ANNO 2017 – Bancarotta/6 Da De Benedetti a Marcegaglia: così i big della finanza hanno affossato le banche

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banche de benedetti marcegagliaSì, c’è stata e c’è l’austerità che ha affossato crescita e mercato del credito, trascinando le banche in un circolo vizioso. Sì, l’Europa e le sue regole assurde e a tratti cervellotiche non hanno sicuramente aiutato. E sì, le ultime gestioni dei grandi gruppi del credito italiano sono state – da Mps in avanti – decisamente ‘brillanti’, non certo improntate a quei criteri di prudenza, correttezza e visione di lungo termine che dovrebbero informare chi ricopre delicati incarichi. Specie se si ha a che fare con un settore che non è sotto stretto controllo statale solo per una fortuita serie di circostanze storiche, mentre dovrebbe esserlo vista la sua importante funzione in termini di politica economica.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e non da ieri: truffe ai danni dei risparmiatori, stipule di contratti subordinate all’acquisto di prodotti pericolosi e senza adeguata informazione, spaccio di titoli spazzatura ad ignari correntisti traditi sulla fiducia. Da Cirio a Parmalat, passando per i Tango Bond, la lista potrebbe essere molto lunga per chiudersi con gli ultimi, drammatici casi: le obbligazioni subordinate di Etruria e le altre, che grazie al bail-in (il quale, per inciso, sacrifica all’occorrenza anche i conti correnti), hanno portato migliaia di italiani sul lastrico. C’è però qualcuno che nel marasma generale e nella paura che ormai abbiamo di entrare in una filiale, che in qualche modo riesce sempre ad evitare i guai. Anzi, di più: spesso è parte del problema, dato che la maggior parte delle sofferenze su cui siediamo come su una pentola a pressione riguardano crediti superiori al milione di euro, certo non prestiti fatti alla clientela minuta.

Stiamo parlando dei grandi nomi della finanza (tanti) e dell’industria (pochi) italiana, che hanno avuto il loro bel da fare nel partecipare al dissesto delle banche, da Mps fino a Popolare di Vicenza. Partiamo da De Benedetti, che con il fallimentare esperimento – ma il guru della sinistra ha mai prodotto qualcosa di concreto oltre a carta e operazioni di dubbia efficacia? – di Sorgenia è riuscito a scaricare le malagestione societaria sulle casse di Mps, trasformando milioni su milioni di crediti in azioni cedute alla banca senese, che ha dovuto registrare la cancellazione del prestito in cambio di quote dal dubbio valore. Ma non c’è solo la tessera numero 1 del Pd. Anche Emma Marcegaglia fa la sua discreta figura: l’azienda di famiglia (fondata dal padre Steno, che da socio di Banca Agricola Mantovana spinse per la fusione fra questa e Siena) era esposta verso il Monte per qualcosa come 1,6 miliardi, poi ristrutturati.

Dall’energia all’acciaio, fino all’immobiliare. E’ il caso di Maurizio Zamparini, l’istrionico presidente del Palermo che risulta fra i principali ‘morosi’ del Banco Popolare di Vicenza, con 57 milioni di debiti che rappresentano il 10% delle sofferenze della banca veneta. L’immobiliarista si difende, accusando gli enti locali per una serie di problemi burocratici che avrebbero fatto naufragare i suoi progetti immobiliari. Fatto sta che i milioni ancora non sono stati saldati, mentre gli azionisti del Banco hanno visto le proprie azioni diventare carta straccia. Zamparini compreso, che si ritiene parte lesa per aver acquistato, collateralmente al finanziamento, anch’egli quote della banca. Poverino. Sempre dalle parti dell’impero di carta costruito da Gianni Zonin e sempre nel settore delle costruzioni troviamo un altro nome illustre: Francesco Bellavista Caltagirone, cugino del più noto Francesco Caltagirone, patron di Acqua Marcia, esposto per 17 milioni. Altri 60 ne dovrebbe a Mps ed altrettanti a Banca Etruria, per questioni legate ad investimenti nel porto di Imperia. Un miliardo tondo, in totale, quello dovuto dal costruttore romano di origine siciliana a varie banche fra cui anche, per non farsi mancare nulla, la disastrata Carige, Bnl, Banco Popolare. Quanti ne son stati recuperati? Ad oggi, giusto il 10%. Con buona pace di chi si è visto il conto corrente prosciugato.

ANNO 2017 – Bancarotta/5 Altro che Mps, il grande malato si chiama Unicredit

crisi Unicredit

Monte dei Paschi? Quasi un’inezia – non ci fosse di mezzo la storia della banca più antica del mondo distrutta dal vampirismo del centrosinistra – di fronte al caos che può saltar fuori attorno ad Unicredit. Sì, proprio la il più grande istituto italiana e fra i primi in Europa: è lui il grande malato del sistema bancario tricolore.

In meno di una settimana di contrattazioni a Piazza Affari, Unicredit ha lasciato sul terreno oltre il 10% della capitalizzazione e, da meno di un anno a questa parte, quasi il 50% del proprio valore, passando dai 40€ ad azione di maggio 2016 agli attuali 26, con punte al di sotto dei 20. A pesare, specialmente nella giornata di ieri (un -3,97%, dopo il -5,5% di due giorni fa, capace da solo di trainare al ribasso tutta Borsa Italiana), sono state le prime stime sul bilancio 2016: la banca si prepara a chiudere un annus horribilis con qualcosa come 12 miliardi di euro di perdite. E’ l’effetto della pulizia sui conti, con massicce svalutazioni poste in essere nell’ultimo trimestre per allineare al mercato i 70 e passa miliardi di crediti deteriorati (dati al 30 settembre 2016), in attesa del piano sulle sofferenze che la Banca centrale europea ha chiesto di redigere entro fine febbraio.

