Un Impero “chiuso”

Giulietto Chiesa sputniknews.com 13.6.18

Le proteste contro Bilderberg

Infatti queste riunioni si programmano per tempo. E, dunque questa è stata pensata di gran lunga prima dell’evento delle elezioni del 4 marzo. Che si sia pensato all’Italia, nel ristretto numero di persone che progettano questi incontri e discussioni, indica che avevano percepito l’importanza degli eventi che si stavano preparando proprio in Italia.

Infatti in Italia si è verificato il più grande cambio di rotta tra quelli che stanno avvenendo nella travagliata Europa: il governo giallo-verde. Altra premonizione, dunque, è nel primo punto all’ordine del giorno: populismo in Europa. Una classe dirigente tutta intera è stata sbaragliata dall’ondata “populista. Ed è avvenuto in uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea. Il campanello d’allarme, per loro, sta suonando fortissimo. Bisogna dargli atto che non sono sordi.

In generale, guardando l’intero ordine del giorno, si capisce che costoro sono dei pesi massimi non solo della geopolitica. Non so quanti, dei 131 partecipanti (di 23 paesi) che mi pare siano arrivati, abbiamo partecipato alla definizione dell’intero ordine del giorno, ma è evidente che i temi scelti sono quasi tutti quelli che un qualunque governo lungimirante, degno di questo nome, dovrebbe prendere in considerazione.

C’è, come sé visto, la stretta attualità nei 12 punti (populismo in Europa, la sfida della disuguaglianza, il futuro del lavoro, le elezioni di mezzo termine negli USA, la leadership americana sul mondo, l’Arabia Saudita e l’Iran. Ma ci sono anche le grandi questioni del lungo (che diventa sempre più corto) periodo: l’intelligenza artificiale, il “quantum computing”, il mondo della “post verità”.

Il problema vero è che non sappiamo chi ha introdotto queste discussioni, cosa si è detto, chi ne ha parlato. Ma non c’è dubbio che si sia discusso tra persone che sanno quello che sta succedendo e che sono in grado di prevedere non poco di quello che succederà. E possono influire sul corso degli eventi futuri.

Putin e Xi Jinping
© SPUTNIK . АЛЕКСЕЙ ДРУЖИНИН

C’è anche qualche stranezza da rilevare. Per esempio quella dell’8-vo punto: la Russia. Così, laconico. Ci può stare tutto e il contrario di tutto. E, probabilmente, una tale laconicità è stata voluta per lasciare spazio a uno scambio d’idee non convenzionale. Quello che colpisce è che nessun russo è stato invitato. In altre occasioni qualche russo c’era. Questa volta neanche un oligarcuccio qualsiasi. Non parliamo di qualcuno del Governo di Mosca: nessuno. Vorrà dire che registriamo un livello di sfiducia che sfiora l’ipotesi del sospetto, e di auto-isolamento dell’Occidente che non ha precedenti negli ultimi anni. Insomma i russi non solo non sono stati considerati interessanti, ma nemmeno dovevano sentire ciò che si sarebbe detto di loro.

Ovviamente Putin, al contrario, saprà tutto nei minimi dettagli. Presumo che le sue orecchie siano state più attente a quanto si è detto a Torino che non agli squittii del G-7 canadese. Va bene Chatham House e le sue regole. Ma non tutti i 131 saranno ligi al silenzio come Lilly Gruber o Lucio Caracciolo. C’è sempre qualche chiacchierone che spiffera tutto.

L’altra assenza totale è stata quella cinese. Che, sommata a quella russa, ci dice che questo Club, nonostante la sua indubbia competenza, ha qualche problema di orientamento per quanto concerne il mondo contemporaneo nel suo complesso. Non provare neppure ad ascoltare l’enorme parte del mondo e della forza attuale del pianeta, concentrata in Cina e in Russia; neppure chiamare qualcuno proveniente da quelle parti remote (ce n’è sicuramente, sia in Russia, che in Cina, di pronti a genuflettersi di fronte alla potenza dell’Impero), sembra dire che l’Occidente non vuole sentire altre campane che le proprie. Cattivo impero è quello che chiude gli occhi.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Le due Italie

di Andrea Romani – 17 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

Due società contrapposte, in cui una odia l’altra senza tregua. L’Italia dei padroni fin dove vuole portare il livello dello scontro?

In un vecchio libro del plumbeo 1977, Alberto Asor Rosa racchiudeva nella spaccatura tra due società l’insieme delle tensioni e dei problemi dell’Italia di fine anni Settanta. Nel volume, l’intellettuale operaista poneva da un lato i “garantiti”, i salariati con contratto e posto fisso, e dall’altro gli “operai sociali”, i nuovi proletari prodotti dalla ristrutturazione industriale e dalla fine del sicuro modello fordista-keynesiano di fabbrica e stato.

Senza ritornare a quattro decenni fa, la riflessione di Asor Rosa può senza dubbio risultare ancora valida nell’Italia di metà 2018. In effetti, esistono due società antitetiche a sud delle Alpi: qui e ora, però, non si tratta più e soltanto di divisioni sociali, di classe tra classi utilizzando il sempreverde vocabolario marxiano. La scissione, riflettendo l’imbarbarimento dei tempi e la cancrena maleodorante della nostra intellighenzia, appare invece estremamente semplicistica, manichea nel senso deteriore del termine. D’altro canto, quando ci si affida ai Saviano, agli Zerocalcare e agli Zoro per costruirsi una weltanschauung, non si può  certo ottenere altro che questo. Una riduzione brutale, espressione di un coacervo di classismo, intellettualismo da tre soldi, cupidigia di servire e conformismo che consegna un ritratto drammaticamente infimo del progressismo italiano.

Beninteso, chi scrive non vuol certo fare l’elogio della reazione. Risulta però acclarato che la divisionetra acculturati in quanto tali e analfabeti funzionali (sic), laureati e operai, “chi-ha-fatto-l’erasmus” e chi vive in provincia, pasadaran dell’unione europea e sovranisti assume ogni giorno che passa i connotati di un vero e proprio stato d’accusa permanente unilaterale: gli ottimati secondo sé stessi, i “vincenti” della globalizzazione sconfitti senza appello il 4 marzo dal voto popolare e populista, vivendo l’incubo di un governo di Maio-Salvini hanno smesso ogni freno inibitorio e hanno portato l’attacco alla maggioranza dei propri concittadini ad un livello così meschino da risultare grottesco, oltreché vigliacco.

Incapaci di comprendere i problemi di chi gli sta vicino, idiotizzati da una narrazione fallace e profondamente sballata, i nostri piccoli Pasolini da aperitivo e risvoltino costituiscono la massa di manovra “culturale” con cui sbarrare il passo all’esecutivo gialloverde e ai suoi primi provvedimenti. Il caso Aquarius, così come il problema di fondo dei rapporti della Repubblica con l’ue, non è che l’assaggio di ciò che ci aspetta nel futuro prossimo. Gli italiani (leggi le classi subalterne che vivono ogni giorno i guasti di un’immigrazione incontrollata e criminale) vogliono chiudere i porti a navi di ong non autorizzate e fuori da ogni accordo internazionale? Tutti razzisti. Gli italiani (come sopra) sono stanchi di vivere da venticinque anni in un paese che li vuole sottoproletarizzare? Tutti scansafatichee in fondo untermenschen non in grado di reggere il confronto con gli ariani del Nord. Il M5S e la Lega intercettano le tematiche-chiave dell’elettorato? Tutti fascisti, ignoranti, beceri e volgari.

La maggioranza delle classi dominanti in Italia non ha mai voluto davvero comprendere le ragioni del popolo, condannandolo alla subalternità.

Questo è il livello dello scontro, sostenuto da falsificazioni continue sugli organi di stampa e da trasmissioni 24/7 che rimpallano sempre lo stesso spinUn’Italia, quella che legge Repubblica e il Corsera e vota PD dall’alto dei suoi loft in centro, che odia l’altra, la dileggia, la deride, la affama. Un’Italia che non vorrebbe essere tale, in fondo convinta di meritare altre latitudini e altri connazionali, fino al punto da aver consegnato ad ubriaconi e tipi lombrosiani in Bruxelles la sovranità e l’indipendenza del paese. Un’Italia, infine, stracciona e miserabile, incapace di esprimere una classe dirigente diversa da quella meschina e totalmente inetta che dal 1992 è stata al potere per svendere ai potentati esteri e pasteggiare sulle briciole. Questa Italia, che certo non può dare lezioni e dovrebbe nascondersi nel buio più fitto della vergogna, è quella che vuol dare patenti di moralità e certificati di moralismo alle forze che oggi, con mille difficoltà e altrettanti punti oscuri, tentano dopo lustri di dare forma al mandato popolare democraticamente formatosi nelle urne.

Naturalmente, quasi nessuno di questi numerosi imbecilli si rende conto d’esser pedina d’un gioco ben più grosso, cioè di svolgere il ruolo del kindersoldat nella Berlino in fiamme dell’aprile 1945. Il mondo liberale, unipolare e liberoscambista nato nel 1989 si avvia a morte certa. Mentre qualcuno pare averlo capito, i nostri cervelloni dei Parioli balbettano ancora la stessa solfa di metà anni Novantarisultando scaduti e ridicoli. In tal senso, la difesa del dogma europeista e del suo frutto monetario, costituisce lo spartiacque decisivo tra le due società, e lo s’è visto nei giorni drammatici e ridicoli di fine maggio quando il moloch dello spread era risorto per punire ancora una volta noi pelandroni meridionali.

Si immagini una copertina in senso inverso: non è forse razzismo?

Stare con l’ue significa infatti stare con frau Merkel e bonbon Macron, con un sistema economico fallito e criminale, con una conventicola di burocrati imbelli incapace di gestire il fenomeno migratorio ma sempre pronta a succhiare sangue e sudore da sessanta milioni di italiani, con la teoria reazionaria e nazista del vincolo esterno come dogma di (non)governo. A questa setta, espressione delle più perverse tare del nostro padronato, si contrappone l’Italia immiserita e stanca, dignitosa nel suo sempiterno tirare a campare nonostante tutto, provinciale e perciò profondamente originaleviva di una forza che il cosmopolitismo borghese non capisce e perciò infama. Con tali masse, che sono il popolo italiano nella sua più genuina espressione, noi staremo sempre, perché ne facciamo parte e ne vogliamo essere espressione cosciente. Chi sta contro il proprio popolo per servire un padrone straniero, di norma, consegna il proprio paese al rango di colonia: e questa, a nostro avviso, è forse la responsabilità più grave e il segno distintivo che ci separa da chi ciarla di umanità e compassione. Alla schiavitù e al servaggio si contrappone la dignità di uomini liberi, cittadini e lavoratori di uno stato diretta espressione delle aspirazioni di massa: Uomini e noVero Damilano?

Lanzalone, la polemica sui dividendi di Acea e l’incontro segreto sul trading dei soci privati

CONFERENZA STAMPA DI ACEA E ROMA CAPITALE, LUCA LANZALONE, VIRGINIA RAGGI – BENVEGNU’ E GUAITOLI – Imagoeconomica

Mentre Luca Lanzalone si è dimesso dalla presidenza di Acea dopo il suo arresto nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio di Roma, continuano le polemiche sulla distribuzione di dividendi da parte della multiutility della Capitale. Una di queste coinvolge direttamente proprio Lanzalone. E’ quanto emerge dai documenti consultati da Business Insider Italia, che raccontano di un incontro che si è tenuto nella sede di Acea di Roma il 15 novembre 2017 tra alcuni rappresentanti della Fondazione Finanza Etica (Ffe) e l’allora presidente (sponsorizzato dal Movimento 5 stelle a cui risulta vicino) per un confronto su alcuni temi giudicati cruciali.

31/07/17 Roma, manifestazione ‘Senza acqua Roma e la Città Metropolitana muoiono’ sotto la sede di Acea – foto di Francesco Fotia / AGF

Durante l’incontro i rappresentanti di Ffe avrebbero cavalcato uno dei temi che sta più loro a cuore e che avevano già sollevato la scorsa estate, quando Roma si era trovata a un passo dalla crisi idrica: quello appunto dell’eccessiva distribuzione di dividendi da parte di Acea, che in questo modo non vengono reinvestiti nella società. In particolare, l’associazione azionista avrebbe domandato al presidente se fosse possibile immaginare un reinvestimento, proprio per potenziare la rete idrica, degli utili di Acea Ato 2, che a sua volta gestisce la distribuzione dell’acqua a Roma e in altri 110 comuni.

Leggi anche: Roma senz’acqua, di chi è la colpa? ‘Acea paga troppi dividendi al Comune e a Caltagirone e fa pochi investimenti’

Negli ultimi anni, infatti, secondo la ricostruzione degli avvenimenti che Ffe ha portato davanti a Lanzalone in quell’incontro di fine 2017, gli utili sono stati retrocessi quasi interamente sotto forma di dividendi alla controllante Acea spa (società per azioni), la quale, nell’ambito di un consolidato rapporto di tesoreria interna al gruppo stesso, li ha reimmessi nella controllata come crediti a tassi di interesse di mercato“Pagare interessi sui propri utili è una perversione. Una delle tante che stanno strozzando Acea Ato 2 e l’acqua di Roma”aveva dichiarato Andrea Baranes, presidente di Fondazione Finanza Etica, a ridosso delle tensioni intorno al lago di Bracciano dell’estate scorsa.

Lanzalone, da parte sua, avrebbe manifestato una generale apertura al reinvestimento degli utili nella società, ma avrebbe al tempo stesso sottolineato tutta una serie di criticità. Prima fra tutte, per esempio, l’esigenza di incoraggiare una simile mossa con sgravi e agevolazioni fiscali di varia natura.

Soprattutto, però, durante l’incontro, Lanzalone avrebbe notato come, a conti fatti, i dividendi pagati da Acea non costituirebbero che una minima parte dei guadagni realizzati dagli azionisti privati della società. Da ricordare che il Comune di Roma guidato da Virginia Raggi ha in portafoglio la quota di maggioranza del 51% di Acea, mentre la francese Suez ha il 23,33% e il gruppo Caltagirone il 5% (il medesimo gruppo dell’editore e costruttore romano possiede anche il 3,5% di Suez).

24/05/2017 Anguillara Sabazia (RM), l’abbassamento del Lago di Bracciano nel comune di Anguillara Sabazia e Vigna di Valle a causa delle captazioni di acqua da parte di Acea. Nella foto la spiaggia di Vigna di Valle – foto di Alessandro Serrano’ / AGF

Ebbene, Lanzalone avrebbe sostenuto nel corso dell’incontro con Ffe che il grosso dei guadagni di alcuni degli azionisti privati di Acea arriverebbe non già dai dividendi bensì dal trading, ossia dall’attività di compravendita di azioni in Borsa, con il risultato che, essendo il flottante di Borsa piuttosto ridotto, bastano pochi volumi per provocare variazioni anche rilevanti nei prezzi. Nel grafico qui sotto, si può notare come le azioni Acea nell’ultimo anno abbiano raggiunto massimi di prezzo e volumi tra novembre e dicembre, in corrispondenza della presentazione del piano al 2022 della società.

