LA SENTENZA CHE ASSOLVE MUSSARI, VIGNI E BALDASSARRI SUL DERIVATO ALEXANDRIA È L’ENNESIMA TEGOLA SUGLI ISPETTORI DI VISCO: NON CI FU OSTACOLO ALLA VIGILANZA, BANKITALIA ERA PERFETTAMENTE A CONOSCENZA DEL DERIVATO CHE HA DATO IL COLPO DI GRAZIA AI CONTI DELLA BANCA… SE NE PARLERÀ IN COMMISSIONE?

IGNAZIO VISCO IGNAZIO VISCO

Assoluzione piena per Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassari, rispettivamente, all’epoca del reato contestato di ostacolo alla vigilanza, presidente, direttore generale e responsabile dell’area finanza del Monte dei Paschi di Siena.

Per la Corte di appello di Firenze non hanno commesso il fatto. Una sentenza che ribalta quella di primo grado pronunciata dal Tribunale di Siena che aveva precedentemente condannato i tre banchieri alla pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione.

VIGNI MUSSARI VIGNI MUSSARI

Al centro del dibattimento c’era il “Mandate agreement”, l’accordo quadro che regolava la sostituzione del Cdo2 Alexandria (in rosso di 220 milioni) con la nota Aphex (valore 400 milioni) e cancellava le perdite in capo ad Alexandria. Perdite ribaltate sull’operazione di pronti contro termine strutturato sul Btp 2034 (3 miliardi).

Il Mandate fu ritrovato dal nuovo Ad di Mps, Fabrizio Viola, nella cassaforte dell’ex dg Vigni, nell’ottobre 2012. Il ritrovamento però non rappresenta, stando alla decisione odierna dei giudici, la prova di occultamento e dunque non concorre al reato di ostacolo alla funzione di Vigilanza di Bankitalia.

L’accusa aveva sostenuto che Bankitalia, ammessa come parte civile al processo, senza il Mandate non poteva avere la contezza del collegamento tra le due operazioni messe in piedi da Mps con Nomura. Operazioni che hanno poi portato a Milano, per competenza territoriale, all’avvio del processo per falso in bilancio, a carico a vario titolo di 13 persone fisiche, tra cui Mussari, Vigni e Baldassarri, quest’ultimo solo relativamente ad Alexandria.

Gianluca Baldassarri Gianluca Baldassarri

Probabile che sia stata decisiva, nel corso del processo d’appello, la carta giocata dalle difese degli imputati che hanno fatto accludere agli atti, l’accusa si era opposta, il “Deed of Amendment”. Si tratta di un documento che aveva gli stessi contenuti dell’accordo quadro (Mandate) e lo rendeva operativo. Documento visionato, secondo la tesi della difesa, anche dagli ispettori di Bankitalia. Dunque, secondo i difensori, all’azione della Vigilanza non era stato frapposto alcun ostacolo. Tesi accolta oggi dalla sentenza di appello che, nei fatti, derubrica il Mandate da pistola fumante a foglia di fico.

GIANLUCA BALDASSARRI IN PROCURA A SIENA GIANLUCA BALDASSARRI IN PROCURA A SIENA

Banche, Unicredit: i legali confermano pressioni per salvare Etruria

Banche, uno degli studi fiduciari ammette l’interessamento della Boschi per l’istituto. Il dossier fu poi accantonato.

Banche, Unicredit: i legali confermano pressioni per salvare Etruria

La vera prova, se servisse, è arrivata. Uno degli studi legali fiduciari di Unicredit, che ha sede ad Arezzo, conferma a distanza di sette mesi che «la Boschi mente» e che «Ferruccio de Bortoli ha ragione». Come scritto nel suo libro Poteri forti (o quasi), scrive il Giornale. Federico Ghizzoni, allora ad di Unicredit, nel novembre 2014 venne avvicinato dall’ ex ministro delle Riforme del governo Renzi, Maria Elena Boschi, che gli avrebbe rivolto richieste «specifiche» per salvare la banca nella quale il padre Pier Luigi era vicepresidente dal 2014 e consigliere dal 2011. Ma non trapelano i dettagli «per non violare il segreto professionale».
Secondo indiscrezioni, gli chiese una soluzione per Banca Etruria, in situazione pre-comatosa a causa di 3 miliardi di crediti deteriorati. La richiesta che la Boschi fece era quella che Unicredit potesse pensare all’ acquisizione della popolare aretina. Ghizzoni incontrò la Boschi il 4 novembre 2014, il giorno in cui ricevette la richiesta di un interessamento, sebbene l’attuale sottosegretario continui a negare quella richiesta ma sulla quale oggi arriva la conferma dello studio legale fiduciario Unicredit, continua il Giornale.
Il super banchiere di Unicredit incontrò la Boschi in occasione dei 15 anni della nascita del colosso bancario. Sarebbe stata quella l’ occasione colta dal ministro per la sua «proposta indecente». Ghizzoni poi incontrò anche, il mese successivo, l’ ultimo presidente di Etruria, il geometra Lorenzo Rosi, ma di questo non ci sono conferme. Solo Rosi sa di quell’ incontro e forse lo rivelerà in commissione d’ inchiesta, dove lo aspettano.
Comunque, in quei mesi ci fu poi davvero un lavoro di approfondimento di Unicredit nei confronti di Etruria, segno che Ghizzoni obbedì alle richieste rivolte dalla ministra. Il dossier finì addirittura all’ area fusioni e acquisizioni, nelle mani della manager Marina Natale, ma venne accantonato subito proprio per i troppi crediti deteriorati accumulati dalla banca.

 

 

Dallara Stradale: il nuovo tassello dell’eccellenza automobilistica made in Italy

dallara stradale

Non accontentarsi di far bene ciò che si sa già fare, occorre reinventarsi sempre […]
L’esperienza è nemica dell’innovazione , per questo abbiamo bisogno dell’entusiasmo dei
giovani che hanno il coraggio di affrontare i rischi” – G.P. Dallara.

Parma, 17 nov – Frutto di una lunga gestazione culminata nel 2015 con la creazione di un team formato da venti ingegneri e cinque meccanici, la casa automobilistica Dallara ha presentato ieri la sua prima creazione “da strada” al di fuori del settore delle auto da competizione: la Dallara Stradale.

Vettura stradale sì, ma dal design figlio del vento nel quale l’aerodinamica fa da padrona,
Dallara è riuscita a trasferire in questo progetto tutta la sua esperienza nelle competizioni. L’azienda, fondata a Varano de’ Melegari nel 1972, vanta infatti collaborazioni a 360 gradi con il mondo delle corse automobilistiche, dalla Dallara 188 F1 per BMS scuderia Italia nel 1988 alla Ferrari F50 GT1 del1996, passando per la Dallara-Oldsmobile con la quale nel 1998 Eddie Cheever vinse la 500 miglia di Indianapolis e arrivando nel 1999 con la Honda F1. Senza dimenticare le importanti collaborazioni con Audi, Bugatti, Nissan, Maserati, KTM e Renault.

Parte integrante del progetto è la concentrazione sul made in Italy. Nella vettura troviamo dischi Brembo, pneumatici Pirelli , cinture Sabelt e carbonio per la scocca interamente
realizzato da una ditta italiana. Unica eccezione il propulsore, derivato da un modello straniero che comunque Dallara ha elaborato per adattarlo alle caratteristiche della sua creatura.

La Dallara Stradale dispone di un telaio monoscocca in carbonio, un motore 4 cilindri da 2300cc a 16 valvole centrale-trasversale turbocompresso capace di erogare 400 cavalli a 6200 giri, una coppia di 500 Nm che porta ad un tempo di 3,25 secondi sullo 0-100 Km/h ed una velocità massima dichiarata di 280 Km/h. Il design minimale della questa vettura richiama le linee delle Lancia LC1 e LC2 prodotte da Dallara negli anni ‘80 e la rende così appetibile anche per un pubblico incentrato sull’uso in pista amatoriale e non. Non dispone di portiere , infatti si dovrà letteralmente scavalcare per poter accedere all’abitacolo , grosso punto a favore riguardante l’ottimizzazione dei pesi.

giampaolo dallara stradale
L’ingegner Giampaolo Dallara alla guida del primo esemplare della “Stradale” 

La biposto di casa Dallara in versione base si presenta con un layout a barchetta, richiamando le monoposto da competizione, è personalizzabile con varie configurazioni che vanno a completarsi portando effettivamente ad avere quattro diversi tipi di abitacolo: aggiungendo il parabrezza si può avere la configurazione roadster , aggiungendo un T-Frame (una parte di telaio frapposta in alto tra i due sedili) la vettura diventa Targa mentre con l’ulteriore aggiunta di due porte con l’apertura ad ala di gabbiano la vettura diventerà coupé.
Per chi preferirà utilizzare la biposto (prevalentemente o non) in pista sono previste alcune
personalizzazioni prestazionali quali un’ala posteriore che le permette di avere un carico
aerodinamico superiore agli 820 Kg , un kit di ammortizzatori regolabili (normal e sport) per
abbassarla in assetto pista, uno scarico più prestazionale, un set di gomme customizzate
Pirelli ed infine un sistema Paddle-Shift per la robotizzazione del cambio avendolo cosi al
volante. Questa serie di optional porta la Stradale a poter raggiungere accelerazioni laterali
sopra i 2G.

Elettronica presente ma sempre minimalista, la Dallara Stradale dispone di avanzati sistemi ESP Bosch che ne facilitano la guida dei meno esperti, disattivabili completamente tramite apposito comando in abitacolo, presente ABS (non disattivabile a causa delle normative di sicurezza) appositamente progettato per questo veicolo , in modo da non “macchiare” un eventuale utilizzo in pista, e condizionatore nella versione coupè.

Una serie limitata di auto: si parla di una produzione di 100 pezzi circa annui per arrivare ad un numero totale di 600, il prezzo per la versione base è di circa 150 mila Euro mentre con un sovrapprezzo di poco più di 30 mila euro sarà possibile trasformarla in coupé. Sono state consegnate, nel giorno dell’ottantunesimo compleanno dell’ingegner Dallara le prime quattro vetture delle quali la numero uno proprio allo stesso, che la ha guidata per le vie della sua città presentandola così ai concittadini. Indiscrezioni parlano dell’avvenuta vendita dell’intero primo anno di produzione ancora prima di avere i prototipi.

