto Gian Mattia D'Alberto/LaPresse 02-03-2015 Milano, Italia cronaca Banca Carige nella foto: Banca Carige Photo Gian Mattia D'Alberto/LaPresse 02-03-2015 Milan, Italy newsCarige Bank in the picture: Carige Bank

Nella percezione mediatica o quotidiana, le crisi finanziarie o le situazioni di problematicità per banche, fondi e sistemi borsistici appaiono come eventi improvvisi, scatenatisi dall’oggi al domani, imprevedibili. Molto spesso gli economisti hanno lanciato allarmi non concretizzatisi o hanno peccato di leggerezza di fronte a sintomi evidenti. Lo studio dell’economia non è una “previsione del passato” volta a determinare perché determinati sintomi sono stati ignorati, come accaduto nel recente esempio del 2007. Ma l’economia non è nemmeno un blocco monolitico: e quelle che al grande pubblico e, molto spesso, ai decisori politici appaiono slavine improvvise molto spesso sono attese dall’inner circle della finanza, specie nel campo delle banche.

Una crisi finanziaria o bancaria, infatti, impatta in maniera diversa a seconda delle modalità con cui viene comunicata. Dalla tempistica alle informazioni più riservate sull’entità del danno, ad esempio, una comunicazione a mercati chiusi o aperti può fare la differenza tra la disponibilità di un periodo di tempo per digerire le notizie o una tempesta borsistica. 

Ad esempio, sottolinea Libero, “il Fondo interbancario di tutela dei depositi non rende note le valutazioni di rischio su cui si basano gli impegni a carico ciascuna banca aderente. Se così non fosse, la semplice classificazione di rischio porterebbe da sola gravi scompensi nella raccolta degli istituti, per non parlare dell’ utilizzo improprio che ne verrebbe fatto per screditare reciprocamente la concorrenza”. 

Un esempio concreto “è rappresentato da cosa avvenne appena dopo il fallimento Lehman Brothers, quando la Banca d’ Inghilterra sostenne i gruppi Hbos e Royal Bank of Scotland con prestiti segreti pari a 62 miliardi di sterline erogati il 1° di ottobre 2008 a Hbos (25,4 miliardi) e il 7 di ottobre a Rbs (36,6 miliardi) e che furono ripagati, con interessi, in meno di tre mesi”. Non prima di fine 2009 avvenne la comunicazione di questi interventi che, se comunicati apertamente a mercati aperti, avrebbero travolto il sistema finanziario mondiale.

Anche le modalità di reazione dei decisori politici o economici possono fare la differenza. In Italia ricordiamo, dolorosamente, le dichiarazioni della Commissione europea e della Vigilanza Bce sulla solidità dei nostri istituti compiute, in maniera leggera, quando le borse potevano registrare la sofferenza delle banche alle parole leggere delle Margrete Vestager  Daniele Nouy di turno. Tra il 2015 e il 2016 Mps, Tercas, Banca Etruria e gli altri istituti subirono quotidianamente questo gioco al massacro.

“La discussione tra il ministro Piercarlo Padoan e gli uffici di Bruxelles durò alcuni mesi e finì sotto la pietra tombale della ormai famosa lettera del 19 novembre 2015 (solo pochi giorni prima del fine settimana in cui fu disposta la risoluzione delle 4 banche) firmata dai Commissari Hill e Vestager”, riporta StartMag.

“In tale lettera si stabiliva che gli interventi di soggetti come il Fitd dovevano passare al vaglio della normativa sugli aiuti di Stato, con un doppio alternativo esito: nel caso non fosse stata riconosciuta la loro natura privata, sarebbe stata applicabile la condizionalità prevista dalla direttiva Brrd cioè, in una parola, il sacrificio di azionisti ed obbligazionisti. E chi decideva circa la natura privata o pubblica dell’intervento del Fitd? La Commissione”. Risultato: la risoluzione delle 4 banche e l’azzeramento di decine di migliaia di obbligazionisti. “La storia dei mesi successivi è nota. Una galleria degli orrori disseminata da numerosi dissesti bancari, con l’indice Ftse Banche crollato dei 60% circa nel primo semestre 2016”.

Quando, con una comunicazione più ragionata e un lavoro di sottofondo all’altezza della situazione (nonché con una maggiore dimostrazione di polso da parte del governo italiano) la crisi avrebbe potuto essere notevolmente ammortizzata. Complessivamente, ha sottolineato Lettera43, “è stato di 31 miliardi di euro”, tra 2015 e 2018, “il costo complessivo per il salvataggio di sette banche italiane”, che la Commissione complicò notevolmente impedendo l’intervento del Fitd che recentemente la Corte Ue, accettando l’appello dell’Italia sul caso Tercas, ha deliberato come legittimo. Quasi quattro anni dopo le prime turbolenze, dopo che il nostro Paese ha pagato a caro prezzo la dissennata strategia comunicativa della Vigilanza europea, quasi essa fosse studiata a tavolino per mandare al tappeto i nostri istituti in sofferenza. Siamo disposti, come cittadini, a concedere a banche e decisori politici un doveroso margine di segretezza prima della messa in pubblica piazza di una crisi. A patto che quel tempo sia sfruttato per impedire emorragie più gravi, e che siano poi i tribunali a dover intervenire per i vuoti della politica.

Indipendenza Veneta, Save the Culture: salviamo palazzo Thiene e le opere d’arte delle ex banche venete

Note ufficiali Vicenzapiu.com 20.4.19

Indipendenza Veneta- salvare Palazzo Thiene e opere d'arte ex banche veneteIndipendenza Veneta- salvare Palazzo Thiene e opere d'arte ex banche venete

Indipendenza Veneta- salvare Palazzo Thiene e opere d’arte ex banche venete

Questo è un disperato appello dei veneti che amano la propria patria e il suo patrimonio artistico e culturale: inizia così la nota a firma del Coordinatore di  Indipendenza Veneta Vicenza Città Michele Tittonel che pubblichiamo e che aggiunge: Ci rivolgiamo al mondo politico, economico e agli ambienti culturali veneti perché si mobilitino tutti insieme per salvare dalla dispersione le opere d’arte venete oggi in proprietà di due grandi banche internazionali.

Queste banche, continua Indipendenza Veneta, hanno incorporato il considerevole patrimonio artistico che con i risparmi dei veneti le Casse di Risparmio e Popolari avevano raccolto in tanti anni.

Si tratta di immobili di grande pregio storico artistico, di mobili, di grandi raccolte di opere d’arte e altri beni artistici che i veneti pensavano fossero ben custodite nelle loro  banche territoriali di cui avevano una incondizionata fiducia e che, invece, sono  andate  perdute  insieme alle banche .

Dopo la perdita dei risparmi dei veneti e di  tutto il sistema bancario veneto  nell’indifferenza o impotenza di chi doveva chiamare il popolo veneto a raccolta per  scongiurare “l’esproprio” come è avvenuto per il Monte dei Paschi di Siena, non  sarà tollerabile ora perdere anche i palazzi storici e le centinaia di beni mobili artistici e di opere d’arte accolte e acquistate nei secoli dai nostri avi.

L’operazione di vendita è già cominciata nell’indifferenza generale di chi dovrebbe tutelare gli interessi dei Veneti. E non ci venga detto che non ci sono le risorse quando continuiamo a  lasciare ogni anno un residuo  fiscale di quasi 20 Miliardi di Euro (poco meno di 40.000.000.000.000 di vecchie Lire)

Sul  Sole24ore del  22 febbraio 2019  Unicredit  ha  annunciato  la  vendita  di  60.000 opere  facenti  parte delle  raccolte delle banche aggregate in tutta Europa  e quindi anche delle nostre Casse di Risparmio di Treviso (Cassamarca) e della Cassa di  Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno (Cariverona). Parliamo di Arturo Martini, Bernardo Bellotto, Emilio Vedova e molti altri grandi artisti Veneti.

Le grandi case d’aste sono già in fermento per accaparrarsi  la vendita sui mercati mondiali dell’arte.

Banca Intesa Sanpaolo ha invece affermato di voler conservare e valorizzare  il patrimonio artistico  incorporato da Veneto Banca e da Banca Popolare di Vicenza. Ma fino a quando? In fondo sono soggetti  finanziari le  cui priorità sono i risultati economico patrimoniali e non le collezioni artistiche!

Solo un grande progetto regionale – sottolinea Indipendenza Veneta – che chiami a sé tutte le forze economiche disponibili potrà condizionare giuste scelte di permanenza  nel  nostro Veneto e di valorizzazione. I grandi palazzi storici come ad esempio Palazzo Thiene di Vicenza non possono essere perduti con i  Tiepolo, i Tintoretto, i Bassano e Palma il Giovane ivi contenuti.

Unicredit lascia intendere nell’articolo giornalistico del  22 febbraio “Avvieremo un graduale processo di vendita …, donando alcune opere ai musei locali e investendo sui giovani artisti”,  lasciando intendere a nostro avviso di essere in attesa che “qualcuno” si  muova, si faccia avanti per salvare questo patrimonio che ogni veneto sente profondamente appartenere  al proprio popolo .

I  veneti rimangono in fiduciosa attesa .

Indipendenza Veneta

We are the world: sette simboli di una Milano MONDIALE

Antonio Enrico Buonocore milanocittastato.it 19.4.19

Milano è internazionale in molte sue espressioni, compresi alcuni dei suoi figli più celebri.

