Carlo Messina si diverte ancora con le figurine della Panini e non pensa alle banche venete -Intesa Sanpaolo lancia il conto Xme Conto Up! con Panini

Lo spot creato da stv DDB sarà on air per 5 settimane su TV e

Continua la campagna Sharing Dreams di Intesa Sanpaolo, firmata da stv DDB del Gruppo DDB Italia (qui la news), con un nuovo soggetto tutto dedicato ai giovanissimi e un partner d’eccezione come Panini (leggi l’articolo sul lancio della collezione Calciatori).

Uno spot che sarà on air per 5 settimane su TV e cinema e che sceglie di raccontare i prodotti e i servizi della banca reinterpretando contenuti spontanei nati sul web.

Il film di Xme Conto Up! mostra la storia di un piccolo astronauta che diventa grande soprattutto grazie a un grande sogno: raggiungere le stelle, e farlo a modo suo. La rappresentazione di come un sogno possa anche portarci a evolverci e a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati.

Il messaggio “Sono i sogni che ci fanno diventare grandi” sposa appieno la filosofia di Xme Conto Up!, il conto dedicato agli under 18.

Un prodotto nuovo, che ha scelto di legarsi alle figurine Calciatori Panini, parte integrante del lancio del conto.

https://player.vimeo.com/video/256376459

PER ME CONTO UP! 30s ALBUM ON LINE_AGCOM from stv DDB on Vimeo.

di Caterina Varpi engagement.it

MA LA FEDELI È ANCHE MINISTRA DEGLI ESTERI? ANCHE LA FARNESINA NON SA L’ITALIANO?

Non è uno scherzo o un fake! Oltre agli strafalcioni a cui siamo abituati da tempo profusi dalla ministra della pubblica istruzione Serena Fedeli, anche i colleghi della Farnesina, guidati da Angelino Alfano, sembrerebbero non essere da meno. La foto si riferisce alle buste inviate agli italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) nella Repubblica Dominicana contenente le  schede elettorali per le prossime elezioni politiche del 4 marzo dove campeggia REPPUBLICA DOMINICANA in luogo di REPUBBLICA DOMINICANA. 

È possibile un errore così marcato ed evidente compiuto da una istituzione del governo che dovrebbe almeno saper scrivere in italiano corretto? È possibile che nessuno se ne sia accorto al punto da far circolare chissà quante buste con uno errore del genere? Le stesse persone saranno in grado di gestire la complessa macchina elettorale estera? Francamente crediamo proprio di no!

scenarieconomici.it

IL GRANDE GIOCO/1 – COME SI PUÒ SPIEGARE L’ACQUISIZIONE DI MEDIAPRO, FRESCA DEI DIRITTI DELLA SERIE A, DEL FONDO CINESE ORIENT HONTAI? UN’ANOMALIA DEL SISTEMA UNICO CINESE? UN FONDO PRIVATO DI DIRITTO CINESE MA CHE IN REALTÀ CELA UNA PROPRIETÀ DIVERSA? QUALE? – AH SE LE AUTORITÀ COMPETENTI (SONO TANTE SULLA CARTA) OGNI TANTO ALZASSERO GLI OCCHI. NON VORREMMO CHE IL CALCIO ITALIANO FINISSE IN MANI DAL COLORE NON DEFINIBILE. TUTTO CIÒ A POCHISSIMI MESI DALL’INIZIO DEL CAMPIONATO – INCHIESTA

DAGOREPORT

CALCIO MARCIOCALCIO MARCIO

 

Nei prossimi mesi racconteremo, puntata dopo puntata, il Great Game o meglio ancora il Tournament of shadows, cioè il Torneo delle Ombre che si sta muovendo attorno al destino del calcio, non solo, italiano, nel complicato cammino verso l’aggiudicazione dei diritti televisivi del campionato di calcio della seria A.

 

Nei secoli scorsi il “Grande Gioco” significava l’insieme e il crocevia  delle operazioni di diplomazia e di intelligence nella lotta per la supremazia in alcuni aree strategiche del globo. Kipling nell’800 definì la somma di queste complicate operazioni come il “grande affresco sul Grande Gioco”. Noi cercheremo di disegnare almeno le principali linee dell’ intrigato puzzle del gioco (e del business) più popolare del mondo. Lo analizzeremo dall’Italia, leggendo il “Great Game” attraverso l’aggiudicazione dei diritti televisivi del prossimo campionato di Serie A che inizierà il prossimo Agosto.

 

Jaume Roures Taxto Benet mediaproJAUME ROURES TAXTO BENET MEDIAPRO

1’ Puntata: I Cinesi d’Agosto

 

Il prossimo campionato inizia tra pochissimi mesi e ancora i tifosi non conoscono come ne potranno televisivamente usufruire; in parole povere cosa dovranno fare (e quanto pagare) per vedere le partite del campionato di calcio di Serie A.

 

Per esempio conoscono da tempo che le partite della prossima stagione di Champion League le vedranno su Sky. Che i mondiali di calcio li vedranno su Mediaset. Ma non sanno ancora nulla della Serie A.

 

Ma ora facciamo un passo indietro per meglio comprendere lo scenario.

MEDIAPROMEDIAPRO

Ad oggi il “semplice Gioco” delle partite dei diversi campionati si era svolto pressocchè esclusivamente sotto le insegne di Mediaset o di Sky. Le due grandi compagnie televisive per anni si erano scontrate, con alterni successi, per l’aggiudicazione dei relativi diritti televisivi. Vincendo e perdendo. Mediaset aveva creato una “pay tv”, Mediaset Premium, solo allo scopo di competere con Sky ottenendone però dei risultati molto negativi; Mediaset così al fine di dedicarsi quasi esclusivamente alla TV generalista, ha annunciato a fine 2017 di volere abbandonare la pay tv entro i prossimi 3 anni. Sky, con l’eccezione di piccole incursioni nel mondo della tv free sul digitale terrestre, è rimasta a presidiare il suo mercato tradizionale, dedicandosi quasi esclusivamente a mantenere i suoi abbonati.