 

Nel Paese di Pulcinella: all’Italia che perde i suoi primati resta solo la pizza

Intendiamoci: la pizza napoletana è buonissima. E non dovremmo certo smettere di mangiarla per un malinteso concetto di “modernità”. La promozione del noto alimento mediterraneo a patrimonio dell’umanità, arrivata nella notte dal consiglio dell’Unesco riunito a Jeju, nella Corea del Sud, ha tuttavia un sapore agrodolce. Sarà forse per il momento storico in cui arriva, ovvero in pieno attacco alla nostra sovranità, in piena smobilitazione industriale, in pieno saccheggio delle nostre aziende strategiche, in pieno declassamento della nostra funzione nel mondo. Oppure sarà anche per la narrazione, come oggi va di moda dire, che accompagna questo traguardo, nella misura in cui l’Unesco afferma che “il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale”.

Insomma, mentre il resto del mondo ci fotte (e mentre ci fottiamo anche da soli, per carità, bando ai vittimismi e agli alibi), in compenso veniamo premiati per i pizzaioli che fanno roteare l’impasto e cantano canzoni con le rime in “cuore” e “amore”. L’Agenzia del farmaco vada pure ad Amsterdam, noi continuiamo pure a fare le pizze. Che è una cosa buona e giusta, ma che rischia di essere l’unica eccellenza che ci sia permessa. Alla Fiera internazionale del turismo di Berlino, svoltasi a marzo, è stato affermato che l’Italia è il Paese più fotografato al mondo, cosa peraltro confermata da Instagram, secondo cui l’hashtag #Italy non ha rivali. Del resto, stando alla piattaforma SightsMpa, creata da Google per misurare i luoghi più “immortalati” nel mondo, Roma è al secondo posto dopo New York e Firenze all’ottavo. Anche in tutto questo c’è molto di positivo: l’Italia è e sarà sempre una destinazione turistica di primo piano e, anzi, dovrebbe fare di più per mettere a sistema questa importante risorsa.

L’idea che il nostro sia però un Paese a esclusiva vocazione turistica, il posto in cui si mangia e si canta, il trastullo per i ricchi americani, per i ricchi tedeschi, per i ricchi russi o cinesi, è invece frutto di una visione caricaturale della nostra nazione che va assolutamente combattuta. E tutti questi primati, che arrivano proprio ora, mentre perdiamo terreno su tutte le cose che contano, sembrano davvero dei contentini al limite dell’umiliante.

 

 

La pizza napoletana è patrimonio dell’umanità: la decisione dell’Unesco.
Dopo aver raccolto oltre due milioni di firme in tutto il mondo, con una petizione promossa dalla Coldiretti, dalla Fondazione Univerde, presieduta dall’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, e dalle associazioni della pizza napoletana, è arrivata la notizia della decisione presa dal Comitato intergovernativo Unesco riunitosi sull’isola di Jeju in Corea del Sud.
 La notizia tanto attesa è arrivata. Dopo lo slittamento dei giorni scorsi, la pizza napoletana, o meglio l’arte dei pizzaioli napoletani, che dà vita ogni giorno a uno dei piatti tipici della tradizione italiana e pietra miliare della cultura popolare partenopea, è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio intangibile dell’umanità. Ad annunciarlo, si Twitter, il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina: “Vittoria! Identità enogastronomica italiana sempre più tutelata nel mondo”. La decisione è stata ufficializzata dal Comitato intergovernativo riunitosi in questi giorni sull’isola di Jeju in Corea del Sud. Il riconoscimento è stato chiesto a gran voce negli ultimi anni anche attraverso una petizione con ben due milioni di firme, partita nel 2015 e promossa dalla Coldiretti, dalla Fondazione Univerde, presieduta dall’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, e dalle associazioni della pizza napoletana. Una mobilitazione popolare senza precedenti nella storia dei riconoscimenti Unesco. Tanti anche i personaggi famosi che hanno aderito al progetto, tra cui, ultimo in ordine cronologico, il sindaco di New York, Bill de Blasio, oltre ai già noti Carlo Verdone, Maurizio Costanzo e Joe Bastianich. L’arte dei pizzaioli napoletani parte della cultura italiana.

A essere premiata non è stata, dunque, soltanto la pizza, intesa come prodotto, ma l’arte dei pizzaioli che la rendono una delle specialità italiane nel mondo. Un “mestiere” questo che si tramanda di generazione in generazione, su come realizzare la perfetta lievitazione dell’impasto, come tagliarlo in panetti, come stenderlo con la tecnica dello schiaffo e come cuocerlo per non farlo bruciare ed avere un risultato perfetto. Si tratta di un sapere formatisi nel corso dei secoli, da quando nel 1800 cominciarono a essere create le prime pizze così come le conosciamo oggi, quando venivano consumate in prevalenza dai soldati spagnoli di stanza nella città e venivano vendute dagli ambulanti a bassissimo prezzo, andando a rappresentare uno dei cibi per poveri per eccellenza. La pizza e le altre: gli altri alimenti tesori dell’umanità Così, dopo il riconoscimento concesso nel 2009 dall’Unione europea, su richiesta del parlamento italiano, di Specialità Tradizionale Garantita (STG) per quanto riguarda la pizza napoletana, famosa in tutto il mondo ma esposta, più di altri prodotti, alle truffe e ai falsi alimentari, viene aggiunto un tassello fondamentale a questa che è una delle eccellenze della nostra cucina, dalle origini millenarie. L’arte dei pizzaioli napoletani è in buona compagnia: non è infatti la prima volta che l’Unesco ha scelto di valorizzare ingredienti o cibi tradizionali selezionati in tutto il pianeta nella sua lista di patrimoni da preservare, andandosi ad aggiungere alla dieta mediterranea, alla cucina messicana, a quella francese, alla birra belga, al Keskek turco, al Washoku giapponese e Kimchi della Corea del Sud. Le reazioni alla proclamazione I pizzaioli napoletani: “Siamo patrimonio dell’umanità, vogliamo il riconoscimento Unesco”3334310Pubblicato da Gaia Bozza Grande soddisfazione è stata espressa non solo dalle associazioni di pazzaioli napoletani, ma anche dalle istituzioni. Il primo a intervenire sulla questione è stato Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, che sul suo profilo Twitter ha definito questo “un riconoscimento per Napoli e l’Italia intera mentre sta per iniziare il 2018 l’anno del cibo italiano”. Storico è invece l’aggettivo utilizzato dal sindaco della città partenopea, Luigi De Magistris, riferendosi al riconoscimento. “Grazie ai pizzaioli napoletani, che vivono ed operano a Napoli e in tutto il mondo – ha detto il primo cittadino -, grazie a tutti quelli che hanno firmato per questa petizione. È il segno della potenza di Napoli attraverso la sua arte, la sua cultura, le sue tradizioni, le sue radici,la sua creatività, la sua fantasia. Una grande vittoria per Napoli e per la pizza napoletana”.

 

Audizioni pubbliche per Zonin e Consoli. Banche, Ghizzoni in commissione d’inchiesta il 20 dicembre.

 il sole 24 ore 

L’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, sarà in audizione davanti alla commissione d’inchiesta sulle banche il prossimo 20 dicembre. Lo riferisce la stessa commissione, che stamane ha anche dato l’ok allo svolgimento in forma pubblica (con possibilità di secretare i lavori su richiesta) delle audizioni degli ex vertici delle banche venete Gianni Zonin, Vincenzo Consoli e Pietro d’Aguì. Un via libera arrivato a larga maggioranza con il voto contrario del presidente Pier Ferdinando Casini assieme a quello di Bruno Tabacci e Karl Zeller (Autonomie). Casini ha preso più volte le distanze dalle audizioni degli ex vertici delle venete,
paventando il rischio che i tre, indagati e imputati in vari procedimenti, possano sfruttare un palcoscenico istituzionale senza avere l’obbligo di dire la verità.

La scelta di ascoltare prima Consoli, Zonin e D’Aguì potrebbe far slittare a ridosso del Natale l’audizione dell’ex governatore Ignazio Visco, prima prevista per il 15 dicembre.

Mef invia documenti su derivati
Intanto, in risposta alle sollecitazioni di Brunetta, il ministro dell’Economia Padoan ha trasmesso oggi alla commissione d’inchiesta copia dei contratti sui derivati finanziari siglati dal Mef nel 2011 e 2012, oltre a indicazioni sulle ristrutturazioni e chiusure effettuate sugli stessi contratti. Tra le carte anche i rapporti con la banca Usa Morgan Stanley. Le carte sono accompagnate da una lettera nella quale Padoan spiega quali documenti debbano essere considerati segreti e quali solo riservati.

Etruria, i risparmiatori: andava commissariata due anni fa
Stamane, dopo il voto, la commissione ha ascoltato i rappresentanti dei risparmiatori di Banca Etruria e Carichieti. Per Vincenzo Lacroce, presidente dell’Associazione Amici di Banca Etruria e rappresentante del Comitato azzerati dal Salvabanche, banca Etruria «andava commissariata già nel 2013» due anni prima, quindi, rispetto al provvedimento realizzato nel febbraio 2015 «per l’inadeguatezza degli organi» ad affrontare le difficoltà della Banca. Davanti alla commissione d’inchiesta Lacroce si qualifica come «ex ispettore della Banca d’Italia» dove avrebbe lavorato «per trentasei anni» e afferma che nei rilievi ispettivi di via Nazionale relativi alle ispezioni del 2010 e del 2013 non sono messi nel giusto rilievo i conflitti d’interesse degli amministratori. Lacroce ricorda di essersi stupito nel vedere candidato alla presidenza Lorenzo Rosi, presidente della cooperativa Castelnuovese aderente a Legacoop, fallita nel maggio di quest’anno, affidata da Banca Etruria. I conflitti d’interesse degli amministratori secondo Lacroce vengono messi nel giusto rilievo solo negli esiti ispettivi del 2015.

«Manifestanti schedati da forze dell’ordine durante protesta»
Rispondendo ad una domanda del commissario Alessio Villanova (M5S), Letizia Giorgianni, presidente dell’associazione vittime del Salvabanche, ha lamentato la presenza di una ‘scorta’ a lei dedicata in una commemorazione a Civitavecchia mentre Lacroce ha testimoniato che in occasione di una manifestazione a Laterina (Arezzo) i rappresentanti del suo gruppo sono stati «schedati e fotografati». Villanova ha chiesto che la Commissione d’inchiesta indaghi su questi episodi, ricordando che il fondo da 100 milioni a ristoro dei risparmiatori azzerati è stato approvato dal Parlamento anche grazie ai riflettori accesi dai risparmiatori stessi sulle modalità di collocamento al retail dei subordinati delle banche azzerate.

