GENNAIO 2012 – 1- LA DOMANDA CHE IN QUESTE ORE RIMBOMBA NEI PALAZZI VATICANI: RIUSCIRÀ IL CARDINAL BERTONE, ‘’PRIMO MINISTRO’’ DEL PAPA RATZINGER, A MANGIARE IL PANETTONE? DOPO LE RIVELAZIONI ESPLOSIVE DI MONSIGNOR VIGANÒ, LE POSSIBILITÀ SONO POCHISSIME – 2- SI MORMORA DI UN CAMBIO DI GUARDIA ALLA SEGRETERIA DELLA SANTA SEDE A MAGGIO; DI SICURO, IL PROSSIMO 2 DICEMBRE BERTONE FESTEGGERÀ I PRIMI 78 ANNI, – E NON SONO POCHI I VATICANISTI CHE SCOMMETTONO CHE IL PAPA ACCETTERÀ LE DIMISSIONI – 3- VATICANO SPACCATO TRA SCOLA & BAGNASCO (PIÙ ANGELO SODANO) E BERTONE – 4- SVOLAZZANO ALTRI “CORVI”: NEL MIRINO IL SODALIZIO TRA GIUSEPPE VERSALDI E BERTONE – 5- CHE CI FACEVA DUE SETTIMANE FA BURANELLI, GIÀ DIRETTORE DEI MUSEI VATICANI, DETRONIZZATO DAL SOLITO BERTONE, ALLA NUNZIATURA DI WASHINGTON, OSPITE DI VIGANÒ? – 6- LAST BUT NOT LEAST, NELLA SFIDA PER LA SUCCESSIONE DI RATZINGER TRA ANGELO SCOLA E ANGELO BERTONE, FA CAPOLINO ANCHE IL CAPOCCIONE DI GIANFRANCO RAVASI

La domanda che in queste ore rimbomba nei palazzi vaticani: riuscirà il cardinal Bertone, ‘’primo ministro” del papa, a mangiare il panettone? Dopo lo scoop di Gianluigi Nuzzi che vedremo stasera a “Gli Intoccabili” (La7) sulle rivelazioni esplosive di monsignor Viganò, l’ex segretario generale del governatorato, la struttura che gestisce gli appalti e le forniture del Vaticano, silurato da Bertone, le possibilità sono pochissime.

Cose mai viste. Mai era successo che un vescovo, per vendicarsi di essere stato fatto fuori, non solo dal Vaticano ma anche dalla porpora cardinalizia, gettasse in piazza i panni sporchi della Chiesa pubblicando addirittura una lettera privata al Pontefice. Ponendosi, in soldoni, contro la massima autorità della Chiesa che lo ha trasferito alla nunziatura di Washington (ora che fine farà Viganò?).
Si mormora addirittura di un cambio di guardia alla segreteria della Santa Sede a maggio; di sicuro, il prossimo 2 dicembre Bertone festeggerà i primi 78 anni, consegnando, come ad ogni compleanno superati i 75, il mandato di segretario di Stato nelle mani di Ratzinger.
E non sono pochi i vaticanisti che scommettono, ma non lo scrivono, che Raztinger accetterà le dimissioni.

L’attacco violentissimo di Viganò (si aspetta per domani una replica di Bertone, che è il suo “capo”), va a sommarsi alla guerra che stanno portando avanti, vedi il fallimento dell’acquisizione del San Raffaele della cordata Malacalza-Profiti, il duplex dei due Angeli, Scola & Bagnasco (più Angelo Sodano) contro Bertone.
Sullo sfondo, svolazzano altri “corvi”: nel mirino il rapporto stretto tra Giuseppe Versaldi, presidente della Prefettura degli affari economici, e Bertone che lo lo ha molto “promosso” per la recente porpora cardinalizia: un sodalizio che risale all’epoca di Bertone vescovo di Vercelli.

Non è finita: che ci faceva due settimane fa Francesco Buranelli, già direttore dei Musei Vaticani, detronizzato dal solito Bertone, alla nunziatura di Washington, ospite di Viganò?
A proposito dei Musei Vaticani, si sussurra che il bertoniano Antonio Paolucci, tornato in pista dopo una lunga malattia, sia per cedere il suo posto allo storico dell’arte Claudio Strinati.
Last but not least, nella sfida per la successione di Ratzinger, tra Angelo Scola e Angelo Bertone, fa capolino il capoccione di Gianfranco Ravasi…
2- I MISTERI DELLA FINANZA IN VATICANO: LE RIVELAZIONI DI MONSIGNOR VIGANÒ IN UNA LETTERA AL PAPA SUGLI APPALTI PARLA DI CORRUZIONE

«Corruzione». La parola è sinonimo di malaffare e degrado morale. Ma se a pronunciarla è un altissimo prelato vicino al Papa, come rivela questa sera «Gli intoccabili», il programma d’inchiesta del giornalista Gian Luigi Nuzzi che va in onda su La7, allora vengono i brividi. Il suo nome: Carlo Maria Viganò, fino a qualche mese fa segretario generale del governatorato del Vaticano, la struttura che gestisce gli appalti e le forniture del più piccolo e potente Stato della Terra.

«Corruzione» è proprio il termine che quel monsignore usa per descrivere in una clamorosa lettera a Benedetto XVI l’incredibile situazione che si è trovato davanti dopo aver assunto nel luglio del 2009 il delicatissimo incarico. Una bomba sganciata nelle stanze del potere vaticano il 27 marzo del 2011, nell’estremo tentativo di sventare una manovra di corridoio che culminerà con la sua rimozione.
«Un mio trasferimento provocherebbe smarrimento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione», scrive Viganò al Papa. Facendo capire a Joseph Ratzinger di non essere affatto isolato: «I cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri conoscono bene la situazione».

