ANNO 2013 – I FURBETTI DEL CREDITO – VITA, MORTE E MAGHEGGI DI TOTÒ LIGRESTI – QUANDO LA CASSAZIONE LO DEFINÌ “PERSONA ADUSATA ALLA CORRUZIONE E AL VENALE INTRALLAZZO” Estratto dal libro di Alfio Caruso – “I Siciliani” – Neri Pozza Editore

 

 

Cresciuto all’ombra di Virgillito, muove i primi passi negli appalti pubblici – Accumula conoscenze, prende il controllo della SAI con capitali misteriosi – Poi il rapimento della moglie da parte dei ‘picciotti’, i rapporti con Craxi, la protezione di Cuccia e Geronzi fino al crac per debiti…

ligresti salvatoreligresti salvatore

SALVATORE LIGRESTI

Nella Paternò (Catania) in cui nasce, 1932, si raccontano già mirabilie del compaesano Michelangelo Virgillito, che si fa onore nella lontanissima Milano. A poco piú di trent’anni, malgrado un fallimento e una condanna in appello per bancarotta, truffa e appropriazione indebita – o proprio grazie a essi – Virgillito è proprietario di quattro cinema e di una massa considerevole di quattrini, che riesce a far fruttare pure in tempo di guerra. Si ritrova cosí proprietario dell’intera galleria del Corso con annessi albergo, la sala cinematografica piú vasta e piú famosa della città, la sede della Fondiaria Assicurazioni e del Banco Ambrosiano.

La sua fama viene lustrata dalla munifica beneficenza nei confronti di chiese, ospedali, orfanotrofi: di lui si dice che prima di ogni operazione invochi il sostegno di santi e madonne, pronto poi a ricompensare in contanti il richiesto aiuto soprannaturale. Senza moglie e senza figli, cerca di cancellare ogni puzza di zolfo dal considerevole patrimonio implementato pure con fortunate scalate in Borsa. Nascono allora le leggende sui lingotti d’oro che viaggiano con la Freccia del Sud, il treno da Milano a Catania, indosso a parenti e amici arruolati per trasferire un po’ di benessere anche ai poveri del borgo natio.

Salvatore LigrestiSalvatore Ligresti

Nel tumultuoso dopoguerra, dove ogni sogno pare realizzabile, i giovani paternesi come Ligresti che si affacciano alla vita hanno in Virgillito la stella cometa, l’esempio da imitare. In anticipo su Sindona, su Calvi, su Cuccia, su una schiera di spietati finanzieri, il miliardario con il rosario in tasca mescola giaculatorie e spregiudicate alleanze, partecipa con identica devozione alla messa e alle riunioni per la spartizione dei proventi.

I giornali imparano a conoscerlo, a seguirne le spericolate scorribande in Borsa. A differenza dei concorrenti punta non sui ribassi, bensí sui rialzi. Il listino di piazza Affari è ancora riserva di caccia per pochi eletti, Virgillito è uno di questi, anzi figura tra i piú fortunati, tra i piú lodati, eppure gli altri componenti del ristretto club lo tengono a distanza. Non gli perdonano la bassa estrazione sociale, l’italiano venato dalla forte inflessione dialettale, l’affilata arroganza del parvenu.

E soprattutto l’estraneità alla massoneria, benché abbia un ottimo rapporto con un avvocato di Randazzo, Peppino Pugliesi, voce autorevolissima in quegli anni delle Obbedienze. I tentativi di scalare la Pirelli e l’Assicuratrice Italiana di Carlo Pesenti vengono respinti nel nome dell’assai presunta purezza di casta. Il salotto buono dell’imprenditoria rifiuta di accoglierlo. In Borsa l’ostilità del fronte ribassista gli costa alcuni bagni di sangue. Pugliesi gli suggerisce di chiamare al proprio fianco un quarantenne avvocato di Paternò, Nino La Russa, convinto fascista, volontario in guerra, indefesso propagandista del nascente Movimento sociale italiano.

La Russa è anche un fior di professionista a proprio agio nelle sottigliezze dei bilanci societari, nei cavilli legali delle SPA. I nemici lo accusano di avere ascolto e amicizie dentro logge appartate nelle quali viene stabilito piú di un destino. I suoi accorti suggerimenti consentono a Virgillito di conquistare la Lanerossi Vicenza, l’azienda tessile piú importante, e la Liquigas, che attraverso la distribuzione casa per casa delle bombole di gas ha accumulato una stratosferica liquidità. Con qualche esagerazione don Michelangelo viene definito il nuovo re della Borsa: un ruolo non riconosciuto da banchieri e industriali, pervicaci nell’antico ostracismo.

Salvatore LigrestiSalvatore Ligresti

A non curarsene è il neoingegnere Ligresti. Dopo la laurea all’università di Padova, punta dritto su Milano. Il boom economico è appena sbocciato, la capitale economica e finanziaria del Paese rappresenta la meta naturale di un giovane ambizioso. Virgillito lo accoglie a braccia aperte.

Non è soltanto un compaesano: l’avvocato La Russa, in stretti legami con la famiglia Ligresti, gli ha magnificato le potenzialità di Salvatore. Viene sistemato alla Liquigas. Stringe amicizia con l’astro nascente, un ragioniere calabrese poco piú che trentenne, Raffaele Ursini. Assunto nel ’49 con un contratto da impiegato di terza categoria, ha saputo conquistare la stima di Virgillito.

Nel ’55 è già in direzione generale, quattro anni piú tardi lo cooptano nel consiglio d’amministrazione. Ursini gode da subito di parecchia autonomia, Virgillito infatti è tutto preso dalla lavorazione del diadema da mezzo miliardo di lire (circa sei milioni di euro) benedetto da papa Giovanni XXIII e destinato alla statua della Beata Vergine nel santuario della Consolazione di Paternò.

Si tratta di un manufatto di nove chili e mezzo d’oro con incastonati cinquemila brillanti, dieci zaffiri, sei smeraldi, cinque rubini e un numero imprecisato di altre gemme. Le cronache raccontano che quel giorno del settembre ’61 alle spalle di Virgillito, commosso dall’osannante accoglienza dell’intera cittadinanza, procedesse un impacciato Ligresti, già restio a ogni tipo di comparsata.

Salvatore LigrestiSalvatore Ligresti

L’ingegnere si mette in proprio nei mesi in cui Ursini acquista da Virgillito la Liquigas. Il colpo di scena stupisce i mercati e le conventicole del potere. Nessuno si attendeva il passo indietro del «commendatore piú pio d’Italia» né che il suo protetto fosse già in grado di spiccare questo risoluto balzo in avanti. Per di piú rimane misteriosa la provenienza dei sei miliardi (circa sessantacinque milioni di euro) necessari a concludere la transazione. E mai Ursini rivelerà l’identità del benefattore.

Anche Ligresti si trasforma in imprenditore e sceglie l’edilizia. Il primo affare lo conclude in via Savona, zona di Porta Genova, oggi residenza chic, all’epoca un quartiere ottocentesco bisognoso di molti lavori. Ligresti ha la possibilità di ottenere i permessi per rialzare un vecchio palazzo: servono quindici milioni e lui ne possiede solo cinque. Bussa al Credito Italiano, l’attuale Unicredit.

