Conti correnti: da ottobre più cari anche quelli online Fino a 4 euro di aumenti per le operazioni allo sportello, ma rincarano anche l’invio degli estratti conto e le spese di gestione dei conti correnti

Prezzi più cari dal prossimo ottobre anche per i conti correnti online. Un autunno caldo per gli aumenti dei costi relativi alle banche tradizionali perché dal primo ottobre le banche introdurranno nuove spese di gestione dei conti e per operazioni effettuate allo sportello e prelievi dai bancomat. Si può arrivare, secondo le stime, fino a ben 4 euro per un’operazione allo sportello, a 2 euro per l’invio dell’estratto conto e a 35 euro per l’apertura di un conto online dalla filiale fisica.

Conti correnti aumenti anche online

Le variazioni dei costi riguarderanno il 12,5% delle banche e toccheranno prelievo contante allo sportello, movimenti allo sportello, bonifici disposti in filiale, costo per ogni utenza domiciliata in banca. E per istituti di credito attivi sostanzialmente sul web cambiano le condizioni nell’11% dei casi analizzati con variazioni relative: costo per ogni utenza domiciliata, prelievo Atm su propria banca, altra banca e prelievo in un altro paese dell’Unione. Secondo quanto riporta, Il Corriere delle Comunicazioni, dal 1° ottobre, pur mantenendo a zero il canone mensile, tra gli istituti di credito virtuali che applicheranno rincari vi saranno: conto Hello! Money di Hello Bank (4 euro per bonifico allo sportello e 1 euro per l’estratto conto cartaceo); conto corrente Digital di Che Banca! con 3,80 euro per costi extra; We Bank di Webank.it dove un bonifico costerà 3 euro e 1,35 l’estratto conto cartaceo.

Come difendersi

Ma sono tante le banche che stanno inviando comunicazioni ai correntisti relative appunto ad aumenti nei costi di gestione dei conti e per le operazioni allo sportello. Cosa possono fare i consumatori per difendersi da questi rincari applicati unilateralmente? Si ricorda che se la banca aumenta i costi del conto corrente la normativa stabilisce la possibilità di recedere dal contratto cambiando banca e senza sostenere costi accessori.

In 4 anni rincari fino a 36 euro per i conti correntiUno studio di Sos Tariffe, ha riscontrato aumenti dei costi annuali complessivi per i clienti fino a 36 euro solo negli ultimi quattro anni, aumenti riferiti soprattutto ai conti con operatività mista, cioè sia online che in filiale. La brutta notizia è che per la prima volta aumenteranno anche i conti correnti online a zero canone, per intenderci quelli che avevano garantito uscite più basse alle famiglie e che, negli ultimi anni, gli istituti di credito molto pubblicizzato. Secondo Sos Tariffe le maggiorazioni hanno riguardato i fruitori di conti di un istituto di credito tradizionale (quindi banche ed operazioni allo sportello) con operatività mista (online e in filiale). Sono circa 27,9 euro all’anno in più i soldi che si pagano rispetto al 2013; con un aumento maggiore relativo per il profilo di consumo “famiglia” che, rispetto a 4 anni fa, paga 36 euro in più (133 euro contro 97 euro

Banche venete, la Camera di Commercio di Padova si costituisce parte civile

La Camera di Commercio di Padova si costituirà parte civile nelle cause penali contro le ex banche venete, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, a carico degli ex amministratori rinviati a giudizio. La proposta è stata presentata il 27 settembre 2017 dal presidente Fernando Zilio e dal segretario generale Maurizio Pirazzini alla giunta camerale che l’ha approvata all’unanimità.

« Ci costituiremo parte civile per chiedere il ristoro del danno subito dall’intero sistema economico territoriale – afferma Zilio – correlato alle azioni dei responsabili dei due istituti di credito veneti coinvolti. Siamo la prima Camera di Commercio ad agire come parte civile nel processo penale sui gravi fatti riguardanti le due banche venete».

Prosegue il presidente della Camera di Commercio padovana: «È una possibilità che ci viene conferita direttamente dalla legge e noi intendiamo esercitare pienamente questo diritto. L’obiettivo è diverso rispetto alla tutela degli interessi dei singoli risparmiatori privati, in quanto si interviene a tutela di un interesse collettivo a fronte di un “danno sistemico” subito dall’economia locale in senso complessivo ».

B.Venete: sindacati; Isp accorpa 243 filiali, valutazione su altre 50

243 filiali ex Veneto Banca/B.P.Vicenza verranno accorpate contestualmente alla migrazione verso Intesa Sanpaolo, numero che potrebbe crescere di circa 50 unità per le quali Ca’ de Sass ha in corso un’ulteriore valutazione.

E’ quanto si legge in una nota congiunta firmata da Fabi, Cigl Fisac, Ugl, Uilca e Unisin e relativa al confronto per l’integrazione delle due ex banche venete rilevate da Intesa Sanpaolo.

VENDERE O NON VENDERE LA FIORENTINA? UN ALTRO GIALLO SULLA BANCA. LE PROPOSTE SONO ARRIVATE, MA DIEGO LE SNOBBA. ALTA TENSIONE PER IL RINVIO A GIUDIZIO. PAIRETTO SARÀ SOSPESO. MA PIOLI DEVE CAMBIARE: SIMEONE ISOLATO, TROPPI GIOCATORI MODESTI

Due comunicati ufficiali in un giorno solo, approvati da Diego Della Valle in persona, sono la prova provata di quanta tensione agiti un’altra volta la Fiorentina. In campo e fuori.

Cominciamo dal fuori. Ieri il gruppo Tods (e non la Fiorentina) ha smentito ufficialmente di avere incaricato la Suisse Bank di vendere la società viola. La notizia era apparsa domenica mattina su un importante giornale economico e già il fatto che Diego Della Valle abbia deciso di mettere a tacere certe voci, tutto sommato normali e di routine quando c’è una società messa in vendita a giugno con un comunicato ufficiale, è abbastanza singolare. Quasi un giallo. Che sta succedendo? La decisione di mettere in vendita la Fiorentina, cosa nota, risale alla fine di giugno. Si trattava e si tratta, però, di una manifestazione di intenti che, in teoria, sbollita la rabbia contro Cavalli e finito lo sfogo, avrebbe potuto morire così come era nata. Per avviare la procedura di vendita vera e propria, in certi casi è indispensabile passare a fatti concreti e decisioni operative. Non basta dire “voglio vendere” e mettersi poi a trattare con il primo che capita. Nominare un advisor è un passaggio praticamente obbligato.

Cosa significa? Significa incaricare una banca d’affari di fare una valutazione sul valore reale del bene in vendita con il conseguente mandato esclusivo a vendere sul mercato internazionale, a clienti potenzialmente interessati, da privati desiderosi di investire nel calcio a fondi d’investimento. I manager erano stati incaricati di fare uno screening nel mondo bancario per poi dar modo a Ddv di decidere a quale banca affidare la cessione della Fiorentina. La notizia uscita domenica sul nome della banca prescelta, la Suisse Bank non mi ha meravigliato. Per me era la naturale conseguenza di quanto deciso, ovvero un ulteriore passaggio verso la vendita della Fiorentina. Perché allora la smentita voluta da Diego? I casi sono almeno tre.

O il giornale economico ha sbagliato banca, l’advisor è un altro e la Tods lo vuol tenere segreto.

O l’advisor non è ancora stato scelto, i manager stanno valutando e la Suisse Bank è solo una delle banche contattate.

O, infine, Diego ha deciso di congelare la vendita.

E’ un giallo in piena regola.

Ma del resto quello che sta accadendo attorno alla Fiorentina ormai è un giallo continuo da mesi. Nessuna meraviglia. Potrebbe anche essere successo che un acquirente abbia già fatto direttamente a Diego un’offerta ritenuta valida, senza bisogno di advisor. Ma la vedo complicata. Anzi, mi risulta che siano già arrivate nei mesi scorsi diverse proposte d’acquisto sul tavolo dei Della Valle, ma nessuna di queste offerte è stata presa in considerazione. Neppure una che sia stata esaminata. Cosa abbia davvero in testa Ddv è difficile capirlo. La società resta in vendita, questo è certo. Dal punto di vista pratico però, sembra tutto fermo al comunicato di fine giugno. Paradossalmente nel frattempo, come già anticipato, però Diego è tornato a interessarsi delle sorti della Fiorentina, è stato tutta l’estate vicino a Corvino, dialoga con Pioli, vuole sapere e programma. Perché? Forse soltanto perché è andato a supplire alla mancanza di Andrea che ha deciso di tirarsi fuori. In fondo la Fiorentina resta una delle aziende di famiglia e abbandonarla a sé stessa non sarebbe logico. Così Diego ha deciso di seguirla di più, ma ha dato pure mandato ai suoi manager di gestire in autofinanziamento. Anche se dovesse decidere di non vendere, in attesa della decisione sulla costruzione dello stadio, Ddv non farà alcun investimento sulla Fiorentina. Il regime è quello dell’autofinanziamento, da oggi e forse fino al momento (se ci sarà) della vendita o della costruzione dello stadio. Ecco spiegato perchè sono stati accantonati quasi 40 milioni di euro residuo della campagna acquisti. Servono per la gestione, dal pagamento degli stipendi, a tutto quello necessario a far funzionare una società così importante con più di cento dipendenti. Un quadro confuso, mutevole, imperscrutabile. In continuo movimento che non giova ai rapporti con la città (Nardella era andato anche a Casette d’Ete per cercare intese e ottimismo sul futuro) e con la tifoseria. Tutto è tornato molto teso dopo l’infelice uscita di Della Valle sugli avvoltoi.