La storia ricostruita da «Gli intoccabili» ha tutti gli ingredienti di un noir di prim’ordine. Trame misteriose, colpi di scena, testimonianze sconvolgenti. È un terremoto senza precedenti, che fa tremare i vertici delle gerarchie ecclesiastiche.
Tutto comincia nel maggio del 2009, quando il Papa decide di affidare la gestione degli appalti al cardinale Giovanni Layolo e a monsignor Viganò, che sostituiscono rispettivamente il cardinale Edmund Casimir Szoka e monsignor Renato Boccardo nei ruoli di presidente e segretario generale del governatorato. Quella struttura è un buco nero: nel 2009 perde 8 milioni di euro. Cifra apparentemente modesta, ma estremamente significativa se rapportata alle dimensioni dello Stato Vaticano.

«Non avrei mai pensato di trovarmi davanti a una situazione così disastrosa», rivela Viganò in un altro scioccante appunto inviato a Ratzinger nella scorsa primavera. Definendola «inimmaginabile», e per giunta «a tutti nota in Curia». Dal pentolone che ha scoperchiato salta fuori l’inverosimile.
I servizi tecnici sono un regno diviso in piccoli feudi. In Vaticano opera una cordata di fornitori che non fanno praticamente gare: dentro le mura dello Stato della Chiesa lavorano sempre le stesse ditte, a costi doppi rispetto all’esterno anche perché non esiste alcuna trasparenza nella gestione degli appalti di edilizia e impiantistica. Insomma, una moderna fabbrica di San Pietro che ingoia denaro a ritmi ingiustificati, come dimostra il conto astronomico che viene presentato per il presepe montato nel Natale 2009 a piazza 
Non bastasse, c’è una situazione finanziaria allucinante: le casse del governatorato subiscono perdite del 50-60%. Per tamponarla, spiega Viganò, la gestione dei fondi è stata affidata a un «comitato finanza e gestione composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri». Racconta il monsignore che una sola operazione finanziaria nel dicembre 2009 ha mandato in fumo due milioni e mezzo di dollari.
Ma chi fa parte di questo comitato? Nuzzi fa i nomi di quattro pezzi da novanta della finanza italiana. Quelli di Pellegrino Capaldo, Carlo Fratta Pasini, Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Ponzellini. Capaldo è l’ex presidente della Banca di Roma: banchiere cattolico apprezzatissimo anche al di fuori degli ambienti ecclesiastici, è attualmente il proprietario della casa vinicola Feudi di San Gregorio.

Fratta Pasini è il presidente del Banco popolare. Gotti Tedeschi, consigliere di amministrazione della Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro italiano, nonché consigliere della Fondazione San Raffaele di don Luigi Verzé, è il banchiere poi scelto da Ratzinger per guidare lo Ior. Ponzellini è l’ex presidente della Banca popolare di Milano, ma ha ricoperto in passato anche molti incarichi in società del Tesoro, come il Poligrafico dello Stato.
Viganò prende l’incarico maledettamente sul serio. La sua scure colpisce dappertutto: non risparmia nemmeno il conto del famoso presepe, tagliato d’emblée di 200 mila euro, né la gestione dei giardini, uno dei capitoli più problematici. Il risultato è che il bilancio del governatorato passa da un deficit di 8 milioni a un utile di 34,4 milioni nel giro di un anno. Ma tanto rigore non gli vale un encomio. Anzi, per lui cominciano i guai. «Viganò si è fatto un sacco di nemici e quei nemici si stanno muovendo nell’ombra per fargliela pagare», è il commento de «Gli intoccabili».

Fatto sta che sul Giornale escono alcuni articoli non firmati, nei quali è contenuto un segnale preciso: il segretario generale del governatorato ha praticamente le ore contate. Ed è proprio quello che accade. Il segretario di Stato Tarcisio Bertone lo solleva dall’incarico, e la decisione fa saltare anche la nomina a cardinale che gli sarebbe stata promessa. Tanto per cambiare la rimozione avviene con il solito meccanismo del promoveatur ut amoveatur. Viganò viene nominato Nunzio apostolico della Santa sede negli Stati Uniti e spedito a Washington. Incarico prestigiosissimo, anche se a 7.228 chilometri di distanza.

A nulla serve l’appello disperato e diretto a Ratzinger. Che anzi si rivela un errore, perché scavalcando Bertone ottiene semmai l’effetto contrario. Ma Viganò non digerisce affatto la decisione e inizia una corrispondenza infuocata con il segretario di Stato. Lettere nelle quali rivendica il risanamento ottenuto «eliminando la corruzione ampiamente diffusa», e chiede di essere messo a confronto con i suoi accusatori in un processo «ai sensi del canone 220 del codice di diritto canonico».
Senza limitarsi alle generiche affermazioni, riferisce il servizio de «Gli intoccabili», punta pure il dito su un personaggio che ritiene abbia avuto un ruolo nella vicenda che lo riguarda: Marco Simeon. Figlio di un benzinaio di Sanremo, è uno degli animatori della cooperativa sociale «Il Cammino», fornitrice di fiori del Papa. Considerato molto vicino a Bertone, è autore di una carriera fulminea, per gli standard italiani.

Prima a Capitalia, la ex Banca di Roma di Cesare Geronzi, banchiere con altissime aderenze vaticane. Quindi a Mediobanca, come capo delle relazioni istituzionali, sempre al seguito di Geronzi. Infine alla Rai, dove a quello stesso incarico aggiunge la direzione di Rai Vaticano. Interpellato da Nuzzi, risponde con una risata: «Non ne so assolutamente niente». E forse questo è solo l’inizio.