#1 L’uomo che ha rivoluzionato il tedesco


Primo fra tutti, Giovanni Trapattoni.
Classe 1939, il Trap è benvoluto anche in un mondo incazzato e settario come quello del calcio, che non ha mai abbandonato. Da centrocampista dell’Italia fermò Pelé in una partita memorabile. Da allenatore ha vinto dieci titoli in quattro diversi campionati nazionali (sette in Italia, uno in Germania, uno in Portogallo ed uno in Austria).

Certe sue interviste, in Germania e in Irlanda, hanno fatto la storia, come quella in cui dice: “Strunz ist ein Strunz!”. L’Isola di Smeraldo gli ha anche dedicato una canzone, nella quale il suo celebre intercalare “non dire gatto se non l’hai nel sacco” ha generato la frase “The cat is in the sack”.

#2 In orbita tra le galassie


Un altro milanese celebre nel mondo è l’ex astronauta Paolo Nespoli, nato nel 1957.
Graduato scelto dell’esercito in forza al IX Col Moschin, ha conseguito due lauree in Ingegneria, una a New York e una a Firenze. Presso il Politecnico della città statunitense, ha conseguito anche un Master.
In forza all’Agenzia Spaziale Europea dal 1991, ha accumulato, nelle sue missioni tra il 2007 ed il 2017, un totale di 313 giorni, 2 ore e 36 minuti, passati tra lo Shuttle, la Stazione Spaziale Internazionale e la Soyuz. Protagonista di una storia di Topolino nella sua versione fumettistica chiamata PaoloNexp, figura anche nella storia a fumetti “C’è Spazio per tutti” a firma di Leo Ortolani, realizzata in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana e quella Europea. Gli è stato anche dedicato un asteroide.

#3 Sognare Milano in California


Matteo Bittanti, classe 1975, è stato fra i primi studiosi del medium videoludico a livello professionale in Italia. Noto anche come MBF, alla maniera dei nomi che era possibile inserire dopo aver completato le partite dei vecchi cabinati, ha vissuto e lavorato tra Milano e la California, in alcune università della quale ha tenuto docenze. Attualmente è in forza allo IULM.

#4 Il primo consolato in Italia


Il primo vero Consolato straniero in Italia, che espletò tutte le funzioni tipiche di una tale sede diplomatica dopo che il nostro Paese fu riunito nel 1861, è stato quello di Milano. Ancora oggi, è un punto di riferimento per i cittadini britannici in Italia, specie per quelli residenti al Nord. Prevediamo un superlavoro per lo staff del Consolato, comunque vada la Brexit.

#5 L’ufficio UE che nessuno conosce


Un’altra istituzione di respiro internazionale con sede a Milano è la Rappresentanza della Commissione Europea. L’Italia è uno dei pochi Stati membri UE che ha due sedi della Rappresentanza (l’altra è a Roma), entrambe molto attive nel “portare l’Europa in Italia” e coinvolgere la cittadinanza.
Analogamente a quanto accade per il Consolato Britannico, la sede milanese della Rappresentanza, che si trova nello splendido Palazzo delle Stelline, è competente per l’intero Nord Italia.
Data l’alta missione della Rappresentanza, il Palazzo delle Stelline, vero centro nevralgico di molte attività culturali milanesi di respiro internazionale potrebbe essere rinominato in Palazzo delle Dodici Stelle e via Magenta, ove tale Palazzo si trova, in Via Maistanca.

#6 La Fiera dei record


Sulla Fiera Campionaria, primo esempio del suo genere in Italia (fondata nel 1920, ha avuto la sua più recente evoluzione nella sua versione che dal 2006 ha sede a Rho), vera vetrina delle eccellenze italiane, capace di aprirsi anche all’allora Unione Sovietica, rimandiamo ad un nostro eccellente articolo.

#7 Dove l’Italia non perde mai

Il nome Inter, per esempio, è una contrazione di Football Club Internazionale Milano, laddove il Milan ha adottato la grafia in inglese del nome della città. In entrambi i casi, la matrice degli inglesi, inventori del calcio, è presente fin dal nome. Et nomina rera sunt. Milan e Inter sono da sempre degli alfieri del calcio italiano, dentro e fuori del Belpaese. Il Milan detto dei tre olandesi ha fatto la storia e l’Inter figura sempre bene nei vari ranking calcistici europei.
Come nelle leggende più avvincenti (solo che questa è vera), l’Inter è stata fondata nel 1908 da un gruppo di soci fuoriusciti dal Milan (che è stato invece fondato nel 1899).
Lo Stadio San Siro, che sorge in un piazzale dedicato ad uno storico presidente dell’Inter, è uno dei pochissimi in cui la Nazionale è imbattuta, è il secondo per numero di partite degli Azzurri ospitate (44, contro le 57 ospitate all’Olimpico di Roma) ed è da sempre un tempio del calcio. Già dagli anni ’50 del secolo scorso, precisamente nel 1955, la capienza di questo stadio raggiungeva i 100.000 spettatori, poi ridotti ad 85.000 per ragioni di sicurezza.
Dopo due grosse operazioni di restyling, una in occasione di Italia ’90 ed un’altra nel 2009, i posti sono stati ridotti a poco più di 80.000 e gli inconfondibili tre anelli dello stadio sono diventati un simbolo dello skyline di Milano.

 

ANTONIO ENRICO BUONOCORE

FINANZA E POLITICA/ Quegli interessi sull’euro di cui possiamo liberarci

Va creata una struttura intermedia che utilizza il denaro disponibile senza emetterne di nuovo. Un’associazione che investe gli euro in mini-titoli per le spese ricorrenti

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Lapresse

Premetto che la Bce, con il Sistema europeo di banche centrali (Sebc) , è l’unica autorità che ha la facoltà di emettere l’euro come valuta legale, cioè valuta che le autorità possono accettare in pagamento. Gli Stati hanno la facoltà di emettere monete nei quantitativi autorizzati dalla Bce.

L’Italia ha sempre chiesto di emettere moneta per quantitativi irrisori, anche negli ultimi anni, quando era stato fatto presente che la piccola Austria ne emetteva di più di noi.

Il quantitativo di moneta emesso dallo Stato è importantissimo, perché è l’unico denaro che viene immesso sul mercato senza prestarlo, cioè senza che ne venga richiesta la restituzione né vengano addebitati interessi. Invece, quello creato dal Sebc è dalle banche indebita e richiede la restituzione del capitale creato, ma anche degli interessi che non sono stati emessi. Per poter restituire gli interessi occorrerebbe creare tanta moneta, almeno equivalente agli interessi maturati, altrimenti sarà impossibile la restituzione del debito. Ma sono convinto che gli organi competenti dell’attuale struttura europea non siano adusi a risolvere i problemi.

Per togliersi il cappio dal collo dobbiamo pensare di creare una struttura intermedia che consenta di moltiplicare il denaro disponibile senza crearne di nuovo e quindi impedendo la maturazione degli interessi che, peraltro, riducono ulteriormente gli euro disponibili, considerato che le banche più grandi che operano in Italia sono di proprietà straniera.

La struttura intermedia è un’associazione che raccoglie tra gli associati gli euro da utilizzare per le spese ricorrenti, li investe in mini-titoli cartacei decennali emessi mensilmente a tagli frazionabili con relative cedole all’1%, titoli intestati all’associazione e utilizzati dai soci nei negozi, imprese eccetera aderenti all’associazione stessa.

Già in questa fase avremmo raddoppiato il denaro in circolazione e ridotto il debito dello Stato per interessi. La diffusione dell’intermediazione fatta dall’associazione moltiplica gli effetti positivi, ma la stessa associazione, se organizzata con rilevazioni statistiche e orientamento al futuro, rappresenta un’occasione e un volàno a favore dell’occupazione diretta e indotta e dello sviluppo economico. 

LETTERA DI UN DETENUTO A FRA CRISTOFORO/ “Ho ucciso come te, voglio risorgere”

Pasqua 2019. Un detenuto del Carcere Due Palazzi di Padova ha scritto una lettera a fra Cristoforo dei “Promessi sposi”

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LaPresse

L’anno scorso, in occasione della Pasqua, Jacopo, detenuto nel Carcere Due Palazzi di Padova, aveva scritto una lettera raccontando di sé. Quest’anno ha scritto a fra Cristoforo dei “Promessi sposi” (ndr)

Caro fra Cristoforo,
sono Jacopo e la mia storia, forse, la conosci già: te l’avranno raccontata in tanti, dopo che l’ho raccontata io l’anno scorso, il giorno di Pasqua,
 proprio qui in questo giornale. Vivo detenuto nel carcere di Padova e all’inizio di questa Quaresima don Marco, il nostro cappellano, mi ha fatto un pensiero: mi ha regalato I promessi sposi.

Ti confesso che, all’inizio, non mi è parso un granché come regalo: purtroppo è un libro che, per chi è andato a scuola, si porta cucita addosso l’infame reputazione di essere alquanto noioso. L’ho ringraziato del regalo, ovviamente, ma ho pensato che sarebbe rimasto per molto tempo accatastato, nella mia cella, assieme a tutti quei libri che un giorno, forse, leggerò. Poi ho sbirciato la dedica che mi aveva scritto: “Caro Jacopo, ci sono due amici che ti stanno aspettando dentro: l’Innominato e fra Cristoforo. Leggi la loro storia con attenzione, e fai moltissima attenzione: tu li leggi, ma loro ti leggeranno fino a farti piangere”. Fare piangere uno come me? Più per amicizia che per diletto, ho aperto quel libro noioso. E ho cominciato a leggerlo.

