ANNO 2013 – Cattolica Assicurazioni scende a patti con il Fisco

 

La sede di Cattolica Assicurazioni ImcCattolica Assicurazioni (nella foto, la sede) si siede a un tavolo e tratta con il Fisco. Come si legge nel documento di bilancio consolidato del 2012 della compagnia assicurativa veronese, il 4 giugno scorso «è stato sottoscritto l’accertamento con adesione, definendo tutte le pendenze in relazione al processo verbale di constatazione e al successivo avviso di accertamento relativi al 2006 notificati a Duomo Uni One». Quest’ultima, con sede a Milano e capitale di 8,878 milioni, è controllata interamente e in maniera diretta dalla capogruppo Cattolica. Tale definizione, aggiunge il documento di bilancio, ha comportato un costo complessivo per imposte e sanzioni di 1,9 milioni, a fronte di rilievi accertati per 5,8 milioni che avrebbero generato una maggiore imposta Ires di quasi 2 milioni, oltre a sanzioni per oltre 3,2 milioni.

Non solo: sempre per quel che riguarda Duomo Uni One, è al momento «in fase di trattativa con l’Agenzia delle Entrate» anche la conciliazione giudiziale ai fini Irap e ritenute d’acconto, per la quale comunque il gruppo assicurativo guidato dall’amministratore delegato Giovan Battista Mazzucchelli stima un costo di poco superiore a 200 mila euro.

Ma il bilancio di Cattolica segnala anche ulteriori contenziosi con il Fisco. E’ il caso di quello, risalente al 2005, legato alla «presunta indeducibilità Ires e Irap di una minusvalenza su azioni, da collegarsi a dividendi ricevuti, in quanto la società non avrebbe adempiuto nei termini all’obbligo di comunicazione dei dividendi e delle minusvalenze». Per quel che riguarda questa controversia, Cattolica ha già definito le sanzioni Ires e «ritiene possibile una chiusura completa in conciliazione giudiziale con la Direzione Regionale della Lombardia dell’Agenzia delle Entrate», ma questa volta non si indica alcun importo stimato.

C’è poi tutta una serie di avvisi di accertamenti che riguarda il 2007. Il più rilevante di questi contiene il rilievo Ires, con una maggiore imposta per 1,2 milioni e una sanzione di 2 milioni, «per minusvalenze realizzate su azioni ritenute non inerenti in quanto non idoneamente documentate».

Vanno poi segnalate le due questioni fiscali aperte che riguardano Cattolica Services e Cattolica Gestione Investimenti. La prima società, che ha base a Verona e offre servizi informatici e di telecomunicazione, gestendo parte della liquidazione dei sinistri, ha pendenti con l’erario contenziosi tributari in relazione alle annualità dal 2004 al 2007 e concernenti «il regime di esenzione da Iva applicato ai servizi resi alle altre società del gruppo». Il bilancio di Cattolica precisa tuttavia che «la società ha sempre visto accolte le proprie tesi difensive dalle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali adite».

Quanto a Cattolica Gestione Investimenti, è pendente l’avviso di accertamento Iva emesso dall’Agenzia delle Entrate e relativo al periodo d’imposta 2006, contenente due rilievi per la cifra comunque non importante di 148mila euro. In questo caso, avverte il bilancio di Cattolica, «avendo la società definito in via agevolata le sanzioni, l’avviso di accertamento concerne solo le imposte e interessi», perciò la compagnia veronese stima di chiudere il contenzioso con circa 100mila euro.

Autore: Carlotta Scozzari – VeneziePost

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ANNO 2015 CATTOLICA ASSICURAZIONE SANZIONATA DA AGCOM – PS9249 – Sanzione di due milioni a Cattolica Assicurazioni per pratiche aggressive su recupero crediti

COMUNICATO STAMPA

AGCM

SANZIONE DI DUE MILIONI
A CATTOLICA ASSICURAZIONI
PER PRATICHE AGGRESSIVE
SU RECUPERO CREDITI

Sanzione di due milioni di euro a Cattolica Assicurazioni, per “pratiche commerciali scorrette, in quanto aggressive”: sono quelle che, a giudizio dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato, la società ha messo in atto per recuperare propri crediti.

La condotta si è manifestata attraverso l’inoltro, in modo sistematico, di atti di citazione presso la sede di un unico giudice di pace, diversa da quella territorialmente competente per i consumatori che risiedono in altre giurisdizioni. Questi atti di citazione, inoltre, indicavano una data fittizia della prima udienza, senza che la causa fosse iscritta a ruolo.

Secondo l’Antitrust, la condotta non era volta a esercitare un legittimo diritto di recupero del credito in sede giudiziale, ma a determinare nel consumatore medio un indebito condizionamento, ingenerando così il convincimento che fosse preferibile provvedere al pagamento dell’importo richiesto piuttosto che esporsi a un contenzioso giudiziario. Gli atti di citazione inoltrati presso una sede diversa da quella territorialmente competente sono considerati idonei, infatti, a esercitare sui destinatari una pressione psicologica, tale da condizionarne indebitamente le scelte e i comportamenti economici.

Roma, 9 ottobre 2015

C’erano una volta / Totò – di Cesare Lanza

 

Il principe triste della risata meritava il Nobel più di Fo. È stato il più grande e infelice attore italiano, un genio incompreso di valore universale Ebbe tanti amori tormentati, ma le sue battute restano nel nostro linguaggio quotidiano

Totò è stato, per me, il più grande e infelice attore italiano, un genio incompreso, di valore universale. E anche un importante poeta. Non l’ho conosciuto, purtroppo, ed è infinito il mio rimpianto. Per una volta faccio uno strappo alla regola che mi sono dato: in questi pezzi domenicali (ormai una cinquantina) scrivo solo di personaggi che ho conosciuto direttamente, senza la pretesa di raccontarne la biografia, ma ricordando ciò che di loro ho visto e sentito. Non ho mai avuto il piacere di incontrare Totò, ma come milioni di altri italiani (ormai di varie generazioni) lo sento come uno di noi, un amico, un parente: come se da sempre lo avessi conosciuto. Ci ha dato gioia, serenità, divertimento, risate, ci ha ispirato ammirazione, stima, riflessioni. Può bastare? Per tutto questo voglio parlarne. Do la precedenza alle sue battute, ai suoi estrosi lampi di genio: è sempre un piacere ricordarli e sorriderne. E soprattutto basta questa rassegna per definire la singolare grandezza di Totò. Cinquantanni dopo la sua morte, le sue battute restano nel nostro linguaggio d’ogni giorno.
«Siamo uomini o caporali? ! ». «Io sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo». «Signori si nasce e io lo nacqui». «Gli avvocati difendono i ladri. Sa com’è… tra colleghi». «Come è gentile per essere una parente: sembra un’estranea!». «È vero, ho rubato per 25 anni, ma l’ho fatto per alleviare le sofferenze di un orfano, povero, senza casa, senza madre, né padre: io». «A proposito di politica… ci sarebbe qualcosa da mangiare?». «Giura su qualcosa di più sacro del tuo onore: la tua fame».
«La mia fame è atavica: vengo da una dinastia di morti di fame!». «È sempre meglio un vigliacco vivo che un eroe morto, soprattutto se il vigliacco sono io». «Signore, di sua moglie mi piace tutto, tranne il marito».
«Se ho fornicato? Io nella vita ho fornicato sempre, mi chiamavano il fornichiere ! ». «Il diavolo si è arrabbiato perché gli ho rotto le corna? Ma non si deve preoccupare, tanto, se è sposato, gli ricrescono».
«La donna è la cosa più bella del mondo. Meno male che nostro Signore, per crearla, tolse una costola ad Adamo. Meglio una costola maschile in meno e una femmina in più». «Era un uomo così antipatico, che dopo la sua morte i parenti chiesero il bis». «A morte ‘0 ssaje che d’è?… è una livella». «Voi dite che sono morto? Perbacco, se lo avessi saputo sarei venuto vestito a lutto!». «I conti qualche volta non tornano. Ma io sono duca». «Tengo molto al mio titolo nobiliare perché è una cosa che appartiene soltanto a me… A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. ROÌÌM, Mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?». «Signori si nasce, cretini si muore». «Voi siete scapole, noi siamo scapoli… Ci facciamo una bella scapolata?». «Per i campioni sportivi niente fumo, niente vino e niente donne. Ma allora che vincono a fare?». «I parenti sono come le scarpe: più sono stretti più ti fanno male». «Che tempi! Gli ospedali tutti pieni, i cimiteri esauriti». «Sono vent’anni che lei dice di essere un perito, ma non perisce mai. Ma perisca una buona volta, mi faccia il piacere!». «Cavaliere, nessuno vuole farla fesso. Non ce n’è bisogno». «La sua vita si svolge tra casa e chiesa. E vabbé, ma nel tragitto cosa succede?». «Parlo solo la lingua madre perché mio padre morì quando ero bambino». «La zingara mi ha letto la mano e ha detto che sono un uomo fortunato: ci dev’essere un errore di stampa». «Lo so, dovrei lavorare invece di cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro». «Io sono superiore a lei per cultura, per nascita e per censo. Io sono superiore a lei al censo per censo». «Parli come badi, sa ! ». «Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra». «Ottimista, pessimista, esistenzialista… Veramente io sono farmacista». «Lei vuole sposare mia figlia? No, non se ne fa niente: a me i generi non interessano, a meno che non siano alimentari». «Io sono integro e puro, sia di corpo che di spirito: non ho commesso peccati né di carne né di pesce». «Lei è un cretino: si specchi, si convinca». «L’aria condizionata è un prodotto della civiltà, ma io mica mi posso prendere una polmonite civile». «Morire, morire, che noia! Tutto il giorno sotto terra, con le solite facce dei vermiciattoli. È vero, ci sono i fuochi fatui, ma solo la domenica. Per il resto della settimana si sta chiusi in cassa: una vita da morti». «Ti chiami Ranocchia? Vieni, andiamo a fare un girino». «Si dice che l’occasione fa l’uomo ladro, ma anche per la donna non ci metterei la mano sul fuoco». «Signore, scusi se mi disturba!». «Non tutti i mali vengono per suocere!». «I domestici sono nemici pagati. Io il mio non lo pago per non offenderlo». «La donna è mobile e io mi sento un mobiliere». «Se il ragazzo che vuoi sposare è bello, vuol dire che non ha una lira: i fidanzati ricchi sono racchi». «I ministri passano, gli uomini restano». «Lei discende dai Borboni? Allora siamo parenti: da piccolo in casa tenevo un barboncino». «Io sono parte nopeo e parte napoletano».
«Nel dolore un orbo è avvantaggiato, piange con un occhio solo». «Coraggio ce l’ho. È la paura che mi frega». «Io da bambino ho avuto la meningite. Con la meningite si muore 0 si rimane stupidi. Io non sono morto». «Io voglio bene a Napule pecché ‘0 paese mio è cchiù bello ‘e ‘na femmena, carnale e simpatica. E voglio bene a te ca si napulitana pecché si comm’a me cu tanto ‘e core ‘minano».
Totò, nato a Napoli il 15 febbraio 1898, morì a Roma il 15 aprile 1967. Fu impressionante la straordinaria partecipazione di folla ai funerali. Aveva detto di desiderare un funerale modesto, semplice. Gli furono invece dedicate tre imponenti cerimonie. Ed ecco come arrivò alla fine. Il 13 aprile, all’autista Carlo Cafiero che lo accompagnava a casa con la sua Mercedes, disse: «Cafiè, stasera mi sento una vera schifezza». Avvertiva forti dolori allo stomaco, fu chiamato un medico che gli prescrisse alcuni farmaci e gli disse di stare tranquillo. La sera del giorno dopo, però, tremore e sudore: gli furono somministrati dei cardiotonici, senza esito. Alle due di notte implorò il cardiologo: «Professò, vi prego, lasciatemi morire, fatelo per la stima che vi porto. Il dolore mi dilania. Meglio la morte». È la testimonianza della sua ultima compagna, l’attrice Franca Faldini. Le ultime parole furono per lei: «T’aggio voluto bene, Franca. Proprio assai». Ma questa versione è contraddetta dalla figlia, Liliana, secondo cui Totò prima di spirare disse: «Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano». Fu sepolto a Napoli, com’era la sua volontà. Ed ebbe tre funerali, il primo a Roma: la salma fu vegliata per due giorni da personaggi dello spettacolo e della politica, nella chiesa di Sant’Eugenio sul Tevere erano presenti 2.000 persone, perfino i registi che in vita lo avevano ignorato, i critici che avevano sostenuto che fosse un volgare attore di terz’ordine. Una semplice benedizione, a causa delle difficoltà create dalle autorità religiose perché Totò non era unito alla Faldini dal matrimonio: addirittura a Franca fu imposto di uscire dalla chiesa. La commozione toccò invece il culmine a Napoli: la gente, innumerevole, accolse il feretro fin dall’uscita dell’autostrada! Traffico interrotto, portoni socchiusi, negozi con serrande abbassate, i muri pieni di manifesti in segno di lutto. Ci vollero due ore perché il furgone che trasportava la salma riuscisse ad arrivare alla chiesa di Sant’Eligio. Ci furono episodi di panico, svenimenti, due donne e due agenti feriti. La bara, per precauzione, uscì da una porta laterale e finalmente Totò trovò la pace, nel Cimitero del Pianto, in una tomba a fianco dei genitori, del figlio Massenzio morto neonato, e di una donna che aveva tanto amato, Liliana Castagnola. Il terzo funerale fu celebrato al Rione Sanità: anche qui si raccolse una folla immensa, ma la bara era vuota. Ho scritto che ebbe una vita infelice. Tutti coloro che ho consultato mi hanno detto che era sempre malinconico – quasi sempre i comici sono tristi nella vita privata – e nascondeva il suo stato d’animo dietro estreme forme di educazione. Non aveva avuto una infanzia facile. Totò – ovvero Antonio Vincenzo Stefano Clemente era figlio di Anna Clemente e di un nobile di antica casata, ma finito in povertà, Giuseppe De Curtis, che non voleva riconoscerlo. De Curtis lo fece solo dopo vent’anni, sposandone la madre. Il ragazzo crebbe in condizioni disagiate: andava malissimo a scuola (bocciato alle elementari!) e si adattò a lavorare come garzone e imbianchino per portare un po’ di soldi a casa. Un’altra ragione di infelicità per lui fu l’ossessiva fissazione di farsi riconoscere un importante titolo nobiliare. Nel ’33 si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, cavaliere del Sacro romano impero, per ereditarne i prestigiosi titoli. Ingaggiò lunghe, estenuanti e costose battaglie legali: il tribunale di Napoli gli diede ragione. Ma cosa ci importa? Lo ricordiamo forse perché ebbe il diritto di proporsi con un nome interminabile (Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi principe De Curtis di Bisanzio)? 0 perché era altezza imperiale, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Tessaglia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Durazzo? Totò era orgoglioso di tutto ciò, fece coniare monete d’oro simili a quelle dell’impero romano (che regalava agli amici). Ma noi, milioni di ammiratori, lo ricordiamo per la sua arte: protagonista nell’avanspettacolo e poi del varietà (12 grandi riviste), 40 spettacoli a teatro, nel cinema 97 film con 42 registi diversi. Un immenso e sempre crescente successo popolare. Ma con un’infelicità pesante: i critici e gli intellettuali lo snobbavano e lo trattavano come un poveraccio, perfino Elsa Morante scrisse altezzosamente diluì. «Bisogna morire perché qualcosa ti sia riconosciuto», commentava malinconicamente. E così fu. Anche in amore Totò ebbe esperienze tormentate. Eugenia Castagnola, attrice, conosciuta come «la sciantosa» 0 Liliana, era disperatamente innamorata di lui: abbandonata, si uccise e gli lasciò una lettera straziante. Totò portò il rimorso con sé per tutta la vita. Sposò Diana Bandini Rogliani, che gli diede una splendida figlia – Liliana, chiamata così in ricordo della Castagnola -. Ma anche questa storia finì male, Totò si era innamorato di Silvana Pampanini. Infine, fino alla morte, Franca Faldini, più giovane di 18 anni, rassegnata a sopportare numerosi tradimenti. Infine – per la serie delle sue infelicità- Totò dal ’39 aveva grossi problemi di vista per il distacco di una retina, fino a diventare cieco, nel 1957. E negli ultimi anni andava in scena, a teatro, senza vedere. Vorrei ricordarlo come già tante volte ho fatto: mi indigno a pensare che il premio Nobel sia stato attribuito a Dario Fo, per evidente opportunità politica, e non a lui. A livella, il poemetto sulla morte che ci rende tutti uguali, è un capolavoro assoluto della nostra letteratura. E la struggente canzone Malafemmena è di qualità superiore: niente, di Dario Fo, è paragonabile. Totò è un gigante, al confronto.

