La professione del futuro? Il futurologo. Lo fanno in pochissimi ma sarà molto richiesto

Italian institute for the future

Conoscere le conseguenze di un’azione prima che venga compiuta è un sogno per chi deve prendere una qualsiasi decisione, un mestiere per alcuni. Se ne occupa il futurologoNon è un indovino ma un professionista che cerca di prevedere il mondo nel futuro per un’amministrazione o un’azienda. Non è neanche un economista che analizza trend di mercato ma deve avere conoscenze di materie come la sociologia e ipotizzare l’evoluzione dei comportamenti umani.

Secondo head hunter come Carola Adami, della società di selezione del personale Adami & Associati, quella del futurologo è fra le figure che più si cercano e meno si trovano. All’estero diverse università hanno introdotto corsi di laurea e di dottorato sui Futures Studies, una disciplina accademica nata alla metà degli anni ’60. Anche in Italia qualcosa si è mosso. L’università di Trento ha iniziato quattro anni fa il Master di secondo livello in Previsione sociale rivolto a chi è già nel mondo del lavoro.

Dal 2013 l’Italian Institute for the Future si occupa di introdurre in Italia i Futures studies e l’impiego dei metodi di anticipazione da parte dei decisori politici e del mondo imprenditoriale. Anche il nodo italiano del network Millennium Project svolge attività di previsione, con l’obiettivo di accumulare saggezza sul futuro e fare scelte migliori oggi. Il 7 aprile 2017 questi tre enti hanno tenuto il workshop internazionale “Anticipation, Agency and Complexity” per lavorare alla costituzione di una rete italiana dei futuristi.

Secondo Roberto Poli, professore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università di Trento e cattedra Unesco sui sistemi anticipanti, di possibilità di impiego nel settore ce ne sono molte. Aziende, banche, assicurazioni stanno investendo nelle previsioni. Per esempio, Barilla ha lavorato sugli scenari sul futurodell’alimentazione nel 2030. In pochi possiedono un reparto con persone con formazione specifica ma molti si avvalgono di consulenze.  Come quelle fornite dalla startup innovativa dell’università di Trento –Skopìa, presieduta dal professor Poli.

Cosa apre questa chiave e cosa cela quel lucchetto

Si lavora con il privato, ma secondo Poli il settore pubblico dovrebbe essere più attivo.

Quasi tutti i governi europei hanno un ufficio che si occupa di queste cose”, dice il professore, “la Finlandiain particolare, dove è stato costituito un gruppo al seguito del parlamento e non del governo. Qui in Italia ancora non si è visto nulla del genere”.

Roberto Poli

Le previsioni dei futuristi sono diverse da quelle fatte in economia.

Per esempio, se si vuole aprire una fabbrica nel 2025 in Polonia, i metodi economici individuano le scelte più razionali da fare”, spiega Poli, “ma non dicono se ha ancora senso nel 2025 dar vita a un’impresa in Polonia o se ci sarà ancora mercato per quel prodotto. Nel frattempo, nuove leggi potrebbero venir promulgate, diversi tipi di contributi potrebbero sparire. I futurologi intervengono in situazioni di alta incertezza”.

Ad aprile 2018 a Bologna, nella sede del Consiglio nazionale delle ricerche, è in programma il secondo incontro dei futurologi italiani, dedicato alle anticipazioni sul lavoro.

Faremo un discorso più aperto di quanto non appaia da molti report”, dice Poli, “l’automatizzazione del lavoronon è qualcosa come l’invecchiamento della popolazione rispetto a cui possiamo solo rassegnarci. Dipenderà dalle politiche adottate. È importante muoversi con visione per non farsi travolgere”.

All’incontro parteciperà anche Mara Di Berardo, dottoressa di ricerca in Culture, Linguaggi e Politica della Comunicazione e co-chair del nodo italiano del Millennium Project. Dal 2016 ha iniziato a lavorare sullo studio globale “Scenari alternativi su lavoro e tecnologia al 2050”, nel quale vengono sviluppati tre scenari possibili:

  1. un mondo di governi con capacità strategica ma adozione altalenante della tecnologia,
  2. un’umanità disperata nel disordine politico ed economico,
  3. una che ha pensato a strategie a lungo termine condivise a livello internazionale.

Nella seconda fase dello studio i partecipanti ad alcuni workshop cercheranno di definire azioni a breve (5 anni), medio (15 anni) e lungo termine (35 anni) per realizzare il miglior futuro possibile.

Su questi scenari per il lavoro nel 2050 sarebbe utile aprire un discorso con i sindacati”, dice Di Berardo.

Mara Di Berardo

Secondo la co-chair per l’Italia nel Millennium Project, nel costruire una previsione sono molto usati anche i metodi partecipativi, che mettono insieme esperti, cittadini o rappresentanti. Si discute insieme sul futuro, si creano gli scenari con lo scopo di suggerire politiche che siano fattibili e desiderabili.

L’Unione europea parla di Futures studies in alcune sue attività”, racconta la dottoressa Di Berardo, “Molte politiche europee vengono definite attraverso forum in cui vengono analizzati una serie di attività fattibili e desiderabili. Questo significa fare Futures studies”. (Livia Liberatore per Business Insider)

Quali saranno i lavori più richiesti nel 2018? Tra sorprese e conferme ecco come cambierà il mercato del lavoro.

 

 

Veneto Banca era “fallita”

TREVISO. A fine gennaio il sostituto procuratore di Treviso Massimo De Bortoli potrebbe presentare istanza di dichiarazione di insolvenza per Veneto Banca Spa, accogliendo di fatto la richiesta formulata dagli avvocati Calvetti e Fadalti che rappresentano migliaia di creditori dell’istituto di Montebelluna oggi acquisito da Banca Intesa. 

È un passo fondamentale per la maxi inchiesta cui De Bortoli è stato comandato dalla Procura, affiancato da un pool di finanzieri incaricati di vagliare le centinaia di posizioni di ex correntisti che hanno deciso di rivalersi contro Veneto Banca e le cui posizioni, da Roma, sono state reinviate a Treviso in primavera. 

Di fatto, la richiesta di stato di insolvenza, punta a due obiettivi: aprire nuovi canali di ristoro finanziario per i correntisti “truffati”; mettere all’angolo non soltanto gli ex vertici di Veneto Banca ma le banche che con il fondo Atlante hanno gestito l’istituto di credito negli ultimi mesi prima del tracollo.

L’istanza che De Bortoli ha ammesso di essere pronto a formalizzare a inizio anno, tecnicamente finirà nelle mani del tribunale stesso che attuerà una valutazione della liquidità di Veneto Banca Spa ante la sua assunzione in Banca Intesa e al netto dei beni che sono stati confiscati dalla Guardia di Finanza agli ex vertici anche nel corso delle ultime settimane. La verifica a questo punto, constatando che non ci sono fondi per ristorare le tante richieste di risarcimento, potrebbe dichiarare lo stato di insolvenza. Questo passaggio permetterebbe alla Procura, e a De Bortoli nella fattispecie, di allargare il ventaglio delle accuse nei confronti dei dirigenti dell’istituto di credito di Montebelluna al reato di bancarotta, i cui tempi di prescrizione sono ben più lunghi di quelli per i reati che oggi vengono contestati, ovvero ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio. 

La dichiarazione di insolvenza poi permetterebbe di allargare le indagini, e le rivalse dei creditori, anche agli amministratori che dal 2014 guidarono la società verso l’aumento di capitale, e con loro al fondo Atlante (ovvero le banche e bankitalia) entrato nella diretta gestione dell’istituto trevigiano nel 2016. Verrebbero chiamati in causa uno ad uno sulla base del principio che – stante l’insolvenza – determinate operazioni finanziarie non andavano fatte né approvate. Compreso, in questo caso, la liquidazione di quegli azionisti “privilegiati” a cui gli ex amministratori avevano concesso di ritirare i soldi investiti nelle azioni, operazione che negavano ai più piccoli correntisti. È il caso di Bruno Vespa, ad esempio, ma anche di Renzo Rosso. A detta degli avvocati che hanno fatto richiesta di dichiarazione di insolvenza, con la procedura si potrebbe arrivare a richiedere risarcimenti anche a loro, «così come anche ai membri dei revisori dei conti che per anni hanno certificato lo stato finanziario dell’istituto di credito nonostante l’insolvenza, e così pure delle società di valutazione finanziaria come Pricewaterhouse». Ecco quindi che improvvisamente si allargherebbe il panorama dei fondi potenzialmente attaccabili dalla procedura di insolvenza e così anche dalla bancarotta.

Secondo i legali, è una mossa «che facilita il compito

alla Procura», oltre a mettere nelle mani dei creditori (oltre 3000 quelli ex Veneto Banca assistiti da Calvetti e Fadalti) una nuova arma per raggiungere beni – finanziari o immobili – che oggi sono ben lontani dall’essere ricompresi nell’inchiesta. 

Federico de Wolanski Il Mattino di Padova

Possibile bancarotta banche venete 1, Il Mattino di Padova: nuovi scenari possibili per i risparmiatori, per Veneto Banca sarebbe responsabile anche Carrus

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Se la richiesta di stato di insolvenza per Veneto Banca proposta dal pm trevigiano Massimo De Bortoli venisse accettata dal tribunale civile di Treviso, questa aprirebbe nuovi scenari per i risparmiatori che hanno azioni della popolare di Montebelluna (discorsi analoghi come causa effetto si potrebbero fare per la Banca Popolare di Vicenza, ndr). “La domanda di insolvenza farà finalmente chiarezza su quanto è accaduto in Veneto: l’intervento di carattere amministrativo della Bce è inspiegabilmente la ‘base giuridica’ su cui poggia il decreto del governo, che ha portato alla liquidazione coatta di Veneto Banca – ha spiegato l’avvocato Andrea Arman, presidente del coordinamento don Torta“.

Se era in insolvenza – aggiunge Arman – bisogna allora capire cosa è successo, attraverso l’indagine fallimentare. Se fallimento ci sarà, questo non si deve solo alla gestione Consoli. Per noi a far fallire Veneto Banca ha contribuito anche chi è venuto dopo di lui, ad esempio Carrus, che doveva salvarla. L’indagine fallimentare sarà un’operazione che deve portare alla verità sull’esproprio subito dagli azionisti veneti“.

Per alcuni le ripercussioni potrebbero verificarsi anche tra quanti hanno aderito al piano di ristoro proposto dalle due banche. “Se dovesse verificarsi il fallimento potrebbero andarci di mezzo quanti hanno ricevuto il 15%, che sarebbero a rischio revocatoria“, ha spiegato Patrizio Miatello (Ezzelino III da Onara). “Lo stato di insolvenza è stato già dichiarato, motivo per cui sono giunti alla liquidazione coatta amministrativa – ha proseguito il tributarista padovano Loris Mazzon –. Con la bancarotta fraudolenta si aprirebbero scenari completamente nuovi e probabilmente positivi per i risparmiatori: tanti nuovi soggetti ‘potenti’ sarebbero chiamati a rispondere“.

Ma quella di far causa alla banca non è l’unica strada da percorrere. “Non è una grande notizia per i consumatori, non si va certo verso porti sicuri – ha commentato l’avvocato Fulvio Cavallarï, responsabile regione Veneto di Adusbef -. Dopo il decreto di giugno scorso noi con altre associazioni abbiamo suggerito ai risparmiatori altre strade, non quelle legali, decisione ancora valida. L’unica alternativa da perseguire, per chi volesse intraprendere una causa, è contro le società di revisione che hanno certificato i bilanci delle due ex popolari venete“.

