Le piramidi hanno gli occhi

Tra simboli esoterici e gradi cavallereschi, complotti e goliardie, una mappa possibile delle fratellanze iniziatiche nell’Italia di ieri e di oggi.

Da qualche tempo a questa parte sembra che in Italia il complotto globale si sia spostato di peso dall’ombra delle misteriose logge segrete celebri negli anni Settanta, fatte di generali e ministri, all’accecante luce artificiale dei talk show, tra calciatori, veline e politici di fresca nomina. Per non parlare di Internet e della politica a suon di social, diventata di moda anche tra i reazionari. Eppure, a consultare la grande rete, sembra che l’interesse per l’occulto sia ancora vivo e vegeto. Da fonti attendibili, pare infatti che l’apertura alle iscrizioni on-line abbia prodotto una valanga di richieste di affiliazione al Grande Oriente d’Italia, prima e più corposa istituzione massonica del Bel Paese.

Si prendano in esame tre ambiti concettuali (e nel contempo anche molto concreti): primo, il bisogno autentico di approfondire specifiche tematiche esoteriche (per motivi che mai e poi mai saranno indagati); secondo, le associazioni che a vario titolo pretendono di rappresentare sul mercato percepibile tali tematiche, inclusi i metodi per esplorarle; terzo, il motivo reale (insomma, la vera e propria scatola nera, inconoscibile per definizione, ma in parte rivelabile) che spinge alcuni – politici, sindacalisti, avvocati, assicuratori, primari e faccendieri reali o potenziali – a rivolgersi a questi gruppi. Quali rapporti oggettivi intercorrono tra questi ambiti apparentemente scollegati? La risposta a tale articolato interrogativo porge la reale e chiara comprensione di quello che veramente gira attorno al tema dell’esoterismo in Italia.

Stefano Bisi, Gran maestro del Grande Oriente d'Italia

Queste parole vengono scritte in quel di Vicenza, nel profondo Veneto operoso che una ventina scarsa di anni fa fu il centro di quel boom economico (col senno del poi, piuttosto volatile) chiamato sistema dei distretti del (Mitico) Nordest. Poco tempo fa un ex governatore di questa regione, pesantemente implicato in una vicenda di tangenti e corruzione (nota come noto è il suo innominabile nome), è stato allontanato, o più precisamente messo in sonno, dalla loggia massonica padovana che frequentava dal 1987. Giova ribadirlo: dal 1987, ossia un’ipotesi operativa di trent’anni di partecipazione attiva alla Massoneria, almeno stando a quelli che dovrebbero essere gli obblighi che la letteratura di pubblico dominio descrive per un buon massone: rituali periodici, sequenze di complesse iniziazioni e lavori di loggia, deambulazioni in spazi suggestivi illuminati dalla sola luce di poche candele, e via discorrendo (ovviamente queste sono banalizzazioni, ma anche le cose banalizzate richiedono tempo e concentrazione, figuriamoci quelle profonde e sentite).

Possiamo immaginare che un politico affermato trovi il tempo materiale per partecipare a convegni di fratellanza, riunioni intellettuali, cene con i confratelli, per la sola insaziabile passione verso la tematica esoterica? Tutto può essere, tutto può essere. Ma si fatica anche solo a immaginarlo. D’altra parte fu lo stesso Berlusconi (parole sue, pronunciate sotto gli ormai leggendari giuramenti sulla testa dei figli) a rigettare indignato la tessera della P2, che oltraggiosamente lo definiva apprendista muratore. Lui apprendista? Lui che spaccando qualche salvadanaio aveva costruito Milano Due e Tre?

Licio Gelli; imprenditore e faccendiere italiano, principalmente noto come maestro venerabile della loggia massonica segreta P2

A latere, e restando in Veneto, c’è da dire che nella provincia di Venezia (sede regionale) sono attive quattro logge del GOI. Nella provincia di Padova, il doppio. Come il doppio? Sì, il doppio: ben sei in città, e due nella vicina Abano Terme, che da sola uguaglia la situazione di Vicenza. Forse che la presenza di una delle più grandi università italiane, cronologicamente seconda solo a quella diBologna, può averci qualcosa a che fare? Sta di fatto che la curva della presenza massonica in città si impenna vertiginosamente in presenza di atenei corposi. Indiscussi attrattori di libero pensiero? Al lettore il giudizio.

Tra un colpo di Wikipedia e una capatina su YouTube, il cosmo della libera muratoria italiana appare come una riedizione relativamente occulta degli scissionismi che quasi settimanalmente interessano la politica di oggi, storicamente la più non-esoterica, ossia exoterica, palese, urlata e pavoneggiata forma di teatro a cielo aperto che mai sia stata data in pasto alle masse distratte. Il tutto condito, ovviamente, da nuove teorie del complotto, interpretazioni ufologiche, sette statunitensi che vendono amuleti online e commentatori molto più a chilometro zero che hanno appena pubblicato un libello scaricabile in formato Kindle a due euro, dove promettono lo svelamento di tutti i misteri irrisolti d’Italia e molto, molto di più.

Ancient of Days - William Blake

Gli strascichi piuttosto ovvi delle vicende del piduismo tra anni ‘70 e ‘80 hanno restituito un tessuto sociale e intellettuale stravolto, oltre che tendenzialmente incapace di critica lucida ed equidistante, purtroppo a danno della stessa Massoneria che continuamente deve giustificarsi al cospetto di cronisti spesso disinformati o superficiali. Capita per esempio che alti gradi in carica fuggano indignati dal Grande Oriente d’Italia, già sconnesso dalla Gran Loggia d’Italia per ragioni antiche (questi ultimi lasciavano libertà di scelta sul voto per l’insegnamento della religione nelle scuole, cioè difendevano il dogmatismo nel nome dell’anti-dogmatismo, mentre gli altri erano dogmatici nel rigettare ogni dogmatismo), per fondare una terza confraternita nuda e pura (la Gran Loggia Regolare d’Italiadell’affascinante Giuliano Di Bernardo dalla lunga chioma grigia), che poco dopo inizia a corrompersi pure lei e confluisce in una nuova loggia ibrida: il Dignity Order, riedizione massonica a base di cultura anglosassone e suggestioni tratte dagli Illuminati di Baviera.

Quelli della new age ci avrebbero costruito un corposo teorema, ma si sa, oggi i video virali fanno molto di più delle rivoluzioni rosse o nere, anche se, rovescio della medaglia, durano pochi giorni prima del successivo tormentone.

Giuliano Di Bernardo ex Gran maestro del Grande Oriente d'Italia e fondatore della Gran Loggia Regolare d'Italia

Quanto alle leggende urbane, la storia è nota. Da un punto di vista strettamente funzionale, la tradizione massonica italiana, di fatto, e da tempo, rappresenta nell’immaginario collettivo la più agevole modalità – vero o falso che sia –  per conoscere gente tendenzialmente altolocata (le quote di partecipazione sono piuttosto alte se confrontate a quelle delle comuni associazioni) e disposta a stabilire legami fortissimi con i suoi pari. Legami che, lo stesso canone massonico lo precisa peraltro con estrema schiettezza e trasparenza, arrivano a configurarsi come veri propri patti di sangue che durano tutta la vita, cementati da rituali suggestivi e pregnanti che infine sembrano rappresentare l’unica caratteristica esclusiva rispetto a qualsiasi altra congregazione associativa ad essa paragonabile per celebrità e diffusione.

Necessaria risulta però una contestualizzazione. La tradizione esoterica non è mai stata e non può neppure da un punto di vista ragionevolmente fenomenologico rappresentare un sapere unitario. I simboli, le prassi, le correnti e i concetti che ne derivano, per non parlare delle interpretazioni, sono parte di un’accumulazione millenaria che di volta in volta, nel corso delle epoche storiche e del loro succedersi, è rocambolescamente passata di mano in mano, subendo mutazioni, letture alternative, ora orientate al naturale sincretismo, ora invece forzatamente piegate a specifiche volontà di potere. Queste trasformazioni spesso conflittuali non hanno mai potuto prescindere dalle istanze del momento, dalla stessa estetica imperante, dai desideri e orientamenti di chi operava tale manipolazione. Da ricordare che quello che oggi si definisce occultismo e alchimia era un tempo l’unico sapere scientifico a disposizione, e che, di contro, molta scienza che oggi si definisce esatta deriva da progressive evoluzioni di quel tipo di conoscenza che esatta di certo non era. Una conoscenza non ufficiale, peraltro, spesso praticata in clandestinità, da cui la necessità pienamente condivisibile di costituire società segrete.

Roma, Palazzo Quiriti in Via della Valle (1885-95)

In definitiva, quello che si sa di un certo tema, fino addirittura a quel certo agglomerato di lettere alfabetiche che denominano questa o quella fenomenologia occulta, ermetica, iniziatica e via discorrendo, altro non è che quell’insieme confuso e contraddittorio di informazioni che hanno venduto come valide e tramandato, giunte attraverso stratificazioni e mediazioni di ogni genere. La stessa Massoneria italica di fine Ottocento ne fornisce un eloquente esempio.

Essa non nasce certo come istituzione opposta alle rivoluzioni sociali. Anzi, vale piuttosto il contrario, visto che senza il suo apporto l’unità del paese mai si sarebbe attuata. Ma non finisce qui. Fu infatti lo stesso Antonio Gramsci, svariati decenni dopo, a difenderla in Parlamento contro il Fascismo che come ovvio intendeva renderla illegale. Eppure le appartenenze massoniche concrete si conoscono dalla storia italiana recente e dalle inchieste degli anni Ottanta che riuscirono ad identificare chiaramente come tale organizzazione ebbe a un certo punto un chiaro orientamento anticomunista, addirittura monarchico, spesso neppure troppo indirettamente filofascista, o comunque reazionario, liberale e conservatore, per non dire in casi estremi anche intimamente golpista (si veda a tale proposito il rapporto tra numerosi ex gerarchi e militari con esponenti massonici in America Latina, lungo le maglie di una specie di sotterraneo Programma Erasmus Esoterico Eversivo molto in voga negli anni Settanta).

Iconografia del Padre nostro - Alfons Mucha

Le carte, reali o metaforiche, vengono insomma copiosamente e ripetutamente mescolate. Tali riprese, peraltro, non si limitano a quelle sistemazioni statutarie che compaiono, punto per punto, nei vari opuscoli ufficiali di congreghelogge e fondazioni di studio, oggi ben più agevolmente, anche se freddamente, sostituiti da siti e blog. Ad esse vanno aggiunte anche quelle cruciali informazioni che solo il lucido ragionamento su fatti oggettivi può fornire; quelle informazioni reali, fenomenologiche e non banalmente logiche o statutarie, che fanno capire cosa si ha effettivamente davanti a parte le belle parole.

Tornando alla Massoneria e ai suoi elevati costi di partecipazione, e lasciando per un attimo da parte la rinnovata esclusione delle donne nel Grande Oriente d’Italia (logicamente una delle più macroscopiche differenze tra le due obbedienze maggioritarie), la domanda è spontanea: può dirsi veramente rivolta a tutti un’appartenenza che implichi una tale selezione reddituale a monte?Evidentemente no. Eppure, generalizzando, sono molte le associazioni che, professandosi rivolte ad ogni individuo indipendentemente da razzacredo e censo, in cambio di servizi più o meno esoterici, passaggi di grado lungo fascinosi percorsi iniziatici o simili proposte di miglioramento del sé, si comportano esattamente come club elitari esclusivamente dedicati a gente ricca o più che benestante. Sono molte, ma evidentemente fanno comunque proseliti, segno che la ragione dell’affiliazione non riguarda la condivisa coerenza di un principio ispiratore spacciato come inclusivo, ma qualcosa di diverso o addirittura diametralmente opposto.

Il Tempio della Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia al Palacongressi di Rimini

Facendo nuovamente un passo indietro e tornando al discorso della motivazione personale, è possibile ammettere veramente che i quasi mille iscritti alla loggia massonica Propaganda 2 (stando solo alle incomplete liste di Castiglion Fibocchi) fossero tutti personaggi interessati all’esercizio del simbolismo massonico o dell’esoterismo in quanto tale? Che avessero tempo e voglia, loro, militari di spicco, imprenditori, politici e uomini già abbastanza impegnati nella gestione del potere costituito, di partecipare a complessi psicodrammi a base di spade, grembiuli, candele, squadre e compassi? Tutti questi venivano tra l’altro iniziati in modo piuttosto sbrigativo: con una pacca sulla spalla, un bisbiglio all’orecchio, o a filo di spada, in una cerimonia a catena di montaggio svolta nella stanza di un albergo o in sedi funzionanti come palesi coperture.

L’idea che Propaganda 2, riedizione seventies di una rispettabile loggia coperta dell’Ottocento (dove c’era pure Giosuè Carducci, di cui si parlerà anche dopo per altre ragioni che in realtà sono forse le stesse), ovvero Propaganda e basta, non fosse altro che una versione più fascinosa della banale rubrica personale di un Venerabile un po’ più incline alle pubbliche relazioni internazionali, appare oggi come ben più di un’evidenza. Fu la stessa Tina Anselmi, storica parlamentare democristiana a capo della commissione d’inchiesta sulla celebre loggia deviata, a ridimensionare di molto il ruolo di Licio Gelli all’interno della complessa vicenda, e a definirlo nulla di più che un validissimo direttore generale.

Tina Anselmi

Ma a parte il fascino del rito (per quanto banalizzato), che cosa spingeva all’affiliazione ufficiale? Perché volere a tutti i costi una continuità di collegamento con i vertici istituzionali e piramidali del Grande Oriente Ufficiale? La risposta può essere individuata nel valore indiscutibile delle strutture preesistenti, in ogni tempo e in ogni luogo. Le reti funzionano come autostrade invisibili: connettono persone e concetti a una velocità superiore, che è efficacia lubrificata, ottimizzazione condivisa e meccanismo a orologeria. Reti di questo genere fanno gola a molti. Chi trova una rete (si pensi all’odierna violazione della privacy tra Web e compagnie telefoniche spregiudicate) trova un tesoro.

Nel caso massonico, probabilmente si può ammettere quanto un certo rituale suggestivo possa avere forte presa sul piano psicologico; lo strumento tale da indurre l’individuo a sottomettersi nel nome di una fratellanza forte, di un mutuo impegno propedeutico agli ideali più alti, così come a quelli più biechi o materiali, visto che sono gli uomini a fare le organizzazioni e non viceversa. Ma viene da pensare che una simile simbiosi appaia di gran lunga più semplice se veicolata da comuni pranzi o cene di lavoro, riunioni private o intime conversazioni al bar. Una loggia è in fondo un luogo fisso e facilmente individuabile: può esistere spazio peggiore per complottare trame eversive? La P2 non aveva sede fissa, ma tutte le altre ottocento logge e passa del GOI disseminate nel territorio italiano, quelle sì. Il punto dunque non è rappresentato dal dovema dal come. Da questo specifico punto di vista si potrebbe parlare di una vera e propria funzione esoterica all’interno delle comuni società occidentali. Una funzione, appunto, intesa da un lato come ingranaggio indirettamente politico-sociale, e dall’altro come farmaco psichico, amuleto, unguento, sedativo, oppure strumento ludico per una ritualità alternativa alle snervanti dinamiche della quotidianità profana. Le vere e proprie nozze chimiche di rosacrociana memoria, la definitiva unione mistica dell’utile al dilettevole.

Jerusalem, Plate 100 - William Blake

Alla luce di questi che sembrano ragionamenti abbastanza ovvi, o almeno automatici se presi come immediato corollario delle premesse fatte, la Massoneria altro non sarebbe che una versione più teatrale, oscuramente o luminosamente misteriosa, ma anche costosa, di vari altri club e congregazioni, si pensi ai Lions e al Rotary; o viceversa, questi ultimi sarebbero un ripiego più comodo ed economico alla libera muratoria. A latere, queste specifiche e diffuse organizzazioni di derivazione statunitense, imperniate sull’onnipresente e per molti versi oscuro concetto di servizio, si costituiscono, a detta dei massoni stessi che come ovvio, se interrogati, le contemplano dall’alto con una certa sufficienza, come diretta discendenza della fratellanza muratoria. Con una differenza macroscopica, che consiste nel condividerne la parte più facile: giacche e cravatte come divisa ufficiale e di fatto obbligatoria, affiliazione per cooptazione, componente mangereccia e conviviale alle stelle.

Altro discorso andrebbe però impostato in ragione di una variabile più rappresentativa: la persistenzapre-esistenza. Sì, perché se è vero che in qualsiasi momento chiunque potrebbe fondare un’associazione, esoterica o meno che sia, imponendo una quota di iscrizione così alta da permettere la partecipazione solo a gente ricca (Briatore docet), è vero anche che nessun ricco si iscriverebbe ad un’associazione appena nata, dunque per definizione sconosciuta, salvo che a fondarla non siano Sergio Marchionne o Belen Rodriguez. Con poco più di trecento euro all’Agenzia delle Entrate e tre nomi a caso in un atto costitutivo il gioco è fatto. Ma non è la stessa cosa. La Massoneria è infatti istituzione conosciuta, almeno come sigla. Ma non solo. Un’associazione che esiste già da tempo (trecento anni dovrebbero bastare) è anche probabile garanzia della presenza di un cospicuo numero di soci, o adepti che dir si voglia. Un contenitore antico è per pura forza di statistica un contenitore pieno. Di cosa? Di storie, di consuetudini, di amici che diventano fratelli (di sangue), di agganci stratificati per tutti i gusti. Da sottolineare quanto una vigente regola sancisca per i figli di massoni la possibilità di entrare nell’arte muratoria già a diciotto anni, a proposito di genealogie e corsie preferenziali. E la cosa la dice lunga, vista l’oggettiva difficoltà contemporanea di associare alla parola diciottenne  qualcosa di diverso dalla Playstation.

Tomba di Giuseppe Dessi, cimitero monumentale di Sassari - Giuseppe Sartorio (1902)

Il potere non se ne fa nulla di movimenti sorti dal nulla. Il potere ha bisogno di realtà radicate, appunto conosciute, ma soprattutto riconoscibili nella loro funzione. Se la ritualità massonica è il prezzo da pagare per accedere a una certa rete di protezione e complicità, ben venga. Il potere stringe sempre legami con ciò che risulta preesistente. Ed ecco spiegato il forte amore per l’esoterismo che spinge tanti politici ad affiliarsi.

Se si torna agli interrogativi dell’esordio, i casi che possono scaturirne sono abbastanza limitati.

Caso uno: l’appassionato reale e sincero dovrà perdere il suo tempo scoprendo che le proposte riconoscibili e riconducibili a questa funzione intellettuale sono in realtà grandi o medie multinazionali ermetiche, che prima di tutto chiederanno di versare quote di iscrizione che possano sostenere, nel mucchio, i loro onerosi costi fissi, e solo in un secondo momento dimostreranno eventualmente di poterlo soddisfare.

Caso due: all’opposto, il cercatore di scorciatoie per il successo alimenterà col suo agire la confusione generale, finanziando in via diretta un club di aspiranti smanettoni e faccendieri, e in via indiretta un concetto di esoterismo del tutto inattendibile. Riassumendo, i veri intelletti si tireranno progressivamente indietro, i furbi conseguentemente aumenteranno e l’ignoranza, o peggio, l’incapacità di separare il grano dalla crusca, dilagherà in tutte le direzioni. Con tutto quello che ne deriva: all’interno di questi movimenti, scissioni, risse, guerre e pestilenze; all’esterno, caos e disinformazione. Curioso notare quanto la situazione sociale e politica italiana sia oggi come oggi perfettamente sovrapponibile a questo quadro complessivo.

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L’esoterismo è però anche questione di nomenclature andate a male. Termini come magi, o anche solo ermetismosimbolismognosialchimia e altri agglomerati ormai puramente alfabetici, oggi come oggi non possono evitare la collisione con la globalizzazione e il tanto declamato nuovo ordine mondiale, ma anche con i cerchi nel grano, i rettiliani, passando per le ovvie messe nere dove capi di stato brindano con sangue di vergine e squartano neonati. Anche la migliore delle intenzioni, ora storica, ora intellettuale, verrebbe annichilita dal giudizio delle masse.

Immediato corollario: le cose oscure (come tali denominate) non sarebbero, in tale contesto di fatto avverso e refrattario, malvagie in quanto tali, ma diventerebbero malvagie in quanto frequentate solo da persone disposte a tutto, che se ne fregano, ovviamente e altamente, del severo giudizio altrui. Ecco dunque che la dissidenza e la voglia di capire e far capire, o anche solo la sana originalità e necessità di ragionare fuori dal coro, vengono prese in mezzo e trascinate nel gran calderone del complotto, del piove governo ladro, del non ti capisco parla come mangi, eccetera… Ecco spiegata da un punto di vista alternativo la totale scomparsa della classe intellettuale in Italiapuntata e ghettizzata come strana discendenza che non parla troppo potabile e probabilmente frequenta cattive compagnie.

Iconografia del Padre nostro - Alfons Mucha

Se ci si pone con totale e gelida lucidità, non è difficile affermare quanto la componente strettamente funzionale della fratellanza ottenuta e nutrita su base esoterica poggi su due cardini: da un lato quello della conoscenza profonda e diretta tra individui, che si impernia su prassi condivise di carattere appunto simbolico e rituale; dall’altro lato, non meno importante (forse anzi il contrario), dell’appartenenza a congregazioni diffuse, conosciute e riconosciute in vasti appezzamenti di territorio nazionale, internazionale e planetario. Chiunque, infatti, come già suggerito, può fondare associazioni di carattere esoterico, formali o informali che siano, dotandole di procedure iniziaticheche possono risultare peraltro più intense di quelle tramandate classicamente. Ma chi verrebbe mai a conoscenza di tale nuovissima loggia, innovativa nei metodi ma fedele alle tradizioni nella sostanza? Quanto tempo ci vorrebbe per renderla, con gergo forse troppo vicino al marketing, concorrenziale e appetibile sul mercato?