Nel frattempo, Unicredit si prepara all’aumento di capitale da almeno 13 miliardi (solo uno in più rispetto al maxi-rosso dell’anno) predisposto dall’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier, che porterà le azioni della banca a livelli ancora più depressi rispetto ad oggi. Un bagno di sangue per gli azionisti, specialmente coloro che non avranno la possibilità di esercitare il diritto di opzione. Oltre a ciò, spicca la molte dell’aumento: 13 miliardi – che potrebbero anche salire a 15 – sono una cifra mostruosa rispetto a precedenti esperienze analoghe. Senza di esso, spiega Unicredit in un documento preparatorio depositato in Consob, la banca potrebbe “subire degli interventi, anche invasivi, da parte delle Autorità di Vigilanza”. Si scrive così, si legge bail-in: minaccia per forzare i soci a nuovi versamenti o previsione di un futuro non tanto lontano? Domanda tutt’altro che retorica, stante il fatto che meno di cinque anni fa la società di piazza Gae Aulenti varò una simile operazione. All’epoca i miliardi rastrellati sul mercato furono 7,5, evidentemente già bruciati nell’arco di un lustro. Mustier assicura che l’aumento è corposo proprio per evitare di doversi rivolgere al mercato nei prossimi anni. Quanti, di preciso?

Non c’è però solo l’aumento di capitale. Quest’ultimo è uno dei tanti passaggi per tentare di rimettere in sesto il fu Credito Italiano. Il quale, intanto, continua con la cessione dei gioielli di famiglia: dopo i 2,4 miliardi incassati per banca Pekao e i 3,54 per la cessione di Pioneer investimenti ai francesi di Amundi (altro giro altra corsa) ora sembra arrivato il momento anche per la vendita dei crediti in sofferenza. Si parla degli americani di Fortress e Pimco come potenziali interessati per rilevare qualcosa come 17,7 miliardi di incagli e sgravare così i bilanci, ma non è ancora chiaro quale sarà il prezzo di cessione. Sarà l’ennesima svendita – dopo quella dei risparmi degli azionisti – per una banca che doveva giganteggiare per l’Europa intera e che si avvia invece ad un forte ridimensionamento?

 

 

ANNO 2017 – Bancarotta/4 Le popolari sacrificate sull’altare della deregulation

vicenza veneto popolariLe banche popolari stanno vivendo un momento difficile. In particolare, Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno polverizzato 11,5 miliardi di euro. Inoltre, ad unire i due istituti di credito, oltre alla  vicinanza geografica, c’è soprattutto il Fondo Atlante che ha il compito di evitare il crack del sistema creditizio italiano. Oggi ci sarà una riunione congiunta dei consigli di amministrazione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Al primo punto dell’ordine del giorno vedremo probabilmente un primo schema del progetto di fusione, con un affinamento delle stime sul fabbisogno di capitale che si potrebbe generare dalla svalutazione e scorporo dei crediti deteriorati. Inoltre, il nove gennaio scorso i Cda delle due banche popolari avevano proposto ai soci raggiratiuna transazione benevola. In particolare Pop Vicenza ha promesso un indennizzo forfettario di 9 euro per azione, mentre Veneto Banca corrisponderà il 15% del valore dell’azione al momento dell’acquisto; l’offerta sarà valida fino al quindici marzo. Gli azionisti per ricevere questo “rimborsino” dovranno rinunciare ad ogni azione legale nei confronti delle banche. L’invito ai risparmiatori veneti non è affatto bonario. Infatti, se l’operazione di transazione con i soci non andasse in porto (cioè se non aderiranno almeno l’80% dei potenziali beneficiari), i soci probabilmente non vedranno neppure il 15% dato che il passo successivo sarà l’intervento dello Stato nel capitale della nuova banca che nascerà dalla fusione.

La proposta del management è chiara: si esce dalla crisi solo costruendo una “megabanca” e scaricando i costi dell’operazione sugli azionisti truffati.Probabilmente molti accetteranno per paura di perdere tutto, ma la fusione rischia di non risolvere nulla. La storia parla chiaro. Vediamo perché. Correva l’anno 1866, quando con decreto regio firmato da Eugenio di Savoia, luogotenente generale di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, venne fondata la Banca Popolare di Vicenza. La sua funzione sociale ed economica era quella di tutelare i risparmi ed erogare il credito nel territorio vicentino. Dal 1993 dalla provincia di Vicenza, la rete degli sportelli si è man mano estesa all’intero Nord Est e quindi al Nord Italia. Insieme, tali realtà hanno dato vita al Gruppo Banca Popolare di Vicenza (1999), che in seguito si è dato un nuovo assetto organizzativo, proseguendo il progetto di espansione territoriale e ampliando la sua offerta. Nel 2014 il Cavalier Gianni Zonin, presidente dell’istituto di credito vicentino, così si rivolgeva agli azionisti in una storica missiva: “Egregio socio, qualche settimana fa la Banca Centrale Europea ci ha promosso in Europa fra i primi tredici più importanti gruppi bancari italiani. (…) Dagli stress test a cui la Bce ha sottoposto i nostri bilanci, siamo risultati una banca solida fortemente patrimonializzata e che tale resterebbe anche di fronte a scenari macroeconomici ancora più avversi degli attuali”. Nel 2015 il Cavalier vicentino si è dimesso e oggi il valore delle azioni della Bpvi è crollato del 90%.  Cosa era successo di tanto grave? Semplice. Si scopre che l’istituto di credito vicentino allo scopo di crescere presta soldi in cambio di prodotti finanziari complessi. In pratica, aveva spacciato carta straccia come si trattasse di monili d’oro. Il problema non è solo di natura giuridica. Non ci sono solo funzionari e dirigenti corrotti. Il vero malato è l’intero sistema di regolazione del credito.