Se Veneto Banca dovesse fallire le condizioni per gli azionisti migliorerebbero, perché finalmente risulterebbe l’incostituzionalità del decreto legge del giugno scorso, che ha consegnato le due ex popolari venete a Banca Intesa Sanpaolo“, ha proseguito Franco Conte, responsabile veneto della Codacons. “In questo caso specifico ci sono normative che si sovrappongono: prima la banca è stata messa in liquidazione, ora arriverebbe il fallimento – ha spiegato l’avvocato Matteo Moschini del Movimento difesa del cittadino di Treviso – mai verificatosi prima. Quel che è certo è che la situazione della banca e dei manager, anche dopo Consoli, si aggrava: con il fallimento possono essere contestati altri reati. Per gli azionisti e obbligazionisti subordinati ora ci sono più possibilità per accedere ai risarcimenti“. Per “Dacci i soldi Veneto Banca” la cura doveva essere politica fin dal 2015, con il commissariamento e la nazionalizzazione della banca come fatto con Mps: “Si sarebbe evitato questo disastro di proporzioni mai viste e la spesa per lo stato sarebbe stata la stessa“.”Sono buone notizie e suffragano l’ipotesi che a portarci in questo disastro siano stati diversi protagonisti, non solo Consoli, ma anche gli ultimi consigli di amministrazione – ha commentato Fabio Bello di “Dacci i soldi Veneto Banca” – L’immobilismo di Atlanteche non ha fatto praticamente nulla per evitare il disastro lo avevamo già ricordato negli interventi alle ultime assemblee soci“.

di Nicola Brillo, da Il Mattino di Padova (estratto da Vicenzapiu’)

Missione compiuta su BPVi e Veneto Banca; la Repubblica: Fabrizio Viola pronto a lasciare il ruolo di commissario

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Entro la fine di gennaio il commissario della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca farà un passo indietro

L’ultimo atto formale di un certo rilievo – la firma del decreto ministeriale – è atteso entro i primi dieci-  quindici giorni di gennaio. A quel punto i 18 miliardi di crediti difficili – sofferenze e incagli – passeranno dalla liquidazione delle banche venete alla Sga. E, secondo rumors insistenti, a quel punto i tempi saranno maturi perché il commissario Fabrizio Viola consideri conclusa la parte più “manageriale” del suo lavoro e lasci l’incarico. Dal lato dell’attivo, infatti, la liquidazione ha messo a segno vari obiettivi: è stato venduto il 9% di Cattolica, sono state cedute le due banche (Bim e Farbanca), per Prestinuova e Claris sono in corso le procedure (ma non si tratta di partite enormi). Restano da vendere Arca, gli immobili e le opere d’arte.

Ma, soprattutto, bisogna gestire il passivo, che in una procedura di liquidazione è forse la parte più lunga e complessa. Proprio per questo, il profilo più adatto sembra quello di un esperto legale piuttosto che di un banchiere. E infatti, chi conosce Viola è convinto che entro la fine di gennaio lascerà l’incarico anche se al momento non si conoscono futuri approdi del manager (che potrebbe anche prendersi un periodo lontano dai riflettori e dedicarsi a consulenze non in prima linea).

L’ultimo passaggio a questo punto è il decreto ministeriale, necessario anche a far partire la macchina operativa della Sga, diretta da Marina Natale. Che a sua volta deve individuare altri servicer per trattare gli Npl e i partner bancari (Intesa è il candidato naturale ma non l’unico) per gli Utp, gli incagli.

di Vittoria Puledda, da la Repubblica (estratto da vicenzapiu’)

Mercati quieti in attesa delle montagne russe: nel 2018 faro su euro e bitcoin

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Con un rialzo del 1.500% il bitcoin – per chi ha avuto fegato – è stato il grande affare del 2017, con una performance irraggiungibile per qualsiasi altro asset e alla portata soltanto di chi è fortemente orientato al rischio, diciamo a livello di giocatore d’azzardo. Non un azzardo, ma una previsione azzeccata ha guidato, invece, gli investitori che hanno puntato sui titoli di Stato della Grecia e a fine 2017 si portano a casa un guadagno del 60% e oltre, grazie al netto miglioramento dei conti pubblici di Atene.

 

Germania – OKTOBERFEST – montagne russe – foto di CHRISTOF STACHE/AFP/Getty Images

Per gli amanti delle materie prime le soddisfazioni più belle sono venute dal palladio, che spinto dalla forte domanda da parte dell’industria automobilistica (è un componente delle marmitte catalitiche) ha visto le quotazioni salire in 12 mesi del 54%. In Borsa hanno brillato le aziende hi tech. Sui listini di Wall Street hanno segnato forti rialzi Apple (+52%), Microsoft (+41%), Amazon (+55%) e Facebook (+49%). A Piazza Affari StM, primo produttore europeo di chip,  ha chiuso l’anno con un rialzo di oltre il 70%.

Bolla o non bolla

Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, nel film “Wall Street”

Passate in rassegna le migliori performance del 2017, il nuovo anno si presenta carico di incognite. Per le Borse il quesito bolla o non bolla, tanto dibattuto negli ultimi mesi, si riaffaccia dopo la sbornia di ottimismo delle ultime settimane innescata dall’approvazione della riforma fiscale del presidente Donald Trump in America.

In generale  il 2018 inizia all’insegna dell’ottimismo per gli investitori. Come spiega Matthias Palowski, Associate portfolio manager di Morningstar investment management, le performance elevate generano fiducia tra gli investitori e alimentano gli acquisti. “Il nostro indicatore globale del sentiment mostra un atteggiamento positivo verso la maggior parte delle attività finanziarie”, dice Palowski, ma questo significa che potrebbe esserci una sottovalutazione dei rischi.

I rischi del nuovo anno: ecco l’elenco

L’elenco dei rischi per l’economia globale è lungo: partendo dalla politica, ci sono tutte le incognite delle trattative sulla Brexit, il secondo tempo della partita Catalogna-Spagna, dopo le elezioni che hanno confermato a Barcellona una maggioranza indipendentista. Va ricordato che la Germania è ancora senza un governo dopo le elezioni di settembre e che nel 2018 si voterà in Italia, Brasile e Messico. E poi ci sono le folli provocazioni missilistiche-nucleari della Corea del Nord, la disdetta da parte degli Usa dell’accodo con l’Iran e in generale il riaccendersi della tensione in Medio Oriente con la decisione Usa di trasferire l’ambasciata in Israele a Gerusalemme.

Donald Trump – Chip Somodevilla/Getty Images

In America l’incognita maggiore è il cambio della guardia alla guida della Fed e l’intenzione della Casa Bianca di abolire, o rivedere fortemente, la legge Dodd-Frank voluta da Obama per evitare nuove maxi-concentrazioni di rischi nel settore bancario dopo la crisi del 2007-2008. In tutto questo non va dimenticato il boom dei bitcoin e la cosiddetta criptomania.

L’economista: Trump il pericolo numero 1

L’economista americano premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Foto Eric Piermont/AFP/Getty Images

Una sintesi dei rischi  l’ha fatta recentemente Joseph Stiglitz, economista della Columbia University di New York, premio Nobel nel 2001. Al primo posto c’è Trump. Quando è stato eletto nel novembre dell’anno scorso sembrava che il suo programma, basato sul concetto del primato dell’America anche a costo di frenare il commercio internazionale, potesse avere ripercussioni sulla crescita globale e sui mercati. Invece, il presidente Usa ha combinato ben poco e i mercati azionari hanno galoppato a briglia sciolta.  Dice Stiglitz: “Nel 2017 non è successo nulla, ma il 2018 potrebbe essere l’anno in cui la granata che Trump ha gettato nell’ordine economico mondiale alla fine esploderà”. Di certo non aiutano la concentrazione del potere in Cina nelle mani del presidente Xi Jinping e  le difficoltà della riforma della struttura dell’Eurozona, ma rischi profondi, dice l’economista,  vengono soprattutto “dal disprezzo di Trump per il diritto internazionale, dal suo rifiuto di una leadership globale americana”. Rischi che minacciano di colpire l’economia globale.

I banchieri: navighiamo a vista

Entrando più nei dettagli, la lettura dei vari studi delle case di investimento offre un panorama di opinioni variegato. La sensazione è che nessuno voglia fare l’uccello del malaugurio e attaccare un quadro di fondo genericamente ottimista, che fa comodo (e fa fare soldi) a tutti. Ma dopo tanto rialzo, il buon senso dice che è meglio essere prudenti. La sensazione che se ne trae è una generica raccomandazione all’insegna del: “Navighiamo a vista”.

Le Borse dovranno fare i conti con il cambio di politica monetaria delle banche centrali. La Fed ha avviato la riduzione del suo bilancio e la Bce ha tagliato il piano di acquisti di bond, che in teoria dovrebbe proseguire fino al prossimo mese di settembre. I tassi in America sono in rialzo, in Europa non ancora ma potrebbero iniziare a muoversi se, come dicono Bce e Ocse, la ripresa continuerà a rafforzarsi.

Il bilancio della Bce fino allo scorso aprile

Il 2018 potrebbe essere finalmente l’anno di una ripresa della crescita dei prezzi, ma se si interpellano gli economisti emergono tutte e tre le possibili ipotesi: inflazione stabile, inflazione in calo e inflazione in aumento. Un sondaggio condotto da Bloomberg dice che la media delle previsioni è per un’inflazione in America  il prossimo anno al 2,2%, esattamente identica al 2017 (primi 11 mesi).

Mario Draghi, Bce – foto di Hannelore Foerster/Getty Images

Per quanto riguarda la crescita, nel terzo trimestre 2017 il Pil americano ha segnato un incremento del 3,2%, dopo il 3,1% del secondo trimestre e l’anno si dovrebbe concludere con una crescita del 2,5% circa. Se l’economia Usa continuerà a svilupparsi fino al primo trimestre 2018 compreso,  realizzerà  il secondo più lungo periodo di crescita della storia contemporanea. La previsione media per l’intero 2018 è uno sviluppo del 2,5%, uguale al 2017. Secondo Luca Tobagi, Investment Strategist di Invesco, il quadro macroeconomico favorevole, in base alla visibilità attuale, dovrebbe sostenere le attività finanziarie più sensibili al ciclo anche nel 2018. O, almeno, nella prima parte dell’anno. “Le azioni sono salite molto, ma le valutazioni e il loro modo di muoversi sul mercato non sono indicativi di bolla e possono beneficiare direttamente della crescita economica”.

Titoli tech: la corsa è finita

Sui titoli tech, però, tutti i grandi broker tirano i remi in barca. JP Morgan raccomanda “underweight” sul settore per il 2018,  dato che i titoli principali della Silicon Valley sono fra quelli che avranno meno vantaggi dalla riforma fiscale di Trump e quindi si aspetta un’uscita di fondi alla ricerca di migliori occasioni.

Morgan Stanley conferma la raccomandazione positiva “Overweight” sulle cosiddette FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google, ovvero Alphabet), anche se “ci chiediamo se la crescita possa continuare”. Alphabet, Amazon e Apple, dice la banca d’affari, sono fra le società più esposte al rischio di un eventuale  calo dei consumi in Usa nel 2018, dopo 10 anni di crescita ininterrotta.

Il broker Fundstrat racomanda sempre i tecnologici, ma dice che il settore non sarà trainato dai FAANG, ma da altre società meno note al grande pubblico fra le quali Intuit, Harris, Nvidia e Xilinx.

Nel 2018 euro ancora molto forte

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Gli equilibri dell’economia e della finanza mondiali sono stati condizionati nel 2017 dal forte rialzo dell’euro, che ha guadagnato il 14% nei confronti del dollaro. Il mercato azionario Usa, ad esempio,  è cresciuto del 20% in dollari negli ultimi 12 mesi, quello giapponese del 15% in yen, quello britannico del 7,8% in sterline, ma convertiti nella valuta comune europea questi risultati sono scesi rispettivamente a +4,4%, +7,6% e +2,6%. Per contro l’indice EuroStoxx 600 delle Borse europee ha guadagnato in euro l’8% e il FtseMib di Milano è salito addirittura del 15%. Quindi, se l’euro resterà forte è probabile che i capitali continueranno ad affluire nelle Borse europee. Cosa dicono le previsioni sull’euro? Che la moneta unica potrebbe perdere terreno nei confronti del dollaro nei primi mesi del 2018, per poi recuperare nella seconda parte dell’anno spinta dalla forza dell’economia europea e dalla prospettiva di un cambiamento della politica monetaria, con la Bce che potrebbe accennare a possibili rialzi dei tassi.