Lo riceve addirittura il direttore generale Mascherpa, cui espone il progetto: ottiene i dieci milioni necessari ad approntare la pratica. Ligresti rivende immediatamente il diritto a costruire per cinquanta milioni. I trentacinque milioni di lire guadagnati nel 1962 equivalgono a cinquecentomila euro. Con tale liquidità Ligresti si lancia negli appalti pubblici. È bravo, serio, puntuale. Quando serve, c’è sempre l’avvocato La Russa, pronto ad aprire le porte che contano, a fornire le presentazioni indispensabili.

Salvatore e Jonella LigrestiSalvatore e Jonella Ligresti

A metà degli anni Sessanta sbuca un altro estimatore, Alfio Susini, provveditore alle Opere pubbliche della Lombardia, figura fondamentale per chi vive di cemento armato, di commissioni, di permessi delle province e dei comuni. Ligresti ne sposa la figlia Antonietta, detta Bambi. Con simili angeli custodi Ligresti sbaraglia la concorrenza. Si aggiudica l’appalto per il grande parcheggio di corso Matteotti, dietro il duomo. Una domenica però la sua buona stella pare esaurirsi. Le piogge torrenziali rischiano di provocare smottamenti nello scavo. Il capocantiere lo avvisa per telefono che esiste il pericolo di coinvolgere i cinema vicini pieni di spettatori.

Ligresti ordina di raccogliere il maggior numero possibile di betoniere, di convocare tutti gli operai e di assoldarne altri. Poi corre in corso Matteotti: si mette a dirigere gl’interventi di consolidamento dal punto piú profondo del parcheggio. Inutilmente i tecnici lo invitano a venir via. Anni dopo racconterà con orgoglio di aver pensato che se fosse davvero crollato tutto, lui sarebbe rimasto sotto, ma almeno non avrebbe dovuto curarsi delle conseguenze.

Giulia Paolo Jonella e Salvatore LigrestiGiulia Paolo Jonella e Salvatore Ligresti

La tempra è quella giusta per addentrarsi nel dedalo degli uffici dell’assessorato all’Edilizia e nelle stanze dei partiti, dove la DC regna incontrastata. Tuttavia a Milano bisogna sapersi destreggiare anche con i socialisti, fra i quali accanto al sindaco Aniasi cresce il carisma di un giovane adepto di Nenni, Bettino Craxi, il cui padre, tra l’altro, proviene da un paesino del messinese, San Fratello.

Don Salvatore, cosí lo chiamano nei cantieri, accumula conoscenze, palazzoni, capitali. Gli servono allorché si butta negli affari di alto livello. Capita, infatti, che la crisi del comparto chimico e una serie d’investimenti sbagliati scuotano la conglomerata di aziende messa su da Ursini. Grazie agli appoggi dei politici e al credito delle banche il ragioniere calabrese si è impossessato della Bastogi, della Pierrel, della Richard Ginori, della Pozzi, della SAI, la società degli Agnelli con cui sono obbligati ad assicurarsi gli acquirenti di auto FIAT; poi ha tentato il grande colpo: lo stabilimento per produrre proteine da fermentazione di idrocarburi.

PIPPO BAUDO SALVATORE LIGRESTIPIPPO BAUDO SALVATORE LIGRESTI

Dovrebbe costituire il nuovo mangime per gli animali. Un investimento da duecento miliardi di lire (quasi un miliardo di euro), ma il ministero della Sanità si è giustamente opposto a utilizzare mangime proveniente dal petrolio per nutrire mucche e buoi. È stato il segnale che il giro del vento è cambiato. Gli istituti di credito hanno chiesto il repentino rientro dei crediti. Ursini ha rimediato una condanna per falso in bilancio e assaggiato il carcere. Intuisce che è il momento di mollare. Cede il grosso di quell’impero di debiti alla Montedison, cerca una soluzione piú conveniente per la SAI, un gioiellino di produttività. Si sviluppano trattative e manovre ancora avvolte nell’oscurità.

La Russa mette a disposizione le indiscusse doti di mediatore, compare uno sconosciuto affarista palermitano, irrompono i fratelli Massimino, ex muratori catanesi, divenuti prima capomastri e poi imprenditori edili. Il piú folcloristico, Angelo, è il presidente della squadra di calcio, indefesso cultore di meravigliosi strafalcioni linguistici. I Massimino hanno accumulato una cospicua fortuna e sono titolari di due finanziarie, Etnafin e Premafin, detentrici del pacchetto di controllo della SAI. Al termine di tanti giochetti e accordi sotterranei il proprietario risulta Ligresti: ha sborsato due miliardi per il 10 per cento della compagnia; assieme a un altro 20 per cento prestato o regalato da Ursini ottiene il controllo dell’assicurazione dal pingue portafoglio.

Nessuno si chiede in che modo don Salvatore abbia trovato i due miliardi ufficialmente versati dichiarando nel 1978 appena trenta milioni di reddito. Sulla consistenza economica del successore di Virgillito, morto nel ’77, e di Ursini non hanno dubbi due rampolli di Cosa Nostra, Giovannello Greco e Pietro Marchese. Appartengono alle dinastie sotto attacco da parte dei corleonesi di Riina e Provenzano. Dopo esser stati implicati nella sparizione di venti miliardi di lire da investire nei casinò di Atlantic City, si sono stabiliti a Milano, in due alberghi di lusso. Un mese di sopralluoghi e nel febbraio ’81 rapiscono la signora Ligresti. L’inatteso sequestro scatena i mezzi d’informazione: scoprono che il tozzo e pelato ingegnere ha aperto cantieri in ogni angolo della città.

ELENA SANTARELLI SALVATORE LIGRESTIELENA SANTARELLI SALVATORE LIGRESTI

Ed è talmente solvente da poter pagare un miliardo e mezzo per la liberazione della consorte. Anche stavolta che il suo reddito sia di ottanta milioni non desta scalpore, tuttavia il prediletto anonimato non è piú praticabile.

Contribuisce pure la rivista «Forbes»: inserisce Ligresti fra gli uomini piú ricchi del Paese. Le procure di Roma e di Milano indagano su affari e conoscenze senza giungere ad alcun risultato. Nell’86 la curiosità dell’assessore all’Urbanistica di Milano, Carlo Radice Fossati, porta alla luce lo scandalo delle aree d’oro, emblematica anticipazione di Tangentopoli. Il protagonista è ancora Ligresti: vengono appurati i suoi stretti rapporti con Craxi, con il sindaco socialista Tognoli, con rilevanti settori del PCI.

A Sinistra, insomma, nessuno sfugge al fascino e ai progetti di don Salvatore: lo chiamano pomposamente «Piano Casa», viceversa ha consentito all’ingegnere di costruire casermoni da adibire soprattutto a uffici dagli affitti assai remunerativi. L’inchiesta di un coraggioso pretore, Francesco Dettori, appura moltissimi abusi urbanistici. La giunta Tognoli cade, Ligresti riceve qualche piccola condanna che però ne appanna l’immagine pubblica di socio stimato e riverito della Pirelli, della CIR di Carlo De Benedetti, della Italmobiliare di Carlo Pesenti, dell’Agricola Finanziaria di Raul Gardini, della misteriosissima finanziaria lussemburghese Euralux, detentrice di un determinante pacchetto di azioni Generali nella disponibilità degli Agnelli.