In particolare, nel caso delle banche popolari è stato fatale aver reciso il legame con il territorio. Fino agli anni ’90, sulla base della legge del 1936, l’apertura di nuovi sportelli bancari doveva essere autorizzata dalla Banca d’Italia. A tal proposito, il direttore de La Finanza sul Web Giorgio Vitangeli circa un anno fa scriveva che: “Donato Menichella, (governatore della Banca d’Italia d’orientamento liberale) pose particolare cura affinché alle grandi banche fosse inibito di aprire filiali nei piccoli centri. La raccolta del risparmio e l’erogazione del credito nei centri minori, infatti, era riservata alle piccole banche locali”. Poi arrivò il duo Amato-Ciampi a liberare il credito dai lacci della burocrazia. Fu così che La Bpvi nel biennio 2000/2002 con il “Progetto Centro-Sud” acquistò Banca Nuova (sede a Palermo) e Banca del Popolo di Trapani. Cosa ci faceva una banca popolare vicentina a Trapani o a Palermo? Probabilmente avevano perso la bussola. Oggi i nodi vengono al pettine. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Stando ai dati riportati da Il Sole 24 Ore: “Il fallimento e il salvataggio di sette istituti di credito è costato ai risparmiatori ventiquattro miliardi di euro. Parliamo del Monte dei Paschi di Siena, delle due ex popolari venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e delle quattro cosiddette good bank (Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara)”. Facendo due conti le perdite degli azionisti di queste banche equivalgono all’1,5% del Prodotto interno lordo italiano. Le perdite degli azionisti di queste banche equivalgono all’1,5% del Prodotto interno lordo italiano. Eppure nonostante quanto è stato scritto oggi si parlerà ancora di fusioni bancarie come panacea di tutti i mali. Evidentemente la storia per i banchieri non è “maestra di vita”.

ANNO 2017 – Bancarotta/3 Dalla Legge Bancaria del ’36 a Draghi: nuove crisi e vecchi errori

 

legge bancaria banca italiaChe il concetto ciclico della storia, enunciato da Giambattista Vico, fatto di corsi e ricorsi sia ormai usato ed abusato nella pubblicistica è un dato di fatto, ma evidentemente in campo bancario deve essere sfuggito agli studiosi ed ai legislatori visto che periodicamente ricadono negli stessi errori. L’attuale crisi delle banche italiane, così come la crisi mondiale esplosa nel 2008 (detta anche “crisi dei subprime”), erano eventi annunciati. Sarebbe bastato guardare ad un passato neppure troppo lontano, quando la precedente crisi del  1929 (ai più conosciuta come “Grande Depressione”) mise in ginocchio le economie più moderne dell’epoca.

Ma andiamo per ordine. Ciò che mandò in crisi il sistema economico mondiale all’inizio degli anni 30 del secolo scorso furono proprio i sistemi bancari nazionali fondati su un tipo di banca, quella “universale” o “mista”, che poteva svolgere qualsiasi operazione, sia da un punto di vista temporale che qualitativo. E fu così che, ammalandosi di gigantismo, gli istituti di credito violarono qualsiasi regola di buona amministrazione creando una pericolosissima bolla speculativa che condusse al “giovedì nero” di Wall Street. In Italia, peraltro, si creò un intreccio paradossale in cui non si capiva chi controllava chi: le banche avevano foraggiato senza limiti le grandi imprese che, a propria volta, controllavano la maggioranza azionaria delle stesse banche finanziatrici, così nel momento in cui esplose la crisi e le imprese non riuscirono a rimborsare i prestiti, questi ultimi furono trasformati in capitale sociale e gli istituti di credito diventarono azionisti di maggioranza delle imprese che li controllavano, creando un labirinti di partecipazioni incrociate che arrivò a coinvolgere circa il 70% dell’intero apparato industriale italiano.

Se facciamo un parallelismo tra USA ed Italia, nell’intervento governativo post-esplosione della crisi si può evidenziare che a Washington, fedeli al principio liberista del laissez faire, le banche e le imprese furono lasciate al proprio destino con una miriade di fallimenti, mentre in Italia il governo Mussolini deciso di intervenire in difesa dei posti di lavoro e del risparmio con la creazione dell’Iri e dell’Imi e la nascita della famosa “terza via” in campo economico che vide lo Stato come attore sul mercato in concorrenza con i privati. Ma sebbene le due strade intraprese da americani ed italiani fossero così diverse, l’intervento legislativo in materia bancaria fu molto simile. La Legge Bancaria varata nel 1936 da Mussolini introdusse la distinzione temporale dando vita alle aziende di credito (che operavano la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito a breve termine) e agli istituti di credito speciale (che operavano la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito a medio-lungo termine), inoltre la Banca d’Italia assunse importanti poteri di controllo sul sistema bancario e furono previste fortissime limitazioni per banche ed imprese in materia di acquisizione di partecipazioni. Negli Stati Uniti il Glass-Steagall Act creò un sistema simile con la nascita di due tipi di banche: quelle commerciali che avrebbero svolto attività bancaria tradizionale e quelle di investimento che avrebbero offerto finanziamenti e servizi alle imprese.  Sostanzialmente, quindi, entrambe le regolamentazioni ponevano rigorosi paletti all’attività creditizia proprio per evitare quegli intrecci tra sistema bancario e industriale e quella mancanza di correlazione temporale tra fonti  e impieghi che aveva portato al disastro del 1929.

Le due leggi bancarie sono rimaste in vigore per una sessantina di anni, fino agli anni 90, e si può dire che abbiano garantito un’ottima tenuta dei rispettivi sistemi creditizi.  Salvo piccole crisi nel periodo più buio della Repubblica (la Banca Privata Italiana di Sindona e il Banco Ambrosiano di Calvi) non si sono registrate grandi crisi e tanto meno crisi sistemiche. Ma alle soglie del terzo millennio la globalizzazione cavalcante ha preteso una deregolamentazione del settore ed un ritorno, di fatto e di diritto, allo status quo ante anni ’30 con il ritorno della banca mista ed il venire meno di buona parte delle regole introdotte sessanta anni prima. In Italia la Legge Bancaria è stata sostituita dal Testo Unico Bancario nel 1993, negli USA il Glass-Steagall Act è stato abrogato e sostituito dal Gramm-Leach-Bliley Act nel 1999. E gli effetti non si sono fatti attendere con un aumento esponenziale del credito concesso.