 

SKY CALCIOSKY CALCIO

Sky e Mediaset, quindi, dopo anni di forte competizione, hanno ritrovato un equilibrio, tornando ognuno a dedicarsi ai relativi mercati originari, ritrovando addirittura alcuni punti di interesse comune: dalla battaglia contro il “passatista” Decreto Franceschini alla lotta alla pirateria. Passando poi per scambi commerciali continui nell’area del prodotto Cinema.

Mediaset, nel mezzo del suo cammino, ha invece tentato la grande alleanza (qualcuno dice la grande “vendita”..) con Bollore’ e il suo eco-sistema Tele-Comunicativo “Vivendi /TIM”. L’operazione oggi e’ seriamente compromessa, stretta complicazioni giudiziarie e in attesa di un regolamento dei conti ai massimi livelli in sede post-elettorale.

MediaproMEDIAPRO

 

L’unica novità da segnalare sul mercato italiano degli ultimi anni è stata Netflix, di fatto un canale di serie televisive e film a (relativo) basso costo, ma del tutto estraneo al live dello sport e del calcio.

 

Tutto il resto del mercato è “noia”: da La 7 a Discovery, dai giants OTT ancora lontani dall’Italia, ai telefonici poco interessati a investimenti rilevanti nel settore audiovisivo.

Mentre la regina RAI, alle prese, fra alti e bassi, con il grande intrattenimento generalista e pop, vive lateralmente la grande vicenda calcistica.

 

Sport truccato calciosospetti alla napoletanaSPORT TRUCCATO CALCIOSOSPETTI ALLA NAPOLETANA

Arriviamo ora al Great Game, quello del calcio della Serie A: miliardi di euro da gestire, una lunga e costosa filiera di interessi da tenere in considerazione: calciatori, Presidenti delle squadre, Leghe e Federazioni, dirigenti relativi, organizzazioni burocratiche, consulenti, uomini di affari, eccetera eccetera molte e grandi bocche da sfamare di continuo, per accontentare milioni di tifosi inconsapevoli e assetati di pallone. Il tutto in massima parte sulle spalle sempre più stanche dei due soli operatori che ne sorreggono il peso: Mediaset e Sky.

mediaset premiumMEDIASET PREMIUM

 

Eccoci al prossimo campionato della Serie A, quello che inizia ad agosto.

Diversi mesi fa sono iniziate le operazioni di compravendita dei diritti televisivi; si sono già succeduti due bandi e nessun diritto e’ stato aggiudicato, in mezzo alle richieste ritenute eccessive da Mediaset e Sky, e la Lega Calcio, cioè l’associazione che riunisce i Presidenti dei club, che richiedeva sempre di più.

Marco Rosini (Direttore Commerciale Mediaset Premium) - Franco Ricci (AD Mediaset Premium) – Pier Silvio Berlusconi (Vice Presidente e Amministratore Delegato Mediaset) - Yves Confalonieri (DirettoreMARCO ROSINI (DIRETTORE COMMERCIALE MEDIASET PREMIUM) – FRANCO RICCI (AD MEDIASET PREMIUM) – PIER SILVIO BERLUSCONI (VICE PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO MEDIASET) – YVES CONFALONIERI (DIRETTORE

 

Alla fine ecco uscire dal cilindro la novità (e’ il primo e unico caso sinora apparso nel panorama europeo), il grande coniglio che si aggiudica tutto, acquisendo in blocco il “monopolio” dei diritti: si tratta di un mediatore di diritti, Media Pro, non di un operatore televisivo. Insomma un soggetto che a sua volta dovrà rivenderli alla televisione, agli operatori.

 

Offre più di un miliardo di euro (1 mld e 50 mln) e dovrà rivenderli a una cifra superiore (perché ovviamente ci guadagnerà sopra). La Lega Calcio esulta al grande risultato, i Presidenti delle squadre già contano i soldi in più che si metteranno in tasca, Mediaset e Sky rimangono in attesa e perplesse. I tifosi non comprendono bene, sperano e si domandano: non è che forse se i diritti sono stati pagati molto più di prima, forse troppo, coloro che e pagheranno il conto saranno proprio i tifosi?

 

bogarelliBOGARELLI

Le cifre da capogiro che sono in campo in Italia tra l’altro faticano a trovare una logica razionale rispetto al reale valore del sistema calcistico e del suo campionato di prima serie. Mentre in altri paesi europei, dove perdipiu’ il livello sportivo e organizzativo del campionato mostra forza e crescita (vedi ad esempio la Gran Bretagna), i prezzi e i valori sono in declino, in Italia invece sembra che il bengodi non finisca mai: alla decrescita complessiva (bassa capitalizzazione delle squadre di calcio, risultati deludenti a livello internazionale, sia come club poco competitivi, a parte la Juventus, nei campionati europei, sia come Nazionale persino esclusa dai campionati del mondo) del calcio italiano, continua a corrispondere illogicamente un valore in crescita dei relativi diritti televisivi.

ORIENT HONTAIORIENT HONTAI

 

Ma esiste una logica? O la pazza rincorsa del calcio italiano prima o poi incorrerà nello scoppio della più “Grande Bolla” ancora inesplosa?

Il mediatore, Media Pro, che si aggiudica i diritti televisivi (anche se in attesa di autorizzazione da parte degli enti regolatori), tra l’altro non è italiano, è spagnolo, anzi pochi giorni dopo si scopre che in realtà è cinese.

BENEDINI TAVECCHIO BOGARELLIBENEDINI TAVECCHIO BOGARELLI

 

Insomma i broadcaster italiani, che hanno valutato eccessivi i costi dei diritti tv, escono (momentaneamente) dal grande gioco mentre un soggetto estero di proprietà cinese, che non ha alcuna organizzazione (a pochissimi mesi dall’inizio del campionato!) in Italia, di cui nulla si conosce e che si avvale di una società mediatrice spagnola, entra in campo. Un’anomalia tutta italiana. Business? Sì, certo. Con quali scopi industriali? Entrare in un nuovo mercato. Ma a quale prezzo?

