CAFONAL ALLA CORTE DI MIUCCIA – NELLA SETTIMANA DEL SALONE DEL MOBILE, UNO DEGLI EVENTI PIÙ AMBITI È STATO L’INAUGURAZIONE DELLA TORRE DELLA FONDAZIONE PRADA: LO SKYLINE DI MILANO CAMBIA SOTTO LA MATITA DI REM KOOLHAAS, E GERMANO CELANT ACCOGLIE IL MEJO DELL’ARTE CONTEMPORANEA, TRA DAMIEN HIRST E CATTELAN, CARSTEN HOLLER E FRANCESCO VEZZOLI, MARIKO MORI E THOMAS DEMAND, PATRICIA URQUIOLA E STEFANO BOERI

dagospia.com 20 aprile 2018

miuccia prada, luc tuymans, rem koolhaasMIUCCIA PRADA, LUC TUYMANS, REM KOOLHAAS

Marilena Pirrelli per www.ilsole24ore.com

Lo skyline della città di Milano cambia: guardando a sud verso Porta Romana svetta la nuova Torre della Fondazione Prada, che da domani 20 aprile 2018 il pubblico potrà finalmente ammirare, entrando da via Isarco con un biglietto cumulativo di 15 euro, insieme alla collezione di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, presidenti della Fondazione. L’edificio segna il completamento della sede della Fondazione d’arte privata inaugurata nel maggio 2015 e progettata da Rem Koolhaas con Chris van Duijn e Federico Pompignoli dello studio OMA.

fondazione prada opening of torre 8FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 8

Il vernissage.Una cena di gala ha riunito il gotha dell’arte, oltre ai protagonisti e alle autorità cittadini, il deus ex machina, Germano Celant, soprintendente artistico e scientifico della Fondazione, ha fatto gli onori di casa insieme alla coppia di collezionisti, con i molti artisti invitati – le cui opere sono custodite nella collezione Prada-Bertelli sinora mai esposta – da Maurizio Cattelan a Thomas Demand, da Michael Elmgreen e Ingar Dragset a Peter Fischli, Michael Heizer, Damien Hirst, Carsten Höller, Goshka Macuga, Mariko Mori, Andreas Slominski, Luc Tuymans e Francesco Vezzoli. Ospiti anche architetti e designer internazionali come David Adjaye, Alejandro Aravena, Mario Bellini, Stefano Boeri, David Chipperfield, Tom Dixon, Martino Gamper, Konstantin Grcic, India Mahdavi, Victor Oddò e Patricia Urquiola, e curatori e direttori di museo come Paola Antonelli, Francesco Bonami e Deyan Sudjic, i galleristi Massimo De Carlo, Mark Francis, Jay Jopling, Kara Vander Weg, Mathieu Paris e Nazanin Yashar, e altre personalità del mondo della cultura come Paolo Baratta, Nicoletta Fiorucci, Maja Hoffmann, Alessandro Rabottini e Qiao Zhibing.

fondazione prada opening of torre 7FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 7

La Torre. Alta 60 metri, è realizzata in cemento bianco strutturale a vista e arricchisce i diversi e singolari spazi espositivi composti da una varietà di soluzioni talvolta ricercatamente contrapposte.

Ciascuno dei nove piani della Torre offre una percezione inedita degli ambienti interni attraverso una specifica combinazione di tre parametri spaziali: pianta, altezza e orientazione. Metà dei livelli si sviluppa infatti su base trapezoidale, gli altri su pianta rettangolare. L’altezza dei soffitti, crescente dal basso all’alto, varia dai 2,7 metri del primo piano agli 8 metri dell’ultimo livello.

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Le facciate esterne sono caratterizzate da una successione di superfici di vetro e cemento, che attribuiscono così ai diversi piani un’esposizione alla luce sul lato nord, est o ovest, mentre l’ultima sala espositiva è dotata di luce zenitale. Il lato sud della Torre presenta una struttura diagonale che la unisce al Deposito, dentro la quale si inserisce un ascensore panoramico.

“L’insieme di queste diversità produce un’estrema varietà spaziale all’interno di un volume semplice – ha spiegato Rem Koolhaas – in modo che l’interazione tra gli ambienti e i singoli progetti o opere d’arte offra un’infinita serie di possibili configurazioni”.

fondazione prada opening of torre 5FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 5

La collezione. All’interno dei sei livelli espositivi della Torre inaugura il progetto “Atlas” nato da un dialogo tra Miuccia Prada e Germano Celant. Riunisce opere della Collezione Prada in una successione di spazi che accolgono assoli o confronti, creati per assonanza o contrasto, tra artisti come Carla Accardi e Jeff Koons, Walter De Maria, Mona Hatoum ed Edward Kienholz e Nancy Reddin Kienholz, Michael Heizer e Pino Pascali, William N. Copley e Damien Hirst, John Baldessari e Carsten Höller.