Dopo pochi anni la crisi ha di nuovo coinvolto il sistema creditizio, o per meglio dire da quest’ultimo è nata e si è propagata all’economia produttiva. I fatti sono nati a tutti: i mutui subprime, l’enorme massa di crediti in sofferenza, la creazione di prodotti derivati fondati sul nulla più assoluto, l’utilizzo dei fondi delle banche a favore di imprese collegate direttamente o indirettamente agli istituti creditizi. Insomma, la riproposizione della crisi del 1929 ma molto più in grande o, per dirla in altro modo, in “salsa globalista”.  Le rassicurazioni che nel 1993 accompagnarono la reintroduzione in Italia della nuova legislazione (“faremo tesoro degli errori precedenti”, “la tecnologia ci consentirà maggiori controlli preventivi” ) si sono rivelate del tutto prive di fondamento, e non è assolutamente un caso che in prima linea nel tranquillizzare risparmiatori e investitori  vi fosse il “padre” della riforma, quel Mario Draghi, all’epoca Direttore Generale del Ministero del Tesoro, successivamente nominato Presidente della Banca Centrale Europea nel 2011, in piena crisi economica mondiale. Evidentemente, pur non avendo svolto un buon servizio alla propria Nazione, coloro che hanno spinto per la sua nomina dovevano essergli particolarmente grati.

ANNO 2017 -Bancarotta/2 La crisi delle banche? Non è proprio tutta colpa…delle banche

spread bancheE se la crisi delle banche non fosse colpa delle banche? Sembra un gioco di parole o – a seconda delle interpretazioni – un cortocircuito logico, dato che il sistema bancario è spesso additato come il principale responsabile di tutti i guai economici contemporanea. E non senza ragione: l’esplosione della bolla dei mutui subprime è stata tutta opera del sistema finanziario, andatosi a scontrare con i suoi stessi limiti. Lì eravamo però dall’altra sponda dell’atlantico, qui siamo in Europa o, meglio, in Italia. E le cose vanno un po’ diversamente.

Montepaschi è tutta roba del Partito Democratico e delle sue aspirazioni egemoniche, è vero. Ed è altrettanto vero che le scelte gestionali di Unicredit non hanno aiutato l’istituto milanese, così come non sono state sicuramente lungimiranti quelle di Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti, Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Ma si tratta di reazioni fisiche, non chimiche: salvo disastri conclamati a tutto è bene o male possibile mettere una pezza, sia pur a costo di qualche sacrificio. Nel caso italiano invece no, le pezze creano guai più grandi dei buchi. Perché? Appunto perché non sono le banche le responsabili della crisi che le sta prendendo in questi mesi.

Cinque anni fa, la paura che trascinava i mercati al ribasso si chiamava spread. Paura frutto di un timore irrazionale, innescato da vendite massicce quanto sospette messe in atto da Goldman Sachs e Deutsche Bank e che fecero crollare i nostri indici, portando addirittura al cambio di governo con l’arrivo di Mario Monti. Nel frattempo il debito non è sceso, il deficit veleggia a livelli costanti, la disoccupazione è aumentata e la domanda interna ridotta al lumicino. Eppure lo spread non fa più paura. Questo perché è intervenuta la Banca centrale europea, attivando una serie di strumenti che hanno permesso di rintuzzare gli attacchi di chi tentava la speculazione contro il debito sovrano. Insieme allo scudo di Draghi, da Monti in avanti abbiamo però sperimentato anche l’austerità e cioè la svalutazione interna, unica strada percorribile per svalutare in un contesto di cambi fissi. Sappiamo bene a cosa ha portato: l’Italia ha rinunciato allo strumento espansivo del moltiplicatore della spesa pubblica, di fatto azzerando qualsiasi prospettiva di crescita, ormai rassegnatasi ad essere una magra stagnazione. Crollo della domanda, mancata crescita: un combinato disposto micidiale per il sistema del credito, che non fa più il suo mestiere perché non vede possibilità di rientrare dagli affidamenti concessi, i quali nei fatti non rientrano innescando l’esplosione delle sofferenze. Con un ulteriore problema non da poco: le banche registrano i crediti in difficoltà ad un valore attorno al 40% dell’esposizione, mentre il mercato per acquistarli è disposto a pagare in genere non più del 20%. Una differenza abissale: se gli istituti dovessero convergere fra valore nominale e valore di mercato molti bilanci registrerebbero buchi ben superiori ai 200 miliardi lordi di sofferenze ‘ufficiali’.

Per il grande malato Monte dei Paschi di Siena è dovuto intervenire il ministero dell’Economia con un esborso considerevole per, di fatto, (ri)nazionalizzare la banca. Servirà? Il credito deteriorato di Stato non è migliore del credito deteriorato privato per cui no, non sarà questa la soluzione, se non nell’ottica di privatizzati i (furono) profitti e socializzare le attuali perdite. La filosofia economica serve però a poco: il nodo centrale è che senza uno strutturale aumento del Pil e senza inflazione la mole potenzialmente esplosiva non può decrescere a livelli fisiologici. Corollario: con l’euro e la necessaria austerità per salvare la moneta unica saremo mai in grado di ricominciare a crescere?

ANNO 2017 -Bancarotta/1 Banche: la prossima grande crisi italiana?

banche montepaschi

  

banche montepaschiNon performing loans, crediti incagliati, affidamenti dati ad amici e amici degli amici, mire politiche che nel giro di un decennio hanno mandato in fumo secoli di storia, direttive europee e il conto salato fatto pagare ai risparmiatori. C’è tutto questo e molto altro ancora nelle difficoltà delle banche italiane, che si candidano ad essere la nuova vera grande crisi della nostra economia.

Stiamo parlando di una mole di attivi di dubbia consistenza che veleggia attorno ai 200 miliardi lordi, secondo le ultime stime. L’impressione, tuttavia, è che tale cifra possa persino aumentare, stanti i dubbi che è lecito nutrire sui metodi di valutazione. Stiamo parlando di valori di borsa collassati negli ultimi mesi. Stiamo parlando di rastrellamenti di capitale messi in opera dai più grandi istituti per raggranellare risorse fresche da gettare in un meccanismo che sembra sempre più girare a vuoto. E stiamo parlando di banche che nella migliore delle ipotesi finiranno anch’esse, come buona parte dell’industria, in mani straniere: è già successo in passato, da oltreconfine stanno fregandosi le mani per le operazioni già concluse a sconto e per quelle che verranno.

