UNIPOL / IN ARRIVO LE RICHIESTE DI RINVIO A GIUDIZIO PER CIMBRI & C.: AGGIOTAGGIO

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Trema il colosso delle assicurazioni Unipol, perchè dopo tre anni e passa di inchiesta starebbero per scattare le richieste di rinvio a giudizio dei suoi vertici per l’affaire della fusione tra Unipol e il gruppo Fondiaria SAI della famiglia di Salvatore Ligresti. A chiedere i rinvii il pm della procura di Torino Marco Gianoglio.

Le voci si rincorrono nel tribunale di Torino e i bookmakers danno per certo che entro fine settembre, al massimo i primi di ottobre, ci saranno le richieste di rinvio a carico dei big, l’amministratore delegato e plenipotenziario Carlo Cimbri, che assunse il timone di comando dopo la bollente era Consorte (“l’uomo che voleva farsi una banca”, secondo i colloqui con il Pd Piero Fassino, a proposito della scalata BNL) e il presidente del gruppo Unipol Pierluigi Stefanini. Tra gli altri saranno chiesti i rinvii a giudizioper Roberto Giay, ex amministratore Premafin (sigla della galassia Ligresti); Fabio Cerchiai, ex presidente del cda di Milano AssicurazioniVanes Galanti, ex presidente del cda di Unipol Assicurazioni.

In bilico fino all’ultimo secondo la posizione di Paolo Gualtieri, advisor dell’operazione, e di Gaetano Caputi, ex direttore della vigilanza Consob, evidentemente per non aver controllato sulla correttezza di tutta l’operazione.

UNA PERIZIA TECNICA DURATA DUE ANNI

La vicenda bolle in pentola da anni, e precisamente da quando il gruppo Ligresti – storico ma in grandi difficoltà – decise di sbaraccare cedendo i pezzi pregiati di famiglia a un solido acquirente. E chi meglio di Unipol, l’altrettanto storica compagnia delle “polizze rosse”, un tempo vessillo per tanti “compagni”, da molti ritenuta una gemma nel deserto del capitalismo, poteva adattarsi per ingoiare il rospo Ligresti?

Detto fatto, le trattative non andarono per le lunghe e a fine 2013 si celebrarono le fastose nozze.

Ma si cominciò subito a sentire puzza di bruciato a piazza Affari. I valori di concambio non parevano perfettamente allineati con i prezzi di mercato.

E’ dopo pochi mesi che scattano due inchieste in modo praticamente parallelo nelle procure di Torino e di Milano. Andranno avanti per anni, e alla fine Ligresti subirà una condanna dalla procura torinese e da quella meneghina, che invece la fa passar liscia a Cimbri & C.

Il pm Marco Gianoglio di Torino, imperterrito, è andato avanti per la sua strada, convinto della sua ipotesi accusatoria. Ha poi affidato un incarico, ben due anni fa, a due periti – Enrico Stati e Fabrizio Dettori – per verificare i fatti e se vi fosse stata effettivamente una turbativa di mercato, che si traduce nel capo di imputazione più pesante, “aggiotaggio”.

I consulenti ci hanno messo la bellezza di due anni esatti per completare la perizia, depositata a inizio giugno. Dopo di che il pm Gianoglio ha dovuta studiarla con tutta la cautela del caso e con tutto il tempo che la vastissima documentazione comportava, arrivando alla chiusura delle indagini a inizio settembre.

Convocati i legali delle parti, ora si è soltanto in attesa delle richieste di rinvio a giudizio, che i boookmakers – i quali difficilmente sbagliano i loro pronostici a Torino – danno al 99 per cento pro rinvio.

Così raccontano gli esperti di fusioni: “la situazione è estremamente complessa e per questo motivo il giudice Gianoglio ha proceduto con i piedi di piombo e affidandosi ad una perizia per la cui redazione sono occorsi ben due anni. L’ipotesi base dell’accusa è che nella complessa trattativa tra i due gruppi sarebbe stato falsato il valore di concambio a tutto favore di Unipol: insomma sarebbero stati alterati in alto i valori dei cespiti bolognesi, sarebbero stati ipervalutati gli immobili in pancia ad Unipol. E il tutto si sarebbe alla fine tradotto in una profonda alterazione del valore di concambio azionario, a tutto discapito non solo dello stesso mercato ma soprattutto dei risparmiatori, degli utenti bancari”.

Il pm Gianoglio, inoltre, contesta quanto trasmesso ufficialmente a piazza Affari attraverso un comunicato, considerato in qualche modo fuorviante e contenente “notizie false” e destinato a “provocare un’attenzione sensibile sul prezzo delle azioni”.

Si scende anche nel tecnico che più tecnico non si può; quando viene sottolineato dal pm “che gli eccessi nei prezzi azionari erano stati determinati esclusivamente attraverso un metodo matematico attribuendo alle singole società un numero di azioni corrispondenti alle percentuali concordate al 30 giugno 2012, senza in alcun modo utilizzare le metodologie di valutazione attuate nelle migliori prassi nazionali e internazionali per operazioni simili”.

Insomma, una vera giungla nella quale solo gli esperti si possono addentrare. Ma il risultato concreto è che il mercato è stato alterato da Cimbri & C., ingannando i risparmiatori e portando a termine quello che in gergo tecnico di chiama “aggiotaggio”, un reato che negli Stati Uniti, per fare un solo esempio, puniscono in modo pesantissimo, con anni e anni di galera.

DOVE VANNO A FINIRE I SOGNI DI GRANDEUR ?

Sono finiti allora i giorni d’oro di Carlo Cimbri, il super manager bancario con la passione per gli yacht, che era ad una passo dalla guida di Unicredit, pupillo di banchieri eccellenti, soprattutto a Mediobanca, e destinato a poltronissime di vertice nel modo del credito?

E che fine fanno le operazioni messe in cantiere da Unipol, di grandeur bancaria, di allargamento, a cominciare dall’aumento della partecipazione azionaria in BPER, la banca emiliano romagnola di cui già possiede il 19 per cento? E poi i successivi, ulteriori salti?

E pensare che i risultati di quest’annsuonano a festa. Secondo Milano Finanza “Unipol ha chiuso il periodo di ristrutturazione del gruppo, portando i conti da un forte passivo dell’anno scorso a un risultato decisamente scoppiettante”. Addirittura da far stappare bottiglie di champagne agli azionisti?

Spiega il quotidiano finanziario: “A tutto questo ha decisamente contribuito la plusvalenza della cessione della partecipazione in Popolare Vita che ha fruttato 309 milioni. Ottimo l’utile, che si attesta su 644 milioni di euro, a fronte di una perdita dell’anno precedente pari a -390 milioni di euro”.

Buona crescita – commenta sempre Milano Finanza – nel comparto Vita e con i risultati della neocontrollata Lawrence Life. Discreto l’andamento nel bancario (più 18 milioni di euro) dopo le vicissitudini per le “sofferenze” passate con Unipol Banca e il suo bel malloppo di Npl sul groppone.

E ora?

Appunti sul modello dionisiaco del Superuomo di Nietzsche

ereticamente.net 9.9.18

Uno degli aspetti meno sondati del pensiero di Nietzsche è il fondamento dionisiaco del Superuomo, quasi a dispetto dello stesso teorizzatore dello Uebermensch. Infatti, Nietzsche considerava il dionisismo un elemento caotico e pervertitore nella società occidentale e gli opponeva il principio solare apollineo, ordine e bellezza del kosmou. Ma, quasi ossimoricamente, proprio il Superuomo possiede caratteristiche dionisiache che rappresentano il suo potenziale inconscio ed incognito di realizzazione superumana, rispetto alla bellezza della forma apollinea superficiale. Insomma, come il Superuomo è – secondo noi – un Eroe dionisiaco, iniziato all’arcano divinizzante, in egual modo esso si presenta come il creatore di una nuova concezione, di un nuovo ordine sociale, portandovi la luce della semplicità e della volontà creatrice (Apollo non si manifesta se non si distrugge prima la propria imperfezione, cosa resa possibile dall’azione dionisiaca). Noi reputiamo che nell’incapacità del Nietzsche di comprendere il livello profondo (il Sole Dioniso), quale Essenza vera ed arcana – ontologicamente e realizzativamente intesa – del fenomenico in superficie (il Sole Apollo), stia tutto lo svolgersi della sua personale tragedia animica e mentale.

