I FURBETTI CHE HANNO CAUSATO I CRACK BANCARI – I DEBITI DI DE BENEDETTI? RENZI LI FA PAGARE A NOI! COME SEMPRE. LEGGI L’ULTIMA PORCATA

Così le banche e il governo Renzi salvano Sorgenia e De Benedetti

Ora è ufficiale: le banche e il governo Renzi hanno salvato Carlo De Benedetti. Il tribunale di Milano ha dato via libera al riassetto del debito di Sorgenia, 1,8 miliardi di euro spalmati su 21 istituti (il Montepaschi Siena il più coinvolto, con 600 milioni). La società energetica controllata dalla Cir della famiglia De Benedetti e dall’austriaca Verbund ha iniziato così il suo piano di salvataggio passando di fatto sotto il controllo delle banche, con aumento di capitale da 398 milioni e prestito convertendo da198 milioni. Come ricorda anche il Giornale, a De Benedetti è stato riservato in questi anni un trattamento di riguardo, visto che la tendenza delle banche soprattutto in tempo di crisi è quella di stringere i cordoni del credito e, obbligare i debitori a rientrare il prima possibile. E dire che l’editore di Repubblica ed Espresso attraversa con Sorgenia un lungo periodo nero: la sola centrale elettrica a carbone di Vado Ligure, per esempio, tra 2013 e 2014 ha perso la bellezza di 384,4 milioni, con un debito di 894 milioni.

L’aiutino del governo Renzi – Le banche però hanno pazientato, anche perché nel frattempo a migliorare la situazione finanziaria del colosso energetico è intervenuto il governo Renzi, di certo non nemico di De Benedetti (tessera numero uno del Pd). A fine giugno, infatti, il governo ha licenziato un decreto (firmato dal viceministro dello Sviluppo economico Claudio De Vincenti, vicino come sottolinea il Giornale a Bersani e Visco), pare all’insaputa del ministro Federica Guidi, per aumentare il cosiddetto capacity payment, un fondo pubblico istituito nel 2003 dal governo Berlusconi per concedere incentivi a quei produttori di energia che si impegnavano ad aumentare la produzione in caso di emergenze e picchi di richiesta. Bene, il governo Renzi ha messo in cassa 700 milioni di euro, dei quali a Sorgenia dovrebbe andare una somma compresa tra il 20 e il 25%, ossia almeno 150 milioni. Di fatto, soldi che andranno alle banche che salveranno De Benedetti.

**********

 

I DEBITI DI DE BENEDETTI FANNO TREMARE LE BANCHE

Mps ha finanziato per anni i De Benedetti senza chiedere adeguate garanzie. E adesso la Cir detta le condizioni. Tra gli istituti anche Intesa e Mediobanca.

Le grandi banche italiane che hanno prestato a Sorgenia 1,8 miliardi di euro e che hanno appena concesso alla società elettrica il congelamento delle scadenze fino al luglio del 2014, chiedono alla Cir, la holding della famiglia De Benedetti che controlla il 53% della società elettrica, di fare la sua parte.

 

In pratica di partecipare a un aumento di capitale. I De Benedetti nicchiano perché hanno poca voglia di mettere mano alle casse della Cir e dunque andare a toccare i 350 milioni netti che sono arrivati dalla Fininvest dopo la sentenza della Cassazione sul Lodo Mondadori.

Per questo la famiglia dell’Ingegnere ha preso tempo, dando sì una vaga disponibilità, ma a due condizioni: la prima è che anche gli austriaci di Verbund, soci al 45% di Sorgenia, facciano lo stesso; la seconda è che anche le banche partecipino alla ricapitalizzazione, un po’ sul modello Alitalia. La trattativa è appena avviata e dunque si vedrà. Ma c’è da scommettere che non sarà agevole. Verbund, da quel che si capisce, non è affatto intenzionata a sborsare nuovi quattrini in Sorgenia, avendo negli anni già partecipato a costosi aumenti di capitale. Si pensi che nel 2008 gli austriaci hanno investito 200 milioni in una ricapitalizzazione – allora equivalenti a una valutazione del gruppo di ben 3,3 miliardi – quando il valore di carico dell’intera partecipazione di maggioranza dei De Benedetti nel gruppo Sorgenia è iscritta nel bilancio Cir del 2012 a soli 208 milioni. Insomma, è difficile che Verbund abbia molta voglia di seguire ancora la famiglia dell’Ingegnere (che come noto ha ceduto tutte le sue azioni Cir ai figli) su Sorgenia. Tanto che continuano a circolare le voci di una richiesta degli austriaci di concordato preventivo.