Con l’uscita del suo secondo romanzo, Il Pendolo di Foucault (Bompiani, 1988), il sommo ed eclettico professore di semiologia Umberto Eco illustrava all’epoca (forse veramente per la prima volta) alla ben giustamente compiaciuta comunità internazionale una sua personale e indubbiamente conturbante versione della paranoia complottista. Tra scanzonate amicizie intellettuali, editori senza scrupoli, bizzarri autori ossessionati dall’occulto e giochi combinatori, a popolare questa storia è l’inesorabile costruzione di un fantomatico Piano, che come nella migliore tradizione si nutre di verità più o meintrinesno incontestabili per elaborare la più raffinata delle finzioni. La segretissima congiura dell’occulto, allestita per puro gioco, allude a un passaggio di mano in mano lungo il corso della storia conosciuta, e coinvolge come ovvio i Templari, gli sfuggenti Rosacroce, i ben più ingombranti framassoni, fino a citare in causa gli Illuminati di Baviera e certe mostruosità interstellari vicine alla penna di Lovecraft, nonché, infine, una cricca di soggetti apparentemente insospettabili che arrivano a dimostrarsi anche peggiori della stessa progenie aliena di Cthulhu.

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Lungo i capitoli di questo illuminante romanzo il passaparola reale si sovrappone a quello inventato, fino a che il Piano, da puro gingillo per eruditi, diventa oggetto del desiderio di un’oscura confederazione di settari alla ricerca di una mappa della verità. Insomma, un libro, prima ancora che un romanzo, letteralmente cruciale nella valutazione interpretativa di quella che a buon titolo può essere denominata, come detto, variabile esoterica. Un testo cardine che esplora peraltro certe eloquenti atmosfere nell’Italia post piduista dei tardi anni Ottanta. Una trovata narrativa intrigante, che con interminabili citazioni ed elencazioni, schemi fantasiosi, e quel suo tono tremendamente estatico e insieme ludico (la descrizione della Tour Eiffel, sorta di antenna occulta in grado di incanalare le energie telluriche a scopo eversivo, assurge ad autentico classico), illustra, forte del potere della caricatura, quali sghembi ragionamenti possa generare il fanatismo se applicato alla materia dell’ermetismo. Un libro a suo modo antropologico, contemporaneamente metodo e oggetto d’indagine, input strumentale e output percettivo, ispirazione ed esito estetico. Curioso che sia un romanzo e non un rapporto di commissione parlamentare a restituire la migliore base propedeutica a qualsiasi elucubrazione sul tema.

I complottisti, intesi come fanatici di oscure teorie della cospirazione perenne, specie di stampo esoterico, hanno (oltre al complottismo stesso) un brutto vizio: quello di considerare tutti i misteri come derivanti da una sola causa prima, immutabile, atemporale e ovviamente nascosta ai profani. In altri termini, se una qualsivoglia fattispecie o architettura sociale (esistente o meno) appare agli osservatori esterni come segreta ed intrinsecamente esoterica, ecco che automaticamente essa diventa la cuccagna causale in grado di spiegare tutto quello che non è apparentemente spiegabile. In altre parole il fanatismo complottista concepisce i singoli e isolati misteri come tanti rami di un solo fiume, e inventa rapporti e connessioni basati sulla pura comunanza di inconoscibilità o parziale visibilità. Tale teorema difettoso si basa su un altrettanto claudicante proprietà transitiva a carico del solo soggetto osservatore: se A e B appartengono singolarmente all’insieme dei misteri irrisolti, allora fa troppo comodo pensare che A e B siano in stretta relazione, ovvero in relazione con un fantomatico terzo elemento C, mistero dei misteri, immaginaria riproduzione reale della SPECTRE di cinematografica memoria. Tale antiscientifica e irrazionale comodità è la struttura stessa del complottismo, sorta di compiaciuta incapacità interpretativa spacciata per cultura e sapienza.

Newton - William Blake (1795)

Tornando all’esoterismo e alla sua rappresentanza quotidiana, risulta opportuno sottolineare alcuni dettagli. L’entrata in Massoneria è preceduta, nella vera e propria iniziazione, da una permanenza nel cosiddetto gabinetto di riflessione, primo varco verso i misteri della fratellanza, che presenta da subito un tratto più che mai eloquente e cruciale. L’iniziazione porge infatti davanti all’adepto un acronimo, quello del VITRIOL, una massima, e nel contempo un metodo, che dovrebbe costituire uno dei principali nodi significanti dell’intera faccenda: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem. La pietra occulta, base del concetto tutto massonico dell’individuo da perfezionare attraverso azioni di levigatura e squadratura, viene trovata evidentemente scavando nelle viscere terrestri. La sua natura sotterranea e primigenia si affianca alla più generale idea alchemica della rettifica, dell’evaporazione attraverso quelle sostanze acide alle quali lo stesso VITRIOL allude foneticamente. Pertanto, la funzione ultima del lavoro muratorio resta occulta, nascosta in un caldo ventre sotterraneo che come nella tradizione (peraltro anche più che profana) custodisce tesori splendenti, che attendono nel silenzio (si sa che i draghi, che sono sia filosofiche chimere, sia dinosauri scomparsi, nelle loro remote dimore sotterranee custodiscono come minimo un giacimento d’oro, esattamente come Gelli lo celava nelle fioriere di Villa Wanda).

Battute a parte, il viaggio verso la conoscenza del sé non è fatto dunque di luce, ma di ombre, ed è solo un fuoco chimico e sulfureo che indica la via lungo il buio viscerale. Avvertimento e invito, monito e seduzione, convivono nella medesima simbologia che risulta essa stessa sostanza corrosiva, vetriolo appunto, che saggia quanto l’adepto sia adatto alla fratellanza. Il lavoro massonico non è semplice filosofia o comune confronto culturale: per questo, come detto, basterebbe una comune associazione, comitato o gruppo informale e le sue variegate conferenze. In Massoneria la peculiarità è rappresentata dall’impianto iniziatico dalla sfera esoterica, intesa come metodo basato su simbologie profonde e suggestive. La citata funzione del VITRIOL, acrostico corrosivo che invita a visitare le profondità del sé per trarne ispirazioni cruciali, funge da costante ideologica e operativa. Emozione e seduzione, unite alla procedura alchemica, sono gli ingredienti fondamentali della differenza tra conoscenza iniziatica e comune conoscenza. Questo aspetto strettamente operativo dovrebbe essere tenuto presente, nonché trasparire dall’azione di chiunque si avvalga di tali metodi per conoscere e coltivare il miglioramento generale del sé e del tutto attorno al sé.

Sigillo del Vitriol dal Viridarium Chymicum di Daniel Stolcius von Stolcenberg (Francoforte, 1624) con l'acronimo esplicitato: Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem

Una delle ossessioni dell’esoterismo è rappresentata dalla continuità. Una congregazione è valida solo se collegata alla tradizione, qualunque essa sia, attraverso un dimostrabile catena di connessioni. La base ovviamente esperienziale di qualsivoglia iniziazione allude sempre a un sapere orale, tramandato di bocca in bocca, per non dire di corpo in corpo, lungo l’insidioso fluire del tempo che rischia sempre di dirottare altrove o sminuire la forza della catena. Inutile precisare quanto questa continuità sia ragionevolmente associabile a forme di marketing e persuasione. Un tizio esperto, da qualche parte, prenderà in mano una tradizione scomparsa (reale o presunta) e la porterà nuovamente alla notorietà, o meglio alla sotterranea notorietà, attraverso operazioni intellettuali, editoriali, relazionali di vario genere. Prospettiva affascinante. Ma in che modo può avvenire questa magia?

In vari modi. Per esempio l’accorpamento di reti preesistenti: fu questa l’origine della Massoneria che si conosce oggi, formata nel 1717 dall’unione delle quattro grandi logge di liberi muratori (all’epoca ancora palazzinari ante litteram uniti da forti legami di fratellanza intellettuale) presenti nella città di Londra. Oppure per apertura di una nuovissima loggia in un territorio lontanissimo da quello di origine, magari così lontano da impedire qualsiasi indagine in grado di comprovare l’esistenza di tale tradizione. O ancora attraverso la più banale e coraggiosa fondazione di un ente del tutto nuovo, suffragato però quasi sempre dal racconto di viaggi fantastici (e logicamente iniziatici) condotti dal fondatore in remote regioni orientali, o comunque nei luoghi di riferimento dell’insegnamento oggetto di passione ed esercizio esoterico.

Incisione con tavola delle logge affiliate alla Gran Loggia di Londra (1735)

Curioso quanto l’idea di continuità sia alla base dei più inattendibili teoremi della storia italiana. Un esempio lampante si ritrova in uno delle più truci questioni militari repubblicane. L’idea del progetto cosiddetto stay behind, che in Italia viene automaticamente identificato nella segreta GLADIO, struttura (peraltro del tutto legittima) promossa dalla NATO per supportare militarmente un’eventuale invasione sovietica, è sempre rimasta una forte seduzione per tutti gli amanti dei complotti. A parte l’esempio concreto, c’è da dire che una struttura, qualunque essa sia (loggia, comitato, coordinamento, associazione, congregazione, team, cricca, task force, circolo, club, think tank), tale da autodefinirsi come progetto attivabile in caso di necessità, appare come strumento ottimale per raggiungere nel frattempo altri obiettivi. Lo stesso Gelli definiva la sua P2 (come suggerito, in fondo, la cerchia dei suoi amici nostalgici) una sentinella contro il Comunismo(all’epoca, utile ricordarlo, rappresentato da un partito che arrivava al quaranta percento di gradimento). La fantascienza stessa insegna, e non solo quella della Guerra Fredda. In alcuni film americani compare la figura quasi archetipica dello scienziato rigorosamente non ortodosso, o del bizzarro genio solitario che a tempo perso spreme le meningi per scopi encomiabili, e che viene chiamato dal Pentagono per sventare l’attacco alieno di turno. Come? Attraverso un progetto spedito dal medesimo anni addietro e logicamente dimenticato in un cassetto. Quanto più l’evenienza è folle e improbabile, tanto più saranno folli e improbabili gli esperti chiamati a risolverla. Il lettore saprà cogliere le sotterranee analogie con il Piano di Rinascita Democratica e con le sue proposte al potere costituito.

Risultato, un caos. Un caos che in Italia parte dall’esoterismo inteso non come strumento iniziatico, bensì come contenitore esclusivo, per poi dilagare, dopo la vicenda di Tangentopoli e la Seconda Repubblica, in prima serata sulle reti nazionali, che alla luce delle fake-news se la ride, pensando a quanto i grandi e irrisolti misteri d’Italia siano poca cosa rispetto alle risse in TV, ai politici che si fanno le scarpe su Twitter, alle società di rating che, invisibili come la più invisibile delle logge coperte, ma legali tanto quanto un patronato sindacale di provincia, decretano dall’oggi al domani la distruzione di un intera nazione senza bisogno di finanzieri o ex legionari. Lungi dall’essere sotterranee, le trame occulte del potere futuro saranno al contrario troppo assordanti per essere riconosciute. Ma l’esoterismo rituale, la gerarchia iniziatica e i passaggi di grado di stampo cavalleresco risiedono solo nell’obbedienza massonica o in qualche sua illustre derivazione? Certo che no. Un’altra ben più chiassosa e scanzonata tradizione, o meglio riesumazione intermittente, viste le epoche storiche che hanno segnato i suoi fasti e i suoi silenzi, accoglie in sé ampio novero di certe prassi: la goliardia universitaria.

Il primo numero della Rivista internazionale, periodico della Corda Fratres

Nata in seno alla comparsa delle stesse università medievali (in fondo non c’è una grande differenza tra riunirsi in un cantiere accanto al Tempio di Salomone e riunirsi in un’aula studio), da subito si caratterizza per la sua componente di base: un misto di ormoni giovanili e ideali, che non per niente avranno il loro ruolo in epoca risorgimentale.

Ma le origini dei goliardi, esattamente come quelle dei liberi muratori (che comunque avrebbero fatto più carriera), sono umili, e in fondo anch’esse legate a forme di appartenenza a un mestiere. Per pagarsi le lezioni, molti di loro sono infatti costretti a esibirsi in quei classici giochi di strada che hanno reso famoso l’Alto Medioevo. Ribellivagabondi (clerici vagantes), giocolierisaltimbanchi, dediti ai piaceri del vino, ghibellini antipapali, avversi al potere costituito e anarchici ante litteram, essi diventano una sorta di mitico punto di riferimento capace di costituire, a distanza, l’iconografia dello studente medio fuori corso. Gli ingredienti per la società segreta di turno ci sarebbero tutti: odio verso il potere, emarginazione, sete di vendetta, fraternità. L’unica differenza è che questi si facevano vedere in giro e probabilmente alzavano troppo il gomito per abbozzare uno statuto completo e organico.

Particolare della prima pagina de Il Berretto, numero unico padovano del 1889 con lo stemma del Bove imberrettato con la feluca

Durante l’età moderna questi ideali di libertà e indipendenza vengono però ripresi dagli stessi studenti universitari, certamente più benestanti rispetto ai loro predecessori, che via via si riuniscono in confraternite informali che prenderanno il nome di accademie: vere e proprie logge, spesso riunite nei primi caffè e pubblici esercizi dove si parla diffusamente di studio, amore, società, fratellanza e altre che piacciono ai giovani. I nomi di tali congregazioni illustrano spesso con eloquenza il loro carattere anticonformista: gli Informi, i Lunatici, i Sordi, ma anche gli Svegliati e gli Occulti. A questo proposito viene in mente il celeberrimo brano orchestrale e corale O Fortuna, tratto dai Carmina Burana del compositore tedesco Carl Orff.

Un pezzo che, nonostante il contenuto profano e appunto goliardico del relativo testo, viene costantemente utilizzato come colonna sonora di fattispecie tutt’altro che festose: rituali settari, messe nere, o nel migliore dei casi riunioni massoniche. Con una domanda che sorge spontanea: il carattere truce e oscuro di tale opera musicale è frutto di una pura congiuntura o di un corto circuito inconscio che associa l’esoterismo al pensiero goliardico? C’è forse un filo rosso che lega questi estremi?

Ma la vera epoca della goliardia è indubbiamente il secolo diciannovesimo, con i suoi moti per l’indipendenza e gli innumerevoli e scapigliati promotori e attivisti: GiustiFuciniGuadagnoli, ma soprattutto il già ricordato piduista (o meglio piunista) Giosuè Carducci, che con la sua penna abituata al versificare fornì ampia ispirazione al movimento. Fu peraltro su impulso dello stesso Carducci che presso l’Università di Bologna, in collaborazione con la Facoltà di Lettere e in occasione dei festeggiamenti per gli ottocento anni dello storico ateneo, venne definitivamente coniato il termine Goliardia e fondato il relativo movimento intellettuale (1888). Ne seguì come prevedibile una festa pantagruelica, con ampia partecipazione di delegazioni universitarie nazionali ed europee. Da lì in poi, un successo esponenziale, che vide lo sviluppo del movimento fino addirittura all’epoca fascista, forse per l’attenzione che il regime tributava quasi fisiologicamente al giovanilismo nella sua accezione più generale (cos’è in fondo Giovinezza! se non un canto goliardico con qualche tocco in più in termini di retorica nazionalista).

Durante il secondo conflitto mondiale i fasti goliardici subirono, per ovvie ragioni, una battuta d’arresto, ma immediatamente dopo ebbero modo non solo di rifiorire in tutto il loro splendore, ma anche di organizzarsi. Fu esattamente a partire dagli anni Cinquanta che la Goliardia iniziò a configurarsi utilizzando a profusione gli schemi gerarchici degli ordini di cavalleria, con tanto di sigle, simboli, acronimi puntati (logicamente parodistici, ma del tutto somiglianti agli analoghi esoterici) e tutto quello che iconograficamente caratterizza una struttura piramidale che si rispetti. E qui l’analogia diventa sconcertante. Ordini minoriordini vassallitribunali interni per risolvere le dispute, delegazioni per tenere i rapporti con altre università, redazioni di veri e propri canzonieri goliardici da intonare nelle ritualità ufficiali, e via discorrendo, il tutto inserito all’interno di una struttura fortemente imperniata su fattori legati all’anzianità di studio, misurata in cosiddetti bolli. Uno stato nello stato, con le sue regole e i suoi inni, basato su meccanismi accademici, condimenti parodistici e retorica militaresca.

Consiglio federale della Corda Fratres riunito a Parigi nel 1900

Tra la fine degli anni Sessanta e buona parte del decennio successivo la goliardia subisce un secondo periodo di relativo sonno. L’avanzata irresistibile delle contestazioni, il marxismo ormai sdoganato dal Sessantotto e dalle teorie rivoluzionarie di specifiche figure autoriali, primo tra tutti Herbert Marcusee le sue elucubrazioni libertarie e inclusive, nonché il femminismo e il conseguente ampliamento della base sociale universitaria, rendono piuttosto ghettizzata la visione in fondo elitaria e gerarchica propria del dettato e della prassi goliardica. La successiva avanzata del PCI e del cosiddetto Eurocomunismo non sono da meno. Spillette, feluche e mantelli decorati diventano espressione anche solo visiva di un mondo sostanzialmente reazionario, maschile e maschilista, che ben poco ha a che fare con le grandi questioni sociali nazionali e planetarie, dal Vietnam di Bob Dylan all’unità sindacale. D’altra parte le questioni aperte di un’Italia terra di confine tra la NATO e il Blocco Orientale si fanno sentire: tra scontri di piazza, terrorismo rosso e nero, attentati e poteri occulti, la voglia di festeggiare certamente diminuisce, e con essa la Goliardia.

A partire dalla metà degli anni Ottanta, tuttavia, peraltro piuttosto prevedibilmente vista l’ascesa di nuove classi sociali e della Milano da Bere, le congregazioni goliardiche si ricostituiscono e riorganizzano. Progressivamente le loro nomenclature diventano piuttosto eloquenti. Vision e missiondell’ordine sono ora la difesa e tutela dei valori che furono, appunto, dei giullari clerici vaganti dei secoli dodicesimo e tredicesimo. L’ente adorato è la Grande Madre Goliardia, o Santa Madre Goliardia (nei momenti in cui la gradazione alcolica rende facile dimenticare la natura aconfessionale dell’ordine), sorta di versione femminea e terrestre del più alto, astratto e solare Grande Architetto dell’Universo in Massoneria.

Dio-come-Architetto-del-Mondo

Gli ordini goliardici definiscono un loro statuto ufficiale, e l’imperium di ciascun ordine goliardico viene direttamente esercitato (il lettore si tenga forte) da un gran maestro. Ma non è finita qui. Su base territoriale vengono stabiliti con precisione sconcertante degli ordini maggiori sovrani, degli ordini vassalli a loro sottoposti, degli ordini minori sovrani, degli ordini sovrani nazionali ed europei, nonché un vasto novero di organi di amministrazione della giustizia interna, codici (numerosi e rigorosamente in latino), regole, tavole della legge, criteri di competenza tra ordini maggiori e minori. Una specie di grande convergenza tra gli Arcani dei Tarocchi e la gerarchia militare. Peraltro, il congresso delle alte sfere goliardiche, ossia una sorta di senato dei pari, retto e coordinato da un decano scelto per anzianità, ha facoltà di eleggere, logicamente attraverso complesse proposte, cooptazioni e relative votazioni, un fantomatico membro speciale. Si tratta del prinx, appunto principe, altissima e venerabile carica che per oggettivi e dimostrabili meriti, carisma, operosità e assoluta fedeltà alla causa acquisisce il titolo di rappresentante in terra della Grande e Sacra Madre Goliardia. Superfluo precisare quanto gli ideali del principe e di tutti i suoi colleghi, nonché sottoposti disseminati lungo gli infiniti gradini della piramide, siano quelli, in sintesi, della Rivoluzione Francese.

In sostanza, anche la Goliardia a fine corsa persegue come fine ultimo il sommo miglioramentodell’uomo e dell’umanità. Se si considerassero tutte le congregazioni di professionisti e figli di professionisti che hanno a cuore le sorti del mondo, a quest’ora il surriscaldamento terrestre e il terrorismo internazionale sarebbero cose da fiction del lunedì sera. Libertà, uguaglianza, fraternità. Ideali antichi, ma ben precedenti rispetto alla loro formulazione settecentesca. Per come li si giri, tutti gli organismi fino ad ora analizzati sembrano essere figlinipoti o pronipoti della mitica cricca dei Cavalieri del Tempio. In altre parole, l’archetipo della dissidenza e del libero pensiero si è sempre incuneato in questa multinazionale delle origini, coesa e sotterranea, che trama contro i poteri costituiti, contro il monopolio sull’etica sessuale e contro i dogmi, buscandosi per questo scomuniche dai papi e cartelle esattoriali dagli imperatori.

Declaration_of_the_Rights_of_Man_and_of_the_Citizen_in_1789

Goliardi ante litteram, i Templari occupavano cripte e grotte per svolgervi i loro rituali a sfondo erotico e iniziatico (si visitino a tale proposito le necropoli etrusce di Tarquinia, dove sono ancora visibili i ghirigori porno-esoterici lasciati da alcuni burloni dell’Ordine). D’altra parte l’orbita è sempre la medesima: quella della sacralizzazione del convivio fraterno, una costante che accompagna ogni forma di cospirazione. A differenza dei papi e dei grandi monarchi, che mangiano da soli con la sola compagnia di chi li serve, i membri della loggia a vario titolo alternativa mangiano insieme, si confrontano, litigano ma poi fanno la pace, testando costantemente la forza tutta adolescenziale della coesione. Ma a cosa servono i goliardi, i massoni di questa o quella obbedienza, gli gnostici, i rosacrociani, gli illuminati di ogni ordine e grado, fino ai seguaci di Baal e del Belfagorcinematografico? Si può tentare la ricostruzione estetica, psicologica e sociale di una genealogia cavalleresca che è giunta fino al presente attraverso schemi, forme, riti, iniziazioni e iconografie che guarda caso si somigliano tutte?