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Carige non è più la banca dei liguri? Nell’aumento di capitale gli azionisti storici si smarcano

Liguria. Banca del territorio? Forse non più, almeno stando all’andamento dell’aumento di capitale. Ora, con il procedimento di cessione dei diritti di opzione, si sta modificando l’assetto dei suoi azionisti: infatti, la stragrande maggioranza dei suoi piccoli investitori erano liguri e genovesi, circa il 70%.

Con la chiusura del termine, per i soci, per esercitare i propri di diritti di opzione sulle nuove azioni che saranno emesse per arrivare all’aumento di capitale di 560 milioni (di cui 60 a servizio della conversione in obbligazioni), si è chiarito che di fatto tutti i diritti sono stati ceduti.

La parabola discendente seguita da opzioni e diritti nelle ultime sedute ha praticamente azzerato il valore del capitale pre-aumento: i circa 830 milioni di azioni e diritti che erano in mano ai vecchi soci valgono oggi meno di 9 milioni di euro. L’ultima seduta di trattazione dei diritti si è chiusa con una serie di scambi vorticosi con oltre 1 miliardo di pezzi passati di mano (il 120% dei titoli) mentre il valore dei diritti si è approssimato a zero (-0,70% a 0,0012 euro). Ad acquistare i diritti sono stati soprattutto fondi di investimento.

Questo significa che chi sottoscriverà l’aumento, a parte i grandi azionisti e lo stesso ad Fiorentino (come ha sottolineato più volte), non saranno i soci storici della banca, quegli uomini e donne, in gran parte genovesi e liguri, che per secoli l’hanno supportata.

Intanto anche le azioni (-0,99% a 1 centesimo) si sono allineate al prezzo di sottoscrizione dei nuovi titoli. A questo punto la banca vale i 500 milioni di euro che verranno iniettati. Nel caso in cui l’aumento vada a buon fine.

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Mps e la lista dei suoi primi 100 debitori insolventi: perché è solo la punta dell’iceberg

Nella lista dei primi cento debitori del Monte Paschi Siena troviamo i “soliti noti”. Sono i big dell’industria italiana, ma non solo loro

E' stata pubblicata la lista dei 100 debitori insolventi di Mps

SIENA – Nella lista dei primi cento debitori insoventi del Monte Paschi Siena troviamo i «soliti noti». Nomi che abbiamo già avuto modo di memorizzare nella lista dei debitori insolventi della Banca Popolare di Vicenza, ad esempio. Sono i big dell’industria italiana, enti locali e fondi immobiliari già conosciuti per le loro cattive abitudini finanziarie. Clienti bancari che svariate volte hanno preso a prestito ingenti somme di denaro senza restituirle. E’ il caso di Sorgenia Power Spa, prima nella lista dei primi cento debitori che hanno azzoppato la banca più antica del mondo, Mps. Al 30 settembre 2017, la società elettrice che fu della famiglia De Benedetti prima di finire sotto il controllo delle banche proprio a causa dei suoi debiti, Sorgenia Power Spa aveva un’esposizione lorda verso Mps di 300 mila euro. Ma nel mese di gennaio del 2017, secondo quanto riportato da Il Sole 24Ore, il debito era molto più alto e ammontava a circa 600 milioni di euro. Una cifra da capogiro, in grado di mettere in ginocchio anche un colosso bancario storico come Mps. Ma non da sola.

La lista dei primi 100 debitori insolventi di Mps
E infatti la Sorgenia Power Spa è in buona compagnia. In cima alla classifica figurano anche altre due società riconducibili al gruppo di Carlo De Benedetti: Sorgenia Spa e Tirreno power. I loro debiti incagliati, sommati insieme, ammontano a circa 400 milioni di euro. La lista, però, comprende anche tante altre società appartenenti ad imprese pubbliche o enti pubblici, enti locali e fondi immobiliari. Ad esempio troviamo Bagnoli Futura, di cui il Comune di Napoli è azionista di maggioranza. C’è Atac, la società dei trasporti pubblici della Capitale sull’orlo del baratro. C’è Alitalia Spa. C’è Riscossione Sicilia. C’è pure il Grand Hotel di via Veneto a Roma (con 24 milioni di euro di debiti). Ci sono gli imprenditori della pregiata pasta Rummo (con altri 24 milioni di euro di debiti). Ci sono la famiglia Merloni e il gruppo di Zamparini, il presidente del Palermo calcio.

La punta dell’iceberg
C’è anche la holding Mezzaroma, il gruppo familiare di Luca Cordero di Montezemolo. Sono tutti «cattivi pagatori» che hanno avuto in prestito dalla banca senese cifre folle senza restituirle. Tuttavia, per onestà intellettuale, è necessario sottolineare che messi tutti insieme questi debiti ingenti non raggiungono neppure la cifra di 5 miliardi di euro. Tanta roba, per carità. Ma non abbastanza da risolvere il nodo delle responsabilità della mala gestio di Mps scaricando la colpa dei guai finanziari della banca esclusivamente su questi primi cento debitori insolventi. In questa lista, infatti, non figurano altri nomi importanti: centinaia di altri clienti facoltosi che hanno preso in prestito somme considerevoli svuotando le casse della banca più antica del mondo senza restituire il dovuto. A divorare il ventre molle dell’istituto bancario senese sono stati in tanti, tantissimi. E i loro nomi non sono ancora noti. Il buco nero che ha quasi fagocitato Monte Paschi Siena e l’ha portata sul ciglio del baratro è una storia che deve essere ancora raccontata. E questa non è che la punta dell’iceberg.

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http://www.la7.it/la-gabbia/video/nessuno-cosa-nasconde-lallarme-sul-crack-delle-banche-italiane-01-12-2016-199401

NEWS BANCHE VENETE: Comunicato Stampa

NEWS BANCHE VENETE: Comunicato Stampa

29 novembre 2017Federconsumatori FVG ha invocato da sempre una soluzione transattiva del disastro finanziario causato alle famiglie dalle due banche venete oggi in liquidazione. Dapprima aveva chiesto a Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza di costituire un tavolo di conciliazione al fine di definire i risarcimenti ai risparmiatori traditi in base alle violazioni subite. Conseguenza ne fu la decisione unilaterale delle due banche di varare un’offerta pubblica di transazione che, proprio perché riconosceva un misero rimborso identico a tutti i risparmiatori che avevano acquistato azioni a far data dal 2007 a prescindere dal concreto profilo dell’investitore, veniva giudicata non adeguata. Con la messa in liquidazione dei due istituti veneti e con l’affievolirsi dunque di concrete possibilità di recupero di quanto perduto attraverso la liquidazione e la costituzione di parte civile nei procedimenti penali, Federconsumatori FVG ha chiesto sin da subito, la costituzione di un Fondo di ristoro per i risparmiatori traditi.

