ESTRADIZIONI VIP / IN ARRIVO DAGLI EMIRATI TULLIANI E MATACENA ?

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Il concerto del dopo Battisti potrebbe presto cominciare. Tanto si augurano 5 stelle e leghisti dopo  la ratifica da parte del Senato, lo scorso 3 ottobre, dei trattati già siglati nel 2015 tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, ad Abu Dhabi, su estradizione e assistenza giudiziaria penale.

Lo ha annunciato il sottosegretario alla Giustizia grillino Vittorio Ferrarese, rispondendo ad una interrogazione del Pd che accusava il governo di “connivenza sulla latitanza di condannati italiani”, giusto dopo la fresca sceneggiata mediatica dei ministri Salvini e Bonafede a Ciampino in occasione dello storico sbarco di Cesare Battisti.

A quanto pare una dozzina di latitanti più o meno eccellenti si sono rifugiati nei 6 stelle degli Emirati, a prendere la tintarella sulle spiagge dei Paperoni.

In prima fila i nomi di Amedeo Matacena eGiancarlo Tulliani.

Il primo è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, ma fino ad oggi la sua latitanza dorata è stata protetta da una fitta “rete internazionale”.

Rete oggi sotto i riflettori nel processo in corso a Reggio Calabria denominato “Breakfast” che vede tra gli imputati anche l’ex ministro degli Interni Claudio Scajola e Chiara Rizzo, moglie di Matacena: i due sono accusati di aver favorito proprio la latitanza di Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia.

Giancarlo Tulliani è il cognato di Gianfranco Fini, e scappato dalla giustizia italiana che lo vuole processare per corruzione, in merito alle vicende che ruotano intorno alla casa di Montecarlo e le clamorose bugie inscenate con l’ex ducetto di An che “non conosceva” nè aveva mai visto quella magione. Dal canto suo Fini dovrà difendersi in Italia dalle pesantissime accuse di riciclaggio.

 

Nella foto Amedeo Matacena

Ferretti: Wally entra nel portafoglio dei suoi brand

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Ferretti Group annuncerà in apertura del Boot di Dusseldorf l’ingresso di Wally, iconico brand della nautica di lusso ed emblema di design e innovazione, all’interno del portafoglio dei suoi brand. 

Attraverso un accordo di licenza in esclusiva del brand Wally, spiega una nota, il Gruppo arricchisce ulteriormente la sua gamma che diventa così la più ampia e innovativa dell’intera industria nautica italiana. 

L’accordo di licenza rappresenta un passo fondamentale nel percorso di acquisizione del marchio e permette al Gruppo di lavorare sin da subito sull’ulteriore sviluppo del brand. 

Nel quadriennio 2019-2022 Ferretti Group investirà oltre 84 milioni di euro – 70 milioni solo nei primi due anni – nello sviluppo del marchio e nella progettazione e realizzazione di nuove gamme di prodotti. I nuovi modelli Wally verranno costruiti negli stabilimenti di Ferretti Group, in particolare sarà la Super Yacht Yard di Ancona il cantiere di riferimento delle grandi costruzioni navali Wally. 

Ferretti Group presenterà durante la conferenza stampa di Dusseldorf anche il primo progetto della nuova era, il 48 Wallytender, che sarà una delle première più attese del Cannes Yachting Festival 2019. 

Alberto Galassi, Amministratore Delegato di Ferretti Group, ha dichiarato che “esiste da tempo una fascinazione reciproca fra noi e Wally e da oggi continueremo a sviluppare questo straordinario marchio con metodo, visione e investimenti. E con la stessa energia e creatività che hanno riportato Ferretti Group ai vertici della nautica mondiale. Da appassionato di nautica, non vedo l’ora di scoprire le barche che nasceranno dalla collaborazione in esclusiva con Luca Bassani: è facile prevedere che sposteranno in avanti l’orizzonte dell’innovazione e dell’avanguardia estetica”. 

Grazie all’accordo con Ferretti Group, Wally ritorna al Boot di Dusseldorf, dove mancava come espositore dal 2004. 

com/fus 

marco.fusi@mfdowjones.it 

 

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January 18, 2019 13:16 ET (18:16 GMT)

Banca Etruria, Popolare Vicenza e Veneto Banca. Ecco rischi e incognite sul progetto del governo pro truffati

startmag.it 18.1.19

I dettagli sul piano del governo. Le attenzioni di Bruxelles. Le incognite tecniche. E i dubbi espressi a Start Magazine da Andrea Augello, che nella scorsa legislatura come membro della commissione parlamentare sulle crisi bancarie seguì da vicino il caso di Banca Etruria-Boschi oltre ai crac di Popolare Vicenza e Veneto Banca. L’approfondimento di Alessandro Sperandio

Rischia di complicarsi l’iter per il rimborso ai cosiddetti “truffati” delle banche: 300mila piccoli investitori coinvolti nel crac degli istituti di Banca Etruria, Popolare di Vicenza e Veneto Banca per il quale il governo ha stanziato in manovra 525 milioni l’anno fino al 2021 per indennizzarli. La norma rischia, infatti, di cadere sotto la “tagliola” dell’Europa e di incappare in una procedura di infrazione.

ECCO IL PROGETTO DEL GOVERNO PRO TRUFFATI DI BANCA ETRURIA, POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA

Ma come nasce la vicenda? Nella prima versione del provvedimento, approvata alla Camera, era previsto l’obbligo di dimostrare di essere stati spinti ad acquistare i titoli dalle banche in violazione delle norme a tutela dei risparmiatori con una sentenza favorevole del tribunale o dell’Arbitro finanziario Consob (Acf). Ma poi nel passaggio al Senato con il maxiemendamento presentato dall’esecutivo, è stata modifica e si è deciso di concedere il rimborso in maniera generalizzata, in virtù di “violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza”, il cosiddetto “misselling”.

CHE COSA DICE AUGELLO A START MAGAZINE

“Ma ora è emersa un’altra circostanza non nota e preoccupante – dice a Start Mag l’ex senatore di Fratelli d’Italia Andrea Augello che da tempo si occupa del caso dei risparmiatori truffati -. Lo scorso 16 dicembre il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, che per legge deve accertare in Italia la compatibilità delle norme finanziarie nazionali e internazionali che vengono applicate nel nostro Paese, ha messo nero su bianco come la norma che dovrebbe ristorare i risparmiatori sarebbe carente ed esposta a procedura di infrazione. Ciò per due ragioni: non dà i rimborsi caso per caso ai risparmiatori ma lì eroga erga omnes contraddicendo i principi di misselling e quelli statuiti dalla commissione Ue. E allarga la platea alle microimprese e alle onlus mentre secondo le regole europee dovrebbero essere solo i privati cittadini” a beneficiarne.

TUTTI I DETTAGLI SVELATI DAL FATTO QUOTIDIANO

Il riferimento è un articolo del Fatto Quotidianosecondo cui l’ufficio legislativo del ministero dall’Ufficio di coordinamento del Tesoro (Ucadt), la struttura di supporto di Rivera, avrebbe scritto che “l’eliminazione della condizione dell’accertamento e del relativo danno e la conseguente automatica corresponsione dell’indennizzo, in ragione di criteri vaghissimi e non qualificanti non possono essere considerati compatibili con i limiti imposti dall’Ue”. Anche perché, annotano, l’indennizzo riguarderebbe soprattutto gli azionisti che, a differenza degli obbligazionisti, “posseggono strumenti di capitale di rischio e non di debito”. “Insomma – ammette Augello – il fatto curioso è che questa relazione tecnica trasmessa il 16 dicembre dalla struttura di supporto all’ufficio legislativo del Mef è stata completamente travolta dal maxiemendamento che va in direzione opposta: manca però qualsiasi relazione tecnica che spieghi perché il governo si è poi convinto di non andare incontro alle sanzioni della commissione Ue”.

