Commissione banche: l’arena di San Macuto

Luca Erzegovesi

Professore di Finanza aziendale

Università di Trento

 

Rubo il titolo alla nuova trasmissione di Massimo Giletti su La7 per il post promesso qui sulla seconde audizioni in commissione banche di Angelo Apponi (Consob) e di Carmelo Barbagallo (Banca d’Italia), che si sono tenute il 9 novembre. Lo assumo come un antidoto contro le allucinazioni. Perché dovevo essere in stato allucinatorio quando la sera dello stesso giorno ho commentato così il post di Matteo Renzi da poco messo su Facebook

Un giorno in Procura

Ma torniamo agli antefatti. Giovedì 9 novembre ho cercato di seguire in diretta le audizioni. Mi sono perso la prima ora e mezza (lezione in aula), compreso il siparietto (così definito dal vice Presidente Marino a La7 Omnibus, e di cui trovate il video qui), nel quale vediamo all’opera una Commissione molto zelante nell’assolvere i suoi compiti di organo inquirente con poteri equivalenti a quelli della Magistratura. Tanto che un membro arriva a proporre il sequestro dello smartphone del dott. Barbagallo da parte delle Fiamme Gialle per impedirgli di seguire in streamingl’audizione (pardon, la testimonianza giurata) del dott. Apponi che era in corso di svolgimento. Eh, troppo comodo aggiustare la linea difensiva a proprio piacimento! La classica situazione da teoria dei giochi, il dilemma del prigioniero: se Prigioniero A confessa e Prigioniero B non confessa, bingo! Patteggiamento per Prigioniero A e Prigioniero B finisce agli arresti davanti alle telecamere.

Strano, però, non si aveva a che fare con due indiziati di manipolazione del Libor, insider trading o altri gravi reati finanziari, come in Suits, la serie Netflix. Le misure cautelari riguardavano due dirigenti di BdI e Consob che nella precedente audizione avevano rappresentato in modo discordante le comunicazioni intercorse tra le rispettive Autorità, tanto che li si era riconvocati per un “confronto all’americana” sulle rispettive versioni. Confronto che non c’è stato perché si è preferito passare alla modalità interrogatorio ai sensi del Codice di procedura penale, necessariamente un teste alla volta. Il presidente Casini non era d’accordo, ma la Commissione lo ha deciso a larga maggioranza. I due interessanti hanno accettato, con solenne giuramento prima delle rispettive testimonianze.

Le sconvolgenti rivelazioni

Come vi dicevo mi ero perso il prologo, eppure mi è bastato seguire l’escussione di Apponi per cogliere un clima un po’ forzato. Lo zelo degli inquirenti era eccessivo. Che cosa è venuto fuori? Per la massima parte chiarimenti su aspetti tutti legati alle azioni gonfiate di cui al post precedente:

  • su Banca popolare di Vicenza
    • la Consob ha confermato l’accusa a Banca d’Italia di non averle comunicato i vizi della procedura di pricing delle azioni riscontrati nel 2001, nel 2008 e nel 2009;
    • la Banca d’Italia ha confermato e ha motivato la mancata comunicazione in due modi, (a) le emissioni di azioni non erano previste nel protocollo di scambio informativo allora applicato tra le due Autorità e (b) la disfuzione riguardava un processo organizzativo della banca vigilata, aspetto sul quale BdI poteva intervenire efficacemente in modo autonomo, come poi è avvenuto;
  • su Veneto banca
    • Consob ha confermato di aver ricevuto dalla Banca d’Italia una sintesi delle risultanze dell’ispezione in Veneto Banca del 2013 nel quale faceva notare che il price/book value di 1,43 era incoerente con il contesto economico e con le negative performance reddituali dell’esercizio 2012, e poteva risultare d’ostacolo al compimento di operazioni societarie per le ricadute sull’azionariato; la BdI non aveva però incluso il passaggio, presente nella versione riservata del rapporto ispettivo, secondo cui “il procedimento di formazione del prezzo non seguiva canoni di completezza e razionalità”; Consob lo avrebbe riscontrato nella propria ispezione del 2015, avviata anche in risposta alla forte crescita degli esposti della clientela;
    • secondo Banca d’Italia, che ha confermato quanto riferito da Apponi, la sintesi fornita era adeguata a rappresentare il problema, e che se la Consob lo avesse considerato rilevante, avrebbe dovuto chiedere un supplemento di indagine, che la Vigilanza bancaria avrebbe svolto;
    • Consob ha stigmatizzato di non aver ricevuto un allerta sulle criticità della banca, o altri inviti alla cautela nell’autorizzare la ricapitalizzazione; Bankitalia avrebbe laconicamente riferito che «l’operazione era strumentale a obiettivi previsti dal piano per effettuare acquisizioni coerenti con il modello strategico della banca salvaguardando liquidità e solidità»; in forma più velata, qui Consob contesta una parziale o non tempestiva comunicazione di problemi noti a Banca d’Italia.

Sull’ultimo rilievo, il più sostanziale e delicato, tornerò tra poco. Chiudiamo il resoconto con due informazioni interessanti raccolte come ricaduta del dibattito:

  • le due banche non hanno effettuato operazioni sul capitale negli anni precedenti il 2013, motivo per cui non si sono scambiate in quegli anni informazioni specifiche da inserire nei prospetti informativi, ovviamente;
  • i prospetti informativi relativi alle obbligazioni subordinate di diritto estero con cedola 9,5% emesse da entrambe le banche a fine 2015 non sono state approvate dalla Consob, ma dall’Autorità di mercato lussemburghese.

Molti dei membri della Commissione non erano al corrente di queste informazioni. I commissari, come il vasto pubblico, immaginano che gli intermediari siano sottoposti a un monitoraggio continuo dell’operatività che fa scattare subito indagini, misure cautelari e azioni repressive. Non è così, e non potrà mai esserlo. Sarebbe la paralisi dell’operatività. L’azione di lobbying degli intermediari tende ovviamente a diradare e a rendere meno incisivi i controlli, e a migrare verso giurisdizioni più compiacenti (le direttive Ue sui vari passaporti europei consentono di farlo). Anche di questo si deve tenere conto nel giudicare l’operato delle agenzie di supervisione nazionali.

Grillini e renziani: «Avete visto? Avevamo ragione noi»

Alla fine il punto specifico che è venuto fuori si limita alla divergenza delle interpretazioni sulla rilevanza di un problema emerso nelle due banche (quello del pricing delle azioni) e sul grado di tempestività e di dettaglio delle comunicazioni che lo hanno riguardato. Aspetti degni di rilievo, ma certo non clamorosi, come invece pare li abbiano colti alcuni membri della commissione i quali, subito dopo l’audizione di Apponi, twittavano (ma è giusto che un commissario inquirente si metta a twittare in tempo reale?)

Meno male che commissione inchiesta banche non serviva a nulla. Dopo poche audizioni, pentolone delle cose che non tornano su  è già esploso

Quello che sta emergendo in commissione banche è serio, grave e allarmante. E dimostra che abbiamo fatto bene a volere questa commissione. E a dire che il sistema di vigilanza aveva delle serie falle.

Se le cose stanno come sono emerse oggi dalla testimonianza di Consob in Commissione Banche, allora in molti dovranno chiedere scusa al PD. La nostra posizione è sacrosanta e doverosa: il quadro che sta emergendo è inquietante con carenze tecniche commesse ad altissimo livello.

  abbiamo un problema! O tra voi non parlate (grave) o qualcuno mente (gravissimo).E i cittadini pagano. Governo complice

Oggi in  ho assistito a un teatrino, tragico per i 500.000 risparmiatori che hanno perso i risparmi
Consob ha accusato Bankitalia di non aver indicato nel 2013 problemi su Veneto Banca  da anni chiede le dimissioni dei vertici di  e di 

Un ulteriore commento durante la seduta con Barbagallo.

In Commissione Banche la Banca d’Italia conferma che l’ispezione 2013 è stata consegnata a Consob nel 2015. Prima solo una lettera che Consob ritiene insufficiente e fuorviante. 2 anni di ritardo = gravi responsabilità e danni enormi @Deputatipd @matteorenzi

La mia analisi controfattuale

Di fronte a tanta indignazione per le “rivelazioni” della Consob, mi sono ingenuamente chiesto che cosa sarebbe cambiato negli sciagurati aumenti di capitale del 2013-2014 se alla montagna di carte tra via Nazionale e via Martini si fossero aggiunte le 10 cartelle che, secondo Apponi, mancavano all’appello. Consob avrebbe scoperto problemi nascosti che già non conosceva, specifici di quelle banche o comuni ad altri istituti che si ricapitalizzavano con titoli non quotati? Era all’oscuro che i prezzi fossero manipolati senza alcun aggancio con redditività e multipli di Borsa delle comparabili? Avrebbe negato l’approvazione ai prospetti, evitando la cattura di risparmiatori ignari e ingannati? No, no e no.

Le due banche hanno fatto porcherie immani in quelle operazioni sul capitale. Le Autorità ne avevano un quadro incompleto (specialmente a Vicenza), e resta da accertare perché. La versione ufficiale è che le banche (anche qui, specialmente a Vicenza) hanno montato (definizione del DG di Consob)

un ecosistema collusivo volto a occultare in maniera sistematica e fraudolenta informazioni al mercato e alle stesse autorità di vigilanza.

Sì, erano due banche con numeri in peggioramento sul fronte del credito e capitale scarso (qui Vicenza pareva messa meglio), ma si pensava che un’adeguata ricapitalizzazione avrebbe risolto il loro problemi, tanto gli immediati (superare l’esame della Bce) quanto i successivi (smaltire gli Npl e tornare a guadagnare). Invece no, messe di fronte al baratro della bocciatura da Francoforte, stavano montando operazioni tese a reperire capitale fasullo con finanziamenti baciati, con predazioni commerciali ai danni di neo-soci di cui manomettevano i profili Mifid, e (se non bastasse) con l’aggravante di un prezzo spropositato al quale, nel frattempo, altri soci di maggior riguardo riuscivano a vendere e uscire.

Entrambe le autorità ne hanno avuto piena contezza nelle rispettive ispezioni del 2015. Banca d’Italia avrebbe scoperto la valanga di azioni baciate a Vicenza (circa un miliardo di euro), pare accumulatasi in maggior volume e minor tempo grazie (si fa per dire) a operazioni di maggior taglia media (con clienti compiacenti), in parte occultate con triangolazioni (come il fondo Optimum). Consob avrebbe setacciato gli archivi Mifid sconnessi e taroccati e le mail tra la direzione e il perito valutatore delle azioni, dalle quali risultava un procedimento di pricingpesantemente condizionato dal committente. Quanto sapessero, o sospettassero, di tutto ciò prima di autorizzare gli aumenti di capitale non lo si saprà forse mai. Questo è il punto dolente, l’eventuale grave negligenza o compiacenza che la Commissione avrebbe dovuto contestare. Ebbene, molti dei suoi membri lo hanno fatto nelle prime audizioni e alcuni nella seconda col dott. Barbagallo.

Il 9 novembre, tuttavia, la vis inquisitoria si è concentrata sulla prova regina, lo smoking gun, i dieci fogli di carta che sono mancati all’appello. L’indignazione per le scandalose condotte svelate e l’euforia per aver inchiodato il testimone Apponi mi sembravano troppo enfatizzate.

La micro-querelle con l’on. Zanetti

Tant’è che mi sono indignato a mia volta, e ne è venuto fuori questo siparietto di tweet con l’on. Zanetti, membro della Commissione ed ex vice Ministro dell’economia nel governo Renzi.

Ditemi voi se, sulla base del quadro che sta emergendo anche oggi in commissione d’inchiesta, incaponirsi nel… http://fb.me/7PXMdYU6f 

… confermare Visco»
O ditemi se, per contestare retrospettivamente la riconferma, incaponirsi in questa parodia dell’inquisizione https://twitter.com/enrico_zanetti/status/928634739271127040 

Lo scontro Consob-Bankitalia

Secondo i commenti del giorno dopo (vedi oltre), gli esponenti delle due Autorità si sarebbero scontrati duramente. «Sono volati gli stracci». Ascoltando il parlato, si nota una certa insistenza del dott. Apponi sulle mancate comunicazioni dalla Vigilanza bancaria. Un’insistenza eccessiva, tenuto conto del limitato valore incrementale delle informazioni che sarebbero rimaste riservate. Come spiegarla? Qualche ipotesi: autodifesa dalla pressione di alcuni commissari, forse consigli dello staff legale di Consob (dopo tutto si trattava di un interrogatorio con rilievo penale), non penso qualche sassolino nella scarpa.

Dal canto suo il dott. Barbagallo ha risposto compostamente a tutto. Si è concesso un velo d’ironia quando ha risposto che la comunicazione a Consob del novembre 2013 relativa a Veneto Banca non era “la lettera di Natale”, ma il resoconto sintetico dell’ispezione che elencava tutti i problemi emersi. Se Consob non ha ritenuto di approfondire il tema dei prezzi gonfiati, è un problema suo. Avrebbe dovuto richiedere integrazioni. Ma oltre a questo, non ho notato nessun’altra critica o censura.

Sul piano dell’accertamento delle disfunzioni, mi paiono più interessanti le ammissioni di entrambi i convenuti sull’inefficacia degli attuali dispositivi di supervisione. Apponi ha ribadito di non aver potuto bloccare gli aumenti di capitale perché non è ancora operativa la product intervention prevista dalla Mifid 2. Al riguardo, ha smorzato i facili entusiasmi, trattandosi di un nuovo strumento che deve essere attuato, il che richiederà forti investimenti in procedure e personale. Uno pensa che i reati e i cattivi comportamenti finanziari si possano reprimere come nelle scene d’azione de Gli intoccabili, invece no, si tratta di un’azione di inibizione a mezzo carta che richiede istruttorie, giudizi nel merito e provvedimenti esecutivi ancora più complessi di quelli previsti per accertare una violazione delle regole di profilazione MIFiD o per negare la pubblicazione a un prospetto incompleto. Del resto anche Al Capone, il cattivo del film, fu incastrato per evasione fiscale. Non è stato facile portarlo alla condanna (e fargli urlare «a lot of talk and a badge!») perché il suddetto era spalleggiato da consulenti legali armati fino ai denti di armi cartacee come i suoi scagnozzi di armi a ripetizione. Anche gli intermediari ingaggiano agguerriti consulenti legali (spero non gli scagnozzi).

Anche Barbagallo ha ammesso che l’unica difesa da quelle operazioni fallaci sarebbe stata il divieto di effettuarle. La Banca d’Italia non lo poteva fare, ma si potrebbero proibire le nuove emissioni di azioni e strumenti di capitale quando il punteggio ricevuto nell’esercizio di supervisione annuale SREP o in un’ispezione sul posto supera una soglia di negatività. Anche questo non sarebbe la panacea, dato che scatterebbe dopo che la Vigilanza accerta uno stato di alto rischio di dissesto, mentre sarebbe necessario intervenire preventivamente.

Note
Si è aperto così in Commissione banche il dibattito sulla revisione delle regole e delle pratiche di Vigilanza prudenziale e di protezione del cliente. Un tema importante sul quale voglio tornare con post dedicati.

Quanto ai protocolli e alle pratiche di scambio di informazioni e di collaborazione, entrambi gli auditi hanno riconosciuto la possibilità e la volontà di migliorarli. Per quello che possono servire.

The day after

Venerdì 10 novembre tutti i giornali aprivano in prima pagina sulle audizioni del giorno precedente. Non voglio tediarvi con una rassegna stampa di notizie che avrete letto fresche di giornata. Ci basti questa sinossi di titoli e firme. Corriere, Repubblica e il quotidiano di Confindustria escono in prima con lo scontro, o la spaccatura, tra Banca d’Italia e Consob. I commenti e i retroscena nelle pagine interne (Italia più che economia) raccontano le incongruenze tra le versioni delle due autorità e le tensioni in Commissione. Il messaggio conclusivo è: ci sono state delle mancanze, delle falle nel loro operato e nella reciproca comunicazione.

Note
Molte altre testate hanno coperto bene le notizie da Palazzo San Macuto. Non posso citarle tutte per limiti di tempo. Trovate di più sul mio profilo twitter.

Corriere della sera

10corriere

Repubblica

Troviamo in prima un commento di Francesco Manacorda in cui si ipotizza che il bersaglio degli attacchi potrebbe essere Draghi. La tesi è che qualcuno possa aver messo in cattiva luce Draghi per ostacolare il suo possibile ritorno in Patria, alla scadenza del mandato in Bce, con un ruolo di Premier tecnico.

10repubblica

Il sole 24 ore

10sole

La Stampa

Il quotidiano torinese si stacca dal resto e mette in prima un editoriale di Stefano Lepri che motiva gli apparenti ritardi degli interventi di Banca d’Italia con la scelta prioritaria per l’obiettivo di stabilità (i suoi argomenti convergono con la mia ipotesi dei Men in black). In maggior risalto troviamo uno scoop di Giancarlo Paolucci che chiama in causa Mario Draghi (come visto anche su Repubblica). Il tutto è corredato da rinvii a cronache e commenti sulla giornata di tenore simile a quelli degli altri quotidiani.

10stampa

L’uscita di Paolucci mi ha sorpreso, in quanto alzava il livello di allarme sull’attacco alle istituzioni. Non soltanto le autorità domestiche in carica si erano esposte a critiche, ma l’ex capo di via Nazionale avrebbe ignorato nel 2009 un documento riservato che segnalava la pericolosa sopravvalutazione delle azioni BPVi. Stimo Paolucci come un eccellente giornalista investigativo. Ricordo la sua coraggiosa indagine sulle interferenze di Unipol con la riforma delle assicurazioni RC auto, che gli è costata una perquisizione in casa. Mi è però sorto il dubbio che la bomba su Draghi fosse una rilettura contestualizzata dei rilevi ispettivi sui quali Barbagallo aveva ampiamente riferito in Commissione. Tant’è che gli ho twittato, ricevendo la seguente risposta

Non è che per caso un rapporto ispettivo è diventato nota segreta così come ieri una differenza di opinioni BdI Consob è diventata rissa? https://twitter.com/giapao/status/928919790315597825 

No prof, nel rapporto ispettivo il passaggio sulle azioni è radicalmente diverso, come spiego nell’articolo

Ne deduco che la notizia si fondava su documenti diversi dal rapporto ispettivo (probabilmente una memoria riservata per il Governatore). I miei dubbi sulla caratura della fonte non sono svaniti, ma poco conta. La notizia era stata lanciata, con il via libera (presumo) del direttore Maurizio Molinari.