Per le banche sarebbe un bel problema perché, a ben guardare, sul caso Sorgenia rischiano di perdere molti quattrini. Ma chi è causa del suo mal…: come è stato possibile prestare 1,8 miliardi a un gruppo energetico che negli ultimi anni, sul picco di 2,5 miliardi di fatturato, non ha mai prodotto più di 200 milioni di margine operativo lordo (ebitda)? Nel piano appena presentato alle banche, Sorgenia dichiara un ebitda di 110-120 milioni nel triennio prossimo, 2014-2016. Quindi ancora peggio dei margini passati.

Il punto è che le banche prima della crisi hanno erogato credito sulla base di stime di margini e ricavi rivelatesi poi completamente sballate. Il fatturato 2013, per esempio, era stato stimato a 3,9 miliardi, quando nei primi 9 mesi è arrivato solo a 1,7. In altri termini non ci sono le condizioni per generare una cassa sufficiente a sostenere il debito. A parità di parametri di produzione e redditività, nessuna banca concederebbe oggi (e probabilmente neanche ieri) una proporzionale quantità di credito a nessun imprenditore, medio, piccolo o grande. A meno di non ricevere in cambio adeguate garanzie reali.

E qui cade un altro asino: quali sono le garanzie che le banche hanno chiesto a Sorgenia per gli 1,8 miliardi fin qui prestati? Non è facile scoprirlo per la privacy che circonda la clientela bancaria e questa operazione in particolare. Ma sembra che la maggior parte degli importi, come le analoghe operazioni di finanziamento avvenute nel comparto energia prima della crisi economica, non avesse altra garanzia che i flussi di cassa futuri. Da fonti finanziarie si apprende che non sono state date né azioni Cir, né azioni Sorgenia in pegno. Così Mps, la banca più esposta per oltre 500 milioni, può solo sperare che la domanda di energia termica riprenda improvvisamente a volare. Mediobanca (esposta per 140 milioni), Intesa (un centinaio), Unicredit, Bpm e Ubi (circa 60 a testa), avrebbero richiesto anche garanzie reali quali gli immobili strumentali, cioè le centrali. Ma anche in questo caso, visto i valori di potenziale realizzo, nessuno può stare tranquillo.

**********

I DEBITI DI DE BENEDETTI? LI PAGHERAI TU! L’ULTIMA LEGGE-VERGOGNA PER SALVARE SORGENIA A DANNO DEGLI ALTRI COMPETITOR

 

Fanno pagare al contribuente i buchi fatti dai De Benedetti

In gergo finanziario si dice: «Se il debitore deve alla banca 10mila euro, il problema è suo; se le deve 10 milioni di euro, il problema è della banca».

A questa massima si può aggiungere una postilla: «se la banca e il debitore sono amici dello Stato, a pagare è il cittadino». Ed è questo, in buona sostanza, il succo di una serie di emendamenti al ddl Concorrenza che potrebbero avvantaggiare la utility Sorgenia, un tempo del gruppo Cir della famiglia De Benedetti e da un paio d’anni proprietà delle banche creditrici tra le quali c’è Mps.

Il ddl Concorrenza 2015, che da agosto è in commissione Industria al Senato presieduta da Massimo Mucchetti (Pd), prevede la fine del mercato tutelato di elettricità e gas a partire dal primo luglio dell’anno prossimo. I clienti del servizio di maggior tutela entro quella data dovranno passare a una delle offerte di mercato libero dei vari operatori (le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra da tempo perché prevedono rincari). Ma che cosa succede a chi non eserciterà l’opzione per inesperienza o semplice dimenticanza? Lo spiegano due emendamenti all’articolo 27 approvati in commissione, uno di Francesco Scalia (Pd) e l’altro di Aldo Di Biagio (Ncd): sarà garantito un servizio di salvaguardia «attraverso procedure concorsuali per aree territoriali e a condizioni che incentivino il passaggio al mercato libero».