L’andamento del titolo Acea nell’ultimo anno rapportato ai volumi – Fonte: Bloomberg

Proprio per il possibile impatto sui prezzi e probabilmente da quanto si evince con l’obiettivo di cercare di risolvere il problema, il presidente di Acea nei mesi scorsi avrebbe presentato al consiglio di amministrazione della multiutility, guidato dall’ad Stefano Antonio Donnarumma, una ricerca effettuata da società finanziarie che non farebbe che dimostrare che il trading di qualcuno “turba” le quotazioni di Borsa.

06/07/17 Roma, il ceo della Formula E Alejandro Agag, Roberto Diacetti Presidente Eur Spa, Antonio Donnarumma ad Acea, la sindaca Virginia Raggi, l’assessore Linda Meleo, Daniele Frongia e Marcello de Vito – Francesco Fotia / AGF

Tuttavia, gli azionisti di Ffe non hanno più ricevuto aggiornamenti sulla questione, tanto che hanno deciso di portare i loro quesiti all’assemblea dei soci del 20 aprile scorso, che ha approvato il bilancio del 2017. Come prima domanda, hanno chiesto se siano state effettuate analisi sulle attività di trading da parte degli azionisti privati di Aceasui titoli della stessa società. In caso di risposta affermativa, i soci di Ffe hanno domandato un resoconto o una sua sintesi.

E in ogni caso hanno richiesto un dettaglio delle attività di trading sulle azioni Acea dei due soci privati Suez e Caltagirone. Ma l’azienda ha rifiutato, spiegando che le domande andrebbero rivolte agli azionisti. Resta tuttavia un interrogativo al momento ancora senza risposta: è stato o no portato all’attenzione del cda un documento sugli effetti del trading dei soci sulle quotazioni di Borsa?

Vi spiego qual è il test politico per Conte e Tria dopo il bazooka abbassato di Draghi

 startmag.it 17.6.18

Il commento di Giorgio La Malfa, economista ed ex ministro, sulla decisione della Bce di Draghi

Come era largamente previsto, la Banca centrale europea ha annunziato che il cosiddetto Quantitative easing, cioè il programma straordinario di acquisti di titoli con cui essa ha immesso nel sistema dell’Eurozona negli ultimi tre anni una abbondante quantità di moneta, cesserà il primo gennaio del 2019, anche se ha precisato che rinnoverà i titoli in scadenza.

Retrospettivamente si deve dire che il Qe è stato molto utile; ha abbassato il cambio dell’euro rispetto alle altre grandi valute, agevolando le esportazioni, e mantenuto bassi i tassi d’interesse. Vedremo che cosa succederà al cambio dell’euro nei prossimi mesi; quanto ai tassi d’interesse, diminuendo la domanda di titoli, è inevitabile che ricominceranno a crescere.

Ma mentre il Qe ha avvantaggiato tutti, la sua fine avrà effetti diversi fra i vari Paesi. Ci sono Paesi, come la Germania, dove vi è di fatto la piena occupazione e dove quindi non c’è bisogno né di tassi di interesse bassi, né di un euro particolarmente competitivo. Ma per altri Paesi, come l’Italia, che pur avendo avuto una certa ripresa, hanno ancora enormi problemi di disoccupazione e dove l’ammontare del debito pubblico è particolarmente ingente, il nuovo orientamento della Bce è destinato a creare problemi.

Che la Bce dovesse tornare a una politica più tradizionale, era inevitabile. Ma ora che il tempo è venuto e coincide con i primi passi del governo, sarà importante capire come il nuovo governo, che è alle prese, proprio in questi giorni, con la traduzione dell’accordo di maggioranza da cui è nato in un vero e proprio programma di politica economica intende incorporare e armonizzare questa nuova situazione con i suoi propositi.

I mercati hanno apprezzato le dichiarazioni recenti del ministro dell’Economia, ma il punto su cui i governi degli anni passati hanno fallito è stato quello di individuare un percorso che consentisse attraverso la crescita il risanamento della situazione del debito pubblico, e di farlo sapendo che per sostenere la ripresa non si può ricorrere sic et simpliciter all’aumento del deficit. E così hanno rinunziato alla crescita.

Per soddisfare i mercati, finora si sono disillusi i cittadini. Ora bisogna riuscire a riacquistare la fiducia di questi, senza perdere quella dei mercati. Questo è il vero test politico del governo Conte e della compagine dei suoi ministri economici.

SPY FINANZA/ I 4 motivi che fanno tremare la Merkel (e gioire Macron)

Inizia la settimana cruciale per il futuro dell’Ue. I migranti, la fine del Qe, l’aggressività della Francia mettono in crisi la Merkel e Berlino. MAURO BOTTARELLI

Angela Merkel (Lapresse)Angela Merkel (Lapresse)

Quella che comincia oggi sarà l’ultima settimana alla guida della Germania per Angela Merkel? La domanda, posta così, può sembrare azzardata. Ma non lo è. Perché la situazione a Berlino è veramente di quelle senza precedenti. Non solo non si registrava un scontro così duro e frontale fra le due anime dei cristiano-sociali — Cdu e Csu bavarese — da decenni ma, addirittura, il prossimo appuntamento con le elezioni proprio in Baviera del prossimo ottobre potrebbe giocoforza imprimere un’accelerata senza precedenti alla situazione, precipitata dopo che il ministro dell’Interno e leader della Csu, Horst Seehofer, ha frontalmente attaccato e messo in discussione la politica migratoria del governo di coalizione, sposando la linea dura di Italia e Austria, tanto da far parlare di nuovo asse fra le tre nazioni, situazione prontamente e strumentalmente sfruttata da Emmanuel Macron durante l’incontro con Giuseppe Conte per un parallelo fuori luogo con l’alleanza che si saldò nella seconda guerra mondiale.

I toni, però, sono duri. Durissimi. E, occorre ammetterlo, il governo Cdu-Spd non è affatto nato sotto i migliori auspici, dopo sei mesi di trattative e coalizioni alternative abortite all’ultimo minuto: troppi compromessi, non ultimi quelli in sede di nomine ministeriali, troppo differente l’impostazione politica sui temi dirimenti, troppo ormai logora la leadership di Angela Merkel per reggere una pressione che, proprio con l’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron, in sede europea è divenuta una sfida perenne per la Germania. Unite a questo la situazione economica tutt’altro che rosea, la fine del Qe, i timori per una nuova estate da tregenda sul fronte immigrazione e il quadro per la Mutti diviene davvero alle soglie della gestibilità.

Ed ecco quindi che, come un fulmine a ciel sereno, ieri il deputato della Cdu, Kai Whittaker, si poneva pubblicamente la domanda che ho posto in attacco di articolo. Ecco le sue parole: “Siamo in una situazione molto seria, perché la questione dei migranti è evoluta e si è tramutata in una questione di potere. Ovvero, chi sta guidando il governo? La Merkel o Seehofer? Al momento, nessuno dei due intende fare un passo indietro e questo è il problema… Certamente questo ha a che fare con le elezioni autunnali in Baviera, un test fondamentale dove i cristiano-sociali devono ottenere una maggioranza assoluta, paradossalmente quasi più per mantenere un ruolo importante a livello nazionale. Quanto sta accadendo, però, ha il potenziale di diminuire la credibilità sia della Merkel che di Seehofer e potrebbe tranquillamente evolvere nel senso di portarci ad avere una situazione completamente nuova già entro la fine della prossima settimana. Probabilmente, un nuovo Cancelliere”.

Ora, la sparata può tranquillamente essere registrata come tale, una sorta di siluro lanciato a freddo per generare una reazione che porti allo sblocco del pericoloso impasse in atto ma appare quantomeno irrituale in un contesto politico, quello tedesco, da sempre alieno a certi colpi di teatro e a certe pratiche di destabilizzazione. Ma, ripeto, in questione c’è la tenuta stessa del governo e la sua stessa traballante natura, un compromesso al ribasso cui si è giunti, temo, più per necessità di chiudere una partita durata troppo tempo e che rischiava di minare la leadership tedesca dell’Ue che per reale convergenza di interessi e agende politiche. Il risultato è sotto i nostri occhi: sfruttando i mesi di colloqui infruttuosi e, di conseguenza, di inattività politica, Emmanuel Macron si è guadagnato spazi sempre più ampi all’interno delle istituzioni europee, bellamente bypassate come nel caso dei due vertici sul futuro della Libia tenuti all’Eliseo e riguardo i quali dubito Federica Mogherini e il suo parere siano stati tenuti nel debito riguardo istituzionale che meritavano.

Adesso, i frutti di quella stagione di entropia politica sono sotto gli occhi: la Francia cerca alleanza in chiave anti-tedesca per la leadership, non ultima quella che pare aver stipulato con l’Italia durante il vertice bilaterale di venerdì, la Germania appare completamente assente dal quadro politico Ue poiché troppo impegnata nella risoluzione dei propri problemi interni e gli altri Paesi, di fatto da sempre satelliti dell’asse renano, in ordine sparso per cercare di ottenere il massimo da alleanza spurie ed estemporanee. E chi beneficia di questo caos?

Ovviamente, i nostri competitor. Cina e Usa in testa. I quali continuano a giocare alla guerra commerciale ma, in realtà, stanno spartendosi gli spazi economici e politici globali, ben attenti a non pestarsi troppo i piedi, poiché in quel caso si arriverebbe giocoforza a una prospettiva da guantoni che volano via, non fosse altro che per rispondere a esigenze di politica interna, Stati Uniti in testa con le elezioni di medio termine previste per novembre.

Non so come andrà a finire ma una cosa è certa: nel bene dell’Europa, la Germania deve cercare di risolvere il più in fretta possibile i suoi dissidi politici. A qualsiasi prezzo, fosse anche l’inaspettato e inizialmente traumatico addio di Angela Merkel al palcoscenico politico. Berlino, con le sue distorsioni e il suo ruolo egemone spesso mal esercitato, vedi la questione greca, rimane comunque il punto di equilibrio sostanziale fra un Sud Europa oberato di debito ed economie disfunzionali e un Nord, quello dei falchi finlandesi o olandesi, ad esempio, completamente e ottusamente sordo a ogni tipo di gradualità e compromesso. Nel suo essere un guardiano del rigore, per anni e anni Wolfgang Schäuble ha garantito più mediazione di quanto non sembri all’interno di un’Ue spaccata ontologicamente in due. E non solo per lungimiranza politica, ben inteso. Anche per interesse. Forse, a voler pensare andreottianamente male, soprattutto per interesse. Perché al netto del crollo della produzione industriale, calata addirittura del 2,5% a maggio sul dato di aprile, frutto del combinato di medio e breve termine di sanzioni alla Russia e dazi commerciali Usa su acciaio e alluminio, a spiegare molta della tensione che alberga in Germania, al netto della pur dirimente questione dei migranti (non fosse altro per gli ultimi, spaventosi casi di cronaca nera ad essa legati), ci pensano i grafici seguenti, plastici e chiarissimi nel loro spietatezza: la Germania, anzi le sue aziende, sono la principali beneficiarie insieme a quelle francesi del programma di acquisti di bond corporate da parte della Bce, esattamente lo stesso che la Bundesbank ha ferocemente criticato.

Insomma, le ditte — specialmente esportatrici — che garantiscono a Berlino il suo surplus commerciale, fonte di squilibrio all’interno dell’Ue, sono dipese in questi ultimi trimestri dalla fonte di finanziamento a costo zero garantita dall’Eurotower, una sorta di swap-line di credito che ha garantito denaro per sistemare bilanci, operare sul CapEx, pagare dividendi e che, soprattutto, ha permesso di bypassare il sistema bancario tradizionale e le sue richieste di garanzie (in assenza delle quali o non si ottiene il finanziamento o lo si paga con un sonoro spread sul premio di rischio richiesto), a partire ad esempio dal rating di credito.

Ora, però, la pacchia sta finendo, citando una frase molto in voga in questo periodo. Dal 30 settembre gli acquisti mensili della Bce caleranno ancora di valore e, con esso, la possibilità di finanziarsi a condizioni agevolate per le aziende, le quali hanno già fatto registrare negli ultimi due mesi un netto calo delle emissioni di debito. Certo, quanto immagazzinato finora garantisce un cuscinetto di sicurezza, lo stesso che ha permesso alle nostre ditte più grandi di non patire i recenti scossoni sullo spread, ma quel tesoretto non può durare in eterno e, soprattutto, l’imminente crisi globale che sempre più indicatori mostrano come inesorabile (ultimo, l’inversione completa della curva dei rendimenti sull’indice globale dei bond, registrata nel weekend da JP Morgan, come ci mostra il grafico) rischia di farlo evaporare in un baleno, creando i presupposti di una catena di default in stile cinese ma senza una Banca centrale come la Pboc in grado di intervenire in un attimo e con manovre di magnitudo enorme.

Insomma, quella che inizia oggi potrebbe essere potenzialmente la settimana cruciale per il futuro dell’Ue. La Germania deve decidere, costi quel che costi. Perché la sua forzata assenza dal tavolo sta garantendo egemonia a un Eliseo che, storicamente, tende a non fare prigionieri, quando in discussione c’è la primazia della Francia. Quindi, certi atteggiamenti di anti-germanesimo pregiudiziale e provinciale non appaiono solo stupidi ma, sul lungo termine, addirittura autolesionistici.

FINANZA/ Per l’Italia c’è chi prepara un caldo “autunno spagnolo”

Il Fmi dice che la Spagna ci ha superato nella classifica del Pil pro capite. Una crescita tutta in deficit e che ha portato a profonde diseguaglianze sociali ed economiche. GIOVANNI PASSALI

Il premier spagnolo Pedro Sanchez (LaPresse)Il premier spagnolo Pedro Sanchez (LaPresse)

Un noto motto afferma che “a pensar male si fa peccato, però ci si azzecca”. Questo è quello che mi è venuto in mente quando è uscita la notizia della fine del Qe da parte della Bce guidata da Mario Draghi. Una ben strana coincidenza che sia stato dato l’annuncio della fine del Qe, cioè dei miliardi stampati dal nulla per acquistare titoli di Stato, proprio ora che al governo dell’Italia c’è una parte politica che non è certo vista con simpatia da tedeschi e francesi, così come dai principali media italiani.

Il Qe ha avuto in questi tre anni un ruolo fondamentale per tenere bassi i tassi di interesse sui titoli italiani. In pratica, ha favorito il governo Renzi, sostenuto dallo scellerato patto del Nazareno. Ora però Renzi non c’è più, il Pd è ridotto ai minimi termini, quelli che sono al governo non sono più amici, ma personaggi ai quali bisogna ricordare chi comanda davvero in Italia. Quindi si sta preparando una dura guerra finanziaria a colpi di spread. In tutto questo, i media italiani appaiono proni agli interessi stranieri. Anche questa notizia, della prossima fine del Qe, è stata riportata senza particolari commenti.