Trovate un ministero dell’Economia degli ultimi anni che non abbia detto che il sistema bancario è solido. No, non ne troverete. Nonostante le rassicurazioni, le banche italiane sono in serio, serissimo pericolo. E’ per questo che parte oggi, sulle pagine de Il Primato Nazionale, una lunga inchiesta sugli istituti di credito italiani. Fra storia e attualità, fra grane e prospettive e al netto di tutto ciò che le banche hanno rappresentato e rappresentano, pensare che un sistema possa sopravvivere senza di esse – o con le banche ridotte a meri intermediari senza un ruolo di politica economica – sarebbe fuori dal tempo e dalla logica. Perché le banche quel ruolo lo hanno: sono il fulcro della politica economica. Ma se non esiste quest’ultima, che le guidi e le indirizzi, nemmeno le seconde possono sopravvivere agli eventi.

Matteo Orfini, componente Pd in commissione Banche: “Venga Ghizzoni, venga chiunque, sfidiamo tutti”

Di fronte allo stallo in ufficio di presidenza, i Dem aprono all’audizione dell’ex ad di Unicredit: verrà sentito prima di Natale

L’audizione di Federico Ghizzoni, rebus sul quale si e’ impantanata la Commissione d’inchiesta sui crack bancari,  si farà. La svolta arriva in mattinata: il Pd accetta di ascoltare l’ex ad di Unicredit cui l’ex ministro Maria Elena Boschi si sarebbe rivolta per un aiuto per Banca Etruria, istituto finanziario in crisi del quale il padre, Pierluigi Boschi, era allora vicepresidente. La nuova linea viene ufficializzata in un post su Facebook da Matteo Orfini, componente Dem della commissione: “Venga Ghizzoni, venga chiunque. Sfidiamo tutti”.

 

Ecco il post:

Tutti dicevano che non avremmo mai istituito una commissione d’inchiesta sulle banche.

E noi l’abbiamo istituita.

Tutti dicevano che si sarebbe riunita a singhiozzo.

E noi l’abbiamo fatta riunire con una frequenza mai vista prima.

 

Tutti dicevano che non avremmo consentito di approfondire la vicenda del Monte dei Paschi.

E noi abbiamo approfondito tutta la storia di quella banca e continueremo a farlo.

Tutti dicevano che non saremmo mai arrivati a parlare di Etruria.

 

E noi siamo arrivati a parlare di Etruria, dimostrando che la bancarotta non nasce dal PD come sa perfettamente chi mantiene un minimo di onestà intellettuale.

Tutti dicevano che mai avremmo accettato di chiamare in audizione Ghizzoni.

 

E – pensate un po’ – ieri per l’ennesima volta ho ribadito che non abbiamo alcun problema a farlo perché nessuno, nè Maria Elena Boschi nè altri esponenti del governo, hanno mai esercitato su Ghizzoni o su altri banchieri alcuna pressione.

Mi scuso con il povero Di Battista per avergli con questa decisione rovinato la festa: ieri sera si era presentato insieme a un manipolo di deputati grillini sotto la sede della commissione per protestare contro il nostro veto all’audizione. Che però non c’è mai stato.

E mi dispiace per il direttore De Bortoli che, come riportano le agenzie, ieri sera era in tv a dire che il Pd si oppone all’audizione di Ghizzoni, nonostante il Pd in realtà abbia fatto esattamente il contrario. Mi pare evidente che ha un rapporto travagliato con la verità, e sono certo che nella prossima puntata Bianca Berlinguer troverà modo si spiegare ai suoi spettatori che quella di De Bortoli era una bugia bella e buona.

Noi, a differenza di altri, non abbiamo nulla da nascondere.

E qui sta il punto. Noi non poniamo veti, nemmeno su richieste palesemente strumentali. Altri li hanno posti alle nostre che erano tutt’ altro che strumentali.

Oggi noi pretendiamo, nel nome della massima trasparenza e della ricerca della verità, che quei veti cadano.

Abbiamo chiesto di audire i manager delle banche venete. Abbiamo chiesto di audire il procuratore di Treviso e la dottoressa Ghedini. Abbiamo chiesto di chiamare non solo Padoan, ma anche i ministri dei governi precedenti, a partire da Tremonti.

Perché il nostro governo ha agito per ridurre i danni e per riformare il sistema. Altri prima di noi hanno dormito, nella migliore delle ipotesi.

Quindi, venga Ghizzoni. E vengano anche gli altri. A noi la verità non fa paura. Ad altri a quanto pare sì. E molto.

L’audizione dell’ex ad di Unicredit, unico che potrebbe stabilire la verità tra le accuse contenute nel libro di Ferruccio De Bortoli e la versione di Maria Elena Boschi, dovrebbe tenersi nell’ultima settimana utile prima di Natale. ‘Utile’ perché dopo Natale, una volta approvata la manovra economica, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere. Con la fine della legislatura finisce anche il lavoro in commissione banche.

Prima di Ghizzoni, verranno sentiti il presidente della Consob Giuseppe Vegas (14 dicembre) e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco (15 dicembre). Quelle di Vegas e Visco sono le audizioni sulle quali punta il Pd per dimostrare le responsabilità della banca centrale e della vigilanza sui crack bancari degli anni scorsi. Il 18 dicembre la commissione ascolterà il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

A quel punto sarà la volta di Ghizzoni e anche di altri esponenti finiti nella lunga lista di richieste esaminata ieri sera dall’ufficio di presidenza della commissione. Tra loro anche Mario Draghi, la commissaria europea Margrethe Vestager, l’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli, il procuratore di Treviso che indaga sul crack Michele Dalla Costa, e anche il governatore veneto della Lega Luca Zaia.

Banche, oggi la commissione decide su audizione Ghizzoni, Draghi e Zonin .