Salvatore LigrestiSalvatore Ligresti

Don Salvatore ne possiede quote di rappresentanza – lo definiscono «Mister 5 per cento» – che assieme al controllo della SAI gli consentono di prendere il caffè assieme ai re di denari in grado di muovere affari e quattrini. Nessuno di costoro viene turbato dal pesantissimo giudizio espresso dalla Cassazione sul conto di Ligresti: «[…] persona adusata alla corruzione e al venale intrallazzo con pubblici amministratori e politici di rango».

Ad aumentare i fastidi rispunta dal passato Ursini. Sostiene che il 10 per cento della SAI era stato ceduto in via provvisoria, che egli avrebbe potuto riscattarlo entro dieci anni alla stessa cifra di vendita o incassare il corrispettivo in danaro alle quotazioni correnti. E nel 1987 il 10 per cento della compagnia vale circa ventisette miliardi (circa ventotto milioni di euro).

Al contrario Ligresti afferma che l’accordo di rientro scadeva a un anno dalla compravendita, cioè nel ’79. Nonostante Ligresti tenti di evitare il ricorso di Ursini al tribunale versandogli dieci miliardi, la parola passa al giudice. E questi riconosce, contro molti pronostici, le buone ragioni dell’ingegnere. A non riconoscerle sono viceversa i conti economici. L’intervento della magistratura ha suggerito cautela nelle locazioni e nelle vendite agli enti e alle amministrazioni.

L’improvvisa stasi del mercato immobiliare apre una voragine nei bilanci. L’indebitamento finanziario supera i mille miliardi di lire, all’epoca una cifra choc. Invano Craxi, capo del Governo, esercita pressioni sul compagno di partito Nerio Nesi, presidente della Banca nazionale del lavoro, per concedere un sostanzioso prestito. Deve intervenire Cuccia.

Al solito il demiurgo di Mediobanca rovescia sugli incolpevoli frequentatori della Borsa l’onere di salvare Ligresti. Con l’abituale cinismo dell’impudente determina una stratosferica valutazione della Premafin, divenuta la cassaforte di famiglia: mille miliardi, l’equivalente all’incirca delle sofferenze di don Salvatore, quattordici volte l’utile dichiarato dalla società, settantadue miliardi.

Un livello mai toccato in precedenza e che mai sarà toccato in futuro. La classica esca per il parco buoi degli investitori regolarmente tosati dagli imperscrutabili disegni dell’uomo, che comanda a bacchetta i pavidi padroni del vapore. Naturalmente l’intervento di Cuccia non è disinteressato o dettato dalla riconoscenza nei confronti di Ligresti per aver qualche anno prima favorito l’abboccamento con Craxi. L’intesa fra i due aveva rappresentato il preludio alla privatizzazione di Mediobanca necessaria a Cuccia, a rischio di pensionamento, per mantenere la presa sull’istituto e, a seguire, sui potentati di casa nostra.

Sostenendo adesso Ligresti, il siciliano dagli occhi di ghiaccio vuole soltanto evitare che l’eventuale cessione della SAI porti in mano ostile il pacchetto di azioni Euralux finitole in pancia. Secondo consuetudine, il piano di Cuccia va a buon fine, ma per l’ingegnere continua a essere un periodo difficile.

cucciacuccia

A Palermo il consorzio grandi opere comprendente anche una sua prestigiosa azienda, la Grassetto di Padova, assorbe la sconosciuta impresa Sicilcasa detentrice della licenza per edificare trecento villette sulla collina Pizzo Sella, vincolata a verde agricolo. La Sicilcasa, attraverso la sorella Rosa, fa riferimento a Michele Greco, il papa di Cosa Nostra.

Vanno in galera sindaco e funzionari comunali, ma alla vigilia di nuovi clamorosi provvedimenti il magistrato Alberto Di Pisa, titolare delle carte, viene indicato come il “corvo” della procura, il grande accusatore di Falcone e del capo della Criminalpol, Gianni De Gennaro, e l’inchiesta è disinnescata. Finisce per anni in un cassetto. Adetta di alcuni collaboratori di giustizia per favorire don Salvatore sono intervenuti Santapaola, il numero uno della mafia catanese, in Sicilia e i Carollo, potente clan palermitano trapiantato nell’hinterland meneghino, a Milano.

Tali accuse, però, mai hanno ricevuto il sostegno di una prova convincente. Ben altro peso hanno invece le chiamate di correo in Tangentopoli. Nel luglio 1992 Ligresti è tradotto nel carcere di San Vittore. Ci resta a lungo poiché i sostituti procuratori sono convinti che gli appartenga la All Iberian, ignota società estera pagatrice a Craxi di una tangente da ventuno miliardi. Viceversa è di Berlusconi.

PIERO MARANGHIPIERO MARANGHI

Ligresti ha perciò ogni ragione nel rifiutarsi di fare il nome del politico socialista come richiesto insistentemente dai magistrati. Un comportamento da uomo d’onore, nel senso di Shakespeare (Giulio Cesare, atto III, scena II), che aumenta la considerazione del suo ambiente. I processi gli procurano una condanna a due anni e quattro mesi buona per non tornare in cella, ma inesorabile nel vietargli di guidare la SAI e le sue ramificazioni.

Di conseguenza sono i tre figli, Jonella, Giulia e Paolo, a sostituirlo nei diversi consigli d’amministrazione. Per gli allegri e spregiudicati costumi dei ras degli affari l’intoppo giudiziario di Ligresti non costituisce pregiudiziale alcuna. Cuccia, d’altronde, continua a stendere su di lui il proprio manto protettivo.

Quando muore, è l’erede Maranghi a prenderselo in carico. Il suo appoggio gli consente di portare a termine l’ultimo grande colpo. Nel 2002 la FIAT lancia un’opa sulla Montedison, Maranghi desidera impedire a tutti i costi – nel senso letterale del termine – che la controllata Fondiaria, detentrice di fondamentali pacchetti azionari, vada agli odiati Agnelli. Spinge Ligresti a mettersi di mezzo, malgrado la controversia abbia mandato i prezzi alle stelle. Ligresti obbedisce, tanto i soldi li mette Mediobanca.

La SAI compra una quota considerevole di Fondiaria e sarebbe pronta a incamerarne un’altra assai piú consistente, se non maturasse lo stop della CONSOB. Allora ad aggirare la legge provvede l’immancabile cordata di quelli che verranno denominati «i furbetti del quartierino»: acquistano il pacchetto di Fondiaria e lo girano a Ligresti.

In tal modo l’ingegnere si ritrova, quasi a propria insaputa, alla testa della prima compagnia assicurativa italiana nel ramo danni. Chi si ricorda piú di Tangentopoli, dell’arresto, della condanna? Per aiutare gli amici e gli estimatori a dimenticare sovviene un articolo del codice penale, che smacchia la fedina penale quando siano trascorsi cinque anni dalla pena durante i quali il reo ha fornito «prove effettive e costanti di buona condotta».

