Usura bancaria. Confedercontribuenti a fianco dei clienti rapinati con spese ed interessi. Eclatante Banco Popolare di Verona

Molto spesso, nei contratti bancari, la pattuizione usuraria è mascherata in quanto, i tassi e le commissioni indicate, risultano essere sotto al tasso soglia di usura vigente ma poi analizzando il caso concreto, in virtù delle modalità di calcolo, che variano a seconda dell’utilizzo del conto, tali tassi, apparentemente sotto soglia, diventano poi tassi effettivi che superano il suddetto tasso soglia.

 “Sono circa 800 i casi di usura bancaria che stiamo seguendo su tutto il territorio nazionale: se si analizzano i contratti, in oltre l’85% dei casi si scoprono anomalie nei calcoli.  Il caso eclatante, che non da spazio a interpretazioni e orientamenti giurisprudenziali,  ci è capitato in varie occasioni, con una grande banca del Veneto, nel quale abbiamo riscontrato  nel contratto bancario, un tasso debitore pattuito già di per se stesso, superiore al tasso soglia, quindi senza  ombra di dubbio sulla pattuizione usuraria.  Questa è una evidente promessa usuraria, punibile penalmente  ai sensi art 644 cp e in combinato disposto con art 1815 cc, prevede la non debenza di alcun interesse e tutti gli interessi pagati su quel conto corrente devono essere restituiti” – dichiara Alfredo Belluco vicepresidente nazionale e presidente veneto di Confedercontribuenti.

Indennità di sconfinamento, commissione di istruttoria veloce, prelievi salva-banche sono alcune delle voci che farebbero lievitare i tassi di interesse praticati dagli istituti di credito. Caso eclatante sarebbe quello del Banco Popolare di Verona: l’istituto di credito aveva inserito nei sui contratti un’indennità di sconfinamento  che variava in base all’entità del debito facendolo lievitare a cifre impossibili da saldare che arrivavano fino a 600 euro giornalieri. Nonostante  l’abolizione di questi oneri e l’introduzione di una commissione “tutto compreso” le cose non sarebbero cambiate. Pertanto ci si trova di fronte a correntisti strozzati ed istituti di credito che dichiarano “crediti deteriorati”.

“I crediti deteriorati NPL richiesti dalle banche, specialmente di importo medio basso sono contestabili per tutta una serie di illeciti contabili, civili e penali. Le spese e le commissioni, molto spesso, non sono correttamente pattuite e quindi non dovute e ovviamente, devono essere restituite. Quando si supera il tasso di interesse effettivo e globale ai fini dell’usura, scatta la sanzione penale, che può arrivare fino a 15 anni di reclusione.” – spiega Belluco.

L’ultima trovata degli istituti di credito sarebbe una modifica unilaterale del contratto che prevede l’addebito di un importo seppure esiguo  che andrebbe a alimentare il fondo nazionale di risoluzione delle crisi bancarie.

Una volta ad esser rapinata era la banca. Nell’era dei pirati in giacca e cravatta sarebbero  i banchieri  a rapinare i correntisti!

Il cliente deve essere libero di scegliere.

Su questo prelievo forzoso mai previsto dal Governo sarebbe stata presentata una interrogazione parlamentare al Ministro Padoan con la richiesta di agire e fermare i prelievi irregolari.

“Confedercontribuenti offre ai propri associati preanalisi gratuita dei rapporti e supporta in caso di irregolarità l’iter per il ripristino della legalità. Per noi l’usura è un reato sia se praticata da criminali che da banchieri in giacca e cravatta. Le imprese e le famiglie hanno bisogno delle banche con cui collaborare per lo sviluppo economico di un territorio e non per accompagnarle alla deriva.  Abbiamo bisogno di un sistema bancario diverso che concepisca  l’imprenditore e la famiglia come una risorsa per tutti.  Se l’impresa può produrre, crea occupazione e genera consumi” – interviene Carmelo Finocchiaro presidente nazionale di Confedercontribuenti.

ANNO 2012 – Avallava le operazioni di Belsito sospeso funzionario di Banca Aletti

IL FUNZIONARIO della Banca Aletti, che teneva i rapporti con l’ ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito, e che ne aveva sempre controfirmato le operazioni, è stato temporaneamente sospeso dal suo incarico. È quanto emerge da alcuni documenti nell’ ambito dell’ inchiesta della Procura della Repubblica di Milano sui conti della Lega Nord. Il 23 aprile 2012 al funzionario è stato notificato un provvedimento di allontanamento temporaneo dal servizio. In oltre, si legge negli atti: “Con riserva di formulazione di contestazioni disciplinari». La decisione dell’ istituto di credito genovese di via Due Dicembre è stata presa in quanto «allo stato attuale, per essendo la situazione esterna in continua evoluzione, emergono anomalie definibili come non conformità operative, in particolare per quanto attiene la carente raccolta dei poteri di firma, e un ruolo prevalente» di un funzionario, con il quale sarebbero incardinati i rapporti della Lega Nord e di Francesco Belsito, quindi referente della relazione». Secondo quanto emerge sulla contabilità del Carroccio, l’ ex tesoriere dall’ aprile del 2007 aveva “carta bianca” presso la Banca Aletti di Genova. Dalla documentazione emerge che «Belsito ha operato seguendo la medesima prassi del suo predecessore: nei confronti del parlamentare Maurizio Balocchi (deceduto nel febbraio 2010, al quale faceva da autista e dal quale ha ereditato il ruolo di cassiere) non esisteva un documento della Lega che ne limitasse i poteri. C’ è di più. Stando a quanto avrebbe fatto sapere la direzione di Banca Aletti vi era una delega a favore di Belsito, proprio a firma dell’ onorevole Balocchi, datata proprio 16 aprile 2007 e una procura generale, oltre ad una procura su deposito titoli del 7 agosto 2008, riferita sia a Balocchi che a Belsito con firme disgiunte. Per questo Banca Aletti in passato non ha insistito a richiedere la formalizzazione dei limiti e dei poteri. Secondo quanto è stato ricostruito dalla Guardia di Finanza di Milano e dai carabinieri del Noe di Roma, dagli atti dell’ inchiesta sui fondi neri della Lega, tra la fine di dicembre 2009 e l’ aprile del 2010 l’ ex tesoriere Belsito (indagato per truffa ai danni dello Stato e distrazione di fondi pubblici, nel frattempo sospeso dal Carroccio) ha versato su un conto corrente intestato a Renzo Bossi, presso la filiale di Genova della Banca Popolare di Novara, 4 mila euro per coprire il rosso della sua carta di credito. Soldi giustificati come «bonifico-conto studio-rimborso spese». Dai documenti risulta che il conto è immobilizzato da più di un anno con un saldo di circa 32 euro.

ANNO 2016 – Popolare, per Saviotti si volta pagina ma a quale prezzo?

Al 30 giugno 2015 le esposizioni nette deteriorate sono di 14,1 miliardi di euro  (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute e/o sconfinate): soldi utilizzati per fare cosa? Saviotti ci dica come sono stati impiegati quei 28 mila miliardi di vecchie lire.

Al 30 giugno 2015 le esposizioni nette deteriorate sono di 14,1 miliardi di euro  (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute e/o sconfinate): soldi utilizzati per fare cosa? Saviotti ci dica come sono stati impiegati quei 28 mila miliardi di vecchie lire.

Ritrova l’utile il Banco Popolare, titola soddisfatta l’Arena di mercoledì 10 febbraio, ed esulta l’amministratore delegato Pier Francesco Saviotti: «Sono sereno, questi numeri mi sono piaciuti e sono la base per affrontare il 2016, anno non facile, con assoluta serenità». Sereno, a dire il vero, lo è sempre stato, diversamente dai piccoli azionisti veronesi che da anni si curano un’insonnia cronica e si leccano sanguinose ferite. «La missione è compiuta», aggiunge, «dopo anni di sacrifici e nonostante la montagna delle sofferenze».

Una montagna? A guardar le cifre si direbbe un’intera catena alpina: 14,1 miliardi (in vecchie lire la cifra rende meglio l’idea: 28 mila miliardi!) di esposizioni nette accumulate in questi ultimi anni nei quali l’amministratore delegato non erano né il signor Rossi né il ragionier Bianchi, ma pur sempre il dott. Saviotti, e nel board del Banco c’erano più o meno gli stessi che oggi firmano il bilancio “risanato” e continueranno imperturbabili a farlo per chissà quanto tempo ancora. Magari con una bella gratifica, ora che i conti sono sistemati, anche se, come dice il giornale, la raccolta diretta è diminuita, gli impieghi lordi sono scesi, quelli del settore leasing pure e le sofferenze sono “soltanto di 803 milioni”.

Solo ad un ingrato, siamo onesti!, verrebbe da chiedergli le dimissioni o almeno una sforbiciatina a certi più che lauti compensi, prima di chiudere qualche altra filiale o ridurre di un altro poco (o tanto? staremo a vedere) il personale, quello, per intenderci, da 2.000 euro al mese. E gli azionisti di cosa dovrebbero lamentarsi? Di un misero 20-30% , o forse più nel computo degli ultimi anni, svanito del valore delle loro azioni? «Bisogna guardare alla BCE, e non al Consiglio di amministrazione della banca», ammonisce ancora il CEO (che per sfortuna dei risparmiatori non è il ChievoVerona, ma il Chief Executive Officer: in inglese la frittata si rivolta meglio): mica è colpa sua, sono stati quei cattivoni di Francoforte a combinare tutti i guai.

Forse però, visto che scheletri nell’armadio nessuno li ha, sarebbe finalmente il caso di una bella operazione trasparenza e far sapere a chi o per cosa sono stati impiegati o prestati quei 28 mila miliardi di lire. A progetti di start-up innovative? A giovani coppie di sposi per l’acquisto di una prima casa? A studenti, per pagarsi gli studi e farsi una formazione professionale? A piccoli artigiani? A chi non ha subito tutti i soldi per pagarsi le cure mediche? Perché per tutti questi soggetti, a quanto ne sappiamo, accedere ad un finanziamento anche minimo è una sorta di via crucis frustrante ed umiliante e se, per caso, il conto va in rosso per qualche decina di euro la telefonata dalla banca li raggiunge, implacabile, in tempo reale.

Intanto, il Banco Popolare si prepara alle nozze con l’omologo milanese, che per una buona fetta di dipendenti non saranno riparatrici. E forse nemmeno per gli azionisti, perché quando a voce troppo alta si esclude un aumento di capitale, beh allora…

ANNO 2008 – Banco Popolare, il mercato sanziona l’esposizione al crack Madoff

Banco Popolare resta in forte ribasso nella mattinata di Piazza Affari, sui timori di una esposizione dell’istituto al crack del finanziere Bernard Madoff, arrestato per una truffa da 50 miliardi di dollari. A metà mattina il titolo della banca cedeva il 3,8% a 4,9925 euro dopo aver toccato un minimo di 4,855.

Il Banco Popolare è infatti socio in Aletti Gestielle Alternative di Union bancaire privée (Ubp), la banca svizzera coinvolta nel caso Madoff. L’esposizione dei clienti della Ubp rappresenterebbe “meno dell’1% degli asset totali in gestione alla banca”, stando ad una nota del gruppo.

Tuttavia Ubp, uno dei principali soggetti di fondi di fondi hedges, secondo voci di stampa potrebbe perdere fino a 1 miliardo e annovererebbe fra la clientela molti italiani. La banca in ogni caso spiega di avere un indice patrimoniale Tier 1 al 16%, il doppio della soglia dell’8% prevista dalla normativa.

Banco Popolare invece ha fatto sapere stamane che la perdita massima su fondi distribuiti a clientela istituzionale e privata è valutata 60 milioni di euro, mentre per l’istituto l’effetto Madoff si limita a 8 milioni. “Se il titolo scende così è perché il mercato teme comunque che l’esposizione sia più ingente del previsto”, osservava un trader prima del comunicato Popolare.

Inoltre, ricordano gli esperti di UNICREDIT , la banca aveva firmato un accordo vincolante con Ubp per la cessione del 50% di Aletti Alternative che avrebbe dovuto generare un guadagno pretasse in conto capitale di 78 mln euro, aumentando il Core Tier 1 di 9 punti base. Alla luce di quanto è successo però l’operazione potrebbe essere rivista.

La notizia comunque, concludono gli analisti, non è drammatica per l’istituto ma apre chiaramente un nuovo tema relativo alla reputazione del Banco che potrebbe pesare sull’evoluzione dell’Aum (Asset Under Management) e perciò sulla profittabilità. Il broker conferma comunque rating hold con target price a 10,41 euro. 

Intanto, aumenta di 15 miliardi circa il totale delle esposizioni di istituti e fondi internazionali nei confronti del fondo gestito da Bernard Madoff. Secondo varie indiscrezioni trapelate da giornali e da ambienti finanziari, oltre alle dichiarazioni ufficiali rilasciate da varie istituzioni finanziarie, almeno altri 11 soggetti sarebbero infatti coinvolti nel crac dell’hedge fund americano.

Il Wall Street Journal riporta perdite di 1,8 miliardi di dollari per il fondo Ascot partners e di 280 milioni per Maxam Capital management. Bloomberg parla di un rosso di 1,4 miliardi per Access international advisors.

Barclays, che non commenta le indiscrezioni, avrebbe un’esposizione “minima”. Secondo Le Temps. ci sarebbero perdite di 230 milioni per il fondo di hedge fund Eim group e la svizzera Reichmuth & Co ha dichiarato che il fondo di fondi Reichumth Matterhorn ha un’esposizione intorno a 325 milioni.

Tra gli altri soggetti esposti verso Madoff risultano gli hedge fund Fairfield Sentry Ltd per 7,3 miliardi, Kingate Global Fund per 2,8 miliardi, la private bank svizzera Benedict Hentsch per 47 milioni e Bramdean Alternatives ltd. Quest’ultimo, guidato da Nicola Horlick, ha dichiarato che il 10% delle holding sono esposte a Madoff.

Cattolica Ass./Banco Bpm: limati dettagli accordo bancassurance

Messi a punto gli ultimi dettagli, Banco Bpm e Cattolica Ass. hanno raggiunto oggi un accordo definitivo per avviare una collaborazione nella bancassicurazione.

Dopo fitti colloqui intercorsi tra le parti nelle ultime due settimane, questa mattina il Cda del gruppo veronese ha infatti esaminato e approvato le condizioni definitive della partnership di lungo termine che nei prossimi anni legherà la compagnia guidata da Alberto Minali all’istituto di piazza Meda.

A mercati chiusi, secondo quanto si apprende, i due gruppi dovrebbero pertanto ufficializzare i termini dell’intesa secondo cui Cattolica acquisirà una quota intorno al 60% nel capitale di Popolare Vita e di Avipop Assicurazioni (il 100% del perimetro è valutato attorno a 1,3 miliardi di euro), sottoscrivendo nel contempo un accordo di lungo termine per il collocamento di prodotti Vita e Danni attraverso la rete ex-Banco Popolare.

Lo scorso 17 ottobre, al termine di un lungo processo competitivo, Cattolica era riuscita a battere la concorrenza dei francesi di Covea e aveva ottenuto una fase di negoziazione in esclusiva che si conclude appunto oggi. Per Banco Bpm, l’accordo messo a punto con la compagnia veronese rappresenta un ulteriore tassello dell’articolato processo di riorganizzazione che ha fatto seguito al matrimonio tra B.Popolare e B.P.Milano, teso a eliminare le inevitabili sovrapposizioni che si erano venute a creare con la fusione.

Tra queste, in estate era avvenuta la separazione dallo storico partner Aviva, che a fine agosto aveva rivenduto a Banco Bpm la propria quota nella jv Avipop (50% più un’azione) per 265 milioni di euro. Tale decisione aveva fatto seguito alla disdetta dell’accordo distributivo deciso proprio da Piazza Meda. In Italia, la società – nata nel 2007 grazie a un accordo stretto con l’ex Banco Popolare – distribuisce prodotti assicurativi, in particolare quelli relativi al Ramo Danni, attraverso la rete di sportelli di Banco Bpm.

Capitolo a parte merita il rapporto che legava fino a qualche mese fa piazza Meda al gruppo Unipol, con il quale tuttavia la rottura degli accordi preesistenti era nell’aria da tempo. Giá nel dicembre dello scorso anno i due partner avevano infatti deciso di non rinnovare ulteriormente la jv nella bancassicurazione, ma si erano presi qualche mese di tempo per cercare di negoziare un’intesa che poi non è stata trovata. Così, a fine giugno UnipolSai aveva esercitato il proprio

diritto d’opzione per cedere la propria quota di Popolare Vita, anche in

virtú del fatto che – nel frattempo – quest’ultima aveva disdettato

l’accordo distributivo legato ai prodotti assicurativi con la rete ex

B.Popolare. La partita resta tuttavia aperta, poiché le parti sono ancora in (forte) disaccordo sulla valorizzazione della quota. Il gruppo bolognese valuta infatti il 50% più un’azione in suo possesso 700 milioni di euro, mentre secondo la controparte lombardoveneta il valore della quota è esattamente la metà: 350 milioni di euro. Indiscrezioni del fine settimana parlavano di un’indicazione salomonica che Bdo, arbitro che è stato chiamato a dirimere la disputa, avrebbe fornito ai due contendenti, valutando la partecipazione in mano a UnipolSai 585,5 milioni di euro.

ANNO 2009 – ITALEASE QUATTRO MILIARDI DI INCAGLI E DI IMBECILLI.

Italease viaggia ad un ritmo elevato di incagli immobiliari oggi giunti a circa 4 miliardi,mattoni acquistati durante il boom immobiliare a seguito dei faraonici progetti dei  furbetti del quartierino ,che sul mercato compravano a qualsiasi prezzo senza tener conto di alcuna analisi fisiologica della redditività dell’investimento immobiliare.Erano gli Statuto,i Ricucci,i Coppola e gli Zunino,immobiliaristi più o meno brutti,venuti fuori dal nulla,capaci di volare a mezz’aria per le arie che si davano,quasi fossero i conquistatori del tempo.Erano insieme nella scalata addirittura al Corriere della Sera.Se si fosse immaginato che le loro gambe erano fatte di argilla,sai che risate anche all’epoca .

Oggi miseramente cadono tra le macerie del mercato che hanno contribuito a drogare ,grazie alla facinoleria con la quale banche come Italease concedevano i finanziamenti.

Ci domandiamo come mai alla guida di Italease vi siano stati amministratori senza controllori,le cui gesta pur riempiendo le pagine dei giornali ,nessuno si accorgeva dell’estrema gravità dei fatti,eppure proprio io qualche anno fà comunicavo all’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e alla Banca d’Italia che stavamo correndo il rischio dello sgonfiamento del mercato immobiliare,con tutto quello che comporta oggi.Gli azionisti di Italease sono altri bifolchi massacrati dalla ingiustizia di un paese di delinquenti.

Questa è un’altra lezione di come in Italia l’equilibrio,la qualità professionale e sopratutto il merito della conoscenza siano inascoltate.Ma adesso gli Dei dell’Abbuffata immobiliare ,piangono lacrime amare,noi che andiamo piano ci godiamo queste belle giornate di sole,sperando che nel prossimo futuro,le banche affidino a società serie il controllo e le analisi anche del settore immobiliare.

L’amaro in bocca me lo lasciano i giornali e Nomisma,quasi tutte le analisi tecniche del mercato,se andate a rileggere titoli e dichiarazioni,sembrano le parole stonate di un manipolo di folli senza alcuna idea di cosa sia la prospettiva economica del settore in cui immaginano di lavorare.

 

Per due anni il nuovo management ha tenuto insieme i pezzi del gruppo, tentando di porre rimedio ai danni della vecchia gestione. Ma ora Banca Italease sembra giunta al capolinea: il portafoglio crediti ereditato dalla gestione di Massimo Faenza registra incagli per quasi 4 miliardi di euro. Un fenomeno esploso nei primi mesi del 2009 che riguarda in particolare i leasing erogati a una trentina di immobiliaristi. Per adesso le rate dei leasing non pagate alla banca valgono 190 milioni di euro, ma le rettifiche decise su quel portafoglio crediti superano gli 800 milioni e la società – che nel 2007 ha già varato un aumento di capitale da 700 milioni per compensare le perdite nel settore dei derivati – è pronta a lasciare Piazza Affari. 
Salvo ulteriori rinvii, domenica pomeriggio il Banco Popolare convocherà d’urgenza i consigli di gestione e di sorveglianza per deliberare il salvataggio della partecipata presieduta da Lino Benassi. 

Come ha spiegato nei giorni scorsi l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, «si è molto vicini alla soluzione di una lunga e complessa trattativa per la definitiva sistemazione di Italease». Un salvataggio di sistema voluto dalla Banca d’Italia e reso possibile «in tempi brevissimi» grazie alla «professionalità e disponibilità di tutte le banche pattiste». Insomma, in vista del consiglio d’amministrazione di Italease sui conti del 2008 (convocato al momento per il 19 marzo) i grandi soci bancari si apprestano ad annunciare lo smembramento in tre parti della società di leasing e il suo delisting da Piazza Affari. Al salvataggio, guidato dal Banco Popolare e dalla Bper, con il contributo di Popolare di Sondrio e Bpm, non dovrebbe partecipare la Reale Mutua, cui inizialmente era stata offerta una quota della Newco in cui verranno scorporati parte degli attivi di Italease. Un’impasse parzialmente attesa che aumenterà l’impegno del Banco Popolare nel salvataggio, ma senza conseguenze sostanziali per il gruppo di Verona. Saviotti ha già spiegato in settimana che «qualunque sia la soluzione finale, il Banco Popolare ha la forza patrimoniale e finanziaria per fronteggiarla». Rassicurazioni – «non avrei mai portato a termine una trattativa del genere se non avessi avuto la capacità di poterla gestire oggi, domani e dopodomani con assoluta tranquillità» – che hanno contribuito a spingere al rialzo le quotazioni del Banco Popolare: +31% nelle ultime quattro sedute. Ieri il titolo di Verona ha chiuso in progresso del 2,93%, a 2,46 euro.

