Cattolica, la prova del fuoco per Minali.

Fatto con Banco Bpm l’accordo di bancassurance che gli garantisce un importante canale di crescita nel Nord, ora l’ad di Cattolica, Alberto Minali, è chiamato a una prova forse ancora più difficile: dimostrare di saper creare un team di manager che lo supporti nella “discontinuità” aziendale richiesta per il definitivo rilancio della compagnia le cui condizioni saranno chiarite a fine gennaio 2018, quando sarà presentato il nuovo piano industriale 2018-2020. Il deal con la banca è stato giudicato positivo dalla maggior parte degli analisti. Per due buoni motivi. Il primo è perché questa mossa assicura alla compagnia un canale di bancassurance nel lungo termine, della durata di 15 anni. Venuto meno infatti l’accordo con la Popolare di Vicenza, a Minali sarebbe rimasta soltanto l’intesa con Ubi. Ma non è affatto sicuro che, alla scadenza, nel 2020, l’istituto guidato da Victor Massiah l’avrebbe rinnovata: ci sono infatti molti segnali secondo cui Massiah provvederà a farsi una compagnia captive in casa, sul modello di Intesa che ha avuto un grande successo arrivando a diventare la prima impresa italiana. La mossa di Minali è dunque più tempestiva di quanto non sia sembrata a prima vista, perché nel 2020 avrà comunque una maggiore tranquillità nel ricontrattare l’accordo con Ubi, se sarà possibile. Altrimenti potrà farne a meno. Qualche analista ha fatto i conti in tasca alla compagnia di Minali, considerando che a fronte del prezzo pagato di 760 milioni per il 65 per cento delle due compagnie di Banco Bpm, Cattolica dovrà emettere un bond subordinato “tier 2” da 500 milioni.

Questo costerà presumibilmente intorno al 5 per cento all’anno, con un esborso di circa 25 milioni. «In compenso – spiega Giuseppe Mapelli, analista di Equita – l’utile netto dqa noi stimato post tasse previsto dalla joint venture per il 2019 è di 65 milioni, che corrispondono grosso modo a 42 milioni per la quota di competenza di Cattolica. Il costo del bond è di 25 milioni, ma togliendo le imposte il vero costo per la compagnia sarà di 18 milioni. Il conto finale è presto fatto: se a 42 milioni se ne tolgono 18 ne rimangono circa 25». Il deal fortemente voluto da Minali è dunque in qualche modo “garantito” da ritorni matematici. Certo, rimane sempre l’incertezza sul rispetto degli obiettivi da parte della banca partner, ma quest’alea fa parte del gioco. Sistemata la questione più urgente della bancassurance, Minali adesso deve fare i conti con la trasformazione della compagnia da tradizionale a innovativa. Dopo la lunga gestione dell’ad Mazzucchelli, chiamato per salvare la compagnia dalla brutte acque in cui si trovava durante la precedente gestione Reggia, il turnaround è stato effettuato. Soprattutto è stato rimesso in carreggiata il ramo Rc auto, che rappresenta da solo circa il 50 per cento dei premi. Minali parte da qui, da un’azienda riportata in utile ma debole perché poco redditizia (conseguenza anche del modello cooperativo), con una rete agenziale vecchiotta, con una presenza importante (grazie alla controllata Fata) nel mondo dei coltivatori diretti, anche quest’ultimo però caratterizzato da un’impronta molto tradizionale. «Il nuovo ad – commenta un addetto ai lavori – deve produrre discontinuità nel modello operativo e nelle operations. Si vedrà quanto questa discontinuità sarà fotografata dal nuovo piano industriale del prossimo gennaio. Ma certo c’è bisogno di cambiare il modello di business; c’è bisogno di digitalizzare completamente l’azienda; infine occorre portare la rete distributiva nel Terzo millennio». La forte presenza nel mondo agro-alimentare può diventare un forza: potenzialmente ci sono milioni di clienti che possono essere “aggrediti” con nuovi prodotti. Ma per raggiungere questi obiettivi – secondo tutti raggiungibili anche con l’assetto cooperativo, che per il momento non sembra in discussione nemmeno dopo l’acquisto da parte di Warren Buffett del 10 per cento della società – non basta un one man show come Minali (che comunque è alla prima vera prova importante della sua vita da chief executive). Serve anche una squadra, e questa sarà la vera prova del fuoco dell’ad. (la repubblica-bonafede)

 

Domani le offerte per i 2 miliardi di Npl di BancoBpm: in corsa Ifis, Kruk, Anacap, Db

imagesil sole 24 ore 

Sette in corsa per il portafoglio da circa 1,8 miliardi nominali di non performing loan unsecured, cioè non garantiti, di BancoBpm. Alla scadenza di domani saranno, infatti, secondo i rumors in sette a contendersi lo stock di crediti problematici del cosiddetto dossier Sun. A ricevere le proposte vincolanti saranno gli advisor nominati da BancoBpm, cioè E&Y, Banca Akros e i legali di Freshfields. Tra i nomi sicuri dei partecipanti ci saranno Banca Ifis, ormai specializzata su questo genere di partecipazioni, la divisione dedicata di Deutsche Bank, i polacchi di Kruk, il fondo internazionale Anacap più altri 3 fondi internazionali attivi nelle transazioni sui portafogli unsecured. Non sarà invece della partita, secondo le indiscrezioni, la svedese Lindorff-Intrum Iustitia, che ha appena rilevato in Italia la piattaforma servicer Caf. BancoBpm dovrà chiudere l’operazione entro fine anno per contabilizzarla in bilancio.
Secondo le informazioni che Il Sole 24 Ore ha raccolto, il portafoglio Sun di BancoBpm è composto da due pacchetti: uno (definito large portfolio) del valore nominale di circa un miliardo con 389 posizioni di debitori. L’altro (mid portfolio) con un valore nominale di 780 milioni e ben 2.518 posizioni. Insomma si tratta di uno stock assai parcellizzato, con diverse posizioni datate, e con debiti non garantiti, che per loro natura hanno sempre fortissimi sconti sul nominale all’atto della cessione. Se poi si guarda alla composizione dei due portafogli (large e mid) si scoprono dettagli interessanti. Il 73% del primo portafoglio in vendita, quello maggiore da un miliardo di nominale, vede i debitori localizzati nel Nord Italia (per totali 742 milioni) Circa 900 milioni sono le posizioni già in bancarotta. I default risalgono in media a 5,7 anni fa. I debitori con posizioni superiori ai 5 milioni ammontano a complessivi 387,5 milioni. Nel portafoglio più piccolo invece, da nominali 780 milioni, il 72% delle posizioni è nel Nord Italia (per totali 558,5 milioni), circa il 75% è collegato a debitori già in fallimento (per 580 milioni) e i default risalgono in media a 4 anni fa. C’è da dire che questa cessione è la più rilevante mai fatta negli ultimi anni nel settore unsecured in Italia. Tuttavia gli effetti sul bilancio dell’istituto guidato dall’amministratore delegato Giuseppe Castagna non saranno importanti. Il dossier Sun da quasi 2 miliardi si va ad aggiungere all’altro miliardo (in questo caso di posizioni secured) ceduto mesi fa con il portafoglio Rainbow. C’è da dire che l’operazione che dovrebbe cambiare faccia alla banca milanese sarà quella, attesa il prossimo anno, con la cartolarizzazione a garanzia pubblica (cioè con le Gacs) su una somma nominale che potrebbe raggiungere alla fine i 5,5 miliardi di non performing loan, transazione sulla quale sono coinvolti Mediobanca e Prelios.

I FUTURE SUI BITCOIN SONO IL PUNTO DI SVOLTA – ALBERTO MINGARDI: ”PER STIGLITZ ANDREBBE VIETATO, GLI AMMIRATORI COME PETER THIEL RISPONDONO CHE PRESTO GLI AUMENTI VERTIGINOSI VISTI FINO AD OGGI SEMBRERANNO SOLO TURBOLENZE DURANTE LA FASE DI DECOLLO, E CHE IL BITCOIN È SOTTOSTIMATO. SEMPRE CHE GLI STATI NON SI METTANO IN MEZZO”

Alberto Mingardi per ”La Stampa”

bitcoin4BITCOIN

Nell’ ultimo anno il prezzo di Bitcoin è salito di circa 20 volte. Nell’ ultima settimana, si è apprezzato di circa il 45%, sfiorando i 17.000 dollari il pezzo.

Gli ultimi rialzi sono considerati un effetto dell’ imminente lancio di derivati su Bitcoin, che avverrà oggi.

 E’ normale che se ne parli sempre di più, e sempre di più ci si divida.

Per il Premio Nobel Joseph Stiglitz, andrebbe vietato perché «non svolge alcuna funzione socialmente utile». Il Ceo di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, dice che chi compra Bitcoin è «stupido» (può essere: è vero per una certa quota di qualsiasi gruppo di persone). Per il banchiere Antonio Foglia «viene praticamente scambiato solo tra chi ci specula e già assorbe lo 0.1% dell’ energia elettrica mondiale».

bitcoin1BITCOIN

Secondo John Cochrane, Senior Fellow della Hoover Institution, l’«esplosione» del Bitcoin è l’ esito di una domanda speculativa a fronte di un’ offerta limitata, con sostituti (le altre criptovalute) poco attraenti e in contesto nel quale non si può scommettere sul ribasso.

Ma esiste anche una non piccola pattuglia di entusiasti per cui Bitcoin è «l’ oro digitale». I più noti sono il greco Andreas Antonopoulos, Nick Szabo, Jeff Tucker. Non sono economisti accademici ma conoscono la tecnologia. Come George Gilder, il «futurologo» amato da Reagan che aveva predetto la fine della televisione e ora si entusiasma per Bitcoin.

bitcoin 2BITCOIN 

L’ algoritmo che lo regola è pensato per evitare l’ inflazione. Nonostante Bitcoin non sia un oggetto materiale, nonostante non serva a produrre monili e orologi (i tradizionali sostenitori dell’ oro, come il finanziere Peter Schiff, sono scettici), sappiamo che non è possibile «stamparne» quanti si desidera: e che anzi, col tempo, l’ offerta andrà a ridursi.