Sembra veramente che un filo rosso serpeggi lungo il tortuoso cammino della Storia, come in quelle filastrocche che si raccontano ai bambini per farli dormire (in questo caso, per tenerli svegli). La religione ufficiale era troppo dogmatica e amante dei roghi; ma i rituali restavano interessanti, coinvolgenti, quasi emozionanti, e così, cent’anni dopo lo svelamenti dei mistici Rosacroce e dei loro non meno enigmatici volantini disseminati per le strade di Parigi, un po’ più in là, a Londra, quattro gruppi di costruttori di cattedrali si unificarono creando la moderna Massoneria, una religione senza dogmi per uomini liberi, utopia e sogno di un luminescente parlamento della ragione. Fino a qui nulla di male, anzi. Ma la Massoneria, che nel frattempo aveva disseminato l’Europa di fermenti libertari, cominciò ad essere pure lei ingombrante, specie per i manager del Primo Novecento e delle sue frenesie: tutti quei movimenti da riprodurre, fedelmente, alla luce di poche e fioche candele (e poi troppe complicazioni, punti cardinali, bussole e mappamondi, squadre, compassi, grembiulini, guanti che si sporcano solo a guardarli). Però era bello contare su una rete internazionale di amici eleganti e solidali, e così fu forgiato (negli USA degli anni ruggenti) il Rotary, tanto per citarne uno tra i vari, ossia una Massoneria senza riti. Anche qui, nulla di male, iniziativa stupenda che fa pure beneficenza. Ma si sa, l’essere umano è incontentabile per natura.

La Galleria di Gian Domenico Ferretti all'interno di Palazzo Roffia - Firenze

Così il Rotary finì per essere una roba per soli vecchietti riuniti in serate di poesie dentro alberghi a cinque stelle, roba che per ovvie ragioni ai giovani universitari non dilettava certo. Ma era una gran goduria farsi belli con i frutti delle operazioni di borsa e il rombante Ferrari di papà parcheggiato in seconda fila. Così crearono, o meglio riesumarono, ovviamente sullo sfondo dell’Italia di oggi, quella del nepotismo e dei concorsi truccati, dove un ricercatore che denuncia il barone corrotto viene additato come un eroe della Repubblica, la Goliardia, un Rotary allegro, senza dentiere, per amanti delle gerarchie e delle cerimonie. Quanto al dress-code, nessuna variazione. Una divisa unica per tutte le occasioni. Stessi tabarri carbonari ovvero zimarre di pucciniana memoria, stesse giacche e cravatte devozionali, stesse coccarde con profusione di simboli d’arte e di mestiere (esclusi la falce e il martello, of course), stesse cooptazioni per non rompere la sacra catena della fraternità. Quanto ai nomi, nessuna sostanziale variazione: cavalieri, gran maestri più o meno venerabili, principi, padrini, decani, commendatori, governatori, e ovviamente fratelli, nonché compagni (non nel senso novecentesco). Ma soprattutto, stesse cene pantagrueliche a fine corsa, con una sola esile differenza: dopo le celebrazioni nel Celebre Caffè Risorgimentale di Turno (tanto per dirne uno, lo Stabilimento Pedrocchi di Padova, realizzato, guarda caso, dal massone Giuseppe Jappelli a metà Ottocento), la serata continua in discoteca. D’altra parte lo diceva un illustre cavaliere, forse pure lui templare: ma quale crisi, in Italia i ristoranti sono sempre pieni.

Indagati per tangenti, le Entrate licenziano due dirigenti. ( l’Ufficio Audit dell’Agenzia delle Entrate si e’ mosso con rapidità’)

La decisione dell’Ufficio disciplina dell’Agenzia riguarda Elio Borrelli e Christian David: «Venuto meno il rapporto fiduciario»

A Borrelli, difeso dagli avvocati Antonio Franchini e Loris Tosi, i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini contestano la corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio per aver incassato regalie in cambio di favori assieme al collega Massimo Esposito, direttore provinciale delle Entrate di Venezia, nel frattempo andato in pensione e quindi non più sanzionabile dal punto di vista disciplinare. Quanto a David, difeso dagli avvocati Marco Vassallo e Riccardo Bassi, dopo il pronunciamento del Riesame è rimasto in piedi solo uno dei tre episodi che gli contesta la Procura, quello nel quale Borrelli lo chiama in causa come aiuto interno per pilotare una verifica a favore di Cattolica Assicurazioni. Una decisione, quella che è stata notificata nei giorni scorsi a Borrelli e David da parte dell’Ufficio disciplina che fa capo alla Direzione centrale del personale delle Entrate, a suo modo eccezionale visto che spesso enti ed aziende attendono l’esito dei procedimenti penali prima di decidere sulla sorte lavorativa dei dipendenti indagati. L’Agenzia ha invece giocato d’anticipo, al tempo sospendendo i dirigenti e ora licenziandoli. Gli ex dirigenti potranno impugnare la decisione.

Nel provvedimento notificato a David si legge che «I comportanti e le attività sono sotto il profilo comportamentale e disciplinare di particolare gravità e si riverberano sull’elemento fiduciario che è alla base del rapporto tra dipendente e datore di lavoro», sottolineando come gli elementi raccolti permettono un giudizio indipendentemente dall’esito del penale e che si deve tenere conto anche del «disvalore ambientale che connota la condotta del dirigente in quanto modello negativo nei confronti degli altri dipendenti». David dimostra una «consapevole propensione ad agire con modalità poco consone al dettato dell’Agenzia» e durante il procedimento «non ha specificatamente contestato o negato l’accadimento o le modalità dei fatti posti a base del licenziamento ma ha solo reinterpretato la portata degli stessi». Analoghe motivazioni basate essenzialmente sulla rottura del rapporto di fiducia con l’Agenzia delle Entrate hanno portato al licenziamento anche di Borrelli. Nel provvedimento non si fa cenno ad eventuali danni causati dai dirigenti all’amministrazione del Fisco.

Quanto all’inchiesta, i pm stanno ancora lavorando sia sul fronte delle indagini, sia su quello dei patteggiamenti che alcuni indagati sono intenzionati a chiedere per uscire dal procedimento prima di un eventuale processo in aula.

«Il rapporto di fiducia non c’è più»: Elio Borrelli licenziato in tronco.

ll 63enne funzionario calaltino dell’Agenzia delle Entrate coinvolto nell’inchiesta “Fisco e tangenti” mandato via senza preavviso nonostante le indagini della Procura di Venezia siano ancora in corso.

Licenziamento senza preavviso, nonostante le indagini della Procura di Venezia siano ancora in corso, poiché è venuto meno il rapporto fiduciario. Lo ha deciso l’Agenzia delle Entrate a conclusione dei procedimenti disciplinari avviati subito dopo gli arresti, il 16 giugno, nell’inchiesta “Fisco e tangenti”, di Elio Borrelli, 63 anni di Calalzo, prima dirigente del Centro operativo di Venezia dell’Agenzia delle Entrate e dal giugno 2015 direttore provinciale delle Entrate di Pesaro-Urbino, e di Christian David, 48 anni di Monfalcone, dirigente a capo del settore riscossioni e controlli fino al 31 gennaio 2016 e poi alla guida dell’ufficio grandi contribuenti della Direzione regionale del Veneto.

A Borrelli, difeso dagli avvocati Franchini e Tosi, i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini contestano la corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio per aver incassato regalie in cambio di favori assieme al collega Massimo Esposito, direttore provinciale delle Entrate di Venezia, oggi in pensione e quindi non più sanzionabile dal punto di vista disciplinare. Quanto a David, difeso dagli avvocati Vassallo e Bassi, dopo il pronunciamento del Riesame è rimasto in piedi solo uno dei tre episodi che gli contesta la Procura, quello nel quale Borrelli lo chiama in causa come aiuto interno per pilotare una verifica a favore di Cattolica Assicurazioni.

Una decisione, quella notificata nei giorni scorsi a Borrelli e David dall’Ufficio disciplina che fa capo alla Direzione centrale del personale delle Entrate, a suo modo eccezionale visto che spesso enti ed aziende attendono l’esito dei procedimenti penali prima di decidere sulla sorte lavorativa dei dipendenti indagati. L’Agenzia ha invece giocato d’anticipo. Gli ex dirigenti potranno impugnare la decisione. Nel provvedimento notificato a David si legge che «I comportanti e le attività sono sotto il profilo comportamentale e disciplinare di particolare gravità e si riverberano sull’elemento fiduciario che è alla base del rapporto tra dipendente e datore di lavoro», sottolineando come gli elementi raccolti permettono un giudizio indipendentemente dall’esito del penale e che si deve tenere conto anche del «disvalore ambientale che connota la condotta del dirigente in quanto modello negativo nei confronti degli altri dipendenti».

David dimostra una «consapevole propensione ad agire con modalità poco consone al dettato dell’Agenzia» e durante il procedimento «non ha specificatamente contestato o negato l’accadimento o le modalità dei fatti posti a base del licenziamento ma ha solo reinterpretato la portata degli stessi». Analoghe motivazioni hanno portato al licenziamento di Borrelli.

Nel provvedimento non si fa cenno ad eventuali danni causati all’amministrazione del Fisco. Quanto all’inchiesta, i pm stanno ancora lavorando sia sul fronte delle indagini, sia su quello dei patteggiamenti che alcuni indagati sono intenzionati a chiedere.

GIUGNO 2017 – Le 77 “spiate” di Borrelli Responsabile Agenzia delle Entrate di Venezia per l’avvocatessa.

La Procura contesta all’ex dirigente delle Entrate accessi all’Anagrafe Tributaria per fornire all’amica notizie riservate di Sabrina Tomè – il mattino di Padova.

Non solo tangenti, ma anche un’attività di “spionaggio” attraverso la banca dati del Fisco. È la contestazione che la Procura di Venezia muove a Elio Borrelli, responsabile dell’Agenzia delle Entrate prima di Venezia e poi di Pesaro, finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte mazzette versate dagli imprenditori a funzionari pubblici per ammorbidire gli accertamenti fiscali. Il dirigente, secondo gli inquirenti che gli hanno contestato il reato di interferenze illecite nella vita privata, sarebbe entrato nell’archivio dell’Anagrafe Tributaria (o lo avrebbe fatto una persona che aveva in uso il suo codice fiscale) e avrebbe raccolto notizie riservate su alcune persone e società poi trasmesse a una conoscente. Lei è un’avvocatessa appartenente al Foro di Padova, Lorenza Cracco, il cui nome è finito a sua volta nell’inchiesta della Procura.

“Spionaggio” . Stando alle ricostruzioni degli inquirenti, il 20 maggio 2015 Borrelli trascorre l’intera mattinata al pc, impegnato a spulciare la banca dati dell’Anagrafe Tributaria: 77 le interrogazioni fatte tra le 9.38 e le 11.06. Ma quali sono i soggetti sui quali il funzionario dell’Agenzia si sofferma? Si tratta sia di persone che di società, tra quest’ultime figurano l’Azienda Agricola Racemi, la Meridiana Agri e la Masseria Cuturi. La masseria è un nome noto nel mondo economico, si tratta di un’azienda vitivinicola con sede in provincia di Taranto, culla del Primitivo di Manduria, partecipata da società riconducibili a Maria Rita Savastano (moglie dell’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli), poi uscita, e alla moglie di Bruno Vespa. Nella Masseria, ricostruiscono gli investigatori con le visure camerali, avrebbe avuto una partecipazione anche Lorenza Cracco (peraltro moglie di un altro big, il dentista padovano Paolo Rossi Chauvenet). Ma perché Borrelli va a visionare quei soggetti? Per fare un favore alla Cracco, secondo quanto viene contestato nell’ordinanza del gip Alberto Scaramuzza: «Emergeva in modo evidente che la Cracco aveva chiesto informazioni su soggetti e società rispetto alle quali aveva un diretto interesse». In cambio di cosa? Di un’attività per la fidanzata che Borrelli aveva già cercato di piazzare in Cattolica Assicurazioni. «Il fatto che avesse prospettato al Borrelli una possibilità di collaborazione della compagna del Borrelli col proprio studio, rappresentava il rapporto sinallagmatico di scambio di favori tra i due», sostiene Scaramuzza. Il giorno dopo gli accessi, il funzionario invia alla donna un sms: «Ho alcune notizie che ti possono interessare, quando vuoi la prossima settimana ci vediamo». Lei: «Dimmele subito». Lui: «Più opportuno dal vivo, niente di tragico comunque, ma porre attenzione».

Tangenti per mantenere i figli. Borrelli dunque, secondo la ricostruzione degli inquirenti, incassava promesse di lavoro per la compagna e mazzette per sè. Ed è accusato di aver preso soldi anche Massimo Esposito, pure lui referente dell’Agenzia delle Entrate di Venezia. In una conversazione del 4 novembre 2016 intercettata dagli inquirenti, i due avrebbero spiegato la prassi della mazzetta col fatto del “tengo famiglia”. «Gli indagati spiegavano i moventi della loro condotta illecita anche con le necessità familiari,

Parlando dei colleghi che non usano questo sistema perché non hanno figli», annotano gli inquirenti. Dice Borrelli a Esposito: «Perché non gli servono i soldi (…) non gli servono perché tanto non hanno figli (…) non tenunu un cazzo, non gli interessa niente dei soldi».

Banche venete: Zonin-Consoli, le accuse e le loro verità.Così i due padri-padroni delle Popolari hanno sempre negato le loro responsabilità.

Gianni Zonin e Vincenzo ConsoliGianni Zonin e Vincenzo Consoli

Le «baciate», lo scaricabarile e gli intrecci che dovevano portare Popolare di Vicenza a inglobare Veneto Banca. La Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario ha convocato per venerdì l’ex presidente di Bpvi Gianni Zonin, e l’ex amministratore delegato dell’istituto di Montebelluna, Vincenzo Consoli. Parleranno per la prima volta «pubblicamente» (è prevista la diretta tv) del crac che ha travolto le Popolari venete. Per i commissari sarà l’occasione di capire i meccanismi che portarono al tracollo, ma anche di chiarire il ruolo di Banca d’Italia. La posizione dei due padri-padroni degli istituti di credito, finora era emersa solo dalla trascrizione degli interrogatori ai quali li avevano sottoposti i magistrati che li accusano di aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di Vigilanza.

 

Il 21 ottobre 2016, l’ex Ad di Veneto Banca spiegò ai pm di Roma la sua posizione in merito all’acquisto di azioni con capitale finanziato. In Veneto Banca i finanzieri hanno scoperto baciate per almeno 350 milioni di euro. «Dire che questa era la prassi – spiegò Consoli – secondo me è un po’ esagerare (…) Mi sembra che recentissimamente l’Eba (l’Autorità bancaria europea, ndr) ha fissato delle regole su questo fronte. Se l’Eba ha ritenuto di fissare soltanto adesso delle regole, secondo me perché prima non c’erano». La tesi è questa: nessuno aveva mai contestato le baciate, neppure Bankitalia. Solo di recente è stato chiarito che questi finanziamenti sono illegali, se poi non li si dichiara nel patrimonio di vigilanza.

Ma a Consoli preme specificare soprattutto due cose. Innanzitutto non gli va di essere il capro espiatorio: «Immaginare che un uomo solo può governare una banca di 6.500 persone, di dieci aziende che hanno consigli di amministrazione autonomi (…) cioè io sarei un Padreterno, sarei!». La seconda emerge nettamente dall’interrogatorio del 21 ottobre 2016, quando accusa Bankitalia di aver fatto pressioni perché Veneto Banca si lasciasse fagocitare da Popolare di Vicenza: a novembre 2013 «arriva un’ispezione eccessiva, non sta nè in cielo nè in terra che Veneto Banca sia trattata in quella maniera lì. Ma la cosa che più mi ha colpito, mi è arrivata anche la lettera del governatore della Banca d’Italia che dice: “Cari signori, non siete capaci, avete un credito che non funziona, finanziate capitale e quindi andate tutti quanti a casa e vi trovate un partner adeguato”». E il partner «si scopre che è la Banca Popolare di Vicenza».

Il 27 dicembre Consoli incontrò Zonin, che lo informò che il piano prevedeva che «nessuno che rappresenti Veneto Banca dovrà entrare nel nuovo Cda». Lui, naturalmente si rifiutò: «Ma tu non puoi estromettere la componente di 80mila soci di Treviso dal governo del nuovo gruppo. Zonin disse, senza mezzi termini: “Signori, facciamo così perché se no telefono al governatore”». Quindi, stando a Consoli, Zonin era spalleggiato da Bankitalia e «in quel momento PopVicenza sembrava fosse la banca che doveva prendere tutto». Diverso l’atteggiamento di Zonin (nella foto accanto) di fronte ai pm di Vicenza. L’ex presidente di Bpvi ha sempre detto di aver scoperto l’esistenza delle baciate (per oltre un miliardo di euro) soltanto il 7 maggio 2015 «durante il mio incontro con l’ispettore della Bce Emanuele Gatti». Fu lui – sostiene – a specificare «che si trattava di cifre importanti» e fu sempre Gatti a rivelargli la questione dei fondi lussemburghesi «che erano la cosa che mi dava più fastidio perché l’ispettore aveva ipotizzato un comportamento truffaldino da parte di qualcuno». Su una cosa Zonin e Consoli la vedono allo stesso modo: non erano loro a decidere. L’ex presidente di PopVicenza ricorda di aver chiesto conto di quanto stava emergendo al Dg Samuele Sorato che, di fronte alle accuse «non ha parlato, l’unica cosa che ha chiesto, dopo che gli avevo manifestato la mia intenzione di interrompere il rapporto, è stato, “adesso io che lavoro faccio?”. Al che gli ho consigliato di dare le dimissioni in quanto era meno traumatico per la banca».

Salvataggio delle banche venete: “ma mi faccia il piacere”! I veneti costretti a regalare la parte buona di BPVi e Veneto Banca e in più 5 miliardi a Intesa Sanpaolo

Chi ha salvato le banche venete? Banca intesa? Il governo italiano? No di certo, ed in modo inconfutabile. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca o, meglio, quel che è rimasto le hanno salvate i loro soci, con i loro risparmi, i truffati, quelli che già avevano perso tutto. E nonostante questo sforzo immane, nemmeno viene riconosciuto il loro ruolo, ed anzi sono derisi, anche da parte della se non altro inefficiente Banca d’Italia. Nessuno, ma proprio nessuno che dica loro un grazie, ma nemmeno che appunto dica le cose come stanno.

E dà un grande fastidio che si dica che lo stato ha salvato i veneti, quando non è proprio vero. I veneti o, meglio, i soci delle due banche ne hanno sostenuto l’onere, e sono anche sbeffeggiati. Banca d’Italia in piu occasioni ha confermato che dovevano essere essi stessi da soli a vigilare sui prezzi delle azioni; che alla vigilanza sulla gestione ci pensava Bankitalia, e si è visto come, con i suoi oltre 10.000 dipendenti strapagati.

Ma torniamo alla beffa. Non è lo stato italiano che ha salvato le due banche venete, ma i loro stessi soci, che anche in questo caso sono stati usati. Che strano destino, il nostro. Siamo proprio dei mona. 
Lo stato italiano ha solo anticipato, e si tratta di un vero e proprio aiuto di stato camuffato ad Intesa Sanpaolo, che con il Veneto non c’entra proprio nulla se non averne fatto già terra di razzia ai tempi di Banca Cattolica, poi Ambroveneto, quindi Intesa.
Vediamo come sono andate le cose. C’erano due banche in difficoltà, ma non certamente, sia pure in maniera diversa, in stato fallimentare. Il governo è voluto intervenire, nonostante altre opzioni allora ancora possibili, decretando il fallimento di fatto delle due banche e individuando il Cavaliere bianco in Banca Intesa, ben desiderosa di essere coinvolta, spacciando un aiuto di stato come aiuto ai veneti. Banca intesa aveva circa 4000 dipendenti da dismettere?
Ecco pronto il contributo dello stato italiano di 5 miliardi che in misura ridotta sarebbe servito anche alle dismissioni di dipendenti delle due venete. Ed allora, oltre al prezzo di euro 0.50 per banca, ecco il contributo aggiuntivo di 5 miliardi. Il che significa che le due banche, o meglio la crema delle due banche, che appunto Intesa ha scelto di fiore in fiore per i crediti e pagato zero per la clientela, milioni di conti correnti buoni, attivi e passivi, sono state valutate in modo negativo, appunto per 5 miliardi. Una follia. E qui è intervenuto lo stato che ha appunto spacciato un aiuto di stato in aiuto ai veneti. E il bello è che non si tratta di un aiuto a fondo perduto. Guarda caso, lo pagano i soci delle due banche. Lo stato ha solo anticipato i soldi. L’importo lo stato lo ha fatto mettere per legge in prededuzione, il che significa che prima di tutti i creditori delle due banche in Lca (Liquidazione coatta amministrativa) sara pagato lo stato. Altro che regalo ai veneti! Alla fine li pagano i soci delle due banche, cui dovrebbe andare il residuo della liquidazione. O al massimo i creditori chirografari, che altro non sono che i fornitori, per lo più locali. 
Ma stridono più cose, in tutto questo. La prima cosa è che i quattrini li ha solo anticipati lo stato. Li pagheranno alla fine i soci delle due banche venete o al massimo i fornitori.
La seconda cosa è l’aiuto di stato camuffato, anche se la Bce aveva detto di no, concesso a intesa. L’ultima cosa è che le attività buone delle due banche venete sono state valutate in negativo per 5 miliardi. Anche il più tonto é capace di fare affari così. 
Ma alla fine, al di là di ogni considerazione su tutta la vicenda, almeno si abbia la decenza di non dire che lo stato ha salvato i veneti, ma “mi faccia il piacere!. É proprio vero il contrario. I veneti hanno salvato o, meglio, aiutato Intesa. E buona pace per la giustizia.