Grazie ad un’interlocuzione molto intensa con il Governo e le varie forze politiche di ogni schieramento, già ad agosto avevamo ottenuto dal Sottosegretario Baretta l’impegno alla costituzione di tale Fondo. L’emendamento approvato il 28 novembre a tarda sera è un primo piccolissimo passo verso l’attuazione delle richieste da noi avanzate. Si tratta di un Fondo a tutela del risparmio e che interviene in casi di misselling, così come legittimato dalla stessa UE. Importante sarà ora definire i criteri di accesso e le modalità di rimborso nonché dotarlo delle necessarie risorse per poter dare risposta reale ai risparmiatori traditi. Federconsumatori FVG infatti sottolinea come le risorse previste (25 milioni per il 2018 e 25 milioni per il 2019) siano assolutamente insufficienti e debbano essere chiamati a integrare la dotazione del fondo sia le banche, e per quanto attiene le banche venete, Intesa San Paolo, che gli NPL.

 

Intanto un altro storico passo è stato segnato il 27 novembre da Federconsumatori FVG e Veneto in quanto lunedì è stato possibile condividere con tutte le associazioni riconosciute attive sul tema delle banche venete la necessità di addivenire alla costruzione di un Fondo che sia concretamente in grado di dare risposte ai risparmiatori traditi. C’è dunque grande attesa per l’assemblea che Federconsumatori FVG e Veneto assieme ad altre 8 associazioni dei consumatori hanno indetto per sabato 2 dicembre alle ore 9.30 a Vicenza presso il Teatro Comunale ove oltre a tanti risparmiatori, sono attesi il Sottosegretario Baretta, i Parlamentari di tutti gli schieramenti di Veneto e FVG, nonché la Regione Veneto e la Regione Friuli Venezia Giulia e i sindaci dei comuni più colpiti tra cui quelli di Vicenza, Montebelluna, Treviso e Udine. In tale sede verrà chiesto un impegno alle istituzioni alla creazione di un fondo dotato di risorse finanziarie sufficienti a dare risposta a tutti i risparmiatori traditi.

L’INCOMPIUTA DI PORTA VITTORIA – Porta Vittoria, area fantasma che fa paura agli imprenditori

Deserta l’asta per acquistare il progetto incompiuto Topi e sterpaglie tra l’albergo e i 150 appartamenti.

L’ora segnata nel bando di gara, le 13 di martedì scorso, era scoccata senza che nemmeno l’ombra di un offerta si materializzasse nello studio dei curatori fallimentari.

Così ieri, davanti al giudice Amina Simonetti, l’asta per Porta Vittoria si è tenuta conoscendo già dall’inizio il malinconico esito: asta deserta, nessuna offerta. Un guaio per i creditori invischiati nel crac dell’impero di Danilo Coppola. Ma un guaio anche per Milano, che si ritrova con la sua maggiore area edificabile ancora senza padrone e senza un futuro preciso, esposta al degrado, una taiga popolata di vandalismi, topi e sbandati. E col sogno di un parco e di un centro sportivo destinato a rimanere tale chissà per quanto tempo.

Centocinquantadue milioni di euro: questo era il prezzo che sarebbe bastato per portarsi a casa il grande albergo quasi finito, affacciato su via Cena, e i centocinquanta appartamenti anch’essi pressoché ultimati, i negozi, gli uffici, insomma tutto quello che Coppola era riuscito a realizzare prima che, nel settembre di un anno fa, venisse schiantato dai debiti. Ma all’asta non si è presentato nessuno, l’unico incasso è stato il milione e 800mila euro per cinquanta posti auto già pronti in una autorimessa interrata. Magra consolazione.

A rendere cauti i potenziali acquirenti potrebbe avere contribuito il contenzioso aperto con una discoteca lì accanto, il Black Hole di viale Umbria, che contesta l’altezza dei palazzi già costruiti e si è vista dare in parte ragione da un giudice; adesso si attende l’appello. Ma è anche possibile che un effetto dissuasivo possa averlo avuto la lunga serie di impegni che Coppola aveva preso con il Comune, e che verranno ereditati dai futuri acquirenti. Nei mesi scorsi i curatori fallimentari hanno avviato una trattativa intensa e faticosa con Palazzo Marino, perché sia il Piano di intervento che le licenze edilizie erano scadute e andavano rinnovate: in quella sede si è rinnovato l’accordo complessivo sul futuro dell’area. Ed chi comprerà Porta Vittoria dovrà attenersi a questo accordo.

La nuova intesa prevede che i nuovi padroni entrino in possesso dei palazzi poco per volta, man mano che avranno adempiuto agli obblighi previsti: prima il pagamento delle fideiussioni, poi la bonifica delle aree, poi la costruzione del Parco Temporaneo, la struttura che provvisoriamente (ma è un provvisorio molto definitivo) prenderà il posto della Beic, la Biblioteca europea prevista nel progetto iniziale; e poi ancora il centro sportivo al servizio del quartiere, su cui i curatori fallimentari hanno chiesto inutilmente al Comune un ripensamento. Parallelamente al rispetto di questi impegni, il Comune darebbe l’abitabilità all’albergo e alle abitazioni.

Questo percorso, oggettivamente un po’ rigido, può avere scoraggiato gli investitori? Il problema è che il Comune non sembra intenzionato a addolcire la pillola rinunciando a parte dei lavori. E quindi l’unica strada per attrarre gli acquirenti potrebbe essere un ribasso sul prezzo d’acquisto, che peraltro gli esperti considerano già oggi del tutto conveniente. Situazione senza via d’uscita, dunque, almeno per ora. Intanto la gigantesca ferita a ridosso del centro rimane aperta, con i suoi 142mila metri quadri di cemento e sterpi. E rimane aperta la domanda: come mai quest’area sterminata è passata negli anni di mano in mano, fino al crac, senza che un solo imprenditore milanese dicesse: ghe pensi mi?

 

L’INCOMPIUTA DI PORTA VITTORIA – BREVE STORIA

Torna “er cash”, la resurrezione di Danilo Coppola

Nell’articolo: Ha ripreso a tessere la tela dei suoi affari. Che segue sempre la stessa trama: comprare un palazzo, o un terreno, e farlo crescere di valore. Un’attività che, per chi non dispone di poteri taumaturgici, richiede come minimo una solida rete di alleanze. La storia dell’area milanese di Porta Vittoria è esemplare. Era delle Fs, che nel 2001, gestione Giancarlo Cimoli, la cedettero a Luigi Zunino (altro furbetto, altro immobiliarista, è quello del crac Risanamento) per 40 milioni. Nel 2005 Zunino ha rivenduto alla Ipi di Coppola per 118 milioni. La Ipi era la società immobiliare della Fiat, quotata in Borsa. Lo stesso Zunino l’aveva comprata a 4,7 euro per azione, poi l’ha girata a Coppola per 7 euro per azione. É con operazioni come questa che, concretamente, si forma la mitica “bolla immobiliare”. Curioso dettaglio: all’inizio c’è sempre un venditore pubblico o una grandissima società come Fiat. Ecco un altro esempio: l’Enel vende a Zunino 9 palazzi per 170 milioni. Passa solo qualche mese e Zunino rivende a Coppola per 253. Alla fine il Tribunale fallimentare di Roma stabilisce la vendita senza incanto a 98 milioni di uno solo dei 9 edifici, la storica sede centrale dell’Enel, che oggi ospita a Roma, in piazza Verdi, l’Antitrust

Giorgio Meletti per “Il Fatto

Mentre Stefano Ricucci ha sempre esibito una notevole ironia, dimostrata una volta per sempre dall’invenzione del marchio “i furbetti del quartierino”, Danilo Coppola, anche lui romano, anche lui immobiliarista, è sempre apparso a corto di senso dell’umorismo, come dimostra il fatto che la sua popolarità è dovuta principalmente all’acconciatura.

Così non ha mai cercato una replica efficace allo scoppiettante collega che lo dipingeva come un pallido imitatore delle sue magie affaristiche. E quando ha dovuto attraversare la sua via crucis giudiziaria (sfociata finora in una condanna in primo grado a sei anni di carcere per bancarotta fraudolenta) ha scelto il registro del silenzio o della drammatizzazione.

Eppure tra tutti i furbetti del quartierino oggi l’ombroso Coppola, 43 anni, detto “er Cash” per l’inclinazione al pagamento in contanti, nato nella borgata Finocchio, alla periferia della Capitale, tifoso giallorosso al punto da figurare tra gli azionisti della Roma e tra i soci fondatori del quotidiano Il Romanista, è quello che risulta, almeno all’apparenza, più proiettato verso una resurrezione imprenditoriale.

Le tasse e la fiducia delle banche
Nonostante tutto le banche credono ancora in lui, se è vero che un pool di istituti coordinati dal Banco Popolare stanno per prestargli 180 milioni di euro per consentirgli di portare avanti la gigantesca operazione immobiliare sull’area milanese dell’ex stazione ferroviaria di Porta Vittoria, a cui Coppola lavora con tenacia da cinque anni. La stessa tenacia con cui ha sempre insistito su una capigliatura oggetto di scherno, e con cui, per passare dal faceto al serio, poche settimane fa ha firmato un accordo con l’Agenzia delle Entrate, impegnandosi a pagare all’Erario ben 198 milioni di euro (di cui solo 60 già pagati) per estinguere i debiti col fisco di tutte le sue società.

Insomma, il furbetto Coppola, come suol dirsi, è vivo e lotta insieme a noi. Chi l’avrebbe detto? Il 1° marzo 2007, quando fu arrestato per la bancarotta della Micop, una piccola immobiliare intestata a un cameriere rumeno (esponente tipico di quella scuderia di manager di comodo in cui Coppola schierava anche un muratore, un barista, un portiere d’albergo e una colf), sembrava tutto finito.
Dopo poche settimane nel carcere romano di Regina Coeli, lamentando stress e claustrofobia, ha tentato il suicidio tagliandosi le vene. Due mesi dopo si è presentato in tribunale in barella. Dopo altri sei mesi, a novembre del 2007, quando era già da tempo ai domiciliari, si è fatto ricoverare al Policlinico Umberto I accompagnato da un drammatico comunicato di sua madre secondo cui Danilo era in coma in seguito a un arresto cardiaco (“il terzo in poche settimane”), e le sue condizioni richiedevano con urgenza una Tac cerebrale. La premura materna, seppure clinicamente confusa, ha funzionato. Appena 15 giorni dopo, Coppola, superato il terzo arresto cardiaco e uscito dal coma, fugge dall’ospedale e va a farsi intervistare da una giornalista di Sky Tg 24. Ancora una volta drammatizza: “Questa mattina ero in ospedale, mi sono staccato le macchine e volevo rilasciare un’intervista prima che mi riprendessero, tra l’altro dovrei anche essere operato di cuore questo pomeriggio”. I giudici sono quasi costretti a rimetterlo in carcere, lui si ripresenta in barella in tribunale, riottiene i domiciliari, ritenta il suicidio.

Sopravvivere a una scalata (fallita)
Ma Coppola è un tipo determinato, punta l’obiettivo e va dritto. Aveva meno di 30 anni quando il padre, piccolo costruttore, è morto, lasciandogli in eredità due miliardi di lire, cioè un milione di euro. In pochi anni, miracolosamente, è diventato uno dei dieci uomini più ricchi d’Italia, con tanto di barca da 27 metri e aereo personale Falcon 900, un patrimonio di 3,5 miliardi di euro, tanti immobili e titoli azionari, con una grande gemma, il 4,7 per cento di Mediobanca, e una gemma editoriale, il piccolo quotidiano finanziario Finanza&Mercati, che suscitava le ironie di Ricucci impegnato a scalare il Corriere della Sera (Finanza&Mercati è tuttora di proprietà della moglie, Silvia Necci, ma ora è in liquidazione). Poi l’estate dei furbetti e il crollo.

