LIBRO CONSIGLIATO -1. DE BORTOLI: ‘QUANDO D’ALEMA DISSE A CUCCIA DI PRENDERE DRAGHI A MEDIOBANCA’ 2. ‘POTERI FORTI (O QUASI)’ È IL LIBRO DELL’EX DIRETTORE DI ‘CORRIERE’ E ‘SOLE’, 40 ANNI DI POLITICA E CAPITALISMO SGANGHERATO: ‘IL DRAMMA È CHE I POTERI FORTI NON ESISTONO PIÙ’ 3. LA SCALATA A TELECOM, AGNELLI CHE AVVERTE SULL’ESTABLISHMENT DI QUESTO PAESE, ‘MEDIOCRE E VENDICATIVO’, LA ROTTURA DEI RAPPORTI CON RENZI: ‘INIZIÒ PER COLPA MIA’

1 – RITRATTI, RICORDI, PASSIONI L’ ITALIA NELLA VITA DI UN GIORNALISTA

FERRUCCIO DE BORTOLI POTERI FORTIFERRUCCIO DE BORTOLI POTERI FORTI

Il sapore della vecchia cronaca. «Con i telefoni neri e la radio della questura». Il rullo dei social network. «Eccitazione tecnologica tanta, spirito critico poco».

In mezzo, una vita nei giornali e «due infallibili carburanti, la curiosità e il dubbio». Un intreccio di ricordi che sono anche un peso, «perché la memoria suscita vergogne tardive e rimorsi inaspettati», ma un pensiero che alla fine è catartico: «Sono stato fortunato, molto fortunato, ho fatto il mestiere che desideravo fin da piccolo».

Un libro che sarà un caso editoriale. Ma che è anche un viaggio e una confessione. Ferruccio de Bortoli non lo voleva scrivere. Davvero. Gli sembrava, forse, uno strappo all’ understatement di sempre. Ma l’ editore Elisabetta Sgarbi sa essere insistente, e fa bene, immaginiamo le telefonate. L’ ha incoraggiato Piergaetano Marchetti, il professore, qualche altro amico. «Proviamo con una raccolta di articoli…».

CALENDA DE BENEDETTI DE BORTOLICALENDA DE BENEDETTI DE BORTOLI

Quando si parte, però, si parte. I pezzi già pubblicati sono soltanto alla fine, come ritratti di grandi personaggi e colleghi. Ne è nato un libro vero: Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’ anni di giornalismo (La nave di Teseo). Si legge che è un piacere. Scoperte, aneddoti, punture, ironie, rivelazioni, una critica durissima (poi vediamo a chi, ma lo sapete già), sempre su tre piani: l’ autore, i giornali e, sullo sfondo, quattro decenni di storia italiana. Quando sembra un’ autobiografia diventa anche un saggio, che entra nelle case popolari e poi nell’ ufficio di Cuccia, racconta gli sms di un leader italiano e l’ intervista tutta in salita a Putin.

de bortoliDE BORTOLI

La premessa è la passione, «amiamo molto questo lavoro». Senza nascondere i difetti, «un’ insopportabile autoreferenzialità e un cinismo autocompiaciuto», visto che qualcuno si percepisce ancora come il Bel Ami di Maupassant. Il punto è che «per avere buoni giornalisti, preparati, esperti, ci vogliono anni» e che le regole di una volta valgono oggi più di ieri: «Accuratezza, credibilità, serietà».

Il contrario della sciatteria, il mostro che de Bortoli combatte in modo implacabile, un po’ tormentando (diciamolo) anche i suoi collaboratori. Insomma: «Giornalisti indipendenti, che non cedano mai al conformismo e che conquistino ogni giorno, ogni ora, la fiducia dei lettori».

E il web? Qui l’ autore vede la prateria senza fine, ma anche i rischi. I limiti. Tanti. «Un’ immensa piazza di libertà, che però non crea un’ opinione pubblica adulta e avvertita, ma il suo contrario: un magma di umori e sentimenti che fluttua impetuoso sui social network». Un esercito di «surfisti della realtà» oppure, anche peggio, di «sudditi digitali». Se nessuno più «seleziona la massa informe di notizie e immagini». Con il giornalismo, ecco.

mario cervi montanelli de bortoli paolo garimbertiMARIO CERVI MONTANELLI DE BORTOLI PAOLO GARIMBERTI

Ma la chiave politica, si può dire politica, del libro è che i poteri non erano poi così forti e neppure così pressanti o incombenti. Nella stagione dell’ uno vale uno, del complotto come mantra e paradigma, dell’ establishment vestito da demonio, de Bortoli ci va dritto.

