I FURBETTI CHE HANNO CAUSATO I CRACK BANCARI – I DEBITI DI DE BENEDETTI? RENZI LI FA PAGARE A NOI! COME SEMPRE. LEGGI L’ULTIMA PORCATA

Così le banche e il governo Renzi salvano Sorgenia e De Benedetti

Ora è ufficiale: le banche e il governo Renzi hanno salvato Carlo De Benedetti. Il tribunale di Milano ha dato via libera al riassetto del debito di Sorgenia, 1,8 miliardi di euro spalmati su 21 istituti (il Montepaschi Siena il più coinvolto, con 600 milioni). La società energetica controllata dalla Cir della famiglia De Benedetti e dall’austriaca Verbund ha iniziato così il suo piano di salvataggio passando di fatto sotto il controllo delle banche, con aumento di capitale da 398 milioni e prestito convertendo da198 milioni. Come ricorda anche il Giornale, a De Benedetti è stato riservato in questi anni un trattamento di riguardo, visto che la tendenza delle banche soprattutto in tempo di crisi è quella di stringere i cordoni del credito e, obbligare i debitori a rientrare il prima possibile. E dire che l’editore di Repubblica ed Espresso attraversa con Sorgenia un lungo periodo nero: la sola centrale elettrica a carbone di Vado Ligure, per esempio, tra 2013 e 2014 ha perso la bellezza di 384,4 milioni, con un debito di 894 milioni.

L’aiutino del governo Renzi – Le banche però hanno pazientato, anche perché nel frattempo a migliorare la situazione finanziaria del colosso energetico è intervenuto il governo Renzi, di certo non nemico di De Benedetti (tessera numero uno del Pd). A fine giugno, infatti, il governo ha licenziato un decreto (firmato dal viceministro dello Sviluppo economico Claudio De Vincenti, vicino come sottolinea il Giornale a Bersani e Visco), pare all’insaputa del ministro Federica Guidi, per aumentare il cosiddetto capacity payment, un fondo pubblico istituito nel 2003 dal governo Berlusconi per concedere incentivi a quei produttori di energia che si impegnavano ad aumentare la produzione in caso di emergenze e picchi di richiesta. Bene, il governo Renzi ha messo in cassa 700 milioni di euro, dei quali a Sorgenia dovrebbe andare una somma compresa tra il 20 e il 25%, ossia almeno 150 milioni. Di fatto, soldi che andranno alle banche che salveranno De Benedetti.

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I DEBITI DI DE BENEDETTI FANNO TREMARE LE BANCHE

Mps ha finanziato per anni i De Benedetti senza chiedere adeguate garanzie. E adesso la Cir detta le condizioni. Tra gli istituti anche Intesa e Mediobanca.

Le grandi banche italiane che hanno prestato a Sorgenia 1,8 miliardi di euro e che hanno appena concesso alla società elettrica il congelamento delle scadenze fino al luglio del 2014, chiedono alla Cir, la holding della famiglia De Benedetti che controlla il 53% della società elettrica, di fare la sua parte.

 

In pratica di partecipare a un aumento di capitale. I De Benedetti nicchiano perché hanno poca voglia di mettere mano alle casse della Cir e dunque andare a toccare i 350 milioni netti che sono arrivati dalla Fininvest dopo la sentenza della Cassazione sul Lodo Mondadori.

Per questo la famiglia dell’Ingegnere ha preso tempo, dando sì una vaga disponibilità, ma a due condizioni: la prima è che anche gli austriaci di Verbund, soci al 45% di Sorgenia, facciano lo stesso; la seconda è che anche le banche partecipino alla ricapitalizzazione, un po’ sul modello Alitalia. La trattativa è appena avviata e dunque si vedrà. Ma c’è da scommettere che non sarà agevole. Verbund, da quel che si capisce, non è affatto intenzionata a sborsare nuovi quattrini in Sorgenia, avendo negli anni già partecipato a costosi aumenti di capitale. Si pensi che nel 2008 gli austriaci hanno investito 200 milioni in una ricapitalizzazione – allora equivalenti a una valutazione del gruppo di ben 3,3 miliardi – quando il valore di carico dell’intera partecipazione di maggioranza dei De Benedetti nel gruppo Sorgenia è iscritta nel bilancio Cir del 2012 a soli 208 milioni. Insomma, è difficile che Verbund abbia molta voglia di seguire ancora la famiglia dell’Ingegnere (che come noto ha ceduto tutte le sue azioni Cir ai figli) su Sorgenia. Tanto che continuano a circolare le voci di una richiesta degli austriaci di concordato preventivo.

Per le banche sarebbe un bel problema perché, a ben guardare, sul caso Sorgenia rischiano di perdere molti quattrini. Ma chi è causa del suo mal…: come è stato possibile prestare 1,8 miliardi a un gruppo energetico che negli ultimi anni, sul picco di 2,5 miliardi di fatturato, non ha mai prodotto più di 200 milioni di margine operativo lordo (ebitda)? Nel piano appena presentato alle banche, Sorgenia dichiara un ebitda di 110-120 milioni nel triennio prossimo, 2014-2016. Quindi ancora peggio dei margini passati.

Il punto è che le banche prima della crisi hanno erogato credito sulla base di stime di margini e ricavi rivelatesi poi completamente sballate. Il fatturato 2013, per esempio, era stato stimato a 3,9 miliardi, quando nei primi 9 mesi è arrivato solo a 1,7. In altri termini non ci sono le condizioni per generare una cassa sufficiente a sostenere il debito. A parità di parametri di produzione e redditività, nessuna banca concederebbe oggi (e probabilmente neanche ieri) una proporzionale quantità di credito a nessun imprenditore, medio, piccolo o grande. A meno di non ricevere in cambio adeguate garanzie reali.

E qui cade un altro asino: quali sono le garanzie che le banche hanno chiesto a Sorgenia per gli 1,8 miliardi fin qui prestati? Non è facile scoprirlo per la privacy che circonda la clientela bancaria e questa operazione in particolare. Ma sembra che la maggior parte degli importi, come le analoghe operazioni di finanziamento avvenute nel comparto energia prima della crisi economica, non avesse altra garanzia che i flussi di cassa futuri. Da fonti finanziarie si apprende che non sono state date né azioni Cir, né azioni Sorgenia in pegno. Così Mps, la banca più esposta per oltre 500 milioni, può solo sperare che la domanda di energia termica riprenda improvvisamente a volare. Mediobanca (esposta per 140 milioni), Intesa (un centinaio), Unicredit, Bpm e Ubi (circa 60 a testa), avrebbero richiesto anche garanzie reali quali gli immobili strumentali, cioè le centrali. Ma anche in questo caso, visto i valori di potenziale realizzo, nessuno può stare tranquillo.

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I DEBITI DI DE BENEDETTI? LI PAGHERAI TU! L’ULTIMA LEGGE-VERGOGNA PER SALVARE SORGENIA A DANNO DEGLI ALTRI COMPETITOR

 

Fanno pagare al contribuente i buchi fatti dai De Benedetti

In gergo finanziario si dice: «Se il debitore deve alla banca 10mila euro, il problema è suo; se le deve 10 milioni di euro, il problema è della banca».

A questa massima si può aggiungere una postilla: «se la banca e il debitore sono amici dello Stato, a pagare è il cittadino». Ed è questo, in buona sostanza, il succo di una serie di emendamenti al ddl Concorrenza che potrebbero avvantaggiare la utility Sorgenia, un tempo del gruppo Cir della famiglia De Benedetti e da un paio d’anni proprietà delle banche creditrici tra le quali c’è Mps.