Domenica, presumibilmente, si conosceranno le quote esatte con cui i grandi soci di Italease si divideranno le attività e le passività dell’istituto di leasing. Il piano messo a punto con la consulenza di Mediobanca prevede che il Banco Popolare acquisti il 100% del capitale di Banca Italease. Ma il leader italiano del leasing, guidato in questi due anni di emergenza da Massimo Mazzega, scorporerà prima in una newco una parte delle attività (5,9 miliardi di asset) così come conferirà ad una bad bank tutti i crediti problematici. Il Banco Popolare, che ha già fatto richiesta al Tesoro di 1,45 miliardi di euro di “Tremonti bond” per rafforzare i ratio patrimoniali, sarà dunque chiamato ad acquistare metà dei 20 miliardi di attività di Italease – circa 10 miliardi di euro che diventeranno 8 dopo la prevista vendita della società di factoring – e il 70% del capitale della “bad bank”.
Ieri un consiglio straordinario di Italease, cui è seguito in tarda notte la riunione del patto di sindacato, ha valutato il deterioramento degli attivi della banca. L’esplosione degli incagli di Italease è importante. Nonostante la riduzione delle attività nel settore immobiliare, voluta dal nuovo management a partire dal 2007, i finanziamenti della vecchia gestione a un gruppo ristretto di immobiliaristi hanno creato una concentrazione di rischi che con la crisi finanziaria di questi mesi ha deteriorato rapidamente il portafoglio crediti. Gli incagli per quasi 4 miliardi di euro fanno capo per il 90% a poche società attive nel settore immobiliare. Fra i nomi dei debitori ci sono le società di Danilo Coppola e la Risanamento di Luigi Zunino.

 

ANNO 2010 – BANCO POPOLARE ITALEASE,PIERFRANCESCO SAVIOTTI LA FAVOLA DI PINOCCHIO,DEL GATTO E LA VOLPE.

Dalle alchimie della finanza creativa,adesso le banche passano alle alchimie del mattone creativo.L’invenzione Della Verità del Banco Popolare di Pierfrancesco Saviotti.Travolte le normative a rispetto del paesaggio e del territorio.Elusione degli importi di oblazione della legge 47/85.Le asseverazioni di architetti compiacenti per la realizzazione di opere del tutto difformi e illegittime.L’Ordine degli architetti deve intervenire.

“Sappiamo cosa fare con Italease”,ha dichiarato l’a.d. di Banco Popolare Pierfrancesco Saviotti,alla comunità finanziaria italiana,nel tentativo di convincere che con il nuovo corso le cose sono cambiate e dobbiamo dimenticarci delle scorribande di Gianpiero Fiorani & company.Ma mi viene il ….

.

 

 

 

 

 

 

Pinocchio , il Gatto e la Volpe.

…sospetto di comprendere bene,se l’istituto finanziario che elargiva fidi a tutto spiano e senza garanzie,ad amici e uomini politici,come Brancher e Calderoli,in fondo in fondo non sia rimasto lo stesso,nello spirito e negli uomini.

Quando infatti Pierfrancesco Saviotti sostiene a gran voce che conosce cosa c’è dentro Italease ,vale a dire gli immobili,dice una cosa falsa,perchè dalla nostra inchiesta si percepisce tutto il contrario.E vediamo perchè:

l’inchiesta di Corsera.it ,sulla gestione immobiliare di Bipielle real estate,ha messo il dito sulla malagestio del principale ufficio di gestione delle dismissioni immobiliari del gruppo.L’ufficio che dovrebbe essere il vanto del nuovo Banco Popolare,è al contrario finito in giudizio citato per danni,a causa dell’inadempienza contrattuale …

….provocata da una scandalosa gestione del processo di vendita.Una delle più belle proprietà immobiliari del gruppo,un palazzo a fontana di Trevi,oggetto della concupiscenza di Gianpiero Fiorani, che ne voleva fare la sua reggia nel cuore della Capitale.La Bipielle real estate gestisce la vendita del palazzo,che insieme ad altre proprietà appartenute a Stefano Ricucci,sono oggetto di una delibera della Banca per procedere alla loro dismissione.A capo della Bipielle real estate siede Marco Mezzadri,un ex Gabetti,coadiuvato dal fido Cazzarà,un geometra proveniente dal gruppo Fabbroni di Bologna.

La vendita della lussuosa proprietà immobiliare finisce in tribunale.L’acquirente a pochi giorni dal rogito sollecitava la BPL a produrre la relativa documentazione urbanistico edilizia,tra cui,e citiamo testualmente:

copia integrale di tutte le domande di concessione edilizia in sanatoria;copia delle rettifiche delle concessioni in sanatoria;copia del certificato di agibilità;copia di attestazione energetica ed in merito alla DIa e alla sua variante,il fine lavori,certificato di collaudo,accatastamento…

Nella medesima lettera di richiesta,il compratore,evidenziava che: le unità immobiliari promesse in vendita insistono al contrario di quanto indicato nel preliminare,in due particelle la 244 e la 356,ma la prima risulta essere intestata ad altro soggetto giuridico e non a BPL.

Banco Popolare procedeva alla vendita di un immobile,sito su una particella che non risultava essere di sua proprietà.

Sussisteva dunque un gravissimo problema sotto il profilo sia delle rettificazioni degli atti notarili che delle note di trascrizione precedenti in cui non si menziona la particella 244 e sia sotto il profilo della volturazione in sede catastale.E’ infatti sin troppo evidente ,che quando si acquista una proprietà immobiliare,oltre ad avere il diritto di ricevere un bene correttamente identificato,deve essere garantito anche un acquisto sicuro sotto l’aspetto della opponibilità nei confronti dei terzi.

Ma andiamo avanti in questa storia grottesca.

La Bipielle procedeva al riaccatastamento delle proprietà immobiliari promesse in vendita,ma stranamente queste risultavano adesso insistere non soltanto sulla particella 356,quella promessa in vendita,bensì su due particelle 244 e 356,ovvero esclusivamente sulla 244 e venivano identificate con nuovi subalterni in maggioranza insistenti sulla particella di proprietà di Edilroma 76 srl e non dunque della Bipielle real estate.Ma la cosa singolare è che la particella 244 veniva dichiarata soppressa dal Notaio Arcangeli ben 16 anni prima,circostanza confermata anche dal successivo atto di compravenita a ministero del Notaro Biasini del 2002.

In realtà,quanto risultava dagli atti di provenienza non trovava riscontro nelle visure effettuate dalal società acquirente prima di addivenire alla stipula notarile da cui emergeva che la particella 244 del foglio 478 non solo sussistesse,ma risultasse intestata a soggetto giuridico diverso da BPL.

La Bipielle rispondeva,sostenendo che quando accertato dall’atto Arcangeli fosse corretto per poi,contraddittoriamente,procedere ad un riaccatastamento in base al quale i beni compromessi risultavano insistere o sulla particella 244 o sulla particella 356.

La Bipielle dunque procedeva alla vendita di uncompendio immobiliare,in cui la maggior consistenza insisteva su di una particella che nei registri immobiliari risulta in capo ad altro soggetto giuridico,in quanto mai trasferita e dall’altro,senza alcuna corrispodenza tra questi e i beni descritti negli atti di provenienza e nelle relative note di trascrizione.

La Bipielle inoltre al momento del rogito notarile,non adempie ad un suo proprio dovere,ovvero quello di consegnare il certificato di agibilità,che come noto costituisce requisito essenziale dell’immobile,ai fini del compimento di quella funzione economica sociale,indispensabile dunque per il corretto adempimento contrattuale.L’orientamento della giurisprudenza oggi è monolitico in questo senso.

Ma fatto ancora più grave,è che la Bipielle real estate,si presenta al rogito notarile con un termine indicato essenziale di adempimento senza le rettiche delle concessioni in sanatoria,necessarie per la regolarizzare le concessioni in sanatoria afferenti abusi edilizi commessi sui beni compromessi,rilasciate addirittura dieci anni prima 1999.Come mai dopo dieci anni la Bipielle real estate non era riuscita ancora ad ottenere le rettifiche? Mezzadri e Cazzarà cosa fanno? Dormono? Eppure gli azionisti del Banco Popolare pagano dei lauti stipendi.

Sull’immobile in questione,risultavano nel corso dell’anno 1986 essere state presentate ex L.47/85 delle istane di condono per sanare illegittimità urbanistico edilizie ivi dichiarate,come ultimate nell’anno 1962.Sennonchè dall’elaborato grafico allegato alle domande di condono così come le successive planimetrie presentate in Catasto a completamento della documentazione integrativa di Condono,rappresentano uno stato dei luoghi assolutamente contrastante con quanto riportato nelle planimetrie allegate nei successivi rogiti dei notai Bianchi e di Arcangeli.

Sovrapponendo le planimetrie si poranno facilmente osservare diverse destinazioni d’uso,ma anche una diversa distribuzione dei locali che evidenziano lavori che non sono stati rappresentati nel richiesto condono nè in alcun altro atto successivo.Da qui la considerazione che tali lavori debbano intendersi eseguiti abusivamente e comunque mai sanati.Fatto dirimente ove si osservi che nel rogito Arcangeli(facendo seguito a quanto dichiarato anche nell’atto Bianchi)si dichiara,in maniera si deve ritenere non rispondente al vero,che alla data di presentazione del condono(1986):” l’immobile non ha subito modifiche ala situazioine edilizia esposta nella domanda in sanatoria.”

E’ da notare che le domande nonchè le concessioni in sanatoria riportano,quale particella riguardante l’intervento,esclusivamente quella distinta con il numero civico 356 del foglio 478 e non già la particella 244 del medesimo foglio,mentre di contro,le parti pretese condonate insistono per oltre un terzo sulla particella n.244 dello stesso ovvero esclusivamente su quest’ultima.

Inoltre è mancata la produzione dei nullaosta ambientali in regione dei vincoli presenti nella zona ove ricade l’immobile(zona A-centro storico)Peraltro nel provvedimento dei Beni Ambientali,ai fini del rilascio del condono,secondo la relazoine dell’arch.Fabio Sebastiani di parte promittente venditrice(BPL ndr)vi saebbe la seguente condizione:”ripristino delle aperture delle finestre sui prospetti laterali.”Prescrizione,che stando allo stato attuale dei luoghi non risulta essere stata rispettata.

Inoltre anche le superfici condonate risultano ,così come indicate nelle singole concessioni in sanatoria rilasciate, di gran lunga inferiori rispeptto a quelle da condonarsi.

Il compendio immobiliare ha continuato a subire trasformazioni a mezzo di denuncia di inizio di attività e successiva variante,tutte fondanti la propria efficacia sul presupposto della validità del condono rilasciato.Di qui l’illegittimità derivante delle D.I.A presentate.

Ma vi è ancora di più,attso che la DIA e la variante sono di per sè illegittime per plurimi motivi.E’ bene precisare che l’istituto della DIA consente,per norma e prassi consolidata,solo alcuni limitati interventi di manutenzione interna e non già ad esempio la variazionie dell’altezza dei solai così come la realizzaaione di scala interna di collegamento tra due piani.

 Ebbene nella relazione della D.I.A. dell’arch.Giovanni Saulle,viene,si deve ritenere artatamente,introdotta la richiesta di demolizione e ricostruzione di una scala di collegamento tra il piano terra ed il solo primo piano,dando quindi per esistente nell’ante operam e nel post operam la scala medesima che non esisteva in Verità.

Bene nella stessa planimetria raffigurante l’ante operan della DIA,detta seconda scala non viene graficizzata(così come non lo è mai stata in alcun elaborato concernente il fabbricato).Vi è quindi la prova certa che detta seconda scala non vi era ed è stata realizzata illegittimamente con la DIA.

La realizzazione di detta scala,che ha comportato l’accorpamento del piano terra e del primo piano uffici) è quindi avvenuta in violazione dell’art.26 delle NTA del PRG “tessuti di origine medioevale” ove si ammette “all’interno della stessa unità edilizia,l’accorpamento di unità immobiliari contigue in orizzontale in verticale ” “senza realizzare nuove scale” ed ove comunque si vietano destinazioni commerciali superiore a 250mq,prescrizione quest’ultima non rispettata atteso che l’accorpamento tra il piano terra e il primo piano ad uffici,supera di gran lunga detta misura.

La Bipielle inoltre,realizza con le opere della DIA,un frazionamento del fabbricato,creando due organismi edilizi nuovi e separati,quello ceduto al compratore e quello rimasto in proprietà alla Bipielle real estate,vietato anche questo dalla normativa del PRG e che semmai sarebbe dovuto essere assistito legittimamente da un permesso a costruire in snatoria ex art.36 del DPR n.380/2001.

Da ultimo veniva in evidenza che lo stato dei luoghi rappresentato nell’ante operam della D.I.A. non coincide con quello rappresentato ne post operam dell’elaborato grafico di condono.

Addirittura in questo bailamme di illegittimità,si evince che il piano terra aveva già assunto una destinazione d’uso,agenzia bancaria,in realtà non assentita dal condono,che diversamente autorizzava la sola destinazione commerciale venendosi a creare un diverso carico urbanistico(da basso a medio alto) vietato dalla normativa del PRG art.6 e 7.

Dinanzi a tutto questo i due tecnici di Bipielle real estate.architetti Saulle e Sebastiani,rispettivamente nella relazione alla DIA ed alla variante,asseverano,incredibilmente,che le opere realizzate sono conformi agli strumenti urbanistici adottati e approvati e che non comportato pregiudizio alla statica dell’edificio(quando in realtà si demolisce un solaio,si crea una fondazione per una nuova scala in ferro,si demoliscono mura portanti) e dulcis in fundo,nella variante alla D.I.A. ,si afferma che le opere ” non comportano modiiche in locali NON interessati da domanda di Condono edilizio” e che lo stato dei luoghi e la destinazione d’uso al piano terra(agenzia bancaria) sarebbero conformi alal concessione edilizia in sanatoria rilasciata!!!

Appare fin troppo evidente che i provvedimenti amministrativi citati sono stati rilasciati in assoluto dietto dei presupposti ed in base a dichiarazioni non conformi alla realtà dei fatti.

In altri termini oggetto di questa compravendita immobiliare di Bipielle real estate,sarebbe stato bne assolutamente diveso da quello promesso in vendita,sia sotto il profilo urbanistico che edilizio,non conforme alla normativa,con condoni illegittimamente rilasciati,comunque per superfici inferiori e per i quali,addirittura,a distanza di un decennio non erano state rilasciate le necessarie rettifiche,senza l’indicazione di particelle catastali,senza i nulla osta ovvero rispetto alle relative prescrizioni,con opere mai sanate,con Dia travolta da illegittimità anche derivata,con frazionamenti illegittimi,senza i certificati di agibilità e di attestazione energetica e vieppiù con una cronistoria delle provenienze del tutto irregolare.

 #########################################

«Sappiamo che cosa c’è in Italease che possediamo al 100%: più di 7 miliardi di attivi, e 7 miliardi di debito che stiamo rimborsando. Nel 2012, pagati i bond, resteranno gli attivi». E ancora: «Sistemata, quindi, la pratica Italease, e con un’economia in leggera ripresa, il Banco può arrivare anche a 6-700 milioni di utile netto. Può farcela perché conosciamo perfettamente che cosa c’è dentro anche in Release. Il Banco è perfettamente in grado di gestire la situazione: sappiamo che cosa fare, abbiamo i mezzi per farlo e la liquidità per fronteggiarla. Per questo dateci la vostra fiducia».

 

«Abbiate fede in me». Lo chiede al mercato con determinazione e fermezza Pier Francesco Saviotti, i cui poteri di amministratore delegato sono stati prorogati fino alla fine del 2012, e che ha preso il timone del Banco Popolare nel dicembre 2008, due mesi dopo il crac Lehman e quando era ancora recente il «no» dei tedeschi di Dz Bank all’acquisto degli asset di Italease, un rifiuto che aveva accelerato le dimissioni del suo predecessore a Verona, Fabio Innocenzi. Saviotti chiede al mercato di credergli in nome di un’età, 67 anni, grazie alla quale non è più obbligato a dimostrare niente, e di un passato professionale fatto di successi. Lo dimostra la sua lunga carriera alla Commerciale – dove ebbe come maestri Enrico Braggiotti e Luigi Fausti, due pesi massimi in fatto di banche – iniziata come responsabile dell’area crediti e terminata con la carica di amministratore delegato (1999). Poi, l’esperienza in Intesa con responsabilità dei crediti (dal 2002 al 2005) e di senior advisor di Merrill Lynch. Un banchiere che è sempre stato più attento ai clienti, alle imprese, all’area strategica dei rischi e ai risultati di lungo corso che alla finanza più o meno creativa. E le lezioni dei maestri, in una scuola Comit dove ha sempre contato la tradizione e la prudenza, non si dimenticano mai. Infatti, ancora oggi, Saviotti ha mantenuto la fama del banchiere esperto nel mettere in ordine i conti e le quotazioni dei grandi gruppi bancari. Ed è per questo che il consigliere delegato perde la pazienza osservando «l’assurda capitalizzazione in Borsa di Banco Popolare, pari a 2,8 miliardi, quando poi la sola controllata Credito Bergamasco ne vale 1,4 di miliardi». Reputa «impossibile che non ci sia un riconoscimento diverso del valore di un gruppo che ha dimostrato di saper produrre reddito». Ma, dopo lo sbotto, Saviotti sottolinea che a Verona, sede del gruppo, bisogna ricominciare a rimboccarsi le maniche, anche dopo una buona prima trimestrale 2010. «Evidentemente a tutt’oggi», ammette, «non siamo stati capaci di convincere il mercato che quello di Banca Italease non rappresenta più un problema e che le cose sono cambiate. Definitivamente. Sarà nostra cura farlo se vogliamo che il titolo ne benefici».

Ancora Italease Gira e rigira, il problema sta ancora lì: la patata dell’ex matricola d’oro della Borsa resta sempre bollente. A questa banca, «abbiamo dedicato un’infinità di tempo e di risorse per normalizzarla». Sono stati già spesi 1,2 miliardi di aumento di capitale, 255 milioni in Opa e delisting, 500 milioni per mettere in moto la good company denominata Alba Leasing e la «bad company» chiamata Release. Eppure… «Seguo io personalmente le pratiche più rilevanti per accelerare i tempi. Il portafoglio crediti è stato affidato a un team di collaboratori specializzati. I nostri sforzi si sono concentrati su incagli e sofferenze. I risultati sono già confortanti», assicura Saviotti. Che precisa: «È ragionevole pensare che i 5 miliardi di crediti dubbi di Release si potranno ridurre a 2 miliardi e accanto ci saranno 1,2 miliardi di immobili rientrati nella disponibilità di Verona. Se, poi, sul mercato immobiliare tornerà a fare bel tempo, allora avremo anche dei benefici». C’è da segnalare, infatti, che il Banco Popolare ha da poco firmato un accordo con Giuseppe Statuto per la ristrutturazione del debito verso Italease pari a circa un miliardo di euro e che, grazie a questa soluzione, la banca «entrerà nella disponibilità di alcuni immobili, tra cui uno affittato a Telecom, un altro a Napoli affittato alla Regione Campania e un terzo a Milano in via Manzoni in affitto a Merrill Lynch». Saviotti è sereno, «anche se rimango con i piedi per terra». Non ha mai parlato a vanvera. Piuttosto ha taciuto. Ecco perché desidera che il mercato gli presti la dovuta attenzione: «Sappiamo che cosa c’è in Italease che possediamo al 100%: più di 7 miliardi di attivi, e 7 miliardi di debito che stiamo rimborsando. Nel 2012, pagati i bond, resteranno gli attivi». E ancora: «Sistemata, quindi, la pratica Italease, e con un’economia in leggera ripresa, il Banco può arrivare anche a 6-700 milioni di utile netto. Può farcela perché conosciamo perfettamente che cosa c’è dentro anche in Release. Il Banco è perfettamente in grado di gestire la situazione: sappiamo che cosa fare, abbiamo i mezzi per farlo e la liquidità per fronteggiarla. Per questo dateci la vostra fiducia».

 

ANNO 2005 -Con l’avvento di Fiorani la Bpl è diventata la seconda banca dell’isola

Riciclaggio, massoneria, mafia. Sono alcuni degli “ingredienti”, finora rimasti sullo sfondo, che da qui a breve potrebbero entrare a
pieno titolo nella vicenda giudiziaria che nei giorni scorsi ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della Banca popolare di
Lodi, Gian Piero Fiorani e al coinvolgimento di qualche esponente politico dal passato non molto trasparente. Ma procediamo con ordine.
Con l’avvento di Fiorani ai vertici della Banca popolare di Lodi, avvenuto intorno ai primi anni novanta, il piccolo istituto di credito lombardo è riuscito a collocarsi, nel giro di poco meno di un decennio, tra le dieci più importanti banche del Paese.
Ciò è stato reso possibile in virtù di alcune spregiudicate operazioni finanziarie, che hanno consentito al banchiere lodigiano di incorporare una serie di istituti di credito italiani e non. Tant’è che in Sicilia, ad esempio, la Popolare di Lodi risulta essere attualmente la seconda banca dell’isola, dopo aver proceduto all’acquisizione in quella regione di ben cinque istituti di credito. Oltre a questi ultimi, sono stati attratti nell’orbita della Popolare di Lodi anche l’Istituto centrale delle casse di risparmio, il Banco di Chiavari, la Popolare di Crema, il Credieuronord (la banca della Lega Nord con un passivo da capogiro), la Banca Rasini, la Efibanca e la BankAdamas di Zurigo. Ma è su questi tre ultimi istituti di credito che vale la pena soffermarsi. La banca Rasini, incorporata dalla Popolare di Lodi nel 1992, è l’istituto di credito in cui sono transitati buona parte dei capitali che sono all’origine delle “fortune” di Silvio Berlusconi. Nel luglio del 1998, gli investigatori della Direzione investigativa antimafia avevano sequestrato nella banca lodigiana la documentazione contabile relativa alle 38 holding che costituiscono il consolidato Fininvest. Il sequestro era stato disposto dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’indagine contro il parlamentare Marcello Dell’Utri (Fi), all’epoca sotto inchiesta per riciclaggio in concorso con i boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi. Attraverso il sequestro degli atti delle 38 società, i magistrati intendevano accertare se capitali mafiosi fossero finiti, tramite Dell’Utri, nelle holding di Berlusconi. La banca Rasini, inoltre, era stata indicata dalla procura di Milano come crocevia degli interessi di Cosa nostra negli anni Sessanta e Settanta. Tant’è che nel corso dell’operazione denominata “San Valentino” del 14 febbraio 1983 venne arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco, insieme a due boss di Cosa nostra, anche l’allora direttore
generale del piccolo istituto di credito, Antonio Vecchione, il quale era subentrato alla fine degli anni Settanta a Luigi Berlusconi, padre dell’attuale presidente del Consiglio. Nel 1985, poi, la banca Rasini era stata acquistata dall’ex re della chimica, Nino Rovelli, il quale all’epoca era già stato esautorato dalla guida della Società italiana resine (Sir) e, quindi, non in condizione di sborsare i 40 miliardi di lire necessari ad acquisire l’istituto di credito. Chi abbia fornito a Rovelli i capitali per l’acquisto della banca non è dato sapere. Di certo si sa che successivamente fu l’avvocato Cesare Previti, attraverso una azione legale contro l’Istituto mobiliare italiano (Imi), a far recuperare a Rovelli circa 1.000 miliardi di lire a titolo di risarcimento dei presunti danni subiti in seguito alla liquidazione della Sir. Dagli atti del processo milanese “toghe sporche”, poi, risulta che Cesare Previti avrebbe utilizzato fondi a disposizione di Berlusconi presso Efibanca,
altro istituto di credito incorporato dalla Popolare di Lodi, per corrompere i giudici romani.
La banca lodigiana, inoltre, aveva acquisito nel novembre del 1998 la BankAdamas di Zurigo, nata dalle ceneri dell’Albis Bank, un istituto di credito finito sotto inchiesta per riciclaggio di denaro sporco. In seguito, è risultato che dalla BankAdamas erano transitati parte
dei fondi del cosiddetto “Russiagate”, un giro di mazzette miliardarie su una serie di appalti per la realizzazione di grandi opere pubbliche
a Mosca. Dall’inchiesta che vede coinvolto Gian Piero Fiorani, infine, è emerso fra gli altri il nome di uno stretto collaboratore di Silvio Berlusconi: il senatore Romano Cominciali (Fi). Eletto nel collegio di Lodi, Comincioli avrebbe ricevuto dalla banca lodigiana un fido di 150 mila euro. All’inizio degli anni Ottanta, il senatore azzurro era stato inquisito dalla magistratura romana, insieme al faccendiere, Flavio Carboni, al boss della banda della Magliana, Ernesto Diotallevi, e al cassiere di Cosa nostra, Pippo Calò, nell’ambito dell’inchiesta
su un giro di tangenti miliardarie per la costruzione del complesso residenziale Olbia 2 che interessava l’attuale presidente del Consiglio.
Il nome di Comincioli figura, inoltre, negli atti della Commissione parlamentare sulla P2 e in quelli del processo per il crac del Banco Ambrosiano. Insomma, la vicenda che ruota intorno alla Popolare di Lodi potrebbe avere sviluppi davvero imprevedibili. Nell’aria sembrano aleggiare i fantasmi di Michele Sindona e Roberto Calvi.