Ammetto che, pur non avendolo mai fatto prima, qualche personaggio già lo conoscevo: Renzo e Lucia, ovviamente, anche l’Innominato e don Rodrigo. Di te non avevo mai sentito parlare, però. Così, spinto dalla curiosità, ho iniziato a leggere e, pagina dopo pagina, ho iniziato a conoscere un mondo per me tutto nuovo, fatto di luoghi, avventure, personaggi che a me erano sconosciuti. Tra tutti, però, un personaggio mi ha coinvolto: indovina chi? Tu, fra Cristoforo. Ti dirò di più, che quella dedica diceva la verità: ho stra-pianto leggendo la tua storia perché, per la prima volta, mi sono ritrovato a rivivere in un personaggio della letteratura. 

Sai, in vita mia ho letto molti libri, ma non mi era mai capitato di imbattermi in un libro che parlasse così spudoratamente di me come I promessi sposi. È capitato che certe sere – non ridere, ti prego! – mi voltassi per guardare dove si fosse nascosto Alessandro Manzoni nella mia cella: sembrava che mi stesse guardando e, guardandomi, stesse scrivendo di me in diretta.

Caro frate, anch’io come te, per orgoglio, ho ucciso. Sono condannato per il reato di omicidio: ho ucciso un ragazzo della mia età. Quest’anno, chissà perché, Pasqua cade il 21 aprile: in questo giorno, benedetto-maledetto, ricorre anche il decimo anniversario del gesto che ho compiuto: dieci anni dalla morte di quel ragazzo. Oggi è Pasqua e dovrebbe essere un giorno di festa, anche di risurrezione: è il giorno in cui Gesù Cristo muore e risorge per salvarci. Per me, purtroppo, oggi nel mio cuore non c’è gioia piena ma solo tantissimo dolore. Lo stesso tormento che anche tu hai sopportato dal giorno in cui hai tolto la vita.

A differenza tua, però, io non mi sono pentito subito per aver ucciso: per tanti anni mi sono rifugiato dietro a delle scuse, mi son dato delle giustificazioni banali che mi permettessero di stare in pace con me stesso. Giustificazioni alle quali tu, per trent’anni, non hai mai creduto, ceduto. 

Da un po’ di tempo, però, grazie alla misericordia di Dio (tu la chiameresti, forse, Provvidenza) ho capito che non ci possono essere scuse quando togliamo la vita ad una persona. Dal momento in cui ho capito questo, la mia vita ha iniziato a cambiare, in meglio: oggi, come è accaduto al cieco di Gerico, non sono più un accecato cronico, sto iniziando finalmente a vedere. A vederci meglio anche dentro l’abisso del cuore.

Non ti nascondo che ci sono giorni in cui il senso di colpa è così forte che mi attanaglia l’anima, o quel poco che ormai resta della mia anima: sono momenti difficili nei quali il tracollo è dietro l’angolo. Così mi affido a Dio, ma da oggi so che anche tu mi sei vicino, così nei momenti bui verrò a ritrovarti nelle pagine de I promessi sposi. Un passaggio mi è rimasto impresso così tanto da averlo imparato a memoria senza accorgermene. È nell’ultima pagina, quando Manzoni scrive: “I guai, quando vengono per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore”. Ci sono giorni in cui mi chiedo se, a causa delle mie azioni e del dolore che ho recato, io meriti ancora di vivere. Oggi, grazie anche a te, ho capito che devo riscattare quella vita che, senza averne il diritto, ho strappato. Se non lo facessi sarebbe come continuare ad uccidere di nuovo, sarebbe una morte senza risurrezione.

Caro amico frate, non ti voglio rubare altro tempo. A Renzo hai detto: “Credi pure ch’io sento quello che passa nel tuo cuore. Dunque sei capace di sentire ciò che passa nel cuore di chi ha ucciso, di chi fatica a perdonare. Allora vorrei chiederti un piacere: che tu pregassi ancora di più di quel che già preghi. Non tanto per me, neanche perché io ritrovi pace: prega anche tu, assieme con me, perché trovi pace la famiglia del ragazzo che ho ucciso e che, magari, un giorno possa trovare la forza di perdonarmi, come tu sei stato perdonato quella volta.

Grazie per avermi fatto dono della tua storia: senza volerlo abbiamo percorso assieme tutta la Quaresima di quest’anno. La tua storia – è anche la mia storia – la porterò sempre nel mio cuore. Ora e per sempre.

Il tuo amico Jacopo 

Guerra a Di Bella, l’angelo dei malati: tentarono di ucciderlo

libreidee.org 21.4.19

“Il poeta della scienza”, vita di Luigi Di Bella: il volume, minuziosamente documentato e ricco di indicazioni delle fonti, dipana la complessa figura del professor Di Bella esaminandola sotto il profilo scientifico, morale, intellettuale e umano. Difficile non giungere alla conclusione che sono state proprio queste qualità e virtù a procurargli, per buona parte della vita, un’ostilità incessante che non di rado si è fatta autentica persecuzione. Il lettore rimane, oltre che indignato e amareggiato, anche stupefatto per la capacità dell’uomo di non farsi annichilire da un’opposizione tanto indiscriminata e violenta e di riuscire a compiere egualmente la sua opera. Luigi Di Bella, siciliano, classe 1912, era nato in una famiglia numerosa e di assai disagiate condizioni economiche, non in grado quindi di sostenere le spese per fare studiare quel ragazzo, nonostante avesse precocemente dimostrato rare doti d’ingegno e di forza di volontà. Luigi sopportò sacrifici di ogni genere per soddisfare la sua sete di sapere e superare le ristrettezze della povertà, arrivando anche a studiare la sera in piedi, sotto la luce del lampione della strada, per sopperire alla penuria di petrolio per la lampada.

Fornisce ben presto le prove di un ingegno straordinario: avendo frequentato le scuole complementari che, non contemplando l’insegnamento del latino, non consentivano l’accesso al liceo scientifico, in due mesi apprende il latino, lasciando increduli i Il professor Luigi Di Bellacommissari durante la prova di idoneità prescritta. Per rendersi economicamente indipendente ed aiutare i fratelli, parteciperà anche ai concorsi nazionali riservati agli studenti poveri e meritevoli, vincendo tutti quelli che affronta. Divenuto studente della facoltà di medicina a Messina, la sua abitudine di studiare oltre che sui libri di testo anche su ponderose ed ostiche monografie (oltre ovviamente alle sue rare capacità di assimilazione), gli procura un “pubblico” di docenti universitari che corrono ad assistere ai suoi esami. Viene notato dal professor Pietro Tullio, considerato il più autorevole fisiologo del tempo – due volte candidato al Nobel per la medicina nel 1930 e nel 1932 (1) – che gli propone di diventare allievo interno presso l’Istituto di Fisiologia. Attraverso il suo maestro, Luigi Di Bella si forma nell’ambito di quella scuola medica che il mondo ci invidiava, annoverando luminari come Augusto Murri e Pietro Albertoni, considerati i più grandi medici dei tempi moderni.

Non potendo soffermarci troppo su queste due figure di medici e professori universitari, ci limitiamo a riferire che raggiungevano percentuali elevatissime di diagnosi esatte, 92% Murri e 98% Albertoni (2), in un’epoca nella quale gli esami ematochimici erano ben più rudimentali di quelli odierni, e non esistevano Tac e risonanze magnetiche. A quel tempo l’insegnamento e la ricerca nell’ambito della medicina non erano disgiunti dalla pratica clinica, l’eccessiva specializzazione non aveva ancora contaminato ogni settore, e la fisiologia era ancora considerata la materia cardine di tutto il sapere medico, non essendo altrimenti possibile comprendere ed applicare razionalmente tutte le altre. Questo consentiva il raggiungimento di livelli di eccellenza diagnostica attualmente inarrivabili. Se pensiamo ai pazienti che oggi sono costretti a peregrinare tra Giuseppe Moscatispecialisti e ospedali, spesso orfani di diagnosi – e quindi di efficace terapia – nonostante l’elefantiasi di esami di ogni genere, non si può rimanere che sconcertati.

Luigi Di Bella è stato senza dubbio l’epigono di quella mentalità e cultura medico-scientifica che ha annoverato eccellenze quali Antonio Cardarelli, Pietro Lussana, Giuseppe Moscati, oltre che i luminari prima citati. E’ a quest’ultimo, il medico santo di Napoli, che Luigi Di Bella più si avvicina, oltre che per mentalità clinica, per umanità e condotta di vita cristiana. Il primo lavoro scientifico che riporta il nome di Luigi Di Bella (oltre ovviamente a quello del maestro) risale all’inizio del 1932, quando è ancora diciannovenne e studente del secondo anno di università. Lo stesso Tullio, qualche anno dopo, dichiarerà in un attestato di essersi limitato a curarne la bibliografia. Nel luglio 1936 si laurea in medicina con 110 e lode, dopo aver sostenuto 12 esami in più rispetto a quelli regolamentari. Subito dopo la laurea riceve una proposta di assunzione da parte di Guglielmo Marconi – allora presidente del Cnr – perché continui le ricerche in campo chimico che gli erano valse l’ultimo premio nazionale (è ancora disponibile il carteggio intercorso). Luigi Di Bella declina l’invito, dichiarando che desidera continuare le sue ricerche nell’ambito della medicina. Riceverà dal grande fisico una borsa di studio.