Bitcoin, i governi in campo

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Parlando di valute, non si può non toccare il tema bitcoin. Previsioni sull’andamento della criptovaluta nel 2018? Non c’è nessuno in grado di farle sulla base di argomentazioni serie. C’è però da segnalare i violenti ribassi delle ultime sedute dopo le drastiche prese di posizione dei governi di Israele, India e Corea del Sud. In una dichiarazione ufficiale il governo coreano ha condannato la speculazione dilagante sul bitcoin e si è detto pronto ad agire per limitare i danni. Le autorità potranno vietare l’apertura di conti anonimi basati su criptovalute. Si calcola che circa il 20% di tutti gli scambi mondiali di bitcoin sia attivato da investitori coreani (Franco Velcich Businesinsider)

 

(Cinquanta volte) buon anno

Gli auguri di Affaritaliani.it per la penna di Maurizio de Caro

Di Maurizio de Caro affari italiani 
(Cinquanta volte) buon anno

 
 

Buon anno a Gentiloni più grigio delle sue grisaglie
Buon anno a Gattuso perché ci ricorda,come diceva Brecht, quanto sia difficile indossare la maschera del cattivo
Buon anno alla famiglia di Belen Rodriguez nella speranza che non ci siano altri fratelli da piazzare  in televisione
Buon anno alla Boschi perché non basta essere donna per avere ragione
Buon anno a Matteo Renzi e speriamo che riesca a trovare un autore migliore per  i suoi testi.
Buon anno a Bruno Vespa che possa trovare un altro efferato delitto infantile con cui risollevare l’audience
Buon Anno a Silvio Berlusconi,simpatica canaglia,troppo magro e truccato per vincere le elezioni
Buon anno al Governatore Emiliano che per 15 minuti di celebrità farebbe pure il bue nel presepe vivente di Maruggio
Buon anno a tutti gli accusati di molestie sessuali e a tutte le donne che li hanno accusati,nella speranza che sia tutto vero
Buon anno al politically correct perché possa andare aff……..

Felice Anno Nuovo

Buon anno all’apertura dei Navigli e che il promotore ci si possa tuffare dentro
Buon anno a tutti i partiti della SX uniti nelle differenze e difformi nelle identità,vicini al cuore ma lontani dal quorum
Buon anno alla Sindaca di Roma, piena di grazia tu sei benedetta tra le donne..
Buon anno a Beppe Grillo il vecchio paninaro capace di illustrare tutto il programma dei cinquestelle con un solo rutto
Buon anno al titolista di Libero per l’eleganza,la pacatezza e la capacità metaforica de li mortacci tua.
Buon anno ai cronisti politici che dopo due passaggi televisivi sono diventati grandi firme del giornalismo italiano
Buon anno al TG uno perché continua a ripetere lo stesso telegiornale da venti anni,e nessuno ci ha fatto caso
Buon anno a quelli che sono stati miracolati dai decreti natalizi perché dimostrano che “io so’ io e voi nun siete un c…..”
Buon anno ai no vax perché possano trovare un illusionista per convincerci delle loro magie
Buon anno a tutti i censori che ci raccontano quello che vorremo dire,se fossimo veramente liberi di esprimerci

giphy (1)
Buon anno alla rete che finalmente ci ha resi schiavi senza farsene accorgere
Buon anno all’Italia capace di sopportare anche per quest’anno gli italiani
Buon anno a papa Francesco perché ormai prima di parlare, ride pure lui
Buon anno a quelli che non si ricandideranno perché si sono stufati di dire a gettone le solite cazzate
Buon anno a quelli che sono stati candidati e che stanno già facendo i conti per la pensione
Buon anno al Presidente Sergio Mattarella e che qualcuno lo faccia ridere
Buona anno  agli economisti che ci hanno informato che la ripresa è dietro l’angolo
Buon anno ai vegani che odiano a morte la cassoela e il rustin negàa,
Buon anno ai populisti che odiano a morte ma non si ricordano bene chi e che cosa
Buon anno a Ciriaco De Mita sempre in riunione per formare nuove forze politiche “di centro”

Buon anno a quelli che scrivono sulle pagine culturali dei quotidiani ma sono terrorizzati perché nessuno se ne è accorto,neppure le famiglie
Buon anno agli chef stellati che non sono più così certi che quello che cucinano sia realmente commestibile
Buon anno ai legislatori che hanno paura di tutto per cui lo proibiscono
Buon anno ai furbissimi al caldo che si lamentano per quel poco che l’agenzia è riuscita e recuperare dai loro conti correnti nei paradisi fiscali
Buon anno a tutti quelli che fanno le petizioni per proibire le petizioni contrarie
Buon anno al clima che è diventato pericoloso,perché la situazione metereologica è quella segnalata dal telefonino e non quella che si percepisce fuori dalla finestra
Buon anno a cantanti e calciatori, tamarri e miliardari, perché continuano a metterci in guardia dall’impegno,dallo studio e dalla ricerca culturale.Un tatuaggio vale sempre più di un saggio.
Buon anno ai raccomandati di tutti i partiti,perché essere cretini e fedeli è il vero valore aggiunto degli italiani.
Buon anno ai bambini impavidi che riescono a sopravvivere a tutte le frustrazioni di certe mamme
Buon anno alle vittime della violenza generica perché il caso ha voluto che ci fossero loro al nostro posto

giphy

Buon anno a tutti quelli che credono all’oroscopo perché questo sarà il loro anno
Buon anno a tutti i ladri perché avranno molto lavoro,anche quest’anno
Buon anno alla Regina Elisabetta,perché ci piace a prescindere
Buon anno ai vizi capitali nella speranza che non scompaiano troppo presto
Buon anno al computer il vero sex-toy della nostra morigerata esistenza
Buon anno ad Angelo Perrino perché crede davvero in tutto quello che fa ( e che scrive)
Buon anno a Luciano Fontana perché è riuscito a non bivaccare negli studi televisivi,ma si è limitato a fare il Corriere della Sera
Buon anno al ministro dell’Interno perché giocare a guardia e ladri è un gioco per adulti
Buon anno a Maurizio de Caro e che Dio ce lo conservi in salute
Buon anno a tutti quelli che amiamo o che ci amano perché, in entrambi i casi, non abbiamo ancora capito perché

Buon anno, buon 2018

Re, Papa e imprese. Così il 1° gennaio diventò festa civile

Una leggina ad hoc lo inserì nel calendario. Da Napoleone a Lenin, una storia di diatribe

L’estate del 1874 sprigionava i primi tepori, quando Vittorio Emanuele II si ritirò in una delle residenze di caccia dei Savoia, il castello (in realtà una palazzina a un piano) di Sant’Anna, Cuneo. Lì il 23 giugno «per grazia di Dio e volontà della nazione», il re d’Italia «sanzionò e promulgò» una legge di una riga: «All’elenco dei giorni festivi è aggiunto il primo giorno dell’anno». Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, l’11 luglio, il Capodanno diventò festa per gli italiani. 

 

L’iniziativa era partita da due ministri del governo Minghetti II (ultimo della destra storica), ormai dimenticati dai più: Gaspare Finali (Agricoltura, Industria e Commercio) e Paolo Onorato Vigliani (Grazia, Giustizia e Culti). Entrambi di antica fedeltà massonica. Si trattò di quello che le odierne cronache politiche definirebbero un blitz: una laconica legge di conversione infilata nel calendario parlamentare pochi giorni prima della chiusura estiva, che allora cominciava a metà giugno. L’obiettivo era dare certezza di legge all’annosa questione delle feste religiose e civili.

Prima si festeggiavano solo «Natale, Epifania, Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, Concezione, Natività e Assunzione della Beata Vergine Maria, Santissimo Corpo di Cristo, Beati Apostoli Pietro e Paolo, Ognissanti e Celeste Patrono di ciascuna diocesi, città o terra». Così recitava il Regio Decreto 5342 del 1869 che aveva «esteso per gli effetti civili a tutto il Regno il calendario dei giorni festivi già in uso nelle antiche Provincie dal 6 settembre 1853 in appresso». 

 

Unificazione difficile  

Era stato il congresso delle Camere di Commercio, riunito a Genova nel 1869, a sollecitare un intervento del governo per disboscare la giungla delle festività del neonato Regno. A dispetto dell’Unità, ogni territorio aveva conservato i suoi usi. Se i morigerati sabaudi festeggiavano 10 giorni l’anno oltre alle 52 domeniche, altrove si largheggiava. «Le feste – scrivevano i ministri nella relazione al re – sono tanto numerose che in alcuni luoghi giungono persino al numero di 30», il che comportava «abuso e detrimento economico». Il re ne fu convinto e appose la sua «augusta firma» sul decreto.

Abstract New Year background with blue tones with three-dimensional figures 2018, vignette and bokeh effect

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Il calendario del 1853 era stato frutto di una lunga trattativa segreta tra lo Stato sabaudo e la Chiesa romana. Era stato chiesto al Pontefice di «tagliare» il consistente numero di festività. Infine l’elenco fu ridotto «senza offendere le popolazioni». Papa Pio IX diede il suo assenso scritto con un Breve apostolico consegnato al vescovo di Saluzzo. Il Capodanno, sebbene di origine religiosa (la Chiesa celebra la solennità della Madre di Dio), ne uscì sacrificato. 

 

Rapporti mutati  

All’epoca le festività erano tutte religiose e rappresentavano un delicato bilanciamento fra Stato, Chiesa e tradizioni popolari. Lo Stato (confessionale, a norma di Statuto, ma con un’anima liberale) pretendeva di fissare i calendari amministrativi. La Chiesa rivendicava l’ultima parola. Il popolo, va da sé, amava festeggiare il più possibile secondo le mille tradizioni di una nazione e cento città. Ogni modifica del calendario veniva attentamente soppesata. «La competenza era mista, si agiva con particolare cautela secondo la via diplomatica», scrive Maria Rosaria Piccinni, autrice del libro «Il tempo della festa tra religione e diritto» (Cacucci).

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Eppure, con la famosa leggina ad hoc, nel 1874 spunta il Capodanno, una festa tipicamente napoleonica. Perché? 

Gli atti parlamentari non aiutano. Secondo Aldo A. Mola, storico della monarchia, «la risposta non va cercata nel 1874 ma nel 1869, che segna rottura piena tra Regno d’Italia e Stato Pontificio». Rottura militare (dopo la battaglia di Mentana nel 1867) e politica, con gli intralci che Pio IX poneva alla vita privata di Vittorio Emanuele II (a partire dal matrimonio morganatico con Rosa Vercellana), che sarebbe culminata nell’apertura della breccia di Porta Pia nel 1870. Celebrata ogni anno il 20 settembre con una nuova festività, istituita senza bisogno di una legge «essendo già tale nel cuore degli italiani». Il clima era pessimo. Così, con atto unilaterale, nel 1874 governo e re introdussero il Capodanno nell’elenco delle festività, riconoscendo al primo giorno dell’anno un particolare valore nella tradizione popolare. Valore certificato diversi anni dopo, nel 1911, anche da Pio X. Con un Motu Proprio ridusse il numero dei giorni festivi da 36 a 8 per fronteggiare l’accresciuto costo della vita, ma salvò il Capodanno. 

 

Politica e burocrazia  

Del resto è destino del Capodanno essere festa soggetta al mutare dei regimi politici.  

Fu Giulio Cesare con il suo calendario nel 46 a.C. a spostare l’inizio dell’anno da marzo a gennaio. Ma per consolidare questa data, almeno in gran parte dell’Occidente, si dovette attendere il calendario Gregoriano e soprattutto la riforma di Innocenzo XII del 1691.

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In altre parti del mondo il Capodanno ha date diverse, a partire da quello cinese collegato al novilunio di gennaio. Ma dal punto di vista della burocrazia l’aspetto più curioso è il periodico tentativo di modificare i calendari per legge, soprattutto a seguito di rivoluzioni e cambi di regime. 

 

Il caso più noto è la Francia illuminista. Il nuovo calendario scritto da scienziati e basato sul sistema decimale, decristianizzato e ispirato ai valori della agricoltura, lo fissò nella terza decade del nostro settembre, che corrispondeva al 1° Vendemmiaio. Entrato in vigore nel 1793, fu abrogato da Napoleone il 22 fruttidoro anno XIII (il 9 settembre 1805).