La vecchia Premafin dei fratelli Massimino torna a splendere, per quanto nel dedalo di società sparse tra Italia, Svizzera e Lussemburgo, che collegano la famiglia alla controllante, s’incontrino nomi di collaudati avventurieri. Nel nome del proprio tornaconto Ligresti non ha remore a tradire il santo protettore degli ultimi tempi, Maranghi. Partecipa alle manovre per cacciarlo da Mediobanca. L’operazione lo avvicina al vincitore del momento, Cesare Geronzi, il banchiere cresciuto all’ombra di Andreotti e divenuto l’acclamato dominatore dell’Italietta cortigiana e d’anticamera.

bettino craxibettino craxi

Geronzi lo scorta dentro la RCS, che significa il Corriere della Sera, lo appoggia nei grandi progetti della sanità e negli ambiziosi investimenti immobiliari a Milano, a Torino, a Firenze, da dove, tuttavia, piovono altri guai. In due anni il mondo di Ligresti si sgretola. Lui sembra aver perso il tocco magico, i figli sembrano bravi soprattutto nell’incassare ricche prebende, l’incombente crisi economica chiude i rubinetti del credito, anche Geronzi viene deposto in una mattina e dire che lo presentavano come il banchiere di sistema, sorretto da Berlusconi, dal Vaticano, dalla finanza internazionale.

All’improvviso don Salvatore si trova esposto alla bufera dei debiti: lui e i suoi cari ne hanno accumulato per due miliardi di euro, con la perdita secca di un miliardo da parte del comparto assicurativo e il rabbrividente primato di aver condotto sull’orlo del baratro due delle piú prestigiose e storiche compagnie assicurative. Di conseguenza gli tocca assistere all’ingresso imperioso di Unicredit, ubbidire ai diktat, perdere il controllo delle scelte, rinunciare ai tanti privilegi che lui e i figli mettevano in conto alle società.

Gli eredi di Maranghi, i nuovi signori di Mediobanca, sono i piú determinati a non concedergli vie di uscita, benché attenti a salvaguardare la propria, rilevante esposizione. A differenza del mentore Virgillito, dopo mezzo secolo passato a spendersi come l’amico di tutti, Ligresti si ritrova senza santi in paradiso e quindi deve abbandonarlo.

 

AGOSTO-2016 – COME TI SPOLPO LA BANCA – A VINCENZO CONSOLI SEQUESTRATI 45 MILIONI DI EURO – IL SUO STIPENDIO? PIU’ DI 11 MILA EURO AL GIORNO, MENTRE VENETO BANCA PERDEVA 6 MILIARDI DI EURO. POI UNA LIQUIDAZIONE DA 3,5 MILIONI DI EURO. ED HA ANCORA UN PRESTITO DA 8,5 MILIONI

libero quotidiano

La carriera di Vincenzo Consoli a Veneto Banca inizia nel 1989 quando viene contattato dall’ allora direttore generale della Popolare di Vicenza, Luciano Gentilini, che gli chiede di dare una mano a una piccola Popolare, quella di Asolo e Montebelluna, che voleva aprire un’ agenzia a Torri di Quartesolo, un paesone della provincia Vicentina ben imbottito di quattrini.

GIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLI GIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLI

Non trovano nessuno disposto a dirigerla. Il «ragioniere di Matera» accetta, così molla il Credito Italiano per scommettere sul proprio futuro. E il gioco gli va bene. Nel ’97, nove anni dopo, diventa direttore generale e di lì a poco amministratore delegato dell’ istituto divenuto nel frattempo Veneto Banca.

 

Un vero e proprio regno, il suo, destinato a concludersi soltanto 17 anni dopo, nel 2014, sotto i colpi delle inchieste giudiziarie seguite alle ispezioni disposte a Montebelluna da Bankitalia e Banca centrale europea.
 

Negli ultimi quindici anni, vissuti da Consoli come monarca assoluto di una banca entrata nel frattempo nella top 10 nazionale, il banchiere di Matera ha accumulato una fortuna.

VINCENZO CONSOLI VINCENZO CONSOLI

Così si spiega il maxisequestro da 45 milioni di euro disposto dalla procura di Roma nell’ ordinanza di arresto con le accuse di aggiotaggio, ostacolo alle autorità di vigilanza e false comunicazioni ai mercati.
 

Gli anni d’ oro sono gli ultimi, il 2010 in particolare. All’ assemblea ordinaria che si svolse nel gigantesco auditorium di Montebelluna, il cda porta una proposta destinata a cambiare il corso degli eventi. Per l’ istituto ma soprattutto per i 120mila risparmiatori che hanno perso tutti i loro soldi. Una montagna: sei miliardi di euro.

 

«Sulla base della simulazione effettuata», si legge nel documento fatto approvare dai soci, «è emerso che applicando un moltiplicatore medio del 6,23% alla raccolta totale, la valorizzazione dell’ azione Veneto Banca Holding risulta pari a euro 41,17».
 

veneto banca assemblea soci veneto banca assemblea soci

L’ inizio della grande truffa, visto che al momento di sbarcare in Borsa (operazione comunque fallita) il titolo sarebbe entrato in quotazione a 10 centesimi.
 

Quello stesso anno Consoli percepisce la retribuzione monstre di 3,7 milioni di euro, arrivando di un nulla alle spalle di Corrado Passera, allora amministratore delegato e direttore generale di Intesa Sanpaolo, il banchiere più pagato d’ Italia.
 

L’ anno record, però, è il 2014. Mentre il numero uno della Popolare di Vicenza Gianni Zonin – pure lui alle prese con qualche problemino – arriva a percepire una remunerazione di 1,5 milioni di euro, al ragioniere di Matera tocca la bellezza di 4 milioni e 274mila euro.

 

Gli otto mesi lavorati da direttore generale gli fruttano 900mila euro, cui si sommano i 3,6 milioni di golden parachute per la rescissione anticipata del suo contratto da amministratore delegato. La Cisl di Treviso fece il calcolo che a Consoli toccarono quell’ anno 11.232 euro al giorno.
 

veneto banca assemblea soci veneto banca assemblea soci

E pure il 2015, l’ anno del divorzio dalla banca, sulla carta non gli sarebbe andato male quanto a soldi visto che avrebbe dovuto intascare 3 milioni e 650mila euro, come si evince dalla relazione svolta dal cda ai soci che al capo terzo, squaderna le cifre con le quali «si è risolto consensualmente da parte dell’ azienda e dell’ ex direttore generale il rapporto di lavoro».
 

Ecco la contabilità dell’ operazione: euro 189.000 a titolo di indennità sostitutiva di preavviso; euro 761.689 a titolo di penale per anticipata risoluzione; euro 1.800.000 a titolo di corrispettivo per il patto di non concorrenza; euro 900.000 a titolo transattivo. In realtà di quest’ ultimo pacco di denari Consoli ha intascato soltanto i 150mila euro per il mancato preavviso. Il resto è stato congelato dall’ azienda ed è oggetto di contenzioso.
 

BANCHE SALVATE 8b3 BANCHE SALVATE 8b3

Facendo un salto indietro nel tempo, si scopre che nel 2012, come risulta dalla documentazione sottoposta ai soci e approvata dall’ assemblea del Gruppo Veneto Banca il 27 aprile 2013, all’ ad tocca una retribuzione fissa di 2.151.522, a cui si sarebbero aggiunti i premi di risultato. Sullo stesso ordine di grandezza si sarebbero chiuse anche le annualità 2011 e 2013.
 

Quindi, calcolatrice alla mano, dal 2010 e fino al 2014 il banchiere di Matera avrebbe percepito remunerazioni pari a 14,3 milioni di euro, mentre nei dieci anni precedenti la media, molto variabile in relazione a risultati e operazioni straordinarie, sarebbe attorno a 1,8 milioni l’ anno. Il totale arriva ai 32 milioni abbondanti.
 