E ieri, della serie mai una gioia, è arrivata pure la notizia del rinvio a giudizio dei principali dirigenti viola e dei fratelli Della Valle (sedici persone in tutto) per falso in bilancio. La vicenda è nota e risale a Calciopoli. L’ex presidente del Bologna ha chiesto un risarcimento danni alle società condannate e la Fiorentina avrebbe dovuto accantonare la cifra richiesta (30 milioni) in attesa della sentenza. Non è stato fatto perché a detta dei legali non c’erano elementi sufficienti per ipotizzare una vittoria di Gazzoni in sede di risarcimento danni. Posizione condivisa anche dalla Procura che mesi fa aveva chiesto l’archiviazione del tutto. Il Gip, invece, ha dato ragione a Gazzoni che ha fatto ricorso e adesso i dirigenti viola dovranno affrontare il giudizio che probabilmente si tradurrà in nulla, ma trattasi di un’altra vicenda che contribuirà ancora di più a prendere le distanze da un mondo che i Della Valle non hanno mai amato e ha procurato loro soltanto rogne.

E in campo, purtroppo, le cose non vanno meglio. Dopo la disastrosa prestazione con l’Atalanta (non è la prima), Pairetto sarà sospeso dagli organismi arbitrali e mandato a riflettere sui suoi errori. Magra consolazione per la Fiorentina penalizzata in almeno tre occasioni per un Var mal gestito dal figlio d’arte. Arte povera. Era un po’ che alla Fiorentina non capitava un arbitraggio così scarso e penalizzante, speriamo sia il primo e l’ultimo. Detto questo, però, non si può tirare in porta una volta a partita e sperare di vincere. E’ vero che la Fiorentina sta studiando da squadra e i lavori sono in corso, ma questo 4-2-3-1 sul quale continua a lavorare Pioli non mi sembra adatto ai giocatori viola. Perché? Un motivo molto banale ed evidente: non c’è qualità. La Fiorentina è una squadra modesta, soprattutto in alcuni ruoli, e non può continuare a pensare così in grande, a un modulo difficile. Nel 4-2-3-1, tanto per dirne una, servirebbero due esterni difensivi di grande gamba e di personalità in grado di difendere, ma anche di diventare centrocampisti aggiunti per aiutare i due interni di centrocampo. Un lavoro che Biraghi e Laurini, volenterosi e niente più, non possono fare. Altri interpreti per altro molto forti come Chiesa sono più per la giocata che per il gioco di squadra. Gil Dias è interessante, ma leggero e con poca personalità. Non voglio citare poi i soliti modesti giocatori portati da Corvino in estate, da Gaspar a Vitor Hugo, da Zekhnini forse anche a Eysseric, per non parlare dei corviniani doc come Sanchez, Olivera o Cristoforo. Anche Thereau, buon giocatore, ma ha nell’Udinese il suo picco più alto. Mi dispiace dirlo, spero di sbagliare, ma la Fiorentina è poco più sopra del Bologna o del Chievo (domenica scontro diretto) e dovrebbe giocare come fanno le squadre di quel livello.

Solo il rientro di Saponara potrà dare una spinta tecnica e con Saponara, insisto, sarebbe logico giocare con il rombo a centrocampo. Badely, Veretout (anche lui un gregario), Benassi e Saponara dovrebbero esserci tutti assieme. Ma anche il 4-3-2-1 può essere una soluzione con Chiesa e Saponara dietro a Simeone. E comunque, concludendo, è evidente come le trame offensive non funzionino. Non c’è fluidità, manca sintonia nei movimenti, la difesa troppo bassa non accompagna.

La Fiorentina è cresciuta in personalità, nel carattere e nell’aggressività, ma dopo la sosta per le nazionali, da metà ottobre in poi, è anche logico cominciare a chiedere qualcosa di più e di meglio. Oltre alle sei classiche, oggi giocano meglio della Fiorentina anche Torino, Sampdoria e Atalanta che sono davanti in classifica non per caso. La sfida diventa sempre più complicata e (forse) impari.

Credito alle imprese, non basta una foto. Tra vicini è meglio parlarsi

 

 

Le analisi statistiche sono per definizione fredde, ma quantomeno hanno una base scientifica. Le congiunturali condividono il clima, ma non la medesima base. Lo scopo però è comune: fotografare la realtà. Ma i numeri, per loro stessa natura, sono soggetti a interpretazione. Non solamente per le modalità con cui sono stati ottenuti, ma anche perché spesso la finalità è dare un titolo ai giornali. E su questo, dico la verità, la scorza dura me la sono fatta. Tiro dritto, conscio dell’idea che solamente il lavoro di ognuno per competenze, ruolo e attività, migliora se stessi, i colleghi, le aziende e quindi, in definitiva, anche il Paese.

…il momento richiede approfondimenti per poter carpire nelle pieghe oscure dei problemi i lampi di luce, affinché ci si possa concentrare su questi, valorizzandoli e sviluppandoli, portandoli a sistema
Senza voler parafrasare Robert Kennedy sul fatto che il Pil misura tutto tranne quello per cui vale la pena vivere, ma le due fotografie, sui numeri economici, scattate da due “vicini di casa” mi hanno dato motivo di riflessione. Un mesetto fa era stata Univa – l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese – a denunciare il calo del credito per le aziende del Varesotto nella sua “indagine sul credito” relativa al quarto trimestre 2016. Più recente l’intervento di Confartigianato Imprese Varese che, commentando i dati del Centro Studi di Confartigianato, si è detta preoccupata per il trend in corso: il credito va alle aziende grandi e non alle piccole.

Ora, va bene tutto. Ma non posso non alzare l’attenzione davanti a numeri che danno, de facto, il là a dichiarazioni “generaliste”, delle quali non mi sfugge la portata mediatica, seppur non portino una goccia d’acqua al mulino delle soluzioni.

E allora se si dice che le imprese medio piccole non sono appetibii per il mercato bancario, beh, forse è il caso di rivolgersi a chi del tema dimensionale ha fatto una bandiera: sarà per questo che il Credito Cooperativo ha il 23% del mercato italiano del settore artigiano.
L’ho già scritto, il momento richiede approfondimenti per poter carpire nelle pieghe oscure dei problemi i lampi di luce, affinché ci si possa concentrare su questi, valorizzandoli e sviluppandoli, portandoli a sistema. E allora se si dice che le imprese medio piccole non sono appetibii per il mercato bancario, beh, forse è il caso di rivolgersi a chi del tema dimensionale ha fatto una bandiera: sarà per questo che il Credito Cooperativo ha il 23% del mercato italiano del settore artigiano.

A questo aggiungo quanto scriveva Banca d’Italia nell’Occasional Papers Questioni di Economia e Finanza – Le banche e il finanziamento dei territori 2007-2014: «Le banche locali hanno acquisito un peso crescente nel finanziamento di famiglie e imprese nel periodo delle due profonde recessioni che l’economia italiana ha attraversato a partire dal 2008. Diversamente dal resto del sistema, tra il 2007 e il 2014 le banche locali hanno ampliato la loro rete territoriale, che comprende circa un quarto degli sportelli bancari sul territorio. In tutto il periodo le banche locali hanno presentato tassi di crescita dei prestiti al settore privato più elevati di quelli delle altre banche, con divari particolarmente ampi nel biennio 2008-09 quando esse hanno beneficiato di un funding gap strutturalmente più contenuto e di vincoli di raccolta sui mercati internazionali minori rispetto alle banche grandi».

In tutto il periodo le banche locali hanno presentato tassi di crescita dei prestiti al settore privato più elevati di quelli delle altre banche… Occasional Papers – Banca d’Italia
Inoltre, vorrà dire qualcosa se il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, parlando domenica scorsa all’assemblea della Bcc d’Alba davanti a)) oltre 15 mila (!) soci presenti, ha sostenuto che, per far crescere l’Italia «ridurre il debito non basta, occorre sostenere la piccola e media impresa. Per questo è fondamentale il ruolo del credito cooperativo, delle banche del territorio che conoscono le aziende e possono agevolare l’accesso al credito».

Sarà banale, ma come ben sappiamo – e ne abbiamo anche pagato le conseguenze -, per le Bcc non esiste alternativa. Le Bcc non hanno delocalizzato, non hanno cambiato pelle o asset. Le Bcc vivono e muoiono in totale simbiosi con il proprio territorio che, come sappiamo, è formato prevalentemente da aziende medio piccole.

Insomma, prima di esternare pubblicamente, che è un esercizio facile, perché non si guarda nelle pieghe richiamate prima? Forse non è altrettanto facile, o forse si, visto che in fondo basterebbe parlare coi vicini della porta accanto

risultati economici al 30.06.2017 delle prime 13 banche

I risultati economici complessivi al 30 giungo 2017 dei tredici maggiori istituti di credito italiani, evidenziano un utile complessivo di 4,7 miliardi di euro, quasi raddoppiato rispetto al primo semestre 2016; tuttavia ad influenzare tale risultato vi sono due fatti straordinari: il contributo di 3,5 miliardi di euro erogati dallo Stato a Intesa Sanpaolo per l’operazione “Banche Venete” e le ulteriori rettifiche su crediti di 4 miliardi contabilizzate da Monte dei Paschi di Siena, previsti per la cessione dei crediti deteriorati come annunciato nel progetto di rilancio dell’istituto.

<img class=”alignnone wp-image-749751 size-full” src=”http://formiche.net/files/2017/09/foto-1.png” alt=”foto 1″ width=”931″ height=”598″ />

 

<img class=”alignnone size-full wp-image-749754″ src=”http://formiche.net/files/2017/09/foto-2.png” alt=”foto 2″ width=”979″ height=”484″ />

La ripresa economica si evidenzia nei conti economici delle banche, con una crescita delle commissioni nette del 5,9% mentre continua la contrazione sia del margine d’interesse diminuito del 2,8% rispetto al giugno 2016, sia dei costi operativi, ridottisi dell’1,0%, soprattutto per la diminuzione delle spese del personale (-1,6%).

Le rettifiche sui crediti, escluso l’accantonamento straordinario effettuato dal Monte dei Paschi di Siena (4 miliardi di euro) sono in contrazione. Le minori rettifiche “normalizzate” sono confermate anche dalla diminuzione dei crediti netti deteriorati -10,79%, che ora rappresentano l’8,41% dei crediti netti, in riduzione rispetto al 9,30% del 30 giugno 2016”.