Banca Etruria, saranno chiesti altri chiarimenti a procura Arezzo
La Commissione d’inchiesta sulle banche chiederà ulteriori chiarimenti alla Procura di Arezzo dopo la pubblicazione di indiscrezioni di stampa su altri filoni d’indagine dei magistrati su Banca Etruria. Il presidente Casini ha annunciato che prendera’ contatti con il Procuratore Rossi a seguito della richiesta del senatore Andrea Augello, il quale nella seduta della Commissione ha affermato che sui giornali si parla di «un fascicolo per 13 mln di consulenze pagate dalla banca ma noi (della Commissione d’inchiesta, ndr) non ne sappiamo niente». Vi sarebbe anche una seconda inchiesta per bancarotta che riguarderebbe il cda di Banca Etruria dopo il 2010, ma in Commissione secondo il parlamentare si ha contezza solo del primo filone. «Vorremmo sapere cosa succede in quella Procura – ha aggiunto Augello – sapere quanti filoni di inchiesta ci sono. L’esponente della Commissione ha ricordato che le altre Procure «hanno tutte mandato le carte salienti» dei procedimenti in corso.

Le prossime audizioni
La lista delle prossime audizioni entro il 22 dicembre comprende quindi, oltre al Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, al presidente della Consob Giuseppe Vegas e al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, anche i seguenti nomi: Ignazio Angeloni (Bce), Margrethe Vestager (Commissione Ue) Guido Tabellini (ex rettore Bocconi), Maria Cannata (Mef), Salvatore Maccarone (Fitd), Federico Ghizzoni (ex UniCredit), gli ex ministri Fabrizio Saccomanni, Vittorio Grilli e Giulio Tremonti, Claudio Galtieri con l’aggiunto Eugenio Francesco Schlitzer (Pg Corte dei Conti) e Mario Monti, in qualita’ di ex ministro dell’Economia del suo Governo, incarico di cui nell’Ufficio di presidenza della Commissione, come ha ricordato in audizione Orfini, ci si era tutti dimenticati.

“GUAI ENASARCO: BANKITALIA PRESSA PER SALVARE MAINETTI” – IL GRUPPO SORGENTE QUERELA E CHIEDE DANNI PER ‘’FALSITÀ E OMISSIONI LESIVE E INGIURIOSE’’ – TRAVAGLIO CONTRODENUNCIA: ‘’A ESSERE DIFFAMATI SIAMO NOI’’

GUAI ENASARCO: BANKITALIA PRESSA PER SALVARE MAINETTI – CON LA SUA SORGENTE AMMINISTRA GLI IMMOBILI DELL’ ENTE PREVIDENZIALE DEGLI AGENTI DI COMMERCIO, CON RISULTATI DELUDENTI

Giorgio Meletti per Il Fatto Quotidiano

 

valter mainetti valter mainetti

Le difficoltà dell’ immobiliarista Valter Mainetti sono tali che gli stessi vertici della Banca d’ Italia, che vigila sulla sua Sorgente sgr, hanno chiesto al presidente dell’ Enasarco Gianroberto Costa, “nell’ interesse del sistema economico-finanziario complessivo”, di cercare “una rapida soluzione concordata in luogo di un lungo conflitto giudiziario”.

 

Per Mainetti è un momento difficile. Il 24 novembre scorso ha comunicato la chiusura e il licenziamento di tutti i giornalisti del settimanale cattolico Tempi, rilevato all’ inizio del 2017 con il collega Davide Bizzi. Il direttore Alessandro Giuli non l’ ha presa bene: “Chi nasconde la verità è complice del bugiardo: Tempi chiude senza aver pagato stipendi e contributi”, ha protestato su Twitter. Il “bugiardo” Mainetti incassa un brusco stop per le sue ambizioni editoriali, culminate in insistenti avances per entrare nell’ azionariato del Fatto Quotidiano, dopo aver conquistato il controllo del Foglio.

giorgio meletti giorgio meletti

 

Anche qui con dubbio successo: come ha segnalato sul Ilfattoquotidiano.it Costanza Iotti, il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, nonostante massicci finanziamenti pubblici, ha riportato l’ anno scorso perdite per 4,2 milioni di euro (superiori al fatturato), costringendo Mainetti a un’ immissione di capitale fresco per evitare il fallimento.

 

Ma dove Mainetti rischia davvero è proprio nel suo core business, la Sorgente sgr. Da una quindicina d’ anni il gruppo Sorgente gestisce una parte consistente degli investimenti immobiliari dell’ ente previdenziale degli agenti di commercio. I risultanti sono talmente deludenti che nel maggio scorso il cda di Enasarco, sollecitato dalla stessa Covip (commissione di vigilanza sugli enti previdenziali), ha deliberato la revoca del mandato di gestione di Sorgente per il fondo immobiliare Megas.

valter mainetti valter mainetti

 

La mossa del presidente ha fatto esplodere una rissa burocratica e legale che vede coinvolti, come protagonisti, Enasarco, gruppo Sorgente, Inpgi (ente previdenziale dei giornalisti) ed Enpam (ente dei medici); e come controllori Banca d’ Italia, Consob, Covip, ministero del Lavoro, ministero dell’ Economia, tribunale civile di Milano e Corte dei conti.

 

BANCA ITALIA BANCA ITALIA

In gioco ci sono le pensioni di alcune decine di migliaia di italiani, con il fondato timore che il relativo patrimonio sia in pericolo. I numerosi enti vigilanti sopra elencati sembrano più che altro impegnati nel popolare sport noto come “pararsi il sedere”. Ecco l’ impressionante successione degli atti burocratici. Il 6 febbraio scorso la Consob segnala al ministero del Lavoro (che vigila sull’ Enasarco) che un’ ispezione su Sorgente Sgr affidata dalla stessa Consob alla Banca d’ Italia ha rilevato “criticità” nei rapporti tra Enasarco e Sorgente.

 

BRUNETTO BOCO BRUNETTO BOCO

Il 23 febbraio il ministero del Lavoro chiede alla Covip di dare un’ occhiata. Il 10 marzo Mainetti comunica a Enasarco che non adempirà a onerosi obblighi contrattuali assunti un anno prima perché, a suo dire, la Consob li giudica in contrasto con la normativa sulle società di gestione del risparmio. Tre giorni dopo deposita al Tribunale di Milano una richiesta di danni milionaria contro Brunetto Boco, presidente di Enasarco fino al giugno 2016, accusandolo di essere all’ origine di tutte le sue disgrazie.

 

Boco risponde con un esposto alla Covip e uno alla Corte dei conti. Il 31 marzo la Covip scrive al ministero del Lavoro che, tutto visto e considerato, l’ Enasarco, “nell’ ottica della miglior tutela possibile del risparmio previdenziale” deve prepararsi ad assumere “qualunque determinazione () ivi inclusa l’ azionabilità della facoltà di revoca del gestore quale rimedio a una situazione di profonda e prolungata compromissione del rapporto fiduciario dello stesso”.

 

Pochi numeri fotografano la situazione. Gli immobili del fondo Megas sono 12, molto prestigiosi. Tra essi la Galleria Alberto Sordi (ex Galleria Colonna) a Roma, di fronte a Palazzo Chigi.

valter mainetti valter mainetti

Valgono in tutto circa 500 milioni ma nel 2016 hanno fruttato canoni di affitto per 11 milioni: è come avere un appartamento da 500 mila euro e affittarlo a 900 euro al mese. Non solo. Oltre metà del ricavato lo trattiene Sorgente sgr come commissioni di gestione o spese di manutenzione: nell’ arco della sua esistenza il fondo Megas ha incassato 131 milioni di affitti e ne ha dati a Sorgente sgr 55 per la gestione e 13 per le spese. Paradossalmente, la stessa Sorgente è indicata da Enasarco tra gli inquilini morosi, per 1,5 milioni di euro. Secondo Enasarco il rendimento annuo del fondo non supera lo 0,8 per cento: se avessero comprato Btp anziché immobili da affidare a Mainetti oggi gli agenti di commercio si leccherebbero i baffi. Lo stesso tipo di lamentela riguarda il fondo Michelangelo II , che è di Enasarco per poco più della metà e per il resto è sottoscritto da Inpgi, Enpam e Banca Popolare di Bari.

 

renzi vs travaglio a otto e mezzo renzi vs travaglio a otto e mezzo

Torniamo alle carte bollate. Il 16 maggio scorso Enasarco delibera le procedure di sostituzione di Sorgente Sgr come gestore del fondo Megas. Il 6 giugno Enpam fa un esposto alla Banca d’ Italia contro Sorgente, l’ 8 giugno l’ Inpgi fa lo stesso. Il 7 luglio è l’ Enasarco a mandare un esposto alla Banca d’ Italia e uno alla Consob. Il 20 luglio Boco spedisce anche lui i suoi esposti a Bankitalia e Consob.

Mentre le autorità competenti valutano, Mainetti riceve a fine luglio dal fondo internazionale Hines un’ offerta per rilevare tutti gli immobili del Fondo Megas e, successivamente, di Michelangelo II . Lo comunica a Enasarco solo un mese dopo, dicendo che Hines ha fretta.

Il presidente Costa si arrabbia ma poi si fa convincere.

 

valter mainetti valter mainetti

Hines offre 500 milioni per i 12 immobili di Megas (con il proposito di affidarli a un nuovo fondo gestito da Sorgente) con la singolare condizione che non ci sia contenzioso tra Enasarco e Sorgente. Un mese fa, mentre riceve la visita della Guardia di Finanza incaricata di indagare sui rapporti con Mainetti dal procuratore della Corte dei conti Massimo La Salvia, il cda Enasarco – anche in seguito alla moral suasion pro Mainetti della Banca d’ Italia – delibera di sospendere la procedura per la revoca del mandato a Sorgente sgr e di attendere l’ offerta definitiva di Hines, dopo la due diligence sugli immobili. Gli agenti di commercio aspettano di conoscere, verso fine anno, il destino dei soldi delle loro pensioni.

