Etruria, Maria Elena Boschi chiede i danni a Ferruccio De Bortoli

Etruria, Maria Elena Boschi chiede i danni a Ferruccio De Bortoli
 italia oggi

Il sottosegretario della presidenza del consiglio, Maria Elena Boschi, va al contrattacco sulla vicenda banca Etruria e annuncia un’azione civile di risarcimento nei confronti di Ferruccio De Bortoli, presidente della casa editrice Longanesi: “Chi ha sbagliato ad Arezzo ha pagato e pagherà”, ha scritto su Facebook. “Spero che accada anche altrove. Ma se vogliamo difendere i cittadini che hanno perso i risparmi da Ferrara a Vicenza, nelle Marche come in Toscana, dobbiamo verificare le vere responsabilità. Noi siamo interessati agli atti, non alle strumentalizzazioni. Qualcuno usa questa vicenda da due anni per attaccare me e il Pd. Io penso che sarebbe più giusto fare chiarezza sugli errori fatti da tanti per non sbagliare più”. Poi l’annuncio: “Ho firmato oggi il mandato per l’azione civile di risarcimento danni nei confronti del dottor Ferruccio de Bortoli. A breve procederò anche nei confronti di altri giornalisti. Mi spiace dovere adire le vie legali contro alcuni giornalisti, non lo avevo mai fatto prima. Nemmeno in presenza di affermazioni evidentemente diffamatorie. Ma credo che sia ormai necessario farlo perché sulla verità dei fatti si pronunci un tribunale in nome della legge. Perché la legge è uguale per tutti, davvero”.  L’azione civile di risarcimento intentata da Boschi riguarda alcuni contenuti del libro di De Bortoli Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo, nel quale l’ex direttore del Corriere della Sera, a proposito di Etruria, attribuì a Maria Elena Boschi interventi diretti su Federico Ghizzoni (Unicredit) per convincerlo a intervenire per acquisire la banca del quale il padre Pier Luigi Boschi era stato vicepresidente. Tesi, questa, smentita da Boschi ma confermata da De Bortoli, che chiamò in causa lo stesso Ghizzoni che si limitò ad annunciare che avrebbe riferito in commissione di inchiesta sulle banche

Rossi a Casini: “Non ho nascosto nulla alla commissione su Boschi”

La lettera del procuratore di Arezzo: nei miei confronti addebiti offensivi

Pierluigi Boschi – la stampa 

  
 

«Non ho nascosto nulla in relazione alla posizione del consigliere Pierluigi Boschi in relazione alle domande che mi venivano poste». Roberto Rossi, procuratore capo di Arezzo, scrive a Pier Ferdinando Casini per replicare alle accuse di aver omesso di riferire delle indagini su Etruria che coinvolgono l’ex vicepresidente della banca e padre del sottosegretario alla presidenza del consiglio ed ex vicepresidente della banca. 

«Sono costretto a scriverle – dice Rossi a Casini – in relazione alle notizie secondo le quali avrei omesso notizie in merito al presunto status di indagato del consigliere Bpel Pierluigi Boschi». «Considero tali addebiti gravemente offensivi – prosegue la lettera -: ho risposto puntualmente a tutte le domande che mi sono state formulate senza alcuna reticenza o omissione».  

Rossi riporta poi alcuni passaggi della sua deposizione. Dopo un’ora e 11 minuti risponde alla domanda di Villarosa (M5s), che chiede di precisare se ha detto che 14 persone del cda non sono indagate. «No, rinviate a giudizio», replica Rossi. Quindi potrebbero essere indagate, chiede Villarosa? «Sì», risponde il procuratore aggiungendo di aver annuito. Dopo 3 ore e 18 minuti Rossi puntualizza ancora: «Cerco di essere più chiaro possibile: qui non stiamo parlando di indagati, stiamo parlando di rinviati a giudizio». 

Dopo 3 ore e 20 viene chiesto del possibile falso in prospetto e, prosegue la lettera, «il procuratore chiede che si prosegua in audizione secretata». Nella parte secretata, prosegue, «nessuno rivolge domande sulla identità delle persone oggetto di indagini». 

Credito di Romagna: liquidazione addio. La salva un fondo di Hong Kong

Credito di Romagna verrà davvero salvata dal fondo di Hong Kong? Il punto della delicata situazione.

money.it

 

Credito di Romagna: liquidazione addio. La salva un fondo di Hong Kong
 
 

Niente liquidazione per Credito di Romagna.

Grazie all’intervento di un fondo di Hong Kong, la delicata partita per il salvataggio dell’istituto di credito pare finalmente vedere la luce.

A rendere nota la vicenda è stata la stessa banca italiana, tramite una nota diffusa ieri in cui si è parlato di risanamento, di uscita dalla crisi e anche di stabilità futura. Credito di Romagna ha infatti rischiato una liquidazioneche oggi, grazie al fondo di Hong Kong, pare scongiurata.

Sc Lowy – questo il nome del “salvatore” asiatico – verserà alla banca 40 milioni di euro, ben accolti dai vertici italiani che hanno ufficialmente dato via libera al fondo. Quest’ultimo assumerà il controllo del 90% delle quote: in tal modo Credito di Romagna diventerà il primo istituto italiano controllato da capitali stranieri non bancari.

L’operazione, come si legge nel comunicato stampa pubblicato qualche ora fa dall’italiana, sarà da perfezionarsi entro la fine del corrente esercizio.

Massimo Versari, presidente del consiglio di amministrazione, ha festeggiato l’operazione e ha ribadito come senza l’intervento del fondo, Credito di Romagna non avrebbe avuto un patrimonio sufficiente per continuare ad operare – soprattutto alla luce di quelle perdite registrate dal 2014 al 2017, superiori ad un terzo del capitale.

“Abbiamo trovato in Sc Lowy un investitore qualificato. Era quello che imponeva Bankitalia dopo il removal. Dovevamo farcela entro il 31 dicembre e ci siamo riusciti”.

La liquidazione del Credito di Romagna appare ormai un’ipotesi lontana.

STASERA ‘REPORT’ DOPO LA GERMANIA SI CUCINA LA FRANCIA, ANZI È LA FRANCIA CHE SI È CUCINATA NOI: UNICREDIT, TIM, GENERALI, MEDIOBANCA, BNL, CARIPARMA, MEDIASET, FENDI, BULGARI, BRIONI, GUCCI ECCETERA ECCETERA – INTERVISTE A CALENDA, PRODI ECC… / LOBBY CONFIDENTIAL SUCCESSIVO SERVIZIO…

VIDEO:

http://www.raiplay.it/social/video/2017/12/ANTICIPAZIONE-Stasera-alle-2110-su-Rai3-Report-AAA-Italia-vendesi-d91965f2-ffec-48e4-981b-d0074445e934.html?wt_mc=2.social.fb.rai3_Report.&wt/

GIULIO SAPELLI- ECONOMISTA

Adesso il governo fa la Golden Power, ci pensa su, dopo che questi hanno mentito davanti alla Consob. Fior fiore di avvocati italiani sostengono uno che nomina il top management e non ha il controllo di un’azienda? Ma ragazzi, se io se dovessi dire questo ai miei studenti mi pigliano a pomodorate no?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO

romano prodiROMANO PRODI

Chi controlla Telecom ha la possibilità di controllare dati  e tabulati di 40 milioni di utenze tra fisse e mobili. Poi controlla anche la società   Telsy  che distribuisce telefonini e apparati criptati per le istituzioni nazionali e internazionali. Poi controlla anche Telecom San Marino, il gruppo Tim Brasil che ha oltre 60 mln di utenze. Poi path.net che è la piattaforma dove viaggiano i dati della digitali della pubblica amministrazione. Poi Persidera che è l’operatore di rete indipendente dotato di cinque multiplex digitali nazionali.