Il ddl Concorrenza 2015, che da agosto è in commissione Industria al Senato presieduta da Massimo Mucchetti (Pd), prevede la fine del mercato tutelato di elettricità e gas a partire dal primo luglio dell’anno prossimo. I clienti del servizio di maggior tutela entro quella data dovranno passare a una delle offerte di mercato libero dei vari operatori (le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra da tempo perché prevedono rincari). Ma che cosa succede a chi non eserciterà l’opzione per inesperienza o semplice dimenticanza? Lo spiegano due emendamenti all’articolo 27 approvati in commissione, uno di Francesco Scalia (Pd) e l’altro di Aldo Di Biagio (Ncd): sarà garantito un servizio di salvaguardia «attraverso procedure concorsuali per aree territoriali e a condizioni che incentivino il passaggio al mercato libero».

Il governo, secondo fonti bene informate, avrebbe già in preparazione un altro emendamento che disciplina nel dettaglio lo svolgimento delle aste precorrendo i tempi del decreto attuativo – d’uopo in simili occasioni – e stabilendo limiti rigidissimi di quote di mercato, che dovranno essere inferiori al 50%, per la partecipazione alle gare. Una sollecitudine un po’ sospetta per un ddl che da due anni vaga per il Parlamento. L’identikit dei potenziali partecipanti è presto svelato: a quelle gare non potrebbero partecipare Enel e le utility delle grandi città come Roma, Milano, Torino e Napoli. A tutto vantaggio di operatori su scala nazionale quale è appunto Sorgenia.

 

Se si considera che il volume d’affari ipotizzato per i servizi elettrici forniti a coloro che non eserciteranno l’opzione per il mercato libero è di almeno 500 milioni di euro, è legittimo dubitare della trasparenza delle procedure vista l’esclusione ex ante degli operatori incumbent che, tra l’altro, essendo a partecipazione pubblica, garantiscono dividendi al tesoro o ai Comuni azionisti. Ecco, è una questione di dirottamento di dividendi.

Sorgenia, di proprietà delle banche dopo che Cir non era riuscita a far fronte a 1,8 miliardi di debiti (600 milioni in capo a Mps, oggetto di salvataggio pubblico da 6,7 miliardi), ha bisogno di un afflusso di risorse che le consentano di rimettersi in carreggiata facendo recuperare ai soci una piccola parte dei crediti trasformati in azioni e in nuovi finanziamenti. Il presidente dell’Authority Energia, Guido Bortoni (in scadenza nel 2018 e in cerca di ricollocazione), ha detto che «non saranno messi all’asta i clienti, ma il servizio». Le perplessità restano.

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BANCHE ANCHE I DEBITI DI SORGENIA SULLE SPALLE DEI RISPARMIATORI

 

La società della Cir di De Benedetti era esposta con 21 istituti, tra cui Banca Etruria (8 milioni). Intanto la Procura di Roma mette sotto la lente di …

 

La società della Cir di De Benedetti era esposta con 21 istituti, tra cui Banca Etruria (8 milioni). Intanto la Procura di Roma mette sotto la lente di ingrandimento Consob, come chiedevano Adusbef e Federconsumatori.

Non solo Arezzo. Mentre nella città toscana il procuratore capo Roberto Rossi prosegue con il pool di pm il lavoro sui numerosi filoni di indagine su Banca Etruria (compresa l’inchiesta per truffa ai danni dei risparmiatori), la procura di Roma accende le luci sull’operato della Consob.

Assecondando di fatto i desiderata degli «esodati del risparmio», rimasti fregati dal decreto salva banche del governo, e le associazioni di cittadini. Adusbef e Federconsumatori ieri hanno presentato esposti contro la Consob in nove diverse procure – Roma, Firenze, Ancona, Arezzo, Chieti, Macerata, Ferrara, Pesaro e Milano – sostenendo che Vegas e i suoi siano responsabili almeno in parte del fragoroso crac delle quattro banche popolari a causa dei mancati controlli.

Se a Roma si valuta dunque l’omessa vigilanza di chi avrebbe dovuto evitare il patatrac, cominciando a fare le pulci ai controllori (ma secondo il Tempo allo stato attuale nel fascicolo, affidato al pubblico ministero Stefano Pesci, non vi sarebbero né indagati né ipotesi di reato), scavando tra i debiti che hanno fatto collassare Banca Etruria, tra yacht e finanziamenti azzardati o fidi in conflitto di interesse a società legate agli stessi amministratori, saltano fuori altre sorprese. Una delle quali porta il nome eccellente della Cir di Carlo De Benedetti.

La questione riguarda Sorgenia, l’operatore del mercato dell’energia che fino a marzo scorso era controllato dal gruppo Cir (65%) e dalla società austriaca Verbund. In pochi anni Sorgenia aveva accumulato una montagna di debiti che sfiorava i due miliardi di euro. Nonostante i risultati niente affatto lusinghieri, la società controllata dalla holding di De Benedetti e dal socio austriaco aveva però continuato a godere di generosi finanziamenti dal mondo creditizio. Tanto che, alla fine, il debito monstre di Sorgenia se lo divideva un pool di banche. Che dopo un accordo con Cir e Verbund ha offerto all’ingegner De Benedetti una sospirata exit strategy, anche grazie a un «aiutino da parte del governo, che aumentando il fondo destinato a finanziare gli incentivi per gli operatori dell’energia disposti ad aumentare la produzione quando necessario, aveva reso il «Salva-Cir» più appetibile per gli istituti di credito coinvolti.Morale, alle banche è rimasta Sorgenia (con tutti i suoi debiti), mentre l’editore del Gruppo Espresso/Repubblica, oltre a liberarsi di una rogna (che gli ha permesso di ridurre il rosso nei conti Cir a fine bilancio 2014), spetta anche una quota del 10 per cento della eventuale plusvalenza che le banche dovessero ricavare da una cessione della società.

Tra le 21 banche che sostenevano il debito Sorgenia molte erano nei guai. Dalla capofila Mps fino alla Popolare di Vicenza. E a banca Etruria, esposta per 8 milioni di euro. Una delle «sofferenze» che hanno affossato la banca dell’oro di Arezzo. Il prezzo del crac è finito sulle spalle di azionisti e obbligazionisti subordinati. Che pagano anche per gli errori dei soliti noti che sono stati salvati. Il tutto, tra l’altro, era ampiamente previsto. A dicembre 2013 Bankomat, anonima «firma» di Dagospia, proprio riguardo all’esposizione in Sorgenia delle popolari (tra cui Etruria) scriveva: «Si preparano nuove perdite e sofferenze per le banche, che in realtà pagheranno altri (…) Ma le popolari non erano banche del territorio, vicine a Pmi e alle famiglie? Alla famiglia De Benedetti, verrebbe da dire guardando Sorgenia».

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Carlo De Benedetti, tutti i suoi fallimenti di successo

Carlo De Benedetti

 
 
 

Una cavalcata lunga oltre mezzo secolo. La carriera di imprenditore di Carlo De Benedetti si lega strettamente alla storia dell’Italia repubblicana. Rientrato in patria dalla Svizzera nel ’45, dove si era rifugiato con la famiglia di origini ebraiche per sfuggire alla deportazione in Germania. Classe 1934, prende la laurea in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino nel ’58. Giusto il tempo di chiudere i libri e il padre Rodolfo lo fa entrare nell’azienda di famiglia, la Compagnia italiana tubi metallici. La svolta arriva però più di un decennio dopo, era il 1972, quando acquista assieme al Fratello Franco (che di cognome però fa Debenedetti, tutto attaccato come il padre Rodolfo) la Gilardini, società quotata alla Borsa di Milano che fino ad allora aveva operato nell’immobiliare.