Come ormai tutti sanno, la Bce ha giocato sporco durante le febbrili giornate di consultazioni per la formazione del governo Lega-M5s: il rialzo dello spread in quei giorni è stato opera della Bce, da mesi ormai quasi unica acquirente dei titoli di Stato italiani. Alla fine, però, ha vinto l’asse Salvini-Di Maio, poiché l’alternativa non era più un altro improbabile governo, ma nuove elezioni, nelle quali facilmente il nuovo asse avrebbe fatto man bassa di voti e di parlamentari. Quindi hanno dovuto accettare il male minore e hanno iniziato a preparare la guerra finanziaria per mettere in difficoltà questo governo.

Mi pare si possa dire che un assaggio del mutato clima sia avvenuto con la notizia riportata il 20 aprile su un’analisi del Fondo monetario internazionale, secondo il quale la Spagna avrebbe superato in ricchezza l’Italia. Nel dettaglio, il Pil pro capite degli spagnoli sarebbe ora di poco superiore a quello degli italiani. I giornali hanno riportato e rilanciato la notizia senza particolari commenti o analisi, come fosse un dato di fatto del declino dell’economia italiana.

I miei lettori più affezionati, e pure tanti altri meno sprovveduti della media, sanno bene che ogni dato dev’essere collocato e analizzato nel contesto nel quale è stato rilevato. Allora andiamo ad analizzare un attimo il contesto spagnolo.

Da quando è scoppiata la crisi, negli ultimi dieci anni, l’Italia solo per due anni ha avuto un deficit in rapporto al Pil superiore al 3% stabilito dalle norme comunitarie. Un superamento che comunque in quegli anni (2008 e 2009) ha riguardato tutti i paesi della Zona euro. La Spagna, invece, lo ha superato TUTTI gli anni, con un picco massimo di -11% nel 2009, quasi uguagliato nel 2012 con un -10,50%.

Insomma, la Spagna ha finanziato la propria crescita del Pil a colpi di deficit pesantissimi. Ha fatto, cioè, l’esatto opposto della ricetta criminale di austerità che il Fmi e la Bce hanno imposto alla Grecia e all’Italia. Ma i media italiani su questo hanno taciuto.

Ma c’è dell’altro, perché in fondo il Pil pro capite è una sorta di media del pollo: se io mangio due polli a settimana e il mio vicino ne mangia zero, in media mangiamo un pollo a testa a settimana. In questo caso, però, la media non è un indicatore molto affidabile rispetto alla realtà. Lo stesso vale per la Spagna e per capirlo basta mettere in evidenza il tasso di disoccupazione: quello attuale è al 16,5%, ma solo perché recentemente è calato (per loro fortuna) da valori superiori al 20%. E il tasso di disoccupazione giovanile è ancora intorno al 50%. Insomma, è facile intuire che da un lato, tra chi lavora, c’è chi guadagna moltissimo, mentre tanti altri economicamente soffrono pesantemente.

Questo quadro è confermato anche dai dati Eurostat sulla percentuale della popolazione a rischio povertà. La Spagna ha una percentuale del 22%, ben al di sopra del 19% dell’Italia, che è appena sopra alla media europea (17%). Di fatto la percentuale spagnola è tra le peggiori in Europa, superata solo da Romania e Lettonia.

Un altro dato, che aiuta a capire la reale situazione degli spagnoli. La percentuale di minori che vive sotto la soglia di povertà in Spagna è del 12%, ben superiore all’8,8% italiano e alla percentuale di tutti i più importanti paesi europei. Fa eccezione solo la Grecia, con un terrificante 16%.

Insomma, la Spagna non è certo un bell’esempio da seguire. Anche se i poteri forti europei vorrebbero che l’Italia facesse quella fine. Il Qe, secondo il piano della Bce, verrà pesantemente ridotto a partire da settembre (15 miliardi al mese invece di 40) e poi finirà del tutto a dicembre,

Si prepara, dunque, un autunno caldo per l’Italia sotto l’aspetto finanziario. Si prospetta un attacco speculativo allo spread, stavolta ben più pesante di quanto visto finora. Per allora, gli attriti di questi giorni con la Francia sembreranno uno scherzo.

Per molti mi sa tanto che davvero “E’ finita la PACCHIA”. di Antonello Angelini

 scenarieconomici.it 17.6.18

 

In poche settimane di governo , l’ Italia ha ottenuto davvero grandi risultati.

Il Ministro Toninelli ha dichiarato che non ratificherà il CETA . Trattato pericolosissimo per il mercato interno e il Made in Italy. Finalmente un governo che difende gli interessi NAZIONALI. Che sono poi gli interessi della maggior parte dei cittadini e lavoratori italiani. Il CETA non era altro che un tentativo di far entrare dalla finestra ciò che era stato cacciato dalla porta : il TTIP . Il trattato per il quale si erano battuti molto la Clinton ed Obama, sotto pressione delle multinazionali. Bravo Toninelli ministro 5 stelle.

2 Il problema migranti è sul tavolo della UE .Tutto questo grazie al ministro Salvini ed al governo Conte che hanno tenuto duto su UNA nave . E da oggi spero che i porti restino chiusi per tutte le navi non battenti bandiera italiana. Oltretutto per qualunque nave ONG dovrebbero scattare controlli a tappeto , visto che già altre due navi che battono bandiera Olandese , sono state disconosciute dall’ Olanda. Sono dei pirati quindi? come mai battono bandiera olandese senza averne diritto? nei prossimi giorni il mistero andrà chiarito. Nel frattempo solo per UNA nave non  fatta entrare nei porti italiani la Merkel è in crisi con la sua maggioranza.

3 Conte ha stabilito un filo diretto con Trump. Ha inoltre fatto fare (seppur parzialmente ) delle scuse a Macron ribadendo che l’ Italia non è più quella dei governi precedenti che si sdraiavano a tappetino nei confronti di Germania , Francia e Spagna. Gli italiani stanno riscoprendo un pochino di orgoglio nazionale.

Ma le sfide più difficili saranno quelle a venire.

1 La Flat Tax . Questa se per caso funzionasse avrebbe molteplici utilità : a) crescita della domanda interna. b) Evitare che tante aziende scappino dall’Italia causa dumping fiscale come per esempio ha fatto al FCA (FIAT). A proposito di questo come si possa stare dentro una UE che permette ad altri stati di attirare le mie aziende con una tassazione più bassa ancora lo devo capire . A casa mia si chiama ancora concorrenza sleale non siete daccordo?  E la concorrenza sleale non si dovrebbe fare contro chi invece ha le frontiere aperte e dovrebbe essere parte di una EUROPA dei fratelli o quantomeno dei cugini… sbaglio? Alla faccia di Ventotene ..

Comunque se la flat tax dovesse essere introdotta in Italia ,alcuni ricchissimi come Valentino Rossi o Pavarotti non avrebbero più ragione di creare architetture societarie all’ estero per evitare di apgare il 60% di tasse. Anche perchè queste costruzioni societario-finanziarie all’ estero qualcosa costano. Invece con la flat tax si pagherebbe il 20% e si starebbe in pace con lo Stato e con la coscienza.  Immaginate i produttori di fatture false poi. Una fattura falsa costa un 22% di IVA . più qualche altro spiccio . Iva che tra l’ altro poi non finisce allo Stato perchè quasi mai viene pagata. Quindi lo Stato ha una duplice rimessa economica: da una parte la mancata tassazione dei redditi di chi riceve la fattura , dall’ altra il mancato pagamento di chi la emette. Quale sarebbe l’ imprenditore , l’ artigiano o il commerciante o ancora la ditta individuale che  per non pagare il 20% di tasse ed essere in regola con il fisco ,   pagherebbe il 22% + qualcosa?

MINIBOT o CCF .  Immagino che al solo sentirli nominare a Draghi venga un travaso di bile con lui a tutti i banchieri e poteri UE. Sono il vero spauracchio della Unione Europea. E quindi sarebbero utilizzabili in due modi : come minaccia contro la UE e gli speculatori senza stamparli , oppure stampandoli ed avendone i benefici. Bisogna pensare che stampare MINIBOT o CCCF sarebbe una sorta di dichiarazione di guerra alla UE. Il fatto è che i MINIBOT  sono dentro al contratto di governo. E quindi su questi Mattarella non potrà obiettare .  Immaginate poi se questi MINIBOT o Certificati di credito fiscale da 10, 20 , 50, 100 , 200 e 500 euro fossero accettati non solo dal fisco , ma anche in un secondo momento da aziende partecipate (Agip ad esempio) oppure dalle ricevitorie del gioco (monopoli) . In poco tempo diventerebbero moneta sonante. Oltre a questo, i minibot  sarebbero già di per sè,  il famoso piano B che tutti i paesi della eurozona hanno tranne noi. Ma la cosa che dobbiamo chiederci è come mai in UE siano tanto impauriti dal Minibot . Di fatto il Minibot è un aumento di liquidità. E dal grafico che ho postato si vede quanto la massa di moneta che circola in Italia sia aumentata. I motivi sono due : il primo è che non la stampano loro, il secondo è che se funzionasse , finirebbe anche la narrazione che no  c’ è vita fuori dall’ Euro. Ma noi che frequentiamo Goofy lo sappiamo già, grazie a Bagnai in primis e anche a  Borghi , Barra Caracciolo e tanti altri.

3 Ho letto che Salvini ha detto : basta parmesan e mozzarille . Bravo Salvini, vediamo se questo governo riuscirà a tutelare il MADE IN ITALY e non a distruggerlo come fatto dai precedenti. Che non hanno ottenuto nulla o quasi in UE. Pensate che tempo fa il fratello di mia moglie (inglese) era convinto di bene brunello di montalcino a 4 sterline a bottiglia. La tutela del Made in Italy è e deve essere una priorità del nuovo governo Conte -Lega – 5 Stelle. Per rimediare a tutti i danni fatti dal PD . In buona fede ovviamente perchè loro lo facevano non nell’ interesse dell’ Italia ma perchè fosse nell’ interesse dell ‘ Europa. Come da famoso Tweet del PD

4 Altra misura in qualche modo annunciata ma che deve assolutamente essere attuata è quella misura che non permetterebbe ad una azienda di delocalizzare , qualora abbia beneficiato di fondi pubblici. Qualcosa al riguardo esiste già dai governi precedenti ma non è certo stringente come dovrebbe. I fondi pubblici dovrebbero essere un PRESTITO PERPETUO che lo Stato può richiedere indietro solo in caso di delocalizzazione. Inoltre lo stato potrebbe richiedere indietro anche la cassa integrazione. Questa la mia idea. Insomma basta con aziende che vengono acquistate spesso da investitori esteri  (ma se fossero italiani stesse stringenti regole ovviamente) , i quali chiedono allo Stato di mettere soldi pubblici e dopo qualche tempo delocalizzano in Cina , Romania , Bulgaria o Repubblica Ceca. Embraco fu un esempio sul quale già ho scritto http://blog.ilgiornale.it/angelini/tag/embraco/?repeat=w3tc . Lo STATO deve ricominciare a fare lo STATO. E se poi queste aziende falliscono si possono nazionalizzare sotto CDP ad esempio omagari sotto MONTEPASCHI nazionalizzata anche essa.  Lo stesso varrebbe per altre banche in crisi. Pensate sarebbe una buona idea?

 

Antonello Angelini dal Blog de Il Giornale

Famiglia Zonin per fare patrimonio (e cassa) ha messo nella spa sue tenute: indispensabili per valore ma anche problema per investitore

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 18.6.18

A chiudere il cerchio sull’interessata gestione padronale della banca che doveva essere popolare (era una cooperativa del popolo) ci sono le notizie sulla evoluzione (involuzione?) delle vicende della Zonin Spa“: così scrivevamo nel nostro articolo “Bankitalia prova a vendere suoi immobili e rimpiange Gianni Zonin che le strapagò Palazzo Repeta. Con i soldi dei soci della BPVi senza i cui fidi Zonin spa ora cerca azionisti” in cui aggiungevamo: “Cresciuta sempre sotto l’ala protettrice del ‘sistema’ che non negava certo consistenti affidamenti all’impero del vino di Zonin, allora ‘rispettabile e potente’ banchiere, l’azienda ora si trova sotto il peso di oltre 180 milioni di indebitamento“.

“…I quali scriveva anche Giovanni Pons su Business Insider il 13 maggio scorso al primo palesarsi pubblico del problema –, rapportati a un ebitda (margine lordo) di circa 27 milioni portano a un multiplo di oltre 6 volte, troppo alto e obbiettivamente sostenibile. Bisogna ridurlo almeno a 3,5 volte… Ma ora questa situazione non è più sostenibile e c’è assolutamente bisogno di un aumento di capitale da 50-70 milioni che riequilibri strutturalmente la situazione finanziaria…”.

Come fare, allora, a cercare un socio che immetta quella cifra al posto della famiglia stessa in cambio di utili presunti da conseguire senza, però, avere spazio nella governance, che i fratelli Zonin vogliono tenere per se stessi dopo che tra il 2015 e il 2016, quando tutti i problemi della Banca Popolare di Vicenza sono esplosi, Gianni Zonin ha cercato di salvare l’azienda trasferendo le quote di controllo dell’azienda ai figli attraverso un ‘patto di famiglia” ora sottoposto alla mannaia della revoca del Tribunale di Vicenza a favore della BPVi in liquidazione dopo che, per giunta, alcuni soci ne hanno ottenuto direttamente i sequestri conservativi?

Seguiteci nella spiegazione che necessariamente è un po’ lunga per poter tratatre i molti aspetti connessi che, per la nostra parte, cercheremo di rendere comprensibili ai più a cneh a costo di qulche necessaria ripetizione.

Quinid, dopo che, aggiungeva Giovanni Pons, “la prima mossa dei figli Zonin è stata quella di tamponare la situazione con le banche italiane che chiedevano i rientri dei crediti attingendo liquidità da istituti esteri (dunque impegnando le filiali non italiane del gruppo) per finanziare il circolante e il servizio del debito… il problema, al vaglio dell’advisor Mediobanca, è assegnare una valore alla Cvz che possa attrarre un azionista di minoranza con poca governance… In pratica si chiede al potenziale investitore di versare 50-70 milioni per avere una quota della Cvz tra il 15 e il 20% pagando un multiplo Ev/ebitda di 18 volte, che sale a 24 volte se si considera che l’ebitda vero è di circa 20 milioni calcolando in circa 7 milioni la parte di margine che va a remunerare le aziende agricole di famiglia che gestiscono i possedimenti. Si tratta di un prezzo obbiettivamente alto visto che le transazioni del settore si attestano su un multiplo compreso tra 10 e 12 volte. Dunque è probabile che parta una trattativa con i potenziali interessati che porti il prezzo a livelli più ragionevoli…”.