Controlla anche Tivùsat, che è la piattaforma satellitare che veicola il digitale terrestre. Inwit  che è il primo gestore di torri per la telefonia mobile, il secondo in tutta Europa. Controlla soprattutto  Sparkle, che è praticamente la rete di cavi sottomarini che collega l’occidente, l’Italia, dove passa il traffico internet verso la Turchia, l’Iran e Israele.

BOLLORE BERLUSCONIBOLLORE BERLUSCONI

Insomma su quella rete, sulla rete Telecom passano le informazioni piu’ sensibili dei nostri ministeri, forze dell’ordine, degli apparati di sicurezza, degli ospedali, delle imprese, delle ambasciate, delle industrie.  Ed è per questo che è considerato un asset strategico, e il governo può applicare  il golden power, cioè il potere di controllo, ma fino a dove arriva questo controllo?

Grazie ad un complesso schema di finanziarie controlla un gruppo che,  viene stimato, dovrebbe valere oltre  7 miliardi di dollari. È presente, oltre che in Europa, in Asia e Africa, ha interessi oltre che nelle  banche, nelle assicurazioni, nelle telecomunicazioni,  nella produzione cinematografica e in quella dell’ intrattenimento. Anche  nei  trasporti, logistica, ferrovie, porti, componenti per auto elettriche. Ecco ha interessi anche nell’agroalimentare dove,  tra i prodotti che spinge di più sono i vini francesi di eccellenza.  

Ma Bollorè pare avere il vizietto delle scalate nell’ombra. Per aver tentato di scalare, dando informazioni fuorvianti e false al mercato, è stato sanzionato dalla Consob per 3 milioni di euro e interdetto all’occupare cariche per 18 mesi in società quotate. Questo perché aveva tentato di scalare la PREMAFIN dei LIGRESTI  Poi all’inizio di quest’anno, in seguito ad una denuncia di Berlusconi,  è stato posto sotto indagine dalla procura di Milano, con l’accusa  di aggiotaggio per aver tentato di acquisire  la Mediaset.

SIGFRIDO RANUCCISIGFRIDO RANUCCI 

Ecco, insomma, volendo prenderla un po’ a ridere, sulla rete che controlla Bollorè passano le telefonate della Consob che l’ha sanzionato, anche quelle nostre e della Rai che stiamo facendo un’inchiesta sul suo gruppo. Riuscirà il nostro governo a rimettere le mani sulla rete così strategica? L’ex premier Matteo Renzi aveva creato una società, Open Fiber, con pezzi di stato dentro, Enel e Cassa Depositi  e Prestiti.  Ed ora la partita si gioca sull’ultimo miglio.  

GIOVANNA BOURSIER

Vivendi ha la maggioranza in Cda da maggio 2017, ma è solo a fine luglio, quando l’amministratore delegato Flavio Cattaneo esce con 25 milioni di liquidazione e il Cda vota direzione e coordinamento, che il governo si accorge che dovevano notificargli il controllo. I francesi negano di averlo, ma il 13 settembre la Consob li smentisce: Vivendi ha il controllo di fatto di Tim. Il governo può applicare il Golden Power, cioè il potere speciale che gli consente di blindare le società strategiche per l’interesse nazionale.

 

JONELLA LIGRESTIJONELLA LIGRESTI

MINISTRO CARLO CALENDA

Io l’ho esercitato, secondo me, diciamo, quando c’erano gli estremi per esercitarlo.

GIOVANNA BOURSIER

Però loro controllano da prima perché quando è che salgono? Com’è che nessuno si accorge che a un certo punto Vivendi sta salendo nella maggioranza Telecom e governa tutto il Cda?

MINISTRO CARLO CALENDA

No, se ne sono accorti tutti del fatto che Vivendi stava salendo. Io come ho detto, come mi è capitato di dire al presidente allora che venne qui, gli ho detto questa è una operazione dove pensate di trattare noi come la Guiana francese.

GIOVANNA BOURSIER FUORI CAMPO

Adesso Depuyfontaine è diventato presidente di Telecom, mentre il nuovo Amministratore Delegato è Amos Genish, entrambi Vivendi. A ottobre Calenda applica il Golden Power per la prima volta in Italia, sulla rete, compresa Sparkle, che è quella sottomarina, per interesse nazionale.

MINISTRO CARLO CALENDA

ligrestiLIGRESTI

Le prescrizioni del Golden Power prevedono una persona nel consiglio di amministrazione. Il fatto che loro non possono muovere asset dall’Italia che riguardano la sicurezza della rete, gli investimenti sulla rete, e tutta un’altra serie di prescrizioni molto dettagliate. Quello è interesse nazionale. Il fatto di disquisire sulla nazionalità degli azionisti non lo è, anche perché, faccio osservare, che non è che Telecom dagli azionisti italiani sia stata gestita così bene, no?

GIOVANNA BOURSIER FUORI CAMPO

Ancora adesso Telecom ha debiti per 25 miliardi netti, su un fatturato di 19 miliardi.

GIOVANNA BOURSIER

A garantire quei debiti è la rete?

MAURIZIO MATTEO DECINA – ECONOMISTA DELLE TELECOMUNICAZIONI

Sì, la rete potrebbe valere intorno ai 15 miliardi, ovviamente sarà il mercato a decidere

GIOVANNA BOURSIER

Ma è un peccato se ce la giochiamo, perché sarebbe un’azienda che invece potrebbe…

GIULIO SAPELLI- ECONOMISTA

GIOVANNA BOURSIERGIOVANNA BOURSIER

Senta, senta, noi quando è cominciata la telefonia mobile potevamo essere un’azienda leader, poi abbiamo cominciato a perdere i pezzi.

GIOVANNA BOURSIER FUORI CAMPO

Intanto è diventata a maggioranza francese, e il problema del governo è diventato tenersi la rete. Già nel 2013, l’allora Presidente, Franco Bernabè, voleva scorporarla dalla telefonia, quando a scalare Telecom era la spagnola Telefonica, ma il governo Letta dice no. Adesso trattiamo per riprendercela. Perché ci passano i cavi, le informazioni, i dati. 

GIOVANNA BOURSIER

Lei è per lo scorporo della rete?

MINISTRO CARLO CALENDA

Sì, io l’ho detto tante volte.

 

GIOVANNA BOURSIER

E se si scorpora la rete dobbiamo pagarla?

MINISTRO CARLO CALENDA

Io quello che non voglio fare è una cosa in cui lo stato italiano si mette a negoziare con un privato su una cosa di cui non sappiamo il valore, e finisce, nella storia dell’Italia, per pagarlo molto di più di quello che vale. Non ci credo a questo. Penso che la scelta giusta debba essere una scissione societaria che viene quotata sul mercato, come è stato fatto in Inghilterra, che ci siano due società, una che si occupa della rete e una dei servizi.

GIULIO SAPELLIGIULIO SAPELLI

STEFANO PILERI – AMMINISTRATORE DELEGATO ITALTEL

A questa rete è connesso, e sarà sempre più connesso, tutta la struttura industriale del Paese, la pubblica amministrazione.

GIOVANNA BOURSIER

Che cosa passa sulla rete?