Quando nel 1938 consegue le lauree in farmacia e in chimica, già da due anni, dopo avere superato brillantemente il previsto concorso, è incaricato dell’insegnamento della fisiologia e della chimica organica presso l’università di Parma. Durante questo periodo pubblica un libro di chimica organica. Il 3 settembre 1939 sposa Francesca Costa, e prende servizio nel ruolo di aiuto incaricato presso l’università di Modena, città nella quale si trasferisce con la famiglia. Dall’unione nasceranno Giuseppe (maggio 1941) che intraprenderà anche lui la professione di medico, e Adolfo (dicembre 1947). Il 3 settembre 1941, con il grado di capitano medico, viene inviato in Grecia, dove dirigerà due ospedali militari. Qui si sottopone ad ogni sacrificio pur di aiutare i malati, arrivando a donare loro il suo pasto da ufficiale e a dormire in piedi, appoggiato a una colonna, per poter accorrere più velocemente alle richieste d’aiuto. Raccontando anni dopo questi particolari, si limiterà a commentare: «Dopo Guglielmo Marconiun po’ ci si abitua». Alla fine, le immani fatiche sostenute presenteranno il conto: la salute degrada sempre più e all’inizio del 1943 rientra in Italia per una breve licenza. Le condizioni però peggiorano ulteriormente e viene ricoverato all’ospedale militare di Bologna per epatite, anemia e malaria.

Posto in “licenza speciale in attesa di trattamento di quiescenza”, si riprende gradualmente e riesce a iniziare l’insegnamento per l’anno accademico 1943-44. A seguito dei bombardamenti alleati su Modena della prima metà del 1944, la famiglia Di Bella trova ospitalità in una casa colonica a Bastiglia, paese ad una dozzina di chilometri dalla città. Anche qui non sta con le mani in mano: visita gli abitanti dei dintorni che hanno bisogno e, nonostante i pericoli, si reca quotidianamente all’università in bicicletta. Nell’immediato dopoguerra iniziano a delinearsi le prime ricerche che lo porteranno anni dopo all’ideazione del suo metodo di cura per i tumori. In questo periodo si scatena una persecuzione durissima da parte dell’ambiente accademico, quantomeno nella facoltà di medicina, che non gli perdona limpidezza morale, superiorità d’intelletto e di cultura che lo caratterizzano. Gli studenti al contrario lo idolatrano, affollando le sue lezioni, a tal punto che durante l’occupazione studentesca del 1968 Luigi Di Bella sarà l’unico professore che gli studenti autorizzeranno ad entrare nell’università per svolgere le lezioni.

Inizia a diffondersi anche la sua fama di medico capace di fare diagnosi di un’esattezza inarrivabile, e di risolvere situazioni ritenute senza speranza dai medici più blasonati. Anche questo contribuirà ad alimentare quelle invidie e quella persecuzione che non gli daranno tregua fino all’ultimo dei suoi giorni. Dirà un giorno: «A questo mondo, è rigorosamente proibito fare del bene». I malati, che per tutta la vita visiterà gratis arrivando a regalare loro le medicine, giungono sempre più numerosi, grazie al “meccanismo di passaparola”. Spesso sarà costretto a visitarli la sera – già sfinito da una intera giornata di lavoro – o la Luigi Di Bella all'università di Modenadomenica presso la propria abitazione. Intervistato nel 1998 per la Rai da don Giovanni D’Ercole, alla domanda «ma lei non si fa pagare?» risponderà: «No, mi ripugna: uno viene qui perché ha bisogno, e io dovrei guadagnare sul bisogno di un altro?» (3).

Inflessibile con se stesso, fa dell’umiltà e dell’autocritica una regola di vita, chiedendosi sempre se ha davvero fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità e il proprio dovere di medico e di uomo (3). Così come il denaro, anche il lusso gli ripugna: «La povertà e l’essenzialità sono più vicine alla realtà di tutto. Il lusso per me è una sovrapposizione all’essenziale, e quindi il mezzo migliore per deviare dalla retta via… la rinuncia è la dote essenziale di un uomo per progredire e per realizzare. Bisogna saper rinunciare a tutto quello che non è essenziale» (3). Quando, decenni dopo, durante una intervista gli verrà chiesto come ha fatto a trovare la cura per il cancro senza avere dietro un’università o un centro di ricerca iperfinanziato, risponderà: «In una maniera semplice: rinunciando a tutto quello che non è necessario per vivere. In questa maniera le spese le ho ridotte al minimo, e tutto quello che potevo risparmiare l’ho dedicato alla ricerca» (4).

I “baroni” dell’università di Modena lo relegano in un’angusta stanzetta dell’istituto di fisiologia e gli impediscono, di fatto, di compiere ricerche, negandogli i fondi accademici a cui avrebbe diritto ad accedere. Lo scienziato sarà per questo costretto a indebitarsi per costruirsi un suo laboratorio privato che, una volta portato a termine nel 1952, gli consentirà di proseguire la sua attività di ricercatore. Intensifica anche la partecipazione a congressi medici e scientifici in Italia e all’estero, mentre continua a pubblicare i risultati delle sue ricerche. Al termine della sua vita, si conteranno 215 pubblicazioni e un centinaio di comunicazioni in congressi. Al rigore scientifico unisce sempre la sensibilità per il bello. Per lui queste due dimensioni sono inscindibili. Non c’è solo la bellezza delle arti figurative e della musica, che ama profondamente, ma anche l’infinita bellezza del Creato e degli intimi meccanismi che rendono possibile la vita. Ogni volta che, da ricercatore qual è, riesce a far luce su qualcuno di questi meccanismi, prova un profondo rapimento spirituale per la bellezza e la perfezione che vi intravede. In altre Di Bella con Maria Teresa Rossiparole, è la meraviglia e lo stupore di chi giunge a scorgere quella particella di eternità che l’uomo incorpora in sé.

Soltanto un poeta della scienza può arrivare a dire: «Un medico può considerarsi tale solo se ama l’ammalato ed è affascinato dall’ignoto, se cerca di far luce sui misteri del Creato e di confrontarsi con questi». E agli ammalati dona tutto se stesso, prendendo parte alle loro sofferenze: «Lei non immagina la sofferenza che mi viene ad ascoltare le sofferenze del prossimo, ad essere incapace di togliere queste sofferenze, almeno subito» (3). Quando visita, veste i panni di sacerdote in camice bianco. Molti pazienti avvertono istintivamente il bisogno di confidargli le loro pene interiori o i loro problemi familiari, e non pochi escono dalla visita letteralmente sconvolti nell’anima. Riportiamo per brevità solo un paio di esempi. Una signora, afflitta nel corpo e nello spirito, afferma: «E’ come se mi avessero messo una telecamera dentro al cuore e all’anima. Ha letto in me cose che non sa e non capisce nessun altro, e addirittura mi ha spiegato cose di me stessa che non riuscivo a comprendere. Un’esperienza sconvolgente, che non dimenticherò finché avrò vita». Un’altra, arrivata in uno stato di prostrazione profonda, esce trasformata: «Mi ha ridato la voglia di vivere. Non me ne frega niente se mi salvo o se muoio tra un mese o una settimana… Avere conosciuto un uomo così vale la vita. Sono serena».

Nel 1963 Maria Teresa Rossi, una sua studentessa, gli si avvicina al termine di una lezione per chiedergli un consiglio sulla grave malattia che la affligge, il “lupus eritematosus”, a causa del quale i medici le hanno prospettato al massimo due anni di vita. Lo scienziato la visita e le prescrive una terapia. La ragazza, da tutti chiamata Deda, ne ricava presto netti benefici e in pochi anni diventerà una valida collaboratrice nelle ricerche del professore, il quale arriverà ad amarla come una figlia. E i due anni di vita residua, grazie a Luigi Di Bella, diventeranno ventiquattro. Dopo un complesso e faticoso iter sperimentale, il 6 dicembre 1973, invitato a tenere una conferenza presso la sede della Società Medico Chirurgica di Bologna dal professor Domenico Campanacci, il più illustre clinico italiano del dopoguerra, presenta il razionale e i primi risultati clinici della metodologia messa a punto per patologie ematologiche (successivamente perfezionata ed estesa ai tumori solidi).

Riceve l’appoggio e la considerazione, oltre che del professor Domenico Campanacci, dell’illustre ematologo Edoardo Storti, del fisiologo Giuseppe Moruzzi e di Emilio Trabucchi, famoso farmacologo. Ma neanche costoro, dall’alto della loro autorevolezza, possono vincere il montante poteredelle aziende farmaceutiche e l’ostilità di un’onco-ematologia che, invece di offrire collaborazione, si sente scavalcata e surclassata da quello scienziato che aveva osato dare concrete possibilità di salvezza a malati altrimenti condannati. Vale ricordare che nel 1973 si conoscevano solo 500 casi di leucemia in tutto il mondo sopravvissuti per più di 5 anni. Gli unici interessamenti genuini gli arrivano dall’estero: medici e istituzioni ospedaliere di ogni parte del mondo lo contattano e si informano sui princìpi della sua cura. Il numero dei pazienti che accorrono da lui, grazie anche alle testimonianze dei malati curati e ad alcuni articoli pubblicati su diversi periodici, aumenta fino a livelli insostenibili. Domenico CampanacciAnche perché non cura solo i tumori: la sua impostazione squisitamente fisiologica della medicina, unita a un raro ingegno e alla conoscenza profonda di tutte le branche della scienza medica, gli consentono di curare con successo diverse patologie, specialmente neurologiche e neuromotorie.