L’insieme dei lavori esposti, realizzati tra il 1960 e il 2016, rappresenta una possibile mappatura delle idee e delle visioni che hanno guidato la formazione della collezione e le collaborazioni con gli artisti che hanno contribuito allo sviluppo delle attività della Fondazione nel corso degli anni. “Atlas” testimonia così un percorso tra personale e istituzionale, in evoluzione, aperto a interventi temporanei e tematici, a progetti ed eventi speciali, con possibili integrazioni da altre collezioni e istituzioni.

victor oddoVICTOR ODDO

Dall’apertura della nuova sede nel 2015, la collezione è diventata uno degli strumenti di lavoro a disposizione del programma culturale della fondazione, assumendo diverse configurazioni – dalle mostre tematiche alle collettive, dalle antologiche ai progetti curati da artisti – e trova ora nella Torre uno spazio permanente di esposizione. Infine al sesto piano il ristorante “Torre” che accoglie arredi originali del “Four Seasons Restaurant” di New York progettato da Philip Johnson nel 1958, elementi dell’installazione di Carsten Höller “The Double Club” (2008-2009), tre sculture di Lucio Fontana – due ceramiche policrome “Cappa per caminetto” (1949) e “Pilastro” (1947) e un mosaico a pasta di vetro e cemento “Testa di medusa” (1948-54) – e una selezione di quadri di William N. Copley, Jeff Koons, Goshka Macuga e John Wesley.

tom dixonTOM DIXON

Ispirandosi alla tradizione del ristorante italiano, le pareti presentano piatti d’artista realizzati per il ristorante da John Baldessari, Thomas Demand, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Elmgreen & Dragset, Joep Van Lieshout, Goshka Macuga, Mariko Mori, Tobias Rebherger, Andreas Slominski, Francesco Vezzoli e John Wesley.

La terrazza sul tetto dell’edificio è concepita come uno spazio flessibile che accoglie un bar. È caratterizzata dalla decorazione optical in bianco e nero del pavimento e da un rivestimento del parapetto in specchi che crea un effetto di riflessione, in grado di eliminare visivamente la barriera tra lo spazio e la vista a 360 gradi sulla città di Milano.

stefano boeriSTEFANO BOERIfrancesco bonamiFRANCESCO BONAMIfrancesco vezzoliFRANCESCO VEZZOLIdavid gianottenDAVID GIANOTTENchiara bazoli giuseppe salaCHIARA BAZOLI GIUSEPPE SALAdieter roelstraeteDIETER ROELSTRAETEalejandro aravenaALEJANDRO ARAVENAelvira dyangani oseELVIRA DYANGANI OSEmiuccia prada, luc tuymans, rem koolhaasMIUCCIA PRADA, LUC TUYMANS, REM KOOLHAASalberto zontone e patricia urquiolaALBERTO ZONTONE E PATRICIA URQUIOLAkara vander wegKARA VANDER WEGpetra blaisse e rem koolhaasPETRA BLAISSE E REM KOOLHAASafef tronchetti proveraAFEF TRONCHETTI PROVERAdavid velascoDAVID VELASCOandrea slominski, ingar dragset, carsten holler e michael elmgreenANDREA SLOMINSKI, INGAR DRAGSET, CARSTEN HOLLER E MICHAEL ELMGREENalice rawsthorn, david chipperfield e evelyn chipperfieldALICE RAWSTHORN, DAVID CHIPPERFIELD E EVELYN CHIPPERFIELDdamien hirstDAMIEN HIRSTdavid adjayeDAVID ADJAYEfilippo del corno giuseppe rabottiniFILIPPO DEL CORNO GIUSEPPE RABOTTINIfilippo del cornoFILIPPO DEL CORNOsarah miller e deyan sudjicSARAH MILLER E DEYAN SUDJICshumon basarSHUMON BASARmathieu parisMATHIEU PARISmatthew slotover ed emily kingMATTHEW SLOTOVER ED EMILY KINGmaurizio cattelanMAURIZIO CATTELANmassimo de carloMASSIMO DE CARLOjan kennedyJAN KENNEDYippolito pestellini laparelliIPPOLITO PESTELLINI LAPARELLIjay joplingJAY JOPLINGluc tuymansLUC TUYMANSindia mahdaviINDIA MAHDAVIludovica barbieriLUDOVICA BARBIERIgio marconiGIO MARCONImadlaina fischli e peter fischliMADLAINA FISCHLI E PETER FISCHLIgiuseppe mondaniGIUSEPPE MONDANIgoshka macugaGOSHKA MACUGAgrcic konstantinGRCIC KONSTANTINmaja hoffmannMAJA HOFFMANNmariko moriMARIKO MORImario belliniMARIO BELLINImark francisMARK FRANCISmathias dopfnerMATHIAS DOPFNERnicoletta fiorucci goshka macugaNICOLETTA FIORUCCI GOSHKA MACUGAnina yasharNINA YASHARpaola antonelli e laurence cartyPAOLA ANTONELLI E LAURENCE CARTYpaolo barattaPAOLO BARATTAparis murray, germano celant mario bellini elena marcoPARIS MURRAY, GERMANO CELANT MARIO BELLINI ELENA MARCOquiao zhibingQUIAO ZHIBINGthomas demandTHOMAS DEMANDstephanie czernySTEPHANIE CZERNYfondazione prada opening of torre 9FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 9fondazione prada opening of torre 3FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 3fondazione prada opening of torre 1FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 1fondazione prada opening of torre 2FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 2fondazione prada opening of torre 4FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 4

 

Governo: fumata bianca Lega-5Stelle. Annuncio atteso per domani sera

Marco Antonellis affariitaliani.it 21 aprile 2018

Governo: fumata bianca Lega-5Stelle. Annuncio atteso per domani sera

Habemus governo populista! Eh già perché fonti di altissimo livello vicinissime alla trattativa danno in arrivo per domani sera il possibile annuncio del governo Di Maio-Salvini. Proprio in queste ore di febbrili trattative si starebbero discutendo i dettagli mentre l’annuncio dovrebbe arrivare domani sera per bloccare il possibile incarico esplorativo a Roberto Fico previsto dal Quirinale per lunedì mattina.