Ora, una premessa è d’obbligo, e non è una premessa solo grammaticale. Come è noto, il termine usato da Nietzsche per la parola “superuomo” è Uebermensch. Se si prescinde dalla preposizione attributiva ueber, non può non colpire che il sostantivo della parola composta in questione è “Mensch”, che indica l’uomo come genere, visto nella sua ordinarietà sociale, nel mentre è il lemma “Mann” che in tedesco indica l’uomo virilmente e spiritualmente inteso. Esattamente come le differenziazioni greco-latine anthropos/homo e aner/ vir. Ci si chiederà il perché di questa distinzione. La prima conclusione è proprio nella succitata preposizione “ueber” che indica un “sopra senza contatto”, ma che nei sostantivi composti indica superiorità di condizione; la seconda conclusione ce la dà il sostantivo Mensch. Der Mensch, l’uomo-genere smette di essere subordinato alla sua ordinarietà generativa, al suo essere comune di “umano troppo umano” e la supera con un’azione (operata nel suo sé) apparentemente distruttrice quanto sicuramente trasformativa, per una sorta di processo ri-generativo, di endogenesi. Abbandonate le scorie del sentimentalismo (non il sentire) e del sensualismo (non i sensi) plebeo, diviene – ancorché in corpo fisico- colui che ha realizzato l’incontro tra il Sé in atto, di cui acquista la coscienza (presenza a se stesso, quindi non più atti istintivi incogniti, ma azioni specificatamente volute), e l’inconscio in potenza (risvegliato quale Super-io) di cui percepisce nel silenzio interiore la volontà creatrice. Di una tale grande anima scriverebbe il Pestalozzi: “Himmel und Erde sind schoen, aber die Menschenseele, die sich ueber dem Staub, der draussen wallet, emporhebt, ist schoener als Himmel und Erde“. E’ gia la realizzazione (in chiave guerriera, ma non solo) del motto delfico: classicamente ciò conduce alla morte di tutto quel che è animalità (morte trasformatrice, rigenerativa – si badi – secondo il simbolismo della Fenice o della Crisalide). Questa realizzazione finale (in greco il termine “telos” dà un insieme di variazioni verbali e sostantive, tutte col significato di “fine, compimento, iniziazione”) costituisce, di fatto, “die Geburt der Tragoedie”: la manifestazione di una crisi tragica che si genera dalla resistenza del “Troppo umano” (il sensualismo greve) verso la forza stessa interiore che vuole cangiare l’anima animale del corpo terreo (il capro del sacrificio bacchico, tragedia dal greco “tragos”- capro), perché possa congiungersi al dio interiore medesimo; a questo punto solo il “Mensch” diventa “Uebermensch”, uomo superiore –corrispondente dell’Uomo Reale della tradizione pitagorica. Solute tutte le materialità per il manifestarsi in lui della potenza dionisiaca, onde propiziare la teofania della potenza teurgica iperuranica, è stato necessario all’Uebermensch di porsi – prima- come ostia e sacrificante ad un tempo.

Rispetto al Sole Apollo che tutti scalda, al sole visibile delle masse di tutte le classi, Nietzsche oppone, inconsapevolmente, proprio Dioniso, Intelligenza arcana di una forza creatrice per distruzione di forme pregresse (cfr, il dio Shiva della tradizione indo-aria), forza selvaggia, “scatenata, il cui fine è la crisi trasformativa dell’Essere, fino a che questi, non raggiunga la perfetta comunione col dio, non ne diventi un raggio di Luce Intelligente non percepibile dal volgo. Lo Uebermensch distrugge tutte le pseudo certezze: è – se ci è concesso esprimerci con un ossimoro – un “nihilista attivo”. È al di la delle limitazioni spazio-tempo, che sono relatività terrestre, non comprensibili nella dimensione ineffabile, incommensurabili dell’Assoluto, essendo una tale dimensione la Grandezza incalcolabile di un compasso ideale. Dunque, se Apollo è divenuto il commissario dei bisogni popolari, delle mere necessità giornaliere, il suo aspetto misterico, inafferrabile dai più, Dioniso, balza prepotentemente alla visione con specifica direzione ed efficacia di colui che vuole sollevarsi “sulla polvere della terra”: Nietzsche ne stabilisce il modello come fattispecie per il suo Uebermensch. Ad una dura scuola deve votarsi colui che aspira a divenire Uebermensch, e Nietzsche scrive, in “Wille zur Macht”:  “(…) Was lernt man in einer harten Schule? Gehorchen und Befehlen“. La dura scuola dell’imparare ad ubbidire e comandare è quella che si frequenta nel darsi la disciplina interiore. Gli equivoci politici recenti sono assolutamente alieni dal puro Nietzsche. Quando il filosofo urla il suo disprezzo verso la canaglia sociale, verso un’umanità divenuta un gran calderone in cui sono contenuti il santo col furfante, il nobile col plebeo; quando egli fa dire al suo Zarathustra, che la vita è una sorgente di gioia, ma tutte le fonti sono avvelenate dove beve la plebe, Nietzsche ha realmente concepito, quale “iter mentis in Deo”, un tipo d’uomo capace di solvere la sua umanità e di coagularla in forma divina. Il tipo umano in parola è lo Uebermensch, pervaso dallo spirito dionisiaco, che conosce La Causa Prima del Tutto siccome “iniziato al mistero dionisiaco”, diremmo con linguaggio classico. Lo Uebermensch è baccante di se stesso: la sua anima scatenata (cioé senza catene) nel Lucus (la fitta foresta delle sensazioni interiori) è libera, urla il nome del dio, lo invoca come Libero e Pater, egli, privo di mali ed in stato di omoiusia col dio. Lo Uebermensch possiede la frenesia bacchica, ossia il pensiero vibrante-creatore, fuori dei legami delle catene dei sensi materializzati. Tutto ciò che Nietzsche descrive intorno al suo modello di Uebermensch, è un costante richiamo alla doricità, all’ellenicità della “Dorische Wanderung”, al mistero stesso (quasi nel suo senso magico) di Dioniso secondo la tradizione classica sulla religione dei misteri. Il deviato pangermanismo barbaro dell’ultimo secolo ha voluto fare dell’Uebermensch un motivo “storicizzato”, politico. Nulla di più sbagliato, a nostro parere. Crediamo che tutt’altro siano e debbano essere l’uomo e l’anima nordici… . Questo altro, è proprio ciò che le distorte, indebite appropriazioni nei confronti di Nietzsche da parte di certa filosofia politica tedesca (cfr. per esempio il pessimo “Der Mythus des zwanzigsten Jahrhunderts” del Rosenberg), non potevano comprendere. Conseguentemente, l’incapacità di capire correttamente la profondità del pensiero di Nietzsche, fu trasformata nella corrispondenza biologistica fra lo Uebermensch e la bionda bestia di un razzismo da cavalli. Questi stessi equivoci gestori del pensiero di Nietzsche sono stati gli stessi che hanno reso inviso a gran parte degli Europei,  purtroppo ( e per incapacità di questa gran parte di Europei a capire una sacralità di simbolo che va oltre l’uso e l’abuso) uno dei simboli più alti e sacri dell’umanità indoeuropea, creando l’ulteriore tragico equivoca sull’aggettivo qualificativo “aryo”. Scriveva Nietzsche: “Ich schreibe fuer eine Gattung Menschen welche noch nicht vorhanden ist: fuer die Herren der Erde“. Chi sono questi „Signori della Terra“?

Certamente non sono i totalitarismi di ieri e d’oggi e nemmeno coloro che si credono oggi –a qualunque titolo – popoli eletti. In linea con la più pura tradizione misterica, per Nietzsche la terra è gravità, pesantezza, umanità affogata nei sensi più bruti. La sua gioia di vita, il suo vitalismo superomistico sublimizza la terra. Dalla “Gaia Scienza” a “Cosi parlò Zarathustra” allo stesso “Ecce Homo”, Nietzsche fa prevalere il concetto di un’azione essenzialmente spirituale che permanga ben oltre il tempo di una vita. Da qui la sua virulenza ragionata contro il falso pietismo ed un cristianesimo sacrestano assai lontani dal tipo avatarico del Cristo solarizzato. Nietzsche desidera che il Mensch (genus) assurga a Mann (spiritus); propone – pertanto – un diverso sistema pedagogico che possa forgiare, già dalle prime classi scolastiche, il nuovo tipo umano. Quando lo Uebermensch sarà forgiato, potrà prendersi tanti diritti quanti saranno i doveri che s’imporrà. È dunque un uomo sovrano di Sé, poiché ha trovato in Sé il suo principio di ragion sufficiente, il suo dio.

Ritratto di Zarathustra, il filosofo persiano ripreso da Nietzsche nell’opera Così parlò Zarathustra(wikipedia)

Dura lotta, ché le guerre che si combattono per ergersi ad aristòcrati dello spirito sono tremende. Questa lotta è il significato vero che nei miti romano-greci ci indicano le dodici fatiche di Ercole; che l’Islam conosce come Jihad, che nel Bhagavad Gita è rappresentata dal combattimento di Arjuna che ascolta la voce del dio; sintetizzando, tutti i poemi mitologici degli antichissimi fino ai nostri rinascimentali nascondono eguale significato, appunto il divenire “superiore” oltre la propria umanità pur restando in corpo umano. Questa tensione dionisiaca in Nietzsche è riscontrabile –fra l’altro- nella figura dell’anarca rilevabile nelle opere di Juenger (si veda, per esempio, “Eumeswil”). L’anarca di Juenger non è più parte di un tempo collettivo (il tempo del noi –Wirzeit); egli vive un “tempo dell’Io” (Ichzeit). Tale anarca non è un anarchico: orgogliosamente individualista –per il gran lavoro di perfezionamento compiuto in Sé- si è costruita una precisa gerarchia interiore. Vede, perciò, nelle politiche comuni, solo tirannie plebee da cui rifugge. Esattamente come l’Uebermensch. Si è data una disciplina, un ordine, un tempo giusto che l’uomo di tutti i giorni non può concepire nel suo valore numerico assoluto.