COME BRUXELLES STA SEGUENDO LA NORMATIVA ITALIANA E I RILIEVI DI AUGELLO

Non solo. Nei giorni scorsi il portavoce della Commissione Ue ha dichiarato ad alcuni organi di stampa che sono stati già presi contatti con Roma: “Ciò fa temere che ci siano problemi – ha sottolineato Augello -. Nonostante il ministro Tria abbia dichiarato in audizione di non aver ricevuto nessun avviso di procedura di infrazione, non ha smentito che la norma sia stata attenzionata. Ma la notizia è preoccupante perché l’Ue chiamerà non solo il ministro ma anche Rivera e questo significa che manderemmo a difendere una decisione del Parlamento un tecnico che l’ha definita passibile di sanzione europea”.

PERCHE’ C’E IL RISCHIO CHE I RISPARMIATORI TRUFFATI NON PRENDANO SOLDI NEL 2019 E I LORO DIRITTI VADANO IN PRESCRIZIONE

“Tutto questo – aggiunge Augello, protagonista nella scorsa legislatura nella commissione sulle crisi bancarie con domande incalzanti anche sulla vicenda Etruria-Boschi – è preoccupante principalmente per i risparmiatori perché se entriamo nella spirale della procedura non solo non prenderanno i soldi nel 2019 ma c’è il rischio che i loro diritti vadano in prescrizione – contrattuale ed extracontrattuale – visto che la manovra non contiene deroghe”. Conclusione è possibile che la Ue per contestare la norma aspetti il decreto attuativo “che potrebbe arrivare a fine marzo”.

Jamie Dimon ha guadagnato $ 32,5 miliardi l’anno scorso, il suo più grande giorno di paga dal 2007

zerohedge.com 18.1.19

Giorni dopo che i guadagni del Q4 di JP Morgan mancavano su apparentemente ogni metrica oltre al compenso (che arrivava proprio in cima alla gamma), la banca ha confermato che il CEO Jamie Dimon ha guadagnato $ 31 milioni in compensazione nel 2018, un aumento del 5,1% rispetto al precedente anno e il suo secondo più grande bottino annuale di sempre.

Per essere sicuri, mentre JPM ha pubblicato risultati di trading FICC abissali e altri risultati che erano “molto diversi da JP Morgan”, come ha detto un analista, la banca ha registrato il più alto profitto nella storia bancaria degli Stati Uniti nel 2018, grazie al piano di riforma fiscale di Trump , che ha contribuito ad aumentare i guadagni su Wall Street (la banca ha portato a casa $ 32,5 miliardi).

Dimon

La banca ha anche beneficiato dell’aumento dei tassi di interesse e del boom dell’attività delle carte di credito (non sorprende, in quanto il debito dei consumatori è balzato ai massimi storici) .

Ecco una ripartizione del pacchetto retributivo di Dimon, per gentile concessione di Bloomberg:

Il pacchetto retributivo di Dimon comprendeva 24,5 milioni di dollari di titoli vincolati legati alla performance, uno stipendio annuo di base di 1,5 milioni di dollari e un bonus in denaro di 5 milioni di dollari, secondo quanto riferito dalla banca di New York giovedì in un deposito regolamentare.

Dimon sta attualmente supervisionando un piano per espandere le attività di retail banking di JPM in più stati, mentre sta costruendo una nuova sede a Manhattan.

JPM

La paga dell’amministratore delegato per il 2018 era seconda solo ai $ 49,9 milioni guadagnati nel 2007, due anni dopo aver preso le redini della banca. Dimon ha promesso a gennaio di rimanere CEO per almeno altri cinque anni. Secondo il Wall Street Journal , che citava i dati di MyLogIQ, il compenso mediano per i 43 CEO bancari e finanziari era di $ 12,1 milioni, che era in linea con la paga media per l’S & P 500 nel suo complesso. Nonostante il calo delle entrate commerciali, JPM ha registrato un EPS di $ 1,98 per azione durante il quarto trimestre.

Trasporti: Toninelli, a Onorato risponderò anche per vie legali

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Ad Onorato mi riservo di rispondere anche per le vie legali. Qui voglio semplicemente ricordargli che l’abuso di posizione dominante che lui pratica sulle tratte sarde, il monopolio di fatto di cui ho parlato, è stato accertato e sanzionato dall’Antitrust nel marzo 2018”. 

Lo scrive su Facebook il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, spiegando che “stiamo parlando di una maximulta da quasi 30 milioni di euro adottata per condotte anticoncorrenziali che avrebbero violato l’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Il Tar ha solo sospeso la sanzione nei confronti delle sue imprese Cin-Tirrenia e Moby, in attesa del giudizio di merito. Ma si parla di ritorsioni e penalizzazioni economiche ai danni delle aziende di logistica che si sono avvalse dei servizi dei concorrenti, mentre dall’altra parte sono stati adottati trattamenti di favore nei confronti delle società rimaste fedeli alle sue compagnie”. 

“Onorato sta mortificando i sardi con tariffe che, soprattutto in alcuni periodi dell’anno, schizzano a livelli vergognosi – prosegue Toninelli – E tutto ciò mentre lo Stato incredibilmente gli elargisce, in regime di concessione, 72 milioni di euro annui. Peraltro, il livello del suo servizio sta peggiorando sempre più e lo dimostrano le crescenti sanzioni irrogate al signor Onorato dal Mit, che nel 2018 hanno raggiunto la cifra di circa 500.000 euro. Aggrapparsi alla giustizia amministrativa potrà servirgli fino a un certo punto. Questo emerito benefattore alla Leopolda del 2015 spiegava, di fronte a Renzi, che i sardi avrebbero viaggiato sui suoi traghetti con appena 14 euro. Si trattava di una promessa degna del suo illustre interlocutore”. 

rov 

 

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January 18, 2019 07:29 ET (12:29 GMT)

FINANCIAL TIMES: «HA RAGIONE LA MMT»

comedonchisciotte.org 18.1.19

DI THOMAS FAZI

facebook.com

Un articolo uscito ieri sul blog Alphaville del Financial Times sdogana definitivamente e senza mezzi termini la teoria monetaria moderna (#MMT). Anche su questo, insomma, avevamo ragione noi:

«Non c’è nulla di intrinsecamente socialista per ciò che riguarda il debito pubblico. Un governo può emettere debito per pagare qualunque cosa gli piaccia: per combattere una guerra, per abbassare le tasse, per attutire gli effetti di una recessione. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno sempre emesso debito per pagare per queste cose. I politici dicono che il debito pubblico spiazza gli investimenti privati, che è insostenibile e trasformerà il paese che ne fa uso nell’Argentina, nella Grecia o nel Venezuela. Ma indipendentemente da ciò che dicono, i politici americani finiscono sempre per fare ricorso al debito.

I sostenitori della teoria monetaria moderna sostengono che, per un paese sovrano che dispone della propria valuta, non esiste un livello intrinsecamente insostenibile di debito pubblico, sarebbe a dire che non esiste un livello oltre il quale il paese inizia crollare, che sia il 90 per cento o il 200 per cento del PIL. In qualunque momento il governo può appropriarsi delle risorse che ritiene necessarie per finanziare le sue politiche domestiche, indipendentemente dalle entrate.

Un tradizionalista considererebbe tale politica intrinsecamente inflazionistica, sostenendo che, come per qualunque altra merce, aumentare l’offerta di denaro ne riduce il valore. I sostenitori della teoria monetaria moderna sostengono invece che l’inflazione si verifica solo quando l’economia reale – gli impianti, le macchine, i lavoratori – non sono più in grado di assorbire la spesa del governo. Di conseguenza, la spesa va disaccoppiata dalla tassazione. Un governo può spendere finché non sono impiegate tutte le risorse reali di una economia e ricorrere alle tasse solo per raffreddare l’inflazione, una volta che l’economia raggiunge il suo massimo potenziale.