Vale la pena soffermarsi brevemente sul valore delle ricerche che lo hanno condotto a formulare il suo metodo di cura dei tumori. Già nel 1969 aveva relazionato (Alghero, congresso della Società Italiana di Biologia Sperimentale) sugli esperimenti con cui aveva dimostrato l’influenza del sistema nervoso centrale sulla crasi ematica (si trattava della stimolazione, nei ratti, di una determinata zona del cervello vicina alla ghiandola pineale, che portava a forti aumenti delle piastrine in circolo). Fino a quel momento nessuno aveva intuito che il sangue, e quindi le concentrazioni delle sue componenti, potessero essere influenzate e determinate a livello cerebrale. Già solo tale scoperta, che porterà lo scienziato a introdurre la melatonina (prodotta principalmente dalla ghiandola pineale) come uno dei cardini della sua cura, avrebbe meritato, come osservarono alcuni studiosi, il Premio Nobel per la Medicina. L’estensione della cura ai tumori solidi risale alla metà degli anni ’70, quando nel suo metodo introduce la somatostatina. E’ il primo al mondo a proporre l’uso di questa sostanza per le patologie tumorali. Ancora oggi il suo impiego terapeutico in oncologia è limitato ai soli tumori neuroendocrini, nonostante migliaia di pubblicazioni, tra le quali quelle di premi Nobel come Viktor Schally (5), che ne dimostrano l’efficacia in un’amplissima varietà di patologie neoplastiche.

Nel frattempo, già un anno dopo la presentazione della sua cura, era stato vittima, mentre era nell’istituto di fisiologia, di un tentativo di avvelenamento – da cui riuscì a salvarsi intuendo la causa dei gravi sintomi che avvertiva e prendendo le opportune contromisure. Poco tempo dopo subirà diversi inspiegabili incidenti per le strade di Modena, mentre era in sella alla sua inseparabile bicicletta. L’ultimo attentato avverrà nel 1996 mentre, ormai ottantaquattrenne, si reca in bici al suo laboratorio per visitare i malati: colpito alle spalle con un sacco di sabbia, finirà a terra e si risveglierà in ospedale con un trauma cranico, una commozione cerebrale e la compromissione dell’udito ad un orecchio. Nonostante ciò, appena riavutosi ha un’unica preoccupazione: chiede di essere dimesso, si fa accompagnare in laboratorio e, con ancora le bende macchiate di sangue, inizia a visitare i malati che lo attendevano all’ingresso. Intervistato negli anni ’90 da un canale televisivo, lascia a bocca aperta la giornalista che gli chiedeva, viste le mille difficoltà attuali e quelle incontrate nella sua vita, quali fossero le sue Viktor Schallygratificazioni: «Non ho bisogno di gratificazioni. Sono arrivato ad una semplice morale che a volte meraviglia anche i miei figli: ringrazio il Padreterno per la sofferenza che m’ha dato, perché attraverso la sofferenza ho imparato cos’è la vita» (6).

La famigerata sperimentazione del 1998 richiederebbe una trattazione troppo lunga. Quello che è importante sottolineare è che non fu Luigi Di Bella a chiederla, ritenendo egli che l’ampia letteratura scientifica disponibile e la casistica raccolta avrebbero da tempo dovuto consentirne l’adozione. Il ministero dalla sanità preferì ignorare tali pubblicazioni, decidendo di organizzare una sperimentazione che, per i presupposti di partenza e poi per la sua conduzione, aveva l’esito già scritto. Basandosi esclusivamente su documenti ufficiali (Rapporti Istisan 98/17 e 98/24), si rileva infatti che condizione fondamentale per l’arruolamento fosse «essere non suscettibili, o non più suscettibili di trattamento»: in parole semplici, dovevano essere malati tanto gravi da far considerare inattuabile qualsiasi tentativo terapeutico (chirurgia, radioterapia, ormonoterapia, chemioterapia). La sopravvivenza stimata dagli sperimentatori andava da un minimo di 11 giorni (!) ad un massimo di 90. E’ un ben curioso criterio quello di ritenere efficace una terapia solo se riesce a replicare il miracolo di Lazzaro, salvando malati terminali e candidati all’assistenza domiciliare!

Sempre sulla base della documentazione ufficiale si rileva un altro inquietante “mistero”: ad onta della reiterata affermazione che il professor Di Bella avesse accettato queste condizioni ostative, non esiste un documento ufficiale che attesti dove e quando lo scienziato avrebbe firmato i protocolli della sperimentazione; e anzi risulta agli atti uno schema autografo e da lui firmato il 31 gennaio 1998, totalmente incompatibile con gli schemi terapeutici praticati. L’esito così precostituito venne ulteriormente presidiato con numerose altre anomalie, costituenti obiettivamente e autonomamente cause di invalidazione (7): 3-4 farmaci previsti sui 10 del sopra richiamato schema autografo; interruzione del trattamento nell’86% dei casi; galenici somministrati dopo la data di scadenza o resi tossici dalla presenza di acetone (soluzione di retinoidi); somatostatina somministrata senza indispensabile impiego di siringa temporizzata, ecc. Ma, a parte quanto sopra, la demolizione della Di Bellavalidità di questo studio fu fatta da uno scioccante editoriale comparso su quella che dai più è ritenuta la più autorevole rivista scientifica del mondo, il “British Medical Journal” (Marcus Mullner: “Di Bella’s therapy: the last word?” – Bmj, 1999, 318, 208).

L’editoriale, dopo alcune severe critiche (mancanza di randomizzazione e di gruppo di controllo), conclude: «E’ proprio il progetto scadente di questo studio a non essere etico… Il progetto di questa sperimentazione è fallace». Il vero miracolo (mai comunicato all’opinione pubblica) fu che, nonostante quanto osservato, il 48% dei pazienti risultava in vita al termine della sperimentazione (Rapporti Istisan: 167 pazienti in vita al 31 ottobre 1998 su 347 pazienti ‘valutabili’), nonostante che la prognosi di massimo 90 giorni (la prova iniziò nel marzo 1998 e si concluse il 31 ottobre dello stesso anno) facesse prevedere il decesso di tutti i 347 pazienti arruolati. Nel follow-up del giugno 1999 risultavano ancora in vita 88 arruolati (25%).

Malgrado le amarezze, le perfidie subìte e le delusioni, Luigi Di Bella continuerà la sua attività di medico fino al termine della sua vita, vincendo la stanchezza ed i crescenti problemi di salute. A chi tenta di farlo desistere almeno dalle visite ai malati che si presentano senza appuntamento, lui risponde con semplicità disarmante: «Se vengono qui, è perché hanno bisogno». Per tutta l’esistenza ha combattuto la “buona battaglia”. E ai figli, che in uno dei momenti di maggiore ostilità e attacchi crescenti, gli avevano chiesto se non fosse il caso di ritirarsi cercando di badare alla sua salute, aveva risposto: «Non capite che io sono sempre stato un lottatore?». Lascerà questo mondo il 1° luglio 2003, a pochi giorni dal suo 91° compleanno. Qualche mese Il libro di Adolfo Di Bellaprima aveva scritto: «Sono degno? Lo diranno gli altri. L’animo mi dice tuttavia che non sono vissuto inutilmente, perché ho fatto del bene ed ho gioito per il bene fatto».

Infine, qualche osservazione sul Metodo Di Bella: si tratta di una cura squisitamente fisiologica, impostata cioè sui princìpi della fisiologia, la disciplina che studia il funzionamento degli organismi viventi, dai fenomeni macroscopici fino ai più piccoli legami molecolari. Per dirla in breve, è la scienza che studia la vita e i meccanismi con cui essa si esprime. E’ una materia fondamentale e alla base di tutte le altre discipline mediche, e non a caso, nel degrado voluto e pianificato della medicina attuale che va di pari passo col degrado di tutta la civiltà, essa è stata ridotta e svilita nei programmi universitari a tal punto che lo studente arriva a laurearsi in medicina capendone poco o nulla. Il tumore, inoltre, è una malattia sistemica e multifattoriale, per cui non potrà mai essere guarita da un unico rimedio. Non a caso, il metodo Di Bella comprende un numero ben nutrito di diverse sostanze fisiologiche, farmaci e princìpi vitaminici, la cui composizione è stata studiata per avere azione sinergica e fattoriale, per cui l’effetto di ognuno è impressionato e potenziato dall’assunzione di tutti gli altri. Per ciascuna di queste componenti sono comparsi negli anni un’infinità di studi sulle riviste scientifiche (attualmente ammontano a qualche decina di migliaia) che ne dimostrano l’efficacia antitumorale.