 

2. COMUNICATO: SORGENTE GROUP QUERELA E CHIEDE DANNI A “IL FATTO”

FALSITÀ E OMISSIONI LESIVE E INGIURIOSE SUL RAPPORTO CON ENASARCO E SULLE ATTIVITÀ EDITORIALI

 

IGNAZIO VISCO BANKITALIA IGNAZIO VISCO BANKITALIA

Sorgente Group Spa comunica di aver dato mandato allo studio legale Vassalli Olivo e Associati per denunciare il quotidiano “Il Fatto” per l’articolo pubblicato il 3 dicembre a firma di Giorgio Meletti contenente falsità e omissioni, gravemente diffamatorio e lesivo della reputazione e degli interessi del Gruppo. A partire dal titolo, violento quanto infondato, che descrive un inesistente rischio finanziario del gruppo che, al contrario, gode di un equilibrio patrimoniale ottimale e di performance finanziarie e reddituali più che soddisfacenti, per cui non ha bisogno di alcun salvataggio, né delle altrettanto inesistenti pressioni di Bankitalia a favore del gruppo stesso.

 

LOGO HINES LOGO HINES

In particolare, i fondi immobiliari gestiti da Sorgente Sgr e sottoscritti da Enasarco, ai quali il quotidiano fa riferimento, rappresentano circa il 20% del business di 5 miliardi del Gruppo italiano e quindi la crisi del rapporto, comunque ampiamente superata dai fatti, non sarebbe stata penalizzante come si vuole fare apparire. Non solo ma, come lo stesso quotidiano riporta, l’interesse formalizzato dalla multinazionale immobiliare statunitense Hines a rilevare gli immobili e affidarli alla gestione di un nuovo fondo, gestito anch’esso da Sorgente Sgr, dimostra appunto che la soluzione della crisi è ormai in corso, e conferma la validità dell’investimento e della gestione che ne ha fatto Sorgente Group Spa.

 

valter mainetti valter mainetti

“Il Fatto” omette infatti di riferire che il rapporto fra Sorgente ed Enasarco è entrato in crisi non per un’inesistente insoddisfazione per i risultati gestionali, peraltro riportati nell’articolo in forma parziale e falsata rispetto al reale e ottimale rendimento annuo. In termini di IRR dall’avvio al 30/06/2017 il fondo Megas si attesta sul 3,3% e il capital gain è pari a 80 milioni di euro, con un ritorno sull’equity investito pari al 18%. La volontà era di trasferire i fondi ad altra Sgr, operazione che era stata concepita dall’ex presidente Brunetto Boco e dal suo direttore finanziario, Roberto Lamonica, che è stato licenziato qualche mese fa. Tale volontà venne da Sorgente Group Spa denunciata il 2 marzo u.s. alla Commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali, sottolineando la reiterata condotta contraria alla normativa dell’ex presidente Brunetto Boco, per spostare i fondi Megas e Donatello-Comparto Michelangelo Due ad un altro gestore.

 

BRUNETTO BOCO ENASARCO BRUNETTO BOCO ENASARCO

È altrettanto falso che gli immobili del Fondo Megas “abbiano fruttato canoni di locazione per 11 milioni”. In particolare, tali immobili sono stati valutati 527 milioni al 30 giugno 2017 e il totale degli affitti nel 2016 è ammontato di quasi il doppio a 20,5 milioni. In tutto il periodo di gestione del fondo Megas, Sorgente Sgr ha incassato una commissione pari a 32 milioni, comprese le commissioni corrisposte da Fondo Donatello, comparto David (precedente denominazione del Fondo Megas), rispetto ai 55 indicati nell’articolo de “Il Fatto”. 

 

valter mainetti valter mainetti

Anche riguardo alle attività editoriali di Sorgente Group, l’articolo de “Il Fatto” contiene vistose inesattezze e riferisce affermazioni ingiuriose. In particolare, riguardo al settimanale Tempi, la decisione della chiusura si è rivelata inevitabile di fronte alla mancanza di segnali di ricavi da vendite e pubblicità in grado di pareggiare i conti nemmeno nel medio termine. È stata decisa la liquidazione della società editoriale ETD, nella quale, attraverso la controllata Musa Comunicazione, il Gruppo è presente col 40%. I rapporti con i giornalisti sono condotti dal liquidatore che ha avviato trattative ad oggi ancora in corso. È pertanto falsa l’affermazione, riportata con evidenza nell’articolo de “Il Fatto’” e attribuita al direttore Alessandro Giuli che addebita alla editrice di aver chiuso il settimanale “senza aver pagato stipendi e contributi”. 

 

È falsa anche l’affermazione di “immissione di capitale fresco per evitare il fallimento del Foglio”. Si precisa infatti che Musa Comunicazione, società del Gruppo Sorgente, detiene il controllo della società “Foglio Edizioni Srl”, titolare della testata Il Foglio Quotidiano, editato dalla cooperativa giornalistica presieduta da Giuliano Ferrara, e che sta ottenendo importanti risultati in termini di autorevolezza e di numero di lettori.

 

Veronica Mainetti, Presidente di Sorgente Group of America Veronica Mainetti, Presidente di Sorgente Group of America

Infine si stigmatizza quanto sia importante l’attenzione e l’onestà nell’esercizio dell’attività giornalistica, nella convinzione che forti danni al Paese e alle persone vengano inflitti da falsità, come quelle pubblicate da “Il Fatto”, con l’intento palese di danneggiare il Gruppo Sorgente.

 

 

3. COMUNICATO: IL FATTO RISPONDE AL GRUPPO SORGENTE DI VALTER MAINETTI: A ESSERE DIFFAMATI SIAMO NOI

Il Gruppo Sorgente, non soddisfatto da un articolo del Fatto Quotidiano sui suoi difficili rapporti d’affari con l’Enasarco, ha scatenato un’offensiva intimidatoria nei confronti del nostro giornale e della nostra azienda, diffondendo un comunicato, e anche pubblicandolo a pagamento e con grande evidenza su un quotidiano di sua proprietà, che non smentisce una sola parola dell’articolo ma lo dipinge genericamente come “contenente falsità e omissioni”, “gravemente diffamatorio e lesivo della reputazione e degli interessi del Gruppo”, titolato in modo “violento quanto infondato”. Addirittura, si accusa il Fatto di falso per aver riportato un’affermazione di Alessandro Giuli, direttore di Tempi appena chiuso dal Gruppo Sorgente, che ha scritto su Twitter che il giornale è stato chiuso “senza aver pagato stipendi e contributi”.

marco travaglio foto andrea arriga marco travaglio foto andrea arriga

 

Del contenzioso tra Sorgente ed Enasarco, di cui abbiamo dato notizia avendo come fonti solo documenti ufficiali, si stanno occupando due ministeri (Lavoro ed Economia), la Covip (commissione di vigilanza sui fondi pensione), la Consob, la Banca d’Italia, il tribunale di Milano, la Corte dei Conti e la Guardia di Finanza, come spiega esaurientemente uno dei nostri migliori giornalisti, Giorgio Meletti.

 

boco brunetto boco brunetto

Raccontando la storia Il Fatto ha esercitato esclusivamente il dovere di cronaca. Il Gruppo Sorgente di Valter Mainetti invece, si sente in diritto di additare Il Fatto al pubblico ludibrio e monta una campagna diffamatoria affermando addirittura che “forti danni al Paese e alle persone vengono inflitti da falsità come quelle pubblicate dal Fatto”. Il nostro giornale, e i nostri giornalisti, vengono così accusati di montare ad arte notizie false.

walter mainetti walter mainetti

A essere diffamato, in realtà, è proprio il Fatto quotidiano e quindi valuteremo anche noi il ricorso alle vie legali. Così, davanti a un giudice capiremo davvero chi è il danneggiato e che cosa c’è di falso nell’articolo che ha fatto saltare i nervi al gruppo Sorgente. Il Fatto non si tira certo indietro.

Editoriale Il Fatto Spa

Ripartire dai comuni

Per ridare centralità all’essere umano, al cittadino e alla sua naturale politicità non resta che ripartire dai comuni.

In un mondo che evolve col superamento dello Stato moderno accentrato, ove la politica pare obbligata a cedere il passo a processi economici amministrati da organizzazioni sovranazionali – interessate unicamente alla tutela della libera circolazione globale delle merci e dei capitali – ci si chiede da dove sia possibile ripartire per ridare centralità all’essere umano e alla sua naturale politicità. Se il ciclo si chiude e la spersonalizzazione diventa totale, non resta altro da fare che tornare alle origini, alle radici stesse della tradizione politica occidentale, che si manifestò, nei primi tempi storici, nella grande esperienza delle pòleis elleniche. In questo senso, il Comune, inteso come ente esponenziale di una comunità cittadina, è l’elemento primitivo di ogni associazione politica: non si tratta, infatti, di una semplice circoscrizione amministrativa, opera artificiale di un legislatore – ma il prodotto stesso di quell’antropologia aristotelica che si oppone all’individualismo moderno.

È nella città che gli uomini apprendono a trattare questioni d’interesse generale; è là che imparano ad amare la patria: venute meno queste attitudini, una libera costituzione non potrà mai instaurarsi né mantenersi. Conviene, infatti, mettersi in guardia da quel falso “liberalismo” che, non vedendo nella “società civile” nemico più pericoloso dello Stato, riduce il governo ad una semplice funzione di polizia; ed ugualmente, si devono respingere quegli utopismi che distruggono l’individuo a beneficio della collettività.

Atene - Leo von Klenze (1846)

La necessità di un potere centrale forte e vigoroso è indispensabile, come garanzia di libertà, ma per dare allo Stato il più alto grado di potenza bisogna incaricarlo di ciò che è necessario: altrimenti, si finisce per impiegare le forze di tutti per paralizzare l’energia di ciascuno. Ciò non significa che nell’attuale contingenza storica, a soluzione di enormi problemi di ordine economico e sociale, non si debba procedere con forza dall’alto, per ristabilire la normalità delle cose; ma al termine di questo interludio, occorre che il potere centrale retroceda progressivamente, lasciando ampi spazi di intervento alla cittadinanza. La libertà e autonomia comunale è il solo mezzo per formare uomini pratici, affinché vedano da vicino ciò che sono gli affari, conoscano le difficoltà, apprendano a diventare cittadini elevandosi all’idea di bene comune e solidarietà sociale. Negli Stati in cui viene progressivamente distrutta ogni vitalità cittadina, una combriccola si forma nel centro, là si agglomerano tutti gli interessi e vanno ad agitarsi le ambizioni. Lo Stato onnipotente, che vigila e amministra ogni cosa, crea una casta invadente verso la quale il Paese volge continuamente gli occhi: le masse per riceverne passivamente ordini e direzione, le persone ambiziose per ottenere protezione e vantaggi.