A casa Agnelli – L’Ingegnere cambia radicalmente settore di business e la trasforma in una holding, la prima di una lunga serie, impegnata nell’elettromeccanica. Ma proprio attraverso la Gilardini De Benedetti può compiere il primo grande passo nei salotti buoni dell’economia italiana. Era il ’76 quando, grazie all’appoggio dell’ex compagno di scuola Umberto Agnelli, viene nominato amministratore delegato della Fiat, portando in dote il 60% delle azioni Gilardini che cede ai suoi nuovi «padroni» (si fa per dire), in cambio di un 5% del Lingotto. Ma l’idillio dura poco: tre mesi e la luna di miele con la dinasty piemontese dell’auto finisce. De Benedetti si dimette. Sulla vicenda si fece in quei mesi una varietà sconfinata di ipotesi. La più suggestiva riferiva di una scalata tentata dai due fratelli (Carlo aveva portato alla corte degli Agnelli anche Franco), alla Fiat con l’appoggio di una cordata svizzera. La verità, al riguardo, probabilmente non è ancora stata scritta. La rottura, comunque, è traumatica. Le vie dell’Ingegnere e quelle dell’Avvocato per molti anni si incroceranno e non sempre in maniera amichevole. Gli Agnelli, su indicazione di Mediobanca affidano la guida unica del gruppo automobilistico all’altro astro nascente del gruppo: Cesare Romiti che resterà a cavallo per i successivi ventidue anni.

Affari sfumati – L’Ingegnere, dal canto suo inaugura al Lingotto una lunga serie di affari sfumati o finiti maluccio, dai quali però – e questa sarà una costante in tutta la sua carriera imprenditoriale – è uscito indenne. Anzi: con le tasche piene. Chiusa la parentesi nelle quattro ruote, nel dicembre di quello stesso anno, il 1976, rileva dai conti Bocca le Concerie industriali riunite, che trasforma in breve in una holding industriale ribattezzandola Cir. Abbandonato l’originale business nella lavorazione dei pellami, comincia la campagna acquisti che lo porta, nel ’78, a guidare l’Olivetti. 

Patto con Visentini – A condurre le trattative è Bruno Visentini che guida l’azienda in rappresentanza di un malfermo patto di sindacato allestito da Mediobanca. Gli splendori raccontati nella fiction tv interpretata da Luca Zingaretti sono lontani. L’avventura nell’Elea, il calcolatore nato forse troppo presto, è stato venduto alla General Electric che abbandonerà il progetto. Anche i membri del patto di sindacato non vedono l’ora di trovare una soluzione e uscire. La Fiat, con l’entrata di De Benedetti venderà immediatamente la sua quota. Dalla plancia di comando del gruppo di Ivrea intercetta il boom dell’informatica e dei personal computer. Dalla fabbrica di piemontese esce l’M24, il computer europeo di maggior successo nei primi anni Ottanta. Ma pure in quel caso il finale non è stato felice. L’alleanza con la AT&T, in quel momento la più grande compagnia telefonica del mondo, doveva lanciare l’azienda italiana nell’olimpo dei grandi fabbricanti mondiali. Gli americani dovevano superare il trauma dello spezzatino: l’autorità Antitrust aveva ordinato di fare a pezzi il colosso dando vita alle sette “Baby Bell”. L’alleanza con Olivetti era sembrato ai vertici di quel che restava di AT&T il modo migliore per riprendere la leadership mondiale. A suggellare il successo dell’iniziativa, celebrato sui giornali di tutto il mondo con tonnellate di miele, doveva essere l’accesso, per gli italiani, ai Bell Laboratories, il centro di ricerche del colosso texano che in quel momento rappresentava la frontiera dell’innovazione all’incrocio tra computer e telefono.

Arriva AT&T – Gli americani presero anche una quota nel capitale di Olivetti come promessa di fedeltà eterna ma i computer che partono da Ivrea per gli Stati Uniti restano invenduti nei magazzini. Di fronte al fallimento AT&T prepara il divorzio: prima dichiara che la partecipazione nel gruppo italiano ha solo carattere finanziario. Finito il boom della prima informatizzazione, l’Olivetti non sa fare il passo successivo che condusse i colossi del settore a produrre non più strumenti di lavoro ma dispositivi elettronici di moda. Come è accaduto alla Apple.
E proprio attorno all’azienda di Cupertino e al suo fondatore lo scomparso Steve Jobs, si dipana un altro degli affari mancati dell’Ingegnere.

No a Steve Jobs – Erano i primi anni ’80 quando De Benedetti nella Silicon Valley con un team di 300 progettisti italiani della Olivetti, vede Jobs. Sponsor dell’incontro Elserino Piol, allora direttore generale del gruppo, diventato successivamente uno dei maggiori venture capitalist italiani (è stato lo scopritore di Tiscali). «Steve Jobs mi chiese se ero disposto a mettere un milione di dollari di allora per avere il 20% dell’azienda», confessò De Benedetti tempo dopo, «io dissi a Piol: non stiamo a perdere tempo con questi due ragazzi, abbiamo cose più serie da fare». Oggi quell’investimento varrebbe oltre 90 miliardi e soprattutto avrebbe consentito di scrivere una storia molto diversa per l’industria elettronica italiana. Ma comunque la storia sarebbe stata diversa se nel 1981 non avesse tentato, con una mossa incomprensibile di diventare anche banchiere. Aveva preso il 2% del Banco Ambrosiano che la gestione di Guido Calvi aveva portato sull’orlo del fallimento. Era stato proprio il «banchiere dagli occhi di ghiaccio» a offrirgli la vicepresidenza forse nel tentativo di costruirsi l’ultimo salvagente. La convivenza sarebbe durata appena due mesi e la liquidazione di 40 milioni aveva dato, soprattutto, l’impressione del prezzo pagato da Calvi per il silenzio dell’Ingegnere. Due processi e poi l’assoluzione in Cassazione. Per non parlare della scalata alla Sgb, nel 1988. La società possiede mezzo Belgio e sembra una preda facile se non fosse protetta dai francesi di Suez. Lo scontro di Borsa si conclude con la vittoria del blocco franco-belga per 51% a 49%. L’ingegnere che era sbarcato a Bruxelles annunciando «la fine della ricreazione» torna in Italia sconfitto. Impiegherà tre anni a disincagliare l’investimento

Addio a Ivrea – Nel ’98 De Benedetti molla l’Olivetti, entrata in una crisi profonda come buona parte dei produttori di computer. Le azioni nel frattempo sono crollate da 21mila lire a 600 lire. Una distruzione di ricchezza di almeno 15mila miliardi di vecchie lire. Al comando rimane Roberto Colaninno che l’anno successivo lancia un’Opa su Telecom da 61mila miliardi delle vecchie lirette. Ma questa è un’altra storia. Prima di passare la mano ebbe il tempo di lanciare la Omnitel, secondo operatore di telefonia dopo la Tim. Valutata 750 miliardi di lire quando, era il ’94, si aggiudica la licenza Gsm, è stata poi rivenduta ai tedeschi della Mannesman per 14mila miliardi. Gran colpo per l’ingegnere. Molto meno per la telefonia tricolore, anche se la società, finita in pancia all’inglese Vodafone dopo la scalata ostile alla Mannesmann, conserva in Italia un forte profilo industriale. Non grazie all’Ingengere.