Noi di FT Alphavile riteniamo che [la teoria monetaria moderna] non sia né marxista, né bislacca. È semplicemente un modo diverso di guardare alla politica fiscale, un modo per descrivere i vincoli reali alla spesa pubblica. A ben vedere, il modo in cui la MMT guarda alla spesa pubblica è molto vicino a come i politici di Washington guardano alla spesa pubblica. Attenzione: non stiamo parlando di ciò che dicono, ma di quello che fanno.

Il Congresso degli Stati Uniti spende regolarmente in deficit per le cose che ritiene importanti. Negli ultimi quarant’anni, ha coperto la propria spesa con le tasse solo per un breve periodo, alla fine degli anni Novanta. … Esattamente come sostiene la teoria monetaria moderna, il Congresso spende finché le risorse reali non scarseggiano [cioè finché non viene raggiunto il limite oltre il quale si genererebbe inflazione]. Quel limite non è mai stato raggiunto negli ultimi due decenni.

Quando Washington vuole qualcosa – combattere una guerra, tagliare le tasse – autorizza la spesa necessaria e basta, senza preoccuparsi delle entrate. Dunque le discussioni sulla necessità di pareggiare il bilancio non riguardano i vincoli finanziari ma le priorità. I programmi ritenuti importanti vengono finanziati, sempre e comunque. I programmi che non sono ritenuti importanti devono essere finanziati con le tasse. Quando qualcuno a Washington dice: «Non possiamo permettercelo» in realtà intende «Non penso che sia importante».

In altre parole, [i politici americani] già seguono le prescrizioni della teoria monetaria moderna, anche se non lo ammettono».

Definitivo direi.

Thomas Fazi

Fonte: http://www.facebook.com

Link: https://www.facebook.com/thomasfazi/posts/2026519867441141?__tn__=K-R

17.01.2019

LIBRO CONSIGLIATO – “I SIGNORI DEL LUSSO”

I signori del lusso

SIMONE FILIPPETTI

A Porto Santo Stefano, sull’Argentario, in una giornata d’estate di fine anni Settanta inizia la cavalcata di un giovane romano: Giovanni Tamburi. Oggi Tamburi è un guru di Piazza Affari: investitore, merchant banker, consulente. Personaggio sconosciuto al largo pubblico, è uno dei registi dietro al successo di Moncler, il caso mondiale del lusso, e dell’atteso sbarco in Borsa del fenomeno Eataly di Oscar Farinetti. Dalla Ferrari ai cacciaviti preferiti da Valentino Rossi, da Alpitour a iGuzzini, passando per gli abiti di Hugo Boss e gli yacht della Azimut-Benetti, TIP, Tamburi Investment Partners, un po’ investment bank, un po’ merchant bank, un po’ fondo di investimento, ha messo in piedi un polo del Made in Italy. Ricco di inediti retroscena, I signori del lusso ripercorre quarant’anni anni di Piazza Affari, dalla Bastogi alla Pirelli Cavi di Marco Tronchetti Provera fino alle alleanze e alle battaglie con Carlo De Benedetti. Questa non è solo la storia di Giovanni Tamburi & Alessandra Gritti, la donna più importante della finanza italiana, ma anche uno spaccato della politica economica, dei mali (tanti) e dei pregi (pochi ma ammirati) di un Paese che ogni giorno affonda nel declino, ma che svetta anche con i suoi marchi osannati in tutto il mondo. Tamburi ha escogitato un modo originale per finanziare le aziende, senza chiedere un euro al già tartassato contribuente: ha coagulato oltre cento famiglie ricche (non ricchissime) e le ha convinte a investire, invece di portare i loro soldi in Svizzera, come hanno fatto per decenni. L’Italia produce gioielli di imprese a cui però una pericolosa ritrosia ad aprirsi e una perenne mancanza di capitali impediscono di fare quel salto a industria globale in grado di sorreggere l’intero Paese. Tamburi e la sua TIP stanno in piccolo cercando di «fare sistema» in un Paese dove è facilissimo litigare e difficilissimo allearsi per contare di più.

AFFARIITALIANI.IT 17.1.19

Banche: Salvini, 9 febbraio a Vicenza per vedere risparmiatori

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“I governi precedenti aiutavano banchieri, noi i risparmiatori, non i furbetti o gli amici degli amici. Tra poche settimane, a Vicenza il 9 febbraio, incontrero’ centinaia di truffati delle banche non solo venete, ma toscane, marchigiane, emiliane”. 

Lo afferma il vice premier Matteo Salvini nel corso di una diretta Facebook. “Abbiamo trovato i soldi per dare una mano. Stiamo lavorando per mettere in sicurezza anche gli attuali risparmiatori, penso a B.Carige, a B.Mps, penso alla Popolare di Bari e ad altri istituti di cui tuteliamo i risparmiatori non i furbetti”. 

Salvini ha poi ammesso che “saranno mesi complicati, perche’ l’economia internazionale sta rallentando”. 

liv 

 

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January 18, 2019 03:42 ET (08:42 GMT)

Torna Che Guevara, le élite non capiscono

comedonchisciotte.org 18.1.19

DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Quelli che stanno cambiando profondamente in questi anni, sotto i nostri occhi ma senza che noi quasi ce ne si accorga, sono gli assetti internazionali, e non solo, usciti dalla Seconda guerra mondiale. Grandi Paesi, come Cina e India, che a quella guerra non avevano partecipato, e quindi, a differenza dei vincitori, non ne avevano potuto cogliere i frutti, si sono affacciati con prepotenza sull’arengo mondiale accogliendo il modello di sviluppo occidentale che è riuscito a sfondare in culture antichissime che gli erano antitetiche, come appunto quella cinese e indiana. Ma se ciò ha aperto all’Occidente enormi mercati prima preclusi, praterie ancor più sterminate si sono presentate davanti a Cina e India che proprio in quell’Occidente una volta egemone si abbeverano mettendolo in gravi difficoltà.

Donald Trump, che è molto meno sprovveduto di quanto lo si faccia fermandosi alle sue ‘mise’ stravaganti, ha capito, e lo ha anche detto, che gli Stati Uniti non possono, e non vogliono, più essere i ‘gendarmi del mondo’. The Donald non farà mai guerre ideologiche, tipo Afghanistan o Iraq, per raddrizzare le gambe ai cani, per convincere, con le armi, certi Paesi riottosi ad adottare la democrazia, l’uguaglianza fra uomo e donna, il rispetto dei ‘diritti umani’ che sono da sempre, almeno a partire dalla Rivoluzione francese, il ‘core’ del pensiero occidentale. Ciò che interessa a Trump è conservare il primato economico o condividerlo con la Cina che al momento appare, su questo piano, l’avversario più pericoloso.

I tedeschi, con la copertura dei francesi, stanno cercando di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu o quantomeno un seggio per l’Ue che sostituirebbe quello attualmente occupato dalla Francia. Cosa che era impensabile fino a pochissimi anni fa. E verrà anche il momento in cui sarà tolto alla Germania democratica il divieto di possedere l’Atomica, perché è fuori da ogni logica che quest’Arma, che è un deterrente decisivo per non essere spazzati via come fuscelli (Kim Jong-un insegna), ce l’abbiano oltre a Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna anche India, Pakistan, Israele, Corea del Nord e non il più importante Paese europeo. Del resto la Nato, che in teoria avrebbe dovuto garantire la sicurezza agli Stati membri, è in crisi come ha ammesso lo stesso Trump e l’Europa ha urgente bisogno di una difesa che non sia affidata solo alle armi convenzionali, che oggi stanno all’Atomica come un tempo la spada al fucile o la cavalleria ai carri armati. E l’Unione europea avrebbe dovuto cogliere al volo le incertezze di Trump sulla Nato per togliersi finalmente di dosso la pesante e pelosa tutela americana.