Il sabato dei colonnelli

Il giorno successivo, a due giorni dalla sessione a Piazza San Macuto, il tono dei principali quotidiani cambia completamente. La cronaca, i commenti e i retroscena sulle testimonianze relative alla banche venete cedono il posto a editoriali e commenti più pacati. Si percepisce la volontà di rimediare ai toni troppo critici verso le Autorità del primo day after. Cambiano però i messaggi e le letture dei diversi giornali.

Corriere della sera

Qui troviamo un commento di Verderami in prima sui rischi di un attacco impulsivo alle istituzioni di Vigilanza in cui si dà voce a un moderato e preoccupato presidente Casini. Lo accompagnano due approfondimenti più tecnici, Fabrizio Massaro documenta l’azione correttiva di Banca d’Italia, mentre Milena Gabanelli si diffonde sulla scarsa efficacia del processo autorizzativo dei prospetti, chiamando in causa la Consob.

11corriere

Repubblica

Qui il focus è la difesa di Draghi dall’attacco ipotizzato il giorno prima. Vi provvedono Francesco Manacorda che raccoglie segnali rassicuranti dall’on. Rosati e Rosaria Amato che riporta voci da via Nazionale a tutela dell’ex Governatore. Rosati sembra smentire qualsiasi timore di ostilità contro Draghi, anche se conferma l’allergia del Pd a nuovi governi tecnici. Anche qui troviamo un grave monito a piromani e demolitori affidato al commento politico di Stefano Folli.

11repubblica

Il sole 24 ore

Si riprendono le precisazioni del Pd su Draghi e le accuse di Renzi alle Autorità. Per primo, il quotidiano di Confidustria dedica una rassegna di Laura Serafini e un commento cartesiano di Donato Masciandaro sul ridisegno dei compiti delle Autorità di vigilanza.

11sole

La Stampa

La linea del quotidiano torinese si distacca ancora dal resto. Un editoriale di Marcello Sorgi trascura le polemiche contingenti sulle presunte mancanze della Banca d’Italia e pronuncia una vibrante arringa difensiva, nella quale si ripercorrono i meriti di Visco nel contrasto alla mala gestio delle banche egemonizzate dai potentati locali, e si legge nel livore di Renzi una ritorsione per non aver informato l’allora Premier della decisione di commissariare Banca Etruria. In un altro articolo si riporta una rassicurazione da Francoforte attribuita a un Mario Draghi che, si riferisce, è del tutto tranquillo di aver fatto quello che si doveva sul dossier popolare di Vicenza

11stampa

Domenica in libera uscita

Nell’uscita domenicale il tema banche non scompare, ma i contenuti si diversificano ancora di più di sabato.

Corriere della sera

Il Corriere sposta i riflettori dal Veneto a Ferrara e a Bari. La prima notizia è sulla causa vinta da un ex azionista Carife verso la good bank creata con la risoluzione del novembre 2015 (oggi confluita in BPER): sarà risarcito per la vendita scorretta di azioni in violazione della MIFiD. Da Carife, che sarà analizzata dalla Commissione d’inchiesta nell’ultimo lotto di casi, si passa poi alla popolare di Bari, che non rientra nel novero delle dissestate. Federico Fubini si sofferma sull’eccessiva valutazione delle azioni in occasione della trasformazione della banca in SpA e della conseguente paralisi del mercato secondario sul circuito Hi-Mtf. Leggo i due spunti come un invito a considerare le crisi bancarie da altri punti di osservazione e come un fenomeno diffuso anche in altre parti del sistema (tesi cara al vice Presidente della Commissione Brunetta).

12corriere

Repubblica

Anche Repubblica sposta la telecamera dal Veneto, ma questa volta su Arezzo, con un’ampia ricostruzione del processo autorizzativo delle emissioni di strumenti di capitale fatte nel 2013. Qui riaffiora un atteggiamento critico verso la Consob e la Banca d’Italia, come a documentare un altro episodio in cui sono emerse, forse in maniera più seria, le disfunzioni censurate dalla Commissione con riferimento alle due venete.

12repubblica

La Stampa

Ancora una volta è il giornale diretto da Molinari a lanciare i messaggi più forti e innestati nel dibattito dei giorni precedenti. Come la critica a Draghi di venerdì aveva attivato Sorgi il sabato con la difesa di Visco, così quest’ultima ha fatto scattare domenica la risposta. In una lettera al giornale, il segretario del Pd smentisce il mancato preavviso sul comissariamento di Etruria, ribadisce il giudizio negativo sull’operato dei supervisori italiani e la sua lealtà verso le istituzioni. A lato Giancarlo Paolucci propone un pezzo su Mps. Contiene una sorta di giustificazione preventiva del mancato intervento di Banca d’Italia sulle gravi criticità rilevate (buchi di bilancio per i derivati Santorini nel 2010 e Alexandria nel 2011) e tamponate (linea di liquidità di 2 miliardi a fine 2011) presso la banca senese, sulla quali saranno probabilmente costruiti i capi d’accusa nel prossimo round dei lavori della Commissione. Paolucci parla di approccio macroprudenziale seguito da via Nazionale, inteso come linea di intervento attuata nel riserbo per evitare il dissesto della banca.

12stampa

Il sole 24 ore

In prima troviamo un commento di Giorgio La Malfa e Paolo Savona nel quale si riprende il tema della riforma della supervisione lanciato il giorno precedente. L’ho ripreso in questo tweet

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Giorgio La Malfa e Paolo Savona in prima sul @sole24ore: La commissione di inchiesta che serve.
Ok portare attenzione su riforma supervisione, ma prima di ridisegno c’è tanto guano da spalare, difficile se tutti giocano a tirarselo addosso

Un lunedì riflessivo

Lunedì 13 novembre la copertura del tema banche si dirada nei principali quotidiani. Repubblica non torna sui filoni aperti dall’audizione di giovedì 9. Il sole 24 ore è silente. Gli altri due maggiori quotidiani tornano a una linea di cautela e moderazione.

Corriere della sera

Il Corriere riprende l’intervista rilasciata il giorno prima da Silvio Berlusconi al Quotidiano nazionale nella quale prende le distanze dalla linea molto critica di Renzi verso il sistema bancario e le Autorità di vigilanza, censurando anche l’irresponsabile attacco a Draghi. Un lungo pezzo di Federico Fubini analizza l’evoluzione del quadro di vigilanza europeo, con il pericolo di una stretta sugli investimenti bancari in titoli di Stato. Lo scontro fra Matteo Renzi e Ignazio Visco minaccia di concentrare il dibattito sulle banche solo sul passato, senza attenzione alle partite del futuro in Europa.

13corriere

La Stampa

Troviamo ancora un’apertura in prima sulle banche con il messaggio di moderazione (e di realistica attesa di altri spettacoli spiacevoli) raccolto nell’intervista di Ugo Magri a Pier Ferdinando Casini e un editoriale dell’economista Franco Bruni, Riscrivere le regole della stabilità. Il filone della riforma delle regole di Vigilanza sarà sempre più frequentato nelle settimane a venire. All’interno troviamo un reportage da Arezzo di Giancarlo Paolucci sui giorni prima del Commissariamento di Banca Etruria, nel quale si conferma la tesi di Sorgi: in banca e quindi in ambiente Renzi-Boschi non si era al corrente dell’imminente decisione.

13stampa

E adesso?

Non è stato semplice riassumere quello che si è detto e scritto in questi giorni sui lavori della Commissione banche. Da un lato è sempre alto il livello della contesa tra Matteo Renzi e la Banca d’Italia, a quanto risulta dal botta e risposta sulla Stampa. Nel dibattito si levano anche voci moderate e non schierate, che hanno a cuore il prestigio delle Istituzioni coinvolte. Cresce l’attenzione per le ipotesi di riforma della supervisione, che dovrebbe rappresentare il naturale sbocco propositivo dell’indagine parlamentare. Al momento sono usciti spunti ancora generici, ma è importante che il lavoro sia cominciato. Riprenderò il tema in un prossimo post.

Dal mio punto di osservazione continuerò a seguire la Commissione, che domani comincia a lavorare sul dossier forse più esplosivo, quello del Monte dei Paschi di Siena. Mi trovo costretto a ridurre il tempo dedicato al reportage dei lavori svolto fin qui, in modo amatoriale. È opportuno che dedichi più tempo ad approdondire filoni speciifici. La copertura sui giornali, sul web e anche in televisione (come a La7 Omnibus) è molto ampia. Mi pare di aver rilevato dalla settimana scorsa (vedi sopra) ripetute scosse di assestamento delle linee editoriali. Avranno probabilmente giocato correzioni di tono e di rotta, probabilmente incoraggiate dalle istituzioni messe sotto attacco. Domenica 12 mi sono lasciato andare a un commento un po’ tranchant, ma non del tutto fuori bersaglio

Su  @Corriere@repubblica e @LaStampa soffrono disturbo bipolare:

A) ieri colonnelli-editorialisti a difesa delle Autorità
B) oggi ufficiali-redazioni economia accumulano carboni ardenti sul capo dei supervisori

O è per rivolta dei lettori contro (A)?

Mi sembra di cogliere una contrapposizione non soltanto tra schieramenti politici e istituzioni (prima fra tutte quella personalizzata nello scontro Renzi-Visco). Vedo una polarizzazione generazionale che taglia trasversalmente i partiti e le redazioni dei giornali, con i giovani all’attacco in nome del cambiamento e i senior in difesa delle Autorità in nome della moderazione e del senso delle istituzioni. È uno spunto che rilevavo in un post sul dibattito pro e contro il bail-in. Me lo tengo segnato perché può aiutare a capire tante cose che succederanno nel nostro Paese. Nel merito delle crisi bancarie, si arriverà presto a capire che la contesa sulle colpe è aspetto collaterale della ripartizione dei costi della crisi, che è ultimamente una suddivisione tra generazioni.

Finora hanno vinto le ragioni dei vecchi (risparmiatori, dipendenti senior non licenziati o messi in solidarietà, referenti politici e sindacali che li rappresentano). Stiamo però attenti anche alle ragioni dei giovani. Mi disturbano il tono provocatorio degli esponenti M5S o l’aggressività di Renzi, ma non posso dimenticare che danno voce ai disagi di una generazione che rischia di pagare i costi futuri di accomodamenti fatti oggi in nome della moderazione e della stabilità (penso alle soluzioni ad hoc costruite per Mps e le venete), che potrebbero rivelarsi troppo costosi per lo Stato in futuro.

Un altro tema da tenere bene in evidenza è quello dei clienti truffati e finora non soddisfatti da meccanismi di ristoro di vario genere. Non lo si sta affrontando in maniera ragionata. Sento fare promesse di risarcimento sorrette da risorse aleatorie e meccanismi arzigogolati. Dall’altro lato i danneggiati alimentano un flusso che potrebbe diventare immenso di procedimenti giudiziari e arbitrali, con grossi costi a carico loro e delle gestioni risanate o trasferite dopo il dissesto.

Non mancherà materiale su cui scrivere nei prossimi giorni. Sto ricevendo numerosi messaggi mail e contatti su Twitter che mi portano notizie e idee di prima mano. Ne farò buon uso.

Sui titoli di coda: il braccio violento del Legislatore

«Altro che Finanza. A Palazzo San Macuto chiamiamo i Tonton macoutes …​ »

tonton

I liquidatori banche venete in Commissione banche: notizie su crediti in rianimazione e risarcimenti – (cio’ si scontra con l’articolo pubblicato oggi della liquidazione coatta LCA e relativi allegati)

Oggi, con inizio alle 10:30, si è tenuta in Commissione banche la seconda audizione dei responsabili della Vigilanza Banca d’Italia e Consob, su cui relazionerò nei prossimi giorni. Voglio invece parlare delle cose dette due giorni fa nell’audizione dei Commissari liquidatori delle ex-banche venete (qui il video). La riunione è durata più di tre ore. Prima di tutto riprendo dal resoconto i nomi dei professionisti che sono intervenuti:

Svolgono la propria esposizione, per quel che concerne Veneto Banca, l’avvocato LEPROUX, il dottor VIOLA e la professoressa SCOGNAMIGLIO e, per quanto riguarda la Banca Popolare di Vicenza, il dottor VIOLA e il professor DI CECCO.

Non lo dico per formalità. Come a volte succede, quando si crea una squadra per affrontare una massa di problemi con un mandato di pubblico interesse, senza facili glorie o guadagni, si trovano persone con certe qualità che insieme si impegnano per dare il meglio. Dalla prima impressione, mi pare che ciò stia succedendo nelle due liquidazioni coatte amministrative (LCA). Gli auditi hanno fornito un quadro informativo onesto e aggiornato. Lo hanno fatto con tono professionale e rispettoso, ma fermo quando necessario (e gli spunti polemici non sono mancati, soprattutto con Fabrizio Viola – ex capoazienda delle stesse banche e di MPS – ma non solo con lui).

Ho ascoltato l’audio della seduta ed estraggo due insiemi di informazioni che meritano di essere fissati perché fanno luce su questioni lasciate aperte dal DL 99/2017, sulle quali numerosi ex-clienti delle due banche non dormono sonni tranquilli.

Note
Non mi soffermo sulle altre questioni emerse in audizione, legate alla genesi della soluzione LCA, alla trasparenza del relativo processo e alle alternative che non si sono esplorate. Penso di averle già preventivamente indagate ai tempi. A parte le dietrologie (legittime) e le assunzioni controfattuali dei commissari inquirenti, non ho raccolto spunti nuovi dalle risposte dei liquidatori i quali, nell’attuale veste, sono comprensibilmente saturati dall’oggi e dall’immediato domani.

In termini di tempistica delle procedure, non si può essere precipitosi ma si fanno dei passi avanti. Entro novembre dovrebbe essere completata la due diligence dei crediti per delimitare il perimetro delle posizioni di qualità insufficiente che sarà lasciata o ritrasferita alle LCA. Pare che nel frattempo ci siano anche rientri in bonis per qualche centinaio di milioni che prenderanno il percorso inverso. Bene. È ad uno stadio avanzato anche la stesura dell’accordo di “cessione” del portafoglio Npl a SGA (in realtà è un affidamento del servicing mantenendo il rischio di recupero in capo alle ex banche, come spiego qui).

I crediti deteriorati risanabili: che fine faranno?

I consulenti della Commissione banche fanno bene il loro lavoro e confezionano a beneficio dei membri della stessa i temi da porre sul tavolo. Nell’audizione in oggetto è andato forte il tema degli Npl diversi dalle sofferenze dati in carico alle liquidazioni. Si tratta di esposizioni non ancora in degrado irreversibile, vantate verso imprese in attività, con una probabilità di ritorno in bonis non irrilevante. Fin dai primissimi annunci sulla soluzione LCA, alcuni commentatori (ricordo Carlo Di Foggia sul Fatto quotidiano il 28 giugno) hanno visto un buco nella filiera comprendente good bank ceduta, bad bank liquidata e SGA gestore in service degli Npl della seconda. Il buco è appunto la cura dei deteriorati risanabili. C’era e rimane il timore che le LCA chiedano ai debitori incagliati di restituire tutto e subito non avendo alternative al recupero per vie giudiziarie o con accordi a stralcio. Timore fondato, perché farebbe chiudere molte attività ancora in piedi (faticosamente), e abbatterebbe anche il valore recuperato del credito. Tutti ci perderebbero.

In proposito, diversi membri della Commissione hanno chiesto ai liquidatori che si pensa di fare per evitare il massacro degli unlikely to paynella fase transitoria in corso e soprattutto dopo che la gestione degli Npl sarà trasferita alla SGA. I loro consulenti hanno fatto girare la voce che la SGA è un intermediario vigilato privo di una piena licenza bancaria (aggiungo che è abilitato a un’attività di servicing). La LCA oggi e la SGA domani non possono erogare nuova finanza, né tanto meno offrire un conto corrente di appoggio sul quale attivare linee di credito, o cose del genere.

I liquidatori hanno riposto: (a) abbiamo ben presente il problema e la sua importanza; (b) non è ancora implementata una soluzione a regime; (c) si sono comunque assicurate delle soluzioni tampone in collaborazione con Banca Intesa che continua ad assicurare il servicing delle posizioni non in sofferenza ai sensi del contratto di cessione; (d) la LCA non è limitata ad azioni di recupero per vie legali o con accordi a stralcio che presuppongono l’estinzione del rapporto, può infatti concordare riduzioni o moratorie del debito; (e) le azioni sub (d) non bastano, per renderle più efficaci nella gestione SGA saranno previste convenzioni con banche [presumo con Intesa in via preferenziale, ma anche con altre] per assicurare l’apporto di nuova finanza e più in generale l’accompagnamento di un piano di ristrutturazione laddove sia funzionale al risanamento della gestione [lo desumo dalla risposta di Di Cecco al minuto 02:48 circa].

Ne concludo che l’impianto della liquidazione non include dispositivi preconfezionati per gestire proattivamente gli incagli. Questi crediti però non sono stati automaticamente ibernati né messi in recupero coattivo. Nella prima fase si sta cercando di dare continuità coinvolgendo Intesa. A regime, l’attività sarà riorganizzata nella filiera LCA-SGA-Intesa-altri (banche e servicer). Nella fase iniziale le imprese “incagliate” hanno faticato a trovare un interlocutore nelle filiali ex-BPVi/VB con cui lavoravano (non tutti sono al corrente degli impegni presi da Intesa, forse). Le cose dovrebbero migliorare, ma serviranno processi efficaci e tanta collaborazione.

Le attese di risarcimento di subisti e azionisti (truffati e no)

Su questo fronte la situazione è più incerta da tutti i punti di vista, sia in merito sia all’ammontare dei claim, sia alla probabilità di soddisfarli con la liquidazione degli attivi. La LCA è subentrata nelle azioni risarcitorie contro amministratori e dipendenti delle due banche, ma al di là del petitum miliardario non si sa quanto sarà monetizzato. Qualcosa (forse nell’ordine delle centinaia di milioni) andrà nella massa a servizio delle passività, ma prima delle obbligazioni subordinate e del capitale proprio si devono rimborsare (sommando le due ex banche) 10 miliardi di debiti prededucibili e privilegiati (finanziamento dello sbilancio di cessione da Intesa e anticipi dal MEF). L’attivo da cui estrarre i soldi che servono cuba 12 miliardi a valori di libro (escludendo i suddetti claim attivi per risarcimenti). Il ricavato dipenderà dai tassi di recupero, qui trovate le mie grezze simulazioni di giugno.