Per quanto riguarda la premiership tra i due litiganti il terzo gode: Di Maio e Salvini avrebbero scelto Giorgetti Premier, anche se in merito ci sarebbero ancora contrasti tra i due partiti. Di Maio non vorrebbe perdere la sua unica chance di andare a Palazzo Chigi.

Anche Fratelli d’Italia sarà della  della partita mentre una cosa appare ormai sicura: sarà escluso dal governo l’odiato Silvio Berlusconi e Forza Italia.

Dal bitcoin di Putin a quello per Trump: le criptovalute più bizzarre

Eugenio Spagnuolo wired.it 21 aprile 2018

Sesso, droga e politica sono alla base dei progetti per lanciare criptovalute dalle origini e dagli esiti incerti. Anche se la parodia del bitcoin ha conquistato i mercati

putincoin
Putincoin: la criptovaluta ispirata al nuovo zar di tutte le Russie

Trumpcoin

, nomen omen, è nata per sostenere il presidentissimo Trump nel suo sforzo di “rifare grande l’America”Putincoin, più o meno lo stesso, ma dall’altro versante delle superpotenze. Lustcoin, più banalmente, vorrebbe imporsi come token per pagare il sesso clandestino. Dici Ico e si apre il vaso di Pandora della finanza tecnologica. Nascono criptovalute per sostenere progetti seri e ambiziosi, ma anche stravaganze degne di Eliogabalo. O di Escobar, se preferite. Non Pablo, ma suo fratello Roberto, che di recente è balzato agli onori delle cronache per aver lanciato la sua initial coin offering: un’offerta iniziale di valuta che “non si può rifiutare”. E non è che l’ultima di una serie di criptovalute nate per rastrellare fondi per idee quantomeno bizzarre.Dogecoin
La regina delle criptovalute folli è sicuramente Dogecoin, lanciata da una comunità online molto attiva su siti come Reddit. Nome ed effigie sono quelli di Doge, meme internettiano ispirato a un cane shiba inu in voga qualche anno fa.

E non è un caso. Dogecoin infatti è nata per fare satira del fenomeno bitcoin nel 2013, ma per la legge del contrappasso è tanto piaciuta agli speculatori, al punto che a gennaio 2018 poteva vantare un capitalizzazione di circa un miliardo di dollari.

Tanti soldi le hanno permesso, tra le altre cose, di sponsorizzare atleti olimpici e piloti Nascar (che negli Usa sono delle vere e proprie star). Curioso scoprire che ad averci guadagnato meno è (forse) il suo creatore: Jackson Palmer, che ha abbandonato il progetto nel 2015 e da allora è diventato molto critico verso le criptovalute.

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Capitalizzazione attuale: 307 milioni di dollari. Valore: 0,002703 dollari.

Astrcoin 
La Asteroid ltd sta costruendo un database decentralizzato per consentire a individui, società e nazioni di registrare crediti di diritti minerari su oltre 600mila asteroidi identificati nella nostra orbita celeste, usando contratti basati sulla blockchain.

Ai più maliziosi, la cosa ricorderà un po’ la scena di Totò che vende la Fontana di Trevi, ma Astrcoin, si affretta a spiegare il sito dei promotori, “verrà utilizzata in futuro per investire in società di space mining, sviluppo di difesa a impatto di asteroidi, porte spaziali e persino elevatori di spazio… Molto probabilmente, Astrcoin sarà una vera valuta spaziale. Francamente, dipende da noi. Con la crescita della nostra circoscrizione, aumenta anche la nostra capacità di avviare la legge spaziale, sviluppare nuove metodologie per il mining e assicurare la vasta ricchezza dello spazio e rivendicare ciò che è innegabilmente nostro”. Altro che Totò, qui c’è da chiamare il capitano Kirk.

Putincoin 
Immaginiamo che per esistere, una criptovaluta con nome e faccione dello zar nel logo, debba avere quantomeno la sua tacita approvazione. Ma se così fosse, visto il potere dell’uomo, Putincoin sarebbe meno folle di quanto appare. “La decisione di sviluppare una cripto-valuta nazionale per la Russia è stata presa per sostenere l’economia e il mercato russi in rapida crescita all’interno del paese e oltre i suoi confini”, si legge sul sito della criptovaluta. “Con Putincoin forniremo molte possibilità ad aziende, commercianti, privati e progetti sociali in quanto la tecnologia, i servizi e le app sono liberamente utilizzabili da tutti su questo pianeta. La blockchain decentralizzata di Putincoin offre ampie opportunità”.

Forte già della sua biforcazione, da cui è nata Putincoin Classic, Putincoin ad oggi ha una capitalizzazione di 1.531.934 €, cioè il triplo di Trumpcoin. E anche questo (forse) è un segno dei tempi.
Capitalizzazone: 1.531.934 €. Valore: 0,003700 €.