Considerati i molti progetti di cessione di NPL annunciati, si presume, che i crediti deteriorati dovrebbero scendere ulteriormente nei prossimi mesi, aiutati anche dal miglioramento della crescita economica. L’aumento del PIL previsto nel 2017 e 2018 per rendere beneficio al Paese, si deve tradurre in un aumento dei redditi.

<img class=”alignnone size-full wp-image-749760″ src=”http://formiche.net/files/2017/09/foto-3.png” alt=”foto 3″ width=”1123″ height=”520″ />

Il credito alle imprese, come segnalato dalla Banca d’Italia, purtroppo sta calando non perché esiste un problema di credit crunch, ma perché mancando un vero Piano Industriale del Paese, la richiesta di credito da parte delle Aziende medio piccole ristagna”.

L’aumento dei profitti delle imprese, senza un aumento dei salari e delle pensioni, non porterà a un aumento dei consumi fondamentale per rafforzare la ripresa economica dell’Italia . Per questo gli sforzi per migliorare i conti economici delle banche rischiano di essere solo temporanei se non vi saranno interventi governativi che, favorendo la riduzione del prelievo fiscale e la discesa del tasso di disoccupazione, aumentino il reddito disponibile per le persone.

“REPORT MERCATI”

 
MERCATO USA
Wall Street chiude in rialzo
La Borsa di New York ha chiuso la seduta in rialzo in attesa dei dettagli della riforma fiscale proposta dall’amministrazione Trump. Il Dow Jones ha guadagnato lo 0,25%, l’S&P 500 lo 0,41% e il Nasdaq Composite l’1,15%.
Acquisti in particolare sul comparto bancario dopo le parole del numero uno della Fed che hanno rafforzato le probabilità di un incremento del costo del denaro a dicembre.
Tra i titoli in evidenza Nike -1,92%. Il colosso dell’abbigliamento sportivo ha comunicato risultati relativi al primo trimestre del suo esercizio segnati dal declino dei profitti netti da 1,25 miliardi di dollari, pari a 73 centesimi per azione, a 950 milioni, e 57 centesimi. Performance condizionata in negativo dalla frenata della marginalità lorda, da un maggiore impatto fiscale e dalla crescita della spesa.
I ricavi sono rimasti sostanzialmente invariati a 9,07 miliardi di dollari. Il consensus di FactSet era invece per 48 centesimi di utile e 9,09 miliardi di giro d’affari. Deludente l’outlook relativo al business in Nordamerica: le vendite sono infatti attese in declino anche nel trimestre in corso, dopo la flessione del 3% registrata nel periodo chiuso a fine agosto (tendenza comune anche per il marchio Converse).
Trivago -2,14%. Jp Morgan ha tagliato il rating sul titolo del sito di comparazione degli hotel a neutral da overweight.
Micron Technology +8,51%. Il produttore di semiconduttori ha comunicato risultati relativi al quarto trimestre del suo esercizio segnati, come già successo nel terzo, dal ritorno all’utile. Nei tre mesi Micron Tech. ha registrato infatti profitti netti per 2,37 miliardi, pari a 1,99 dollari per azione, contro il rosso di 170 milioni, e 16 centesimi, del quarto trimestre dell’anno scorso. Su base rettificata l’utile si è attestato a 2,02 dollari, contro gli 1,82 dollari del consensus di FactSet. I ricavi sono balzati del 90,8% a 6,14 miliardi di dollari, contro i 5,94 miliardi attesi dagli analisti. Per il periodo in corso la guidance è di un eps rettificato a 2,09-2,23 dollari, su ricavi compresi tra 6,10 e 6,50 miliardi. Il consensus di Thomson Reuters era invece per 1,85 dollari di utile e 6,06 miliardi di giro d’affari.
Tra le blue chip da segnalare il calo di Coca-Cola (-2,04%), Procter&Gamble (-1,93%) e General Electric (-2,14%).
Sul fronte macroeconomico il Dipartimento del Commercio USA ha reso noto che nel mese di agosto la domanda di beni durevoli è tornata a crescere dell’1,7% su base mensile ben oltre le attese già fissate su un incremento dell’ 1% e in ripresa dopo il tonfo del 6,8% rilevato in luglio. L’indice “core” è cresciuto dello 0,2% su base mensile, dal +0,8% della rilevazione precedente. Gli ordini esclusi i mezzi per la difesa sono aumentati del 2,2% su base mensile dal -7,9% della rilevazione precedente.
L’indice Pending Home Sales (vendite di case con contratti ancora in corso) ha evidenziato un decremento nel mese di agosto pari al 2,6% m/m, dopo il calo dello 0,3% rilevato a luglio. Gli addetti ai lavori avevano stimato una variazione negativa pari allo 0,5% mese su mese. L’indice è sceso a 106,3 punti dai 109,1 punti di luglio.
MERCATI ASIATICI
Asia frenata dal dollaro ma il Nikkei 225 guadagna lo 0,47%
Dopo il positivo mercoledì di Wall Street (migliore dei tre principali indici Usa è stato il Nasdaq, apprezzatosi dell’1,15%), alla riapertura degli scambi in Asia la tendenza è complessivamente negativa. A condizionare l’andamento è in primis il rafforzamento del biglietto verde e il conseguente impatto sui mercati emergenti. Il Bloomberg Dollar Spot Index, paniere che monitora la divisa Usa nei confronti delle altre dieci principali monete, è in progresso dello 0,20% dopo il guadagno dello 0,60% segnato mercoledì (l’indice si muove sui massimi di due mesi).
L’indice Msci Asia-Pacific, Giappone escluso, perde circa lo 0,40% mentre la tendenza è altalenante per le piazze cinesi, in cui a prevalere sono le prese di beneficio in vista dello stop dell’intera prossima ottava per Shanghai e Shenzhen per festività. A circa un’ora dalla fine delle contrattazioni, lo Shanghai Composite è in declino di circa lo 0,10% mentre lo Shanghai Shenzhen Csi 300 guadagna altrettanto. Progresso intorno allo 0,20% invece per lo Shenzhen Composite. In negativo Hong Kong: l’Hang Seng perde circa lo 0,10% (fa decisamente peggio l’Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell’ex colonia britannica per la Corporate China, il cui declino è intorno allo 0,80%).
In controtendenza la piazza di Tokyo grazie al perdurare della debolezza dello yen (deprezzatosi dello 0,50% mercoledì). In chiusura il Nikkei 225 segna un rialzo dello 0,47% (fa meglio l’indice più ampio Topix, apprezzatosi dello 0,71%). A Seoul il Kospi si muove invece poco sopra la parità. Sul fronte macroeconomico, in settembre i prezzi al consumo in Corea del Sud sono cresciuti del 2,1% annuo, in rallentamento rispetto al 2,6% di agosto, che era il livello più elevato dal 2,2% del giugno 2012.
Su base mensile l’inflazione è invece cresciuta dello 0,1% contro lo 0,6% di agosto. Le attese degli economisti erano per una crescita del 2,2% su base annua e dello 0,2% mensile. Sul fronte delle materie prime marginali declini per greggio e oro e a Sydney, a fronte di nette perdite per minerari e petroliferi la giornata è più contrastata per il settore finanziario: l’S&P/ASX 200 riesce comunque a guadagnare lo 0,11% al termine degli scambi.

