ANNO 2009 – L’IRRESISTIBILE ASCESA E LA PRECIPITOSA CADUTA DI LUIGI ZUNINO, L’ULTIMO FURBETTO – COME RICUCCI E FIORANI, UN MOSTRO PARTORITO DIRETTAMENTE DAI POTERI BANCARI – SOLO BANCA INTESA, L’ISTITUTO DEL “SISTEMA-PAESE”, DEVE AVERE ALMENO 700 MILIONI EURO – L’INFERNALE TRIANGOLO PASSERA-MICCICHE’-MANCUSO, PIU’ SAVIOTTI DIETRO IL GRANDE CRAC –

La sua villa, assicurano gli esperti del posto, è una delle più belle dell’isola di Cavallo, rifugio dorato tra Corsica e Sardegna. Mare blu. Vista da sogno. Ma in questo scorcio d’estate Luigi Zunino non ha molto tempo per godersi il panorama, per frequentare gli amici del bel mondo locale come Vittorio Emanuele di Savoia e Marina Doria.
Ci sono tre miliardi di debiti da sistemare. I bilanci sull’orlo del crack. E, soprattutto, alle sue spalle incalzano i magistrati, quelli di Milano, che sono pronti a ottenere il fallimento delle sue aziende, a fischiare la fine della sua avventura di «sviluppatore immobiliare», come ai bei tempi amava definirsi l’imprenditore piemontese (di Nizza Monferrato) sbarcato a Milano una quindicina di anni fa con l’ambizione, diceva lui, di ridisegnare la città.

Passata la sbronza del denaro facile e della speculazione, adesso che la nuova cittadella di Santa Giulia, il suo progetto più visionario, si è arenata in un mare di sterpaglie e costruzioni a metà, Zunino è arrivato alla resa dei conti.
Dietro di lui resta una scia di sogni infranti. Una girandola di affari a lungo generosamente alimentata da un plotoncino di finanziatori con in testa Banca Intesa. Da almeno un paio di anni nei salotti della finanza tutti sapevano che non poteva durare. Piani di riassetto. Prestiti tampone. Gran lavorio di avvocati e consulenti.
Fatica sprecata. Risanamento, la holding quotata in Borsa di Zunino, si è alla fine rivelata per quello che era: un gigante dai piedi d’argilla, fondato sui debiti e su un progetto di sviluppo quantomeno azzardato. Mentre i creditori, mese dopo mese esigevano rate e interessi sui prestiti con inesorabile puntualità, il grosso dei ricavi, quelli della vendita degli immobili di Santa Giulia e dell’ex area Falck di Sesto San Giovanni, era proiettato in un futuro lontano e di anno in anno, con l’avanzare della crisi economica, sempre più indefinito.
Per un po’ i profitti da trading, quelli ottenuti barattando freneticamente palazzi e terreni su un mercato drogato, hanno coperto i buchi nel conto economico. Zunino l’ultimo dei furbetti, si dice adesso negli ambienti di Borsa, accomunando, forse ingenerosamente, la sorte del pallido tycoon del Monferrato a quella dei ben più effervescenti Danilo Coppola e Stefano Ricucci.

Troppo facile. Troppo facile liquidare il patron di Santa Giulia come un mostro partorito dal doping della speculazione. Piuttosto, per capire meglio conviene partire proprio dal paradiso di Cavallo, dalla villa extralusso tanto cara a Zunino e alla moglie Stefania Cossetti. Quella casa ha una storia importante da raccontare. Una vicenda che riporta in superficie nomi di un passato lontano come il finanziere milanese Gianni Varasi, ma anche personaggi ancora sulla breccia e più influenti che mai.