ANNO 2008 – Madoff, Banco Popolare: la perdita massima sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private è di circa 60 milioni di euro

Aletti Gestielle Alternative ha esclusivamente una esposizione indiretta.

Il fallimento del fondo comporterà una perdita massima di 8 milioni.

Verona – Con riferimento alle notizie di stampa relative al “crac Madoff”, Banco Popolare comunica che la propria controllata Aletti Gestielle

Alternative ha esclusivamente una esposizione indiretta su Madoff tramite fondi feeder inseriti nei propri fondi di fondi hedge.

Il fallimento del Fondo Madoff comporterà una perdita massima, relativa al patrimonio del Banco Popolare, non superiore – al cambio attuale – a 8 milioni di euro.

La perdita massima sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private ammonta a circa 60 milioni.

 

P.S. ANCHE IL PARTNER DEL TERZO GRUPPO BANCARIO –  E’ RIMASTO DENTRO AL CRAC DEL FONDO MADOFF. MI DOMANDO – MA CHE  ANALISTI FINANZIARI AVEVANO  ALETTI GESTIELLE DEL GRUPPO BANCO POPOLARE?

NON BASTAVA GIA IL CRAC ITALEASE PER BANCO POPOLARE? 

 

LIBRO CONSIGLIATO -SI SALVI CHI PUÒ DA “BANCHIERI & COMPARI”! IL NUOVO LIBRO-CHOC DI GIANNI DRAGONI – 2. NEL 2011 LA BCE HA ELARGITO ALLE BANCHE EUROPEE 1019 MILIARDI I. LE ITALIANE SONO QUELLE CHE HANNO OTTENUTO DI PIÙ: 270 MILIARDI. DOVE SONO FINITI QUESTI SOLDI? – 3. IL FISCO HA CONTESTATO LE BANCHE ITALIANE PER QUATTRO/CINQUE MILIARDI DI EURO DI IMPOSTE NON PAGATE E SANZIONI. HA RECUPERATO SOLO UN MILIARDO. E GLI ALTRI? – 4. COME HANNO FATTO DELLA VALLE, MONTEZEMOLO E PUNZO A POSSEDERE IL 33,5% DELLA NTV CON 20 MILIONI, MA HANNO GIÀ INCAMERATO PROFITTI PER QUASI 25 MILIONI DI EURO – 5. NEL 2008 LUCHINO & DIEGUITO CHIESERO A BENETTON E CALTAGIRONE DI ENTRARE IN NTV, MA I DUE RIFIUTARONO PER NON FAR INCAZZARE MORETTI (SUOI SOCI IN GRANDI STAZIONI.

STRALCI DEL LIBRO DI GIANNI DRAGONI “BANCHIERI & COMPARI” (CHIARE LETTERE EDITORE) GIANNI DRAGONI BANCHIERI E COMPARI 1. DOVE SONO FINITI? “Tra la fine del 2011 e il febbraio del 2012 la Bce ha elargito alle banche 1019 miliardi in totale. Le italiane sono quelle che hanno ottenuto di più: circa 270 miliardi. Dove sono finiti questi soldi?” GIANNI DRAGONI BANCHIERI E COMPARI FRONT 2. MONTE DEI PAZZI DI SIENA “L’errore maggiore non è stato comprare Antonveneta ma 27 miliardi di titoli di Stato che oggi ci mangiano cinque miliardi di capitale. Senza questi titoli non avremmo avuto bisogno di supporto pubblico.” Alessandro Profumo, neopresidente del Monte dei Paschi, 28 agosto 2012. 3. LIGRESTI, QUNATI LICENZIAMENTI “Ligresti è indebitato per più di due miliardi verso le banche. Nonostante questo, Unicredit ha messo a sua disposizione 205 milioni. La stessa banca ha deciso di tagliare 5200 dipendenti entro il 2015. Ma la perdita causata dal salvataggio di Ligresti corrisponde al costo di mille dipendenti in un anno. E Intesa ha aumentato i tagli da 3000 a 5000 posti.” 4. TESORO ALLA DERIVA-TI “Il 3 gennaio 2012 il Tesoro ha pagato due miliardi e 567 milioni di euro alla Morgan Stanley per estinguere alcuni contratti derivati stipulati nel 1994.” SEDE DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA 5. FISCO FA FIASCO CON LE BANCHE “Il fisco ha mosso contestazioni alle banche italiane per una somma tra i quattro e i cinque miliardi di euro di imposte non pagate e sanzioni. Ha recuperato solo un miliardo. E gli altri?” ALESSANDRO PROFUMO 6. BUSTE PAGA “Stipendi dei top manager delle banche: nel 2011 Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, ha ricevuto 2,93 milioni lordi; Pier Francesco Saviotti del Banco popolare 2,03 milioni; Federico Ghizzoni di Unicredit 2,01 milioni; Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, 1,62 milioni, e l’ex amministratore Corrado Passera 3,26 milioni.” “Penso che il momento del rimorso e delle scuse da parte delle banche debba considerarsi finito.” Bob Diamond, amministratore delegato della Barclays, al Parlamento inglese nel gennaio del 2011. Un anno e mezzo dopo si è scoperto che la banca manipolava sottobanco il Libor e l’Euribor, i tassi di riferimento del mondo finanziario. SALVATORE LIGRESTI FEDERICO GHIZZONI A CERNOBBIO JPEG 7. UN TRENO IN MANO ALLE BANCHE «Abbiamo investito un miliardo» ha detto Montezemolo alla partenza di Italo per celebrare il nuovo miracolo italiano. E da dove arriva questo miliardo? Non dalle sue tasche, né da quelle di Della Valle, Punzo e Sciarrone. I quattro soci hanno fatto leva sull’incremento di valore di Ntv derivante dall’autorizzazione per l’alta velocità rilasciata dal governo Prodi. Poi hanno fatto entrare con aumenti di capitale altri azionisti, e ogni volta il valore di Ntv è lievitato. Nel giugno del 2008 è entrata Banca Intesa, che ha comprato il 20 per cento e lo ha pagato 60 milioni. La banca ha fatto anche il piano finanziario, quindi l’istituto all’epoca guidato da Passera è lo sponsor principale dell’iniziativa, come lo è per la Cai-Alitalia. Un passaggio mai raccontato di questa vicenda è che Montezemolo e Della Valle hanno proposto l’operazione anche ai Benetton e al costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, ma questi gruppi non sono entrati nella Ntv perché fanno già parte, con le Ferrovie dello Stato, della società Grandi stazioni. MORGAN STANLEY E hanno voluto evitare il rischio di aprire un conflitto con Moretti, il ruvido amministratore delle Fs. Nell’affare entrano invece le ferrovie statali francesi (Sncf ), nonostante siano anch’esse socie di Grandi stazioni. Il 23 ottobre 2008 Sncf ha comprato il 20 per cento di Ntv, pagandolo 84 milioni. Insomma, tra l’ingresso di Intesa in giugno e l’arrivo dei francesi in ottobre il valore della società si sarebbe incrementato del 40 per cento. FISCO Gli altri soci imbarcati su Italo sono l’imprenditore Alberto Bombassei (produttore di freni che vende anche alla Fiat e alla Ferrari, cioè a Montezemolo), le assicurazioni Generali e l’imprenditrice di Bologna Isabella Seragnoli. In ognuno di questi passaggi i soci fondatori hanno ceduto quote ai nuovi arrivati con i diritti di opzione per l’aumento di capitale. In questo modo la loro partecipazione si è ridotta: oggi i tre insieme possiedono il 33,5 per cento della Ntv, ma hanno già incamerato profitti complessivi per circa 25 milioni di euro al netto delle tasse. ALBERTO NAGEL Questa somma corrisponde ai capitali impiegati dai tre amici-soci per Ntv.10 E il valore della società, secondo il bilancio delle ferrovie francesi, oggi è di 375 milioni. Un terzo del capitale appartiene ai tre moschettieri dell’alta velocità, Montezemolo, Della Valle e Punzo, quindi la loro porzione di Ntv avrebbe raggiunto il valore di 120 milioni prima ancora che il capotreno fischiasse la partenza di Italo. CORRADO PASSERA L’altro aspetto curioso della vicenda è che le quote di tutti i soci di Ntv sono in mano alle banche finanziatrici (Intesa, Monte dei Paschi, Bnl e altre), a garanzia dei crediti per i soldi prestati per gli investimenti. Infatti il grosso del miliardo di cui ha parlato Montezemolo, circa 700 milioni, arriva dai prestiti delle banche. I treni Alstom non sono stati comprati ma acquisiti con un contratto di leasing della durata di 144 mesi stipulato attraverso una società del gruppo Intesa, la Leasint. In conclusione, i capitali versati dai soci di Ntv ammontano a 264 milioni. Di questi, 244 milioni li hanno messi soprattutto le ferrovie francesi, banca Intesa, poi le Generali, Bombassei e Seragnoli. Le società personali di Montezemolo, Della Valle e Punzo hanno versato una ventina di milioni e li hanno già recuperati. Insomma, i soldi veri usciti dalle tasche dei privati che hanno lanciato Italo sono davvero pochi.

anno 2012 -” Gli strani affari del banchiere francese di Unicredit”

Il banchiere Jean-Pierre Mustier, capo della divisione Corporate & Investment banking di Unicredit

L’Italia vanta una vasta casistica di conflitti di interesse e un’eccellente tradizione di affari conclusi fra vecchi compari. Quello che mancava era un “old boys network” d’importazione. La lacuna è stata colmata. Quasi due anni fa. Grazie alla più internazionale delle banche italiane: il gruppo Unicredit.

Da marzo 2011 Jean-Pierre Mustier è il capo della divisione Corporate e Investment Banking (“Cib”) dell’Unicredit. Francese, 51 anni, braccio destro dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni, Mustier è il banchiere che sovrintende ai grandi affari di Unicredit. Prestiti, consulenza e servizi di ogni tipo alle grandi imprese, investimenti e servizi sul mercato dei capitali (azioni e debito), derivati e prodotti strutturati, rapporti con il Tesoro, operazioni di finanza immobiliare strutturata (come le cartolarizzazioni di mutui), private equity, progetti infrastrutturali: è sterminato l’elenco degli affari che passano nella divisione di Unicredit guidata da Mustier. Questo ramo del gruppo gestisce oltre 220 miliardi di prestiti alla clientela e altrettanti investimenti azionari, obbligazionari e strutturati. Al momento, è anche quello che fa più utili: nei primi nove mesi di quest’anno circa la metà dei 3,2 miliardi di profitti lordi del gruppo è generato da questa divisione che impiega 9.500 professionisti sparsi nei 22 Paesi in cui il gruppo opera e nelle filiali e uffici di corrispondenza. Quest’anno la banca si è anche posizionata ai primi posti nelle graduatorie europee per i collocamenti obbligazionari.

Di affari Mustier continua a farne anche con i vecchi amici di Parigi e di Londra, colleghi o uomini d’affari conosciuti ai tempi gloriosi di Société Générale, la banca francese in cui ha percorso una folgorante carriera nel campo degli equity derivatives, i derivati azionari. Nel 1987, a 26 anni, Mustier è il secondo impiegato della nascente divisione dei derivati azionari, un terreno su cui il banchiere costruisce il suo network relazionale sia all’interno della banca sia sul mercato. A quasi due anni dall’arrivo del banchiere francese a Milano, anche gli “old boys” sono tornati. La quaresima è finita. I nomi e delle consuetudini del passato di Mustier sono nel presente di Piazza Cordusio. Nomi che si incrociano negli investimenti (l’operazione Tikehau), nell’erogazione di crediti (Screen Service), nelle scelte strategiche (l’operazione Kepler), e anche nella linea di comando. Come suo vice Mustier ha chiamato Olivier Khayat, un suo collaboratore, responsabile del Capital marktes, nella banca francese.

La lunga carriera alla Société Générale si era interrotta il 6 agosto 2009 con le dimissioni inaspettate di Mustier. Pochi giorni prima, il 29 luglio, gli è stata notificata l’accusa di insider trading. L’Autorité des marchés financiers, la Consob francese, lo accusa di aver venduto 6mila azioni SoGen sulla base informazioni privilegiate di cui disponeva nell’agosto 2007, quando cioè la crisi di liquidità originata dai mutui subprime americani era cominciata da poco più di un mese. L’ipotesi del regolatore francese era che, essendo a conoscenza del fatto che i modelli interni usati dalla banca per valutare obbligazioni strutturate (Cdo di mutui cartolarizzati) sottostimassero le potenziali perdite, Mustier era stato grado di prevedere l’evoluzione negativa delle quotazioni di SoGen, e quindi aveva venduto. In tribunale, però, il banchiere viene scagionato dall’accusa, dopo aver dimostrato di aver tenuto la maggioranza del suo pacchetto azionario, subendo  delle perdite connesse al crollo delle quotazioni della banca. A giugno 2010, comunque, l’Amf gli appioppa comunque una multa di 100mila euro. Ma l’insider trading, anche se solo come infrazione amministrativa, era troppo anche un banchiere con le spalle larghe e la reputazione di Mustier. Soprattutto, se arrivava dopo lo scandalo Kerviel.

Da banchiere di punta della Société Générale, noto nella City per essere un mago della finanza strutturata, Mustier incappa in uno dei più incredibili scandali della crisi finanziaria che era cominciata l’estate precedente. Mustier è il capo di Jérome Kerviel, il trader a cui è stata imputata l’intera responsabilità per la perdita 5 miliardi di euro subita da Société Générale a gennaio 2008, a seguito della chiusura di posizioni speculative. È lui a denunciare Kerviel. Il trader viene arrestato, processato e poi condannato a cinque anni per aver aperto posizioni in derivati superando i limiti a lui consentiti, e sviando i controlli con operazioni fittizie e menzogne ripetute. Gli investimenti riguardavano gli equity derivatives, la materia di cui è maestro Mustier. Erano saliti fino a sfiorare 50 miliardi di euro. All’insaputa dei superiori, hanno sentenziato il tribunale e la corte d’appello di Parigi.  

Per il banchiere, però,  la botta è dura: si parla 50 miliardi di euro, non di noccioline. Come è possibile che nessuno se ne sia accorto, e che sia stato possibile violare i controlli? Lui stesso, del resto, ammette le “debolezze” nei sistemi interni di vigilanza: «Non ho prestato abbastanza attenzione al rischio di frodi», dice ai giudici. In quegli anni, Société Générale si vantava peraltro di avere le strutture di trading su derivati più all’avanguardia fra le banche di investimento globali. Mustier paga lo scotto, dopo qualche mese viene trasferito in un’altra divisione, e nell’estate 2009 segue l’uscita.

Quando Unicredit lo chiama, a febbraio 2011, per Mustier gli allori di Société Générale sono un ricordo. Dopo un periodo da disoccupato, Mustier è consulente e socio di Tikehau Capital Advisors, società francese specializzata nella gestione del debito ad alto rischio. Con l’ingresso in Unicredit, la partecipazione di Mustier in Tikehau va ceduta, e così avviene. Ma anziché finire qui, il rapporto prosegue in altre forme. È Unicredit a rilevare una quota di minoranza nella società francese, il primo marzo seguente. Un’operazione lampo, visto che il banchiere prenderà servizio solo il 14. Cinque milioni di euro per il 10%, e dunque una valutazione complessiva di 50 milioni per una società di gestione che a fine 2010 dichiarava masse gestite per 375 milioni. Unicredit, poi, si impegna anche a sottoscrivere i fondi di Tikehau per 100 milioni di euro, da versare a chiamata, secondo quanto riferisce una fonte vicina all’area finanza del gruppo. L’annuncio arriva in coincidenza con l’ingresso del banchiere in Piazza Cordusio. Ma sull’operazione serpeggiano subito delle perplessità: che senso ha per una banca come Unicredit impegnare risorse in distressed asset (cioè debiti decotti), prestiti bancari subordinati, mezzanine finance e per di più in un mercato, la Francia, dove il gruppo ha pure smobilitato la filiale di Parigi, da un anno? «Mettere in relazione le capacità sviluppate da Tikehau Capital Advisors, in termini di origination e gestione degli assets creditizi, con la dimensione europea di UniCredit», è la spiegazione ufficiale. 

Più di recente, spunta il caso Screen Service, una piccola società quotata a Piazza Affari che produce apparati per la trasmissione del segnale televisivo digitali. Lo scorso ottobre arriva un’Opa lanciata da Monte Bianco, un veicolo di investimento controllato da Hld, una holding di investimento francese di cui Mustier è uno dei principali singoli investitori con il 6,6 per cento. Non solo. Unicredit si è impegnata per iscritto a mettere a disposizione di Monte Bianco quanto necessario per l’offerta pubblica (30 milioni). Nello stesso tempo è fra le banche creditrici con cui Screen Service sta trattando la rinegoziazione di un debito da 35 milioni. In questa vicenda, tutto sommato piccola, la stessa persona riveste insomma tre ruoli: è finanziatore di una società in difficoltà, è il banchiere che sostiene chi lancia l’Opa su quella società, ed è fra i soci del veicolo che finanzia come banchiere. 

La scelta che invece ha destato più stupore, anche per l’impatto strategico, è la decisione di chiudere progressivamente i servizi di trading e ricerca azionaria. A novembre 2011, la banca annuncia un’alleanza con il broker Kepler Capital Markets, quartier generale a Parigi ma sede legale a Nyon (Ginevra), nel cantone di Vaud, noto per le agevolazioni fiscali. Kepler fonirà a Unicredit «ricerca azionaria e garantirà la fornitura dei report degli analisti» e in cambio avrà in esclusiva l’esecuzione del trading all’Europa occidentale. Ubs, la banca oggi guidata da Sergio Ermotti, il predecessore di Mustier a Unicredit, ha tagliato il trading sui titoli di debito, che assorbiva troppo capitale, puntando invece sull’azionario. La scelta di Unicredit, viene spiegato, è giustificata dalla volontà di tagliare costi: in conseguenza dell’accordo, la banca manda o ha mandato a casa o ricollocati circa 120 fra analisti e trader, fra Milano, Monaco e Vienna. Dallo scorso giugno, l’accordo è stato esteso anche a tutto l’Est Europa. Di fatto, oggi Unicredit, che storicamente aveva la quota più rilevante nel brokeraggio degli investitori istituzionali, non ha più né trading sull’azionario né ricerca sulla Borsa Italiana né su Germania, Polonia, Austria: tutto passa per Kepler. Fonti finanziarie a conoscenza dell’accordo riferiscono che quest’ultima retrocede a Unicredit il 50% delle commissioni incassate sulle operazioni della clientela della banca.  

Varata l’esternalizzazione dell’intemediazione mobiliare nell’azionario, Unicredit ricalibra la propria strategia. Guarda caso, l’occasione la dà un altro affare pensato e concluso a Parigi il 17 luglio scorso: Chevreux, la casa di brokeraggio azionario del Crédit Agricole, si fonderà con Kepler. Mustier saluta positivamente l’accordo e annuncia che è «aperto a prendere una quota di minoranza in Kepler Chevreux» e addirittura a esplorare la possibilità di un’alleanza con l’Agricole nell’equity capital markets. Tout se tient, messieurs.

Oltre a Mustier nell’affare Kepler sono attivi a vario titolo altri ex Société Générale e banchieri che hanno lavorato nei desk di equity e equity derivatives delle principali istituzioni francesi. L’aumento di capitale di ottobre 2011, organizzato da Gerardo Braggiotti di Banca Leonardo, apre la porta a nuovi investitori. Con l’occasione Banca Leonardo conferisce il suo minuscolo ramo di brokeraggio azionario, più un conguaglio cash di pochi milioni, e in cambio ottiene una quota del 5 per cento. Lo schema, che verrà ripetuto con varianti, punta a due obiettivi: da un lato concentrare i volumi di intermediazione, e dall’altro a offrire una sorta di servizio di gestione dei licenziamenti, su cui ormai il broker franco-elvetico ha acquisito una certa esperienza. A Quirin e agli altri manager di Kepler resta il 53%, mentre nell’azionariato compare il fondo di private equity francese Blackfin Capital Partners, con una quota superiore al 40 per cento. Ideatore, socio e presidente di Blackfin è Laurent Bouyoux. Nel mestiere, Bouyoux è il maestro del maestro: è lui che nel 1986-1994 ha fondato e diretto quella divisione derivati azionari di Société Générale, dove Mustier è andato a bottega. Al suo fianco, nel business dei derivati azionari, c’era già Paul Mizrahi: i due faranno coppia nelle successive tappe professionali in Commerzbank e nella creazione di Fortuneo, un broker online poi ceduto al Crédit Mutuel Arkea (altro azionista di Kepler, insieme alla Cdp francese).