A questa cifra vanno aggiunti gli immobili che Consoli ha acquistato dal 2006 in poi. Nel 2009 aveva comperato un immobile di lusso nel centro storico di Vicenza. Valore 3 milioni di euro, finanziati con un mutuo concesso da Veneto Banca al tasso agevolato dell’ 1,5%.

protesta dei risparmiatori davanti a bankitalia 2 protesta dei risparmiatori davanti a bankitalia 2

Operazione simile a quella realizzata tre anni prima per un importo di 2,5 milioni.Nel 2008 è stata la volta di una grande masseria in Puglia: altri 3 milioni di euro. Con gli immobili il totale sale a quasi 41 milioni di euro, molto vicino al valore posto sotto sequestro dalla procura di Roma.
 

Resta da capire cosa ne sarà dello stock di affidamenti concessi dall’ istituto di Montebelluna al suo ex timoniere. In tutto 8,5 milioni di euro. C’ è da augurarsi che Consoli riesca a onorare le rate alla scadenza, altrimenti finiranno per aumentare le sofferenze di Veneto Banca, giunte alla cifra record di 4,9 miliardi di euro.

TESORO DI PAPA’ – MARIA ELENA NON RISPONDE ALLE INTERCETTAZIONI PUBBLICATE DAL ”FATTO”, IN CUI IL PADRE PARLA CON CONSOLI DI VENETO BANCA “NE PARLO CON MIA FIGLIA E CON IL PRESIDENTE”. IN PARLAMENTO MARIA ELENA HA DETTO CHE NON SI E’ MAI OCCUPATA DELLA BANCA DEL PADRE…

giugno 20017 il giornale

 

 

maria elena boschi col fratello emmanuel maria elena boschi col fratello emmanuel

Nuova puntata, altra intercettazione. Stessi i protagonisti e anche la tesi: il ministro Maria Elena Boschi, nonostante le ripetute smentite, si occupava attivamente del caso Banca Etruria e da Arezzo arrivavano messaggi diretti al premier in carica, Matteo Renzi.

Il Fatto Quotidiano ieri ha rilanciato il contenuto di una telefonata tra il direttore generale di Veneto Banca Vincenzo Consoli e Pier Luigi Boschi, padre del ministro, al tempo vicepresidente della popolare dell’ Etruria. Intercettazione che era stata già pubblicata dal Giornale. Sono i giorni della riforma delle banche popolari (marzo 2015). La legge era stata approvata e Boschi cerca di salvare l’ istituto di credito aretino, Consoli non si tira indietro. I due entrano nei dettagli e il banchiere fa una domanda al padre del ministro. La risposta riportata dal Fatto Quotidiano tira in ballo l’ ex ministro delle Riforme e anche Matteo Renzi.

pierluigi boschi pierluigi boschi

«Domani in serata – risponde Boschi – se ne parla. Io ne parlo con mia figlia, con il presidente domani e ci si sente in serata». Il Fatto ricostruisce anche i precedenti della telefonata. Consoli, poco prima di sentire Boschi, chiama Vincenzo Umbrella, capo della sede di Firenze di Bankitalia e gli annuncia la chiamata «con Pier Luigi» per fissare un incontro «anziché con la figlia, direttamente con il premier».

VINCENZO CONSOLI VINCENZO CONSOLI

Nel successivo contatto telefonico, Boschi riferisce di avere fatto un «passaggio» su Roma e di essere venuto a conoscenza del fatto che un’ eventuale unione dei due istituti di credito, per avere il via libera della Bce dovrebbe essere preceduta da un aumento di capitale. Il padre del ministro – riporta il Fatto – riferisce anche che «lui» (Renzi) non è contrario alla unione tra le due banche, ma ha dubbi sulla tempistica 

Poi parlano della Popolare di Vicenza, che prima doveva comprare sia Banca Etruria sia Veneto Banca, ma ai tempi era già sotto la lente della Bce. Consoli chiede al vicepresidente della banca aretina se deve parlare con i colleghi di Vicenza. E la risposta di Boschi è quella che tira in ballo la figlia ministro e l’ ex premier.

 

ghizzoni boschi etruria ghizzoni boschi etruria

Tra le altre frasi pubblicate, il dubbio di Boschi padre che la Popolare dell’ Emilia Romagna voglia prendere Etruria a prezzi di saldo dal commissariamento. Poi Consoli, che lamenta di non essere mai riuscito a vedere Renzi che ai tempi era in carica da un anno. Tasselli che si aggiungono alla rivelazione fatta da Ferruccio de Bortoli nel libro Poteri forti (o quasi), quella secondo la quale il ministro Boschi avrebbe chiesto all’ amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni di intervenire per salvare la vecchia Banca Etruria.

 

ferruccio de bortoli ferruccio de bortoli

Sempre sul Fatto quotidiano erano uscite altre indiscrezioni sulle inchieste. Il ministro ieri non ha replicato. Ma già da tempo ha smentito ogni ruolo nei tentativi, falliti, di salvare la banca aretina. Aveva parlato di «ennesima campagna di fango», ammesso di avere incontrato banchieri, come Ghizzoni, ma di non avere «mai avanzato la richiesta» di comprare Banca Etruria.

L’ intercettazione mette a dura prova la tesi del ministro. Le rivelazioni non hanno avuto una eco nel mondo politico. Pesa probabilmente l’ altra vicenda che ha sfiorato il governo. L’ inchiesta Consip sulla pubblicazione delle intercettazioni manipolate del padre dell’ ex premier Renzi.

Banca Popolare di Bari ha completato l’iter della seconda cartolarizzazione dei Npl

Assegnati rating a cessione 319 mln, valore 32,7%

Banca Popolare di Bari e la controllata Cassa di Risparmio di Orvieto hanno concluso l’iter della seconda cartolarizzazione dei crediti deteriorati con l’assegnazione del rating e un valore complessivo pari al 32,7% del nominale. L’operazione è in linea con il programma di dismissione pluriennale di 800 milioni di euro, di cui la prima parte di 480 milioni completata nel 2016. In particolare, spiega una nota, in data 16 novembre il gruppo aveva ceduto un portafoglio di sofferenze per Euro 319,8 milioni di valore lordo ad un veicolo di cartolarizzazione. Questi ha emesso a sua volta tre tranches di notes ABS: una senior, dotata di rating BBB-/Baa3/BBB da parte, rispettivamente, delle agenzie DBRS, Moodys e Scope, pari a Euro 80,9 milioni ed eleggibile per la GACS, una mezzanine, dotata di rating B (low) e B, rispettivamente, da parte di DBRS e Scope pari ad Euro 10,1 milioni ed una junior, non dotata di rating, pari ad Euro 13,5 milioni. Il valore complessivo delle notes emesse e’ quindi pari al 32,7% del valore nominale dei crediti ceduti. Tutte le notes saranno ritenute al closing da Banca Popolare di Bari. La GACS verra’ formalmente rilasciata al termine dell’iter di richiesta.