 

calcio scommesseCALCIO SCOMMESSE

Molto probabilmente eccessivo e altamente rischioso per la sostenibilità complessiva dell’intero sistema. A meno che i soldi esteri investiti non siano la punta di diamante di una operazione più vasta, geofinanziaria, dove i soldi hanno sempre provenienza incerta e poco valore per chi li investe. Sono fresche di queste ore le notizie che arrivano dalla Cina proprio sul “grande pasticcio” intorno al Milan: società fallita, accuse di riciclaggio, una grande società sportiva nelle mani di un finanziere in bancarotta.

 

Sono note le difficoltà che i fondi di investimento cinesi hanno avuto in questi ultimi anni in Europa nel mondo del calcio (ad esempio la negativa operazione di acquisto di Infront, tra l’altro advisor della Lega Calcio italiano) e risultano ancora più chiare le decisioni prese dal segretario del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, che durante l’ultimo congresso di qualche mese fa, ha ordinato categoricamente di fare rientrare tutti i capitali investiti all’estero in business non strategici tra cui quelli nel mondo del calcio.

TAVECCHIO BENEDINI LOTITO BOGARELLITAVECCHIO BENEDINI LOTITO BOGARELLI

 

Ma allora come si può spiegare, alla luce di questi fallimenti e di queste decisioni, l’investimento del fondo cinese Orient Hontai? Un’anomalia del sistema unico cinese? Un fondo privato di diritto cinese ma che in realtà cela una proprietà diversa? Quale? Sarebbe lecito chiederlo se le autorità competenti (sono tante sulla carta) ogni tanto alzassero gli occhi e osassero addirittura fare il proprio mestiere. Non vorremmo che il calcio italiano, tutto intero, finisse in mani dal colore non definibile. Tutto ciò a pochissimi mesi dall’inizio del campionato. dagospia.com

 

“MARIA ETRURIA”, COLLEGIO CHE VAI, RISPARMIATORE CHE TROVI – A BOLZANO LA BOSCHI FA CAMPAGNA ELETTORALE COL BANCHIERE RENZIANO, VICEPRESIDENTE DELLA SPARKASSE, CARLO COSTA – MA I PICCOLI AZIONISTI DELLA BANCA ALTOATESINA MENANO DURO: “ANCHE QUI ABBIAMO AVUTO UNA PICCOLA ETRURIA” –

Franz Baraggino per www.ilfattoquotidiano.it

 

MARIA ELENA BOSCHI A BOLZANOMARIA ELENA BOSCHI A BOLZANO

Collegio che vai, risparmiatore che trovi. Quasi un destino per Maria Elena Boschi. Candidata a centinaia di chilometri dalla sua Arezzo per evitare la rappresaglia elettorale dei truffati di Banca Etruria, in Alto Adige ha più di un motivo per sentirsi a casa. Così, quando sale a Bolzanoper un incontro elettorale, capita che ad accoglierla ci sia anche Carlo Costa, il vicepresidente della Cassa di Risparmio di Bolzano. La stessa che negli anni passati ha registrato perdite per centinaia di milioni mentre le sue azioni crollavano danneggiando i piccoli azionisti.

 

MARIA ELENA BOSCHI A BOLZANOMARIA ELENA BOSCHI A BOLZANO

“Anche qui abbiamo avuto la nostra Etruria”, commento uno di loro, che considera inopportuna la candidatura della Boschi. Perché nonostante i nuovi vertici della banca, Costa compreso, siano protagonisti di una ristrutturazione che sta dando dei frutti, il potere che li ha espressi non sembra cambiato. “Il conflitto d’interessi rimane”, ragiona il giornalista Christoph Franceschini, che al caso Sparkasse ha dedicato un libro. “Il presidente Gerhard Brandstätter è un esponente della Südtiroler Volkspartei, il vice Carlo Costa è del Pd, ed è colui che ha maggiormente influito nella candidatura della Boschi”.

 

RENZI BOSCHI ELEZIONIRENZI BOSCHI ELEZIONI

Nonostante tra i potenziali elettori ci siano anche gli azionisti della Cassa di Risparmio di Bolzano, Maria Elena Boschi preferisce non parlare di banche. Più che comprensibile, si direbbe. Se solo non si facesse circondare da banchieri anche in Alto Adige. Non uno a caso, intendiamoci. Ma quello che a livello locale è considerato l’uomo forte del Pd: Carlo Costa. Che all’appuntamento elettorale arriva insieme all’altro candidato del Pd “blindato” dai voti della SVP, Gianclaudio Bressa. Ma al contrario della Boschi, Costa non ha problemi a parlare con la stampa: “La politica fuori dalle banche? Dipende, bisogna giudicare dai risultati”, dice a ilfattoquotidiano.it. Ed elenca quelli ottenuti dalla Sparkasse, che ha appena chiuso il bilancio 2017 in utile per 14,4 milioni di euro: “Abbiamo rimesso la cassa in ordine con tassi di copertura rilevanti, e abbiamo avviato un’azione di responsabilità sui vecchi amministratori”. Dietro alle perdite, che per il solo bilancio 2014 ammontavano a 231 milioni di euro, c’erano investimenti sbagliati, certo.

carlo costaCARLO COSTA

 

Ma non solo: “Qui i conflitti d’interessi hanno causato più danni della crisi”, ha dichiarato il direttore della filiale bolzanina di Banca d’Italia Luigi Parisotto sugli istituti altoatesini. E se i conti della Cassa di Risparmio tornano finalmente in utile, a lasciare perplessi è la distribuzione delle cariche. “Presidenza all’Svp e vicepresidenza al Pd: si tratta sempre dello stesso sistema, il ‘sistema Alto Adige’”, spiega Christoph Franceschini di Salto.bz, una testata locale. Sulle “perdite milionarie della Sudtiroler Sparkasse” ha pubblicato un libro, “Bankomat”, che fino ad ora è costato due querele a lui e altrettante alla testata: “La procura ha chiesto l’archiviazione, ma la banca non demorde”. Oltre alle operazioni che avrebbero condotto a perdite per centinaia di milioni, Franceschini ricostruisce quello che definisce un “sistema di potere che controlla tutto, dalla politica all’economia”.