Ma lui non se n’è mai dato per inteso. Nell’autunno del 2005, a pochi mesi dalle settimane roventi delle scalate bancarie di Antonveneta e Bnl, a Paolo Mondani di Report che gli chiedeva conto dei finanziamenti ottenuti dalla Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani per rastrellare azioni Antonveneta, Coppola rispondeva sereno: “Guardi io ho ricevuto finanziamenti da Fiorani per tutt’altri scopi, che poi parte di questi finanziamenti io li abbia utilizzati in maniera autonoma per comprare Antonveneta, questo è un fatto che non implica niente insomma”.
Forse anche grazie a questo stile del “faccio come mi pare”, oggi Coppola, a quanto dicono i suoi pierre, sta benissimo. Ha ripreso a tessere la tela dei suoi affari. Che segue sempre la stessa trama: comprare un palazzo, o un terreno, e farlo crescere di valore. Un’attività che, per chi non dispone di poteri taumaturgici, richiede come minimo una solida rete di alleanze. La storia dell’area milanese di Porta Vittoria è esemplare. Era delle Fs, che nel 2001, gestione Giancarlo Cimoli, la cedettero a Luigi Zunino (altro furbetto, altro immobiliarista, è quello del crac Risanamento) per 40 milioni. Nel 2005 Zunino ha rivenduto alla Ipi di Coppola per 118 milioni. La Ipi era la società immobiliare della Fiat, quotata in Borsa. Lo stesso Zunino l’aveva comprata a 4,7 euro per azione, poi l’ha girata a Coppola per 7 euro per azione. É con operazioni come questa che, concretamente, si forma la mitica “bolla immobiliare”. Curioso dettaglio: all’inizio c’è sempre un venditore pubblico o una grandissima società come Fiat. Ecco un altro esempio: l’Enel vende a Zunino 9 palazzi per 170 milioni. Passa solo qualche mese e Zunino rivende a Coppola per 253. Alla fine il Tribunale fallimentare di Roma stabilisce la vendita senza incanto a 98 milioni di uno solo dei 9 edifici, la storica sede centrale dell’Enel, che oggi ospita a Roma, in piazza Verdi, l’Antitrust.

Ricominciare da Porta Vittoria
Adesso dunque si riparte con Porta Vittoria. Coppola si è ricomprato l’area dall’Ipi, che nel frattempo è finita alla ricca famiglia torinese dei Segre, quelli della Banca Intermobiliare, che sono finiti nei guai con la giustizia per aver finanziato oltre ogni regola l’immobiliarista di borgata Finocchio. Qualche polemica ha suscitato anche il prezzo pagato a Coppola per la Ipi, ma Franca Segre, la capostipite, dice di considerare il giovane Danilo “come un figlio”. E poi gli ha girato l’area di Porta Vittoria per 134 milioni (ricordate? Le Fs la vendettero nove anni fa per 40).
Da lì adesso si riparte. Un prestito di 180 milioni per costruire un albergo, qualche migliaio di appartamenti, un cinema multisala e altro. Un tempo Coppola diceva che si aspettava di incassare 500 milioni di euro dall’operazione, con un guadagno del 100 per cento sul capitale investito. Ma erano altri tempi. Nella Milano del disastro Santa Giulia, è l’unico immobiliarista a rischiare un capitale del genere in una grande operazione immobiliare. Ma per sua fortuna i soldi sono, ancora una volta, delle banche.

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 JUVENTUS E COPPOLA: SCAMBI D’AFFARI TRA BANCHE, DEBITI & SPONSOR
Il suo accordo con l’Agenzia delle entrate merita un posto d’onore nel Guinness dei primati: 198.042.299 euro, di cui 60.662. 233 già pagati. Ma prima di inserire Danilo Coppola nel libro dei record sarebbe interessante sapere come l’immobiliarista salderà la prima rata di dicembre del debito. Una pista l’ha fornita una nota d’agenzia in cui si anticipa un prossimo finanziamento di 180 milioni a Coppola, curato dal Banco popolare (ex Popolare di Lodi).
Nel frattempo Pierfrancesco Saviotti, amministratore delegato del Banco popolare, ha rescisso l’accordo per sponsorizzare la Juventus. Il suo posto è stato preso dalla trevigiana Veneto banca che vuole consolidare il proprio marchio in Piemonte dopo l’acquisto della torinese Banca intermobiliare. Questa stessa Bim aveva precedentemente tagliato tutti i consolidati legami con Coppola.
Insomma, il Banco popolare lascia la Juve e finanzia Coppola mentre la Veneto banca fa l’opposto. Chissà chi ci guadagna. (U.B.)

 

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ANNO 2014 

Mps, ecco uomini e obiettivi del nuovo primo azionista York Capital

Mps, ecco uomini e obiettivi del nuovo primo azionista York Capital

La scalata su Mps arriva dagli Usa? Forse è presto per dirlo, o forse è solo fantafinanza, ma certo è che dal 29 luglio c’è un nuovo primo azionista nella banca senese e si tratta di una società di gestione del risparmio con sede appunto negli Stati Uniti: York Capital Management Global Advisors ha il 5,025% della banca senese, secondo quanto risulta dagli aggiornamenti della Consob sulle partecipazioni rilevanti. La quota è detenuta a titolo di gestione discrezionale del risparmio.

SCALATA O SPECULAZIONE?
“La sgr americana supera dunque sia Fintech (4,5%) sia Axa (3% circa). Resta da capire a quale strategia risponda l’investimento: se, come sembra, a una normale politica di portafoglio, che dunque escluderebbe un interesse diretto nella gestione della banca; oppure a obiettivi più ambiziosi, legati alla governance (che sarà rinnovata nel 2015) – si chiede Cesare Peruzzi sul Sole 24 Ore – In questo secondo caso, York Capital potrebbe aderire al patto siglato dalla Fondazione Mps (2,5%) con Btg Pactual (2%) e la stessa Fintech; oppure dare vita a una propria cordata, una sorta di contro-patto per puntare a esprimere metà del board di Mps (lo statuto assegna questo diritto alla lista che ottiene più voti)”.

FONDATA NEL 1991

Per scoprirlo bisognerebbe sapere quali sono le strategie di James Dinan, che ha fondato la società nel 1991, poco più che trentenne e oggi compare nella classifica di
Forbes dei miliardari del mondo all’830esimo posto, 301esimo in Usa, con un patrimonio stimato di 2,2 miliardi di dollari. Dinan è il tipico self made man capace di dare vita al sogno americano e oggi è capo di un impero che gestisce 19 miliardi di asset con il fondo di punta del gruppo che ha reso il 16% netto nel 2013.

LA PACE MENTALE

A spulciare sul sito di York Capital Management, la notizia relativa alla scalata nemmeno compare. Né sulla stampa internazionale viene fatta alcuna interpretazione. Certo è che la mission di “York Capital Management è fornirti la pace mentale che deriva dall’avere un professionista che navighi le sfide emergenti che i tuoi investimenti affrontano” nel corso del tempo, così si legge sulla home del sito. Una pace mentale che a Mps in tempi di maretta come quelli che vive da un po’ non farebbe certo male.

DA DENVER A SIENA

A Denver, Colorado, Ycm si occupa di fondi pensione ma anche in generale di risparmio gestito e di consulenza su real estate, eredità, prodotti sanitari e programmi di risparmio per lo studio. E nulla farebbe presagire mire espansionistiche sul Belpaese.
Eppure, “ai prezzi di Borsa – scrive Repubblica – l’investimento sarebbe di 350 milioni, ma molto fa pensare che York detenesse già quote inferiori. A febbraio, quando la Fondazione sondò investitori in tutto il mondo per cedere il suo 33% della banca, il fondo basato a Denver fu tra i più interessati al dossier, in ottica di recupero macro dell’Italia facendo leva sul riassetto della banca e al suo ingente portafoglio Btp (una ventina di miliardi). Ancor prima, a fine novembre 2013, York fu tra i compratori dei bond Fresh, quando la locale Fondazione li liquidava a un decimo del valore”.

SPECULAZIONI GRECHE
Ycm compare nella lista stilata dal Financial Times a maggio 2013 come uno degli hedge fund che avevano partecipato, insieme a Farallon Capital, Qvt Finalcial e Dromeus, alla ricapitalizzazione delle banche greche, prima fra tutte “l’operazione da 550 milioni di euro di Alpha Bank, il secondo istituto di credito del Paese”. In fondo l’avanzata su Mps potrebbe avere lo stesso spirito di investimento speculativo e in effetti – come scrive ancora Repubblica: “Da febbraio in poi molti investitori internazionali erano rientrati sul comparto bancario italiano, e l’investimento a Siena era ritenuto uno dei più efficaci, sia per le potenzialità di ripresa di un’azione molto depressa dopo l’intervento del Tesoro (con 4 miliardi di Monti bond), sia per l’ampiezza degli investimenti in Btp dell’istituto (una ventina di miliardi)”.

Solo il tempo saprà svelere le reali intenzioni di Dinan.

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Oliviero Beha
02
mar.
2017

Pensate davvero che si tratti di calcio?

cina-milan

Il caso Milan come è accaduto spesso a tutto ciò che ha riguardato Berlusconi nelle sue molteplici attività, politica in primis, è prezioso per ragionare su ciò che è diventato il calcio e soprattutto su ciò che si immagina diventerà. Ormai  con ogni evidenza il pallone è un puro pretesto, eppure condensa ancora l’emotività di due terzi del mondo. Come la mettiamo?
o.b.

GIALLO MILAN / TUTTE LE STRADE PORTANO A “FONDO”. VIA CINA
Andrea Cinquegrani, La Voce delle Voci, 1 marzo 2017

Giallo cinese continuo al Milan. Slitta di un mese, per ora, il tanto sospirato closing. Fissata per il 1 aprile la prossima dead line, pesci a parte e sempre ammesso che venga versata entro il 10 marzo una ulteriore caparra da 100 milioni di euro, la terza nel lungo parto. Nell’attesa, saltano fuori alcuni nomi del puzzle, in grado di far capire cosa si sta muovendo dietro le quinte. Un copione in perfetto stile Roma, stessi protagonisti in campo e qualche new entry da novanta, in mezzo a palate milionarie sospese tra il reale e il virtuale, colpi di scena compresi.

Intanto la sindaca di Roma Virginia Raggi esulta per il suo progetto pallonaro varato in mezzo pomeriggio e twitta con James Pallotta: “we love it. Bye bye”. E aggiunge, “aggiustiamo qualcosina e poi lavoriamo tutti insieme”. Ai confini della realtà.

Sentiamo un dirigente della Federcalcio che ha seguito i due affari, sia l’eterna trattativa per il Milan che l’affare di Tor di Valle. “E’ incredibile come nelle due storie facciano capolino parecchi personaggi in comune e il contesto sia molto simile, per quanto riguarda la Roma l’ingresso degli americani cinque anni fa e ora la vicenda dello stadio. L’affare Milan presenta però degli ulteriori aspetti controversi: vuole effettivamente passare la mano Berlusconi o no? Siamo sicuri che dietro tante manovre e artifici contabili non ci siano soldi che entrano ed escono via estero?”.

E prosegue: “pur fra tanti misteri si tratta di un copione stile Roma, a base di capitali esteri, stavolta cinesi, allora americani, fondi al seguito, e addirittura un burattinaio in comune, l’avvocato d’affari Roberto Cappelli”.

Cappelli è stato prima consigliere d’amministrazione in quota Unicredit per seguire il passaggio della Roma dalla famiglia Sensi (allora al vertice la figlio Rosella) a Pallotta e C., poi addirittura presidente della società per tre mesi, da luglio a settembre 2011, e adesso è appena entrato nel cda della compagine cinese che sarà al timone del Milan, closing e variabili permettendo.

E conclude: “Il nome di Cappelli non vuol dire solo Unicredit, ma anche la galassia dei fondi che ruotano intorno a Massimo Caputi, in particolare Feidos Prelios, quest’ultimo impegnato nella vicenda Tor di Valle, avendo sottoscritto un memorandum d’intesa con il gruppo Parnasi e la loro Parsitalia”.

Vediamo allora sigla per sigla, personaggio per personaggio, di alzare il sipario sul giallo cinese targato Milan, che nei prossimi giorni è destinato a far segnare tappe da vero thriller di una finanza che più creativa (creativa?) non si può.