«Il dramma è che non esistono più, ne avremmo bisogno. I poteri forti del passato avevano molti difetti e diverse colpe. Ma esprimevano, in alcuni passaggi drammatici, un senso di responsabilità nazionale, un’ idea di Paese, una consapevolezza del loro ruolo». Nell’ economia e nella finanza come in politica. Dove il tramonto dei partiti ha visto l’ alba di «rottamatori e populisti, pifferai e incantatori».

vincenzo maranghi con palenzonaVINCENZO MARANGHI CON PALENZONA

Di qui il valore degli incontri. Con Cuccia, Agnelli, Rotelli, Bazoli o con lo stesso Draghi, «capace di coltivare una sorta di latente anti-italianità che forse ne ha favorito l’ ascesa internazionale». E Renzi? La (famosa) rottura dei rapporti? L’ inizio appare sorprendente: «Non escludo di aver avuto qualche colpa personale».

Ma il seguito è un crepitio di scintille, che sarebbe un delitto anticipare. Così come vanno cercati gli incontri-scontri con Oriana Fallaci. O vanno scoperti gli inizi professionali di un Ferruccio de Bortoli ragazzino, che è affascinato dall’ universo di Tiziano Sclavi («e anche da stringhe rosse che io non metterei neppure sotto tortura») o che ruba la foto di una coppia dopo un omicidio, con imperituri sensi di colpa che neanche a dirlo.

BAZOLIBAZOLI

I ritratti, poi. La visita a Gerusalemme al cardinal Martini, forse deluso dal luogo, come per un senso di estraneità. Il sorriso di Umberto Veronesi, «un vero amante della vita, una sorta di angelo laico». L’ amicizia (e le battute incrociate) di Biagi e Montanelli. Spadolini che si mette un semaforo davanti all’ ufficio da direttore e lascia in attesa anche la lettera di licenziamento.

enrico cuccia xENRICO CUCCIA 

Buzzati pronto a fare il lavoro che nessuno voleva prendersi, le notti, e a immaginare il mondo nuovo, sospeso tra la cronaca e la fantasia. Tobagi lì, davanti agli occhi, «sotto il lenzuolo sporco di sangue e intriso di pioggia». Come Cutuli, uccisa in Afghanistan, un dolore senza una fine, «eroi discreti della civiltà, delle democrazie». E il libro è dedicato proprio a Walter e Maria Grazia, che sono morti per il Corriere della Sera . Il nostro giornale.

Ma c’ è un finale d’ obbligo, per chi scrive. Il linguaggio. Senza retorica e non per omaggio all’ ex direttore: è un testo che si potrebbe adottare nelle scuole di giornalismo. Per la passione e i racconti: va bene. Ma anche per lo stile: asciutto, rapido, essenziale, pochi aggettivi e niente avverbi, una mezza frase che è già un articolo.

È la scelta del termine che dà l’ effetto, non la ricerca dell’ effetto: come piaceva a Eugenio Montale, (peraltro) redattore della Cultura in via Solferino: quella parola e proprio quella, non un’ altra. Si fa finta di non saperlo, ma il linguaggio giornalistico (quando immediato e incisivo) è la forma del nostro tempo, che il web ha afferrato e in parte restituito: con i 140 caratteri di Twitter, i migliori post su Facebook, i blog di successo. Nelle Lezioni americane , scommettendo sul dio del futuro, Calvino scelse Mercurio, «il comunicatore»: insieme leggero e profondo. Le ali ai piedi e un messaggio nel cuore.

2 – E D’ ALEMA DISSE A CUCCIA: «PER CAMBIARE IL FUTURO DI MEDIOBANCA SCEGLIETE MARIO DRAGHI»

PIERGAETANO MARCHETTI PAOLO MIELI FERUCCIO DE BORTOLIPIERGAETANO MARCHETTI PAOLO MIELI FERUCCIO DE BORTOLI

Estratto dal libro “Poteri forti (o quasi)” di Ferruccio De Bortoli

La privatizzazione di Telecom, nel 1997, può essere considerata un punto di svolta nella storia industriale del Paese. Era la condizione per poter entrare nell’ Unione monetaria. Il ticket dell’ ammissione. Salato. Prevista dall’ accordo Andreatta-Van Miert. Il gruppo Agnelli vi partecipò distrattamente, con l’ Ifil che ebbe una quota modesta del cosiddetto «nocciolino». Cesare Romiti era favorevole a una maggiore diversificazione del gruppo torinese: «Ma Agnelli voleva concentrarsi sull’ auto e la famiglia temeva che fosse un modo attraverso il quale avrei potuto espropriare l’ azienda».