Trumpcoin
Come sempre quando c’è di mezzo The Donald, i toni si fanno aulici. Trumpcoin si presenta com il progetto di “persone provenienti da tutte le nazioni che si uniscono per sostenere il 45esimo Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump nel suo obiettivo di creare un futuro luminoso, sicuro, prospero per tutti gli americani e nel mondo”. Lanciata a febbraio 2016 come mezzo per acchiappare donazioni per la campagna Trump 2016, questo esempio di bizzarre criptovalute non ha alcun collegamento ufficiale con l’attuale presidente, né il magnate ha mai riconosciuto la sua esistenza in uno dei suoi famosi tweet. Eppure, ora che Trump è presidente, Trumpcoin mira a sostenere “la sua lotta contro le notizie false, la corruzione e il deep state”. E con questo abbiamo detto tutto (ma proprio tutto).
Capitalizzazione: 387.852 dollari. Valore: 0,058777 dollari.

Lustcoin
In inglese lust sta per lussuria. E se non fosse chiaro, ve lo diciamo subito: lo scopo di questa valuta è permettere di pagare le prestazioni sessuali via blockchain, per “sradicare gli “effetti indesiderati” dell’industria del sesso”. Tra gli altri,“la tratta di esseri umani, la schiavitù sessuale, lo sfruttamento sessuale, il ricatto sessuale e le pericolose condizioni di lavoro per le lavoratrici del sesso”. Vasto programma, come rispose Charles De Gaulle a chi chiedeva di eliminare “almeno” gli sciocchi e gli incompetenti.

Ad ogni modo, il token dovrebbe funzionare così: “Se un cliente è interessato a un’operatore/trice del nostro portale, le invierà una richiesta con l’orario. Se la richiesta viene accettata, il cliente sarà in grado di accedere alle informazioni private di quell’utente, come più foto, nome o qualifica e viceversa. Dopo una doppia conferma, questo denaro sarà trattenuto da un contratto smart e il suo portafoglio genererà una chiave di accesso. Il contratto si chiude automaticamente in 48 ore e una volta completato il servizio, entrambe le parti hanno 24 ore per lasciare un feedback reciproco”. Il tutto rigorosamente anonimoof course, il che non è che ci rassicuri poi tanto, considerate le ombre che si agitano nei mercati del sesso. E poi la domanda delle domande: ma in questo caso, chi controlla il controllore?

Dietbitcoin
Ed eccoci alla criptovaluta made in Medellin. Il fratello del defunto colombiano boss della droga Pablo Escobar sta per lanciare Dietbitcoin (DXX), che verrà distribuita anche attraverso un’ico, con uno sconto del 99,8% rispetto alla vendita principale. In un’intervista a The Blast, Escobar ha assicurato ai potenziali investitori che “il valore sarà presto molto alto“, aggiungendo che la sua idea avrebbe avuto la benedizione nientemeno che di Satoshi Nakamoto, intenzionato a suo dire a fare business con gli Escobar, come racconta in un ebook di 280 pagine. Tuttavia, quando Escobar avrebbe scoperto che Satoshi era un agente della Cia, e il bitcoin un complotto e non se ne fece più nulla. Parola di boss.

Escobar ha anche aggiunto che a differenza delle altre criptovalute, la sua non è una truffa (eh no!). Peccato che il codice sorgente del sito di Dietcoin sia stato copiato paro paro dal sito originale bitcoin e che il curriculum di Escobar fratello non sia dei più rassicuranti. Undici anni di galera per essere stato il contabile del sanguinario cartello di Medellin, sono un po’ troppo anche per noi. O no?

Ti amo ma dammi i soldi

Di Igor Staeheli, Patti Chiari tvsvizzera.it 21 aprile 2018

Sui social si presentano con dei profili falsi, come uomini affascinanti e premurosi. Agganciano donne sole o sprovvedute e in pochi mesi i loro risparmi si sono… volatilizzati. Il meccanismo è quello delle cosiddette truffe amorose online, un fenomeno sommerso e presente anche in Ticino.Ne sa qualcosa Francesca di Lugano che ha deciso di raccontare la sua incredibile storia a Patti chiari, trasmissione della RSI.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/patti-chiari/video/truffe-amorose-?id=10384664&startTime=0.000333&station=rete-uno

Un anno fa su Facebook ha perso la testa per un certo Jacques Grenier. Che in realtà è un signor nessuno ma che si è impossessato delle foto di un personaggio molto noto in Italia, Massimiliano Titone, consulente nel campo dell’orientamento scolastico e universitario. Titone, nella vicina penisola, è diventato famoso per essere l’uomo più clonato sui social: i suoi nomi sono migliaia ma le foto sono sempre e soltanto le sue. In altre parole: gli hanno rubato l’identità. Ma chi esattamente? È quello che vorrebbe sapere anche lui…

Tutto fa credere che si tratti di bande criminali organizzate che operano dall’Africa, soprattutto dalla Costa d’Avorio. Una volta accalappiata la potenziale vittima, riescono ad instaurare un rapporto di complicità e intimità per poi chiederle, al momento opportuno e con mille scuse, un aiuto finanziario. Prima 1’000 Euro, poi 5’000, quindi 10mila… e quando scoprono di essere state raggirate le vittime hanno speso un patrimonio. Come Francesca che in un anno ha sborsato quasi 50mila franchi.

Quando ha scoperto la truffa è corsa in polizia a sporgere denuncia… proprio come ha fatto Massimiliano Titone in Italia che in polizia ci è andato già 6 volte. Vicenda finita? Niente affatto perché Titone continua ad essere clonato tutti i santi giorni… e a ricevere pesanti messaggi di minacce e insulti dalle sue presunte vittime che credono sia lui il truffatore.