Ma il problema da risolvere con un potenziale acquirente, al di là dei nomi già fatti tra cui quello della 21 Investimenti guidata da Alessandro Benetton, cui è stato sottoposto il dossier da Mediobanca, parrebbe legato, olte che al rapporto Ev/ebibda, soprattutto al meccanimmo di formazione del margine operativo lordo (ebibda).

Leggendo tra le carte De Pons ha già individuato che l’Enterprise Value (valore della società) della Zonin spa, che in questi giorni Mediobanca sta comunicando ai potenziali investitori di valutare intorno ai 300 milioni, è “frutto della differenza tra 480 milioni di valore dell’attivo a cui bisogna sottrarre circa 180 milioni di debito. Le nove proprietà terriere sono state valutate intorno a 170 milioni, il centro operativo e gli stabilimenti di Gambellara circa 80 milioni, i marchi del gruppo altri 180 milioni. In più c’è il Castello di Albola oltre ad altri appezzamenti che potrebbero essere sfruttati sotto il profilo turistico e che valgono nel complesso un’altra cinquantina di milioni“.

E qui bisogna leggere più a fondo per capire che la famiglia Zonin non immetterà nuovi capitali ma anche perchè un passo in questa direzione, e che passo considerando le normative fiscali!, lo ha già fatto per poter salvare e, dice lei, espandere il gruppo: ha smontato la sua struttura ultraventennale di società semplici agricole che facevano il vino e lo vendevano alla spa risparmiando così, del tutto legalmente, milioni di ero all’anno di tasse.

Se prima le 9 tenute (nove possedimenti terrieri distribuiti su sette regioni italiane – Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana, Puglia, Sicilia – e nella East Coast degli Stati Uniti – Barboursville, Virginia)  erano intestate quasi tutte, in proprietà e/o gestione, a società semplici e a una srl della famiglia, alcune delle quali si occupavano di più tenute, e se, leggendo i documenti, parrebbe che le proprietà terriere fossero già di un’altra società della famiglia Zonin e che le società semplici e la srl ne avessero solo la gestione a scopo fiscale, ora Pons e le carte ci confermano che, dopo aver liquidato tutti i soci di minoranza terzi nelle varie società, le tenute sono tutte state conferite direttamente alla Zonin spa innalzando così di 170 milioni il valore di una azienda prima essenzialmente e solo commerciale e, quindi, poco patrimonializzata per un investitore a cui si chiedano decine di milioni di euro.

Ma… c’è un ma.

Le società agricole italiane, come quelle semplici o la srl a cui facevano capo le tenute (almeno le 7 italiane, su quelle Usa stiamo verificando visto che siamo da queste parti…) , possono beneficiare, a differenza della Spa commerciale, di uno speciale regime di determinazione del reddito su base catastale cioé, in soldoni (molto cari a Zonin nella sue aziende ma un po’ meno se i denari erano dei soci della BPVi, scusateci la divagazione ma tutto è correlato), possono optare (e lo fanno sempre) per la determinazione del reddito su base catastale. Cioè pagano una percentuale della rendita catastale dei terreni, praticamente zero, invece che proporzionalmente ai redditi della società commrciale, nel caso al Zonin spa.

Ovviamente per essere inquadrate come agricole le società di gestione delle tenute non possono esercitare attività commerciali che non si riducano alla semplice cessione della loro produzione a uno o pochi clienti (nel caso uno, la Zonin spa, che detiene per un controvalore di 180 milioni, come già scritto, i marchi dei vari vini, che non sappiamo se anceh essi in origine fossero associai alle tenute o ala capogruppo).

E qui c’è l’altro nodo da sciogliere sulla valutazione da concordare con l’investitore che cerca Mediobanca per un importo di circa 50-70 milioni da immettere per una quota del 15-20% del totale fissato inorno ai 300 milioni: 180 il valore delle tenute, 80 milioni il centro operativo e gli stabilimenti di Gambellara, 50 il Castello di Albiola ed altri appezzamenti da sommare ai 180 “virtuali” dei brand che pareggiano i 180 reali di indebitamento.

Ebbene se Pons valuta l’ebitda reale in 20 milioni “calcolando in circa 7 milioni la parte di margine che va a remunerare le aziende agricole di famiglia che gestiscono i possedimenti” questo calcolo va associato ad una considerazione fondamentale che l’investitore non potrà non fare: i 7 milioni di remunerazione per le aziende agricole a tassazione praticamente nulla fanno riferimento a un prezzo di vendita del loro prodotto fissato dagli Zonin come sia venditori che acquirenti e, quindi, con pressoché totale libertà nella sua determinazione sia ai fini fiscali della ragnatela societaria che per i propri utili da incassare dalla Spa e/o dalle società semplici…

Il nuovo investitore, che dovrà immettere soldi senza “governare”, quali garanzie reali chiederà (e otterrà) su questo snodo fondamentale in cui venditori e compratori non coincideranno più?

Se la concidenza dei ruoli ha fatto rivoltare nella tomba il marchese Giuseppe Roi (lui mise il patrimonio nella Fondazione Roi ma a che prezzo comprare con le sue elargizioni le azioni della BPVi lo decise il presidente unico delle due realtà e, quindi, venditore e compratore) il socio che per la Zonin spa cerca Mediobanca sarà vivo e attento.

A chiedere, se non complessi meccanismi di determinazione oggettiva dei prezzi dei prodotti, che diventi almeno sua in quota parte anche la proprietà delle società semplici a tasse “agevolate”…

Debiti (non) ceduti e insinuazione al passivo. A proposito delle «banche venete».

Aldo Angelo Dolmetta e Ugo Malvagna dirittobancario.it marzo 2018

Estremi per la citazione:

A.A. Dolmetta e U. Malvagna, Debiti (non) ceduti e insinuazione al passivo. A proposito delle «banche venete»., in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 20, 2018

ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

Sommario. 1. I comunicati dei commissari liquidatori del 22 febbraio 2018. – 2. L’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017 come fenomeno «straordinario» di liberazione del debitore. – 3. Gli aventi «diritto alla restituzione degli strumenti finanziari» relativi alla prestazione di servizi d’investimento. – 4. I creditori «non ceduti» con responsabilità del cessionario. – 5. Il problema dei creditori «retrocedibili». – 6. Il rapporto tra legge e contratto ai fini dell’accertamento del passivo, alla luce dell’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017. – 7. Le passività «controverse» ex art. 3 comma 1 lett. c), legge n. 121/2017. – 8. Effetti della presentazione e della mancata presentazione della domanda di insinuazione al passivo. – 9. Effetti dei provvedimenti (di accoglimento o di diniego) dei liquidatori.

 

1.- I comunicati dei commissari liquidatori del 22 febbraio 2018

1.1.- Con due comunicati dello scorso 22 febbraio, affatto omologhi per contenuto, i commissari liquidatori di Banca Popolare di Vicenza e quelli di Veneto Banca hanno dato impulso al termine relativo alla presentazione delle domande di ammissione nei relativi stati passivi, con conseguente individuazione della scadenza del medesimo al prossimo 23 aprile.

Secondo quanto segue alle indicazioni testualmente fornite nei comunicati, gli stessi intendono trovare la loro base fondante – di avvio del procedimento di insinuazione – nella somma di due serie normative. Una, di ordine generale; l’altra, particolare.

Viene dunque richiamata la norma generale per le liquidazioni coatte amministrative bancarie costituita dall’art. 86 comma 5 TUB («entro sessanta giorni dalla pubblicazione del decreto di liquidazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, i creditori e i titolari dei diritti indicati nel comma 2, i quali non abbiano ricevuto la comunicazione prevista dai commi 1 e 2, devono chiedere ai commissari, mediante raccomandata con avviso di ricevimento, il riconoscimento dei propri crediti e la restituzione dei propri beni, presentando i documenti atti a provare l’esistenza, la specie e l’entità dei propri diritti e indicando l’indirizzo di posta elettronica certificata al quale ricevere tutte le comunicazioni relative alla procedura. Si applica il comma 3 del presente articolo»).

Alla disposizione generale vengono poi aggiunte le norme degli artt. 2, comma 2 e 4, comma 4, d.l. n. 99/2017 convertito con modificazioni in legge n. 121/2017, provvedimento legislativo per l’appunto approntato per la gestione normativa ad hoc del dissesto delle banche venete. Per la prima di queste disposizioni, «dopo l’adozione dei decreti di cui al comma 1, l’accertamento del passivo dei soggetti in liquidazione ai sensi dell’articolo 86 del Testo unico bancario è condotto con riferimento ai soli crediti non ceduti ai sensi dell’articolo 3, retrocessi ai sensi dell’articolo 4 o sorti dopo l’avvio della procedura». Tale retrocessione segue – come indica la seconda norma – allo svolgimento di un’apposita «due diligence sul compendio ceduto» (in esito alla quale «il cessionario di cui all’articolo 3 può restituire o retrocedere al soggetto in liquidazione attività, passività o rapporti dei soggetti in liquidazione o di società appartenenti ai gruppi bancari delle Banche»).

Per la verità, nessuna di queste due norme particolari sembra introdurre – testualmente almeno – una deroga alla disposizione generale dell’art. 86 comma 5 TUB, che, come si è appena riferito, imputa la decorrenza del termine per l’insinuazione non a un intervento commissariale, bensì alla pubblicazione del decreto ministeriale di messa in liquidazione. I comunicati sembrerebbero ravvisare, quindi, una sorta di deroga implicita (o di sistema, forse) alla norma generale del TUB nell’ambito della disciplina di cui al decreto.

1.2.- Nei fatti, il punto è che i decreti del MEF di messa in liquidazione delle due banche (nn. 185 e 186 del 25 giugno 2017) non sono stati a tutt’oggi – secondo quanto consta, perlomeno[1] – fatti oggetto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale «per estratto», secondo quanto dispone l’art. 80, comma 4 TUB. Se questo è vero, di per sé non dovrebbe correre nessun termine (salva appunto l’individuazione di una deroga nel peculiare tessuto normativo relativo alla liquidazione delle banche venete).

Per le domande che verranno presentate entro il 23 aprile non dovrebbero comunque porsi dei problemi reali. I comunicati dei commissari si fanno espressa cura di dichiarare che «le domande di insinuazione già pervenute» e confezionate secondo date modalità «saranno considerate come validamente presentate e quindi prese in esame all’avvio del procedimento di accertamento del passivo»: all’identico destino non possono essere sottratte, evidentemente, quelle che verranno presentate adesso (d’altronde, il termine iniziale della procedura liquidatoria in quanto tale pare muovere dall’emanazione del decreto ministeriale). È da chiedersi peraltro se siano veramente definibili come «tardive» ai sensi dell’art. 89 TUB le domande che saranno inoltrate alle liquidazioni dopo il 23 del mese di aprile.

1.3.- Pure sotto il profilo delle procedure pare, insomma, che la liquidazione delle banche venete si connoti per una dose di particolarità assai marcata (per l’essere dominata dalla linea della mera contingenza, si potrebbe fors’anche pensare).

Salta così agli occhi – per quanto non dovrebbe produrre negatività decisive o di carico troppo pesante (ma si tratta di osservazione non completa, in ragione di quanto si rileverà infra, nel n. 5, in punto di creditori «retrocedibili») – la circostanza che entrambe le liquidazioni abbiano deciso di omettere in toto la comunicazione personalizzata a ciascun creditore delle «somme risultanti a credito di ciascuno secondo le scritture e i documenti della banca», così come dispone la norma dell’art. 86 comma 1 TUB. E che non diversamente abbiano fatto con i «titolari di diritti reali sugli strumenti finanziari relativi ai servizi previsti» dal TUF, di cui discorre il comma 2 dell’art. 86 (sulla posizione di questi ultimi – all’apparenza negletta – v., peraltro, anche infra, il n. 3).

Niente di determinante qui, è chiaro: la comunicazione non viene a incidere sul termine di cui all’art. 86, comma 5; né discrimina in qualche modo tra soggetti che l’hanno ricevuta e soggetti a cui non è stata invece inviata. Tuttavia, l’indicazione delle «somme risultanti a credito di ciascuno secondo le scritture e i documenti della banca» – secondo quanto prescrive la formula normativa della chiusa del comma 1 dell’art. 86 – non è che sia cosa di per sé stessa inutile o priva di significato. In realtà, essa persegue lo scopo di «dare una mano» ai creditori nella presentazione delle loro domande; e pure di dare un minimo di ordine, di indirizzo di massima (in senso latissimo), al procedimento di verifica del passivo nel suo complesso.

D’altro canto, il segnalato agire dei commissari non sembra potersi inscrivere nella cornice disciplinare dell’art. 86, comma 2-bis TUB, che regola l’ipotesi di «procedure prive di risorse liquide o con risorse insufficienti» (ex art. 92-bis TUB), stabilendo che la comunicazione dell’inserimento nello stato passivo possa pure avvenire «per singole categorie di aventi diritto, mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e in uno o più quotidiani a diffusione nazionale o locale di un avviso contenente l’invito a consultare l’elenco provvisorio degli ammessi al passivo».

Difatti, pure al di là del rilievo per cui non risulta agli atti della procedura – quanto meno, non risulta ancora – alcuna presa d’atto dell’insufficienza dell’attivo, che in effetti dipenderà da variabili numerose e diverse (a partire dalla reale misura di «deterioramento» dei crediti ceduti alla SGA e, prima ancora, dall’effettiva esistenza giuridica dei crediti stessi, in particolare di quelli contestati)[2], la circostanza che ci si trovi fuori da quest’opzione procedimentale è testimoniata proprio dalla mancata pubblicazione dell’«elenco provvisorio degli ammessi al passivo».

2.- L’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017 come fenomeno «straordinario» di liberazione del debitore

2.1.- Nel contesto dei comunicati in discorso, particolare risalto viene assegnato alla norma del comma 2 dell’art. 2; riportato per intero, il testo è reso in carattere grassetto e, altresì, in sottolineato. Trasparente è l’avviso dell’enfasi: rimarcare l’importanza operativa della norma, se tradisce la preoccupazione di ricevere un alto numero di richieste di insinuazione «sbagliate», nel contempo tende a contenere l’effettivo ricorrere di una simile eventualità.

L’intento è lodevole, non c’è dubbio. Si può dubitare, tuttavia, della sufficienza di questo testo normativo a risolvere ogni questione in punto di definizione degli aventi diritto all’insinuazione. A nostro avviso, la norma, più che risolvere problemi, forse qualcuno lo crea. All’analisi della disposizione del comma 2 dell’art. 2 sono, di conseguenza, dedicate le brevi osservazioni che compongono il presente scritto.

2.2.- Della versione vigente di questa norma la prima cosa – a colpire l’attenzione dell’operatore tecnico – è che la stessa parla di «crediti (non) ceduti» (decisamente migliore l’espressione adottata dal decreto originario, che facendo riferimento ai «creditori», poneva almeno l’accento sul soggetto che va a presentare la domanda di insinuazione). Si tratta di una scelta lessicale alquanto singolare, a noi pare, posto che la materia a cui viene riferita esprime non attività, bensì passività relative al pregresso esercizio dell’attività di impresa da parte delle banche ora in liquidazione.