 

“COSI’ HO FATTO CHIUDERE IL CONTO DEI MASSONI BENEDETTO DA BOSCHI JR.”

Ede Padovani dirigeva la Filiale di Etruria nella quale transito’ un milione riciclato da Carboni: “mi insospettii e lo segnalai.Ora non sono tranquilla”.

Eda e’ una donna esile , ma deve essere fatta di materia resistente. “Alla fine le cose me le lascio scivolare sopra. Sono fatta cosi'”, dice con voce quasi allegra: Gli occhiali hanno una montatura leggera e i capelli corti freschi di parrucchiere. Questa Signora, Ede Padovani, e’ la vice Direttrice in una Filiale della Vecchia Banca dell’Etruria; nel 2014 ha osato sfidare la Famiglia Boschi e una banda di faccendieri evitando all’Istituto per cui lavorava da 34 anni di essere coinvolto nell’ennesima inchiesta (questa volta per riciclaggio). Ma ha risparmiato problemi anche a se stessa. “Su internet ho visto che un collega di un altro Istituto e’ stato denunciato e finito a processo”, Stefano P. non aveva segnalato ai suoi superiori e all’antiriclaggio movimenti sospetti su un conto su cui planarono 4 milioni di Euro. Quel conto era intestato alla compagna del bancarottiere Flavio Carboni., con lui imputata nel processo sulla cosiddetta P3.

IL GIRO DEI SOLDI

Il presunto denaro sporco di Carboni e’ passato anche da Banca Etruria su un conto intestato a un’Azienda di imballaggi, la Geovision s.r.l.. A garantire per i nuovi clienti con la Polvani all’epoca Direttrice dell’Agenzia 12, quella dei clienti che contano , era stato un collega, l’addetto al controllo dei costi, Emanuele Boschi. Il fratello del Sottosegretario Maria Elena. Era il Giugno 2014. Negli stessi giorni il Babbo di Emanuele , Pier Luigi , all’epoca Vice Presidente della Banca , faceva avanti e indietro con Roma per trovare Partner finanziari e un Direttore Generale nella tana del lupo, nell’ufficio romano di Carboni in Via Ludovisi. Per una coincidenza quei locali appartengono ad una famiglia aretina , per la precisione ai cugini dell’Avvocato Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo e membro del CSM in quota PD. O meglio in quota a Boschi.

E cosi’ mentre Pier Luigi entrava in uno degli uffici più’ attenzioni d’Italia , il figlio Emanuele telefonava alla Polvani per garantire per la Geovision : “Avrebbe fatto un buon lavoro con la banca visto l’enorme fatturato che produceva”, disse. In realtà’ la sgangherata Geovision (la principale attività’ erano le false fatture) falli’ appena due anni dopo, “io questi signori non li conoscevo e visto che me li aveva segnalati il mio collega presi una cartellina azzurra di questo che sul tavolo e segnai chi me li aveva presentati “. Sopra la cartoncino la donna appunto’ il nome dell’Amministratore e aggiunse questa nota: “Amico di famiglia di Emanuele Boschi“. La signora ci rimargina sopra e ci confida che in 34 anni e’ rimasta fregata solo due volte per “le raccomandazioni”dei colleghi. Una e’ stata quella di Boschi JR.

Dai piani alti della Banca iniziano le pressioni per far sbloccare un fido alla Geovision srl pur in assenza della documentazione necessaria: La Direttrice inizia  a sentire puzza di bruciato: “non e’ stato difficile capire che c’era qualcosa che non andava :quanto un conto arriva dall’estero un importo del genere (quattro tonici dell’importo di Euro 923.000,00 in una settimana) e riparte immediatamente , insospettisce”. I bonifici in questione provenivano da una società’ anonima svizzera la Dumar , e i soldi, per gli inquirenti , sarebbero frutto di una gigantesca evasione del pagamento dell’Iva.. Gran parte di quel denaro venne girato a Maria Laura Scanu Concas. Polvani decide di cercare quel nome su internet :”e ho scoperto che era la moglie di Carboni. Per questo con un collega siamo subito andati a controllare la Ditta. Non lo avevo mai fatto prima”. E ha avuto la conferma dei cattivi presagi.

LA SCOPERTA

L’azienda era un capannone fatiscente . Qui era entrato anche Pier Luigi Boschi con la sua Punto blu aziendale per incontrare il massone Valeriano Mureddu, il braccio destro di Carboni. La Polvani diventa sempre più’ più’ dubbiosa. . “Anche perche’ una collega mi disse di aver visto un vecchio cliente un intrallazzone”, uscire dalla Direzione Generale. Ma a me quel nome diceva qualcosa. Era uno dei destinatari dei bonifici che uscivano dal conto aperto dagli amici di Carboni. A questo punto la donna si fa coraggio e decide di denunciare le strane operazioni al servizio antiriclaggio. Prendendosi qualche rischio: “se fai una segnalazione sbagliata, ti chiamano e ti dicono pallina ma che cosa combini? Che ci stai a fare li’?”Non e’ difficile immaginare che cosa potesse significare accusare”l’amico di famiglia di Emanuele Boschi“.

Ma alla fine la Direttrice aveva visto giusto e il conto venne chiuso d’imperio. L’unico momento di imbarazzo lo ebbe quando incontro’ Emanuele Boschi al bar e gli disse che aveva dovuto far chiudere il conto dei suoi amici: “lo vidi un po’ giu’, non era come sempre e anche io ero un po’ a disagio”, ammette la Polvani. E babbo Boschi? “Lui lo conosco solo di vista”. La direttrice nel settembre 2016 ha raccontato nei dettagli questa storia agli investigatori della Guardia di Finanza , ma la Procura non ha ritenuto di fare approfondimenti e nessun membro della Famiglia Boschi e’ stato sentito come testimone . In compenso alla sbarra e’ finita proprio la signora. Per colpa delle famigerate obbligazioni subordinate che il Consiglio di Amministrazione di cui faceva parte Boschi senior ha deciso di emettere : “io ho la coscienza a posto , la Consob aveva dato l’autorizzazione , la mia banca pure e c’era un prospetto che diceva di rivolgere la vendita al pubblico indistinto. Purtroppo ora devo difendermi da un’accusa di truffa aggravata “. Ma la direttrice si e’ pentita di aver fatto chiudere il conto utilizzato da Carboni?Gli occhi si abbassano un po’ : “non sono mica tanto tranquilla con questa gente qua”.

la verità’ -giacomo amadori – sul quotidiano vengono pubblicati i movimenti del conto Geovision srl riconducibili al faccendiere Carboni.

Giorgio Ambrosoli e il fallimento della Banca privata italiana di Michele Sindona. La Prima relazione del commissario liquidatore (FONTI E DOCUMENTI)

Indice dell’articolo

Abstract

Alla fine degli anni Sessanta, il banchiere Michele Sindona introduce nell’economia italiana nuovi strumenti che nascondono un sistema globale basato sul controllo di società finanziarie con sede in paradisi fiscali in Europa. Nel 1972 avvia la fusione di Banca unione con Banca privata finanziaria per creare la Banca privata italiana. Nel 1974, anche a seguito del fallimento della Franklin National Bank, naufraga il tentativo di innalzare il capitale della Finambro e rifinanziare la Banca privata italiana. Nella “Prima relazione”, qui pubblicata e analizzata, il liquidatore Giorgio Ambrosoli ricostruisce le cause e le responsabilità di Sindona nel crack bancario che porteranno ai processi per bancarotta in Italia e negli Stati Uniti.

Dall’impero di Sindona ai castelli di carta: il contesto della Prima relazione[inizio pagina]

Il 24 settembre 1974, il presidente della Camera Sandro Pertini denuncia in apertura di seduta che il Parlamento è stato tenuto all’oscuro dell’affare Sindona e che il governo ha steso un velo pietoso sulla questione. Lo stesso giorno, al pomeriggio, nelle stanze della Banca d’Italia, viene decisa la liquidazione coatta della Banca privata italiana. La sera del 24, un funzionario di Bankitalia convoca per l’indomani Giorgio Ambrosoli ad una riunione con il governatore Guido Carli, il suo nome è stato segnalato in via Nazionale dall’avvocato Storoni e dal professor Tancredi Bianchi che presiede il collegio dei sindaci del Banco di Roma [Ambrosoli 2009, 76]. L’avvocato Ambrosoli, esperto in procedure fallimentari, spera di poter lavorare assieme ad altri componenti del gruppo di tecnici ormai collaudati che si sono occupati della liquidazione della Società finanziaria italiana – il più grande fallimento della storia economica italiana dal dopoguerra – ma nel corso della riunione apprende di dover svolgere la funzione di “unico commissario liquidatore”. Prima di insediarsi nella sede milanese della banca in via Arrigo Boito 10, Ambrosoli chiede l’aiuto di Pino Gusmaroli, esperto di mercato borsistico e degli avvocati Tino e Pollini (cfr. Prima Relazione del Commissario liquidatore della Banca Privata ItalianaII. 2.d.5).

Accettare l’incarico di liquidare un istituto bancario con una vocazione internazionale significa per Ambrosoli inserirsi in quel delicato crocevia che è il rapporto tra decisioni politiche collettive e alta finanza, o meglio, sulle ricadute delle decisioni dell’establishment finanziario italiano sulla politica e sulla collettività. La stesura della Prima relazione del commissario liquidatore è il primo atto ufficiale dell’affaire Sindona, il primo atto pubblico di una vicenda che è stata gestita in gran parte a livello ufficioso o discrezionale (come per le decisioni del Governatore di Bankitalia Carli), o riservato. Sempre sotto i riflettori della stampa e dei rumors del mercato; riflettori accesi e spenti sotto l’attenta regia di Sindona, per abbagliare o confondere tanto gli operatori di borsa quanto gli ignari risparmiatori.

La liquidazione coatta della banca di Sindona coinvolge la rete di rapporti internazionali che il banchiere di Patti ha pazientemente costruito con i banchieri londinesi Hambro e la Continental Illinois Bank and Trust Company, guidata da David Kennedy segretario del Tesoro nell’amministrazione Nixon. La storia professionale di Sindona era nata come attività di esportazione di capitali all’estero e si era potenziata con l’acquisto dei pacchetti di controllo della Banca unione e della Banca privata finanziaria. La promozione da fiscalisca di successo a finanziere – poi banchiere di grido – ha come costante l’attività internazionale. L’attività bancaria di Sindona si sposta verso l’estero per la fondazione di società di controllo del gruppo ma anche per rapporti con istituti bancari in Svizzera e nei paradisi fiscali europei.

Il successo repentino del sistema Sindona suscita invidie e sospetti sull’origine dei capitali che hanno contribuito a formare questo impero internazionale. Nel corso dell’Opa Bastogi, la prima offerta di pubblico acquisto in Italia nel ’71, Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, ostacola l’offerta giovandosi del possesso di un pacchetto di azioni della società e influenzando gli azionisti del sindacato di voto. L’operazione vedrebbe un ingresso massiccio di capitali stranieri, assegnando a Sindona una posizione dominante:

Il grande disegno fu concepito nel 1971. Sindona mirò all’acquisizione del controllo della Centrale e della Bastogi e alla loro fusione, all’acquisizione del controllo della Banca nazionale dell’agricoltura. […] Se il programma fosse stato realizzato si sarebbe costituita una delle maggiori, forse la maggiore, delle società finanziarie europee. Ne sarebbe derivata una concentrazione di potere esorbitante la capacità di controllo di un sistema formato dall’intreccio di disposizioni vetuste, concepite agli albori del capitalismo italiano [Carli 1995, 236].

Ed ancora:

combinando acquisti privati e acquisti sul mercato, il più delle volte mediante interventi di non residenti, Sindona acquisì o fu prossimo ad acquisire il controllo della Italcementi, quindi dell’Immobiliare, quindi della Riunione adriatica di sicurtà, dell’Assicurazione italiana, della Banca provinciale lombarda, del Credito commerciale, dell’Istituto bancario italiano [Carli, Cantoni 1979, VII-XXIII].

Accettando il suo incarico di commissario liquidatore Ambrosoli entra nel pieno dello scontro che si consuma tra capitale nazionale e spinte all’internazionalizzazione, che comprendono lo scontro in Italia tra finanza laica e finanza cattolica, tra banchieri legati all’establishment fascista e brasseur d’affaires come Sindona [Panerai, De Luca 1975, 65].

Le operazioni che Ambrosoli si appresta a ricostruire seguono un corso differente rispetto alle normali procedure fallimentari per la nuova natura dell’istituto di Sindona: tempi frenetici nei cambi di divisa proiettati su scala internazionale – se non globale, alla velocità delle borse e delle telescriventi. La difficoltà nella ricostruzione è tanto maggiore in Italia per la mancanza di organi di controllo alla stregua della Security Exchange Commission (Sec) statunitense le cui mansioni sono svolte dalla Banca d’Italia e successivamente dalla Consob (che vede la nascita in seguito al crack delle banche sindoniane). La dislocazione del gruppo rende difficoltosa la verifica delle attività da parte delle autorità: la legislazione italiana non possiede strumenti per inseguire patrimoni all’estero sotto forma di aziende o scatole che contengono società che fungono da mera merce di scambio[1]. Ricostruire la vicenda degli istituti bancari del finanziere significa guardare nell’ambito del mercato azionario, nel mercato sindoniano delle aziende, negli incroci azionari che il banchiere costruisce alle spalle di ignari risparmiatori.

Sul finire del ’71 gli Hambro si distaccano da Sindona per l’indebitamento dei suoi istituti bancari e per alcune operazioni non autorizzate che coinvolgono società appartenenti al loro gruppo. Tra la fine dell’agosto e il settembre dello stesso anno il governatore Carli dà l’avvio ad un’ispezione che denuncia gravi irregolarità nella contabilità di Banca unione e Banca privata italiana: gli ispettori della Banca centrale propongono il commissariamento dell’istituto secondo quanto previsto dall’articolo 57 della legge bancaria. Nonostante molte voci di critica – compresa quella dello Ior che vedrebbe toccati i propri interessi, Carli decide di segnalare alla magistratura le irregolarità che costituiscono degli illeciti penali, ma non avvia il commissariamento delle banche sulla scorta della grave situazione in cui versa la lira, confidando in un ripensamento del suo modus operandi.

Dopo la sconfitta della Banca nazionale dell’agricoltura e l’Opa Bastogi[2], Sindona aveva iniziato a concentrare la sua attività nel mercato statunitense dove poteva giovarsi dell’appoggio dei circoli massonici italo americani legati a Cosa Nostra [Lupo 2008, 249] e della “sponda” anticomunista [Flamigni 2005, 141]. Con un robusto flusso di capitali di 40 miliardi che gravitano tra Banca privata, Banca unione e Privat Kredit Bank, Fasco e Amicor (società riconducibili a Sindona), viene acquistato nel ’72 il pacchetto di controllo della Franklin New York Corporation [Spero 1980], proprietaria della Franklin National Bank (II.1.c.2). Anche se il banchiere si concentra sui mercati esteri lavora attivamente per riorganizzare le partecipazioni italiane: la Edilcentro-Sviluppo, la Banca di Messina, la Generale immobiliare e le banche milanesi.

Sindona progetta di rilanciare il suo gruppo attraverso un aumento di capitale della Finambro (II.1.g.5II.1.i.1II.1.i.2[3], da un milione di lire (capitale minimo per la quotazione di un’azienda) a 160 miliardi, ma l’aumento deve essere approvato dal Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (Cicr). Con il ricavato della vendita di società non strategiche – di cui il gruppo possiede la maggioranza – e dalla cessione di quote eccedenti il 51% di alcune altre, vorrebbe dar vita a una holding di respiro europeo, ma la caduta del governo Andreotti nel luglio del ‘73 ratifica il crollo del suo impero finanziario. Nonostante le forti pressioni politiche, Ugo La Malfa, ministro del Tesoro del nuovo esecutivo presieduto da Mariano Rumor, non accorda l’autorizzazione all’aumento di capitale che dovrebbe passare dal Cicr. La Procura della Repubblica di Roma aveva informato il 21 settembre in via riservata il ministro del Tesoro e il governatore che era stata presentata una denuncia dalla quale risultava che la Finambro aveva negoziato titoli in Borsa prima dell’autorizzazione. Bankitalia precisò che la richiesta di aumento di capitale della Finambro escludeva anche per il futuro contrattazioni nel mercato ufficiale[4].

Nel marzo del 1974 la Franklin dà le prime avvisaglie di crisi. Il banchiere corre ai ripari chiedendo al Tesoro un altro aumento di capitale questa volta per la Banca unione che vuole fondere con la Banca privata. La partita sembra volgersi a suo favore con la nomina di Barone (vicino alla corrente di Giulio Andreotti) ad amministratore delegato del Banco di Roma. Sindona chiede al Banco la concessione di un prestito di 100 milioni di dollari per la Generale Banking Corporation, garantendolo con il 51% delle azioni della Banca unione e da titoli della Generale immobiliare[5]. L’operazione va in porto, Sindona convince i vertici del Banco, Ventriglia e Guidi, che il 20 giugno autorizzano il versamento della una prima tranche (rivelatasi illegittima per mancanza di autorizzazione e perché transitata attraverso il Banco di Roma Nassau). Voci sempre più insistenti denunciato perdite ingenti nelle società di Sindona a causa di irregolarità nelle procedure contabili, il Banco di Roma concede la seconda tranche del prestito, si scatena un dibattito politico che vede un’interrogazione parlamentare (D’Alema-Peggio, 5 luglio). L’unica alternativa al fallimento secondo il governatore sarebbe un’acquisizione da parte del Banco di Roma d’altra parte già impegnato con il prestito.

Nel luglio dello stesso anno uno stuolo di dirigenti del Banco di Roma si insediano nella Banca unione ma la Banca privata resta in mano a Sindona che ne ha fatto la parte operativa del suo sistema. L’intervento dei funzionari del Banco di Roma non consente di appurare con tempestività la situazione che viene documentata dai rapporti degli ispettori di Bankitalia. Quando i vertici del Banco di Roma comunicano a Carli la gravità della situazione e l’irreversibilità del danno chiedono nel contempo un indennizzo di 35-40 miliardi per il servizio reso alla stabilità del sistema. A seguito dell’autorizzazione ministeriale, la Banca d’Italia concede la fusione di Banca unione e di Banca privata che confluiscono nella Banca privata italiana. Sul finire di agosto le comunicazioni tra il Banco di Roma e il governatore si fanno più pressanti perché emerge in tutta la sua gravità la situazione in cui versa l’istituto.

Il 28 agosto il Banco di Roma comunica che la Banca privata italiana ha debiti per 98 milioni di dollari, di cui 37 in depositi fiduciari di circa cinquecento intestatari i cui nomi sono registrati nel misterioso “tabulato dei 500”. Il governatore dispone che tali depositi siano restituiti per salvare la credibilità del sistema su cui incombe lo scandalo delle banche tedesche Herstt e Wolff di Sindona chiuse il 26 agosto per insolvenza. Il 3 settembre Ventriglia comunica a Carli che il disavanzo dell’istituto di Sindona ammonta a 168,4 miliardi di lire.

I vertici di Bankitalia propongono a Sindona di vendere la Banca privata italiana al prezzo simbolico di una lira ottenendone un secco rifiuto. Carli progetta allora la creazione di un consorzio delle banche di interesse nazionale[6] che coinvolgerebbe il Banco di Roma, la Banca commerciale, il Credito italiano e l’Istituto mobiliare italiano per dare vita alla Banca d’Oltremare. Il progetto naufraga per l’opposizione del presidente dell’IRI Petrilli[7] che non vi intravede carattere di utilità in nome del paese. Continuano i prelievi massicci agli sportelli. Alla fine di settembre si rende necessaria la dichiarazione di fallimento dell’Istituto.

Dal rapporto tecnico del liquidatore alla riflessione storica[inizio pagina]

La Relazione del commissario liquidatore è un documento di sintesi che nasce dai «diari tenuti dal commissario e dal consulente della procedura» e racchiude il lavoro svolto nei primi sei mesi di incarico (I.1II.1.d.1). Dalla sua lettura emergono problematiche che ne fanno un documento da leggere storicamente a più livelli.

L’istituto bancario di cui si occupa Ambrosoli ha una storia singolare quanto lo sono le modalità con cui ne entra in possesso Michele Sindona. La Banca privata italiana è il frutto della fusione di Banca privata e di Banca unione, due istituti con origini e clientele differenti, la prima annovera al suo interno una clientela più selezionata della seconda (dove il direttore Ugo De Luca può sperimentare nuove tecniche nell’ampliamento del portafoglio). Le due banche registrano una crescita vertiginosa dopo pochi semestri della nuova amministrazione. I canali principali di finanziamento sono tre. Tramite De Luca Sindona inizia a far conoscere l’attività della sua banca anche fra i dipendenti delle sue aziende. Una coraggiosa e moderna politica di compartecipazione dei dipendenti unita ad un’alfabetizzazione sugli strumenti bancari (condotta a volte dentro gli stabilimenti delle proprie aziende) permettono a Sindona di mostrare le potenzialità del sistema bancario con tassi di interesse maggiori che nei più tradizionali libretti di risparmio postale. In questo modo i due istituti si garantiscono introiti freschi e continui dai propri dipendenti, avendo a disposizione una massa critica di capitali da far fruttare in Borsa. Il secondo canale di finanziamento sono le famiglie di industriali della Milano del dopoguerra, questa quota del portafoglio clienti la eredita da Moizzi, proprietario della Banca privata finanziaria. Dal ’68, Sindona sferra il suo attacco in direzione della Banca unione controllata dalla Bastogi, dai Feltrinelli e dallo Ior [Simula 1974, 80]. Il controllo del piccolo istituto bancario lo lega agli azionisti storici come lo Ior che ne controllano il capitale e che apprezzano l’anticomunismo militante del banchiere di Patti. La famiglia Feltrinelli gli cede le sue quote nell’Unione per la prossimità tra i pacchi azionari dello Ior che erano motivo di disagio per la parentela con l’editore Giangiacomo Feltrinelli. L’ultima prestigiosa tipologia di clienti è costituita dagli enti pubblici che possono giovarsi di tassi di credito agevolati. Non tutti ricevono lo stesso trattamento. Altro canale è dato dalle partecipazioni azionarie con l’Istituto per le opere di religione che gli cede una parte del pacco azionario ma che gli apre la strada a ben altri affari permettendogli di intercettare capitali oltre confine e oltremare impensabili per Sindona[8].