Il governo, secondo fonti bene informate, avrebbe già in preparazione un altro emendamento che disciplina nel dettaglio lo svolgimento delle aste precorrendo i tempi del decreto attuativo – d’uopo in simili occasioni – e stabilendo limiti rigidissimi di quote di mercato, che dovranno essere inferiori al 50%, per la partecipazione alle gare. Una sollecitudine un po’ sospetta per un ddl che da due anni vaga per il Parlamento. L’identikit dei potenziali partecipanti è presto svelato: a quelle gare non potrebbero partecipare Enel e le utility delle grandi città come Roma, Milano, Torino e Napoli. A tutto vantaggio di operatori su scala nazionale quale è appunto Sorgenia.

 

Se si considera che il volume d’affari ipotizzato per i servizi elettrici forniti a coloro che non eserciteranno l’opzione per il mercato libero è di almeno 500 milioni di euro, è legittimo dubitare della trasparenza delle procedure vista l’esclusione ex ante degli operatori incumbent che, tra l’altro, essendo a partecipazione pubblica, garantiscono dividendi al tesoro o ai Comuni azionisti. Ecco, è una questione di dirottamento di dividendi.

Sorgenia, di proprietà delle banche dopo che Cir non era riuscita a far fronte a 1,8 miliardi di debiti (600 milioni in capo a Mps, oggetto di salvataggio pubblico da 6,7 miliardi), ha bisogno di un afflusso di risorse che le consentano di rimettersi in carreggiata facendo recuperare ai soci una piccola parte dei crediti trasformati in azioni e in nuovi finanziamenti. Il presidente dell’Authority Energia, Guido Bortoni (in scadenza nel 2018 e in cerca di ricollocazione), ha detto che «non saranno messi all’asta i clienti, ma il servizio». Le perplessità restano.

************

BANCHE ANCHE I DEBITI DI SORGENIA SULLE SPALLE DEI RISPARMIATORI

 

La società della Cir di De Benedetti era esposta con 21 istituti, tra cui Banca Etruria (8 milioni). Intanto la Procura di Roma mette sotto la lente di …

 

La società della Cir di De Benedetti era esposta con 21 istituti, tra cui Banca Etruria (8 milioni). Intanto la Procura di Roma mette sotto la lente di ingrandimento Consob, come chiedevano Adusbef e Federconsumatori.

Non solo Arezzo. Mentre nella città toscana il procuratore capo Roberto Rossi prosegue con il pool di pm il lavoro sui numerosi filoni di indagine su Banca Etruria (compresa l’inchiesta per truffa ai danni dei risparmiatori), la procura di Roma accende le luci sull’operato della Consob.

Assecondando di fatto i desiderata degli «esodati del risparmio», rimasti fregati dal decreto salva banche del governo, e le associazioni di cittadini. Adusbef e Federconsumatori ieri hanno presentato esposti contro la Consob in nove diverse procure – Roma, Firenze, Ancona, Arezzo, Chieti, Macerata, Ferrara, Pesaro e Milano – sostenendo che Vegas e i suoi siano responsabili almeno in parte del fragoroso crac delle quattro banche popolari a causa dei mancati controlli.

Se a Roma si valuta dunque l’omessa vigilanza di chi avrebbe dovuto evitare il patatrac, cominciando a fare le pulci ai controllori (ma secondo il Tempo allo stato attuale nel fascicolo, affidato al pubblico ministero Stefano Pesci, non vi sarebbero né indagati né ipotesi di reato), scavando tra i debiti che hanno fatto collassare Banca Etruria, tra yacht e finanziamenti azzardati o fidi in conflitto di interesse a società legate agli stessi amministratori, saltano fuori altre sorprese. Una delle quali porta il nome eccellente della Cir di Carlo De Benedetti.

