Paolo Mieli a “Libero”: “Per l’Italia prevedo due anni infernali.

Paolo Mieli visto da Benny

Solitamente si guarda al passato per capire il presente e immaginare il futuro, e in questo dovrebbe aiutarci non poco Il caos italiano, alle origini del dissesto, l’ultima fatica libraria di Paolo Mieli, che nelle vesti di storico ripercorre tutta la vita politica del Paese, dal 1861 a oggi. Ma gira che rigira, si capisce che il caos italiano è un eterno ritorno alle origini, specie ora, che dalla cosiddetta Seconda Repubblica siamo planati sulla Terza, che però non si coglie in cosa si differenzi dalla Prima, la quale a sua volta non era poi così diversa dal Regno pre-fascista. «Va avanti così da più di 150 anni» conferma Mieli, «si vota, si fa il Parlamento, e solo lì si trova la maggioranza, che poi inevitabilmente si sfalda, quindi si crea una nuova alleanza di governo e si torna alle urne, dove gli italiani in genere confermano i pasticci delle Camere. Tutto esattamente come la prima volta, nel 1876, quando la Destra Storica implose per lasciare spazio a propri spezzoni i quali si congiunsero alla sinistra che con Depretis inventò il trasformismo, andandosi a prendere deputati dall’altra parte. E tutti a festeggiare la novità come una meraviglia della politica».

Invece fu l’inizio di tutti i mali?
«Di buona parte di essi. Il dato storico è che questo Paese è stato messo insieme da una piccola élite, che aveva contro tutti: Roma, sinistra rivoluzionaria, repubblicani, i cattolici, il Sud. Votava solo il 2% della popolazione. I governi, strutturalmente deboli e con poca rappresentanza nel Paese, fino al fascismo hanno sempre temuto che l’opposizione parlamentare si alleasse alle forze anti-sistema e distruggesse le istituzioni. Da qui nasce l’ossessione di stare uniti al centro».

Berlusconi e Renzi stanno mandando in onda la riedizione di questa ossessione?
«Si è sempre trovata nella storia d’Italia una scusa per una grande coalizione di centro, vuoi che fosse la guerra, catastrofi geologiche, il terrorismo o qualche crisi economica. Ora è stata creata ad arte un’architettura elettorale che impedisce a tutti di vincere e quindi spinge all’accordo, ma io credo che Berlusconi e Renzi abbiano sbagliato i conti».

Mi stai dicendo che la sera delle elezioni avremo un vincitore?
«Non credo. Qualcuno vincerà, ma non saranno garantiti né la rappresentanza elettorale né il fatto che il partito che prende più voti, il quale stando ai sondaggi sarà M5S, governi. Il quadro sarà così frastagliato da rendere impossibile qualsiasi coalizione, anche posticcia: Forza Italia e Pd non avranno i numeri ampli per governare. Ricordiamoci che la coalizione che ha sostenuto Monti aveva il sostegno dell’84% del Parlamento, non del 50 + 1».

Il centrodestra da solo forse sì…
«Il centrodestra sta dimostrando maggiore sapienza rispetto alla sinistra e, forse, riuscirà a presentarsi unito alle elezioni, ma tutti sanno che è una finta. Non credo arriverà alla maggioranza dei seggi nei due rami del Parlamento. Anzi lo escludo. Ma anche si ci arrivasse durerebbe poco: manca la forza propulsiva del leader. Berlusconi ha già detto quello che doveva dire, è un cavallo di ritorno. E a Salvini manca mezzo Paese, non può essere un leader nazionale: non ha conquistato ancora nessuna città in Meridione, il gemellaggio con Fratelli d’Italia funziona a corrente alternata, credo che Forza Italia alla fine sopravanzerà la Lega».