Quest’interiorizzazione conduce l’Uebermensch, cioe il “Mann”, al di la del Nord, dei ghiacci, della morte, per ripetere il Nietzsche, e quindi “Jenseits von Gut und Boese”.

L’anarca juengeriano ama la libertà propria e l’altrui, poiché con dura lotta ha sacrificato la sua natura materiale onde spiritualizzarla. In definitiva, l’Uebermensch è un modello perfetto di radicalismo aristocratico, cosi come assolutamente elitaria era l’iniziazione dionisiaca. L’aristocratico radicale Uebermensch vive nel deserto, dove sempre dimorarono i forti, dice Nietzsche (cioé è un solitario, lontano dal chiocciare delle masse, abituate a beccare nel limo), ed è sempre Nietzsche che ci fa sapere che per lo Uebermensch è preferibile “un’inimicizia di legno intero all’amicizia di legno incollato”. In definitiva, possiamo senz’altro sostenere di quanta assurda inversione di significati sia stata fatta oggetto la teoria superomistica (dell’ “oltreuomo”) del Nietzsche. Responsabilità –invero- non solo propriamente tedesche, essendo numerosissimi in Europa i sostenitori –tra gli inizi del ‘900 e la metà degli anni ’40 di un razzismo zoologico pretesemente derivato dalla filosofia di Nietzsche. Invero, gravissimo torto è stato fatto all’anima germanica che tanti geni ha partorito per la grandezza della Germania e dell’Europa, avere malversato l’opera del filosofo riducendola a riferimento per la creazione di un sistema (sia pure qualificato “nazionale”) di promiscuità collettivistico-biologica, di una Volksgenossenschaft che con l’aristocratico spirito del Nietzsche nulla affatto aveva da spartire. Quanto Nietzsche ha d’autenticamente aristocratico, il “Liebe der Ferne”, tanto poco (e nulla) del Nietzsche vi è nel razzismo superomistico d’infausta memoria (che ha riguardato e riguarda,  anche e di più, paesi come gli USA, l’Inghilterra, il Sudafrica e Israele). Come Dioniso è libertà ed intelligenza solare, arcana, da compiere in Sé, così l’Uebermensch quando si realizza. Nietzsche lo aveva intuito perfettamente, ma egli non è riuscito a concretizzare questa realtà. Infatti, proprio la sua personale impossibilità ad invenire le tecniche realizzative dello Uebermensch, pur avendone descritto precisamente il modello, lo condusse alla follia. Ma rimane del tutto valido il suo assunto, nei significati sin qui descritti. La sua Weltanschauung è del tutto in linea con il nuovo “signore della società”; come la società borghese-convenzionale va in pezzi per l’affermarsi dello Uebermensch e della sua “Wille zur Macht” (che –ripetiamo- è innanzi tutto un dominio interiore, una signoria profondamente aristocratica della propria natura umana mutata –per dir cosi- da piombo in oro), del pari la nuova società dei signori della terra sorge per azione di coloro che hanno bruciato l’immondizia delle conventicole, delle eguaglianze innaturali, dei pietismi chiericuti che la natura non ha come propri.

L’iniziatura dionisiaca conferisce a colui che la consegue la superiorità di uno spirito che è sovrano sul gregge delle anime affogate nella materia. L’uomo superiore (a nostro avviso è questa la traduzione corretta di Uebermensch) è il modello semidivino, eroico, a cui i migliori – per naturale evoluzione- nelle società sono chiamati ad ispirarsi. Fuori da qualunque neo-equivoco del tipo precedentemente ricordato. Lo Uebermensch è una realizzazione assolutamente spirituale; nella società è apportatore di equilibrio quando vi apparisse, paragonabile a nostro avviso –secondo l’assunto del Nietzsche- agli avatar della tradizione indoeuropea, indoaria, che periodicamente tornano sulla scena del mondo per apportare la face di luce alle tenebre delle coscienze addormentate.

Claudio Pirillo

Dieci anni di crisi. Da Lehman & Brothers al QE

informarexresistere.fr 22.9.18

di Roberto Pecchioli

Sono passati 10 anni dal fatidico 15 settembre 2008, data simbolo della crisi finanziaria ed economica più grave dal 1929. Quel giorno crollò la banca d’affari Lehman & Brothers per le insolvenze dei mutui immobiliari esplose nell’anno precedente. La memoria visiva ci rimanda alle immagini di impiegati allibiti che lasciavano gli uffici di New York reggendo scatoloni di cartone con documenti e effetti personali. Le conseguenze di quelle vicende sono ben presenti nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone e meritano qualche riflessione in chiave italiana ed europea.

Soprattutto adesso, in una fase in cui si moltiplicano allarmi e tensioni di chi teme un nuovo crac. Tra le tante dichiarazioni, colpiscono quelle dell’analista internazionale Juan Ignacio Crespo. Preso atto che la crisi del 2008 fu una crisi di sovra indebitamento, rileva che oggi torniamo a essere indebitati oltre ogni ragionevole limite. Per di più, ed è ciò che più inquieta, l’apparente soluzione, in America con la Federal Reserve e poi in Europa, è stata fare altro debito, sempre più debito. E’ stata nascosta la polvere sotto il tappeto, badando che il tappeto appartenesse agli Stati sovrani.

L’operazione più rilevante è stata forzare lo statuto della Banca Centrale Europea affinché acquistasse a mercato aperto quote crescenti di titoli pubblici. Il meccanismo sta per interrompersi dopo circa quattro anni. Il cosiddetto quantitative easing, alleggerimento quantitativo, ha pompato, meglio ha creato denaro dal nulla al ritmo di 60 miliardi al mese, poi addirittura 80, scendendo a 30 nell’anno corrente, dimezzati a 15 negli ultimi tre mesi del 2018. BCE è oggi la principale detentrice del debito pubblico italiano, acquisito con denaro inesistente, garantito dal nostro lavoro.

Astrattamente, Francoforte potrebbe decidere di liquidare quelle somme, il che la obbligherebbe a ricapitalizzare il suo bilancio con la conseguenza di una bancarotta. Per evitarla potrebbe stampare banconote, generando una forte inflazione dagli esiti drammatici. E’ solo una scenario teorico, il più negativo, reso improbabile dallo statuto della banca che impegna alla stabilità, ma è sicuro che la fine degli stimoli artificiali avrà conseguenze sui mercati europei. Non mancano tuttavia le voci che ritengono possibile un effetto benefico sull’economia a medio termine per il prevedibile rialzo dei tassi dopo la fine del QE.

In Gran Bretagna il meccanismo fu adottato dal 2009 al 2012, provocando un appiattimento della curva dei rendimenti, nonché una caduta della massa monetaria (M4) e dei prestiti. L’economia si trovò due volte prossima alla recessione. Dopo la conclusione del QE, l’M4 e i prestiti risalirono, il Pil si rafforzò e gli investimenti da parte delle imprese subirono un’accelerazione. Storicamente, è dimostrato che esperimenti di questo tipo, realizzati anche in Giappone e negli Usa, non hanno concorso alla crescita né hanno conseguito l’obiettivo di determinare quel tanto di inflazione permessa dal pensiero unico monetarista, responsabile dei disastri degli ultimi decenni.
Ciononostante la tensione sale. In chiave italiana, pesa l’ostilità aperta di Mario Draghi, uno degli ospiti del panfilo Britannia che diede l’avvio nel 1992 all’affossamento dell’Italia,oltreché il “fuoco amico” capitanato dal Quirinale, a partire dalla sconcertante dichiarazione con la quale ha intimato al governo di “non mercanteggiare” in sede di bilancio europeo. Insomma, dobbiamo rimanere servi felici, pagare e tacere. La conclusione è quella di una profonda vulnerabilità del sistema che si ripercuote su un’Italia fragile e divisa, con l’intero establishment schierato contro il governo gialloblù.

Il mondo è oggi più indebitato di dieci anni fa. E’ cambiata la composizione, sta esplodendo il debito privato negli Usa e in Cina, aumenta costantemente in Francia e Germania, mentre l’Italia sta assai meglio di molti altri paesi nel rapporto tra PIL e debito aggregato, la somma delle esposizioni pubbliche e private. Altrove, come in Spagna, il debito privato è stato tamponato trasferendolo sulle casse pubbliche. Il rapporto debito/PIL non superava il 40 per cento nel 2007, ora sfiora il 100 per cento. Un’immensa trasfusione di sangue dal popolo al sistema creditizio. Dell’agonia greca sappiamo.