La questione riguarda Sorgenia, l’operatore del mercato dell’energia che fino a marzo scorso era controllato dal gruppo Cir (65%) e dalla società austriaca Verbund. In pochi anni Sorgenia aveva accumulato una montagna di debiti che sfiorava i due miliardi di euro. Nonostante i risultati niente affatto lusinghieri, la società controllata dalla holding di De Benedetti e dal socio austriaco aveva però continuato a godere di generosi finanziamenti dal mondo creditizio. Tanto che, alla fine, il debito monstre di Sorgenia se lo divideva un pool di banche. Che dopo un accordo con Cir e Verbund ha offerto all’ingegner De Benedetti una sospirata exit strategy, anche grazie a un «aiutino da parte del governo, che aumentando il fondo destinato a finanziare gli incentivi per gli operatori dell’energia disposti ad aumentare la produzione quando necessario, aveva reso il «Salva-Cir» più appetibile per gli istituti di credito coinvolti.Morale, alle banche è rimasta Sorgenia (con tutti i suoi debiti), mentre l’editore del Gruppo Espresso/Repubblica, oltre a liberarsi di una rogna (che gli ha permesso di ridurre il rosso nei conti Cir a fine bilancio 2014), spetta anche una quota del 10 per cento della eventuale plusvalenza che le banche dovessero ricavare da una cessione della società.

Tra le 21 banche che sostenevano il debito Sorgenia molte erano nei guai. Dalla capofila Mps fino alla Popolare di Vicenza. E a banca Etruria, esposta per 8 milioni di euro. Una delle «sofferenze» che hanno affossato la banca dell’oro di Arezzo. Il prezzo del crac è finito sulle spalle di azionisti e obbligazionisti subordinati. Che pagano anche per gli errori dei soliti noti che sono stati salvati. Il tutto, tra l’altro, era ampiamente previsto. A dicembre 2013 Bankomat, anonima «firma» di Dagospia, proprio riguardo all’esposizione in Sorgenia delle popolari (tra cui Etruria) scriveva: «Si preparano nuove perdite e sofferenze per le banche, che in realtà pagheranno altri (…) Ma le popolari non erano banche del territorio, vicine a Pmi e alle famiglie? Alla famiglia De Benedetti, verrebbe da dire guardando Sorgenia».

************

Carlo De Benedetti, tutti i suoi fallimenti di successo

Carlo De Benedetti

 
 
 

Una cavalcata lunga oltre mezzo secolo. La carriera di imprenditore di Carlo De Benedetti si lega strettamente alla storia dell’Italia repubblicana. Rientrato in patria dalla Svizzera nel ’45, dove si era rifugiato con la famiglia di origini ebraiche per sfuggire alla deportazione in Germania. Classe 1934, prende la laurea in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino nel ’58. Giusto il tempo di chiudere i libri e il padre Rodolfo lo fa entrare nell’azienda di famiglia, la Compagnia italiana tubi metallici. La svolta arriva però più di un decennio dopo, era il 1972, quando acquista assieme al Fratello Franco (che di cognome però fa Debenedetti, tutto attaccato come il padre Rodolfo) la Gilardini, società quotata alla Borsa di Milano che fino ad allora aveva operato nell’immobiliare.

A casa Agnelli – L’Ingegnere cambia radicalmente settore di business e la trasforma in una holding, la prima di una lunga serie, impegnata nell’elettromeccanica. Ma proprio attraverso la Gilardini De Benedetti può compiere il primo grande passo nei salotti buoni dell’economia italiana. Era il ’76 quando, grazie all’appoggio dell’ex compagno di scuola Umberto Agnelli, viene nominato amministratore delegato della Fiat, portando in dote il 60% delle azioni Gilardini che cede ai suoi nuovi «padroni» (si fa per dire), in cambio di un 5% del Lingotto. Ma l’idillio dura poco: tre mesi e la luna di miele con la dinasty piemontese dell’auto finisce. De Benedetti si dimette. Sulla vicenda si fece in quei mesi una varietà sconfinata di ipotesi. La più suggestiva riferiva di una scalata tentata dai due fratelli (Carlo aveva portato alla corte degli Agnelli anche Franco), alla Fiat con l’appoggio di una cordata svizzera. La verità, al riguardo, probabilmente non è ancora stata scritta. La rottura, comunque, è traumatica. Le vie dell’Ingegnere e quelle dell’Avvocato per molti anni si incroceranno e non sempre in maniera amichevole. Gli Agnelli, su indicazione di Mediobanca affidano la guida unica del gruppo automobilistico all’altro astro nascente del gruppo: Cesare Romiti che resterà a cavallo per i successivi ventidue anni.