Ovviamente, il significato di base della disposizione è quello di indicare che i creditori delle banche venete, che sono stati «ceduti» alla banca cessionaria, restano esclusi dal passivo fallimentare di quelle. Col che, peraltro, dal piano della mera formula linguistica ci si volge verso quello della sostanza concettuale. Perché il fenomeno, che resta qui sotteso al termine «cessione», è quello della modificazione soggettiva del rapporto obbligatorio, con liberazione del debitore originario (non permanendo residui spazi vitali del credito verso le banche venete, ci sembra, per chi viene escluso dal concorso al riparto dell’eventuale attivo patrimoniale). Liberazione che – in un sistema come il nostro, per sé contrario all’idea di trapassi automatici dei debiti – secondo i principi suppone la necessaria adesione del creditore.

In via emblematica si veda, così, la norma dell’art. 1273, comma 1 e 2 cod. civ. Ma prima di tutto si veda, in ragione appunto della materia che qui è specificamente in esame, la regola dettata dall’art. 2560 comma 1, cod. civ. Alla quale appare, di conseguenza, derogare – per la specie delle banche venete – la norma dell’art. 2 comma 2: che per quest’aspetto, mostra dunque un primario significato di natura sostanziale (che solo viene manifestato, per così dire, sul piano obliquo della disciplina concorsuale di accertamento del passivo).

2.3.- Per chiudere il cenno al profilo dommatico del tema (in una vicenda come quella della liquidazione delle banche venete, comunque destinato, va da sé, a rimanere confinato sui margini), va infine rilevato come sia senz’altro da respingere – a priori,viene proprio da dire – ogni eventuale ipotesi di ipotizzare la disciplina in questione (di cessione con liberazione del debitore cedente) come sponda per assumere, o formare, dei microsistemi alternativi. Si tratta, invero, di una norma del tutto eccezionale, frutto di una legislazione di natura solo emergenziale.

In effetti, la norma dell’art. 2 comma 2 si iscrive nel complesso di un testo normativo (quello appunto della legge n. 121/2017) che, se nella forma dichiara di richiamarsi al paradigma normativo della liquidazione coatta amministrative delle banche, nella sostanza sembra tuttavia connotarsi per gli allontanamenti e scarti che dal relativo schema generale esso viene a presentare (a partire, per quanto più prossimo al tema qui specificamente in oggetto, dalla congiunta deroga all’art. 58, comma 5, e all’art. 90, comma 2, TUB di cui all’art. 3, comma 1). Al punto, in verità, che viene da chiedersi se il legame della disciplina liquidatoria delle banche venete con il genere della liquidazione coatta delle banche sia, in definitiva, qualcosa di più di una semplice etichetta giustapposta.

Naturalmente, non è questa la sede adatta per affrontare il tema – decisamente complesso – dell’identità tecnico-strutturale della figura delineata dalla legge n. 121/2017. Per i modesti fini della presente indagine sembrano sufficienti, in realtà, due brevissime osservazioni, entrambe fermate sulla cessione che viene ivi prevista.

La prima è che quest’ultima, seppur certamente riconducibile al genere degli atti dispositivi, non sembra appartenere alla categoria delle cessioni liquidatorie (in quanto tali destinante a tradurre il valore del compendio aziendale in denaro, con conseguente distribuzione del relativo ricavato ai creditori): il distacco dalla comune liquidazione coatta delle banche è proprio di sostanza, insomma.

L’altra è che l’idea disciplinare del legislatore storico pare propriamente essere quella di tenere compiutamente separati tra loro (reciprocamente «segregati») debiti lasciati al cedente e debiti trasmessi al cessionario (quali quelli, per dire, da depositi bancari): si può tuttavia dubitare, a noi pare, che tale soggettiva intenzione si sia poi realizzata sino in fondo (v. infra).

3.- Gli aventi «diritto alla restituzione degli strumenti finanziari» relativi alla prestazione di servizi d’investimento

3.1.- La disciplina generale della liquidazione coatta delle banche si occupa distintamente, nella disposizione dell’art. 86 comma 5 TUB, dei «clienti aventi diritto alla restituzione degli strumenti finanziari relativi ai servizi previsti dal decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58». Secondo tale norma, questi clienti «sono iscritti in apposita e separata sezione dello stato passivo».

Come si comprende, la natura della pretesa avanzata dai clienti nei confronti della procedura non è costituita da un credito pecuniario, quanto piuttosto da una posizione attiva del cliente che sotto il profilo tecnico si qualifica in termini restitutori. È dunque evidente che la sponda normativa generale di riferimento della disciplina di insinuazione al passivo è quella costituita dall’art. 103 legge fall., in materia di «domande di rivendica e restituzione» rivolte nei confronti della procedura fallimentare. Tale accostamento dovrebbe fugare ogni dubbio, poi, sulla proponibilità, nei confronti della liquidazione coatta, non solo di azioni di restituzione, ma anche delle domande di rivendica.

Fermato il richiamo normativo, il riferimento a una «apposita e separata sezione dello stato passivo» si spiega allora, e piuttosto agevolmente, in virtù della differente natura della pretesa che viene esercitata. Per il cliente si tratta, infatti, di ottenere la materiale disponibilità di beni di sua proprietà: mai usciti dalla propria sfera patrimoniale, essi si trovano affidati all’ente in liquidazione in virtù di un rapporto contrattuale (quello della prestazione di servizi di investimento ai sensi dell’art. 1, comma 5, TUF) che, ove non già cessato, non può proseguire in capo alla procedura concorsuale[3].

Ciò posto in linea generale, si tratta adesso di scendere allo specifico della liquidazione delle banche venete. È da chiedersi, in particolare, in che modo vada intesa la norma dell’art. 2, comma 2, là dove il suo testo sembrerebbe limitare ai soli creditori (poi, «non ceduti») l’accesso allo stato passivo degli enti in liquidazione.

3.2.- La soluzione all’interrogativo così posto deve muovere, a noi pare, dalla distinzione tra due gruppi di fattispecie, la cui sorte appare segnata da una sostanziale differenza.

In particolare, da un lato vi sono i rapporti contrattuali ancora in essere al momento della messa in liquidazione della società; dall’altro, quelli che alla medesima data erano già cessati nella loro efficacia, senza che però l’intermediario abbia ancora adempiuto l’obbligazione di restituzione degli strumenti: e cioè, se si preferisce richiamarsi a una terminologia oramai classica, i rapporti «chiusi», ma non «esauriti».

Con riferimento a questi ultimi, è davvero scontato osservare che, se del rapporto residua la sola pretesa restitutoria o rivendicatoria, allora questa non potrà che essere fatta valere nei confronti del soggetto che si trova nella disponibilità materiale degli strumenti: la procedura, per l’appunto[4].

All’opposto, la sorte dei rapporti relativi a servizi di investimento ancora in essere sembra essere quella del loro integrale trasferimento in capo al cessionario dell’azienda senza soluzione di continuità. In effetti, si tratta di contratti aziendali in senso proprio, poiché strumentali di esercizio dell’attività d’impresa. La circostanza del loro integrale trasferimento pare del resto confermata dallo stesso contratto di cessione, che espressamente include tra i rapporti ceduti tutti i contratti di custodia ed amministrazione titoli.

In un simile contesto, la fisiologia della prosecuzione del rapporto in capo al nuovo prestatore del servizio d’investimento è quella per cui il cessionario riceva dalla procedura gli strumenti su cui il rapporto insiste (quelli, cioè, affidati alla custodia dell’intermediario in dissesto). Sembra pure sicuro che l’ottenimento del possesso dei titoli relativi ai rapporti di prestazione di servizi di investimento a sé trasferiti costituisce un preciso obbligo in capo all’intermediario: sicché un’ipotetica inerzia costituirebbe di per sé inadempimento alle obbligazioni assunte ex contractu.

L’enucleato obbligo del cessionario nemmeno sembra destinato a cessare per l’ipotesi della cessazione del rapporto in costanza della procedura. L’assunto appare evidente in quelle ipotesi in cui sia accertato il previo affidamento degli strumenti al cessionario (così, la contabilizzazione dei medesimi sul nuovo conto di deposito titoli in essere tra cliente e cessionario). Ma nemmeno nel diverso caso di uno scioglimento anteriore all’affidamento degli strumenti, si potrebbe tenere il cessionario del tutto estraneo alla vicenda: ché se è vero che lo scioglimento del rapporto identifica nel terzo possessore – qui, la procedura – il legittimato passivo dell’azione restitutoria o rivendicatoria (e qui la tardività dell’insinuazione sarebbe certo non imputabile), è pure sicuro che sul cessionario, in quanto ultima controparte di quel rapporto, incombeva l’obbligo di procurarsi gli strumenti finanziari.

4.- I creditori «non ceduti» con responsabilità del cessionario

4.1.- Non è dubbio che nell’ambito dei soggetti legittimati a proporre insinuazione nel passivo delle «banche venete» siano da ricomprendere i creditori fatti oggetto di attenzione dalla norma dell’art. 3, comma 1, lett. b) legge n. 121/2017: quelli per l’appunto corrispondenti ai «debiti delle [banche venete] nei confronti dei [loro] azionisti e obbligazioni subordinati», in quanto «derivanti dalle operazione di commercializzazione di azioni o di obbligazioni delle banche [medesime] o dalla violazione della normativa sulle prestazione di servizi di investimento» su tali titoli.

Questo punto sembra andare decisamente de plano, per così dire. Non sembra inopportuna, peraltro, l’esplicitazione di una piccola serie di note a margine dello svolto assunto.

4.2.1.- In un commento a caldo della normativa relativa alla liquidazione delle banche venete abbiamo avanzato l’idea che, pur essendo rinvenibile nel decreto (come poi convertito), e in particolare del suo art. 3, la volontà (del legislatore storico) di sottrarre il cessionario alla responsabilità per qualsiasi debito non volontariamente assunto, è assai dubbio che un simile meccanismo sia stato effettivamente realizzato dal detto impianto normativo[5].

Secondo quanto abbiamo sostenuto, infatti, l’art. 3, comma 1, non può essere inteso nel senso della effettiva sottrazione del cessionario alla garanzia per i debiti aziendali sorti nei confronti del cedente, se non al costo – non consentito, ove sia possibile dare corso a una interpretazione alternativa – di acclararne il contrasto coi dati normativi costituzionali[6]. Questo, a partire dall’ingiustificata disparità di trattamento che esso viene a indurre tra distinte categorie di creditori, là dove sottrae alla realistica prospettiva di ottenere la soddisfazione del proprio credito solo taluni soggetti che vantino pretese creditorie, di stampo risarcitorio o restitutorio, connesse con la violazione della normativa di legge in materia di prestazione di servizi di investimento: in via specifica e immediata, quelli che hanno investito su titoli emessi dalle banche stesse, rispetto ai clienti con rapporti relativi ad altri titoli.

Il discorso, invero, va ancor più nel profondo. È infatti a nostro avviso insuperabile – come dato metodologico – la necessità che l’intero corpo normativo contenuto nella legge 121/2017 vada letto in conformità alla norma dell’art. 47 Cost., alla luce della quale occorre svolgere il (faticoso) tentativo di giustificare, prima nel suo complesso e quindi nelle sue singole parti, la disciplina di diritto singolare predisposta dalla legge 121/2017.

In effetti, le criticità che sul punto emergono, oltre a essere acute assai, sono anche diversificate, sotto distinti profili. Si manifesta fortemente dubbia la legittimità di una distinzione manichea, che il decreto intende produrre (a qualcuno tutto, ad altri niente), tra crediti da deposito a vista – a cui nella specie si aggiungono quelli vincolati, così come la raccolta indiretta (le obbligazioni ordinarie)[7], e crediti da inadempimento della disciplina imperativa in materia di servizi finanziari. Come se la disciplina di tutela del cliente fosse un mero incidente esterno rispetto all’esercizio dell’attività finanziaria; e le posizioni obbligatorie conseguenti alla loro violazione non più che un fastidioso intralcio all’ordinata gestione del dissesto di un ente creditizio. Al postutto, c’è comunque misura e misura per differenziare.

Ma emerge altresì – secondo un terzo livello di lettura e valutazione della norma (in cui i primi due sono, per l’appunto, quello del rapporto tra gli investitori, e quello del rapporto tra gli investitori e i depositanti) – il problema dell’impatto prospettico di disincentivazione del risparmio, che un simile modus operandi viene strutturalmente a generare[8]: i soggetti colpiti non sono solo gli investitori già «traditi», bensì anche – e soprattutto – gli investitori del futuro.

4.2.2.- Per le ragioni dette, è sembrato a noi che l’esclusione dalla cessione, evocata dalla detta normativa di legge, debba essere intesa – alla stregua del complessivo contesto normativo in cui si trova inclusa – come limitata, appunto, al fenomeno della cessione di date passività nei rapporti interni tra le controparti dell’atto di alienazione; impregiudicata, così, la garanzia del cessionario fondata dall’art. 2560, comma 2, cod. civ.

È significativo segnalare, d’altra parte, che sul piano del diritto applicato lo svolgimento operativo di questa idea sembrerebbe trovare seguito nei primi interventi giurisprudenziali[9]. Per quanto si tratti – il punto va messo in adeguata evidenza – solo di provvedimenti provvisori, i.e. non decisori e come tali soggetti a un possibile futuro mutamento.

4.2.3.- Tanto posto, si può qui osservare, in via ulteriore, che verso questa conclusione conduce altresì lo sviluppo di un approccio al testo normativo di stampo strettamente disciplinare. E infatti, anche ad abbandonare il piano dei valori, per limitarsi a quello di una lettura sistematica interna al decreto (se non solo esegetica), è interessante rilevare la stesura dei commi 6 e 7 dell’articolo 4.

I detti commi dispongono, rispettivamente, che «alle restituzioni e retrocessioni di cui ai commi 4 e 5 si applica l’articolo 3, comma 2»; e che «nel caso di restituzioni e retrocessioni di cui al comma 4, così come nel caso di restituzioni al soggetto in liquidazione in forza di condizioni risolutive della cessione pattuite nel contratto, il soggetto in liquidazione risponde dei debiti e delle passività restituiti o retrocessi, con piena liberazione del cessionario retrocedente anche nei confronti dei creditori e dei terzi».

A una lettura preorientata sull’esclusione del cessionario della responsabilità, il comma 7 non può non risultare privo di significato autonomo: meramente ripetitivo, in particolare, del disposto del comma 6.