I liquidatori sono stati sinceri: ci vorrà tempo per raggiungere volumi alti dei flussi recuperati e per abbattere la massa che incombe sopra i crediti chirografari, per la maggior parte formati dalle pretese risarcitorie dei clienti che hanno a loro volta avviato azioni contro le due banche per vari motivi. I principali sono il cattivo collocamento di azioni e obbligazioni subordinate (con forzatura dei profili MIFiD, in collegamento con finanziamenti “baciati” oppure no), e gli ordini di vendita delle azioni non eseguiti per mancato rispetto della cronologia dovuto a “scavalcamento”. In questo mare magnum occorre distinguere tra:

  1. chi aveva aderito alle proposte transattive lanciate dalle ex banche prima della messa in liquidazione, ottenendo in cambio un credito quantificato nell’ordine del 15% (mis-selling) e del 50% (scavalcamento, se ho inteso bene);
  2. chi non aveva aderito, avviando un’azione legale a fini risarcitori.

I membri di entrambe le categorie devono fare richiesta di insinuazione al passivo. Nell’audizione del 2 novembre hanno parlato i legali delle associazioni che li stanno assistendo (parliamo di decine di migliaia di ricorrenti, pensate che i soci delle due banche sono circa 200 mila).

Seguono in coda nella payment waterfall i titolari di obbligazioni subordinate, e dopo di loro gli azionisti, se non già insinuati al passivo con azioni risarcitorie.

Con riferimento agli azionisti “baciati” che sono nel contempo debitori delle due LCA possono esserci due fattispecie:

  1. possono detenere un credito chirografario per pretesa risarcitoria (se accolta in giudizio o con accordi transattivi); questo tipo di crediti non è compensabile (purtroppo) con il debito per il finanziamento ottenuto per comprare i titoli, ai sensi dell’art. 83 del Testo unico bancario; è una cosa discutibile sotto il profilo dell’equità, ma non intacca glia ttivi e quindi va a beneficio dei creditori privilegiati della liquidazione;
  2. posso ottenere la sentenza di nullità dell’acquisto dell’azione e del finanziamento relativo ai sensi dell'[art. 2358 del codice civile] che considera illecite tali congiunzioni se non nei casi di deroga dallo stesso articolo espressamente normate; in questo caso il cliente risolve due problemi in un colpo solo, ma la liquidazione viene a perdere una parte dell’attivo.

Le posizioni non sono ancora tutte chiaramente classificate in una di queste due categorie. Un’ulteriore caso, ancora più spinoso, è quello dei clienti ancora classificati in bonis il cui debito potrebbe essere finito nel compendio ceduto a Intesa Sanpaolo, mentre la posizione in azioni è rimasta presso la bad bank. Presumo che questi casi, se di importo non esiguo, saranno intercettati e risolti in qualche modo, se danno titolo per pretendere l’annullamento della coppia di rapporti finanziari.

C’è infine il gruppo degli obbligazionisti subordinati che hanno diritto al rimborso forfettario del Fondo di solidarietà creato presso il Fitd per le quattro banche ed esteso alle Venete. Al momento è questa l’unica forma di ristoro al di fuori di azioni legali. Riguarda una popolazione limitata (dalla quale sono esclusi gli azionisti), la quale dovrebbe ottenere il 100% delle somme perse, di cui l’80% dal Fitd e il resto a valere sullo stanziamento volontario di Intesa. La liquidazione ha però disattivato i fondi stanziati per i soci in condizioni disagiate, come questo di BPVi.

Ho fin qui riportato il discorso in “legalese” nelle sue linee essenziali. C’è poi un tema di ricadute personale e sociali, di cui i liquidatori avvertono la pressione. Come si è detto, non sono ancora definiti (né definibili) i tempi e le quote di un eventuale risarcimento o rimborso. Tuttavia, decine di migliaia di persone si sono mosse per ottenere soddisfazione, sostenendo ulteriori costi legali, oltre che emotivi. Al momento hanno come interlocutori i due Comitati dei liquidatori, i quali non possono che indicare il calderone fumante dell’attivo, dal quale si spera di scodellare due ricche porzioni a rientro dell’esposizione verso ISP e lo Stato per poi cominciare la distribuzione al popolo. Le LCA hanno tutti gli strumenti legali per contenere le attese e le pretese di questa massa di ex clienti in stato di agitazione (con buone ragioni per la maggior parte). Tuttavia, sono due realtà fragili rispetto a cotanta pressione politica e sociale.

Pertanto si levano istanze di ristoro in via privilegiata o parallela rispetto alla cascata della liquidazione, che scende da più di 11 miliardi di altezza e chissà mai se arriverà a valle. Se arriverà, questo accadrà dopo non mesi, ma anni (anche qui Viola e i suoi colleghi sono stati sinceri). I risparmiatori organizzati hanno approcciato il governo nella persona del sottosegretario Baretta, incontrato in più occasioni prima e dopo la messa in liquidazione. Non c’è nulla di garantito, se non l’ascolto e la promessa di fare qualcosa. Un punto dirimente è il trattamento degli azionisti, che in una prima risposta (si era detto) dovevano restare fuori da eventuali ristori fuori sacco (come si è fatto per le quattro banche, il caso di Mps è più complesso non essendoci stato azzeramento ma diluizione). Il numero di soci truffati, che tali non erano fino alle nefaste campagne di arruolamento del 2013-2014, è tuttavia molto più alto, così come la rabbia per le pratiche scorrette di collocamento, utilizzate su scala più vasta a quanto pare. Le associazioni degli ex piccoli clienti battono su un tasto: non siamo speculatori, siamo risparmiatori. I rappresentanti degli ex soci di taglia patrimoniale più robusta, alcuni dei quali attivi nelle liste dei candidati agli ultimi CdA, aspirano a una compensazione in quota ridotta.

La questione rimane aperta. Per fare un paragone, mi viene in mente il caso del gruppo spagnolo Bankia. Nel 2011 aveva effettuato un aumento di capitale finalizzato alla quotazione in borsa sulla base di bilanci che occultavano perdite. Caduto in dissesto, è stato salvato dallo Stato spagnolo nel 2012. I soci entrati l’anno prima avevano perso tutto. Di fronte a uno tsunami di azioni risarcitorie fondate sulle evidenze emerse di falsificazione dei conti, nel 2016 la banca ha deciso di rifondere le perdite agli azionisti entrati con l’IPO del 2011. Costo: 1,8 miliardi di euro. In questa news trovate esempi di mis-selling aventi ad oggetto azioni, altri strumenti di capitale, derivati e piani assicurativi associati ai prestiti

C’è però un enorme differenza tra la situazione dei soci di Bankia e quella degli azionisti veneti: i primi ricorrono contro una banca nel frattempo risanata e rilanciata (con massicce iniezioni di denaro pubblico), i secondi interloquiscono con due gestioni liquidatorie nelle quali non entra un soldo, se non quelli che si realizzeranno dall’attivo. Il DL 99/2017 ha eretto una muraglia che protegge Intesa (il pianeta dove sono migrate le parti sane delle due banche) dalle azioni dei clienti maltrattati dalle ex-banche.

Lo ribadisco, sul piano legale è tutto regolare, la partita si chiude come al rinfresco della festa per il nuovo parroco:

Finché ce n’è, viva il Re.
Quando non ce n’è più, viva Gesù.

Sul piano della rotazione di parti sensibili, tuttavia, il discorso è lontano dall’essere chiuso, o almeno questa è la mia percezione in questo momento, vista anche l’attenzione della politica, confermata dall’audizione dei risparmiatori in Commissione banche. Come, quando (e soprattutto quanto) si potrà mettere sul tavolo non sono in grado di dirlo. Forse si vuole aspettare che SGA faccia il business plan del recupero Npl in modo da capire l’eventuale ammanco che si dovrebbe, sotto varie condizioni, coprire. Se però la relazione finale della Commissione d’inchiesta sulle banche metterà sotto accusa i Supervisori, allora la politica dovrà rispondere. E mettere mano al portafoglio.

Sui titoli di coda: arriva il fondo per gli azionisti truffati

Ho finito il post prima di cena, tornato a casa ho intercettato questa nota sul profilo Facebook di Matteo Renzi

postrenzi

Questa è telepatia! Panem et circenses. Il ristoro ai risparmiatori traditi e i ludi gladiatorum tra Autorità visti oggi in Commissione banche.

Ma di questo parleremo la prossima volta.

Made in Italy: le 60 aziende più importanti

I gruppi italiani presidiano cinque settori: alimentare, arredi, componenti, editoria e la moda. Nell’auto resistono Ferrari e Maserati

Meccanica Ferrari

L’immagine delle mura esterne di una parte del ”Museo Casa Enzo Ferrari” di Modena inaugurato nel 2012 

MassimoMorici Massimo Morici per l’Espresso

 

Le imprese grandi e medio-grandi resistono in sei settori su cinque, ma l’avanzata dei gruppi stranieri alla conquista del Made in Italy sembra inarrestabile. È quanto emerge da un recente studio di Mediobancasulle principali aziende italiane per fatturato (relativo agli esercizi 2016 e 2015). Di seguito, ecco le prime 10 aziende in sei settori chiave. 

Auto

C’era una volta l’auto italiana. La Fiat, diventata FCA, dopo la fusione con gli americani di Chrysler, per motivi fiscali ha traslocato in Olanda e a Londra. Si piazza al primo posto con FCA Italy, che raggruppa tutte le attività in Italia, con un fatturato di 26 miliardi di euro. Gli altri due brand italiani in questo comparto, che hanno mantenuto sede e produzione nel nostro paese, sono Ferrari (2,8 miliardi, al quinto posto per fatturato) e Maserati (3 miliardi, al terzo posto), che comunque fanno parte di FCA.

Così la top ten delle principali aziende automobilistiche in Italia è sbilanciata più sul commercio, con le filiali delle principali case automobilistiche tedesche, francesi e americane: Volkswagen, Merceds-Benz, BMW, Reanult, Ford, Peugeot, GM. 

Fashion

La moda è la regina del Made in Italy. L’indagine di Mediobanca ha considerato le prime 30 realtà, anche perché di queste ben 16 registrano fatturati superiori al miliardo di euro. Eccole. La prima è Luxottica (9 miliardi di euro), che si è fusa con la francese Essilor e che stacca Prada (3,1 miliardi) e Giorgio Armani (2,5 miliardi).

Poi Calzedonia (2,2 miliardi), OTB di Renzo Rosso (1,5 miliardi), il cui marchio più noto è DieselMax Mara (1,4 miliardi), Salvatore Ferragamo (1,4 miliardi), OVS (1,3 miliardi), catena retail del gruppo Coin, D&G (1,3 miliardi) e gli occhiali Safilo (1,2 miliardi).

Dalla undicesima alla ventesima posizione, con fatturati superiori al miliardo troviamo anche Ermenegildo ZegnaValentinoBenetton, LIR (Geox e Diadora), Moncler e Tod’s.

Food

L’alimentare è tra i principali ambasciatori del Made in Italy nel mondo. Ma anche in questo caso al primo posto c’è un gruppo straniero. La Parmalat (controllata dalla francese Lactalis) si piazza al primo posto con un fatturato di 6,5 miliardi), davanti a Cremonini(3,6 miliardi) e Barilla (3,4 miliardi).

Sotto il podio, ecco il gruppo Veronesi (2,8 miliardi), cui appartengono AIA e Negroni, le attività italiane di Ferrero (2,6 miliardi), la cui holding batte bandiera lussemburghese, Lavazza (1,9 miliardi), Casillo (1,5 miliardi), gruppo pugliese attivo nella trasformazione e commercializzazione del grano, Gesco (1,4 miliardi), il cui marchio più noto è Amadori, le attività in Italia della svizzera Nestlè (1,3 milaiti), e Lactalis Italia, divisione italiana del gruppo francese Lactalis (1,2 miliardi). 

Editoria

L’industria culturale, per lo meno quella di carta, è tutta tricolore. In vetta la Mondadori (società del gruppo Fininvest che pubblica Panorama.it) con un fatturato di 1,3 miliardi, seguita da Rcs (controllata da Cairo Communication) a 968 milioni, e dal Gruppo Editoriale L’Espresso (585 milioni), che quest’anno ha cambiato denominazione in GEDI, dopo l’acquisizione di Italiana Editrice (La Stampa e Secolo XIX) nel 2016.

Sotto il podio Cairo Communication (566 milioni), il gruppo Messaggerie (491 milioni), che controlla Garzanti e altri marchi più piccoli (tra cui Longanesi, Bollati Boringhieri, Chiarelettere), l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (345 milioni), la zecca della Repubblica controllata al 100 per cento dal Ministero dell’Economia, Il Sole 24 Ore (284 milioni), Giunti Editore (208 milioni), Pozzoni(119 milioni), gruppo grafico-editoriale, e il gruppo grafico Rotolito Lombarda (170 milioni), gruppo grafico.

La meccanica

Più che l’auto, l’Italia è famosa per la componentistica delle automobili e i macchinari per la produzione industriale. Lo si vede appunto nella meccanica, dove però il colosso del settore non è italiano: si piazza al primo posto la GE Italia Holding, controllata nel nostro paese del colosso americana General Electric, con un affatturato nel 2016 di 6,4 miliardi di euro.

Al secondo posto Danieli (2,4 miliardi), produzione impianti siderurgici, al terzo ABB Italia, controllata del gruppo elvetico che in Italia fattura 2,3 miliardi di euro. Le altre in classifica sono: Brembo(2,3 miliardi),freni auto, ALI (2,1 miliardi), apparecchiature per la ristorazione, Sogefi (1,8 miliardi), componentistica auto, Ariston (1,5 miliardi), termosanitari, Sacmi (1,4 miliardi), macchine per la ceramica, IMA (1,3 miliardi), macchine confezionatrici, e Permasteelisa (1,3 miliardi), ora controllata dai cinesi di Grandland e nota per la costruzione di facciate architettoniche in acciaio e vetro.

Il legno e l’arredo

Made in Italy è anche design nell’arredo, apprezzato in tutto il mondo. La top ten nel legno e mobili vede tutte aziende con fatturato inferiore al miliardo di euro. Più degli altri, è questo il regno delle multinazionali tascabili, le protagoniste del cosiddetto quarto capitalismo. Quest’anno in testa c’è il gruppo Saviola, il re del legno riciclato, con un fatturato nel 2016 di 545 milioni di euro.

Al secondo posto Friul Intagli Industries (465 milioni), il più grande produttore italiano di componenti per mobili, e al terzo i divani Natuzzi (454 milioni). Sotto il podio, Fantoni (314 milioni), mobili per ufficio, Poltrona Frau (309 milioni), gli arredi Molteni(306 milioni), Frati Luigi (285 milioni), pannelli in legno, Poltronesofà (274 milioni) e i cucinieri marchigiani Scavolini (208 milioni) e Lube (195 milioni). 

PARADISE PAPERS -I Savoia sono tornati in Italia. Ma lo yacht l’hanno lasciato offshore

Gli eredi della storica dinastia dei reali hanno un panfilo intestato a una società estera con sede in un bel paradiso fiscale. E nei documenti spunta anche la barca di Flavio Briatore, che gli è costata una condanna in primo grado.

I Savoia sono tornati in Italia. Ma lo yacht l'hanno lasciato offshore

L’italiano medio se si compra una barchetta da diporto usata deve pagare l’Iva del 20 per cento, le sovra-imposte sul carburante, la tassa d’ormeggio e tutti gli oneri accessori applicati dal fisco italiano. Gli eredi della storica dinastia dei re d’Italia, invece, hanno uno yacht intestato a una società estera con sede in un bel paradiso fiscale. Mentre uno più ricchi imprenditori italiani ha potuto comprare un panfilo in acque internazionali: un’imbarcazione apolide, legalmente non tassabile in nessun paese del mondo. E nella flotta dei vip più navigati non poteva mancare lo yacht utilizzato da Flavio Briatore, dopo anni di duro lavoro, per i suoi momenti di evasione.

Tra la barchetta di seconda mano di un qualunque cittadino e i super panfili dei ricchi e potenti c’è di mezzo un mare di offshore. Anonime società-cassaforte, gestite da professionisti internazionali, con sede in Stati o staterelli dove non si pagano le imposte. Solo il bollo fisso di registro: poche decine di dollari all’anno. Per il resto, zero tasse. E zero entrate per tutti gli altri Stati. Anche se la società incassa e custodisce milioni. Ed è tutto legale, almeno in quei paradisi fiscali. Dove basta dichiarare solo un indirizzo, senza uffici né dipendenti: una casella postale, intestata a un fiduciario che dallo stesso recapito gestisce centinaia di offshore. Nella massima riservatezza

Ora i Paradise Papers, le carte segrete dei paradisi fiscali, svelano nomi e patrimoni anche delle offshore marinare. Storie di panfili, velieri e yacht di lusso raccontate nei 13,4 milioni di documenti ottenuti dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung e condivisi con l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), rappresentato in Italia da L’Espresso e Report. Storie di società che veleggiano al largo delle tasse con sistemi legittimi, almeno fino a prova contraria, ma iniqui rispetto ai comuni contribuenti oberati di tasse per terra e per mare: l’ingiustizia fiscale applicata alla navigazione. In Italia, tra i vip con lo yacht in paradiso, spiccano nomi di primo piano dell’economia, dello show-business e perfino della storia.

Correva l’anno 2002 quando il Parlamento italiano, dopo una grandiosa campagna per il superamento degli odi politici del dopoguerra, ha cambiato la Costituzione per far rientrare in patria la famiglia Savoia, l’ex casa reale che fu esiliata dai padri della nostra Repubblica per punire l’adesione al fascismo e la fuga da Roma di Vittorio Emanuele III dopo la sconfitta e l’armistizio. Suo nipote, figlio dell’ultimo re Umberto II, deposto dopo il referendum istituzionale del 1946, salutò la fine dell’esilio con parole commosse: «Voglio tornare a Napoli, dove sono nato», dichiarò Vittorio Emanuele, il sovrano mancato. Lo yacht della famiglia reale, però, è rimasto a Malta. Un paradiso fiscale prezioso, perché interno all’Unione europea.