Il fondo M&C – Un’altra tappa di quel «capitalismo cannibale» – come lo ha definito Mario Giordano – riguarda la M&C, acronimo che sta per Management e Capitali. Fondata nel 2006 per risanare le imprese in crisi si è segnalata soprattutto per l’acquisto della Domopak, storico marchio di prodotti per la cucina, nota per le pellicole con cui proteggere gli alimenti, rilevata assieme al concorrente Cuki. Subito i primi 190 licenziamenti, scioperi, proteste. Dopo qualche mese non si è saputo più nulla fino all’inizio del 2009, quando le due società produttrici di pellicole trasparenti e in alluminio finiscono alla Comital di Corrado Ariaudo, ex ad proprio di M&C.

Cdb Web Tech – In mezzo tante operazioni dai confini incerti come quella di Cdb Web Tech nata da una costola di Aedes, una vecchia immobiliare per anni controllata dall’Accademia dei Lincei. Poi c’è il coinvolgimento in Tangentopoli per le macchine vendute da Olivetti a Poste. Lo scontro con Berlusconi per il controllo della Mondadori. È la “battaglia di Segrate” che venticinque anni dopo gli frutterà un risarcimento di circa 350 milioni di euro. I soldi, cioè, che in questo momento consentono al gruppo di evitare di crollare nel buco nero di Sorgenia. Infine l’acquisto del gruppo Espresso-Repubblica. Certamente il miglior affare dell’Ingegnere. Ma a crearlo erano stati Scalfari e Caracciolo. Non lui.

 

I FURBETTI CHE HANNO CAUSATO I CRACK BANCARI – Ilva, Marcegaglia già si prepara a sfilarsi. Venderà una quota a Intesa per ridurre i debiti che zavorrano il suo bilancio.

Ilva, Marcegaglia già si prepara a sfilarsi. Venderà una quota a Intesa per ridurre i debiti che zavorrano il suo bilancio

LOBBY
La Finmar, cassaforte dell’ex presidente di Confindustria, stando al bilancio 2015 è esposta per 1,3 miliardi nei confronti delle banche, 1,1 dei quali in scadenza nei prossimi 12 mesi. Grazie alla partita del siderurgico potrà tirare il fiato. Così si spiega l’impegno nella cordata con ArcelorMittal, a cui il governo ha assegnato le acciaierie di Taranto nonostante il parere negativo dei tecnici sul piano.
Doveva essere l’investitore industriale italiano che avrebbe tutelato gli interessi del Paese nella partita Ilva. E invece il gruppo Marcegaglia non fa neanche in tempo a chiudere l’accordo per conquistare le acciaierie di Taranto che già si prepara a sfilarsi. L’azienda che fa capo ad Emma Marcegaglia e a suo fratello Antonio cederà infatti a stretto giro una quota dell’Ilva ad Intesa Sanpaolo, che è creditrice sia del gruppo dell’ex presidente di Confindustria sia delle acciaierie pugliesi. Nel frattempo “quale partner industriale italiano”, Antonio Marcegaglia ha assicurato che si impegnerà “affinché tutte le parti interessate possano trarre il massimo beneficio da questa straordinaria opportunità di rilancio del più grande asset siderurgico europeo che è Ilva”.
Così il suo gruppo potrà rafforzarsi e Intesa sperare di recuperare i suoi crediti. “Sono solo interessi. Sono solo soldi da restituire alle banche, sono solo favori che si devono scambiare”, ha sintetizzato il governatore della Puglia, Michele Emiliano, bocciando seccamente la decisione del ministero dello Sviluppo di assegnare le acciaierie alla cordata Am Investco, formata dal duo Arcelor-Marcegaglia. “Addirittura, Marcegaglia ha dei debiti nei confronti dell’Ilva e quindi in questo modo, acquistando l’Ilva, probabilmente migliora la sua posizione finanziaria. Cose inenarrabili”, ha concluso il governatore.Non è un mistero infatti che negli ultimi tempi gli affari nell’acciaio non vadano a gonfie vele: a livello globale la domanda è al palo (-0,8%), complice anche il rallentamento dell’economia mondiale. Così nel 2015 la Finmar srl, cassaforte di Emma e Antonio Marcegaglia che controlla il 13% del capitale (con il 51% dei diritti di voto) della Marcegaglia holding, ha chiuso il bilancio consolidato con una perdita vicina ai 55 milioni. Ma soprattutto i conti sono stati appesantiti da 3,3 miliardi di debiti di cui più di un miliardo verso i fornitori, 588 milioni di “altri debiti” e 1,3 miliardi verso le banche con 1,1 miliardi in scadenza nell’arco dei prossimi dodici mesi. Certo, guardando i ricavi industriali, la Marcegaglia holding fattura 3,8 miliardi dando lavoro a 6.393 persone e e ha una buona redditività industriale (5,7%) in un settore a forte impiego di capitale. Ma i debiti restano comunque un pesante fardello soprattutto quando le banche stringono i cordoni della borsa e i clienti rallentano nei pagamenti. Non a caso, come si legge nel bilancio 2015, il gruppo ha negoziato una linea di credito a medio termine “con l’obiettivo di rifinanziare le linee a breve in un’ottica di allungamento dell’orizzonte temporale medio del proprio debito”. Detta in altri termini, la società ha deciso di spostare in avanti le scadenze di parte dei suoi debiti sperando in tempi migliori.
Stando così le cose, si capisce perché l’impegno di Marcegaglia nella partita Ilva sia massimo. E, in un certo senso, sia anche dovuto per “ricompensare” un governo che ha deciso di assegnare le acciaierie di Taranto al tandem Arcelor-Marcegaglia, nonostante le perplessità dell’Antitrust europeo e il parere negativo dei tecniciincaricati dai commissari straordinari di valutare le offerte. E persino a dispetto del fatto che la cordata concorrente, Acciaitalia, formata dal gigante Jsw Steel e dalla Delfin di Leonardo Del Vecchio, avesse deciso di alzare la posta in gioco rilanciando di 650 milioni (a 1,85 miliardi) e promettendo subito la riassunzione di 9800 persone su 14mila dipendenti. Quest’ultimo argomento era piaciuto molto al sindacato che teme i 5-6.000 mila esuberi nel piano della cordata vincitrice. Ma il governo non ha voluto sentire ragioni chiudendo la partita a favore di Am Investco perché, come ha spiegato il ministro Carlo Calenda, il rilancio non si poteva proprio accettare in quanto “contrario alle procedure di gara” e poi perché i “Paesi seri non cambiano le regole in corsa o ex post”. Soprattutto quando il ballo non c’è solo il futuro dell’Ilva, ma anche quello del gruppo Marcegaglia e le prospettive di rientro dei crediti di una maggiori banche del Paese.
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Ilva, l’Europa “espelle” Marcegaglia

L’Antritrust chiede al gruppo italiano di uscire dalla cordata con l’indiana Arcelor

 

L’Unione europea mette il gruppo Marcegaglia alla porta. Nella partita per la vendita e il salvataggio dell’Ilva la società dell’ex presidente di Confindustria non potrà più esserci.

 

Secondo indiscrezioni, sarebbe questa una delle condizioni richieste dall’Antitrust europeo per poter dare il proprio via libera alla cessione-salvataggio del polo siderurgico tarantino.

A stretto giro, dunque, Marcegaglia (socio con il 15%) dovrà abbandonare la cordata Am Investco che si è aggiudicata il destino del gruppo lasciando, di fatto, ai franco-indiani di ArcelorMittal (85%) mano libera e totale controllo. Fuori Marcegaglia – che per ora non commenta «per rispetto della delicatezza della procedura» – l’unica «presenza» italiana è ancora tutta da verificare. Intesa Sanpaolo, che sarebbe pronta a entrare con una quota intorno al 5%, è infatti formalmente fuori dalla cordata in attesa del definirsi dell’accordo sindacale e ambientale, nonché dei via libera Antitrust. Inoltre è un socio prettamente finanziario che poco potrà dire sulle scelte industriali. Ma perché Marcegaglia è obbligata al passo indietro? La Commissione Ue, che lo scorso 8 novembre ha aperto un’indagine sull’operazione, non ha voluto per ora commentare le indiscrezioni. Ma Bruxelles teme una riduzione della concorrenza e un aumento dei prezzi per i prodotti piani di acciaio al carbonio laminati a caldo, a freddo e zincati utilizzati dalle imprese in vari settori, dall’edilizia, all’auto. La preoccupazione è che la restrizione della concorrenza possa portare, soprattutto per le pmi dell’Europa meridionale, un aumento dei prezzi.