 

BOSCHI DEL TRENTINOBOSCHI DEL TRENTINO

Ma non di sole banche si vive. Come ha evidenziato Ferruccio Sansa sul Fatto, Carlo Costa è un campione di poltrone. Sua anche quella di direttore tecnico generale di Autostrada del Brennero SpA, che gestisce la A22 con una concessione rinnovata di recente dal governo, senza gara e per altri 30 anni. Ma non è tutto, Costa è anche nel cda di Cedacri, gruppo leader nei servizi informatici per il mondo bancario, dove, tra le altre banche, la sua Sparkasse è azionista con il 6,5 per cento. Come fa a star dietro a tutto? “Usa le ferie”, è la risposta della presidenza del Consiglio provinciale di Bolzano a un’interrogazione del consigliere del M5s Paul Köllensperger sull’incarico di Costa in Autobrennero, partecipata della Provincia.

 

BOSCHI CAMPIGLIOBOSCHI CAMPIGLIO

“Il potere monolitico gestito da Svp e Pd non ammette sguardi indiscreti, per questo in Provincia hanno respinto la mia proposta di istituire una commissione d’inchiesta sulla Cassa di Risparmio”, racconta il consigliere. E la Boschi? “La sua candidatura è la ciliegina sulla torta”. Costa è approdato alla vicepresidenza nel 2014, dopo anni da vice nella Fondazione della banca, sempre in quota Pd e sempre in tandem con la presidenza targata Svp di Brandstätter, attuale presidente dell’istituto. “Rapporti stretti tra Svp, Pd e Sparkasse? Direi di no”, smentisce Costa, che Renzi ha voluto nella direzione nazionale del partito. Insomma, qualcosa non quadra. E i piccoli azionisti storcono il naso.

 

“Anche qui abbiamo avuto la nostra piccola Etruria”, spiega Lothar Burger, piccolo azionista della Sparkasse. “Come altri ho comprato le azioni perché mi fidavo e sembrava un modo per lasciare qualcosa alle figlie. Chi se lo aspettava che finisse così?”. Il Centro tutela consumatori e utenti di Bolzano ha offerto tutela legale a chi ha visto il valore dell’investimento scendere anche del 70 per cento. “Ma facciamo causa alla banca perché ha venduto le sue azioni a clienti che in un primo momento lei stessa aveva giudicato inadeguati”, spiega l’avvocato Massimo Cerniglia, che affianca il Centro tutela di Bolzano. Al netto delle cause legali, sono più di ventimila gli altoatesini che sperano di veder risalire il valore del loro investimento. Si tratta di capire se votare ancora per Svp o Pd ed eleggere Maria Elena Boschi porti fortuna. dagospia.com

MARIA ELENA BOSCHIMARIA ELENA BOSCHI

 

Salari minimi di 2’900 euro? “Troppo bassi in Ticino”

Banca base, Federcosumatori interviene in aiuto dei risparmiatori

Banca base, Federcosumatori interviene in aiuto dei risparmiatori
„Lo annuncia il presidente Salvo Nicosia, che ha già riunito la consulta giuridica per evitare che le conseguenze della gestione fallimentare della banca ricadano sui risparmiatori e sui correntisti della banca“

La Federconsumatori scende in campo per assistere risparmiatori e correntisti di Banca Base (Banca sviluppo economico) di Catania, finita sotto gestione straordinaria, come disposto, nei giorni scorsi, con decreto dell’assessore regionale all’Economia. Gaetano Armao, su proposta della Banca d’Italia. Lo annuncia il presidente provinciale della Federconsumatori di Catania, Salvo Nicosia, il quale ha già riunito la consulta giuridica dell’associazione, per mettere a punto la strategia e per evitare che le conseguenze della gestione fallimentare della banca ricadano sui risparmiatori e sui correntisti della banca, circa duemila, avvisati con un semplice sms del blocco dei loro risparmi e dei loro fondi.

“La gestione straordinaria sembrava una misura destinata a rimanere sulla carta,  afferma l’associazione etnea – invece è stata applicata a Catania, mettendo in gravi difficoltà correntisti e risparmiatori, che, all’improvviso, si sono visti privare della disponibilità delle loro risorse finanziarie. La Federconsumatori agirà con ferma determinazione, sia pure nella situazione di grave crisi in cui versa Banca Base, chiamata a soddisfare impegni di pagamento che superano di almeno di tre volte la liquidità della banca, che sin dalla sua fondazione, nel 2007, ad iniziativa di un imprenditore catanese del settore farmaceutico, non ha mai navigato in acque tranquille, soprattutto negli ultimi cinque anni” 

Considerata la complessità della vicenda,  Federconsumatori di Catania sta intervenendo in stretta sintonia con la Federconsumatori nazionale, che in materia bancaria, negli ultimi anni, ha maturato una significativa esperienza, assistendo i clienti delle tante banche di alcune regioni del centro-nord, finite nella bufera per la loro gestione fallimentare.

 

La Federconsumatori di Catania ha già chiesto un urgente incontro con l’amministratore straordinario di Banca Base di Catania, prof. Antonio Blandini, e con la Banca d’Italia, per “conoscere – come sottolinea il vicepresidente nazionale della Federconsumatori, Sergio Veroli, responsabile del dipartimento banche e credito – tempi e modi di risoluzione della crisi, avendo come punto di riferimento la salvaguardia dei correntisti e dei risparmiatori”. La Federconsumatori di Catania, come aggiunge il suo presidente provinciale, Salvo Nicosia, si avvarrà della consolidata esperienza maturata dall’associazione nazionale, per tutelare i risparmiatori nei recenti casi di fallimento delle quattro banche ( Popolare Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara ) e delle banche del Nord-est, mettendo a disposizione i propri legali, per fornire assistenza a tutti e, in particolare, ai correntisti monoreddito, che si sono visti congelare, per un mese, persino stipendi e pensioni, accreditati sui loro conto correnti. Da parte della Federconsumatori, il monitoraggio della situazione sarà quotidiano, anche perché, ribadisce Salvo Nicosia, tra i pagamenti da fare vi sono quelli a favore di soggetti deboli, per stipendi e pensioni.