Pochi mesi prima del crollo delle banche, Sindona offre un’immagine di re Mida che concede dividendi mai visti e che trasforma in oro tutto quello che tocca. Vi sono due Sindona, quello pubblico – che ha costruito sapientemente il suo impero dal nulla, oggetto del chiacchiericcio un po’ risentito dei colleghi banchieri, della stampa specializzata e degli operatori di Borsa, e il secondo che viene smascherato a partire dal lavoro di Ambrosoli. Il suo impero appare ramificato e solido, ma l’immagine che ci consegna Ambrosoli è differente, anche se in uno stadio iniziale del suo lavoro, perché si sforza di delinearne i confini e il meccanismo che lo porta al tracollo. Accertare il passivo della Banca privata italiana significa per Ambrosoli dimostrare quante siano le scatole societarie vuote, quale sia il disavanzo reale, confrontare la realtà contabile – appurando le posizioni di credito di soggetti giuridici e non – salvando nel contempo la credibilità del sistema citata nel testo in quattro occasioni (II.1.bII.1.c.1). Il commissario liquidatore spiega nell’introduzione:

il fallimento di una banca agente con l’estero è fatto ben diverso dal fallimento di una azienda industriale per importante che sia. La sola interruzione del lavoro il distacco dei contatti elettrici denunziano e costituiscono la fine dell’azienda anche prima della sentenza dichiarativa del fallimento mentre, per contro, non basta il decreto di messa in liquidazione a fermare la vita di una azienda di credito i cui rapporti con i terzi sono in tale continua mobilità anche dopo sei mesi dall’accertamento del dissesto da far sentire ancor vivo l’organismo a chi in esso opera anche se per liquidarlo (I.1).

L’impero di Sindona nel marzo del 1974; adattamento da «Corriere della Sera», 9 ottobre 1974.
L’impero di Sindona nel marzo del 1974; adattamento da «Corriere della Sera», 9 ottobre 1974.

La vita di un istituto bancario è simile a quella di un organismo vivente, Ambrosoli non si limita a quest’affermazione ma indaga sui costituenti arrivando agli organi e ai tessuti. Anzitutto le risorse umane che permettono alla macchina-organismo di funzionare. La procedura di liquidazione non si limita ad accertare lo stato di passivo e a “far di conto” per rendere quanto dovuto ai creditori, ma si pone nell’ottica di una continuazione delle attività in essere. All’atto del suo insediamento la banca possiede un organico di 587 (II.1.d.1) dipendenti distribuiti su quattro sportelli, a dimostrazione della strategia di Sindona che tendeva ad accentrare le attività del gruppo [La Ferla 1976]. La dimensione delle risorse umane spiega il volume di affari che gli istituti gestiscono.

Ambrosoli trova una posizione irregolare e confusa nella contabilità dell’istituto. Grazie all’aiuto delle banche di interesse nazionale – che dichiarano da subito la disponibilità ad assumere i dipendenti della Banca privata italiana accollandosi un contingente di 230 impiegati (II.1.d.3), decide di non procedere a licenziamenti per fruire di una maggiore collaborazione del personale (IV.1.c). Al contrario vengono licenziati 14 dirigenti che avevano a carico degli avvisi di reato emessi dal pubblico ministero.

La dislocazione degli istituti in soli quattro sportelli, a fronte del volume di capitali gestiti, indica uno spostamento del baricentro delle attività del gruppo in altri sistemi societari complessi. Il commissario parla di «mobilità del sistema», non solo perché il lavoro della banca è basato sulla movimentazione di capitali, ma per la rete che intrattiene al di fuori dei suoi uffici violando la legge bancaria. Ambrosoli scopre che il centro di gravità degli affari di Sindona non è collocabile solo negli istituti ma nella collaborazione tra le finanziarie che si trovano nei paradisi fiscali europei come la Fasco A.G. in Lichtenstein. Sindona si sforza di controllare il maggior numero di società sfruttando il meccanismo della maggioranza dei pacchi azionari. Il controllo non è mai diretto ma passa per molteplici passaggi. La relazione di Ambrosoli rende conto di questo meccanismo elusivo.

Liquidare in maniera tradizionale la banca equivarrebbe ad eliminare la vitalità di un organismo che fa parte del tessuto economico del paese. La procedura dovrebbe restituire quanto dovuto ai creditori ma la banca in questione è un organo che dà lavoro e che è in comunicazione costante con altri sistemi. Da qui la lunghezza del rapporto che si occupa prima di ricostruire questa comunità di intenti, poi di procedere alla liquidazione.

La complessità della contabilità delle due banche non permette di fornire dei calcoli attendibili. Il ragionier Fignon dopo sei mesi di inteso lavoro non può che fornire delle stime (anche per il fatto che durante la liquidazione le società legate alla banca e la Fasco AG sono ancora in attività). Ambrosoli dirama un comunicato per tranquillizzare il ceto creditorio ed evitare turbative di mercato (II.1.a.1). Risolve il problema della liquidazione di borsa che in Italia aveva cadenza mensile rassicurando il Comitato degli agenti di cambio.

Il commissario cerca la collaborazione delle banche di interesse nazionale temendo che il prolungarsi della formazione dello stato passivo richiederebbe tempi assai lontani rispetto ai sei mesi previsti dalla normativa, con il rischio che le banche debbano surrogare i crediti che poi la liquidazione sarebbe costretta a contestare. Nel fare questo assicura alle banche che i crediti nei quali si fossero surrogate sarebbero stati iscritti nello stato passivo. Ambrosoli chiede inoltre di essere autorizzato ad eseguire i contratti di cambio in essere presso la banca. Vengono compensati tutti i contratti ritenuti validi per assicurare la credibilità del sistema anche in deroga alla convenienza nelle procedure di liquidazione (II.1.c.1). Già dopo due mesi la mole e i ritmi di lavoro sostenuti gli consentono di liquidare i primi creditori dell’istituto (II.1.b.2).

Vengono esclusi dalla surroga del credito coloro che sono ritenuti responsabili del dissesto o ancora coloro che avessero legami con il precedente gruppo di controllo della Banca privata italiana (II.1.b.3).

Nel corso delle procedure Ambrosoli appura come siano stati concessi interessi particolari ad alcuni clienti dell’istituto. Sembrando «iniquo e pericoloso» applicare gli interessi al tasso legale, li uniforma al tasso impostato dal Calcolatore del Centro contabile della banca. Questa scelta richiede uno sforzo da parte delle banche del consorzio che si accollano l’onere della differenza di interessi tra i tassi di cambio applicati fra il 27 settembre e la data della surroga (II.1.b.4). Le banche di interesse prendono in surroga anche i crediti degli agenti di cambio che si sono esposti per via della particolare organizzazione del mercato italiano (II.1.a.1). Non si dà esecuzione a contratti con banche estere, come per la Franklin Bank di New York nonostante la fama dell’istituto (II.1.c.2), o come nel caso della Bank of Nova Scotia (II.1.c.3) o dello Ior che viene escluso dallo stato passivo della banca.

La fusione affrettata dei due istituti che usano differenti modalità di lavoro causa un grave arretrato nella contabilità. L’unificazione dell’Ufficio titoli appare difficoltosa anche per l’elevato numero di dossier che testimoniano la presenza di ben 4.674 titolari per 7.019 rubriche (II.1.e.1), a questi si aggiunge un notevole numero di titoli di possesso di residenti in Italia (II.1.e.5).

Nei caveaux dell’istituto sono custoditi materialmente molti titoli di società appartenenti al gruppo Sindona o ritenute tali. Ambrosoli decide di consegnare i titoli di proprietà agli enti non debitori, rifiutando la consegna alle società in posizione di debito nei confronti dell’istituto. La gestione delle posizioni della Mediolanum Management Co. (II.1.f.1) e della Finabank (Banque de Finacement di Ginevra) (II.1.f.2) risulta di particolare difficoltà. La Banca privata italiana possiede la maggioranza della società di gestione del fondo (la restante parte è posseduta da Italswiss e da Finabank). Temendo che le autorità lussemburghesi potessero revocare le autorizzazioni al fondo la cui gestione era acefala, Ambrosoli convoca l’assemblea per la ricostituzione del Consiglio – che affida ad altro istituto le azioni del fondo, ma affida al consorzio di banche i crediti nella gestione Mediolanum. La Banca privata italiana possiede il 37,51% del capitale di Finabank (parte residua è posseduta dallo Ior, dalla Fasco – sempre posseduta da Sindona – e dall’Edicentro-Sviluppo). Complicandosi la procedura per pendenze legali con il tribunale di Milano e per l’interesse a subentrare di alcuni istituti, decide di liquidare compensando debiti e crediti con l’istituto elvetico.

La Banca d’Italia aveva diramato un comunicato stampa per il consorzio delle banche di Interesse nazionale per la surroga a depositanti e creditori, che consentiva di frenare turbative nel mercato azionario nazionale, contenendo le proteste dall’estero «pur con sacrificio della comunità nazionale» (II.2.b). Una parte importante della Relazione si occupa del recupero crediti di aziende legate alla Banca privata italiana in quanto società appartenenti al gruppo Sindona. Ambrosoli, «stante la crisi economica e il blocco nei crediti ancora in atto nell’ottobre ‘74», decide di non sciogliere i rapporti con aziende e società per non decretare il loro fallimento. Nel rapporto sono citati i casi più eclatanti di indebitamento societario che coinvolge un numero di operai e dipendenti che tocca le cinquemila unità (II.1.g). La fama del finanziere di Patti è dovuta alla grande quantità di aziende acquistate e poi fuse per creare delle corporate. La gran parte di queste aziende (alcune delle quali quotate) versavano in pessime condizioni, come risulta dal loro indebitamento con gli istituti di sua proprietà. Accelerando l’indebitamento di aziende produttive si contribuiva ad impoverire il tessuto industriale in varie zone d’Italia.

I legami tra le aziende del gruppo e gli istituti bancari avevano il compito di finanziare le attività del gruppo tramite aumenti di capitale o sottoscrizioni di capitale della Finambro. In questo modo era possibile spostare agevolmente grandi masse di capitali attraverso i corridoi societari che partivano dalle banche, passavano per l’acquisto delle società, tornando alle banche o alle finanziarie estere per finanziare altre aziende del gruppo. Questo approccio viene seguito da Sindona anche nel caso di società in accomandita come la Mabusi o la Gadena (II.1.g.5). Le società erano trattate come merce di scambio ma con maggior spregiudicatezza era trattato l’indebitamento societario a discapito delle riforme o delle ristrutturazioni nei sistemi produttivi. Sindona acquista società in difficoltà o “decotte” che riaccorpa o fa rifinanziare agli azionisti.

Una ricostruzione del funzionamento del sistema Sindona.
Una ricostruzione del funzionamento del sistema Sindona.

Ambrosoli studia il meccanismo dei depositi fiduciari (inseriti sotto la rubrica «credito verso l’estero»)(II.1.h) che portano al crack del sistema e che assumono un peso sempre maggiore nel suo lavoro di liquidatore sopravanzando la semplice procedura amministrativa.

Le banche fuse nella Banca privata italiana (II.1.h):

avevano effettuato ingenti depositi in valuta a banche estere con disposizioni fiduciarie di trasferire a loro volta dette somme a determinati enti. Le banche estere, come semplici intermediarie, non erano tenute a rispondere alla Privata della eventuale insolvenza dell’azienda beneficiaria

A complicare la ricostruzione vengono inserite nel circuito societario delle società ponte (Idera e Arana) per rendere più difficile la ricostruzione dei movimenti. Alla luce delle scoperta del meccanismo dei depositi fiduciari Ambrosoli compie delle scelte coraggiose come l’esclusione dallo stato passivo della Amincor Bank legata tramite questo meccanismo allo Ior vaticano[9].

I fondi neri servono a finanziare attività e società del gruppo all’estero e rappresentano le trame più nere della storia di Sindona. Si prestano ad attività illegali, da provvigioni e tangenti ai partiti[10], ai traffici illegali[11], alla connivenza con la massoneria deviata, ai traffici di capitale da usare nella strategia della tensione in quel più vasto arco cronologico che è la guerra fredda. Tra le società citate da Ambrosoli figura anche la Hellenicki Tecnichi (per un deposito fiduciario di 4 milioni di dollari) che partecipa alla Giunta dei colonnelli in Grecia. I depositi fiduciari tramite “prestiti a fondo perduto” – come amava definirli Sindona – servono a finanziare la Democrazia Cristiana impegnata ad ostacolare il referendum sul divorzio del 1974.

L’ultima e più spericolata impresa di Sindona che risulta dalla Relazione è l’operazione di aumento di capitale della Finambro che è costretta a rimborsare i sottoscrittori quando appare chiaro che non sarebbe arrivata l’autorizzazione dal Cicr.

La credibilità del sistema che sta tanto a cuore di Ambrosoli è salvata dalla trasparenza e dalla coscienza che emerge nella stesura della relazione, che inizia a delineare un quadro destinato a cambiare, che non permetterà al «gruppo che aveva il controllo dell’azienda di scaricare su terzi le conseguenze del dissesto» (VI.1).


Fonti[inizio pagina]

Relazione del Commissario liquidatore della Banca privata italiana, 1975, Archivio Banca Privata Italiana, 1335, presso Archivio della Camera di Commercio di Milano.

Documentazione allegata alla relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona e sulle responsabilità politiche ed amministrative ad esso eventualmente connesse (Leggi 22 maggio 1980, n. 204, e 23 giugno 1981, n. 315) trasmessa alle Presidenze delle Camere il 27 ottobre 1982: resoconti stenografici delle sedute della Commissione, vol. 4, Roma, Stabilimenti tipografici Carlo Colombo 1982, p.746.

Bibliografia[inizio pagina]

  • Ambrosoli U. 2009, Qualunque cosa succeda, Milano: Sironi.
  • Carli G. 1995, Pensieri di un ex governatore, Edizioni Studio Tesi: Pordenone.
  • Carli G., Cantoni 1979, 1973-74, Il terremoto monetario, Etas libri: Milano.
  • Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona e sulle responsabilità politiche e amministrative a esso eventualmente connesse, Relazione di minoranza 1982, Tipografia del Senato, ora disponibile in Dossier Sindona, Milano: Kaos, 2005, 30 ss.
  • De Luca U. 1971, I soldi me li dà il fattorino, «L’Espresso», 30 maggio 1971.
  • Flamigni S. 2005, Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta P2, Milano: Kaos.
  • Garruccio R. (ed.) 2004, Le grida: memoria, epica, narrazione della Borsa di Milano, 1945-1995, Soveria Mannelli: Rubettino.
  • La Ferla M. 1976, A Sindona lascio una foto ricordo, ‹«L’Espresso», 26 gennaio 1976.
  • Lupo S. 2008, Quando la mafia trovò l’America, Storia di un intreccio internazionale, 1888-2008, Torino: Einaudi.
  • Novembre S. 1995, La fatica della legalità, «Micromega», (1): 142-154; ripubblicata in Robiglio C. (ed.) 1997, Ambrosoli: Nel rispetto di quei valori, Novara: Interlinea Edizioni, 79-96.
  • Panerai P., De Luca M. 1975, Il crack, Sindona la Dc, il Vaticano e gli altri amici, Milano: Mondadori.
  • Simula G. 1974, L’Impero Sindona: ascesa e crollo, «Politica ed economia», 1974, (5): 79-88.
  • Stajano C. 2010, Un eroe borghese, Torino: Einaudi.
  • Spero E. 1980, The failure of the Franklin National Bank. Challenge to the International Banking System, New York: Columbia University Press; trad. it, Spero E. 1982, Il crollo della Franklin National Bank. Una sfida al sistema bancario internazionale, Bologna: Il Mulino.

Documento.

Testo commentato della Prima relazione del Commissario liquidatore della Banca privata italiana (1975) di Giorgio Ambrosoli[inizio pagina]

Archivio Banca Privata Italiana, 1335, presso Archivio della Camera di Commercio di Milano.

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Indice

Le sezioni indicate con i punti di sospensione entro parentesi quadrate […] non sono presenti in questo testo


 

Parte Prima
1. PREMESSA

Questa relazione[12] viene stesa dal Commissario Liquidatore al termine dei primi sei mesi dalla data del decreto che ha posta in liquidazione coatta amministrativa la Banca Privata Italiana e viene stesa soprattutto utilizzando i diari tenuti dal Commissario e dal Consulente legale della procedura. Rileggere ora tali diari, è per l’estensore rivivere le ore tutte di quel periodo ma la relazione, per necessità di sistematica e di sintesi, mai potrà rendere se non in minima parte l’impegno di tutti coloro che hanno collaborato in questi mesi nello svolgimento del compito affidato di liquidare un Istituto di credito che non poca parte ha avuto nella vita economica del Paese negli scorsi anni. Soprattutto la relazione non potrà in alcun modo rendere ciò che l’estensore ed i suoi collaboratori hanno provato e cioè che il fallimento di una banca agente con l’estero è fatto ben diverso dal fallimento di una azienda industriale per importante che sia. La sola interruzione del lavoro il distacco dei contatti elettrici denunziano e costituiscono la fine dell’azienda anche prima della sentenza dichiarativa del fallimento mentre, per contro, non basta il decreto di messa in liquidazione a fermare la vita di una azienda di credito i cui rapporti con i terzi sono in tale continua mobilità anche dopo sei mesi dall’accertamento del dissesto da far sentire ancor vivo l’organismo a chi in esso opera anche se per liquidarlo.

Prima di iniziare la relazione, il sottoscritto sente il dovere di dar atto che alla sua attività ha collaborato, con massima disponibilità, il Comitato di Sorveglianza i cui membri hanno operato non solo come componenti di un Organo di Controllo ma come collaboratori primari partecipando con impegno quotidiano all’attività della procedura. Del pari, l’estensore deve dichiarare che solo la piena collaborazione che gli è stata offerta dai professionisti, dai consulenti e soprattutto dal personale della Banca Privata Italiana, gli ha consentito di svolgere il primo periodo di attività ottenendo certi risultati che, altrimenti, avrebbero potuto non essere realizzati o esserlo con notevole ritardo. Infine il sottoscritto deve dar atto che l’Organo di Vigilanza ha affiancato ben oltre la semplice funzione autorizzativa la procedura e che sia gli organi centrali della Banca d’Italia che quelli della sede di Milano sono stati prodighi sempre di consigli e suggerimenti.

2.CONSEGNE

a) Nomina. Con decreto 27.9.1974 il Ministro per il Tesoro ha disposto la liquidazione coatta amministrativa della Banca Privata Italiana: in pari data il Governatore della Banca d’Italia ha con proprio decreto nominato Commissario Liquidatore l’Avv. Giorgio Ambrosoli e membri del Comitato di Sorveglianza[13] i Sigg. Avv. Giovanni Demaria, Dott. Bruno Pasquali e Dott. Alberto Signorelli. Il successivo 30.9.1974, lunedì, il Commissario Liquidatore con i componenti del Comitato di Sorveglianza si presentava alla sede dell’Istituto: dichiarava all’Amministratore Delegato Rag. Giovan Battista Fignon che, in forza del decreto sopracitato, egli prendeva possesso dell’azienda e chiedeva la consegna dei documenti e della situazione patrimoniale della Banca.

I membri del Comitato di Sorveglianza si riunivano ed eleggevano a Presidente del Comitato il Dott. Bruno Pasquali.
Il Commissario, d’accordo con il Rag. Fignon convocava quindi i componenti del disciolto Consiglio d’Amministrazione il giorno 11.10.1974.

b) Consegne. In tale data, presenti quasi tutti i componenti del disciolto Consiglio di Amministrazione nonché i Sindaci[14], il Rag. Fignon dava lettura di una propria relazione dichiarando peraltro che il Consiglio non era in grado di rassegnare la situazione economico-patrimoniale. Il Commissario Liquidatore accettava con riserva le dichiarazioni del Rag. Fignon e, presente il notaio, venivano iniziate le operazioni di consegna dei libri sociali e di inventario.

c) Situazione patrimoniale di consegna. Solo in data 25.10, il Rag. Fignon era in grado di rassegnare una situazione economico-patrimoniale alla data del 27.9.74, situazione che peraltro era accompagnata da riserve tali da parte dello stesso Rag. Fignon da renderla assai poco convincente.
Da tale situazione emergevano i seguenti dati in milioni:

Attivo:
[…]
Tale situazione, come già era denunciato dall’Amministratore Delegato all’atto delle consegne, non era attendibile in quanto ancora a fine ottobre non era stato possibile stendere una situazione che tenesse conto esattamente di partite precedentemente non contabilizzate e l’esistenza di notevoli scompensi era d’altra parte evidenziata dal c/c con la filiale che si assumeva creditrice verso la sede di ben 75 miliardi.

d) Primi provvedimenti.