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Anche Lenin provò a cambiare il calendario per legge. Dal 1929 introdusse una modello basato su settimane di 5 giorni, al chiaro scopo antireligioso di bandire la domenica. Tutti i lavoratori furono divisi in cinque gruppi basati sui colori. Il riposo turnario evitava l’interruzione della produzione industriale, ma alimentò il malcontento perché complicava le relazioni familiari. 

 

Fascismo e Repubblica  

Mussolini decise di contare «il tempo dell’Era fascista» a partire dalla marcia su Roma del 1922. Primo giorno dell’anno il 29 ottobre. L’obbligo di aggiungere in numero romano l’anno dell’era fascista accanto a quello cristiano, disposto da una circolare del capo del governo, entrò in vigore nel 1927. Come se non bastasse, nel 1930 la marcia su Roma diventò festività solenne anche del calendario gregoriano. Ovviamente per legge, la numero 1726, intitolata «Modifica dell’elenco delle feste nazionali, dei giorni festivi a tutti gli effetti e delle solennità civili».File:FIFA World Cup Russia 2018 bidding logo.svg.png

Abbiamo dovuto attendere la Repubblica per fare pace col Capodanno, ed è servita un’altra legge. Anzi due. La numero 260 del 1949, «Disposizioni in materia di ricorrenze festive», che lo colloca al primo posto. E la 121 del 1985, che recepisce la revisione del Concordato Stato-Chiesa e lo riconosce come festa anche religiosa. 

E così il Capodanno è festa per tutti gli italiani. Unificati, nel primo giorno dell’anno, anche se con un secolo di ritardo.ALFONSO CELOTTO, GIUSEPPE SALVAGGIULO – LA STAMPA)

Illustrazione di biglietto di auguri per il felice anno nuovo 2018 Archivio Fotografico - 85423377

Banca Nuova, truffa vecchia? La banca che ha beffato gli azionisti calabresi

Una delle vittime conferma a Lacnews24: a Banca Nuova in cambio della concessione di un fido di 400 mila euro per l’azienda, me ne hanno chiesti 100 mila per acquistare azioni della banca.

Banca Nuova più che la grande Banca del sud , lo slogan con il quale era nata, si è trasformata in una palude per i piccoli azionisti del mezzogiorno, tra questi, anche una nutrita pattuglia di azionisti calabresi che, quasi tutti, ci hanno rimesso centinaia di migliaia di euro investendo nelle azioni di una banca che, avrebbe dovuto sollevare le sorti economiche della piccola e media impresa calabrese e, invece, ha finito quasi per affossarla.

Terremoto Banca Nuova: gli azionisti meritano risposte

Abbiamo sentito alcuni di questi azionisti, i quali, ovviamente non vogliono essere citati e che, sostanzialmente, ci hanno confermato le motivazioni per le quali i vertici di Banca Nuova, da settembre risultano indagati dalla procura della Repubblica di Vicenza, sede, della banca popolare di Vicenza, maggiore azionista della Banca Nuova che, ha invece sede legale a Palermo. I reati ipotizzati dalla Procura vicentina sono aggiotaggio e ostacolo alle funzioni dell’autorità di vigilanza. A essere chiamati in causa alcuni esponenti di vertice del gruppo Banca popolare di Vicenza.

Per questo, gli inquirenti avevano delegato la guardia di finanza ad eseguire una serie di perquisizioni nei confronti delle persone sottoposte ad indagine e di altri non indagati. Le fiamme gialle hanno svolto verifiche anche sul presidente dell’istituto di credito, Giovanni Zonin, e sull’ex direttore generale dell’istituto Samuele Sorato. A seguire le indagini il pm Luigi Salvadori e il procuratore capo Antonino Cappelleri. Le perquisizioni disposte dall’autorità giudiziaria riguardarono oltre alla sede amministrativa e legale di Vicenza dell’istituto di credito anche gli uffici direzionali di Milano, Roma e Palermo.

OPERAZIONE SALVATAGGIO DEGLI AMICI

Per capire da dove nascono i guai del management di Banca Nuova e banca popolare di Vicenza, bisogna fare un salto indietro, quando cioè, la Banca, ha dovuto affrontare lo snodo della necessità di trasformarsi in Spa, dopo il decreto sulle popolari varato dal governo Renzi. Il taglio del valore delle azioni da 62,5 a 48 euro, che ha fatto infuriare molti azionisti, il rosso da oltre 1 miliardo di euro registrato nel primo semestre del 2015 e la necessità, dopo un’ispezione della Bce, di iscrivere a riserva indisponibile 611,6 milioni di euro perché erano stati erogati ai soci finanziamenti per 974,9 milioni per acquistare o sottoscrivere azioni. Tutto questo quadro di difficoltà però, non è stato gestito in un quadro equilibrato da parte dei vertici dell’istituto finanziario, perché come rivela una inchiesta pubblicata in questi giorni dal settimanale L’Espresso, prima della crisi, la Banca ha trovato il tempo per salvaguardare i grandi investitori a scapito dei piccoli azionisti, tra i quali come dicevamo prima, molti investitori calabresi. Scrive e non a torto il giornalista de L’Espresso, Vittorio Malagatti: “Nella storiaccia della popolare di Vicenza, tra buchi in bilancio, manager sotto inchiesta e prestiti di favore agli amici degli amici, c’è chi brinda al lieto fine.Rivolta in Sicilia: «Popolare Vicenza  vuole la fine di Banca Nuova»

Una pattuglia di soci, nomi importanti, investitori milionari, sono riusciti a disfarsi del loro pacchetto di azioni poco prima che la banca presieduta da Gianni Zonin si avvitasse in una spirale di perdite e polemiche”. Insomma un bel gruppetto di furbi, quasi tutti settentrionali sono riusciti ad afferrare il malloppo poco prima che la cassa facesse boom! Difficile che tutto ciò, possa essere avvenuto per virtù dello “Spirito Santo” e non invece per mano di coloro che, in possesso delle informazioni necessarie a prevedere quanto stava per accadere, hanno pensato bene di salvaguardare investimenti e patrimoni dei veri padroni dell’istituto di credito. Sembrano davvero molto lontani i tempi, quando l’istituto di credito, si proponeva l’obiettivo di “salvare” il sud dalla restringimento o dalla scomparsa del credito al sistema della piccola e media impresa meridionale e calabrese. In realtà questo nobile obiettivo, Banca Nuova, lo aveva nel suo glossario di slogan utile alla promozione della banca al fine di rastrellare clienti e investitori e, a giudicare sia dall’indagine in corso, e ripreso dal settimanale L’Espresso, il rastrellamento degli azionisti sarebbe avvenuto con metodi ed escamotage, poco ma molto poco ortodossi.

Banca Nuova scattano i primi 20 tagli
Banca Nuova , l’uovo di Colombo 

 

BANCA NUOVA IN CALABRIA E NEL SUD

In Calabria Banca Nuova è presente con 6 filiali a Cosenza, 5 a Reggio Calabria, 4 a Catanzaro, e una a Vibo Valentia, per un totale di 16 filiali. Il vero cuore di Banca Nuova è comunque in Sicilia, dove si concentrano i maggiori timori. Banca Nuova dopo l’inchiesta ha varato anche un nuovo piano industriale che prevede una radicale soppressione di filiali e ciò potrebbe mettere in discussione anche i relativi posti di lavoro. Zonin & Co. allora decisero creare Banca Nuova che, nell’arco di qualche anno e attraverso la fusione con la Banca del Popolo di Trapani, è diventata un punto di riferimento per l’imprenditoria siciliana.Banca Nuova: lettera dagli erediBanca Nuova Lettera dagli Eredi

Si rileva, inoltre, che un ridimensionamento delle filiali e degli organici in Sicilia rischierebbe di far venire meno il legame con il territorio sbandierato fin dalla nascita di Banca Nuova da parte degli amministratori e tutt’ora presente sul sito bancanuova.it: Banca Nuova, con circa 100 sportelli presenti principalmente in Sicilia e Calabria. Una realtà bancaria che si era presentata come tra le più importanti e dinamiche del Sud Italia. Dice Giuliano Xausa, segretario nazionale della maggiore organizzazione del settore credito: “Ribadiamo la nostra ferma contrarietà al piano di riduzione dei costi presentato dal gruppo banca Popolare di Vicenza, che impatta pesantemente sui lavoratori, con i 575 esuberi dichiarati dall’azienda. Ancora una volta si utilizza la trita ricetta dei tagli al personale per rimediare agli errori di gestione di taluni manager, sui quali ci auguriamo faccia al più presto chiarezza la magistratura”. Nella trattativa che a breve partirà con l’azienda, -sosteneva un mese fa Xausa- chiederemo il rispetto e la piena tutela dei lavoratori e anche degli azionisti”Benvenuta in Bpvi

BENVENUTI A BORDO

BANCA NUOVA E GIANNI ZONIN

Banca Popolare di Vicenza e Gianni Zonin sono un binomio dal lontano 1996, quando il capo dell’omonima casa vinicola ha preso il timone dell’istituto di credito vicentino nella veste di presidente. Zonin si è definito un viticultore «prestato alla finanza».

Feudo Principi di Butera (Zonin)

A un buon prezzo però, perché al Sole 24 Ore risulta che in primavera un Cda di Bpvi abbia portato il suo compenso totale a superare il milione e mezzo, cifra che la banca vicentina si è rifiutata di confermare o smentire. Ma Zonin non è l’unico professionista con un piede nelle aziende del gruppo vinicolo che porta il suo nome e un altro nella Popolare di Vicenza. Al contrario, l’elenco è lungo. C’è Giovani Zamberlan, dello studio di dottori commercialisti Simonetti Zamberlan, che è simultaneamente presidente del collegio sindacale di Bpvi e sindaco di Acta, società controllata dalla famiglia Zonin.

Sempre dello stesso prestigioso studio vicentino c’è poi Marco Poggi, presidente del collegio sindacale di Bpvi Multicredito e sindaco supplente di Acta, Feudo Principi Butera e Fattoria Palagio (sempre della famiglia Zonin). Paolo Zanconato, dello studio Zanconato Dalla Monta, è invece sindaco di Bpvi e di Monforte 19 (immobiliare della Bpvi) e amministratore delegato di Acta e presidente del collegio sindacale di Fattoria il Palagio. Giacomo Cavalieri, dello studio Adacta, dopo essere stato sindaco di Bpvi fino a quest’anno, è ora presidente di Immobiliare Stampa Spa (del gruppo Bpvi) e presidente del collegio sindacale di Tenuta Rocca di Montemassi (gruppo Zonin). Sempre dello studio Adacta è Luigi De Anna, sindaco supplente di Banca Nuova (controllata siciliana di Bpvi) e di Mobiliare Montebello (della famiglia Zonin). Mentre Giovanni Sandrini è sindaco supplente di Banca Nuova e amministratore unico di Amministrazione Aziende Agricole Srl, società di Silvana Zuffelato, moglie di Zonin. Una coincidenza di interessi tra la banca e il gruppo vinicolo Zonin c’è anche sul fronte della proiezione all’estero.

Tra le banche territoriali italiane la Popolare di Vicenza ha infatti il record di uffici di rappresentanza all’estero: ben sei, a Shanghai, Nuova Delhi, Hong Kong, Mosca, San Paolo e New York, dove la banca occupa l’intero trentacinquesimo piano di un palazzo storico di Madison Avenue. Tutti mercati di grande importanza anche per la Casa Vinicola Zonin. (solo quello americano rappresenta quasi un terzo del fatturato).(di Pasquale Motta La C News 24)

BANCA NUOVA, PIOGGIA DI DENUNCE: PAURA ANCHE TRA I DIPENDENTI

banca-nuova-palermo-624x300Gianni Zonin ha ceduto i “gioielli di famiglia” ai figli. Che succede adesso? Chi risarcirà i risparmiatori di Banca Nuova? Questi i dubbi che si sono fatti strada negli ultimi giorni di fronte alla notizia, riportata dal Corriere della sera, dell’atto notarile col quale l’ormai ex presidente della Popolare di Vicenza, “proprietaria” di Banca Nuova, ha ceduto agli eredi la “Gianni Zonin Vineyards” e la “Zonin Giovanni Sas”. Una “mossa” utile, secondo il Corriere, a mettere a riparo l’impero del vino dell’imprenditore, 186 milioni di patrimonio.