Si deve però muovere dall’idea guida che le norme siano utili, nel senso cioè di essere provviste un significato (tanto più quando la normativa si intende porre al di fuori di ogni orizzonte sistematico: cfr. supra, n. 2). Tanto posto, ci sembra allora ragionevole assumere che l’aggiunta del comma 7, il quale espressamente parla di liberazione del retrocedente «anchenei confronti dei creditori e dei terzi» postuli l’inefficienza, a questo fine, dell’art. 3, comma 2 (a sua volta richiamato dal comma 6), là dove si prevede che «il cessionario risponde solo dei debiti ricompresi nel perimetro della cessione ai sensi del comma 1» (quest’ultima disposizione scende così al livello di norma ripetitiva della stringa di «esclusi[one] dalla cessione» contenuta nell’art. 3, comma 1).

4.3.- Tutto ciò posto, è bene precisare allora che l’assunta sussistenza di una responsabilità del cessionario nei confronti dei ridetti creditori non fa di sicuro sortire questi ultimi dal novero dei «crediti non ceduti». Il fenomeno sopra richiamato è strutturalmente diverso.

La responsabilità, che la legge addossa al cessionario ex art. 2560 cod. civ., non incide infatti sulla titolarità delle posizioni sostanziali (e finali) del rapporto obbligatorio. Si tratta infatti di una mera responsabilità aggiuntiva per debito altrui: solo conformata (anche in termini disciplinari, peraltro) sui termini propri del debito che nel concreto risulta gravare sul cedente dell’azienda.

Ancora altro discorso è quello inerente ai riflessi che su questo complesso fenomeno debbono ritenersi connessi all’effettiva presentazione di una domanda di insinuazione al passivo da parte di un creditore appartenente alla serie in discorso o, all’opposto, alla mancata presentazione della stessa. Ma su questi profili, nella specie indubbiamente di primaria importanza, ci soffermeremo negli ultimi paragrafi del presente lavoro (nn. 8-9).

5. Il problema dei creditori «retrocedibili»

5.1.- Oltre ai creditori «non ceduti», possono presentare domanda di insinuazione al passivo pure i creditori «retrocessi» ai sensi dell’art. 4 comma 4, legge n. 121/2017. Nel suo insieme, il tema non manca di sollevare un problema importante e, in sé stesso, spinoso: quello, in specie, dei creditori «retrocedibili».

Il fatto è questo. Il testo della norma dell’art 4, comma 4, se collega il potere di retrocessione del cessionario all’«esito della due diligence», pure viene a concedere l’esercizio del medesimo «entro il termine e alle condizioni definiti» dai decreti del MEF (a loro volta previsti nell’art. 2, comma 1). Peraltro, il testo di questi decreti, che – per quanto non pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale – circola pubblicamente su internet, non fa proprio menzione né di condizioni, né di termini di esercizio del potere in discorso (o, perlomeno, così noi ne abbiamo inteso il tenore: cfr. sopra, nel n. 1.2., testo e nota 1)[10].

Sembrerebbe allora spalancarsi un baratro di retrocessioni potenzialmente infinite, a dipanarsi reiterate lungo il corso dell’intera procedura di liquidazione delle banche in questione e dopo ancora (sino a giungere al paradosso estremo: retrocedere per non pagare).

5.2.- A noi non sembra, tuttavia, che le cose possano realmente stare in questi termini. Non ci sembra pensabile, in particolare, che il ridetto potere di retrocessione sia privo di limiti temporali ovvero, e meglio, che lo stesso non sia delimitato da un confine ragionevole: se non altro perché gli effetti negativi del relativo esercizio vanno aumentando, per i creditori che li subiscono, con il crescere del tempo (nei confronti della liquidazione cedente, ferma comunque restando l’applicazione della già richiamata norma dell’art. 4 comma 7, legge n. 121/2017 quanto alla loro posizione rispetto al cessionario).

Ci pare pertanto sia fortemente da valorizzare – nel contesto normativo dell’art. 4, comma 4 – il legame, che vi viene espresso, tra svolgimento della due diligence ed esercizio del potere di retrocessione; nel senso di chiudere il secondo sulla conclusione del primo: che è anche un modo, a dire il vero, di razionalizzare almeno in parte una norma in sé stessa alquanto singolare. Se il compimento della due diligence consuma il potere di retrocedere – si può dunque così ragionare –, la mancata previsione di un termine ad hoc nei decreti del MEF non apre la porta all’indeterminato, ma casomai circoscrive la misura del tempo concesso al cessionario per il relativo esercizio.

Del resto, nei comunicati di febbraio i commissari liquidatori hanno espressamente riscontrato che la due diligence prevista dall’art. 4 comma 4 «ha avuto termine»; e tale riscontro si pone a chiusura dell’annuncio del 17 ottobre scorso, in cui essi avevano dichiarato che «il procedimento di accertamento del passivo avrà inizio dopo il completamento della due diligence finalizzata a individuare il perimetro dei creditori tenuti a partecipare al concorso». Nella rincresciuta constatazione che i commissari non hanno inteso affrontare espressis verbis la questione, ci pare comunque sensato leggere nelle riportate formule l’avviso dell’inammissibilità di retrocessioni successive alla chiusura del termine per la presentazione delle domande di insinuazione al passivo che gli stessi liquidatori sono venuti a fissare (al 23 aprile, si è già detto).

5.3.- A tutt’oggi non abbiamo notizie sicure di avvenuti esercizi del potere di retrocessione di debiti[11]. Non ci sentiamo di escludere, tuttavia, l’eventualità che, nei fatti, delle retrocessioni ci siano state[12]. Il presente ci pare, in definitiva, connotato dall’incertezza.

Per i soggetti potenzialmente interessati all’insinuazione nel passivo delle banche venete (che sono decisamente tanti), si tratta all’evidenza di una situazione assai grave. Ci sembrerebbe perciò conforme (se non altro) a correttezza che i commissari liquidatori vengano a comunicare – prontamente e con modalità atte a raggiungere effettivamente gli interessati – ogni eventuale esercizio da parte del cessionario del suo potere di retrocessione. Nell’oggi, in effetti, l’ignoranza dello stesso si configura come circostanza non imputabile.

6.- Il rapporto tra legge e contratto ai fini dell’accertamento del passivo, alla luce dell’art. 2 comma 2 legge n. 121/2017

Un cenno di chiarimento può rendersi utile anche a proposito dei rapporti correnti – in relazione all’individuazione degli aventi diritto all’insinuazione – tra la previsione legislativa della cessione di azienda e il negozio di cessione, che nella realtà effettuale è stato concretamente posto in essere.

L’opportunità di un simile cenno risulta propriamente sottolineata, del resto, da un’osservazione svolta da un recente provvedimento giudiziario[13], secondo cui l’«atto normativo rappresenta» solo «il presupposto del contratto di cessione»: nel senso che lo stesso risulta «volto a indirizzare e delimitare i poteri dei commissari liquidatori e a fornire garanzie al cessionario».

In sé, l’osservazione si manifesta non poco ambigua, nella misura in cui sembrerebbe avvallare letture intese a disancorare il negozio di cessione dalla legge n. 121/2017, a dargli una vita autonoma (lo stessa incostituzionalità di tale legge – così afferma il provvedimento – «giammai determinerebbe la perdita di efficacia dell’accordo, il quale rimarrebbe valido e produttivo dei suoi effetti giuridici»: in realtà, un’eventuale dichiarazione di incostituzionalità della detta legge toglierebbe ogni fondamento e base al negozio, non foss’altro per la devianza di questo dalle regole del sistema).

È bene dunque precisare che la legge n. 121/2017 (naturalmente, come letta alla luce e nel conforto dei principi costituzionali e subcostituzionali) governa direttamente il negozio di cessione. Persino il tenore testuale della disposizione dell’art. comma 2, viene a riferire la discriminazione tra crediti ceduti e crediti non ceduti alla legge («crediti non ceduti ai sensi dell’articolo 3, retrocessi ai sensi dell’art. 4 o sorti dopo l’avvio della procedura»), e non già al contratto di cessione.

Dal che consegue, senza possibili incertezze sul punto, l’inidoneità del contratto di cessione a produrre scostamenti in ordine al perimetro dei legittimati all’insinuazione, in deroga all’art. 3, comma 1, lett. b) e c): la sua inefficienza, cioè, nel senso di incidere sui termini delle posizioni per sé rientranti tra i legittimati all’insinuazione. Del resto, l’impossibilità di attribuire al contratto un effetto superiore a quello di una legge che pure si dichiara come ad applicazione vincolata («restano in ogni caso esclusi») – ovvero pure una forza effettuale indipendente dalle leggi –, è assicurata dal principio istituzionale di gerarchia tra legge e autonomia privata[14].

Resta ancora da svolgere una piccola nota a margine del tema svolto, che viene a riprendere la sostanza di quanto già osservato poco sopra (cfr. la chiusura del precedente numero 5). L’intera operazione di cessione, nelle sue varie componenti, è connotata da difficilissima conoscibilità degli atti stessi: se non già dello stesso loro compimento, comunque del contenuto dei medesimi (a livello di interpretazione, prima di tutto il resto).

In questo contesto, la comprensione del contenuto effettivo dell’atto di cessione[15] frappone alla generalità degli interessati tanti e tali difficoltà da rendere oggettivamente non proponibile, né in ogni caso commendevole, l’eventuale idea che a tali atti venga fatto diretto e immediato riferimento, (anche) ai fini dell’applicazione dell’art. 2, comma 2. In breve: non ci sembra che il contenuto di questi atti possa essere tranquillamente ostenso ai terzi.

7.- Le passività «controverse» ex art. 3 comma 1 lett. c), legge n. 121/2017

7.1.- Per potere presentare domanda di insinuazione al passivo, occorre che il titolo del credito vantato sia anteriore alla messa in liquidazione delle «banche venete», come pure alla cessione delle relative aziende (la sostanziale contestualità dei due accadimenti dovrebbe comunque evitare il sorgere di problemi in proposito). Naturalmente, l’onere di questa prova sta a carico di chi chiede l’insinuazione.

Dal combinato disposto dell’art. 3 comma 1 lett. c) e dell’art. 2, comma 2, legge n. 121/2017 emerge, peraltro, che l’anteriorità del titolo non è condizione sufficiente per la partecipazione al concorso. È necessario, altresì, che – prima della cessione in discorso – il richiedente non abbia avviato una «controversia» circa l’an e/o il quantum del proprio diritto.

All’evidenza, si tratta di una condizione di ordine meramente negativo. Come dev’essere gestita?

A nostro avviso, occorre distinguere, in proposito, tra onere di allegazione e onere della prova. Per semplicità espositiva conviene rinviare al prossimo paragrafo l’esame del relativo primo punto, limitandosi qui a considerare il punto dell’onere della prova.

Ora, a noi sembra che lo stesso carattere meramente negativo della prova serva a sciogliere l’alternativa tra la riconduzione del requisito in discorso a elemento costitutivo ovvero a elemento impeditivo del diritto all’insinuazione. Di conseguenza sarà cura dei commissari rilevare – nell’ambito della formazione dello stato passivo ex art. 86, commi 6 e 7 – l’inammissibilità della domanda, per essere la controversia sorta prima della messa in liquidazione.

7.2.- Nella prospettiva della procedura di liquidazione, un problema applicativo assai importante ai fini operativi è dato dai termini di interpretazione del lemma «controversia» contenuto nel primo comma, lett. c), dell’art. 3, legge 121/2017.

Sul punto, a noi pare si debba adottare una lettura della nozione di controversia particolarmente ampia; e tale da ricomprendere ogni contestazione mossa in forma scritta alla banca (purché documentata per iscritto e sufficientemente determinata nel contenuto)[16].

Conta, in questo senso, la genericità e atecnicità del termine «controversia», il quale di per sé appare indicare un mero contrasto di interessi: in effetti, se il legislatore avesse voluto indicare «i giudizi pendenti alla data della messa in liquidazione», non avrebbe avuto difficoltà a trovare questi termini. Né può sottovalutarsi il fatto che, nell’impiego legislativo, il ricorso al termine «controversia» è costantemente scelto per differenziarsi dalla nozione di giudizio pendente. Basta pensare, da quest’angolo visuale, alla «mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali» del d.lgs. 28/2010: nel momento in cui una delle due parti propone l’istanza di mediazione, la controversia è già sorta (diversamente, cosa si concilierebbe?). Nel medesimo senso indirizza l’art.128-bis TUB, («i soggetti di cui all’articolo 115 aderiscono a sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie con la clientela»).

Il precipitato sostanziale di questo ragionamento è stato accolto da altra dottrina, che è venuta a svolgere un percorso diverso, come inteso ad assumere il lemma in questione secondo un’accezione di tratto processuale[17]. Nella sostanza, appare comunque confermata – ci pare – l’idoneità di una contestazione articolata e resa per iscritto[18].

Detto questo, occorre altresì segnalare che allo stato manca il riscontro del diritto applicato. Sicché la stessa nozione appare, da quest’angolo visuale, procedere su sabbie particolarmente mobili.

Com’è poi evidente, la parola spetta adesso, almeno per una prima battuta, ai commissari liquidatori. Sembra comunque sicuro che, nel contesto attuale, una simile questione non possa essere risolta dagli stessi in via preventiva (ad esempio, mediante la diffusione di una comunicazione da parte dei medesimi); dovendo piuttosto esprimersi nelle decisioni individue relative a ciascuna singola domanda di insinuazione.

8.- Effetti della presentazione e della mancata presentazione della domanda di insinuazione al passivo

8.1.- Si tratta adesso, per completare il discorso, di verificare gli effetti della presentazione e della mancata presentazione della domanda di insinuazione; nonché, e distintamente, quelli che conseguono all’adozione di un provvedimento da parte dei commissari, sia esso di ammissione ovvero di esclusione dal passivo.

Quanto al primo profilo, è bene dedicare una separata attenzione alla posizione dei (pretesi) creditori di cui alla lettera c), rispetto a quelli della letterab).

L’esigenza di una diversa considerazione dipende, di per sé, dal fatto che la normativa relativa alla cessione devia senz’altro dalla regola base dell’art. 2560, comma 1, cod. civ., mentre una eguale deviazione non avviene – almeno secondo l’interpretazione che a noi pare preferibile – in relazione alla disciplina di cui al comma secondo del medesimo articolo (che appunto è destinato alla responsabilità per debiti altrui del cessionario).

8.2.- Con riferimento alle fattispecie rientranti nella lettera b), gli effetti della mancata presentazione della domanda paiono semplici da descrivere. Nei confronti della procedura, si perde la stessa possibilità della partecipazione al concorso; fatta salva l’eventuale sussistenza delle condizioni per proporre insinuazione tardiva ai sensi dell’art. 89 TUB.

Specularmente, la presentazione della domanda non produce alcun effetto preclusivo, rispetto alla posizione del creditore nei confronti del cessionario. Il dato normativo da evidenziare e rimarcare, sul punto, è quello (già evocato supra, n. 2) costituito dalla deroga espressa all’art. 90, comma 2, TUB che è contenuta nell’art. 3, comma 1, legge 121/2017.