MERCATI EUROPEI
Borse europee in leggero rialzo
Le principali Borse europee hanno aperto la seduta in leggero rialzo. L’indice Stoxx Europe 600 guadagna lo 0,05%, il Dax30 di Francoforte lo 0,2%, il Cac40 di Parigi lo 0,1% e il Ftse100 di Londra lo 0,05%.
Sul fronte macroeconomico l’indice Gfk che misura la fiducia dei consumatori in Germania si attesta nel mese di ottobre a 10,8 punti dai 10,9 punti della rilevazione precedente, risultando inferiore al consensus pari a 11 punti.
In Spagna ad agosto le vendite al dettaglio sono cresciute dell’1,6% rispetto allo stesso periodo del 2016, in crescita rispetto alla lettura precedente fissata al +1,2% (rivisto dal +1,1%). Il dato risulta tuttavia inferiore alle stime degli addetti ai lavori, che attendevano una crescita del 2,4%.
Bene il settore bancario mentre il comparto legato alle risorse di base registra la peggior performance settoriale.
Tra i titoli in evidenza H&M -3%. Il gruppo di abbigliamento ha chiuso il terzo trimestre con un utile ante imposte in calo del 20% a 5,02 miliardi di corone.
Dassault Systèmes +0,3%. Il produttore di software ha annunciato l’acquisto dell’americana Exa Corporation per 400 milioni di dollari (24,25 dollari per azione, il 43% in più rispetto alla chiusura del titolo di ieri a Wall Street).
APERTURA MERCATO ITALIANO
Borsa italiana in leggero ribasso: Ftse Mib -0,22%.
Il Ftse Mib segna -0,22%, il Ftse Italia All-Share -0,17%, il Ftse Italia Mid Cap +0,01%, il Ftse Italia Star +0,28%.
Mercati azionari europei poco mossi. DAX +0,1%, FTSE 100 -0,2%, CAC 40 invariato, IBEX 35 invariato.
Future sugli indici azionari americani poco sotto la parità. Le chiusure dei principali indici della seduta precedente a Wall Street: S&P 500 +0,41%, Nasdaq Composite +1,15%, Dow Jones Industrial +0,25%.
Mercato azionario giapponese positivo, il Nikkei 225 chiude a +0,47%. Borse cinesi deboli: l’indice CSI 300 di Shanghai e Shenzhen ha terminato a +0,04%, l’Hang Seng di Hong Kong al momento segna -0,5% circa.
Vendite sulle utility: il settore è penalizzato dalla netta flessione dell’obbligazionario eurozona. In rosso A2A (-2,2%), Terna (-1,2%), Snam (-0,8%), Enel (-0,8%), Iren (-1,5%).
Generali è in leggero calo (-0,5%) dopo il lancio di una ulteriore fase di trasformazione industriale della controllata Generali Deutschland, secondo gruppo assicurativo della Germania. Le azioni principali che verranno messe in atto sono la semplificazione operativa basata su un modello “one company”, l’assorbimento dei circa 2800 agenti di Generali Versicherungen in DVAG (rete di circa 30mila consulenti, controllata al 40% da Generali), l’ulteriore sviluppo del proprio canale digitale CosmosDirekt e la soluzione di lungo termine per il portafoglio vita di Generali Leben.
Questa ultima azione in particolare prevede la messa in run-off (onorerà le polizze esistenti ma non ne emetterà più) di Generali Leben con attenuazione in misura sostanziale dell’esposizione di Generali al rischio dei tassi di interesse e miglioramento dell’1,7% dell’Economic Solvency. Il run-off sarà avviato nel primo trimestre del 2018 e non esclude una eventuale futura dismissione del portafoglio di Generali Leben.
Bancari in parità dopo un’apertura promettente. L’indice Ftse Italia Banche è invariato dopo il +1,86% di ieri. Continua a brillare Credito Valtellinese (+1,4%) grazie a indiscrezioni di ieri secondo cui sarebbe in lizza per l’acquisizione di Farbanca, l’istituto attivo nei finanziamenti al mondo della farmacia e della sanità, entrata nella bad bank derivante dalla liquidazione delle banche venete. I rumors di oggi riferiscono di una ipotesi di partnership bancassicurativa della durata di dieci anni con Generali.
Sale anche Banca Carige (+1,4%): ieri l’istituto ligure ha ricevuto “l’autorizzazione della Banca Centrale Europea alla realizzazione della manovra complessiva di rafforzamento patrimoniale del Gruppo prevista dal nuovo piano Strategico 2017 – 2020”.
Positiva FCA (+0,5%): ieri un consulente per le transazioni nominato dalla corte USA ha rivelato che il Lingotto avvierà i negoziati con gli avvocati dei proprietari di veicoli che hanno fatto causa alla casa automobilistica per il caso dieselgate. Le trattative inizieranno il 12 ottobre a Washington.
Lieve rialzo per Fincantieri (+0,5%) all’indomani del vertice Italia-Francia. Confermate le indiscrezioni di ieri sul compromesso trovato per risolvere l’impasse riguardante il controllo di STX France (di cui Fincantieri ha acquisito il 66%): il gruppo italiano avrà il 51% del capitale dei cantieri di Saint Nazaire ma solo grazie al prestito di un 1% per 12 anni da parte dello Stato francese, con impegno a riunioni regolari per verificare il rispetto degli impegni: in caso contrario Parigi potrà riprendersi la quota.
Avviata una roadmap italo-francese per rafforzare la cooperazione nel settore della difesa navale con la partecipazione di Fincantieri e Naval Group.

TITOLI DEL GIORNO
Generali ha annunciato stamattina il lancio di una ulteriore fase di trasformazione industriale della controllata Generali Deutschland, secondo gruppo assicurativo della Germania. Le azioni principali che verranno messe in atto sono la semplificazione operativa basata su un modello “one company”, l’assorbimento dei circa 2800 agenti di Generali Versicherungen in DVAG (rete di circa 30mila consulenti, controllata al 40% da Generali), l’ulteriore sviluppo del proprio canale digitale CosmosDirekt e la soluzione di lungo termine per il portafoglio vita di Generali Leben. Questa ultima azione in particolare prevede la messa in run-off (onorerà le polizze esistenti ma non ne emetterà più) di Generali Leben con attenuazione in misura sostanziale dell’esposizione di Generali al rischio dei tassi di interesse e miglioramento dell’1,7% dell’Economic Solvency. Il run-off sarà avviato nel primo trimestre del 2018 e non esclude una eventuale futura dismissione del portafoglio di Generali Leben. L’analisi del grafico di Generali evidenzia il recupero visto nella prima metà del mese e la successiva incapacità del titolo di alimentare detto movimento. La fase di stallo verrebbe superata in caso di superamento di 15,70 euro, prologo a un allungo verso 16,00/16,10, massimi allineati di gennaio e agosto. Una vittoria su questi riferimenti determinerebbe un netto miglioramento del quadro grafico di medio/lungo periodo, con riattivazione del rally partito nell’estate 2016 in direzione di 18 almeno. Prospettive opposte alla violazione di 14,90, operazione che creerebbe le premesse per il ritorno sul minimo di giugno a 13,65.
Banca Intermobiliare in rialzo sulla scia del comparto bancario italiano: l’indice Ftse Italia Banche ha segnato ieri +1,86%. Il Sole 24 Ore ha scritto che martedì si è tenuta la riunione dei commissari liquidatori della controllante Veneto Banca per decidere con chi avviare le trattative in esclusiva per la vendita dell’80,5% di Bim. Barents sembra in vantaggio sull’altro soggetto interessato, Attestor. Seduta movimentata per il titolo che nella seduta di mercoledì arriva a guadagnare quasi il 10% salvo poi archiviare gli scambi sotto quota 1,10. Per quanto significativa, la reazione non è ancora sufficiente per indurre i compratori ad incrementare gli acquisti: primi segnali di forza giungerebbero oltre 1,20/1,22, massimi di settembre e punto di passaggio della media mobile a 50 giorni, per obiettivi a 1,31 circa. Per assistere a un sensibile miglioramento del quadro grafico sarà comunque fondamentale la rottura di area 1,38, trend line che scende dai massimi di marzo 2016. Prospettive opposte al di sotto di quota 1,06, prologo al ritorno sul supporto a 1 euro, minimo di settembre allineato a quello di settembre 2016.
In ottima forma Saras mercoledì, sui massimi da giugno. Il titolo approfitta del report di Kepler Chevreux che incrementa il target da 2,30 a 2,50 euro e conferma la raccomandazione “buy”. Gli analisti del broker hanno alzato le stime sui margini di raffinazione. Banca IMI ha migliorato la previsione sull’utile per azione per il 2017 e 2018, ma ha confermato la raccomandazione neutrale “hold”. Più ottimista invece il giudizio di Macquarie che conferma la raccomandazione “outperform” sul titolo con prezzo obiettivo a 2,5 euro. Le quotazioni sono salite mercoledì fino a quota 2,292 (stabilizzandosi poi in area 2,20) dopo avere terminato la seduta precedente a 2,14 euro. A 2,16 euro circa i prezzi si sono lasciati alle spalle il picco del 7 settembre e sembrano ora intenzionati a tornare su quello del 12 giugno a 2,30 euro. In caso di rottura di quei massimi possibile la ripresa dell’uptrend disegnato dai minimi di febbraio con obiettivi a 2,55 euro circa. Solo ripiegamenti al di sotto di area 2,12 farebbero temere di essere stati testimoni mercoledì di un falso segnale di forza, di una “bull trap” alla quale potrebbero fare seguito discese verso la media mobile a 50 giorni, a 2,03 euro.
DATI MACRO ATTESI
Giovedì 28 Settembre 2017
08:00 GER Indice GfK (fiducia consumatori) ott;
09:00 SPA Inflazione preliminare set;
11:00 EUR Indice fiducia economica set;
11:00 EUR Indice fiducia industria set;
11:00 EUR Indice fiducia servizi set;
11:00 EUR Indice fiducia consumatori finale set;
14:00 GER Inflazione preliminare set;
14:30 USA Richieste settimanali sussidi disoccupazione;
14:30 USA PIL finale trim2;
14:30 USA Bilancia commerciale preliminare ago;
14:30 USA Scorte all’ingrosso preliminari ago