Ma, al di là di questo, il vero pericolo, per tutti, è un altro e si chiama Isis, ulteriore fenomeno nuovo che non era presente alla fine della Seconda guerra mondiale, che sconfitto a Raqqa e a Mosul risorge ovunque come un’Idra dalle mille teste, in Egitto, in Libia, in Mali, in Somalia, in Kenya, in Nigeria, in Pakistan, in Afghanistan e, sporadicamente, in alcuni centri nevralgici dell’Europa. Perché Isis è un’epidemia ideologica che potrebbe anche contagiare occidentali che non hanno alle spalle alcun retaggio islamico. Tutto il fenomeno dei foreign fighters è un segnale dell’angoscia di vivere in un modello di sviluppo che non è in grado di dare alla vita un senso che non sia puramente materiale.

Sono state le democrazie a uscire vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. Si pensava quindi che questa forma di governo fosse non solo la più giusta ma anche la più efficiente. Così non è stato. Perché, salvo rari casi, le democrazie non sono mai state democrazie ma oligarchie o, come le chiamava pudicamente Sartori, poliarchie (“Democrazia e definizioni”). E queste élite, soprattutto economiche, non sono state all’altezza, come ha sottolineato Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere (“Gli errori delle élite globali”, 10/1/19), facendo innanzitutto e soprattutto i propri interessi ai danni di quelli della popolazione. Tutti i cosiddetti ‘populismi’, pur così variegati e diversi fra loro, sono una rivolta contro le élite economiche e partitiche affinché il popolo si riprenda i propri diritti e la propria sovranità. Fino all’altroieri queste rivolte avevano calcato i solchi tradizionali, con ideologie riconoscibili e leader riconoscibili. Ma adesso queste rivolte sono diventate trasversali, non sono individuabili come appartenenti alla destra o alla sinistra, e tendono alla violenza. Non ci sono solo i gilet gialli francesi ma anche i serbi che hanno dato vita a una rivolta contro il presidente Vucic, che non ha ancora un nome e che mette insieme categorie eterogenee. Siamo all’alba di un nuovo mondo? Siamo alla rivincita postuma di Ernesto Che Guevara che non era né di sinistra né di destra ma uno che si è sempre battuto per il riscatto degli “umiliati e offesi” di tutto il mondo?

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2018

Astaldi: ingresso Cdp in Salini Impregilo per maxipolo (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

E’ allo studio l’ipotesi di ingresso di Cassa Depositi e 

Prestiti nel capitale di Salini Impregilo per creare un’entità 

sufficientemente forte per affrontare prima la messa in sicurezza di 

Astaldi e poi quella degli altri grandi operatori in difficoltà. Nei 

prossimi giorni saranno vagliate in modo approfondito le differenti 

opzioni di intervento. 

Lo scrive Il Sole 24 Ore aggiungendo che entro lunedì dovrebbero 

arrivare sul tavolo degli advisor di Astaldi, Vitale e co e Rothschild, le 

offerte vincolanti dei due soggetti in gara, IHI e Salini Impregilo. 

Questi ultimi, però, stante anche lo scenario in evoluzione, seppure al 

momento concentrati sull’ipotesi di rilevare solo il pacchetto 

costruzioni, avrebbero tutta l’intenzione di prendersi il tempo 

sufficiente per esaminare ogni possibile risvolto. Compreso, 

evidentemente, un possibile asse con Cdp. Per questo, da parte di Salini 

Impregilo non dovrebbe arrivare alcuna proposta concreta prima della fine 

di gennaio o dell’inizio di febbraio. 

Le ipotesi sul tavolo sarebbero sostanzialmente due: ingresso di Cdp 

direttamente nel capitale del gruppo Salini Impregno con una 

partecipazione rilevante oppure Cdp potrebbe acquistare una partecipazione 

nella newco che verrà eventualmente creata da Salini Impregilo per 

rilevare la attività nelle costruzioni della società controllata per ora 

dalla famiglia Astaldi. Un veicolo in cui le banche creditrici dovrebbero 

essere presenti con una quota importante e che dovrebbe essere costruito 

in modo tale da non lasciare che Salini sia costretta a caricarsi del peso 

del debito di Astaldi. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 18, 2019 02:30 ET (07:30 GMT)

Assicurazioni: niente accordo per Iccrea su polizze (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Sembrava cosa fatta e ieri si è anche riunito il cda di 

Iccrea per discutere dell’argomento. Ma alla fine il progetto di riassetto 

del polo assicurativo nel gruppo capitolino del credito cooperativo è 

saltato su questioni di prezzo, oltre che industriali. 

Il piano, scrive MF, ruotava intorno ad Assimoco, la compagnia che opera 

già con tutte le banche di tutto credito cooperativo, sia quelle che hanno 

aderito ad Iccrea (guidata dal direttore generale Leonardo Rubattu) sia 

quelle che hanno scelto Cassa Centrale Banca. I soci di Assimoco sono oggi 

Dz Bank tramite R+V (il secondo gruppo assicurativo in Germania e 

compagnia di bandiera del mondo cooperativo tedesco), la federazione e le 

casse rurali Raiffeisen e Fondosviluppo, oltre a federazioni regionali, 

banche e agenzie appartenenti al mondo cooperativo. 

L’idea di Assimoco, che a giugno aveva attività finanziarie complessive 

per 3,75 miliardi, era stringere la presa sulla gestione assicurativa del 

gruppo Iccrea, rilevando le quote di maggioranza di Bcc Vita e Bcc 

Assicurazioni oggi in mano a Cattolica. Si tratta di società che la 

compagnia di Verona ha acquisito nel 2008 (per 42 milioni) comprando da 

Iccrea Holding il 51% di Bcc Vita e dando al contempo avvio a Bcc 

Assicurazioni per il ramo danni. Assimoco, Bcc Vita e Bcc Assicurazioni si 

trovano quindi a lavorare in competizione per distribuire le proprie 

polizze nelle filiali delle banche del credito cooperativo. 

red/lab 

 

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January 18, 2019 02:17 ET (07:17 GMT)

Acri: strada in salita per F.Profumo (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La candidatura di Francesco Profumo alla presidenza dell’Acri è in salita. Il numero uno della Compagnia di Sanpaolo è oggi il candidato favorito per la successione a Giuseppe Guzzetti, il cui mandato scadrà in primavera. Ufficialmente sul nome dell’ex ministro il consenso è quasi unanime e lo stesso Guzzetti si è espresso in termini positivi in più di un’occasione. Ma il diavolo, si sa, è nei dettagli. Il prossimo anno scadrà il mandato di Profumo al vertice della Compagnia. 

Nominato nel 2016 dall’ex sindaco Piero Fassino, scrive MF, l’ex ministro dovrà ottenere una riconferma dalla pentastellata Chiara Appendino per restare al vertice di Acri, un obiettivo non semplice alla luce dei tiepidi rapporti intercorsi finora. In queste settimane si stanno quindi delineando scenari alternativi a una candidatura data finora pressoché per scontata. Ad esempio un certo consenso si starebbe creando attorno al presidente della Crt, Giovanni Quaglia. Ex democristiano e politico di razza (è stato presidente della provincia di Cuneo e consigliere regionale in Piemonte), Quaglia potrebbe coalizzare le diverse anime di Acri e farsi portavoce dell’autorevole componente piemontese dove conta sull’appoggio del presidente di Cr Cuneo Giandomenico Genta. 

red/lab 

 

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January 18, 2019 02:09 ET (07:09 GMT)

Davos 2019: alla ricerca di un mondo stabile

Courtney Goldsmith worldfinance.com 18.1.19

Con gli esperti di finanza mondiale che discendono da Davos per l’incontro annuale del World Economic Forum, le guerre commerciali, le società tecnologiche in forte ascesa e la crescente influenza dell’IA saranno probabilmente in cima all’agenda

Sembra inevitabile che la maggior parte del dibattito si concentrerà sui vari strati di incertezza che esistono nel panorama economico odierno

Sembra inevitabile che la maggior parte del dibattito si concentrerà sui vari strati di incertezza che esistono nel panorama economico odierno 

All’inizio del 2019, si avvicina l’evento più importante sui calendari dei potenti e dei ricchi. Sulle piste innevate della città turistica di Davos, migliaia di leader politici, magnati del business e altri pionieri si riuniranno a gennaio per la riunione annuale del Forum economico mondiale (WEF) per discutere le questioni più urgenti dell’agenda globale.