‘LE TRE FALSIFICAZIONI DEI VERTICI DI BANCA ETRURIA’: LA DELIBERA CONSOB CHE HA FATTO SCATTARE L’INCHIESTA SU BOSCHI SENIOR E SOCI, RESPONSABILI DI UN DANNO MILIONARIO PER L’ISTITUTO – ‘LA VERITÀ’ PUBBLICA LE CARTE CHE LA COMMISSIONE SULLE BANCHE NON HA VISTO: SOLDI IN NERO PER OTTENERE FINANZIAMENTI AD ALTO RISCHIO. E CHE LA FINANZA AVEVA SEGNALATO AI PM

1. «LE TRE FALSIFICAZIONI DEL VERTICE DI BANCA ETRURIA»: COSÌ LA DELIBERA DI CONSOB HA FATTO SCATTARE L’INCHIESTA

sede consobSEDE CONSOB

Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera

«Banca Etruria ha omesso di comunicare informazioni certamente necessarie per consentire agli investitori di pervenire ad un fondato giudizio sulla situazione patrimoniale e finanziaria dell’emittente, nonché sui suoi risultati economici e sulle sue prospettive». È questo il passaggio chiave della delibera 20068 della Consob del 12 luglio 2017 che sanziona il Cda dell’Istituto di credito aretino in carica nel 2013. L’accusa mossa dall’organo di vigilanza del mercato riguarda la compilazione dei prospetti relativi all’emissione obbligazionarie per oltre 677 milioni di euro effettuate quattro anni fa per cercare di risanare i bilanci della banca.

Ed è proprio questo documento – trasmesso al procuratore di Arezzo Roberto Rossi – ad aver determinato l’apertura di un nuovo filone d’indagine sui componenti del Cda, compreso Pierluigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena. «Falso in prospetto» è l’accusa ipotizzata dal magistrato, finito a sua volta nel mirino perché durante la sua audizione di giovedì scorso avrebbe omesso di informare la commissione parlamentare, dilungandosi invece sull’altra accusa di bancarotta e sottolineando come «nei confronti del dottor Boschi non sono emersi elementi a carico».

IL PRESIDENTE DELLA CONSOB GIUSEPPE VEGASIL PRESIDENTE DELLA CONSOB GIUSEPPE VEGAS

La lettera del pm

Nella lettera trasmessa ieri mattina al presidente Pier Ferdinando Casini, il procuratore Rossi sostiene di aver fornito le informazioni richieste dai parlamentari e di aver «annuito, quando mi è stato chiesto se i membri del Cda potessero essere indagati». La decisione di scrivere – allegando anche l’audio – arriva al termine di una mattinata evidentemente complicata per il magistrato, dopo la lettura dei giornali che davano conto della richiesta di trasmettere il testo del suo verbale al Csm per reticenza. Non a caso Rossi nella missiva inserisce uno stralcio della sua audizione, evidenziando anche il “minutaggio” in cui avrebbe – secondo la sua versione – soddisfatto le richieste dei commissari.

claudio salini ex consob e banca etruriaCLAUDIO SALINI EX CONSOB E BANCA ETRURIA

La smentita

In realtà il dettaglio degli orari non basta a fugare i dubbi perché non svela che cosa sia accaduto durante la parte di audizione secretata. Ma soprattutto perché sia Carlo Sibilia dei 5 Stelle, sia Andrea Augello di Idea – entrambi presenti durante l’intera seduta – lo smentiscono. «Quando ho chiesto chiarimenti, Rossi ha detto che un solo dirigente ha redatto quel prospetto e che non si può parlare di Cda coinvolto», spiega Sibilia. «Le domande sono state poste ma Rossi non ha fornito alcuna notizia utile a comprendere che Pierluigi Boschi era indagato, anzi è stato a dir poco reticente sulle accuse e molto prolisso quando si è trattato di scagionarlo, scagliandosi invece contro Bankitalia», sottolinea Augello.

L’accusa della Consob

Le sanzioni di Consob superano i due 2 milioni e 700mila euro, 120mila euro è la cifra richiesta a Boschi. Tra le accuse mosse ai componenti del Cda in carica nel 2013 c’è quella di non aver «adeguatamente riflesso nella documentazione sui prestiti obbligazionari le iniziative di vigilanza poste in essere da Banca d’Italia con le proprie note del 24 luglio 2012 e del 3 dicembre 2013, nonchè i contenuti del rapporto ispettivo del 5 dicembre 2013 nei profili rilevanti ai fini dell’offerta al pubblico».

PIER LUIGI BOSCHIPIER LUIGI BOSCHI

 Sono tre i punti che Consob ritiene fondamentali per dimostrare le omissioni dei vertici e dell’intero consiglio di Etruria. E infatti nella delibera è scritto: «Con riguardo alla gravità obiettiva, assumono rilevanza gli elementi di seguito indicati: la preminenza degli interessi protetti dalla norma violata, funzionali ad assicurare la tutela degli investitori mediante un’adeguata e corretta informativa in merito ai rischi e alle caratteristiche essenziali all’operazione; la circostanza che le carenze informative in parola concernevano aspetti significativi che si riflettevano su elementi della documentazione d’offerta essenziali per consentire un consapevole apprezzamento dell’offerta; la carica ricoperta da ciascun esponente aziendale e il periodo di permanenza nella stessa, nonché l’effettiva funzione svolta all’interno della banca» 

La difesa del Cda

I componenti del Cda hanno presentato ricorso contro le multe sostenendo di aver agito correttamente e di aver fornito le informazioni necessarie sia a Bankitalia sia a Consob. Di tutto questo si sta occupando Rossi che durante l’audizione lo aveva annunciato spiegando che «sono in corso verifiche con i consulenti sull’attività della Vigilanza» senza però chiarire che la competenza sarebbe della Procura di Roma. E anche di questo discuterà oggi la commissione parlamentare. 

ROBERTO ROSSIROBERTO ROSSI

2. LE CARTE SUL FIDO AD ALTO RISCHIO CHE LA COMMISSIONE NON HA VISTO

Giacomo Amadori per La Verita’

Abbiamo trovato le carte su Pier Luigi Boschi che le opposizioni stanno cercando. E contengono spunti interessanti, se non sorprendenti. Venerdì scorso il senatore Andrea Augello, membro della commissione parlamentare d’ inchiesta sul settore bancario ha chiesto al presidente Pier Ferdinando Casini un supplemento d’ indagine sui rinnovi dei crediti di Banca Etruria da parte degli ultimi due consigli d’ amministrazione, considerando responsabili di quelle sofferenze anche chi aveva votato il rinnovo.

Scartabellando tra gli atti depositati nell’ ambito della vicenda della bancarotta della Popolare dell’ Etruria, ci sono documenti che sembrano dargli ragione. Quello del senatore sembra infatti lo stesso convincimento contenuto in una delle informative che la Guardia di finanza ha inviato alla Procura di Arezzo, ma che non è stato recepito dai pm del pool che sta procedendo per la bancarotta.

Uno dei casi sollevati dalla Fiamme gialle riguarda proprio Pier Luigi Boschi.

Gli investigatori di Arezzo nei mesi scorsi avevano individuato possibili reati nel rinnovo di un fido da 11 milioni di euro di Banca Etruria a un imprenditore forlivese molto chiacchierato.

 

roberto rossiROBERTO ROSSI

E tra gli indagabili avevano segnalato alla Procura anche il nome del papà del sottosegretario Maria Elena. Ma, come detto, per i pm devono andare alla sbarra solo i manager che quei soldi li hanno erogati la prima volta, e non quelli che li hanno confermati 

AUGELLO NON CI STA

Una posizione che è stata fermamente contestata da Augello, e per questo il senatore dovrebbe chiedere l’ acquisizione dell’ annotazione di 62 pagine sugli affidamenti alla Isoldi holding spa firmata dagli ufficiali di polizia giudiziaria del Nucleo di Polizia tributaria, sezione verifiche complesse, di Arezzo. Il numero di protocollo è 0368962, ed è stata inviata il 7 novembre 2016.