Ma com’è possibile che non si riescano a fermare questi delinquenti? Che fine hanno fatto tutte quelle denunce e le indagini degli inquirenti? E soprattutto quali sono le precauzioni da prendere per non cascare in queste trappole? Le risposte in diretta nello studio di Patti chiari che torna ad occuparsi di una vicenda che continua a mietere vittime, anche in Ticino.

Ungheria: Soros e Ong fanno fagotto. Orban ha vinto

ofcsreport 21 aprile 2018

L’Ungheria costringe alla ritirata George Soros e le Ong che fanno capo al miliardario filantropo, che aveva in animo di espandere al paese magiaro le attività di accoglienza dell’ondata di clandestini provenienti da Asia e Medio Oriente.

La Open Society Foundations dovrà, quindi, necessariamente smettere di operare in Ungheria e spostare le sue operazioni in un altro paese europeo, presumibilmente la Germania se il pacchetto di leggi proposte dal premer neo eletto dovesse essere approvato dal Parlamento. “Stiamo osservando da vicino l’andamento del dibattito sulla bozza di legge – ha dichiarato la Open Society Foundation – che restringe in modo drammatico le attività della società civile in Ungheria”.

Stop Soros

Il pacchetto di leggi denominato “Stop Soros”, fa parte di un piano anti-immigrazione inaugurato da Orban durante la sua campagna elettorale. Secondo il premier ungherese, infatti, il flusso di immigrati sarebbe mirato a destabilizzare l’Europa ed è stato alimentato da Soros proprio attraverso i finanziamenti alle Ong.

Il pacchetto ‘Stop Soros’, prevede l’istituzione di una zona riservata alla detenzione di clandestini distante 8 chilometri dal confine ungherese. Inoltre, le Ong dovranno fornire i propri dati al tribunale competente per zona, che provvederà a dare o meno il proprio assenso alle iniziative.

Pene severe per le trasgressioni e tassazione al 25% su finanziamenti che arrivano dall’estero per tutte quelle organizzazioni non governative che verranno considerate alla stregua di “agenti stranieri”. La determinazione del premier ungherese potrebbe presto fare proseliti. L’asse Visegrad, formato da paesi dell’est europeo, avrebbe in animo di approvare, come in Ungheria, pacchetti di leggi rivolte a contrastare l’immigrazione clandestina, in primis prevedendo il rifiuto dell’accoglienza di provenienti da altri Paesi dell’Unione europea.

Il premier magiaro, Viktor Orban, potrebbe dunque uscire vincitore nel braccio di ferro che lo ha visto confrontarsi con Soros. Secondo le indiscrezioni pubblicate da il Guardian, già ad agosto gli uffici della Open Society Foundation potrebbero lasciare il l’Ungheria per trasferirsi a Berlino.

La polemica

La linea del premier ungherese, però, non ha mancato di suscitare polemiche. Se da un parte la Commissione europea ha momentaneamente sospeso il giudizio sul pacchetto di leggi contro le Ong di Soros, dall’altra l’Ungheria ha già in corso una procedura di infrazione davanti alla Corte di giustizia Ue, proposta proprio dalla Commissione, per violazione della legge sulle organizzazioni non governative.

Ma non solo. Le accuse contro Orban riguardano anche la presunta posizione antisemita assunta nei confronti di Soros, nato in Ungheria da una famiglia ebrea. Per questo, secondo alcune versioni, l’avversione verso il miliardario sarebbe legata proprio al fatto di essere ebreo.

 

 

L’Italia ha bisogno di un governo. O tornerà l’austerity. Parola del Ref

Gianluca Zapponini formiche.net 21 aprile 2018

L’Italia ha bisogno di un governo. O tornerà l’austerity. Parola del Ref

I rischi dello stallo politico nell’analisi del centro studi Ref

Serve un governo, e anche alla svelta. Pena, il ritorno dell’austerità e del rigore forzato. Qualcuno avrà provato un brivido lungo la schiena, ma lo scenario è tutt’altro che irreale. Lo dice chiaro e tondo il centro studi Ref nel suo ultimo rapporto.

“La posizione dell’Italia è particolarmente esposta alle fluttuazioni della domanda estera. La distanza da colmare per convergere verso i target di finanza pubblica europei e i limiti all’espansione del credito riducono gli spazi di crescita della nostra domanda interna. La crescita resta legata all’evoluzione delle esportazioni”, premettono gli esprerti del Ref, coordinati da Fedele De Novellis. “Da questo punto di vista, iniziano a cumularsi alcune evidenze favorevoli: negli ultimi due anni le esportazioni e la produzione industriale mantengono tassi di crescita vivaci, in linea con quelli dei nostri maggiori partner europei. Vi sono evidenze crescenti a favore della capacità di competere da parte di un nucleo di medie imprese in grado di affrontare con successo le sfide della competizione internazionale”.

In questo senso “contano molto i fattori di competitività non di prezzo, ma anche il fatto che l’Italia mantiene da diversi anni un differenziale di segno negativo di crescita dei salari rispetto alla Germania; è possibile che il gap salariale stia compensando parte del divario negativo che caratterizza i fattori di competitività di sistema. Tuttavia, è questo un modello di crescita che non può essere soddisfacente”. Dunque, l’export non basta, non in queste condizioni almeno. Perché? “Innanzitutto perché tale modello è per sua natura fortemente dipendente dalle alterne e incerte vicende dell’economia internazionale e in parte perché la crescita è basata su una sistematica compressione al ribasso dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie”. Ma il vero problema, spiegano dal Ref, è un altro. La politica.