Le politiche monetarie non-convenzionali possono spaventare i risparmiatori. Bitcoin è il rifugio dei perplessi: com’ era il metallo giallo. Con questa volatilità, però, è strano che chi ha paura dei capricci di Draghi e Powell scelga di investire in criptovalute. Esse semmai stuzzicano gli spiriti più avventurosi.

BitcoinBITCOIN

 

Al centro del dibattito c’ è una questione fondamentale. Esiste una domanda per quella cosa particolarissima che è Bitcoin? Per Cochrane, «esiste una domanda perfettamente razionale, si tratta di un eccellente sistema per evitare i tentativi – tanto quelli benefici, quanto quelli nocivi – dei governi di controllare l’ attività economica». Le criptovalute servirebbero per comprare cocaina senza trascinarsi appresso scomode buste piene di dollari e per espatriare capitali spiazzando governi oppressivi.

L’ ipotesi alternativa è che un network di pagamenti peer-to-peer, che avvengono senza intermediari finanziari, sicuri perché registrati su un libro mastro digitale e decentralizzato, sia molto più intuitiva per i Millennials del contante (scomodo e cartaceo) o di realtà altrettanto immateriali (il conto corrente) che però passano per un intermediario L’ arrivo dei future su Bitcoin è un punto di svolta.

BITCOINBITCOIN

Aumenterà il volume delle transazioni, ma avverranno su contratti che non implicano necessariamente l’ effettivo «possesso» di Bitcoin. Sarà possibile scommettere contro un aumento delle quotazioni. Entreranno in scena intermediari sofisticati e «pesanti» nel sistema finanziario internazionale (banche, assicurazioni, fondi). Non senza potenziali problemi: per Thomas Peterffy, presidente di Interactive Brokers, il Bitcoin è ancora «immaturo» per un passo del genere.

Il proibizionismo di Stiglitz fino a oggi è parso una boutade. Il volume delle transazioni in criptovalute è limitato, ma soprattutto comprarle non è così facile, lo fanno persone informate abbastanza da seguirne gli andamenti, che possiedono smartphone e computer e li usano con assiduità. Non c’ è l’ equivalente del bancario che seduce il cliente sprovveduto. Insomma: se la bolla è tale, a scottarsi le dita, al suo scoppio, sarà gente che non manca di strumenti culturali. Ma se Bitcoin diventa pervasivo, le cose possono cambiare velocemente e la domanda di regolazione rafforzarsi.

JOSEPH STIGLITZJOSEPH STIGLITZ

Gli ammiratori della criptovaluta rispondono che presto gli aumenti vertiginosi visti fino ad oggi sembreranno solo turbolenze durante la fase di decollo: il Bitcoin è «sottostimato», ha detto il finanziere Peter Thiel, le sue vere potenzialità non si sono ancora viste.

Sempre che gli Stati non si mettano in mezzo.

PETER THIELPETER THIELpeter thielPETER THIEL

Rummo, quando il Made in Italy non si arrende assieme alla solidarietà’ di tutti gli italiani.

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-cead7c8d-7e75-43b3-ad4e-8dcafe38bf42.html

LO STORICO BRAND VERSO LA RIAPERTURA COMPLETA

Essere maestri pastai dal 1846 comporta una duplice, grande responsabilità. Quella di essere una bandiera dell’enogastronomia italiana e quella di produrre sempre pasta a livelli di eccellenza. Ecco perché quando l’alluvione che in ottobre ha colpito il Beneventano ha interessato la sede produttiva di Rummo, è scattata subito una mobilitazione per aiutare questa azienda-simbolo a riattivarsi al più presto.

E, come è giusto che fosse nel 21.mo secolo, la mobilitazione è stata soprattutto social. La campagna di solidarietà virale #SaveRummo, nata spontaneamente dal popolo del web – con grande sorpresa della famiglia Rummo, che non ne è l’autrice – ha raggiunto in poco tempo circa un milione di like, coinvolgendo sia gli appassionati sia gli addetti ai lavori. Come i giornalisti, che hanno chiamato a raccolta gli chef perché contribuissero a sostenere l’azienda, fiore all’occhiello dell’industria campana e simbolo della qualità Made in Italy nel mondo. Molti stellati da Mauro Uliassi a Angelo Sabatelli, da Ernesto Iaccarino a Cristina Bowerman, solo per citarne alcuni, hanno espresso la loro partecipazione inviando ricette e organizzando cene a base di pasta Rummo.

Grazie anche ai depositi dislocati a livello internazionale tra Parigi, Londra e New York l’azienda ha potuto contare sull’80-90% degli stock per far fronte alle richieste di breve periodo dei suoi clienti. Inoltre, dopo poche settimane è stato riattivato il magazzino automatizzato – fiore all’occhiello super tecnologico dell’azienda – che permette di rispondere alle richieste a medio termine. E si prevede che tra qualche settimana siano riattivate le linee di produzione danneggiate nella notte tra il 14 e il 15 ottobre. Un’ondata di quasi quattro metri ha investito tutto il sito produttivo, con punte di oltre nove metri che hanno trascinato insieme a detriti e fango anche 18 automobili dei dipendenti del pastificio.

“Si è lavorato incessantemente da subito per pianificare e realizzare i lavori di ripristino nel minor tempo possibile commenta il Presidente e Amministratore Delegato, Cosimo Rummo. Alcune linee di produzione sono state danneggiate, fortunatamente però le più importanti saranno in grado di ripartire a breve. La pulizia del sito è stata velocemente conclusa e con l’inizio del nuovo anno la produzione riprenderà. Con l’occasione, si stanno approntando interventi di efficientamento energetico, un modo per essere più rispettosi verso l’ambiente, in linea con l’installazione alcuni anni fa di un trigeneratore per l’autoproduzione di energia termica (caldo e freddo) e di energia elettrica che, oltre a coprire il fabbisogno energetico di circa l’80%, ha permesso di raggiungere ragguardevoli vantaggi circa il rendimento elettrico e termico.”.

E infatti l’azienda non ha perso la voglia di guardare al futuro e pensa già a come rispondere al meglio alle nuove esigenze di mercato. “Il mercato della pasta, come tante altre categorie alimentari, è interessato dal boom delle cosiddette “free from” e dei prodotti considerati migliori per la salute – spiega il Direttore Commerciale, Guido Veronese –. Per quanto riguarda la pasta, questo trend significa una crescente domanda di paste senza glutine, paste biologiche, paste integrali o con cereali diversi dalla canonica semola di grano duro (farro, kamut ecc). Per questo motivo, Rummo Lenta Lavorazione è entrata da pochi mesi nel segmento del “senza glutine”, in cui propone una gamma di 6 prodotti diversi: 6 formati di pasta trafilata al bronzo, per assorbire meglio il condimento e permettere a chiunque di gustare un prodotto senza glutine senza per questo rinunciare al piacere che un piatto di pasta può darci”.

Per restare sempre al passo, fondamentale anche il ruolo delle fiere di settore. “TUTTOFOOD è sicuramente un’importante vetrina per tutte le tendenze in atto nel mercato alimentare e per gli operatori più attenti ai bisogni dei consumatori – conclude Veronese –. La visibilità e le opportunità di scambio che si possono sviluppare ne fanno un appuntamento di primo piano a cui prestiamo sempre molta attenzione. Essere presenti a TUTTOFOOD ci permette di tastare il polso del mercato e poter migliorare di volta in volta la nostra offerta per soddisfare un pubblico sempre più esigente ed attento alla qualità.”

E la manifestazione si unisce con calore alla gara di solidarietà per riportare al più presto Rummo nell’Olimpo del food italiano, che porta nel mondo il nostro saper vivere. 

 

Attesi future dei Bitcoin,allarme banche

Attesi future dei Bitcoin,allarme banche

Il bitcoin, dopo la corsa da record delle ultime settimane, sta per fare il suo debutto sul mercato regolamentato con i future che fra poche ore saranno lanciati al Chicago Board Options Exchange (Cboe), una delle principali piattaforme di scambio per i derivati finanziari. Ma le banche continuano ad esprimere forti timori legati alla estrema volatilità della valuta digitale, agitando lo spettro di una bolla che potrebbe ben presto esplodere. L’ultima a lanciare l’allarme è la Deutsche Bank secondo cui un tracollo del bitcoin è uno dei principali fattori di rischio per i mercati nel 2018. La criptovaluta ha toccato nei giorni scorsi un picco di oltre 19 mila dollari, per poi riscendere ed attestarsi in queste ore poco sotto i 15 mila dollari.

Deutsche Bank contro l’Italia: ora indaga la Procura di Milano

Nel 2011 l’istituto tedesco mosse miliardi, mettendoci a rischio crac. Dopo sei anni i giudici dovranno pronunciarsi sulla maxi speculazione da manuale del colosso bancario.

Deutsche Bank contro l'Italia: ora indaga la Procura di Milano
La sede di Deutsche Bank a Francoforte

La Procura di Milano indaga su Deutsche Bank per una maxi-speculazione sui titoli di stato italiani. L’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato. Lo scrive L’Espresso, che nel numero in edicola con Repubblica da domenica 10 dicembre ricostruisce le operazioni sotto accusa, per un totale di circa dieci miliardi di euro, realizzate dal colosso bancario tedesco nel 2011, dopo il crac della Grecia, nei mesi neri dello spread, quando la crisi del debito pubblico minacciava altri paesi europei tra cui Italia e Spagna.

