I FURBETTI CHE HANNO CAUSATO I CRACK BANCARI – Ilva, Marcegaglia già si prepara a sfilarsi. Venderà una quota a Intesa per ridurre i debiti che zavorrano il suo bilancio.

Ilva, Marcegaglia già si prepara a sfilarsi. Venderà una quota a Intesa per ridurre i debiti che zavorrano il suo bilancio

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La Finmar, cassaforte dell’ex presidente di Confindustria, stando al bilancio 2015 è esposta per 1,3 miliardi nei confronti delle banche, 1,1 dei quali in scadenza nei prossimi 12 mesi. Grazie alla partita del siderurgico potrà tirare il fiato. Così si spiega l’impegno nella cordata con ArcelorMittal, a cui il governo ha assegnato le acciaierie di Taranto nonostante il parere negativo dei tecnici sul piano.
Doveva essere l’investitore industriale italiano che avrebbe tutelato gli interessi del Paese nella partita Ilva. E invece il gruppo Marcegaglia non fa neanche in tempo a chiudere l’accordo per conquistare le acciaierie di Taranto che già si prepara a sfilarsi. L’azienda che fa capo ad Emma Marcegaglia e a suo fratello Antonio cederà infatti a stretto giro una quota dell’Ilva ad Intesa Sanpaolo, che è creditrice sia del gruppo dell’ex presidente di Confindustria sia delle acciaierie pugliesi. Nel frattempo “quale partner industriale italiano”, Antonio Marcegaglia ha assicurato che si impegnerà “affinché tutte le parti interessate possano trarre il massimo beneficio da questa straordinaria opportunità di rilancio del più grande asset siderurgico europeo che è Ilva”.
Così il suo gruppo potrà rafforzarsi e Intesa sperare di recuperare i suoi crediti. “Sono solo interessi. Sono solo soldi da restituire alle banche, sono solo favori che si devono scambiare”, ha sintetizzato il governatore della Puglia, Michele Emiliano, bocciando seccamente la decisione del ministero dello Sviluppo di assegnare le acciaierie alla cordata Am Investco, formata dal duo Arcelor-Marcegaglia. “Addirittura, Marcegaglia ha dei debiti nei confronti dell’Ilva e quindi in questo modo, acquistando l’Ilva, probabilmente migliora la sua posizione finanziaria. Cose inenarrabili”, ha concluso il governatore.Non è un mistero infatti che negli ultimi tempi gli affari nell’acciaio non vadano a gonfie vele: a livello globale la domanda è al palo (-0,8%), complice anche il rallentamento dell’economia mondiale. Così nel 2015 la Finmar srl, cassaforte di Emma e Antonio Marcegaglia che controlla il 13% del capitale (con il 51% dei diritti di voto) della Marcegaglia holding, ha chiuso il bilancio consolidato con una perdita vicina ai 55 milioni. Ma soprattutto i conti sono stati appesantiti da 3,3 miliardi di debiti di cui più di un miliardo verso i fornitori, 588 milioni di “altri debiti” e 1,3 miliardi verso le banche con 1,1 miliardi in scadenza nell’arco dei prossimi dodici mesi. Certo, guardando i ricavi industriali, la Marcegaglia holding fattura 3,8 miliardi dando lavoro a 6.393 persone e e ha una buona redditività industriale (5,7%) in un settore a forte impiego di capitale. Ma i debiti restano comunque un pesante fardello soprattutto quando le banche stringono i cordoni della borsa e i clienti rallentano nei pagamenti. Non a caso, come si legge nel bilancio 2015, il gruppo ha negoziato una linea di credito a medio termine “con l’obiettivo di rifinanziare le linee a breve in un’ottica di allungamento dell’orizzonte temporale medio del proprio debito”. Detta in altri termini, la società ha deciso di spostare in avanti le scadenze di parte dei suoi debiti sperando in tempi migliori.
Stando così le cose, si capisce perché l’impegno di Marcegaglia nella partita Ilva sia massimo. E, in un certo senso, sia anche dovuto per “ricompensare” un governo che ha deciso di assegnare le acciaierie di Taranto al tandem Arcelor-Marcegaglia, nonostante le perplessità dell’Antitrust europeo e il parere negativo dei tecniciincaricati dai commissari straordinari di valutare le offerte. E persino a dispetto del fatto che la cordata concorrente, Acciaitalia, formata dal gigante Jsw Steel e dalla Delfin di Leonardo Del Vecchio, avesse deciso di alzare la posta in gioco rilanciando di 650 milioni (a 1,85 miliardi) e promettendo subito la riassunzione di 9800 persone su 14mila dipendenti. Quest’ultimo argomento era piaciuto molto al sindacato che teme i 5-6.000 mila esuberi nel piano della cordata vincitrice. Ma il governo non ha voluto sentire ragioni chiudendo la partita a favore di Am Investco perché, come ha spiegato il ministro Carlo Calenda, il rilancio non si poteva proprio accettare in quanto “contrario alle procedure di gara” e poi perché i “Paesi seri non cambiano le regole in corsa o ex post”. Soprattutto quando il ballo non c’è solo il futuro dell’Ilva, ma anche quello del gruppo Marcegaglia e le prospettive di rientro dei crediti di una maggiori banche del Paese.
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Ilva, l’Europa “espelle” Marcegaglia