La barca dei Savoia è intestata alla Sabaudia Shipping Company Limited, registrata a La Valletta dal 26 giugno 1991. Primo fiduciario, un professionista maltese, Mark Micallef. L’atto, da lui redatto in inglese, è firmato da Vittorio Emanuele, che si presenta come «sua altezza reale, figlio dell’ultimo re d’Italia Umberto II», ma precisa di essere «cittadino belga, residente a Ginevra». Come contitolari della offshore, lo sottoscrivono altre due “royal highness”: la moglie Marina di Savoia e il figlio Emanuele Filiberto. La società maltese risulta tuttora attiva.
Per il mancato re d’Italia, quelli erano giorni molto difficili. Era imputato di omicidio. Meno di cinque mesi dopo, il 18 novembre 1991, la corte d’assise di Parigi lo assolverà dall’accusa di aver sparato e ucciso volontariamente un turista di 19 anni, Dirk Hamer. Colpi partiti nella notte del 17 agosto 1978 da un altro suo yacht, chiamato Aniram (il nome rovesciato di Marina), ormeggiato vicino all’isola di Cavallo. Una sentenza che suscitò molti dubbi, poi amplificati, anni dopo, dalle parole dello stesso Vittorio Emanuele (intercettate dalla procura di Potenza) che confidava di aver preso in giro i giudici francesi. Dubbi ora riconfermati da una querela-boomerang del principe contro un giornalista di Repubblica, assolto perché ha scritto fatti veri.

Sulla offshore maltese, L’Espresso ha chiesto chiarimenti ai Savoia. Il segretario ha risposto che in effetti «Sua Altezza Reale il principe Vittorio Emanuele è azionista della Sabaudia Shipping Co. Ltd», precisando che «la società detiene una barca di 12,6 metri, costruita nel 1997, che non ha un grande valore commerciale». Tutto confermato, insomma, tranne la data: la offshore esisteva già da sei anni, forse era nata per gestire altri beni? Il portavoce di casa Savoia sottolinea inoltre che «non si tratta di un investimento», perché «la società non esercita alcuna attività commerciale». Insomma, è una barca personale, usata dai reali d’Italia per viaggi di piacere. Con la targa di Malta.

Quanto sia importante la destinazione, commerciale o privata, lo fa capire un’altra vicenda di offshore e tasse circumnavigate documentata dai Paradise Papers: la storia dello yacht che è costato una condanna in primo grado a un anno e undici mesi, nel luglio 2015, a Flavio Briatore, dichiarato colpevole di sette reati fiscali, dall’evasione alle fatture false. Con un’accusa-base che potrebbe far twittare di rabbia il suo vecchio amico americano Donald Trump: tecnicamente, il tribunale di Genova parla di «contrabbando di natante extracomunitario».

Il barcone clandestino è il leggendario Force Blue: uno yacht pagato almeno 16 milioni e poi attrezzato a Genova con cabine e saloni da hotel di lusso, centro fitness, 20 uomini di equipaggio, massaggiatori, parrucchiere per signora e altri servizi da nababbi. La sentenza non è definitiva e comunque Briatore, per male che gli vadano i prossimi due gradi di giudizio, può scommettere sulla prescrizione. Il verdetto è interessante soprattutto perché dichiara legale anche per l’Italia il turbo-motore offshore che governa quella barca. Uno yacht registrato alle isole Cayman, attraverso una società anonima delle Isole Vergini Britanniche, gestita da consulenti di Guernsey: tutto intestato alla Autumn Sailing Limited, che però fa capo alla Fb Trust con base a Cipro. Un’architettura lecita, secondo il tribunale, anche perché lo stesso Briatore ha ammesso, davanti ai giudici, quello che già spiegavano le email sequestrate dalla Guardia di Finanza: dietro le società anonime, «il titolare effettivo» è sempre stato lui.

Il problema è che Briatore ha esagerato: per non pagare 3,6 milioni di Iva e altri 535 mila euro di tasse sul carburante, ha presentato la sua offshore come «società commerciale» e la barca come «azienda». Usata anche da lui, ma «come cliente», che pagava l’affitto «come gli altri». Ma la procura di Genova ha documentato che Briatore aveva «l’uso esclusivo» dello yacht «per più di metà dell’anno» e «per un intero quinquennio»; «non ha mai pagato il conto» di almeno tre lunghi viaggi tra Barcellona e la Sardegna; e i soldi versati alla offshore «gli venivano immediatamente restituiti dal trust senza giustificazione». Quando poi lo yacht navigava «ai Caraibi o in acque spagnole», dove la legge non ammette che una nave commerciale porti a zonzo solo il suo proprietario, la classificazione cambiava in «pleasure»: barca personale, per viaggi di piacere.

In attesa della futura sentenza definitiva, i Paradise Papers documentano che Briatore era «l’unico titolare» fin dall’inizio, nel 2004, quando la offshore si è fatta prestare 7,2 milioni dalla filiale alle Cayman della banca Ansbacher. Mentre i fiduciari di Guernsey descrivevano così l’attività della società: «Possedere uno yacht che sarà usato per fini privati di piacere e/o scopi commerciali».

Alle domande dell’Espresso, una portavoce ora conferma che «Autumn Sailing Ltd è una società posseduta nel tempo da trust dei quali il signor Briatore era il beneficiario economico». E assicura che «ha esercitato attività commerciali, possedendo il Force Blue e acquistando imbarcazioni anche attraverso mutui bancari».

Anche il celebre imprenditore Silvio Scaglia, che ha guadagnato una fortuna con la cessione di Fastweb, è registrato nei Paradise Papers con uno yacht da sogno. La sua assistente conferma quanto risulta all’Espresso: «È stato comprato dall’ingegner Scaglia nel 2006, quando era registrato alle isole Cayman, dal venditore, con il nome di Red Dragon. Immediatamente dopo l’acquisto, fu ribattezzato Vent d’Est e registrato con bandiera inglese. È stato venduto nel 2010, come correttamente riportato nei bilanci della società». Si tratta di una offshore dell’isola di Guernsey con lo stesso nome: Vent d’Est Yacht Management Ltd. E Scaglia l’ha dichiarata nei bilanci del suo gruppo, che ha la cassaforte in Lussemburgo. Tutto normale, insomma, come per una barca italiana. Tranne un particolare. Nel giugno 2006, preparando la compravendita, i consulenti scrivono che «è importante che i documenti arrivino prima di entrare in acque francesi». E il contratto, custodito dallo studio Appleby, risulta concluso fuori dai confini degli Stati, «in acque internazionali»: uno yacht apolide.

I primi 200 debitori di Banca Popolare di Vicenza: il GdV ha pubblicato quelli di Veneto Banca, ma gli sono… sfuggiti questi. Questione di budget?

Vicenza più’ 
 
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L’omertà della stampa vicentina: rilanciati i nomi dei debitori di Veneto Banca, oscurati quelli di Banca Popolare di Vicenza. Questione di budget?
Il 24 novembre 2017 Il Corriere della Sera pubblicava un estratto dell’elenco dei primi 100debitori di Veneto Banca in sincronia con La Stampa, Il Messaggero e Il Gazzettino, ma soprattutto in strana contemporanea con la prima udienza del processo per il crac della ex Popolare di Montebelluna in cui il principale imputato è Vincenzo Consoli, sul cui trattamento equo (è stato messo gli arresti domiciliari, ha subito il sequestro di beni e pensione, ha avuto il passaporto ritirato…) noi abbiamo sempre più dubbi ogni giorno che passa.

A noi per questo basta confrontare i provvedimenti presi a Roma contro Consoli, a parità di ipotesi di reato e di peso nelle rispettive banche (le altre sono chiacchiere) e  confrontarli con la bambagia in cui vive l’altro dominus di una delle due ex banche venete, Gianni Zonin, imputato per Banca Popolare di Vicenza, a piede libero, in giro per il mondo e con i beni donati ai cari figli.

Ma a Vicenza anche le parole equità e trasparenza dell’informazione latitano.

Se il 25 il locale GdV riprendeva con titoloni quell’elenco parziale, dal 26 in poi, il giorno successivo a quello in cui La Verità pubblicava in esclusiva l’elenco totale dei primi 200 debitori della BPVi, di questo elenco berico non c’è traccia alcuna sulle pagine della stampa locale.

Per rispetto dell’onore di Gianni Zonin o per timore di perdere un po’ di pubblicità di qualcuno dei nomi richiamati?

Ecco qui l’elenco completo dei primi 200 e passa debitori di BPVi (distinti tra quelli messi a sofferenza e quelli a incaglio, ndr) on l’utile e lucido articolo del direttore de La Verità Maurizio Belpietro, che, tra l’altro, e non è poco, distingue tra debitore e debitore così: “non tutti i nomi appartengono alla categoria bidonisti, nel senso che non tutti sono tipi da «Prendi i soldi e scappa». Molti sono comuni imprenditori, che come quasi tutti gli imprenditori si fanno finanziare per crescere e lavorare.”. Non tutti i debitori della BPVi sono bidonisti, ma il bidone ai lettori della stampa locale è stato pur confezionato dal quotidiano di Confindustria Vicenza.

 


I grandi debitori della Popolare di Vicenza
Pubblichiamo i nomi di chi ha avuto i soldi
Tutti i crediti a rischio dell’ex istituto di Zonin. Ma è sbagliato considerare chiunque abbia preso denaro come responsabile dei crac. A fare chiarezza, in teoria, doveva essere la commissione di Casini. Che sembra pensare più al suo destino che a quello del risparmio



di Maurizio Belpietro

, da La Verità

Fossi in Pier Ferdinando Casini non applicherei il segreto di Stato sui nomi dei principali debitori delle banche che hanno fregato i risparmiatori: tanto è evidente che prima o poi diventeranno pubblici. Anzi, lo sono già, prova ne sia che oggi (25 novembre, ndr) contribuiamo a svelarne un certo numero. Ieri (24 novembre, ndr)m ha fatto lo stesso il Corriere della Sera, che ha messo in prima pagina l’elenco di chi ha ricevuto montagne di soldi da Veneto Banca. Intendiamoci: non tutti i nomi appartengono alla categoria bidonisti, nel senso che non tutti sono tipi da «Prendi i soldi e scappa». Molti sono comuni imprenditori, che come quasi tutti gli imprenditori si fanno finanziare per crescere e lavorare. Il problema è semmai
se tra questi ce n’è qualcuno che si è fatto finanziare e poi se l’è svignata, evitando di restituire il malloppo. Ecco, è la lista di questa categoria di furbi quella che vorremmo ottenere e pubblicare. Ma ponendo il segreto su nomi ed erogazioni di denaro, il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche invece di aiutarci a far luce su quanto è accaduto allo sportello e su chi abbia le responsabilità dei crac, mette il coperchio su tutto. Anzi, la sensazione è che Casini voglia mettere una pietra sul passato, evitando di aprire il vaso di Pandora dei fallimenti bancari. Del resto, già è singolare che l’ex presidente della Camera, uno che mastica politica fin da quando aveva i calzoni corti, invece di partire dall’inizio e cercare di svelare i traffici che hanno mandato in malora il Monte dei Paschi di Siena, istituto che è stato salvato solo grazie all’intervento dello Stato, ossia con i soldi dei contribuenti, cominci dalle banche che sono andate a gambe all’aria dopo. Di solito, per ricostruire i fatti si inizia dal punto di partenza, non dalla fine. Invece guarda caso, l’ex allievo di Arnaldo Forlani, il più felpato dei democristiani, ha scelto di saltare subito alle conclusioni, cioè ai default di Popolare di Vicenza e Veneto banca, i due istituti di credito più lontani dal Palazzo e forse anche quelli dove la politica c’entra meno. Qualcuno ha ipotizzato che la scelta non sia casuale, come la stessa nomina di un parlamentare esperto come Pierferdy. Anzi, c’è chi si è spinto a dire che Casini sia stato voluto da Matteo Renzi, con il quale si è recentemente incontrato a Firenze, proprio allo scopo di parlare il meno possibile di due banche toscane come Mps e Banca Etruria, entrambe spine nel fianco del segretario Pd. Cattiverie messe in circolo dai concorrenti politici? Forse. Ma, come diceva Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca. Sta di fatto che, mentre escono i nomi dei grandi debitori delle banche venete finite in malora (oggi pubblichiamo quelli di Popolare di Vicenza e in massima parte si tratta, come vedrete, di imprenditori nel ramo immobiliare, il più colpito dalla crisi e dai governi), è silenzio di tomba su quelli di Etruria. Evidentemente sulla clientela della popolare di Arezzo tanto cara a Pier Luigi Boschi e alla sua figliola Maria Elena, sottosegretaria alla presidenza del Consiglio oltre che madrina della fu riforma costituzionale, il segreto di Stato è più segreto di quello che vige altrove.
Ciò detto, nei panni di Casini (nei quali a dire il vero ci troveremmo un po’ a disagio, dato che dopo una vita col centrodestra è finito, come un Marco Follini qualsiasi, a fare comunella con il centrosinistra) faremmo cadere ogni segreto rendendo pubbliche le liste. In questo modo si eviterebbe la caccia alle streghe, ma soprattutto di fare di ogni erba un fascio. Se qualcuno, causa crisi, si è indebitato e non è riuscito a restituire con regolarità i finanziamenti ricevuti, come è successo a migliaia di imprenditori, alcuni dei quali si sono suicidati, è un conto. Se invece c’è chi fa la bella vita con i soldi degli altri – in questo caso dei risparmiatori – allora la faccenda cambia. Dunque, caro Pierferdy, invece di far calare il sipario sui nomi, lo alzi. Servirà a lei, per dimostrare di non essere stato messo lì per tener chiusi gli scheletri negli armadi, servirà ai truffati per sapere chi devono ringraziare. E già che c’è accetti un altro consiglio: chiami a testimoniare Federico Ghizzoni, ex amministratore di Unicredit. Non sta bene che un sottosegretario annunci una querela per difendersi da un’accusa e poi, quando c’è l’occasione per chiarire se l’accusa è vera o falsa, si rinunci ad ascoltare chi sa come sono andate le cose. Lei ha un passato, veda di non rovinarsi il futuro.

Veneto Banca, il delito (im)perfetto: se Zonin non è una inconsapevole “vittima”, solo il colpevole certo per i media Vincenzo Consoli può, deve?, rivelare se ci sono i mandanti. Senza aspettare i tribunali a due velocità

 
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L’Ansa di oggi, 1° dicembre, informa che «l’associazione Soci Banche popolari del Veneto ha presentato un esposto alla Procura di Treviso per richiedere chiarezza alla magistratura sulla gestione di Veneto Banca post era Consoli: generosi finanziamenti continuati ben oltre epoca Consoli e fino a 05.2017». Questo esposto aggiunge dubbi alle nostre certezze così… esposte il 30 novembre all’alba: “Casini su La7: “elenco primi 100 debitori di Veneto Banca non proviene da commissione d’inchiesta…”. Dettagliamo qui l’ipotesi da noi fatta che ci siano debitori post Consoli. Ancora due pesi e due misure con Zonin“.

AdnKronos ieri, 30 novembre, scriveva poi: «Con la sua deposizione davanti alla Commissione Banche, il procuratore di Arezzo Roberto Rossi… ha sostenuto che il giudizio di ‘partner di elevato standing’ della Banca d’Italia nei confronti di Banca Popolare di Vicenza per l’aggregazione con Banca Etruria è stato ‘singolare’, considerando come a via Nazionale avessero ‘appreso già nel 2012 da fonti aperte la situazione’ della banca veneta, ‘anche peggiore di quella di Banca Etruria’…».

A questo aggiungiamo quanto da tempo da noi ricostruito e più volte scritto e cioè che

1 – Bankitalia, dopo aver sostanzialmente promosso Veneto Banca a luglio 2013, l’aveva bocciata subito dopo, a novembre 2013, causando così una prima fuga di clienti, indicandole come unica via di salvezza l’assorbimento in un “istituto di adeguato standing” identificato coram populo nella BPVi di Gianni Zonin, nome negato da palazzo Koch ma ora, implicitamente, confermato (stessa epoca e stesse situazioni) dal pm Rossi

2 – il 26 ottobre 2014 la Bce promuoveva Veneto Banca nei suoi primi stress test e bocciava Banca Popolare di Vicenza, che si salvava sulla carta e in extremis convertendo con l’assenso attivo di Banca d’Italia un bond subordinato da 250 milioni per rientare nei parametri europei

3 – Bene Banca Vagienna nel cuneese veniva commissariata “in via precauzionale” da Ignazio Visco & c. che inviava come commissario Giambattista Duso, che era Ad della partecipata di BPVi Marzotto Sim e che conferiva 38 milioni, quasi tutto il patrimonio di vigilanza, nelle casse dell’Istituto di Zonin in cui arrivavano nel trempo altri importi consistenti da altre banche del cuneese tra cui, in primis, 200 milioni dalla Banca Alpi Marittime

4 – le baciate di BPVi ammontavano a oltre un miliardo e quelle dell’Istituto di Montebelluna a 157 milioni, tra l’altro ridotti da BCE a 22 milioni

5 – ancora ad agosto 2015, quando la vigilanza delle maggiori banche era passata definitivamente da Bankitalia a Bce, il responsabile romano della vigilanza, Carmelo Barbagallo, premeva (a che titolo?) sul consigliere di amministrazione di Veneto Banca perchè il cda fosse “proattivo” sulla verifica delle baciate indicate da Banca d’Italia, che, affermava il capo degli ispettori italiani come da verbale del consiglio stesso, monitorava costantemente (a che titolo?) la popolare montebellunese

6 – dopo vari altri nebbiosi (mega)dettagli, su cui ora non torniamo, di quello che diventa sempre più un mistero, l’inchiesta su Consoli & c. arriva a Roma, con conseguenti provvedimenti restrittivi e di sequestro di beni a carico dell’ex Ad, mentre le indagini sulla Banca Popolare di Vicenza rimangono come prassi a Vicenza, dove quei provvedimenti sulla base degli stessi reati in esame non vengono presi nei confronti di alcuno, a partire da Gianni Zonin, libero di circolare e di donare i suoi beni ai figli

7 – il trattamento diverso di Gianni Zonin, l’inconsapevole vittima dei suoi dirigenti, e di Vincenzo Consoli, il male assoluto, è stato evidente in passato anche sui media, in primis su quelli Finegil, (per vecchie scorie con l’editore di riferimento Carlo De Benedetti?) e continua ora anche con le notizie parziali e a multipla lettura sui debitori insolventi delle due banche, che esplodono e vengono riprese dalla maggior parte dei quotidiani per Veneto Banca il 24 novembre, nel giorno della prima udienza a Roma, mentre quelle, ben più precise, sui debitori di BPVi escono il 25 novembre solo su La Verità senza che nessuno, a parte noi, le riprenda e commenti…

8 – sui conti del gruppo BPVi, in cui tramite la palermitana Banca Nuova ci sono anche i soldi della Regione Sicilia con qualche inchiesta connessa, girano, ci vengono ora i brividi, centinaia di milioni del Sisdementre su Consoli c’erano dossier su presunti conti all’estero depositati in procura da don Enrico Torta ma smentiti in una contro denuncia di Consoli che ne dimostrerebbe la costruzione artificiale anche grazie alla contraffazione di nomi…

Ebbene in questo ginepraio, che, però, se riusciamo a raccontarvene una parte anche noi, così inestricabile non è per chi lo volesse veramente dipanare, l’unico che può chiarire i fatti e che parrebbe averne interesse è Vincenzo Consoli.