Un altro fatto significativo sono i circa 1.000 casi documentati di efficacia del metodo Di Bella pubblicati su riviste scientifiche accreditate e “peer review”, rintracciabili agevolmente sul portale http://www.pubmed.gov. Tra le pubblicazioni più recenti, quelle sui pazienti con tumore alla prostata e alla mammella, molti dei quali hanno avuto remissione della malattia senza chirurgia, senza radioterapia e senza chemioterapia, ma unicamente con il Metodo Di Bella. Si tratta peraltro di casi documentati nella maniera più scrupolosa, con diagnosi e successivi accertamenti strumentali effettuati in strutture pubbliche o private. Per comprendere l’eccezionalità della pubblicazione, occorre evidenziare che in tutta la letteratura scientifica mondiale non esiste un solo caso pubblicato di tumore solido guarito con qualsivoglia strumento farmacologico o radiante. Considerando che circa 180.000 persone in Italia muoiono ogni anno a causa di patologie tumorali, quante vite si sarebbero potute salvare se la sperimentazione del 1998 fosse stata condotta in maniera corretta? Tanti altri aspetti del metodo, della pseudo-sperimentazione e della vita dello scienziato, oltre ad una ricca documentazione fotografica, sono riportati nel volume “Il poeta della scienza” scritto da Adolfo Di Bella, che ha voluto affidare a questa biografia una testimonianza unica: quella di una vita trascorsa accanto ad un genio e benefattore dell’umanità.

(Luca Iezzi, “Il poeta della scienza: vita del professor Luigi Di Bella”, da “Coscienze in Rete” del 9 aprile 2019. Il libro: Adolfo Di Bella, “Il poeta della scienza. Vita del professore Luigi Di Bella”, Mattioli editore, 444 pagine, 28 euro).

Note:

(1) I dettagli delle candidature al Nobel del professor Pietro Tullio sono disponibili sul sito ufficiale del prestigioso premio: https://www.nobelprize.org/nomination/archive/show_people.php?id=9395.  Dal libro Si può guarire? La mia vita. Il mio metodo. La mia verità (Luigi Di Bella e Bruno Vespa, ediz. Mondadori, 1998, pag.34)

(2) Intervista di Mons. Don Giovanni D’Ercole a Luigi Di Bella, trasmessa il 14 marzo 1998 su Raidue nel programma “Prossimo tuo”: https://www.youtube.com/watch?v=IjexHtSSvlc.

(3) Programma “Moby Dick” trasmesso il 6 novembre 1997 su Italia Uno e condotto da Michele Santoro: https://www.youtube.com/watch?v=T65W48zYxPo.

(4) Si veda ad esempio, tra i tanti lavori di Schally: Barabutis N, Siejka A, Schally AV. Effects of growth hormone releasing hormone and its agonistic and antagonistic analogs in cancer and non-cancerous cell lines. International Journal of Oncology 2010 May;36(5):1285-9 (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20372804).

(5) Intervista fatta a Luigi Di Bella nella primavera 1996: https://www.youtube.com/watch?v=uQJDUmwkugg.

(6) La sperimentazione del 1998 – motivi e prove della sua invalidità: http://www.metododibella.org/la-sperimentazione-truffa-sul-metodo-di-bella.html. Un’enorme mole di dati e documenti che demolisce completamente la sperimentazione ministeriale è raccolta nel volume “Un po’ di verità sulla terapia Di Bella” (Vincenzo Brancatisano, ediz. Travel Factory, 1999).

Abitudine consolidata

comedonChisciotte.org 20.4.19

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

La vicenda di Armando Siri sarebbe soltanto la solita storia di corruzione italiana: come si faccia a nominare Sottosegretario un pregiudicato, bisognerebbe spiegarcelo. Perché il fringuello, tre anni fa, patteggiò una condanna a 18 mesi per bancarotta fraudolenta. Ricordando che il patteggiamento sottende un’ammissione di colpa, la domanda che sorge spontanea è: non c’era proprio nessun altro per quel posto (1)? Ma passiamo oltre, perché la vicenda ci porta direttamente in quel dell’energia, ed è qui che le sorprese non mancano.

Tutta la questione ruota intorno ad un dato: il costo di produzione di un KW con il sistema eolico è diventato il più conveniente fra tutte le fonti energetiche, al punto che Bloomberg (2-3) prevede in Italia per il 2030 il 90% del fabbisogno da rinnovabili e per il 2050 la totale scomparsa del sistema termoelettrico. Mi sembrano dati un poco ottimistici (ed il grafico decisamente fiducioso), però un fatto è certo: con il costo del KW eolico sceso sotto la soglia dei 6 centesimi il Kilowattora, le fonti tradizionali sono fuori mercato. Tutte, carbone e nucleare comprese. Fra l’altro, si pensa d’utilizzare le batterie usate (ma ancora con l’80% di rendimento) provenienti del settore auto elettriche per ovviare all’intermittenza insita nella fonte. Come è avvenuto tutto ciò?

Molto semplicemente, visto che il “palo” bisogna mettercelo, tanto vale farlo più alto e metterci un generatore di maggior potenza: dai mulini a vento da 1 MW di potenza, nel mondo oggi si installano generatori da 7, 9, fino a 12 MW per ogni singola installazione. In Italia molti generatori sono ancora di prima generazione, ossia intorno ad 1 MW di potenza, ma basta fare due conti per capire dove andrà il mercato. Quasi una moltiplicazione per 10.

C’è un problema?

Sì, c’è.

Posto che le nuove installazioni costano di meno per singolo MW di potenza installata (palo più robusto, ma sempre un palo, generatore più potente, ma sempre un generatore, ecc) va da sé che, come investimento, è più costoso.

Esempio: un mulino da 1 MW, costa un milione di euro (1 milione di euro/MW) un generatore da 5 MW 4 milioni di euro (800.000 euro per MW) ma sempre di 4 milioni si tratta. Che poi, avendo una vita utile di almeno 30 anni, si ripagheranno ampiamente: il problema è l’investimento iniziale.

Chi ha molti soldi da investire?

Ecco, qui il problema.

Fra i molti che pensano che l’investimento sia redditizio, ci sono anche le mafie, che hanno soldi a bizzeffe ma non sanno come “lavarli”. Qui nasce la vicenda di Siri.

Non stiamo ad indagare troppo sulla tecnica della “lavatrice” – giri su banche estere, paradisi fiscali, ritorno (abbastanza) puliti, ecc – quanto sulla certificazione che tutto è a posto. E, per questa ragione (oltre che per i permessi, le approvazioni tecniche, ecc), servono i politici – meglio se ben agganciati alle realtà locali – per “oliare” il meccanismo.

Non fatevi fuorviare dalle filippiche di Sgarbi: lui non era, per principio, contro l’eolico o contro le mafie. Il tizio era, semplicemente – tramite Chicco Testa – un alfiere delle centrali nucleari che l’ex direttore dell’ENEL sperava di riportare in Italia. Ma l’Italia porta sfiga al nucleare: fa un referendum e scoppia Cernobyl, tenta di nuovo ed arriva Fukushima…no, Chicco Testa gettò la spugna e Sgarbi se ne andò da Salemi, dove prevedeva una centrale fra le “fu” che voleva installare Berlusconi.

Poi, il prezzo per KW – sempre quello – ha fatto la differenza.

La mafia siciliana – secondo la DIA – ha ampiamente investito nell’eolico, questo è assodato. Perché?

Poiché l’eolico è un grande affare, come le autostrade, come le “grandi” opere.

Ve lo spiego in due parole, semplificando un po’.

Prendiamo un aerogeneratore da 1 MW di potenza massima (di picco). Quanto produrrà?

Dipende dal vento, ovvio. Ci sono delle tabelle che indicano la velocità media del vento: ovvio che si mettono dove il vento è più forte e costante.

La “resa” di un aerogeneratore si calcola in ore annue alla potenza massima: in un anno, ci sono 8760 ore. Dall’esperienza (ma restando “bassi”) calcoliamo in 2500 ore annue (3) alla massima potenza la resa della macchina: sono esattamente 2500 MWh (1 MW = 1000 KWh).

A quanto si vendono? Dipende dalla Borsa Elettrica – nella giornata il prezzo varia da 30 a 200 euro per MWh – ma restiamo sempre “bassi”. Se prendiamo un valore basso – 60 euro a MWh – fanno 150.000 euro l’anno. Difatti, si calcola che un aerogeneratore si ammortizza in 6-7 anni, ma ci sono da pagare i Comuni ed i proprietari del sito, la manutenzione…facciamo pure 10. Il fatto è che queste macchine durano (almeno) 30 anni. In 30 anni, rendono 4,5 milioni di euro l’una, a fronte di un investimento di un solo milione. E senza calcolare certificati verdi ed altre prebende.

Capirete bene che un investimento che triplica o quadruplica nel volgere di 30 anni, fa gola: ed inizia a rendere soldi subito, appena installato. E’ un investimento che rende, annualmente, intorno al 5-10% annuo, mentre BOT e CCT non vanno oltre il 2,5%.

Non è un caso che il fotovoltaico è stato lasciato anche alle piccole utenze, mentre l’eolico è solo per grandi gruppi (tutti privati).

Si rinnova la vicenda delle autostrade: quando un settore rende, o lo si fabbrica con soldi pubblici e poi si vende ai privati, oppure lo si cede da subito al settore privato. Vi chiederete perché all’estero si installano grandi wind farm al largo delle coste ed in Italia no. E chi sarebbe il beneficiato per l’occupazione di quelle aree? Lo Stato. Ma si può far meglio: perché lo Stato non emette dei wind bond e fa poi fabbricare ed installare i mulini ai privati, mantenendo la proprietà del sito e dei proventi? Investimento sicuro, redditività alta, ricchezza diffusa. No, non s’ha da fare: meglio regalarli alle mafie. Ci prendete per scemi?