Un altro rilievo di Crespo riguarda una lezione dei fatti del 2007/2008: “la crisi cominciò perché i veicoli di investimento speciali, creati per realizzare fuori bilancio quello che non era profittevole in bilancio, ignorarono un principio base: finanziarono a breve termine i loro investimenti a lungo termine.” Molto più di un dettaglio, una specie di confessione di colpa, giacché conferma che il sistema si basa su menzogne, illegalità coperta ai massimi livelli, falsificazione di dati, report e bilanci, sostentandosi su scommesse rischiose, folli arrampicate sugli specchi che lasciano sul terreno tre sconfitti: i cittadini investitori gabbati, gli Stati che, come il Cireneo, si sono dovuti caricare sulle spalle enormi perdite altrui, l’economia reale.

I fatti mostrano che le banche contano più di dieci anni fa, non solo per l’impulso europeo all’ unione bancaria. La sostanza è che il peso principale delle perdite è ricaduto sugli Stati, ovvero su tutti noi; oggi abbiamo concentrazioni bancarie progressive in base al principio “too big to fail”, troppo grande per fallire. Tanto il conto lo paga lo Stato, ovvero depositanti e obbligazionisti dopo la legge detta “bail in”. Non si è riusciti a sciogliere neppure il nodo del ritorno alla divisione tra banche d’affari e banche di credito e deposito, le uniche meritevoli di aiuto pubblico.

La Germania, attraverso il centro di potere politico economico e finanziario rappresentato da Angela Merkel e Jens Weidmann (Bundesbank) ha ucciso la Grecia per salvare i propri istituti esposti dopo averne finanziato non solo il deficit, ma anche garantito gli incauti acquisti ellenici di armi sul mercato tedesco e francese, salvando contemporaneamente con il denaro dei contribuenti (europei!) i suoi colossi alla canna del gas. Ciò che è stato vietato all’Italia nelle crisi di MPS e delle banche venete, Berlino lo ha fatto tranquillamente, nazionalizzando di fatto Deutsche Bank e Commerzbank.

La prima, di cui tutti ricordiamo il ruolo di killer esercitato nel 2011 contro l’Italia con la svendita dei Buoni del Tesoro, ha in pancia 42.000 miliardi di euro di titoli derivati, spazzatura pari a 16 volte il PIL della Repubblica Federale di Germania. Commerzbank non sta meglio; il valore sul mercato dei due istituti è crollato di quasi il 90 per cento, di cui il 35 nell’anno corrente. Si prepara una maxi fusione tra i giganti malati, la cui capitalizzazione complessiva è adesso simile a quella di Unicredit. Weidmann, in un’intervista cui la stampa italiana, sdraiata come sempre sugli interessi antinazionali, non ha dato troppo risalto, ha rivendicato tutte le mosse dell’ultimo decennio che hanno rafforzato il ruolo della Germania e messo sotto scacco l’Europa del Sud, a partire dalla sua principale economia, la nostra.

Shauebke con Merkel

Illuminante è un brano di Adulti nella stanza, libro dell’ex ministro greco Varoufakis, che rivela la dipendenza del ministro italiano Padoan dal falco tedesco Schaeuble, il quale impartì gli ordini di Berlino al governo Renzi in materia di mercato del lavoro. Solo dopo che passarono n Italia i provvedimenti graditi a Schaeuble, riferisce Varoufakis, cessò l’ostilità tedesca all’Italia.
Nessuna indignazione o finta sorpresa. In Germania hanno difeso i loro interessi, con l’aiuto francese. Il problema è l’impossibilità di suscitare in Italia analoga capacità di agire a tutela di noi stessi. Storia vecchia di secoli: gli italiani spalancano sempre le porte agli stranieri. La politica non tenta neppure di riappropriarsi di ciò che è suo, ovvero il potere di determinare le politiche economiche e quelle finanziarie. Dopo Draghi, arriverà il super falco Weidmann: dalla padella nella brace. E’ ancora possibile inserire in un programma politico la riconquista della sovranità monetaria attraverso una profonda riforma del Trattato di Maastricht nella parte relativa alla Banca Centrale Europea e il ritorno di Bankitalia (un istituto il cui nome contraddice la realtà dei suoi azionisti) in mani pubbliche?

Il tabù resiste e nessun progetto di governo potrebbe oggi permettersi di evocare una rivoluzione tanto grande. Pure, se vogliamo sopravvivere come nazione, potenza economica, speranza di futuro comune e indipendente dai signori del debito, non dobbiamo smettere di alimentare il dibattito, elaborare strumenti, individuare percorsi. Come dicevano della riconquista dell’Alsazia Lorena gli irredentisti francesi dopo la disfatta del 1870, alla sovranità monetaria occorre pensare sempre e, in pubblico, parlarne pochissimo.

Fonte: Ereticamente

Terremoto di Messina del 1908: solo oggi viene chiesto ‘lo stato di emergenza’ per eliminare la baraccopoli ancora in piedi!

politicamentescorretto.info 23.9.18

Ormai in Sicilia passato e presente si fondono e si confondono. Ben 110 anni dopo il terribile terremoto del 1908, Regione siciliana e Comune di Messina chiedono a Roma la “dichiarazione di emergenza igienico-sanitaria” per eliminare la baraccopoli ancora in piedi! Certo, avrebbe dovuto occuparsene il Governo Giolitti, forse anche Mussolini, o la Prima Repubblica, magari anche la Seconda Repubblica. Invece se ne occuperà l’attuale Governo di Giuseppe Conte 

Leggendo il comunicato della presidenza della Regione siciliana non si sa cosa pensare. Perché non è cosa di tutti i giorni leggere di un Governo regionale che, nel 2018, chiede a Roma la “dichiarazione del gravissimo stato di emergenza igienico-sanitaria-ambientale” per gli effetti di un terremoto avvenuto 110 anni fa! E’ invece è quello che sta succedendo: il Governo regionale di Nello Musumeci chiede la dichiarazione di stato di emergenza per gli effetti del terremoto di Messina del 1908.

“La baraccopoli di Messina – si legge nel comunicato – costituisce una vergogna per la politica nazionale e regionale. Per cento anni (in realtà, per essere precisi, gli anni, come già accennato, sono centodieci ndr) non sempre ai buoni propositi hanno fatto seguito i fatti. L’Agenzia per il risanamento, voluta dalla coalizione del mio governo deve essere lo strumento più agile per cancellare questa pagina disonorevole. Siamo accanto al Comune messinese in questa impresa difficile e insidiosa. E la delibera della richiesta di dichiarazione del gravissimo stato di emergenza igienico-sanitaria-ambientale è per noi un atto dovuto e sentito. Ora la palla passa a Roma. Ma sono certo che non mancheranno al governo centrale sensibilità e celerità per non arrestare una procedura già avviata”.

Sembra di essere dentro uno di quei romanzi di certi scrittori sudamericani dove i morti e i vivi si confondono, mentre passato e presente di fondono in un gioco infinito e smisurato. E non si capisce se il presidente Musumeci si rivolga oggi all’attuale Governo nazionale di Giuseppe Conte o al Governo di Giovanni Giolitti…

“Il terremoto di Messina del 1908 (citato in letteratura scientifica come terremoto della Calabria meridionale-Messina[1][4][5] o anche come terremoto calabro-siculo) – leggiamo su Wikipedia – è considerato uno degli eventi sismici più catastrofici del XX secolo. Il sisma, di magnitudo 7.1 Mw, si verificò alle ore 5:20:27 (ora locale) del 28 dicembre 1908 e danneggiò gravemente le città di Messina e Reggio nell’arco di 37 secondi. Metà della popolazione della città siciliana e un terzo di quella della città calabrese perse la vita. Si tratta della più grave catastrofe naturale in Europa per numero di vittime, a memoria d’uomo, e del disastro naturale di maggiori dimensioni che abbia colpito il territorio italiano in tempi storici”.

Da allora ad oggi ‘qualche anno’ è passato: la Grande guerra (o prima guerra mondiale), il fascismo, la seconda guerra mondiale, la Prima Repubblica, la Seconda Repubblica fino ai giorni nostri. Dopo tanti anni – sembra incredibile! – a Messina c’è ancora la baraccopoli del terremoto del 1908! Magari non saranno tutti discendenti dei terremotati, ma qualcosa di anomalo c’è.

A sollevare la ‘turilla’ è stato il nuovo sindaco di Messina, l’ex parlamentare regionale Cateno De Luca. Che si è rivolto al presidente Musumeci. Che, a propria volta, con ‘appena’ 110 anni di ritardo, pone la questione dell’emergenza igienico sanitaria.

Già, un’emergenza, si legge ancora nel comunicato, che “riguarda sei zone della città (Annunziata, Giostra-Ritiro-Tremonti, Camaro, Fondo Saccà, Bordonaro-Gazzi-Taormina e Santa Lucia) che si estendono per oltre 230mila metri quadrati, nelle quali sono presenti baracche e casette degradate, molte abusive – che ospitano 6.400 persone – conseguenza della gravissima situazione determinata dal terremoto del 1908 e mai risanata”.