Aspettando i tribunali?

Se non fossimo in Italia, diremmo un convinto”sì”.

Ma, ci perdonino i tanti magistrati corretti, qui ci sono così tanti fatti  e così tanti intrecci che, uniti ai ritardi endemici della giustizia italica, ci fanno spingere a un anomalo ma indispensabile appello: se certi media hanno rivelato e evidenziato gravi accuse, l’ex ad di Veneto Banca, che noi stessi definiamo il dominus di quella ora defunta banca, così come Zonin lo era di BPVi, riveli agli stessi o ad altri media le sue verità che potrebbero chiarire i dubbi nostri ma soprattutto quelli dei suoi circa ex 90.000 soci che gli diedero fiducia e ora sono azzerati.

A loro rimane il dubbio che Veneto Banca si potesse salvare se solo Bankitalia avesse invertito i giochi (al massacro) e l’avesse indicata come istituto di adeguato standing al posto di BPVi, come di fatto fissato momentanamente dalla BCE.

I 90.000 soci devono conoscere la verità, signor Consoli, prima che sia troppo tardi per spingere i manovratori, chiari e occulti, del sistema a porre riparo almeno a una parte degli effetti degli errori, visto che il nastro ora non si può più riavvolgere.

Ci dica e spieghi, signor Consoli, se gli errori, con e/o senza dolo, sono dei manovratori!

Solo così si potrà evitare che continuino a ripetersi e solo così lei riconquisterà la sua dignità.

Rischioso?

Moltissimo.

Noi lo sappiamo e anche lei.

Ma noi il nostro rischio di rivelare quello che scopriamo, molto ma non tutto, ce lo stiamo prendendo.

E lei? 

Per noi ne vale la pena, per lei?

Grazie.

P.S. Se invitiamo Consoli a venire allo scopeto, ancora di più devono farlo Matteo Renzi Matteo Orfini, presidente del PD, che ha detto: «Se Salvini vuole farsi un’idea sulle responsabilità delle crisi bancarie, soprattutto in Veneto, può fare una telefonata a Luca Zaia e chiedergli di Gianni Zonin. Scoprirà cose interessanti».

Sala del ridotto piena di soci truffati da BPVi e Veneto Banca: urla contro il video di Baretta, “pentimento” sospetto e tardivo di Variati

La sala del ridotto del teatro comunale di Vicenza è piena di 400 persone, comunque una sparuta rappresentanza delle decine di migliaia di soci truffati dalla Banca Popolare di Vicenza di Gianni Zonin, molto di più, e da Veneto Banca, che a noi appare, nella persona di Vincenzo Consoli e nei portafogli e nella dignità, di 90.000 soci, sempre di più la vittima (pre)destinata del sistema occulto che governa la finanza internazionale e italiana. A seguire pubblicheremo il video integrale dell’assemblea odierna ma due cose segnaliamo subito.

I fischi che hanno di fatto bloccato il video messaggio di Baretta e il saluto da “sepolcro imbiancato” di Achille Variati, che gioca sulle comunicazioni ufficiali del presidente Zonin per accusarlo di cose anche a Variati note da anni per promettere un interessamento e denunce che lo qualificano neanche come tardivo “amico” dei soci ma come frequentatore “pentito” del sistema che parla e, per altri impegni… “primari”, esce per farsi intervistare.

IL FURBETTO DEI CREDITI DETERIORATI (NPL). 1. LA PROVA CHE L’83ENNE CARLO DE BENEDETTI NON CONTA PIU’ NULLA IN “LA REPUBBLICA” 3. CDB RILASCIA UNA BOMBASTICA INTERVISTA AL COMPETITOR PRINCIPALE, ‘’CORRIERE DELLA SERA’’, PER REGOLARE I CONTI CON GLI ”USURPATORI” (IN PRIMIS MONICA MONDARDINI E I FIGLI) 4. SEPPELLISCE SUBITO IL FONDATORE EUGENIO SCALFARI (“IL SUO ENDORSEMENT PRO BERLUSCONI HA GRAVEMENTE NUOCIUTO AL GIORNALE”), QUINDI INFILZA MARIO CALABRESI (“UN GIORNALE NON È SOLO LATTE E MIELE; È CARNE, È SANGUE”), POI CONTRO LA CONDIREZIONE DI TOMMASO CERNO (“NESSUN GRANDE GIORNALE AL MONDO UTILIZZA QUESTA FORMULA”) 5. ”BERLUSCONI? GROTTESCO. D’ALEMA? RIDICOLO. GRILLO, SALVINI, MELONI? DIO CE NE SCAMPI’ 6. ”RENZI HA DELUSO NON SOLO ME, MA TANTISSIMI ITALIANI. LA BOSCHI? FARÀ LA FINE DI RENZI”

CAZZULLO

Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera”

 

Ingegnere, anche lei, come Scalfari, tra Berlusconi e Di Maio voterebbe Berlusconi?

«Ovviamente mi asterrei».

 

Non vale. Bisogna scegliere.

monica mondardini carlo de benedettiMONICA MONDARDINI CARLO DE BENEDETTI

«È una questione improponibile. Si può restare a casa, o votare scheda bianca. Berlusconi fa venire in mente quando, rovistando tra le cose vecchie, si trova un abito in disuso; e infilando una mano nella tasca spunta un vecchio biglietto del tram già obliterato».

 

Allora perché Scalfari lo voterebbe?

carlo de benedetti eugenio scalfariCARLO DE BENEDETTI EUGENIO SCALFARI

«Scalfari è stato talmente un grande nell’ inventare Repubblica e uno stile di giornale che farebbe meglio a preservare il suo passato».

 

Sta dicendo che ha avuto un lapsus?

carlo e rodolfo de benedettiCARLO E RODOLFO DE BENEDETTI

«Penso l’ abbia fatto per vanità, per riconquistare la scena. Ma è stato un pugno nello stomaco per gran parte dei lettori di Repubblica , me compreso. Berlusconi è un condannato in via definitiva per evasione fiscale e corruzione della giustizia. Se non fosse per l’ età, sarebbe un endorsement sorprendente per uno come Scalfari che ha predicato, sia pure in modo politicamente assai cangiante, la morale».

monica mondardini carlo de benedettiMONICA MONDARDINI CARLO DE BENEDETTI

 

C’ è stata una frattura personale tra lei e il fondatore?

«Penso che la risposta di Scalfari abbia gravemente nuociuto al giornale».

 

Le piace la nuova grafica di «Repubblica»?

rodolfo de benedettiRODOLFO DE BENEDETTI

«È bellissima, elegante, pulita, innovativa. Un restyling molto riuscito. Un giornale però ha bisogno di spifferi, correnti, energie. Un giornale non è solo latte e miele; è carne, è sangue. Può avere curve; ma deve avere anche spigoli».

 

Ora c’ è la novità di una condirezione.

TOMMASO CERNOTOMMASO CERNO

«Io ero e rimango assolutamente contrario. Nessun grande giornale al mondo utilizza questa formula anche se penso che Tommaso Cerno sia tra i migliori giornalisti della sua generazione: è geniale, basta leggere il suo libro in versi Inferno per rendersene conto. La condirezione ha funzionato una sola volta, alla Stampa di Mieli e Mauro; che però avevano entrambi una loro agenda, e non pensavano certo di convivere a lungo».

 

Mieli andò a dirigere il «Corriere», Mauro «Repubblica».

«Ezio è stato un grandissimo direttore. Ora ha dimostrato di essere anche un grande scrittore: il suo libro sulla rivoluzione russa è straordinario».

 

SILVIO BERLUSCONI CARLO DE BENEDETTISILVIO BERLUSCONI CARLO DE BENEDETTI

Luciano Benetton, che ha 82 anni e quindi uno solo meno di lei, è tornato alla guida dell’ azienda di famiglia. Lei non ci pensa?

«La scelta di Benetton mi lascia ammirato e commosso; ma io ho fatto il contrario, e ne sono felice. Sono stato l’ unico imprenditore italiano a donare l’ azienda ai figli».

 

Come vede il futuro dei giornali?

«Non facile. Però ci sarà sempre bisogno di organizzare una gerarchia delle notizie. Le notizie sono come fiori di campo; ma un mazzo di rose fa un altro effetto. Molto dipende dalla nostra capacità di farci pagare dagli Over-the-Top di Internet, che al momento ci rapinano. Si comportano come pirati: rastrellano la pubblicità legata ai contenuti che ci sottraggono».

 

VIGNETTA BENNY DA LIBERO RENZI E CARLO DEBENEDETTIVIGNETTA BENNY DA LIBERO RENZI E CARLO DEBENEDETTI

La sua famiglia resterà l’ azionista di maggioranza del gruppo Stampa-Repubblica?

O toccherà a John Elkann?

«Non penso proprio che i miei figli venderanno. Non ne vedrei la ragione, tenuto conto che la Cir, l’ azienda che ho loro donato, ha più di 300 milioni di liquidità. Il problema è come investire, non certo come disinvestire» .

 

E in Fiat cosa succederà secondo lei?

monica mondardini carlo de benedetti bruno manfellottoMONICA MONDARDINI CARLO DE BENEDETTI BRUNO MANFELLOTTO

«Non lo so. Marchionne è un genio della finanza e del marketing: ha “spin-offato” molte attività industriali, creando grande valore per gli azionisti; ha puntato sui brand Jeep e 500, oscurando i brand Fiat e Chrysler. Penso sarà lui a scegliere il suo successore».

 

Torniamo alla politica.Berlusconi prenderà un sacco di voti. Come se lo spiega?

carlo de benedetti eugenio scalfariCARLO DE BENEDETTI EUGENIO SCALFARI

«È un grande campaigner : non si vergogna a ripetere le cose che diceva 23 anni or sono, e lo fa con la stessa impudenza. Non è colpa sua se c’ è gente che ancora ci crede. Ma esiste una biologia della durata di un politico; e questo rende la ricomparsa di Berlusconi grottesca.

mario calabresi carlo de benedettiMARIO CALABRESI CARLO DE BENEDETTI

Mitterrand fece due settennati, poi i francesi ridussero il mandato a cinque anni; nella loro saggezza, gli americani prevedono al massimo quattro più quattro; Blair durò dieci anni, la Thatcher undici; Kohl un po’ di più, ma solo perché c’ era stata la riunificazione tedesca».

 

E la Merkel ?

«Credo che la sua parabola stia per terminare. Forse riuscirà a formare un governo, ma durerà poco. Penso punti a fare il presidente della Commissione europea».

carlo de benedetti e monica mondardiniCARLO DE BENEDETTI E MONICA MONDARDINI

 

Lei disse al «Corriere» che Trump poteva vincere. Ora può essere rieletto?

«Lo escludo. Ogni giorno Trump appare più inaffidabile e vuoto. La decisione di Flynn di patteggiare con l’ Fbi può avere conseguenze pesanti sul suo futuro. E lo stato di confusione alla segreteria di Stato con la probabile uscita di Tillerson sarà un altro segnale di debolezza».

 

ANNI SETTANTA - CARLO DEBENEDETTI - NICCOLO' GIOIA - GIANNI AGNELLI.pngANNI SETTANTA – CARLO DEBENEDETTI – NICCOLO’ GIOIA – GIANNI AGNELLI.PNG

Renzi l’ ha delusa?

«Renzi ha deluso non solo me, ma tantissimi italiani. È stato un elemento di novità e freschezza, e ha fatto bene il primo ministro. Ma ha sbagliato sul referendum, e soprattutto ha sbagliato dopo a non trarne le conseguenze» .

 

Cosa avrebbe dovuto fare?

«Prendersi due o tre anni di pausa. Andare in America, studiare, imparare, conoscere il mondo. Magari l’ avrebbero richiamato a furor di popolo. Invece ha avuto l’ ansia di chi si dimette ma non vede l’ ora di ricominciare».

 

La Boschi?

«È talmente legata a Renzi che ne seguirà la parabola».

rodolfo carlo edoardo de benedetti con il paadreRODOLFO CARLO EDOARDO DE BENEDETTI CON IL PAADRE

 

Chi dovrebbe essere il candidato premier del Pd?

«Il candidato naturale è Gentiloni. Ne abbiamo un gran bisogno. È stato un calmante nell’ isteria della politica renziana.

BERLUSCONI CARLO DE BENEDETTIBERLUSCONI CARLO DE BENEDETTI

È uno che fa le cose, e ha con sé molti ministri competenti: Padoan, Calenda, Minniti, Delrio, Franceschini e altri ancora.

Spero che, a dispetto dei sondaggi, possano continuare» .

 

Se invece dovesse nascere un governo di larghe intese?

«Non credo ci siano i numeri. Più facile che si torni a votare in breve tempo».

 

MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A firenzeMATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A FIRENZE

L’ avventura di D’Alema?

«Ridicola».

 

E se il governo lo facessero gli antisistema? Grillo, Salvini, Meloni?

«Dio ce ne scampi e liberi».

 

Come giudica i grillini?

«Conosco solo la Appendino: una brava signora, ordinata, che si impegna; ma non mi pare che Torino stia meglio di prima. Nelle città che amministrano, da Livorno a Roma, i 5 Stelle hanno dato sempre prova di inesperienza, e talora di incapacità».

 

CARLO E SILVIA DEBENEDETTICARLO E SILVIA DEBENEDETTI

Lei voterà Pd?

«Non è detto. Potrei votare scheda bianca».

 

Come mai?

«La sinistra avrebbe davanti una grande occasione. Alla fine della crisi dei dieci anni, il capitale ha vinto (basti pensare alle Borse) e il lavoro ha perso. La sinistra dovrebbe riscattare questa sconfitta. Ma per farlo ha la necessità di affrontare in modo nuovo le due grandi questioni del nostro tempo: le disuguaglianze e l’ immigrazione.

Nel mondo ci sono due miliardi di millennial : la politica deve dare loro una speranza. Ma non vedo una riflessione seria su questo, tanto meno in Italia.

Vedo la ricerca di una scorciatoia, sia da parte del populismo becero di Salvini, sia da parte del populismo intelligente di Renzi».

 

Renzi è populista?

berlusconi silvio debenedetti carlo imagoBERLUSCONI SILVIO DEBENEDETTI CARLO IMAGO

«Una spruzzata di populismo è necessaria, per attirare l’ attenzione degli elettori. Ma dietro ci dev’ essere un nocciolo duro di pensiero e di progetto; che nel Pd di Renzi mi pare assente».

carlo de benedetti agnese renziCARLO DE BENEDETTI AGNESE RENZIMARIA ELENA BOSCHI DA' IL CINQUE A MATTEO RENZIMARIA ELENA BOSCHI DA’ IL CINQUE A MATTEO RENZIMARIA ELENA BOSCHI E MATTEO RENZIMARIA ELENA BOSCHI E MATTEO RENZICarlo De Benedetti ziCARLO DE BENEDETTI ZIcarlo de benedetti fedele confalonieri 2CARLO DE BENEDETTI FEDELE CONFALONIERI 2Carlo De Benedetti e signoraCARLO DE BENEDETTI E SIGNORA

Crac Banca Marche, la procura: «Prescrizione nel 2031 per reati legati alla bancarotta»

 

“Non c’è alcun rischio che i reati legati alla bancarotta della vecchia Banca Marche cadano in prescrizione”. È quanto precisato questa mattina dal procuratore capo di Ancona Elisabetta Melotti il giorno dopo l’incontro a Roma con la Commissione Parlamentare d’inchiesta, sottolineando come per la maggior parte delle contestazioni contenute all’interno del capo d’imputazione per il crac dell’istituto di credito (ci sono 16 indagati)  la prescrizione arriverà nel 2031. A destare l’allarme erano stati i lanci delle agenzie di stampa nazionali che riportavano l’intervento del procuratore capo alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, secondo cui il processo crac Banca Marche sarà un procedimento lungo, se arriverà a giudizio. “Il nucleo di questo procedimento per cui abbiamo chiesto il rinvio a giudizio – ha detto la Melotti – riguarda reati fallimentari che sono stati contestati in base alla dichiarazione di insolvenza del marzo 2016». È proprio da questo momento che si devono conteggiare gli anni per arrivare a un possibile rischio prescrittivo. «Ma per reati connessi a operazioni dolose e distrattive legate all’erogazione dei finanziamenti e falso in bilancio il pericolo non esiste. Il processo è sulla base di reati fallimentari e non su casi di appropriazione indebita». All’inchiesta che ha portato ad indagare sul default miliardario della vecchia Bdm, ora arrivata in udienza preliminare con la richiesta di costituzione di parte civile di oltre 2.800 risparmiatori e azionisti, hanno lavorato i pm Andrea Laurino, Serena Bizzarri e Marco Pucilli.

Banca Marche, parla Bianconi: «I finanziamenti li proponeva Vallesi, io mi limitavo a firmare»

«Era il vice direttore generale che presentava le pratiche per le richieste di finanziamento al comitato esecutivo. Io, assieme al presidente, firmavo solamente per “ammessa” una volta presa la decisione degli organi bancari». Rompe il silenzio e si difende in aula l’ex dg di Banca Marche Massimo Bianconi nell’ambito del processo che lo vede imputato con gli imprenditori Vittorio Casale e Davide Degennaro per il reato di corruzione tra privati per una presunta serie di scambi di favori avvenuti tra il 2010 e il 2012. Una difesa che chiama in causa direttamente l’ex vice dg dell’epoca Stefano Vallesi. Dal banco dei testimoni, Bianconi – difeso dall’avvocato Renato Borzone – ha risposto oggi alle domande dei pm Bizzari, Pucilli e Laurino, risalendo tutti gli step della filiera per la concessione dei finanziamenti e approfondendo anche i rapporti con l’ex moglie in merito all’operazione della famosa compravendita dell’immobile di via Archimede, a Roma, sequestrato dalla Guardia di finanza nel 2015 per volere della procura. Ascoltato dal collegio penale anche Degennaro. «Bianconi? Prima di questo processo non l’avevo neanche mai visto» ha detto l’imprenditore. Assente in aula, invece, Casale. «La banca è un’organizzazione complessa – ha detto Bianconi interrogato dai pm sul ruolo che assumeva il direttore di fronte alle richieste di erogazione del credito – dove è la filiale del territorio la prima a procedere con la proposta di finanziamento». Poi, ci sono vari step e passaggi attraverso figure come il capo area crediti e il vice dg, all’epoca Stefano Vallesi. «Era lui il proponente delle pratiche e io, per quelle in questione, non ho mai espresso giudizi o pareri. Mi appoggiavo al complesso di uffici sotto di me, tanto che dopo la riunione del comitato e del cda io apponevo solamente una firma ai documenti per “ammessa”», ovvero la sigla sull’avvenuta approvazione da parte degli organi bancari. Insomma,  nessun ruolo da dominus per gli affari intrapresi, secondo la procura, con i due imprenditori.