il direttore La Stampa Mario Calabresi lAd di Poligrafici Editoriale Andrea Riffeser Monti e Ferruccio de Bortoli direttore del Corriere della SeraIL DIRETTORE LA STAMPA MARIO CALABRESI LAD DI POLIGRAFICI EDITORIALE ANDREA RIFFESER MONTI E FERRUCCIO DE BORTOLI DIRETTORE DEL CORRIERE DELLA SERA

«Telecom all’ epoca era la migliore d’ Europa», ricorda Fabiano Fabiani, amministratore delegato della Finmeccanica, «dava lavoro a centomila persone, non aveva debiti, fu la prima a introdurre la fibra ottica». E, aggiungiamo noi, aveva contribuito a rendere l’ Italia – insieme alla Omnitel generata dalla Olivetti – il Paese europeo più avanzato, competitivo ed efficiente nel settore della telefonia cellulare.

La designazione del primo presidente della Telecom privata, Gian Mario Rossignolo («un estraneo al business», lo definisce Fabiani), fu la prova della scarsa volontà dei nuovi azionisti, che in totale controllavano solo il 6 per cento. Insomma, dei privatizzatori controvoglia. Con il braccio corto.

E scelsero la persona sbagliata.

SCOTT JOVANE CALABRESI ANDREA MONTI FERRUCCIO DE BORTOLI A BAGNAIASCOTT JOVANE CALABRESI ANDREA MONTI FERRUCCIO DE BORTOLI A BAGNAIA

La debolezza azionaria esporrà il gruppo alla famosa scalata dei «capitani coraggiosi», guidati da Roberto Colaninno che, nel febbraio del 1999, lanciò un’ Opa da 100 mila miliardi di lire. Il presidente del consiglio, Massimo D’ Alema, convocò una riunione con il ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, il titolare dell’ Industria, Pier Luigi Bersani e quello delle Finanze, Vincenzo Visco. Era stato chiesto alla Guardia di finanza di indagare sui componenti della cordata, senza trovare nulla.

Ferruccio de Bortoli Paolo Mieli Scott Jovane e Laura Donnini, amministratore delegato di RCS Libri.FERRUCCIO DE BORTOLI PAOLO MIELI SCOTT JOVANE E LAURA DONNINI, AMMINISTRATORE DELEGATO DI RCS LIBRI.

Si decise, con una lettera di Ciampi all’ allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi, l’ atteggiamento che il governo, in parte azionista, avrebbe avuto nella vicenda. Un’ operazione di mercato, certo. Ma avventata perché caricava inesorabilmente di debiti, per il 70 per cento dell’ Opa, la società.

Un’ operazione finanziata con il debito bancario e con l’ incasso ottenuto dalla cessione di Omnitel e di Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6 miliardi di euro.

Un ruolo decisivo lo ebbe, come advisor , Mediobanca.

Ricordo, come esemplare di una nuova era un po’ muscolare e aggressiva, l’ episodio del tappo di champagne che esce da una finestra di Mediobanca, durante i festeggiamenti per il successo dell’ offerta.

RENZI E DE BORTOLIRENZI E DE BORTOLI

Carlo Mario Guerci, economista consulente dell’ operazione, ne andava fiero: «Si sono aperte le finestre del capitalismo». Potevano tenerle chiuse, risposi.

Qui si compie un passaggio decisivo nel cambiamento di pelle dell’ istituto di via Filodrammatici. Un segno del declino, anche nel giudizio di Cesare Geronzi che di Mediobanca sarà poi presidente. Massimo D’ Alema, presidente del Consiglio dal 1998 al 2000, aveva avuto l’ opportunità di conoscere Cuccia a casa di Alfio Marchini.