STEFANO PILERI – AMMINISTRATORE DELEGATO ITALTEL

Le telefonate. E c’è un altro servizio importante che viaggia sulle reti di telecomunicazioni e che è diventato la… è diventato quello più utilizzato, è il servizio di accesso e navigazione ad internet. Se non evolve, sarà più difficile fare iniziative industriali.

GIOVANNA BOURSIER FUORI CAMPO

Per questo bisogna fare la fibra, che vuol dire sicurezza, velocità e sviluppo del Paese, che altrimenti resta indietro. Ma Tim, indebitata, la banda larga la promette da anni e manca sempre l’ultimo miglio, cioè il tratto fino a casa, che è ancora in rame. Per fare la banda larga nelle zone svantaggiate, due anni fa Renzi ha fatto Open Fiber, 50% Enel e 50% Cassa Depositi e Presiti. Presidente Franco Bassanini, ex Cassa Depositi e Prestiti. Anziché tenerci la rete e migliorarla, ne abbiamo fatta un’altra.

GIOVANNA BOURSIER

Quindi Renzi dice: Cassa Depositi e Prestiti è Enel, fatelo voi l’ultimo miglio perché Telecom non ha una lira.

MAURIZIO MATTEO DECINA – ECONOMISTA DELLE TELECOMUNICAZIONI

Sì.

GIUSEPPE BONOGIUSEPPE BONO

GIOVANNA BOURSIER

Cioè uno dice: ci troviamo con due società della rete che adesso, tra l’altro, litigano?

MAURIZIO MATTEO DECINA – ECONOMISTA DELLE TELECOMUNICAZIONI

Sì, questo è vero. Da una parte ci sono degli effetti positivi, in quanto Telecom in questi ultimi anni sta correndo, perché ha già cablato il 70% degli armadi, e sta correndo perché è entrata Open Fiber. Quindi si è creata una concorrenza che prima non c’era. Però, al tempo stesso, c’è il pericolo della duplicazione dei costi, cioè due operatori che costruiscono due reti parallele.

GIULIO SAPELLI- ECONOMISTA

Ma che bisogno c’era di fare..? Avevamo già una rete fissa. non c’era nessun motivo che, per avvantaggiare l’Enel che è un’azienda pubblica?

GIOVANNA BOURSIER

Il governo le risponderebbe che Telecom non l’avrebbe fatta la banda larga. 

GIULIO SAPELLI- ECONOMISTA

In ogni caso io non mi metto a fare come azienda pubblica qualcosa che c’è già. Perché devo darla a un’altra impresa, all’Enel? Ma perché? Ma l’Enel poi fa energia elettrica, no? Non lo so. È un mondo fuori squadra e non si spiega se non per potentissime lobbies nascoste, italiane e non italiane, che lavorano e premono su i decisori politici.

GIOVANNA BOURSIER

Verrebbe da dire che forse Renzi era l’unico che si era accorto che il controllo di Telecom lo stavano prendendo i francesi, e quindi gli ha fatto una società italiana per fare concorrenza alla Francia…

MAURIZIO MATTEO DECINA – ECONOMISTA DELLE TELECOMUNICAZIONI

Esattamente, esattamente, esattamente. Sembra una partita a scacchi tra i due governi.

GIOVANNA BOURSIER

mustierMUSTIER

Però l’ha fatta male, perché alla fine invece il grosso della rete ce l’ha Bollorè, ce l’ha Vivendi, e l’Italia si ritrova con una società che deve fare ‘sto ultimo miglio.

MAURIZIO MATTEO DECINA – ECONOMISTA DELLE TELECOMUNICAZIONI

C’è una situazione sicuramente di attrito conflittuale, sicuramente questo c’è. Il governo è stato molto aggressivo nei confronti di Telecom Italia. Però con la fusione delle due reti si possono dare tantissimi vantaggi agli italiani.

GIOVANNA BOURSIER

Bisogna vedere se i francesi adesso accettano di farla. 

MAURIZIO MATTEO DECINA – ECONOMISTA DELLE TELECOMUNICAZIONI

Sì, secondo me si farà.

MINISTRO CARLO CALENDA

Dall’altro lato noi stiamo incominciando a ragionare su un’integrazione tra Naval Group, che è il gruppo francese che fa militare, e Fincantieri che fa militare e civile.  Nascerebbe un grandissimo player, il più grande del mondo.

GIOVANNA BOURSIER

Adesso i francesi vogliono ampliare l’accordo al militare: per fare le navi da guerra Fincantieri si allea con Naval Group, che è il triplo di noi, e il problema diventa Leonardo, l’ex Finmeccanica, che fornisce i sistemi di difesa, dai radar alle mitragliatrici, come la francese Thales con Naval Group. Se adesso le commesse in maggioranza vanno a loro, rischiamo di restare a bocca asciutta. L’amministratore delegato, Alessandro Profumo, è preoccupato. Si parla di centinaia di milioni di fatturato e circa 40mila lavoratori. L’amministratore delegato Fincantieri il 21 novembre, viene audito in Senato.

GIOVANNA BOURSIER

Però alla fine controllano i francesi questo accordo, perché l’1% è in prestito. 

GIUSEPPE BONO – AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

BNP PARIBASBNP PARIBAS

Controlla chi? Scusi eh: controlla chi è capace. 

GIOVANNA BOURSIER

No, scusi , l’1% lo danno in prestito sotto verifica?

GIUSEPPE BONO – AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

Sono tutte fesserie. Noi non facciamo “Coppi e Bartali”, noi facciamo industria. Nell’industria vince chi sa fa le cose meglio, non chi comanda.

GIOVANNA BOURSIER

Però dott. Bono lei cercava di fare un accordo in cui l’Italia emergesse, no? Prendersi i cantieri coreani e riuscire a fare la nostra produzione con dei bacini lunghi un chilometro. È vero o no che i francesi l’han fermata?

GIUSEPPE BONO – AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

Non è vero per niente, non è vero per niente. Noi in Italia certamente abbiamo i bacini, lo spiegavo anche alla Commissione, abbiamo i cantieri che c’hanno più di 100 anni. 

GIOVANNA BOURSIER

Cioè perché volevamo i cantieri coreani?

GIUSEPPE BONO- AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

Noi partecipiamo al consolidamento dell’industria europea.

GIOVANNA BOURSIER

Il dubbio è che le condizioni le dettino i francesi.

GIUSEPPE BONO – AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

Ma no…

GIOVANNA BOURSIER

E allora perché Profumo è preoccupato? Dice tutte le attrezzature.

GIUSEPPE BONO – AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

Non lo so, non ne voglio parlare.

GIOVANNA BOURSIER

Non vuole parlare di Profumo?

alessandro profumoALESSANDRO PROFUMO

GIUSEPPE BONO – AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

Io parlo delle cose che facciamo noi e le navi militari le facciamo noi.

GIOVANNA BOURSIER

E Profumo però vuole continuare a fare, perché se no è un altro patrimonio italiano che ci giochiamo?

GIUSEPPE BONO – AMMINISTRATORE DELEGATO FINCANTIERI

Ma perché ce lo dobbiamo giocare? Se andiamo all’estero e il signor Pincopalla dice voglio i sistemi di Thales noi abbiamo stabilito che tanto i sistemi di Thales non ci possiamo fare niente perché se il cliente vuole quello, ci saranno le compensazioni tra di noi a favore di Finmeccanica 

GIOVANNA BOURSIER

E lì c’è Profumo preoccupato? 