L’indagine su Deutsche Bank, avviata due anni fa dalla Procura di Trani, è stata trasferita a Milano dalla Corte di Cassazione, per motivi di competenza territoriale, su richiesta dei difensori della grande banca tedesca. I magistrati pugliesi consideravano l’inchiesta già conclusa ed erano pronti a chiedere il rinvio a giudizio dei cinque banchieri tedeschi che guidavano il gruppo nel 2011 e della stessa Deutsche Bank come persona giuridica. Oggi al vertice dell’istituto di Francoforte ci sono nuovi manager, estranei all’indagine.

Finora si sapeva che la banca tedesca, nei primi sei mesi del 2011, aveva drasticamente ridotto la sua esposizione al rischio-Italia, vendendo titoli di stato del nostro paese per circa 7 miliardi. La cessione è stata comunicata ai mercati e ai governi solo il 26 luglio 2011, con la pubblicazione dei dati del secondo semestre: i titoli italiani posseduti dalla banca tedesca risultavano crollati da otto miliardi a soli 996 milioni di euro. Un annuncio-choc. Il Financial Times titolò in prima pagina sulla «fuga degli investitori internazionali dalla terza economia dell’eurozona».

Ora l’indagine giudiziaria, che la Procura di Milano ha deciso di approfondire, ricostruisce l’intera serie di operazioni decise dalla banca tedesca, prima e dopo quella comunicazione. Secondo l’accusa, alla fine di luglio del 2011, proprio mentre annunciava la fuga dal nostro paese, Deutsche Bank aveva in realtà già ricomprato titoli italiani, segretamente, per almeno due miliardi. Ed era quindi tornata a quota tre miliardi: il suo livello standard di esposizione. Altri 4,5 miliardi di titoli italiani erano infatti posseduti da un’altra società tedesca, acquisita nel 2010 da Deutsche Bank. Il 26 luglio 2011 il colosso di Francoforte ha però comunicato solo le vendite precedenti al 30 giugno, non i riacquisti effettuati già nel mese successivo. In pratica, la banca ha venduto quando i prezzi erano ancora alti e ha ricomprato quando il mercato è crollato. Una speculazione finanziaria da manuale, su cui dovranno pronunciarsi i giudici italiani.

VIDEO :

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-587a1025-1ae5-480d-a56d-3417e0d9959b.html

Carlo Bonomi si compra l’Aston Martin di 007.

Altro che James Bond, l'asta dell'Aston Martin di Paul McCartney sarà da recordDB5 DI PAUL MCCARTNEY

Investindustrial in trattative avanzate per acquisire il controllo della storica casa automobilistica inglese.
Carlo Bonomi
Carlo Bonomi

La Investindustrial di Carlo Bonomi punta al controllo di Aston Martin, lo storico marchio inglese dell’auto «fornitore» anche di James Bond. Come segnala il Messaggero, il gruppo anglo-italiano avrebbe in corso una negoziazione per salire dal 37,5% attuale al 50%. Oggi il principale socio di Aston Martin è un pool di investitori del Kuwait capitanato da Inestment Dar, uno dei maggiori fondi islamici con il 54,5%%. Presenti anche la divisione sportiva della Mercedes con il 5% e il management con il 3%. E’ proprio questo 8% complessivo che dovrebbe essere acquisito da Investindustrial.

Quando 5 anni fa Investindustrial acquisì la sua quota il gruppo aveva un valore stimato di 940 milioni. Ma ora il valore della società sarebbe in netta crescita grazie ai migliori risultati raggiunti. Il 2017 si dovrebbe chiudere con ricavi pari a 957 milioni di euro e un margine lordo di 205 milioni. L’obiettivo sarebbe la quotazione alla Borsa di Londra nell’estate 2018

 

 

AMARO RAMAZZOTTI, L’EREDITA’ SPARITA DEL SIMBOLO DELLA MILANO 80 DA BERE………………….

 

 Gianluca Paolucci per ”La stampa”

 

ausano ramazzottiAUSANO RAMAZZOTTI

Anna Ramazzotti, vedova Castellini Baldissera, muore ad Agno, nei pressi di Lugano, il 25 luglio del 1993. Il cadavere viene trovato nella sua auto, con un sacchetto in testa e alcune confezioni vuote di barbiturici. Inizia così una storia che arriva fino a oggi e si porta dietro letteralmente mezza Milano.

Perché in questa storia c’ è intanto uno dei simboli della città come l’ amaro Ramazzotti.

Il suo vecchio slogan, «Milano da bere», identifica ormai tutta una stagione della città lombarda. C’ è anche la Casa degli Atellani, uno dei palazzi più belli della città, che custodisce la vigna di Leonardo.

amaro ramazzottiAMARO RAMAZZOTTI

E c’ è il simbolo del suo potere finanziario, la Mediobanca dei tempi andati di Cuccia e Maranghi. Poi ci sono alcune famiglie di antico blasone e una sfilza di professionisti che sono tra i più bei nomi della città. Accanto a personaggi più opachi, che appaiono carsicamente, quando serve. Ma c’ è soprattutto un’ eredità milionaria, soldi spariti tra conti correnti e holding nei paradisi fiscali, case da Sankt Moritz a Bolgheri, quote societarie, veleni e aule di tribunale.

Quello che manca sono oltre 60 milioni di euro: l’ eredità di Gaia, una dei due figli di Anna.

Ma tutto questo, quando viene trovato il cadavere di Anna, non si immagina neppure. Il caso viene archiviato come suicidio, come due giorni prima quello di Raul Gardini e cinque giorni prima quello di Guido Cagliari. Erano giorni complicati e ricchi di notizie e la morte dell’ erede dell’ amaro Ramazzotti non cattura l’ attenzione delle cronache. Per di più la famiglia viveva in Svizzera da anni. E a metà anni ’80 l’ amaro era stato venduto alla francese Pernod Ricard.

vincenzo maranghi con anna castellini baldisseraVINCENZO MARANGHI CON ANNA CASTELLINI BALDISSERA

Il padre di Anna, Guido Ramazzotti aveva creato a partire dagli anni ’70 un patrimonio all’ estero, rimpolpato con la cessione delle attività italiane. Il marito, Ettore Castellini Baldissera, morto nel 1971, era a sua volta tra gli eredi di una delle più antiche famiglie milanesi, proprietari tra l’ altro della Casa degli Atellani. Tutto questo restava ai figli di Anna, Guido e Gaia, allora poco più che ventenni. Lo zio dei due – marito di una sorella del padre – si chiamava Vincenzo Maranghi e anche lui, come altri parenti, si occuperà dei due fratelli. C’ è una fondazione del Liechtenstein, Davenia, che si occupa del patrimoni liquido dei due fratelli.

Alla fine del decennio passato, Gaia si accorge che qualcosa non va. Inizia a cercare di capire che fine hanno fatto i suoi soldi e le sue proprietà e insomma, i conti non tornano proprio. È qui che compaiono una serie di consulenti che tra Milano, la Svizzera e una serie di paradisi fiscali hanno gestito quella fetta di patrimonio. Come Rubino Mensch, già fiduciario della famiglia Rovelli e «custode» del tesoro Imi-Sir, gestore nella fase iniziale la Fondazione Davenia.

Ramazzotti Milano da bereRAMAZZOTTI MILANO DA BERE

Come Pierfranco Riva, avvocato luganese il cui nome compare in una serie di inchieste italiane (da ultimo l’ evasione fiscale del gruppo Menarini), ma è anche stato in passato amministratore della Fondazione Vollaro, intitolata alla storica segretaria di Enrico Cuccia. O ancora Niccolò Lucchini, nel cui studio sono create una serie di società riconducibili al patrimonio estero di Gaia.

È lo stesso Lucchini che è stato condannato in primo grado qualche giorno fa per l’ aggiotaggio su Premafin con Salvatore Ligresti. Quando un professionista chiamato da Gaia va a recuperare la documentazione della varie società gestite da Lucchini per conto della sua cliente, saltano fuori una serie di movimentazioni di titoli azionari. Compreso un pacchetto di titoli Fonsai. 

amaro ramazzottiAMARO RAMAZZOTTI

Tra i consulenti italiani c’ è anche Salvatore Spiniello, già consigliere di Fonsai vicino ai Ligresti, consulente di Unicredit e molte altre cose. Poi c’ è un conto presso Unicredit, che secondo Gaia è il suo. Nel 2009 però scopre che la zia Letizia vi aveva attinto per una serie di pagamenti. Dai lavori di ristrutturazione ad alcune proprietà di famiglia ai regali ad una serie di professionisti. Il tutto, su richiesta di Gaia, raccontato in un rendiconto redatto a mano da Letizia con l’ elenco delle spese.

Nell’ elenco compare un tale «Cicciottello», che riceve versamenti periodici di 100 mila euro per volta. Il manoscritto si apre con un post-it: «Penso tu abbia bisogno di spiegazioni». Finisce tutto in tribunale, la zia è condannata ad un parziale risarcimento. C’ è anche una inchiesta penale, ma è solo una delle innumerevoli cause e controcause avviate da Gaia per cercare di capire dove sono finiti i suoi soldi. E chi si è bevuto l’ eredità della Milano da bere.

ROBERTO CALVI

VEDI VIDEO – CLICCA SULL’ARTICOLO

Roberto Calvi

17 giugno

 

 

QUANDO: 17 giugno 1982. 

DOVE: a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri, sul Tamigi. 

VITTIMA: Roberto Calvi, 62 anni, viene ritrovato impiccato. È presidente del Banco Ambrosiano, di cui prende il controllo attraverso società create in paradisi fiscali. Iscritto alla Loggia P2, Calvi è legato a filo doppio allo Ior, l’Istituto per le Opere di Religione, la banca del Vaticano. 

MOVENTE: il banchiere ha riciclato, gestito e forse distratto soldi di Cosa Nostra, destinandoli a finanziamenti illegali e operazioni coperte. Dopo il crack della sua banca, sta per affondare, ma conosce abbastanza segreti, per ricattare politici, piduisti ed esponenti della finanza italiana. 