Ma la scelta di Zonin quasi certamente non avrà effetti sulle pretese di risarcimento che pioveranno comunque sull’Istituto di credito. Semmai, le notizie che arrivano da Vicenza sono incoraggianti. Soprattutto riguardo a uno degli aspetti al centro del “caso”: l’obbligo di acquisto delle quote “fasulle” della banca in cambio dell’accensione di prestiti e finanziamenti. “Una sentenza del tribunale di Vicenza – racconta Angela Blando, avvocato e responsabile regionale dell’Adusbef, l’associazione a tutela dei correntisti e dei risparmiatori – ha dichiarato nullo quel tipo di accordo. Qualcosa si muove”. Ma sul tavolo dell’associazione le richieste di risarcimento piovono giorno dopo giorno. Erano una trentina circa una settimana fa, adesso hanno superato il centinaio.

E tra i clienti che hanno acquistato le azioni deprezzate di Banca Nuova, spuntano anche gli stessi dipendenti dell’Istituto. A diversi impiegati della Banca, infatti, stando alle notizie giunte anche all’Adusbef, sarebbero state vendute quelle quote. Anche loro, insomma, sono tra i clienti pronti a chiedere un risarcimento. Una condizione a suo modo paradossale. Che si innesta in un “caso” che rischia di avere gli effetti della valanga. Ogni minuto che passa, sembra crescere di dimensioni e gravità.

“Le notizie che giungono da Vicenza – spiega l’avvocato Blando – stanno certamente allarmando tutti coloro i quali hanno sottoscritto quelle azioni. E negli ultimi giorni si è impennato il numero di richieste di aiuto giunte alla nostra associazione. Stiamo provando, sebbene siano davvero tanti, a tranquillizzare ciascuno di loro, anche in vista dell’estate. Crediamo ci siano molti margini perché i risparmiatori possano recuperare i loro soldi”.

E tra questi, come detto, persino i dipendenti di Banca Nuova. Che nei mesi scorsi hanno dovuto anche prendere atto del Piano industriale della Popolare di Vicenza che si tradurrà nella chiusura di alcune filiali, col rischio della perdita di posti di lavoro: sono 575 gli esuberi previsti tra la Popolare veneta e le controllate.

E del resto, bilancio alla mano, nemmeno lo stato di salute di Banca Nuova è ottimale. L’ultimo bilancio, appunto, ha chiuso con perdite superiori a 149 milioni di euro. Il capitale sociale di Banca nuova è pari a oltre 206 milioni di azioni. Sono queste, al momento, al centro del “caso”.Banca Popolare di Vicenza: la procedura è chiusa

Banca Nuova , la procedura e’ chiusa

Banca Nuova conta su 107 punti vendita: 93 filiali bancarie, 9 negozi finanziari e 5 punti “Private”. La maggior parte di questi punti è in Sicilia. Ma ecco anche 15 filiali in Calabria. Solo a Palermo città e provincia, invece, un terzo delle filiali: 28 in tutto. Sono tre le filiali a Catania e 15 in tutto quelle della Sicilia orientale. Nella zona di Trapani invece sono state aperte 17 filiali. Altre 15 nella Sicilia centrale (province di Agrigento, Enna, Caltanissetta e Ragusa).

Sono 710 i dipendenti in organico al 31 dicembre 2015: due in meno rispetto all’anno precedente. Costano circa 48 milioni di euro: una media di 67.500 euro lordi a dipendente. Una cifra che ovviamente, appunto, comprende i costi, e non rende l’idea tra le disparità di stipendi tra i quadri direttivi e i dipendenti semplici. Quasi tutti i lavoratori sono assunti a tempo indeterminato (705) e la stragrande maggioranza impiegati in Sicilia: 621 dipendenti in tutto. Altri 77 lavorano in Calabria, 8 nel Lazio e un dipendente è dislocato nel Veneto. Lì, dove ha avuto origine la valanga che rischia di investire decine di risparmiatori. E persino gli stessi dipendenti di Banca Nuova. (Campobello.com Live Sicilia)

Usura:pm,condannare vertici Banca Nuova

Non avrebbero impedito tassi oltre soglia interessi applicabile © ANSA

 
l pm Claudia Ferrari ha chiesto la condanna a tre anni e tre mesi ciascuno per il presidente di Banca Nuova, Marino Breganze, e il direttore dell’area commerciale, Rodolfo Pezzotti, entrambi accusati di usura bancaria. L’ex direttore generale dell’istituto di credito Banca Nuova, Francesco Maiolini, era stato condannato per lo stesso reato a otto mesi con il rito abbreviato. Secondo l’accusa, gli indagati non avrebbero impedito che venissero applicati interessi usurai sui conti di due società tra il 2009 e il 2010. In particolare, sarebbe stato sforato il tasso soglia di interessi applicabile. Il tasso viene valutato trimestralmente. La banca, secondo l’accusa, avrebbe applicato tassi superiori alla soglia sulla ‘commissione di scoperto’. (Ansa)

POPOLARE DI VICENZA / CON BANCA NUOVA SERVIZI PERFETTI

padoan 

Anche i conti correnti dei servizi segreti nel pentolone bollente della Popolare di Vicenza.

La conferma arriva dallo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che comunque rassicura: la situazione è sotto controllo, dal momento che tutta “la materia è sottoposta per legge al comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica”.

Il periodo sotto i riflettori è compreso tra giugno 2009 e gennaio 2013, e quindi copre un arco temporale che va dall’ultimo governo Berlusconi al successivo esecutivo Monti.

In quel periodo tutte le operazioni bancarie che hanno riguardato AISI e AISE, i nostri due servizi di sicurezza, sono transitate per Banca Nuova, all’epoca controllata dalla Banca Popolare di Vicenza.

Quale il ‘tramte’? Una sigla informatica di Padova, la Sec Servizi, e cioè una società consortile da non poco, ma ai più sconosciuta. Con un capitale sociale da 25 milioni di euro, a fine anno scorso Sec Servizi poteva contare su 280 dipendenti e sulla bellezza di 1.500 filiali localizzate in tutto il Paese. Fatturato annuo da 120 milioni di euro, ha un parco clienti di 35 istituti finanziari e di credito. Attraverso i suoi terminali, ogni giorno passano oltre 50 milioni di transazioni. Numeri da brivido.

E’ nata nel 2000, Banca Nuova, creatura siciliana del patròn della Popolare di Vicenza Gianni Zonin che proprio a inizio millennio decide lo sbarco nell’isola, non solo mettendo su una banca, ma anche togliendosi lo sfizio di comprare il “Feudo del Principe”, un latifondo con vigneto da 300 ettari a Riesi, in provincia di Caltanissetta, storicamente appartenuto ai principi Lanza di Scalea.

A botte di incorporazioni e aperture di sportelli, Banca Nuova diventa man mano la prima banca della Sicilia occidentale. E grazie all’intraprendenza del suo factotuum, il direttore generale napoletano Francesco Maiolini, intreccia rapporti con il gotha dell’imprenditoria, della politica (da Totò Cuffaro a Raffaele Lombardo, da Renato Schifani a Diego Cammarata) e della giustizia (da Francesco Messineo a Sergio Lari, da Anna Maria Palma a Ignazio De Francisci).(La Voce delle Voci)

Banca Nuova condannata a risarcire un’azionista siciliano per l’acquisto di azioni da Banca Popolare di Vicenza senza più valore

L’arbitro per le controversie Finanziarie della Consob ha emesso una prima decisione sulla vicenda del crack della Banca Popolare di Vicenza che ha coinvolto migliaia di azionisti.

La controllata Banca Nuova è stata condannata a restituire circa 47 mila euro a un imprenditore siciliano (decisione n.11 del 07/07/2017) per l’acquisto di azioni della controllante Banca Popolare di Vicenza che non avevano più valore corrente a causa delle vicissitudini dell’istituto di credito vicentino. Lo comunica lo Sportello Tutela Credito.

“In soli sei mesi è stata ristabilita la veridicità dei fatti”, commenta il presidente dell’associazione dei consumatori, Andrea Garibaldi Pace, “ciò permetterà a tutti i clienti-soci che hanno investito in buona fede e perso i loro risparmi perché invogliati ad acquistare azioni di una banca di cui non ne conoscevano l’esistenza, di rientrare in possesso di quanto avevano già dato per perso a causa delle note vicende che hanno coinvolto Banca Popolare di Vicenza” (il sitodisicilia)

Suicida consigliere d’amministrazione di Banca Nuova

È stato ritrovato senza vita, all’interno del suo studio di Bassano del Grappa, Gianpietro Procopi, 75 anni, consigliere d’amministrazione di Banca Nuova. L’uomo si sarebbe suicidatocon un colpo di pistola.

Al momento si ignorano le cause alla base del tragico gesto, ma secondo alcune indiscrezioni, non confermate, Procopi avrebbe lasciato nel suo studio una lettera d’addio in cui spiegherebbe i motivi che lo hanno portato a compiere il suicidio. Gli investigatori stanno comunque vagliando ogni pista e hanno posto sotto sequestro l’ufficio dell’amministratore.

Una vicenda che potrebbe coinvolgere direttamente Banca Nuova, l’istituto di credito di proprietà della Banca Popolare di Vicenza, che da mesi è al centro di alcune inchieste di frode su alcuni investimenti suggeriti a correntisti e investitori. Alla banca sono state, infatti, inviate numerose richieste di risarcimenti da parte di imprenditori e risparmiatori mal consigliati circa l’acquisto di azioni rivelatesi non redditizie.

problemi giudiziari di Banca Nuova riguardano da vicino anche gli investitori siciliani. Nel 2000, infatti, la Popolare di Vicenza decise di dar vita a un nuovo Istituto che poi si fuse con la Banca del Popolo di Trapani.

Allo stato attuale delle indagini, non si sa se questi episodi siano legati o meno al suicidio del consigliere d’amministrazione; solo gli inquirenti potranno stabilirlo.

(newsicilia.it)

Banca nuova, accuse e veleni 
Vertici denunciati per mobbing

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Esposto dell’ex direttore generale Cauduro contro l’ad Viola e il presidente Bragantini.

Nuovi guai per Banca Nuova. Stando alla ricostruzione del quotidiano “La Verità”, infatti, tra i vertici dell’Istituto è scoppiata una vera e propria guerra di carte bollate. Una denuncia sia sul piano penale che civile, molto pesante, con l’accusa di mobbing, presentata dall’ex direttore generaleAdriano Cauduro nei confronti dell’amministratore delegato Fabrizio Viola e del presidente del cda Salvatore Bragantini.

Il casus belli è legato alla scelta dei vertici dell’Istituto, controllato dalla Popolare di Vicenza nel frattempo passata dalla gestione di Zonin a quella del Fondo Atlante, di abolire la direzione generale dell’Istituto palermitano.”Il sospetto di Cauduro – si legge nell’articolo – è che la motivazione della ‘riorganizzazione’ ad personam sia nel fatto che i sindacati interni hanno chiesto la sua testa, in cambio del via libera al piano degli esuberi. Ma anche il fatto – prosegue La Verità – che nei 15 mesi in cui ha cercato di fare pulizia nei crediti di Banca Nuova, ha probabilmente toccato clienti dallo scadente merito creditizio, ma eccellentissimi per frequentazioni”.

Nella sua denuncia civile, Cauduro lamenta “reiterate condotte vessatorie e molestie” e chiede non meno di un milione di euro di danni. Dopo sei mesi in questo stato di incertezza, infatti, il manager avrebbe sviluppato dei problemi cardiaci.

Nella sua denuncia, Cauduro attacca: “In passato – dice – sono state deliberate moltissime pratiche in violazione di ogni elementare merito creditizio e senza il rilascio di adeguate garanzie”. E ancora, il manager parla di un “sistema di interessi oggi molto infastidito” dall’azione di “pulizia” che Cauduro afferma di aver avviato in Banca Nuova.