Dal che consegue, per un’esigenza logica di base, l’inidoneità dello stato passivo a limitare la responsabilità del cessionario ai debiti risultanti dallo stato passivo. Disapplicata la regola di concentrazione, l’accertamento dei debiti di cui risponde il cessionario è quindi inevitabilmente rimesso alla cognizione del giudice del singolo rapporto contenzioso (cfr. pure infra, n. 9).

Resta da aggiungere che sulla base del diritto vigente la domanda di insinuazione al passivo di per sé non potrebbe essere in alcun modo intesa come implicante alcuna rinuncia ai diritti nei confronti del cessionario, né come integrante un comportamento opportunistico, siccome volto ad acquisire vantaggi non dovuti. Trattandosi di una figura di solidarietà nel debito, è nelle cose che il creditore possa contestualmente esercitare il diritto nei confronti di entrambi gli obbligati in solido (tale essendo l’ipotesi normativa dell’art. 2560, comma 2, cod. civ.)[19]. Così come che egli possa percepire da entrambi le somme dovute, «fino a concorrenza quanto ancora dovutogli» (cfr., per il principio, gli artt. 61 s. legge fall.).

8.3.- La vicenda relativa alle posizioni creditorie riconducibili alla lettera c) senz’altro condivide, di quanto si è appena osservato nel n. 8.2, l’assunto relativo agli effetti della mancata presentazione della domanda.

Meno lineare, e di certo più complicata, si manifesta invece la tematica relativa al rapporto tra presentazione della domanda e insinuazione al passivo della liquidazione coatta amministrativa.

In questa fattispecie, proprio in ragione del fatto che non si applica l’art. 2560, comma 1, cod. civ., la presentazione della domanda sembrerebbe suppore una sorta di «riconoscimento», di natura implicita, del fatto che la controversia non era ancora «sorta» al momento della messa in liquidazione.

Quest’impressione deve essere corretta, a nostro avviso. Secondo i termini che si vengono appunto a delineare.

Prima di ogni altra cosa, va escluso che nella domanda di insinuazione possa leggersi alcuna dichiarazione di natura sostanzialmente confessoria. La circostanza è esclusa, in effetti, già dal rilievo che il fatto che si pretenderebbe confessato costituisce circostanza del tutto esterna alla sfera del dichiarante.

Inoltre, non ci sembrerebbe corretto nemmeno attribuire alla domanda un significato – di sostanza processuale – grosso modo riconducibile al genere dell’acquiescenza: ché ciò significherebbe attribuire al creditore insinuante il rischio dell’apprezzamento qualificativo dei termini contenutistici della normativa sulla cessione (e della conseguente operazione). Del resto, la stessa non chiarezza del termine prescelto dal legislatore depone nel senso di sollevare il creditore dal detto rischio interpretativo e applicativo.

Ad ogni modo, un principio di prudenza rende senz’altro opportuno che, in sede di allegazione della causa petendi della domanda, i pretesi creditori abbiano cura di esplicitare che la presentazione della domanda non presuppone alcun riconoscimento, nemmeno implicito, del fatto che non esista alcuna controversia già sorta alla data della cessione, bensì che l’insinuazione manifesta il solo intendimento di ottenere il pagamento, senza alcuna presa di posizione intorno all’esistenza o meno dei relativi presupposti, come comprensiva altresì dell’assenza di fatti impeditivi (che è presa di posizione che non è corretto addossare al creditore, stante il contesto descritto)[20].

9.- Effetti dei provvedimenti (di accoglimento o di diniego) dei liquidatori

9.1.- Valutati gli effetti direttamente propri della presentazione delle domande di insinuazione, resta ancora da fare cenno dell’impatto che i provvedimenti di accoglimento, ovvero di diniego (per inammissibilità o per altro), delle domande di insinuazione potranno dispiegare nei confronti dei procedimenti civili extraconcorsuali, relativi a passività ascrivibili alle categorie di cui all’art. 3, comma 1, lettere b) e c).

Il tema trae spunto dalla nozione, che ha natura propriamente istituzionale, dell’endoconcorsualità degli accertamenti condotti in sede di formazione dello stato passivo. Dall’applicazione della quale nozione consegue, per l’appunto, la non vincolatività per il giudice civile della valutazione condotta in sede di accertamento del passivo[21].

Nella specie, la detta non vincolatività si trova ulteriormente confermata da due ulteriori constatazioni. La prima attiene alla natura propriamente amministrativa dei provvedimenti assunti, in un senso o nell’altro, dai commissari liquidatori ex art. 86 TUB. L’altra si richiama alla (non meno determinante) circostanza che i giudizi extraconcorsuali verranno a svolgersi tra chi il diritto accampa e il cessionario, che è soggetto che resta del tutto esterno (ancor prima che estraneo) al procedimento di formazione dello stato passivo in discorso (cfr. pure infra, n. 9.2.).

Questi rilievi appaiono in sé stessi bastanti con riferimento all’applicazione della lettera c) (che si condensa intorno all’interrogativo dell’essere la controversia già «sorta», o meno, alla data della cessione).

Per quanto riguarda i crediti non «ceduti» – nei rapporti interni – di cui alla lettera b), fatti valere nei confronti del cessionario ex art. 2560, comma 2, cod. civ.[22], va richiamato il dato normativo (già segnalato supra, nel n. 8.2, nonché nel n. 2.3) della deroga all’art. 90, comma 2, TUB (secondo cui «il cessionario risponde comunque delle sole passività risultanti dallo stato passivo»), contenuta nella disciplina per la liquidazione delle banche venete (art. 3, comma 1).

In particolare, quanto si è osservato (n. 8.2.) in punto di effetti della mancata presentazione della domanda vale anche per il rigetto della stessa, e così pure per il suo accoglimento: se è derogata la regola che ferma la responsabilità del cessionario sull’accertamento del passivo, fa difetto l’effetto tipico dell’accertamento concorsuale. Conseguentemente, ogni giudizio seguirà la propria strada, in via indipendente.

9.2.- Segue alla ricostruzione appena accennata il rischio – evidente – di confliggenti soluzioni tra i provvedimenti assunti dai commissari ex art. 86 TUB e quelli che verranno presi dall’autorità giudiziaria. E quindi, tra l’altro, che un credito considerato «ceduto» dai commissari sia invece ritenuto «non ceduto» dai tribunali esofallimentari. E viceversa, naturalmente.

Tale rischio è oggettivo e appare in sé stesso non eliminabile (così sembra a noi, almeno). Confrontando la «peculiare» liquidazione predisposta per le «banche venete» con il sistema generale dettato per la liquidazione coatta delle banche[23], emerge che tale rischio discende in radice dalla scelta di dichiarare non applicabile alla specie presente la norma dell’art. 90 comma 2 TUB, (anche) là dove la stessa assume che «il cessionario risponde comunque delle sole passività risultanti dallo stato passivo, tenuto conto dell’esito delle e eventuali opposizioni presentate ai sensi dell’art. 87» di detto testo unico.

Si tratta di una scelta certamente – e fortemente – voluta dal legislatore storico. Non sapremmo dire, peraltro, quanto la stessa possa essere considerata davvero felice e opportuna[24].

A parte questo, la detta scelta comunque non esclude – pure questo è un dato evidente – che le valutazioni dei commissari possano venire ad assumere un peculiare valore suasivo nell’ambito delle controversie portate avanti al giudice civile. Un simile valore indirizzante (per sua stessa natura, solo eventuale) potrà svolgersi, però, solo a livello di singole fattispecie concrete; e in ogni caso nel confronto con tutte le circostanze che ciascun caso verrà volta a volta a manifestare.


[1] L’edizione della Gazzetta Ufficiale del 31 luglio 2017, n. 177, pag. 156, reca infatti la sola comunicazione, da parte della Banca d’Italia, dell’emanazione dei decreti del MEF nn. 185-186.

Il testo dei decreti (uguale per entrambi i casi) risulta peraltro circolare via internet (http://www.vicenzapiu.com/documenti/Decreto%20MEF%20n%C2%B0%20185%20BPVI…), secondo quanto viene qui di seguito trascritto.

«Articolo 1 (liquidazione coatta amministrativa) [la Banca] è posta in liquidazione coatta amministrativa ai sensi dell’art. 80, comma 1, del TUB e dell’art. 2, comma 1, lettera a), del D.L. Ai sensi dell’articolo 2, comma 1, lettera b), del D.L., è disposta la continuazione dell’esercizio dell’impresa della banca in liquidazione coatta amministrativa per il tempo tecnico necessario ad attuare le cessioni previste dal D.L. Articolo 2 (Regime di impugnazione) Il presente decreto è impugnabile entro sessanta giorni dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale ovvero 120 giorni con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Le decisioni della Banca Centrale Europea, del Comitato di Risoluzione Unico e della Commissione Europea, menzionate nel preambolo e costituenti il presupposto del presente decreto, sono impugnabili con ricorso al Tribunale di Giustizia dell’Unione Europea entro due mesi».

Per completezza, va altresì osservato che nel comunicato della Banca d’Italia con cui si dà notizia della messa in liquidazione, si afferma che «[c]on separato decreto n. 187 in pari data, su proposta della Banca d’Italia, sono state adottate le misure di cui all’art. 2, comma 1, lett. c) e d)» del decreto legge 99/2017 (e qui interessa sottolineare, in particolare, la lettera d), in cui il riferimento a «gli interventi indicati all’articolo 4 a sostegno della cessione di cui all’articolo 3)». Tuttavia, non siamo riusciti a entrare nella materiale disponibilità del detto provvedimento.

[2] Dando seguito all’istanza di accertamento dello stato d’insolvenza della Procura della Repubblica di Treviso del 9 gennaio 2018, in data 18 gennaio 2018 il Tribunale di Treviso, Seconda Sezione Civile, ha fissato l’udienza per la comparizione del Pubblico Ministero nonché delle parti destinatarie della convocazione (Banca d’Italia, i cessati rappresentanti legali di Veneto Banca, i Commissari Liquidatori, i Ministro dell’Economia e delle Finanze) al giorno 23 marzo ai fini dell’accertamento del presupposti per la dichiarazione dello stato di insolvenza ex art. 202 l.f. e 82 TUB. Nel provvedimento del Tribunale è richiesta la presentazione di una lista dei creditori, che però, ovviamente, non assume alcun rilievo all’interno del procedimento di accertamento dello stato passivo.

[3] E infatti, se è vero che il decreto legge 99/2017 stabilisce la possibilità che il MEF disponga «la continuazione, ove necessario, dell’esercizio dell’impresa o di determinati rami di attività», facoltà che il Ministero ha nei fatti esercitato, è pure sicuro che questa è concessa «per il tempo tecnico necessario ad attuare le cessioni previste» dal medesimo decreto.

Ad ogni modo, l’inevitabilità dello scioglimento dei contratti di prestazione dei servizi di investimento resta sancita dalla revoca dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria, che è conseguita al provvedimento di revoca della licenza bancaria ad opera della Banca Centrale Europea, emesso in data 19 luglio 2017.

Apprendiamo tuttavia dalle dichiarazioni rese dal Commissario Liquidatore della Banca Popolare di Vicenza, dott. Fabrizio Viola, in sede di assunzione di informazioni (ex art. 362 c.p.p.) da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza in data 20 dicembre 2017, che «la Banca d’Italia ha concesso la autorizzazione provvisoria allo svolgimento della attività bancaria» (pagina 4 del relativo verbale).

[4] Non si comprenderebbe, del resto, perché la procedura dovrebbe consegnare tali strumenti al cessionario o a terzi. Peraltro, di fronte a una simile eventualità dovrebbe applicarsi l’art. 103 l.f. («se il bene non è stato acquisito all’attivo della procedura, il titolare del diritto, anche nel corso dell’udienza di cui all’articolo 95, può modificare l’originaria domanda e chiedere l’ammissione al passivo del controvalore del bene alla data di apertura del concorso. Se il curatore perde il possesso della cosa dopo averla acquisita, il titolare del diritto può chiedere che il controvalore del bene sia corrisposto in prededuzione»).

[5] Dolmetta e Malvagna, «Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 15, 2017.

[6] Sui profili di incostituzionalità del decreto (e della relativa legge di converione) si concentrano, sotto angoli visuali anche diversi da quelli evidenziati nello scritto sopra citato, pure gli scritti di Urbani, La cessioneex lege n. 121/2017 e la posizione degli azionisti delle due «banche venete» poste in liquidazione coatta amministrativa, in Riv. trim. dir. ec., 2017, suppl. 3, 201 ss.; e di Vaccari, Lca delle banche venete e principio di tutela giurisdizionale effettiva, pubblicata su Dirittobancario.it.

[7] Distinzione che rende riferibili ai primi una funzione di disponibilità in senso proprio (e quindi la loro natura di «moneta bancaria»), e ai secondi una funzione di accantonamento-investimento.

[8] Sul punto, v. in specie la relazione di Dolmetta, La cessione dell’azienda bancaria: problemi di legittimità costituzionale, al convegno «Gli aiuti di Stato alle banche in crisi», Università di Siena, 26 gennaio 2018: «la filosofia che sta dietro la normativa, che è stata appositamente scritta per la cessione delle banche venete, appare in contrasto, prima di ogni altra cosa, con l’input costituzionale relativo all’investimento di ordine finanziario dei risparmi. Lungi dall’“incoraggiare” questa finalizzazione del risparmio, come vorrebbe la disposizione dell’art. 47 comma 1, tale normativa viene a “scoraggiarla” in modo evidente. A ben vedere, anzi, la stessa sembra possedere una spinta degenerativa della finalizzazione del risparmio negli investimenti. Ché, nella considerazione propria del plesso costituzionale (art. 47 comma 2), l’investimento immobiliare riceve dignità pari a quella dell’investimento in attività finanziarie solo quando risulta inteso all’acquisizione della «proprietà dell’abitazione», e cioè nel limite della c.d. «prima casa» (in segnata ragione del rilievo primario che il sostegno finanziario delle attività produttive ha per un paese come l’Italia)».

[9] Il riferimento corre, segnatamente: alla sentenza del Tribunale di Vicenza, 14 marzo 2018 (reperibile suDirittobancario.it), in cui la chiamata in causa del cessionario in un giudizio avente per oggetto l’illegittimo collocamento di azioni proprie da parte di Veneto Banca; al provvedimento dell’ufficio del GUP del Tribunale di Roma, 26 gennaio 2018 (reperibile su Dirittobancario.it), in cui la chiamata del cessionario come responsabile civile nel reato commesso dagli amministratori della cedente.

Ritiene invece di evitare la prospettiva di una tensione incostituzionale del decreto il provvedimento dell’ufficio del GIP del Tribunale di Vicenza, dell’8 febbraio 2018 (reperibile su Dirittobancario.it), la cui chicane non appare peraltro convincente (cfr. i rilievi critici svolti infra, n. 6). Per quanto qui rileva, è da notare comunque che il ragionamento ivi proposto mostra di fare comunque applicazione dell’art. 2560, comma 2, cod. civ.