MINISTRO CARLO CALENDA

E c’ha ragione. Bisogna essere molto preoccupati. Ma noi non dobbiamo rinunciare a ingaggiarci, o a fare un grande progetto internazionale perché abbiamo paura di costruire una cosa e pensiamo di soccombere con i francesi. Dobbiamo porre delle condizioni che non ci facciano soccombere.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO

Ce la stiamo mettendo tutta per non soccombere: non è facile. Intanto Macron ha mostrato i muscoli, ha fatto saltare un accordo già raggiunto e c’ha infilato  una società francese che turba i sogni di profumo. Poi, per accontentarci, ci hanno affittato l’un per cento per controllare, e’ una golden share al contrario. Gli riesce facile a casa loro. 

philippe donnetPHILIPPE DONNET

Pero’ uno si chiede ma perche’ tanti pezzi d’italia in mano ai francesi. Consentiteci un ragionamento. In questi anni gli abbiamo consegnato il controllo di alcune banche :  Bnl  e’ della francese Bnp Paribas, Cariparma di Credit Agricole, hanno messo le mani pure sul credito valtellinese. Unicredit   ha come ad il francese Mustier, multato anche lui dalla Consob francese, per insider trading, Mustier, con Bollorè ha il 16% di un patto di sindacato che possiede a sua volta il 28% di Mediobanca e quindi ne controlla la Governance.

E Mediobanca a sua volta col 13% controlla il nostro piu’ grande gruppo assicurativo,  e il cui top manager  è il francese Donnet. Uomo sempre di Bollore’. Ne discende che 3 francesi, Mustier, Bollorè e Bonnet,  hanno in mano parti strategiche del sistema  finanziario italiano. Possono conoscere la solidita’ e le criticita’ delle nostre aziende, e se c’è qualcuna da scalare . 

Chi appoggiano? Gli viene meglio se parla la stessa lingua.  Tornando alla nostra politica industriale, le banche creditrici  hanno avuto un ruolo anche in Sardegna.  Un ospedale costruito dal san Raffaele, sta per marcire, chiedono aiuto gli arabi. Che non vengono per beneficienza. Ma in cambio di pezzi di Costa Smeralda. Un piatto  ghiotto anche per altri  costruttori. Sempre che non si metta di traverso  un pastore sardo, cocciuto, che per non rinunciare alla  casa , e all’emozione di affacciarsi sul suo mare e’ disposto  a rinunciare a 700 milioni di euro.  

philippe donnet gabriele galateri di genola alberto minaliPHILIPPE DONNET GABRIELE GALATERI DI GENOLA ALBERTO MINALI

PUNTATA DEL 04/12/2017

LOBBY CONFIDENTIAL

Lobby confidential

Collaborazione di Alessia Marzi e Carla Rumor

Cosa sappiamo realmente di cosa fanno le lobby e soprattutto di chi sono i lobbisti? Poco o nulla: l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa a non avere una legge che regolamenti il settore. La Camera dei deputati ha di recente introdotto un registro per i portatori di interesse, ma non è obbligatorio dichiarare né chi si incontra né cosa si fa. A Bruxelles, invece, dove esistono regole molto stringenti, sono registrati presso il Parlamento europeo oltre undicimila lobbisti. Ma in realtà se ne stimano più del triplo e, considerando che per la Commissione europea lavorano 33.000 persone, c’è un lobbista per ogni dipendente. Quanto incidono sulle decisioni politiche le lobby? Per capirlo, Report vi racconterà la vicenda della sigaretta elettronica. Qualche anno fa c’è stato un boom, poi molti hanno smesso di usarla. Come mai?

LINK:

http://www.raiplay.it/video/2017/12/Lobby-confidential—Anticipazione-3064ddf5-16ce-4eff-85f6-90b79ce3ad4e.html

Banca Etruria e le altre: la caccia ai responsabili della crisi

L’ultima valanga di fango colpisce il procuratore di Arezzo Roberto Rossi, ma come nei migliori polizieschi, non è ancora chiaro chi sia il vero colpevole.

banca-ditalia

Una veduta della sede della Banca d’Italia a Palazzo Koch – Roma.

È cominciato come il più tradizionale dei polizieschi: il delitto è stato commesso dal maggiordomo, nella fattispecie il guardiano, il vigilante, cioè la Banca d’Italia. Ma più va avanti, più la commissione parlamentare d’inchiesta sulla crisi bancaria assomiglia al giallo di Agatha Christie “Assassinio sull’Orient Express”: molte mani hanno inferto la coltellata (ben dodici nel racconto della scrittrice inglese) tanto che è impossibile decidere quale sia stata davvero letale.

Troppi colpevoli, nessun colpevole? Il rischio che finisca così esiste. L’ultima valanga di fango travolge il procuratore di Arezzo Roberto Rossi, già consulente di palazzo Chigi, il quale ha omesso di rivelare che Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena, è stato indagato nel caso Banca Etruria insieme ad altri amministratori per aver fornito informazioni false alla clientela e lacunose alla Consob. A questo punto, non resta che indossare le vesti di Poirot, ghette incluse, e mettere in ordine tutti gli indizi.

I non performing loans

In cima ci sono i non performing loans, cioè i crediti marci(deteriorati secondo la diplomatica definizione ufficiale) che in Italia ammontano a 200 miliardi di euro molto più che in qualsiasi altro paese europeo. Gli npl sono l’equivalente nostrano dei mutui subprime che tra il 2007 e il 2008 hanno fatto saltare le banche americane. Diversi nella tecnica, sono simili nella sostanza: prestiti concessi a chi, per una serie di ragioni, non li avrebbe mai restituiti. 

Una parte di questi prestiti sono marciti perché, con la recessione, imprese e famiglie hanno visto crollare il loro reddito. Emergono nomi altisonanti: la Sorgenia controllata dalla Cir di Carlo De Benedetti, l’Alitalia, Ligresti, Zunino, Coppola, la serie è davvero molto lunga ed è ormai pubblica. In alcuni casi come per Sorgenia e Alitalia, le banche hanno trasformato i crediti in azioni, ma ciò non ha alleggerito i bilanci. I grandi debitori sono la punta, ma l’iceberg è ben più grande e finora stava nascosto sott’acqua.

La gestione delle banche

La crisi, però, è il detonatore, non la causa prima che va ricercata nel modo in cui sono state gestite le banche. Si diceva che il sistema italiano era sano e solido perché non aveva giocato con i derivati, tuttavia i prestiti concessi in modo clientelare hanno avuto un effetto anche peggiore. Basta leggere i bilanci del Monte dei Paschi di Siena che con 40 miliardi di euro guida ancora la classifica dei crediti marci. Circa un terzo delle sofferenze è dovuto ai grandi clienti, il resto è diffuso in mille rivoli per sostenere il territorio, o meglio per alimentare il consenso politico-elettorale. Ciò vale anche per la Popolare di Vicenza, per Veneto banca, per la Banca dell’Etruria e tutte le altre. L’intero sistema delle banche locali e popolari era bacato e il verme si chiama proprio clientelismo. 

Quando la crisi ha rivelato che non c’era capitale a sufficienza per andare avanti, i banchieri sono ricorsi a ogni escamotage possibile: veri e propri trucchi contabili come il Montepaschi con i contratti Alexandria o Santorini, un sostegno artificioso al valore dei titoli come a Vicenza, la vendita di obbligazioni alla clientela minuta (la Banca dell’Etruria), forzando le regole se non violando apertamente le norme come nel caso delle cosiddette operazioni baciate (prestiti concessi ai clienti per indurli a comperare le azioni della banca).    