Insomma, più che terremotati – anche per questioni meramente anagrafiche – sembrano abusivi, forse discendenti dei terremotati. Chissà.

“Dalle relazioni dell’Azienda sanitaria provinciale e dai sopralluoghi effettuati dai tecnici del Comune di Messina – si legge sempre nel comunicato di Palazzo d’Orleans, sede del Governo siciliano – è emersa una condizione igienico-sanitaria molto precaria con scarichi fognari a cielo aperto, cumuli di rifiuti abbandonati, esalazioni maleodoranti e coperture realizzate in cemento-amianto. Con rischi elevati, quindi, per la salute dei residenti”.

“Il Piano di lavoro previsto dalla Protezione civile regionale – prosegue il comunicato – prevede, prima, la bonifica delle aree e successivamente la demolizione delle baracche. Secondo la stima degli interventi effettuata dal Comune, il costo complessivo dell’operazione dovrebbe essere di circa 35 milioni di euro. Nel contempo l’amministrazione comunale sta provvedendo a reperire gli alloggi (temporanei e definitivi) per gli oltre duemila nuclei familiari che vi abitano e per i quali è stato già disposto lo sgombero.
La delibera della Giunta (regionale) sarà adesso inoltrata alla presidenza del Consiglio dei ministri che dovrà delibera lo stato di emergenza”.

Questa storia è sicuramente legata a disattenzione delle classi dirigenti di Messina e della Sicilia in generale. Ma è anche l’ennesima dimostrazione del disinteresse che lo Stato centrale italiano ha sempre dimostrato verso il Sud.

Il Governo Giolitti che, nel 1908, ‘scopre’ il terremoto di Messina e Reggio Calabria con due giorni di ritardo è, alla fine, molto simile al fascismo che ha affrontato la questione meridionale rimuovendola. O all’Italia repubblicana che, ancora oggi, continua a massacrare il Sud.

Una domanda, infine: ma i sindaci di Messina che hanno preceduto Cateno De Luca non si sono mai accorti di tutto questo?

Foto tratta da fabiomarinelli.ilcannocchiale.it

QUI LA STORIA DEL TERREMOTO DI MESSINA DEL 1908

Fonte: INuoviVespri

“LA LETTERA DI GARIBALDI A COLLODI”: MI CHIAMO JOSEPH MARIE GARIBALDI’ E, CONTRARIAMENTE, A QUANTO PENSANO MOLTI, SONO E MI SENTO FRANCESE

politicamentescorretto.info 23.9.18

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Et Voilà!! Garibaldi si confessa!!

LA LETTERA DI GARIBALDI A COLLODI” NEL ROMANZO “LE CONFESSIONI DI JOSEPH MARIE GARIBALDI’” DI FRANCESCO LUCA BORGHESI

E’ la “lettera scritta” da Giuseppe Garibaldi, o per meglio dire Joseph Marie Garibaldì che pochi giorni prima di morire inviò al professor Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Carlo Collodi.

E’ tratta dal romanzo “Le confessioni di Joseph Marie Garibaldì“, di Francesco Luca Borghesi. (2014)

Giuseppe Garibaldi, qualche giorno prima di morire, scrive una lunga lettera allo scrittore Carlo Lorenzini, noto come Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio.

Si dichiara francese, a partire dal nome, Joseph Marie Garibaldì (accento sulla i finale), e mostra rimorso verso tutte le ingiustizie che vennero perpetrate nel nome di un’Italia che mai venne ad essere una nazione unita.

Una storia non agiografica, che si discosta in modo deciso dalle versioni ufficiali sull’Unità d’Italia e la Spedizione dei Mille.

Una interpretazione degli eventi che getta una luce nuova, che costringe a riflettere su un revisionismo che, se non stridesse con gli interessi attuali, sarebbe degno di esami e valutazioni oggettive. Il nostro, spogliatosi della veste d’eroe, chiede giustizia alle vittime tramite Collodi, confessandosi ad uno dei parlamentari del nuovo Stato unificato.

La giustizia potrà essere dunque una meticolosa ricostruzione di ciò che fu e che non doveva essere. La storia chiede giustizia.

«Illustrissimo professore Carlo Lorenzini,

Scrivo con rispetto e gratitudine a Voi che decideste di farmi cosa grata riportando le mie memorie al popolo di una penisola che mai amai come avrei potuto, che mai difesi come avrebbe meritato.

Una penisola che non fu mai e mai sarà la mia patria.

Una penisola meravigliosa che io non solo non unificai, se non unicamente al nome, ma che addirittura divisi, e, per mia colpa, divisa sarà per sempre.

[…] codesto giorno, trentuno maggio ottantadue del secolo milleottocento, sono a ricordare la mia vita trascorsa, in attesa che venga definitivamente compiuto il mio destino […] forse non temo neppure: diciamo che attendo che presto sia fatta giustizia e chi mai può sapere se dopo la morte vi sarà giustizia?!

Voi infatti penserete che io sia felicemente italiano: se così fosse le sorprese non vi mancheranno.

Se vi aspettavate un patriota, troverete un avventuriero.

Se vi aspettavate un probo, troverete un dissoluto.

La spedizione dei mille fu realmente la più vile porcata che il suolo della penisola possa aver mai vissuto e, a questo punto, spero che mai sia costretta a rivedere.

La mia vita era rivolta alla ricerca di fama e ricchezza: mi venne in mente di unificare l’Italia in quanto sarei potuto diventare potente e ricco.

Cercai appoggi, soldi e falsi ideali su cui far leva e trovai qualcuno che, dopo avermi usato, mi mise da parte.

Diciamo subito e senza giri di parole: il patriottismo in Italia non è mai esistito.

Mi ricordano tutti come il patriota Giuseppe Garibaldi, ma queste sono voci, magari leggende, ma certamente menzogne.

Mi chiamo Joseph Marie Garibaldì e, contrariamente, a quanto pensano molti, sono e mi sento francese.

[…] l’Italia del Nord depredò Italia del Sud con atti di ferocia tale che mai potrà essere cancellata ed ancora accade mentre sto scrivendo…».

Fonte Qui

Sia, ecco come Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Bpm sbuffano contro Poste Italiane

 startmag.it 23.9.18

Fatti e indiscrezioni sulla mossa di Poste Italiane che punta al controllo di Sia. Le preoccupazioni delle banche azioniste (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Mediolanum) e degli istituti di credito clienti della società che gestisce dati sensibili e piattaforme tecnologiche dei pagamenti.

Subbuglio nel mondo bancario, italiano e straniero, per la mossa di Poste Italiane che punta al controllo di Sia, società che gestisce piattaforme tecnologiche e dati sensibili legati ai pagamenti per conto di banche centrali e istituti di credito, italiani e stranieri.

Si rinfocola così la concorrenza-diffidenza del sistema bancario per l’offensiva di Poste Italiane (gruppo controllato da Cassa depositi e prestiti e ministero dell’Economia rispettivamente con il 35% e il 29%).

LA NOTIZIA DEL SOLE 24 ORE SU POSTE E SIA

Le fibrillazioni del mondo creditizio nascondo da una notizia pubblicata venerdì scorso dal Sole 24 Ore: “Poste Italiane ha conferito un incarico esplorativo alla banca d’affari statunitense Jp Morgan. Sul tavolo c’è la possibile acquisizione del controllo di Sia, la cui compagine è oggi diversificata tra Cdp, banche e F2i”, ha scritto il quotidiano ora diretto da Fabio Tamburini.

L’OBIETTIVO DI UN CAMPIONE NAZIONALE

La mossa del gruppo guidato dall’amministratore delegato, Matteo Del Fante, indica un indirizzo strategico per la società partecipata dallo Stato: essere il perno di un campione nazionale nel settore dei pagamenti, nel solco di un’impostazione sistemica gradita al governo M5S-Lega, secondo alcuni osservatori. Ma non tutti sono concordi.

LE DOMANDE DEI BANCHIERI

Perché restare azionisti di una società che sarà controllata da Poste che è in competizione con noi? E siamo sicuri che le banche estere clienti continueranno ad affidarsi non più a un soggetto terzo quale ora è Sia ma a un concorrente nel mondo finanziario come Poste Italiane che processerà dunque dati sensibili legati ai pagamenti? Sono alcune delle domande che bisbigliano in queste ore molti banchieri.

COME OPERA SIA

Ma che cosa è, e che cosa fa, Sia? Il gruppo opera a livello europeo nella progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture e servizi tecnologici dedicati a istituti di credito, banche centrali, imprese e pubbliche amministrazioni.

LE AREE DI BUSINESS DI SIA

Le aree da core business sono i pagamenti, la monetica, i servizi di rete e i mercati dei capitali.