Posizioni contrapposte in Commissione d’inchiesta sulle banche fra il Pd, che pone come condizione la possibilità di ascoltare anche Zonin e Zaia, e il resto dei gruppi politici favorevoli circa la possibile audizione dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni al quale si sarebbe rivolta, secondo alcune voci, il sottosegretario Maria Elena Boschi per acquisire Banca Etruria e salvarla dal crac. Sulla questione è entrato anche l’ex direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli, chiamato in causa con una denuncia proprio dalla sottosegretaria, auspicando l’audizione dell’ex ad di Unicredit e parlando di un “inquietante tentativo di delegittimazione dei controllori” da parte dei Dem. Al termine di un ufficio di presidenza iniziato alle ore 19 e durato quasi due ore, la decisione sul calendario delle audizioni è slittata a oggi. Fuori da Palazzo San Macuto, sede della Commissione, anche un presidio di una trentina di parlamentari cinquestelle che chiedeva l’audizione del manager. Quella di Ghizzoni fa parte dell’ultima serie di audizioni fra cui il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco e il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Oggi Casini farà una proposta divisa in 2: un pacchetto su cui c’è consenso che prevede le audizioni di Visco, Vegas, Apponi, Barbagallo e Padoan a cui si aggiunge anche la richiesta di audire Maria Cannata, l’a.d. di Deutch Bank e il vice procuratore della Corte dei Conti. Queste audizioni si svolgeranno entro il 17 dicembre. E poi c’è un secondo pacchetto, con le proposte di tutti i gruppi. Un pacchetto più ‘caldo’, su cui c’ opinione comune di non porre veti”. Brunetta ha precisato che questo secondo pacchetto sarebbe “dedicato a completare le audizioni, con quelle di Consoli o Ghizzoni o di altri. L’obbiettivo sarebbe quello di non avere veti e nomi manifestamente impossibili ma nomi utili per arrivare alla verità”. In questo gruppo c’ l’ex patron di Popolare Vicenza Gianni Zonin e il presidente della Bce Mario Draghi. Un nome quest’ultimo più volte escluso da Casini e anche dal Pd. E in ballo c’è anche riascoltare nuovamente il procuratore di Arezzo Roberto Rossi per la sua audizione dove aveva confermato, come ha spiegato lui nella lettera di spiegazione “con un cenno di capo” che l’ex vicepresidente di Etruria Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, fosse indagato per altri reati come falso in prospetto visto che aveva escluso che fosse indagato per bancarotta.

IL FURBETTO DEI CREDITI FACILI – l’ULTIMO DEI FURBETTI DEL QUARTIERINO – L’immobiliarista Statuto sotto il peso dei debiti: Chiesto il fallimento per il Danieli di Venezia

Hotel Danieli di Venezia (Olycom)Hotel Danieli di Venezia – il sole 24 ore

È l’ultimo degli immobiliaristi rampanti, quel gruppetto di imprenditori che una decina d’anni fa scuoteva il mondo della finanza a colpi di incetta di immobili e di assalti alle banche, grazie al credito facile di quegli anni. I vari Zunino, Coppola, Ricucci si sono via inabissati tra vicende giudiziarie e fallimenti. Lui Giuseppe Statuto, 50 anni da Aversa è riuscito a stare a galla. Per lungo tempo è apparso di quella schiera il più avveduto. Non si è imbarcato in costosi e azzardati progetti di sviluppo immobiliare, ma ha puntato sul mattone solido. Le sue attività si sono concentrate infatti nell’acquisto di hotel di lusso.

Via via si è comprato il Danieli di Venezia, il Four Seasons e il Mandarin a Milano e il San Domenico a Taormina solo per citare i più significativi. Ma il vizietto di allora è rimasto. Quegli acquisti prestigiosi sono avvenuti pressochè tutti a debito. E ora quei debiti bussano alla porta dell’imprenditore casertano. È di questi giorni l’istanza di fallimento presentata al Tribunale di Roma (la cui udienza è fissata per il 16 gennaio 2018) da parte di Armonia, un veicolo del fondo Apollo sulla Danieli Property, la scatola di Statuto che possiede il grand hotel veneziano. Apollo ha rilevato buona parte dei crediti bancari in sofferenza (in particolare quelli di Mps) del Danieli e reclama ora l’accertamento dell’insolvenza e il pagamento dell’esposizione complessiva per un valore di 122 milioni. La richiesta di fallimento odierna segue a ruota la richiesta di pignoramento del Danieli effettuata dalle banche finanziatrici (all’epoca oltre a Mps, Aareal bank e Bper) oltre un anno fa per un valore di 161 milioni dopo che dal marzo 2015 le rate dei mutui erano risultate insolute.

 

BELPIETRO CALA LA SCURE SU MARIA ELENA BOSCHI: “NON DOVREBBE STARE A PALAZZO CHIGI. NON SOLO PERCHÉ AVEVA PROMESSO DI LASCIARE LA POLITICA SE LA SUA RIFORMA FOSSE STATA BOCCIATA AL REFERENDUM, MA PERCHÉ È LA RAPPRESENTAZIONE DI UN GROVIGLIO DI INTERESSI OSCURI CHE RUOTA INTORNO AL FALLIMENTO DELLA BANCA DELL’ETRURIA”.“NELLA COMMISSIONE SULLE BANCHE SIEDE BONIFAZI, TESORIERE DEL PD, EX FIDANZATO DI MARIA ELENA E SOCIO DI EMANUELE BOSCHI, IL QUALE USCITO DA ETRURIA, MENTRE LA BANCA NAUFRAGAVA, HA TROVATO RIPARO PROPRIO NEGLI UFFICI FIORENTINI DEL DEPUTATO TOSCANO” .”E ORA SIAMO IN GRADO DI AGGIUNGERE UN ALTRO TASSELLO ALLA RICOSTRUZIONE. ECCOLO” fonte la Verita’

 

belpietro 

Maurizio Belpietro per “la Verità 

Maria Elena Boschi non dovrebbe stare a Palazzo Chigi. Non solo perché aveva promesso agli italiani di lasciare la politica qualora la sua riforma costituzionale fosse stata bocciata al referendum, ma perché è la rappresentazione di un groviglio di interessi oscuri che ruota intorno al fallimento della Banca dell’Etruria. Un groviglio che è assolutamente incompatibile con chi sieda in un posto chiave nel governo del Paese.

Giacomo Amadori Giacomo Amadori

Nei giorni scorsi, il nostro Giacomo Amadori ha svelato che il padre della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio è indagato per «falso in prospetto» e ieri ha aggiunto che un’ altra tegola pende sul suo capo e riguarda le consulenze pagate dalla Popolare. Le notizie, che La Verità ha pubblicato in esclusiva, hanno fatto naufragare il piano del Pd che mirava ad autoassolvere Boschi e compagni da ogni genere di responsabilità, scaricando le colpe del crac interamente sulla Banca d’Italia.