Le sorgenti storiche della costituzione comunale nella  nostra penisola si riassumono in due distinte specie:

1) Il regime municipale sotto l’amministrazione romana;

2) Le carte di affrancamento nei tempi di mezzo.

Nei tempi più remoti, gli abitatori dell’Italia erano riuniti in città raggruppate nelle confederazioni ligure, etrusca, latina, sabina, sannitica…; in origine, anche Roma era una piccola città-stato, che mediante lo spirito guerriero, poco alla volta, prevalse sui propri vicini, assoggettandoli e orientandoli a seconda dei propri interessi politici. Alcune terre ebbero la cittadinanza romana e si definirono “colonie”; altre genti ebbero il permesso di conservare il proprio territorio, le proprie leggi, i propri ordinamenti sociali, le magistrature, ed acquisirono lo status di soci con diverse gradazioni con riguardo ai diritti di cittadinanza: si ebbero, così, i municipia (da munera capěre, assumere obblighi), comunità cittadine legate a Roma. Ma incorporandosi nel mondo romano, inizialmente attraverso patti di alleanza e soggezione, quei diritti sovrani, dipartendosi da ognuna di quelle città, vennero progressivamente a concentrarsi in Roma. Più non restò che una sola municipalità imperante sopra le altre. Il regime municipale mutò quindi carattere: in luogo di essere un governo politico, un regime di sovranità, divenne un modo di amministrazione delegato dal centro.

An Audience with Agrippa - Lawrence Alma Tadema (1875)

Cominciò, allora, quel congegno amministrativo che, diramandosi capillarmente, intese a trasmettere la volontà del potere centrale; si ebbero le divisioni e suddivisioni dell’impero, cominciate sotto Diocleziano e mai ultimate; il dislocamento delle provincie diventate satrapie militari; il nuovo ordinamento delle amministrazioni provinciali per sovrastare le municipali e obbligarle all’adempimento di prestazioni ingrate; la separazione dell’amministrazione civile da quella militare – contraria all’antica costituzione romana; le armi tolte ai legionari e date ai barbari. Tuttavia, l’antica civiltà italica non si estinse del tutto: essa tramandò alla nuova età il regime municipale, infiacchito quanto si vuole, ma pur sempre il solo che fosse ancora reale, il solo che sopravvivesse a tutti gli elementi del mondo romano.

Se tutto non sparì nel vortice delle invasioni, fu grazie ai municipi, che l’autocrazia bizantina aveva lasciato in piedi niente più che a strumento del fisco: si strinsero in se stessi, salvando quanto poterono delle leggi, delle consuetudini, delle arti, delle industrie; e sotto lo stimolo del pericolo, eressero le loro mura, armarono le loro milizie, si costituirono a guisa dell’antica repubblica romana.I conquistatori, dopotutto, lasciarono alle popolazioni vinte le leggi e i costumi romani, per cui il regime municipale da essi rispettato si poté perpetuare in molte località e divenne così il principio ed il tipo per le carte di affrancamento in seguito accordate, che cominciarono nel secolo XI e andarono moltiplicandosi nel XII. Queste carte, concesse ai Comuni nei tempi di mezzo, consacrarono una rinnovata conquista politica. I magistrati eletti dagli abitanti, possedevano tutti gli attributi del potere pubblico; le loro funzioni abbracciavano l’amministrazione della giustizia e in certi casi il diritto di pace e di guerra.

Ritratto di Diocleziano presso il museo archeologico di Istanbul

A quell’epoca, la maggior parte dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale erano divenuti liberi; le istituzioni sorsero lentamente quando l’opera dei secoli dovette completare la fusione dell’elemento romano con quello germanico, mentre ebbero una precoce ripresa, già nel VII e VIII secolo, nelle città ove la dominazione longobarda non si era estesa in maniera regolare e permaneva l’autorità bizantina. Il caso più noto fra questi, degno di menzione, è quello di Venezia: sorti i primi insediamenti in laguna nel V secolo (le popolazioni venete fuggivano dagli Unni di Attila), alla fine del VII secolo la città aveva già raggiunto una discreta estensione territoriale e potenza economica e militare, tanto che venne elevata a ducato dall’imperatore bizantino a mezzo dell’esarca d’Italia con sede a Ravenna, assumendo quella particolare costituzione che la accompagnerà nella sua storia gloriosa.

L’amministrazione dei Comuni italiani, in seguito, mutò carattere: divenne venale e il loro potere venne mano a mano assorbito nell’affermazione di un nuovo potere centralizzatore. I nostri predecessori, nel secolo XV, combatterono con ardore e deplorarono quel grande rivolgimento che faceva sorgere da tutte le parti ciò a cui poterono a buon diritto dare il nome di dispotismo. Bisogna ammirarne il coraggio e compatirne il dolore, ma bisogna pure ad un tempo essere persuasi che quel rivolgimento di cose fu inevitabile: il sistema primitivo dell’Italia e dell’Europa, cioè le antiche libertà feudali e comunali, erano ormai cadute nel vuoto, non garantendo più sicurezza e progresso, che si cercarono altrove. Ma mentre le altre nazioni s’incamminavano verso l’unità e indipendenza nazionale – la Francia e la Spagna per opera del potere regale, l’Inghilterra per l’accordo dell’aristocrazia con il popolo – gli Stati nostri, deboli e divisi, dediti più alle raffinatezze dell’arte e della letteratura piuttosto che alle sottigliezze della politica e al coraggio delle armi, caddero ad uno ad uno, quasi tutti: subentrò il dominio straniero, con i pretesti delle rivendicazioni feudali ed ereditarie, come se l’Italia fosse un bottino da spartire. La monarchia patrimoniale, che non avevamo ancora conosciuta se non nel Mezzogiorno, soppiantò brutalmente i sottili artifizi del nostro diritto pubblico.

Udienza ducale - Francesco Guardi (1775)

Nei cento anni successivi, nell’età del barocco e della Controriforma, l’Italia languì in nullità politiche, in corruzione di costumi, in cupa rassegnazione delle moltitudini. Vediamo, tuttavia, il genio del nostro Paese farsi strada e gettare raggi di luce e di grandezza da far invidia alle nazioni dominanti. Mentre ogni cosa è in balìa di soldatesche sfrenate, si osserva che l’ossequio verso il municipio è ancor vivo e l’universalità della nazione conserva, malgrado tutto, un senso di rispetto verso il medesimo.

Venendo ad oggi, per quanto fin qui enunciato, non vi è da dubitare che il perno di una riforma politico-spirituale che risvegli un sentimento dormiente nel cuore di ogni vero italiano dovrà assicurare lo svolgimento della libertà comunale: la più ampia partecipazione all’amministrazione municipale contribuirà in maniera prepotente allo sviluppo dello spirito cittadino, farà comprendere nuovamente il pregio dell’interesse pubblico e, si spera, sottrarrà molti di noi ad un vergognoso egoismo. Una rinnovata partecipazione politica eserciterà gli spiriti, li terrà in confidenza con la realtà, mantenendoli in guardia contro le false dottrine e le astratte ideologie. Se il Comune risorgerà, diventerà una garanzia di ordine e libertà; se avrà un’organizzazione che tenderà al bene di tutti, alcun sacrificio sarà sterile. Ma non si pensi, anche qui, ad un processo che debba cominciare dall’alto, attraverso leggi, regolamenti e riorganizzazioni di strutture: è dal profondo del nostro spirito che dovrà partire un tale rivolgimento.

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Pd sbancato, la Boschi smarrita non si candida in Toscana

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Alfano molla tutto e annuncia la pensione anticipata, Pisapia si ritira prima di partire e dulcis in fundo Maria Elena Boschi non si ricandida in Toscana. Pd e accoliti sembrano cadere uno dopo l’altro dalla torre d’avorio, temendo l’impietoso e inevitabile giudizio dei cittadini alle prossime elezioni nazionali. Non sarà una primavera facile per nessun partito di sinistra, forse non lo sarà neppure per gli altri avversari. La legge elettorale sembra infatti cucinata addosso a un governicchio sulla falsa riga dell’attuale.

Sta di fatto però che se in pochi dormono sonni tranquilli, in particolare chi fino ad ora sembrava fare la voce grossa in preda a una totale sicurezza di sé si ritrova adesso a sudarsi un posticino. La mancata ricandidatura della Boschi in Toscana è un evidente segnale di incertezza, per usare un eufemismo. Gli anni d’oro del Giglio magico si sono evidentemente scontrati con il caso Banca Etruria e la fatina renziana pare decisa così a ricollocarsi altrove, lontana dai dolci ricordi della provincia di Arezzo, che ha smesso da tempo di assicurare a lei e a Renzi un approdo felice.

Si parla così di un bel paracadute proporzionale per la Boschi: planerà in Trentino. Almeno secondo l’Huffington Post, che però non viene affatto smentito dal segretario Pd per la provincia di Trento, Italo Gilmozzi: “E’ un’ipotesi che ci può stare”, ha dichiarato. L’Etruria fa ormai troppa paura.

Monte dei Paschi, Mussari ed ex vertici Mps assolti in Appello

Monte dei Paschi, Mussari ed ex vertici Mps assolti in Appello
„Ribaltata la sentenza di primo grado per gli ex amministratori della banca Monte dei Paschi di Siena: tutti assolti gli ex vertici della Banca Monte dei Paschi di Siena, per la ristrutturazione del derivato Alexandria“.

I giudici della corte d’appello di Firenze hanno assolto gli ex vertici di Banca Mps imputati nel filone che li vedeva indagati per il derivato Alexandria per “non aver commesso il fatto”.

I tre imputati, l’ex presidente della banca Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni e l’ex capo area finanza Gianluca Baldassarri, erano accusati di concorso in ostacolo alla vigilanza, relativamente alla omessa comunicazione a Banca d’Italia del contratto con i giapponesi di Nomura per la ristrutturazione del derivato Alexandria.

Ribaltata la sentenza emessa il 13 ottobre 2014 dal tribunale di Siena

In primo grado erano stati condannati, a Siena, a tre anni e sei mesi ed interdetti per cinque anni dai pubblici uffici. Il procuratore generale Vilfredo Marziani aveva chiesto sette anni per Mussari e sei per gli altri ex vertici della banca. Le difese avevano invece sostenuto con forza l’insussistenza del castello accusatorio. 