LA MAPPA DEL GRUPPO

Sia eroga servizi in 48 paesi e opera anche attraverso controllate in Austria, Germania, Romania, Ungheria e Sudafrica. La società ha inoltre filiali in Belgio e Olanda e uffici di rappresentanza in Inghilterra e Polonia.

GLI AZIONISTI DI SIA

Tra gli azionisti di Sia c’è il veicolo della Cassa depositi e prestiti, Fsia Investimenti (che vede Fsi Investimenti di Cdp al 70% e Poste Italiane al 30%) con il 49,48% seguito da F2i con il 17,05%, dal fondo Hat Orizzonte (8,64%) e dal gruppo di banche storicamente presenti nella compagine: BancoBpm (4,82%), Intesa Sanpaolo (4,05%), Unicredit (3,97%), Mediolanum (2,85%), Deutsche Bank (2,58%).

E proprio nelle banche azioniste, oltre che in quelle clienti (tra cui alcune estere che operano in Italia) arrivano dubbi e perplessità della mossa di Poste Italiane.

Sulla morte della democrazia ovvero, di come la finanza ha ucciso la democrazia in occidente

comedonChisciotte.org 23.9.18

FONTE: KEINFUSCH.NET

Nella discussione che verte sugli avvenimenti politici ci stiamo dimenticando, e lo stiamo facendo volontariamente, del fattore scatenante. Diciamo che “le socialdemocrazie stanno morendo” senza dire il perche’. Diciamo “il populismo sta vincendo” senza dire il perche’. Beh, adesso diciamolo : “la democrazia sta per morire. E questa volta non tornera’ mai piu’. ” . Ma per farmi perdonare, io diro’ perche’.

Diseguaglianza economica e sorveglianza elettronica.

La diseguaglianza economica, il fatto che pochi possiedono quasi tutto e molti quasi nulla, e’ la causa della morte della democrazia. La sorveglianza elettronica e’ il motivo per il quale la democrazia , se cade, non tornera’ piu’.

Su questo e’ facile scrivere. Se negli anni 40 del secolo scorso per trovare Anna Frank occorsero due anni, oggi bastano venti millisecondi. E non illudetevi: se anche voi non avete il cellulare, ci sara’ sempre qualcuno che si scatta un selfie inquadrando un pezzo del vostro viso dietro ad una finestra. Ci saranno sempre i consumi elettrici stravaganti di una casa ove dovrebbero vivere X persone e invece ne vivono di piu’. Se anche fate tutto a voce, ci sara’ sempre qualcuno che parla al telefono vicino a voi in qualche momento, e il suo microfono ascolta anche la vostra voce. Non importa che abbiate o no un cellulare voi in persona: se ce l’hanno tutti quelli che vi circondano, e usano un social, e’ uguale.

I cellulari che hanno il riconoscimento facciale hanno la camera sempre aperta e tracciano ogni faccia vedono.Se anche non aveste il cellulare voi e viveste senza, vi basterebbe camminare in un luogo abitato per essere tracciati mille volte. E’ vero che ci sono molti falsi positivi, ma incrociando dati (in media, solo il 30% degli rfid vengono rimossi dai vestiti e dalle scarpe, per dirne una) e’ possibile venirne a capo.

Quindi, punto primo: quando morira’ la democrazia, questa volta e’ per sempre. Non potete piu’ fare i partigiani. Non potete piu’ fare i dissidenti. Non potete piu’ nascondervi. Siete profilati psicologicamente, come insegna il caso di Campbridge Analitica. Sanno che siete potenziali oppositori del regime PRIMA che lo sappiate VOI.

Quindi, punto primo: quando finira’ la democrazia in occidente, questa volta finira’ per sempre. Le tecnologie di sorveglianza di massa sono ad un livello tale che il nuovo nazismo non finira’ MAI. Secondo, questa volta comincera’ dagli USA. La nazione militarmente piu’ potente del mondo. E se anche la Cina crescesse, di sicuro non sara’ l’alfiere della democrazia. E’ una dittatura. Nessuno verra’ a salvarci, questa volta.

Andiamo alle disuguaglianze economiche. Pochissime persone possiedono quasi tutto. Qui la mappa mondiale , costruita usando il coefficente di Gini. Si legge cosi’: se e’ a 0, tutti sono uguali. Se e’ a 1, allora una persona possiede tutto e gli altri nulla. Insomma, piu’ basso e’ meglio.

Come vedete, gli USA sono vastamente fottuti, le disuguaglianze sono ancora peggiori che in Russia. So che l’obiezione sara’ che il coefficente di Gini peggiora con la dimensione delle nazioni, ma vi faccio presente che l’India e’ in condizioni di equita’ migliori rispetto agli USA, e ha un miliardo di abitanti.

Perche’ dico che sono fottuti? Perche’ la politica in qualche modo rispecchia sempre la situazione sociale. E’ noto che un corposo ceto medio e quindi un basso coefficiente di Gini siano garanzia di liberta’ e diritti civili. Al contrario, e’ noto che senza ceto medio, cioe’ con un coefficiente di Gini piu’ alto, democrazia e diritti civili collassano e si va al fascismo.(cit:  Paolo Bellucci e Paolo Segatti, 1968-2008 dall’appartenenza alla scelta (entrambi pubblicati nel 2010 da Il Mulino, La coscienza di un liberal, Laterza 2009 – Paul Krugman, Nobel per l’Economia).

Allo stato attuale, una stratificazione di privilegi fiscali a favore del capitale immobiliare e della proprieta’ sta accumulando tutti i beni nelle mani di pochi. Se una societa’ col ceto medio si mappa bene con la democrazia, una societa’ priva di ceto medio, con pochi ricchi e molti poveri, si mappa SEMPRE come fascismo.

Il motivo e’ molto semplice: supponiamo che esista una democrazia rappresentativa ove pochi possiedono tutto e molti non possiedono nulla. Ovviamente, in questa societa’, i molti che non possiedono nulla voteranno partiti che propongono un welfare possente, che andra’ finanziato usando le tasse , che colpiranno inevitabilmente i ricchi possidenti: la cosiddetta “patrimoniale”. Siccome i ricchi possidenti non vogliono essere colpiti, immediatamente finanziano quei partiti che sopprimono la democrazia, comprano la stampa, e questo risulta in un sistema fascista. Storia, peraltro, gia’ vista.

E rivista, dal momento che sta accadendo sotto i vostri occhi in Italia.

Sinche’ questa economia e’ dominata da un’ideologia che vieta di tassare le corporazioni, le proprieta’ immobiliari e i patrimoni, la situazione peggiorera’ sempre di piu’. Siccome gli ascensori sociali sono fermi, e rimangono fermi perche’ i pochi possidenti mirano al monopolio, inevitabilmente nascono partiti che promettono al popolo un welfare piu’ possente (per esempio, il reddito di cittadinanza). E se i primi falliranno ne nasceranno altri , ancora piu’ radicali. Presto i partiti che rappresentano i ricchi e gli evasori si rivolteranno contro i partiti che propongono un welfare pesante, per paura delle tasse. Finanzieranno partiti fascisti e li sdoganeranno sulla stampa che ormai possiedono.

Mi spiace, ma non scommetterei in un occidente democratico da qui a 15 anni: o ci si rende conto che il liberismo ha fallito, e porta ai monopoli, e che questa e’ un’emergenza, oppure entro 15 anni l’intero occidente sara’ fascista. Non ci sono chiacchiere che tengono: la storia e’ fatta della fisica del mondo, e l fisica della narrativa se ne infischia. Se aumenta il coefficente di Gini si va verso il fascismo.

E come ho detto, per via delle tecnologie in gioco (e per via del fatto che il fascismo avanza di piu’ nel paese militarmente piu’ forte del mondo) questa volta e’ per sempre. Se la democrazia cade ora, coi moderni sistemi di sorveglianza di massa e di Big Data/Machine Learning, non esistera’ alcuna “resistenza”. Mai.

Questo e’ quello che sta per succedere. Non credo assolutamente che i saccenti farlocchi , liberisti o altro, si decideranno mai a capire l’urgenza del problema. Non la capiscono, e quando la segnalate rispondono con “more of the same:” ancora piu’ liberismo. Come se il problema potesse essere la soluzione.

vedo chiaramente, in queste condizioni, la morte (e intendo morte definitiva) della democrazia in occidente, nel raggio di uno, al massimo due decenni. I farlocchi populisti proveranno ad introdurre piu’ welfare a debito, i mercati li puniranno, allora tenteranno di introdurre piu’ welfare usando strumenti fiscali, e le classo dei ricchi manderanno al potere dei fascisti, sostenendoli. Storia gia’ vista. Sappiamo come funziona. Non so quali siano i nomi e come si chiameranno i nuovi fascisti, ma sono dettagli. Forse nel nord europa arrivera’ qualche anno dopo. Ma non cambia tantissimo.