ATTENTI A QUEI TRE

Partiamo da una notizia apparentemente di poco significato (e quasi passata sotto silenzio) ma utile per capire la somiglianza tra le odierne vite parallele di Milan e Roma. Scrive sul suo blog a novembre 2013 Marco Bellinazzo: “La Consob interviene sull’As Roma e chiede chiarimenti sulla potenziale trattativa con i cinesi di HNA Group. Secondo quanto si apprende in ambienti vicini alla commissione, sia la cordata americana guidata da James Pallotta che Unicredit sono stati ascoltati dai funzionari per chiarire le rispettive posizioni. Per conto della banca erano presenti Paolo Fiorentino e l’avvocato Roberto Cappelli. Negli ultimi giorni – aggiungeva Bellinazzo – tra i partner della As Roma c’erano state frizioni dopo che il Sole 24 Ore aveva rivelato l’intenzione dell’istituto di credito di cedere le proprie quote a nuovi potenziali soci cinesi”. Americani e cinesi, dunque, concorrenti (o finti rivali) per la conquista della Roma quattro anni fa.

Ma eccoci al clou, al magico tridente che potrebbe portare in gol i cinesi. E che fino ad oggi ha determinato una buona fetta dei destini finanziari di casa nostra, soprattutto a botte di fondi. Siamo al tris d’assi Cappelli-Fiorentino-Caputi. Avvocato di grido (o di grida per piazza Affari) il primo, ex vicepresidente Unicredt e ‘licenziato’ da Jean Pierre Mustier con una buonuscita da 6 milioni di euro il secondo, re dei fondi il terzo.

Li ritroviamo allegramente insieme, nove anni fa, primavera 2008, quando Caputi mette a segno il golden gol: la sua creatura, la reginetta dei fondi (oggi nelle mani dal gruppo De Agostini, tramite la controllata Dea, e dell’INPSIdea Fimit s’inventa – come il tacco di Maradona – Omicron, il fondo in cui confluisce il fior fiore degli immobili griffati Unicredit. Negli stessi mesi sboccia Omega, d’accordo con Intesa.

Racconta un funzionario delle Vigilanza di Bankitalia, che in questi anni ha fatto diverse volte visita nell’impero made in Caputi: “Un colpo che più grosso non si può, perchè Caputi riesce a soffiare all’ultimo istante l’affare dalle mani del rivale Daniel Buaròn: per la serie un affare a me e uno a te, tanto che oggi lo stesso Buaròn è da un anno socio con Caputi e l’ex ad di Enel Fulvio Conti in Prelios. Quella trattativa del 2008 portò nel portafoglio di Idea Fimit, la prima creatura di Caputi, immobili Unicredit per la bellezza di 1 milione di euro, poi lievitati a quasi 1 e mezzo. Una trattativa lampo: in un fine settimana i tre amici Cappelli, Fiorentino e Caputi si stringono la mano e siglano il maxi accordo”. E aggiunge: “guarda caso l’amicizia con Fulvio Conti tornerà utile qualche anno più tardi, per le rassicurazioni fornite dall’ex vertice di Enel circa il rinnovo di un faraonico contratto di locazione per due immobili di via Lovanio, ai Parioli, prima di Inpdap e poi passati a due ex colleghi di Cappelli nello studio GrimaldiFrancesco Novelli Valerio Di Gravio”. Affari negli affari, storie nelle storie. Come nei più perfetti giochi di scatole cinesi

Eccoli, i soliti quattro tre o quattro al bar, per un altro meeting. Stavolta l’affare è verde, cioè a milionate di green. Ecco cosa scrive Teleborsa in un report dell’8 aprile 2015: “Prelios, gruppo leader italiano ed europeo nel settore del real estate e dei servizi immobiliari, entra nel settore dell’efficienza energetica in partnership con Unicredit e WWF, rilevando una quota pari al 39 per cento di Officinae Verdi, l’energy efficiency group nato dalla joint venture tra Unicredit e Wwf”: sì, avete letto bene, gli ambientalisti tutto green e trasparenza. Aggiungeva Teleborsa: “con l’ingresso di Prelios al 39 per cento, Unicredit avrà il 26 per cento, Fondazione Wwf l’8,2 per cento, il partner industriale Solon il 26,8 per cento. Massimo Caputi entra come vicepresidente a fianco del presidente Paolo Fiorentino e dell’amministratore delegato Giovanni Tordi”.

Se deve rinunciare a quella poltrona perchè targata Unicredit, Fiorentino si rifà con un altro incarico da non poco, al vertice di Ivri, il gruppo nazionale leader in sicurezza preventiva, controllato dal colosso Biks (e prima da KSM, con una cessione curata guarda caso dall’avvocato Cappelli). “Grazie alla sua esperienza e alle sue skills – commenta a metà dicembre 2016 Radiocor – Fiorentino contribuirà ad accelerare il processo di trasformazione della società da istituto di vigilanza a società di sicurezza, ampliando le attività tipiche del core business e focalizzandosi, sempre di più, sullo sviluppo tecnologico e la cyber security”.

ARIECCO SCARPELLINI

Eccoci ad un altro crocevia da novanta. Quello che vede i due amici per la pelle, Caputi & Cappelli, protagonisti nel grande affare degli immobili venduti dal mattonaro romano Sergio Scarpellini per far liquidità – la bellezza di 750 milioni di euro – pagare una montagna di debiti e ossigenare le sue casse. Un’operazione appena andata ufficialmente in porto, dopo un anno di gestazione, proprio in concomitanza con la richiesta di processo immediato a suo carico per la clamorosa vicenda di Salvatore Marra, l’amministratore del cuore di Virginia Raggi il quale si dichiarava via telefono “a disposizione” di Scarpellini, che gli aveva graziosamente passato 367 mila euro cash e venduto in saldo alcuni appartamenti tra il 2009 e il 2013.

La sua Milano 90 srl, infatti, ha venduto otto immobili situati nel centro di Roma, tra cui il celebre Palazzo Marini, fino a qualche mese fa fittato alla Camera dei deputati. Dettaglia un sito: “una serie di palazzi storici il cui valore definito per la transazione è di circa 750 milioni di euro. L’operazione è strutturata in due fasi attraverso un fondo gestito da Idea Fimit: il nuovo equity è stato costituito principalmente da York Capital e Star Hotel della famiglia Fabri. Tra gli investitori minori partecipa anche Feidos, controllata da Massimo Caputi, tra i registi – viene precisato – dell’operazione. Il gruppo Scarpellini deterrà quote del fondo di classe B per oltre 200 milioni di euro, subordinate a quelle dei nuovi investitori. Gli advisor legali sono Roberto Cappelli di Gope (acronimo del mega studio legale associato, ndr) per il gruppo Scarpellini e Domenico Fanuele di Sherman & Sterling più Alberto De Din di Paul Hastings per i nuovi investitori”. Arieccoli insieme, gli amici Caputi & Cappelli.

Dalla Camera al Campidoglio la scena non cambia. Ed è così che i gruppi consiliari del comune capitolino, esattamente due anni fa, decidono di traslocare dalla sede di via delle Vergini, vecchi immobili fittati dal solito Scarpellini a peso d’oro, in un palazzo storico di pregio, quasi 6 mila metri quadrati a un passo da piazza di Spagna e da Via Veneto, in via del Tritone. Ma di chi sarà mai la proprietà? Prelios! Che fitta al modico prezzo di 1 milione e mezzo di euro l’anno, forse giustificato dalle “scale interne in marmo e ringhiere in ferro battuto”. Racconta un agente immobiliare romano: “Siamo alle solite. Quando riesci ad affittare a buon prezzo e soprattutto a un ente o ad una amministrazione pubblica, hai vinto un terno al lotto. Perchè se vuoi subito vendere lo fai ad un prezzo triplo, avendo in saccoccia un contratto di fitto che puoi mettere in cassaforte e che chi acquista paga a peso d’oro”.

CAPPELLI INTERNATIONAL

Ha la sua griffe, Cappelli, nella ‘ditta’, il terzo studio legale italiano, 100 milioni e passa di fatturato annuo, 400 professionisti sguinzagliati in tutto il mondo, in vita da quasi trent’anni (nasce nel 1988), primi avamposti esteri a New York, Londra e Bruxelles, da 10 anni esatti alla conquista del mercato asiatico con uno “special team interdipartimentale”, orientalmente chiamato “Desk Cindia” e dedicato a “clienti con interessi nei mercati cinese e indiano”. Nel 2010, dopo l’inaugurazione del quartier generale ad Hong Kong, la ciliegina sulla torta con l’apertura della sede ad Abu Dhabi: “Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners è il primo studio legale italiano – gonfiano il petto – ad essere presente negli Emirati Arabi Uniti.

Lui, Cappelli, come tutti i trainer che si rispettano, ha portato in dote nel prestigioso studio 10 avvocati formati alla sua scuola. E, soprattutto, alcuni clienti eccellenti (“Pochi ma grossi”, è il suo motto): in pole position Unicredit, of course, ma anche la multiutility romanofrancese Acea, il maxi fondo di private equity Pai Partners, senza contare i rapporti storici con Fabrica Immobiliare Sgr (una creatura targata Caltagirone e comunque da sempre nel cuore di Massimo Caputi), Fondiaria Sai (oggi incorporata nel gruppo Unipol) e The Space Entertainment, la catena di sale cinematografiche.

E’ vicepresidente di Unipolsai, invece, Fabio Cerchiai, fiorentino, al vertice di Atlantia e Autostrade e della cassaforte di casa BenettonEdizione Holding. Il cui timone è passato a fine 2016 nelle mani di Marco Patuano, l’altro nuovo acquisto per il nuovo cda giallo di casa Milan, dopo aver abbandonato, meno di un anno fa – 21 marzo 2016 – la poltronissima in Telecom.

Ecco il racconto di Sara Bennewitz: “Arnaud De Puyfontaine, il braccio destro di Vincent Bollorè, chiama a raccolta gli amici francesi che hanno azioni Telecom e in assemblea ottiene una doppia vittoria. Prima boccia la conversione che l’avrebbe diluita e poi ottiene i nuovi posti in cda. Da quel momento inizia il governo di Vivendi e la lenta uscita di Patuano”.

Scrive Dagospia a novembre 2014: “L’avvocato Roberto Cappelli è stato il legale di Vincent Bollorè e Vivendi nella cessione di GVT agli spagnoli di Telefonica e nella gestione dell’ingresso del gruppo francese nell’azionariato di Telecom Italia al posto degli iberici”.

E oggi Cappelli entra nella formazione del Milan post Berlusconi…

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INVESTIMENTI DALL’ESTERO

York in trattativa per tre asset italiani

  • –di  IL SOLE 24 ORE 
  • Dopo la pausa estiva riprende l’interesse degli investitori internazionali verso il mercato immobiliare italiano. Che offre sempre più asset singoli e pochi portafogli, ma ancora rednimenti interessanti in un panorama di yield in fase di compressione.Tra gli interessati risulta attivo il gruppo di real estate americano York Capital Management. La società, secondo indiscrezioni di mercato, sarebbe in fase di due diligence su più fronti per complessivi 50 milioni di euro con la Kryalos Sgr di Paolo Bottelli.