“Oggi è molto probabile che anche la nuova stagione politica che si è aperta, in virtù della mancanza di una maggioranza in grado di definire programmi con un orizzonte di medio termine, difficilmente riuscirà a definire un piano di riforme in grado di incidere in misura rilevante sui fattori di competitività strutturali. Anche nei prossimi anni le inefficienze del nostro sistema tenderanno a penalizzare la competitività e porteranno a comprimere ancora i salari, a scapito dei consumi”. Di più. “Nel vuoto politico in cui ci troviamo è anche difficile anticipare lo schema delle politiche di breve periodo. Nelle nostre previsioni abbiamo disinnescato le clausole di salvaguardia (sull’Iva ma mancano quelle del 2019, ndr), finanziandole sostanzialmente in deficit. Il rapporto deficit/Pil si posizionerebbe difatti al 2% quest’anno e all’1,5% nel 2019, valori più elevati rispetto agli ultimi obiettivi del Docupento programmatico di bilancio”.

Ed è qui che si fa sentire l’assenza di un governo operativo (l’attuale esecutivo ha rimandato l’approvazione del Def al nuovo esecutivo). Vi è da un lato “il rischio che, in assenza di un governo, l’Italia si ritrovi di fatto legata agli ultimi obiettivi programmatici, ponendosi nella condizioni di dovere adottare una politica di bilancio di segno restrittivo nel 2019″, scrive il Ref. Ricordando ai M5S, Lega e Centrodestra la differenza sostanziale tra parole e fatti.

“D’altra parte, è anche difficile definire le linee di politica economica dei prossimi anni alla luce delle difficoltà che emergeranno rispetto alla realizzazione delle misure proposte nel corso della campagna elettorale. La distanza fra gli annunci della campagna elettorale e gli spazi che si apriranno realisticamente risulterà questa volta particolarmente ampia, e questo potrà avere conseguenze significative sul quadro politico interno”.

Npl, la Bce alza la guardia sulle nuove maxi-rettifiche

  • –di  ilsole24ore.com 21 aprile 2018

La morsa della Bce sulle banche europee non si allenta. E così, dopo gli Npl con il relativo varo dell’addendum, ora nel mirino della Vigilanza finiscono le valutazioni contabili delle banche legate all’Ifrs9. E, in particolare, le maggiori svalutazioni su crediti attuate dalle banche nell’ambito della prima applicazione (first time adoption) del nuovo principio contabile. Un modo insomma per verificare che gli istituti non abbiano approfittato indebitamente dei benefici derivanti dall’introduzione graduale dell’impatto della riforma (il cosiddetto phase in) concesso dalla normativa.

La lettera della Bce

A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, la Vigilanza europea, con una lettera riservata inviata nei giorni scorsi alle banche e alle società di revisione, avverte che sta esaminando i conti degli istituti significativi per capire se ci siano stati effetti «indesiderati» sul calcolo del Cet1 ratio causati da un «incorretto utilizzo dei fattori» utilizzati per il calcolo delle rettifiche.

Con una mossa quanto meno irrituale, la Bce avanza l’ipotesi che le banche e i revisori possano non aver contabilizzato come dovuto le perdite su crediti avvenute in passato, e che invece abbiano preferito registrare le minusvalenze su crediti solo a inizio anno, nella prima trimestrale. Così facendo, nella tesi della Vigilanza, le banche sfrutterebbero indebitamente la possibilità concessa dal regime transitorio introdotto dalla Crr: la regolamentazione infatti prevede di poter diluire l’extra svalutazione nei prossimi cinque anni, in maniera graduale, andando a erodere il capitale senza impattare sul conto economico.

Secondo la Vigilanza, le banche potrebbero aver effettuato «un’errata stima dello stock degli accantonamenti determinati in base allo Ias39 a fine 2017» oppure «nell’importo totale e nell’assegnazione degli accantonamenti nel quadro della first time adoption dell’Ifr9», come si legge nella lettera che Il Sole ha potuto visionare.

Da qua, appunto, il pesante avvertimento ai revisori, a cui si chiede «attenzione» nella prossima fase di approvazione dei bilanci bancari, visto che la rilevazione potrebbe portare a un «indebito vantaggio» per gli istituti. La numero uno dell’Ssm, Danièle Nouy, infine, si rivolge direttamente ai revisori delle Big Four nel considerare le «vostre responsabilità nel lavoro» su un tema che rappresenta «per noi una preoccupazione significativa dal punto di vista prudenziale».

Lo scenario

Resta da capire quali possano essere gli impatti della mossa della Bce. Dai principali istituti trapela tranquillità rispetto alla piena adeguatezza dei conti rispetto alle indicazioni regolamentari. A detta di diversi osservatori interpellati dal Sole, sia nel mondo bancario che nelle società di revisione, è di fatto da escludere che le banche possano rivedere i risultati 2017 che sono già stati approvati dai Cda o in maniera definitiva dalle assemblee.

L’invio della lettera, avvenuto nei giorni scorsi, ha tuttavia sorpreso i vertici degli istituti bancari, italiani in particolare, soprattutto per la sua tempistica. Se i bilanci 2017 sono stati già comunicati al mercato, le trimestrali sono di fatto chiuse, tanto che gli istituti hanno comunicato entro il primo febbraio se e in quale misura avrebbero fatto uso delle disposizioni transitorie previste dalla Crr.