Che scenario immagini: nuove elezioni subito come in Spagna ma con il Pd che nel frattempo si è liberato di Renzi, sconfitto nelle urne?
«Difficile. Più probabile un governo anodino e camuffato con parlamentari raccogliticci, secondo consuetudine in nome dell’emergenza, che questa volta sarà il richiamo contro il populismo. E, dopo due anni d’inferno, elezioni anticipate. La sera delle elezioni sarà uno choc pazzesco per tutti, simile a quello che si ebbe nel 1994».

E si torna sempre a Berlusconi: ti ha stupito il suo ritorno?
«No, da anni nel mio mondo, che non è certo berlusconiano, ascoltavo ragionamenti più pacati e che in fondo lo riabilitavano. Nel discorso pubblico persiste un tono violentemente antagonista nei confronti del leader di Forza Italia, ma in privato i toni sono ben più temperati».

Com’è stata possibile la rinascita?
«Perché in realtà Berlusconi è stato avversato nelle aule di tribunale ma non è mai stato sconfitto politicamente. Alle elezioni del 2013, nel suo momento più buio arrivò solo allo 0,4% da Bersani, che doveva vincere… Abbiamo fatto finta di niente, ma è stata un’affermazione straordinaria, se non ci fosse stata la lista di Monti, Berlusconi forse sarebbe tornato a Palazzo Chigi».

Adesso perfino i giudici sembrano dirgli bene…
«L’assegno mensile alla ex moglie Veronica era esagerato esattamente come era esagerato il giudizio negativo sul politico e sull’uomo. Situazioni figlie di un tempo che è passato».

Quelli che criminalizzavano Berlusconi sono gli stessi che ora criminalizzano Renzi?
«In parte. Certo il segretario Pd è vittima delle stesse tecniche di discredito politico di cui fu oggetto Berlusconi. Oggi quando non ti piace un leader, anziché combatterlo politicamente, cerchi di farlo fuori con altri mezzi. L’Italia si è abituata a motivare in modo violento il dissenso, anche se Renzi, come Berlusconi, un po’ se l’è cercata».

Non capisco se sei più critico con Renzi o con gli anti-renziani…
«Bersani e compagni dovrebbero riflettere che per buttar giù Renzi si sono dovuti alleare con Berlusconi, Grillo e la Lega nel referendum del 4 dicembre. Sarebbe come se nel ’45 Mussolini non fosse stato ucciso e l’anno successivo i repubblicani, per battere i monarchici, si fossero alleati con lui».

I tentativi della sinistra di unirsi, quindi, sono solo pantomime?
«Sono una rappresentazione per il popolo senza nessun senso. Gli appelli all’unità con Mdp sono solo un rito di deresponsabilizzazione collettiva, perché nessuno si vuole prendere la responsabilità della futura sconfitta, ma è un comportamento sleale verso l’elettore».

Le divisioni sono dovute più a divergenze sui contenuti o a questioni personali?
«Stiamo parlando di un corpo malato. Per tutto il tempo in cui Renzi è stato al governo, la sinistra interna lo ha attaccato su ogni cosa. Poi hanno iniziato a uscire dal Pd a uno a uno, infine in blocco su un tema pretestuoso come la data delle primarie. E chi è rimasto dentro, dopo aver perso nettamente quelle stesse primarie, anziché accettare il risultato, ha ricominciato a contrastarlo prendendo il posto di chi era uscito. Mettersi insieme adesso sarebbe folle».

Così però si va al massacro…
«Mdp è nato sul presupposto che il Pd perdeva voti e milioni di iscritti perché non faceva una politica di sinistra. Certo che se ora scendono in campo tutti i pezzi da novanta dell’ex Pci e, come possibile, non recuperano questi voti, magari restando sotto il 5%, si dimostra che il loro assunto è fallace».

Ma perché sta tanto sulle scatole alla sinistra questo Renzi?
«Per mille motivi. Anche perché continua ad annunciare che cambierà il suo caratteraccio e poi non lo cambia mai. Non sa allargare il gruppo dirigente, oggi ha con sé meno gente di quando è partito, e perfino i suoi più stretti collaboratori fuori onda confessano di non poterne più. Quando vinse le primarie, lo appoggiarono in tanti tra i vecchi dirigenti, ma lui non seppe trattenerne con sé quasi nessuno».