    Su un fronte York starebbe trattando con Pirelli per l’acquisto di un immobile situato a San Donato (Milano), mentre su un altro fronte il gruppo Usa sarebbe sul punto di comperare il centro commerciale San Vito a Lucca di proprietà di Henderson. York è però anche in gara per l’acquisto del Data Center Vodafone di Milano

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    I Manuli vendono le Terme di Saturnia a York-Feidos per 40 milioni

    MANCIANO . Cambia la proprietà del complesso turistico Terme di Saturnia

    Milano Finanza – Andrea Montanari – Milano, 30 Settembre 2017. Cambio di azionista per le storiche Terme di Saturnia, in provincia di Grosseto. La famiglia Manuli, che da decenni deteneva la proprietà del complesso turistico e sportivo toscano, ha deciso di passare la mano. Con una mossa a sorpresa, come appreso da fonti finanziarie da MF-Milano Finanza, i tre fratelli Antonello, Mario e Sandro Manuli hanno definito l’accordo per vendere il 100% della società che controlla e gestisce il centro termale e il campo da golf. A rilevare l’intera proprietà è stato il veicolo Doyers, costituito dagli investitori York Capital e Feidos. Il controvalore dell’operazione, definita proprio in questi giorni, dovrebbe essere superiore a 40 milioni di euro, importo pari a quasi tre volte il giro d’affari annuo della società presieduta da Mario Davide Manuli (affiancato dai vice presidenti Marco e Alessandra), che nel 2016 ha registrato ricavi per 15,7 milioni (in linea con l’esercizio precedente), un margine operativo lordo di 1,27 milioni (a fronte di un ebitda negativo di 69 mila euro registrato nel 2015), un risultato operativo negativo per 814 mila euro (in sensibile miglioramento rispetto ai -2,3 milioni dell’esercizio precedente) e una perdita di 1,17 milioni di euro (contro l’utile di 475 mila del 2015). Dal punto di vista strutturale, Terme di Saturnia spa (azienda che attualmente dà lavoro a 179 dipendenti) ha un patrimonio netto di 8,27 milioni, un debito nei confronti del sistema bancario di 12 milioni e una posizione finanziaria netta negativa per 19 milioni di euro. La scelta della famiglia Manuli di concentrarsi sullo storico business dei cavi ha portato, dopo lunghi mesi di riflessione, alla decisione di privarsi dell’immensa proprietà in Maremma (70 ettari) e di trovare un compratore per il resort (hotel 5 stelle con 140 stanze e sei bar ristoranti), per le terme e per il campo da golf a 18 buche. A scommettere sul progetto e sul business, che negli ultimi anni sembra essere entrato in fase di stallo (nel 2016 le presenze complessive sono calate dell’1%, mentre l’indice di occupazione dell’hotel è rimasto fermo al 54%, con una previsione di una leggera flessione al 53% per l’anno in corso) è stato appunto il tandem York-Feidos, intenzionato a rilanciare la struttura e a potenziare l’offerta turistica e termale, oltre che a scommettere sull’attività sportiva (golf). Entro la fine di quest’anno infatti sarà predisposto e definito il piano di rilancio delle Terme di Saturnia. L’operazione completata con i Manuli rafforza la presenza di York sul mercato italiano e l’alleanza con Feidos dopo il completamento dell’operazione relativa al portafoglio di proprietà immobiliari di Sergio Scarpellini. Nei mesi scorsi infatti è stata formalizzata l’acquisizione del patrimonio della Milano 90, composto da sette immobili di pregio a Roma. L’operazione ha portato alla costituzione del fondo Trophy Asset, che è gestito da Idea Fimit sgr e la cui maggioranza è stata poi rilevata dall’investitore internazionale Tristan Capitale. Tornando alla compravendita delle Terme di Saturnia, da segnalare infine che dal punto di vista legale la trattativa è stata curata dallo studio Chiomenti per la famiglia Manuli e lo studio Molinari per Doyers

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    Passano di mano i palazzi romani di Scarpellini: comprano York, Tristan e Caputi

    Passano di mano gli immobili di prestigio romani dell’immobiliarista Sergio Scarpellini: una serie di palazzi storici nella capitale. La transazione avrebbe avuto oggi il suo ultimo atto contrattuale e si posiziona dunque come una delle maggiori dell’anno: valore deal deal sarebbe di 510 milioni di euro. A comprare saranno due fondi internazionali, cioè Tristan e York Capital, e la Feidos di Massimo Caputi, tra i registi dell’operazione. (il sole 24 ore – 28 giugno 2017)

Riesplode il caso Banca Etruria

Riesplode il caso Banca Etruria
 italia oggi

Banca d’Italia non ha mai sostenuto il matrimonio di BancaEtruria con Banca Popolare di Vicenza. Palazzo Koch rimanda immediatamente al mittente punto per punto le ricostruzioni fatte nel corso dell’audizione su BancaEtruria dal procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, secondo cui tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, Bankitalia spinse perche’ BancaEtruria procedesse a un’integrazione con Banca Popolare di Vicenza. Bankitalia ha quindi ribadito quanto dichiarato davanti alla commissione di inchiesta nel corso dell’audizione su Bpvi dal capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo.

  Fonti di Bankitalia hanno spiegato che “dopo le ispezioni del 2013, e le irregolarita’ emerse, Bankitalia ha chiesto ad Etruria di adottare una serie di misure correttive e di ricercare l’aggregazione con un partner di elevato standing”. La scelta del partner, sottolineano da Via Nazionale, “e’ stata rimessa all’autonoma valutazione degli organi aziendali. E non poteva che essere cosi, perche’ nell’ambito dell’autonomia imprenditoriale che caratterizza qualsiasi banca, la scelta del partner e’ di competenza della banca stessa”. In linea con cio’, l’ipotesi di aggregazione e’ stata avanzata autonomamente da Vicenza nel 2014. Il negoziato tra le due banche non e’ andato a buon fine perche’ non si sono messe d’accordo e quindi non e’ stata avanzata alcuna richiesta di aggregazione. Bankitalia, hanno poi precisato le fonti, “ha contestato ad Etruria non la mancata aggregazione con Vicenza ma il fatto che l’unica proposta di aggregazione ricevuta, che era proprio quella di Vicenza, non fosse stata portata a conoscenza dell’assemblea, unico organismo cui spettava la decisione. Si trattava, secondo Bankitalia, di un comportamento “sintomatico di un impegno del tutto inadeguato nell’affrontare le difficolta’ segnalate dalla Vigilanza, riconducibile all’esigenza di preservare a qualsiasi costo radicamento territoriale e autonomia della banca”. Per sgomberare il campo da qualche dietrologia sui motivi che, dopo la mancata integrazione portarono al commissariamento della banca toscana, Bankitalia ha precisato come “Banca Etruria fu commissariata non perche’ non si fece acquisire da Vicenza, ma in quanto sono state rilevate gravi perdite patrimoniali -tali da portare il patrimonio significativamente al di sotto dei minimi regolamentari- e irregolarita’”.

  Uno dei passaggi cruciali dell’audizione del procuratore di Arezzo e’ la spinta di Bankitalia sull’integrazione di Etruria in Bpvi. Il magistrato ha ricostruito i fatti partendo dal dicembre 2013, BancaEtruria di non essere “piu’ in grado di percorrere e proseguire da sola la strada del risanamento” e la invita a integrarsi “con un gruppo di elevato standing”.
A questo punto sono iniziati “i tentativi di cercare questo gruppo, un partner di elevato standing”, anche perche’ l’integrazione viene definita da Bankitalia “prioritaria”, quindi c’e’ stato “un input molto preciso” da Bankitalia. Quella con Banca Popolare di Vicenza, ha poi spiegato Rossi, “e’ l’unica trattativa che arriva a un punto importante” perche’ la banca vicentina “formulera’ un’offerta di acquisto di 1 euro per azione”. Nel febbraio 2015, alla fine della terza ispezione, “Bankitalia scrive che BancaEtruria ha lasciato inevasa” la richiesta di procedere a un’integrazione, “rimprovera la banca di aver lasciato inevaso l’ordine dell’organismo di vigilanza e il fatto che non e’ stata portata all’assemblea dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante, cioe’ quella avanzata da Bpvi”. “Poco dopo la terza ispezione Bankitalia stigmatizza l’operato dei vertici” e in particolare “il ruolo contradditorio di Rosi con la Vicenza: a fronte di rassicurazioni che forniva -ha riferito il magistrato- teneva comportamenti che hanno portato alla fine della trattativa”. Via Nazionale, ha proseguito Rossi, “tanto ritiene censurabile” l’operato del consiglio che questo “sara’ oggetto di precise sanzioni al cda per aver lasciato cadere l’unica offerta e cioe’ quella di Bpvi”. Il magistrato ha inoltre messo in evidenza come “a noi risulta che Banca Popolare di Vicenza era ritenuta da Bankitalia un partner di elevato standing” per BancaEtruria. “Ci e’ sembrato un poco strano” che venisse dalla Banca d’Italia incentivata l’aggregazione di BancaEtruria con Popolare di Vicenza la quale, “leggendo dalle fonti aperte le ispezioni” di Via Nazionale “era in condizioni simili” alla banca toscana. “Nella relazione ispettiva, gia’ quella del 2012 su Vicenza, sembra di leggere le relazioni su Etruria. Ci sono l’inadeguatezza degli organi, i crediti deteriorati e anche le azioni baciate che almeno noi ad Arezzo non ce l’avevamo. L’impressione e’ che questo sia stato determinante nel commissariamento”. Il magistrato ha quindi sottolineato come “approfondiremo, abbiamo fatto gia’ richiesta ai colleghi di Vicenza di mandarci i documenti. Da quello letto a fonti aperte qui da voi nella Commissione ci e’ sembrato un pochino strano”.

  A portare Etruria sulla strada del dissesto sono state le operazioni azzardate condotte dai vertici soprattutto nel periodo 2008-2010, quando si finanziano grandi gruppi nazionali con esiti disastrosi. E’ in questo periodo, ha detto il magistrato, che si manifestano “le maggiori criticita’, distrazioni patrimoniali, alcune anche eclatanti in quanto ad assenza di cautela nel deliberarle”. Sono stati quindi i finanziamenti erogati in questo periodo che hanno portato alla configurazione in capo ai vertici del reato di bancarotta. “Tra il 2011 e il 2014 le sofferenze che noi rileviamo sopra 500.000 euro sono appena 17 senza questi elementi di criticita’ clamorosa”. Ma la situazione a quel punto era diversa, “nel 2011 arriva la crisi economica con restringimento dell’erogazione del credito; nel 2010 entrano per la prima volta gli ispettori di Bankitalia e questo contribuisce a frenare questo fenomeno”. Un passaggio significativo quello dell’erogazione del credito poi passato in sofferenza perche’ una gran parte dell’audizione, durata cinque ore e secretata a piu’ riprese, e’ stata dedicata al ruolo di Boschi-padre nell’istituto, anche alla luce delle implicazioni politiche, considerato il ruolo di primo piano della figlia Maria Elena nel Governo.

  Il procuratore ha precisato piu’ volte come l’allora vicepresidente di BancaEtruria non ha partecipato alle riunioni degli organi della banca che hanno deliberato finanziamenti finiti poi in sofferenza e che costituiscono “il reato di bancarotta” e per questo non e’ stato indagato. Rossi ha quindi voluto sottolineato come “faccio questo lavoro da 30 anni, sono della vecchia scuola, le persone si distinguono non per di chi sono figli o padri, per il loro orientamento sessuale o politico, ma per i comportamenti”. Il magistrato ha quindi messo in evidenza come “Boschi entra in cda nel 2011 come amministratore senza deleghe diventa uno dei due vicepresidenti nel maggio 2014 assieme a Rosi. Noi sulla responsabilita’ per la bancarotta vediamo i comportamenti e questi discendono dalle delibere. I conflitti di interesse li abbiamo tutti evidenziati, per noi i crediti valgono se vanno poi in sofferenza altrimenti non costituiscono il reato bancarotta”

Crac banche venete, Movimento Consumatori: “risorse insufficienti nel fondo di ristoro. Persa l’occasione per ricostruire un rapporto di fiducia con le vittime”

 Vicenza piu’
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Nella legge di bilancio 2018 che ha ottenuto la fiducia al Senato è stato inserito un fondo per i risparmiatori delle banche venete e delle quattro banche in risoluzione, ma rispetto all’emendamento, presentato dai senatori Laura Puppato – Giorgio Santini in cui si chiedeva l’istituzione di un fondo per risarcire le vittime degli illeciti finanziari di Veneto Banca e BpVi – le modifiche approvate sono significative e limitano di molto le speranze risarcitorie dei piccoli risparmiatori truffati.

Infatti:

– è stata eliminata la dotazione finanziaria tramite il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositanti che nell’emendamento iniziale aveva una dotazione di 50 milioni all’anno;

– è stato eliminato l’espresso riconoscimento dell’utilizzo del fondo dei conti dormienti;

– a fronte di una riduzione del fondo molto significativa (25 milioni l’anno) viene aumentata la platea degli interessati: non solo più i piccoli risparmiatori delle due banche venete, ma anche quelli delle quattro banche, che, a differenza dei primi possono coltivare le proprie azioni nei confronti degli enti – ponti – banche acquirenti.