Mps, le tappe dello scandalo derivati

Al centro del dibattimento c’era il “Mandate agreement”, l’accordo quadro che regolava la sostituzione del Cdo2 Alexandria (in rosso di 220 milioni) con la nota Aphex (valore 400 milioni) e cancellava le perdite in capo ad Alexandria. Perdite ribaltate sull’operazione di pronti contro termine strutturato sul Btp 2034 (3 miliardi).

Il Mandate fu ritrovato dal nuovo Ad di Mps, Fabrizio Viola, nella cassaforte dell’ex dg Vigni, nell’ottobre 2012. Il ritrovamento però non rappresenta, stando alla decisione odierna dei giudici, la prova di occultamento e dunque non concorre al reato di ostacolo alla funzione di Vigilanza di Bankitalia.

L’accusa aveva sostenuto che Bankitalia, ammessa come parte civile al processo, senza il Mandate non poteva avere la contezza del collegamento tra le due operazioni messe in piedi da Mps con Nomura. Operazioni che hanno poi portato a Milano, per competenza territoriale, all’avvio del processo per falso in bilancio, a carico a vario titolo di 13 persone fisiche, tra cui Mussari, Vigni e Baldassarri, quest’ultimo solo relativamente ad Alexandria.

Probabile che sia stata decisiva, nel corso del processo d’appello, la carta giocata dalle difese degli imputati che hanno fatto accludere agli atti, l’accusa si era opposta, il “Deed of Amendment”. Si tratta di un documento che aveva gli stessi contenuti dell’accordo quadro (Mandate) e lo rendeva operativo. Documento visionato, secondo la tesi della difesa, anche dagli ispettori di Bankitalia. Dunque, secondo i difensori, all’azione della Vigilanza non era stato frapposto alcun ostacolo. Tesi accolta oggi dalla sentenza di appello che, nei fatti, derubrica il Mandate da pistola fumante a foglia di fico.

P.S. – POSSO IMMAGINARE CHE LE PERSONE TRUFFATE SARANNO OGGI MOLTO ARRABBIATE PER LA SENTENZA DI APPELLO CHE HA ASSOLTO I VERTICI MPS  – MA RICORDO PURE – CHE LE SENTENZE VANNO RISPETTATE.

ABBIAMO SCRITTO MILIONI E MILIONI DI LEGGI PER FAR RISPETTARE I DIECI COMANDAMENTI . COME POSSIAMO PENSARE CHE CI SIA GIUSTIZIA IN QUESTE LEGGI?” (ANONIMO)

 

 

LA POLITICA FA ORECCHIE DA MERCANTE E PENSA ALLE ELEZIONI MENTRE IN ITALIA AUMENTA LA MISERIA – LA QUOTA DI POPOLAZIONE A RISCHIO DI POVERTÀ O ESCLUSIONE SOCIALE È PASSATA AL 30% (SI TRATTA DI 18 MILIONI DI PERSONE!)

liberoquotidiano

 

povero povero

In Italia aumenta la miseria. La quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è passata da 28,7% a 30,0% tra il 2015 e il 2016. Evviva, avevamo proprio bisogno di una notizia così incoraggiante, alla vigilia della campagna elettorale. Sono oltre 18 milioni (esattamente 18.136.663) i connazionali a rischio che teoricamente non arrivano a metà mese. L’ Istat rileva segnali di peggioramento per coloro che vivono da soli (la stima passa dal 31,6% al 34,9%) e, in particolare, per le persone sole con meno di 65 anni (dal 33,1% al 37,0%).

 

povero tra i cassonetti povero tra i cassonetti

Questi risultati sono tutti ascrivibili al Pd, al governo da quasi cinque anni. Come dire: gli 80 euro che sono costati una trentina di miliardi allo Stato non hanno raggiunto l’ obiettivo. Ma non è una novità che la sinistra renda poveri. La storia comunista e post-comunista ce l’ha dimostrato.

I dati ufficiali tuttavia nascondono qualcosa. Intendiamoci: gli indigenti sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Nessuno comunque muore di inedia in Italia. Come mai? Ovvio, lo Stato ha messo in piedi un sistema che spreme alcuni per mantenere altri. I quali altri sono sempre di più e prima o poi il sistema scoppierà.

Basta dare un’ occhiata alle dichiarazioni Irpef: l’ impianto fiscale incentiva infatti a denunciare il meno possibile, così da poter usufruire delle agevolazioni fiscali e dei benefici collegati al reddito, che lo Stato eroga di fatto sulla base di quanto si dichiara, spesso tramite un Isee.

povero in strada povero in strada

Non ci credete? Quelli che, nel 2015, hanno presentato una denuncia dei redditi sono stati 40,77 milioni. Di questi, tuttavia, solo 30,9 milioni hanno inoltrato una dichiarazione positiva: se si tiene conto del fatto che gli italiani sono 60,655 milioni, ciò vuol dire che oltre la metà dei cittadini italiani (il 50,9%) è a carico di qualcuno. Per la precisione – ha calcolato il professor Alberto Brambilla – a ogni dichiarante corrispondono 1,488 abitanti che, nella maggior parte dei casi, sono persone a carico.

mensa poveri frati antoniano 1 mensa poveri frati antoniano 1

Più in dettaglio i primi 18.542.204 contribuenti (il 45,48%, di cui 6.704.584 pensionati) dichiarano redditi lordi da 0 a 15 mila euro e quindi vivono con un reddito medio mensile di circa 625 euro lordi, meno di quello di molti pensionati; a loro corrispondono circa 27,59 milioni di abitanti che, quindi, anche grazie alle detrazioni, pagano appena 185 euro l’ anno di Irpef.

Ora, se si considera che la spesa sanitaria pro capite è pari a circa 1.850 euro, significa che quasi quaranta milioni di italiani (i venti che non presentato il 730 più i 18,5 milioni che versano solo 185 euro di Irpef) hanno la sanità gratis. Chi paga per tutti? L’11,97% dei contribuenti versa il 53,7% di tutta l’ Irpef, percentuale che nel 2014 era al 52,2%. Sono coloro che dichiarano più di 35mila euro lordi l’ anno, costretti però a sborsare sempre di più per mantenere gli altri. 

SUD POVERO SUD POVERO

Considerando infatti che nel 2015 lo Stato ha speso per pensioni, sanità e assistenza 447,36 miliardi e che tale cifra è coperta da contributi solo per circa 172,2 miliardi, ne deriva che il resto è a carico della fiscalità generale. Sempre di quell’ 11,97% di contribuenti. Nemmeno cinque milioni di cittadini, che finanziano metà degli assegni Inps. Quelli assistenziali.

E allora sì, certo, ci sono i poveri, gli esclusi, gli inoccupati e gli inattivi. È vero, il Pd aumentando le tasse su chi lavora non fa altro che appesantire ulteriormente il sistema. Però attenti anche ai furbetti. In questi giorni i Caf, i centri di assistenza fiscale gestiti dai sindacati, sono presi d’ assalto dalle richieste per ottenere il reddito di inclusione. Qualche centinaio di euro al mese per i poveri, appunto. Soldi buttati, ahinoi, perché 200 euro in più non fanno la differenza per una famiglia veramente indigente.

POVERTA' POVERTA’

Ma se, ad esempio, i soldi degli 80 euro o quelli del reddito d’ inclusione fossero stati investiti per abbattere le aliquote Irpef, magari chi lavora e guadagna avrebbe avuto in tasca qualcosa in più, avrebbe speso, generato domanda, posti di lavoro e quindi più Pil.

Eh… ma ci sono le elezioni alle porte. Meglio allora fare la mancia ai poveri, tanto loro restano in miseria, ma almeno la poltrona dei politici è salva.

“LA VERITA’” NON MOLLA L’OSSO DI PAPA’ BOSCHI: “FONDO DI 6 MILIARDI DI EURO IN HONDURAS”. IL DOCUMENTO IN MANO AI PM SEMBRA UN FALSO, EPPURE NON E’ STATA CESTINATO DAGLI INVESTIGATORI – E’ STATO TROVATO NEL TABLET DI UN FACCENDIERE COLLEGATO A FLAVIO CARBONI. ECCO COME LO SPIEGA…

giacomo amadori per la verita’

Nella già intricata vicenda del fallimento di Banca Etruria mancava solo la storia di uno strano programma di investimenti intestato a Pier Luigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena, con annotata la cifra monstre di 6 miliardi di euro da sbloccare, probabilmente, in Honduras. La notizia potrebbe far pensare immediatamente a una fake news, ma ad Arezzo quel documento non è stato cestinato dagli investigatori, perché è stato rinvenuto nel tablet di un noto faccendiere, Giuliano Michelucci, collegato ad altri del calibro di Flavio Carboni e Valeriano Mureddu.

 

ACCORDO TRA PIER LUIGI BOSCHI E LA ZETA GLOBAL ACCORDO TRA PIER LUIGI BOSCHI E LA ZETA GLOBAL

Perché questa compagnia di giro alla vigilia di Natale del 2015 aveva deciso di mettere a punto un contratto di questo tipo, intestato al padre dell’ allora ministra delle Riforme? Volevano raggirare una banca offrendo come garante un nome di tale spessore oppure stavano preparando una polpetta avvelenata da utilizzare a chissà quale fine, magari estorsivo? La Procura toscana, per ora, non ha trovato una risposta, ma sono evidenti quante e quali ricadute negative abbia avuto per Boschi senior la frequentazione di certe cattive compagnie.

Lo spunto di chi ha ideato questo documento è stato un fatto vero. Un viaggio di Pier Luigi Boschi in Honduras alla ricerca di affari. Nel 2012 affrontò la traversata con l’ allora presidente di banca Etruria Giuseppe Fornasari. I due incontrarono un ex direttore di filiale di Bpel che si era lanciato nel commercio dei preziosi ed era diventato socio di un’ azienda operante nel settore oro e metalli in Centramerica. Uno dei settori in cui era impegnata la banca aretina era proprio quello del metallo giallo: nel 2015 una società orafa legata all’ istituto è stata coinvolta in una grossa frode.