E la citazione fa emergere un’altra “guerra nella guerra”, ossia quella di Cauduro nei confronti del suo vice, Mario Lio, del quale il manager che ha sporto denuncia, avrebbe per almeno due volte chiesto la rimozione. Richiesta che sarebbe stata ignorata dal presidente Bragantini.

La situazione sarebbe precipitata, secondo Cauduro, con l’arrivo dell’amministratore delegato Viola che, stando all’esposto, riportato dal quotidiano diretto da Belpietro, si sarebbe “lasciato andare a illazioni offensive su come fosse possibile che lui non sapesse nulla dei fatti che avevano dato origine allo scandalo”. Da allora, prosegue il giornale, “Cauduro ha saputo da vari dirigenti che sarebbe stato fatto fuori. E lo strumento utilizzato sarebbe stato proprio l’abolizione della direzione generale e la chiamata “dell’avvocato della banca che lo invitava a ‘trattare il licenziamento’”. Ma da lì, è partita la guerra, le denunce di Cauduro e una contestazione dell’azienda su presunti maltrattamenti del manager a danno di impiegati. E questo, scrive il giornale, potrebbe essere solo l’antipasto. (LiveSicilia)

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Fughe di notizie (casuali?) dalle Sec Servizi di Samuele Sorato il cui fratello Simone ne era alto manager: i soldi del Sisde gestiti dalla sede di Roma della palermitana Banca Nuova della BPVi di Zonin. È un (im)puro caso…

 

I soldi, oltre un miliardo di euro, transitati, come raccontano gli articoli sotto riportati Il Sole 24 Ore del 16 novembre, ripresi il 17 dal GdV, dalla sede romana di Banca Nuova, la controllata palermitana (brivido) di Banca Popolare di Vicenza e provenienti da conti intestati alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Aisi, l’ex Sisde (altro brividone), ci pongono interrogativi su come e perchè molti, troppo mondi si incrociassero lungo le vie di Gianni Zonin(anche la tesoreria della Regione Sicilia era nelle mani di Banca Nuova così come a Vicenza c’è quella del nostro comune). È

ma qei giri di soldi ci fanno chiedere, non solo a noi stessi, anche come e perchè dati così riservati, anche se datati, dei servizi segreti siano fuoriusciti dagli archivo della Sec Servizi di Padova trasformandoli in veri e propri “BpVi leaks” come scrive Il Sole 24 Ore.

Prima di farvi leggere i due articolo del collega, lo solleviamo noi un dubbio di casa nostra, ma non solo, e aggiuntivo rispetto a quelli che possono essere insorti nei colleghi o che angustieranno voi, dopo la lettura.

Segreti (e sprechi) degli 007 sui conti di Vicenza

Come ricorda la stampa anche locale dopo le rivelazioni de Il Sole, fino al 2015 a presiedere quello che di fatto è il centro servizi informatici di cui si servivano anche la BPVi, che ne era la maggiore azionista subito prima dell’altro azionista di riferimento, Veneto Banca, e che sta per passare a Banca Intesa Sanpaolo, era Samuele Sorato, che lì inizio come ragioniere programmatore e da lì arrivò alla corte di Zonin, mantenendo fino alla fine uno stretto controllo sulla società, che, visti i database che gestiva era strategica almeno tanto quanto i soldi.

Ebbene il dubbio che vi sottoponiamo è il seguente: se Samuele Sorato era così bravo da essere arrivato alla vetta di Sec e di BPVi, Simone Sorato, suo fratello, lo era altrettanto visti i ruoli apicali che vi ha ricoperto, tra cui quello di direttore delle risorse umane (all’ora in cui scriviamo di questo siamo certi al 2014, anche se il suo ruolo potrebbe essere diventato poi quello, da verificare, di dg)?.

Vignetta di Niyaz Karim

 

Sciogliere questo e altri dubbi (non solo di nepotismo) è fondamentale perchè se i soldi hanno alimentato il potere di chi ha bruciato i risparmi di centinaia di migliaia di soci, il database di Sec, con tutti i segreti che custodisce, potrebbe essere un’arma impropria, e che arma da… brividi!, se solo si fosse così maliziosi da pensare che le fughe dei primi dati, un avviso ai naviganti?, e poi di quelli che ancora potrebbero sgorgare dagli archivi soratici (non socratici…) possano dipendere non solo dalla casualità…

Messaggi omertosi? Ma per carità!

Se il Sisde, oltre che Palazzo Chigi, i suoi soldi li gestiva con una banca palermitana con la testa a Vicenza e la cassa vicino ai palazzi romani, tranquilli: è solo un (im)puro caso. (vicenzapiu’)I servizi segreti ora reclutano in Rete

 

La Pop Vicenza e i conti dei Servizi segreti

Quasi 1.600 operazioni bancarie, in ingresso e in uscita, per un controvalore di oltre 642 milioni, in un periodo compreso tra il 17 giugno 2009, all’epoca del quarto governo Berlusconi, e il 25 gennaio 2013, durante il governo Monti. Di queste transazioni ben 425, per 43,2 milioni, erano in capo all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e altre 20, per 6,2 milioni, alla gemella Aise.
Continua da pagina 1 Il singolo trasferimento di fondi più “pesante” è datato 16 marzo 2012: 88,5 milioni. Molti pagamenti sono stati realizzati tramite comuni strumenti di home banking. Date, identificativi, numeri di conto, causali: noleggi di auto e moto, saldi di fatture a fornitori, versamenti a società e persone, quietanze di affitti. Soprattutto nomi. Questo è l'”estratto conto” della Presidenza del Consiglio e dei Servizi segreti nazionali contenuto in decine di pagine di documenti “in chiaro” che Il Sole 24 Ore ha potuto visionare. Una costante unisce questa mole di dati: provengono tutti dal gruppo Banca Popolare di Vicenza.
Il materiale di questo “BpVi leaks” va letto come un “estratto conto”: una selezione, appunto, dei legittimi rapporti bancari intercorsi tra Palazzo Chigi e l’allora Popolare. Rapporti il cui inizio potrebbe essere retrodatato probabilmente ai primi anni 2000 e forse anche prima. Di certo BpVi non è stata l’unica banca operativa con i Servizi: lo testimoniano tre giroconti con Bnl, datati 15 febbraio 2010, per un totale di 9 milioni registrati dall’Aisi nella filiale romana numero 895 – non più operativa – di Banca Nuova.

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Quanto ai nomi, è impossibile stabilire se le identità siano reali, poiché con i normali strumenti giornalistici non è dato verificarli né accertare eventuali omonimie. Ma i controlli condotti sulle fonti aperte avvalorano l’impianto complessivo dei file, che appaiono consistenti. Insieme a schiere di anonimi sparsi in tutta Italia, tra i beneficiari dei versamenti ci sono i nomi di contabili del ministero dell’Interno «inquadrati nel ruolo unico del contingente speciale della Presidenza del Consiglio dei ministri», personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura. Poi avvocati, dirigenti medico-ospedalieri, vertici di autorità portuali e di istituzioni musicali siciliane. Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali. Ma soprattutto i vertici dell’intelligence italiana, dotati di poteri di firma sui conti, e alti funzionari territoriali dei Servizi e delle forze dell’ordine: ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere, ispettori della Polizia di Stato coinvolti nel processo dell’Utri del 2001, dirigenti dell’ex centro Sisde di Palermo già noti alle cronache per vicende seguite all’arresto di Totò Riina. C’è pure un anziano parente del “capo dei capi” di Cosa Nostra (o qualcuno con lo stesso nome). E ci sono impiegati di Banca Nuova.

O, ripetiamo, loro omonimi.
Oltre ai Servizi e a BpVi, un solo soggetto ha tutti gli strumenti per dare risposte precise: è la padovana Sec, il centro servizi informatici che, prima del salvataggio del Fondo Atlante e della cessione a Intesa Sanpaolo, era partecipato da una decina di soci capitanati da BpVi (la capogruppo deteneva il 47,95% del capitale di Sec, Banca Nuova l’1,66%) e Veneto Banca (con il 26,13% del capitale). Il database della Sec è la chiave per capire quali legami collegavano Vicenza ai servizi segreti della Capitale e di Palermo: partendo, ad esempio, dai codici relativi alla banca (33 identifica l’ex Popolare Vicenza, 61 invece Banca Nuova), a quelli delle filiali, all’identificativo del cliente (il cosiddetto “Ndg”) e al numero di conto. Proprio l’istituto siciliano del gruppo BpVi è centrale, per più di un motivo, in queste carte.

Alcuni addetti della Sec, che in questi giorni seguono la “migrazione informatica” al gruppo Intesa Sanpaolo, sono di certo in grado di ricostruire la mappa delle informazioni.
La società consortile di informatica per il settore creditizio non è stata, dunque, soltanto un hub tecnologico. Non pare un dettaglio casuale il fatto che Samuele Sorato, l’ex consigliere delegato della Vicenza, avesse iniziato la propria scalata interna al gruppo BpVi partendo come semplice ragioniere programmatore proprio da Sec. Né lo è il fatto che il braccio destro nonché uomo di fiducia di Gianni Zonin non abbia mai abbandonato la carica di presidente della società di servizi padovana, sino ai dissidi con Zonin e alle sue dimissioni del maggio 2015.

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Lo stesso Samuele Sorato, secondo alcune fonti, avrebbe esercitato un forte controllo diretto sulla Sec. Eppure, sempre secondo queste fonti, i sistemi di sicurezza del database di Sec sarebbero inadeguati: «Il sistema informativo è carente sotto tutti i profili».
Che i sistemi informatici del gruppo Popolare di Vicenza fossero attentamente monitorati dall’interno è indicato anche da alcune recenti dichiarazioni rilasciate alla Commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche, secondo le quali durante le ispezioni di vigilanza le procedure informatiche dell’ex Popolare di Vicenza erano costantemente a rischio di essere disattivate “dall’alto” in qualsiasi momento, a seconda della bisogna. La scelta della Vicenza come interfaccia bancaria di Palazzo Chigi pare dunque basata più su logiche “politiche” che di qualità dei servizi – con o senza l’iniziale maiuscola.
Nicola Borzi, da Il Sole 24 Ore (estratto Vicenzapiu’)

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La mappa. Le sedi dove si sono snodati i rapporti tra il gruppo creditizio e le agenzie di sicurezza nazionali
Il filo che da Padova porta a Roma e Palermo

Tra i molti luoghi dove il “mondo di sopra”, il “mondo di sotto” e il “mondo di mezzo” si incrociano e interagiscono, ce ne sono alcuni rilevanti: le banche. Le frequentazioni, le relazioni, gli scambi qui transitano e da qui finiscono archiviati nei centri elaborazione dati degli istituti di credito. Database fisici e virtuali dove convergono enormi masse di informazioni relative a milioni di soggetti, su strumenti in condizione non solo di conservarle, ma soprattutto di ordinarle, collegarle, rielaborarle. Appunti apparente mente sparsi che divengono storie. Eppure questa mappa virtuale si costruisce a partire da una serie di indirizzi precisi: una geografia che, nel caso delle relazioni tra gruppo bancario Popolare di Vicenza e servizi segreti, abbiamo ricostruito seguendo le tracce del denaro.

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Il Ced della Sec Servizi
Via Transalgardo, a Padova, è una traversa che sfocia nell’asse veloce di via Venezia, a un chilometro circa dal casello di Padova Est dell’autostrada A4 Torino-Trieste e a due dallo svincolo della A13 per Bologna, tra un punto vendita della MediaWorld e uno di Decathlon, di fronte al centro commerciale Giotto. Qui ha sede Sec Servizi. A fine 2016 la società consortile di informatica bancaria contava 281 dipendenti, con un capitale sociale di 25 milioni. Il fatturato di 121 milioni era realizzato con oltre 35 clienti bancari su un totale di 1.500 filiali e 15mila terminali collegati, che a loro volta gestivano 6,7 milioni di clienti. Il sistema informatico è organizzato su un mainframe in grado di gestire oltre 14.270 milioni di istruzioni al secondo, cui sono collegati 2.300 server (tra fisici e virtuali) che ogni giorno vi trasmettono in media 53,2 milioni di transazioni. Queste vengono registrate su una memoria di oltre 830 terabyte. Qui compaiono le transazioni di “BpVi leaks”.