L’Antritrust chiede al gruppo italiano di uscire dalla cordata con l’indiana Arcelor

 

L’Unione europea mette il gruppo Marcegaglia alla porta. Nella partita per la vendita e il salvataggio dell’Ilva la società dell’ex presidente di Confindustria non potrà più esserci.

 

Secondo indiscrezioni, sarebbe questa una delle condizioni richieste dall’Antitrust europeo per poter dare il proprio via libera alla cessione-salvataggio del polo siderurgico tarantino.

A stretto giro, dunque, Marcegaglia (socio con il 15%) dovrà abbandonare la cordata Am Investco che si è aggiudicata il destino del gruppo lasciando, di fatto, ai franco-indiani di ArcelorMittal (85%) mano libera e totale controllo. Fuori Marcegaglia – che per ora non commenta «per rispetto della delicatezza della procedura» – l’unica «presenza» italiana è ancora tutta da verificare. Intesa Sanpaolo, che sarebbe pronta a entrare con una quota intorno al 5%, è infatti formalmente fuori dalla cordata in attesa del definirsi dell’accordo sindacale e ambientale, nonché dei via libera Antitrust. Inoltre è un socio prettamente finanziario che poco potrà dire sulle scelte industriali. Ma perché Marcegaglia è obbligata al passo indietro? La Commissione Ue, che lo scorso 8 novembre ha aperto un’indagine sull’operazione, non ha voluto per ora commentare le indiscrezioni. Ma Bruxelles teme una riduzione della concorrenza e un aumento dei prezzi per i prodotti piani di acciaio al carbonio laminati a caldo, a freddo e zincati utilizzati dalle imprese in vari settori, dall’edilizia, all’auto. La preoccupazione è che la restrizione della concorrenza possa portare, soprattutto per le pmi dell’Europa meridionale, un aumento dei prezzi.

Decisamente minori i timori di Bruxelles nei confronti di ArcelorMittal a cui sarebbe stato chiesto, sempre in nome della concorrenza, la cessione dell’impianto di Piombino. Una situazione complessa che apre ulteriori scenari su Taranto. E una serie di dossier collegati: a questo punto l’ingresso di Intesa Sanpaolo potrebbe infatti essere ridefinito rilevando anche la quota Marcegaglia. Inoltre, quest’ultimo, debitore del gruppo Ilva, dovrà ridefinire i rapporti finanziari con Taranto. Infine, l’uscita di scena di un «garante» italiano potrebbe richiamare in causa un coinvolgimento della Cdp.