Nel 2014 Boschi senior diventa padre di una ministra e la sua carriera ha un’ immediata impennata. Nel maggio 2014 diventa vicepresidente dell’ istituto, ma invece di aumentare la prudenza diventa più spregiudicato, e si rivolge a massoni e faccendieri per risolvere i problemi dell’ istituto. Uno dei personaggi che muovono le fila sullo sfondo è l’ avvocato svizzero Pier Francesco Campana, gran collezionista di disavventure giudiziarie e imputato (e recentemente prosciolto) ad Arezzo per il colossale crac dell’ Eutelia.

pierluigi boschi pierluigi boschi

Campana è colui che, con l’ aiuto di un altro faccendiere, Michelucci, spedisce un oscuro pakistano dentro all’ ufficio di Boschi senior, spacciandolo come emissario di un emiro. E nello studio di Campana a Chiasso passano un avvocato romano e un ingegnere milanese con la passione del trading finanziario. Una strana coppia che nel dicembre 2015 prova a mettere a punto il programma intestato a Boschi.

Un documento che puzza di bruciato sin dalla prima riga. In questo presunto «Accordo commerciale principale» non appaiono firme né dati sensibili di Boschi senior, si legge solo questo codice di transazione : «Boschi/6B/Italy/Zeta/08052015». Si tratta di una bozza di un contratto tra un trader finanziario e un investitore, nel nostro caso un Pier Luigi Boschi che ha eletto domicilio in piazza Indipendenza a Chiasso, in Svizzera, a poca distanza dallo studio dell’ avvocato Campana.

giuseppe fornasari giuseppe fornasari

Nel contratto si legge che l’ investitore si dichiara desideroso di trasferire 6 miliardi di euro utilizzando un conto che potrebbe trovarsi in Honduras. Il trader promette di iniziare a investire «la prima tranche» di 6 miliardi utilizzando un’ agenzia ungherese della banca Raiffeisen. Il 50 per cento dei guadagni del presunto investitore e la conferma virtuale dei flussi (tecnicamente «swift») dovranno passare dal Centramerica.

La strada è tortuosa: Raiffeisen è un istituto svizzero, Boschi è domiciliato a Chiasso e dovrebbe far arrivare uno swift da 6 miliardi in Ungheria passando dall’ Honduras. «Questo tipo di contratti sono spesso delle bufale e vengono presentati per cercare di farsi dare una linea di credito da qualche istituto di bancario poco “avveduto”», commenta Guido Beltrame, esperto di operazioni finanziarie internazionali. Il professionista, che ritiene il documento intestato a Boschi molto approssimativo, aggiunge: «Da anni, ormai, la maggior parte delle banche europee rifuggono questo tipo di operazioni salvo che non siano conniventi».

 

chiasso chiasso

La carta del contratto è intestata alla Zeta global clear limited di Hatfield, una cittadina nel sud dell’ Inghilterra. Nel documento compaiono nomi e società, soprattutto ungheresi, di cui gli investigatori hanno verificato l’ esistenza attraverso fonti aperte e apposite banche dati. È anche indicato l’ Iban del conto aperto a Budapest presso la Raiffeisen bank. Ma gli inquirenti non hanno disposto nessuna rogatoria per aver maggiori informazioni o chiedere delucidazioni ai personaggi citati nel documento. Nemmeno a Boschi.

FLAVIO CARBONI FLAVIO CARBONI

In questo modo gli approfondimenti necessari per verificare l’ eventuale esistenza dei fondi esteri evocati nel contratto sono finiti su un binario morto. E al momento non risulta esserci nessuna iscrizione sul registro degli indagati. Nel fascicolo si trovano i verbali dei due principali testimoni e poco altro. L’ ingegner Lorenzo C. e l’ avvocato Marcello C. agli investigatori hanno dato versioni un po’ fumose.

Il legale ha sostenuto di aver conosciuto l’ ingegnere come trader esperto in transazioni finanziarie per importanti clienti internazionali. Lorenzo C. ha raccontato di essere stato chiamato a Roma dai vertici della Banca Etruria per dare una mano. L’ ingegnere è stato ancora più vago. Ha detto che l’ avvocato gli è stato presentato da terze persone, senza però ricordare altri dettagli. Un punto di contatto certo tra i due esiste: entrambi nelle scorse settimane hanno ammesso con La Verità di aver frequentato lo studio del controverso avvocato Campana.

VALERIANO MUREDDU VALERIANO MUREDDU

L’ ingegnere ha spiegato che, per compilare il documento in questione ha telefonato a una persona di cui dice di non ricordare il nome, che gli fornì i riferimenti di Pier Luigi Boschi, la cifra di 6 miliardi di euro e il Paese da indicarvi, appunto l’ Honduras. La bozza compilata è stata poi inviata a Marcello C.. Lo stesso ingegnere ha assicurato però di non conoscere il signor Boschi. Con il nostro giornale, l’ uomo non si dà pace: «Perché avrebbero dovuto farmi compilare un documento per un’ operazione inesistente?». Una domanda a cui forse non avremo mai una risposta.

 

 

29 giugno ’33: Primo Carnera vince il titolo dei pesi massimi (VIDEO)

Esattamente 83 anni fa il più grande pugile italiano di tutti i tempi conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi. “The Ambling Alp” (la montagna che cammina lentamente), così gli americani chiamavano Primo Carnera. Nato a Sequals (Provincia di Udine) nel 1906 si trasferì negli Stati Uniti con la famiglia per cercare fortuna oltreoceano. Visse un’infanzia difficile tra stenti e povertà ma la sua incredibile forze fisica gli permise di divenire una leggenda. Dal 1929 in poi, negli Stati Uniti, vinse prima del limite 23 incontri, 16 dei quali per KO. Nel suo debutto a New York, il 16 Gennaio 1930, il suo avversario andò al tappeto al primo pugno.

Il 29 giugno 1933 sconfisse al sesto round lo statunitense Jack Sharkey. Tornato in Italia fu glorificato dalla stampa e dal regime fascista che prese il pugile friuliano come modello ed esempio di quell’italianità genuina, rurale ma caparbia e professionale. Divenne il simbolo dell’Italia conquistatrice anche nello sport, di quell’Italia che sapeva combattere in tutte le forme dell’agire umano. Dal canto suo Carnera salutava romanamente in tutte le cerimonie ufficiali celebrate per rendergli i giusti onori.

 

Il video trash della filiale di Banca Intesa San Paolo di Castiglione delle Stiviere ci dice molte cose sul capitalismo – VIDEO

Tutti pazzi per il video trash della filiale Intesa San Paolo di Castiglione delle Stiviere (Mantova), in cui direttrice e impiegati si prestano a una goffa presentazione del loro lavoro, con tanto di balletti, canzoncina motivazionale e torta con logo aziendale. Il video, si è scoperto, era destinato a un contest interno e non si sa chi sia stato a farlo circolare su internet. In rete circolano altri video simili di altre filiali, ma nessuno di essi è diventato virale come quello di Castiglione delle Stiviere, che unisce una serie di elementi particolarmente grotteschi, a cominciare dallo straniante trasporto della direttrice, che contrasta con l’atteggiamento contratto dei dipendenti, che sembrano portati nel contest a forza e senza troppa convinzione. Sta di fatto che ora, nell’internet italiano, non si parla di altro. Ovviamente ben presto si è passati dall’ironia allo stalking verso la direttrice, alle richieste di licenziamento e a tutte le follie che non possono mancare in ogni fenomeno che riguardi la rete.

Al di là dell’aspetto trash della vicenda, e anche osservando gli altri video del contest (ce n’è uno in cui i dipendenti fanno una parodia di Occidentali’s karma), quello che non si capisce è perché un impiegato di banca, che non è un uomo di spettacolo, debba finire a fare canzoncine e balletti. Per goliardia? Ma quella è spontanea, viene dal basso. Questa è una cosa imposta dall’azienda e, a cascata, caduta sulla testa dei dipendenti. Questa evoluzione del capitalismo per cui non solo ti fottono, ma tu devi anche fare un balletto per dire quanto è bello essere fottuti, rappresenta il tocco di farsa che si aggiunge alla tragedia. Come le canzoncine motivazionali nei call center e tutto questo armamentario messianico-propagandistico che sembra mutuato dalle peggiori follie “Bible & business” tratte dall’America.

Si tratta anche di una palese violazione della dignità del lavoratore, che non è certo pagato per fare sketch di questo genere e che probabilmente avrebbe anche gli strumenti contrattuali per rifiutarsi di farli, ma che ovviamente rischia, in questo modo, di indispettire i superiori, a cui non basta che sia diligente sul posto di lavoro, ma che pretendono anche empatia, trasporto emotivo, e tutte queste idiozie da film natalizio. O, forse, da telepredicazione all’americana, perché è proprio quel mondo che richiama quell’entusiasmo sopra le righe, quel sorriso spaventoso che mette a disagio, quel trasporto motivazionale senza alcuna giustificazione. Il tutto per dire che “la tua amica banca” ci mette il cuore. Forse intendevano sulla bilancia, insieme alla libbra di carne.

Alle origini del debito pubblico: il divorzio Tesoro – Banca d’Italia (seconda parte)

bot debito pubblico

Nell’anno del fallimento di Lehman Brothers e dell’inizio della più devastante crisi economica della nostra storia, il rapporto debito pubblico / Pil italiano era al 106,09%, per poi superare in pochi anni il 130%. La crisi ebbe origine nell’espansione abnorme del mercato dei derivati, dei mutui immobiliari e della finanza speculativa privata, ormai affrancata dai vincoli che sotto il regime dell’abrogato “Glass-Steagall Act” americano e della legge bancaria italiana del 1936, vietavano l’esercizio congiunto dell’attività bancaria di deposito e risparmio da un lato e di speculazione finanziaria dall’altro. Immancabile fu il conseguente contagio nei confronti della finanza pubblica, indotto da un triplice ordine di fattori: la decisione dei governi occidentali e del Giappone di impiegare, a spese dei contribuenti, l’enorme somma di 30.000 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche private; l’effetto spread sui titoli di Stato nei paesi periferici dell’eurozona, in conseguenza del cosiddetto “ciclo di Frenkel” generatosi a seguito dei differenziali inflattivi interni all’area valutaria non ottimale dell’Eurozona; i contraccolpi negativi delle politiche di austerità, con conseguente riduzione del Pil, della base imponibile e del gettito fiscale.