IL CASO È: aperto. Scagionato il mafioso Francesco Di Carlo, in un primo tempo accusato per l’assassinio di Calvi, le indagini, oscillano tra l’ipotesi del suicidio e quella dell’omicidio. 
Nell’aprile del 2005 il Gup del tribunale di Roma rinvia a giudizio, come mandanti del delitto il faccendiere Falvio Carboni, la sua amica Manuela Kleinszig, il boss mafioso Pippo Calò e l’imprenditore Ernesto Diotallevi. 
Sotto processo è anche Silvano Vittor, che avrebbe accompagnato Calvi nell’ultimo fatale viaggio a Londra. 
Di recente Scotland yard cambia la sua versione: ora sostiene la tesi dell’omicidio. Nel luglio dello scorso anno, entra nell’inchiesta Licio Gelli, ex capo della loggia P2, indagato dome mandante dell’assassinio di Calvi. 

IL BANCHIERE SUICIDATO– 

Uno strano, assordante silenzio. È quello che circonda il processo che, 24 anni dopo, tenta di far luce sulla morte del “banchiere di Dio” Roberto Calvi e sui molti misteri ancora aperti che circondano la vicenda. L’enorme interesse del caso Calvi-Ambrosiano e del processo condotto dai pubblici ministeri Luca Tescaroli e Giancarlo Capaldo (quest’ultimo ha di recente sostituito la collega Maria Monteleone) è invece proprio questo: farà inevitabilmente luce su alcuni dei capitoli più bui della storia italiana. 
Il punto di partenza è chiaro: Roberto Calvi non si è affatto suicidato, ma è stato ucciso. 
Non è solo la magistratura italiana ad affermarlo, forte di autorevoli perizie, che hanno consentito ai pm di scrivere, nelle 316 pagine della “memoria” presentata all’udienza preliminare del 28 dicembre 2004: “L’autorità giudiziaria italiana è di recente giunta a stabilire che la morte di Roberto Calvi non è derivata da suicidio e che la stessa è da ricondurre ad un mezzo meccanico violento, che aveva determinato l’asfissia mediante strangolamento ed impiccagione, con modalità tali da simulare il suicidio”. 
Anche le autorità inglesi hanno tre anni fa riaperto le indagini sulla morte del presidente del Banco Ambrosiano. Nel settembre 2003 hanno chiesto a Trevor Smith, sovrintendente della City of London Police, di ricostruire l’accaduto. Il 4 maggio 2004 il Coroner della City di Londra, Paul Bernard Matthew, che indagava sulla fine dell’ex presidente dell’Ambrosiano, ha subito a Roma il furto di un computer e di un borsone, contenenti importanti documenti legati all’istruttoria inglese per l’omicidio di Roberto Calvi. Il 19 maggio 2005 è giunta a conclusione l’indagine aperta nel settembre 2003 dalla City of London Police sulla morte dell’ex presidente del Banco Ambrosiano. 

“Il banchiere Roberto Calvi fu strangolato da due o più persone con una corda e impiccato a un’impalcatura collocata sotto il ponte dei Frati Neri”, afferma il comunicato inviato alla procura di Roma dall’Home Office, il ministero dell’Interno britannico. 
Identiche le risultanze cui sono pervenuti i magistrati romani: “È verosimile ritenere che Roberto Calvi sia stato portato su una barca sotto il ponte dei Frati Neri e gli uomini che lo accompagnavano improvvisamente gli abbiano cinto il collo con il cappio e lo abbiano impiccato con rapidità”. 
Nel settembre 2003, i pubblici ministeri italiani Luca Tescaroli e Maria Monteleone hanno rinviato a giudizio per omicidio quattro persone – Giuseppe Calò, Flavio Carboni, Manuela Kleinszig, Ernesto Diotallevi, cui è stato aggiunto in seguito Silvano Vittor – ritenendole responsabili della morte di Calvi. Il nuovo processo promette clamorose rivelazioni. Non senza tensioni: al pm Tescaroli, nell’ottobre 2003, è stata recapitata una lettera minatoria contenente polvere nera, due batterie da 12 volt e un biglietto: “Questo è un ultimatum. Fermati!”. 
È poi aperta un’inchiesta stralcio. Tra gli indagati sono comparsi finora i nomi di Licio Gelli e Luigi Bellinghieri, un siciliano che all’epoca dei fatti viveva a Londra e che era in contatto con Sergio Vaccari, un antiquario (e narcotrafficante) che gli inquirenti sospettano abbiano partecipato al delitto e che è stato ucciso a due mesi di distanza dal banchiere, il 16 settembre 1982, dopo essere stato seviziato e torturato con 50 coltellate. 
Se l’individuazione degli autori materiali dell’omicidio è forse ancora possibile, resta aperta la domanda più inquietante: chi sono i mandanti, perché è stato condannato a morte? 
L’inchiesta della magistratura – oltre 150mila pagine – porta un contributo nuovo e illuminante alla comprensione di una vicenda drammatica e complessa. Calvi è stato protagonista di uno dei più colossali scandali della storia economica e finanziaria internazionale. 
Se si leggono i fatti con strumenti nuovi, da angolature diverse, ci si accorge infatti che la morte di Roberto Calvi – e con lui quella di altre persone coinvolte nel caso – e il crack dell’Ambrosiano sono l’inizio di una lunga “scia rossa” che dagli anni Settanta arriva fino a oggi, con inquietanti analogie e situazioni ricorrenti. 

L’ASCESA DI CALVI 
La prima grande intuizione di Calvi è stata cercare di affiancare il futuro presidente del Banco Ambrosiano, Alessandro Canesi, nel processo d’internazionalizzazione dell’attività bancaria. Già negli anni Cinquanta, come semplice impiegato dell’ufficio Esteri, si getta a capofitto nello studio di inglese, tedesco e francese, ottenendo nel 1958 l’incarico di assistente personale di Canesi. «All’Ambrosiano mio padre si è buttato subito sull’estero. A quell’epoca c’erano i primi fondi d’investimento, nuovi strumenti finanziari. Lui cercava di tenersi sempre informato; ricordo i suoi primi viaggi, soprattutto in Germania, in Svizzera», racconta Carlo Calvi, il figlio del banchiere che vive a Montreal e che in questi vent’anni non ha mai smesso di cercare la verità sulla morte del padre. 
Tra i primi interventi del duo Canesi-Calvi figura la costituzione, nel 1956, della Lovelok, in Liechtenstein; e l’operazione relativa alla nascita della Banca del Gottardo, che in seguito diverrà tramite essenziale nei rapporti tra l’Ambrosiano e lo Ior. Viene poi stabilita un’alleanza con la Hambros Bank di Londra. Ed è proprio nella capitale inglese che Roberto Calvi compie nell’82 il suo ultimo, disperato viaggio, alla ricerca di quegli appoggi e di quei capitali che gli avrebbero consentito di salvare se stesso e il Banco. E, per quanto l’Opus Dei smentisca, è documentato in atti processuali italiani e inglesi che Calvi, a Londra, cerca di salvarsi negoziando un accordo con l’Opus Dei. Calvi, nel 1960, è un ambizioso quarantenne (era nato nel 1920) che vuole farsi notare, anche socialmente. Attorno a Canesi si forma un club di persone che si frequentano non solo negli orari di lavoro. E Calvi ne fa parte. Quote dell’Ambrosiano in mano a poche famiglie confluiscono nel maggio del 1963 in una società creata ad hoc da Canesi, la Compendium SA, registrata in Lussemburgo. La dinamica del rastrellamento di azioni dell’Ambrosiano da parte della Compendium è esponenziale, e in un solo anno dalla nascita la società raggiunge il 3,6% del capitale del Banco. Con oltre 40 anni di anticipo, Canesi e Calvi mettono a frutto le tecniche che consentiranno a Giampiero Fiorani di diventare il padrone della Popolare di Lodi. 

La percentuale di azioni che permetteva virtualmente l’autocontrollo del Banco da parte dei suoi manager viene già raggiunta alla fine del 1966. È Roberto Calvi a occuparsi sin dall’inizio della Compendium. Tra Ambrosiano, Compendium e Lovelok inizia una vertiginosa attività di prestiti incrociati per acquisire nuove partecipazioni e ripianare perdite: un autentico castello di carta, costruito su acrobazie contabili. Più tardi, negli anni Settanta, Compendium assumerà sempre più la funzione di holding estera del Banco, e nel 1976 cambierà il suo nome in Banco Ambrosiano Holding, con sede in Lussemburgo. 
Il 6 marzo 1965 Canesi diventa presidente, succedendo a Tommaso Gallarati Scotti. Subito dopo l’investitura il patron di Calvi consolida i rapporti già esistenti con lo Ior, l’Istituto per le Opere di Religione, i cui depositi presso il Banco arrivano a sfiorare i 3 milioni di dollari. Nel 1967 Canesi ha 73 anni e dopo ben 54 anni di Ambrosiano medita di ritirarsi. Comincia l’ascesa di Roberto Calvi. Nel 1968 Canesi approva un aumento di capitale della Banca del Gottardo (da 15 a 20 milioni di franchi svizzeri), che viene subito utilizzato per costituire la società finanziaria Ultrafin di Lugano, la quale assumerà in seguito grande importanza nella vicenda delle carte segrete di Calvi. Nel consiglio di amministrazione del nuovo istituto elvetico viene cooptato Calvi, allora direttore centrale del Banco Ambrosiano. Ultrafin è concepita come una società destinata a muoversi con la massima segretezza e flessibilità nelle operazioni di finanza internazionale. 
Nel 1970 Calvi viene nominato direttore centrale capo. Canesi decide che è venuto il momento, per il Banco, di assumere un ruolo ufficiale nella Compendium. E per questo viene deliberato un aumento di capitale da 3 a 5 miliardi di lire. Nell’operazione c’è già la mano di Roberto Calvi. Nel verbale di una riunione si fa cenno inoltre al fatto che la Compendium ha in corso di costituzione a Nassau (Bahamas) un istituto bancario di cui assumerà la maggioranza. Anche in questo caso i fondi provengono dalla Lovelok, che convoglia risorse verso quella che nel 1971 diventerà prima la Cisalpine Overseas Bank Ltd (Ciso) e poi, dal 1° luglio 1980, il Banco Ambrosiano Overseas Limited (Baol). 
Da Svizzera, Lussemburgo e Liechtenstein, il campo d’azione si allarga quindi oltreoceano, con Calvi che ne assume via via la responsabilità. Il consiglio di amministrazione non se ne cura, impegnato a deliberare diversi fidi, per quantitativi anche ingenti, a favore di alcuni dei suoi membri. Ma questa prassi cosi disinvolta porta, già nel 1970, a una prima ispezione della Banca d’Italia, la quale si rende anche conto del fatto che il Banco Ambrosiano detiene azioni proprie oltre i limiti di legge. Difficile credere che quando, 12 anni più tardi, l’Ambrosiano si avvierà a un crack di proporzioni gigantesche, Bankitalia non disponesse di elementi sufficienti per prevedere una simile situazione. 
Nel 1971 Calvi diventa direttore generale e il potere effettivo passa nelle sue mani. Poco dopo entra in consiglio e la sua ascesa si fa irresistibile. Nel dicembre dello stesso anno viene creata la nuova figura del consigliere delegato, subito affidata a Calvi, che chiede ai suoi collaboratori di «lavorare di più e con più fantasia». 