Catania today.it

 

 

Banche:Panetta,accelera vendita Npl Vice dg Bankitalia,ma serve focus su titoli finanza complessi

(ANSA) – ROMA, 19 FEB – Le banche italiane “stanno accelerando” nella cessione dei crediti deteriorati (Npl) e nel primo semestre 2018 si toccherà quota 25 miliardi di euro contro i 30 miliardi dell’interno 2017 e i 5 miliardi di media ceduti nei precedenti 5 anni. Lo afferma il vice dg di banca d’Italia Fabio Panetta in un discorso all’Italy Day conference a Londra secondo cui come risultato di questo andamento (e del rallentamento dei flussi tornato a livelli pre-crisi) “entro la metà del 2018″ il volume dei crediti al netto degli accantonamenti sarà meno di 140 miliardi, circa un terzo sotto il piccolo del 2015”. Il rapporto Npl/impieghi calerà quindi al 7,8% contro il 10,8% del 2015. Panetta ha auspicato un “serio dibattito” su come ridurre anche i rischi rappresentati dagli strumenti finanziari complessi (denominati Level 2 e Level 3 e più usati negli istituti del Centro Nord Europa) e non fermarsi solo ai rischi derivanti dai crediti deteriorati (npl) e dai titoli sovrani che sono le spine nel fianco delle banche italiane.
   

Serra: speculatori pagheranno caro attacco alle banche

Davide Serra

 

 

Gli attacchi speculativi contro le banche europee e in particolare contro quelle italiane costeranno care a Ray Dalio e agli altri fondi hedge che stanno puntando contro il settore. Lo sostiene Davide Serra, amministratore delegato del fondo Algebris Investments e personaggio vicino all’ex premier e segretario del PD Matteo Renzi.

Serra, alla cui società di gestione londinese fanno capo 10 miliardi di euro di attivi (basandosi sui dati risalenti a settembre 2017) ritiene anzi che le banche europee abbiano un “valore enorme”, in quanto riceveranno un regalo dalla Bce nella forma di “una grande espansione dei margini” una volta che Mario Draghi avvierà il suo processo di normalizzazione delle politiche monetarie, aumentando i tassi di interesse.

“La redditività delle banche italiane crescerà con forza”, ha dichiarato oggi Serra intervenendo ai microfoni di Bloomberg Television. Negli ultimi temi, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo, il maggiore fondo hedge al mondo, Bridgewater Associates, ha accumulato investimenti ribassisti pari a ben 22 miliardi di dollari nei confronti delle grandi banche italiane, tra cui Intesa Sanpaolo.

I titoli della prima banca italiana per capitalizzazione di mercato sono saliti del +4% circa da inizio ottobre, il mese in cui Bridgewater ha comunicato di aver aperto la sua posizione short. Significa che, almeno per il momento, il gruppo titanico di Dalio ha perso la sua scommessa, come suggerisce Serra.

Algebris, al contrario, sta scommettendo forte sulle banche italiane, con un 20% dei suoi attivi in gestione che a settembre erano investiti nel settore bancario e creditizio dell’azionario italiano. Tra le sue posizioni lunghe, secondo quanto riferito dallo stesso Serra, figurano gruppi bancari di primo piano come UniCredit, Intesa Sanpaolo e Banco BPM.

Il Financial Credit Fund di Algebris, che ha un rating medio di BB+, una duration effettiva di 2,9 anni e che è anche il maggiore fondo della società con circa 5 miliardi di euro di capacità, ha guadagnato il 10,3% l’anno scorso ed è in rialzo dell’1,6% in gennaio, se ci si basa sui valori riportati in una lettera agli investitori che Bloomberg ha potuto consultare e confermati in un secondo momento da una portavoce del gruppo.

Per quanto riguarda le prospettive dell’economia italiana in generale, Serra è ottimista e sottolinea che la crescita è finalmente ritornata e che le prossime elezioni non finiranno per provoacare turbolenze sui mercati.

Daniele Chicca Wallstreetitalia

Milan, le doppie identità di Li Yonghong e la prova del nove: l’aumento di capitale

Il proprietario del Milan, Li Yonghong con Silvio Berlusconi ad Arcore, aprile 2017 (Ansa)
Il proprietario del Milan, Li Yonghong con Silvio Berlusconi ad Arcore, aprile 2017 (Ansa)

Il 26 febbraio è una data cruciale per capire il futuro di mister Yonghong Li, il proprietario del Milan. Tra una settimana esatta è attesa, infatti, l’ultima rata dell’aumento di capitale da 60 milioni lanciato lo scorso anno: cioè 10 milioni da mettere sul piatto come da accordi con il Cda del club. Si tratta di una piccola cifra ma negli ambienti finanziari c’è attesa per capire se Mr Li ha ancora frecce da lanciare al suo arco. L’impressione, tra i critici dell’uomo d’affari cinese, è che abbia perso negli ultimi mesi un appoggio fondamentale: cioè quello degli ambienti bancari che in questi anni lo hanno sempre sostenuto finanziariamente. E, secondo alcuni osservatori, proprio il minore appoggio delle banche a Li, che in Cina sono tutte regionali o nazionali e in qualche modo collegate al Governo, è sintomatico della stretta che Pechino ha voluto fare sugli investimenti sul calcio e sugli avventurosi imprenditori che hanno tentato affari calcistici in Europa.

I controlli del governo 
C’è chi, nella capitale cinese, sostiene che su Mr Li si potrebbe presto abbattere un controllo governativo assai più rigoroso, con effetti tutti da calcolare. Altri, invece, sostengono che l’uomo d’affari cinese ha fino ad oggi sempre mantenuto le promesse ed effettuato gli investimenti necessari per il Milan. In ogni caso l’impressione è che Mr Li stia perdendo gli appoggi degli ambienti finanziari cinesi: tanto che per la sua cassaforte Jie Ande sarebbe stato chiesto il fallimento.