Con tutti questi interessi parigini era dunque un peccato che, un anno prima dell’arrivo di Mustier, Unicredit avesse sostanzialmente smobilitato la filiale di Parigi, in quanto il mercato francese non offriva spazi adeguati. Con Mustier si cambia strategia: il mercato francese diventa importante. A capo della filiale di Parigi arriva allora Patrick Soulard, un altro dei collaboratori del banchiere a Société Générale. Nel giro di poco tempo la squadra si rafforza: vengono assunti tre senior banker, figura professionale di altissimo livello nella gerarchia delle banche d’investimento. Contando Soulard, fanno quattro superbanchieri senior  per l’unica filiale francese di Unicredit, in Avenue des Champs Elysées, a Parigi. «La filiale di Parigi di Unicredit rappresenta una piattaforma distributiva totalmente dedicata alla clientela francese con particolare attenzione alle esigenze delle imprese di grandi dimensioni, dei fondi di private equity e delle istituzioni finanziarie», è la nuova linea. Per strappare quote di mercato a Bnp Paribas, all’Agricole alla stessa Société Générale e alle altre banche d’investimento, Unicredit dovrà proporre condizioni più attraenti ai grandi clienti e assumersi rischi maggiori. A ogni buon conto, in Italia, cioè nel principale mercato domestico principale del gruppo, i senior banker sono tre.

POCHI LO SANNO -Commissariamento di Bene Banca: occorre far luce sul commissariamento più veloce della storia bancaria italiana.

Continua la complessa vicenda legata al commissariamento di Bene Banca. Al convegno dal titolo Quello che le banche non dicono organizzato dal Comitato Svegliamoci Bene hanno partecipato 650 persone. Durante l’evento Daniele Pesco, membro della Commissione Finanze della Camera, ha illustrato le varie interrogazioni parlamentari sinora depositate in Parlamento sul “caso Bene Banca che secondo lui è stato un commissariamento preventivo subito dalla prima banca del Piemonte ad essere posta in amministrazione straordinaria e il commissariamento più veloce della storia bancaria italiana.

Martedì 23 febbraio il direttore della Banca d’Italia di Torino ha tenuto un lungo vertice  nella sede cuneese di Banca d’Italia a cui hanno partecipato  il sindaco di Bene Vagienna Claudio Ambrogio, l’assessore al bilancio Damiano Beccaria, il segretario comunale Vito Burgio. con risposte evasive per l’obiettivo della stessa:“La riunione è coperta da riservatezza, non si rilasciano interviste. Se volete fissate un appuntamento fatelo con la segreteria di Torino”. Sull’incontro l’ex presidente dimissionato di Bene Banca Francesco Bedino ha scritto una lettera aperta indirizzata ai giornali Al fine di fare una volta per tutte chiarezza, sono a chiederLe spazio per rilasciare, attraverso le pagine del Suo giornale, una dichiarazione quale Presidente di un C.d.A. deposto per iniziativa di Banca d’Italia in ordine al commissariamento della BCC benese  (tuttora sub judice in quanto pendente ricorso in Cassazione), definito dal Tar del Lazio e dal Consiglio di Stato come “preventivo”. Tra illazioni, ipotesi, proclami e smentite la vicenda “Bene Banca” continua a suscitare interesse, nonché a tenere costantemente viva l’attenzione dei media, locali e non. La notizia dell’incontro tenutosi ieri a Cuneo, presso la locale filiale della Vigilanza in Corso Dante 36, tra il Direttore della Sede di Torino della Banca d’Italia, Luigi Capra, ed una delegazione di consiglieri comunali di Bene Vagienna, capeggiati dal Sindaco Claudio Ambrogio, sta creando non poca apprensione in ambito locale e nazionale, alla luce del particolare momento che sta vivendo il mondo bancario, alle prese con una crisi di fiducia dei risparmiatori senza precedenti, complice anche il coro di critiche che si è levato contro le Authority Bankitalia e Consob, la cui attività ispettiva è stata definita, dai più, quanto meno “distratta” in relazione ai crac bancari delle 4 banche salvate per decreto nel volgere di una notte. Anche se a Bene Vagienna si dice che sia stata la Banca d’Italia a convocare il Sindaco, nonostante le smentite ufficiali del Primo Cittadino ed al di là dei vari comunicati che probabilmente ancora leggeremo in materia, il sottoscritto ritiene quanto accaduto in ogni caso perfettamente rientrante nella tanto decantata “moral suasion” di Palazzo Koch. Peccato che nel 2013 una simile attività di “convincimento” non ci sia stata a valere su chi allora amministrava Bene Banca… Se a quanto pare, così come parrebbe emergere da alcuni documenti provenienti dalla stessa Banca d’Italia, la Vigilanza di Palazzo Koch auspicava una discontinuità nella gestione aziendale perché magari il C.d.A. dell’epoca (poi ricandidatosi dopo la riunione del Direttorio che ha deliberato il commissariamento) non era gradito, sarebbe stato sufficiente ricorrere alla “moral suasion” con una convocazione per una riunione come quella tenutasi ieri a Cuneo, per esplicitare questi desiderata ed il sottoscritto per primo e l’intero C.d.A., a seguire, avrebbero fatto un passo indietro. Invece niente di tutto ciò: un commissariamento come un fulmine a ciel sereno, comunicato addirittura il giorno immediatamente precedente l’adunanza dei Soci chiamata ad eleggere  (per acclamazione)  i rappresentanti dell’UNICA lista candidata. Bastava un incontro, una telefonata, in sostanza bastava COMUNICARE. Non era infatti il caso di commissariare in maniera violentissima una banca in salute, con i conti in ordine ed assolutamente quindi “ancora in grado di proseguire la propria attività” come testualmente citato da Bankitalia stessa nel Comunicato Stampa del 30.1.2016 ove ha tentato di giustificarsi davanti agli Italiani per i ritardi nei commissariamenti delle 4 banche salvate per decreto. Ne sono la riprova incontrovertibile la durata della procedura di amministrazione straordinaria, la più veloce della storia italiana, ed il bilancio di fine commissariamento che presenta una “redditività complessiva” positiva ed un patrimonio in crescita, al di là del risultato di esercizio riportato volutamente in rosso per la mancata valutazione del portafoglio titoli a prezzi correnti di mercato. Invece abbiamo dovuto obtorto collo assistere ad un’azione di rigore non necessaria, con oltre 7.000 soci danneggiati, ex esponenti aziendali devastati nel piano professionale e personale, oltre che morale e fisico. Ma alla fine, e concludo con un interrogativo, riuscirà il risparmiatore e cittadino italiano a comprendere il perché di tutto questo “particolare interesse” di Banca d’Italia per la piccola Bene Banca ? 

 

LIBRO CONSIGLIATO -“Bankitalia e Consob colpevoli”, libro-inchiesta su crac banche.

Esce oggi in libreria ‘Sacco bancario” – Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori‘, edito da Chiarelettere, scritto da Vincenzo Imperatore con la collaborazione di Ugo Biggeri. Un libro-inchiesta scomodo che irrompe sulla scena nei giorni decisivi per la nomina del nuovo Governatore di Bankitalia e dopo le polemiche sulla mozione del Partito democratico appoggiata da Renzi. “I ndipendentemente dalla strumentalizzazione politica – spiega all’Adnkronos Vincenzo Imperatore, per 22 anni manager e oggi autore di diverse inchieste sul crack bancario – c’è un fatto oggettivo: l’inefficienza degli organi di vigilanza, non solo Bankitalia ma anche Consob, è evidente e conclamato. Nel libro – sottolinea l’autore -vengono raccontati casi, grazie anche a documenti forniti da insider (manager apicali che hanno vuotato il sacco) che mettono in evidenza il formalismo degli organi di vigilanza. Bastava che le carte fossero apposto e dopo la sostanza dei controlli risultava inefficace”.

“Abbiamo un documento che Bankitalia fornisce alle banche, il cosidetto piano di risanamento – ricorda Imperatore – che è un’autocertificazione che le banche devono fare ogni anno per dichiarare il loro stato di salute. Ed è chiaro che tutto andrà bene. Se poi dopo qualche anno la banca va in default, quel consiglio d’amministazione è rimosso e magari i manager trovano posto in altri istituti, è un gioco dell’oca senza ricambio“. Oggi dopo che alcune banche sono fallite e molti correntisti hanno perso centinai di miglia di euro, gli italiani possono sentirsi più al sicuro? “La percezione degli italiani nei confronti della banche è cambiata – risponde l’autore – ora sono più attenti. Se prima si entrava in queste ‘abbazie’ quasi in ginocchio, ora i cittadini sono più attenti e hanno maggiori sistemi di controllo. Ma per le banche è difficile riconquistare il capitale di fiducia perso, occorrerà parecchio tempo”. Profitto e gestione etica. Nel libro viene tracciata una possibile alternativa. Ma la politica e gli amministratori sono pronti? “Il binomio etica e finanza è possibile e la collaborazione con Ugo Biggeri mette in luce come si possa realizzare, anche se in piccolo, questo tipo di cambiamento”, risponde Imperatore.

 

Sul futuro nome per guidare Bankitalia sulla possibilità che la Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario arrivi a delle conclusioni prima della fine della legislatura, Imperatore ha le idee chiare: “La Commissione non so se avrà il tempo di presentare il report – conclude Imperatore – il mio consiglio ai 40 senatori e deputati è di fare, a chi sarà chiamato a rispondere, un po’ di domande che il cittadino farebbe ai vertici di Consob e Bankitalia. E’ chiaro che la Commissione sarà usata a fini elettorali come anche il tema delle banche, ma a questo punto che ben venga se si può arrivare alla verità“.

 

Bankitalia e Consob colpevoli, libro-inchiesta su crac banche

Cover libro ‘Sacco Bancario’.

Palazzi di Veneto Banca, Intesa si mangia 267 milioni di euro Il gruppo bancario milanese che ha rilevato per 50 centesimi l’ex Popolare si è portato a casa 116 immobili

MONTEBELLUNA. Metti sul piatto un euro, anzi mezzo, e ti porti a casa: Villa Spineda, valore 20,2 milioni di euro; mega centro direzionale in Feltrina, 29,7 milioni; sede storica in piazza Dall’Armi, 12 milioni di euro; palazzo milanese di via Cusani, 19,2 milioni; e poi altre sedi, filiali, sportelli vari e sparsi dalla Marca a Verbania fino alle Marche, valore complessivo 267,6 milioni di euro. Con l’acquisizione di Veneto Banca alla cifra di cinquanta centesimi, il gruppo Intesa Sanpaolo si è messo in pancia 116 immobili che erano nel portafoglio della fu Popolare di Asolo e Montebelluna. Ripetere aiuta: 267,6 milioni di euro.

Tre facciate stampate fitte fitte, si chiama “Prospetto dei beni ancora in patrimonio” messo a bilancio da Veneto Banca e ora inghiottito da Intesa Sanpaolo per quel simbolico mezzo euro. Solo nell’area montebellunese il malloppo immobiliare balla attorno agli ottanta milioni di euro. E ora si ha un bel dire a sperare che Intesa faccia il “beau geste” di donare alla popolazione montebellunese – a mo’ di risarcimento per il falò azionario che ha bruciato quasi sei miliardi di euro, qui – almeno il palazzo che ospitava la sede storica in piazza Dall’Armi. Che risposta vi aspettate alla domanda: scusa, mi regali dodici milioni di euro?

Che Intesa si sia presa un bel regalo, portandosi a casa i cocci di Veneto Banca per 50 cent, i vertici dell’istituto bancario milanese non vogliono nemmeno sentirlo dire: «Intesa Sanpaolo prende a suo carico depositi e obbligazioni senior delle due banche venete, parliamo di circa 20-30 miliardi – aveva detto all’indomani della chiusura dell’operazione il presidente Gian Maria Gros-Pietro, «Il prezzo di mezzo euro è un prezzo simbolico. In realtà, le attività che noi riceviamo non sono in grado di coprire l’impegno che prendiamo».

I numeri del patrimonio immobiliare, però, fanno impressione. Il “mostro” è il mega centro direzionale innalzato – totem della crescita bulimica sotto la direzione di Vincenzo Consoli – al confine tra Montebelluna e Signoressa: è iscritto a bilancio con un valore di 29.700.503 euro, al lordo di 8,6 milioni del fondo di ammortamento. Poche settimane dopo l’inglobamento di Veneto Banca, Intesa ha provveduto a issare lì il proprio pennone. Cambio di colore, come i carri armati di questo risiko sulle macerie finanziarie, anche per lo storico palazzo di piazza Dall’Armi, messo a bilancio (2015) per oltre dodici milioni di euro, 12.064.088 per la precisione: anch’esso è finito nella pancia di Intesa, perché alla liquidazione coatta della cosiddetta bad bank spettano solamente gli immobili non funzionali all’attività creditizia in senso stretto. Case e appartamenti di chi non ha pagato il mutuo, sostanzialmente. Sedi e filiali bancarie, invece, ora sono tutte di Intesa.

Il conto si impenna presto, anche lasciando da parte la sede centrale di Fabriano (dove Consoli e Trinca hanno fatto shopping con la Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana) del valore di 8,6 milioni di euro, oppure la sfilza di palazzi di Intra a Verbania – anch’essa mangiata da Veneto Banca – i due più di valore dei quali arrivano abbondantemente sopra i sette milioni di euro ciascuno. Restiamo in zona, dunque: detto di villa Spineda Gasparini-Loredan a Venegazzù (comprata dai Benetton nel 2008), del centro direzionale in Feltrina e della sede storica in piazza Dall’Armi, spiccano poi i quasi 2,3 milioni di euro di valore della sede di Asolo in via Dante, i 2,6 milioni della villetta dove alloggiavano storicamente i direttori generali a Mercato Vecchio, in vicolo Balestrieri, gli oltre tre milioni e mezzo della sede di Nervesa in piazzale Berti. Bandiera Veneto Banca ammainata pure lì: ora è Intesa, ma non chiamatelo regalo. E, visto che il boccone comprende anche l’ex Popolare di Vicenza, ora scatta il piano di accorpamenti e chiusure, propedeutiche certamente alla vendita degli immobili che resteranno vuoti. Sono 243 le filiali accorpate, a cui potrebbero aggiungersene altre 50 in corso di valutazione, e di queste 47 sono in Veneto.

 

IL CONTRATTO – STRALCIO 

PAGAMENTI SIMBOLICI

Con i due pagamenti simbolici da 50 centesimi l’uno, dunque, Intesa acquisisce il patrimonio immobiliare delle due venete. Oltre a rilevare – come ha evidenziato in una nota ufficiale diffusa proprio il 26 giugno, all’indomani del varo del decreto con cui il governo ha messo le due banche in liquidazione coatta amministrativa – crediti in bonis diversi da quelli ad alto rischio per circa 26,1 miliardi di euro; attività finanziarie per circa 8,9 miliardi di euro; attività fiscali per circa 1,9 miliardi di euro; debiti verso clientela per circa 25,8 miliardi di euro; obbligazioni senior per circa 11,8 miliardi di euro; raccolta indiretta per circa 23 miliardi di euro, di cui circa 10,4 miliardi di risparmio gestito; circa 900 sportelli in Italia e 60 all’estero, inclusa la rete di filiali in Romania; circa 9.960 dipendenti in Italia e 880 all’estero.

ECCO IL DECRETO LEGGE:

Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A. D.L. 99 / A.C. 4565 Informazioni sugli atti di riferimento A.C. 4565 D.L. 99 Titolo: disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A. Iter al Senato: No Numero di articoli: 10 testo originario: 10 Date: emanazione: 25 giugno 2017 presentazione: 25 giugno 2017 assegnazione: 25 giugno 2017 scadenza: 24 agosto 2017 Commissione competente : VI Finanze Pareri previsti: I Affari Costituzionali, II Giustizia, V Bilancio, VII Cultura, VIII Ambiente, X Attività Produttive, XI Lavoro, XIII Agricoltura, XIV Politiche dell’Unione Europea e della Commissione parlamentare per le questioni regionali Contenuto Premessa Il provvedimento in esame introduce disposizioni urgenti per facilitare la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A. e per garantire la continuità del sostegno del credito alle famiglie e alle imprese del territorio. Tali misure consistono anzitutto nella vendita di parte delle attività delle due banche a un acquirente – di fatto individuato in Intesa Sanpaolo – ed il trasferimento del relativo personale. Per garantire la continuità dell’accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese, nonché per la gestione dei processi di ristrutturazione delle banche in liquidazione, si dispone: una iniezione di liquidità pari a circa 4,8 miliardi di euro; la concessione di garanzie statali, per un ammontare massimo di circa 12 miliardi di euro, sul finanziamento della massa liquidatoria dei due istituti da parte di Intesa Sanpaolo. Per i creditori subordinati delle banche che siano investitori al dettaglio è previsto un meccanismo di ristoro analogo a quello stabilito dal decreto legge n. 59 del 2016 per gli istituti posti in risoluzione nel novembre 2015; le prestazioni sono a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositanti. Sono introdotte misure per rendere fiscalmente neutre le operazioni di cessione e gli interventi pubblici che le possono accompagnare. Si intende inoltre consentire il trasferimento dei crediti per le imposte differite delle banche in liquidazione al cessionario dell’azienda bancaria. Si ricorda che il 23 giugno 2017 la Banca Centrale Europea ha dichiarato le due banche in condizione di dissesto (failing or likely to fail). Secondo le regole UE, una banca in dissesto ordinariamente viene sottoposta a liquidazione secondo le ordinarie procedure di insolvenza, salvo il caso in cui il Comitato unico di risoluzione reputi che vi sia un interesse pubblico a sottoporre l’istituto a risoluzione, in quanto la liquidazione ordinaria potrebbe compromettere la stabilità finanziaria, interrompere la prestazione di funzioni essenziali e pregiudicare la tutela dei depositanti (considerando 45 della direttiva 2014/59/UE, cd. BRRD, che reca la disciplina europea dei salvataggi bancari). Nella medesima data, il predetto Comitato di risoluzione unico (SRB – Single Resolution Board), richiesto di valutare se vi fossero tutti i requisiti per una risoluzione secondo la disciplina europea per i salvataggi bancari (direttiva 2014/59/UE, cd. BRRD), è giunto alla conclusione che non è possibile dichiarare la risoluzione, in quanto non sussiste il requisito dell’interesse pubblico. In tali circostanze le regole europee prevedono l’applicazione delle procedure di insolvenza di ciascuno Stato, sotto l’egida della competente autorità nazionale di vigilanza a specifiche condizioni. Si ricorda in proposito che la citata direttiva BRRD (articolo 32, par.1, lettera c) della direttiva 2014/59/UE) e i decreti legislativi di recepimento (in particolare il D.Lgs. n. 180 del 2015, all’articolo 20, comma 2) prevedono che la risoluzione è disposta quando la relativa autorità ha accertato la sussistenza dell’interesse pubblico. La disciplina della crisi degli istituti bancari è stata profondamente modificata dalla predetta direttiva BRRD, che ha introdotto una nuova modalità di gestione delle crisi: la cd. risoluzione, con cui viene avviato un processo di ristrutturazione gestito da autorità indipendenti – le autorità di risoluzione – che, attraverso l’utilizzo di tecniche e poteri offerti dalle disposizioni europee, mira a evitare interruzioni nella prestazione dei servizi essenziali offerti dalla banca (ad esempio, i depositi e i servizi di pagamento); ripristinare condizioni di sostenibilità economica della parte sana della banca; liquidare le parti restanti. Secondo le regole UE, una banca in dissesto è ordinariamente sottoposta a liquidazione secondo le ordinarie procedure di insolvenza, salvo il caso in cui il Comitato unico di risoluzione reputi che vi sia un interesse pubblico a sottoporre l’istituto a risoluzione, in quanto la liquidazione ordinaria potrebbe mettere a repentaglio la stabilità finanziare, interrompere lo svolgimento di funzioni critiche e mettere a repentaglio la tutela dei depositanti (considerando 45 della direttiva BRRD). La normativa italiana di recepimento riconosce sussistente detto interesse pubblico ove la risoluzione è necessaria e proporzionata per conseguire uno o più obiettivi indicati all’articolo 21 del D.Lgs. n. 180/2015 (continuità delle funzioni essenziali dei soggetti in crisi, stabilità finanziaria, contenimento degli oneri a carico delle finanze pubbliche, tutela dei depositanti e degli investitori protetti da sistemi di garanzia o di indennizzo, nonché dei fondi e delle altre attività della clientela) e la sottoposizione della banca a liquidazione coatta amministrativa non consentirebbe di realizzare questi obiettivi nella stessa misura. Di conseguenza in presenza di uno stato di dissesto, anche solo prospettico, le autorità competenti devono valutare se è possibile attivare la procedura ordinaria di liquidazione coatta amministrativa o se è utile avviare la procedura di risoluzione. Fuori dal contesto della risoluzione, le regole europee prevedono la possibilità di richiedere l’approvazione della Commissione UE sull’uso di aiuti pubblici per facilitare la liquidazione. Più in dettaglio, ove gli Stati membri ritengano necessario prendere in considerazione un intervento pubblico per mitigare gli effetti dell’uscita dal mercato di un istituto bancario, trovano applicazione le regole europee in tema di aiuti di Stato: in particolare, per il settore bancario le regole sono individuate nella Comunicazione della Commissione UE del luglio 2013 (cd. Banking Communication). Essa richiede che i possessori di azioni e di obbligazioni subordinate contribuiscano pienamente ai costi di risanamento (cd misure di burden sharing), in modo tale che le distorsioni della concorrenza siano limitate. Dall’altro lato, le medesime regole UE stabiliscono che i possessori di obbligazioni seniornon devono contribuire al risanamento e i depositantirimangono pienamente tutelati, coerentemente alle regole UE. La Commissione UE riferisce che l’Italia, in tale contesto, ha ritenuto che la liquidazione delle due banche possa avere un forte impatto sull’economia reale delle regioni in cui esse sono maggiormente operative. Il Governo ha dunque ritenuto necessario applicare la normativa del Testo unico bancario (D.Lgs. n. 385 del 1993, articoli 80-95), che prevede l’avvio della procedura di liquidazione coatta amministrativa e contestualmente adottare misure di aiuto pubblico volte a sostenere una gestione ordinata della crisi delle due banche, nel contesto di una speciale procedura d’insolvenza. Il 24 giugno 2017 l’Italia ha notificato alla Commissione Europea il piano di aiuti per facilitare la liquidazione di BPVi e Veneto Banca. Il 25 giugno 2017 la Commissione ha approvato le misure predisposte dall’Italia e contenute nel provvedimento in esame. Come riferito dal Commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, la decisione della Commissione consente all’Italia di adottare misure volte a facilitare la liquidazione di entrambi gli istituti. In particolare, lo Stato italiano intende supportare la vendita e l’integrazione degli asset, così come il trasferimento dei dipendenti, ad Intesa Sanpaolo. Secondo quanto riportato dal Commissario, i possessori di azioni e i creditori junior hanno pienamente contribuito al risanamento, così riducendo i costi a carico dello Stato, mentre i depositanti rimangono pienamente tutelati. Tali misure, come affermato dal Commissario, contribuiranno a rimuovere 18 miliardi di crediti deteriorati (non performing loans) dal sistema bancario italiano, sostenendo così il suo consolidamento. Come anticipato, le misure consistono anzitutto nella vendita di parte delle attività delle due banche a Intesa Sanpaolo, ivi incluso il trasferimento del relativo personale. Sotto il profilo finanziario, le misure adottate dal Governo per garantire la continuità dell’accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese, nonché per la gestione dei processi di ristrutturazione delle banche in liquidazione consistono in 2 iniezioni di liquidità pari a 4,8 miliardi di euro. A questa cifra si aggiungono circa 400 milioni, quale eventuale costo da sostenere per le garanzie prestate dallo Stato sugli impegni delle banche in liquidazione, per un ammontare massimo di circa 12 miliardi di euro. La Commissione ha ritenuto che tali misure siano in linea con la regolamentazione europea in materia di aiuti di Stato alle banche e, in particolare, con la citata Comunicazione della Commissione di luglio 2013 sugli aiuti di Stato al settore bancario, in quanto gli attuali possessori di azioni e di obbligazioni subordinate hanno pienamente contribuito ai costi del risanamento, riducendo così il costo dell’intervento per lo Stato. Entrambi gli istituti destinatari degli aiuti saranno dunque liquidati in modo ordinato e usciranno dal mercato; le attività trasferite a Intesa San Paolo verranno ristrutturate e significativamente ridotte; queste misure limiteranno le distorsioni della concorrenza che vengono da tali aiuti. La Commissione riferisce che sia le garanzie sia gli apporti di capitale sono coperti dai crediti di rango più elevato (senior) vantati dallo Stato italiano sulle attività comprese nella massa fallimentare. Di conseguenza, il costo netto per lo Stato italiano sarà nettamente inferiore all’importo nominale dei provvedimenti previsti. Inoltre, a parere della Commissione, il soggetto acquirente (Intesa) è stato scelto in una procedura aperta, equa e trasparente, gestita interamente dalle autorità italiane, che hanno assicurato la vendita degli asset secondo la migliore offerta ricevuta: non si tratta dunque di un aiuto di Stato nei confronti di Intesa. Le autorità europee reputano che detta vendita consentirà di abbassare l’ammontare della rimanente massa liquidatoria, finanziata da crediti forniti da Intesa. Articolo 1 – Ambito di applicazione L’articolo 1 individua l’ambito di applicazione del provvedimento, precisando che lo stesso disciplina l’avvio e lo svolgimento della liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A., nonché le modalità e le condizioni delle misure a sostegno delle stesse, in conformità alla disciplina europea in materia di aiuti di Stato (comma 1). Il comma 2 prevede che le misure del decreto che integrano la fattispecie di aiuto di Stato, ai sensi dell’articolo 107 del TFUE, sono adottate subordinatamente alla positiva decisione della Commissione europea che stabilisca la loro compatibilità con la relativa disciplina europea. L’articolo 107, paragrafo 3, lett. b), del TFUE consente agli Stati membri di effettuare interventi pubblici ritenuti aiuti compatibili con il mercato interno quando sono volti a porre rimedio ad un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro. Con la comunicazione della Commissione UE del 2013, relativa all’applicazione delle norme in materia di aiuti di Stato alle misure di sostegno alle banche nel contesto della crisi finanziaria, sono state individuate le condizioni per l’autorizzazione degli aiuti alla liquidazione. Per essere ritenuto compatibile, nel caso di banche in liquidazione, si richiede che: i costi della liquidazione siano ridotti al minimo necessario; le distorsioni alla concorrenza siano limitate; siano previste misure di condivisione degli oneri a carico di azionisti e creditori subordinati. In particolare, al momento di determinare se vi è un aiuto a favore dell’acquirente dell’ente creditizio o di parti di esso, la Commissione valuta se: a) il processo di vendita è aperto, incondizionato e non discriminatorio; b) la vendita avviene a condizioni di mercato; c) l’ente creditizio (o il governo, in funzione della struttura scelta) massimizza il prezzo di vendita delle attività e passività interessate. Si ricorda che il 19 luglio 2016 la Corte di giustizia dell’UE ha emanato una sentenza nella quale rileva la legittimità della comunicazione della Commissione europea sugli aiuti al settore bancario. In particolare, secondo la Corte, la ripartizione degli oneri tra azionisti e creditori subordinati in vista dell’autorizzazione, da parte della Commissione, degli aiuti di Stato a favore di una banca sottocapitalizzata, non viola il diritto dell’Unione. Come anticipato in premessa, il 24 giugno 2017 l’Italia ha notificato alla Commissione Europea il piano di aiuti per facilitare la liquidazione di BPVi e Veneto Banca. Il 25 giugno 2017 la Commissione ha approvato le misure predisposte dall’Italia e contenute nel provvedimento in esame. Il comma 3 stabilisce che il Ministero dell’economia e delle finanze, sulla base degli elementi forniti dalla Banca d’Italia, debba presentare alla Commissione europea una relazione annuale, sino al termine della procedura, con le informazioni dettagliate riguardo agli interventi dello Stato effettuati in esecuzione del decreto in esame. La crisi delle banche venete Con nota tecnica del 15 aprile 2016, la Banca d’Italia ha fornito alcuni chiarimenti relativi agli intermediari Banca Popolare di Vicenza (BPV) e Veneto Banca (VB). Le predette banche sono state investite da due tipologie di problematiche, legate alla loro originaria natura di banche popolari non quotate: la modalità di determinazione del prezzo delle azioni e i finanziamenti concessi dalle banche alla clientela per la sottoscrizione delle azioni 3 della banca medesima. Relativamente al prezzo delle azioni, per le banche popolari non quotate il codice civile (articolo 2528) attribuisce la responsabilità di fissare il prezzo all’assemblea dei soci, su proposta degli amministratori. Riguardo alla raccolta di capitale (ed emissione di azioni) a fronte di finanziamenti erogati dalle stesse banche emittenti ai sottoscrittori delle azioni (cosiddette 5 “azioni finanziate”), la normativa di settore prevede che le azioni acquistate grazie a un finanziamento della banca emittente non possono essere conteggiate nel patrimonio di vigilanza. Tale patrimonio è considerato dalla normativa di settore come il primo cuscinetto di sicurezza per assorbire eventuali perdite; deve essere quindi costituito da risorse sicure, non da elementi a elevato rischio di essere vanificate da un finanziamento non restituito. Per quanto concerne la Banca Popolare di Vicenza, le controversie hanno riguardato principalmente l’operatività in azioni proprie che, dal gennaio del 2014 (a seguito dell’entrata in vigore del regolamento europeo n. 575 del 26 giugno 2013), richiede in ogni caso un’autorizzazione della Vigilanza, la quale subordina la decisione ad una valutazione prudenziale, poiché nel momento in cui la banca riacquista le proprie azioni dai suoi soci riduce il patrimonio. Nel corso del 2014, come rileva la Banca d’Italia, è emerso che la Banca Popolare di Vicenza acquistava azioni proprie senza aver prima richiesto l’autorizzazione alla Vigilanza. Le ispezioni del 2015 hanno rilevato, oltre ai riacquisti di azioni proprie effettuati senza la necessaria autorizzazione, anche il problema delle “azioni finanziate” non dedotte per un ammontare cospicuo dal patrimonio di vigilanza. La Banca d’Italia ha rilevato come ciò abbia comportato un impatto negativo sotto il profilo patrimoniale di circa 1 miliardo di euro, registrato dalla banca nella relazione semestrale al 30 giugno e nel bilancio d’esercizio 2015. La situazione patrimoniale ha inoltre risentito del deterioramento del portafoglio creditizio, che ha comportato la contabilizzazione di 1,3 miliardi di euro di rettifiche di valore nel bilancio 2015 (+54% rispetto all’anno precedente). Come riferito dalla Banca d’Italia, l’alta dirigenza di BPV è stata rinnovata e la banca, in coerenza con il nuovo piano industriale, ha poi deliberato un piano complessivo di rafforzamento patrimoniale o di modifica radicale della corporate governance che comprende la trasformazione in S.p.A. (approvata dall’Assemblea il 3 marzo 2016), un aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro e la quotazione in Borsa delle azioni (tramite un’operazione di Initial Public Offering, IPO). Il cambio di forma giuridica e l’obbligo di trasformazione in società quotata hanno comportato una significativa svalutazione delle azioni, il cui valore è passato dai 62,50 euro nel 2014 (approvazione bilancio 2013) ai 6,3 euro di febbraio 2016. Con l’intervento del fondo Atlante nell’aprile del 2016 è stato sottoscritto un nuovo aumento di capitale, con l’ulteriore abbassamento del prezzo di ciascuna azione a 10 centesimi di euro. Con comunicato stampa del 9 gennaio 2017 l’istituto ha annunciato l’avvio di un’iniziativa di conciliazione transattiva rivolta agli azionisti che hanno investito in azioni BPVi negli ultimi 10 anni. L’offerta pubblica di transazione prevede un riconoscimento economico pari a 9 euro per ogni azione acquistata tramite una banca del Gruppo Banca Popolare di Vicenza a partire dal 1° gennaio 2007 e sino al 31 dicembre 2016, al netto delle vendite; il riconoscimento sarà erogato a fronte della rinuncia dell’azionista a qualsiasi pretesa in relazione all’investimento in (o mancato disinvestimento di) titoli azionari Banca Popolare di Vicenza, titoli che rimarranno comunque di proprietà dell’azionista. La platea è stata stimata in circa 94.000 azionisti, individuati secondo criteri oggettivi, che comprendono principalmente persone fisiche, società di persone, fondazioni, ONLUS ed enti senza fine di lucro. Contestualmente BPVI ha costituto un fondo, per complessivi 30 milioni di euro, a sostegno degli azionisti che versano in condizioni disagiate. L’iniziativa si basa sulla consapevolezza della presenza di situazioni di impoverimento e grave disagio sociale che coinvolgono alcuni azionisti risparmiatori di BPVi, oltreché sulla volontà di ricostruire un rapporto di fiducia tra la Banca e i suoi soci risparmiatori. Il fondo è riservato esclusivamente agli azionisti che rientrano nel perimetro dell’Offerta di Transazione e che rinunciano ad azioni risarcitorie, l’attivazione del fondo è subordinata all’esito positivo della stessa Offerta di Transazione. Il termine di adesione all’Offerta di Transazione, in origine fissato al 22 marzo 2017, è stato prorogato al 28 marzo 2017. Il 9 aprile 2017 l’istituto ha reso noto che a tale offerta hanno aderito 66.770 azionisti (71,9%), portatori del 68,7% delle azioni comprese nell’Offerta di Transazione . L’istituto, il 1° febbraio 2017, ha comunicato di aver ricevuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze il decreto con il provvedimento di concessione della garanzia dello Stato su nuove emissioni obbligazionarie ai sensi del decreto-legge n. 237 del 2016 e di aver contestualmente avviato l’operatività necessaria per l’emissione di titoli garantiti. Il 17 marzo 2017 BPVI ha reso noto che è in fase di finalizzazione il nuovo Piano industriale 2017-2021 – già sottoposto alle Autorità di Vigilanza – nel quale è previsto un progetto di fusione con il Gruppo Veneto Banca unitamente ad un intervento di rafforzamento patrimoniale da realizzarsi nel 2017. Nella medesima occasione la Banca Popolare di Vicenza, nell’ambito delle modalità di reperimento dei capitali necessari ad implementare la citata ricapitalizzazione, ha comunicato al MEF, Banca d’Italia e BCE l’intenzione di accedere alle già citate misure di ricapitalizzazione precauzionale di cui al decreto-legge n. 237 del 2016. Il 1° giugno 2017 l’istituto ha effettuato una seconda emissione obbligazionaria con garanzia dello Stato, ai sensi del decreto-legge n. 237 del 2016, per un importo complessivo di 2,2 miliardi di euro nominali, tasso nominale annuo lordo 0,50% e scadenza 1 giugno 2020 (ISIN: IT0005247645). Il titolo è stato sottoscritto interamente dall’emittente e verrà utilizzato per incrementare i buffer di liquidità del Gruppo. Con questa emissione le obbligazioni in essere con garanzia statale emesse dalla Banca ammontano a 5,2 miliardi di euro nominali (di cui 3,0 miliardi di euro emessi nel febbraio 2017). Con riferimento a Veneto Banca, la problematica illustrata dalla Banca d’Italia concerne in particolare il fenomeno delle “azioni finanziate” non dedotte, reiterato nel tempo nonostante i solleciti delle Autorità di vigilanza e le sanzioni irrogate. Nella richiamata nota tecnica, la Banca d’Italia rileva che detta prassi ha comportato un impatto negativo sotto il profilo patrimoniale per circa 300 milioni di euro, registrato dalla banca nella relazione trimestrale al 30 settembre 2015 e nel bilancio d’esercizio 2015; ulteriori 56 milioni di euro sono emersi dal completamento delle analisi svolte dalla funzione di revisione interna della banca su richiesta della Vigilanza. La situazione patrimoniale ha inoltre risentito anche del deterioramento del portafoglio creditizio, che ha comportato la contabilizzazione di oltre 700 milioni di euro di rettifiche di valore su crediti nel bilancio 2015. La necessità di “squalificare” le “azioni finanziate” e di recepire le ulteriori perdite emerse ha imposto alla banca 4 di ricostituire i margini patrimoniali regolamentari. Ai cambiamenti di governance del 2015 sono seguiti la definizione di un piano di rafforzamento patrimoniale, per 1 miliardo di euro, nonché la trasformazione in società per azioni, ai sensi delle nuove norme sulle banche popolari (decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3, convertito con legge 24 marzo 2015, n. 33) e la quotazione in borsa. Nel corso del 2016 la governance aziendale ha avuto un sostanziale rinnovo, conclusosi con l’avvio dell’azione di responsabilità il 16 novembre 2016 nei confronti degli ex componenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale nonché dell’ex Direttore Generale di Veneto Banca S.p.A. Analogamente a quanto disposto da BPVi, Veneto Banca ha annunciato l’avvio di un’iniziativa di conciliazione transattiva, mediante un’Offerta di Transazione con un indennizzo forfettario ed onnicomprensivo pari al 15% della perdita teorica sofferta in conseguenza degli acquisti di Azioni Veneto Banca (al netto delle vendite effettuate e dei dividendi percepiti) avvenuti nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2007 ed il 31 dicembre 2016, a fronte della rinuncia dell’azionista a promuovere azioni legali. L’iniziativa si rivolge a circa 75.000 azionisti, pari a circa l’85% del totale. Il Consiglio di Amministrazione di Veneto Banca ha deliberato inoltre la costituzione di un Fondo di solidarietà di 30 milioni di euro per sostenere i Soci che versano in comprovate situazioni di particolare disagio socio-economico, rivolto ai medesimi destinatari dell’Offerta Pubblica di Transazione; anche in questo caso i beneficiari dovranno rinunciare ad azioni risarcitorie nei confronti della Banca. Il fondo diventa effettivo a seguito dell’esito positivo dell’Offerta stessa. L’Offerta si è conclusa il 28 marzo, a seguito della proroga dei termini. Si ricorda che la Banca ha effettuato nel febbraio 2017 due emissioni garantite dallo Stato ai sensi del D.L. n. 237 del 2016. A seguito della richiesta presentata nella medesima data di BPVi (17 marzo 2017) di ricapitalizzazione precauzionale di cui al decreto-legge n. 237 del 2016, anche Veneto Banca ha manifestato l’intenzione di accedere al sostegno finanziario straordinario e temporaneo da parte dello Stato italiano (“ricapitalizzazione precauzionale”), ai sensi del D.L 237/2016. Con il decreto-legge 16 giugno 2017, n. 89, è stata modificata la disciplina dell’intervento statale nelle procedure di risanamento e ricapitalizzazione degli istituti bancari contenuta nel decreto-legge n. 237 del 2016, modificando la normativa riguardante il riparto degli oneri di risanamento delle banche tra azionisti e creditori subordinati (cd. burden sharing), che consiste nella riduzione forzosa del capitale o del debito subordinato e/o nella conversione di quest’ultimo in azioni. Si prevede in particolare che, ove la banca abbia presentato o formalmente comunicato l’intenzione di presentare richiesta di intervento dello Stato, sia prorogato di sei mesi il termine di scadenza delle passivitàoggetto delle predette misure di burden sharing, se tale termine di scadenza ricade nei sei mesi successivi alla presentazione dell’istanza o della formale comunicazione dell’intenzione di presentarla. Il decreto-legge n. 89 del 2017 interviene inoltre sulle misure di ricapitalizzazione degli istituti bancari da parte del Ministero dell’economia e delle finanze, effettuata mediante l’acquisto di azioni o altri strumenti rappresentativi del capitale: in particolare, si allunga (di 60 giorni, da 60 a 120) il periodo concesso per il completamento, da parte del MEF, delle operazioni di acquisto delle azioni delle banche interessate al risanamento, ove tali azioni derivino dalle predette misure di burden sharing. Il 23 giugno scorso, la Banca Centrale Europea ha dichiarato le due banche in condizione di dissesto (failing or likely to fail). Successivamente il Comitato di risoluzione unico (SRB – Single Resolution Board) ha valutato se vi fossero tutti i tre requisiti per una risoluzione secondo la direttiva europea per i salvataggi bancari (BRRD), giungendo alla conclusione che non è possibile dichiarare la risoluzione in quanto non sussiste il requisito dell’interesse