Comunicato per il ritiro effetti e apertura cassette di sicurezza.
Comunicato per il ritiro effetti e apertura cassette di sicurezza.

Appena effettuate le consegne si era reso necessario assumere le prime decisioni sia per affrontare le immediate scadenze che per tranquillizzare il ceto creditorio.Fu quindi diramato un comunicato relativo agli effetti in scadenza che vennero appoggiati per l’incasso a banche vicine alle sedi della Banca Privata Italiana e alla apertura delle cassette di sicurezza.

 

Parte Seconda
1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

a) Liquidazione di Borsa.

1) Risoluzione riporti[15] settembre e ottobre. Non appena insediatosi, il Commissario doveva affrontare il problema della liquidazione di Borsa[16] di settembre. Emergeva però che la banca già in data 27.9, prima che fosse noto il decreto del Ministro, aveva consegnato alla stanza di compensazione i titoli relativi alla liquidazione del mese borsistico di settembre (L’arretratezza del mercato azionario italiano).

Appariva quindi evidente l’inapplicabilità dell’art.76 L.F.[17] alle operazioni di compravendita ed ai riporti di settembre in quanto la banca aveva già adempiuto alla propria obbligazione di consegna dei titoli che erano già stati girati ai terzi e vantava semplicemente crediti verso la stanza di compensazione[18]. Si riteneva quindi che l’art. 76 fosse sì operante ma per i riporti ed i contratti a termine in essere all’atto della messa in liquidazione e che avrebbero dovuto scadere il successivo 31.10.74. La decisione di considerare eseguiti e di non risolvere i contratti di Borsa di settembre, ancora a sei mesi di distanza sembra esatta dal punto di vista giuridico e anche opportuna nell’interesse generale perché ha evitato il prevedibile trauma di Borsa. Il Comitato degli agenti di cambio peraltro nutriva gravi timori per le conseguenze che sarebbero potute derivare al mercato per effetto della risoluzione dei contratti di Borsa e dei riporti di ottobre e tali timori furono superati solo dopo lunghe sedute anche notturne con gli organi di Vigilanza e grazie alla estensione agli agenti di cambio del meccanismo che la Banca d’Italia aveva predisposto per evitare che il dissesto della Privata creasse panico tra i risparmiatori in Italia e discredito nei rapporti internazionali.

[…]

8) Conclusioni. L’applicazione delle norme della legge fallimentare alle operazioni di Borsa così come sopra illustrata non ha determinato eccezioni delle controparti e ciò soprattutto per l’avvenuto intervento del Consorzio tra le Banche di Interesse Nazionale che si è immediatamente surrogato nei crediti degli agenti di cambio.

Modeste le contestazioni di clienti.

 

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

b) Consorzio per le surroghe nei crediti di depositanti. All’atto della nomina del Commissario Liquidatore, la Banca d’Italia aveva diramato un comunicato stampa con il quale annunciava che le Banche di Interesse Nazionale si sarebbero consorziate per surrogarsi a depositanti e creditori della Banca Privata Italiana: tale comunicato ha avuto immediata eco positiva tra i clienti tant’è vero che neppure nei primi giorni della liquidazione si sono avute manifestazioni di panico dei depositanti stessi, neppure si sono avute proteste dall’estero il che dimostra che, grazie ai provvedimenti disposti dalla Banca d’Italia, la credibilità del sistema, pur con sacrificio della comunità nazionale, è stata salvaguardata e tutelata.

1) Trattative. Si imponeva però, a giudizio del Commissario Liquidatore, dare al più presto esecuzione a quel comunicato e non rinviarne l’attuazione a dopo il deposito dello stato passivo anche perché le difficoltà che il Consiglio di Amministrazione uscente denunciava nel rassegnare la situazione patrimoniale faceva temere che la formazione dello stato passivo avrebbe potuto essere effettuata solo in termini assai lontani rispetto a quelli previsti dalla legge.

Di qui la necessità immediatamente sentita di contatti con le Banche di Interesse Nazionale per avviare le operazioni di surroga da parte loro nelle posizioni dei depositanti e dei correntisti.

Fare ciò prima del deposito dello stato passivo comportava però il rischio che le banche di interesse nazionale venissero a surrogarsi in crediti che poi la liquidazione avrebbe potuto contestare e per la liquidazione comportava il grave onere di dover operare non solo per formare il passivo ma, prima ancora, per assicurare in qualche modo che le banche del consorzio e che i crediti nei quali si fossero surrogate sarebbero poi stati iscritti nello stato passivo.

2) Comunicato.

Comunicato 29.10.1974 del Commissario Liquidatore ai creditori (Il Giornale, 29/10/1974).
Comunicato 29.10.1974 del Commissario Liquidatore ai creditori (Il Giornale, 29/10/1974).

Il 30.10, a soli 30 giorni dall’inizio della liquidazione, era raggiunto l’accordo tra le banche di interesse nazionale e la liquidazione circa le modalità dell’intervento del consorzio.I creditori avrebbero ricevuto dal Commissario le comunicazioni del credito previste dall’art. 76 L.B. (la spedizione delle relative raccomandate era iniziata il 28.10) e, come da comunicato che sarebbe apparso sui principali quotidiani, i creditori avrebbero potuto con tali lettere chiedere ad una delle banche di interesse nazionale di surrogarsi nel loro credito.

Le banche avrebbero rimesso le domande di surroga e le lettere di comunicazione di credito al Liquidatore il quale le avrebbe restituite previa apposizione di un timbro con il quale avrebbe certificato soltanto che la comunicazione di credito era autentica, riservandosi quindi di contestare il credito ove fossero emersi, prima della formazione dello stato passivo, circostanze nuove tali da modificare in tutto o in parte la cifra indicata nella lettera.

Comunicato delle Banche di Interesse Nazionale.
Comunicato delle Banche di Interesse Nazionale.

La liquidazione si era impegnata peraltro ad effettuare controlli delle cifre in modo che le banche del consorzio per quanto possibile non fossero esposte a surrogarsi in crediti poi non ammessi.I controlli ancora da effettuare per operazioni di compravendita di Borsa, per portafoglio insoluti ecc. erano in effetti ancora molti ed i saldi apparenti dei n. 5.000 L/R e dei 27.000 c/c dovevano conseguentemente essere modificati mano a mano che le operazioni di addebito o di accredito erano eseguite.

A fine novembre, a soli due mesi dal decreto di liquidazione, i primi creditori erano già stati surrogati e all’atto del deposito dello stato passivo effettuato il 27 febbraio 1975, la maggior parte dei creditori aveva già ottenuto dal consorzio somma pari al loro credito tanto è vero che le banche del consorzio risultavano iscritte come creditrici, dirette e per intervenuta surroga, per ben L. 380.000.000.000 sui 416.900.000.000 del totale del passivo.

3) Creditori esclusi. Il comunicato della Banca d’Italia aveva chiarito che della surroga potevano giovarsi solo creditori e depositanti che non avessero avuto legami di sorta con il precedente gruppo di controllo della Banca Privata Italiana.

Timbro per particolari riserve sui creditori.
Timbro per particolari riserve sui creditori.

Erano quindi esclusi i fornitori, i professionisti, i dipendenti e gli enti o persone che, indicate in un elenco informale predisposto dal Rag. Fignon, erano in qualche modo legate al precedente gruppo di controllo dell’azienda o potevano in un certo modo essere corresponsabili del dissesto. La certificazione di credito doveva peraltro essere inviata anche a tali creditori e con le Banche di Interesse Nazionale fu quindi convenuto che il Liquidatore avrebbe apposto sulle lettere relative a tali crediti un timbro con il quale avanzava formale riserva di contestazione del credito onde consentire alle banche di rifiutare a costoro la surroga.[19]4) Gli interessi. L’intervento delle banche del consorzio ha operato sul credito, e cioè sul capitale e sugli interessi maturati sino alla data della liquidazione: sembrò iniquo e pericoloso calcolare gli interessi al tasso legale e ciò perché per molti il tasso era stato concordato per iscritto e si decise quindi di calcolare gli interessi in base al tasso già impostato, conto per conto, dal Calcolatore del Centro Contabile.

5) Depositi banche estere. Particolari problemi sono sorti per fare in modo che le banche estere potessero giovarsi della surroga per i loro depositi prima della definitiva spunta[20] dei saldi, operazione che avrebbe richiesto ancora mesi.

La Banca Privata Italiana intratteneva conti con dette banche, i conti “nostro”, la spunta dei quali non era effettuata da anni: si è operato in modo che la intervenuta surroga nel credito per deposito avvenisse solo dopo la verifica di quanto dovuto alla Privata per effetto del la spunta dei conti “nostro”.

I crediti in valuta sono stati convertiti ovviamente in lire mentre le banche di interesse nazionale, a loro volta, hanno riconvertito in valuta i crediti all’atto del pagamento: la differenza di cambi fra il 27.9 e la data della surroga non è stata posta a carico delle banche estere in quanto l’onere è stato assunto dal consorzio.

6) Riporti e compravendita a termine.

Comunicato Banca d'Italia Milano per operazioni di Borsa (Il Sole 24 ore, 11/10/1974).
Comunicato Banca d’Italia Milano per operazioni di Borsa (Il Sole 24 ore, 11/10/1974).

Come si e detto, il consorzio ha operato surrogandosi nei crediti degli agenti di cambio e dei clienti, sorti per effetto della risoluzione dei contratti di riporto e di compravendita a termine, il che ha consentito di definire le operazioni relative alla liquidazione di borsa senza particolari conseguenze sul mercato come altrimenti avrebbe potuto verificarsi in caso di insolvenza di agenti di cambio. Le decisioni relative ai riporti furono portate a conoscenza degli operatori mediante comunicato della sede di Milano della Banca d’Italia.7) Conclusioni. Merito della Banca d’Italia e delle banche di interesse nazionale è di aver posto in essere il meccanismo di surroga e di averlo reso operante con estrema immediatezza rispetto alla data della liquidazione, malgrado la particolarmente difficile situazione della contabilità della Banca Privata Italiana. Merito della liquidazione è l’aver voluto quella immediatezza di intervento delle banche del consorzio il cui sforzo organizzativo e il cui rischio ha ripagato, operando in modo che il 100% dei crediti per i quali è intervenuta la surroga fossero ammessi allo stato passivo: le pochissime eccezioni sono state irrilevanti quanto al numero e come percentuale.

 

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

c) Operazioni in cambi

1) Rapporti a scadere. Il comunicato della Banca d’Italia che accompagnò il decreto di messa in liquidazione della Banca Privata Italiana precisava che lo stato di liquidazione non doveva pregiudicare la credibilità del sistema all’estero e, in linea con tale principio, il sottoscritto chiese di essere autorizzato ad eseguire i contratti di cambio in essere, alla loro scadenza. Alla data del 27.9 erano ancora aperti contratti a termine in cambi per L. 726.951.098.826 come controvalore di valuta a ricevere e L. 734.926.130.830 come contro valore di valuta a consegnare.

Autorizzato dalla Banca d’Italia ad eseguire detti contratti ex art. 72 L.F., anche se negativi, al fine di assicurare la credibilità del sistema, il liquidatore ha eseguito per compensazione tutti i contratti ad eccezione di quelli non ritenuti validi e, salvo alcune contestazioni per il ritardo nella esecuzione di operazioni che si sarebbero dovute definire nel periodo immediatamente successivo alla liquidazione e che ebbero a subire ritardi fino al ricevimento dell’autorizzazione da parte della Vigilanza, le banche estere non possono che dar atto della perfetta esecuzione dei contratti che, stante lo stato di liquidazione, la banca avrebbe potuto non onorare.

L’esecuzione dei contratti in cambi si giustificava soltanto per ragioni di credibilità del sistema e non di convenienza per la liquidazione tant’è vero che, per effetto della diminuzione del valore del dollaro, la perdita complessiva per le operazioni eseguite dalla liquidazione ammonta a L. 10.039.969.027, tenuto già conto della prevedibile perdita sulle operazioni ancora a scadere dopo il 31 marzo.

2) Operazioni non eseguite. Per i contratti in essere non stipulati con le banche estere si è invece dichiarata la risoluzione e ciò per economia della procedura: purtroppo si trattava di contratti non rilevanti per numero e importi. Del pari non si è data esecuzione ai contratti stipulati con le banche estere che per qualche ragione erano sospetti di irregolarità: si tratta di due contratti in essere con la Franklin National Bank di New York per un totale di $ 20.625.000.=

3) Nova Scotia. Particolare attenzione fu dedicata al contratto in essere tra la Banca Privata Italiana e la Bank of Nova Scotia, contratto che detta banca aveva prima della liquidazione disconosciuto, dichiarandosi in un secondo tempo invece come contropartita.

Per quanto la precedente gestione avesse ritenuto di non eseguire il contratto in forza del primo diniego della banca estera, il Liquidatore ha ritenuto dar corso all’operazione, preso atto che essa figurava nei libri e che la Nova Scotia ne reclamava l’esecuzione.

 

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

d) Organico e personale.

1) Organico. L’azienda, il 27.9.74, operava su tre sportelli in Milano e uno a Roma: nei quattro ambienti di lavoro operavano 587 dipendenti dei quali 14 dirigenti, 74 funzionari, 447 impiegati e 52 commessi e ausiliari. Lo stato di liquidazione rendeva necessario sia ridurre i costi del personale sia accentrare il più possibile l’attività anche perché la troppo recente fusione avvenuta il l° agosto 1974 non aveva ancora consentito il formarsi di un organico unitario e funzionale.

2) Filiale di Roma. Fu subito disposta la chiusura di una agenzia in Milano e quindi, il 31.12.74, la chiusura della sede di Roma. L’attività fu così accentrata su Milano e poi mano a mano si e proceduto ad unificare i servizi nella sede di via Verdi abbandonando i diversi locali nei quali prima si svolgeva il lavoro.

3) Contatti con le banche di interesse nazionale. Era materialmente impossibile utilizzare appieno i dipendenti il cui mantenimento in servizio imponeva inoltre ingentissimi costi alla procedura. Le banche di interesse nazionale, che già all’atto della messa in liquidazione dell’azienda avevano dichiarato la loro disponibilità ad assumere i dipendenti della Banca Privata Italiana, non vennero meno a tale impegno e così nel mese di febbraio un primo contingente di 230 impiegati trovò collocazione presso le banche del consorzio.

4) Dirigenti. Poiché il Pubblico Ministero aveva emesso avvisi di reato a carico di molti dirigenti della Banca Privata, il sottoscritto provvide in un primo tempo a sospenderli e poi a licenziarli esonerandoli dal prestare in servizio il periodo di preavviso.

Alla data del 31.3.1975 erano ancora in forza alla Banca Privata Italiana 294 dipendenti così suddivisi: dirigenti 14 dei quali 13 in preavviso di licenziamento, funzionari 52, impiegati 213, commessi 15.

5) Collaboratori. Il Commissario Liquidatore aveva avvertita la necessità di avvalersi di propri collaboratori ed a tali funzioni chiamava per le questioni legali l’avv. Sinibaldo Tino dello studio del prof. avv. Arturo Dalmartello (che avrebbe poi difeso la procedura nelle maggiori controversie), il prof. Vittorio Coda per il controllo della contabilità generale e per guidare quella della liquidazione; il sig. Giuseppe Gusmaroli per le questioni relative ai titoli ed alla Borsa.

Presso la Banca Privata Italiana erano già operanti come consulenti il dott. Iginio Chiesa, il dott. Ugo Grazia, il dott. Armando Lafronte, il dott. Luciano Masi, già funzionari del Banco di Roma nonché l’avv. Romeo Cornetta; tutti erano invitati a rimanere al loro posto ma a dicembre per altro il dott. Masi cessava la propria collaborazione.

 

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

e) Titoli

1) Di terzi a dossier. Difficilissima apparve sin dall’inizio la situazione dell’ufficio titoli dove per la mole di lavoro svolta negli ultimi anni, si era costituito un grave arretrato.

La fusione tra i due istituti aveva inoltre creato ulteriori complicazioni anche per la difficoltà di collaborazione tra i dipendenti delle due banche che prima operavano con diversi metodi di lavoro.

Le maggiori difficoltà sono state causate dall’unificazione della contabilità titoli delle due banche: detta unificazione, disposta sul sistema contabile già adottato dalla Banca Unione ma impostato sulla base del programma meccanografico utilizzato prima presso la Banca Privata Finanziaria, aveva creato una completa confusione per effetto della quale praticamente tutte le contabilizzazioni erano rimaste ferme alla fine di luglio. Venivano subito iniziate le operazioni di inventario per accertare la materiale consistenza dei titoli e venivano mano a mano formati i dossier clienti ma era praticamente impossibile completare tali dossiers fino a quando le operazioni che risalivano a mesi precedenti non fossero state perfezionate.

Poiché i titolari dei dossiers erano ben 4.674, e per numero 7.019 rubriche, occorreva decidere se costringere i clienti a rivendicare i titoli o se, avendo la Banca la semplice detenzione di essi, era possibile consegnare i titoli allo sportello a semplice richiesta. Fu deciso per tale procedura che ha consentito di limitare lo stato passivo all’accertamento dei crediti e la decisione fu senz’altro opportuna perché ha reso possibile il deposito tempestivo dello stato passivo e la consegna dei titoli frazionata nel tempo favorendo ovviamente casi particolari per i quali l’impossibilità di disporre dei titoli sino all’avvenuto deposito dello stato passivo avrebbe costituito grave danno. Tale il caso ad esempio della Mediolanum Management Co. società di gestione di fondo di investimento i cui titolari erano depositati presso la Banca Privata in quanto la Commissione di controllo lussemburghese sui fondi minacciava la revoca dell’autorizzazione ove i titoli fossero rimasti bloccati.

Comunicato per restituzione titoli (Il Sole 24 ore, 21/12/1974).
Comunicato per restituzione titoli (Il Sole 24 ore, 21/12/1974).

La consegna ai clienti ha avuto inizio nel successivo gennaio come comunicato anche con avviso sui giornali.2) Titoli venduti e non girati. Dal grave ritardo dell’esecuzione di operazioni poste in essere precedentemente alla liquidazione era derivato che molti titoli non figuravano intestati a clienti anche se l’acquisto era stato contabilizzato mentre figuravano ancora a nome di clienti titoli invece già venduti dagli stessi: si rese quindi necessario chiedere alla Vigilanza autorizzazione a regolarizzare tali operazioni.

3) Titoli del gruppo. Nei caveaux erano custoditi molti titoli di società appartenenti al gruppo Sindona o ritenute tali.

Rifiutarne la consegna significava esporsi a rivendiche delle società proprietarie e fu quindi deciso di consegnare i titoli di proprietà agli enti non debitori e di rifiutare la consegna alle società che in qualche modo erano debitrici.

4) Titoli di proprietà. Il disordine amministrativo in atto al 27.9 è dimostrato dal fatto che solo oggi, dopo oltre sei mesi dalla messa in liquidazione, può essere definitivamente denunziato il valore dei titoli obbligazionari di proprietà al 27.9, mentre è ancora in fase di quadratura la contabilità riguardante le azioni. Nel conto titoli di proprietà che non era stato mai quadrato erano infatti contabilizzati praticamente tutti i titoli relativi ad operazioni effettuate da clienti e per clienti e conseguentemente, non essendo mai stato fatto un inventario e la verifica della quantità dei titoli, solo quando questi saranno stati girati o consegnati ai clienti, si avrà la effettiva consistenza dei titoli di proprietà.

5) Titoli esteri di residenti. Alla data della messa in liquidazione della Banca Privata Italiana esistevano 670 dossiers di residenti italiani, proprietari di titoli esteri. A tutti i clienti era stata inviata lettera circolare chiedendo loro di indicare la banca agente presso la quale desideravano fossero trasferiti i dossiers relativi ai titoli di loro proprietà.

Dopo aver ricevute le disposizioni dei clienti sono state interpellate le banche italiane, future beneficiarie dei depositi, per conoscere le loro corrispondenti estere alle quali fare pervenire i titoli. Alcune banche hanno notevolmente ritardato le loro risposte sia per questioni burocratiche sia per altro e alcune ancora devono dare risposta ma comunque la consegna dei dossiers è in corso.

6) Titoli italiani di non residenti. I clienti titolari erano 310 per 2.000 dossiers per Investimenti legge e Investimenti Conto Capitale. Per il trasferimento di questi dossiers si sono incontrate notevoli difficoltà dovute alla non disponibilità di tagli dei titoli secondo l’investimento effettuato dal cliente; ciò era dovuto al ritiro dalla stanza di compensazione di certificati raggruppanti i complessivi investimenti, effettuati dai vari depositanti.

Per poter effettuare le consegne ai diversi istituti, secondo le disposizioni dei clienti, si è dovuto trasmettere alle varie società i titoli per i frazionamenti oppure intrattenere le banche per conoscere se erano in grado di ritirare i titoli restituendo certificati frazionati.

 

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

f) Partecipazioni

1) Mediolanum Management Co. La Banca Privata Italiana possiede il 51% della società di gestione del fondo investimento Mediolanum (il residuo 49% è posseduto per 34% dalla Italswiss S.p.A. e per il 15% dalla Finabank di Ginevra).

Questa partecipazione ha particolarmente preoccupato la liquidazione perché sia i titoli che la liquidità del fondo erano depositati presso la Privata e non era da escludere che le autorità lussemburghesi potessero revocare le autorizzazioni al fondo.

La società di gestione era per di più acefala stanti le intervenute dimissioni della maggioranza del Consiglio. Il Commissario ha quindi provveduto a far convocare la assemblea per la ricostituzione del Consiglio ed a trasferire ad altro istituto di credito le azioni del fondo per evitare il pericolo di revoca dell’autorizzazione ottenendo poi, per il Mediolanum e la società distributrice che le banche di interesse nazionale si surrogassero nei crediti relativi alla gestione del Mediolanum. La partecipazione è in carico per L. 31.806.150 ed è stata stimata dai periti in L. 188.000.000.