Le ultime indiscrezioni, citate dal Corriere della Sera, riferiscono di un’iniziativa in tal senso da parte di due banche, Jiangsu Bank e la Banca di Canton, per un mancato rimborso di 60 milioni di dollari. In realtà bisogna analizzare l’attività della holding per comprendere il motivo della stretta: la cassaforte, che farebbe capo a un personaggio sconosciuto, cioè un certo Liu Jhinzhong, era servita finora a Mr Li per effettuare una serie di incursioni su società quotate in Cina.

La holding nel mirino 
Si tratta di una holding discussa, in quanto già da almeno 3 anni è nel mirino della Sec cinese, che ha anche comminato una multa alla società. Ebbene, le due banche avevano finanziato Mr Li per l’acquisto di titoli della società di packaging Zhuhai Zhongfu, quotata alla Borsa cinese. Peccato che la discesa del titolo abbia fatto rompere i covenant con le due banche che avevano in pegno le azioni. In altri tempi, con una maggior protezione del mondo bancario, probabilmente sarebbe stato concesso più tempo a Mr Li per rientrare sui prestiti ricevuti. In questo caso invece Jiangsu Bank e la Banca di Canton avrebbero chiesto la liquidazione della holding per riottenere quanto prestato.

Resta da capire se questo sia (o meno) un segnale delle autorità finanziarie cinesi. Per ora Yonghong Li, classe 1969, non ha operato quasi mai in prima persona nelle società di cui era ed è socio, ma tramite prestanome. Le società in cui è coinvolto, infatti, non sono quasi mai direttamente attribuibili a lui. È ad esempio proprio il caso della Ses-Sino Europe Sports, che era stata costituita appositamente per l’operazione sul Milan nell’autunno scorso e che faceva capo a un privato, Chen Huashan, sconosciuto a tutti, che fra l’altro aveva aperto come azionista anche altre due holding allo stesso indirizzo della Sino Europe Sports. Chen Huashan, si scoprirà più tardi, è un professionista di cui si serve spesso Mr Li nei suoi raid finanziari.

Doppia identità? 
A rincarare la dose è stato anche un giornale cinese, qualche tempo fa. Il quotidiano di finanza Zhengquanshibao ha rivelato infatti che Li Yonghong probabilmente ha avuto anche una doppia identità nella sua vita imprenditoriale. Un certo Li Bingfeng era infatti il presidente di un’azienda immobiliare, che si chiamava “Dahezhizhou Group”. Ma da alcune ricerche Li Bingfeng non sarebbe mai esistito: anzi, Li Yonghong avrebbe avuto un ruolo fondamentale in Dahezhizhou Group. L’articolo del giornale cinese terminava dicendo che si trattava probabilmente di una doppia identità: infatti sia Yonghong Li sia Li Bingfeng sono nati nel 1969 a Maoming, nella regione del Guangdong. Anche in questo caso, il nuovo proprietario del Milan aveva tuttavia smentito e affermato che si trattava di pure invenzioni della stampa. 

La rete di fiduciarie 
Insomma, Yonghong Li, prima dell’operazione sul Milan, ha sempre utilizzato strutture che potrebbero far pensare a società fiduciarie che schermano gli azionisti. 

Si spiega dunque perché a Pechino e dintorni il suo nome sia abbastanza sconosciuto. Così, prima di salire agli onori della cronaca per il Milan, l’uomo d’affari cinese era noto soprattutto per alcune operazioni di trading in Borsa. Se si guarda ai suoi raid borsistici, una delle operazioni effettuate nel passato è quella compiuta sul gruppo Duolun, per la quale Yonghong Li ha subito un richiamo e una sanzione dalle autorità di Borsa cinesi per 80mila euro

Ma come ha fatto dunque Yonghong Li ad ottenere la fiducia di Fininvest? Non sembra un magnate ma un normalissimo uomo d’affari, anche se per alcuni osservatori cinesi abbastanza sopra le righe. Mr Li, al momento della presentazione dell’offerta di acquisto per il club ha presentato alle banche e alla holding di via Paleocapa una documentazione sulle attività possedute in Cina a proprio nome. Ma alcune delle attività sono anche a nome della moglie Miss Huang.

Le attività nell’immobiliareil grattacielo di Guangzhou 
Mr Li si muove infatti attraverso diverse cassaforti, non solo la Jie Ande di cui ha scritto il Corriere. Il settore immobiliare sembra una delle attività più rilevanti per il broker, che possiede una quota (il 28% in via indiretta) di un palazzo avveniristico di 48 piani a Guangzhou: il New China Building, un centro commerciale immenso che si estende verso il cielo.

Nei documenti ufficiali il grattacielo di Guangzhou, dedicato al retail e ai negozi, verrebbe valutato in bilancio circa 8,8 miliardi di renminbi, cioè poco più di un miliardo di euro: forse una cifra eccessiva. La quota nel grattacielo sarebbe posseduta da Mr Li tramite una holding: questa scatola societaria sarebbe stata costituita con Xu Renshuo, cioè il socio d’affari di Mr Li entrato anche nel consiglio di amministrazione del Milan. Il pacchetto azionario dell’edificio varrebbe, dunque, convertito in euro, circa 280 milioni, anche se c’è da dire che la bolla immobiliare ha gonfiato parecchio il settore del real estate in Cina. 

Il ruolo di miss Huang (la moglie) 
Qualche piccola partecipazione è anche in mano alla moglie di Yonghong Li: come la Zhuhai Zhongfu Plastic Bottling, che la signora Huang possiede tramite la Beverage Packaging Company Limited e la Ruxin New Materials Technology. La Zhuhai Zhongfu Plastic Bottling Co Ltd verrebbe valutata circa 300 milioni di renminbi (cioè 40 milioni di euro). Tra le altre attività in mano alla moglie di Mr Li ci sarebbe anche la DongGuang Transmission & Fuel Injection Technologies (valutata circa 300 milioni di renminbi) della quale Ms Huang dovrebbe possedere circa un 25%.