HEADLINES
Corea del Sud: inflazione rallenta al 2,1% annuo in settembre
Secondo quanto comunicato da Statistics Korea (l’ente statistico di Seoul), in settembre i prezzi al consumo in Corea del Sud sono cresciuti del 2,1% annuo, in rallentamento rispetto al 2,6% di agosto (2,2% in luglio), che era il livello più elevato dal 2,2% del giugno 2012. Su base mensile l’inflazione è invece cresciuta dello 0,1% contro lo 0,6% di agosto (0,2% in luglio). Le attese degli economisti erano per una crescita del 2,2% su base annua e dello 0,2% mensile.
Per Rosengren (Fed) aumenti tassi sono garanzia necessaria
Secondo Eric Rosengren, presidente della Federal Reserve (Fed) di Boston, ulteriori aumenti dei tassi d’interesse sarebbero una forma di garanzia contro la possibilità di un surriscaldamento dell’economia Usa. Gli attuali trend, ha spiegato mercoledì nel corso di un discorso presso The Money Marketeers della New York Universit, indicano un’economia “che rischia di spingersi oltre ciò che è sostenibile” e ciò potrebbe comportare un aumento dei prezzi delle attività o dell’inflazione ben al di sopra del target del 2% della Fed. “I passi che riducono la probabilità di un simile risultato sembrano consigliabili, sembrano l’assicurazione che vale la pena di avere in questo momento”, ha aggiunto. “Di conseguenza, è mia opinione che la rimozione regolare e graduale dell’allentamento monetario sia opportuno”, ha concluso Rosengren, che quest’anno non è membro votante del Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Fed che si occupa di politiche monetarie).
Bullard (Fed) non prevede aumenti dei tassi fino al 2020
Secondo James Bullard, president della Federal Reserve (Fed) di St. Louis, l’economia Usa verosimilmente resterà su un percorso di lenta crescita e debole inflazione e per questo l’istituto centrale di Washington può mantenere stabili i tassi d’interesse. “L’attuale politica è appropriata visti i dati macroeconomici correnti”, ha sottolineato mercoledì, parlando presso la Truman State University a Kirksville, in Missouri. Per Bullard, che non sarà membro votante del Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Fed che si occupa di politiche monetarie) fino al 2019, è improbabile che la sorprendente debolezza dell’inflazione nel primo semestre venga invertita nella seconda parte dell’anno. In netta contrapposizione alla chairwoman Janet Yellen, Bullard non prevede aumenti dei tassi Usa fino al 2020.
Fincantieri: avvio roadmap italo-francese nel settore della difesa navale
Naval Group e Fincantieri recepiscono con soddisfazione la decisione del Governo francese e del Governo italiano di inaugurare un processo congiunto che aprirà la strada alla futura creazione di una progressiva alleanza nel settore della difesa navale. I due gruppi svolgeranno un ruolo chiave nel comitato direttivo che sarà avviato nei prossimi giorni con l’obiettivo di definire entro giugno 2018 una roadmap che dettagli i principi della futura alleanza. Inoltre, l’accordo raggiunto oggi dai due Governi sulla struttura dell’azionariato di STX France, che prevede la partecipazione sia di Naval Group che di Fincantieri, rappresenta un importante primo passo ed un’opportunità di ulteriore sviluppo nella cooperazione navale. Hervé Guillou, CEO di Naval Group, e Giuseppe Bono, CEO di Fincantieri, hanno dichiarato: “I nostri due gruppi hanno già cooperato con successo sui programmi FREMM ed Horizon e cogliamo con soddisfazione l’opportunità di raggiungere assieme la nostra ambizione europea nel contesto di un mercato della difesa navale sempre più competitivo, nonché di continuare a supportare la Marina italiana e la Marina francese.”
BofA continuerà a preferire i buyback al rialzo delle cedole
Bank of America (BofA) continuerà a preferire i riacquisti di azioni proprie rispetto all’aumento delle cedole per restituire valore agli investitori, visto che l’istituto di Charlotte, in North Carolina, non vuole essere costretto successivamente a ridurre i dividendi. Lo ha dichiarato mercoledì il chairman e chief executive Brian Moynihan nel corso di una conferenza a Londra. “La nostra azione è un buon acquisto e continueremo a comprarla”, ha sottolineato Moynihan. Come ricorda Reuters, in precedenza questo mese il chief financial officer Paul Donofrio aveva stimato in 14,2 miliardi di dollari l’ammontare restituito agli azionisti nell’intero 2017, per lo più proprio sotto forma di buyback, contro i 6,6 miliardi del 2016. Bank of America ha chiuso in progresso del 2,42% la seduta di mercoledì al Nyse.
Nuova Zelanda: Reserve Bank conferma i tassi all’1,75%
La Reserve Bank of New Zealand ha come previsto lasciato i tassi d’interesse invariati ai minimi dell’1,75% (dopo averli tagliati di 25 punti base nel novembre 2016, nella sesta revisione al ribasso dal giugno 2015), sottolineando che la posizione della politica monetaria rimarrà accomodante per un periodo considerevole ma modificando il linguaggio rispetto ai recenti meeting. Grant Spencer, governatore della Banca centrale di Wellington, ha infatti spiegato che “un dollaro neozelandese più debole aiuterebbe ad aumentare l’inflazione e a garantire una crescita più equilibrata”, con il termine “aiutare” che ha preso il posto del precedente “essere necessario”.

Le idee del gruppo bancario sui due istituti di credito nelle parole del presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros Pietro

Rivendica l’importanza e il peso dell’operazione fatta e sottolinea il miglioramento della situazione del sistema bancario e della congiuntura economica nazionale, anche grazie all’impegno dei privati. Non sono pochi gli interventi del presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros Pietro, da quando Ca de’ Sass ha annunciato l’acquisizione di Popolare Vicenza e Veneto Banca ad oggi.

IL GIORNO DOPO IL CDA

All’indomani del consiglio d’amministrazione straordinario che ha deciso di chiudere la partita, l’ex numero uno dell’Iri nella prima parte della mattinata rilascia un’intervista al Gr1 Rai in cui evidenzia che “Intesa Sanpaolo prende a suo carico depositi e obbligazioni senior delle due banche venete, parliamo di circa 20-30 miliardi. Il prezzo di 1 euro è un prezzo simbolico. In realtà, le attività che noi riceviamo non sono in grado di coprire l’impegno che prendiamo”. Respinge poi l’accusa – come farà anche in seguito – di aver effettuato un salvataggio grazie ai soldi di chi versa le tasse in Italia: “Non è così perché Intesa Sanpaolo si fa carico di circa 30 miliardi. I debiti che queste due banche hanno non vanno a carico dei contribuenti”. Lancia poi due messaggi: ai piccoli risparmiatori che “possono stare tranquilli” e ai dipendenti cui promette solo uscite volontarie.

Poco più tardi Gros Pietro va all’Assemblea dell’Unione Industriale di Torino e anche qui, a margine dei lavori, parla dell’operazione che definisce “necessaria”. “L’effetto domino è stato scongiurato, i problemi ormai sono stati superati – afferma -. L’unica alternativa sarebbe stato l’intervento immediato del fondo di risoluzione interbancario per un ammontare stimato tra i 12 e i 13 miliardi”. Peraltro “l’intervento del fondo interbancario avviene attraverso un’immediata messa in carico pro quota di tutte le banche e quindi una decurtazione automatica del loro patrimonio di vigilanza. Questo avrebbe probabilmente messo in difficoltà un certo numero di banche che non avrebbero avuto un patrimonio sufficiente” e dunque si sarebbe innescato l’“effetto domino”. Gros Pietro allontana di nuovo la critica di aver ricevuto un regalo, come fanno nelle stesse ore sia il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni sia il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: “Chi dice che Intesa è stata avvantaggiata non ha compreso il meccanismo” perché “la parte sana degli attivi non è sufficiente a pareggiare i passivi. L’intervento dello Stato non è a vantaggio di Intesa ma solo a pareggio degli oneri. Per questo la Dg Comp europea (ovvero la Direzione generale della Concorrenza a Bruxelles, ndr) dice che non c’è distorsione della concorrenza”. Il salvataggio di Popolare Vicenza e Veneto Banca, evidenzia il presidente di Intesa, “corrisponde alle regole europee come ha detto Elke Koenig”, a capo dell’Srb, il Single resolution board della Bce. Negli stessi corridoi in quelle ore il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, loda “l’atto coraggioso del governo e di un istituto finanziario grande” e ringrazia “Gian Maria Gros Pietro che rappresenta questo grande istituto che ha avuto coraggio”.

TORINESE DELL’ANNO

La sera stessa le agenzie battono la notizia che il numero uno della banca protagonista delle cronache finanziarie del giorno è stato nominato “Torinese dell’Anno 2016”, premio assegnato dalla Camera di commercio della città della Mole e che sarà consegnato domenica 3 dicembre. Il giorno dopo, mentre l’amministratore delegato Carlo Messina parla dalle colonne di “Repubblica”, Gros Pietro dice la sua dalle pagine del quotidiano di Torino. Anche qui ribadisce che l’operazione di salvataggio era necessaria e che si è evitato l’effetto domino per l’intero sistema bancario nazionale.

ATLANTE 2 E LE CASSE DI RIMINI, DI CESENA E DI SAN MINIATO

A luglio si registra la partecipazione all’assemblea di Federmacchine, a Cinisello Balsamo, dove il presidente di Intesa rassicura: per le Casse di Risparmio di Rimini, di Cesena e di San Miniato “si troverà chi vuole intervenire e gli strumenti affinché si risolva la situazione” ma “non si parla assolutamente di un nostro intervento”. In realtà poi Ca de’ Sass è intervenuta ed è storia di questi giorni: secondo indiscrezioni raccolte dal “Sole 24 Ore” il negoziato tra Banca d’Italia e Tesoro avrebbe portato a un rifinanziamento di Atlante 2 pari a 280 milioni di euro di cui 40 a testa da parte di Intesa e Unicredit, 30 da Agricole Italia-Cariparma e 30 da doBank, infine 140 da Sga e da Poste o Cassa depositi e prestiti. “Auspico anch’io la conclusione entro fine mese” ha commentato Gros Pietro qualche giorno fa dopo aver confermato l’impegno finanziario del suo istituto nella ricapitalizzazione.

WORKSHOP AMBROSETTI

Dopo la pausa agostana a settembre riprendono le attività e anche le dichiarazioni del banchiere 75enne che a inizio mese partecipa al workshop Ambrosetti. Di nuovo si torna a parlare dell’acquisizione di Bpvi e Veneto Banca: “Le banche venete sono un presidio creditizio di un’area estremamente importante del Paese, un’area trainante per la crescita. Dunque il nostro intervento aveva due obiettivi: uno, eliminare il possibile punto di origine di una crisi finanziaria perché le banche non erano piccolissime e poi ristabilire la continuità del credito verso i clienti. Queste banche – prosegue – devono essere portate al più presto allo stesso livello di qualità della gestione che ha il resto di Intesa Sanpaolo. La Bce pretende che tutte le banche che fanno parte del gruppo abbiano lo stesso livello di trasparenza informatica, della qualità dei crediti e della gestione, quindi questo è un lavoro da fare che non sarà semplice e nemmeno breve”. Gros Pietro ricorda poi che le due ex popolari “avevano emesso bond garantiti dallo Stato per 10 md, questa operazione ha immediatamente cancellato dai libri dello Stato questa pendenza da 10 miliardi da garantire”. A Cernobbio però il presidente di Intesa Sanpaolo riprende pure il discorso sulla situazione del sistema creditizio nel Paese che “è nettamente migliorata”. “Un anno fa – afferma parlando con i giornalisti – c’erano situazioni di crisi già note, gravi, molto pesanti, aperte, non solo di crisi di singole banche, ma di elementi di preoccupazione all’interno degli stati patrimoniali di molte banche e cioè i crediti problematici. Questo è un fardello che le banche hanno cominciato a smuovere con vari strumenti e ad esempio Intesa, che si prefigge prima di tutto di riportare in bonis i crediti problematici, ha riportato in bonis circa 60 mila imprese negli ultimi due anni e mezzo”. Aver risolto queste situazioni di crisi porta a dire che “il sistema bancario adesso sta bene”. E infatti Gros Pietro, del discorso di Gentiloni al workshop Ambrosetti, apprezza “le frasi sulla riconquistata solidità del sistema bancario nazionale a ci hanno contribuito alcune operazioni con l’impegno sia del pubblico che dei privati”. Il vicepresidente del Comitato esecutivo dell’Abi è ottimista: “Oggi l’Italia è robusta, ha risanato il suo sistema finanziario e bancario, ha ricominciato a crescere e può porsi con ambizione a svolgere un nuovo ruolo in Europa”. Tutto ciò si può prefigurare grazie alle “riforme economiche strutturali” effettuate dai governi Renzi e Gentiloni che “presentano l’Italia nel campo internazionale in modo ben diverso rispetto a quanto accadeva pochi anni fa” e “Intesa Sanpaolo si riconosce in questo scenario perché siamo stati i protagonisti del risanamento del sistema finanziario-bancario e continuiamo ad essere motore dello sviluppo economico del nostro Paese. Siamo pronti – si impegna Gros Pietro – a finanziarlo perché abbiamo le risorse, la liquidità e le competenze”.