Per esempio, il manager Salvatore Mancuso, il banchiere Pierfrancesco Saviotti, a capo del Banco Popolare, e Gaetano Miccichè, amico di Mancuso ma soprattutto uomo forte di Intesa, stretto collaboratore dell’amministratore delegato Corrado Passera. Ebbene, andando a ritroso nel tempo si scopre che la villa di Cavallo apparteneva a Varasi, il quale, travolto dai debiti, tra il 1996 e il 1997 fu costretto dalle banche a mettere all’asta tutte le sue attività.
Zunino, all’epoca uno sconosciuto investitore piemontese, riuscì ad aggiudicarsi la casa sul mare della Corsica e altri pezzi pregiati (a Milano, a Parigi) che facevano parte del patrimonio immobiliare del finanziere in difficoltà. Fu proprio quello il primo affare milanese di rilievo per il futuro promoter di Santa Giulia. Fu quella l’operazione che finì per agganciarlo alla giostra del big business.
Domanda: da chi venne gestita la liquidazione del gruppo Varasi? In prima fila troviamo Saviotti, all’epoca direttore centrale e poi generale della Comit, la banca più esposta. Della squadra facevano parte anche Miccichè e Mancuso, indicati dai creditori come amministratori delle società da smantellare. Sarà un caso, ma a dieci anni e più di distanza gli stessi uomini stanno ancora giocando un ruolo decisivo nel salvataggio di Zunino, nel frattempo vertiginosamente cresciuto, a suon di prestiti, fino a diventare una star dell’imprenditoria nazionale.
Mancuso, per dire, mesi fa è ricomparso sulla scena come consulente ombra nel tentativo di traghettare Risanamento fuori dalle secche. A Miccichè tocca fare i conti con la maxi esposizione di Intesa, almeno 700 milioni, verso quel cliente partito dalle nebbie del Piemonte.

Saviotti invece, dopo la parentesi a Intesa e gli affari con Mancuso nel fondo lussemburghese Equinox, adesso siede al vertice del Banco Popolare, un altro istituto che rischia di uscire malissimo dalla storiaccia brutta dell’uomo che voleva «ridisegnare Milano». Perfino Giovanni La Croce, il commercialista milanese reclutato in questi giorni per fare da consulente al salvataggio di Risanamento, dieci anni fa si occupò con Mancuso e Miccichè della liquidazione delle aziende di Varasi.

Zunino, allora giovane e rampante (è nato nel 1959), si era fatto le ossa con la compravendita di aree destinate alla grande distribuzione e l’appoggio determinante dell’amico Bernardo Capriotti, quello dell’Esselunga. Ma una volta sbarcato a Milano con l’intenzione di inserirsi nel giro grosso delle banche e della finanza, l’ambizioso giovanotto piemontese viene preso per mano da Giuseppe “Pippo” Garofano, già direttore finanziario di Montedison negli anni Ottanta, poi vicino a Raul Gardini e ai Ferruzzi, un manager rotto a tutte le astuzie del mestiere.
Garofano è la mente del doppio salto mortale finanziario che porterà Zunino a fare l’esordio in Borsa tra il 1998 e il 2002. Con scorpori e fusioni a ripetizione vengono integrati tra loro tre marchi da tempo presenti sul listino azionario: Bonaparte, Petra (nata da una costola di Aedes) e infine Risanamento.
Ogni volta Zunino ne approfitta per girare alle holding quotate (e quindi anche ai piccoli azionisti) una parte dei suoi asset di famiglia. Tutto regolare. Tutto certificato con le perizie degli esperti del settore. Il mercato apprezza. I titoli prendono il volo e con questi anche le fortune personali dell’immobiliarista piemontese. A oliare la macchina ci sono i prestiti delle banche. Nella primavera del 1998 è Intesa a finanziare la scalata alla Aedes. Ma quello è solo l’inizio.

Nel 2003, ancora con l’appoggio della banca di Passera e Miccichè, Risanamento compra dalla famiglia Agnelli l’immobiliare Ipi, che verrà girata un anno dopo al furbetto Coppola. Nel 2004 i fratelli Pasini cedono a Zunino l’area ex Falck di Sesto San Giovanni e per l’occasione il compratore si fa carico anche di 200 milioni di debiti del venditore nei confronti di Intesa.
Al posto delle vecchie acciaierie, nel cuore della ex Stalingrado d’Italia, l’istituto milanese progettava di realizzare una nuova modernissima sede. Il piano resta sulla carta. I Pasini gettano la spugna e Zunino leva le castagne dal fuoco ai suoi sponsor bancari lanciando l’idea di un quartiere residenziale immerso nel verde da 1,3 milioni di metri quadrati con quattro miliardi di euro di investimenti previsti.