Si osservi per inciso che mentre ai governi è preclusa ogni forma di spesa a deficit, in nome del controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi, sull’altare del salvataggio delle banche – anche e soprattutto a seguito delle politiche di “quantitative easing” portate avanti dalla Banca centrale europea negli ultimi anni e dei salvataggi bancari a fondo perduto e senza contropartita per lo Stato, in cui si è distinto il governo italiano – si bruciano somme pari a diverse volte il valore del Pil di una grande nazione industriale, attingendo a piene mani al serbatoio del debito pubblico senza che peraltro questo comporti spirali inflattive di sorta. Ed è opportuno rammentare che il controllo dell’inflazione fu il pretesto usato per il divorzio Tesoro – Banca d’Italia nel 1981, benché fosse già allora chiaro che non è l’offerta di moneta a generare inflazione, almeno nella misura in cui l’incremento della base monetaria va a finanziare spese di investimento e a movimentare risorse economiche reali non utilizzate, ma è la crescita dei prezzi dovuta a fattori esogeni (negli anni ’70, lo shock petrolifero del 1973 e la nuova politica dell’Opec) a generare una crescita della base monetaria. Senza tenere conto che un’inflazione non elevata, ma più alta di quella attuale consente allo Stato di finanziarsi in regime di repressione finanziaria, ovvero a un tasso più basso di quello di inflazione.

Occorre prendere coscienza, come cittadini e come Nazione, che tutti i giudizi sommari e incompetenti sulla storia economica italiana recente sono completamente smentiti dai reali dati storici e dalle statistiche macroeconomiche. Dalla fondazione della Repubblica al Trattato di Maastricht, l’Italia fu per quasi cinquant’anni il primo Stato al mondo per crescita economica, diventando negli anni Ottanta la quinta potenza economica mondiale per Prodotto interno lordo in valori assoluti. Ciò avvenne grazie alla proficua sinergia tra l’iniziativa imprenditoriale privata e gli investimenti pubblici nelle industrie a partecipazione statale, nelle grandi infrastrutture nazionali e nello stato sociale. Ma la chiave di volta del miracolo italiano fu il pieno controllo della leva monetaria e della Banca d’Italia da parte del ministero del Tesoro, nel quadro della normativa dettata dalla legge bancaria del 1936.  Un sistema destinato a sgretolarsi nel trentennio successivo alla famosa lettera di Andreatta del 1981, con i drammatici risultati che oggi noi constatiamo

Alle origini del debito pubblico: il divorzio Tesoro – Banca d’Italia (prima parte)

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La Repubblica Italiana, orfana della leva monetaria ceduta alla Bce già alla fine degli anni ‘90 e totalmente vincolata, per quanto concerne la leva fiscale, agli impegni assunti con il “Patto di Stabilità e crescita” del 1997, con il “Trattato di Lisbona” del 2007 e con il “Patto di bilancio europeo” o “Fiscal Compact” del 2012, da molti anni ha rinunciato a qualsiasi forma di sostegno alla domanda aggregata, con effetti macroeconomici deleteri.

È noto che, secondo la dottrina di Keynes, per ogni punto di spesa pubblica in più il cosiddetto “moltiplicatore” incrementa il Pil in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/Pil migliora. Per ogni punto di spesa pubblica in meno, invece, il c.d. “moltiplicatore” riduce il Pil in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/ Pil peggiora. Uno studio del 2012 del Fondo monetario internazionale, a cura di Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, conferma che un taglio della spesa pubblica dell’1% del Pil provoca un calo del Pil dall’1,4% all’1,8% per l’Italia, fino al 2,56% per l’Eurozona, del 2% per il Giappone e del 2,18% per gli Stati Uniti. I dati storici della finanza pubblica italiana degli ultimi tre anni confermano decisamente questo assunto. Se il governo Berlusconi (2011) aveva lasciato un rapporto debito/Pil del 120,10%, le politiche di austerità dei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno sensibilmente peggiorato tale rapporto portandolo al 132,60% (2016). Una politica economica espansiva, al contrario, non solo avrebbe prodotto effetti virtuosi sul rapporto debito/Pil, ma avrebbe anche cagionato un aumento del gettito tanto delle imposte erariali, quanto della contribuzione Inps, in conseguenza dell’accrescimento della base imponibile. In tal modo, sarebbero stati superflui gli aumenti della pressione fiscale e i tagli alla spesa pubblica, in particolare le immancabili riforme della previdenza con relativo aumento dell’età pensionabile, nonostante un bilancio Inps la cui tenuta di lungo periodo è stata confermata anche nel febbraio 2014 dall’Istituto.

Le politiche di austerità, a livello teorico, su fondavano sul noto studio del 2010 di Rogoff e Reinhart sul rapporto tra crescita e debito pubblico, clamorosamente confutato dal successivo studio di Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell’Università di Amherst del Massachusetts.

In Italia, i sostenitori dell’austerità si sono basati anche sull’errato argomento secondo cui il debito pubblico dipende da un eccesso di spesa pubblica. Per quanto concerne, ad esempio, la spesa per il pubblico impiego, un recente studio ha dimostrato che la quota di dipendenti pubblici in Italia è solo del 5,8% sul totale della popolazione, contro il 9,2% del Regno Unito e il 9,4% della Francia.  Ma l’argomento più forte è sempre fornito dai dati storici: dal 1991 al 2008, l’Italia ha costantemente registrato un avanzo primario, cioè una differenza tra entrate e spese dello Stato, al netto degli interessi passivi, in costante attivo. L’attuale stock di debito pubblico si è formato negli anni ’80 esclusivamente in conseguenza di un evento storico ancora poco conosciuto, ma di fondamentale importanza nella storia economica e politica dell’Italia unitaria: il famigerato divorzio Tesoro – Banca d’Italia.

Fino al 1981, l’Italia godeva di una piena sovranità monetaria garantita dalla proprietà pubblica dell’istituto di emissione, ente di diritto pubblico ai sensi della legge bancaria del 1936, controllato dallo Stato per il tramite delle banche di interesse nazionale e degli istituti di credito di diritto pubblico. Dal 1975 la Banca d’Italia si era impegnata ad acquistare tutti i titoli di Stato non collocati presso gli investitori privati. Tale sistema garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria, nonché la crescita dell’economia reale. Lo Stato poteva attingere, fino al 1993, a un’anticipazione di tesoreria presso la Banca d’Italia per il 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva, fino al 1992, il potere formale di modificare il tasso di sconto. E’ peraltro degno di nota che fino al 1981, contrariamente al luogo comune che la vorrebbe “spendacciona” e finanziariamente poco virtuosa, l’Italia aveva la quota di spesa pubblica in rapporto al Pil più bassa tra gli Stati Europei: il 41,1% contro il 41,2% della Repubblica Federale Tedesca, il 42,2% del Regno Unito, il 43,1% della Francia, il 48,1% del Belgio e il 54,6% dei Paesi Bassi. Il rapporto tra debito pubblico e Pil era fermo nel 1980 al 56,86%.

Il 12 febbraio 1981 il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera che sancì il “divorzio” tra le due istituzioni: da allora in poi, i titoli del debito pubblico italiano rimasti invenduti sul mercato non sarebbero stati più acquistati dalla Banca d’Italia. Il provvedimento, formalmente giustificato dall’intento del controllo delle dinamiche inflattive generatesi a partire dallo shock petrolifero del 1973 e susseguente all’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (Sme), ebbe effetti devastanti sulla politica economica italiana.

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L’attuale Ministero dell’Economia e delle Finanze

Dopo il divorzio Tesoro – Banca d’Italia, lo Stato dovette collocare i titoli del debito pubblico sul mercato finanziario privato a tassi d’interesse sensibilmente più alti. In conseguenza di ciò, durante gli anni ’80 si assistette a una vera e propria esplosione della spesa per interessi passivi. Se alla fine degli anni ’60 essa si assestava poco sopra il 5%, nel 1995 aveva raggiunto circa il 25%. Il tasso di crescita della spesa per interessi tra il 1975 e il 1995 fu del 4000%. In valori assoluti, la spesa per interessi passivi, sostanzialmente stazionaria fino a quell’anno, passò dai 28,7 miliardi di lire del 1981 ai 39 dell’anno successivo, fino ai 147 del 1991. Negli anni ‘80 il rapporto tra spesa pubblica e crescita del Pil fu praticamente stabile. Il deficit salì invece, proprio nell’anno del divorzio Tesoro – Banca d’Italia (1981), al 10,87 % rispetto al 6,97% del 1980, mantenendosi su tale valore per tutto il decennio successivo. La crescita del deficit annuo rispetto al Pil, derivante dalla spesa per interessi passivi, portò in pochi anni il rapporto debito/Pil dal 56,86 del 1980 al 94,65% del 1990, fino al 105,20% del 1992. Tale rapporto, nonostante le politiche di austerità degli ultimi 20 anni, non è diminuito ma è rimasto stabile fino alla crisi finanziaria del 2008.

I dati macroeconomici della crescita del deficit e del debito rispetto al Pil, non dipendono dunque da aumenti della spesa corrente o per investimenti, ma sono interamente imputabili alla spesa per interessi passivi esplosa in conseguenza del divorzio Tesoro – Banca d’Italia, il cui ruolo nella crescita dello stock di debito pubblico veniva ammesso dallo stesso Andreatta nel 1981: “Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”. Come riconosciuto da Andreatta, il divorzio nacque come “congiura aperta” tra ministro del Tesoro e governatore della Banca d’Italia, “nel presupposto che a cose fatte, sia poi troppo costoso tornare indietro”. Esso segnò una tappa importante in quel processo eversivo della nostra Costituzione economica, iniziato nel 1979 e culminato tra il 1992 e il 2002 con la firma del Trattato di Maastricht e la definitiva introduzione dell’euro. Una nuova concezione della politica economica non più indirizzata verso i valori fondamentali del moderno Stato nazionale, ovvero la tutela della sovranità, il controllo delle leve macroeconomiche, la piena occupazione e l’estensione della sicurezza sociale, ma unicamente verso principi quali l’indipendenza delle banche centrali, la stabilità dei prezzi, il pareggio di bilancio, la libera circolazione di persone, merci e capitali nel mercato globalizzato e la banca universale dedita simultaneamente all’attività di deposito e risparmio da un lato, e di speculazione finanziaria dall’altro. Una concezione economica in cui il ruolo centrale in economia è ormai svolto dal “mercato” e dalle banche, ormai titolari incontrastate del controllo della leva monetaria in un sistema in cui la moneta bancaria soppianta la moneta statale e in cui la speculazione finanziaria muove un giro d’affari pari a molte volte il Pil delle principali nazioni del mondo

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