 

Andrea AugelloANDREA AUGELLO

Il finanziamento al gruppo guidato da Pierino Isoldi è stato deliberato nel 2009, quando altre banche avevano già ritirato il loro supporto all’ imprenditore, grazie ai buoni uffici di Franco Bonferroni, un ex parlamentare democristiano poi traghettato nell’ Udc di Pier Ferdinando Casini, che riesce ad avvicinare l’ allora presidente di Bpel Giuseppe Fornasari (ex sottosegretario Dc in due governi Andreotti). E i finanziamenti si sbloccano.

Davanti ai pm di Forlì Isoldi dichiara di aver consegnato 100.000 euro in nero in due tranche a Bonferroni per l’ intermediazione, e sostiene che lo stesso ex parlamentare gli avrebbe riferito che la metà «erano per il presidente Fornasari», anche se lui non ci ha mai creduto.

Alla fine Bonferroni le porte dell’ istituto aretino gliele spalanca: «Perché tutti i presidenti delle banche di solito sono nominati dai politici», è stato il ragionamento di Isoldi con i magistrati. Bonferroni ha dato un’ altra versione: inizialmente l’ imprenditore gli avrebbe consegnato il denaro per «ungere i banchieri»: «Io mi sono rifiutato categoricamente. Ho detto: “Io a portare i soldi ai banchieri non ci vado. Non l’ ho mai fatto e non lo faccio”», avrebbe protestato. E così alla fine Isoldi gli avrebbe detto: «Beh, te li sei guadagnati, tienteli tu».

FORNASARIFORNASARI

Nel 2011 la Banca concede all’ azienda romagnola una nuova tranche da 1 milione. Ma la Isoldi, che nel frattempo ha cambiato nome e ha ceduto rami d’ azienda per provare a ristrutturare il debito, va sempre più a fondo. Nel 2012 Isoldi invia all’ Etruria una relazione in cui ammette di non aver rispettato i patti, e di aver utilizzato i finanziamenti per finalità diverse da quelle previste dai contratti. 

Per Isoldi sono anche anni di travaglio giudiziario. Nel 2012 finisce in carcere per frode fiscale, appropriazione indebita ed estorsione; nel 2013 patteggia 3 anni e 6 mesi di carcere e promette di restituire all’ erario circa cinque milioni; tra il 2013 e il 2014 finisce in carcere e ai domiciliari per il procurato aborto di un’ amante, che aveva malmenato sino a farle perdere il feto.

Sempre nel 2014 arriva la condanna definitiva a 12 anni di carcere.

In mezzo a tutti questi guai, il 22 febbraio 2013 il Comitato esecutivo della banca, con Boschi senior tra i suoi membri, delibera la risoluzione dell’ accordo di ristrutturazione e del mutuo fondiario «per il verificarsi di clausole e condizioni risolutive dello stesso». In questo modo Bpel perde il diritto di rivalersi sul patrimonio del debitore, senza aver prima incassato il credito milionario.

GIUSEPPE FORNASARIGIUSEPPE FORNASARI

I finanzieri disapprovano: «Dall’ esame della documentazione acquisita al procedimento risulta che la banca non si è attivata per l’ escussione delle garanzie». Al contrario la Cassa di risparmio di Cesena, altra creditrice, risulta aver ottenuto «un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo» di oltre 10 milioni di euro e ha «iscritto ipoteche giudiziali su immobili di proprietà della società». In sintesi, c’ è chi bussa a denari alla porta di Isoldi e chi traccheggia, probabilmente per i legami politici tra l’ imprenditore e i vertici dell’ istituto.

L’ASTENSIONE CHIAVE

Il 15 luglio 2014 la Isoldi spa e la Isoldi holding spa presentano una proposta di concordato preventivo in bianco al Tribunale di Forlì. Le procedure verranno aperte a dicembre, mentre il Comitato esecutivo della Popolare dell’ Etruria, dopo soli 3 giorni, il 18 luglio, delibera di «esprimere parere favorevole al piano mediante “astensione dal voto”». Quel Comitato è composto dal nuovo presidente Lorenzo Rosi, dal suo vice Boschi (promossi insieme a maggio) e da altri tre amministratori. È opportuno ricordare che proprio in quel periodo Rosi e Boschi erano indaffaratissimi a cercare un nuovo direttore generale e un partner finanziario per la banca e per questo si erano rivolti a un gruppo di faccendieri guidato dal bancarottiere Flavio Carboni e dal massone Valeriano Mureddu.

Ma torniamo alla questione Isoldi. Le decisioni di cinque diversi Comitati esecutivi (compresi i due a cui ha partecipato Boschi senior) nei confronti del cliente romagnolo sono state stigmatizzate dai finanzieri che nell’ annotazione scrivono: «Tali circostanze, quindi, hanno fatto sì che, in mancanza delle adeguate garanzie che la banca avrebbe dovuto pretendere per il perfezionamento delle operazioni poste in essere, si generasse il “default” finanziario, sfociato in “sofferenza” bancaria per le società riconducibili al Gruppo Isoldi, con un danno alla Banca quantificabile in euro 12.626.868,41 (…) alla data del 31.12.2015».

pierferdinando casiniPIERFERDINANDO CASINI

A parere degli uomini della Tributaria la banca non avrebbe dovuto aderire alla proposta di concordato e alla risoluzione dei contratti, senza aver prima riscosso le garanzie. Anche perché nel giugno 2015 la Isoldi holding spa in liquidazione è fallita e la Procura di Forlì da allora ha confiscato al patron 215 milioni di beni di cui Etruria non rischia di non vedere un euro.

LE CONCLUSIONI E IL «NO»

Le conclusioni degli investigatori sono pesanti: «Conseguentemente gli elementi raccolti possono far ritenere che» i 17 componenti dei 5 comitati esecutivi messi sotto osservazione durante le indagini «hanno, in concorso tra loro, posto in essere atti e condotte personali terminate in operazioni finanziarie prive di una logica commerciale, creando nocumento allo stesso istituto e, conseguentemente, provocando danni a terzi investitori».

Ma l’ ipotesi investigativa non deve aver fatto breccia nel cuore del procuratore Roberto Rossi e dei magistrati del pool. Infatti il pm Andrea Claudiani nella requisitoria del 29 novembre davanti al giudice dell’ udienza preliminare nel processo per bancarotta, ha sottolineato che la Procura non ha ravvisato condotte preoccupanti nella scelta della banca di non escutere le garanzie, preferendo altre soluzioni di fronte alla sofferenza.

FRANCO BONFERRONIFRANCO BONFERRONI

Per gli inquirenti, cioè, l’ immediata revoca degli affidamenti avrebbe potuto generare una serie di conseguenze tali da condurre addirittura all’ insolvenza e al fallimento. Un teoria a cui Claudiani ha aggiunto un passaggio, e cioè che non sarebbe stato possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio e in assenza di controprove, la ragionevolezza o meno della decisione dell’ istituto. Ora la commissione parlamentare dovrà valutare se il ragionamento sia convincente.