Fa specie l’inattività totale del M5S sul fronte dell’energia: pazienza la Lega – che c’è dentro fino al collo in quelle faccende – ma il M5S ha sempre fatto dell’energia rinnovabile il suo cavallo di battaglia. Perché tace?

Il sig. Davide Crippa (M5S), sottosegretario con delega all’energia, ha proposto tre leggi (nessuna ancora approvata): due sull’inquinamento elettromagnetico ed una sul pagamento dell’IMU da parte delle piattaforme petrolifere. Un po’ pochino? Eh, certo: il vero sottosegretario all’energia lo faceva Siri, col suo giro di tangenti!

La tangente intascata (questo sostengono, con prove di intercettazioni ambientali e telefoniche i magistrati) da parte di Siri era diretta (almeno, pare) ad ottenere degli sgravi fiscali per il mini-eolico, ossia per una diffusione “familiare” dei mulini, un po’ com’è avvenuto per il solare. Questi sgravi, per i grandi impianti eolici non servono – ce la fanno da soli a produrre a prezzi concorrenziali – mentre i piccoli necessitavano di un “aiutino” che il settore eolico chiede da sempre. Si vede che la mafia puntava su molti investimenti fatti dai privati per poi lucrare sui guadagni tramite il controllo delle società di gestione (quello, pare, era il “lavoro” degli Arata, padre e figlio).

Così è partita la trafila, dalla Sicilia a Genova, presso un ex deputato di Forza Italia (Paolo Arata), padre di un “collaboratore” nominato da Giorgetti al ministero, che ha contattato Siri e consegnato la “busta”. Questo, in sostanza, il racconto (con prove) dei magistrati.

Ma Siri non conosce bene il mondo dei “picciotti” ed è incorso in uno sgarro piuttosto grave: l’emendamento richiesto fu sì presentato, ma mai approvato. E che minchia fa, quello? Piglia i spicciuli e poi non fa una minchia? Eh, Siri…impara da Salvo Lima, altrimenti…

E così è arrivato il “pizzino”, sotto forma di “soffiata” ai magistrati inquirenti e, adesso, il genovese è nei guai: ma proprio un tipo del genere dovevano mettere a fare il sottosegretario?!?

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2019/04/abitudine-consolidata.html

20.04.2019

 

(1) https://www.huffingtonpost.it/2019/04/18/dallascesa-nella-lega-al-patteggiamento-per-bancarotta-fraudolenta-chi-e-mister-flat-tax-indagato-per-corruzione_a_23713826/

(2) https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-07-03/energia-entro-2030-italia-90percento-sara-fonti-rinnovabili-175018.sh

(3) https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-04-17/le-due-facce-dell-italia-rinnovabili-174929.shtml?uuid=AENpI8ZE

(3) E’ evidente che il rendimento è intermittente e variabile: oggi gira piano, domani è fermo, dopodomani gira veloce…quelle 2.500 ore sono la somma di tutte queste variazioni considerate alla massima potenza.

Alzati e vai avanti! Questo il vero significato della Pasqua

Massimo Bordin micidiale.it 20.4.19

Anche se festeggiamo di più il Natale che si sovrappone ad altre feste pagane, è la Pasqua la festa più importante dei cristiani. Tra ovetti e conigli, gite fuori porta e luoghi comuni (natale con i tuoi e pasqua con chi vuoi), la resurrezione di Cristo è più interessante della sua nascita giacchè nascere pare essere più facile che risuscitare. Dunque, al netto delle tante contaminazioni ebraiche, la pasqua cristiana non è altro che la celebrazione della resurrezione di Gesù avvenuta 3 giorni dopo la sua crocifissione. E’ fissata la domenica perchè le sacre scritture forniscono questa indicazione. E fin qua, sono cose che sappiamo tutti (spero). Ma il mistero della risurrezione merita qualche considerazione in più, visto che scientificamente risulta inaccettabile. Nel senso: posso credere nella nascita del profeta, è plausibile, ma non posso accettarne la risurrezione senza uscire a piè pari dal campo della scienza e della storia.

Per interpretarla correttamente, ci soccorrono le parole dello psicanalista (ma di formazione filosofica) Massimo Recalcati

«in generale ogni volta che incontriamo una resistenza insperata alla morte, ogni volta che incrociamo la sorpresa della vita che non cede alla morte e ricomincia a camminare, facciamo esperienza della resurrezione. Come se la cifra ultima della resurrezione coincidesse con quella della insurrezione: non si tratta di respingere fobicamente la caduta o la malattia, il fallimento o la perdita inconsolabile, Illudendosi che possa esistere una medicina capace di dissolverne la presenza scabrosa. Piuttosto si tratta di non lasciare l’ultima parola alla morte. Per questo sappiamo che i momenti più fecondi per una vita sono quelli che implicano passaggi stretti, crisi, ferite. Tuttavia, affinché il “miracolo” della resurrezione si possa compiere è sempre necessario un atto di fede che non può essere confusa con una semplice credenza. Non si tratta tanto di avere fede in un salvatore, ma di avere fede nella forza stessa della fede. Quando una volta a Lacan chiesero in che cosa consistesse l’esperienza dell’analisi, egli rispose, molto semplicemente, che essa consisteva nell’offrire ad una vita persa, l’opportunità per “ripartire”. Ebbene, la fede nel proprio desiderio è la condizione di base per questa ripartenza. Alzati! È la parola-imperativo che rimette in piedi e in movimento la potenza affermativa del desiderio contro la tentazione cupa, sempre presente negli umani, della morte».

Ecco allora che il significato della resurrezione assume un connotato che va oltre la religione. Comprenderla appieno non ci consente di vincere la morte, di essere immortali, ma di vincere la PAURA della morte. Il che, a ben pensarci, non è molto diverso dall’essere immortali.

Buona Pasqua con morti sul lavoro e suicidi per lavoro perso?

Giorgio Langella Vicenzapiu.com 20.4.19

Buona Pasqua con morti sul lavoro e suicidi per lavoro perso?

Buona Pasqua con morti sul lavoro e suicidi per lavoro perso?

In questi giorni mi risulta difficile augurare “buona pasqua“. Per questo ho messo il punto di domanda. E poi, che “buona pasqua” ci può essere di fronte a tutte le persone che muoiono sul lavoro e di lavoro (o mancanza di esso) … Persone e non numeri o ingranaggi …  “poveri cristi” che non risorgono né risorgeranno mai, cancellati dalla brutalità di un sistema attento solo al profitto dei ricchi.

Uccisi troppe volte dall’indifferenza di chi non vuole vedere, di chi non vuole capire, dall’odio di chi considera  i poveri, i diversi, le minoranze esseri inferiori che non possono né devono avere nessun diritto (al massimo qualche elemosina così si è a posto con la coscienza), da chi dimentica …

Almeno noi abbiamo memoria. Dobbiamo, vogliamo ricordare. E’ poco, pochissimo, lo so, ma almeno è qualcosa.

Ieri la segretaria della CISL Annamaria Furlan, di fronte all’ennesimo ragazzo morto a Cremona mentre lavorava ha dichiarato “Oggi ancora una tragedia sul lavoro. Un giovane magazziniere di 28 anni alla acciaieria Arvedi di Cremona schiacciato da un macchinario. Una morte orribile che addolora tutti e che chiama in causa la responsabilità di istituzioni ed imprese”.

Io non sono  addolorato della morte di chi lavora per poter vivere (o sopravvivere). No! Non posso esserlo. Sono pieno di rabbia di fronte a chi fa poco o nulla, a chi non chiama alla lotta, al conflitto, alla ribellione. E mi sento in colpa perché riesco a fare poco. Perché, in definitiva, nessuno può sentirsi assolto con qualche frase di circostanza. Io per primo.

PS: poi uno trova su internet questa notizia e la rabbia aumenta, diventa insopportabile:

(ilmeridianonews.it – 19 aprile 2019)

Tragedia in centro, uomo perde il  lavoro e si lancia dal 5° piano: morto sul colpo
SALERNO – Tragedia in mattinata nella frazione di Pastena, dove un uomo di circa 40 anni si è lanciato dal balcone del quinto piano di un palazzo. Sul posto è giunta la Polizia di Stato ed i soccorsi.
Sono giunte anche altre ambulanze perché, secondo quanto riporta il sito Occhio di Salerno, Qualcuno dei presenti si sarebbe sentito male a causa della scena raccapricciante. Il corpo è già stato portato via. Tra le ipotesi più accreditate, il movente del suicidio sarebbe la perdita del posto di lavoro.

Roma, la guerra dei Torlonia: dissequestrato il tesoro da due miliardi di euro

Alessia Marani il messaggero.it 20.4.19

villa albani torlonia 4

Revocato il sequestro giudiziario di tutti i beni della famiglia Torlonia, giudicato dall’ottava sezione del Tribunale civile di Roma «inammissibile» il reclamo presentato da Carlo Torlonia contro i fratelli minori, Paola, Francesca e Giulia, nonché il nipote Alessandro Poma Murialdo. Si chiude così la dolorosa controversia interna allo storico casato romano sulla maxi-eredità lasciata dal principe Alessandro alla sua morte, avvenuta a 92 anni, nel dicembre del 2017. Nel mirino un patrimonio tra palazzi, dimore storiche, opere d’arte, quote societarie e conti correnti, stimato in almeno due miliardi di euro.