La dotazione di complessivi 50 milioni di euro per i prossimi due anni è del tutto insufficiente se si considera che dal bilancio d’esercizio 2016 delle due banche venete risultano iscritti fondi rischi per le azioni risarcitorie dei risparmiatori per circa 387 milioni di euro per Veneto Banca e poco più di 290 milioni di euro per Banca Popolare di Vicenza.

Il fondo è insufficiente e i principi che lo regolano rendono difficile accedervi – afferma Paolo Fiorio, coordinatore dell’Osservatorio Credito e Risparmio MC. – Mentre nel testo precedente l’accesso al fondo era collegato al riconoscimento del credito nello stato passivo delle due procedure di liquidazione coatta, nel testo approvato si richiede una sentenza passata in giudicato o altro titolo equivalente. Gli azionisti delle banche venete non possono però ottenere alcuna sentenza nei confronti delle procedure, perché tutti i crediti devono essere accertati nell’ambito della procedura fallimentare. Altrettanto critico è il principio di priorità cronologica di accesso al fondo che può portare evidenti discriminazioni a seconda dei tempi necessari per ottenere il titolo necessario. Insomma, tanto fumo e poco arrosto per questi risparmiatori truffati che non meritano le briciole!”
Con l’approvazione della legge di bilancio 2018 – afferma Alessandro Mostaccio, segretario generale MC – si è persa l’occasione per ricostruire un rapporto di fiducia con le vittime degli illeciti bancari. Da dieci anni è previsto un fondo per le vittime degli scandali finanziari alimentato con i proventi dei conti dormienti. Che fine ha fatto? Come mai il Governo ha deciso di non utilizzarlo per le finalità per le quali è stato istituito? Movimento Consumatori chiede al Parlamento e al Governo di finanziare in modo adeguato il nuovo fondo per i risparmiatori utilizzando le risorse provenienti dai conti dormienti.”

Banche Venete e manovra 2018, cosa cambia per i risparmiatori. Stanziati 50 milioni per risarcire le vittime dei crack finanziari. Ma per i consumatori si tratta di una farsa(panorama)

Veneto-Banca

 

“Insufficiente e ridicola”. Una delle espressioni più dure l’ha usata il Movimento Difesa del Cittadino (Mdc) che ha bollato così lo stanziamento da parte della maggioranza di governo di un fondo da 50 milioni di euro per risarcire i risparmiatori vittime dei crack bancari degli ultimi anni. 

Stiamo parlando dei clienti di Banca Etruria e degli altri istituti di credito regionali falliti nel dicembre 2015, ma soprattutto delle Banche Venete (Veneto Banca e Popolare di Vicenza), finite in dissesto nel 2016 dopo aver rifilato negli anni precedenti ai loro correntisti una montagna di titoli spazzatura: azioni a prezzi gonfiati durante diversi aumenti di capitale e obbligazioni subordinate trasformatesi poi in carta straccia. 

Doppia farsa

Ora, con questo nuovo fondo istituito con la manovra ecoomica del 2018, tutti i risparmiatori rimasti beffati dovrebbero in teoria avere qualche indennizzo. Per le associazioni dei consumatori, però, il provvedimento è letteralmente una farsa,  per due ragioni. 

Innanzitutto, la cifra stanziata è ridicola perché, tra i risparmiatori da risarcire, sono esplicitamente indicati anche gli azionisti. “Il che significa”, dice Giuseppe D’Orta, consulente finanziario ed esponente dell’associazione dei consumatori Aduc, “che  dei risarcimenti degni di questo nome avrebbero bisogno di uno stanziamento di qualche miliardo di euro”. 

Ma c’è un altro motivo per cui, secondo le sigle dei consumatori, l’istituzione di questo fondo appare come farsesca. Per avere gli indennizzi, i risparmiatori devono aver prima vinto una causa giudiziaria contro la banca, con sentenza passata in giudicato. Oppure, in alternativa, devono aver avuto un pronunciamento a loro favore da parte di un collegio arbitrale, come quelli istituiti dalla Banca d’Italia (l’Abf) o dalla Consob (l’Acf). 

Cause impossibili 

Peccato, però, che avere una sentenza dal giudice o un pronunciamento dell’arbitro, per le vittime dei crack bancari sia letteralmente impossibile. “C’è una disposizione di legge che di fatto impedisce di fare causa a un istituto di credito posto in liquidazione ”, spiega infatti D’Orta.

Si tratta, nello specifico, dell’articolo 83 del Testo Unico Bancario (Tub) che recita così: “dalla data di insediamento degli organi liquidatori non può essere promossa o proseguita alcuna azione nei confronti della banca, ad eccezione delle azioni strettamente inerenti la procedura di liquidazione come, ad esempio, le opposizioni allo stato passivo”. Tradotto in parole più semplici, è bene che le vittime dei crack bancari non si facciano molte illusioni e si preparino a rimanere a bocca asciutta anche questa volta.  

Per saperne di più (fonte panorama)

Equita: Unicredit, Intesa e Mps si salveranno dall’Addendum Bce (mf)

Se le banche italiane cederanno 50 mld di Npe nel 2018, di cui 26 non coperti da immobili al valore di 10 centesimi, per la sim saranno in tre a salvarsi con un Cet 1 accettabile. Ma ieri Goldman Sachs aveva fatto altri calcoli sul Monte.
Unicredit Intesa

Dopo Goldman Sachs anche Equita  torna oggi sul problema delle esposizioni non performanti (Npe) delle banche italiane. E’ il grande tema di scontro fra la Banca centrale europea, che mira a una regolamentazione più severa in tema di crediti dubbi e deteriorati e il Parlamento europeo, che si sta opponendo. In mezzo c’è l’aumento di capitale da 700 milioni di euro del Credito Valtellinese , un rafforzamento imponente per una banca così piccola, che però permetterebbe all’istituto lombardo di arrivare al 2020 con un Npe ratio sotto al 10%.

Secondo Giovanni Razzoli, analista di Equita  Sim, a fronte di 193 miliardi di Npe, le banche italiane hanno 69 miliardi di crediti non garantiti, di cui 51 sono sofferenze coperte mediamente al’83%. Per l’esperto le banche nel 2018 dovranno accelerare le vendite. E per raggiungere un Npe ratio del 10% (dal 14,4% medio attuale), gli istituti dovrebbero cedere 50 miliardi di Npe, per la maggior parte (26 miliardi) attraverso la cessione crediti non coperti dalla garanzia di immobili. Questa strategia, prosegue Equita , permette di ridurre la complessità aziendale e soprattutto è coerente con il razionale dell’Addendum Bce che porta ad azzerare il valore degli Npl non secured dopo due anni.

L’analista ipotizza un prezzo di vendita pari a 10 centesimi per i crediti unsecured, fatto che permetterebbe solo a Unicredit Intesa Sanpaolo  e Mps  di ridurre l’Npe ratio sotto il 10% mantenendo un Cet1 adeguato (12-13%) anche senza applicare la sterilizzazione dell’aumento degli asset ponderati per il rischio (Rwa) che deriva dall’aggiornamento in atto dei parametri (Lgd) sui modelli interni (waiver). Per Equita  tutte le altre banche avrebbero un Cet 1 sotto il 10%, o del 10% solo in caso di ottenimento del waiver, come proposto dal Parlamento europeo (i crediti deteriorati ceduti in massa su obbligo europeo dovrebbero non andare ad appesantire le serie storiche degli asset ponderati per il rischio, fatto di estrema rilevanza). E in caso di ottenimento del waiver, Unicredit Intesa Mps  e Credito Emiliano  avrebbero un Cet1 all’11% e potrebbero ridurre l’Npe ratio addirittura sotto il 5%, sempre secondo i calcoli della sim.

Gli americani di Goldman Sachs ieri hanno però fatto conti diversi. Hanno riavviato la copertura su Mps  con giudizio neutral e target price a 4,5 euro per azione. Secondo gli esperti, le riserve attuali per accantonamenti, così come quelle in vista dei nuovi standard Ifrs9, permetteranno alla banca toscana di raggiungere gli obiettivi di medio termine oltre ai target di Npe ratio del 14,3% nel 2019 e del 12,9% nel 2021. E il piano di ristrutturazione, che prevede un taglio annuale dei costi del 4%, per gli analisti andrà a buon fine.

Quello che teme Goldman Sachs sono le pressioni della Bce sulla cessione troppo veloce delle esposizioni non performanti (Npe), che oggi si attestano al 19,4% (Npe ratio lordo), ovvero all’11,3% (netto). La banca prevede, nel piano di ristrutturazione, ricorda Goldman Sachs, di stare intorno al 13% nel 2021, che rappresenta un valore più alto di Unicredit  (11%) e al livello di Intesa Sanpaolo  (13%) oggi.

Nella tabella comparativa dello studio di GS sul settore bancario italiano è anche emerso il dato di Banco Bpm  al 23% oggi, quello di Bper  al 21%, meglio si trova Ubi al 14%. Il Credito Valtellinese , per esempio, ha un Npe ratio lordo del 21,1% e, grazie all’aumento di capitale da 700 milioni di euro, conta di tagliarlo al 9,6% nel 2020, anticipando le mosse della Bce (annunciate a ottobre nell’Addendum) prima che entrino in vigore.

Banca Etruria e Popolare Vicenza. Tutti i dubbi dei magistrati di Arezzo su Bankitalia.

Banca Etruria e Popolare Vicenza. Tutti i dubbi dei magistrati di Arezzo su Bankitalia (attaccata dal Pd)

L’audizione odierna del procuratore di Arezzo Roberto Rossi in commissione parlamentare sulle crisi bancarie e il commento del Pd sul ruolo della Vigilanza della Banca centrale governata da Ignazio Visco

In Parlamento è arrivato il giorno di Banca Etruria. Il crack della banca aretina ha più volte creato grattacapi all’ex governo Renzi, finito sotto il tiro incrociato delle opposizioni per le vicende che anno travolto l’istituto, saltato insieme alle altre tre popolari (Carife, Banca Marche e Carichieti), due anni. Per tutti questi motivi questa mattina al quarto piano del Palazzo di San Macuto, sede della commissione banche, c’era attesa. La commissione parlamentare presieduta da Pierferdinando Casini ha ascoltato il procuratore di Arezzo Roberto Rossi (nella foto), all’indomani dell’audizione che ha fatto emergere tutti i perché dei guai di Banca Marche (qui lo speciale di Formiche.net).

LE PERPLESSITA’ SU BANKITALIA

Banca Etruria è stata commissariata nel febbraio del 2015 dopo essere stata affondata da un bilancio con 140 milioni di perdite frutto di prestiti disinvolti. Come e perché l’istituto sia arrivato al crack è piuttosto noto e la sua storia finanziaria non così dissimile da quella delle altre tre banche fatte saltare a mezzo decreto. Decisamente meno note alcune stranezze, evidenziate da Rossi nel corso dell’audizione (dai toni accesi, più volte segretata, anche per un’ora di fila) che hanno caratterizzato la discesa negli abissi di Banca Etruria. Come quella relativa all’appoggio di Bankitalia alla fusione con la Popolare di Vicenza, tra il 2014 e il 2015, necessaria per Via Nazionale in quanto l’Etruria non poteva stare più sulle sue gambe. Operazione poi saltata, aprendo così la strada al commissariamento della banca toscana.

LO STRANA FUSIONE CON VICENZA 

Rossi si è chiesto perché Via Nazionale avesse in qualche modo caldeggiato un’aggregazione tra l’istituto di Arezzo e la Popolare di Vicenza, allora guidata da Gianni Zonin e già in pessime acque. “Ci è sembrato un poco strano” che venisse dalla Banca d’Italia incentivata la fusione di Banca Etruria con Popolare di Vicenza, la quale per Palazzo Koch era un “un partner di elevato standing”. Un  giudizio che a Rossi appare oggi “singolare, dopo aver  appreso da fonti aperte (cioè dalle audizioni di Bankitalia sulle due popolari venete, ndr) la situazione critica in cui versava la Popolare di Vicenza  già nel 2012″.