Affari sfumati – L’Ingegnere, dal canto suo inaugura al Lingotto una lunga serie di affari sfumati o finiti maluccio, dai quali però – e questa sarà una costante in tutta la sua carriera imprenditoriale – è uscito indenne. Anzi: con le tasche piene. Chiusa la parentesi nelle quattro ruote, nel dicembre di quello stesso anno, il 1976, rileva dai conti Bocca le Concerie industriali riunite, che trasforma in breve in una holding industriale ribattezzandola Cir. Abbandonato l’originale business nella lavorazione dei pellami, comincia la campagna acquisti che lo porta, nel ’78, a guidare l’Olivetti. 

Patto con Visentini – A condurre le trattative è Bruno Visentini che guida l’azienda in rappresentanza di un malfermo patto di sindacato allestito da Mediobanca. Gli splendori raccontati nella fiction tv interpretata da Luca Zingaretti sono lontani. L’avventura nell’Elea, il calcolatore nato forse troppo presto, è stato venduto alla General Electric che abbandonerà il progetto. Anche i membri del patto di sindacato non vedono l’ora di trovare una soluzione e uscire. La Fiat, con l’entrata di De Benedetti venderà immediatamente la sua quota. Dalla plancia di comando del gruppo di Ivrea intercetta il boom dell’informatica e dei personal computer. Dalla fabbrica di piemontese esce l’M24, il computer europeo di maggior successo nei primi anni Ottanta. Ma pure in quel caso il finale non è stato felice. L’alleanza con la AT&T, in quel momento la più grande compagnia telefonica del mondo, doveva lanciare l’azienda italiana nell’olimpo dei grandi fabbricanti mondiali. Gli americani dovevano superare il trauma dello spezzatino: l’autorità Antitrust aveva ordinato di fare a pezzi il colosso dando vita alle sette “Baby Bell”. L’alleanza con Olivetti era sembrato ai vertici di quel che restava di AT&T il modo migliore per riprendere la leadership mondiale. A suggellare il successo dell’iniziativa, celebrato sui giornali di tutto il mondo con tonnellate di miele, doveva essere l’accesso, per gli italiani, ai Bell Laboratories, il centro di ricerche del colosso texano che in quel momento rappresentava la frontiera dell’innovazione all’incrocio tra computer e telefono.

Arriva AT&T – Gli americani presero anche una quota nel capitale di Olivetti come promessa di fedeltà eterna ma i computer che partono da Ivrea per gli Stati Uniti restano invenduti nei magazzini. Di fronte al fallimento AT&T prepara il divorzio: prima dichiara che la partecipazione nel gruppo italiano ha solo carattere finanziario. Finito il boom della prima informatizzazione, l’Olivetti non sa fare il passo successivo che condusse i colossi del settore a produrre non più strumenti di lavoro ma dispositivi elettronici di moda. Come è accaduto alla Apple.
E proprio attorno all’azienda di Cupertino e al suo fondatore lo scomparso Steve Jobs, si dipana un altro degli affari mancati dell’Ingegnere.