DraghiDRAGHI

E negli incontri si era parlato anche del futuro dell’ istituto e della determinazione del presidente onorario di vedere il proprio delfino, Vincenzo Maranghi, come suo naturale successore. Il potere peraltro lo aveva già di fatto in mano. Cuccia andò una volta a trovare D’ Alema a Palazzo Chigi, insieme a Maranghi, ma decise di non farlo entrare nello studio del capo del governo.

cesare geronzi MODIGLIANI FAZIO bigCESARE GERONZI MODIGLIANI FAZIO BIG

Lo lasciò fuori. «Sì è vero», ricorda D’ Alema, «volle parlare a tu per tu con me. Discutemmo del futuro di Mediobanca. Io gli proposi come presidente Mario Draghi. A mio parere, l’ istituto doveva cambiare pelle e ridisegnare il capitalismo italiano. Non poteva limitarsi a essere la cassaforte che garantiva il controllo di pochi grandi gruppi. Gli dissi: normalizzatevi e la persona giusta è Draghi». E il presidente onorario di Mediobanca come reagì?

rampl geronzi profumoRAMPL GERONZI PROFUMO

«Apprezzava Draghi ma difese Maranghi, con affetto quasi paterno, mi descrisse il suo carattere di uomo mite ma determinato. E poi mi chiese di farlo entrare».

Cuccia morirà poco dopo, il 23 giugno 2000. Nella ricostruzione di Geronzi, Cuccia accettò di sostenere l’ Opa dei «capitani coraggiosi» in cambio della continuità di Mediobanca. «Io non chiesi a Cuccia di sostenere Colaninno», aggiunge D’ Alema, «e ci tengo a dire in questa circostanza, perché di leggende sulla Telecom ne ho lette molte, che non conoscevo nessuno dei protagonisti dell’ Opa.

Colaninno l’ ho conosciuto in seguito. Cuccia mi disse che la situazione era insostenibile, che l’ azienda andava malissimo, senza una vera proprietà. Cuccia riteneva insopportabile l’ arroganza di Umberto Agnelli. Volevano che impedissi l’ Opa. Chiedemmo un parere al Consiglio di Stato, c’ era un problema di normative europee. La scelta del governo, anche per la propria quota, fu di neutralità. Né aderire né sabotare. Si scatenò il finimondo. De Benedetti, in odio a Colaninno, fece il diavolo a quattro. E sa chi fu l’ unico a non fare pressioni? L’ avvocato Agnelli, il quale mi disse che l’ establishment di questo Paese, mediocre e vendicativo, lo definì così, me l’ avrebbe fatta pagare».

COLANINNOCOLANINNO

Nel 2001 la quota degli scalatori, con un’ ingente plusvalenza, verrà rilevata dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera e da Edizione dei Benetton. A un prezzo elevato, seppur in linea con i multipli dell’ epoca, corretto dopo lo choc planetario delle Torri Gemelle. Tronchetti fu sfortunato, non amato dal centrosinistra, ma commise anche degli errori. «Gli dissi un giorno», ricorda ancora Geronzi, «che non era un imprenditore. Era un buon manager e ha trattato bene con i cinesi di ChemChina, salvaguardando il suo ruolo».

GILBERTO BENETTONGILBERTO BENETTON

Il debito di Telecom al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente gravava sul gruppo un debito di 40,4 miliardi. (…) Nel 2007, al termine della gestione Tronchetti, era di 35,7 miliardi. Gilberto Benetton ammette oggi che l’ investimento in Telecom fu un grosso errore. «Ma può capitare».

La perdita? Circa due miliardi. Del resto il suo gruppo è stato il protagonista delle privatizzazioni meglio riuscite. (…) «Ricordo che un giorno», continua Benetton, «chiamai Umberto Agnelli perché noi volevamo solo Autogrill, la grande distribuzione non ci interessava. E lui mi rispose che Autogrill l’ aveva già promessa a un fondo inglese. Ma non era vero, era solo un modo per tenerci lontani. Il gruppo Agnelli, nelle privatizzazioni, non aveva molta voglia di pagare». (…)

Le privatizzazioni tutti le chiedevano, tra gli industriali, pochi però erano pronti a mettere mano al portafoglio e rischiare in proprio. Afferma Fulvio Coltorti, ex direttore dell’ ufficio studi di Mediobanca, che le privatizzazioni furono viste da gran parte dell’ impresa privata italiana come un affare eminentemente finanziario, raramente industriale.

MIELI DE BORTOLI GALLI DELLA LOGGIA MARCHETTIMIELI DE BORTOLI GALLI DELLA LOGGIA MARCHETTI