L’AMICO SINDONA 
Nel frattempo, Calvi stringe amicizia con Michele Sindona, allora nelle grazie del Vaticano. «Mio padre e Sindona entrarono in contatto perché venivano da rapporti comuni, in particolare con il Vaticano. Ma poi mio padre queste relazioni le ha gestite separatamente. Prendiamo per esempio il rapporto con la banca inglese Hambros: ci ho lavorato anch’io, e lì c’era anche un rappresentante del Vaticano, il figlio di Luigi Mennini, Alessandro. Il rapporto con quella banca era del tutto indipendente. Poi i fratelli Hambros sono caduti vittime del fascino di Sindona, pensavano e dicevano che era l’uomo del secolo. Quando hanno visto che le cose si mettevano male, hanno trasferito le operazioni avviate con Sindona direttamente all’Ambrosiano. Tutta questa gente – Sindona, Gelli – voleva lucrare sulle attività di mio padre, infilarsi dentro i suoi affari. Gelli diceva: “Voglio la mia parte”. E anche Sindona faceva lo stesso. Ma per mio padre erano solo una seccatura». Il finanziere siciliano segue i Calvi come un’ombra. 

In parallelo all’ascesa di Calvi, Sindona mette a punto un piano per la nascita di un gruppo di dimensioni europee. Il primo obiettivo è la Centrale Finanziaria, una società che all’epoca funge da “salotto buono” della finanza italiana poiché detiene partecipazioni di varie società industriali. L’operazione è condotta con l’aiuto del banchiere londinese Jocelyn Hambro e con il sostegno “esterno” di Roberto Calvi. 
Nel nuovo consiglio di amministrazione della Centrale si insediano lo stesso Sindona, Massimo Spada e John Mc Caffery. Quest’ultimo, in contatto con il finanziere siciliano sin dagli anni Sessanta, e definito dallo stesso Sindona “molto vicino all’Opus Dei”, è il rappresentante della Hambros Bank in Italia. Ma è anche un uomo dei servizi segreti inglesi. Si ha la netta sensazione che dietro la scalata alla Centrale, dalla quale partì poi la grande Opa per la conquista della Bastogi, ci sia il progetto di un grande polo finanziario cattolico da contrapporre alla forza della finanza laica, allora dominante. 
Sta di fatto che Sindona, forte della conquista della Centrale, avvia la scalata alla Bastogi, una società finanziaria che detiene partecipazioni nelle più note aziende italiane e nel cui consiglio di amministrazione siedono i più bei nomi dell’industria italiana. Il 13 settembre 1971 una banca collegata a Sindona, la Westdeutsche Girozentrale Landesbank di Düsseldorf, si offre di acquistare 20 milioni di azioni a 2.800 lire l’una, contro le 1.600 della quotazione di mercato. Il fondo pensioni della Banca d’Italia controlla però il 7% del capitale della Bastogi e il governatore Guido Carli si oppone fermamente all’Opa, invitando i presidenti di vari istituti di credito a non cedere. L’opposizione della Banca d’Italia fa fallire l’operazione, e la stella di Sindona inizia a tramontare. Calvi – con la pressione del Vaticano – viene chiamato a ricomporre i cocci. È un momento delicato. 

LA SUCCESSIONE 
La “memoria” dei pm Tescaroli e Monteleone riporta la drammatica testimonianza di un collaboratore di giustizia, il boss Antonino Giuffré, che ha dichiarato il 4 dicembre 2002: «Per quello che so, Calvi è stato il successore di Sindona, cioè subentrava nell’attività di riciclaggio che quest’ultimo aveva gestito». E ancora: «C’era stato un finanziamento di Calvi alla Dc… Una parte del denaro di Cosa nostra poteva andare a finire nelle casse dei partiti, in quanto dai politici si potevano ottenere dei favori. Il denaro veniva fatto pervenire al partito della Dc come forma di ringraziamento per i favori ottenuti». «… Confermo che parte del denaro di Cosa nostra era stato destinato alla Dc. Ho saputo, poi, che Andreotti aveva dato degli aiuti a Calvi e al Banco Ambrosiano». 
Nel corso del verbale del 3 marzo 2004, Giuffré ha aggiunto: «Mentre Sindona si brucia, Calvi “decolla”. Preciso che nel Banco Ambrosiano c’è stata un’immissione di denaro e di capitali che ha contribuito a fargli acquisire importanza e in questo entra Cosa nostra che investe in questa banca i suoi capitali […] il denaro di Cosa nostra fatto confluire nella banca di Calvi era costituito da somme provenienti delle attività delittuose di Cosa nostra, in particolare, dal traffico di stupefacenti. Tali somme dovevano essere necessariamente reinvestite e la banca di Calvi era il referente principale per queste operazioni. Il reinvestimento dei profitti dell’attività illecita del Banco Ambrosiano ha inizio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. So tutte queste cose in quanto io ho sempre tenuto rapporti con persone di livello nell’ambito di Cosa nostra, come Lorenzo Di Gesù, che era il braccio destro di Pippo Calò». 

Nei primi anni Settanta Roberto Calvi inizia a interessarsi alla Banca Cattolica del Veneto, controllata dallo Ior. L’operazione Cattolica viene portata a termine con l’appoggio di Paul Marcinkus, anche se non è ben vista dagli ambienti vicini al patriarca di Venezia Albino Luciani e all’Opus Dei. Il 37,4% del capitale della Banca Cattolica passa alla Centrale Finanziaria e il 12,6% alla Radowal. 
«Non c’è dubbio che sia Sindona sia mio padre volessero a loro modo liberarsi dai “poteri forti” della finanza italiana, e in particolare da Mediobanca. Non formarono mai, tuttavia, una “cordata” vera e propria», spiega Carlo Calvi. 
Mentre la stella di Sindona si oscura, però, quella di Calvi inizia a brillare. Carlo ricorda quegli anni con vivida nettezza. 
«I grandi successi di mio padre sono stati le acquisizioni della Banca Cattolica del Veneto, del Credito Varesino, della Toro Assicurazioni e della Centrale Finanziaria. È grazie a queste operazioni che inizia a ricevere riconoscimenti; d’altronde prima il Banco Ambrosiano era un istituto molto milanese, provinciale. Nello stesso periodo si realizza anche la grossa espansione all’estero dell’Ambrosiano: è la fase in cui mio padre da vita al gruppo Interalpha, un consorzio di banche private europee, di cui facevano parte importanti gruppi stranieri. Potenziò molto le attività estere del Banco, e in particolare la Ultrafin di Zurigo destinata a diventare la cassaforte di tanti segreti». 

LO IOR E IL RICICLAGGIO 
«Lo Ior si è sempre servito della sua extraterritorialità», continua Carlo Calvi, «per operazioni coperte o comunque poco trasparenti. Nel corso della vicenda Ambrosiano, le operazioni coperte dallo Ior sono state migliaia. E di esse Marcinkus era a conoscenza, cosi come alti dirigenti dello Ior quali Luigi Pennini o Pellegrino De Strobel». 
Ma è possibile che il Vaticano abbia appoggiato e magari promosso queste iniziative illegali? «Sì, secondo me sì», afferma Carlo Calvi. «Qui entra il discorso di Coopers & Lybrand, la società di revisione che ha svolto il lavoro contabile sui gruppi esteri dell’Ambrosiano e sui rapporti tra il Banco e lo Ior: una miriade di operazioni». Un discorso che trova conferma nelle deposizioni di Florio Fiorini, l’ex direttore finanziario dell’Eni dei tempi di Calvi (coinvolto poi in molti guai giudiziari), quando ricorda un incontro tra Graham Gardner, esperto contabile di Coopers & Lybrand, e monsignor Paul Marcinkus. Gardner riferì a Fiorini che Marcinkus gli aveva mostrato – per tranquillizzarlo sulla “solvibilità” dello Ior–, i depositi in oro del Vaticano, custoditi presso la Federal Reserve Bank di New York». 
In merito al rapporto Ior-Ambrosiano, è interessante ricordare quello che scrive l’ex agente del Sismi (e stretto collaboratore di Calvi) Francesco Pazienza nel suo memoriale Il Disubbidiente: “Il Banco Ambrosiano doveva rappresentare il braccio secolare moderno della Chiesa nel mondo. All’epoca di Paolo VI la posizione di monsignor Marcinkus era già molto forte. Paolo VI però non aveva un programma secolare così aggressivo come quello di Giovanni Paolo II, ragion per cui le necessità finanziarie del Vaticano, pur essendo importanti, non assumevano un carattere così megagalattico come con Giovanni Paolo II. L’internazionalizzazione del Banco Ambrosiano era diventata una strada obbligata per vari motivi: l’enorme ambizione di Calvi di giocare sullo scacchiere del potere internazionale [… ] la necessità di sfuggire ai controlli della Banca d’Italia, divenuta sempre più insistente nel voler conoscere le attività più segrete del Banco Ambrosiano [… ] l’esigenza di rastrellare ingenti capitali in divise pesanti, necessità che verrà soddisfatta con il sistema delle panamensi e soprattutto conte lettere di patronage dello Ior. Ma anche le esigenze stesse del papato di Giovanni Paolo II, proteso a un’opera di appoggio a settori dissidenti polacchi nei confronti del regime comunista. Calvi mi diceva che lo Ior aveva sempre bisogno di denaro e che il suo fabbisogno finanziario era soddisfatto dal Banco Ambrosiano”. 