Una somma a dir poco imponente. A maggior ragione per un imprenditore che fino a poco tempo prima era un perfetto sconosciuto. Ma il mattone tira alla grande. I tassi sono ai minimi storici, sul mercato c’è abbondanza di liquidità e niente sembra impossibile. Soprattutto per chi trova sempre la porta aperta in banca.
Nel frattempo gira a tutto vapore anche la macchina della pubblicità. Un’abile campagna d’immagine realizzata, a suon di eventi strombazzati dai giornali, arruolando archistar come Renzo Piano (area Falck) e Norman Foster (Santa Giulia) e, all’occorrenza, perfino inconsapevoli testimonial come lo scienziato Carlo Rubbia e il regista Ermanno Olmi. Fiato alle trombe, allora, con il valore della galassia Risanamento che in Borsa si gonfia a dismisura fino a superare di slancio (gennaio 2007) i 2 miliardi di euro.

A ben guardare, però, dietro i fuochi d’artificio delle presentazioni ufficiali restava la coperta corta di un bilancio aggrappato al miraggio di una crescita infinita, al radioso avvenire della cittadella di Santa Giulia, periferia sudest di Milano, 50 mila abitanti, migliaia di appartamenti in edilizia convenzionata, ma soprattutto case ipertecnologiche per ricchi (roba da 10 mila euro al metro quadro), e poi alberghi a cinque stelle, cinema, una promenade commerciale da far invidia a Montenapoleone.
I primi annunci del rivoluzionario progetto risalgono al 2001. Nel 2004, con la firma del piano integrato tra comune di Milano e regione Lombardia, parte la grancassa pubblicitaria. A cinque anni di distanza il sogno di Zunino è diventato un incubo popolato di debiti e perdite con la minaccia, in prospettiva, di un’inchiesta penale dagli esiti imprevedibili non solo per lui ma anche per qualche banchiere che nel periodo del boom ha steso tappeti rossi al passaggio di quel piemontese ambizioso, dall’aria gelida e i modi spicci, un tipo che sfoggiava la sua passione (milionaria) per l’arte contemporanea, prenotava megayacht da cento metri in vetroresina (progetto by Renzo Piano), scorazzava per il mondo con il jet privato d’ordinanza, collezionava attici a New York, maison di lusso parigine e tenute da sogno in Toscana.

Adesso, con il senno di poi, sembra fin troppo facile prendersela con le perizie firmate dai marchi più gettonati della consulenza immobiliare internazionale. Sigle come Reag o Dtz, pronte a mettere nero su bianco valori che ora appaiono stratosferici per il patrimonio targato Risanamento.
Ancora qualche mese fa, quando il mondo era già piombato in recessione, gli esperti valutavano i palazzi parigini della holding quotata in Borsa circa 1,1 miliardi, di fatto lo stesso valore di un anno prima. I grandi finanziatori di Zunino (oltre a Intesa e Banco Popolare anche Unicredit e Mps) si sono fatti forti di quelle perizie per giustificare l’entità dei prestiti concessi. D’altra parte svalutare quei crediti avrebbe comportato rettifiche molto onerose a carico dei bilanci degli istituti, già segnati dalla bufera delle Borse.

Intanto però, fin dall’estate del 2007, con i primi segnali della crisi dei subprime, i grandi investitori avevano cominciato a prendere le distanze dal patron di Santa Giulia. E così l’incertezza diffusa è diventata piombo nelle ali di Risanamento, che perde quota in Borsa.
Zunino, dal suo ufficio milanese nella centralissima via Bagutta, continua per mesi a disegnare scenari di rimonta a uso e consumo delle pubbliche relazioni. Nei fatti, però, non può fare altro che preparare il terreno in vista della ritirata. Per far quadrare i conti è costretto anche a mettere in vendita quello che forse gli era sembrato il biglietto d’ingresso nel salotto buono.
La partecipazione superiore al 4 per cento nel capitale di Mediobanca, accumulata (a debito) tra il 2005 e il 2006, gli garantisce per quasi un anno una poltrona nel consiglio di sorveglianza dell’istituto che fu di Enrico Cuccia. Poi, anche lì, cambia il vento. Solo il sostegno (interessato) dei banchieri riesce per mesi a evitargli di alzare bandiera bianca. Alla fine, per ribaltare il tavolo, c’è voluto l’intervento dei magistrati. E adesso l’ultima mano di poker rischia di costare cara a Zunino e ai suoi alleati.