pubblico. Per ulteriori approfondimenti sulla situazione del mercato del credito in Veneto, si veda il rapporto annuale 2016 “L’economia del Veneto” pubblicato dalla Banca d’Italia (capitolo 5). http://www.bancaditalia.it/media/notizia/presentazione-del-rapporto-annuale-sul-2016-l-economia-del-veneto Articolo 2 – Liquidazione coatta amministrativa L’articolo 2 del provvedimento, ad esito della positiva decisione della Commissione UE sulle misure adottate dall’Italia per agevolare l’uscita dal mercato di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, consente al Ministro dell’economia e delle finanze, su proposta della Banca d’Italia, di: 1. sottoporre le due banche a liquidazione coatta amministrativa, disponendo altresì la continuazione dell’esercizio dell’impresa (articolo 2, comma 1, lettere a) e b)); 2. prevedere la cessione dell’azienda bancaria o di rami di essa ad un acquirente (articolo 2, comma 1, lettera c)); 3. adottare misure di sostegno pubblico per la predetta cessione. Sono previste specifiche misure (comma 2) per l’accertamento del passivo dei soggetti in liquidazione e viene chiarita la decorrenza (comma 3) dei provvedimenti di liquidazione, cessione degli asset e di sostegno pubblico disposti ai sensi delle norme in esame. Più in dettaglio il comma 1, a seguito del parere positivo della Commissione UE (reso il 25 giugno 2017; si veda più diffusamente la premessa al presente dossier), affida a uno o più decreti del Ministro dell’economia e delle finanze, adottati su proposta della Banca d’Italia, il compito di disporre: a) la liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza; b) la continuazione, ove necessario, dell’esercizio dell’impresa o di determinati rami di attività, per il tempo tecnico necessario ad attuare le cessioni previste ai sensi del provvedimento in esame. In deroga all’articolo 90, comma 3, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo Unico Bancario), la 5 continuazione è disposta senza necessità di acquisire autorizzazioni o pareri della Banca d’Italia o del comitato di sorveglianza. Ai sensi del richiamato comma 3, infatti, in via ordinaria la continuazione dell’impresa bancaria o di determinati rami di essa è richiesta dai commissari liquidatori, nei casi di necessità e per il miglior realizzo dell’attivo; essa viene concessa previa autorizzazione della Banca d’Italia, secondo le cautele indicate dal comitato di sorveglianza; c) la cessione da parte dei commissari liquidatori degli asset all’acquirente individuato (Intesa Sanpaolo) in conformità all’offerta vincolante formulata dal cessionario medesimo. Con l’offerta il cessionario assume gli impegni ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato, identificati nell’offerta stessa. Con comunicato stampa del 26 giugno 2017, Intesa Sanpaolo ha reso noto di aver firmato con i commissari liquidatori di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca il contratto di acquisto, al prezzo simbolico di un euro, di alcune attività e passività e alcuni rapporti giuridici facenti capo alle due banche (si veda la scheda di lettura dell’articolo 3 per ulteriori dettagli); d) gli specifici interventi pubblici a sostegno della cessione degli asset, in conformità all’offerta vincolante di cui alla lettera c). In estrema sintesi, si ricorda che l’articolo 4 autorizza il MEF ad effettuare i seguenti interventi pubblici a sostegno dell’operazione: concessione della garanzia dello Stato a copertura dello sbilancio di cessione; erogazione di un supporto finanziario per ricostituire i fondi propri del cessionario per un ammontare idoneo a fronteggiare l’assorbimento patrimoniale derivante dalle attività ponderate per il rischio acquisito; concessione della garanzia dello Stato sull’adempimento di obblighi assunti dalle due banche in relazione a impegni, dichiarazioni e garanzie da esse assunti; erogazione al cessionario di fondi a sostegno di misure di ristrutturazione aziendale. Ai sensi del comma 2, dopo l’adozione dei predetti decreti, l’accertamento del passivo dei soggetti in liquidazione ai sensi dell’articolo 86 del Testo unico bancario è condotto con riferimento ai soli creditori non ceduti, retrocessi ai sensi dell’articolo 4 o sorti dopo l’avvio della procedura. Si rammenta che l’articolo 4, commi 4 e 5 del provvedimento in esame consentono al cessionario degli asset delle banche in liquidazione di retrocedere al cedente alcuni beni, a specifiche condizioni di legge o nei casi previsto dal contratto di cessione. In estrema sintesi, l’articolo 86 del TUB (come modificato dal D.Lgs. n. 181 del 2015, che ha recepito la normativa europea sulla crisi bancaria per la parte di modifica del TUB) reca la procedura di accertamento del passivo da parte di commissari liquidatori. La procedura prevede anzitutto che i commissari comunichino a ciascun creditore le somme risultanti a credito, con riserva di eventuali contestazioni. Analoga comunicazione viene inviata a coloro che risultino titolari di diritti reali su beni e strumenti finanziari relativi ai servizi di investimento. Entro quindici giorni dal ricevimento della comunicazione, i creditori e i titolari dei diritti possono presentare i reclami ai commissari, allegando i documenti giustificativi. Successivamente i commissari presentano alla Banca d’Italia, sentiti i cessati amministratori della banca, l’elenco dei creditori ammessi e delle somme riconosciute a ciascuno, indicando i diritti di prelazione e l’ordine degli stessi, nonché gli elenchi dei titolari dei diritti e di coloro cui è stato negato il riconoscimento delle pretese. Si prevede inoltre che i commissari depositino in cancelleria, a disposizione degli aventi diritto, gli elenchi dei creditori privilegiati, dei titolari di diritti reali sui beni e sugli strumenti finanziari relativi ai servizi di investimento, nonché dei soggetti appartenenti alle medesime categorie cui è stato negato il riconoscimento delle pretese. Ai commissari spetta altresì il compito di comunicare senza indugio, a mezzo posta elettronica certificata, a coloro ai quali è stato negato in tutto o in parte il riconoscimento delle pretese, la decisione presa nei loro riguardi. Espletati tali adempimenti, lo stato passivo diventa esecutivo. Il comma 3 dispone che l’efficacia dei provvedimenti adottati ai sensi del comma 1 decorre, relativamente a quanto previsto in base alle lettere b), c) e d) del medesimo comma (quindi con l’esclusione del provvedimento di liquidazione), dalla data di insediamento degli organi liquidatori e, comunque, dal sesto giorno lavorativo successivo alla data di adozione del provvedimento che dispone la liquidazione coatta (ai sensi del richiamato articolo 83, comma 1, del Testo unico bancario). Con una disposizione di chiusura, per quanto non disposto dal decreto in esame si rimanda alla disciplina della liquidazione contenuta nel Testo unico bancario. La risoluzione e la liquidazione coatta amministrativa nel quadro della direttiva BRRD Si rammenta che la Direttiva 2014/59/UE che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento è stata recepita in Italia con due decreti legislativi distinti: il D.Lgs. n. 181 del 2015, che introduce nel Testo unico bancario le disposizioni relative ai piani di risanamento, alle forme di sostegno all’interno dei gruppi bancari, alle misure di intervento precoce; sono inoltre modificate le norme sull’amministrazione straordinaria delle banche e la disciplina della liquidazione coatta amministrativa. Le stesse materie sono inserite nel Testo unico in materia di intermediazione finanziaria con riferimento alle società di intermediazione mobiliare (SIM); sono inoltre dettate le disposizioni sulle procedure di risoluzione delle SIM non incluse in un gruppo bancario o che non rientrino nell’ambito della vigilanza consolidata (SIM stand alone); il D.Lgs. n. 180 del 2015, che reca la disciplina in materia di predisposizione di piani di risoluzione, avvio e chiusura delle procedure di risoluzione, adozione delle misure di risoluzione, gestione della crisi di gruppi cross-border, poteri e funzioni dell’autorità di risoluzione nazionale e disciplina del fondo dì risoluzione 6 nazionale. La nuova disciplina europea anticipa alla fase fisiologica dell’attività bancaria la gestione dell’eventuale crisi. Nei periodi di ordinaria operatività deve quindi essere svolta un’attività preparatoria continua della gestione di una crisi, sia da parte di banche e gruppi, sia da parte delle Autorità competenti. Da un lato, le banche ed i gruppi devono predisporre – ed aggiornare almeno annualmente – un piano di risanamento contenente misure idonee a fronteggiare un deterioramento significativo della situazione finanziaria. Già durante la fase di normale operatività della banca, le autorità di risoluzione devono preparare piani di risoluzione che individuino le strategie e le azioni da intraprendere in caso di crisi. Alla luce del quadro delle norme comunitarie e nazionali di attuazione, viene introdotta una nuova modalità di gestione delle crisi bancarie: la cd. risoluzione, con cui viene avviato un processo di ristrutturazione gestito da autorità indipendenti – le autorità di risoluzione – che, attraverso l’utilizzo di tecniche e poteri offerti dalle disposizioni europee, mira a evitare interruzioni nella prestazione dei servizi essenziali offerti dalla banca (ad esempio, i depositi e i servizi di pagamento); ripristinare condizioni di sostenibilità economica della parte sana della banca; liquidare le parti restanti. La misura della liquidazione coatta amministrativa rimane in vigore in alternativa alla risoluzione. Secondo le regole UE, una banca in dissesto è ordinariamente sottoposta a liquidazione secondo le ordinarie procedure di insolvenza, salvo il caso in cui il Comitato unico di risoluzione reputi che vi sia un interesse pubblico a sottoporre l’istituto a risoluzione, in quanto la liquidazione ordinaria potrebbe mettere a repentaglio la stabilità finanziare, interrompere lo svolgimento di funzioni critiche e mettere a repentaglio la tutela dei depositanti (considerando 45 della direttiva BRRD). Di conseguenza in presenza di uno stato di dissesto, anche solo prospettico, le autorità competenti devono valutare se è possibile attivare la procedura ordinaria di liquidazione coatta amministrativa o se è utile avviare la procedura di risoluzione. Con la risoluzione viene avviato un processo di ristrutturazione gestito da autorità indipendenti – le autorità di risoluzione – che, attraverso l’utilizzo di tecniche e poteri offerti dalle disposizioni europee, mira a evitare interruzioni nella prestazione dei servizi essenziali offerti dalla banca (ad esempio, i depositi e i servizi di pagamento); ripristinare condizioni di sostenibilità economica della parte sana della banca; liquidare le parti restanti. Come anticipato, lo stato di dissesto è presupposto per l’avvio della liquidazione coatta amministrativa, alla luce delle modifiche necessarie al recepimento della BRRD, in assenza dei presupposti per la risoluzione. La liquidazione coatta può essere disposta anche su istanza motivata degli organi amministrativi, dell’assemblea straordinaria, dei commissari straordinari o dei liquidatori (articolo 80 del Testo Unico Bancario) Organi della liquidazione (articolo 81 TUB), nominati dalla Banca d’Italia, sono: a) uno o più commissari liquidatori (che hanno la rappresentanza legale della banca, esercitano tutte le azioni a essa spettanti e procedono alle operazioni della liquidazione e , nell’esercizio delle loro funzioni, sono pubblici ufficiali ai sensi dell’articolo 84 TUB) b) un comitato di sorveglianza composto da tre a cinque membri, che nomina a maggioranza di voti il proprio presidente (ai sensi del richiamato articolo 84, esso assiste i commissari nell’esercizio delle loro funzioni, controlla l’operato degli stessi e fornisce pareri nei casi previsti dalla presente sezione o dalle disposizioni della Banca d’Italia). Possono essere nominati come liquidatori anche società o altri enti. Il principale effetto della liquidazione (articolo 83 TUB) consiste nel fatto che, dalla data di insediamento degli organi liquidatori, e comunque dal sesto giorno lavorativo successivo alla data di adozione del provvedimento che dispone la liquidazione coatta, sono sospesi il pagamento delle passività di qualsiasi genere e le restituzioni di beni di terzi. Contro la banca in liquidazione non può essere promossa né proseguita alcuna azione, salvo specifiche eccezioni di legge, né, per qualsiasi titolo, può essere parimenti promosso né proseguito alcun atto di esecuzione forzata o cautelare. I commissari liquidatori prendono in consegna l’azienda dai precedenti organi di amministrazione o di liquidazione ordinaria con un sommario processo verbale, acquisiscono una situazione dei conti e formano quindi l’inventario (articolo 85 TUB). Procedono poi all’accertamento del passivo (articolo 86 TUB). Dolo la liquidazione dell’attivo e l’effettuazione di riparti ai creditori ed alla restituzione ai clienti della banca (articoli 90-91 del TUB), i commissari sottopongono il bilancio finale di liquidazione, il rendiconto finanziario e il piano di riparto (articolo 92 TUB) alla Banca d’Italia. Articolo 3 – Cessioni L’articolo 3 del provvedimento consente ai commissari liquidatori nominati dalla Banca d’Italia di cedere l’azienda delle banche venete poste in liquidazione, o parti di essa (comma 1), a un soggetto selezionato sulla base di una procedura aperta, concorrenziale, non discriminatoria di selezione (comma 3) dell’offerta di acquisto più conveniente. Tale soggetto è stato in particolare individuato in Intesa Sanpaolo, come annunciato dalla banca in un comunicato stampa del 26 giugno. Per assicurare la continuità dell’esercizio dell’impresa, sono previste misure speciali – anche in deroga alle disposizioni civilistiche – per garantire l’immediata efficacia della cessione nei confronti dei terzi (articolo 3, comma 2). Il comma 4 prevede che, se la concentrazione che deriva dalla cessione non è disciplinata dal regolamento comunitario sulle concentrazioni tra imprese, essa si intende autorizzata anche in deroga alle procedure stabilite dalla legislazione nazionale antitrust, per rilevanti interessi generali dell’economia nazionale. Il comma 5 dispone che, se la cessione comprende titoli assistiti da garanzia dello Stato su passività di 7 nuova emissione (disciplinate dal decreto-legge n. 237 del 2016), il corrispettivo della garanzia è riconsiderato per tener conto della rischiosità del soggetto garantito. Il cessionario può altresì rinunciare, in tutto o in parte, alla garanzia dello Stato per i titoli da esso acquistati; in questo caso, la garanzia si estingue e, in relazione alla rinuncia, non è dovuto alcun corrispettivo. Più in dettaglio, il comma 1 dell’articolo 3 dispone che i commissari liquidatori cedano le aziende bancarie di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza, o singoli rami, nonché i beni, i diritti e i rapporti giuridici individuabili in blocco, ovvero attività e passività anche parziali o per una quota di ciascuna di esse, ad un soggetto individuato sulla base di una procedura aperta, concorrenziale, non discriminatoria di selezione dell’offerta di acquisto più conveniente, ai sensi del comma 3. Alla cessione non si applica la speciale disciplina di vigilanza prevista dal Testo Unico Bancario per le cessioni di banche (articolo 58, commi 1, 2, 4, 5, 6 e 7 del TUB), salvo per quanto espressamente richiamato nel decreto in esame. In sintesi, l’articolo 58 (comma 1) TUB prevede che la Banca d’Italia emani istruzioni per la cessione a banche di aziende, di rami d’azienda, di beni e rapporti giuridici individuabili in blocco. Tali istruzioni possono stabilire che le operazioni di maggiore rilevanza siano sottoposte ad autorizzazione (comma 1). Si prevede una specifica forma di pubblicità (comma 2) dell’avvenuta cessione, che dopo la pubblicazione produce efficacia nei confronti del debitore (comma 4). I creditori ceduti hanno facoltà, entro tre mesi dagli adempimenti pubblicitari predetti, di esigere dal cedente o dal cessionario l’adempimento delle obbligazioni oggetto di cessione. Trascorso il termine di tre mesi, il cessionario risponde in via esclusiva (comma 5). Le disposizioni di vigilanza si applicano anche alle cessioni in favore dei soggetti, diversi dalle banche, inclusi nell’ambito della vigilanza consolidata e in favore degli intermediari finanziari iscritti all’albo (comma 7). Dalla lettera della norma sembrano trovare applicazione nel caso di specie: il comma 3 dell’articolo 58, che mantiene ferma la validità dei privilegi e le garanzie di qualsiasi tipo, da chiunque prestati o comunque esistenti a favore del cedente, nonché le trascrizioni nei pubblici registri degli atti di acquisto dei beni oggetto di locazione finanziaria compresi nella cessione, senza bisogno di alcuna formalità o annotazione; restano altresì applicabili, ai sensi di detto comma 3, le discipline speciali, anche di carattere processuale, previste per i crediti ceduti; il comma 6 dell’articolo 58, il quale prevede che le parti di contratti ceduti possano recedere entro tre mesi dagli adempimenti pubblicitari suddetti, se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la responsabilità del cedente. Non si applica inoltre, stante la specialità della disciplina in esame, la norma sulla cessione dell’impresa nel contesto delle ordinarie operazioni di liquidazione coatta amministrativa (di cui all’articolo 90, comma 2 TUB). Le norme in esame espressamente escludono dalla cessione, anche in deroga al principio della par condicio creditorum (sancito dall’articolo 2741 c.c.): determinate passività indicate dalle norme sul bail-in nel quadro di una procedura di risoluzione (art. 52, comma 1, lettera a), punti i), ii), iii) e iv), del D.Lgs. n. 180 del 2015). Si tratta, in particolare: delle riserve e del capitale rappresentato da azioni, anche non computate nel capitale regolamentare, nonché dagli altri strumenti finanziari computabili nel capitale primario di classe 1, con conseguente estinzione dei relativi diritti amministrativi e patrimoniali; del valore nominale degli strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1, anche per la parte non computata nel capitale regolamentare; del valore nominale degli elementi di classe 2, anche per la parte non computata nel capitale regolamentare; del valore nominale dei debiti subordinati diversi dagli strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1 o dagli elementi di classe 2. i debiti delle banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati, derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse; le passività derivanti da controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa. Il comma 2 prevede norme speciali per assicurare l’immediata efficacia della cessione nei confronti dei terzi, anche in considerazione della necessità di assicurare la continuità dell’esercizio dell’impresa per evitare lo scioglimento dei contratti conseguente all’avvio della procedura concorsuale. In particolare si dispone l’efficacia della cessione verso i terzi a seguito della pubblicazione sul sito della Banca d’Italia della notizia della cessione. Al riguardo si evidenzia che il 26 giugno 2017 sul sito della Banca d’Italia è stato pubblicata la notizia del contratto di cessione a Intesa Sanpaolo S.p.A. di ramo delle aziende bancarie Veneto Banca S.p.A. in l.c.a. e Banca Popolare di Vicenza S.p.a. in l.c.a.. Sono esclusi dal perimetro della cessione, tra l’altro, i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute) e ulteriori attività e passività delle banche in liquidazione, come specificate nel contratto di 8 cessione. Sono altresì esclusi i diritti degli azionisti, gli strumenti di capitale (computabili e non nei fondi propri) e le passività subordinate. Il cessionario succede, senza soluzione di continuità, alle banche in liquidazione coatta amministrativa nei diritti, nelle attività, nelle passività, nei rapporti, nei privilegi e nelle garanzie, nonché nei giudizi, oggetto di cessione, secondo quanto previsto nell’offerta dallo stesso formulata e oggetto di accettazione da parte dei commissari liquidatori delle banche medesime. L’acquisto delle suddette attività e passività prevede il pagamento del corrispettivo simbolico di 1 euro da parte del cessionario ed è stato da questi condizionato all’attivazione di talune misure di intervento pubblico a sostegno della cessione, come disciplinate dal provvedimento in esame. Non è dunque necessario svolgere altri adempimenti previsti dalla legge, anche a fini costitutivi, di pubblicità notizia o dichiarativa, ivi inclusi quelli previsti dagli articoli 1264 (per l’efficacia della cessione nei confronti del debitore), 2022 (sui trasferimenti dei titoli nominativi), 2355 (sugli adempimenti per la circolazione delle azioni), 2470 (sui trasferimenti di quote di s.r.l.), 2525 (sul passaggio delle quote in società cooperative), 2556 (sui trasferimenti di imprese soggette a registrazione) e 2559, primo comma (sulla cessione dei crediti relativi all’azienda ceduta), del codice civile, né adempiere a quanto previsto dal già illustrato articolo 58, comma 2, del Testo unico bancario. Ferme restando la validità dei privilegi e delle garanzie di qualsiasi tipo, da chiunque prestati o comunque esistenti a favore del cedente, nonché le trascrizioni nei pubblici registri degli atti di acquisto dei beni oggetto di locazione finanziaria compresi nella cessione (già illustrato articolo 58, comma 3, TUB), il cessionario effettua gli adempimenti eventualmente richiesti a fini costitutivi, di pubblicità notizia o dichiarativa, così come l’indicazione di dati catastali e confini per gli immobili trasferiti, entro 180 giorni dalla pubblicazione sul sito (dunque entro il 23 dicembre 2017). Restano fermi gli obblighi di comunicazione previsti dall’articolo 120 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 in tema di decorrenza delle valute e calcolo degli interessi. Nei confronti dei debitori ceduti la pubblicazione sul sito produce gli effetti indicati dall’articolo 1264 del codice civile, diventando dunque efficace nei loro confronti. Inoltre, non si applicano i termini previsti dalla legge (articolo 47 della legge 29 dicembre 1990, n. 428) per le comunicazioni relative ai trasferimenti d’azienda in cui sono complessivamente occupati più di quindici lavoratori. Il cessionario risponde solo dei debiti ricompresi nel perimetro della cessione; questi non è obbligato solidalmente con il cedente, nel caso di cessione dell’azienda nella cui attività è stato commesso un reato, al pagamento della sanzione pecuniaria prevista dalla legge (non si applica dunque l’articolo 31 del D.lgs. n. 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa di enti e società). Si chiarisce che al cessionario si applica l’articolo 47, comma 9, del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180 in tema di cessione di enti sottoposti a risoluzione. In tali ipotesi il cessionario succede all’ente risolto, limitatamente ai diritti, alle attività o alle passività ceduti: a) nel diritto alla libera prestazione dei servizi in un altro Stato membro; b) nel diritto allo stabilimento in un altro Stato membro; c) nei diritti di partecipazione dell’ente sottoposto a risoluzione a infrastrutture di mercato, a sedi di negoziazione, a sistemi di indennizzo degli investitori e a sistemi di garanzia dei depositanti, purché il cessionario rispetti i requisiti per la partecipazione a detti sistemi. Sono previste regole specifiche per i beni culturali, come definiti ai sensi del relativo codice (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42). In particolare, ai fini dell’esercizio della prelazione di acquisto da parte del MIBACT o degli enti territoriali autorizzati ex lege, la denuncia di trasferimento (di cui all’articolo 59) è effettuata dal cessionario entro trenta giorni dalla conclusione del contratto di cessione. Inoltre, la condizione sospensiva prevista dall’articolo 61, comma 4, del medesimo decreto legislativo si applica alla sola clausola del contratto di cessione relativa al trasferimento dei beni culturali. In sintesi, ai sensi dell’articolo 60 del codice dei beni culturali, il Ministero o, ove previsto dalla legge, la regione o gli altri enti pubblici territoriali interessati, hanno facoltà di acquistare in via di prelazione i beni culturali alienati a titolo oneroso o conferiti in società, rispettivamente, al medesimo prezzo stabilito nell’atto di alienazione o al medesimo valore attribuito nell’atto di conferimento. La prelazione è esercitata nel termine di sessanta giorni dalla data di ricezione della denuncia di trasferimento. 