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Le sedi romane di Banca Nuova
Via Bissolati è a due passi dal centro storico di Roma. Sull’angolo del quadrivio con via Sallustiana e via di San Basilio c’è una filiale di Banca Nuova, la numero 805: in questo sportello, sopravvissuto alla ristrutturazione della rete del gruppo BpVi del 2011, hanno alcuni dei loro conti la Presidenza del Consiglio e l’Aisi. Da questa agenzia bancaria sono transitate centinaia delle operazioni registrate nel “BpVi leaks”. Dall’altro lato di via di San Basilio, nell’isolato che confina con via Veneto, c’è la storica filiale di Roma della Banca nazionale del lavoro. Di fronte, oltre una robusta cancellata e un giardino attentamente sorvegliati, c’è l’Ambasciata degli Stati Uniti. Poco distanti, sparse tra via Barberini, largo di Santa Susanna e via Venti Settembre, ci sono numerose sedi e uffici del ministero della Difesa e dei Servizi.
Ancora qualche centinaio di metri più in là c’è via Nazionale. Qui al civico 230 aveva sede, dai primi anni 2000 e fino alla primavera del 2006, il famoso ufficio dove l’ex dirigente del Sismi Pio Pompa raccoglieva (e da dove distribuiva) dossier su politici, magistrati e giornalisti. Qui c’è uno snodo fondamentale. Nello stesso palazzo, in occasione della visita dell’allora presidente Usa George W. Bush a Roma, il 7 giugno 2007 fecero irruzione una ventina di attivisti dei centri sociali. Erano i tempi del contestato progetto di ampliamento della base militare di Vicenza, finanziato da BpVi. I manifestanti salirono al primo piano e occuparono la sede di rappresentanza di una banca per appendere a un balcone uno striscione il cui testo era «Boicotta la guerra, boicotta Zonin, no Bush, no Dal Molin». Gli uffici occupati erano, per nulla casualmente, di Banca Nuova.

Il palazzo siciliano
Via Cusmano, a Palermo: qui c’è la direzione generale di Banca Nuova, l’istituto di credito controllato da BpVi dove finivano – o forse iniziavano – molte delle connessioni tra l’ex Popolare di Vicenza e i Servizi. L’istituto è stato costituito a Palermo nel 2000 nell’ambito del “Progetto Centro Sud” del gruppo BpVi. Nel 2001 ha acquisito la Banca del Popolo di Trapani e nel 2002 l’ha incorporata. È qui che da Roma, transitando per Padova, conducevano partite finanziarie apparentemente minori per importo, ma assai rilevanti per significato. D’altronde Banca Nuova è un salotto che conta, nell’isola ma non solo.

 

C’è chi afferma che proprio l’analisi del traffico telefonico di Banca Nuova, se condotta sin dai primi anni 2000, potrebbe rivelare sorprese. Un caso: il 5 novembre 2003 nella filiale 810 di Banca Nuova a Palermo veniva aperto un conto intestato a un cliente, sebbene il suo cellulare proprio in quel momento agganciasse una cella molto lontana dallo sportello. L’edificio che ospita la direzione di Banca Nuova è a due passi da Villa Trabia e dai suoi giardini. Un cognome che rimanda alle vicende delle famiglie nobili dell’isola. Come quella del feudo di Butera a Riesi, provincia di Caltanissetta, venduto per 10 miliardi di lire nella tarda primavera del 1997 insieme al vigneto di 200 ettari dalla famiglia dei principi Lanza di Scalea a Gianni Zonin.

N.B., da Il sole 24 Ore (estratto Vicenzapiu’)

 

Caos agli sportelli di Intesa Sanpaolo per i già tribolati clienti di BPVi e Veneto Banca. Tra bugie e fidi mancati c’è già chi chiude i conti

Addirittura il quotidiano locale evidenza, per conto del coordinamento sindacale Fabi, First-Cisl, Cgil Fisac, Ugl, Uilca, Unisin che a 20 giorni dalla migrazione informatica delle ex BPVi Veneto Banca in Intesa Sanpaolo c’è “il caos agli sportelli: « Code interminabili agli sportelli, rallentamenti delle procedure, situazioni specifiche della clientela gestita anche dalla liquidazione coatta amministrativa, cattivo funzionamento di bancomat e home banking, problemi per le attività di Tesoreria (uno su tutti il pagamento dei ticket sanitari), criticità rispetto agli affidamenti delle imprese».

Su quest’ultimo aspetto, che contrasta con le solenni assicurazioni del Ceo Carlo Messina che i fidi multiplinon sarebbero stati toccati, avevamo da tempo acceso i riflettori.
Banca Intesa Sanpaolo su questo argomento vitale per le imprese non ci risponde da tempo forse perché, insieme alla “parte buona” delle due ex Popolari Venete, ha anche rilevato la storica, pessima abitudine di Banca Popolare di Vicenza che dai tempi di Gianni Zonin, poi ben imitato da Francesco Iorio e, quindi, da Gianni Mion, non rispondeva alle nostre, evidentemente scomode, domande.

Carlo Messina (3) Imc

 

Ma almeno a una osservazione di nostri lettori, suoi clienti “obbligati” in quanto trasferiti d’imperio da BPVi e Veneto Banca, sul costo di 10 euro delle nuove card da utilizzare per accedere a tutti i servizi disponibili presso le casse veloci automatiche, il Gruppo Intesa Sanpaolo aveva prontamente risposto che invitava i possessori di vecchie card “a recarsi presso la propria filiale dove, a partire dal prossimo 11 dicembre, potranno richiedere l’emissione di una nuova carta, ove di loro interesse. Si segnala inoltre che ai clienti che richiederanno una carta prepagata Flash (nominativa o al portatore) entro il prossimo 31 marzo non sarà addebitato il costo di acquisto normalmente previsto per tale carta.

In ogni caso già ora i prelievi con le carte prepagate emesse da Banca Popolare di Vicenza sono gratuiti sulle casse veloci automatiche del Gruppo Intesa Sanpaolo, se effettuati tramite il circuito BANCOMAT“.
Ebbene se sempre il “non reietto” GdV, segnala, a nome dei sindacalisti degli impiegati, “il cattivo funzionamento di bancomat e home banking” e che per avere una nuova carta di credito aziendale un imprenditore è stato “rimandato a dopo le feste, «meglio dopo il 15 gennaio»“, alcuni lettori ci segnalano ora che l’assicurazione data da Intesa Sanpaolo del costo zero per le nuove card per i vecchi clienti ereditati dai “bidoni” di BPVi e Veneto banca, non sarebbe poi così vera a meno che non ci sia un ginepraio di card. Ecco, in sintesi, cosa ci scrivono.

 

Il primo lettore ‘tipo’: “Allo sportello di Banca Intesa l’operatore (che legge il suo giornale che ha paralo dell’argomento…), non accennando all’articolo, mi ha detto che non avrei pagato i 10 €  per la carta ma “solo” 0,50 cent al mese, quindi € 6 l’anno. All’inizio mi aveva parlato di € 10 l’anno ma non di 0,50 al mese”
Il secondo lettore ‘tipo’: “Per avere la nuova carta mi è stato detto che il costo è di € 10 l’anno + € 0,50
al mese: quindi 16 euro l’anno per una semplice prepagata che prima non costava nulla“.


Quanto pesa un/uno/una moneta da 50 centesimi di euro?

Chiediamo a questo punto a Intesa Sanpaolo pubblicamente (invieremo subito anche una mail ma temiamo di finire sempre e per qualche strano motivo nella loro casella Spam) se veramente e per quali misteriose card esista il lettore che ci pare tanto un ET, quello da incontro, non, ravvicinato del terzo tipo, che possa avere la card gratis.
Se, poi, non andassimo in Spam la domanda sui fidi multipli è sempre viva confidando anche che chi applica le direttive di Carlo Messina non voglia fargli fare brutta figura.

50 centesimi di Euro

Perché se di buone intenzioni è lastricato l’inferno, di bugie su card e fidi multipli sono stanchi i 2 milioni di famiglie e le 200 mila imprese che, con 1,5 milioni di conti correnti, detengono rapporti con la nuova banca che vorrebbero tanto che non imitasse la prima fin dal “buongiorno“.

Altrimenti potrebbe diventare norma quello che dichiara al GdV un responsabile di filiale di Vicenza (“almeno fino a marzo «non se ne uscirà», i clienti sono stanchi, «iniziano a fioccare chiusure di conti»).

E allora sì che, finalemente, si capirebbe perchè così tanto ben di Dio, milioni di conti attivi, affidamenti di qualità e depositi, siano stati pagati solo 50 centesimi, il costo mensile di una sola carta bancomat da rinnovare…(Vicenzapiu’)

Ex BpVi in Intesa 
Nelle filiali regna 
ancora il caos

A 20 giorni dalla migrazione informatica delle ex BpVi e Veneto Banca in Intesa Sanpaolo regna ancora il caos agli sportelli. La fotografia presentata ai vertici delle relazioni industriali di Intesa dal coordinamento sindacale Fabi, First-Cisl, Cgil Fisac, Ugl, Uilca, Unisin è una litania: «Code interminabili agli sportelli, rallentamenti delle procedure, cattivo funzionamento di bancomat e home banking, problemi per le attività di Tesoreria (uno su tutti il pagamento dei ticket sanitari), criticità rispetto agli affidamenti delle imprese». Qualche situazione sta diventando complessa: c’è anche chi si è visto tredicesima e stipendio saltato. «Questa situazione – hanno spiegato – unita all’intensa attività del mese di dicembre, sta esasperando la clientela e, di conseguenza, creando forte tensione ai lavoratori già impegnati ad imparare le nuove procedure». (Roberta Bassan Il Giornale di Vicenza)

CONTRATTO DI CESSIONE DI AZIENDA VENETO BANCA – POPOLARE VICENZA (ATTO NOTARILE DEL 26 GIUGNO 2017)

https://drive.google.com/file/d/0B79_g8yAOzcBdEhHdkdZZXJOemc/view

 

DECRETO LEGGE 25 GIUGNO 2017 N. 99 (CLICCA QUI)

Crowdfunding al via per tutte le imprese, ma in Italia ecco cosa non funziona

Crowdfunding al via per tutte le imprese, ma in Italia ecco cosa non funziona

Soldi del crowdfunding non solo alle start-up: la nuova disposizione Consob apre la raccolta fondi a tutte le imprese, peccato che il meccanismo non funzioni.

IL CROWDFUNDING, COS’E’ E COME FUNZIONA

Soldi, soldi, soldi. Il crowdfunding è un fenomeno di raccolta-fondi in rete, nato in Australia e negli Stati Uniti per finanziare progetti e persone che non vogliono o non possono accedere al prestito delle banche o a fondi pubblici. 

Negli Stati Uniti con il crowdfunding si finanzia tutto, dai sistemi anti mine all’edilizia, dai funerali ai baby sitter. Ogni buona idea può avere una possibilità. Ed il modello sta rivoluzionando i finanziamenti alle “imprese” e alle persone che nessun istituto di credito sosterrebbe. Per tutti costoro esiste l’appoggio della folla (appunto la crowd) in rete che valuta se l’idea è meritevole di sostegno.

Funziona così: un promotore lancia un’iniziativa a carattere benefico, sociale, economico o culturale e chiede al pubblico somme di denaro per sostenerlo (il funding), spiegando nel dettaglio l’idea su siti o portali dedicati.

Esistono varie tipologie di crowdfunding”, racconta l’avvocato ed esperto di settore Alessandro Maria Lerro: 

“Il modello donation, per iniziative senza scopo di lucro; il modello reward, dove in cambio di una donazione in denaro, si dà una ricompensa o un premio non monetario; il modello equity crowdfunding, che prevede la partecipazione all’impresa di investitori e la Consob ha introdotto cambiamenti importanti che vanno in vigore dall’anno prossimo”

Se la cifra richiesta per realizzare l’impresa viene raggiunta entro il tempo prestabilito, alla piattaforma di crowdfunding viene riconosciuta una percentuale intorno al 5%. Non ci sono fidejussioni o garanzie da dare: è un patto di fiducia e a volte, se l’obiettivo fissato in partenza non viene realizzato, il proponente dovrà restituire i soldi ai donatori.