Cosa mi consola? Beh, la prima cosa e’ che avro’ una morte degna. Essere ammazzato per le tue idee e’, tutto sommato, di gran lunga meglio che morire in un ospizio, o di Alzheimer, o di cancro, o di semplice vecchiaia. Diciamo che e’ una morte degna. E non ho dubbi che, visto il mio temperamento e la mia irrequietezza, verro’ ucciso da “qualsiasi cosa andra’ al potere”. I miei occhi vedranno un grande giorno.

La seconda cosa che mi consola e’ che saro’ in buona compagnia. Molti fessi voteranno i nuovi fascisti sperando di mantenere le poche briciole di ricchezza che ancora possiedono. Ma non si rendono conto che la presa di potere e’ un ascensore sociale. Come successe col fascismo, si arruoleranno nel partito del vincitore tutte le mezze seghe del paese. Le mezze seghe vorranno arricchire, e non potranno di certo farlo a spese dei ricconi che mantengono il regime: quindi lo faranno a spese dei fessi che li hanno votati per difendere le loro ultime, piccole proprieta’.

Conosciamo la musica: negozi espropriati agli ebrei, ebrei espulsi dai posti pubblici, sequestri dei beni per “attivita’ antifasciste”, “posti riservati ai reduci della guerra di Spagna”, “posti riservati a chi ha fatto la Marcia su Roma”, “riforme agrarie che tolgono la terra ai grossi contadini MA NON ai latifondisti”, eccetera”. Storia gia’ vista col fascismo. Espropri con ogni scusa, per nutrire una nuova classe di farlocchi in carriera.

Quindi e’ vero, verro’ quasi sicuramente ucciso, ma insieme a me ci saranno altri, che non moriranno perche’ sono sovversivi o perche’ non obbediscono o non si piegano. Ci saranno quelli che hanno fatto gola a qualche coglione di fallito nullatenente che oggi ha una nuova uniforme del partito e ha deciso che “questo lo espropriamo perche’ fa attivita’ antifasciste”. Quello stesso fallito che hanno votato, _credendo di poterlo controllare.

Entrero’ nella camera a gas con quelli che hanno votato il regime credendo di difendere la casa (abusiva) al mare e l’auto intestata all’azienda dalle grinfie dei malvagi comunisti.

Spero che ci siano anche degli “economisti” , specialmente liberisti, con me nella camera a gas. Perche’ coi fascismi chi vuole troppa concorrenza muore tale e quale al comunista. Spero di morire un secondo dopo di loro, solo per vederli soffocare.

Chissa’ se capiranno per quale motivo moriro’ ridendo di loro.

Perche’ vedete, un conto e’ morire perche’ non vi riesce facile chinare la testa.Un conto e’ morire , ammazzati da quelli che si sono votati, perche’ siete dei coglioni.

Ho solo una preghiera, diciamo un testamento spirituale , per quel momento:

Questo coglione qui:

Ecco, questo farlocco qui, per favore, ammazzatelo nella camera a gas a fianco alla mia. O in un altro campo di sterminio. Non nella stessa camera a gas dove sono io. Non reggerei proprio le sue cazzate in un momento che dovrebbe essere di puro divertimento.

Al massimo, posso tollerare di sentirle attraverso il muro. In cambio mi consegnero’ senza aprire il fuoco e prometto di non disseminare la casa di ordigni esplosivi.

Affare fatto?

Fonte: https://keinpfusch.net/post/fascismo/

19.09.2018

La lettera di Di Maio: ‘Siamo a un bivio, dobbiamo decidere se avere il coraggio di stravolgere gli schemi e superare i dogmi del passato’

silenziefalsita.it 23.9.18

Sono giorni importanti per il nostro Governo perché siamo ad un bivio, è il bivio davanti a cui si sono trovati tutti i governi italiani della storia. E guardate che non c’è da scegliere tra la strada del deficit o quella del rigore. Chi la pensa così sbaglia”.

Lo scrive Luigi Di Maio in una lettera ai parlamentari condivisa pubblicamente sulla propria pagina Facebook.

“Siamo chiamati a fare una scelta molto più importante – prosegue la missiva – dobbiamo decidere se avere il coraggio di stravolgere gli schemi e superare i dogmi del passato, oppure adeguarci a quello che i parrucconi di questo Paese sostengono, nulla di quello fatto negli ultimi 20 anni”.

“Non voglio enfatizzare troppo questo momento, – spiega il vicepremier – ma gli attribuisco un valore profondo. I Governi del passato si sono sempre compromessi perché sceglievano la via più semplice per se stessi e più difficile per i cittadini: quella delle carte a posto. Io sono dell’idea invece che i rischi ce li dobbiamo prendere noi che siamo all’interno di questi palazzi e non gli italiani. I cittadini hanno tirato già troppo la cinghia in questi anni per essere immolati ancora una volta sull’altare del debito, dello spread, della sobrietà e dei sacrifici. Adesso il coraggio e i rischi ce li dobbiamo prendere noi che siamo istituzione”.

“Il dibattito di questi giorni è surreale, – continua – si sta descrivendo il Governo come in lite, al capolinea, in balia delle richieste del Movimento. Invece vi posso dire che tra i membri del Governo tutti vogliamo fare il reddito di cittadinanza, tutti vogliamo fare la flat tax, tutti vogliamo abolire la Fornero e sostituirla con quota 100”.

“C’è però chi rema contro, ovvero una parte della burocrazia dei ministeri – sottolinea il vicepremier – Non voglio generalizzare, ma è chiaro ed evidente che il sistema, negli ultimi 20 anni, ha piazzato nei gangli fondamentali dello stato dei servitori dei partiti e non dello stato. E questo mi preoccupa molto”.

“Ogni volta che facciamo provvedimenti dobbiamo riguardarci sempre bene il testo, – fa sapere Di Maio – perché a volte tra un passaggio e un altro viene cambiato, si modifica, viene stravolto”.

“Al Governo – prosegue Di Maio – ci siamo noi e c’è la Lega. Ma se partiti, lobby e burocrati devono scegliere chi combattere, sono tutti d’accordo con il ‘dagli addosso al Movimento 5 Stelle sempre e comunque’. Il lato oscuro dello Stato non crede neanche minimamente di poter avere qualche garanzia da noi. Questo ci deve rendere orgogliosi, ma ci deve far tenere sempre alta la guardia,”

Il leader 5Stelle si rivolge poi ai parlamentari 5Stelle, che stanno facendo un “lavoro enorme” e in questo esercito sono “la prima linea, quella che si trova a contatto con i territori e allo stesso tempo deve ingoiare l’odio e l’ipocrisia delle opposizioni in Aula”.

“Abbiamo ammaccato questo sistema decine di volte con vittorie storiche che nessuno mai ci riconoscerà. Ma dobbiamo combattere ancora per forare la corazza, perché sono ancora molto forti ed hanno una grande capacità di infiltrarsi tra di noi,” aggiunge Di Maio, che affronta anche la questione dell’audio di Casalino diffuso dai giornali:

“Qualcuno in queste ore sta facendo la morale a Rocco Casalino perché in un audio via whatsapp ha detto a due giornalisti quello che avevamo già detto pubblicamente in questi giorni e cioè che il sistema dei mandarini di stato ci rema contro. Molti giornalisti si stanno scandalizzando per il fatto che Rocco lo abbia detto in un audio privato a due giornalisti (Pietro Salvatori e Alessandro De Angelis che non avrebbero mantenuto il segreto della conversazione, probabilmente passando l’audio a Il Giornale di Sallusti. Giornali di De Benedetti che passano veline a quelli di Berlusconi)”.

“I moralizzatori di oggi vorrebbero per caso asserire che non hanno mai ricevuto messaggi privati dai portavoce delle altre forze politiche? Vogliono per caso dire che non hanno mai rilanciato un retroscena sulla base degli spin degli uffici stampa? I giornalisti che oggi hanno rilanciato questa notizia come Alessandro Sallusti e Sergio Rizzo, non hanno vocali o sms dei portavoce di Renzi, Berlusconi o di Salvini, in cui si indica la linea politica o addirittura si attacca un esponente del loro stesso partito? Abbiano il coraggio di dire che è così. Almeno ritroviamo il sorriso,” conclude.

Come Francia e Germania fregano l’Italia sui fondi per l’Africa

Tino Oldani startmag.it 23.9.18

L’approfondimento di Tino Oldani, firma di Italia Oggi

L’ultimo discorso di Jean-Claude Juncker sullo stato dell’Unione europea è scivolato via come acqua sul marmo. Sui giornaloni, lo ha fregato il fatto che, nello stesso giorno, il Parlamento europeo ha votato due delibere più eccitanti sul piano politico: la mozione contro il premier ungherese Viktor Orbàn, e la direttiva sul copyright, volta ad armonizzare nei singoli Stati le leggi sul diritto d’autore e porre così fine agli abusi dei giganti del web nei confronti di editori e autori delle opere d’ingegno. Eppure ci sono alcuni aspetti del discorso di Juncker che meritano di non finire nel dimenticatoio. Tra questi, alcune informazioni sui rapporti tra l’Unione europea e l’Africa, finora del tutto sconosciute.