Sono in corso diverse trattative a prezzi assai più alti del valore di perizia.

2) Finabank – Banque de Financement – Ginevra. La Banca Privata Italiana è proprietaria del 37,51% del capitale sociale di tale istituto di credito svizzero che opera a Ginevra: parte del residuo capitale è detenuto dall’Istituto Opere di Religione, parte dalla Fasco AG e dall’Edilcentro Sviluppo Cayman. La partecipazione è in carico al valore di L.1.432.742.600, mentre i periti lo scorso dicembre valutavano la quota Banca Privata Italiana in L. 3.750.000.000.= Tra la Privata e la Finabank erano in essere numerosissimi rapporti, alcuni diretti ed altri di presunta natura fiduciaria: per quanto il Commissario ritenesse possibile compensare le voci di dare e di avere, era prevedibile che effettuare tali compensazioni avrebbe potuto comportare perdite patrimoniali per la Finabank e conseguentemente minusvalore per la quota di proprietà per la Privata.

Si ritenne quindi in un primo momento di attendere gli sviluppi della situazione prima di eccepire formalmente la compensazione, riconoscendo provvisoriamente a credito della Finabank gli importi che essa affermava aver depositato alla Banca Privata in via fiduciaria e compensando invece le altre voci.

Più tardi però e cioè a fine anno, la situazione patrimoniale della Finabank è divenuta precaria per effetto di contestazioni di operazioni da parte di una società collegata alla Immobiliare Roma, contestazioni che e ora portavano per la Finabank la perdita di circa 30 miliardi.

A quel punto il Liquidatore doveva considerare in linea prioritaria la posizione creditoria rispetto a quella azionaria e quindi ha sciolta la riserva compensando debiti e crediti con la banca svizzera.

Il Banco di Roma era inizialmente interessato al rilievo della quota della Finabank di proprietà della procedura ma poi non avendo ottenuto il benestare dalle autorità elvetiche, ha dichiarato di non avere più interesse all’acquisto e poco dopo è intervenuta la contestazione da parte dell’Edilcentro.

La definizione delle ragioni di dare e avere con la Finabank effettuata dalla procedura è ora all’esame del Tribunale di Milano a seguito dell’opposizione contro l’esclusione dal passivo proposta dalla banca svizzera.

La liquidazione ha interesse a sostenere la tesi assunta perché gli consente di recuperare dalla Finabank in ogni caso la somma di L. 5.500.000.000, importo superiore a quello attribuito dai periti alla quota di proprietà.

È da rilevare poi che i crediti Finabank che la liquidazione ha compensato, sono, a detta della stessa banca, depositi da essa eseguiti presso la Banca Privata per conto di terzi.

Questi mandanti però sarebbero solo in parte cittadini stranieri e molto depositi apparterrebbero invece a cittadini italiani dei quali alcuni addirittura legati al gruppo Sindona. Poiché la banca mandataria è tenuta a rimborsare i mandanti sono nel caso in cui il beneficiario del deposito rimborsi le somme, la Finabank, al momento, non subisce conseguenze patrimoniali dalla compensazione effettuata dalla Privata perché si limita a dire ai propri mandanti di non essere stata rimborsata dei depositi effettuati in via fiduciaria.

È evidente che se il Tribunale di Milano convalidasse la compensazione effettuata dalla procedura, la Finabank non potrebbe non riconoscersi debitrice presso i propri mandanti ma, fino ad allora, non subisce conseguenze patrimoniali negative.

Il patrimonio invece è compromesso dalla avvenuta contestazione delle operazioni in cambi effettuate dall’Edilcentro e che ha comportato per la Finabank, come si è detto, una perdita di 30 miliardi, cifra che supera il valore patrimoniale dell’azienda.

3) Banca di Messina. La Banca Privata detiene il 72% circa del capitale azionario di tale banca che opera in provincia di Messina e dispone di raccolta di 36 miliardi e di 16 sportelli. Il capitale residuo è posseduto da privati. Il Consiglio di Amministrazione fu ricostituito nel periodo in cui il Banco di Roma ha gestito la Banca Privata Italiana e la Banca di Messina non ha subito scosse dal dissesto dell’azionista di maggioranza.

I periti non hanno ancora terminato il loro lavoro ma la valutazione dovrebbe essere intorno ai 3,5 miliardi: la partecipazione è in carico per L. 1.037.459.680 e sono in corso trattative per la cessione ad altro istituto di credito.

4) Immobiliare Rattazzi. La società era stata costituita dalla banca al fine di evitare di dover chiedere autorizzazione alla Banca d’Italia per investire in immobili da adibire alla propria sede di Roma.

Il pacchetto azionario della Rattazzi peraltro non era intestato alla Banca Privata ma bensì alla Geminai AG di Vaduz e la Finabank si assumeva garantita da pegno sulle azioni Rattazzi a fronte di finanziamento da essa concesso alla Geminal.

Con un giro di prestiti normale solo per il sistema in uso alla Privata, era stato acquistato dalla Immobiliare Rattazzi un immobile in Roma nonché l’intero pacchetto di un’altra società immobiliare che possedeva una palazzina pure a Roma.

La Rattazzi aveva effettuato gli acquisti con mezzi messi a disposizione dalla Privata la quale vantava crediti nei suoi confronti per L. 3.030.250.294.=

Poiché le azioni della Rattazzi erano custodite presso la Banca Privata e il pegno non figurava trascritto sui titoli, il Commissario otteneva dalla Geminal la cessione del pacchetto al prezzo di lire una assicurando così alla procedura i titoli e la possibilità di rientrare nel credito.

Ora sono in corso trattative per la vendita della partecipazione che i periti valutano peraltro meno del credito della Banca Privata verso la Rattazzi.

5) Centenari & Zinelli S.p.A. Il possesso del 54% del capitale è pervenuto alla Privata Italiana a seguito della risoluzione dei riporti in essere al 30.9.74 ed il prezzo di carico delle n. 6.749.500 azioni è quindi di Lire 410 cad. pari appunto alla quotazione di Borsa del 30.9. Purtroppo tale valore non risponde a quello ritenuto dai periti che stimano difficilissima la situazione della Centenari & Zinelli e indicano in L.200 il valore unitario delle azioni rappresentando peraltro che anche tale valore è ipotetico.

L’azienda produce tessuti elastici, cinture, occupa 450 dipendenti ed è quotata alla Borsa di Milano. Ha fatturato nel 1974 circa 7 miliardi.

6) Finrex. Pure per effetto della risoluzione dei riporti, la Banca Privata è venuta a possedere il 58% del capitale azionario di tale società immobiliare-finanziaria quotata alla Borsa di Milano.

La partecipazione è in carico ai prezzi, di borsa del 30.9 pari a L. 13.500 per azione. È in corso la stima da parte dei periti.

7) Illsa Viola. Ancora per effetto della risoluzione dei riporti la Privata Italiana è venuta a possedere azioni pari al 28% del capitale al prezzo di carico di L. 2.800 per azione. L’azienda opera nel settore metallurgico e la maggioranza è posseduta dalla Famiglia Orlando. Il titolo è quotato alla Borsa di Milano. È in corso la valutazione peritale.

8) Trafilerie. La Banca Privata possiede il 12,70% del capitale di tale società ed il pacchetto è pervenuto a seguito della risoluzione dei riporti.

Il prezzo di carico è di L. 1.030 per azione ed è in corso la perizia.

L’azienda opera nel settore metalli ed è quotata alla Borsa di Milano.

9) Leasing Italiana. La banca possiede il 12% del capitale di tale società che è debitrice di L. 854.501.854 per anticipazioni di conto corrente.

Allo stato non si può formulare nessuna previsione di realizzo della partecipazione che è in carico per L. 75 milioni in quanto si ritiene più importante recuperare il credito.

10) Interbanca. La Privata è partecipe dell’Interbanca S.p.A. in quanto, possiede n. 45.000 azioni ordinarie pari al 2,5% delle stesse azioni che, rapportate al capitale, sociale, ne rappresentano l’1,25%.

È in corso la perizia e si prevede di poter cedere la partecipazione ad un valore superiore al prezzo di carico di L. 77 milioni.

11) Varie. La Banca Privata possiede altre partecipazioni di minoranza (Mediocredito Regionale Lombardo, Istituto Centrale Banche e Banchieri, ecc.) di non rilevante entità che si procederà a realizzare nel tempo e nei modi migliori.

12) Realizzo partecipazioni.

Comunicato per vendita partecipazioni (Il Giorno, 6/3/1975).
Comunicato per vendita partecipazioni (Il Giorno, 6/3/1975).

La liquidazione ha posto in vendita le partecipazioni come le proprietà immobiliari con un sistema misto tra la trattativa privata e la gara, sistema che si auspica debba dare buoni risultati: della decisione di vendere le partecipazioni è stata data ampia pubblicità sui giornali onde interessare il maggior numero possibile di operatori.

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

g) Recupero crediti.

La situazione rassegnata dal cessato Consiglio evidenziava impieghi della Banca Privata Italiana verso clienti Italia per L. 167.564 milioni oltre i crediti già scaduti e passati in sofferenza.

La messa in liquidazione dell’azienda comportava lo scioglimento dei rapporti di c/c e quindi veniva chiesto ai clienti il rientro degli affidamenti.

Si è peraltro tenuto in considerazione che le richieste di immediato rientro, stante la crisi economica e il blocco nei crediti ancora in atto nell’ottobre 74, che avrebbero potuto comportare gravi conseguenze per le aziende.
Nei limiti del possibile si è quindi cercato di impegnare i clienti in graduali rientri nei casi in cui dagli stessi veniva riconosciuto, oltre al debito per capitali, l’addebito di interessi superiori a quelli chele Banche di Interesse Nazionale riconoscono alla liquidazione sui c/c della procedura.

Al 30.3.75 il rientro era già stato peraltro notevole ammontando a L. 55.000 milioni cui si aggiungono gli interessi maturati.

Parte dei crediti era vantata verso società del gruppo tutte debitrici di ingenti importi: qui di seguito si esaminano alcune tra le maggiori partite creditorie.

1) Venchi Unica. Si tratta di un’azienda del gruppo Sindona in quanto il capitale di controllo era detenuto dalla Turis Holding. La Venchi si trovava esposta verso la Privata al 27.9 per L. 2.014 milioni ed appariva subito che ogni tentativo della banca di recuperare il credito avrebbe comportato la fine di un’azienda già di grosso prestigio, che occupa ben 2.000 dipendenti e le cui azioni sono quotate in Borsa e sono – almeno nel Piemonte – assai diffuse. Si preferì quindi attendere che emergesse qualche interesse al rilievo dell’azienda e si operò anzi per suscitarli.

Molti contatti si ebbero con il Presidente della Regione Piemonte, Operto, con l’Assessore all’industria Conti, sedute con gli esponenti della Barilla, della Ferrero, della Pantanella che mostravano qualche interesse all’acquisizione.

Finalmente la Turis trovò un gruppo, del quale peraltro ben poco si conosce, che rilevò il pacchetto azionario e sembra intenzionato ad un rilancio dell’azienda. Gli esponenti di tale gruppo hanno preso contatto con la procedura proponendo un piano di rientro graduale nella intera esposizione garantito da fidejussione di terzi.

2) Smeriglio. Altro ingente credito la Banca Privata vanta verso altra società del gruppo, la S.I.S. Smeriglio, che è debitrice di L.2.304.000.000.=

La situazione era analoga a quella della Venchi Unica per che qualunque tentativo della Privata avrebbe potuto comportare il dissesto dell’azienda che occupa nei diversi settori ben 2.029 dipendenti. Anche in questo caso è ora intervenuto un gruppo disposto al rilievo della società o almeno di alcune delle ditte che fanno capo alla S.I.S (alcune dovrebbero essere rilevate da un ente pubblico). Gli esponenti del nuovo gruppo azionario che ha rilevato il pacchetto di maggioranza da un’altra società del gruppo Sindona hanno promesso di prendere contatti con la liquidazione per proporre un piano di rientro.

3) Maga. Si tratta di un’azienda del gruppo Sindona che produce, o meglio avrebbe dovuto produrre, macchine automatiche per la lavorazione del gelato.

L’azienda che è debitrice verso la Banca Privata di ben L. 849.691.705, ha effettuato investimenti per la progettazione di tali macchine e ora non è in grado di operare. Il credito è considerato di dubbio realizzo e se non interverranno fatti nuovi non è improbabile il fallimento.

4) Microel. Si tratta di una piccola azienda del gruppo Sindona che occupa 140 dipendenti e produce apparecchiature elettriche. Essa è esposta verso la Banca Privata per lire 1.152.869.309 e, in quanto unica azionista delle immobiliari Orbillia ed Enosse per L. 673.875.359.=

I crediti, data la situazione particolare della società, sono praticamente inesigibili e l’unica interessata al mantenimento dell’azienda sembra essere una ditta pure legata al gruppo Sindona.

La liquidazione era propensa ad acquisire per una lira il pacchetto azionario, ma l’aggravarsi della situazione patrimoniale ha reso assai incerta tale operazione per il timore che la procedura possa essere strumentalizzata dagli Amministratori.

5) S.a.s.[21] diverse. La procedura vanta ingenti crediti verso alcune accomandite legate al gruppo e precisamente:

  • Mabusi 1.209 milioni
  • Menna 1.161 milioni
  • Kilda 1.157 milioni
  • Sapital 1.243 milioni
  • Gadena 1.165 milioni

Si tratta di società che hanno effettuato anni fa, finanziate dalla Privata, ingenti sottoscrizioni di capitale nella Finambro S.p.A. e che hanno poi rinunziato ai crediti verso la predetta società.

Era evidentemente possibile chiedere il fallimento di tali società completamente prive di contenuto patrimoniale ma la liquidazione peraltro si è resa conto che il fallimento delle s.a.s. avrebbe comportato revoca delle rinunzie ai crediti verso la Finambro e quindi probabilmente il fallimento della Finambro stessa. L’ente che aveva dato a garanzia prima e in vendita poi al Banco di Roma le azioni della Immobiliare Roma. Tale complessa situazione meritava quindi particolare attenzione perché era evidente che chi aveva interesse a non consentire che la Finambro fallisse doveva intervenire a tacitare i creditori delle s.a.s. Sembra ormai appurato che il Banco di Roma si sia impegnato a tacitare i creditori delle s.a.s. e pertanto il credito dovrebbe essere recuperato.

6) Kaitas, Wescon, Teracon. Si tratta di società del gruppo (debitrici verso la Banca Privata per complessive lire 2.536 milioni) attraverso le quali si è operato sul mercato azionario, particolarmente Wescon e Teracon, per la difesa del titolo Banca Unione. Si tratta di s.a.s. che fanno capo a persone che figurano come accomandatarie delle società citate al paragrafo precedente: è evidente che chi tacitasse i creditori di quelle, dovrebbe fare in modo che anche queste società non falliscano definendo anche i loro debiti.

7) Società diverse del gruppo Sindona. Oltre ai crediti sopracitati, la Privata vanta crediti verso diverse aziende legate al gruppo: Coprel, Finanzitalia, Istituto Editoriale Italiano e altre.

La liquidazione ha seguito le trattative intercorse tra le società proprietarie ed i terzi per la compravendita di queste aziende unicamente ai fini del rientro nei propri crediti e ne ritiene almeno in parte possibile il recupero.

 

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

h) Crediti verso l’estero.

1. Depositi fiduciari. Particolare rilevanza, ai fini del possibile contenimento dello sbilancio negativo della procedura, hanno i cosiddetti depositi fiduciari.

Come è noto, le banche fuse nella Banca Privata Italiana avevano effettuato ingenti depositi in valuta a banche estere con disposizioni fiduciarie di trasferire a loro volta dette somme a determinati enti.

Le banche estere, come semplici intermediarie, non erano tenute a rispondere alla Privata della eventuale insolvenza dell’azienda beneficiaria.

La banca, servendosi generalmente di alcune banche svizzere legate in modo particolare al gruppo Sindona (Guzviller, Privat Kredit Bank, Wolff Bankhaus, De Barry, Banque Vernes, Banque Dreyfus, Finabank e soprattutto Amincor Bank) a far tempo dai primi del 1974, ha posto in essere un ulteriore passaggio tra le banche estere e le società beneficiarie dei depositi inserendo tra le due le cosiddette “società ponte” Idera e Arana[22].

Ciò evidentemente al fine di rendere più difficile la ricostruzione delle operazioni ed il recupero delle somme.
Malgrado tale espediente, non dovrebbe essere impossibile il recupero di parte delle somme dovute agli effettivi beneficiari, compresi quelli che in realtà più che debitori erano partecipati del gruppo che aveva sottoscritto capitale o prestiti di tipo obbligazionario.

Enti interessati a questo tipo di operazioni sarebbero:

  • Interlakes Canada Holding $ 6.397.000.=
  • Alifin S.A. $ 1.670.000.=
  • Helleniki Techniki $ 4.000,000.=
  • Uranya Hellas $ 1.500.000.=
  • San Faustin Panama $ 935.000.=
  • Edilcentro Sviluppo Int.-Cayman $ 13.500.000.=
  • Edilcentro Sviluppo Int.-Nassau $ 22.300.000.=
  • C.I.G.A. Hotels $ 10.000.000.=

Della maggior parte dei fiduciari dovrebbe essersi avvantaggiata la Capisec S.A. di Lussemburgo per $ 158.177.000: allo stato pero manca qualsiasi elemento che provi essere questa l’effettiva debitrice in quanto da tutti i rapporti emerge unicamente l’Arana.

L’indicazione dell’Arana – e della Capisec ove si provasse essere questa l’effettiva beneficiaria delle somme – sarebbe però in alcuni casi mera finzione in quanto diversi depositi fiduciari nasconderebbero operazioni di acquisto di aziende estere o di finanziamenti ad aziende del gruppo effettuati con mezzi della banca.

Altri fiduciari sono serviti unicamente per costituire in Italia fittizie garanzie in valuta a favore di società debitrici della Privata, altri ancora nascondevano utili in cambi distratti all’estero.

Prima di dar corso alle diverse azioni di recupero nei confronti degli effettivi debitori, la liquidazione ha voluto accertare sia la regolarità delle operazioni poste in essere dalle banche che evidentemente non erano estranee al rapporto tra la Privata e le effettive beneficiarie dei depositi e la opponibilità alla procedura di liquidazione delle lettere con le quali la Privata aveva dato il mandato fiduciario alle banche.

Per la descrizione e l’esame di tutti questi rapporti si rinvia ovviamente alle relazioni che il Commissario farà alla Procura della Repubblica: qui basti dire che la liquidazione ha ritenuto di poter eccepire la compensazione tra i crediti delle banche estere sopracitate e le somme che risultavano a loro depositate lasciando ad esse di contestare, se ne avevano legittimità, la non compensabilità delle cifre.

Solo l’Amincor, la Finabank e la Privat Kredit Bank tra le banche interessate, vantavano crediti verso la Banca e nei loro confronti la compensazione ha operato: mentre la Finabank e la Privat Kredit Bank hanno proposto opposizione (senza peraltro documentare finora validamente le loro contestazioni), l’Amincor non ha proposto reclamo il che comporta che la procedura ha già recuperato senza alcuna azione L. 4.500 milioni degli importi che l’Amincor assumeva essere stati a lei dati con mandato fiduciario a favore di terzi.

Le azioni nei confronti dei beneficiari degli importi saranno di incerto esito proprio per la difficoltà di documentare l’effettivo beneficiario dei titoli. A tale difficoltà si aggiunge che l’eventuale accertamento del buon diritto della Privata verso la Capisec e l’Edilcentro potrebbero avere anche conseguenze per ora addirittura imprevedibili.

2) Diversi. La Privata vanta crediti verso banche estere in dissesto e precisamente nei confronti della Banca Wolff di Amburgo e della Israel British Bank.

Per il credito verso la Wolff (D.M. 1.613.996) la Banca Privata Italiana, d’accordo con la Finabank pure creditrice, ha consentito a postergare il credito per evitare il fallimento e consentire una liquidazione ordinaria più vantaggiosa per i creditori avendo il titolare messo a disposizione il suo patrimonio personale.

Per il credito verso la Israel British Bank (L. 3.040 milioni) si è proceduto giudizialmente con sequestro in Zurigo. Si prevede un recupero di L. 700/800 milioni.

 

1. ATTIVITÀ DELLA LIQUIDAZIONE

i) Operazioni particolari.

1) Finambro. La Finambro – l’ultima e più spericolata impresa di Sindona – fu costretta a rimborsare i sottoscrittori dell’aumento di capitale dopo che apparve chiaro che tale aumento non sarebbe mai stato autorizzato dal CICR. Essa quindi nell’agosto 1974 versò alla Privata L. 15.900 milioni conferendo mandato alla banca di curare il rimborso dei prenotati.

La banca ha eseguito solo parzialmente il mandato in quanto il 27.9.74 era ancora depositata nel conto Finambro la somma di L. 753.339.552. La liquidazione ha ritenuto risolto il mandato ed ha quindi ammesso al passivo chirografario[23] la società per il residuo saldo del suo c/c. La Finambro ha reclamato asserendo che il proprio credito deve essere considerato debito di massa ma non si vede come possa sostenere tale tesi.

2) Finarco. Si tratta di una brutta copia dell’operazione Finambro, realizzata dall’operatore di Borsa Pagliarulo e da alcuni esponenti del mondo politico-finanziario milanese.

La Finarco aveva deliberato di aumentare il proprio capitale sociale e, prima di ottenere l’autorizzazione prescritta, aveva raccolto sottoscrizioni di terzi. La Finarco in un primo tempo aveva depositato presso il Banco di Sicilia le somme così raccolte e solo successivamente aveva trasferito presso la Privata i propri conti. Le sottoscrizioni di terzi venivano versate sul c/c della Finarco la quale però dispose degli importi prelevandoli dal c/c anche se si era impegnata con i propri clienti a non farlo: di qui molte azioni dei sottoscrittori contro la Banca Privata che a loro avviso non avrebbe dovuto consentire alla società di prelevare dal conto.