I vigilanti

E le autorità di vigilanza? In molti casi hanno chiuso gli occhi. La Consob, per esempio, non ha preteso che nei prospetti informativi si avvertisse chiaramente che anche le obbligazioni subordinate erano a rischio in caso di crac bancario. In altre hanno indagato, hanno multato, hanno avvisato i banchieri, hanno inviato i loro bei rapporti alla magistratura che, come è accaduto a Vicenza, talvolta li hanno messi nel cassetto. Ma non hanno lanciato l’allarme, forse per paura di non creare il panico in una economia già molto indebolita.

In ogni caso, hanno preferito che i panni sporchi venissero lavati in famiglia. Come nel caso della Popolare di Vicenza. Nonostante una lunga serie di ispezioni e di allarmi che risalgono indietro negli anni, ancora nel 2014 la Banca d’Italia riteneva che potesse rimettersi in piedi con le proprie gambe. Non solo. Quando la Bpv ha proposto di comperare la Banca dell’Etruria, ha consigliato di stare attenti, ma non ha detto chiaramente che un cieco voleva guidare uno storpio sull’orlo dell’abisso. 

Come è finita

E qui veniamo al grande equivoco che attraversa i lavori della commissione. Si sta discutendo sul perché non sono state salvate in tempo banche le quali, stando ai loro bilanci e al modo in cui erano gestire, non avevano più alcuna ragione di esistere. Tanto che, dopo anni di tergiversazioni e di pasticci, non esistono più. Vicenza e Veneto Banca sono state assorbite da Banca Intesa, le quattro banchette del Centro Italia cedute per un euro. Il Monte dei Paschi è stato nazionalizzato.

Era meglio chiudere subito i battenti, salvare i depositanti e i risparmiatori imbrogliati (quelli che davvero sono stati turlupinati, non chi ha perso in soldi e adesso vuole essere rimborsato dai debitori onesti e dai contribuenti), mettere i bancari in cassa integrazione e ricominciare su basi nuove. Secondo alcune stime i costi dei salvataggi superano già i 30 miliardi di euro. Il falso dogma che una banca non debba fallire ha solo coperto l’azzardo morale e la cattiva gestione.

I responsabili

Le responsabilità dei guardiani, dunque, esistono. Consob e Bankitalia sono già sotto tiro e nel mirino entra anche il Tesoro che ha sottovalutato la crisi delle banche insistendo con il mantra che il sistema è saldo. Ma ci sono, grandi come palazzi, anche le responsabilità politiche. Le ispezioni della Banca d’Italia a Vicenza e Montebelluna venivano tacciate come intrusioni dal governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia. Tutta Siena si è arroccata a difesa del Montepaschi (e qui è in ballo il Pd). Il conflitto d’interessi su Banca Etruria ha coinvolto Maria Elena Boschi e, per la proprietà transitiva, Matteo Renzi. Mentre a Genova la crisi della Cassa di Risparmioche ha portato in prigione i vecchi amministratori è stata accompagnata da un incredibile silenzio di Beppe Grillo e del suo movimento.

La commissione continua, questa settimana verranno ascoltati altri testimoni e protagonisti, ma tutti attendono il neo confermato governatore Ignazio Visco (verrà convocato la prossima settimana? Per ora si parla di martedì 12). Dunque, non possiamo mettere fine al nostro giallo, rinviamo gli appassionati del genere alla prossima puntata.

Etruria-Vicenza, le carte della discordia

(Contrasto)
il sole 24 ore 

È intorno al contenuto della terza ispezione della Banca d’Italia dentro Banca Etruria che si gioca lo scontro tra i vertici di Palazzo Koch e la procura di Arezzo nella Commissione di inchiesta sulle banche. E ora spunta anche un nuovo documento su cui potrebbero aprirsi nuove riflessioni sull’accaduto: un verbale di un cda di Bpel in cui si parla di un incontro avvenuto con Popolare Vicenza e Bankitalia.

La terza ispezione 
Il documento della discordia è datato 11 novembre 2014-27 febbraio 2015. Dopo quest’ultima ispezione l’istituto aretino viene commissariato (e da lì si procederà rapidamente alla dichiarazione dello stato di insolvenza e quindi all’apertura di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta). Quello che emerge nero su bianco è a pagina 4, quando gli ispettori di Palazzo Kock rilevano che «Banca Etruria ha lasciato inevasa la richiesta dell’Organo di Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato standing… In particolare non è stata portata all’attenzione dell’assemblea dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante». Anche a pagina 23 si riporta «il ruolo contraddittorio avuto con il presidente nelle negoziazioni con Vicenza…e detto esponente ha di fatto posto in essere comportamenti che hanno condotto all’interruzione della trattativa». La procura di Arezzo legge in queste espressioni la volontà di Bankitalia di favorire l’aggregazione; per Bankitalia invece il problema è stato la mancanza di informazione nei confronti degli organi assembleari. Per gli inquirenti aretini – che eventualmente gireranno le evidenze di reato alla procura di Roma competente su Bankitalia – sarebbe stato un errore della Vigilanza, o almeno una lacuna, lasciare che due banche in difficoltà si unissero fra loro. Intanto Pierluigi Boschi rimane ancora formalmente indagato per la liquidazione ritenuta non congrua all’ex dg Luca Bronchi, ma per lui non è stato richiesto il rinvio a giudizio per le condotte distrattive relative ai prestiti. L’archiviazione non c’è ancora stata.

Il verbale nascosto

Spunta una nuova carta. È il verbale di un cda di Banca Etruria avvenuto il 19 giugno 2014, in cui si racconta di un incontro avvenuto 4 giorni prima alla presenza dei «rappresentanti di Banca d’Italia, il presidente Zonin e il direttore generale Sorato in rappresentanza della Banca popolare di Vicenza e, per Banca Etruria, il presidente e i vice presidenti unitamente a Andrea Zoppini e a Alessandro Carpinella di Kpmg». Si era parlato di fusione tra Etruria e Vicenza, tanto che viene ricordata «la concessione da parte di Banca Etruria e Banca popolare di Vicenza di un diritto di prelazione della durata di 12 mesi che garantisca a Bpvi il ruolo di partner privilegiato nell’ambito del percorso di integrazione avviato anche a livello societario». I rappresentanti di Bankitalia fanno notare «come l’offerta pubblica d’acquisto non possa rappresentare l’unica soluzione percorribile per addivenire all’auspicata integrazione, al contempo ribadendo l’esigenza che il processo di aggregazione si concluda con tempi e modalità puntualmente definiti». Bankitalia in sostanza non esprime contrarietà all’operazione.

La posizione di Bankitalia 
Per sapere quale sarà la ricostruzione di Bankitalia sulla vicenda della mancata acquisizione dell’Etruria da parte della banca di Zonin bisognerà aspettare martedì 12 dicembre, quando sarà audito in Commissione il capo della Vigilanza, Carmelo Barbagallo. Oltre alla riconferma che Bankitalia non ha mai chiesto alla Vicenza di acquisire l’Etruria, c’è da aspettarsi una ricostruzione della cronologia delle interlocuzioni informali intercorse nei primi sei mesi del 2014 per l’avvio di un matrimonio che non s’è mai consumato. Fino al fatidico agosto di quell’anno quando, una volta archiviata l’ipotesi Vicenza, i vertici di Banca Etruria informarono via Nazionale che, nell’attesa di trovare un partner diverso, avrebbero proceduto alla trasformazione della Popolare in Spa con l’ingresso nel capitale di industriali locali e un fondo del Qatar. Anche in quell’ultimo passaggio la Vigilanza si limitò a ribadire che l’unica condizione da rispettare sarebbe stata l’acquisizione della banca da parte di un partner, perché l’approcio stand alone non aveva più margini.