Il business delle miniere 
Capitolo a parte è quello delle miniere di fosfati in Cina, un minerale strategico per l’agricoltura, attività che il governo cinese promuove con forza. Tre mesi fa sono circolate indiscrezioni giornalistiche che hanno messo in dubbio questa proprietà, che nei documenti presentati alle banche, genererebbero un giro d’affari di 800 milioni di renminbi (cioè 108 milioni di euro). La stima di valore fornita è un po’ datata: a novembre 2015 varrebbero circa 648 milioni di renminbi (cioè 87 milioni di euro). A Mr Li fa capo il 75% delle miniere: per un valore di 65 milioni.

Le stime sul patrimonio 
Quindi, se si sommano le partecipazioni sue e della moglie, si arriva a un massimo di 504 milioni di euro di patrimonio per il misterioso Li: C’è chi sostiene che questa stima sia ambiziosa visto che il valore di molte partecipazioni dovrebbe essere rivisto alla luce degli ultimi eventi negativi. Carlo Festa il sole 24 ore

I 5 campanelli d’allarme dell’aumento di capitale di Creval da 700 milioni e le cessioni ‘baciate’ sul modello Carige

SEDE CREDITO VALTELLINESE MILANO CREVAL – foto di ALESSANDRO VIAPIANO Imagoeconomica
  • E’ partito il 19 febbraio l’aumento di capitale da 700 milioni del Creval
  • Tra i nodi da risolvere la mole di crediti deteriorati che zavorra i conti
  • La ricetta è simile a quella già trovata da Carige ma rivelatasi di corto respiro
 

Ha preso il via lunedì 19 febbraio 2018, per chiudersi l’8 marzo, l’aumento di capitale da 700 milioni del Credito Valtellinese (Creval), che si inserisce in un più ampio piano di rafforzamento patrimoniale da poco più di 800 milioni di euro. Lo scorso autunno, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, aveva lasciato intendere che, insieme con Banca Carige, che ha di recente faticosamente chiuso l’aumento di capitale da oltre 500 milioni, il Creval, guidato dal direttore generale Mauro Selvetti, rappresentava l’ultimo caso di crisidel credito italiana. Anche nel caso del Credito Valtellinese, a costituire il principale problema è la mole di crediti deteriorati, che – stando agli ultimi dati ufficiali risalenti alla fine di settembre del 2017 – superavano appena i 4 miliardi in termini lordi, 1,62 miliardi dei quali vere e proprie sofferenze (il grado più rischioso dei prestiti malridotti) mentre erano pari a 2,18 miliardi netti (poco più di 621 milioni di sofferenze).

Nella foto Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Alessandro Serrano’ / AGF

“Carige – aveva detto Padoan alla fine di novembre del 2017 – ha concluso un accordo per un aumento di capitale con un’operazione pienamente di mercato. Non è un focolaio di crisi, ma una coda. Creval è una operazione più piccola, non ha criticità, ma ha lanciato un forte aumento di capitale proprio quando l’addendum della Bce (la stretta in arrivo sulla contabilizzazione dei crediti deteriorati, ndrha reso tutti un po’ più nervosi. Quindi non considero questi due episodi un segnale di un sistema in acque difficili”.

Leggi anche: Occhio alle banche: dopo Creval anche Banco Bpm e Bper a rischio aumento. Ma per Padoan non era tutto a posto?

In attesa di capire se sarà così, con l’aiuto dei documenti appena approvati dalla Consob, si possono provare a elencare le principali criticità dell’operazione con cui il Creval tenta di rimettere i conti in ordine:

  1. Proprio la Consob, prima della partenza dell’aumento di capitale, ha messo in guardia che l’operazione “presenta caratteristiche di forte diluizione”. In altri termini, gli attuali soci, a meno di non partecipare alla ricapitalizzazione, rischiano di venire spazzati via e azzerati nell’azionariato. “Tale circostanza – ha spiegato l’autorità oggi presieduta da Mario Nava – determina il rischio che durante il periodo di offerta in opzione delle nuove azioni si verifichino anomalie nel processo di formazione dei prezzi, consistenti in una sopravvalutazione del prezzo di mercato delle azioni rispetto al loro valore teorico”. Per prevenire tale rischio, continua Consob, l’aumento di capitale “sarà gestito secondo il modello cosiddetto rolling” che, in sostanza, prevede “che, una volta iniziato l’aumento, sia possibile esercitare i diritti di opzione in ciascun giorno dell’aumento a partire dal terzo e ricevere immediatamente le azioni di nuova emissione”.
  2. L’aumento di capitale, mette in guardia il Creval nei documenti predisposti per spiegare l’operazione agli investitori, “non è di per sé sufficiente a finanziare tutte le azioni strategiche del piano industriale 2018-2020”. In particolare, l’aumento di capitale contribuirà principalmente a sostenere i costi e gli impatti negativi che saranno generati “dalle azioni di derisking“, ossia dalle ulteriori rettifiche sui crediti deteriorati. E ancora: “Il piano industriale prevede azioni strategiche che nell’arco di piano generano un fabbisogno di capitale netto per circa 803 milioni, di cui le rettifiche nette sui crediti deteriorati determinano impatti negativi per circa 742,5 milioni”. A riguardo, va ricordato che i risultati preliminari del 2017 mostrano un’incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti verso la clientela, calcolata su valori lordi di bilancio, pari al 21,6% (si tratta del cosiddetto “npe ratio”, che fa suonare l’allarme per un istituto di credito se staziona sopra il 20 per cento).
  3. Si evidenzia, avverte lo stesso Creval nei documenti, “che la dinamica reddituale della gestione operativa del gruppo – determinata considerando esclusivamente le componenti operative e ricorrenti – mostra una riduzione significativa dei margini a partire dal 2014″. Basti pensare che i risultati preliminari del 2017 evidenziano una perdita a livello consolidato pari a 331,8 milioni, che si confronta con il rosso del 2016 che era stato pari a 333,1 milioni di euro. Già su tali numeri incide negativamente “la rilevazione delle perdite da cessione di crediti deteriorati”.
  4. Nel mese di novembre 2017, mette in guardia il Creval, “dopo l’approvazione della relazione intermedia consolidata 2017, la presentazione del piano industriale e in particolare dopo il downgrading da parte delle agenzie di rating Dbrs e Moody’s, si sono verificati deflussi significativi di liquidità”.
  5. In data 23 gennaio 2018 sono iniziati, presso il Credito Valtellinese, “degli accertamenti ispettivi da parte della Consob” che riguardano tra le altre cose “il processo di selezione e targeting dei prodotti distribuiti alla clientela” e “la definizione delle politiche commerciali e i sistemi di incentivazione del personale”. Nell’ambito delle cariche assunte, avverte sempre lo stesso istituto di credito di Sondrio, “alcuni membri degli organi sociali della banca hanno ricevuto delle sanzioni amministrative in relazione a carenze in materia antiriciclaggio e di trasparenza nelle relazioni con la clientela”. Inoltre, il gruppo risulta essere parte di diversi procedimenti giudiziari. In particolare, “al 30 settembre 2017 risultano in essere, in capo alle società del gruppo, 532 cause passive (diverse da quelle giuslavoristiche) per un petitum complessivo di 130 milioni di euro”.