 

 

L’ex dg ha poi parlato del suo arrivo in Banca Marche, un istituto di credito che aveva oltre 500 mila clienti e 40 filiali nel Lazio: «Era la primavera del 2004. Venivo dalla Sanpaolo di Torino, dove ero  direttore commerciale pianificazione e controllo marketing. Il mio stipendio? Un milione di euro all’anno più bonus che sono cambiati nel tempo e che potevano oscillare tra i 200mila e i 400mila euro annui». Nel 2008, i primi rapporti con Casale a cui Bianconi, secondo l’accusa, avrebbe aperto linee in mancanza di alcune condizioni fondamentali. «Si è presentato personalmente per iniziare una relazione di clientela. Non sapevo avesse avuto dei guai giudiziari e quando è stato arrestato (per un altro procedimento, ndr) lo abbiamo saputo immediatamente attivando tutte quelle procedure che in questi casi sono doverosi per una banca». L’ex dg ha affrontato anche il capitolo di via Archimede, dove – per i pm – Degennaro avrebbe trasferito fondi a una società intestate ai familiari di Bianconi (la Archimede 96 srl) e riconducibile all’ex dg in cambio di finanziamenti. «Mia moglie faceva attività imprenditoriale da tempo e sono del tutto estraneo all’operazione per l’acquisto di quella palazzina. Del resto, in quel periodo io vivevo separato da mia moglie e da mia figlia. Entrambe si erano trasferite a Roma nel 2008». Durante le fasi della stipula del pre-contratto di vendita, Degennaro ha riferito di non aver mai avuto contatti con Bianconi. «Prima di questo processo non lo conoscevo e non sapevo neanche che fosse il direttore di Banca Marche. L’operazione per ottenere l’immobile dei Parioli l’aveva gestita mia fratello, ma dopo il pre-contratto è saltato tutto perché era venuta meno la “rendibilità”. Dopo l’intervento della procura e l’inizio del procedimento non ho proseguito più alcuna trattativa».

Crac Banca Marche, «Dovrà essere Ubi a risarcire i risparmiatori beffati»

 

Crac di Banca Marche, dovrà essere Ubi a risarcire i risparmiatori beffati. E’ quanto ha stabilito il tribunale di Milano. «Questa decisione – spiega Adiconsum – che segue quella identica di pochi giorni fa pronunciata dal tribunale di Ferrara, è di fondamentale importanza perché proviene dal tribunale di Milano la cui autorità in materia è riconosciuta. Secondo i giudici di Milano Nuova Banca Marche (poi Banca Adriatica e ora Ubi Banca) è legittimata passiva nel ricevere le richieste di risarcimento del danno da parte degli azionisti. Alla luce di questa sentenza è quindi possibile fare causa direttamente alla banca evitando di procedere contro gli ex amministratori che, purtroppo, non sono solvibili viste l’importanza delle cifre in gioco». L’Adiconsum Marche già da due anni ha attivato il percorso del risarcimento civile nei confronti di Nuova Banca Marche e ora di Ubi Banca. «Sino ad oggi – specifica Adiconsum – siamo l’unica associazione che ha portato avanti il contenzioso dinnanzi ai tribunali civili, credendo fermamente che questa sia la via migliore per tutelare gli interessi dei risparmiatori. Ora la decisione del tribunale di Milano ha ulteriormente avvalorato questa strategia. Si invitano gli azionisti Banca Marche a recarsi nella nostri sedi con la documentazione attestante gli acquisti delle azioni, dove potranno essere loro spiegate le modalità per intraprendere la causa civile di risarcimento del danno nei confronti di Ubi Banca».

Nel frattempo, con un’interrogazione al ministro delle Finanze, l’onorevole dem Piergiorgio Carrescia riporta sotto i riflettori il tema della sottovalutazione dei crediti di Banca Marche in sede di risoluzione bancaria nel 2015.  Secondo il parlamentare «Ubi  ha stimato quei rischi in misura decisamente minore per cui i maggiori accantonamenti allora imposti alla banca marchigiana possono oggi essere stimati in circa 1,4 miliardi di euro, somma che copre ampiamente la perdita patrimoniale indotta con il decreto di risoluzione. La serietà e l’oculata gestione di Ubi pone interrogativi sulla precedente valutazione dei crediti delle tre Banche. Ritengo che sia indispensabile – conclude quindi Carrescia – comprendere le ragioni di una così rilevante discrasia nella valutazione dei crediti e questa interrogazione, mi auguro possa essere un utile atto per stimolare un approfondimento sulle responsabilità di quanto accaduto ed anche per sensibilizzare il mondo bancario locale ad una maggiore attenzione verso i risparmiatori dell’ex Banca Marche».

Obbligazioni ad alto rischio ai clienti: ex direttore di Banca Etruria finisce sotto accusa per truffa

 

Vende obbligazioni ad alto rischio, ex direttore di Banca Etruria finisce sotto accusa per truffa a tre clienti. Il processo si aprirà il prossimo aprile. Secondo l’accusa avrebbe proposto l’acquisto di obbligazioni della banca (recentemente assorbita da Ubi) senza dire che si trattava di una operazione ad alto rischio. Due commerciati di Treia, marito e moglie, e la madre di lei, avevano perso in tutto 135mila euro, la somma investita nell’acquisto delle obbligazioni.

Una coppia di commercianti di Treia e la madre di lei, avevano deciso di investire i loro risparmi in modo sicuro. Da tanti anni erano clienti di Banca Etruria, istituto poi finito in liquidazione e in seguito acquisito da Ubi Banca (il caso è simile a quello di Banca Marche). Ma all’epoca dei fatti, avvenuti tra il novembre del 2014 e il gennaio del 2015, i tre clienti non potevano immaginare ciò che sarebbe accaduto e ciò che stava già accadendo alla banca. L’allora direttore della filiale di Porto Sant’Elpidio, Giuseppe Ventrella, 45 anni, di Sant’Elpidio a Mare, avrebbe proposto ai tre clienti, dice l’accusa, l’acquisto di obbligazioni subordinate della banca tacendo la natura dei titoli e il fatto che si trattava di una speculazione ad alto rischio. Avrebbe invece garantito che avrebbero conservato il denaro investito. Ventrella, continua l’accusa, avrebbe taciuto ai clienti il fatto che si trattava di una operazione che presentava un conflitto di interessi con la banca stessa, «sottoponendo alla loro firma documenti attestanti un profilo di rischio non corrispondente al vero». Per l’uomo un rischio medio, per la moglie medio alto e per la madre della donna alto. In realtà, dice l’accusa, erano persone che non avevano pratica nella gestione di strumenti finanziari. L’ex direttore della filiale avrebbe fatto loro sottoscrivere prospetti informativi sulla natura e i pericoli delle obbligazioni «che però venivano privati della loro reale efficacia informativa per effetto delle rassicurazioni profuse sulla sicurezza dell’investimento».

Moglie e marito avevano acquistato 82mila euro di titoli, la mamma di lei 53mila euro. I risparmi legati a tanti sacrifici, che si erano volatilizzati. Da qui la decisione di rivolgersi ad un legale, l’avvocato Marco Gasparri, che ha denunciato tutto alla procura di Fermo. Ora le indagini si sono chiuse e il pm Francesca Perlini ha disposto il decreto di citazione a giudizio per Ventrella, che al tribunale di Fermo dovrà rispondere di truffa.

«Parliamo di persone che hanno perso tutti i soldi che avevano investito, hanno avuto fiducia nella banca. Si tratta di prodotti che gli sono stati venduti allo sportello – dice l’avvocato Gasparri –. Si trattava di prodotti a rischio che andavano acquistati da investitori esperti. Venderli allo sportello di una banca è come vendere medicinali senza ricetta in farmacia o armi al supermercato». Il legale spiega anche che ai tre clienti erano stati fatti compilare i questionari necessari a valutare il profilo dell’investitore e l’idoneità ad acquistare certi prodotti finanziari: «Glieli hanno fatti rifare più volte perché non passavano per fare l’acquisto, e così senza saperlo, a forza di mettere crocette, erano diventati esperti di finanza». Sul fronte dei risarcimenti: «Abbiamo presentato l’arbitrato. Vediamo come va e in seguito valuteremo se ricorrere civilmente contro Ubi Banca» dice il legale. Ventrella è assistito dall’avvocato Alessandro Angelozzi.

I legali di Banca Marche: “Il maggior disastro bancario italiano dopo i casi Sindona e Calvi”

 

finanza banca marche

 

“Quello di Banca Marche costituisce il maggior disastro bancario verificatosi in Italia dopo quelli risalenti al secolo scorso dei casi Sindona e Calvi. […] La singolarità di questo disastro sta da un lato nella pluralità di violazioni commesse e, dall’altro, nell’incredibile crescendo di irregolarità degli amministratori e sindaci che – seppure pesantemente censurati e sanzionati da Banca d’Italia e invitati a porre rimedio alle carenze riscontrate nel 2006 e nel 2008 – hanno ciononostante, come prima e più di prima, continuato nelle irregolarità, carenze e violazioni”.Se potevano rimanere ancora dubbi sulla gravità dei fatti che hanno portato al dissesto di Banca Marche, a fornire un ordine di grandezza di tutta la vicenda sono adesso gli stessi avvocati della banca, almeno da quanto si legge nell’atto di citazione depositato la scorsa settimana al tribuna di Ancona, quando l’istituto ha chiesto un risarcimento danni complessivo di oltre 280 milioni di euro all’ex dg, Massimo Bianconi, a trenta tra ex dirigenti, ex sindaci e amministratori dell’istituto, oltre che alla PriceWaterhouseCoopers, la società incaricata per otto anni di revisionare i bilanci della banca (leggi l’articolo). Gli avvocati di Banca Marche, per sottolineare la gravità dei fatti accaduti, hanno rilevato anche l’elevato numero di amministratori e sindaci dell’istituto “coinvolti nelle indagini della Procura della Repubblica di Ancona e della gravità dei reati contestati.”

Massimo Bianconi e Michele Ambrosini

Se nel paragone con la Banca Privata di Michele Sindona o con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi si coglie indubbiamente una certa dose di enfasi forense, nelle Marche all’indubbio genio di Calvi e Sindona, sembra essersi sostituita – in alcuni casi e al di là di ciò che è materia di procura e su cui al momento non può che valere la presunzione di innocenza, una certa dose di sciatteria e superficialità. O almeno lo si suppone davanti a quelle 83 delibere di finanziamento approvate dal Cda, a luglio del 2008, “in meno di cinque minuti”, un vero e proprio record mondiale che vede l’approvazione di una pratica ogni 3.6 secondi. Un tempo appena superiore, ma pur sempre di tutto rispetto, è stato necessario nel 2009 al Comitato esecutivo per dare il via libera ad altri 78 finanziamenti. Il comitato impiegherà, secondo quanto riportano i legali della banca, in tutto ben venti minuti, cioè una pratica ogni quindici secondi (decimi a parte). Se non fossimo davanti a un “disastro” – come scrivono gli stessi avvocati Franco Bonelli, Angelo Bonetta e Giuseppe Rumi su incarico dei commissari che da quasi due anni sono alla guida della banca – sarebbe quasi da riderci sopra. Non possono non suscitare una certa ironia anche quelle certificazioni “senza rilievi o richiami” con cui la Pwc avrebbe dato il via libera a cinque esercizi di fila, dal 2008 al 2012, “ivi inclusi bilanci tra loro difficilmente conciliabili”. Quali? Il riferimento della banca è alla semestrale del 2012 approvata con 42 milioni di utili confronta con il bilancio di fine anno, sempre del 2012, chiuso invece con 526 milioni di euro di perdite. Da qui la richiesta di risarcimento alla Pwc per oltre 182 milioni di euro.

La sala dove si tengo i Cda di Banca Marche

Innumerevoli e note sono le anomalie riscontrate e le violazioni delle normative contestate agli ex vertici, ma forse più significativa è la tesi dell’istituto secondo cui i vertici avrebbero praticamente ignorato tutte le segnalazioni venute negli anni dalla Vigilanza di Banca d’Italia, continuando a procedere più o meno nello stesso modo fino all’arrivo del nuovo dg, Luciano Goffi.  E se agli ex presidenti di Banca Marche vengono imputati ordini del giorno chilometrici che avrebbero impedito ai consiglieri “seria valutazione e controllo” – anche perché spesso le pratiche non erano accompagnate da informazioni esaustive – al comitato esecutivo viene tra l’altro imputato di avere approvato in maniera acritica, “senza alcun dibattito o richiesta di informazione”, diverse proposte di Massimo Bianconi.

Il Tribunale di Ancona

L’effetto, appunto, un disastro degno dei dissesti provocati da Calvi e Sindona, un disastro che la banca ha esemplificato al tribunale di Ancona attraverso la disamina di 37 pratiche di finanziamento, una goccia nel mare tra le centinaia di finanziamenti approvati anche in maniera “massiva” e la cui singola analisi comporterebbe per la banca “costi e risorse sproporzionate”. Anche perché, secondo Banca Marche, i 264 milioni di euro di perdite imputate agli ex vertici solo per questo campione di erogazioni sono già di gran lunga superiori all’effettiva capacità risarcitoria dei dirigenti, dei sindaci e degli amministratori chiamati in causa. Un campione limitato, dunque, ma per i legali dell’istituto esemplificativo di come spesso funzionassero le cose, o almeno come funzionassero per alcuni, come illustriamo in fondo all’articolo in riferimento ai crediti erogati al gruppo Lanari, Casale, alla Polo Holding o ai pugliesi Ciccolella, delibere che stonano con la quantità di garanzie e le difficoltà spesso incontrate da piccoli imprenditori locali per poche decine di migliaia di euro di finanziamento.

Michele Sindona

Nel caso Banca Marche non rientrano comunque caffè al cianuro né lo Ior di monsignor Marcinkus o le pressioni politiche di Andreotti. Per ora ci siamo anche risparmiati gli affari della mafia italo-americana o le vicende complottiste che portarono all’arresto di Mario Sarcinelli e all’incriminazione di Paolo Baffi, all’epoca rispettivamente vice direttore e governatore della Banca d’Italia, gli unici che si erano opposti a Sindona insieme all’eroe borghese, l’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli ammazzato sotto il portone di casa sua solo per aver fatto il proprio dovere. Ma che la vicenda Banca Marche possa  esaurirsi nell’eventuale responsabilità di alcuni amministratori – molti dei quali probabilmente poco consapevoli di cosa stesse accadendo – appare ridicolo. Come è fuori da ogni logica supporre che non si potesse sapere o che nessuno, anche all’interno degli organi preposti, potesse intervenire prima che si compisse il disastro. Ieri come oggi la vicenda Banca Marche è infatti ancora avvolta dal totale silenzio. Al di là di frasi di circostanza più o meno fuori luogo o di tweet più o meno ridicoli, se si eccettuano gli organi di stampa e le numerose prese di posizioni dell’ex presidente della Fondazione Carima, Franco Gazzani, come emerge già dall’ultima assemblea dei soci del 2012, per la politica e per le istituzioni marchigiane non è successo assolutamente niente, senza nessuno che abbia chiesto conto a nessuno, un vivi e lascia vivere molto poco decoroso. Un punto, quello del silenzio, che dovrebbe fare molto riflettere la comunità marchigiana anche se, non dobbiamo scordarlo, qui si parla di miliardi di euro di risparmi della collettività piuttosto che di giocose fiere o di intriganti palazzetti dello sport. Che poi i piccoli imprenditori locali – leggendo magari le decine di milioni di euro concessi in pochi minuti a un numero ristretto di gruppi come spieghiamo di seguito – abbiano di che mangiarsi il fegato, questo è un problema del mondo reale.

Foto d'archivio

I FINANZIAMENTI CONTESTATI – I 37 finanziamenti contestati agli ex vertici della banca vedono coinvolte diverse società, alcune con affidamenti ripetuti del tempo. Sotto la lente le operazioni che vedono coinvolte diverse società del gruppo Lanari, la Polo Holding, due società riferibili al gruppo di Vittorio Casale, l’imprenditore Mazzaro Canio, i pugliesi Ciccolella, la Financial Investment Real Estate Spa, Eurouno RE srl – Eurologistica srl – Pozzovivo srl, Gaetano Martini e Franco Sordoni, Compagnia Fondiaria Nazionale Spa, Gc Impianti Spa, Italfinance Spa, Iniziative Immobiliari Srl, Porto San Rocco srl ed Eurologistica srl, Pietro Lanari e Massimo Camiciola. Vediamo alcuni di queste operazioni più nel dettaglio.

CICCOLELLA – Se per 10mila euro di finanziamento gli istituti di credito chiedono spesso anche l’analisi del sangue di un piccolo imprenditore, fu molto più agevole per la ditta pugliese Ciccolella ottenere prima 35 milioni di euro da Banca Marche e poi ulteriori 45 milioni usati in buona parte per ripianare la prima esposizione, un giochetto che di fatto “simula”, come scrive la banca, una restituzione mai avvenuta. Ai vivaisti pugliesi l’istituto erogò tutti questi milioni “senza analitiche informazioni sulla destinazione dei finanziamenti”, senza valutazione della capacità di rimborso e con garanzie prive di “idonee valutazioni.” E se a qualche imprenditore marchigiano ancora non ribolle il sangue nelle vene, bisogna aggiungere che la ditta pugliese aveva all’epoca del primo finanziamento ben 24 milioni di euro di debito, perdite nell’ultimo bilancio per 1.5 milioni, il tutto per un fatturato di circa due milioni! Ma non finisce qui. Perché nel 2010 il comitato esecutivo di Banca Marche fornisce ai Ciccolella ulteriori 64 milioni di euro sulla base di quanto rappresentato da Bianconi il quale, peraltro, evidenziò come il cliente non disponeva “dei flussi adeguati per il rimborso del prestito in essere.”