È chiaro che l’evento si concentrerà sui numerosi strati di incertezza nel panorama economico odierno

L’incontro di quest’anno, intitolato “Globalization 4.0”, sarà incentrato sul ‘plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale’, il che significa che sembra inevitabile che gran parte del dibattito si concentrerà sui numerosi strati di incertezza nel panorama economico odierno. Nell’incontro del 2018 , in seguito a una serie di eventi mondiali altamente divisivi, tra cui l’elezione del presidente Donald Trump negli Stati Uniti e il voto del Regno Unito di lasciare l’Unione europea, il WEF ha cercato di assumere il cambio sismico nelle relazioni internazionali con un incontro dedicato “creare un futuro condiviso in un mondo frammentato”.

Fondato nel 1971 , il WEF ha sede a Ginevra, in Svizzera, un paese sinonimo di neutralità. Nel 2019, mentre le relazioni globali continuano a lottare sotto il peso delle politiche di divisione e degli ideali contrastanti, Davos è il palcoscenico perfetto da cui continuare a tracciare 
un percorso verso l’unità.

La disunità regna
“L’America prima non vuol dire solo l’America”, dichiarò Trump a Davos nel 2018. La dichiarazione suscitò conversazioni sul fatto che l’economia mondiale fosse guidata da politiche isolazioniste e il potenziale danno che ciò potrebbe causare alla globalizzazione. Ma le parole di Trump non sono state seguite dall’azione: infatti, nel 2018 ha approfondito le fratture nell’economia globale intensificando una guerra commerciale con la Cina su quelle che secondo lui erano pratiche commerciali scorrette da parte della nazione comunista.

Jack Ma, il magnate cinese che ha co-fondato il gigante della tecnologia multinazionale Alibaba, ha avvertito che una guerra commerciale potrebbe avere le stesse implicazioni di una guerra fisica. “È così facile lanciare una guerra commerciale, ma è così difficile fermare il disastro di questa guerra”, ha detto Ma a Davos. “Quando sanzionerai l’altro paese, sanzionerai le piccole imprese, i giovani, e saranno uccisi, proprio come quando bombardi da qualche parte. Se il commercio si ferma, inizia la guerra. “

La questione chiave affrontata dai responsabili delle politiche a Pechino è che l’America che conoscevano non esiste più

Il dottor Yu Jie, collega di ricerca in Cina a Chatham House, concorda con la dichiarazione di Ma, dicendo a World Finance che mentre una guerra politica sul campo di battaglia è definita, una guerra commerciale è illimitata e non specificata nella sua portata. “Questa potenziale crisi economica si traduce in una crisi politica imminente e colpisce ogni singolo aspetto della vita quotidiana della gente comune [in Cina]”, ha detto Yu.

Trump non ha ascoltato l’avvertimento di Ma, tuttavia, come gli Stati Uniti hanno introdotto una tariffa per l’importazione di pannelli solari e lavatrici nel gennaio 2018. A marzo Trump si è vantato su Twitter che le guerre commerciali sono “buone” e “facili da vincere”. Ha annunciato che imporrà dazi doganali unilaterali sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti in risposta al dumping di acciaio cinese a buon mercato sul mercato, che ha spinto i prezzi verso i produttori statunitensi. La Cina, nel frattempo, definiva le tariffe un “serio attacco” al commercio internazionale.

Le implicazioni della crociata commerciale di Trump si sono diffuse anche in Europa. Dopo una schermaglia sfrenata durante la quale l’UE ha minacciato le tariffe per l’importazione di prodotti inequivocabilmente americani come il bourbon del Kentucky, i jeans di Levi e le motociclette Harley-Davidson, è stato dichiarato un cessate il fuoco. Tuttavia, non è ancora chiaro se questa pace durerà.

Anche così, qualsiasi disputa con la Cina potrebbe interrompere l’intera catena di fornitura globale. “E ‘una guerra commerciale contro il mondo intero, non solo la Cina”, ha detto Yu. Gli Stati Uniti hanno minacciato tariffe per beni cinesi del valore di $ 500 miliardi, ma poiché la guerra commerciale inghiotte sempre più prodotti, ci si aspetta che i prezzi di numerosi settori salire.

La questione chiave affrontata dai responsabili delle politiche a Pechino è che l’America che conoscevano non esiste più. Mentre i responsabili delle decisioni cinesi hanno familiarità con le élite intellettuali degli Stati Uniti – il tipo di persone che lavorano a Wall Street e frequentano l’Università di Harvard – ora devono imparare a impegnarsi con un “presidente inaspettato e imprevedibile”, ha detto Yu.

Questo è un enorme punto di svolta per le relazioni internazionali della Cina e potrebbe avere grandi implicazioni per il suo ruolo nella catena di approvvigionamento globale in futuro. “Questo non danneggerà solo [l’] economia cinese per quattro anni o otto anni. Questo è per una generazione, un decennio “, ha detto Yu.

Curbing tech power
I riflettori puntarono anche sulle grandi aziende tecnologiche di Davos nel 2018. George Soros, un investitore miliardario, disse che giganti tecnologici come Facebook e Google erano diventati “ostacoli all’innovazione”. Tale critica sarà probabilmente trasferita a Davos nel 2019 dopo che Google ha ricevuto una multa di $ 5 miliardi da parte dell’UE a luglio per aver infranto le regole della concorrenza. Margrethe Vestager, commissario europeo per la concorrenza, ha affermato che costringendo i produttori di smartphone a preinstallare il browser Chrome e le app di ricerca, Google ha “negato ai rivali la possibilità di innovare e competere” e “ha negato ai consumatori europei i vantaggi di una concorrenza effettiva” nel mercato.

Davos in numeri

444

Numero di partecipanti a Davos nel 1971

3.000 +

Numero di partecipanti a Davos nel 2018

$ 10m

Costo approssimativo della sicurezza a Davos nel 2018

340

Numero di leader politici globali che hanno partecipato al 2018

40

Capi di stato occidentali che hanno partecipato al 2018

10

Capi di stato africani che hanno partecipato al 2018

9

Capi di stato mediorientali che hanno partecipato al 2018

6

Capi di stato dell’America Latina che hanno partecipato al 2018

La multa è stata l’ultima mossa nella missione a lungo termine dell’UE di reprimere i giganti tecnologici statunitensi. Karin von Abrams, Principal Analyst presso la società di ricerche di mercato eMarketer, ha spiegato: “[L’UE] è stata molto coerente, storicamente, nel tentativo di creare un’atmosfera, una struttura legale e un sistema che gli consentisse di portare società e altre entità per prenotare se ritengono che le imprese statunitensi o le imprese con sede altrove, siano interessate a operare in Europa o sfruttare l’Europa per migliorare il proprio status o il proprio reddito, ma non vogliono giocare secondo le regole dell’UE “.

È probabile che anche Apple e Amazon debbano affrontare un esame più approfondito dopo essere diventati la prima e la seconda azienda pubblica nella storia a salire a valutazioni di $ 1 trn durante l’estate. “Valutazioni come questa confermano che l’industria tecnologica sta davvero aumentando il motore dell’economia mondiale”, ha detto von Abrams.

Ma sebbene il settore tecnologico stia generando enormi fortune e un numero considerevole di posti di lavoro, restano questioni critiche sull’impatto che le società con valutazioni così sconcertanti potrebbero avere sulla concorrenza nel mercato più ampio.

Secondo von Abrams: “Viviamo ancora in un mercato [che] abbiamo ereditato sostanzialmente da un’era precedente in termini di capitalismo e commercio, ma in un’economia di libero mercato in cui le cose stanno cambiando così rapidamente e queste aziende stanno diventando così preziose così rapidamente , hanno davvero vantaggi incalcolabili rispetto alle piccole imprese tecnologiche “.