Non è da escludere d’altra parte che la Bce, con questa mossa, voglia cautelarsi rispetto ad eventuali contestazioni dei paesi del Nord Europa a fronte di un significativo utilizzo della first time adoption da parte delle banche degli altri paesi europei, magari in sede di stress test. In questo senso va detto che le svalutazioni su crediti effettuate nell’ambito dell’Ifrs9 sono calcolate sulla base di scenari di cessione di tipo probabilistico, ipotesi che invece, secondo quanto evidenziato da banche e revisori, non era contemplata dal precedente quadro normativo, lo Ias39. Non mancano i timori, d’altra parte, che la Bce possa applicare nello scenario avverso degli stress test proprio gli stessi scenari di cessione probabilistica presentati dalle banche, con le relative pesanti svalutazioni one-off.

Le incognite

Ipotesi, questa, che rappresenterebbe un’incognita di non poco conto per gli istituti italiani che usano i modelli interni, con la conseguenza di renderebbe ingiustificatamente più rischioso l’intero portafoglio dei crediti. Le banche domestiche, come noto, si preparano da tempo all’appuntamento dell’Ifrs9 con l’obiettivo di massimizzare la pulizia del portafoglio, in linea con le richieste della Vigilanza. L’aumento delle coperture è funzionale ad allineare i prezzi di bilancio a quelli di mercato, così da agevolare la dismissione dei crediti senza che questa generi conseguenze sui bilanci. Banca d’Italia, a febbraio, aveva inviato una comunicazione riservata a tutte le banche, in cui invitava a «cogliere le opportunità offerte dal nuovo standard contabile» anche alla luce della «necessità dell’innalzamento dei coverage» e della «riduzione dell’attivo deteriorato». L’invito è stato colto dalle banche domestiche, come dimostra l’aumento delle coperture sui crediti deteriorati segnalato da Moody’s: Intesa Sanpaolo le ha alzate dal 51 al 57%, Unicredit dal 56 al 59%, BancoBpm dal 49 al 54%, Mps dal 51 al 57%, Ubi dal 36 al 43%, Bper dal 49 al 58%.

SPILLO/ Banche e bail-in, l’ultima “gufata” della Nouy sull’Italia

Danièle Nouy ha evidenziato che l’Italia è il primo Paese in Europa per quantità di risparmio familiare assoggettabile al bail-in. Il commento di SERGIO LUCIANO

Danièle Nouy (Lapresse)Danièle Nouy (Lapresse)

C’è da chiedersi se a Francoforte, quando la incrociano per strada, i passanti non cerchino di cambiare marciapiedi per non incrociarla, come farebbero con un gatto nero. Perché ormai Danièle Nouy, il numero uno della Vigilanza Bancaria della Bce, non dismette più i panni della Cassandra, della profetessa di sventure, che peraltro si intonano bene a un’espressività che è agli antipodi dell’idea della cordialità e anche solo della serenità.

Insomma, questa “parca” del credito internazionale non perde occasione per sollevare sinistri presagi sul futuro dell’industria bancaria in genere e di quella italiana in specie. L’altro giorno si è prodotta in un altro dei suoi vaticini, estrapolando – correttamente, per carità: la questione è relativa all’opportunità, non alla fondatezza dell’enunciato – un dato oggettivamente inquietante sulle obbligazioni bancarie, che spaventa manco a dirlo soprattutto l’Italia. La Nouy ha evidenziato che l’Italia è il primo Paese in Europa per quantità di risparmio familiare assoggettabile al bail-in, cioè per quella categoria di investimenti finanziari che sono i primi a essere azzerati nel caso di una “risoluzione” (leggi: fallimento) della banca a cui si riferiscono. E la Nouy ha messo quest’osservazione nero su bianco in una lettera che ha scritto in risposta all’interrogazione dell’europarlamentare Sven Giegold.

Che significa? Significa che le famose “obbligazioni bancarie” emesse dalle banche e ficcate più o meno furbescamente nei portafogli dei loro clienti inconsapevoli (cioè: che hanno messo una crocetta su una casellina dicendo sì a una proposta che non erano minimamente in grado di valutare) rimpinzano i depositi amministrati dei correntisti normali, i quali hanno trasferito i loro soldi dai conti correnti protetti dal Fondo di garanzia o, peggio ancora, dall’investimento in titoli di Stato protetto dal merito di credito della Repubblica Italiana, a oggetti di investimento privati, non protetti, che anzi la legge europea attuale sui fallimenti bancari bolla di rischiosità affine per certi versi all’investimento azionario, fidandosi della parola di gente che non conoscevano e spesso di gentaglia. Diciamo che la turlupinatura a scoppio ritardato è compiuta.

Oltre il 40% delle obbligazioni bancarie emesse in Italia è stato sottoscritto da famiglie, contro il 10% in Francia, il 20% in Germania e Spagna, il 30% in Portogallo. Si calcola che nell’insieme valgano circa 40 miliardi di euro. Se le banche che le hanno emesse fallissero, queste obbligazioni sarebbero carta straccia, com’è successo a quelle di Banca Etruria & C. Intendiamoci: a oggi, non c’è nessuna avvisaglia di altri fallimenti bancari in Italia e quindi la valutazione fornita dalla Nouy, ironie a parte sulla sua espressività quaresimale, è puramente statistica, più che essere un segnale d’allarme. Eppure la signora – opportunamente – ha ribadito una tesi che ha formulato da tempo: che cioè in futuro, queste obbligazioni rischiose non vadano più fatte sottoscrivere a investitori ignoranti, come sono sempre le famiglie, quanto riservate a investitori istituzionali. E per riuscire in quest’intento senza riscrivere le normative sulle diverse tipologie di investitori basterebbe, secondo lei, obbligare le banche a emettere questi strumenti con un “taglio minimo” da centomila euro, in modo che solo gli investitori istituzionali o i privati ricchissimi li acquisterebbero, a loro rischio e pericolo.