"007, la spia che mi amava." Alcune scene del film  furono girate nel resort Capo Caccia

VITTORIO CASALE – Prodiga di finanziamenti, come risaputo, Banca Marche lo è stata con l’immobiliarista Vittorio Casale, personaggio della sinistra buona piuttosto noto a svariate Procure della Repubblica e finito anche nell’inchiesta per il dissesto di Tercas, oltre che in quella aperta dalla Procura di Ancona su Banca Marche. Si comincia dai 20 milioni di euro erogati alla Capo Caccia Resort srl senza bilanci, senza piani strategici e modalità di rimborso. La vicenda della Capo Caccia srl finisce amaramente nel 2013 con il sequestro in Sardegna dell’omonimo albergo e l’arresto di Vittorio Casale, accusato di aver distratto fondi proprio alla srl. Questo nonostante l’albergo sia famoso al mondo per aver visto girare al proprio interno un film di James Bond, “La spia che mi amava.” Al di là della passione per il cinema, molto amore Banca Marche deve averlo nutrito anche per un’altra società di Casale, la Immofinanziaria srl posta recentemente il liquidazione dal Tribunale di Roma. Ottenuti una decina di milioni di euro di finanziamenti attraverso tre operazioni piene zeppe di irregolarità, almeno secondo la banca, la Immofinanziaria è la società di Casale che vendette l’ormai famoso appartamento di Via Archimede, 96 a Roma a una società riferibile ad un familiare di Massimo Bianconi, subito prima che lo stesso immobile fosse riaffittato da un’altra società di Casale a un prezzo più alto della rata del mutuo (leggi l’articolo).

MAZZARO CANIO – Anche Giovanni Mazzaro Canio, uomo da rotocalchi, non si poté di certo lamentare di come era stato trattato da Banca Marche. Ex marito di Daniela Santanchè e titolare di diverse società che videro anche Cirino Pomicino e Luca Bianconi – figlio dell’ex dg – tra gli amministratori, solo attraverso tre operazioni l’imprenditore ricevette più di quattro milioni di euro. Banca Marche, già esposta per oltre quasi il 50% del debito complessivo del gruppo, senza valutare le capacità e la modalità di rimborso, nonostante gli sconfinamenti e nonostante i pochi dati relativi al patrimonio, concede infatti nel 2008 a Mazzaro Canio un credito di ulteriori 3 milioni di euro a cui seguono, nel 2010 e nel 2011, due nuove boccate d’ossigeno da oltre mezzo milione di euro ciascuna. Le boccate di ossigeno sono richieste di fido prive di garanzia a fronte di bilanci che, nel frattempo, avevano registrato ulteriori decine di milioni di euro di perdite. L’ossigeno, probabilmente, era più che necessario. Peccato che abbia dissanguato le casse marchigiane, con le operazioni finite tra i primi esposti presentati dalla banca alla Procura di Ancona (leggi l’articolo).

Foto d'archivio

LANARI E POLO HOLDING – La crisi dell’edilizia c’è ma forse non sempre per tutti. Sui finanziamenti al gruppo Lanari si è detto ormai di tutto, decine di operazioni alcune delle quali approvate in pochi minuti, con la banca che di fatto metteva spesso tutta la liquidità necessaria alle operazioni immobiliari. Alla fanese Polo Holding, appartenente a un gruppo edile a cui fanno capo un nugolo di società e che può quasi essere definita una delle tante Caltagirone marchigiane, nonostante la crisi e nonostante un’esposizione del gruppo per oltre 100 milioni di euro, Banca Marche ancora nel 2011 gli fornisce quasi altri 11 milioni di euro, dopo avergliene forniti già 15 nel 2010. Entrambe le pratiche, ovviamente, vennero liquidate in “pochi minuti” nonostante tutta una serie di criticità del prenditore e una documentazione affatto completa.

Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ecco le prossime tappe dell’integrazione

Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ecco le prossime tappe dell’integrazione

Anche se il perimetro potrebbe cambiare rispetto allo schema iniziale con qualche significativa correzione per la componente dei crediti in bonis traballanti (high risk), la messa in sicurezza delle banche venete dovrebbe tagliare il traguardo entro la prima settimana di dicembre. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, l’esito della due diligence sugli asset delle ex Popolare di Vicenza e Veneto Banca è atteso in tempi brevissimi. Inizialmente si era ipotizzata la data di giovedì 23, ma è possibile che il documento finale arrivi nei prossimi giorni certificando i saldi definitivi per Intesa Sanpaolo (per cui hanno lavorato le squadre di Stefano Barrese ed Eliano Omar Lodesani, affiancate dallo studio legale Pedersoli e dall’advisor finanziario Kpmg) e per le ex banche in liquidazione.

LA TEMPISTICA

A parte il ritardo iniziale, l’allungamento dei tempi sarebbe dovuto alla necessità di rivedere il perimetro del salvataggio. Secondo quanto appreso, la situazione di numerosi crediti risulterebbe più critica del previsto, soprattutto per quanto riguarda la componente in bonis ad alto rischio. La riclassificazione potrebbe riguardare posizioni per qualche centinaio di milioni di valore lordo, su cui ancora nei giorni scorsi erano in corso confronti. Il decreto approvato nel giugno scorso dà la possibilità a Intesa di retrocedere alla liquidazione coatta amministrativa i crediti che non risultino in bonis. Operazione che la banca guidata da Carlo Messina (in foto) potrà compiere fino al 31 dicembre 2020. Nel dettaglio, 30 giorni prima della conclusione di ogni trimestre Intesa potrà inviare ai commissari una comunicazione scritta contenente l’individuazione dei singoli crediti ad alto rischio riclassificati e una dichiarazione del revisore legale dei conti. Entro dieci giorni dall’invio della comunicazione la banca procederà alla cessione degli stock in questione, ricevendo in cambio una somma corrispondente al valore lordo di bilancio dei crediti stessi al netto degli accantonamenti.

I PROSSIMI PASSI

Chiusa la partita della due diligence, Intesa si concentrerà sulla migrazione dei sistemi prevista per il fine settimana dell’Immacolata. Già lo scorso week end, però, la banca avrebbe compiuto una prova generale del delicato processo, riportandone un risultato soddisfacente. Se insomma il processo di integrazione appare ormai in discesa per la Ca’ de Sass, più complesso sarà l’iter degli asset deteriorati. Ancora oggi i crediti sono parcheggiati nelle due banche in liquidazione, anche se il governo lavorerebbe intensamente al decreto per il trasferimento nella Società Gestione Attività (Sga).

LE INDISCREZIONI

Il provvedimento è atteso entro venerdì 8 dicembre, anche se il processo potrebbe essere complicato dall’individuazione dei servicer. Come riportato la scorsa settimana da MF-Milano Finanza, il nuovo Codice degli Appalti imporrebbe il passaggio a una gara a evidenza pubblica per la selezione dei soggetti cui affidare la gestione degli npl che non saranno gestiti in casa. La società guidata da Marina Natale dovrà poi affrontare un secondo aspetto molto delicato: la gestione degli unlikely to pay. L’orientamento del Tesoro sarebbe la creazione di una piattaforma di gestione che coinvolga al fianco di Sga diverse banche tra cui la stessa Intesa . Resta da capire quale sarà il trattamento dei contratti di credito vivi: è molto improbabile che le banche ne assumano la proprietà ma è difficile immaginare in questo ruolo Sga, che banca non 

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“LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA
DELLE IMPRESE D’INVESTIMENTO E DEGLI ENTI CREDITIZI”
Le modifiche apportate al Testo unico dal D. Lgs. n.415 del 1996

Recepimento in Italia delle direttive CEE 93/6 del 15 marzo 93 e 93/22 
del 10 maggio 93 relative rispettivamente all’adeguatezza patrimoniale dell’imprese bancarie e ai servizi di investimento 
nei settori valori mobiliari.

William Hogarth, dal ciclo pittorico “Il matrimonio alla moda”,
La morte di lei (1744 – cm 68,5 x 89), National Gallery, Londra


Il corpus normativo, di cui al D. lgs. 1° settembre 1993, n. 385 – Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia -[1], ha apportato, come rilevato dai primi commentatori, una sostanziale e profonda modifica all’attività dell’impresa bancaria, ai suoi rapporti con le autorità del settore, nonché alla sua interazione con i soggetti investitori.
Per vero, si ritiene che la medesima considerazione non può farsi ove si analizzi la normazione in tema di crisi dell’ente, fondata tuttora su istituti che sono stati oggetto di una razionalizzazione, anziché di una innovazione vera e propria.
È altresì da rilevarsi che il comparto bancario, nel più ampio quadro delle procedure concorsuali cui è assoggettata l’impresa commerciale insolvente, è fra quelli nei quali maggiormente l’operatore del diritto avverte la presenza delle peculiarità proprie della disciplina speciale: in altre parole, si può sottolineare che le norme di cui all’art. 194 e seguenti del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, che pure fanno salve, ai fini della disciplina dell’istituto della liquidazione coatta amministrativa, le disposizioni di settore, sono state in realtà utilizzate, nel credito più che in ogni altro comparto commerciale, in forma meramente residuale, laddove, per contro, è stata la disciplina speciale – tanto quella del nuovo T.U.B., quanto quella precedente della c.d. legge bancaria del 1938[2]- a fornire i connotati fondamentali (anche giuridici) del procedimento concorsuale in esame.
Non potendo entrare in questa sede nel merito delle ragioni che hanno determinato la ora menzionata specificità, si può solo affermare che la crisi, nei suoi diversi stadi, è fortemente caratterizzata dai poteri attribuiti alle autorità del settore (in specie, la Banca d’Italia), in un’ottica che vede tutelati, in ossequio a norme di rango costituzionale e attraverso lo strumento della sana e prudente gestione dell’impresa, la stabilità del sistema e la tutela del risparmio.
In tale quadro di insieme, si può notare, in primo luogo, come lo schema normativo tradizionale, costituito dal fallimento (ovvero dalla liquidazione coatta amministrativa), come sanzione dell’insolvenza, e dalle procedure concorsuali minori, venga adattato attraverso la previsione di strumenti che, pur se talvolta correlati all’insolvenza, più spesso ne prescindono, sostanziandosi piuttosto in irregolarità amministrative di diverso genere, tipizzate dal legislatore e “modellate” dalla prassi applicativa dell’Istituto di emissione[3]. Peraltro, nel settore in esame, è ab origine esclusa l’assoggettabilità astratta al fallimento e alla liquidazione coatta[4]; troverà pertanto applicazione in via esclusiva la procedura concorsuale amministrativa, anziché giudiziale, con conseguente, possibile configurazione, ai danni dell’ente, di una dichiarazione di insolvenza che, in quanto tale, può essere preventiva ovvero successiva al provvedimento dell’Autorità di vigilanza.[5]
In secondo luogo, sotto un profilo qualitativo, lo stesso stato di insolvenza, inteso tradizionalmente come incapacità dell’impresa a far fronte regolarmente ai pagamenti, assume nel credito una caratterizzazione propria, in quanto fa riferimento, più genericamente, a indici che rilevano “l’inidoneità dell’ente a svolgere correttamente l’attività bancaria e la sua attuale o anche potenziale dannosità per il risparmio intermediato”[6].
L’oggetto dell’analisi che segue, viene limitato alla sola procedura della liquidazio-ne coatta amministrativa; si può infatti, in questa sede, fare solo una rapida menzione di quegli ulteriori strumenti di intervento – previsti dal titolo IV della legge bancaria -, costituiti, a seconda della gravità e/o dei diversi presupposti, dalla gestione provvisoria (art. 76), dalla chiusura dei locali (art. 78), dal divieto di intraprendere nuove operazioni (pure all’art. 78), dall’amministrazione straordinaria (artt. 70 e segg).[7]
Nel quadro normativo delle crisi bancarie, ora delineato, si inseriscono le novità di cui al D. lgs. del 1996 n. 415[8], il quale viene ad incidere sulla procedura liquidatoria in esame, modificando i seguenti gruppi di norme:
1] quello di cui agli artt. 83, 1°, 2° e 3° comma, T.U.B., relativo all’efficacia, ai diversi fini, del provvedimento di liquidazione coatta, posticipato dalla data di emanazione del decreto (criterio utilizzato nell’originaria stesura del D. lgs. 385 del 1993, vigente per poco più di 3 anni, nonché, ma in modo più sfumato, dalla stessa legge fallimentare, all’art. 200) alla data di insediamento degli organi liquidatori e, comunque, non oltre il terzo giorno successivo alla data di emanazione del provvedimento che dispone la liquidazione coatta amministrativa;
2] quello di cui all’art. 86, 2° e 4° comma, T.U., così come modificati dall’art. 64, commi 13 e 14, del D. lgs. 415 del 1996, concernente la fase amministrativa della redazione dello stato passivo.
Quanto alla prima modifica, la novella in rassegna dovrebbe eliminare gli svantaggi derivanti dalla previsione, in base alla originaria stesura del 1993, di un duplice stadio: quello di efficacia del provvedimento (de iure coincidente con la sua emanazione) e quello, successivo, della sua concreta conoscibilità da parte dei soggetti sui quali era destinato ad incidere.[9]
Ovviamente, posticipando l’efficacia del provvedimento ministeriale al termine sopra precisato, il legislatore viene ad incidere, di riflesso, su taluni, rilevanti, istituti:
a] quello di cui al primo comma dell’art. 83, T.U.B., concernente la sospensione del “pagamento delle passività di qualsiasi genere e le restituzioni di beni a terzi”;
b] le norme di cui agli articoli 42, 44, 45 e 66 della legge fallimentare, relative rispettivamente a:
 spossessamento della banca dalla facoltà di amministrare i propri beni e l’attrazione alla massa attiva anche dei beni pervenuti dopo il provvedimento di messa in liquidazione;
 inefficacia degli atti compiuti dopo l’adozione del provvedimento dell’Autorità di vigilanza;
 inopponibilità delle iscrizioni effettute successivamente al decreto in parola;
c] le disposizioni del titolo II, sezione II e sezione IV della legge fallimentare, in tema di revocatoria ordinaria e di effetti della procedura concorsuale per i creditori e per i rapporti giuridici preesistenti;
d] la norma di cui al terzo comma dell’art. 83, relativa al divieto di promozione ovvero di proseguimento di alcun atto di esecuzione forzata o cautelare.
Avuto invece riguardo alle modifiche già tratteggiate sub b), è noto che la fase c.d. amministrativa dell’accertamento dello stato passivo veniva sostanzialmemte disciplinata, in base all’originaria stesura del T.U.B., dall’art. 86 T.U., il quale, in forma speculare a quanto previsto agli artt. 194 e segg, L.F., individuava taluni stadi fondamentali, tuttora vigenti:
a] entro un mese dalla nomina, verifica da parte dei commissari – sulla base delle scritture contabili dell’ente -, e successiva comunicazione agli interessati, della titolarità di crediti pecuniari, ovvero di diritti su beni, pure vantati da terzi;
b] entro quindici giorni dalla comunicazione, eventuale presentazione di reclami ai commissari da parte dei destinatari delle comunicazioni;
c] entro sessanta giorni dalla pubblicazione del decreto, presentazione, da parte dei creditori ovvero titolari di diritti su beni, di apposita domanda volta al riconoscimento delle proprie pretese;
d] entro novanta giorni dalla pubblicazione del provvedimento sulla G.U., deposito dello stato passivo presso il Tribunale in cui v’è la sede legale dell’ente.
Va detto che la riforma prevede, in aggiunta al quadro normativo ora delineato, che un’apposita comunicazione, sostanzialmente analoga a quella precisata sub a), vada altresì fatta a coloro che siano titolari di diritti reali sui beni e sugli strumenti finanziari relativi ai servizi previsti dal D. lgs. 415 del 1996, in possesso della banca, nonché ai clienti “aventi diritto alle restituzioni di detti strumenti finanziari”. Tali clienti, ai sensi del successivo 4° comma, “sono iscritti in apposita e separata sezione dello stato passivo”[10]; ai medesimi, inoltre, è attribuito il potere di proporre le opposizioni allo stato passivo e le insinuazioni tardive, ai sensi dell’art. 87, commi 2°/5°, nonché dell’art. 88, nuova legge bancaria.
La nuova norma, pertanto, ribadisce quanto, in caso di crisi, si prevede per le imprese di investimento, ossia l’iter di cui all’art. 34, 6° comma, del citato D. lgs. 415/1996, che consente agli investitori di veder soddisfatte le proprie pretese in maniera diversa (e preferenziale) rispetto al normale soddisfo in sede concorsuale.[11]
La precipuità della procedura esaminata, che presiede alla redazione dello stato passivo, deve in realtà ritenersi espressione di un più ampio principio: quello di separazione patrimoniale; in forza di questo (richiamato dall’art. 19 del già citato decreto legislativo del 1996), nella prestazione dei servizi previsti dal medesimo decreto (precisati all’art. 1, 1° comma, già riferito sub nota 10), “gli strumenti finanziari e il denaro dei singoli clienti, a qualunque titolo detenuti dall’impresa di investimento”, costituiscono “patrimonio distinto a tutti gli effetti da quello dell’intermediario e da quello degli altri clienti”. È d’obbligo precisare, tuttavia, che, ove a compiere le attività di investimento sia una banca, ora abilitata ex lege al compimento delle medesime, la separazione sarà limitata ai soli strumenti finanziari, risultando per contro esclusi coloro che hanno corrisposto alla banca in bonis somme di denaro. Alle prestazioni pecuniarie, infatti, si deve applicare la norma sui depositi bancari di cui all’art. 1834 cod. civ., con la conseguenza pertanto che la banca ne acquista la proprietà, con obbligo di restituzione del tantundem eiusdem generis.[12]
Sulla natura giuridica del principio in esame, l’ampio utilizzo che dello stesso viene fatto, come sopra illustrato, nei diversi settori, impone un rapido cenno in ordine alle sue caratteristiche, anche perché non è da escludere che la normativa futura possa fare ad esso ricorso, per vedere meglio tutelati gli interessi di categorie particolari di soggetti.[13]
Nella sedes materiae possiamo riscontrare una prima posizione, rappresentata da coloro che, soprattutto in passato, hanno inteso la separazione come “pluralità di rapporti attivi e passivi, facenti capo … ad una sola persona”, “costituiti in unità e tenuti distinti dagli altri rapporti attivi e passivi … della stessa persona”.[14] Contrapposta a questa, v’è la tesi di chi, per contro, anche sulla base del concreto operare del meccanismo in esame, esclude che di patrimonio separato si possa parlare, ove si consideri che le imprese e le banche non agiscono mai per conto proprio, ma esclusivamente in nome e per conto dei propri clienti, ovvero in nome proprio e per conto dei clienti. Deriva da ciò che gli strumenti finanziari, acquistati dalla Sim ovvero dalle banche, con spendita o senza spendita del nome dei clienti, costituiscono “parte integrante dei beni di proprietà di questi ultimi”.[15] In altre parole, patrimonio distinto è non patrimonio separato in senso tecnico, ma “distinzione esclusivamente contabile e scritturale tra le entità finanziarie facenti capo ai singoli clienti e quelle invece appartenenti al patrimonio dell’intermediario”.[16] 
Resta comunque inteso che, indipendentemente dalla natura giuridica che all’istituto voglia assegnarsi, viene modificata pure, come conseguenza del rinnovato art. 86 del T.U.B., la disciplina dei “riparti”, ora, in coerenza con le modifiche sopra descritte, rubricata all’art. 91, con dicitura più pertinente, come “restituzione e riparti”. Si prevede infatti, coerentemente, che i commissari liquidatori procedano alla preventiva restituzione degli strumenti finanziari, solo successivamente, alla ripartizione dell’attivo, secondo le note regole di cui all’art. 111, L.F. Ovviamente, nel caso in cui sia stata rispettata la separazione tra il patrimonio della Sim e/o della banca e quello del cliente, ma non la separazione dei singoli patrimoni dei clienti fra di loro, ovvero gli strumenti finanziari non risultino sufficienti alla copertura delle restituzioni, è previsto, ove possibile, che i commissari procedano alle restituzioni, in proporzione delle pretese riconosciute in sede di accertamento nell’apposita sezione dello stato passivo, oppure alla liquidazione degli strumenti finanziari di pertinenza della clientela e alla conseguente ripartizione del ricavato nel rispetto della richiamata proporzione. 
Qualora risulti del tutto violato l’obbligo di separazione anche nei confronti del patrimonio sociale, i clienti concorreranno per l’intero credito con tutti gli altri creditori chirografari. Si rileva, in ultimo, che la novella del T.U. effettua, sempre in tema di liquidazione coatta, una precisazione in ordine ad una incertezza ingenerata in passato dal fatto che, in tema di indennità e rimborsi spettanti agli organi 
della procedura di amministrazione straordinaria, cui fosse conseguita la liquidazione coatta, nulla il legislatore pre-
vedeva; tali compensi sono ora, ex lege ed expressis verbis, equiparati alle spese prededucibili, fatte nell’interesse della procedura.