Investendo o non investendo in determinate forme di tecnologia, questa manciata di potenti imprese tecnologiche ha la capacità di rimodellare l’intero panorama del settore tecnologico. Inoltre, poiché la tecnologia si insinua sempre più in profondità nelle nostre vite, è necessario porre delle domande sull’influenza sotterranea che può avere su aspetti della società oltre i confini dell’industria tecnologica.

Un esempio pertinente è il ruolo dei social media nell’influenzare le recenti elezioni. Nel marzo 2018, Facebook è stato costretto a rilasciare pubbliche scuse dopo che è emerso che la società non aveva salvaguardato i dati dei suoi utenti, consentendo che le informazioni provenienti da quasi 90 milioni di account fossero raccolte da un’azienda di dati. L’ormai scomparsa Cambridge Analytica avrebbe usato queste informazioni per mostrare agli elettori statunitensi pubblicità politiche personalizzate in base ai loro profili psicologici durante le elezioni presidenziali del 2016.

Facebook e Twitter hanno entrambi attirato l’ira dei leader mondiali nel 2018 per il loro presunto compiacimento verso interferenze politiche sulle loro piattaforme. Entrambi i siti hanno ammesso di aver rimosso account falsi collegati alla Russia che hanno cercato di influenzare le elezioni presidenziali americane. Accanto a un continuo torrente di notizie false, queste rivelazioni hanno sicuramente scosso la fiducia globale nei processi democratici

“Penso che stiamo davvero cominciando a capire quanto radicalmente dirompenti siano alcune delle cose che stanno accadendo, ad esempio, dal punto di vista politico”, ha detto von Abrams. “Ci sono un certo numero di situazioni davvero volatili che potrebbero avere un enorme effetto su tutti noi in un tempo davvero molto breve, e penso che molti di noi sperano semplicemente di non essere improvvisamente catapultati in una di queste situazioni caotiche e devono ripensare il modo in cui il mondo funziona, perché sarebbe piuttosto impegnativo. “In un momento in cui le loro valutazioni stanno aumentando, una grande domanda su cui concentrarsi è se questi giganti della tecnologia possono essere controllati e quali potrebbero essere questi controlli, von Abrams ha dichiarato a World Finance .

Un’altra componente essenziale della rivoluzione tecnologica che senza dubbio risuonerà di nuovo a Davos nel 2019 è l’intelligenza artificiale (AI). Nel 2018, Ma ha definito l’AI una “minaccia per gli esseri umani”, ma ha detto che idealmente dovrebbe supportarci. “La tecnologia dovrebbe sempre fare qualcosa che abiliti le persone, non disabiliti le persone. Il computer sarà sempre più intelligente di te; non dimenticano mai, non si arrabbiano mai. Ma i computer non possono mai essere saggi [come] uomo “, ha detto Ma.

Nel frattempo, l’amministratore delegato di Google Sundar Pichai ha affermato che mentre l’AI presenta pericoli, compresa la perdita di alcuni posti di lavoro, i potenziali benefici non possono essere ignorati: “I rischi sono sostanziali, ma il modo in cui risolverlo è guardare avanti, pensarci, pensare sulla sicurezza dell’IA sin dal primo giorno e [essere] trasparente e aperto su come lo perseguiamo “.

In un recente rapporto, lo stesso WEF ha avvertito che l’IA potrebbe destabilizzare il sistema finanziario introducendo nuovi punti deboli e rischi. Sebbene l’apprendimento automatico crei prodotti più convenienti per i consumatori, rende anche un mondo più vulnerabile ai rischi di sicurezza informatica, ha spiegato.

Man mano che l’intelligenza artificiale si spinge ulteriormente nel mainstream, la sua prominenza come punto di discussione non farà che crescere. Von Abrams ha dichiarato: “È certamente una parola d’ordine, ma penso che ci saranno ulteriori discussioni semplicemente perché ci vuole del tempo perché le persone capiscano più pienamente come possono applicarlo alla propria attività, e molte di queste applicazioni non sono ancora raggiungendo il mondo reale. “

Le scosse di assestamento Lehman
nonostante le tensioni globali accresciute nel 2018, il Fondo monetario internazionale (FMI) ha tenuto veloce per la sua aspettativa che l’economia mondiale crescerà del 3,9 per cento in entrambi 2018 e 2019. tariffe protezionistiche dell’amministrazione Trump sono “il più grande a breve termine minaccia “che potrebbe far cadere questa ascesa, il FMI ha osservato.

In questo momento di incertezza, i leader mondiali stanno iniziando a guardare indietro su quanto l’economia globale sia arrivata nell’ultimo decennio

Nel mese di luglio, Maury Obstfeld, Consigliere Economico del Fondo monetario internazionale, ha ammesso “la possibilità di una crescita più vivace rispetto alle previsioni è sbiadito in qualche modo”. Nel frattempo, i rischi al ribasso hanno messo radici: il FMI ha avvertito che se la guerra commerciale si intensifica, 0,5 per cento potrebbe essere tagliato fuori crescita globale entro il 2020.

In questo momento di incertezza, i leader mondiali stanno iniziando a guardare indietro su quanto l’economia globale sia arrivata nell’ultimo decennio. Settembre ha segnato il decimo anniversario del crollo del colosso bancario statunitense Lehman Brothers, che ha provocato una crisi finanziaria che ha colpito milioni di persone. In un post sul blog, Christine Lagarde, Managing Director del Fondo monetario internazionale, ha dichiarato che mentre molto è stato fatto per ripulire il sistema finanziario dal 2008, la lunga ombra della crisi “non mostra alcun segno di andare via presto”.

“La ricaduta della crisi – i costi economici pesanti sostenuti dalla gente comune in combinazione con la rabbia per le banche che vedono salvato e banchieri godersi l’impunità, in un momento in cui i salari reali hanno continuato a ristagnare – è tra i fattori chiave per spiegare la reazione contro la globalizzazione , in particolare nelle economie avanzate, e l’erosione della fiducia nel governo e in altre istituzioni “, ha scritto Lagarde.

Secondo Lagarde, il mondo ora affronta nuove fratture, tra cui il potenziale rollback delle regolamentazioni finanziarie post crisi, le ricadute di disuguaglianze eccessive, protezionismo e l’aumento degli squilibri globali. Il modo in cui rispondiamo a queste nuove sfide stabilirà se le lezioni del collasso di Lehman Brothers sono state davvero apprese. “In questo senso, il vero retaggio della crisi non può essere valutato adeguatamente dopo 10 anni – perché è ancora in fase di scrittura”, ha scritto Lagarde.

Un’area chiave che Lagarde ha sottolineato ha ancora bisogno di più lavoro è stata la diversità di genere. Un ingrediente chiave della riforma sta mettendo più leadership femminile nelle finanze per ridurre il pensiero di gruppo e aumentare la prudenza. Ha detto: “Una quota maggiore di donne nei consigli di amministrazione delle banche e delle agenzie di vigilanza finanziaria è associata a una maggiore stabilità. Come ho detto molte volte, se fosse stato Lehman Sisters piuttosto che Lehman Brothers, oggi il mondo potrebbe sembrare molto diverso. “

Ma nonostante costituiscano il 47% della forza lavoro, le donne sono ancora sottorappresentate nei ranghi più alti degli affari, anche a Davos. Il numero di donne che frequentano Davos è basso, ma continua a crescere. Nel 2017, le donne rappresentavano circa il 20% dei partecipanti, rispetto al 18% nel 2016 e al 17% dell’anno precedente. L’incontro del WEF 2018 ha visto anche un panel di copresidenti tutti femminili. “Finalmente un vero pannello, non una” manel “,” ha detto Lagarde all’epoca.