Oggi però siamo in grado di aggiungere un altro tassello alla ricostruzione di quanto è accaduto attorno all’ istituto toscano, con un fallimento che ha messo sul lastrico migliaia di risparmiatori. Il tassello è costituito da una serie di messaggi vocali inviati per Whatsapp a Emanuele Boschi, fratello dell’ ex ministro delle Riforme, da Valeriano Mureddu.

MARIA ELENA BOSCHI MARIA ELENA BOSCHI

Quest’ ultimo nome forse a molti lettori non dirà nulla, ma si tratta di un faccendiere sardo che la Procura di Perugia ha indagato e quella di Arezzo ha fatto arrestare con l’ accusa di bancarotta fraudolenta. Mureddu, oltre che per il pedigree giudiziario, è però interessante per un altro fatto, ovvero per la sua conoscenza diretta con babbo Boschi e pure con babbo Renzi. Con quest’ ultimo la relazione è di vecchia data e addirittura nel passato ci fu tra loro anche la compravendita di un terreno.

MARIA ELENA BOSCHI DA' IL CINQUE A MATTEO RENZI MARIA ELENA BOSCHI DA’ IL CINQUE A MATTEO RENZI

Con il banchiere non si ha notizia di quando i due si siano incontrati la prima volta, ma è certo che Mureddu organizzò gli incontri fra il padre di Maria Elena Boschi e il faccendiere Flavio Carboni (capo della P3). Il vicepresidente dell’ Etruria, mentre la banca naufragava, per salvarla e trovare un nuovo direttore generale si rivolse infatti al bancarottiere condannato per il fallimento del Banco Ambrosiano, l’uomo che accompagnò Roberto Calvi nel suo ultimo viaggio, quello che si concluse a Londra sotto il ponte dei Frati neri.

maria elena boschi maria elena boschi

Perché Pier Luigi Boschi chiede a un massone pluri indagato di aiutarlo a trovare dirigenti e finanziatori per banca Etruria? Perché si fa accompagnare all’incontro da un altro massone pluri indagato come Valeriano Mureddu? Forse perché, come scrisse Ferruccio de Bortoli, attorno al governo si respirava un certo sentore di massoneria?

La risposta non c’è perché la tanto sollecita commissione parlamentare d’inchiesta (due anni per essere istituita, pochi giorni per cercare di scaricare le colpe dei fallimenti bancari su chi non fa parte del Giglio magico) non ha mai convocato né Pier Luigi Boschi né Flavio Carboni, preferendo interrogare il pm di Arezzo, ossia il magistrato destinato a passare alla storia non per le sue risposte, ma perché alle domande annuì.

PIER LUIGI BOSCHI PIER LUIGI BOSCHI

Eppure un motivo per interpellare Boschi e Carboni ci sarebbe e dovrebbe interessare sia la Procura che la commissione d’ inchiesta. In Banca Etruria l’ ex piduista condannato per il fallimento dell’Ambrosiano fece passare dei soldi rientrati dalla Svizzera e il conto fu aperto spendendo il nome dei Boschi.

Già, non di Boschi ma dei Boschi, perché oltre a Pier Luigi, vicepresidente della Popolare, in questa faccenda si incontra anche Emanuele, il fratello di Maria Elena. Il secondogenito della simpatica famigliola di Laterina all’epoca dei fatti era a capo del Servizio di controllo dei costi dell’Etruria e guarda caso, quando venne aperto il conto, i documenti vennero riposti in una cartellina che recava un breve appunto: «Emiliano Casciere, amico di famiglia di Emanuele Boschi».

PIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONI PIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONI

Tutto documentato nel libro I segreti di Renzi, che Giacomo Amadori, Francesco Borgonovo e il sottoscritto mandarono in libreria un anno fa senza che nessuno, né i pm né i giornalisti, si facesse delle domande. Quali sono i rapporti tra Emanuele Boschi, fratello di una ministra, e Emiliano Casciere, socio di Valeriano Mureddu? Perché il suo nome è scritto su una cartellina che contiene le pratiche per l’ apertura di un conto su cui transitano soldi destinati a Flavio Carboni?

Come mai lui fece pressioni per l’ apertura di un credito per la Geovision, la società di Mureddu? Domande senza risposte, perché anche in questo caso la commissione parlamentare d’ inchiesta non si è attivata. Un’ultima annotazione: nella stessa commissione che dovrebbe appurare i fatti siede Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, ex fidanzato di Maria Elena Boschi e socio di Emanuele Boschi, il quale uscito da Etruria, mentre la banca naufragava, ha trovato ormeggio prima nello studio di un consigliere di Etruria (indagato) e poi proprio negli uffici fiorentini del deputato toscano. Tutto chiaro in questo groviglio? Secondo me di chiaro c’ è solo un fatto: che la Boschi non può stare a Palazzo Chigi e occuparsi di banche.

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Crac Banca Marche, maxi sequestro da 15 milioni per 6 ex amministratori

Crac Banca Marche, maxi
sequestro da 15 milioni
per 6 ex amministratori

 

Il tribunale di Ancona ha disposto un sequestro di beni fino a 15 milioni ai danni degli ex dirigenti di Medioleasing nell’ambito dell’inchiesta sul crac di Banca Marche. Il sequestro è stato disposto nei confronti dei sei ex amministratori Michele Ambrosini, Giuseppe Barchiesi, Massimo Bianconi, Lauro Costa, Claudio Dell’Aquila e Tonino Perini ed era stato richiesto da Nuova Banca Marche, dove Medioleasing confluì. Il provvedimento fa parte dell’azione di responsabilità da 87 milioni di euro stabilita dall’amministrazione straordinaria di Medioleasing.

 

 

 

 

Carige, Bce stoppa i Malacalza. Non possono salire nella banca.

Se ci sarà inoptato toccherà a banche ed Equita Sim fare la propria parte

Carige, Bce stoppa i Malacalza. Non possono salire nella banca

 
affaritaliani

Ultime ore determinanti per il destino di Banca Carige, il cui titolo ha terminato la giornata in rialzo di un punto percentuale a 1,01 centesimi di euro per azione, alla vigilia della scadenza del periodo di esercizio dei diritti dell’aumento di capitale da massimi 500 milioni di euro mentre sul mercato sono arrivate una serie di notizie, alcune positive altre molto meno.