Note[1] In G.U. del 30 settembre 1993, n. 230, entrato in vigore il 1° gennaio 1994. 

[2] Si fa riferimento al R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375, convertito in L. 7 marzo 1938, n. 141. 

[3] Commenti in ordine alla nuova disciplina della liquidazione coatta si leggono in: Fortunato, La liquidazione coatta amministrativa, La nuova legge bancaria, a cura di Castaldi e Ferro-Luzzi, Milano, 1996, pagg. 1253 e segg.; Bonfatti, Nuzzo, Desiderio, Galanti, Boccuzzi, Lener, Cercone, Tusini Cottafavi, Fortunato, Di Brina, Capriglione, in AA.VV, Commentario al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, Padova, 1994, pagg. 410 e segg.; Costi, L’ordinamento bancario, Bologna, 1994, pagg. 641 e segg.; Desiderio, “Il regime delle crisi delle banche e dei gruppi delle banche: novità e riordino della disciplina nel Testo unico”, in Dir. banc., 1993, I, pagg. 556 e segg.; Galanti, La crisi delle banche nel nuovo Testo unico della legislazione creditizia, in Il Fallimento, 1993, pagg. 1085 e segg.

[4] Ipotesi questa che, ove prevista, viene regolata dal principio di prevenzione di cui all’art. 196, L.F., onde l’adozione dell’una esclude automaticamente l’altra. 

[5] Sulle modalità di accertamento dello stato di insolvenza, l’art. 82, 1° comma, del T.U.B., prevede, specularmente a quanto previsto dall’art. 195, 1° comma, che sia lo stesso tribunale del luogo dove’è la sede legale, a dichiararlo con sentenza in Camera di Consiglio, sentiti la Banca d’Italia e i legali rappresentanti della banca e previa richiesta di uno 
o più creditori, su istanza del P.M. ovvero d’ufficio, ovvero su istanza degli stessi commissari straordinari, nel caso di precedente amministrazione straordinaria dell’ente. Ove invece l’insolvenza non sia stata preventivamente dichiarata, ma comunque sussista al momento dell’emanazione del provvedimento, il tribunale la dichiarerà, su istanza dei commissari liquidatori, su istanza del P.M. ovvero d’ufficio, 
sentiti, anche in questo caso, la Banca d’Italia e i cessati legali rappresentanti dell’ente.Ovviamente, nell’uno e nell’altro caso, si produrranno gli effetti previsti all’art. 203 legge fallimentare, ossia, 
in buona sostanza, le norme, di cui al titolo II, capo III, sezione III, in tema di revocatoria fallimentare. 

[6] Così, Fortunato, cit., pag. 1263. Gli artt. 68 e 69 della legge bancaria del 1938, citata, facevano riferimento allo “stato di cessazione dei pagamenti”; per converso, il rinvio contenuto in forza della nuova norma alla legge fallimentare non è più specificamente rivolto all’art. 5, poiché il disposto formalmente non appare richiamato. Tale argomento è, dunque, sostanzialmente utilizzabile in favore della tesi della terzietà dell’insolvenza bancaria nella liquidazione coatta rispetto a quella propria di altre procedure concorsuali. Si rileva comunque che con la modifica di cui all’art. 82, T.U.B., il legislatore del 1993 pare sostanzialmente allineare il dato normativo alla prassi giurisprudenziale che, pur nel vigore della legge bancaria del 1938, ritenendo gli artt. 68 e 69 abrogati dall’art. 194, 2° comma, faceva utilizzo, per le banche, del criterio dello stato di insolvenza. Paradigmatica è la sentenza della Suprema Corte, n. 1321, del 17 marzo 1989 (in Il fallimento, 1989, pag. 614), resa relativamente al caso del Banco Ambrosiano.

[7] In ordine all’amministrazione straordinaria, si può notare che la stessa viene disposta sempre con decreto del Ministro del Tesoro, su proposta della Banca d’Italia, per uno dei casi di cui all’art. 70, T.U.B., lett. a), b) e c), costituiti fondamentalmente dai seguenti: gravi irregolarità nell’amministrazione dell’azienda; gravi violazioni di disposizioni legislative, amministrative e statutarie; gravi perdite patrimoniali; scioglimento richiesto con istanza motivata dagli organi amministrativi ovvero dall’assemblea straordinaria.

[8] Il decreto legislativo n. 415 del 23 luglio 1996, emanato dal Consiglio dei Ministri in conformità alla delega di cui all’art. 21, L. 6 febbraio 1996, n. 52, recepisce la direttiva n. 22/CE del 10 maggio 1993, relativa ai servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari, e n. 6/CE del 15 marzo 1993, relativa all’adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi. La pubblicazione del decreto è su G.U. n. 186 del 9 agosto 1996. 

[9] È appena il caso di rilevare che nella stessa Relazione governativa si dà conto delle ragioni della modifica, che così viene giustificata: “Salvaguardare l’efficacia dei pagamenti effettuati dall’intermediario nel periodo, comunque non superiore a tre giorni, intercorrente fra l’emanazione del decreto e l’insediamento degli organi liquidatori  e ciò per motivi connessi alla funzionalità del sistema dei pagamenti”; “Mantenere la vigenza dei contratti in corso, in modo da evitare interruzioni dei contratti stessi nel caso in cui venga disposta la continuazione dell’esercizio dell’impresa in liquidazione, che esclude lo scioglimento automatico dei rapporti negoziali”.Con riferimento a tale ultima argomentazione, la stessa deve ovviamente leggersi alla luce della norma di cui all’art. 90, 3° comma, giusta la quale “i commissari possono, nei casi di necessità e per il migliore realizzo dell’attivo, previa autorizzazione della Banca d’Italia, continuare l’esercizio dell’impresa o di determinati rami di attività, secondo le cautele indicate dal comitato di sorveglianza”; in tal caso – e purché l’autorizzazione alla continuazione intervenga nel termine di cui all’art. 83, 1° comma (ossia, come prima riferito, all’atto dell’insediamento degli organi liquidatori e, comunque, non oltre tre giorni dall’emanazione del provvedimento) -, è escluso lo scioglimento di diritto dei rapporti giuridici preesistenti (cfr. Colavolpe, “Decreto Eurosim: le modifiche al T.U. bancario”, in Le Società, 1996, pag. 1072). 

[10] Si precisa, per una migliore comprensione della problematica sottesa, l’ambito degli strumenti finanziari, meglio precisati all’art. 1, 1° comma, del c.d. Eurosim, costituiti, exempli causa, da: azioni; obbligazioni; ogni altro titolo normalmente negoziato, che permetta di acquistare tali strumenti ed i relativi indici.

[11] In ordine alla liquidazione coatta amministrativa delle imprese di investimento, a seguito dell’ultima normativa di recepimento delle direttive comunitarie, si rinvia all’analisi di Ruggeri, “La liquidazione coatta degli intermediari finanziari”, in Il fallimento, 1996, pagg. 937 e segg, nonché a Fimmanò, “Decreto Eurosim: la disciplina delle crisi”, in Le Società, 1996, pagg. 1035 e segg..

[12] Purtuttavia, sebbene non iscritti in una apposita sezione dello stato passivo, i depositanti godono, nell’attuale sistema, di un’ampia tutela, di natura assicurativa, costituita dal fondo interbancario di tutela dei depositanti. Tale è un consorzio di diritto privato, ad adesione obbligatoria, fra soggetti iscritti nell’albo degli enti creditizi, tenuto presso la Banca d’Italia e disciplinato dagli artt. 96, 96 bis, 96 ter, 96 quater del Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, da ultimo novellati dal D. lgs. 4 dicembre 1996, n. 659, di recepimento della direttiva 94/19/CE, relativa ai sistemi di garanzia dei depositi. 
Beneficiari del sistema sono i creditori relativi a fondi acquisiti dalle banche con obbligo di restituzione, sotto forma di depositi o sotto altra forma, nonché agli assegni circolari e agli altri titoli di credito ad essi assimilati. Sono escluse, peraltro, in forza del successivo comma (il 4° dell’art. 96 bis), alcune categorie di passività della banca quali: 
a) le obbligazioni; b) i depositi effettuati da banche, società finanziarie, compagnie di assicurazione, organismi di investimento collettivo del risparmio. 

[13] Per vero, lo stesso settore assicurativo, sempre nel comparto finanziario, sembra permeato da un meccanismo non dissimile da quello 
di separazione, ora delineato. Tanto il D. lgs. 17 marzo 1995, n. 174, attuativo della direttiva 92/96/CE, in materia di assicurazioni dirette 
sulla vita, quanto il D.lgs. 17 marzo 1995, n. 175, di attuazione della direttiva 92/49/CE, in materia di assicurazione diversa dall’assicurazione sulla vita, prevedono che, a fronte di riserve tecniche iscritte in bilancio al passivo, vi debba essere una copertura effettuata, in sede di redazione di bilancio dell’impresa in bonis, con attivi di proprietà dell’impresa, meglio precisati agli alinea a), b), c) e d) degli articoli rispettivamente 26 e 27. Quanto poi agli effetti della liquidazione, tali attivi, in caso di crisi dell’impresa, sono riservati, ai sensi degli artt. 67 e 78 rispettivamente, “al soddisfacimento degli obblighi derivanti dai contratti rientranti dai rami da 1° a 6°” di cui all’allegato I del decreto medesimo (se vita) ovvero derivanti da tutti i contratti (relativamente ai rami diversi da quello vita). Il concetto di separazione, in ultimo, viene ulteriormente 
ribadito al successivo comma 4° dei medesimi articoli, venendo precisato che i soggetti tutelati sono soddisfatti con priorità rispetto agli altri titolari di crediti sorti anteriormente al provvedimento di liquidazione, ancorché assistiti da privilegio e ipoteca.

[14] Così Santoro Passarelli, in Dottrine generali del diritto civile, Napoli, 1966, pag. 86.

[15] In tal senso, Capriglione, “Note introduttive alla disciplina delle S.I.M. e dell’organizzazione dei mercati finanziari”, in Quaderni di ricerca giuridica della consulenza legale della Banca d’Italia, n. 25, 
Roma, 1991, pag. 31.

[16] Così si esprime Briolini, cit., pag. 149.

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Università degli Studi di Milano Facoltà di Giurisprudenza Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Giurisprudenza

I CONCORDATI COATTIVITesi di Laurea di: Mattia SANTI Matr. n. 783658Relatore: Chiar.mo Prof. Angelo CASTAGNOLA Correlatore: Dott. Martino ANDREONI – ANNO ACCADEMICO 2013-2014

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Come e perché questa è l’età dell’ansia

 

(Eugenio Marongiu, Getty Images)
“Se non siete ansiosi e abitate sul mio stesso pianeta, allora vorrei tanto sapere che cosa nascondete nell’armadietto delle medicine”, scrive Laurie Penny in un articolo acuto e brillante (le due cose non sempre vanno insieme) tradotto nel numero 1232 di Internazionale con il titolo Una generazione di ansiosi.

L’ansia è una condizione di disagio psicologico. Ed è una condizione ambientale: si riferisce a una indistinta, ma pressante, sensazione di allarme. C’è dentro preoccupazione, paura, la tensione fisiologica del corpo che, in vista di un potenziale pericolo, si prepara ad attivare la reazione di attacco o fuga (fight or flight).

David Spiegel, docente di psichiatria alla Stanford university, dice che tra ansia e stress c’è una differenza fondamentale: mentre lo stress è riferito a un fatto specifico, ed è associato a nervosismo e frustrazione, l’ansia è riferita a una più generale situazione di vulnerabilità.

L’ansia è solo un sintomo
Penny parla dei giovani nell’America di Trump, che di sicuro hanno più di un motivo per essere ansiosi. Del resto, una recentissima ricerca dell’American psychological association dice che quasi due terzi degli americani (non solo i giovani, dunque) sono in ansia per il futuro del paese. È il livello più alto mai raggiunto: maggiore che durante la seconda guerra mondiale, la guerra del Vietnam, la crisi dei missili di Cuba e l’11 settembre.

“L’ansia è uno stile di vita per la generazione Y. In un mondo insicuro, è una sorpresa?”, titola il quotidiano The Guardian. La testata è britannica, ma l’articolo è scritto dall’australiano Simon Copland (e con ciò abbiamo già toccato tre continenti). Copland elenca una serie di cause possibili: insicurezza del lavoro, difficoltà di trovare una casa, instabilità dell’economia e del reddito individuale, cambiamento climatico. Aggiunge che diverse ricerche evidenziano come l’insicurezza (sul lavoro o la casa, per esempio) sia ancor peggiore, in termini di ansia generata, di una perdita reale.

A pensarci bene, la cosa ha un senso: se qualcosa di brutto capita effettivamente, ci si può attivare per reagire. Ma il permanente timore che qualcosa di brutto possa capitare è più difficile da gestire.

Qualsiasi notizia ormai raggiunge chiunque, subito e in qualsiasi istante

In realtà, scrive Copland, la situazione è ancora più complicata di come appare: la rottura delle reti di solidarietà e di vicinato, l’isolamento e la solitudine individuale, la crisi dei valori che per decenni hanno orientato lo sviluppo della società occidentale tolgono punti di riferimento e accrescono l’incertezza. L’ansia individuale (o generazionale) è solo un sintomo, e curare quello non basta. Bisogna rimuovere le cause, e trovare soluzioni a lungo termine.

Mica facile, però.

Il New York Times Magazine sottolinea che l’ansia è un dono – si fa per dire – dei tempi più recenti: se gli anni novanta sono stati tendenzialmente depressi, l’età contemporanea, e in primo luogo i suoi giovani, sono costantemente preoccupati e agitati. Del resto, oramai è difficile perfino dire “dove finisce lo stato ansioso individuale e dove cominciano le notizie dal mondo reale”.

Rimedi sensati e praticabili
D’altra parte, fino a una manciata di decenni fa le persone avevano da preoccuparsi solo di ciò che le poteva coinvolgere direttamente. Ora, tutto quanto succede nel mondo riguarda tutti, dato che qualsiasi notizia ormai raggiunge chiunque, subito e in qualsiasi istante. E di solito si tratta di cattive notizie, dato che le buone hanno meno impatto e, quindi godono, a parità di rilievo, di minore diffusione.

L’ansia non è razionale. Non è coerente. Consuma un sacco di energia. È polivalente, e si può applicare a qualsiasi cosa: si può essere contemporaneamente ansiosi per le possibili conseguenze del riscaldamento globale e per un invito a cena con gente che non si conosce. Tra l’altro, si può perfino essere ansiosi sul fatto di essere ansiosi.

Per evitare che questo articolo concorra a sua volta a suscitare ansia sull’ansia, concludo con alcuni dei più sensati e praticabili rimedi a disposizione, tra quelli suggeriti da undici esperti. Primo tra tutti, riconoscere lo stato d’ansia e accettarlo. Rallentare. Concedersi pochi minuti seduti, a non fare nient’altro che respirare.

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Poi: proteggersi dal bombardamento delle notizie e permettere a se stessi di allentare, ogni tanto, la vigilanza. Accorgersi delle cose buone che succedono. Occhio: sembra che l’alcol riduca l’ansia, ma non è proprio così. E ancora: stringere le reti di sostegno (parenti, amici) e condividere. Prendersi cura di sé (cibo, sonno, esercizio fisico). Trovare occasioni per farsi una risata.

Sembrano cose da niente. Ma proprio perché l’ansia è di origine ambientale e non ha un oggetto preciso, modificare (o allentare anche per poco) i propri legami con l’ambiente, o immettere nell’ambiente valenze positive, o valorizzare quelle che ci sono, può funzionare.

Un articolo di Quartz aggiunge alcuni tasselli importanti: l’ansia è un potente stimolo a darsi da fare e a produrre soluzioni creative. E poi: anche se provare ansia non è piacevole, non bisogna dimenticare che, sotto il profilo individuale, l’ansia è tendenzialmente associata all’onestà, all’attenzione ai dettagli, all’essere fortemente motivati, alla ricerca dell’eccellenza e alla sensibilità ai bisogni altrui. Come se l’ansia fosse quasi un pedaggio da pagare per essere persone capaci e, soprattutto, brave persone.