Al di là delle questioni interne alla sinistra, quando si è rotto qualcosa tra Renzi e gli italiani?
«Subito dopo la grande vittoria alle Europee, nella primavera 2014. Anziché compiacersi del successo, andare in giro a fare il fenomeno e farsi applaudire da Obama, Renzi avrebbe dovuto aprire agli sconfitti e portarli con sé, come fece De Gasperi dopo la clamorosa affermazione alle elezioni del 1948. Ma certo De Gasperi era un gigante…».

La gente ha pensato che si fosse montato la testa?
«Tutti pensano che Renzi abbia tradito la parola l’anno scorso quando non si è ritirato dalla politica come aveva promesso in caso di sconfitta al referendum. Ma in realtà il vero tradimento è stato non portare il Paese a elezioni politiche anticipate nel 2014 per farsi legittimare dal voto».

Non è che, più semplicemente, non è più aria per la sinistra?
«La sinistra è in crisi in tutto il mondo perché la sua specialità è ripartire equamente i risultati delle conquiste economiche fatte da altri, mentre la destra è orientata alla creazione della ricchezza, senza badare troppo a come viene messa insieme e alla sua suddivisione solidale. Adesso, dopo dieci anni di crisi, c’è poco da ripartire e tra il pasticciere che sa far bene le fette e quello che sa far bene la torta, l’elettore è naturalmente portato a scegliere il secondo».

Questo però non spiega il successo delle destre populiste…
«Lega e Fratelli d’Italia non sono forze populiste. Forse occhieggiano a temi populisti ma in campagna elettorale lo farà anche la sinistra. Lega e Fdi governano da decenni province, regioni e città, sono forze di sistema. Non è che posso dire che sono anti-sistema semplicemente perché non mi piacciono. Stanno con Berlusconi, hanno frenato sulla lotta all’euro e alla Ue, non hanno nulla a che vedere con la Le Pen. La forza populista sono i Cinquestelle, ma hanno perso capacità innovativa e attrattività, dopo le incerte prove nell’amministrazione delle città, e poi stanno anche loro cambiando fisionomia. A differenza di Veltroni, non vedo i rischi di un ritorno degli anni Trenta e della stagione dei totalitarismi».

Un grande magma di centro. Siamo sempre alle origini del caos…
«Sì, solo che la gente si è stufata e non va più a votare perché il caos produce indifferenza e svuota i partiti di ogni offerta programmatica. Una volta almeno un leader poteva presentare un progetto di governo, ma ora si naviga a vista, nessuno può illustrare un piano da qui a dieci anni, perché lui stesso non sa dove sarà tra dieci anni. Tutti ragionano su scadenze brevi».

Come se ne esce?
«Con una politica dell’alternanza vera. Ai tempi della cosiddetta Seconda Repubblica c’eravamo arrivati, anche se per ultimi nell’orbe terracqueo ma poi la tentazione per il caos che è nel nostro dna e nella nostra storia ha ucciso il bambino in culla».

Cos’è successo?
«Gli sconfitti non hanno mai accettato il risultato e anziché stare all’opposizione e lavorare per creare un’alternativa politica si sono dati da fare per delegittimare e spodestare l’avversario così da poter tornare al governo con un trucco magari a braccetto con chi si era combattuto fino al giorno prima. In questo modo la tattica ha prevalso sulla strategia e sul progetto. La Seconda Repubblica è morta perché abbiamo creato il bipolarismo ma non abbiamo saputo dividerci come fa un Paese civile, legittimando l’avversario e costruendo identità forti. Non sapersi dividere porta allo sfarinamento e alle liti fratricide alle quali abbiamo assistito e stiamo ancora assistendo»