Decisamente minori i timori di Bruxelles nei confronti di ArcelorMittal a cui sarebbe stato chiesto, sempre in nome della concorrenza, la cessione dell’impianto di Piombino. Una situazione complessa che apre ulteriori scenari su Taranto. E una serie di dossier collegati: a questo punto l’ingresso di Intesa Sanpaolo potrebbe infatti essere ridefinito rilevando anche la quota Marcegaglia. Inoltre, quest’ultimo, debitore del gruppo Ilva, dovrà ridefinire i rapporti finanziari con Taranto. Infine, l’uscita di scena di un «garante» italiano potrebbe richiamare in causa un coinvolgimento della Cdp.

Sullo sfondo restano poi le partite chiave, oltre al capitolo industriale, il confronto tra Ilva e Commissione resta aperto anche sul fronte ambientale. Mentre potrebbe essere presto chiusa la procedura che riguarda i fondi messi a disposizione dalla Stato per il risanamento dell’area. Nuove perplessità sarebbero sorte a Bruxelles riguardo al piano di bonifica che verrebbe applicato su un arco di cinque anni, un periodo troppo esteso per porre fine a una situazione ritenuta critica non solo dagli ambientalisti e dai cittadini di Taranto. Il piano di Arcelor, illustrato la settimana scorsa ai sindacati, prevede investimenti per 1,15 miliardi, di cui circa 750 milioni nei primi tre anni e il resto nei tre anni successivi, per il risanamento ambientale dell’impianto siderurgico tarantino. Circa 300 milioni saranno destinati alla copertura dei parchi minerali. La parte più significativa degli interventi ambientali dovrebbe essere ultimata solo nel 2021. In merito ai prossimi appuntamenti, la decisione di spacchettare la vertenza Ilva in più tavoli per gli enti locali ha aperto un nuovo calendario. Domani (22 novembre) ci sarà l’audizione dei vertici di ArcelorMittal alla Commissione industria del Senato, poi, il 27 e il 28 novembre tornerà il confronto sindacale con l’amministrazione straordinaria su tutti i temi aperti, dal piano industriale a quello ambientale

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Forte Village, il paradiso perduto di Emma Marcegaglia

Marcegaglia e Andrea Donà Dalle Rose mettono in vendita la gestione del Forte Village per 200 milioni. All’Unicredit la ristrutturazione del gruppo.

Una veduta del Forte Village (Credits: Mauro Galligani)

 

Il paradiso, stavolta, non può più attendere. Il dossier del Forte Village, l’hotel sardo nominato per 13 volte consecutive «miglior resort del mondo», è sul tavolo dell’advisor Unicredit che sta proponendo ai big dell’hôtellerie questa gemma del made in Italy, la cui gestione dal 2007 è nelle mani del tandem Mita resort, presieduta da Emma Marcegaglia, e Olli resorts di Andrea Donà Dalle Rose, appena finito nell’indagine per l’evasione fiscale legata alla cessione del marchio Valentino. Valore dell’operazione 200 milioni di euro, di cui circa 130 cash, per rilevare la gestione (l’immobile è del fondo IdeaFimit) fino al 2037 del complesso di Santa Margherita di Pula, che comprende sette alberghi, 700 camere, 33 suite, e che fattura 65 milioni di euro, dando lavoro a 1.000 persone.

Alla base della decisione di mettere in vendita il gioiello di Mita (che ha anche altre proprietà alberghiere, come l’isola di Albarella, Castel Monastero nel Chianti, Pugnochiuso Resort in Puglia, Le Tonnare a Stintino e il mai decollato Porto Arsenale della Maddalena) ci sarebbe la ristrutturazione del Gruppo Marcegaglia, che ha appena annunciato di «dovere attuare un piano di razionalizzazione delle sue attività diversificate per il deterioramento delle condizioni di mercato».

Il gruppo siderurgico mantovano, che ha chiuso il 2011 con 4,3 miliardi di fatturato, nel 2012 prevede un calo dei volumi del 2 per cento contro una flessione della domanda europea superiore all’8. L’azienda «ricorrerà solo parzialmente alla cassa integrazione ordinaria e limitatamente agli stabilimenti di Pozzolo Formigaro (Alessandria) e di Boltiere (Bergamo)», mentre verrà chiuso l’impianto Bvb di San Lorenzo in Campo (Pesaro) e ridimensionato quello della Imat di Fontanafredda (Pordenone). Il gruppo, guidato dal fratello dell’ex presidente della Confindustria, Antonio, avrebbe 1 miliardo di euro di debiti, la maggior parte dei quali in portafoglio proprio all’Unicredit.

 

VIDEO: 2017 

Banca Marche, l’ex direttore Bianconi: “Corrotto? Faccio il pensionato”

Bianconi e il palazzo ‘arrivato’ alla società della moglie: “Lei è un’imprenditrice. E la nostra storia era già in crisi”.

SOTTO ACCUSA  Massimo Bianconi, ex direttore generale  di Banca Marche,  al processo

“Non proponevo io le pratiche di finanziamento al comitato esecutivo o al consiglio di amministrazione di Banca Marche“. Ad affermarlo in aula ad Ancona, nel processo in cui è coimputato per corruzione tra privati con gli imprenditori Davide Degennaro e Vittorio Casale, è stato Massimo Bianconi, ex direttore generale dell’istituto di credito marchigiano sprofondato sotto 920 milioni di euro di conti in ‘rosso’.

Per l’accusa, rappresentata in aula dai pm Serena Bizzarri, Andrea Laurino e Marco Pucilli, Bianconi avrebbe favorito i due imprenditori con finanziamenti e anticipazioni Iva in cambio di un affare che ruotava attorno a un immobile a Roma, ceduto dalla Immofinanziaria del gruppo Casale alla Archimede 96, amministrata da Ludovica Bianconi e intestata anche ad Anna Rita Mattia, rispettivamente figlia e moglie dell’ex dg.

La transazione avvenne a novembre 2009: la palazzina dei Parioli era stata venduta per 7 milioni e la Archimede aveva pagato l’immobile con un mutuo da 37mila euro di rate mensili. L’edificio era già stato dato in affitto dalla Immofinanziaria per 50mila euro mensili, contratto poi passato alla Archimede. Quest’ultima introitava così 13mila euro al mese, ossia la differenza tra il canone d’affitto incassato e le rate del mutuo.

Bianconi ha respinto ogni collegamento riferendo che con la moglie il rapporto era già logoro dal 2007 quando la donna si trasferì a Roma e c’era una “gestione separata del patrimonio”. Tre anni fa è arrivata la separazione consensuale, pochi mesi prima che arrivassero i primi avvisi di garanzia. La Mattia, ha detto Bianconi rispondendo alle domande, era insegnante ma dopo la pensione negli anni Novanta era diventata imprenditrice, con un “patrimonio di circa 20 milioni di euro” mentre lui “è condannato a fare il pensionato”.