PARADISI FISCALI 
Roberto Calvi, negli anni Settanta, si specializza nell’off shore banking, facendo sempre più rotta verso i paradisi fiscali e verso il Sudamerica. Molti analisti sostengono sia stata di Sindona e Marcinkus l’idea di creare, nel 1971, la Cisalpine Overseas Bank di Nassau, alle Bahamas. In un interrogatorio del 22 ottobre 1984, nel carcere di Voghera dove morirà avvelenato, il bancarottiere siciliano ne reclama la paternità. 
Le Bahamas si stavano imponendo come uno dei principali paradisi fiscali. «Fui io stesso», afferma ancora Sindona, «a escogitare un sistema per fare entrare lo Ior nella banca; in tal modo sul mercato internazionale si sarebbe potuto spendere il nome del Vaticano, che era garanzia di porte aperte sempre e ovunque». 
I magistrati Tescaroli e Monteleone hanno fatto scoperte sconvolgenti in merito alla Cisalpine Overseas Bank di Nassau, sorta nel 1971 e poi trasformatasi in Baol (Banco Ambrosiano Overseas Limited) nel 1980. Ovvero il fatto che era alimentata con i proventi del riciclaggio di denaro sporco. 
Nella loro Memoria, i due pm scrivono: “Nel consiglio dall’Ambrosiano Group Banco Commercial di Managua sedeva Ivan Alvarez Baltodano, persona di fiducia nominata da Calvi. Baltodano è risultato coinvolto in un’attività di riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico per conto di Gabriel Abouchaibe, esponente del cartello di Medellin. In particolare, Baltodano era colui che poteva disporre del conto aperto presso il Baol di Nassau, Bahamas, sul quale confluiva il denaro ormai ripulito dopo i vari passaggi individuati dagli agenti statunitensi nella cosiddetta operazione Green Back”. 
Le ricerche compiute nei paradisi fiscali dagli esperti della procura di Roma hanno messo in evidenza un aspetto nuovo, totalmente sconosciuto, dell’attività di Calvi. Secondo quando afferma un rapporto stilato dal super-consulente Francesco Paolo Giuffrida, condirettore della Banca d’Italia di Palermo, Calvi finanziò off shore gli inizi di importanti imprenditori. 

CURIOSE OMONIMIE 
II 13 ottobre 2002, in un’intervista a la Repubblica, Carlo Calvi dichiarava: “I magistrati Monteleone e Tescaroli mi hanno chiesto di fornire altri dettagli sui movimenti di denaro avvenuti negli anni Settanta sui conti esteri dell’Ambrosiano e sui rapporti tra Francesco Di Carlo (all’epoca boss mafioso di stanza a Londra, poi diventato collaboratore di giustizia, ndr) e Marcello Dell’Utri […] Ci sono indicazioni anche sui soldi con cui venne costituita la Fininvest”. Carlo Calvi pochi giorni dopo (l’Espresso, 25 ottobre 2002) parla di Silvio Berlusconi e racconta che il padre, in una riunione del dicembre 1976 alle Bahamas, presente Marcinkus, lo prese sottobraccio e gli sussurrò: «Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi». 
Una rivelazione che ha suscitato la reazione della Fininvest, la quale ha subito smentito. Ma nel lungo rapporto redatto da Giuffrida per conto dei pubblici ministeri Luca Tescaroli e Maria Monteleone c’è un capitolo, quello finale, intitolato “Il circuito finanziario: ulteriori forme di erogazione di disponibilità finanziarie: Capitalfin International Ltd”, dal quale emerge una notizia. 
L’esperto della Banca d’Italia scrive: “Numerose sono state le operazioni finanziarie effettuate (da Roberto Calvi, nda) utilizzando società del Gruppo o della ‘costellazione estera’ del Banco Ambrosiano”. Giuffrida prosegue: “Dette società, come evidenziato dai Commissari Liquidatori e, successivamente, dal Pubblico ministero Pierluigi Dell’Osso, avevano caratteristiche di elevata anomalia operativa già per le modalità di costituzione ed in particolare per il luogo ove venivano fondate e domiciliate. Fra dette operazioni si è rintracciata anche l’acquisizione di una partecipazione estera nella Capitalfin International Ltd, la All 122, sul cui conto Dell’Osso cosi scriveva: ‘Nel novembre 1977 Belrosa acquistava da altre società del gruppo Banco Ambrosiano (Baol e Promotion) 4.900.000 azioni della Capitalfin International Ltd – Nassau, società cui partecipavano a quell’epoca: 

– Hydrocarbons International Holding, Zurigo; Banca Nazionale del lavoro Holding, Lussemburgo; Ifi International, Lussemburgo; Montedison Holding, Lussemburgo; Bodry Ag, Zurigo. I fondi necessari per tale operazione, il cui controvalore era di circa 25 milioni di dollari, provenivano da Agbc (Ambrosiano Group Banco Comercial), situato in Nicaragua’” 
L’esperto della Banca d’Italia segnala ancora: “Capitalfin fa messa in liquidazione nel settembre 1981; la società aveva accumulato perdite pari a circa 100 milioni di dollari. Sulla Capitalfin, Filippo Leoni (alto funzionario dell’Ambrosiano, ndr), nell’interrogatorio del 7 aprile 1983 dichiarava: ‘Capitalfin era una società bahamense e non c’era pertanto nominatività dei titoli azionari. Seppi che la Capitalfin aveva numerosi problemi finanziari ed economici, venuti alla luce dopo l’acquisizione della partecipazione’”. 
Giuffrida scrive poi: “Le dichiarazioni di Leoni danno già una prima contezza della valenza negativa nell’economia del gruppo dell’operazione Capitalfin, che verosimilmente Calvi doveva aver voluto più nel contesto delle sue frequentazioni con altri confratelli delle P2 interessati alla vicenda, che non nell’ottica di una effettiva convenienza del gruppo”. 
Stando al rapporto redatto dal perito della Procura di Roma, le partecipazioni detenute, negli anni di operatività, da Capitalfin sarebbero state le seguenti: 

Società partecipata: Capitalfin Internazionale Spa 
% interessenza: 100% 
Durata partecipazione: 1971-1974 

Società partecipata: Società dell’Acqua Pia Antica Marcia SpA 
% interessenza: 27% 
Durata partecipazione: Dal 1972 

Società partecipata: Capitalfin International Bank 
% interessenza: 100% 
Durata partecipazione: 1973-1976 

Società partecipata: Navcot Shipping Ltd 
% interessenza: 50% 
Durata partecipazione: 1973-1978 

Società partecipata: First Europe Holding SA 
% interessenza: 51% 
Durata partecipazione: 1973-1975 

Società partecipata: Signal Companies Inc 
% interessenza: – 
Durata partecipazione: 1974-1976 

Società partecipata: Incas Bonna Spa 
% interessenza: 18% 

Durata partecipazione: 1973-1980 

Società partecipata: Incas Bonna Saudi Arabia 
% interessenza: 33% 
Durata partecipazione: 1977-1980 

Società partecipata: Fininvest Ltd – Grand Cayman 
% interessenza: 100% 
Durata partecipazione: 1974 

Società partecipata: Brascapital – Industria, Comercio & Partecipacoes SA 
% interessenza: 100% 
Durata partecipazione: 1979 

Società partecipata: H. Clarkson Holding Ltd 
% interessenza: 75% 
Durata partecipazione: 1975-1978 

Società partecipata: Capital Industrial Bank or Capital Bank Ltd 
% interessenza: 100% 
Durata partecipazione: 1973-1982 

Società partecipata: Finservice SA 
% interessenza: 100% 
Durata partecipazione: Dal 1977 

Dunque nel 1974 una società pesantemente finanziata prima dalla Bnl e poi da Roberto Calvi, la Capitalfin, avrebbe controllato al 100% due società che esperti contabili hanno attribuito alla galassia di Silvio Berlusconi: la Fininvest Limited situata a Grand Cayman; e la Finservice.
Il perito della Banca d’Italia scrive: “Presidente della società Capitalfin era il rappresentante della Banca Nazionale del Lavoro, Alberto Ferrari, mentre tra gli amministrativi risultava Gianfranco Graziadei, dirigente di Servizio Italia, fiduciaria della Banca Nazionale del Lavoro”. 
Giuffrida aggiunge: “La Lavoro Bank Overseas, società della Banca Nazionale del Lavoro, aveva negli anni in esame partecipato a Capitalfin e finanziato sia la stessa Capitalfin International (dal 1972 al 1976 e sino ad un massimo di $ 110.000.000 nel 1973) sia il Banco Ambrosiano Holding di Lussemburgo (nel 1979, $ 50.000.000)”. Dunque – se tale ricostruzione verrà confermata – il “banchiere di Dio” Roberto Calvi, oltre che le banche vicine alla P2, avrebbe finanziato gli inizi di Berlusconi. 
Capitalfin, la società di Roberto Calvi che avrebbe finanziato la Fininvest e la Finservice, si configura come una specie di “pozzo senza fondo”, nel quale Roberto Calvi è costretto a buttare soldi in continuazione per finanziare gli “amici degli amici”. È una società che produce gigantesche perdite e debiti, che il “banchiere di Dio” è chiamato in continuazione a coprire. 