Patrimonio Torlonia, nominato un custode per i beni della famiglia

Il cui pezzo forte è costituito soprattutto dalla famosa Collezione di marmi originali del mondo romano e greco valutata dalla Sovrintendenza in circa 600 milioni di euro.
Carlo Torlonia, primogenito di Don Alessandro, aveva impugnato il testamento convinto che quella sterminata eredità non fosse stata ripartita a dovere, chiedendo «l’accertamento della lesione della propria quota legittima». Per questo tra il novembre e il dicembre del 2018 era stato emesso un provvedimento di sequestro giudiziario e conservativo che, però, adesso il Tribunale ha revocato.

IL PRONUNCIAMENTO
Ma con un’ordinanza firmata dal presidente Eugenio Curatola, adesso, il collegio giudicante non solo dissequestra ogni bene ma dichiara «l’inammissibilità del reclamo incidentale proposto da Carlo Torlonia». In particolare, il Collegio «ritiene che – si legge nel dispositivo – allo stato, la dedotta lesione della quota di legittima non è suffragata da sufficienti elementi di prova, apprendo, al contrario difficilmente ravvisabile». Premettendo la rilevante entità del compendio ereditario (oltre alla collezione di marmi, «le inestimabili proprietà di Villa Torlonia, già Villa Albani, delle collezioni d’arte in questa custodite e altri beni»), il Tribunale rileva che «Carlo Torlonia non è stato pretermesso e che, anzi, con il testamento gli sono state attribuite quote di beni in misura superiore alla quota di 1/6 spettante come legittima», riferendosi soprattutto «alla stessa proprietà di Villa Torlonia, alla Collezione di marmi, alla cappella in San Giovanni in Laterano, alla collezione di vasi etruschi, ai beni della moglie di Alessandro», tenendo conto anche delle «donazioni effettuate in favore dello stesso Carlo».

LE ACCUSE
Il primogenito dei Torlonia parlò di presunte «firme falsificate» del padre, di «conti correnti chiusi» e confuse operazioni societarie effettuate prima del decesso a suo danno. Sospettando che il resto della sua famiglia volesse «vendere all’estero» parte della collezione privata per fare cassa e ricapitalizzare l’antica Banca del Fucino per rendere operativa la fusione con il gruppo Igea Banca. Anche su questo punto, argomentando più in generale la non necessità del sequestro dei beni, il Tribunale ha commentato che «il prospettato pericolo risulta insussistente vista la sopravvenuta sospensione delle delibere con le quali era stato approvato il progetto di fusione».

Non solo. Non risparmiò critiche al nipote Alessandro Poma Murialdo, figlio di Paola, che il nonno nominò curatore testamentario, accusato di non avere agito in maniera equa. «Ora il Tribunale riconosce che le cose erano state fatte correttamente – fa sapere la famiglia – e che neanche il sequestro aveva senso. Rimane pur sempre una vicenda lacerante che mai avremmo voluto affrontare». Intanto il restauro della Collezione d’arte, in capo alla Fondazione Torlonia, va avanti e tramite un accordo con il Mibact, presto potrà essere esposta per la prima volta al pubblico nella Capitale.

L’imprenditore Riccardo Morpurgo si è suicidato nella sua azienda, Paragone: ‘Lasciato solo e tradito prima dalle banche e poi dallo Stato’

silenziefalsita.it 18.4.19

paragone-Morpurgo

Riccardo Morpurgo si è suicidato nella sua azienda. Un altro italiano, un altro imprenditore lasciato solo e tradito prima dalle banche e poi dallo Stato”.

Così il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluigi Paragone in un post pubblicato sulla sua paginaFacebook.

“Riccardo ci ha lasciato una lettera in cui si augura che il suo tragico gesto riesca a risvegliare coscienze intorpidite ed animi accecati,” aggiunge Paragone.

« Una crudele, sfinente ed umiliante alternanza tra illusione e repentina disillusione, tra fiduciosa, e finalmente luminosa, speranza ed immediata cocente delusione, e così per anni, in attesa di una positività alla quale non credo più.
Ed allora queste brevi parole per giustificare un passaggio terreno che non può ridursi ad una supina ed inerme accettazione degli eventi: lo debbo ai miei figli ed a mia moglie che mi hanno sempre gratificato di una cieca fiducia e che certo non approveranno, lo debbo ai miei collaboratori, tutti ragazzi eccezionali che certamente hanno pieno diritto ad un futuro meno funereo di quello che invece si vuole loro prospettare, lo debbo ai miei tanti amici cari che molto patiranno, lo debbo a me stesso che della onestà, dell’etica, professionale e non, della libertà e giustizia sociale ho fatto un credo incrollabile.
Quando, ad una precisa domanda, ho risposto “ Mi spiace, ma non so più cosa fare”, ho letto nei suoi occhi un lampo di terrore e nelle sue parole “Ma come, ingegnere, tu, che sei la nostra speranza” lo sconforto assoluto.
Ho capito in quel momento che bisognava reagire: ed ho reagito, progettato, relazionato, mi sono umiliato sin dove non avrei mai creduto di dovere, potere e sapere fare, ancora progettato, ancora relazionato, ancora umiliato, ho sinanco ipotecato il futuro mio e della mia famiglia, ed inutilmente ho ancora proposto ciò che avrebbe positivamente risolto, solo lo si fosse voluto, e che ora, forse ma tardivamente, si dirà: GIUSTO!
Troppo flebile, evidentemente, la mia voce ed allora, novello, e certamente più modesto, Sansone, con l’ultima stilla di energia che ancora conservo e prima che anch’essa si esaurisca, faccio scoppiare fragorosa la bomba, fiducioso che finalmente venga recepito il mio urlo, disperato.
Tanti sono gli errori che ho commesso nella mia vita: errori di supponenza, di ingenuità ed ottimismo nel prossimo, di poca o nulla previdenza, errori (ma chi non?), ma mai sono venuto meno ai dettami di correttezza ed onestà.
Me ne vado dunque con la faccia pulita della persona per bene che innalza, misericordioso il Supremo, il dono della vita, che D-o mi ha graziosamente concesso, in favore della giustizia e dell’equità.
Con il tragico, e certo insensato, gesto, spero finalmente di riuscire a risvegliare coscienze intorpidite ed animi accecati: mi rivolgo dunque ai responsabili, assolutamente irresponsabili, degli istituti di credito, ma anche ai pubblici Amministratori ed a chi, abusando del suo infimo potere, si arroga il diritto, tralignando la verità, di divertirsi giocando con la necessità, le ansie, le emozioni del prossimo, senza capacitarsi (FORSE) che il suo divertimento può essere recepito tragicamente da chi lo subisce, ed ancora a coloro che subiscono questa iniqua situazione avvolti nella loro assordante apatia ed indifferenza o, peggio, a coloro che la aggravano con la loro cinica e supponente cupidigia.

Compito dei miei collaboratori è svolgere il lavoro ad essi assegnato, e, senza sforzo e senza tema di smentita, d loro atto di essersi sempre impegnati con dedizione, con professionalità ed onestà; mio è (era) il compito di procurare il lavoro ed i mezzi per sostenerlo, e, malgrado mi sia impegnato al limite, ed anche oltre, delle mie, evidenti insufficienti, forze, ho ineluttabilmente fallito: ed allora consapevole del ruol vche mi sono assunto e che mi viene riconosciuto, rispettoso della memoria di Colui che mi ha preceduto, offro la vita ai miei collaboratori, e a quanti altri, perché la issino a vessillo di protesta e di speranza: protesta per ciò che è stato e che ci ha pesantemente, noi incolpevoli, coinvolti e travolti, speranza che uno sforzo comune, e non antagonistico, possa finalmente ravvivare la luce del mattino.
Sforzatevi di cogliere rabbia ed ottimismo nel mio sacrificio, ed in quello della mia famiglia, non riservategli pena e commiserazione.
Ai miei meravigliosi figli, ad Allegra, a Gioella, ad Ariele, a Matteo ed alla mia adorata nipotina che mai mi ricorderà, dico: guardate al futuro e ad 4esso rivolgetevi a testa alta: ve lo consentono e ve lo impongono la vostra bellezza, la vostra trasparenza, la vostra onestà e quella dei vostri genitori; mai e poi mai ed ancora mai dovrete abbassare lo sguardo, perché voi, ed i giovani come voi, siete i veri signori in questo mondo dorato e sbagliato.
E a mia moglie, unico, grande ed assoluto amore della mia vita: detergi la doglianza, reprimi lo sconforto, non biasimarmi, ma anzi amplifica l’eco di questo ultimo, immane sacrificio che ti vengo a proporre ed imporre: non cancellerà il dolore, ma se tutto questa qualcosa sarà servito, forse lo lenirà.
Ossequioso all’Onnipotente, credo di essere stato una persona retta, onesta e rispettosa del prossimo, un buon ebreo sdel quale non vergognarsi di averlo accolto nella Comunità, ed a LUI, timoroso, ma fiducioso, mi presenterò e, … chissà, forse mi ritroverò con papà a calcolare un palazzo sospeso in cielo o forse chissà battaglierò con Danilo, Claudio e Roberto intorno al progetto di una casa di vetro o fors’anche aiuterò Albo e Giorgio a costruire un muro di niente od Angelo a portare a spasso le pecore o forse …

Ti adoro, Vi adoro tutti.

Riccardo Morpurgo»