A consigliare la ex di Bianconi su come gestire il patrimonio sarebbe stato solo il commercialista. Il mutuo da 7 milioni di euro concesso da Tercas all’Archimede 96? L’assunzione di un figlio del dirigente Tercas in Banca Marche? “Mai intervenuto per il mutuo” e “mai fatto pressioni per assumere lui o altri”, le risposte del manager. Quanto ai 700 mila euro dati alla moglie, non erano, ha spiegato Bianconi, una partecipazione all’affare ma «un anticipo» chiesto e poi restituito subito dalla Mattia per l’operazione.

L’ex dg ha ripercorso la complessa filiera del credito di Bm e i rapporti con le fondazioni. La Carima di Macerata, in particolare, si oppose alla vendita di Banca Marche nel 2008 quando c’erano offerte fino a 3 miliardi di euro e poi ‘pretese’ un “uomo di fiducia, oltreché garanzia di competenza e moralità”, cioè l’allora vice dg Stefano Vallesi, al vertice dell’area crediti. Quanto alla fondazioni di Jesi e Pesaro, «erano molto attente al conseguimento di un utile», mentre quella di Macerata, rappresentativa di categorie economiche, era più focalizzata sulla concessione del credito.

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BANCA MARCHE , PARLA BIANCONI (cronache maceratesi)

I FINANZIAMENTI LI PROPONEVA VALLESI , IO MI LIMITAVO SOLO A FIRMARE 

LINK:  http://www.cronachemaceratesi.it/2017/12/01/banca-marche-parla-bianconi-i-finanziamenti-li-proponeva-vallesi-io-mi-limitavo-a-firmare/1039046/

VIDEO – GLI INSOLVENTI BANCA MARCHE 

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VIDEO – INTERVISTA A MASSIMO BIANCONI 2013

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L’INCOMPIUTA DI PORTA VITTORIA – IL PASSANTE FERROVIARIO.

Il passante ferroviario di Milano (repubblica)

La rete è poco conosciuta: stazioni sottoutilizzate, bene solo Garibaldi e Bovisa. A Porta Vittoria un’associazione prova a spingere la svolta con eventi culturali.

Nelle sterminate gallerie di Porta Vittoria l’unico rumore che si sente è l’eco dei propri passi. Alla fermata di Dateo le serrande di quello che poteva essere un bar sono chiuse. A quella di Lancetti c’è un chiosco che dovrebbe ospitare un’edicola mai nata. Spazi vuoti e poca, pochissima gente: qualche fiammata di pendolari nelle ore di punta e poi il silenzio. Il deserto.

 

 

Passante ferroviario, questo sconosciuto: viaggio nelle stazioni dimenticate di Milano

Sono queste alcune delle fermate del Passante ferroviario, la rete che attraversa la città da Nord-Ovest a Sud-Est e che collega, con i treni delle linee suburbane, Milano all’hinterland e oltre. Stazioni da sempre sottoutilizzate dove i servizi inizialmente previsti non sono mai stati realizzati, dove un tabaccaio o un giornalaio sono pura utopia. Eppure i dati di Trenord (che gestisce il trasporto mentre l’infrastruttura, stazioni comprese, è in capo a Rete Ferroviaria Italiana) sui lombardi che utilizzano le sei stazioni sotterranee di Porta Vittoria, Dateo, Porta Venezia, Repubblica, Porta Garibaldi e Lancetti sono positivi: in tre anni i passeggeri sono aumentati del 150 per cento. Grazie all’effetto Expo, spiega la società, i viaggiatori sono passati da 56mila al giorno nel 2014 a 142mila nel 2017.

 

· LE INFO SUL SITO DI TRENORD

Di questi, però, poco meno di un terzo sono tutti concentrati in Garibaldi, dove transitano giornalmente 40mila persone. Se qui, perciò, o in Bovisa (fermata di superficie che fa sempre parte del Passante) nelle ore di punta le stazioni sono molto popolate, il resto è poco utilizzato. Un peccato, perché come spiega Pietro Bosisio, pendolare che tutte le mattine da Garibaldi, dove arriva partendo da Cologno con la linea Verde della metropolitana, prende il passante per arrivare in Porta Vittoria dove il metrò non c’è, “è un servizio comodo e abbastanza puntuale (un treno ogni cinque- sei minuti, ndr), conosciuto però solo da chi viene da fuori o viceversa deve uscire dalla città, molto meno dai milanesi”.

Ed è proprio quella di Porta Vittoria una delle stazioni meno frequentate: appena scese le scale ci si trova davanti un deserto di spazi immensi inizialmente destinati a servizi mai realizzati. Aree oggi affidate in comodato d’uso, per una parte, al progetto Artepassante dell’associazione “le Belle Arti” che organizza corsi di teatro, di pittura e manifestazioni culturali. “Qui ci siamo solo noi, così come nelle altre stazioni tra cui Lancetti e Repubblica – racconta il presidente Camillo Dedori – . Stiamo qui, con alcune attività, fino a tarda sera, rendendo non solo più animata ma anche un po’ più sicura la stazione”. E “per fortuna che ci sono loro”, sorride Ennio Panzera che due volte a settimana da qui prende il treno per andare a trovare la sua compagna. Una fermata dopo, in direzione Treviglio, c’è l’ultima stazione inaugurata a maggio del 2015, quella di Forlanini.

Doveva collegare il quartiere ad Expo ma oggi, quando in assenza della M4 che arriverà qui soltanto nel 2021 sarebbe un mezzo di trasporto più che utile, è passaggio solo per gli studenti della sede della Statale di via Golgi. È una delle poche fermate non sotterranee ed entrambi gli accessi, uno da via Ardigò e l’altro da via Mezzofanti, sono poco segnalati. Risultato, non c’è nessuno. “Per trovare un po’ di passaggio, qui – spiegano due ragazzi – bisogna venire la mattina presto o alle cinque del pomeriggio “, altrimenti lo spettacolo è desolante. Vuote sono e vuote resteranno queste fermate. Perché nei piani di Rete Ferroviaria Italiana, al momento, c’è soltanto il completamento entro il 2017 del sistema dei tornelli. Nulla più.

 

VIDEO:

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VIDEO:

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Veneto Banca: esposto soci azzerati su gestione post-Consoli(f.te oggitreviso)

Presentato a Procura Treviso, chiamata in causa anche Bankitalia.

L’associazione Soci banche popolari del Veneto ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Treviso chiedendo che “la magistratura faccia chiarezza sulla gestione di Veneto Banca dopo l’uscita del direttore generale Vincenzo Consoli e su cosa abbia fatto la Banca d’Italia per prevenire il proseguimento di condotte esattamente uguali a quelle precedenti, con la concessione di generosi finanziamenti a soggetti in crisi e, pare, senza le dovute adeguate garanzie a copertura”.

Il documento è stato presentato dai firmatari nel corso di un incontro con la stampa all’ingresso del Tribunale di Treviso.    

 

“I ‘generosi finanziamenti’ – sostengono i ricorrenti – sono continuati ben oltre l’ epoca Consoli, uscito da Veneto Banca nel luglio 2015, arrivando fino al maggio 2017, cioè un mese prima del decreto legge n. 99 del 25 giugno 2017 che dichiarò di fatto fallita la banca, ponendola in liquidazione coatta amministrativa. Appare evidente – concludono i promotori – che la responsabilità del disastro abbracci anche tutti i consigli di amministrazione che si sono via via succeduti dopo l’allontanamento di Consoli e fino al crac definitivo”.