Sullo sfondo restano poi le partite chiave, oltre al capitolo industriale, il confronto tra Ilva e Commissione resta aperto anche sul fronte ambientale. Mentre potrebbe essere presto chiusa la procedura che riguarda i fondi messi a disposizione dalla Stato per il risanamento dell’area. Nuove perplessità sarebbero sorte a Bruxelles riguardo al piano di bonifica che verrebbe applicato su un arco di cinque anni, un periodo troppo esteso per porre fine a una situazione ritenuta critica non solo dagli ambientalisti e dai cittadini di Taranto. Il piano di Arcelor, illustrato la settimana scorsa ai sindacati, prevede investimenti per 1,15 miliardi, di cui circa 750 milioni nei primi tre anni e il resto nei tre anni successivi, per il risanamento ambientale dell’impianto siderurgico tarantino. Circa 300 milioni saranno destinati alla copertura dei parchi minerali. La parte più significativa degli interventi ambientali dovrebbe essere ultimata solo nel 2021. In merito ai prossimi appuntamenti, la decisione di spacchettare la vertenza Ilva in più tavoli per gli enti locali ha aperto un nuovo calendario. Domani (22 novembre) ci sarà l’audizione dei vertici di ArcelorMittal alla Commissione industria del Senato, poi, il 27 e il 28 novembre tornerà il confronto sindacale con l’amministrazione straordinaria su tutti i temi aperti, dal piano industriale a quello ambientale

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Forte Village, il paradiso perduto di Emma Marcegaglia

Marcegaglia e Andrea Donà Dalle Rose mettono in vendita la gestione del Forte Village per 200 milioni. All’Unicredit la ristrutturazione del gruppo.

Una veduta del Forte Village (Credits: Mauro Galligani)

 

Il paradiso, stavolta, non può più attendere. Il dossier del Forte Village, l’hotel sardo nominato per 13 volte consecutive «miglior resort del mondo», è sul tavolo dell’advisor Unicredit che sta proponendo ai big dell’hôtellerie questa gemma del made in Italy, la cui gestione dal 2007 è nelle mani del tandem Mita resort, presieduta da Emma Marcegaglia, e Olli resorts di Andrea Donà Dalle Rose, appena finito nell’indagine per l’evasione fiscale legata alla cessione del marchio Valentino. Valore dell’operazione 200 milioni di euro, di cui circa 130 cash, per rilevare la gestione (l’immobile è del fondo IdeaFimit) fino al 2037 del complesso di Santa Margherita di Pula, che comprende sette alberghi, 700 camere, 33 suite, e che fattura 65 milioni di euro, dando lavoro a 1.000 persone.

Alla base della decisione di mettere in vendita il gioiello di Mita (che ha anche altre proprietà alberghiere, come l’isola di Albarella, Castel Monastero nel Chianti, Pugnochiuso Resort in Puglia, Le Tonnare a Stintino e il mai decollato Porto Arsenale della Maddalena) ci sarebbe la ristrutturazione del Gruppo Marcegaglia, che ha appena annunciato di «dovere attuare un piano di razionalizzazione delle sue attività diversificate per il deterioramento delle condizioni di mercato».

Il gruppo siderurgico mantovano, che ha chiuso il 2011 con 4,3 miliardi di fatturato, nel 2012 prevede un calo dei volumi del 2 per cento contro una flessione della domanda europea superiore all’8. L’azienda «ricorrerà solo parzialmente alla cassa integrazione ordinaria e limitatamente agli stabilimenti di Pozzolo Formigaro (Alessandria) e di Boltiere (Bergamo)», mentre verrà chiuso l’impianto Bvb di San Lorenzo in Campo (Pesaro) e ridimensionato quello della Imat di Fontanafredda (Pordenone). Il gruppo, guidato dal fratello dell’ex presidente della Confindustria, Antonio, avrebbe 1 miliardo di euro di debiti, la maggior parte dei quali in portafoglio proprio all’Unicredit.

 

VIDEO: 2017