Il movimento #MeToo, che incoraggia le persone a parlare delle molestie sessuali, ha avuto inizio alla fine del 2017 e a Davos 2018 dozzine di panel hanno affrontato il genere, la diversità e l’inclusione, mentre due si sono concentrate specificatamente sulle molestie sessuali. Nonostante sia iniziato nell’industria cinematografica, #MeToo ha continuato a inviare onde d’urto attraverso numerosi settori in tutto il mondo nel 2018.

La giusta direzione
Questi importanti argomenti sono solo alcuni esempi di ciò che sarà al centro di Davos nel 2019, ma molte altre questioni importanti combatteranno anche per il riconoscimento.

Il dibattito sugli effetti della crisi climatica – e su come il mondo dovrebbe rispondere a loro – è stato un aspetto importante degli incontri precedenti a Davos. Dopo un diluvio di eventi meteorologici estremi che hanno scosso il globo nel 2018 e un certo numero di città e paesi hanno iniziato a reprimere le materie plastiche monouso, i progressi verso la decarbonizzazione dovrebbero continuare a guadagnare slancio nel 2019.

Nonostante costituiscano il 47% della forza lavoro, le donne sono ancora sottorappresentate nei ranghi più alti degli affari

Un’altra area di progresso nel 2018 è stata la denuclearizzazione e i colloqui di pace tra Corea del Nord e Corea del Sud. I leader delle due nazioni si incontrarono per la terza volta in 11 anni ad aprile, e Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, entrò nel territorio del Sud per la prima volta dalla fine della guerra di Corea nel 1953.

Kim ha anche incontrato Trump a giugno – la prima volta che i leader delle due nazioni si sono incontrati. Ma mentre firmavano una dichiarazione congiunta per lavorare verso la denuclearizzazione e ricostruire le relazioni bilaterali, l’accordo era avvolto nell’incertezza, poiché da allora entrambe le parti si erano derise l’un l’altra, con Kim che accusava l’amministrazione Trump di un comportamento “da gangster”.

Mentre ci sono stati incoraggianti sforzi da parte dei leader mondiali per tentare di riparare le fessure nelle relazioni globali nel 2018, c’è ancora molto lavoro da fare. La tecnologia ci ha resi più connessi che mai, ma ha anche amplificato la portata di molti dei problemi che affrontiamo. Ora, è sempre più importante per il WEF attenersi alla sua missione di migliorare lo stato del mondo rafforzando l’unità in tutto il mondo.

Mps, Carige e non solo. Tutti i nefasti giochetti sugli Npl

Giuseppe Liturri startmag.it 18.1.19

Che cosa cela il caso degli Npl delle banche italiane (non solo di Mps e Carige) tra caduta del Pil, crollo dell’immobiliare e operatori specializzati. L’analisi di Giuseppe Liturri

La gestione dei crediti bancari deteriorati è uscita da tempo dai ristretti cenacoli degli addetti ai lavori per finire su tutti i media, anche quelli non specializzati.

Il recente clamore suscitato dalle difficoltà di Banca Carige è servito a ricordare al grande pubblico che l’onda lunga degli effetti di una recessione di dimensione epocale (calo del Pil del 10% e della produzione industriale del 25%, numeri mai visti in tempi di pace nel nostro Paese) è ancora lontana dall’esaurirsi.

Il caso Carige è servito anche a ricordarci che si tratta dell’ottava banca in circa 3 anni ad andare in difficoltà, dopo le 4 banche andate in risoluzione nel novembre 2015, le 2 banche venete liquidate nel 2017 e Banca Mps che è stata ricapitalizzata precauzionalmente dallo Stato ad inizio 2017. Queste ultime con sacrificio di azionisti ed obbligazionisti subordinati, spesso piccoli risparmiatori.

Questo è solo l’ultimo, ma non il più lieve, danno collaterale dei 12 trimestri quasi ininterrotti di calo del Pil tra fine 2011 ed inizio 2014. Il vero macigno è ora costituito dagli effetti delle cessioni dei crediti deteriorati (quindi la somma di sofferenze, incagli e scaduti). A fine 2015 ammontavano a €360 miliardi, scesi a 324 a fine 2016. Circa il 20% del Pil o dieci volte la legge di bilancio.

La Vigilanza Bce, insediatasi a fine 2014, ha avuto praticamente un solo obiettivo: la riduzione di tali somme nei bilanci bancari, costi quel che costi. Gli effetti di questa azione non si sono fatti attendere.

Tra 2017 e 2018 ben € 164 miliardi di crediti deteriorati sono stati ceduti ad un ristretto gruppo di operatori, soprattutto internazionali. In pochi mesi, centinaia di migliaia di famiglie ed imprese italiane si sono ritrovate ad essere debitrici non più della loro banca ma di altri soggetti che hanno l’unico obiettivo di recuperare nella massima misura possibile, e soprattutto maledettamente in fretta, il credito che hanno acquistato. Il fenomeno era di entità tale che il vicedirettore generale di Banca d’Italia, Fabio Panetta, a giugno 2017 dichiarava che ”politiche generalizzate di vendita Npl trasferirebbero risorse a danno di banche italiane in favore di operatori specializzati”.

Questo trasferimento di risorse, oltre a mettere in ginocchio i bilanci di tante banche italiane, costringendole a ingenti ricapitalizzazioni e portando al dissesto quelle più esposte, ha inciso nella carne viva di famiglie ed imprese, trovatesi improvvisamente esposte all’azione di un creditore meno paziente della banca e con sfidanti obiettivi di redditività, infatti i tassi interni di rendimento di questi investimenti oscillano tra il 10% ed il 12%.

Ora, delle due, l’una. O non c’è valore in questi crediti deteriorati ed allora non si capisce perché gli investitori specializzati continuino ad acquistarli a quei prezzi con interessanti prospettive di profitto, oppure (come probabile) c’è valore ed allora non ha senso la pressione della Bce per la svalutazione e cessione degli stessi.

Beninteso, lungi dal demonizzare gli operatori specializzati, qui si vuole evidenziare la manifesta asimmetria di un mercato in cui la ‘merce’ in vendita è tanta, il venditore è costretto a vendere in tempi rapidi ed i compratori sono pochi. Il risultato non può che essere una epocale distruzione di valore a danno del sistema produttivo italiano.

Uno studio di Banca d’Italia del dicembre scorso è un interessante squarcio di luce su questo trasferimento di risorse.

  • Nel 2017, Il tasso di recupero delle sofferenze non cedute (quindi recuperate direttamente dalle banche) è stato pari al 44%, per quelle cedute il tasso è stato invece pari al 26%. In particolare, da un’analisi campionaria specifica per il 2017, risulta che il tasso di recupero per le posizioni cedute è stato del 17% (26% per quelle assistite da garanzie reali, 10% per quelle non assistite). In aggiunta, 3 posizioni su 4 vengono cedute, quando prima della crisi le cessioni non superavano il 10% delle posizioni. Una impressionante forbice separa quanto recuperato direttamente e più lentamente dalle banche rispetto a quanto recuperato con affrettate cessioni.
  • Le posizioni entrate in sofferenza hanno raggiunto il picco nel 2015, aumentando del 50% circa rispetto al livello pre crisi. È l’onda lunga della recessione iniziata 3 anni prima. Come autorevoli ricerche hanno dimostrato, gli specifici episodi di mala gestio e commistione tra politica ed affari, costituiscono solo eccezioni numericamente modeste rispetto alla evidenza della causa principale costituita dalle peggiori condizioni macroeconomiche mai viste nel dopoguerra.
  • Il tasso di recupero per sofferenze non oggetto di cessione, con anzianità maggiore di 6 anni è del 34% circa. Questo per rispondere ai dogmi della Vigilanza Bce che, proprio qualche giorno fa, ha ‘raccomandato’ al Monte dei Paschi di Siena di svalutare automaticamente le sofferenze in 7 anni.

Dietro questi numeri, ci sono capannoni, case, aziende, famiglie di italiani che sono stati travolti dalla crisi e che ora si ritrovano l’ufficiale giudiziario sotto casa. “Plus”, il supplemento settimanale del Sole 24 Ore, è divenuto un cahiers de doleance di chi si ritrova a fronteggiare creditori impazienti ed estremamente determinati.