PRESENTAZIONE INDAGINE SUL RISPARMIO

Arriviamo poi alla scorsa settimana quando Ca de’ Sass presenta l’indagine 2017 sul risparmio degli italiani realizzata insieme al Centro Einaudi. Il presidente di Intesa ricorda che dalle crisi di Montepaschi e delle banche venete “non ci sono state ripercussioni a livello di sistema, e cioè generalizzate, proprio perché la risposta che è stata data a queste crisi ha difeso al 100% i risparmiatori puri, quelli che non hanno fatto investimenti rischiosi”. Nel futuro del gruppo da lui guidato Gros Pietro vede un nuovo piano d’impresa, attualmente in preparazione, focalizzato sulla crescita organica e un aumento della presenza estera che è “soprattutto a supporto dei gruppi italiani che esportano” e che “contribuisce anche positivamente alla redditività del gruppo”. Anche in quest’occasione il banchiere torinese torna sulla congiuntura del Paese: “Siamo davvero in presenza di una svolta. Vorrei mettere in fila alcuni dati: produzione industriale +4,4% a luglio, esportazioni +8%. Per la nostra banca nel primo semestre 25 miliardi di erogazioni a medio lungo termine (+6,5%), ovvero richieste di credito per fare investimenti, mentre nel Paese l’occupazione dà i migliori dati degli ultimi sei anni”. Per il presidente di Intesa Sanpaolo la ripresa italiana “è congiunturale ma con elementi strutturali perché l’Italia sta crescendo a tassi in linea con l’Europa e per alcuni elementi anche superiori. Sono dati di assoluto rilievo e sono il primo effetto delle riforme strutturali effettuate negli ultimi anni”. Ancora un Gros Pietro rassicurante quello che il 21 settembre viene intervistato dal quotidiano finanziario tedesco “Börsen Zeitung”. “Al momento non scorgo altri focolai di crisi all’orizzonte” nel settore bancario italiano afferma ribadendo poi la volontà di continuare a investire in Atlante 2. “Siamo disponibili a versare circa 40 milioni di euro nel fondo che ha bisogno di ulteriori 280 milioni di euro per rilevare i crediti in sofferenza di tre banche, che dovrebbero andare sotto controllo di Credit Agricole, o meglio di Cariparma. Tuttavia, l’acquisizione è subordinata alla condizione che gli npl delle tre banche debbano essere esternalizzati”. Infine, qualche parola su Alitalia in cui Intesa – conferma il banchiere – ha esaurito il suo ruolo di azionista “ma come banca senz’altro cofinanzieremmo un piano di ristrutturazione credibile”.

romanzo criminale

Sarete certamente nauseati di leggere della e sulla vicenda delle due banche venete. In fondo, molto meglio dibattere furiosamente sulla natura “sistemica” di Fabio Fazio per la Rai, come da dichiarazioni dell’ineffabile presidenta del carrozzone-bene comune sussidiato in bolletta. Oppure cercare di capire se Romano Prodi ha messo una croce sulla recuperabilità alla causa neo-ulivista del giovinotto di Rignano domiciliato a Pontassieve che, dopo essere stato adoratore del professore bolognese, ora manifesta insofferenza nei suoi confronti, convinto com’è di riuscire a sfondare al centro e a destra anche prima di assumere la terapia giornaliera.

Noi però oggi vorremmo segnalarvi la dinamica della valanga di sofferenze che tutto ha travolto, in Veneto. Una spirale criminale prima che mortale, perpetrata dai vertici delle due banche, di cui dà conto Fabio Pavesi sul Sole:

«Il livello dei crediti deteriorati toccati da Vicenza e Veneto Banca è da record assoluto. Le due banche a fine del 2016 avevano infatti un tasso di prestiti deteriorati del 37%. Ed è il trend che impressiona. Solo l’anno scorso e solo per la Popolare di Vicenza i prestiti cattivi erano saliti di 874 milioni, l’11% in più sul 2015»

Esplosione recente, come si nota, addirittura in un periodo di ripresa economica, quando nel mondo normale le sofferenze calano. Pare un’anomalia ma è “solo” conseguenza di condotte criminali protratte nel tempo e della loro tardiva scoperta. Ma c’è altro, il pivot di tutto:

«Non solo ma si scopre nel bilancio che la metà di questi prestiti malati (quasi mezzo miliardo) [quelli riconosciuti nel 2016, ndPh] sono crediti non restituiti da chi ha sottoscritto le azioni ora azzerate della banca. E qui, nel circuito perverso dei finanziamenti baciati (azioni in cambio di mutui e fidi), che ha contrassegnato l’epopea tragica di Zonin e Consoli, che si annida il virus mortale che ha condannato a morte le due banche del territorio»

Perché il giochetto, oggi ormai noto anche ai sassi, era quello di tentare la ricapitalizzazione espandendo il credito. Una variante diabolica di uno schema Ponzi, in pratica. Ancora Pavesi:

«Quell’anomalia profonda era strutturale e visibile da lungo tempo. E per lungo tempo è stata di fatto ignorata e sottovalutata da decisori politici e autorità di controllo. Mentre il resto del sistema bancario frenava gli impieghi a partire dalla crisi per non imbarcare sofferenze, le due venete facevano il contrario. Basti rilevare, come sottolinea Fabio Bolognini ex banchiere e ora consulente di Pmi nel suo blog Linkerbiz, che dal 2008 al 2011 il tasso di crescita dei prestiti è stato del 64% per Veneto Banca, del 35% per la Vicenza. Tassi astronomici dato che una banca prudente ma solida come il Credem ha avuto una crescita di solo il 17%. È qui il peccato originale»

Qui la probabilità di rovina era pari a certezza. Bastava solo che qualcuno guardasse “per bene” nei conti e chiedesse rettifiche e sterilizzazioni patrimoniali. Quello che ha fatto la Bce dopo ispezioni della Banca d’Italia, a inizio 2015. Ma la situazione non era certo nata a inizio 2015:

«Credito allegro e a piene mani senza valutare la sua rimborsabilità perché quel credito a pioggia con la tecnica dei prestiti baciati portava in casa capitale aggiuntivo. Più si prestava (con disinvoltura), più le banche di Zonin e Consoli si capitalizzavano artificiosamente. Tra l’altro a prezzi del tutto irrealistici per i compratori dati i fondamentali già scricchiolanti, almeno dal 2013, dei conti. Si è lasciato correre, non si è messo un freno e la situazione non ha fatto che deteriorarsi senza sosta»

Però le banche andavano bene, oh se andavano bene. Leggete quanto dichiarava in una nota di ottobre 2014 l’allora d.g. di Vicenza, Samuele Sorato, dopo che la banca aveva passato gli stress test della vigilanza Bce. Sono parole da consegnare alla storia economica di questo paese:

«Dopo le importanti iniziative sul capitale, siamo particolarmente orgogliosi di aver superato il comprehensive assessment con un’eccedenza pari a 593 milioni per quanto riguarda l’Aqr, con un’eccedenza pari a 554 milioni per quanto riguarda lo stress test nello scenario di base, e con un’eccedenza di 30 milioni per quanto concerne lo stress test nello scenario avverso»

«Un motivo di soddisfazione ancora maggiore se si considera che negli ultimi quattro anni abbiamo erogato nuovi impieghi per 11,5 miliardi di euro, con una crescita media annua degli impieghi dal 2001 a giugno 2014 pari al 5,8% rispetto all’1,3% del sistema bancario italiano, un contributo prezioso per il sostegno dell’economia reale che ha salvato migliaia di piccole e medie aziende e con loro un numero ancora di lavoratori»

«Eravamo consapevoli che far impieghi in un momento di crisi economica avrebbe comportato un forte assorbimento di capitale, cosi’ come il rischio di dover registrare nuove sofferenze di bilancio e un maggiore impegno negli stress test, ma abbiamo voluto fortemente mantenere il nostro ruolo di banca al servizio dell’economia reale»

L’eroica banca che ha sfidato a mani nude la Grande Recessione, per sostenere l’economia reale ed i lavoratori. Solo che questo tentativo di sfidare la legge di gravità è finito in catastrofe. Ripetiamo la sequenza: inizia la crisi, la banca si accorge del deterioramento dei crediti ma tiene la cosa per sé (come tutti o quasi), ed al contempo rilancia il credito con le operazioni “baciate”, che permettevano di colmare i crescenti buchi di capitale chiedendo ai debitori di comprare azioni della banca. Perché le banche non potevano permettersi un credit crunch per riparare il proprio stato patrimoniale: il leggendario “territorio” non lo avrebbe accettato. Piccolissima nota a margine: gli stress test della Bce sono ca..ate? Forse sì ma non nel senso che si crede di solito. Bensì in quello che, di fronte a condotte criminali, ogni stress test è destinato a fallire.