[10]In realtà, a quanto pare di capire, la definizione dei «termini» e delle «condizioni» della retrocessione è stata operata con il decreto MEF 25 giugno 2017, n. 187, del cui contenuto, come già detto, non abbiamo contezza.

[11]Diversamente dalle retrocessioni dei crediti (deteriorati).

[12]Non ben comprensibile appare, al riguardo, il contenuto delle notizie di cessione pubblicate il 31 gennaio 2018 sul sito della Banca d’Italia (anche a prescindere dal fatto che le retrocedenti sono controllate del cessionario): «Banca Apulia S.p.A. Addendum al Contratto di cessione di crediti deteriorati e partecipazioni. In data 19 gennaio 2018 Banca Apulia S.p.A. ha ceduto a Veneto Banca S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa, talune attività, passività e rapporti che sono risultati essere esclusi dal compendio trasferito a Intesa Sanpaolo S.p.A. in esito all’attività di due diligence prevista dal D.L. n. 99 del 25 giugno 2017, recante “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.”, e dal contratto del 26 giugno 2017 per la cessione di attività, passività e rapporti giuridici di Veneto Banca S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa. Della predetta cessione di crediti deteriorati e partecipazioni si dà notizia ai sensi e per gli effetti dell’art. 3, comma 2, e dell’art. 4, comma 4, lettera b), e comma 6, del citato D.L. n. 99/2017»; «Banca Nuova S.p.A. Addendum al Contratto di cessione di crediti deteriorati. In data 19 gennaio 2018 Banca Nuova S.p.A. ha ceduto a Banca Popolare di Vicenza S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa, talune attività, passività e rapporti che sono risultati essere esclusi dal compendio trasferito a Intesa Sanpaolo S.p.A. in esito all’attività di due diligence prevista dal D.L. n. 99 del 25 giugno 2017, recante “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.”, e dal contratto del 26 giugno 2017 per la cessione di attività, passività e rapporti giuridici di Banca Popolare di Vicenza S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa. Della predetta cessione di crediti deteriorati e partecipazioni si dà notizia ai sensi e per gli effetti dell’art. 3, comma 2, e dell’art. 4, comma 4, lettera b), e comma 6, del citato D.L. n. 99/2017».

[13]Si tratta del già citato provvedimento del GIP Vicenza dell’8 febbraio 2018.

[14]È appena il caso di sottolineare, a tal riguardo, che la prosecuzione dei contratti in capo al cessionario, e la correlativa esclusione dall’accertamento del passivo, possono operare solo per l’intero contratto, con l’esclusione dell’ammissibilità della frammentazione del rapporto.

[15]Da un lato, il contratto è organizzato per categorie di rapporti generali, se non proprio di genere; esso dall’altro, si dichiara come meramente «esecutivo» di altri rapporti, pubblicamente non conosciuti né conoscibili [cfr. il preambolo dell’atto di cessione (che abbiamo compulsato mediante un accesso al CERVED), che fa «avvertenza che il presente Contratto costituisce esecuzione di accordi già intercorsi, e non ha efficacia novativa rispetto ad alcuna delle pregresse pattuizioni, le quali, a loro volta, non possono dunque intendersi derogate o superate da quanto qui convenuto». Ancora, risulta l’esistenza di atti successivi alla cessione, definiti come «ricognitivi» (anch’essi consultabili mediante accesso al CERVED), che vorrebbero essere intesi a interpretare «autenticamente» il primo atti, e così integrarlo e modificarlo.

[16]Dolmetta e Malvagna, «Banche venete»cit., 7 s.

[17]Urbani, La cessionecit., 197 ss., che però va a considerare il tenore dell’atto di cessione, a cui rimette il potere di far discendere l’inclusione di controversie (anche giudiziarie) già in essere alla data della cessione (che sono, alla fine, quelle rientranti nella lett. b) dell’art. 3). Sembra chiaro a noi che – fermo restando quanto osservato in relazione alla responsabilità del cessionario per i debiti non ceduti – sotto il profilo della inclusione o meno di dati crediti nell’accertamento del passivo una simile lettura si pone in contrasto con il tenore dell’art. 2, comma 2, l. 121/2017 (secondo quanto si è indicato supra, n. 6).

[18]Senza che ci sia bisogno, per il sorgere della controversia, di una replica da parte del destinatario della contestazione.

[19]Cfr., per tutti, Caccavale, La responsabilità per i debiti dell’azienda ceduta, Napoli, 2016, passim.

[20]Tutto ciò detto con riferimento all’insinuazione, va pure conclusivamente segnalato che, di fronte all’eventualità dell’ammissione al passivo (sulla base della valutazione, da parte della procedura, che si tratti di controversia non sorta), in punto di partecipazione ai riparti la fattispecie della lett. c) si distingue strutturalmente da quella della lettera b). E infatti, se in quest’ultima categoria si tratta per definizione di esercitare due titoli diversi (secondo la distinzione stipulativa qui assunta: il debito e la responsabilità), di tal che è corretto il richiamo all’art. 61 l.f., nella lettera c) la «cessione» del debito relativo alla controversia sorta prima della cessione comporta, in virtù dell’effetto esdebitatorio provocato dall’art. 2, comma 2, l. 121/2017, l’assunzione del debito da parte del cessionario nei rapporti interni (secondo l’effetto proprio dell’accollo liberatorio). Per l’effetto, l’ammissione alla procedura consente di ottenere il pagamento dal cessionario solo a titolo di responsabilità ex art. 2560, comma 2, cod. civ.; diversamente, si tratterebbe di una duplicazione illegittima delle prestazioni, che esporrebbe il creditore a una correlativa eccezione (che è di consistenza puramente sostanziale, e non già dovuta a un contrasto tra giudicati, che nella presente vicenda non può darsi: cfr. infra, n. 9).

[21]Ovvero della compiuta inidoneità dei provvedimenti di ammissione, ovvero pure di esclusione, a produrre giudicato esofallimentare.

In ragione di quanto si osserva nel testo (compiuta estraneità del cessionario alla intera procedura di formazione dello stato passivo), la stessa soluzione dovrebbe comunque valere anche per le pronunce emesse in sede di impugnazione.

[22]Così come quelli relativi a controversie per fatti anteriori alla cessione, fatti valere nei confronti del cessionario a titolo di responsabilità ex art. 2560, comma 2, cod. civ.: cfr. quanto osservato alla nota 18.

[23]Sul tema v. anche sopra, spec. n. 2.3.

[24]Non è forse inopportuno rilevare che, pure nella procedura in questione, viene a trovare applicazione (se non ci inganniamo) la norma dell’art. 96, comma 3, n. 3 l.f.

Banche Venete, le aziende “finite sotto la valanga”. Le colpe delle Authority

Di Luca Spoldi e Andrea Deugeni affariitaliani.it 17.6.18

Banche Venete, le aziende "finite sotto la valanga". Le colpe delle Authority

Da sempre nel mondo del businessle situazioni di crisi di un’azienda possono rivelarsi un’opportunità d’investimento per altri soggetti, a patto che il business sia sostanzialmente sano e che la proprietà sia disposta a fare un passo indietro. A volte però la crisinon è dovuta tanto ad errori dell’imprenditore quanto a crisi di fornitori o finanziatori che, non monitorate per tempo dalle autorità di vigilanza, hanno finito col travolgere l’azienda.

Non sfugge alla regola Ferrarini, gruppo alimentare emiliano leader italiano nel settore degli insaccati (in particolare prosciutto cotto e salumi), che a breve dovrebbe vedere Italmobiliare e il fondo QuattroR rilevare il controllo in cambio di un investimento da 100 milioni tra acquisto di una quota direttamente dagli attuali proprietari e sottoscrizione di un aumento di capitale riservato che servirà a ridurre l’indebitamento  (250 milioni a fronte di 335 milioni di fatturato e 29,5 milioni di Ebitda).

A differenza di concorrenti come Parmacotto, passata di mano lo scorso aprile dopo un periodo di amministrazione controllate avendo sfiorato il fallimento per un debito, 100 milioni di euro, nettamente sproporzionato rispetto al fatturato (58 milioni di euro lo scorso anno) e all’Ebitda (dichiarato pari a circa l’8% del fatturato, dunque attorno ai 4,7 milioni), Ferrarini era finora riuscita a mantenere in equilibrio i rapporti tra fatturato, Ebitda e debito, ma ha finito col ritrovarsi coinvolta nella crisi delle ex popolari venete: alla Società di gestione delle attività Spa (Sga), la “bad bank” che gestisce gli asset di BpVi e Veneto Banca non acquistati da Intesa Sanpaolo, dovrebbero fare capo circa 130 milioni di debito di Ferrarini, ossia più della metà dell’intero indebitamento.

Ma quali sono le altre “vittime” della crisi delle due ex Popolari, crisi cavalcata incampagna elettorale dai partiti di opposizione della precedente legislatura, Lega e M5S, per attaccare il Pd e su cui ora invece Matteo Salvini e Luigi Di Maio tacciono, mentre la valanga nordestina continua a sortire i suoi effetti sul tessuto industriale italiano e sui lavoratori?

Tenendo presente che a Sga sono state girate, come recentemente dichiarato dal presidente Alessandro Rivera125 mila posizioni per un valore lordo di 19,2 miliardi, di cui metà sono Npl (sofferenze) e la parte restante sono Utp (inadempienze probabili) e Past due (scaduti), essendo rimaste esclusi quei crediti collegati a “operazioni baciate”, oggetto di numerosi contenziosi legali e che sono dunque rimasti in capo agli istituti in Lca (liquidazione coatta amministrativa), sarebbero almeno 25 mila le aziende “incagliate” ed in cerca di nuovi finanziamenti. Per loro Sga ha concluso nei mesi scorsi un accordo con Intesa Sanpaolo che offrirà un servizio di “front desk”.In sostanza, Sga utilizzerà le filiali Intesa Sanpaolo ex Bpvi ed ex Veneto Banca per valutare volta per volta se e a chi concedere nuovo credito per riuscire a ristrutturare la posizione debitoria. In questa situazione potrebbero esservi alcuni dei grandi debitori i cui nomi erano circolati già alla fine dello scorso anno, come Mariella Burani Fashion Group, Vimet (azienda orafa di Vicenza dichiarata fallita nel marzo dello scorso anno con debiti per 150 milioni, 43 milioni dei quali nei confronti di BpVi), la Champions Re dei calciatori Vincenzo Iaquinta, Sebastian Giovinco, Nicola Amoruso e Matteo Guardalben, ma anche Luca Parnasi (l’immobiliarista romano implicato nella vicenda del nuovo stadio della As Roma), o l’ex presidente del Palermo calcio, Maurizio Zamparini.E poi ancora: la Nsfi srl, ossia l’ex Lujan Spa, holding inizialmente facente capo alla Finnat dei Nattino il cui controllo vene poi rilevato dall’imprenditore romano ed ex candidato sindaco di Roma Alfio Marchini (che attraverso essa deteneva quote di partecipazione in Methorios Capital, il “salottino buono” romano finito a sua volta in crisi), la Tirrenia poi ceduta nel 2012 alla Cin – Compagnia italiana di navigazione, a sua volta rilevata nel 2015 dall’armatore napoletano Vincenzo Onorato (già socio al 40%), Sorgente Group, l’immobiliarista di Aversa Giuseppe Statuto, la catena Boscolo, la Lotto Sport, storica società di calzature sportive rilevata nel 1999 da Andrea Tomat ma con 71 milioni di debiti a fronte di un fatturato di circa 281 milioni, la Logan Srl del gruppo Batacchi, l’immobiliare Moscova 38 che fa capo a Roberto Bettega e il gruppo Stefanel.Per completare l’elenco dei “grandi debitori” che forse non si troverebbero in una situazione a dir poco scomoda se Banca d’Italia e Consob fossero riuscite per tempo a cogliere i segnali della crisi, magari coordinando meglio la loro attività come prevede l’accordo appena siglato dal neo presidente di Consob Mario Nava e dal riconfermato governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, vi sono infine Alfonso Dolce (fratello del più celebre stilista Domenico Dolce), con la sua Terra Gallurese, il banchiere Pietro D’Aguì, il gruppo immobiliare che fa capo all’ex onorevole di Scelta Civica, Salvatore Matarrese (eletto qualche settimana fa alla presidenza dell’Osservatorio Banche – Imprese della Regione Puglia), e l’imprenditore orafo di Thiene Gino Zoccai, condannato lo scorso anno per bancarotta fraudolenta per il fallimento da 500 milioni di euro della compagnia aerea Volare, da lui promossa e diretta.

Ancora un caso di sofferenza finanziaria legato al crack delle Popolari Venete non meno importante è quello Pasta Zara: la società trevigiana, appesantita da debiti per 241 milioni di euro (73 milioni ottenuti dalle sole due banche nordestine), ha chiuso lo scorso anno con una perdita di 25,7 milioni in parte legata alla svalutazione delle partecipazioni detenute in Bpvi e Veneto Banca. Proprio il calo del patrimonio netto a 77,3 milioni legato a tali svlutazioni ha fatto superare il covenant patrimonio netto/debito finanziario netto (di poco inferiore ai 200 milioni a fine 2017), portando all’apertura di trattative con le banche (verso le quali il pastificio è esposto complessivamente per 128 milioni).

Ottenuto il concordato preventivo “in bianco” dal Tribunale di Treviso, Pasta Zara, partecipata con quote di poco superiori all’11% ciascuna dalla Simest di Cassa depositi e prestiti e dalla finanziaria regionale Friulia (ma la cui quota di controllo, appartenente alla famiglia Bragagnolo, sarebbe stata girata in pegno a Banof China), ha ora tempo fino al prossimo 8 ottobre per predisporre un piano industriale e un progetto finanziario per ristrutturare l’esposizione verso i creditori. Insomma: spento il clamore del “crack” delle due ex popolari venete, la lista di situazioni aziendali di crisi ad esso collegata è ancora corposa ed i tempi per cercare di uscirne appaiono medio-lunghi.

Infine, la valanga nordestina si è abbattuta in casa anche sulla galassia di partecipazioni che fa capo a Finint, la finanziaria di Conegliano Veneto fondata da Enrico Marchi e da Andrea De Vido, socio storico del numero uno di Save (la holding alla quale fa capo l’aeroporto di Venezia),  finito in gravi difficoltà economiche,  dopo una serie di investimenti sbagliati e debiti personali per circa 100 milionilegati a operazioni con Popolare Etruria finanziati da Veneto Banca (De Vido aveva dato in pegno 26,34% delle azioni di Finint).

Dopo una serie di passaggi societari (che hanno fatto scattare anche un’Opa) in Save, Marchi ha liquidato De Vido, facendo entrare nel capitale della newco in cima alla catena di controllo, Milione, i fondi Deutsche Asset Management e Infravia.

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Visco Ignazio

Giuseppe Vegas

Di Maio ape 2

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