Non si può continuare così, attendendo che le banche continuino a svalutare o cedere crediti, anche se gran parte del danno sembra ormai fatto, in ossequio a regole dissennate che non tengono conto dell’eccezionalità della situazione italiana, in una spirale negativa che rischia di intaccare anche banche relativamente sane. Non si può nemmeno attendere che la selvaggia legge del mercato faccia scempio del patrimonio immobiliare ed aziendale italiano. Non si possono tenere in ostaggio famiglie ed aziende che potrebbero reinserirsi nel circuito produttivo, se ne avessero l’opportunità. È necessario voltare pagina rispetto ad un evento di portata storica, quale la recessione che ha investito il nostro Paese.

Ne scrive da tempo, Dino Crivellari, uno dei più grandi esperti del settore, e già nella passata legislatura, da più parti politiche si avanzò la proposta di una sorta di ‘giubileo bancario’. In estrema sintesi, la facoltà per il debitore di pagare la banca al valore netto residuo di bilancio o al valore di eventuale cessione aumentato di una percentuale. Tutto questo per sofferenze già accertate alla data dal 31/12/2017 o altra data anteriore opportunamente scelta per prevenire comportamenti opportunistici o eccessive discriminazioni.

Sul fronte delle banche si sta giocando la partita più importante per consentire al nostro Paese di ripartire e di risanare le profonde ferite del passato. Su questo terreno si misurerà la capacità di questo governo di sapersi efficacemente confrontare con l’Europa e di correggere o disapplicare regole accettate troppo supinamente in passato al grido de ‘ce lo chiede l’Europa’. Hic Rhodus, hic salta.

(Articolo pubblicato anche sul quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Spese pazze, conti e bandi truccati: ecco le accuse al Salone del libro (fatti & misfatti) – “CHE BELLA COMPAGNIA”

Andrea Giambartolomei lo spiffero.com 17.1.19

Nel mirino dei magistrati la vecchia gestione della fiera. All’ex presidente contestato un peculato di oltre 850mila euro. Gli inquirenti imputano agli indagati appalti manipolati, bilanci falsati, fughe di notizie e anche la truffa per ottenere i buoni pasto

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Peculato, gare truccate e bilanci falsati. Sono queste le principali ipotesi di reato su cui si basa l’inchiesta del Salone del libro, chiusa dopo quasi quattro anni dal suo avvio. Questa mattina la procura ha notificato a 29 indagati l’atto conclusivo dell’indagine . Quello che è emerso è una gestione molto pasticciata delle finanze della Fondazione per il libro, alla quale gli enti pubblici e poi le banche hanno dovuto rimediare, spesso a spese dei fornitori e dei dipendenti. L’inchiesta è chiusa, undici dei 29 indagati hanno saputo di essere indagati soltanto oggi e per loro, ancora di più rispetto a chi è stato interrogato in passato, saranno fondamentali i prossimi venti giorni per poter portare all’attenzione della procura materiale per cercare di ottenere l’archiviazione ed evitare il rinvio a giudizio.

Tutto è cominciato dal peculato contestato all’ex presidente Rolando Picchioni, il quale avrebbe speso in maniera illecita più di 850mila euro. Si tratta di soldi affidati alla fondazione da Regione, Comune e Provincia e utilizzati “per finalità personali e comunque estranee” all’attività istituzionale; spesi in alberghi, viaggi, ristoranti, multe, cioccolato (di cui sembra avere una vera passione) e altro ancora. 

Si passa poi al capitolo degli appalti, come era emerso dagli arresti del 2016. La preparazione dell’edizione 2015 era stata affidata in via diretta a Gl Events “con la fittizia motivazione dell’urgenza, così evitando di effettuare le procedure di evidenza pubblica”, ma anche con “collusioni e altri mezzi fraudolenti” e per questo la procura contesta la turbativa d’asta all’ex sindaco Piero Fassino, all’assessore regionale alla Cultura Antonella Parigi, Picchioni, all’ex consigliere Roberto Moisio, al dg di Gl Events Italia Regis Faure e al direttore commerciale del Lingotto Roberto Fantino. A loro e all’ex presidente della Fondazione Giovanna Milella è contestato questo reato anche per la predisposizione del bando per il triennio 2016-2018: nel 2015 era stato stipulato un contratto triennale d’affitto del Lingotto per 1,16 milioni di euro l’anno e poi nel bando di gara erano state inserite una serie di clausole a favore di Gl Events Italia. 

La procura contesta poi a Picchioni di aver cercato e ottenuto informazioni riservate sulle gare quando ormai aveva lasciato la presidenza da alcuni mesi. Il 30 ottobre chiedeva e otteneva da Nicola Gallino, addetto stampa della Fondazione, e da Moisio, alcune informazioni sulla presentazione delle domande. Per questo i tre sono indagati anche di rivelazione di segreto d’ufficio.

Altre due gare pubbliche sarebbero state truccate. Una è quella per la stampa dei programmi cartacei (indagati Picchioni insieme a Christian Esposito, amministratore della Print Time). L’altra è quella per la scelta di Intesa Sanpaolo come nuovo socio fondatore, decisione avvenuta dopo una trattativa privata condotta da Fassino, formalizzata con due bandi realizzati dai legali incaricati da Fassino, Michele Coppola (quale direttore “Arte, cultura e beni storici” dell’istituto bancario) e Milella, gli avvocati Andrea Lanciani e Claudio Piacentini. Per la procura erano bandi che “di fatto recepivano gli accordi già avvenuti tra Intesa Sanpaolo e Fondazione ed escludevano altri soggetti potenzialmente interessati”.

Il capitolo sui falsi in bilancio è quello più corposo. Gli inquirenti hanno preso in considerazione quelli del periodo 2010-2015 in cui è centrale il valore del marchio del Salone, considerato sovrastimato (1,8 milioni di euro) in modo tale da far quadrare attivi e passivi nei rendiconto. Per questa vicenda, sono indagati a vario titolo per diversi casi, ma tutti di falso ideologico in atto pubblico, Picchioni, Milella, Parigi, l’esperto che ha valutato il marchio Pier Angelo Biga, il commercialista della Fondazione Maurizio Geninat Cosatin, la dirigente Paola Casagrande, il responsabile del settore promozione beni librari, archivistici, editoria Eugenio Pintore, il direttore centrale “Cultura ed educazione” del Comune Aldo Garbarini e sei revisori dei conti (Alessandro Braja, Paolo Ferrero, Anna Maria Mangiapelo,  Raffaella Maniello, Gianluigi Strambi e Lidia Maria Pizzotti).

All’interno di questo capitolo, Picchioni e il presidente del collegio dei revisori Ferrero devono rispondere di falso ideologico in atto pubblico perché nel 2011 hanno attestato per cinque volte di aver regolarmente iscritto nel bilancio i fondi erogati da provincia e città.

Non è tutto. Nell’inchiesta finisce anche un episodio strano che aveva portato la procura sulla pista del Salone: il 7 aprile 2014, nell’ambito di un’altra inchiesta, la polizia giudiziaria doveva perquisire l’abitazione di Picchioni e lui allertava la sua segretaria, Laura Scarzello, di cancellare la memoria del suo computer, operazione poi eseguita da Massimiliano Montaruli e, materialmente, Niccolò Gregnanini. Per questo sono accusati di “danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità”, punito da uno a quattro anni.

C’è poi la nomina di Maria Elena Rossi (non indagata) a direttore di Dmo Turismo Piemonte, per la quale Parigi e Alberto Ansaldi(amministratore di Dmo) sono indagati di turbativa d’asta. E infine la presunta truffa di Scarzello e Montaruli che, per far ottenere a quest’ultimo i buoni pasto (per un valore totale di 781 euro nel corso del 2014), avrebbero registrato manualmente orari di ingresso e uscita diversi da quelli reali.