Ci sono momenti e situazioni, nell’esistenza delle persone, in cui pare non sia possibile “scendere” da una situazione critica in cui ci si è ficcati. Lo stesso fece Giuseppe Mussari in MPS quando, all’emergere dei primi problemi di redditività e di erosione del capitale, ordinò al suo desk proprietario di andare pesantemente a leva sul Btp per recuperare utili. Il resto è cronaca, soprattutto giudiziaria.

LO SCHEMA BERNARD MADOFF DELLE BANCHE VENETE.

Bernard Madoff è l’artefice del più grande schema Ponzi finanziario del dopoguerra. Una truffa finanziaria da sessanta miliardi di euro che gli è costata una condanna a 150 anni di galera e l’etichetta di criminale su Wikipedia. Non un finanziere ma un delinquente a tutti gli effetti, come è giusto che siano chiamati i banchieri che consapevolmente mettono in piedi degli schema Ponzi.

La cronaca dei fallimenti delle due banche venete, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, racconta di uno schema Ponzi messo in piedi nella laboriosa e cattolica provincia veneta. Non è ancora chiaro l’ammontare totale del buco causato dai prestiti “baciati”, cioè dalle operazioni di finanziamento alla clientela che le due banche hanno condotto per molti anni erogando credito, cioè risparmio dei correntisti, per ottenere che una buona parte dello stesso venisse reinvestito nell’acquisto di azioni di nuova emissione delle due banche a prezzi gonfiati da perizie amiche, ma che si tratti di una creazione fittizia di ricchezza è ormai chiarissimo. Un modo di creare artificiosamente un capitale che non c’era trasformando risparmio inconsapevole in capitale di rischio. E’ uno schema Ponzi al 100% ed è davvero curioso che fino al 2015, quando la vigilanza della Bce ha preso in mano la situazione, nessuno avesse maturato il minimo sospetto. Così le due banche hanno potuto continuare a collocare obbligazioni subordinate proponendo prospetti infarciti di comunicazioni false e lontane dalla verità contabile. Quale colpa hanno gli obbligazionisti subordinati che sulla base dei prospetti autorizzati dalle varie autorità di vigilanza hanno acquistato le obbligazioni subordinate delle due banche venete fallite? Sono stati proprio loro le principali vittime dello schema Ponzi di Vicenza e Montebelluna, più anche degli azionisti che almeno hanno avuto i prestiti “baciati”, visto che la metà dei crediti deteriorati delle due banche sono legati ai debitori-azionisti dello schema Ponzi. Evidentemente intuivano che potevano perdere tutto come soci e si sono “rivalsi” come debitori.

Eppure, nonostante il governo dichiari che saranno rimborsati al 100% tutti gli obbligazionisti retail, la realtà è molto più penalizzante per loro. Basti pensare che quelli di Veneto Banca lo scorso 16 giugno di sono visti bloccare da un atipico decreto legge il rimborso del titolo a tasso variabile 2007-2017 in scadenza il 21 giugno. Lo avevano magari comprato dieci anni prima, quando il bail in non era neppure nella culla, e magari da un promotore finanziario o tramite una banca amica dell’emittente che lo aveva proposto come titolo sicuro al 100%. Veneto Banca non era ancora dichiarata fallita lo scorso 16 giugno e aveva la liquidità per rimborsare i 65 milioni residui del bond subordinato, ma il governo ha preferito congelare tutto per decreto. Ed ora per gli obbligazionisti subordinati – quelli retail valgono in tutto 200 milioni – la strada per il recupero per la truffa subita è davvero complicata. Devono avere comprato direttamente allo sportello di una delle due banche fallite e prima del 15 giugno 2014 data di entrata in vigore della direttiva europea sul risanamento e la risoluzione degli enti creditizi e dimostrare che c’è stata una qualche forma di non corretta presentazione dei rischi da parte dell’emittente. Ma se i prospetti e le comunicazioni al mercato delle due banche venete erano falsi sia prima che dopo il 15 giugno 2014, perché non dovrebbero essere tutelati tutti gli obbligazionisti subordinati retail vittime dello schema Ponzi?

Il passaggio parlamentare del decreto forse sanerà questa ingiustizia e magari Intesa, che ha già messo a disposizione 60 milioni di euro per rimborsare parzialmente la componente retail, avendo fatto un ottimo affare potrebbe anche decidere di rimborsare per intero gli obbligazionisti subordinati persone fisiche aggiungendo altri 140 milioni. Al momento le principali vittime dello schema Ponzi di Vicenza e Montebelluna sono proprio gli obbligazionisti subordinati retail.

PONIAMOCI TUTTI UNA DOMANDA:

MA QUANTI BERNARD MADOFF C’ERANO ALL’INTERNO DELLE DUE BANCHE VENETE?

Il saldo resta in deposito al notaio fino al passaggio di proprietà

Venditore pagato non più alla firma dell’atto di compravendita ma solo dopo la sua trascrizione su richiesta dell’acquirente

L’approfondimento di questa settimana è dedicato alle novità introdotte dalla legge per il mercato e la concorrenza sul conto deposito nelle vendite di immobili. La legge 4 agosto 2017 n. 124 ha previsto l’utilizzo da parte dei notai di un conto dedicato alla gestione dei pagamenti nelle vendite immobiliari su richiesta della parte interessata.

 

Tutela dell’acquirente

La novità introdotta dal legislatore tutela l’acquirente evitando che quest’ultimo possa incorrere nella sgradita sorpresa, dopo aver pagato, di vedere apposta un’ipoteca o altro gravame sull’immobile acquistato, nel periodo tra la data del rogito e la data della trascrizione. Infatti, a seguito della nuova disposizione potrà stabilirsi che il venditore sia pagato non più alla firma dell’atto di compravendita, ma solo dopo la sua trascrizione. La trascrizione avviene mediante la presentazione di una nota, da cui risultano gli estremi dell’atto immobiliare. Una volta eseguita la trascrizione del contratto e constatata l’assenza di pesi e gravami sull’immobile acquistato, il notaio svincolerà le somme depositate a favore del venditore dell’immobile. Rimane possibile che le parti prevedano che il corrispettivo pagato per la vendita sia sbloccato e versato solo dopo una determinata condizione. In questo caso, il notaio potrà svincolare il prezzo a favore del venditore, solo tenuto conto del verificarsi dell’evento.

 

Somme vincolate

 

Le somme del conto dedicato costituiscono patrimonio separato. Tali somme sono escluse dalla successione del notaio (e dal suo regime patrimoniale della famiglia) e sono impignorabili a richiesta di chiunque. È impignorabile anche il credito al pagamento o alla restituzione delle stesse somme. Il notaio può disporre delle somme vincolate solo per gli specifici impieghi per i quali sono state depositate e ha l’obbligo di mantenere la documentazione di tutte le operazioni svolte.

 

Interessi maturati

 

Le somme versate nel conto deposito sono destinate all’acquirente e non possono essere utilizzate in altro modo. Si tratta di somme con un vincolo di destinazione, mentre per gli interessi maturati sul conto si applicheranno altre regole che avvantaggiano lo Stato. Infatti, gli interessi maturati sul conto di deposito sono destinati al fondo di credito agevolato per i finanziamenti alle piccole e medie imprese, al netto delle spese e delle imposte relative al conto corrente. Tali interessi sono calcolati tenendo conto del periodo di deposito del denaro tra il giorno della sottoscrizione del rogito e la data della trascrizione. Pertanto, gli interessi maturati non possono essere trattenuti a vantaggio del notaio.

 

Spese e tributi

 

Nel conto corrente vincolato allo scopo di salvaguardare l’acquirente dovranno essere versati non solo il prezzo dell’immobile, ma anche gli importi per il pagamento delle imposte dovute allo Stato. La legge prevede che il notaio deve ricusare il suo ministero se le parti non depositano antecedentemente o contestualmente alla sottoscrizione dell’atto, l’importo dei tributi, degli onorari e delle altre spese dell’atto, salvo che si tratti di persone ammesse al beneficio del gratuito patrocinio. Il notaio può recuperare dal conto dedicato, dopo aver diligentemente redatto uno specifico prospetto contabile, le somme dovute a titolo di tributi per i quali è sostituto o responsabile d’imposta, e comunque le spese anticipate  con fondi propri.

 

 

Il mancato rispetto del limite di finanziabilità, ai sensi dell’art. 38, secondo comma, del T.u.b. e della conseguente delibera del Cicr, determina di per sé la nullità del contratto di mutuo fondiario; e poiché il detto limite è essenziale ai fini della qualificazione del finanziamento ipotecario come, appunto, “fondiario”, secondo l’ottica del legislatore, lo sconfinamento di esso conduce automaticamente alla nullità dell’intero contratto fondiario

SENTENZA INTEGRALE CASSAZIONE  N. 17352 DEL 13.07.2017

 

http://www.foroitaliano.it/wp-content/uploads/2017/07/cass-civ-17352-17.pdf

 

Centrale rischi Bankitalia, serve sempre il preavviso

È illegittima, se non è preceduta dalla comunicazione di preavviso, la segnalazione di sofferenza alla Centrale rischi della Banca d’Italia dell’impresa debitrice. Si tratta infatti di un comportamento contrario ai princìpi di buona fede e correttezza nel funzionamento del rapporto bancario, che può compromettere in modo grave e irreparabile il diritto alla libera iniziativa economica; per tutelarsi, l’impresa può rivolgersi al tribunale e ottenere in via d’urgenza (usando il procedimento previsto dall’articolo 700 del Codice di procedura civile) la cancellazione della segnalazione di rischio.

Lo ha affermato il tribunale di Milano (sezione feriale) che, con l’ordinanza del 29 agosto scorso, ha accolto il ricorso promosso da una società contro una banca per la segnalazione a sofferenza nella Centrale rischi della Banca d’Italia in relazione a due contratti di leasing finanziario immobiliare stipulati nel 2007.