IL PRESSING DEI PM SULLA BPVI

Ricapitolando, i magistrati di Arezzo non riescono a comprendere perché una banca malata come quella vicentina avrebbe dovuto comprarsi (a un euro ad azione) un altro istituto malconcio. Rossi l’ha ripetuto più volte. “L’abbiamo trovato un po’ singolare che venisse incentivata questa aggregazione, perché nella relazione ispettiva di Bankitalia su Vicenza, nel 2012, sembra di leggere le stesse conclusioni su Etruria. Ci sono l’inadeguatezza degli organi, i crediti deteriorati e anche le operazioni baciate, che almeno ad Arezzo non ci sono state (si tratta della concessione di prestiti dietro acquisto di azioni, ndr) “. Ma i pm non mollano la presa e vogliono capire perché tanto interesse per tale fusione. “Ora approfondiremo, abbiamo fatto già richiesta ai colleghi di Vicenza di mandarci i documenti”.

LE SANZIONI AL CDA

E pensare che la stessa Via Nazionale comminò delle sanzioni all’allora board dell’Etruria, proprio per la mancata accettazione dell’offerta di Vicenza. “La Banca d’Italia”, ha chiarito Rossi, “sanzionò il cda di Banca Etruria per aver lasciato cadere le offerte della Popolare di Vicenza”. Fonti Bankitalia però precisano come Via Nazionale “non ha mai sostenuto il matrimonio con popolare di Vicenza. Dopo le ispezioni del 2013, e le irregolarità emerse, Bankitalia ha chiesto ad Etruria di adottare una serie di misure correttive e di ricercare l’aggregazione con un partner di elevato standing. Ma la scelta del partner è stata rimessa all’autonoma valutazione degli organi aziendali. E non poteva che essere cosi, perché nell’ambito dell’autonomia imprenditoriale che caratterizza qualsiasi banca, la scelta del partner è di competenza della banca stessa”.

PERCHE’ L’ETRURIA E’ NAUFRAGATA

Fin qui le ombre sull’operazione sfumata con la Popolare di Vicenza. Ma per risalire alla genesi del crack Etruria bisogna rimettere le lancette indietro di otto anni. Le operazioni più  azzardate di Banca Etruria, ha spiegato Rossi, vennero infatti condotte dai vertici soprattutto nel periodo 2008-2010 quando si finanziano grandi gruppi nazionali con esiti disastrosi, con distrazioni patrimoniali  “clamorose ed eclatanti con assenza di ogni cautela a deliberarle”. Rossi ha citato il caso del finanziamento “dello yacht più grande del mondo realizzato in un bacino senza sbocco al mare, situato a 500 metri dalla banchina”.

IL RUOLO DI BOSCHI SECONDO ROSSI

L’allora vicepresidente di Banca Etruria Pierluigi Boschi non ha partecipato alle riunioni degli organi della banca che hanno deliberato finanziamenti finiti poi in sofferenza e che costituiscono “il reato di bancarotta”, ha sottolineato anche il procuratore della Repubblica di Arezzo Roberto Rossi in audizione alla Commissione d’inchiesta sulle banche in risposta al deputato Carlo Sibilia (M5S) che gli chiedeva del ruolo di Boschi (padre del sottosegretario Maria Elena, ndr) nel crac dell’istituto aretino. Rossi ha voluto fare una premessa: “Faccio questo lavoro da 30 anni, sono della vecchia scuola, le persone si distinguono non per di chi sono figli o padri, per il loro orientamento sessuale o politico, ma per i comportamenti. Boschi entra in cda nel 2011 come amministratore senza deleghe diventa uno dei due vicepresidenti nel maggio 2014 assieme a Rosi. Noi sulla responsabilità per la bancarotta vediamo i comportamenti e questi discendono dalle delibere. I conflitti di interesse li abbiamo tutti evidenziati, per noi i crediti valgono se vanno poi in sofferenza altrimenti non costituiscono il reato bancarotta”.

L’ATTACCO DEL PD

“Si sta sgretolando il castello di sciocchezze e sta emergendo la vera responsabilità” del fallimento di Banca Etruria “che è stata della Banca d’Italia” non solo in termini di vigilanza ma “per un suo ruolo financo eccessivo”. E’ quanto ha affermato il presidente del Pd Matteo Orfini al termine dell’audizione del procuratore della Repubblica di Arezzo sul caso Banca Etruria sottolineando come nelle prossime audizioni (della vigilanza e poi del governatore Ignazio Visco, ndr) la Commissione chiederà conto all’istituto centrale del suo operato, specie nella possibile aggregazione di Bpvi con Etruria.

Che cosa è successo (davvero) in Banca Marche

Che cosa è successo (davvero) in Banca Marche

Tutti i dettagli dell’audizione odierna nella commissione parlamentare sulle crisi bancarie

Ancora informazioni confuse e incomplete e vuoti d’aria nella Vigilanza bancaria. Ancora un aumento di capitale incapace di evitare il tracollo. Nel giorno di Banca Marche emergono nuovi particolari sui dissesti abbattutisi tra il 2010 e il 2013 sulle quattro banche popolari, poi fatte saltare via decreto a novembre 2015. Dopo Carife (qui lo speciale di Formiche.net), questa mattina alle 10.30 in punto è toccato ai magistrati di Ancona, rappresentati dal procuratore Elisabetta Melotti, varcare la soglia del Palazzo di San Macuto, sede della commissione parlamentare che indaga sulle crisi bancarie degli ultimi anni e scoperchiare il vaso dell’istituto. Una lunga relazione iniziata però non sotto i migliori auspici, viste alcune indiscrezioni i stampa che tirano ancora una volta in ballo le troppe falle della Vigilanza bancaria.

QUEI VUOTI D’ARIA TRA CONSOB E BANKITALIA

La Stampa ha ricostruito l’ennesimo corto circuito tra Bankitalia e Consob (già finite ai ferri corti sulle popolari venete), peraltro emerso anche ieri dalla relazione dei magistrati di Ferrara sul dissest di Carife. Tutto ruota intorno alle azioni da intraprendere per salvare Banca Marche. Nel dicembre del 2011 la Consob scrive Bankitalia per la consueta richiesta di scambio d’informazioni, dal momento che l’istituto marchigiano ha appena depositato il prospetto informativo per un aumento di capitale da 180 milioni. Tutto bene? A quanto pare, no.

UNA BANCA, DUE VERITA’

La commissione di Borsa, spiega il quotidiano torinese, chiede “ogni elemento utile ai fini dell’istruttoria”. Via Nazionale risponde precisando che l’istituto presenta una eccedenza di capitale consistente rispetto ai requisiti minimi. Poi si sottolinea che le ispezioni condotte nel 2010 hanno evidenziato una serie di carenze ma che la banca sta provvedendo a colmare. Peccato che a gennaio lo stesso Palazzo Koch invi una lettera perentoria ai vertici di Banca Marche dove si dice che gli impegni presi vanno nella direzione giusta ma non sono soddisfacenti,  e che la banca “permane caratterizzata da elementi di anomalia”. Insomma, due verità diverse: da una parte una banca pronta a mettere una una pezza ai suoi guai, dall’altra operazioni giudicate insufficienti e una situazione ancora critica, ma senza che la Consob lo sapesse. Tuttavia ambienti Bankitalia precisano come tra le due comunicazioni (Consob-Bankitalia e Bankitalia-Banca Marche) non vi siano aspetti contraddittori, ma solo un linguaggio diverso, imposto dai differenti interlocutori.

I MAGISTRATI CONFERMANO I BUCHI NELLA VIGILANZA

Tutto confermato dall’audizione dei magistrati anconetani. La Consob nel febbraio del 2012 diede il via libera al prospetto informativo di Banca Marche sull’aumento di capitale da 180 milioni senza avere contezza della lettera riservata che il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco aveva spedito all’inizio dell’anno ai vertici della banca. E pensare che, come detto, Consob prima dell’ok al prospetto chiese indicazioni a via Nazionale che a fine dicembre 2011 indicò una serie di elementi critici emersi dalle varie ispezioni ma non i contenuti della lettera di Visco che pochi giorni dopo sarebbe stata recapitata al quartier generale di Jesi.

CHE COSA HA VANIFICATO L’AUMENTO

Venendo ai fattori che hanno portato al default di Banca Marche (commissariata nell’ottobre 2013), il procuratore Melotti è partito da un presupposto: le enormi svalutazioni sui crediti incagliati hanno di fatto annullato gli effetti della ricapitalizzazione, conclusa a inizio 2012. Troppi prestiti non rimborsati che hanno costretto il management a ridurre il valore degli stessi, con impatti devastanti sul bilancio. “Nell’autunno 2012 la svalutazione dei crediti, quindi il primo passaggio ai crediti deteriorati, comporta già una modifica e una svalutazione di 1,3 miliardi, con una perdita per l’esercizio 2012 pari a 528 milioni. Una perdita che vanifica l’aumento di capitale che era stato deliberato per 180 milioni all’inizio del 2012 e che ha portato il patrimonio di vigilanza sotto le soglie regolamentari”, ha spiegato il magistrato. C’è di più.

COSI’ BANCA MARCHE HA MASCHERATO IL BUCO

Ma come ha fatto l’istituto di Jesi a mascherare i suoi guai? Il meccanismo svelato in commissione dai magistrati è più o meno questo: “in vari casi abbiamo riscontrato che i pegni dati a garanzia dei crediti erano titoli emessi dalla stessa banca, ed acquistati con parte del finanziamento erogato. Oppure erano azioni della stessa società finanziata. In altri casi, gli importi finanziati servivano per estinguere debiti pregressi o di società collegate. In questo modo si poteva presentare una situazione che all’apparenza era di società in bonis”.

CONSOB, LA VERSIONE DEI MAGISTRATI

La magistratura è poi intervenuta sulla prima questione sollevata in questo articolo, i buchi neri della Vigilanza che sembrano riproporsi ad ogni audizione. Melotti non ha certo soffiato sul fuoco, chiarendo come “Consob chiese e ottenne la documentazione” a Banca Marche “compresi gli atti della precedente ispezione della Banca d’Italia”. Tuttavia, sui rapporti tra le due autorità la magistratura sembra non vederci ancora chiaro, come gran parte degli osservatori del resto. “Non abbiamo però la competenza per dare un giudizio sui comportamenti” delle autorità di vigilanza, “anche perché eventuali comportamenti di Bankitalia nella vicenda sono di competenza della Procura di Roma”.

PC MANOMESSI

C’è persino un giallo nell’oscura vicenda di Banca Marche. Ovvero, la manomissione del sistema informativo di Medioleasing (società acquisita nel 2016 dalla Nuova Banca Marche, la parte sana del vecchio gruppo) mentre era in corso un’ispezione della Banca d’Italia per fare risultare una delega dell’amministratore delegato sui crediti che in realtà non c’era mai stata, ha spiegato Melotti. Medioleasing era una controllata al 100% della banca.

UN PROCESSO LUNGO (E DEVASTANTE)

Quello che è sicuro è la durata del processo agli ex vertici della banca. Che sarà lunga. “Questo sarà un processo che se arriva a dibattimento, come noi ci auguriamo, rischia di durare tanto, non tanto per il reato di fallimento ma per quello di appropriazione indebita”  ha detto Melotti alla commissione. Senza considerare che per “una procura di medie dimensioni come quella di Ancona un’indagine come questa è devastante”.

ASPETTANDO ETRURIA

Dal pomeriggio si comincerà infatti a pensare all’audizione forse più attesa, quella su Banca Etruria, che tanto ha fatto tremare il governo Renzi nei mesi dello scandalo sulle obbligazioni subordinate, dentro il quale è finito anche l’ex ministro per i Rapporti col Parlamento, Maria Elena Boschi. Senza considerare che Etruria è il caso più emblematico del disastro delle 4 banche. Domattina, al quarto piano di San Macuto, se ne saprà di più.

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