Mi riferisco in particolare a una tabellina che si trova a pagina 2 dell’allegato che l’ufficio stampa di Juncker ha messo sul sito dell’Unione europea, a corredo del discorso del presidente uscente della Commissione Ue. Volendo illustrare quanto di buono da lui fatto per aiutare i poveri africani, Juncker ha detto di avere lanciato lui stesso nel 2015 un «Fondo fiduciario di emergenza dell’Ue per l’Africa», dotato inizialmente di 2,9 miliardi di euro, con l’obiettivo di sostenere 117 programmi di aiuti, volti a «sviluppare l’economia, creare posti di lavoro, instaurare il buon governo, garantire la sicurezza alimentare e l’assistenza sanitaria, e gestire la migrazione».

A giudicare dalle crescenti ondate migratorie, per non parlare del resto (buon governo? posti di lavoro? ma dai!), si direbbe che questo Fondo è stato uno dei tanti flop della gestione Juncker. Ma nella scheda che accompagna il suo discorso, i suoi collaboratori hanno voluto sottolineare un punto, scaricando l’insuccesso sugli Stati membri. Testuale: «Il presidente Juncker ha esortato gli Stati membri a replicare il contributo di 2,7 miliardi di euro attinto dal bilancio Ue, ma finora questi si sono impegnati solo per 227,7 milioni, e hanno erogato 152,5 milioni. La Commissione ha fatto la propria parte, è il momento che gli Stati membri facciano la loro». Per non lasciare dubbi di sorta, segue una tabellina, dove per ognuno dei 27 Stati membri è indicato l’ammontare degli impegni presi, con a fianco il contributo realmente versato.

Qui viene il bello. Incredibile a dirsi, il Paese che si è impegnato maggiormente a versare un contributo al Fondo Ue per l’Africa non è quello con il pil più elevato, ovvero la Germania, bensì l’Italia, che su 92 milioni promessi, ne ha già versati ben 82. Il governo della signora Angela Merkel ha promesso 51 milioni, ma poi ha avuto il braccino corto e ne ha versati finora soltanto 13. La Francia, con la faccia di tolla tipica del suo presidente Emmanuel Macron, si è comportata da paese povero e ha promesso pochi spiccioli (3 milioni), già versati.

In fondo, Macron è il primo a sapere che i fondi Ue per l’Africa, dal punto di vista francese, sono solo una partita di giro, poiché grazie al franco coloniale la Francia controlla e deruba a man bassa le finanze di 14 sue ex colonie, oggi stati africani fintamente indipendenti, dove al posto del «buon governo» ci sono dei dittatori ubbidienti a Parigi, affiancati da tycoon francesi che controllano i monopoli delle principali attività: materie prime, banche, telecomunicazioni, elettricità, porti, agricoltura, e così via.

Anche la Spagna, pur essendo un paese mediterraneo vicino all’Africa, quindi interessato a favorirne lo sviluppo per contenere le migrazioni, ha avuto il braccino corto: come la Francia, ha promesso 3 milioni di euro, già versati. A questo punto, se consideriamo i quattro maggiori paesi Ue, e tiriamo le somme, si scopre che l’Italia (con 82 milioni già dati a Bruxelles), ha versato più risorse per l’Africa di Germania, Francia e Spagna messe insieme (19 milioni in tutto). Dati da sventolare in faccia a chi, come la commissaria Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, accusa di razzismo il nostro paese. Non solo. Francia e Spagna si sono rivelate più tirchie della Danimarca (6 milioni promessi e versati) e dell’Olanda (16,3 milioni promessi, di cui 13,3 versati).

Tra i paesi più sparagnini, vi è anche l’Ungheria di Viktor Orbàn (700 mila euro promessi e versati), Malta (250 mila euro promessi, 100 mila versati), Portogallo (450 mila euro promessi e versati). In coda alla graduatoria, con appena 50 mila euro promessi e versati, ci sono Bulgaria, Lettonia, Lituania e Slovenia.

Nel suo discorso, Juncker ha annunciato per l’Africa un pacchetto di misure Ue che, in aggiunta al Fondo per l’emergenza, sarebbe in grado di produrre 10 milioni di posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Una sorta di Piano Marshall, auspicato più volte da vari leader europei per «aiutare a casa loro» i migranti. Purtroppo, quella di Juncker è la solita aria fritta, come dimostrano fatti e cifre. Un piano europeo per l’Africa esiste già, in quanto nel 2014 è stato lanciato il Programma Panafricano, che avrà termine nel 2020, finanziato con 845 milioni di euro.

Tale programma, disperso su centinaia di iniziative locali, ha funzionato poco e male, tanto è vero che anche nei paesi africani che ne hanno beneficiato e hanno avuto un incremento del pil, la disoccupazione è rimasta altissima (oltre il 20%), soprattutto tra i giovani. Anche per questo, ben pochi prevedono che il Programma Panafricano possa essere rifinanziato prima della scadenza nel 2020. Senza contare che all’orizzonte ci sono le elezioni per il nuovo Parlamento europeo e una nuova Commissione Ue che, anche a prescindere da un’eventuale influenza sovranista, dovrà fare i conti con la Cina di Xi Jinping, il quale ha appena messo in campo 60 miliardi di dollari da investire in molti paesi africani, per farne delle proprie colonie economiche. Al confronto, gli 845 milioni del piano Ue 2014-2020 sono briciole risibili, che rischiano di non lasciare alcuna traccia. Più o meno, come Juncker.

Articolo pubblicato su Italia Oggi

Carige, ecco i passi obbligati della Bce imposti a Modiano e Innocenzi

Michele Arnese startmag.it 23.9.18

Che cosa succederà ora in Carige? Ovvero: che cosa cambierà per la banca ligure con la vittoria in assemblea della lista presentata dalla famiglia Malacalza che ha sconfitto quella di Raffaele Mincione? Che cosa ha già chiesto da tempo la Bce all’istituto di credito? E quali gruppi bancari potrebbero essere interessati a rilevare Carige?

Ecco tutte le risposte e gli scenari su Carige in questa conversazione di Start Magazine con Carlotta Scozzari, giornalista di economia e finanza, già a Finanza&Mercati, a Repubblica, alMessaggero e ora a Business Insider Italia.

Scozzari tra l’altro segue da tempo le vicissitudini di Carige e ha anche scritto l’anno scorso il libro “La vera storia della Carige di Genova”.

Scozzari, in assemblea è stato sconfitto più l’ex ad, Paolo Fiorentino, o il socio Raffaele Mincione?

Direi entrambi in eguale misura, visto che ormai da mesi le loro idee sulla ristrutturazione della banca coincidevano. Certo, Fiorentino era in Carige da più tempo, per quanto comunque non troppo per un amministratore delegato…

Che cosa cambierà per Carige dopo il ribaltone al vertice? Come si muoveranno ora Modiano e Innocenzi?

La principale preoccupazione di Modiano e Innocenzi, in questo momento, credo sia mettere a punto il nuovo piano richiesto dalla Bce entro novembre per rimettere a posto la situazione patrimoniale prima della fine dell’anno, cioè praticamente in appena tre mesi.

Quali azioni sono prevedibili visto il pressing della Bce? Che cosa significa in concreto adeguare i requisiti patrimoniali come chiede Francoforte alla Carige?

Le soluzioni non sono molte: o si riescono a collocare obbligazioni subordinate per almeno 200 milioni, ma Fiorentino ci stava già provando da inizio anno, per un ammontare un po’ più alto, e non ha mai trovato investitori; o si spinge sulle cessioni, ma ormai resta poco da vendere e a riguardo il primo socio Malacalza ha sempre mostrato scetticismo; o si fa l’ennesimo aumento di capitale, che però sarebbe il quarto nel giro di cinque anni. Infine, ultima spiaggia: si fa confluire Carige all’interno di un gruppo bancario più grande.

Ma finora sulla fusione Malacalza non frenava?

Ha sempre frenato, ma a un certo punto non posso escludere che il primo socio si possa trovare alle strette, con poche altre alternative, non necessariamente preferibili.

Il legale di Malacalza, Francesco Gatti, ha paventato “il rischio” della “liquidazione” della banca “se la fusione fallisce”. Concorda?

È uno scenario possibile. Ma una fusione non è detto che fallisca. Forse potrebbe concretizzarsi a prezzi e ordini di grandezza poco graditi a Malacalza, ma credo sia un’altra questione.

Mps, Banco Bpm o Bnp nel futuro di Carige?

Tutto è possibile. C’è chi aggiunge anche Intesa Sanpaolo e Unicredit, ma davvero non sono in grado in questo momento di stabilire quale banca possa essere la più probabile. Anche Innocenzi e Modiano, che si sono appena insediati, dovranno comunque valutare la situazione. Ci vorrà un po’ di tempo, ma in realtà ce n’è pochissimo. Certo, a meno che il nuovo management non chieda e ottenga dalla Bce almeno qualche mese in più per sistemare la situazione patrimoniale…