La vicenda
La società ha presentato ricorso al tribunale per la violazione della circolare della Banca d’Italia 139/91, aggiornata il 29 aprile 2011, dell’articolo 4, comma 7, del Codice di deontologia e di buona condotta per i sistemi di informazione creditizia (entrato in vigore il 1° gennaio 2005) emanato in attuazione del Codice della privacy, nonché dell’articolo 125, comma 3, del Testo unico bancario lamentando il mancato rispetto da parte dell’istituto di ogni regola di buona fede e correttezza anche per l’insussistenza dello stato di sofferenza.

La decisione
Il giudice ha chiarito che la preventiva comunicazione al debitore è obbligatoria, sia nel caso di segnalazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia, sia nel caso di segnalazione nelle Centrali dei rischi private, e sia se il debitore è un consumatore, sia se si tratta di soggetto che agisce per scopi inerenti all’attività imprenditoriale o professionale.

Secondo il tribunale, l’obbligo di preavviso risponde a più finalità. Richiamando la giurisprudenza dell’Arbitro bancario finanziario, il giudice chiarisce che l’informativa è espressione del fondamentale principio di correttezza e lealtà nel trattamento dei dati personali e risponde all’esigenza di offrire al debitore la possibilità di intervenire prima della segnalazione della morosità o di altro evento negativo; quindi, è necessario che il preavviso pervenga al destinatario in tempo utile perché il presupposto della segnalazione possa essere «tempestivamente» eliminato e, in ogni caso, prima che la segnalazione sia effettuata (Abf Collegio di coordinamento, decisione 3089 del 24 settembre 2012). Anche se la decisione dell’Abf, in realtà, si riferisce solo al preavviso per le segnalazioni nei sistemi informativi privati, il tribunale ritiene tuttavia di poter estendere il principio anche alle segnalazioni nella Centrale rischi di Bankitalia. Né ad avviso del giudice può essere condivisa l’interpretazione del Codice della privacy (modificato dal Dl 201/2011), che avrebbe eliminato l’obbligo di preavviso per le persone giuridiche.

Secondo l’ordinanza, il sistema complessivo che si è venuto formando attribuisce alla previa segnalazione non solo una funzione di tutela del consumatore e della persona rispetto al trattamento dei suoi dati personali, ma di tutela del debitore rispetto a segnalazioni che possono comportare grave danno per le ripercussioni in termini di affidabilità e di accesso al credito, tanto da compromettere la stessa vita dell’impresa.

Peraltro, nella valutazione del bilanciamento degli opposti interessi (del sistema creditizio, del segnalante e del debitore), il tribunale ha ritenuto che il preavviso costituisca un adempimento poco oneroso per la banca, che deve solo inviare un’informativa a mezzo lettera raccomandata.

Infine, il giudice ha considerato che, in caso di illegittima segnalazione, nelle more del giudizio di merito, si possono verificare irreparabili e gravi compromissioni del diritto del ricorrente alla libera iniziativa economica, consistenti nella maggiore difficoltà di ricorrere al credito bancario, o nella revoca di quello già concesso, causando così una lesione del diritto all’impresa. L’ordinanza ha quindi accolto il ricorso della società e ha ordinato alla banca di adoperarsi immediatamente per la cancellazione della segnalazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia.

Confermato il sequestro dei beni a Vincenzo Consoli.

C’è la villa di Vicenza, che da sola vale almeno due milioni di euro. Ma ci sono pure i dipinti di Federico Andreotti, quello di Giuseppe Boccaccio (che domina la sala da pranzo), e un costosissimo Lodewijk Toeput, che potrebbe sfiorare i centomila euro di valore. Ma la passione per l’arte, aveva spinto Vincenzo Consoli ad arredare l’abitazione anche con una scultura in marmo di carrara di Guglielmo Pugi e un’altra attribuita a Francesco Barzaghi. E poi i due vasi giapponesi e l’arazzo del XVIII secolo e la coppia di tappeti e le icone russe. E tanto altro.

Gianni Zonin e Vincenzo Consoli (archivio)
Gianni Zonin e Vincenzo Consoli (archivio)

Il sequestro

Tutto sotto sequestro, come i conti corrente intestati a lui e alla moglie. I sigilli erano stati disposti dalla procura di Roma, che ha indagato l’ex amministratore delegato di Veneto Banca per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza. E martedì il provvedimento è stato ribadito dalla Cassazione, alla quale Vincenzo Consoli e la consorte Maria Rita si erano rivolti chiedendo la restituzione dei beni.

La difesa

La tesi, sostenuta dagli avvocati Franco Coppi e Alessandro Moscatelli, era che le uniche cose «sequestrabili» fossero quelle «concretamente utilizzate per la commissione del reato» e quindi, semmai, la guardia di finanza avrebbe dovuto puntare ai beni di Veneto Banca, non a quelli del suo ex manager. Per quanto riguarda la moglie di Consoli, invece, doveva «considerarsi persona del tutto estranea al reato» e, come tale, il suo patrimonio non andava intaccato. Una (piccola) apertura l’aveva dimostrata perfino la procura generale, chiedendo alla Corte di annullare una parte dei sequestri (quelli relativi alle operazioni «Sg Ambient» e «Bim Fiduciaria») per un controvalore di 14 milioni di euro, sui 45 milioni totali.

La sentenza

Invece la sentenza si è abbattuta come una mannaia sull’ex amministratore. Vincolare il patrimonio di Veneto Banca – sostiene la Cassazione – avrebbe significato aggredire «cose appartenenti a persona estranea al reato». E questo è vietato. Anche perché «vi sono ragioni che non consentono di affermare che l’istituto abbia tratto vantaggio dalle operazioni poste in essere da Consoli». Il guadagno era tutto per il manager, visto che la sua condotta è stata «funzionale solo a garantire il consolidamento e l’accrescimento del potere dell’indagato e delle stretta cerchia di persone a lui facente capo». Stesso principio vale anche per sua moglie, visto che «risulta essere solo la formale intestataria del patrimonio del marito, alla luce dell’evidente sproporzione tra l’ammontare dei suoi redditi e le consistenze patrimoniali nella sua esclusiva disponibilità (ma anche, ndr) della circostanza che i rilevanti trasferimenti di ricchezza sono avvenuti proprio nel periodo di crisi dell’istituto». Non solo: la Cassazione sottolinea «la mancanza di buona fede» della donna, deducibile «dalle vicende relative alle formazione e alla consistenza della sua disponibilità economica, raffrontate alla posizione del marito».

I pm

Resta tutto sequestrato, quindi. Ed è un altro punto a favore per i titolari dell’inchiesta su Veneto Banca.

Zonin

Intanto, rimanendo in tema di istituti di credito, dopo aver ricevuto l’avviso di chiusura dell’indagine sul tracollo della Banca Popolare di Vicenza, diversi indagati hanno chiesto alla procura berica di essere sentiti. Tra questi, spicca il nome dell’ex presidente Gianni Zonin, indagato (come Consoli) per aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza. Per lui si profila quindi un nuovo faccia a faccia con i pm, dopo i due interrogatori di marzo.

Zigliotto

La stessa richiesta è arrivata anche dall’ex consigliere BpVi (ed ex presidente di Confindustria Vicenza) Giuseppe Zigliotto, «per chiarire la sua posizione, per spiegare visto ci sono elementi tali a dimostrare che le cose non sono come vengono contestate» ha fatto sapere il suo avvocato, Giovanni Manfredini. Per Zigliotto sarà una prima volta dato che a luglio 2016 aveva scelto la via del silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere

Banche Popolari Bari, la riforma in sospeso. Bloccata la riforma delle Banche Popolari  fino al 2018, Bari prepara il rilancio.

Sono passati tre anni dal decreto legge “urgente” e dieci messo dallo stop, importo da Consiglio di Stato e Corte Costituzionale. Anche l’estate è trascorsa,  senza alcuna notizia fresca sulla riforma che mira a trasformare le dieci maggiori banche popolari italiane in società per azioni. Ad oggi, nessuna corte si è più pronunciata sui profili di costituzionalità della specifica materia, e probabilmente non lo faranno prima del febbraio 2018.

Nel contempo, la situazione è diventata estremamente caotica, ed i pochi fondi esteri, che hanno investito i loro soldi, restano alla finestra perché l’ordinanza di rimessione del Consiglio di Stato, datata 2 dicembre 2016, ha creato una situazione di estrema incertezza sul mercato dei capitali. Il fondo Amber infatti, dopo aver puntato sul futuro della Banca Popolare di Sondrio come Spa, ha depositato, dopo tanta attesa, due atti d’intervento presso le alte corti.

Ogni Banca popolare, in questo periodo di transizione, ha reagito in maniera diversa. Per la Banca Popolare di Bari, è tutto bloccato in una lunga attesa, anche se a dicembre sono decorsi i termini per la conversione forzosa in Spa per tutti i gruppi con un attivo oltre gli 8 miliardi. Le difficoltà maggiori per la BPB sono legate anche all’acquisizione di Tercas, dell’estate 2014. Bari, a differenza di altri istituti bancari, ha dovuto pagare di tasca propria 500 milioni, suddivisi tra capitale e bond, per poter togliere la Cassa di Teramo dall’amministrazione straordinaria.

La Banca, gestita dalla famiglia Jacobini, ha dapprima malvisto la riforma ed ha atteso l’assemblea per la costituzione in Spa solo nel dicembre 2016. La discesa dell’azione Banca Popolare di Bari ha visto a settembre 2017 un avvio di quotazione con nuovo minimo ribassato a 6,60. Tuttavia, ci sono ancora ottimi spiragli per il futuro: a differenza, comunque, di quanto sta avvenendo per Sondrio, i banchieri baresi sono ottimisti e ritengono che passare in Spa sia la via da seguire per il rilancio.