Banca Etruria, tutte le sofferenze che hanno portato alla bancarotta. Funzionari verso il processo per truffa

La ricostruzione di tutte le sofferenze, che sono di circa 400 milioni, è stata pubblicata da Sole24Ore, che scende nel dettaglio e pubblica l’elenco di quelli che sono considerati gli “aspetti fraudolenti” e che riguardano 250 milioni.

Come è accaduto per la Banca Popolare di Vicenza, anche per Banca Etruria,  dopo l’audizione del procuratore Roberto Rossi, nel mirino della commissione d’inchiesta sono entrati i crediti inesigibili che hanno creato la voragine causa della bancarotta dell’istituto aretino.

La ricostruzione di tutte le sofferenze, che sono di circa 400 milioni, è stata pubblicata da Sole24Ore, che scende nel dettaglio e pubblica l’elenco di quelli che sono considerati gli “aspetti fraudolenti” e che riguardano 250 milioni.

 I principali gruppi che riportavano una forte esposizione debitoria, emersi già durante l’inchiesta della procura, sono: Sacci (con 50 milioni di fidi e 45 milioni di sofferenze); Acqua Mare, Acqua Pia Antica Marcia, Acqua Marcia Turismo, del gruppo Francesco Bellavista Caltagirone (con 79,3 milioni di fidi complessivi, di cui 45 milioni in sofferenza); Energia Ambiente (a cui si registrano 24,5 milioni di sofferenze); Sogeim (con 29 milioni di fidi e 23 milioni di sofferenze); Privilege Yard (a cui si registrano 20 milioni di sofferenze); Sanatrix e Villa Pini, del gruppo Angelini (con, rispettivamente, 15 e 13,5 milioni di fidi e, rispettivamente, 10,6 e 14,5 milioni di sofferenze); Interporto di Roma (con 19 milioni di fidi e 17 milioni di sofferenze); Abm (a cui si registrano 16 milioni di sofferenze); Rossi (con 24 milioni di fidi e 13,5 milioni di sofferenze); Cardinal Grimaldi (si rilevano 12,3 milioni di sofferenze); Casprini Holding (con 15,5 milioni di fidi e 9,4 milioni di sofferenze); Immobiliare Pascucci (con 16 milioni di fidi e 11,5 milioni di prestiti).

Si tratta di affidamenti “facili” risalenti agli anni che vanno dal 2008 al 2010, ma rinnovati successivamente. Questo perché, secondo la procura di Arezzo,  stando a quanto riportato da Sole 24 Ore  «a fronte della già intervenuta sofferenza del credito…la revoca immediata avrebbe prodotto effetti a catena repentini che conducono alla insolvenza e al fallimento». E proprio il periodo dei rinnovi è finito nel mirino della commissione, in relazione alla presenza di Pierluigi Boschi nel cda. Negli anni successivi infatti Boschi era nel cda e il dubbio della commissione parlamentare d’inchiesta si è concentrato sul fatto che a quel punto il vicepresidente dell’istituto di credito poteva essere a conoscenza.

Intanto ad Arezzo si apre un’altra settimana intensa sul fronte giudiziario. Il prossimo 7 dicembre infatti prenderà il via il procedimento che vede accusati di truffa alcuni funzionari di Banca Etruria. Ovvero quella che era stata definita una sorta di cabina di regia che muoveva i fili di filiali e dipendenti spingendo a vendere i prodotti subordinati.

Banca Etruria. Pierluigi Boschi nuovamente indagato

Pierluigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena, è di nuovo indagato e scoppia una nuova bufera politica su Banca Etruria. Il procuratore dell’inchiesta sulla banca, Roberto Rossi, ha omesso questo particolare durante l’audizione alla commissione parlamentare. Il caso potrebbe arrivare al Csm. Dopo l’audizione del procuratore, che giovedì scorso ha delineato l’estraneità di Boschi alle indagini sul crac, scrivono il “Messaggero” e il “Corriere della Sera”, è un articolo pubblicato dalla “Verità” a ricordare che Boschi è tuttora sotto inchiesta, insieme ai membri dell’ultimo Cda, per falso in prospetto in relazione all’emissione nel 2013 dei bond subordinati Etruria, quelli collocati presso i risparmiatori che hanno poi visto volatilizzare i propri risparmi. Da Modena, il senatore Andrea Augello annuncia di aver già inoltrato al presidente Pier Ferdinando Casini una formale richiesta affinché venga accertata l’esistenza del filone di indagine sulle falsificazioni dell’ultimo prospetto per l’emissione delle obbligazioni subordinate. Rossi avrebbe omesso di rivelare che quello per la bancarotta non è l’unico filone che coinvolge Pier Luigi Boschi, indagato anche per falso in prospetto. Il procuratore di Arezzo rischia così di finire di fronte al Csm per “comportamento reticente e omissivo davanti al Parlamento italiano”. “L’omissione da parte del procuratore di Arezzo Roberto Rossi è solo l’ultimo degli episodi inquietanti che circondano la vicenda di Banca Etruria”, afferma Carlo Sibilia, capogruppo in commissione Finanze del MoVimento 5 Stelle, aggiungendo in una nota che “nei giorni scorsi c’è anche, chi, proprio a seguito dell’audizione in commissione banche del procuratore Rossi, aveva cercato di far credere che Pier Luigi Boschi avesse un ruolo del tutto marginale rispetto alla vicenda di una banca che ha palesato il conflitto d’interessi del Pd. Prima hanno usato l’istituto e poi, quando la nave ha cominciato a scricchiolare, l’hanno abbandonata lasciando i risparmiatori a bordo”, conclude.
Immediata la reazione del Pd. “L’insistenza di fare confusione su Banca Etruria nasconde l’obiettivo di non parlare dei veri problemi delle Banche. I 5 Stelle sono  incompetenti e non conoscono regole e leggi. Il pm Rossi in Commissione ha descritto i fatti, i documenti e le ragioni per le quali non è stato chiesto il rinvio a giudizio di Boschi per bancarotta”. Così Franco Vazio, parlamentare Pd e componente della commissione d’inchiesta sulle Banche replica agli attacchi dei pentastellati.

BANCHE VENETE -I liquidatori in Commissione banche: notizie su crediti in rianimazione e risarcimenti

Luca Erzegovesi – Prof. finanza aziendale

Università di Trento

Oggi, con inizio alle 10:30, si è tenuta in Commissione banche la seconda audizione dei responsabili della Vigilanza Banca d’Italia e Consob, su cui relazionerò nei prossimi giorni. Voglio invece parlare delle cose dette due giorni fa nell’audizione dei Commissari liquidatori delle ex-banche venete (qui il video). La riunione è durata più di tre ore. Prima di tutto riprendo dal resoconto i nomi dei professionisti che sono intervenuti:

Svolgono la propria esposizione, per quel che concerne Veneto Banca, l’avvocato LEPROUX, il dottor VIOLA e la professoressa SCOGNAMIGLIO e, per quanto riguarda la Banca Popolare di Vicenza, il dottor VIOLA e il professor DI CECCO.