Paolo fiorentino banca carige ape

Positivo è certamente l’annuncio dato dal Cda di aver selezionatio Chenavari Investment Managers per la trattativa in esclusiva riguardante la cessione della società di credito al consumo Creditis, come pure la cessione al Credito Fondiario di un portafoglio di crediti in sofferenza (Npl) del valore lordo di 1,2 miliardi e della piattaforma di “servicing“, in base a termini finanziari migliorativi rispetto a quelli previsti del piano industriale.

Si tratta infatti di passi “importanti per la piena realizzazione del piano di ricapitalizzazione della banca” hanno commentato gli analisti di Banca Akros e c’è da credergli, tanto più se risulterà corretta l’indiscrezione che vuole ilCredito Fondiario aver comprato il portafoglio di Npl al 22% del valore lordo con l’ulteriore impegno a coprire l’inoptato dell’aumento di capitale in corso fino ad una quota del 6%, dunque per massimi 30 milioni, e se Chenavari, che potrebbe pagare Creditis 110 milioni e non 100 milioni come inizialmente ipotizzato dagli analisti, coprirà a sua volta l’inoptato fino ad un 8% del capitale, ossia per massimi 40 milioni.

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Un’altra notizia positiva è attesa da Intesa Vita, Generali eUnipol che secondo indiscrezioni avrebbero sciolto le ultime riserve a sottoscrivere azioni per 45 milioni di euro la tranche di aumento di capitale riservata agli obbligazionisti (da complessivi 60 milioni) che erano entrati in possesso di bond “senior” a seguito dell’adesione all’operazione di “Liability management exercise” (Lme) lanciata lo scorso settembre su 510 milioni nominali di bond junior, operazione alla quale avevano aderito bondholder per complessivi 458,07 milioni nominali.

Tutta da verificare ma positiva anche la voce secondo cui il retail dovrebbe sottoscrivere circa 100 milioni (dunque circa il 20% dell’aumento), dopo che Volpi ha già sottoscritto la propria quota (6,01%) e confermato l’impegno a salire al 9,99%, cheAldo Spinelli si era impegnato a sottoscrivere tra l’1% e il 2%, che Coop Liguria aveva confermato di voler sottoscrivere per il proprio 1,76% e che i Malacalza si erano impegnati per la propria quota (circa il 17,587%) avendo inoltre chiesto alla Bce il via libera a salire sino al 28% (tramite l’impegno assunto con Equita Sim a sottoscrivere fino a circa ulteriori 69,5 milioni di titoli eventualmente inoptati).

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Qui però stasera arriva lanotizia negativa: dopo un lungo silenzio che non lasciava prevedere nulla di buono la Bce ha risposto a Malacalza Investimenti vietando l’esercizio di un’influenza sulla gestione operativa della banca ligure configurabile come “attività di direzione e coordinamento”. Richiesta che i Malacalza dovevano aver già messo in conto, tanto che la holding aveva proceduto a modificare il proprio statuto in modo tale che mentre nei confronti di altre partecipate potrà continuare a svolgere funzioni di coordinamento tecnico, amministrativo e finanziario, nel caso di banche e gruppi bancari la direzione e coordinamento è ora espressamente “preclusa”.

La preclusione, peraltro, non impedirebbe a Malacalza Investimenti di continuare a esprimere la maggioranza dei consiglieri di amministrazione dell’istituto(attualmente ne ha 10 su 15 componenti del Cda), ma certo l’altolà di Eurotower, tanto più se l’autorizzazione alla sottoscrizione degli eventuali titoli inoptati non dovesse giungere, non può far piacere né ai Malacalza né a Equita Sim.

Infatti, sebbene l’operazione sia comunque garantita dal consorzio di collocamento (consorzio a sua volta co-garantito in parte da Equita) e sebbene la sottoscrizione di circa i tre quarti dell’aumento dovrebbe essere ormai cosa fatta, per l’ultimo quarto, pari a circa 125 milioni di euro di controvalore, lo “sgambetto” della Bce potrebbe risultare determinante, in senso negativo.

Alla fine il rischio concreto è che i titoli, dopo essere stati assorbiti in prima battuta dalle banche e da Equita, finiscano col riversarsi sul mercato, mantenendo le quotazioni vicine o anche sotto i livelli attuali (che verosimilmente indurranno Banca Carige a proporre quanto prima un raggruppamento azionario).

Bim, le nuove carte della disputa Attestor-Barents, Bankitalia avvia l’autorizzazione

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messaggero 
Le banche venete tengono ancora banco anche fuori dalla Commissione d’inchiesta, con conseguenze tutte da scoprire. Lunedì 4 si è riunita la seconda sezione bis del Tar del Lazio presieduta da Elena Stanizzi per la discussione nel merito del ricorso di Barents sulle modalità di vendita della Bim, la banca del risparmio gestito che era controllata al 74% da Veneto Banca. Ma la discussione si è incentrata sul difetto di legittimazione del ricorso e la presidente ha rinviato la decisione alle prossime ore. La liquidazione coatta ha ceduto Bim a Attestor Capital per 24 milioni più correttivi di prezzo a tre anni. Barents contesta perché ritiene di essere stata ingiustamente penalizzata pur avendo offerto di più.

C’è che nell’udienza del 15 novembre Marcello Clarich per conto dei commissari Alessandro Leproux, Giuliana Scognamiglio, Fabrizio Viola ha detto che il perfezionamento della vendita di Bim a Trinity, il veicolo costituito da Attestor per l’operazione, dovrebbe concludersi entro marzo 2018 perché c’è la condizione sospensiva del via libera di Bankitalia entro 60 giorni “dalla richiesta di parte che, allo stato, non é stata ancora prodotta”. Ma evidentemente le cose non stanno così perché il 9 novembre 2017, Enzo Serata, direttore dell’ufficio di risoluzione di via Nazionale, in una lettera ai commissari, “prende atto di quanto comunicato, non rilevando profili ostativi al perfezionamento della cessione”.

Il Messaggero.it è in grado di pubblicare la lettera di Bankitalia con la quale avvia il procedimento autorizzativo e le memorie presentate da Barents, Attestor, Bim, Lazard e i liquidatori delle banche venete all’udienza di lunedì 4.

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