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Le piattaforme (tra le più famose ci sono le americane “Kickstarter” o “Indiegogo”) hanno finanziato numerosi progetti di persone comuni. Ci sono storie di chi ha chiesto poche migliaia di euro ed ha ottenuto milioni. Una fra tutte quella dell’australiano Cedar Anderson, figlio di contadini e senza mezzi, che anni fa chiese qualche migliaia di euro sulla piattaforma “Indiegogo” per costruire arnie che permettessero di prelevare il miele senza far male alle api (che sono in via di estinzione) e raccolse più 12 milioni di dollari.  

Nel mondo il denaro versato in un anno con il crowdfunding ammonterebbe a poco meno di 40 miliardi di euro e nei Paesi anglosassoni la tassazione per le donazione è marginale. In Italia invece cambia tutto. Il cumulo delle donazioni ancora nel 2015 si aggiravano intorno ai 60 milioni di euro. Se ogni Paese applica la propria legislazione e le proprie regole fiscali qui iniziano i dolori sopratutto per noi. Il sistema Paese e i suoi legislatori si dimostrano ancora una volta inadeguati e persi tra tassazioni medievali ed idee di impresa inesistenti, minando il meccanismo alla fonte. Ma prima di vedere come e perché ecco in arrivo delle novità.

Word Cloud "Crowd Funding"

LE NUOVE REGOLE CONSOB SUL CROWDFUNDING IN ITALIA

Dal prossimo 3 gennaio 2018 le piccole e medie imprese italiane potranno essere finanziate tramite il sistema di equity crowdfunding, valutando se vendere sul mercato quote della propria attività. Era questa, fino a ieri, una possibilità riservata solo alle startup e alle pmi innovative (delibera Consob 29 novembre 2017 n. 20204, atto pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 289 del 12 dicembre 2017)

La raccolta dei fondi viene regolamentata con i gestori dei portali che dovranno aderire a sistemi di indennizzo a tutela degli investitori in base all’articolo 59 del TUF (Testo Unico sulla Finanza, dlgs 58/1998). Oppure, in alternativa, dovranno avere un’assicurazione per i danni derivanti al cliente, dall’esercizio dell’attività professionale. Nel dettaglio: una copertura assicurativa di 20000 euro per ciascuna richiesta di indennizzo o una copertura dal mezzo milione al milione di euro l’anno per l’importo totale delle richieste di indennizzo.

Questa specifica regolamentazione non si applica dal prossimo 3 gennaio 2018, giorno di entrata in vigore del regolamento, ma sei mesi dopo la pubblicazione della delibera in Gazzetta Ufficiale. 

Un particolare va ricordato: i portali che esercitano in Italia e per i quali si applicheranno queste norme, di raccolta fondi con il crowdfunding, sono quasi tutti in rosso.

 

CROWDFUNDING E IMPRESE: PERCHÉ NON FUNZIONA IN ITALIA

Cercare fondi e farsi finanziare un progetto col crowdfunding non è semplice. Occorre avere un seguito da muovere sui portale di finanziamento e in epoca di crisi, come quella attuale, la donazione non è la prima scelta degli italiani. Nel mondo i grandi donatori sono per lo più di cultura e lingua inglese, quindi l’eventuale progetto da finanziare dovrebbe essere postato sui portali anglosassoni e alimentato da iniziative in inglese, se vogliamo ragionare con realismo e tener conto che la potenza e l’unicità del progetto non basta a muovere grandi numeri, appunto la folla. Occorre parlare la lingua che la folla dei donatori utilizza.

La sola forza delle idee in un sistema come l’Italia, che non facilita le imprese né il lavoro, non basta.

In più viviamo in un epoca in cui i business e le imprese sono sempre da considerare come investimenti a brevissimo raggio. In Italia anche le tanto decantate start up e incubatori di imprese hanno vita breve. Otto su dieci falliscono in tre anni. 

E poi se parliamo di imprese vere e proprie le buone idee andrebbero protette.

Raccontiamo l’esempio di una storia concreta. Un’impresa di ragazzi napoletani (non mettiamo i nominativi per non aggiungere la beffa al danno che già hanno subito) fanno un crowdfunding per poche migliaia di euro per un geniale prodotto altamente tecnologico. Espongono l’idea su un portale di crowdfunding e parte la raccolta. Ma prima che il progetto veda la luce, persi nelle ulteriori burocrazie italiche, si ritrovano il loro prodotto realizzato da un team cinese (che ha pedissequamente riprodotto la loro idea, come esposta sul portale di raccolta) immettendolo sul mercato mondiale a un terzo del prezzo immaginato.

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Lo Stato e il mercato, tanto meno quello italiano fatto di gabelle, vassalli e papponi, non ha capacità di difenderti ed anche una buona idea diventa preda per chi ha capitali, poche norme e fa quello che gli pare.   

Una via di fuga è però realizzabile con il modello di tipo “donation”. Il progetto in questi casi non è finalizzato ad un’attività commerciale o economica ma ci sentiremo lo stesso sconsigliarci l’iniziativa dai commercialisti italiani. Ci diranno: “Non farlo. L’Agenzia delle Entrate potrebbe un giorno contestarti che la donazione va considerata come reddito e tassartelo togliendoti una parte sostanziosa della somma a seconda della dimensione, applicando le varie aliquote per scaglioni di reddito, il 23%, il 27%, il 38%, il 41% o il 48%”. Vedi anche qui.consob-regolamento-crowdfunding

“Ma con le paure non si fa mai nulla”- spiega  l’avvocato Lerro -“Se non c’è attività commerciale non c’è tassazione. Punto e basta. Si può tenere per il progetto la somma donata”.

Se invece la raccolta fondi mette in moto, a qualsiasi titolo, un’attività commerciale l’ammontare viene automaticamente considerato reddito tassabile (con l’applicazione per scaglioni delle solite aliquote). Un esempio banale. Se creiamo un crowdfunding per realizzare un libro che poi pubblicheremo ma non abbiamo il denaro sufficiente, mettiamo 20000 euro, per il tempo da dedicare alla ricerca e alla scrittura, il denaro che raccogliamo è da considerare reddito e va tassato. Di quei 20000 euro, 5400 vanno allo Stato. Meglio che niente, direte. Ma farsi donare del denaro non è facile. Per non renderlo tassabile basta non pubblicare il libro. Neanche regalarlo ai sottoscrittori del crowdfunding perché l’operazione potrebbe essere considerata una prevendita. (Antonio Amorosi Affariitaliani)

Equity Crowdfunding info

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Per i bancari arriva il riscatto della laurea

Per i bancari arriva il via libera al riscatto e alla ricongiunzione dei periodi contributivi attraverso il Fondo di solidarietà del credito ordinario e cooperativo. È stata infatti pubblicata l’attesa circolare dell’Inps (n.188 del 22 dicembre che dà attuazione ai commi 234 e 237 della legge 11 dicembre 2016, n.232) che rende operativo l’esercizio, da parte dei datori di lavoro, ossia delle banche, della facoltà di riscatto e ricongiunzione di periodi utili al conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia, precedenti all’accesso al Fondo.

Con questa circolare dell’Inps diventa quindi esercitabile anche la terza misura per la completa attuazione del comma 237 della legge di bilancio del 2017, sostanzialmente confermata nell’ultima finanziaria. Le prime due misure, lo ricordiamo, erano l’allungamento fino a 7 anni della durata massima dell’assegno straordinario, invece dei 5 ordinari, e lo stanziamento, per il periodo 2017-2019, di un contributo di sostegno al Fondo di 648 milioni con riferimento a 25mila uscite, con l’ammortizzatore del credito. La previsione era di 12mila ingressi nel Fondo nel 2017, 7mila nel 2018 e 6mila nel 2019. La ripartizione prospettica delle risorse, annuale, aveva previsto un sostegno di 174 milioni per quest’anno.

In attesa dei dati dell’Inps, una prima valutazione, verosimile e basata sui piani industriali delle principali banche, porta a dire che nel 2017 ci sono stati tra i 9 e i 10mila ingressi sul Fondo, un numero inferiore rispetto ai 12mila previsti e che quindi si produrrà un avanzo nello stanziamento del 2017. Dato che il “cofinanziamento” degli assegni straordinari era focalizzato sul triennio, l’auspicio delle banche è ovviamente che sia possibile utilizzare le risorse complessivamente stanziate anche al di là della loro ripartizione annuale, nel caso in cui non fossero state fruite nel rispettivo anno di competenza. O che comunque si individuino meccanismi di flessibilità che consentano la piena fruibilità di quelle risorse che rappresentano una sorta di compensazione del contributo che le banche versano per la Naspi senza però fruirne.

Tornando alla circolare dell’Inps e al riscatto/ricongiunzione (in cui il riscatto laurea assume rilievo principale), l’esercizio è previsto limitatamente al triennio 2017-2019 e le domande potranno essere presentate fino al 30 novembre 2019. Le banche dovranno presentarle almeno 4 mesi prima della risoluzione del rapporto di lavoro. La disposizione, come detto sopra, si inserisce nel quadro delle misure di agevolazione all’esodo e ha come destinatari coloro che si trovino a maturare i requisiti per fruire della prestazione straordinaria senza ricorrere a operazioni di riscatto e/o ricongiunzione, sia coloro che raggiungano i requisiti di accesso alla prestazione straordinaria per effetto del riscatto o della ricongiunzione. Sia il riscatto che la ricongiunzione potrebbero far acquisire il diritto immediato alla prestazione pensionistica, escludendo in tal modo la corresponsione dell’assegno straordinario.

L’esercizio della facoltà di riscatto o ricongiunzione, spiega la circolare, è comunque finalizzato all’esodo del lavoratore ed è subordinato alla sottoscrizione dell’accordo di esodo e alla risoluzione del rapporto di lavoro. Tutte le operazioni dovranno avvenire entro il mese successivo al pagamento in unica soluzione degli oneri di riscatto e/o ricongiunzione e comunque entro e non oltre il 30 novembre 2019. Su quest’ultimo punto si ricorda che la misura prevista dalla penultima finanziaria non comporta sostanzialmente oneri per la finanza pubblica, in quanto questi saranno a carico delle aziende interessate.

Adesso che sono divenute operative le disposizioni dei commi 234 e 237 della legge n.232 dell’11 dicembre 2016, potrebbero anche ampliarsi i bacini di coloro che possono accedere al Fondo di solidarietà, che, come è stato ricordato nell’ultimo rapporto sul mercato del lavoro dell’Abi, si è rivelato uno strumento determinante per la gestione delle eccedenze del personale, particolarmente significative nella fase di profonda ristrutturazione che coinvolge da anni il credito. Dal 2000 al 2016 (si veda l’infografica) il fondo ha erogato assegni straordinari a 58mila lavoratori, con un aumento della durata media della permanenza: prendendo il periodo 2003-2016, si osserva che nel 2003 la percezione dell’assegno straordinario si attestava a 2 anni e 9 mesi, dal 2003 al 2011 è aumentata di 20 mesi, dal 2011 al 2014 si è ridotta di 9 mesi, per poi aumentare dal 2014 al 2016 e raggiungere nel 2016 i 4 anni e 2 mesi. Nel corso del periodo 2010-2016 è infine notevolmente cambiata la struttura demografica dei percettori dell’assegno straordinario.

Rispetto al 2010, nel 2016 si assiste infatti a una forte contrazione degli interessati nelle fasce di età fino a 56 anni e da 57 a 58 anni – di 30 e 36 punti percentuali rispettivamente – a fronte di un complessivo incremento di 66 punti percentuali nella platea dei percettori con oltre 58 anni. Un’evoluzione molto significativa che ha sullo sfondo anche la riforma del Fondo per l’occupazione che Abi e i sindacati intendono implementare anche in sinergia con il fondo di solidarietà. Ma di questo si riparlerà a metà gennaio. ( Cristina Casadei – Il sole 24 0ore)