Nel 1977-1978, segnala un accurato studio del professor Carlo Bellavite Pellegrini, “per la terza volta società di Calvi sono chiamate a immettere nuovi capitali nella Capitalfin. Ma i soldi non bastano mai. E Calvi interviene ancora, prestando 8 milioni di dollari alla Capitalfin, sempre attraverso la Cisalpine e il Banco Comercial di Managua (Nicaragua)”. 
Ma torniamo alla Fininvest Ltd situata alle Grand Cayman e controllata al 100% dalla Capitalfin. Il tempo e il luogo di questa società segnalata nel Rapporto Giuffrida meritano anch’essi attenzione. Ufficialmente la Fininvest conosciuta al largo pubblico è stata fondata a Roma il 23 marzo del 1975. Si chiamava Finanziaria d’investimento Fininvest Srl e il suo capitale sociale era detenuto da due fiduciarie della Bnl (Servizio Italia e Saf), la banca ai cui vertici sedevano Alberto Ferrari e Gianfranco Graziadei, entrambi iscritti alla loggia P2. Alla luce dei documenti trovati in questa inchiesta, la nascita della più celebre di tutte le società di Silvio Berlusconi avrebbe dovuto essere retrodatata di almeno un anno, e collocata all’estero, nel paradiso off shore di Gran Cayman. 
Un luogo anch’esso non casuale. Come è stato documentato da recenti inchieste, le Cayman sono anche il punto d’appoggio fiscale dello Ior. “È impossibile sapere delle società partecipate all’estero dallo Ior. Basta un esempio per capire dove i segreti vengono conservati: le isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico, guidato dal cardinale americano Adam Joseph Maida, che, tra l’altro, siede nel collegio di vigilanza dello Ior”, ha scritto Marina Marinetti in un’inchiesta di Panorama Economy sulle finanze vaticane. 
Il potente cardinale americano Adam Joseph Maida è membro del Collegio di vigilanza dello Ior e responsabile delle isole Cayman, “missio sui juris” ma anche paradiso fiscale. 
Curiosamente, anche i 500 milioni di euro “spariti” nel corso di un altro grande crack finanziario italiano, quello del gruppo Cirio guidato da Sergio Cragnotti, sono anch’essi finiti proprio alle Cayman Islands. Sempre alle Cayman Islands sono state compiute le operazioni occulte che hanno caratterizzato l’esplosione del gruppo Parmalat presieduto da Calisto Tanzi. 

LA “TRAPPOLA” DEL CORRIERE 
Se quello della rete off shore, dei movimenti occulti di capitali, delle contiguità pericolose con ambienti che praticavano attività di riciclaggio è un filone centrale nella vicenda Calvi-Ambrosiano, altrettanto importante è il capitolo che riguarda l’editoria. Lo stesso Roberto Calvi, più volte, aveva attribuito l’origine dei suoi problemi all’ingresso nel mondo della carta stampata. È una vicenda che Carlo Calvi conosce bene. L’ha vissuta molto da vicino, e ha frequentato i suoi principali protagonisti. 
«La scelta di entrare in Rizzoli non era dell’Ambrosiano, non fu una vera scelta di mio padre», spiega Carlo Calvi. «Il piano originale era quello di utilizzare Rizzoli come avamposto per un progetto di controllo della finanza e dell’editoria italiana. L’idea non era di mio padre, ma di Eugenio Cefis, presidente della Montedison. Poi la vicenda si è molto complicata, sono intervenute altre figure, ma il punto di partenza rimane l’idea di Eugenio Cefis. Sono loro a stabilire le coordinate di cui successivamente si approprierà Umberto Ortolani, e questa volta per conto del Vaticano». 
Nel 1974 iniziano i primi colloqui tra la famiglia Rizzoli e i proprietari del Corriere della Sera. Per i Rizzoli il grande quotidiano milanese rappresenta il sogno di tre generazioni, ragione per cui appena si presenta l’occasione di rilevarne la proprietà, fanno tutto il possibile per poterla afferrare. In quel periodo il Corriere sta attraversando una fase difficile, e oltre alle ingenti perdite che registra, deve affrontare anche un complicato problema di gestione. Il quotidiano milanese è infatti posseduto in parti uguali da Giulia Maria Crespi, dalla Fiat e da Angelo Moratti, quest’ultimo per conto dell’Eni, ma il controllo effettivo è affidato prevalentemente alla signora Crespi mentre gli altri due soci, pur detenendo insieme il 66% del capitale, agiscono da sleeping partners. 

I Rizzoli, in quegli stessi anni, sono arrivati alla terza generazione imprenditoriale. Il nonno Angelo aveva iniziato l’attività partendo con una piccola tipografia ed era arrivato a possedere, durante gli anni Sessanta, il gruppo editoriale più importante d’Italia. Alla sua morte, nel 1970, il controllo dell’azienda di famiglia era passato al figlio Andrea, che non sembrava avere lo spessore e l’astuzia del padre. Intanto si affacciava sulla scena il giovane nipote, Angelo junior. 
Con l’operazione di acquisto del Corriere della Sera la Rizzoli diviene rapidamente un’azienda in precario equilibrio finanziario, bisognosa di ingenti iniezioni di liquidità. Proprio in questa faticosa operazione di reperimento fondi, i Rizzoli si imbattono in Umberto Ortolani e Licio Gelli. E tramite loro, verso la fine del 1975, arrivano a Roberto Calvi. In quello stesso anno, ricorda Carlo Calvi, poco dopo essere entrato in contatto con la massoneria, suo padre diventa presidente dell’Ambrosiano e continua in quelle operazioni di investimenti incrociati che poi potranno garantirgli l’autocontrollo del Banco Ambrosiano. 
Su pressione di Ortolani, Roberto Calvi concede subito un’apertura di credito di 3 miliardi di lire ai Rizzoli, seguita da affidamenti ben più consistenti. Ma chiede qualcosa in cambio, e cioè un appoggio per la sistemazione di azioni dell’Ambrosiano da detenere all’estero. In questa fase, grazie alle potenti iniezioni di liquidità del Banco, Ortolani e Gelli si servono di Calvi per coinvolgere il gruppo Rizzoli in operazioni imprenditoriali e finanziarie. Si sviluppano in questa chiave le acquisizioni della Savoia, della Globo Assicurazioni, della Banca Mercantile, di Finrex e molte transazioni finanziarie dai risvolti meno limpidi, che comportano anche la distribuzione di tangenti: soprattutto a Dc e Psi. 

RIZZOLI E LA P2 
Contemporaneamente vengono effettuati interventi di sostegno o di acquisizione di numerose testate a carattere locale nell’ambito di un processo di collegamento con il Corriere della Sera, con l’obiettivo di costituire un gruppo mediatico compatto, destinato a raggiungere il maggior numero di lettori e influenzare così, in senso moderato e centrista, l’opinione pubblica. 
È il “Piano Rinascita” della P2. Ma in tutta questa complessa strategia, ancor più di Gelli, il vero demiurgo sembra essere il finanziere Umberto Ortolani. È Ortolani a suggerire le operazioni che devono essere attuate dalla Rizzoli, con una particolare preferenza per quelle nel settore assicurativo e bancario per portare liquidità all’azienda; mentre Gelli cura i rapporti con il Banco Ambrosiano, pronto a intervenire se il cospicuo flusso di finanziamenti verso la Rizzoli accenna a incepparsi. La presenza nascosta del Vaticano in tutti questi movimenti legati all’affare Rizzoli è confermata dai resoconti che Roberto Calvi deve portare al consiglio di amministrazione dell’Ambrosiano. 
Nel luglio 1977 i Rizzoli devono liquidare agli Agnelli il loro rimanente terzo del Corriere della Sera, per onorare l’impegno preso tre anni prima. L’importo, che ammonta a 13 miliardi di lire nel 1974, per effetto dell’elevato tasso d’inflazione sale a 22 miliardi. Bisogna trovare qualcuno disposto a sottoscrivere l’aumento di capitale necessario a onorare l’impegno con gli Agnelli: sono il Banco Ambrosiano e la Banca Cattolica del Veneto a fornire i mezzi necessari. L’Ambrosiano versa 12 miliardi e mezzo di lire a titolo di aumento di capitale e 2 miliardi e mezzo come fido in conto corrente, mentre la Banca Cattolica mette a disposizione 7 miliardi e mezzo di lire. 

Il 22 aprile 1977 la Rizzoli delibera un aumento di capitale da 5,1 a 25,5 miliardi, mediante l’emissione di 2.400.000 nuove azioni con un valore nominale di 8.500 lire l’una. Lo Ior fa avere ai Rizzoli la disponibilità dei 20 miliardi e 400 milioni necessari per sottoscrivere l’aumento di capitale. 
Con questi soldi Andrea Rizzoli liquida la rimanente partecipazione degli Agnelli al Corriere della Sera. Di fatto il controllo della Rizzoli e del Corriere della Sera passa di mano. Anche se a figurare come azionisti di facciata sono i membri della famiglia, in realtà l’80% della Rizzoli è detenuto da finanziatori esterni, ovvero dallo Ior. Un “successo” dovuto all’interessamento di Roberto Calvi, che in sostanza ha agito come tecnico, come semplice esecutore, senza ricevere alcun vantaggio né per sé né per il Banco Ambrosiano. Nel 1978 Umberto Ortolani, infatti, subentra nel consiglio di amministrazione della casa editrice al posto di Andrea Rizzoli. 
Appare probabile che gli stessi capitali utilizzati dallo Ior per conquistare la Rizzoli siano stati prestati da Roberto Calvi, ossessionato dal desiderio di ingraziarsi il mondo del Vaticano e diventare così il responsabile della gestione dei loro interessi finanziari. Si può anzi affermare, sulla base di precisi riscontri documentali, che non solo Calvi e il Banco non guadagnano nulla dall’operazione Rizzoli, ma che questa per molti aspetti determina l’inizio della fine di Roberto Calvi. 