Insomma, l’operazione di aumento di capitale appena partita si inserisce in un contesto complesso, non privo di rischi. A ogni modo, la banca e i suoi consulenti hanno messo a punto una rete di protezione per cercare di garantire l’operazione. Lo scorso 17 febbraio il Creval ha comunicato che l’aumento di capitale è interamente garantito dalla capofila Mediobanca, insieme con Banco Santander, Barclays, Citigroup, Credit Suisse, Commerzbank, Société Générale, Banca Akros, Equita Sim, Keefe, Bruyette & Woods e MainFirst. “Non ha, invece, sottoscritto il contratto di garanzia – precisava una nota del Creval – Jefferies International limited”, che ha dunque preferito chiamarsi fuori.

La medesima nota puntualizzava che, “fermi gli impegni del consorzio di garanzia per l’intero controvalore dell’aumento di capitale”, Algebris, Credito Fondiario e Dorotheum GmbH & Co “hanno sottoscritto con i garanti accordi di subgaranzia di prima allocazione per un ammontare complessivo massimo pari a 55 milioni, ai sensi dei quali – a termini e condizioni usuali per questo genere di accordi – si sono impegnati nei confronti dei garanti a sottoscrivere le azioni eventualmente non sottoscritte al termine dell’offerta in borsa dei diritti inoptati, in via proporzionale fra loro ed in ogni caso entro i limiti di importo indicati nei rispettivi accordi di subgaranzia e con priorità rispetto ai garanti”.

Worshop Ambrosetti, Cernobbio, settembre 2017, Davide Serra – foto di Sergio Oliverio Imagoeconomica

In altri termini, questi tre operatori finanziari, tra cui Algebris del finanziere Davide Serra, sono pronti a scendere in campo davanti al consorzio di garanti qualora, sul mercato, la ricapitalizzazione non dovesse riscuotere il pieno successo. L’aumento di capitale di Banca Carige, strutturato in maniera analoga, si era chiuso con l’intervento determinante, tra gli altri soggetti, del Credito Fondiario e del fondo Chenavari, che hanno comprato rispettivamente un pacchetto di crediti in sofferenza e la società di credito al consumo della banca genovese Creditis. Entrambi gli operatori hanno così acquistato azioni di Carige ma, nel giro di nemmeno due mesi, le hanno vendute, uscendo del tutto dal capitale (è il caso del Credito Fondiario) o comunque ridimensionando pesantemente la propria posizione (Chenavari, sebbene non sia da escludere un azzeramento della partecipazione).

Leggi anche: Carige, quelle cessioni ‘baciate’ senza cui l’aumento di capitale sarebbe un flop

Anche nel caso del Creval, è previsto uno “scambio”: agli investitori pronti a scendere in campo acquistando azioni in sede di aumento di capitale, in pratica, la banca concederà qualcosa (motivo per cui Business Insider Italiaaveva definito queste operazioni “cessioni baciate”, con un gioco di parole sulla falsa riga dei cosiddetti “prestiti baciati”, che prevedono l’acquisto di azioni in cambio di finanziamenti). Così, ad Algebris è stato riconosciuto “un diritto di esclusiva su un portafoglio di crediti classificati a inadempienze probabili”. Mentre a Dorotheum è stato riconosciuto “un periodo di esclusiva in relazione al ramo inerente l’attività di credito su pegno, nonché il diritto di essere preferito a parità di condizioni rispetto ad eventuali offerte di terze parti ove Creval decidesse in futuro di vendere uno o più immobili pertinenti al suddetto ramo”.

Inoltre, “subordinatamente alla integrale sottoscrizione dell’aumento di capitale”, il Creval “si è impegnato a far sì che Credito Fondiario venga nominato quale master servicere, limitatamente ad una parte del portafoglio, quale special servicer della cartolarizzazione prevista nel piano industriale e ha anche riconosciuto a Credito Fondiario taluni diritti in vista del potenziale acquisto da parte di quest’ultima di un ulteriore portafoglio di crediti deteriorati”.

Si tratta, insomma, di operazioni in evidente conflitto di interessi. Basti pensare che un recente articolo del Sole 24 ore, tentando di spiegare perché il Credito Fondiario abbia già venduto le azioni Carige, adduceva come motivazione proprio il conflitto di interessi. Per questo motivo, viene da pensare che, ammesso e non concesso che il Credito Fondiario, Algebris e Dorotheum, compreranno azioni nell’ambito dell’aumento di capitale del Creval, non è affatto scontato che le tengano in portafoglio a lungo. 

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