4. In pendenza del predetto termine, l’atto di alienazione rimane condizionato sospensivamente all’esercizio della prelazione e all’alienante è vietato effettuare la consegna della cosa. Non si applica il comma 6 del medesimo articolo, che, nel caso in cui il Ministero eserciti la prelazione su parte delle cose alienate, consente all’acquirente di recedere dal contratto. Al contratto di cessione, nella parte in cui esso ha ad oggetto il trasferimento di beni immobili, non si applicano: l’articolo 6 del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192 (in tema di obbligo di allegare all’atto di vendita l’attestato di prestazione energetica degli edifici); l’articolo 29, comma 1-bis, della legge 27 febbraio 1985, n. 52 (relativo all’obbligo di allegare all’atto di trasferimento le planimetrie ed altri dati catastali); l’articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica, 6 giugno 200, n.. 380 (relativo all’obbligo di allegare il certificato di destinazione urbanistica agli atti di trasferimento di beni immobili); l’articolo 36, nella parte in cui prevede il diritto del locatore ceduto di opporsi alla cessione del contratto di locazione 9 da parte del conduttore, per il caso in cui gli immobili siano parte di un’azienda, e l’articolo 38 della legge 27 luglio 1978, n. 392 (quest’ultimo in tema di prelazione del conduttore nell’acquisto di un immobile locato) (comma 2, lettera a) dell’articolo 3 in esame); le nullità di cui agli articoli 46 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 e 40, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (rispettivamente riferite ai trasferimenti di edifici, o loro parti, senza estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria, ovvero senza licenza o concessione ad edificare). Si chiarisce che, ove l’immobile ceduto si trovi nelle condizioni previste per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria, il cessionario presenta domanda di permesso in sanatoria entro centoventi giorni dalla conclusione del contratto di cessione (comma 2, lettera b) dell’articolo 3 in esame); le altre ipotesi di nullità previste dalla vigente disciplina in materia urbanistica, ambientale o relativa ai beni culturali e qualsiasi altra normativa nazionale o regionale, comprese le regole dei piani regolatori o del governo del territorio degli enti locali e le pianificazioni di altri enti pubblici che possano incidere sulla conformità urbanistica, edilizia, storica ed architettonica dell’immobile (comma 2, lettera c) dell’articolo 3 in esame). . Il comma 3 stabilisce che il cessionario sia individuato, anche sulla base di trattative a livello individuale, nell’ambito di una procedura, anche se svolta prima dell’entrata in vigore del decreto, aperta, concorrenziale, non discriminatoria di selezione dell’offerta di acquisto più conveniente, nonché avendo riguardo agli impegni che esso dovrà assumersi ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato. Le spese per la procedura selettiva, incluse quelle per la consulenza di esperti in materia finanziaria, contabile, legale, sono a carico del soggetto in liquidazione e possono essere anticipate dal Ministero. Una volta recuperate, dette somme sono acquisite all’erario mediante versamento all’entrata del bilancio dello Stato. In proposito si veda supra la comunicazione della Banca d’Italia sul proprio sito internet. L’acquirente è stato individuato in Intesa Sanpaolo, come annunciato dalla banca in un comunicato stampa del 26 giugno. Inoltre, come anticipato nella premessa al presente lavoro, a parere della Commissione UE, il soggetto acquirente è stato scelto in una procedura aperta, equa e trasparente, gestita interamente dalle autorità italiane, che hanno assicurato la vendita degli asset secondo la migliore offerta ricevuta: non si tratta dunque di un aiuto di Stato nei confronti di Intesa. Le autorità europee reputano che detta vendita consentirà di abbassare l’ammontare della rimanente massa liquidatoria, finanziata da crediti forniti da Intesa. Il comma 4 prevede che, se la concentrazione che deriva dalla cessione non è disciplinata dal regolamento comunitario sulle concentrazioni tra imprese (regolamento (UE) n. 139/2004), essa si intende autorizzata, in deroga alle procedure stabilite dalla legislazione nazionale antitrust, per rilevanti interessi generali dell’economia nazionale. Infine, il comma 5 dispone che se la cessione comprende titoli assistiti da garanzia dello Stato su passività di nuova emissione (disciplinate dal decreto-legge n. 237 del 2016), il corrispettivo della garanzia è riconsiderato per tener conto della rischiosità del soggetto garantito. Il cessionario può altresì rinunciare, in tutto o in parte, alla garanzia dello Stato per i titoli da esso acquistati; in questo caso, la garanzia si estingue e, in relazione alla rinuncia, non è dovuto alcun corrispettivo. Si ricorda in questa sede che il Capo I del decreto-legge. n. 237 del 2016 ha disciplinato la concessione della garanzia dello Stato sulle passività delle banche aventi sede legale in Italia (articoli 1-9) e sui finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia alle banche italiane per fronteggiare gravi crisi di liquidità (emergency liquidity assistance – ELA, articoli 10-11). La garanzia è concessa dal MEF nel rispetto della disciplina europea in materia di aiuti di Stato, sulla base di una decisione positiva della Commissione europea sul regime di concessione della garanzia o, nel caso la banca beneficiaria soffra di una carenza di capitale, sulla notifica individuale. Per accedere alla garanzia gli strumenti di debito devono essere emessi successivamente all’entrata in vigore del decreto legge, con durata residua non inferiore a tre mesi e non superiore a cinque anni (o a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite), e rimborso del capitale in un’unica soluzione a scadenza; essi inoltre devono essere a tasso fisso, in euro, senza clausole di subordinazione nel rimborso del capitale e nel pagamento degli interessi, non devono essere titoli strutturati o prodotti complessi né incorporare una componente derivata. L’ammontare delle garanzie è limitato a quanto strettamente necessario per ripristinare la capacità di finanziamento a medio-lungo termine delle banche beneficiarie; l’ammontare massimo delle operazioni di ciascuna banca non può eccedere, di norma, i fondi propri a fini di vigilanza. L’autorità di vigilanza verifica il rispetto dei requisiti di fondi propri e l’inesistenza di carenze di capitale evidenziate nell’ambito di prove di stress. La garanzia può essere concessa anche a favore di una banca che non rispetta tali requisiti, se la banca ha urgente bisogno di sostegno della liquidità; ovvero a favore di una banca in risoluzione o di un ente-ponte a seguito di notifica individuale alla Commissione. La garanzia è onerosa, incondizionata, irrevocabile e a prima richiesta e copre il capitale e gli interessi; il valore nominale degli strumenti finanziari con durata superiore ai 3 anni sui quali può essere prestata la garanzia non può eccedere un terzo del valore nominale totale degli strumenti finanziari emessi dalla banca; sono escluse dalla 10 garanzia le passività computabili nei fondi propri a fini di vigilanza. Nel caso di banche con urgente bisogno di sostegno alla liquidità, di banche in risoluzione e di ente-ponte, la garanzia può essere concessa, su strumenti finanziari con scadenza non superiore a due mesi, in deroga al limite minimo di durata di tre mesi ordinariamente fissato dalle norme in commento. Il corrispettivo per la garanzia è determinato caso per caso sulla base della valutazione del rischio di ciascuna operazione, in linea con le comunicazioni della Commissione in materia. La richiesta della garanzia è presentata secondo un modello predisposto dal Dipartimento del Tesoro, il quale la concede sulla base di una valutazione positiva della Banca d’Italia. A specifiche condizioni, la banca è tenuta a presentare un piano di ristrutturazione per confermare la redditività e la capacità di raccolta a lungo termine senza ricorso al sostegno pubblico, da sottoporre alla Commissione europea. Qualora una banca non sia in grado di adempiere all’obbligazione garantita, invia – entro 30 giorni dalla scadenza – una richiesta motivata alla Banca d’Italia e al Tesoro, il quale provvede al pagamento. La banca rimborsa le somme pagate dallo Stato con l’applicazione di interessi al tasso legale; contestualmente, essa presenta un piano di ristrutturazione da sottoporre alla Commissione europea. Le somme corrisposte dal Tesoro agli istituti di credito per onorare la garanzia sono vincolate per destinazione e non aggredibili da altri creditori della banca a diverso titolo. Si rinvia all’articolo 1 del provvedimento in esame per ulteriori dettagli sulle emissioni obbligazionarie garantite effettuate della banche in liquidazione ai sensi della predetta disciplina. Articolo 4 – Interventi dello Stato L’articolo 4 autorizza il Ministro ad effettuare specifici interventi pubblici a sostegno dell’operazione di liquidazione delle banche venete (comma 1). Più in dettaglio si tratta dei seguenti interventi: 1. concessione della garanzia dello Stato a copertura dello sbilancio di cessione; 2. erogazione di un supporto finanziario per ricostituire i fondi propri del cessionario, per un ammontare idoneo a fronteggiare l’assorbimento patrimoniale derivante dalle attività ponderate per il rischio acquisito; 3. concessione della garanzia dello Stato sull’adempimento di obblighi delle due banche in liquidazione, in relazione a impegni, dichiarazioni e garanzie da esse assunti; 4. erogazione al cessionario di fondi a sostegno di misure di ristrutturazione aziendale. Il cessionario anticipa al commissario liquidatore le spese necessarie per il funzionamento della procedura di liquidazione coatta amministrativa (comma 2); è previsto uno specifico ordine per il pagamento dei crediti concessi dal cessionario degli asset e per l’escussione delle garanzie statali (comma 3). Si prevede poi lo svolgimento di una due diligence sul compendio ceduto, con possibilità di retrocedere al cedente alcuni beni ed asset aziendali (commi 4 e 7), a specifiche condizioni di legge oppure secondo quanto appositamente previsto dal contratto di cessione (commi 5 e 6). Più in dettaglio, ai sensi del comma 1 il Ministro dell’economia e delle finanze, anche in deroga alle norme di contabilità di Stato, con uno o più decreti dispone le seguenti misure: a) concessione della garanzia dello Stato, autonoma e a prima richiesta, sull’adempimento, da parte del soggetto in liquidazione: 1. degli obblighi derivanti dal finanziamento, erogato dal cessionario o da società che, al momento dell’avvio della liquidazione coatta amministrativa, appartenevano al gruppo bancario di una delle banche, a copertura dello sbilancio di cessione, definito in esito alla procedura – appositamente prevista – di due diligence, disciplinata al comma 4 del presente articolo, e alle retrocessioni di beni ed asset dal cessionario al cedente (di cui al comma 5, lettera a): si tratta di partecipazioni detenute da società che, all’avvio della liquidazione coatta amministrativa, erano controllate da una delle banche, nonché di crediti di dette società classificati come attività deteriorate). La garanzia può essere concessa per un importo massimo di 5.351 milioni di euro, elevabile fino a 6.351 milioni di euro, a seguito della predetta due diligence; 2. degli obblighi di riacquisto dei crediti ad alto rischio non classificati come attività deteriorate, indicati dal comma 5, lettera b), per un importo massimo di 4.000 milioni di euro; b) fornitura di supporto finanziario al cessionario delle banche in liquidazione, a fronte del fabbisogno di capitale generato dall’operazione di cessione, per un importo massimo di 3.500 milioni di euro; c) concessione della garanzia dello Stato, autonoma e a prima richiesta, sull’adempimento degli obblighi a carico del soggetto in liquidazione derivanti da impegni, dichiarazioni e garanzie concesse dal soggetto in liquidazione nel contratto di cessione, per un importo massimo pari alla somma tra 1.500 milioni di euro e il risultato della differenza tra il valore dei contenziosi pregressi dei soggetti in liquidazione, come indicato negli atti di causa, e il relativo accantonamento a fondo rischi, per un importo massimo di euro 491 milioni; d) l’erogazione al cessionario di risorse a sostegno di misure di ristrutturazione aziendale, in conformità agli impegni assunti dal cessionario necessari ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato, per un importo massimo di euro 1.285 milioni. Complessivamente, dunque, l’iniezione di liquidità è pari a circa 4,8 miliardi di euro e la concessione di 11 garanzie statali arriva ad un ammontare massimo di circa 12 miliardi di euro. Ai sensi del comma 2, i provvedimenti ministeriali di adozione delle misure in esame devono stabilire uno specifico contenuto del contratto di cessione: occorre che tale contratto preveda l’anticipazione da parte del cessionario, al commissario liquidatore, delle spese necessarie per il funzionamento della procedura di liquidazione coatta amministrativa, incluse le indennità spettanti agli organi liquidatori. Si segnala che la norma in esame fa rinvio “al decreto di cui all’articolo 2, comma 1”; tale disposizione si riferisce invece ad uno o più decreti, aventi ad oggetto misure eterogenee tra loro. Il decreto prevede quindi che il Ministero rimborsi al cessionario quanto anticipato. Il Ministero acquisisce un credito nei confronti del soggetto sottoposto a liquidazione coatta amministrativa per il rimborso. Il credito derivante dall’anticipo concesso dal cessionario o dal rimborso effettuato dal Ministero è prededucibile ai sensi delle specifiche regole della legge fallimentare (articolo 111, comma 1, numero 1) e articolo 111-bis della legge fallimentare) L’articolo 111, comma 1 della L.F. reca l’ordine con cui sono erogate le somme ricavate dalla liquidazione dell’attivo, ponendo in prima posizione quelle per il pagamento dei crediti prededucibili. Si tratta di crediti qualificati come tali dalla legge e soddisfatti con preferenza rispetto agli altri. Ai sensi dell’articolo 111-bis, i crediti prededucibili vanno anzitutto accertati secondo le modalità di legge, salvo specifiche esclusioni. Essi vanno soddisfatti per il capitale, le spese e gli interessi con il ricavato della liquidazione del patrimonio mobiliare e immobiliare, tenuto conto delle rispettive cause di prelazione, con esclusione di quanto ricavato dalla liquidazione dei beni oggetto di pegno ed ipoteca per la parte destinata ai creditori garantiti. Il corso degli interessi cessa al momento del pagamento. I crediti prededucibili sorti nel corso del fallimento che sono liquidi, esigibili e non contestati per collocazione e per ammontare, possono essere soddisfatti ai di fuori del procedimento di riparto se l’attivo è presumibilmente sufficiente a soddisfare tutti i titolari di tali crediti. Il pagamento deve essere autorizzato dal comitato dei creditori ovvero dal giudice delegato. Se l’attivo è insufficiente, la distribuzione deve avvenire secondo i criteri della graduazione e della proporzionalità, conformemente all’ordine assegnato dalla legge. Il comma 3 dispone che il credito del cessionario derivante dal finanziamento a copertura dello sbilancio di cessione, nella misura garantita dallo Stato, e il relativo credito di regresso dello Stato derivante dall’escussione della garanzia, siano pagati dopo i crediti prededucibili, ai sensi degli illustrati articoli 111, comma 1, numero 1) e 111-bis della legge fallimentare, e prima di ogni altro credito. Per i pagamenti effettuati ai sensi delle altre misure di cui al comma 1 (lettera a), punto ii., e lettere b), c) e d)), il Ministero acquisisce un credito nei confronti del soggetto sottoposto a liquidazione coatta amministrativa. Il credito del Ministero e il credito del cessionario derivante da violazione, inadempimento o non conformità degli impegni, dichiarazioni e garanzie concesse dal soggetto in liquidazione e garantiti dallo Stato, sono pagati con preferenza rispetto ai crediti chirografari, ma dopo i crediti per il finanziamento dello sbilancio di cessione. Il medesimo trattamento è riservato alla parte non garantita del credito del cessionario derivante dal finanziamento dello sbilancio di cessione. Il comma 4 disciplina, come anticipato, la procedura di due diligence. Entro il termine previsto dal contratto di cessione, un collegio di esperti indipendenti effettua una due diligence sul compendio ceduto, secondo quanto previsto nel contratto di cessione e applicando i criteri di valutazione ivi previsti, anche ai sensi dell’articolo 1349, primo comma, del codice civile. La richiamata norma del codice prevede che, ove la determinazione della prestazione dedotta in contratto sia deferita a un terzo e non risulta che le parti vollero rimettersi al suo mero arbitrio, il terzo deve procedere con equo apprezzamento. Il collegio è composto da tre componenti, di cui uno nominato dal Ministero, uno dal cessionario ed il terzo, con funzione di Presidente, designato di comune accordo dagli esperti nominati dalle parti o, in mancanza di accordo, dal Presidente del Tribunale di Roma. Tali esperti possiedono i requisiti indicati dall’articolo 15, comma 3, del decreto-legge 23 dicembre 2016, n. 237, ovvero non devono avere in corso né devono avere intrattenuto relazioni di affari, professionali o finanziarie con la banca o la capogruppo richiedenti l’intervento statale, tali da comprometterne l’indipendenza. Ad esito della due diligence: a) il Ministro dell’economia e delle finanze dispone con decreto l’eventuale adeguamento dell’importo dell’intervento, nei limiti del comma 1, lettera b), ovvero 3.500 milioni di euro; b) il cessionario può restituire o retrocedere al soggetto in liquidazione attività, passività o rapporti dei soggetti in liquidazione o di società appartenenti ai gruppi bancari delle banche, entro il termine e alle condizioni definiti dal decreto ministeriale di adozione delle misure in commento. Si applica la predetta lettera a) in ordine agli adeguamenti dell’importo. 12 Il comma 5 autorizza il contratto di cessione a prevedere, in favore del cessionario, la possibilità di retrocedere alle banche in liquidazione i seguenti beni: a) partecipazioni detenute da società che, all’avvio della liquidazione coatta amministrativa, erano controllate da una delle banche, nonché i crediti di dette società classificati come attività deteriorate; b) crediti ad alto rischio non classificati come attività deteriorate, entro tre anni dalla cessione. Il comma 6 dispone che alle restituzioni e retrocessioni stabilite ex lege o contrattualmente si applicano le specifiche norme derogatorie, in tema di cessioni di beni, indicate all’articolo 3, comma 2, per i trasferimenti di asset dai soggetti in liquidazione al cessionario. Si rinvia alla relativa scheda di lettura per la loro puntuale individuazione. Nel caso di restituzioni e retrocessioni ad esito della due diligence, (comma 7) così come nel caso di restituzioni al soggetto in liquidazione in forza di condizioni risolutive della cessione pattuite nel contratto, il soggetto in liquidazione risponde dei debiti e delle passività restituiti o retrocessi, con piena liberazione del cessionario retrocedente anche nei confronti dei creditori e dei terzi. Articolo 5 – Cessione di crediti deteriorati L’articolo 5 disciplina la cessione alla Società per la Gestione di Attività S.p.A., da parte dei commissari liquidatori, dei crediti deteriorati e di altri attivi non ceduti o retrocessi. Il corrispettivo della cessione è rappresentato da un credito della liquidazione nei confronti della società, pari al valore di iscrizione contabile dei beni e dei rapporti giuridici ceduti nel bilancio della SGA S.p.A.. A quest’ultima è attribuita l’amministrazione degli stessi. Ai sensi del comma 1, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze si prevede che i commissari liquidatori cedano alla Società per la Gestione di Attività S.p.A. (di seguito SGA), crediti deteriorati e altri attivi delle banche poste in liquidazione non ceduti (secondo l’articolo 3 del provvedimento in esame) o retrocessi (secondo l’articolo 4 ), unitamente ad eventuali altri beni, contratti, rapporti giuridici accessori o connessi ai crediti ceduti alla SGA. La disposizione prevede una deroga alle norme del Testo unico bancario in tema di cessioni di rami d’azienda bancaria (articoli 58, commi 1, 2, 4, 5, 6 e 7 e 90, comma 2). Si applica l’articolo 3, comma 2 il quale prevede che, in caso di urgenza, il Ministro dell’economia e delle finanze sostituisca il CICR e dei provvedimenti assunti dia notizia al CICR nella prima riunione successiva, che deve essere convocata entro trenta giorni. Si ricorda che le disposizioni – oggetto di deroga – di cui all’articolo 58 TUB riguardano, in particolare: la disciplina della cessione di rapporti giuridici, con particolare riferimento alle istruzioni emanate dalla Banca d’Italia per la cessione a banche di aziende, di rami d’azienda, di beni e rapporti giuridici individuabili in blocco; le disposizioni in materia di pubblicità e trasparenza dell’avvenuta cessione per le quali il TUB prevede l’iscrizione nel registro delle imprese e la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, nonché la possibilità che Banca d’Italia stabilisca forme integrative di pubblicità; gli effetti civilistici di cui all’art. 1264 in termini di efficacia della cessione riguardo al debitore ceduto degli adempimenti pubblicitari stessi; la facoltà dei creditori ceduti, entro tre mesi dagli adempimenti pubblicitari, di esigere dal cedente o dal cessionario l’adempimento delle obbligazioni oggetto di cessione; la possibilità da parte di coloro che sono parte dei contratti ceduti di recedere dal contratto entro tre mesi dagli adempimenti pubblicitari se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la responsabilità del cedente. Infine, la disposizione oggetto di deroga di cui all’articolo 90 (liquidazione dell’attivo), si riferisce invece alla possibilità, prevista dal TUB, che i commissari, con il parere favorevole del comitato di sorveglianza e previa autorizzazione della Banca d’Italia, possano cedere attività e passività, l’azienda, rami d’azienda nonché beni e rapporti giuridici individuabili in blocco. Il comma 2 stabilisce che il corrispettivo della cessione sia rappresentato da un credito della liquidazione coatta amministrativa nei confronti della SGA S.p.A,. pari al valore di iscrizione contabile dei beni e dei rapporti giuridici ceduti nel bilancio della SGA S.p.A.. Il comma 3 prevede che la SGA S.p.A. amministri i crediti e gli altri beni e rapporti giuridici acquistati ai sensi del comma 1. In tal senso è prevista una deroga alle disposizioni di carattere generale emanate dalla Banca d’Italia, aventi ad oggetto l’adeguatezza patrimoniale, di cui all’articolo 108 in materia di vigilanza del Testo unico bancario. Il comma 4 prevede che: la SGA possa costituire uno o più patrimoni destinati esclusivamente all’esercizio dell’attività di amministrazione dei crediti e degli altri beni e rapporti giuridici acquistati ai sensi del presente articolo; i patrimoni destinati possano essere costituiti per un valore anche superiore al 10 per cento del patrimonio netto della società; la relativa deliberazione dell’organo di amministrazione determini i beni e i rapporti giuridici compresi nel 13 patrimonio destinato; detta deliberazione sia depositata, iscritta e pubblicata secondo le previsioni civilistiche (articolo 2436 del codice civile, che disciplina gli adempimenti pubblicitari per le modifiche statutarie nelle società per azioni); ai sensi del secondo comma dell’articolo 2447-quater del codice civile, nel termine di sessanta giorni dall’iscrizione della deliberazione nel registro delle imprese, i creditori sociali anteriori all’iscrizione possano fare opposizione. Il tribunale, nonostante l’opposizione, può disporre che la deliberazione sia eseguita previa prestazione da parte della società di idonea garanzia; decorsi 60 giorni dall’iscrizione della deliberazione, ovvero dopo l’iscrizione nel registro delle imprese del provvedimento del tribunale, i beni e i rapporti giuridici individuati siano destinati esclusivamente al soddisfacimento del credito della liquidazione coatta amministrativa nei confronti della SGA (comma 2 dell’articolo 5 in commento) e costituiscano patrimonio separato a tutti gli effetti da quello della SGA e dagli altri patrimoni destinati eventualmente costituiti; per le obbligazioni contratte in relazione al patrimonio destinato, la SGA risponda nei limiti del patrimonio stesso, salvo che la deliberazione dell’organo di amministrazione non disponga diversamente; si applichino le disposizioni di cui all’articolo 2447-quinquies, cc. 2, 3 e 4 del codice civile in materia di diritti dei creditori; i beni e i rapporti compresi nel patrimonio destinato siano distintamente indicati nello stato patrimoniale della società; si applichino le disposizioni dell’articolo 2447-septies del codice civile, in materia di bilancio che impongono una separata evidenziazione dei rendiconti riferiti ai diversi patrimoni; il rendiconto separato sia redatto in conformità ai principi contabili internazionali; infine, per quanto non diversamente disposto dall’articolo in esame, ai patrimoni destinati si applichino le disposizioni del codice civile sopra richiamate. Il comma 5 prevede che la costituzione dei patrimoni destinati possa essere disposta anche con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze pubblicato per estratto e per notizia nella Gazzetta Ufficiale. In questo caso, la costituzione ha efficacia dal giorno della pubblicazione del decreto nella Gazzetta Ufficiale o, se precedente, da quello della pubblicazione effettuata da parte della Banca d’Italia sul proprio sito (cfr. art. 3, c. 2, primo periodo, del provvedimento in esame). E’ prevista a riguardo una deroga al regime civilistico di cui all’articolo 2447-quater, secondo comma, in materia di pubblicità della costituzione del patrimonio destinato e all’articolo 2447-quinquies, commi primo e secondo, in materia di diritti dei creditori. Il comma 5 stabilisce altresì che i patrimoni destinati costituiti con decreto possano essere modificati con deliberazione dell’organo di amministrazione della SGA S.p.A. in conformità a quanto previsto al comma 4. Il comma 6 dispone che alla società SGA S.p.A. si applichi la disposizione ai sensi della quale il Ministero dell’economia e delle finanze, nell’esercizio dei propri diritti di azionista, provvede a nominare i nuovi consigli, prevedendo la composizione degli stessi con tre membri, di cui due dipendenti dell’amministrazione economico-finanziaria e il terzo con funzioni di amministratore delegato (ultimi due periodi dell’articolo 23- quinquies, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, Decreto Revisione spesa pubblica). Articolo 6 – Misure di ristoro L’articolo 6 disciplina le misure di ristoro a favore degli investitori che, al momento dell’avvio della liquidazione coatta amministrativa, detenevano strumenti finanziari di debito subordinato emessi dalle banche poste in liquidazione col presente provvedimento, sottoscritti o acquistati entro la data del 12 giugno 2014 nell’ambito di un rapporto negoziale diretto con le medesime Banche emittenti. Tali soggetti possono accedere alle prestazioni del Fondo di solidarietà, istituito dalla legge di stabilità per il 2016, in favore dei soggetti che avevano investito in strumenti finanziari subordinati delle istituzioni bancarie poste in risoluzione alla fine di novembre 2015. Il comma 1 prevede che gli investitori (persone fisiche, imprenditori individuali, imprenditori agricoli o coltivatori diretti o i loro successori mortis causa) che, al momento dell’avvio della liquidazione coatta amministrativa di cui al provvedimento in esame, detenevano strumenti finanziari di debito subordinato emessi dalle banche poste in liquidazione e acquistati nell’ambito di un rapporto negoziale diretto con le medesime emittenti, possono accedere alle prestazioni del Fondo di solidarietà per l’erogazione di prestazioni in favore degli investitori, istituito dalla legge di stabilità per il 2016 (legge n. 208/2015, art. 1, comma 855). Il comma 855 prevedeva che il Fondo fosse destinato ai soggetti che, alla data di entrata in vigore del decretolegge 22 novembre 2015, n. 183, detenevano strumenti finanziari subordinati emessi dagli istituti sottoposti a risoluzione a fine novembre 2015. Il comma 1 in esame stabilisce altresì che l’accesso al Fondo di solidarietà avviene secondo quanto stabilito dall’articolo 1, commi da 855 a 861 della legge medesima, come nel tempo modificate e integrate. 