L’ULTIMA TRINCEA DELLA BOSCHI – DE BORTOLI: ‘MI ASPETTAVO L’ANNUNCIATA QUERELA PER DIFFAMAZIONE, CHE NON È MAI ARRIVATA. DOPO QUASI SETTE MESI APPRENDO CHE L’ONOREVOLE BOSCHI MI FARÀ CAUSA CIVILE PER DANNI. GRAZIE.

                          

ROBERTO SPERANZA - PIERO GRASSO - PIPPO CIVATI - NICOLA FRATOIANNIROBERTO SPERANZA – PIERO GRASSO – PIPPO CIVATI – NICOLA FRATOIANNI

 

ETRURIA: SPERANZA, BOSCHI HA MENTITO IN PARLAMENTO

“Sono preoccupato, la Boschi ha commesso un errore gravissimo quando è venuta in Parlamento e ha mentito dicendo che non si era occupata della vicenda. Mentire al Parlamento per un rappresentante delle istituzioni è un fatto di assoluta gravità”. Così Roberto Speranza coordinatore Art.1 ai microfoni di Giorgio Zanchini a Radio anch’io Rai Radio 1 questa mattina commentando la vicenda Banca Etruria.

 

PARTITO DEMOCRATICO LA FESTA DOPO LE EUROPEE BOSCHI E SPERANZAPARTITO DEMOCRATICO LA FESTA DOPO LE EUROPEE BOSCHI E SPERANZA

 Su quanto sta accadendo nel centro sinistra dopo la nascita della formazione Liberi e Uguali, Speranza dice: “Gli elettorati ormai sono separati. I nostri elettori si sono sentiti traditi da Renzi. Non basta l’unità, c’è bisogno di un cambiamento. Eravamo uniti a Genova, Sesto San Giovanni e Monfalcone e abbiamo perso sonoramente. La nostra gente è rimasta a casa. Penso a insegnanti arrabbiati per la buona scuola, penso al mondo del lavoro umiliato dalla riduzione dei diritti, penso agli ambientalisti dopo il ciaone del referendum sulle trivelle”.

BANCA ETRURIA: MARIA ELENA BOSCHI PRONTA AD AZIONE CIVILE CONTRO DE BORTOLI

 

MARIA ELENA BOSCHIMARIA ELENA BOSCHI

«Ho firmato oggi il mandato per l’azione civile di risarcimento danni nei confronti del dottor Ferruccio de Bortoli. A breve procederò anche nei confronti di altri giornalisti». Lo annuncia Maria Elena Boschi su Fb. «Mi spiace dover adire le vie legali contro alcuni giornalisti, non lo avevo mai fatto prima. Nemmeno in presenza di affermazioni evidentemente diffamatorie. Ma credo che sia ormai necessario farlo perché sulla verità dei fatti si pronunci un tribunale in nome della legge. Perché la legge è uguale per tutti, davvero».

La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio fa riferimento a quanto scritto dall’ex direttore del Corriere della Sera nel suo libro «Poteri forti»: «Maria Elena Boschi nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit… chiese a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria». E ancora: «Ghizzoni incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere». In serata, lo stesso de Bortoli, su Twitter, ha replicato su Twitter: «Mi aspettavo l’annunciata querela per diffamazione, che non è mai arrivata. Dopo quasi sette mesi apprendo che l’onorevole Boschi mi farà causa civile per danni. Grazie».

RENZI DE BORTOLIRENZI DE BORTOLI

 

«Vicenda usata per attaccare me e il Pd»

«Chi ha sbagliato ad Arezzo ha pagato e pagherà» ha aggiunto Boschi, sempre su Facebook. «Spero che accada anche altrove. Ma se vogliamo difendere i cittadini che hanno perso i risparmi da Ferrara a Vicenza, nelle Marche come in Toscana, dobbiamo verificare le vere responsabilità. Noi siamo interessati agli atti, non alle strumentalizzazioni. Qualcuno usa questa vicenda da due anni per attaccare me e il Pd. Io penso che sarebbe più giusto fare chiarezza sugli errori fatti da tanti per non sbagliare più» ha concluso.

Ferruccio de Bortoli

@DeBortoliF

MARIA ELENA BOSCHIMARIA ELENA BOSCHI

Mi aspettavo l’annunciata querela per diffamazione, che non è mai arrivata. Dopo quasi sette mesi apprendo che l’onorevole Boschi mi farà causa civile per danni. Grazie.

 

IL PERSONAGGIO – Berro, esposto contro Veneto Banca: azzerati anni di risparmi

Il quarantenne di Castelfranco Veneto, paralizzato dalle spalle in giù a causa di un incidente, non potrà investire i soldi accumulati per la ricerca. 

Paolo Berro aveva 21 anni quando a causa di un incidente stradale è rimasto in carrozzina, paralizzato dalle spalle in giù. Allora, le assicurazioni lo rimborsarono con una somma ingente, che doveva permettergli di vivere dignitosamente e di curarsi per una vita intera. Oggi Paolo ha 40 anni, è appena tornato dal Cammino di Santiago per un nuovo progetto solidale dopo una vita ritmata dalla forza di volontà. Nel suo curriculum, dopo l’incidente, mille soddisfazioni: si è laureato in Ingegneria Meccanica ed in Ingegneria Logistica e della Produzione al Politecnico di Torino; a 29 anni ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica per l’impegno nel sociale, ha fatto parte di due commissioni interministeriali ed è stato nominato consigliere speciale, in ambito di accessibilità ed usabilità, dell’allora vicepresidente della Commissione Europea Antonio Tajani.

 
Risparmi azzerati

Ora, dopo il crac di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, sia lui che i genitori hanno visto azzerarsi anni di risparmi. “Mi trovo impossibilitato a investire quella somma di danaro per la carrozzina in aereo che ho brevettato” racconta l’ingegnere, che aggiunge: “è un vero peccato perché potevo avviare un’attività imprenditoriale mia ed ora, invece, sono costretto a chiedere un aiuto a qualche investitore”. Oltre a questo quei soldi sarebbero serviti per un eventuale viaggio in America, quando sarà possibile provare a rigenerare il midollo osseo con le cellule staminali. Dalla rabbia per il “furto” dei propri soldi alla decisione di una nuova battaglia legale.

L’esposto

Venerdì mattina il suo avvocato ha presentato un esposto alla procura della Repubblica, chiedendo al Tribunale di Treviso l’accertamento dello stato di insolvenza di Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa. “In questo modo si aprirà la strada per contestare agli ex vertici anche i reati di bancarotta con possibilità di agire in revocatoria e, di conseguenza, poter risarcire tutti gli azionisti truffati”, dice Berro, che ha mandato la propria segnalazione anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan e al presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario Senatore Pier Ferdinando Casini. “E’ chiaro che la responsabilità del disastro abbracci anche tutti i consigli di amministrazione che si sono via via succeduti dopo la fine dell’era Consoli e fino al crac definitivo”, dice il castellano. “Alla luce di tutto questo, chiediamo che la magistratura faccia chiarezza sulla gestione di Veneto Banca post Consoli e su cosa abbia fatto la Banca d’Italia per prevenire il proseguimento di simili condotte esattamente uguali a quelle precedenti, con la concessione di generosi finanziamenti a soggetti in crisi e senza le dovute adeguate garanzie a copertura. Per questo chiediamo che venga dichiarato lo stato di insolvenza di Veneto Banca e conseguente bancarotta”.