Resta da chiedersi se e quali rischi sussistano di ulteriori risoluzioni bancarie. I nostri istituti di credito si direbbero ormai “spurgati” dal grosso delle loro sofferenze. E allora? Basta a dormire sonni tranquilli? No: perché intanto non sono ancora del tutto spurgati e poi perché l’aumento dei tassi d’interesse, che incombe sul futuro a medio termine dell’euro, rischia di cambiare le carte in tavola al mercato, facendo rendere di più gli investimenti ma anche costare di più i prestiti e il loro rimborso, con effetti imprevedibili sulla stabilità degli emittenti. Bando ai vaticini, quindi, e pensiamo piuttosto a prevenire il rischio delle famiglie sulle obbligazioni bancarie promuovendo il trasferimento a investitori istituzionali di questo stock di risparmio familiare improprio, con incentivi fiscali e/o prescrizioni regolatorie.

Banche e conti: tutti i nodi del dopo-stallo

 il giornale.it 21 aprile 2018

Questi 45 giorni di crisi politica ci possono però dare qualche spunto su quello che toccherà all’economia, quella dei palazzi e quella dei conti pubblici, nei prossimi mesi

I due attori, Lega e Movimento cinque stelle, indipendentemente dal governo che si farà, hanno idee precise e talvolta coincidenti. Vediamole, per punti sintetici.

1. Le partecipazioni pubbliche e le controllate del Tesoro contano, eccome. Inimmaginabile tenersi in consiglio e in ruoli di vertice toscanacci del passato governo. Il che vale per il numero uno delle Ferrovie (troppo impegnato a fare finanza e poco sui binari), ma anche per gli uomini Consip. Difficile pensare che si dismettano quote e aziende, semmai il contrario. La Cassa depositi e prestiti, braccio armato del Tesoro, si è rapidamente riposizionata. E ora l’italianità conta, a partire da Telecom, a cui si deve estirpare la rete. Anche Alitalia sembra non essere più for sale, come un tempo. Per ora si sono prorogati i termini di sei mesi. Ma qualcuno può immaginare che a settembre od ottobre dell’anno prossimo la compagnia ex di bandiera venga ceduta, con esuberi connessi? Difficile.

2. Le banche sono state l’oggetto degli strali delle due forze vincitrici delle elezioni. Stanno a Salvini come il Pd e a Di Maio come Berlusconi: infrequentabili. Da segnalare dunque la mossa di Carlo Messina. La sua Intesa è la banca più di sistema del Paese e nei giorni scorsi ha fatto un accordo internazionale che la mette al riparo da ogni rischio regolamentare. Facciamola facile, con una mossa geniale, ha ceduto 11 miliardi di suoi prestiti porcheria ad un prezzo che gli altri si sognano. E lo ha fatto mettendoli in una scatoletta di cui non ha la maggioranza. Intesa oggi non ha «scheletri nell’armadio» per dirla con un gergo «populista». Ha incassato una lauta plusvalenza dalla cessione di Italo. E ha un assetto azionario relativamente tranquillo. Al riparo.

3. Sulle Authority ci sarà da fare un gran lavoro. Molte hanno ancora una buona vita residua. Ma se i nuovi politici dovessero adottare il metodo presidenze della Camere, non ce ne sarebbe per nessuno. Anche per Forza Italia, se non dovesse far parte della squadra: interna o esterna che sia. Chissà come gli euroscettici e risparmiosi nuovi potenti considereranno la nuova presidenza della Consob affidata al funzionario europeo Nava. Che ha fatto due passi niente male. Il primo chiedere il distacco dalla commissione europea: insomma un funzionario della Commissione distaccato alla guida di una delicata autorità indipendente italiana non è niente male. L’ufficio legale interno della Consob starebbe valutando la richiesta del suo presidente. E poi il trattamento fiscale del suo stipendio (ridotto a 240mila euro per il tetto imposto da Renzi) sarebbe quello agevolato permesso ai dipendenti brussellesi. Vallo a spiegare a Fico.

4. Sul lavoro ci saranno gli attriti più forti. Sulle sedie ci si mette d’accordo, sui principi è più difficile. Come la mettiamo con quelle parti del Jobs act che non piacciono ai precari di Di Maio, ma convincono artigiani e piccoli imprenditori di Salvini? Prendere tempo.

5. Sui conti pubblici sono tutti d’accordo. E in fondo lo era anche il Pd di Renzi, che non ha ridotto il deficit quanto avrebbe dovuto secondo i piani europei. Ebbene tutti hanno intenzione di usare il deficit per spendere. Con un piccolo problema che il governo precedente non aveva: e cioè che da 70 miliardi di euro l’anno, il conto del servizio del debito pubblico potrebbe rapidamente impennarsi se i tassi di interesse, come è probabile, saliranno. E allora saranno guai.