NELL’AUDIZIONE IN COMMISSIONE D’INCHIESTA SULLE BANCHE, IL PM DI AREZZO ROBERTO ROSSI (EX CONSULENTE DI RENZI A PALAZZO CHIGI) HA FORNITO VERSIONI DIVERSE DA QUELLE CHE RISULTANO AGLI ATTI – IL SENATORE ANDREA AUGELLO ACCUSA IL MAGISTRATO (“NON HA DETTO LA VERITÀ”) E HA CHIESTO AL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI DI SOLLECITARE BANKITALIA ALLA TRASMISSIONE DI NUOVI DOCUMENTI… –

fonte corriere della sera

 

roberto rossi roberto rossi

La commissione parlamentare d’ inchiesta dovrà svolgere nuove verifiche su quanto accaduto nel crac di Banca Etruria. In vista dell’ ufficio di presidenza fissato per martedì che deciderà sulle audizioni del governatore di Bankitalia Vincenzo Visco e dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, saranno acquisiti nuovi documenti che riguardano i rapporti tra l’ istituto di credito aretino e Bankitalia.

 

ignazio visco ignazio visco

Le carte già a disposizione mostrano infatti che durante l’audizione di giovedì il procuratore Roberto Rossi, titolare dell’ indagine, avrebbe fornito versioni diverse da quelle che risultano agli atti. Tanto che alcuni esponenti dell’ opposizione lo accusano addirittura di «aver mentito prospettando una situazione ben diversa da quella che invece ha portato al fallimento».

 

Sono proprio le relazioni, gli scambi di lettere e le citazioni per le azioni di responsabilità a fornire il quadro che stride con le dichiarazioni dell’ alto magistrato. Anche tenendo conto che Rossi ha dichiarato di avere tuttora in corso «approfondimenti sul ruolo di Bankitalia e Consob», pur consapevole che si tratta di attività per le quali è competente la procura di Roma.

 

boschi ghizzoni boschi ghizzoni

«Ci è sembrato un poco strano – attacca Rossi – che la Banca d’Italia avesse inoltrato a Banca Etruria un invito di integrazione con la Banca Popolare di Vicenza che era in condizioni simili». In realtà la sequenza emersa dagli atti racconta una storia diversa. Il 3 dicembre 2013 l’ allora governatore Visco scrive una lettera al presidente del cda di Etruria Giuseppe Fornasari per evidenziare le «rilevanti criticità» dovute tra l’altro «alle dimensioni del portafoglio deteriorato» e sottolinea la convinzione che la Banca «non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento».

 

IGNAZIO VISCO MATTEO RENZI IGNAZIO VISCO MATTEO RENZI

Dunque «dispone la convocazione del cda entro 10 giorni dal ricevimento della missiva con all’ ordine del giorno l’ integrazione della Popolare in un gruppo di adeguato standing in grado di apportare le necessarie risorse patrimoniali, manageriali e professionali». Per questo Etruria nomina come advisor «per il supporto» nella ricerca Rothschild e Lazard che contattano 27 gruppi.

 

Si fa avanti soltanto PopVicenza che il 29 gennaio 2014 formalizza il proprio interesse. Il direttore generale chiede un incontro in Bankitalia per illustrare la strategia: procedere con «un’Opa per cassa su almeno il 90 per cento del capitale». Bankitalia dà conto delle trattative in corso con numerosi verbali. L’ultimo, datato 18 giugno 2014, è un «appunto per il direttorio» in cui il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo dà atto che il negoziato è fallito «perché Etruria ha formalmente respinto la proposta di Opa». E quindi propone «un’ approfondita ed estesa opera di revisione degli impieghi riguardante la corretta classificazione di vigilanza e un’ aggiornata valutazione del grado di recuperabilità».

il servizio di francesca biagiotti a ballaro su pier luigi boschi 7 il servizio di francesca biagiotti a ballaro su pier luigi boschi 

 

Il secondo punto sul quale saranno effettuati ulteriori controlli riguarda la posizione dell’ ex vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena. Durante la sua audizione il procuratore Rossi ha dichiarato che Boschi e gli altri componenti dei Cda a partire dal 2010 non sono tra gli indagati per bancarotta «perché non hanno partecipato alle riunioni degli organi della banca che hanno deliberato finanziamenti finiti poi in sofferenza».

 

il servizio di francesca biagiotti a ballaro su pier luigi boschi 5 il servizio di francesca biagiotti a ballaro su pier luigi boschi 

Ma anche perché «non avevano informazioni sufficienti sulle operazioni». Una posizione che ha scatenato le opposizioni. Con una richiesta formale il senatore di Idea Andrea Augello accusa il magistrato di «non aver detto la verità, esponendo una tesi falsa» e per questo ha chiesto al presidente Pier Ferdinando Casini di sollecitare Bankitalia alla trasmissione di nuovi documenti.

 

E spiega: «Tutte le linee di credito e richiedono un formale rinnovo, generalmente ogni 18 mesi. È impossibile che il nuovo cda si sia baloccato solo con crediti insolventi, ma deve aver rinnovato tra il 2010 e il 2012 tutti i crediti privi di garanzie erogati nel biennio precedente. E questo è peggio di quanto fatto da chi li ha concessi anche perché ha ritardato la possibilità di avviare una procedura di recupero, finché la situazione non è divenuta insostenibile e il cda ha proceduto ad una serie di svalutazioni, azzerando il patrimonio aziendale».

GIALLO VATICANO – A CHIEDERE IL SILURAMENTO DEL NUMERO DUE DELLO IOR, GIULIO MATTIETTI, SAREBBE STATO UNO DEI CARDINALI FEDELISSIMI DI PAPA FRANCESCO .

fonte il giornale

 

Ad alzare il telefono e a chiedere l’allontanamento del vicedirettore generale dello Ior sarebbe stato un cardinale, uno dei fedelissimi di Papa Francesco, membro della commissione cardinalizia di vigilanza dell’Istituto per le Opere di Religione.

 

Sulla cacciata del numero due della «banca vaticana», il mistero continua a infittirsi, come continuano a rimaner cucite le bocche d’Oltretevere, anche perché sono davvero pochi quelli che sanno la verità su cosa sia successo di così grave all’interno del torrione Niccolò V, la sede dell’Istituto, tanto da causare il licenziamento in tronco, lunedì scorso, dello storico dirigente dello Ior.

 

LIBERO MILONE PAPA FRANCESCO BERGOGLIO LIBERO MILONE PAPA FRANCESCO BERGOGLIO

Di certo c’è che l’ormai ex funzionario vaticano è stato sì cacciato repentinamente, per evitare che portasse via materiale dal suo ufficio, ma qualche giorno fa, quando ha «cessato il suo incarico» lasciando sbigottiti anche i suoi più stretti collaboratori, non è stato «scortato» fuori da nessuno, come inizialmente era stato fatto filtrare.

 

Né gli uomini della Gendarmeria Vaticana, la «polizia» del Papa, né le guardie svizzere che rispondono direttamente al Santo Padre e alla Segreteria di Stato, hanno portato fuori dal piccolo Stato Giulio Mattietti. Nel caso degli svizzeri, l’unica indiscrezione è che tra alcuni membri del corpo papale e l’ex dirigente ci sarebbe stato soltanto un veloce scambio di battute. Tutto qui.

gianluigi nuzzi (2) gianluigi nuzzi (

 

Ai danni dell’«aggiunto al direttore generale» (questa la dicitura ufficiale della carica ricoperta dall’ex dirigente della «banca» vaticana), sarebbe stato preso un provvedimento amministrativo urgente, non legato in alcun modo, per il momento, a un’inchiesta penale, e non riconducibile (anche se le due storie sembrano parallele) alla vicenda del revisore generale dei conti del Vaticano, Libero Milone, dimessosi dall’incarico dopo esser stato accusato Oltretevere (accuse sempre respinte dall’ex revisore) di aver «spiato» le vite di alti prelati e dei suoi superiori della Santa Sede.