3) Interbanca. Questo Istituto, cui tra l’altro partecipa per l’1,25% la Banca Privata, ha fatto conoscere di essere stato richiesto dalla Franklin Bank del rimborso di US. Dols. 15 milioni, deposito che l’Interbanca ha negato in quanto essa avrebbe agito come semplice intermediaria trasmettendo all’Amincor Bank l’importo ricevuto dal la Franklin: l’Amincor avrebbe poi a sua volta effettuato il deposito della valuta presso la Banca Unione. In realtà nei complessi rapporti tra Banca Unione e Amincor, compare un deposito di Amincor di quell’entità ma non è possibile che la Federal Reserve, quale curatrice della Franklin o l’Interbanca possano validamente avanzare pretese nei confronti della liquidazione.

4) Franklin. La liquidazione ha avuto contatti con esponenti della Federal Reserve e della Security Exchange Commission che indaga sull’attività di Sindona in U.S.A. e sulle attività della Franklin Bank.

Detti contatti peraltro non sono andati oltre uno scambio di informazioni e di reciproca promessa di collaborazione anche perché da parte italiana si è avuta l’impressione che i rappresentanti della Federal Reserve mirassero più che altro a trovare argomenti per sostenere pretese creditorie verso la Banca Privata Italiana che non intende invece riconoscere operazioni con la Franklin ritenute fittizie.

5) Amincor Bank. Apparvero subito evidenti gli stretti rapporti intercorsi tra la Banca Privata e tale Istituto di credito svizzero: operazioni reali e fittizie sono talmente incrociate che l’Amincor chiese di essere ammessa al passivo per un totale di L. 35.857,4 milioni. La liquidazione ha respinto la domanda affermandosi per contro creditrice dell’Amincor per L. 71.421,9 milioni e l’Amincor non si è opposta all’esclusione dal passivo. Il recupero del credito peraltro sarà assai difficile perché nelle pretese della Banca Privata Italiana si inseriscono i depositi che l’Amincor sostiene fiduciari e perché la banca estera, che sembra collegata alla Banca Unione anche sotto il profilo della proprietà azionaria, è in liquidazione volontaria (I depositi dello Ior presso l’Amincor Bank).

 

Parte terza
1. SITUAZIONE GIURIDICA DELLA PROCEDURA

a) Tribunale Civile

1) Istanza di insolvenza. In data 1.10.74 il Commissario liquidatore presentava ricorso al Tribunale di Milano, perché lo stesso, con sentenza, dichiarasse lo stato di insolvenza della Banca Privata, attese le gravissime perdite patrimoniali già denunciate dal Consiglio di Amministrazione nella seduta del 20.9.74.

2) La sentenza. Il Tribunale sentiva il Rag. Fignon già Amministratore Delegato e chiedeva il parere del ministro per il Tesoro: in data 14.10.74 con sentenza n.70 dichiarava lo stato di insolvenza della Banca.

2) Opposizione Fasco (La reazione di Ambrosoli al sistema Sindona). Nei termini di legge la Fasco ha presentato opposizione alla sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza ed il Liquidatore, avuta autorizzazione dalla Banca d’Italia, si è costituito in giudizio con il patrocinio del prof. avv. Arturo Dalmartello: la causa è tutt’ora pendente ma si avvia alla decisione in quanto il Tribunale non ha accolto le istanze istruttorie dell’opponente.

b) Tribunale Penale.

1) Testimonianze. Appena dichiarata l’insolvenza, il Liquidatore era interrogato dal Pubblico Ministero dott. Viola.

2) Costituzione parte civile. Il Liquidatore poi, in data 13 marzo 1975 si e costituito parte civile contro tutte le persone all’epoca indiziate di reato per i fatti connessi al dissesto della banca e nei confronti delle quali il Pubblico Ministero aveva già disposto il ritiro del passaporto, indagini di Polizia giudiziaria e perquisizioni domiciliari.

3) Sequestri. In data 8.3.75 il Liquidatore ha inoltre presentato al Pubblico Ministero ricorso perché fosse disposto, a carico degli indiziati di reato, sequestro conservativo penale e venisse iscritta ipoteca sui loro beni.

4) Prima relazione. In data [sic] il sottoscritto ha poi depositato una prima relazione al Giudice Istruttore con alcuni documenti di ritenuta rilevanza penale.

5) Prof. Devoto. Per l’assistenza nel procedimento penale, la liquidazione si è affidata al prof. avv. Luigi Devoto.

6) Polizia Tributaria. Molti e continui i contatti con militari della Polizia Tributaria che da mesi, su mandato del Giudice penale, esaminano i documenti sequestrati agli imputati[24].

c) Giudizi diversi avanti il Tribunale Regionale Amministrativo. Il decreto del Ministro per il Tesoro è stato impugnato dalla Finarco S.p.A. avanti al Tribunale Regionale Amministrativo del Lazio; al Tribunale Regionale Amministrativo della Lombardia si sono invece rivolti con ricorso la Fasco ed alcuni piccoli azionisti.

In tutti i giudizi la liquidazione ha ritenuto di non doversi costituire in quanto il ricorso è rivolto non all’attività della procedura, ma agli atti che l’hanno costituita.

[…]

 

Parte quarta
1. SITUAZIONE PATRIMONIALE

[…]

c) Sbilancio finale

La differenza tra il prevedibile attivo di L. 281.130 milioni e il probabile passivo di L. 449.230 milioni ammonta quindi a L. 168.100 milioni e in in tale ipotesi, pagati i privilegiati, i creditori chirografi verrebbero a percepire il 62% degli importi loro riconosciuti.

La somma di L. 168.100 milioni non può peraltro considerarsi come l’effettivo sbilancio finale: si è già detto delle probabili ingentissime multe valutarie e si deve tener poi conto da una parte che la notevolissima liquidità, tutta depositata presso le banche a tassi pari o superiori a quelli interbancari, frutta ingenti interessi e, dall’altra, che le spese della procedura, soprattutto per il personale incideranno notevolmente.

La necessità di non suscitare, per quanto possibile, controversie con i dipendenti, ha indotto la liquidazione ad evitare il ricorso al licenziamento che è stato disposto unicamente per i dirigenti e solo per alcuni funzionari ed impiegati.

Soprattutto nei primi mesi, tale decisione ha indubbiamente comportato un costo maggiore di quello che si sarebbe potuto avere ove si fosse potuto licenziare parte dei dipendenti. Peraltro, l’esperienza di società già facenti capo del gruppo Sindona, l’Edilcentro, dimostra che il maggior costo è stato quantomeno relativo e ciò perché il non aver disposto licenziamenti ha consentito di avere una più ampia collaborazione del personale.

Si ritiene poi opportuno rilevare che, quanto sopra esposto in ordine al passivo ed al probabile attivo, consente di affermare che solo l’instaurazione della procedura di liquidazione ha permesso di contenere il prevedibile sbilancio tra attivo e passivo in L. 168.100 milioni: una gestione ordinaria, per contro, si sarebbe trovata probabilmente esposta a passività per L. 472.500 milioni (L.417.000 milioni stato passivo + L. 14.000 milioni crediti esclusi e non reclamati + L. 41.500 milioni opposizioni) e quindi lo sbilancio sarebbe stato in tal caso di ben L. 191.370 milioni.

 

1. SITUAZIONE PATRIMONIALE

d) Motivi della formazione dello sbilancio

[…]

Si ripete comunque che le cifre tutte sopra esposte sono suscettibili di ampie variazioni in quanto attualmente non possono formularsi che previsioni di massima.

 

Parte sesta

1. Conclusione

La mole del lavoro svolto appare solo in parte dalla presente relazione e, per quanto essa venga redatta a diversi mesi dall’inizio della procedura, non è ancora possibile disporre di un quadro completo e le previsioni sono suscettibili di molte rettifiche.

Le dimensioni dell’Istituto, la quantità dei rapporti in essere, il continuo intervento della stampa sui fatti che hanno attinenza con la banca, l’attività direttamente e non svolta dal gruppo che aveva il controllo dell’azienda per scaricare su terzi le conseguenze del dissesto, le implicazioni politiche del caso, sin dall’inizio facevano ritenere che solo un lungo e paziente lavoro avrebbe potuto fornire all’Organo di Vigilanza e al Magistrato un preciso quadro dell’entità del dissesto e delle cause dell’insolvenza.

Se le particolari condizioni interne dell’azienda, la complessa situazione della contabilità, il grave stato dell’ufficio titoli, l’esistenza di operazioni non contabilizzate, erano note per essere già state evidenziate dalle ispezioni della Vigilanza e a tutto ciò si aggiungono i problemi conseguenti ad una fusione deliberata ma attuata solo formalmente, i problemi emersi a seguito dell’avvenuta risoluzione dei riporti che hanno comportato il trasferimento alla procedura di pacchetti di maggioranza di società quotate in Borsa, si possono giustificare le carenze della presente relazione e meglio valutare lo sforzo compiuto dagli organi incaricati che sono consapevoli di operare in una procedura nella quale diretto è l’interesse dello Stato.

Onorato per l’incarico affidatoci e fiducioso di poter continuare ad adempiere al proprio ufficio nel rispetto della legge e in armonia con gli intendimenti e le finalità degli Organi di Vigilanza, il sottoscritto conclude e firma la prima relazione.

Il Commissario Liquidatore
Avv. Giorgio Ambrosoli

 

Milano, 23 giugno 1975

 

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Note

1. Commissione Sindona, Relazione di minoranza, 30
2. Nell’arco cronologico che va dal 1970 a 1972 Michele Sindona viene ostacolato nella scalata dell’Italcementi, della Banca nazionale dell’agricoltura e in quella della Bastogi. Il comportamento di Carli è contraddittorio: se da un lato ostacola e blocca Sindona in queste grandi imprese finanziarie, dall’altro non chiede misure di intervento straordinario quali l’applicazione dell’articolo 57 della legge bancaria che avrebbe portato al commissariamento degli istituti bancari del banchiere di Patti. Carli agisce in tutti e tre i casi su un terreno diverso da quello istituzionale con l’uso di strumenti abnormi. Per l’Italcementi fa sapere che gli è gradita la continuità del gruppo di controllo. Per la Banca nazionale dell’agricoltura interviene con una lettera che diviene di dominio pubblico, realizzando l’effetto grazie all’implicita minaccia. Per l’Opa Bastogi fa conoscere il suo dissenso all’entrata di capitale straniero agli Hambro e, favorendo il progetto di fusione proposto da Cuccia, fa valere il possesso di azioni della Banca d’Italia. Con questi espedienti il governatore si sforza di garantire lo status quo: cfr. Commissione Sindona, Relazione di minoranza, 32-33.

3. La Finambro era stata costituita a Milano il 26 ottobre 1972 con un capitale di un milione di lire sottoscritto per il 50% da Maria Sebastiani e per la restante quota da Cosimo Viscuso. La società non gravitava all’atto della sua costituzione nell’orbita di Sindona anche se Viscuso era compreso nel circuito di interessi del gruppo. Solo in un secondo tempo Sindona se ne interessò direttamente perché gli serviva uno strumento finanziario che già operasse per ottenere l’autorizzazione all’aumento di capitale. Durante l’assemblea straordinaria della società viene approvato un aumento di capitale da un milione a 500 milioni di lire; essendo stato accertato che il capitale era stato depositato nelle casse sociali nel corso della stessa assemblea si dispone un ulteriore aumento da 500 milioni a 20 miliardi, tale aumento sarebbe stato attuato dopo le autorizzazioni previste dalla legge.L’assemblea straordinaria del 3 agosto del ’73 deliberò l’aumento da 20 a 160 miliardi di lire giustificando la richiesta di nuove sottoscrizioni per dare respiro nazionale alle operazioni della società ed in particolare l’acquisto del pacchetti di maggioranza dell Società Generale Immobiliare Spa e della Moneyrex Euro Market Brokers.

Il diniego del ministro del Tesoro del 15 luglio 1973 esclude il rilascio di autorizzazioni in relazione ad aumenti di capitale di società finanziarie di qualunque genere. Il 6 luglio del ’74 il tribunale di Milano revoca l’omologazione della deliberazione d’assemblea straordinaria del 3 agosto ’73 perché «irragionevole e contraria a norme di ordine pubblico». Il nuovo aumento che era stato deliberato non era efficace perché mancante dell’omologazione: Commissione Sindona, Relazione di minoranza, 108.

4. Commissione Sindona, Relazione di minoranza, 102.
5. Il prestito del Banco di Roma equivale ad un salvataggio della banca di Sindona che ha prodotto secondo le stime del commissario uno sbilancio tra attivo e passivo di 168 miliardi (IV.1.c) (che rivalutati superano ampiamente il miliardo di euro). Solo la procedura di liquidazione permette di contenere i costi. La gestione ordinaria si sarebbe trovata esposta a passività per 472 miliardi e mezzo con uno sbilancio di più di 191 miliardi. Alla stima di 168 miliardi Ambrosoli aggiunge il rischio di forti multe valutarie ma anche la presenza di ingenti masse di capitali depositati in banche estere che applicano tassi di interesse pari o superiori a quelli interbancari.
6. Le banche di interesse nazionale sono legate alla creazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) nel ’33 come risposta alla grave crisi economica dei primi anni Trenta in Italia. Le banche di interesse nazionale erano i tre maggiori istituti di credito in Italia: Banca commerciale italiana (conosciuta come Comit), il Credito italiano e il Banco di Roma. I tre istituti avevano finanziato gli investimenti delle principali imprese coinvolte nello sforzo bellico, costruendo inoltre delle holdings finanziarie e acquistando le loro stesse azioni in borsa. Si veniva a creare -secondo la nota formula di Raffaele Mattioli- una «mostruosa fratellanza siamese», la cui debolezza sarebbe emersa con la politica monetaria di Mussolini e la conseguente crisi di borsa del ’29. Avendo perdonato l’atteggiamento politico precedente di Beneduce, Mussolini gli affida la soluzione del problema che si era creato attorno al rapporto tra imprese e banche, risolto con la creazione dell’Iri. L’istituto ottenne dalla Banca d’Italia i capitali necessari all’acquisto dei tre istituti (che da questo momento vengono definiti «banche di interesse nazionale»), controllando nel contempo le imprese possedute da queste banche.
7. Cfr. infra.
8. Intervista a Ugo De Luca, I soldi me li dà il fattorino, «L’Espresso», 22, 30 maggio 1971.
9. Il rapporto che intercorre tra Amincor Bank e Banca Privata Italiana nasconde il legame tra operazioni effettuate dall’istituto di Sindona e lo Ior. La banca vaticana aveva effettuato dei depositi fiduciari presso l’Amincor Bank in Svizzera. L’Amincor li aveva depositati a sua volta in divisa straniera (dollari e marchi) presso la Banca unione sulla base di un contratto stipulato in Italia tra Banca unione e Ior che esigeva il risarcimento dalla liquidazione perché l’operazione in questione era solo una modalità esecutiva. In questa sezione Ambrosoli spiega che l’Amincor è legata a livello azionario alla Banca privata, quindi di proprietà di Sindona. Secondo il comunicato di Bankitalia erano esclusi tutti gli attori corresponsabili del dissesto, comprese le banche conniventi al sistema Sindona; da qui il diniego di Ambrosoli che riconosce una posizione creditoria ad Amincor Bank negandola allo IOR: Novembre S. 1995.
10. cfr. Commissione Sindona, audizione di Edoardo Ruggiero del 1° ottobre 1981, doc. XIII N.2 septies/4, 746 ss. La testimonianza di Ruggiero è incentrata sui fondi neri derivanti dagli interessi non dichiarati ad enti pubblici come la Gescal.
11. Comunicazione del 1° novembre 1967 di Fred Douglas, capo dell’International Criminal Police Organization di Washington alla Criminalpol di Roma. cit. in Lombard, Soldi truccati, I segreti del sistema Sindona, Milano, Feltrinelli 1980, pp.15-16.
12. Si ringraziano l’Archivio di Stato di Milano che ha concesso la pubblicazione integrale del documento (aut. n° 2/2014) e Luca Castiglioni, responsabile dell’ Archivio della Camera di Commercio di Milano per la disponibilità e la collaborazione nella pubblicazione della Relazione del Commissario liquidatore della Banca Privata Italiana conservato nell’Archivio Banca Privata Italiana.
13. Il Comitato di sorveglianza è composto da tre a cinque membri, che alla loro nomina divengono pubblici ufficiali e hanno funzione consultiva fornendo pareri sul riconoscimento di diritti dei terzi, sulla vendita dei beni mobili e immobili e sulla distribuzione di acconti ai creditori.
14. I sindaci sono i componenti del collegio sindacale demandati nelle società di capitali a funzioni di vigilanza.
15. Stanziamento di spesa non impegnato al termine d’esercizio che viene riscritto, in aggiunta alle rispettive disponibilità, nel bilancio dell’esercizio finanziario successivo.
16. La liquidazione di borsa è l’atto conclusivo di un contratto di borsa che comporta il saldo di titoli e liquidi tra i contraenti, avviene, di norma, l’ultimo giorno di ogni mese solare: Garruccio 2004, 306 ss.
17. Articolo che regola la Gestione provvisoria.
18. Stanza di compensazione: associazione di istituti operanti in una determinata zona per facilitare la regolamentazione dei rapporti di debito e di credito originati (fra le appartenenti al gruppo) dagli assegni bancari emessi dai titolari dei depositi in conto corrente.
19. Ambrosoli esclude dallo stato passivo l’Istituto per le Opere di religione (Ior) per una cifra di 17 miliardi attirandosi le antipatie di chi aveva permesso un rimborsato per la banca vaticana nel luglio del 1974 allorché fu disposto il «cordone sanitario» che escludeva il rimborso di banche e società legate per via diretta e non al gruppo Sindona [Cfr. Stajano 2010-9, 106].
20. La spunta è un’operazione con la quale gli associati alla Stanza di compensazione spuntano le operazioni che si sono svolte nel ciclo operativo che si è concluso. La spunta serve a definire le posizioni creditorie e debitorie delle contropartite trattate fino a fine mese. La spunta riguarda anche le operazioni di controllo per appurare la coincidenza delle scritture contabili rispetto alle operazioni eseguite.
21. Società in accomandita semplice contenute all’interno della Fasco AG.
22. I nomi Idera e Arana, ma anche Fasco, sono frutto dell’immaginazione di Sindona che si divertiva a creare nomi di fantasia per le sue società che suscitassero l’altrui curiosità alla ricerca della loro origine.
23. Il credito chirografario è una tipologia di credito non supportata da alcuna garanzia reale (come il pegno o l’ipoteca) o personale (fidejussione).
24. Dal gruppo di agenti del Nucleo di polizia Tributaria inviato dal pubblico ministero Guido Viola comandato dal maresciallo Novembre.

 

Debito pubblico, la lettera di Padoan alla Commissione: ecco i dossier riservati sui derivati

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Rendendo “collaterale” il caso-Etruria per dirla con le parole di Renato Brunetta, la Commissione d’inchiesta sulle banche sposta il tiro sulla crisi del debito pubblico e la mina dello spread per le quali saranno auditi gli ex ministri e dg del Tesoro e lady debito pubblico. Ieri il presidente Pierferdinando Casini ha reso noto di aver ricevuto una lettera da Pier Carlo Padoan di accompagnamento ai dossier delle operazioni in derivati con primari istituti di credito esteri tra il 2011 e il 2012.


Le carte sono state secretate o coperte dalla riservatezza. Si tratta di quelle operazioni fatte dal Tesoro con grandi banche per coprirsi dal rischio di tasso e che dal 2013 non possono essere svelate. Si ricordi che nel 2012 Morgan Stanley si avvalse di una clausola dell’accordo e risolse unilateralmente il derivato con un costo per l’erario di 2,5 miliardi.  Questi contratti con la banca americana fanno parte dei documenti blindati inviati da Padoan. Così come contratti di ristrutturazione con Citibank, Ubs, Deutsche bank ma anche “l’assegnazione a una nuova controparte Sociètè Gènèrale”. Secondo alcune ricostruzioni nel 2011 il buco sarebbe di 2,9 miliardi, nel 2012 di 3,8 miliardi, di 9 miliardi nel 2013 e di 3,3 miliardi nel 2014.

 

Ecco le carte secretate della Risoluzione delle 4 banche

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Ecco le carte “secretate” sulla Risoluzione delle quattro banche (Etruria, Marche, Ferrara, Chieti) durante l’audizione di Roberto Nicastro davanti alla Commissione d’inchiesta avvenuta martedì 5. “Il percorso di Risoluzione delle 4 banche dell’Italia centrale” è il titolo del documento di 14 pagine consegnato a microfoni e riflettori spenti dal banchiere ex Unicredit che ha gestito i quattro istituti, in veste di presidente, dal 22 novembre 2015 fino a giugno 2017 quando le banche-ponte sono state cedute a Ubi e Bper: nelle carte sono riepilogate tutte le tappe del calvario. Alcuni numeri contenuti nel rapporto che Il Messaggero.it è in grado di pubblicare, non erano noti, altri invece conosciuti per approssimazione, come i valori degli npl.

Clicca QUI per leggere i documenti

La ricostruzione torna utile a pochi giorni dalla nuova tornata di audizioni, tra cui quella molto attesa dii Federico Ghizzoni che dovrà rispondere alle domande su presunte pressioni ricevute, a novembre 2014 da Maria Elena Boschi, all’epoca Ministro delle Riforme per far intervenire Unicredit nel salvataggio di Etruria, di cui il padre Pier Luigi era vicepresidente.

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