Non lo dico per formalità. Come a volte succede, quando si crea una squadra per affrontare una massa di problemi con un mandato di pubblico interesse, senza facili glorie o guadagni, si trovano persone con certe qualità che insieme si impegnano per dare il meglio. Dalla prima impressione, mi pare che ciò stia succedendo nelle due liquidazioni coatte amministrative (LCA). Gli auditi hanno fornito un quadro informativo onesto e aggiornato. Lo hanno fatto con tono professionale e rispettoso, ma fermo quando necessario (e gli spunti polemici non sono mancati, soprattutto con Fabrizio Viola – ex capoazienda delle stesse banche e di MPS – ma non solo con lui).

Ho ascoltato l’audio della seduta ed estraggo due insiemi di informazioni che meritano di essere fissati perché fanno luce su questioni lasciate aperte dal DL 99/2017, sulle quali numerosi ex-clienti delle due banche non dormono sonni tranquilli.

Note
Non mi soffermo sulle altre questioni emerse in audizione, legate alla genesi della soluzione LCA, alla trasparenza del relativo processo e alle alternative che non si sono esplorate. Penso di averle già preventivamente indagate ai tempi. A parte le dietrologie (legittime) e le assunzioni controfattuali dei commissari inquirenti, non ho raccolto spunti nuovi dalle risposte dei liquidatori i quali, nell’attuale veste, sono comprensibilmente saturati dall’oggi e dall’immediato domani.

In termini di tempistica delle procedure, non si può essere precipitosi ma si fanno dei passi avanti. Entro novembre dovrebbe essere completata la due diligence dei crediti per delimitare il perimetro delle posizioni di qualità insufficiente che sarà lasciata o ritrasferita alle LCA. Pare che nel frattempo ci siano anche rientri in bonis per qualche centinaio di milioni che prenderanno il percorso inverso. Bene. È ad uno stadio avanzato anche la stesura dell’accordo di “cessione” del portafoglio Npl a SGA (in realtà è un affidamento del servicing mantenendo il rischio di recupero in capo alle ex banche, come spiego qui).

I crediti deteriorati risanabili: che fine faranno?

I consulenti della Commissione banche fanno bene il loro lavoro e confezionano a beneficio dei membri della stessa i temi da porre sul tavolo. Nell’audizione in oggetto è andato forte il tema degli Npl diversi dalle sofferenze dati in carico alle liquidazioni. Si tratta di esposizioni non ancora in degrado irreversibile, vantate verso imprese in attività, con una probabilità di ritorno in bonis non irrilevante. Fin dai primissimi annunci sulla soluzione LCA, alcuni commentatori (ricordo Carlo Di Foggia sul Fatto quotidiano il 28 giugno) hanno visto un buco nella filiera comprendente good bank ceduta, bad bank liquidata e SGA gestore in service degli Npl della seconda. Il buco è appunto la cura dei deteriorati risanabili. C’era e rimane il timore che le LCA chiedano ai debitori incagliati di restituire tutto e subito non avendo alternative al recupero per vie giudiziarie o con accordi a stralcio. Timore fondato, perché farebbe chiudere molte attività ancora in piedi (faticosamente), e abbatterebbe anche il valore recuperato del credito. Tutti ci perderebbero.

In proposito, diversi membri della Commissione hanno chiesto ai liquidatori che si pensa di fare per evitare il massacro degli unlikely to paynella fase transitoria in corso e soprattutto dopo che la gestione degli Npl sarà trasferita alla SGA. I loro consulenti hanno fatto girare la voce che la SGA è un intermediario vigilato privo di una piena licenza bancaria (aggiungo che è abilitato a un’attività di servicing). La LCA oggi e la SGA domani non possono erogare nuova finanza, né tanto meno offrire un conto corrente di appoggio sul quale attivare linee di credito, o cose del genere.

I liquidatori hanno riposto: (a) abbiamo ben presente il problema e la sua importanza; (b) non è ancora implementata una soluzione a regime; (c) si sono comunque assicurate delle soluzioni tampone in collaborazione con Banca Intesa che continua ad assicurare il servicing delle posizioni non in sofferenza ai sensi del contratto di cessione; (d) la LCA non è limitata ad azioni di recupero per vie legali o con accordi a stralcio che presuppongono l’estinzione del rapporto, può infatti concordare riduzioni o moratorie del debito; (e) le azioni sub (d) non bastano, per renderle più efficaci nella gestione SGA saranno previste convenzioni con banche [presumo con Intesa in via preferenziale, ma anche con altre] per assicurare l’apporto di nuova finanza e più in generale l’accompagnamento di un piano di ristrutturazione laddove sia funzionale al risanamento della gestione [lo desumo dalla risposta di Di Cecco al minuto 02:48 circa].

Ne concludo che l’impianto della liquidazione non include dispositivi preconfezionati per gestire proattivamente gli incagli. Questi crediti però non sono stati automaticamente ibernati né messi in recupero coattivo. Nella prima fase si sta cercando di dare continuità coinvolgendo Intesa. A regime, l’attività sarà riorganizzata nella filiera LCA-SGA-Intesa-altri (banche e servicer). Nella fase iniziale le imprese “incagliate” hanno faticato a trovare un interlocutore nelle filiali ex-BPVi/VB con cui lavoravano (non tutti sono al corrente degli impegni presi da Intesa, forse). Le cose dovrebbero migliorare, ma serviranno processi efficaci e tanta collaborazione.

Le attese di risarcimento di subisti e azionisti (truffati e no)

Su questo fronte la situazione è più incerta da tutti i punti di vista, sia in merito sia all’ammontare dei claim, sia alla probabilità di soddisfarli con la liquidazione degli attivi. La LCA è subentrata nelle azioni risarcitorie contro amministratori e dipendenti delle due banche, ma al di là del petitum miliardario non si sa quanto sarà monetizzato. Qualcosa (forse nell’ordine delle centinaia di milioni) andrà nella massa a servizio delle passività, ma prima delle obbligazioni subordinate e del capitale proprio si devono rimborsare (sommando le due ex banche) 10 miliardi di debiti prededucibili e privilegiati (finanziamento dello sbilancio di cessione da Intesa e anticipi dal MEF). L’attivo da cui estrarre i soldi che servono cuba 12 miliardi a valori di libro (escludendo i suddetti claim attivi per risarcimenti). Il ricavato dipenderà dai tassi di recupero, qui trovate le mie grezze simulazioni di giugno.

I liquidatori sono stati sinceri: ci vorrà tempo per raggiungere volumi alti dei flussi recuperati e per abbattere la massa che incombe sopra i crediti chirografari, per la maggior parte formati dalle pretese risarcitorie dei clienti che hanno a loro volta avviato azioni contro le due banche per vari motivi. I principali sono il cattivo collocamento di azioni e obbligazioni subordinate (con forzatura dei profili MIFiD, in collegamento con finanziamenti “baciati” oppure no), e gli ordini di vendita delle azioni non eseguiti per mancato rispetto della cronologia dovuto a “scavalcamento”. In questo mare magnum occorre distinguere tra:

  1. chi aveva aderito alle proposte transattive lanciate dalle ex banche prima della messa in liquidazione, ottenendo in cambio un credito quantificato nell’ordine del 15% (mis-selling) e del 50% (scavalcamento, se ho inteso bene);
  2. chi non aveva aderito, avviando un’azione legale a fini risarcitori.