 

nunzio scarano vescovo nunzio scarano vescovo

«Mattietti e Milone non si conoscevano e non avevano rapporti», spiegano oggi dalle Sacre Stanze. E la conferma arriva dal diretto interessato, Milone, che, chiamato in causa, come riportato in un tweet del giornalista Gianluigi Nuzzi, ha dichiarato: «Col numero due dello Ior, Mattietti, non avevo alcun rapporto. Non era nelle mie competenze avere rapporti di lavoro con lo Ior».

 

Di certo c’è che Mattietti aveva, ovviamente, contatti di diverso tipo all’interno del Vaticano, anche con alcuni membri della Cosea, l’ormai sciolta commissione pontificia referente sui dicasteri economici della Santa Sede, voluta nel 2013 da Francesco, e i cui documenti sono poi finiti all’interno dei due libri che hanno aperto lo scandalo Vatileaks 2.

monsignor vallejo balda 8 monsignor vallejo balda 

 

L’ex funzionario dello Ior è solo l’ultimo di una lunga lista di persone che in questi anni sono state allontanate dal Vaticano, il più delle volte su ordine di Francesco. E a far da sfondo ci son quasi sempre le finanze della Santa Sede. Tra questi lo stesso ex revisore generale dei conti, Milone, monsignor Nunzio Scarano dipendente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (la «Banca Centrale Vaticana») e finito in un’inchiesta della Guardia di Finanza, monsignor Lucio Vallejo Balda, coordinatore di Cosea e segretario della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, condannato in Vaticano insieme a Francesca Chaouqui proprio per Vatileaks. Fino ad arrivare al cardinale George Pell, il numero uno delle finanze d’Oltretevere, per il momento in congedo per difendersi in Australia dalle accuse di pedofilia.

FRANCESCA CHAOUQUI E VALLEJO BALDA FRANCESCA CHAOUQUI E VALLEJO BALDA

Banca Etruria e Popolare di Vicenza, perché Bankitalia è tornata nel mirino

L’authority guidata da Ignazio Visco è accusata di aver erroneamente caldeggiato la fusione tra l’istituto toscano e quello veneto.

 

Neanche il tempo di festeggiare la sua recente riconferma e Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, è tornato di nuovo al centro delle polemiche, seppur per vie traverse. A riportarcelo è stato Roberto Rossi, procuratore capo di Arezzo, che è stato convocato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sui dissesti bancari degli ultimi anni. 

La ricostruzione del procuratore

Di fronte a deputati e senatori Rossi ha parlato di Banca Etruria, uno degli istituti di credito regionali finiti in dissesto alla fine del 2015 in un mare di polemiche, visto che la carica di vice-presidente della società era ricoperta da Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, figura di spicco del Pd di Renzi e attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Visco è dunque tornato suo malgrado sulla scena perché il procuratore Rossi, che sul dissesto di Banca Etruria ha indagato a lungo, ha ricostruito tutta la vicenda avvalorando la tesi del segretario del Pd, che imputa a Bankitalia la colpa di non aver fatto molto per risolvere i problemi di Banca Etruria, rischiando piuttosto di aggravarli.

Nello specifico, il magistrato ha detto che tra il 2012 e il 2014, quando già Banca Etruria era commissariata e sull’orlo del crack, la Banca d’Italia spinse per farla finire nell’orbita della Popolare di Vicenza, che nel 2014 era disposta a comprarla al prezzo di 1 euro per azione, quasi il 25% in più rispetto al valore corrente di borsa. 

Anche Vicenza sull’orlo del crack

L’istituto veneto era però un acquirente poco affidabile, pesantemente malmesso e, sin dal 2012, oggetto di ispezioni della Banca d’Italia, che rilevò una serie di fatti gravi: organi dirigenti inadeguati, crediti sofferenti in abbondanza e addirittura le cosiddette operazioni baciate, cioè la concessione di prestiti a chi aderiva a una serie di aumenti di capitale tappa-buchi, una pratica che in una banca sana è una vera e propria eresia. 

Perché l’authority guidata da Ignazio Visco, viste le  risultanze dei suoi ispettori, caldeggiava una fusione tra Banca Etruria e la Popolare di Vicenza? Dal canto suo, Bankitalia ha già da tempo replicato che non ci fu nessuna spinta verso la fusione tra l’istituto veneto e quello toscano. Non a caso, l’operazione saltò perché i vertici di Banca Etruria rifiutarono l’offerta degli aspiranti compratori vicentini, che si erano mossi in autonomia.

Chi ha ragione tra il procuratore Rossi e Bankitalia? E’ l’interrogativo che ripropostosi il 30 novembre su cui la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche dovrebbe fare un po’ di chiarezza, prima che finisca la legislatura.

fonte panorama

Banca-Etruria-agenzie

ANTICIPAZIONE – Crack in banca, tutti i conflitti di interesse dei politici che dovrebbero indagare. (espresso)

L’inchiesta parlamentare se la prende con Bankitalia e Consob: ma anni di ritardi e omissioni da parte dei partiti hanno spianato la strada ai disinvolti affari dei banchieri. E molti onorevoli membri della Commissione hanno avuto rapporti stretti con gli istituti ora sotto accusa.

Crack in banca, tutti i conflitti di interesse dei politici che dovrebbero indagare

Anni di ritardi, omissioni e leggi sbagliate. Così la politica ha creato le condizioni che hanno portato ai crack a catena e al falò miliardari del pubblico risparmio. E adesso gli stessi partiti che hanno contribuito al disastro pretendono di accertare colpe e responsabili delle crisi bancarie. Nella commissione d’inchiesta parlamentare istituita per indagare sui dissesti sono numerosi i deputati e i senatori in conflitto d’interessi, perché in passato hanno avuto rapporti con le istituzioni che ora sono al centro delle accuse. L’Espresso in edicola domenica 3 dicembre con Repubblica ricostruisce le relazioni pericolose dei membri della commissione con il mondo bancario e racconta le scelte della politica che hanno finito per favorire i banchieri corrotti.

Esemplare il caso del deputato Pd Franco Vazio, già membro del consiglio di amministrazione di Carisa, la banca di Savona controllata dalla Carige, travolta da perdite e costretta a chiedere 700 mlioni in Borsa per evitare il crack. Vazio nel 2013 si era speso in un pubblico attestato di stima per Giovanni Berneschi, il presidente di Carige arrestato nel 2014 e di recente condannato per truffa e riciclaggio.

La lista dei membri della commissione in potenziale conflitto d’interessi comprende molti altri nomi, tra cui Francesco Bonifazi, il deputato toscano del Pd amico di Maria Elena Boschi, e il senatore siciliano di Forza Italia, Antonio D’Alì, legato a uno degli avvocati di Giovanni Zonin, l’ex patron della Popolare di Vicenza.
Come ricostruisce l’inchiesta dell’Espresso, le crisi bancarie che hanno bruciato risparmi per miliardi potevano essere evitate se il Parlamento non avesse rinviato per anni riforme decisive come quella delle Popolari, imposta per decreto solo nel 2015, o delle fondazioni bancarie, varata anche questa due anni fa. Troppo tardi per evitare i crack.

Nel caso del Monte dei Paschi, la fondazione che controllava l’istituto è arrivata a indebitarsi per centinaia di milioni pur di non perdere il controllo sulla banca senese. Era il governo a possedere le chiavi d’accesso per metter fine alla corse verso il disastro. Per legge infatti la vigilanza sulle fondazioni spetta al ministero dell’Economia. Ma gli esecutivi che si sono succeduti per una quindicina d’anni, quelli di centrosinistra come quelli a guida berlusconiana, si sono ben guardati dall’intervenire a Siena.