14 I commi da 855 a 861 della richiamata legge di stabilità 2016 hanno istituito un Fondo di solidarietà in favore degli investitori persone fisiche, imprenditori individuali, coltivatori diretti o imprenditori agricoli che, alla data del 23 novembre 2015, detenevano strumenti finanziari subordinati emessi dalle banche poste in risoluzione alla fine di novembre 2015. L’accesso alle prestazioni è stato riservato agli investitori persone fisiche, imprenditori individuali, nonché imprenditori agricoli o coltivatori diretti. Il Fondo di solidarietà è alimentato dal Fondo interbancario di tutela dei depositi – FIDT in conformità con le norme europee sugli aiuti di Stato e da questo gestito con risorse proprie. La legge ha demandato a provvedimenti di rango secondario la definizione, tra l’altro, delle modalità di gestione del Fondo, delle modalità e le condizioni di accesso, inclusi le modalità e i termini per la presentazione delle istanza, delle procedure da esperire che possono anche essere di natura arbitrale (cfr. D.M. 9 maggio 2017, n. 83, Regolamento disciplinante la procedura di natura arbitrale di accesso al Fondo di solidarietà) e le ulteriori disposizioni attuative (comma 857). In caso di ricorso alla procedura arbitrale, le prestazioni del Fondo sono subordinate all’accertamento delle violazioni degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza previsti dal Testo Unico Finanziario (D.Lgs. n. 58 del 1998) per quanto riguarda i servizi e le attività di investimento concernenti i predetti strumenti finanziari subordinati (comma 858). Con D.P.C.M. del 28 aprile 2017, n. 82 del 13 giugno 2017 è stato emanato il regolamento recante i criteri e le modalità di nomina degli arbitri per l’erogazione, da parte del Fondo di solidarietà, di prestazioni in favore degli investitori. Esso è stato adottato sentite le Commissioni parlamentari competenti. Si ricorda che detti arbitri devono avere specifici requisiti di imparzialità, indipendenza, professionalità e onorabilità (comma 859). Gli articoli da 8 a 10 del decreto-legge n. 59 del 2016 hanno introdotto una disciplina di dettaglio in favore dei soggetti che hanno investito nelle banche sottoposte a procedure di risoluzione, che consente a specifiche condizioni di legge e in presenza di determinati presupposti di ordine patrimoniale e reddituale, di chiedere l’erogazione di un indennizzo forfetario. Si veda infra per ulteriori dettagli. L’articolo 26-bis, commi 1-3 del decreto-legge n. 237 del 2016 ha novellato le disposizioni del decreto-legge n. 59 del 2016 in materia di accesso al Fondo di solidarietà. In particolare le norme hanno ampliato la nozione di “investitore” che può accedere alle tutele del Fondo e hanno stabilito la gratuità del servizio di assistenza agli investitori per la compilazione e la presentazione delle istanze. La legge di stabilità 2016 ha comunque fatto salvo il diritto al risarcimento del danno, prevedendo la surroga del Fondo nel risarcimento e nel limite delle somme eventualmente corrisposte (comma 860). La gestione del Fondo di solidarietà è stata affidata al Fondo interbancario di tutela dei depositi, chiarendo che ai relativi oneri e spese di gestione si provvede esclusivamente con le risorse finanziarie del Fondo di solidarietà (comma 861). Il secondo periodo del comma 1 prevede che per investitori si intendono anche il coniuge, il convivente more uxorio e i parenti entro il secondo grado in possesso dei citati strumenti finanziari a seguito di trasferimento con atto tra vivi. Il terzo periodo del comma 1 chiarisce che esso si applica solo quando gli strumenti finanziari di debito subordinato sono stati sottoscritti o acquistati entro la data del 12 giugno 2014 e che, in caso di acquisto a titolo gratuito, si faccia riferimento al momento in cui lo strumento è stato acquistato dal dante causa. Il comma 2 stabilisce che agli investitori di cui al comma precedente si applichino le disposizioni in materia di accesso al Fondo di solidarietà con erogazione diretta di cui all’articolo 9 del richiamato decreto-legge 3 maggio 2016, n. 59. Il comma prevede altresì che l’istanza di erogazione dell’indennizzo forfettario (comma 6 del citato articolo 9) debba essere presentata, a pena di decadenza, entro il 30 settembre 2017. Più in dettaglio, l’articolo 9 disciplina l’accesso al Fondo di solidarietà con erogazione diretta. L’articolo stabilisce che gli investitori – in possesso di un patrimonio mobiliare di proprietà inferiore a 100.000 euro o con un reddito complessivo ai fini dell’IRPEF nell’anno 2014 inferiore a 35.000 euro – che abbiano acquistato gli strumenti finanziari delle banche poste in risoluzione, entro la data del 12 giugno 2014 e che li detenevano alla data della risoluzione delle Banche in liquidazione possono chiedere al Fondo l’erogazione di un indennizzo forfetario pari all’80 per cento del corrispettivo pagato per l’acquisto degli strumenti finanziari, al netto degli oneri e spese connessi all’operazione di acquisto e della differenza positiva tra il rendimento degli strumenti finanziari subordinati e il rendimento di mercato individuato secondo specifici parametri. Viene inoltre precisato che la presentazione dell’istanza di indennizzo forfettario preclude la possibilità di esperire la procedura arbitrale (ex commi da 857 a 860, legge stabilità 2016). Parimenti l’attivazione della procedura arbitrale preclude la possibilità di esperire la procedura di cui all’articolo 9 e laddove la predetta procedura sia stata già attivata, la relativa istanza è improcedibile. Limitatamente agli strumenti finanziari acquistati oltre il 12 giugno 2014 gli investitori possono accedere alla procedura arbitrale, anche laddove abbiamo fatto istanza per l’erogazione dell’indennizzo forfettario in relazione agli strumenti acquistati in data anteriore al 12 giugno 2014. Il Consiglio del Fondo interbancario di tutela dei depositi il 1° agosto 2016 ha approvato il Regolamento per gli indennizzi forfettari del Fondo di solidarietà, che definisce le modalità di invio delle istanze di indennizzo e le verifiche sulla completezza della documentazione e sulla sussistenza delle condizioni per l’accesso alla procedura di rimborso. Si ricorda che il termine per accedere all’indennizzo forfettario relativamente agli strumenti finanziari delle banche poste in risoluzione a novembre 2015 è stato prorogato al 31 maggio 2017 dall’articolo 26-bis del D.L. n. 237 del 2016. Articolo 7 – Disposizioni fiscali L’articolo 7 introduce apposite norme in materia fiscale riguardanti il trattamento delle cessioni previste dall’articolo 3, in riferimento ai profili relativi alle DTA, all’IVA, all’IRES e all’IRAP. 15 In sinesi si dispone che le cessioni di azienda previste dall’articolo 3 determinano anche la cessione delle DTA. Le stesse cessioni sono considerate cessioni di rami d’azienda e quindi escluse dall’IVA. Le eventuali plusvalenze sono inoltre esenti ai fini IRES e IRAP. I contributi erogati dal Ministero dell’economia e delle finanze al soggetto cessionario non concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini delle imposte dirette e al valore della produzione netta ai fini IRAP; mentre le spese sostenute dal cessionario nell’ambito delle misure di ristrutturazione aziendale sono comunque deducibili dal reddito complessivo ai fini delle imposte sul reddito e dal valore della produzione netta ai fini IRAP. In particolare, il comma 1 stabilisce che con le cessioni previste dall’articolo 3 (cessioni di azienda, di suoi singoli rami, di beni e di rapporti giuridici disposte con decreti del Ministro dell’Economia e delle finanze relativamente alle banche poste in liquidazione coatta amministrativa) sono trasferiti anche i crediti d’imposta convertiti (c.d. DTA) ai sensi dell’articolo 2, commi 55 – 56-ter, del decreto-legge n. 225 del 2010, con la possibilità di fruizione in capo ai cessionari dei medesimi crediti nella misura spettante ai cedenti. La disciplina delle Deferred Tax Assets – DTA (imposte differite attive) consente di qualificare come crediti d’imposta le attività per imposte anticipate iscritte in bilancio in presenza di perdita civilistica, fiscale, oppure in caso di liquidazione volontaria o assoggettamento a procedure concorsuali o di gestione delle crisi. La disciplina delle DTA è stata introdotta nell’ottica di migliorare il trattamento fiscale degli enti creditizi e finanziari, in sostanza per colmare il divario di incidenza delle imposte anticipate nei bilanci degli operatori italiani (in particolare gli enti creditizi e finanziari) rispetto a quelli europei. La finalità della disciplina per quanto riguarda gli enti creditizi, infatti, è quella di assicurare, attraverso la trasformazione, una “qualità” patrimoniale sufficiente a evitare, in presenza di perdite, eventuali necessarie ricapitalizzazioni, imposte dalle regole di Basilea 3. La normativa prevede un meccanismo di conversione automatica in crediti di imposta, da utilizzare in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del D.Lgs. 241/1997; in tal modo, le DTA sono “smobilizzabili” e, pertanto, concorrerebbero all’assorbimento delle perdite al pari del capitale e delle altre riserve, divenendo per tale via pienamente riconoscibili ai fini di vigilanza. Il medesimo meccanismo è previsto anche per le DTA che derivino da disallineamenti temporali nella rilevazione di bilancio e fiscale e che siano destinati a riassorbirsi nel tempo, come nel caso dell’affrancamento del valore dell’avviamento e delle altre attività immateriali effettuato ai sensi dell’art. 15 del D.L. n. 185 del 2008. In particolare la normativa è contenuta nell’articolo 2, commi da 55 a 57, del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225, al fine di consentire la trasformazione in credito di imposta delle attività per imposte anticipate (DTA) iscritte in bilancio, relative alle svalutazioni di crediti – non ancora dedotte ai sensi dell’articolo 106, comma 3, del TUIR – e al valore dell’avviamento e delle altre attività immateriali i cui componenti negativi sono deducibili ai fini delle imposte sui redditi in più periodi d’imposta. Sul punto è intervenuto successivamente l’articolo 9 del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, che ha previsto la conversione delle DTA in presenza di perdite fiscali rilevanti ai sensi dell’articolo 84 del TUIR, e l’articolo 1, commi da 167 a 171, della L. 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014), che ha esteso l’originario ambito applicativo della disciplina sulle DTA a quelle relative all’IRAP. Ulteriori modifiche sono state apportate dal D.L. n. 83 del 2015; specifiche norme per gli enti in risoluzione sono contenute nella legge di stabilità 2016 (legge n. 208 del 2015), come si vedrà in seguito. Le richiamate disposizioni del decreto-legge n. 225 del 2010 differenziano la disciplina delle diverse fattispecie di trasformazione delle imposte anticipate in crediti d’imposta. La prima fattispecie è prevista dal comma 55 dell’articolo 2 del decreto legge n. 225 del 2010, ai sensi del quale le imposte differite attive che possono essere trasformate in credito verso l’Erario sono quelle che originano dal differimento della deduzione dei componenti negativi relativi: alla svalutazione dei crediti degli enti finanziari e creditizi, nonché alle perdite su crediti, non ancora dedotte ai fini delle imposte sui redditi; alle rettifiche di valore nette per deterioramento dei crediti, non ancora dedotte dalla base imponibile IRAP; al valore dell’avviamento e delle altre attività immateriali i cui componenti negativi sono deducibili in più periodi d’imposta ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP. La trasformazione è possibile solo qualora nel bilancio individuale della società sia rilevata una perdita d’esercizio. Il successivo comma 56 ha fissato la decorrenza della predetta trasformazione dalla data di approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci o dell’organo competente per legge (anche nel caso di patologia dell’andamento aziendale), operando per un importo pari al prodotto – da effettuarsi sulla base dei dati del medesimo bilancio approvato – tra: la perdita d’esercizio; il rapporto fra le attività per imposte anticipate e la somma del capitale sociale e delle riserve. I commi 55 e 56 disciplinano dunque la trasformazione delle DTA qualificate in credito di imposta in presenza di perdita civilistica. La seconda fattispecie di trasformazione di imposte anticipate in crediti d’imposta è prevista dal comma 56-bis (inserito dal decreto-legge n. 201 del 2011), che consente la trasformazione in crediti d’imposta delle DTA da perdite fiscali, per la quota dovuta alla deduzione dei componenti negativi di reddito di cui al comma 55. La trasformazione riguarda le DTA da perdite fiscali “generate” dai componenti negativi di reddito di cui al comma 55 per l’intero ammontare delle stesse che trova capienza nella perdita fiscale dell’esercizio. La trasformazione decorre dalla data di presentazione della dichiarazione dei redditi in cui viene rilevata la perdita fiscale. Rientra nelle ipotesi di trasformazione in crediti d’imposta di DTA da perdita fiscale anche la fattispecie (introdotta dalla legge di stabilità 2014) individuata dal comma 56-bis1, che riguarda le DTA generate dalle componenti negative IRAP: si può trasformare in crediti d’imposta – in caso di base imponibile IRAP, 16 ovvero valore della produzione netta, negativa – la quota delle attività per imposte anticipate di cui al comma 55, riferita ai componenti negativi di cui al medesimo comma (perdite e svalutazioni; rettifiche di valore per deterioramento) che hanno concorso alla formazione del valore della produzione netta negativo. La trasformazione decorre dalla data di presentazione della dichiarazione ai fini dell’imposta regionale sulle attività produttive in cui viene rilevato il valore della produzione netta negativo di cui al presente comma. La disciplina di cui al comma 56-bis1 è applicabile ai bilanci di liquidazione volontaria ovvero relativi a società sottoposte a procedure concorsuali o di gestione delle crisi, ivi inclusi quelli riferiti all’amministrazione straordinaria e alla liquidazione coatta amministrativa di banche e altri intermediari finanziari vigilati dalla Banca d’Italia. La terza fattispecie di trasformazione di imposte anticipate in crediti d’imposta è prevista dal comma 56-ter, con riferimento ai bilanci di liquidazione volontaria ovvero relativi a società sottoposte a procedure concorsuali o di gestione delle crisi, ivi inclusi quelli riferiti all’amministrazione straordinaria e alla liquidazione coatta amministrativa di banche e altri intermediari finanziari vigilati dalla Banca d’Italia. Si tratta dunque di trasformazione delle DTA in credito d’imposta nel caso di liquidazione volontaria, assoggettamento a procedure concorsuali o gestione delle crisi. Si ricorda che il comma 850 della legge di stabilità 2016 (legge n. 208 del 2015) ha disciplinato il trattamento tributario delle DTA – Deferred Tax Assets per gli istituti nei confronti dei quali sono adottate azioni di risoluzione. L’articolo 11 del decreto-legge n. 59 del 2016 ha modificato la disciplina sulla attività per imposte anticipate nel caso in cui ad esse non corrisponda un effettivo pagamento anticipato di imposte (cd. DTA “di tipo 2”), prevedendo il pagamento di un canone. L’articolo 26-bis, comma 4, del decreto-legge n. 237 del 2016 ha modificato la decorrenza della relativa disciplina, nonché i termini e le modalità per il versamento del canone. Il comma 2 prevede che le cessioni di cui all’articolo 3 sono considerate cessioni di rami d’azienda e quindi escluse dall’IVA. Lo stesso comma prevede, inoltre, che gli atti aventi ad oggetto le cessioni, nonché le retrocessioni e le restituzioni, sono soggette alle imposte di registro, ipotecaria e catastale, ove dovute, nella misura fissa di 200 euro ciascuna. Si ricorda che la cessione d’azienda o di rami d’azienda, ai sensi dell’articolo 2, comma 3, lettera b), del D.P.R. n. 633 del 1972, si configura come un’operazione esclusa dal campo di applicazione dell’IVA. Tenendo conto del principio di alternatività IVA/registro, disposto dall’articolo 40 del D.P.R. n. 131 del 1986, l’esclusione dal campo di applicazione dell’IVA per difetto del presupposto oggettivo comporta che la cessione dell’azienda o di un suo ramo deve essere assoggettata all’imposta di registro. Il comma 3 dispone che al soggetto cessionario e al soggetto cedente si applicano le disposizioni previste dall’articolo 15 del decreto-legge n. 18 del 2016, in materia di non imponibilità ai fini IRES e IRAP delle eventuali plusvalenze che possano emergere in occasione della cessione, operando per le suddette cessioni lo stesso regime di neutralità attualmente previsto per le operazioni di fusione o di scissione. L’articolo 15 citato disciplina il trattamento ai fini IRES e IRAP da applicare alle operazioni di cessione di diritti, attività e passività di un ente sottoposto a risoluzione a un ente ponte, previste dall’articolo 43 del D.Lgs. n. 180 del 2015, prevedendo che ai fini fiscali la cessione di diritti, attività e passività di un ente sottoposto a risoluzione a un ente ponte non costituisce realizzo di plusvalenze o minusvalenze. I beni ricevuti dall’ente ponte sono valutati fiscalmente in base agli ultimi valori fiscali riconosciuti in capo all’ente cedente. In sostanza, il trattamento fiscale della cessione di attività e passività da un soggetto sottoposto a risoluzione ad un ente ponete viene equiparato a quello attualmente previsto in caso di fusioni o di scissioni. Si ricorda che il D.Lgs. n. 180 del 2015 disciplina la predisposizioni di piani di risoluzione delle crisi bancarie, avvio e chiusura delle procedure di risoluzione, adozione delle misure di risoluzione, gestione della crisi di gruppi cross-border, poteri e funzioni dell’autorità di risoluzione nazionale e disciplina del fondo di risoluzione nazionale. Le Autorità preposte all’adozione delle misure di risoluzione delle banche potranno attivare una serie di misure, tra cui il temporaneo trasferimento delle attività e delle passività a un’entità (bridge bank) costituita e gestita dalle autorità per proseguire le funzioni più importanti, in vista di una successiva vendita sul mercato, il trasferimento delle attività deteriorate a un veicolo (bad bank) che ne gestisca la liquidazione in tempi ragionevoli ed il cd. bail-in, ossia la procedura che consente di svalutare azioni e crediti e convertirli in azioni, per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in difficoltà o una nuova entità che ne continui le funzioni essenziali. Il comma 4 prevede che le somme ricevute dal cessionario ai sensi dell’articolo 4 (contributi o fondi erogati dal Ministero dell’economia e delle finanze, incluse le risorse a sostegno di misure di ristrutturazione aziendale per un importo massimo di 1,285 miliardi – art. 4, comma 1, lett. d)) non concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini delle imposte dirette e al valore della produzione netta ai fini IRAP. Si prevede inoltre che le spese sostenute dal cessionario nell’ambito delle misure di ristrutturazione aziendale sovvenzionate con i contributi di cui all’articolo 4, comma 1, lett. d), sono comunque deducibili dal reddito complessivo ai fini delle imposte sul reddito e dal valore della produzione netta ai fini IRAP. Il comma 5 prevede che al soggetto cessionario e al soggetto cedente si applicano le disposizioni previste per la società beneficiaria e la società scissa dai commi 8 e 9 dell’articolo 11 del decreto-legge n. 59 del 2016, in materia di determinazione del canone annuo calcolato sulle attività per imposte anticipate, prevedendo il subentro del cessionario in luogo del cedente. Il comma 8 citato disciplina il caso in cui siano state effettuate operazioni straordinarie a partire dall’esercizio in corso al 31 dicembre 2008 e, dunque, l’ipotesi in cui le imprese coinvolte nella disciplina della trasformabilità di DTA abbiano incrementato le attività per imposte anticipate, in qualità di società incorporante o risultante da una o più 17 fusioni o in qualità di beneficiaria di una o più scissioni. In tali ipotesi, per determinare l’ammontare delle attività per imposte anticipate si tiene conto anche delle attività per imposte anticipate iscritte alla fine dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2007 nei bilanci delle società incorporate, fuse o scisse, e delle attività per imposte anticipate trasformate in credito d’imposta dalle società incorporate, fuse o scisse. Per determinare le imposte versate si tiene conto anche delle imposte versate dalle società incorporate, fuse o scisse. Il comma 9 riapre i termini per l’esercizio dell’opzione per i soggetti interessati da operazioni straordinarie dopo il 31 dicembre 2015. Si chiarisce che, a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015, le imprese interessate dalle disposizioni in tema di trasformazione di DTA in credito d’imposta, ove non abbiano esercitato l’opzione per il mantenimento del regime e che incorporino o risultino da una o più fusioni di altre imprese, oppure siano beneficiarie di una o più scissioni, godono della possibilità di esercitare l’opzione predetta entro un mese dalla chiusura dell’esercizio in corso alla data in cui ha effetto la fusione o la scissione. Articolo 8 – Disposizioni di attuazione L’articolo 8 (unico comma) prevede che il Ministro dell’economia e delle finanze possa dettare disposizioni tecniche di attuazione del provvedimento con uno o più decreti di natura non regolamentare. Articolo 9 – Disposizioni finanziarie L’articolo 9 stabilisce che le misure all’esame siano adottate a valere e nei limiti delle disponibilità del Fondo istituito dall’articolo 24 decreto legge n. 237 del 2016 “Tutela del risparmio nel settore creditizio”. L’articolo individua inoltre ulteriori misure di carattere ordinamentale al fine di attuare il provvedimento in esame Il comma 1 stabilisce che le misure all’esame siano adottate a valere e nei limiti delle disponibilità del Fondo istituito dall’articolo 24 decreto legge n. 237 del 2016 “Tutela del risparmio nel settore creditizio”, e dunque, nell’ambito degli interventi autorizzati dalle risoluzioni parlamentari di approvazione della Relazione al Parlamento presentata il 21 dicembre 2016. L’articolo 24 del decreto-legge 23 dicembre 2016, n. 237 al comma 1 istituiva nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze un Fondo con una dotazione di 20 miliardi di euro per l’anno 2017. Il Fondo è destinato alla copertura degli oneri derivanti dalle operazioni di sottoscrizione e acquisto di azioni effettuate per il rafforzamento patrimoniale e dalle garanzie concesse dallo Stato su passività di nuova emissione e sull’erogazione di liquidità di emergenza a favore delle banche e dei gruppi bancari italiani. Il comma 2 stabilisce che alla compensazione degli eventuali effetti finanziari derivanti dall’esito della due diligence sul compendio ceduto (cfr. sopra art. 4, c. 4), e della retrocessione al soggetto in liquidazione di ulteriori attività, passività o rapporti (cfr. sopra art. 4, c. 5), si provveda per l’anno 2018 nel limite massimo di 300 milioni di euro a valere sul Fondo per le esigenze indifferibili (art. 1, c. 200, legge 23 dicembre 2014, n. 190). Il secondo periodo prevede che, al fine della determinazione dello sbilancio di cessione, i commissari liquidatori forniscano al Ministero dell’economia e delle finanze una situazione patrimoniale in esito alla due diligence citata e successivamente aggiornata al 31 dicembre di ogni anno. Il comma 3 prevede che, ai fini dell’immediata attuazione delle disposizioni del provvedimento in esame, il Ministro dell’economia e delle finanze apporti, con propri decreti, le necessarie variazioni di bilancio. Si stabilisce altresì che, ove necessario e previa richiesta dell’amministrazione competente, il Ministero dell’economia e delle finanze possa disporre il ricorso ad anticipazioni di tesoreria, la cui regolarizzazione avviene tempestivamente con l’emissione di ordini di pagamento sui pertinenti capitoli di spesa. Articolo 10 – Entrata in vigore L’articolo 10 stabilisce che il decreto-legge entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana (25 giugno 2017). Senato: Dossier n. 515 Camera: Progetti di legg