I membri di entrambe le categorie devono fare richiesta di insinuazione al passivo. Nell’audizione del 2 novembre hanno parlato i legali delle associazioni che li stanno assistendo (parliamo di decine di migliaia di ricorrenti, pensate che i soci delle due banche sono circa 200 mila).

Seguono in coda nella payment waterfall i titolari di obbligazioni subordinate, e dopo di loro gli azionisti, se non già insinuati al passivo con azioni risarcitorie.

Con riferimento agli azionisti “baciati” che sono nel contempo debitori delle due LCA possono esserci due fattispecie:

  1. possono detenere un credito chirografario per pretesa risarcitoria (se accolta in giudizio o con accordi transattivi); questo tipo di crediti non è compensabile (purtroppo) con il debito per il finanziamento ottenuto per comprare i titoli, ai sensi dell’art. 83 del Testo unico bancario; è una cosa discutibile sotto il profilo dell’equità, ma non intacca glia ttivi e quindi va a beneficio dei creditori privilegiati della liquidazione;
  2. posso ottenere la sentenza di nullità dell’acquisto dell’azione e del finanziamento relativo ai sensi dell'[art. 2358 del codice civile] che considera illecite tali congiunzioni se non nei casi di deroga dallo stesso articolo espressamente normate; in questo caso il cliente risolve due problemi in un colpo solo, ma la liquidazione viene a perdere una parte dell’attivo.

Le posizioni non sono ancora tutte chiaramente classificate in una di queste due categorie. Un’ulteriore caso, ancora più spinoso, è quello dei clienti ancora classificati in bonis il cui debito potrebbe essere finito nel compendio ceduto a Intesa Sanpaolo, mentre la posizione in azioni è rimasta presso la bad bank. Presumo che questi casi, se di importo non esiguo, saranno intercettati e risolti in qualche modo, se danno titolo per pretendere l’annullamento della coppia di rapporti finanziari.

C’è infine il gruppo degli obbligazionisti subordinati che hanno diritto al rimborso forfettario del Fondo di solidarietà creato presso il Fitd per le quattro banche ed esteso alle Venete. Al momento è questa l’unica forma di ristoro al di fuori di azioni legali. Riguarda una popolazione limitata (dalla quale sono esclusi gli azionisti), la quale dovrebbe ottenere il 100% delle somme perse, di cui l’80% dal Fitd e il resto a valere sullo stanziamento volontario di Intesa. La liquidazione ha però disattivato i fondi stanziati per i soci in condizioni disagiate, come questo di BPVi.

Ho fin qui riportato il discorso in “legalese” nelle sue linee essenziali. C’è poi un tema di ricadute personale e sociali, di cui i liquidatori avvertono la pressione. Come si è detto, non sono ancora definiti (né definibili) i tempi e le quote di un eventuale risarcimento o rimborso. Tuttavia, decine di migliaia di persone si sono mosse per ottenere soddisfazione, sostenendo ulteriori costi legali, oltre che emotivi. Al momento hanno come interlocutori i due Comitati dei liquidatori, i quali non possono che indicare il calderone fumante dell’attivo, dal quale si spera di scodellare due ricche porzioni a rientro dell’esposizione verso ISP e lo Stato per poi cominciare la distribuzione al popolo. Le LCA hanno tutti gli strumenti legali per contenere le attese e le pretese di questa massa di ex clienti in stato di agitazione (con buone ragioni per la maggior parte). Tuttavia, sono due realtà fragili rispetto a cotanta pressione politica e sociale.

Pertanto si levano istanze di ristoro in via privilegiata o parallela rispetto alla cascata della liquidazione, che scende da più di 11 miliardi di altezza e chissà mai se arriverà a valle. Se arriverà, questo accadrà dopo non mesi, ma anni (anche qui Viola e i suoi colleghi sono stati sinceri). I risparmiatori organizzati hanno approcciato il governo nella persona del sottosegretario Baretta, incontrato in più occasioni prima e dopo la messa in liquidazione. Non c’è nulla di garantito, se non l’ascolto e la promessa di fare qualcosa. Un punto dirimente è il trattamento degli azionisti, che in una prima risposta (si era detto) dovevano restare fuori da eventuali ristori fuori sacco (come si è fatto per le quattro banche, il caso di Mps è più complesso non essendoci stato azzeramento ma diluizione). Il numero di soci truffati, che tali non erano fino alle nefaste campagne di arruolamento del 2013-2014, è tuttavia molto più alto, così come la rabbia per le pratiche scorrette di collocamento, utilizzate su scala più vasta a quanto pare. Le associazioni degli ex piccoli clienti battono su un tasto: non siamo speculatori, siamo risparmiatori. I rappresentanti degli ex soci di taglia patrimoniale più robusta, alcuni dei quali attivi nelle liste dei candidati agli ultimi CdA, aspirano a una compensazione in quota ridotta.

La questione rimane aperta. Per fare un paragone, mi viene in mente il caso del gruppo spagnolo Bankia. Nel 2011 aveva effettuato un aumento di capitale finalizzato alla quotazione in borsa sulla base di bilanci che occultavano perdite. Caduto in dissesto, è stato salvato dallo Stato spagnolo nel 2012. I soci entrati l’anno prima avevano perso tutto. Di fronte a uno tsunami di azioni risarcitorie fondate sulle evidenze emerse di falsificazione dei conti, nel 2016 la banca ha deciso di rifondere le perdite agli azionisti entrati con l’IPO del 2011. Costo: 1,8 miliardi di euro. In questa news trovate esempi di mis-selling aventi ad oggetto azioni, altri strumenti di capitale, derivati e piani assicurativi associati ai prestiti

C’è però un enorme differenza tra la situazione dei soci di Bankia e quella degli azionisti veneti: i primi ricorrono contro una banca nel frattempo risanata e rilanciata (con massicce iniezioni di denaro pubblico), i secondi interloquiscono con due gestioni liquidatorie nelle quali non entra un soldo, se non quelli che si realizzeranno dall’attivo. Il DL 99/2017 ha eretto una muraglia che protegge Intesa (il pianeta dove sono migrate le parti sane delle due banche) dalle azioni dei clienti maltrattati dalle ex-banche.

Lo ribadisco, sul piano legale è tutto regolare, la partita si chiude come al rinfresco della festa per il nuovo parroco:

Finché ce n’è, viva il Re.
Quando non ce n’è più, viva Gesù.

Sul piano della rotazione di parti sensibili, tuttavia, il discorso è lontano dall’essere chiuso, o almeno questa è la mia percezione in questo momento, vista anche l’attenzione della politica, confermata dall’audizione dei risparmiatori in Commissione banche. Come, quando (e soprattutto quanto) si potrà mettere sul tavolo non sono in grado di dirlo. Forse si vuole aspettare che SGA faccia il business plan del recupero Npl in modo da capire l’eventuale ammanco che si dovrebbe, sotto varie condizioni, coprire. Se però la relazione finale della Commissione d’inchiesta sulle banche metterà sotto accusa i Supervisori, allora la politica dovrà rispondere. E mettere mano al portafoglio.

Sui titoli di coda: arriva il fondo per gli azionisti truffati

Ho finito il post prima di cena, tornato a casa ho intercettato questa nota sul profilo Facebook di Matteo Renzi

postrenzi

Questa è telepatia! Panem et circenses. Il ristoro ai risparmiatori traditi e i ludi gladiatorum tra Autorità visti oggi in Commissione banche.

Ma di questo parleremo la prossima volta.