No a Steve Jobs – Erano i primi anni ’80 quando De Benedetti nella Silicon Valley con un team di 300 progettisti italiani della Olivetti, vede Jobs. Sponsor dell’incontro Elserino Piol, allora direttore generale del gruppo, diventato successivamente uno dei maggiori venture capitalist italiani (è stato lo scopritore di Tiscali). «Steve Jobs mi chiese se ero disposto a mettere un milione di dollari di allora per avere il 20% dell’azienda», confessò De Benedetti tempo dopo, «io dissi a Piol: non stiamo a perdere tempo con questi due ragazzi, abbiamo cose più serie da fare». Oggi quell’investimento varrebbe oltre 90 miliardi e soprattutto avrebbe consentito di scrivere una storia molto diversa per l’industria elettronica italiana. Ma comunque la storia sarebbe stata diversa se nel 1981 non avesse tentato, con una mossa incomprensibile di diventare anche banchiere. Aveva preso il 2% del Banco Ambrosiano che la gestione di Guido Calvi aveva portato sull’orlo del fallimento. Era stato proprio il «banchiere dagli occhi di ghiaccio» a offrirgli la vicepresidenza forse nel tentativo di costruirsi l’ultimo salvagente. La convivenza sarebbe durata appena due mesi e la liquidazione di 40 milioni aveva dato, soprattutto, l’impressione del prezzo pagato da Calvi per il silenzio dell’Ingegnere. Due processi e poi l’assoluzione in Cassazione. Per non parlare della scalata alla Sgb, nel 1988. La società possiede mezzo Belgio e sembra una preda facile se non fosse protetta dai francesi di Suez. Lo scontro di Borsa si conclude con la vittoria del blocco franco-belga per 51% a 49%. L’ingegnere che era sbarcato a Bruxelles annunciando «la fine della ricreazione» torna in Italia sconfitto. Impiegherà tre anni a disincagliare l’investimento

Addio a Ivrea – Nel ’98 De Benedetti molla l’Olivetti, entrata in una crisi profonda come buona parte dei produttori di computer. Le azioni nel frattempo sono crollate da 21mila lire a 600 lire. Una distruzione di ricchezza di almeno 15mila miliardi di vecchie lire. Al comando rimane Roberto Colaninno che l’anno successivo lancia un’Opa su Telecom da 61mila miliardi delle vecchie lirette. Ma questa è un’altra storia. Prima di passare la mano ebbe il tempo di lanciare la Omnitel, secondo operatore di telefonia dopo la Tim. Valutata 750 miliardi di lire quando, era il ’94, si aggiudica la licenza Gsm, è stata poi rivenduta ai tedeschi della Mannesman per 14mila miliardi. Gran colpo per l’ingegnere. Molto meno per la telefonia tricolore, anche se la società, finita in pancia all’inglese Vodafone dopo la scalata ostile alla Mannesmann, conserva in Italia un forte profilo industriale. Non grazie all’Ingengere.

Il fondo M&C – Un’altra tappa di quel «capitalismo cannibale» – come lo ha definito Mario Giordano – riguarda la M&C, acronimo che sta per Management e Capitali. Fondata nel 2006 per risanare le imprese in crisi si è segnalata soprattutto per l’acquisto della Domopak, storico marchio di prodotti per la cucina, nota per le pellicole con cui proteggere gli alimenti, rilevata assieme al concorrente Cuki. Subito i primi 190 licenziamenti, scioperi, proteste. Dopo qualche mese non si è saputo più nulla fino all’inizio del 2009, quando le due società produttrici di pellicole trasparenti e in alluminio finiscono alla Comital di Corrado Ariaudo, ex ad proprio di M&C.

Cdb Web Tech – In mezzo tante operazioni dai confini incerti come quella di Cdb Web Tech nata da una costola di Aedes, una vecchia immobiliare per anni controllata dall’Accademia dei Lincei. Poi c’è il coinvolgimento in Tangentopoli per le macchine vendute da Olivetti a Poste. Lo scontro con Berlusconi per il controllo della Mondadori. È la “battaglia di Segrate” che venticinque anni dopo gli frutterà un risarcimento di circa 350 milioni di euro. I soldi, cioè, che in questo momento consentono al gruppo di evitare di crollare nel buco nero di Sorgenia. Infine l’acquisto del gruppo Espresso-Repubblica. Certamente il miglior affare dell’Ingegnere. Ma a crearlo erano stati Scalfari e Caracciolo. Non lui.