LA MISTERIOSA “ISTITUZIONE” 
Verso la primavera del 1980 prende corpo l’operazione tesa a rafforzare il ruolo di Ortolani e Celli attraverso la presenza diretta, nell’azionariato di Rizzoli e del Corriere, di una misteriosa entità, denominata “Istituzione”. Il tutto deve compiersi con i soldi dell’Ambrosiano. Apparentemente dietro l’ennesimo intrigo finanziario ci sono Gelli, Ortolani e Bruno Tassan Din. Ma non esiste prova documentale che alle spalle della “Istituzione” si celi la P2. Ortolani ha sempre rappresentato soprattutto interessi legati al Vaticano. Negli archivi di Gelli è stato trovato anche un rapporto sull’Opus Dei, segno che il Venerabile guardava con attenzione all’Opera. Va poi osservato che la P2 in quanto tale non disponeva di ingenti fondi propri da investire. Era solamente un network, molto potente ma incapace di mobilitare direttamente risorse proprie. 
Si arriva comunque alla redazione e all’approvazione del cosiddetto “pattone”. Si tratta di un documento dattiloscritto di circa una dozzina di pagine, nel quale viene elaborato un programma di massima per le operazioni di aumento di capitale della Rizzoli, che viene siglato a Roma, all’hotel Excelsior, il 18 settembre 1980 da Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, Licio Gelli, Roberto Calvi e Bruno Tassan Din. Al termine di un complesso movimento di capitali e di azioni, l’entità denominata “Istituzione” avrebbe disposto del 49,8% del capitale; il 10,2% sarebbe stato intestato a una fiduciaria facente capo a Tassan Din: la Fincoriz. Di fatto questo 10,2% sarebbe stato l’ago della bilancia. Il restante 40% sarebbe rimasto in mano ad Angelo Rizzoli. Per tutta quest’operazione l’esborso complessivo del Banco Ambrosiano (che prestò soldi a tutti, senza mai più rivederli) è di circa 198 miliardi. 

INQUIETO VATICANO 
Siamo nel 1978, e in quello stesso periodo il Vaticano è sottoposto a una forte pressione, legata al rapido avvicendamento di tre papi. Il 6 agosto muore l’ottantenne Paolo VI. Il 26 agosto successivo viene eletto papa Albino Luciani, patriarca di Venezia, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Poco più di un mese dopo la sua elezione al pontificato, nella notte fra il 28 e il 29 settembre 1978, Giovanni Paolo I muore per un infarto miocardico (mai clinicamente documentato: il corpo è subito imbalsamato, senza essere sottoposto ad autopsia) e il 16 ottobre 1978 viene eletto papa l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, che assume il nome di Giovanni Paolo II. Un pontefice eletto con il sostegno dell’Opus Dei, la potente organizzazione cattolica che in quella fase è impegnata a ottenere l’ambito status di “prelatura personale”. Gli assetti della finanza vaticana mutano rapidamente, mentre sullo sfondo inizia a delinearsi la drammatica situazione della Polonia e di Solidarnosc. 

OPERAZIONE SARDEGNA 
Nel periodo in cui lo scenario delle finanze vaticane subisce mutamenti, Calvi si ritrova coinvolto in un’altra avventura rischiosa: quella che lo lega agli investimenti in Sardegna di Flavio Carboni e dei suoi partner. Curiosamente, ritroviamo in questa storia il nome di Silvio Berlusconi. A condurre le operazioni, insieme a Flavio Carboni, è Romano Comincioli, compagno di scuola del Cavaliere, senatore di Forza Italia e socio di Carboni nella Sofint. Dei rapporti tra Carboni, Calvi e Berlusconi si sono occupati recenti inchieste. È stato lo stesso Carboni, in una deposizione resa il 17 maggio 1984 nel carcere di Parma, davanti al sostituto procuratore Pierluigi dell’Osso, ad affermare: «Fra me e l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi vi erano grossi rapporti d’affari, principalmente incentrati su progetti di costruzione in Sardegna e precisamente a Olbia. Era il famoso progetto Olbia 2». Il Cavaliere offre ai magistrati una versione diversa, spiegando che Carboni era solo un mediatore e che i loro contatti sono stati limitati. 
Roberto Calvi, stretto nella morsa dei rapporti malati con lo Ior, inizia la sua discesa agli inferi, in una drammatica corsa contro il tempo. Ha infatti ottenuto da Marcinkus le famigerate lettere di patronage che riconoscono l’appartenenza allo Ior delle società estere indebitate con l’Ambrosiano. Ma nello stesso tempo si è impegnato a sollevare entro il 30 giugno 1982 il Vaticano da tutti i problemi. Il banchiere è premuto da tutte le parti. Ha un disperato bisogno di soldi per tappare tutte le falle che ha aperto nell’Ambrosiano con le sue dissennate attività. 
Secondo i magistrati che si occupano del processo, in quella fase il banchiere di Dio si piega a pericolose connivenze. 
Calvi, secondo alcuni pentiti, si era piegato al riciclaggio. Ma ora non è più considerato un partner affidabile. In ordine al movente che avrebbe determinato la decisione di uccidere Roberto Calvi, l’ordinanza di custodia in carcere di Giuseppe Calò si sofferma su questi punti chiave: “a) la paura che Calvi, stretto tra la fondata probabilità di essere colpito da provvedimenti restrittivi e la fondata prospettiva di essere esautorato dalla carica di presidente del Banco Ambrosiano, possa trasformarsi in quella ‘scheggia impazzita inaffidabile’ di cui hanno parlato più collaboratori; b) il timore che Calvi riveli le informazioni di cui è in possesso sui movimenti di riciclaggio di ingentissime somme di denaro provenienti dalle attività illecite collegato a Cosa nostra; e) il timore che Calvi tenti di salvarsi attraverso manovre ricattatorie nei confronti dei suoi vecchi alleati”. 

LA PIANIFICAZIONE DEL KILLING 
Calvi, da prezioso alleato e strumento per una vasta serie di operazioni coperte, diventa così il public enemy n. 1. Attorno a lui scatta una serie di meccanismi di controllo. 
Calvi ne è cosciente e già nel 1981, un anno prima della sua morte, mette a punto, con l’aiuto di Francesco Pazienza, l’agente del Sismi divenuto collaboratore di Calvi, un piano per sparire: “l’operazione Cinguena”, che prevedeva, dopo un trasbordo in Corsica e in Marocco, il passaggio a Panama o in Sudamerica. 
Poco prima, Calvi aveva ricevuto la “visita” di un camorrista vicino ai servizi segreti, Vincenzo Casillo detto “Aldo”, uno dei luogotenenti di Raffaele Cutolo. Sembra che Casillo sia stato, un anno dopo, uno dei killer che prelevarono Calvi dalla sua stanza per portarlo a morire sotto il ponte dei Frati Neri. Casillo verrà poi messo a tacere per sempre: il 29 gennaio 1983, in una strada di Roma, un’autobomba lo fa saltare in aria. Poco tempo dopo viene eliminata anche la sua compagna: il 2 febbraio 1984, murato in un pilone di cemento, venne trovato un cadavere sconosciuto, attribuito poi a Giovanna Matarazzo, l’amante di Casillo, l’uomo che avrebbe appunto prelevato Calvi dal Chelsea Cloisters per condurlo alla morte. 

Nelle rivelazioni che il banchiere fa alla famiglia, così come nella drammatica lettera che invia a Giovanni Paolo II, si percepisce il timore di essere ucciso. Nella primavera del 1982, in effetti, scatta attorno a lui una tenaglia mortale. 
Illuminanti le dichiarazioni rese, in questo senso, da Giuseppe Cillari, un mafioso legato a molti boss di primo piano: «La regia dell’omicidio di Calvi parte dall’incontro del maggio 1982 in Sardegna, a casa di Carboni, tra Carboni, Pazienza, Marcinkus e Casillo. Io avevo accompagnato Casillo in Sardegna, ma non partecipai all’incontro. Commentando quell’incontro, Casillo mi disse che era stata decisa una cosa “più grossa del sequestro Cirillo”». Giuseppe Cillari ha raccontato anche: «Casillo ha partecipato materialmente all’omicidio di Roberto Calvi insieme a un mafioso, Francesco Di Carlo». 

 

 

BANCHE, LA PROSSIMA SARA’ SETTIMANA CRUCIALE

La data cerchiata nel calendario è quella di venerdì prossimo. La Commissione parlamentare bicamerale sulle banche ha convocato per venerdì l’ex numero uno di Bpvi Gianni Zonin, e l’ex ad dell’istituto di Montebelluna, Vincenzo Consoli. Saranno le prime parole pubbliche, tra l’altro è prevista la diretta tv, dopo il decreto del governo. Una riunione alla quale hanno già annunciato di voler partecipare i contestatori e le associazioni che rappresentano i cittadini rimasti con le azioni azzerate. Nel frattempo è arrivata anche la decisione del collegio della Prima sezione della cassazione che si è opposta al trasferimento di parte del fascicolo a milano. Insomma si chiude a favore della procura berica lo scontro fra procura e gip che ritenne di non procedere con il sequestro di 106 milioni di euro richiesto nei confronti degli indagati. Un rimpallo di competenze che ha allungato i tempi, accorciando quelli della prescrizioni e bloccando per poco meno di due anni ogni misura cautelare. Lunedì intanto dovrebbe essere portata a termine la migrazione dei conti correnti di un milione e mezzo di clienti che passeranno da Veneto banca e bpvi a intesa san paolo . Intesa ha avvertito: gli sportelli Atm delle ex venete nel Ponte potrebbero subire temporanee interruzioni di funzionamento.

ANNO 2013 -INTESA SUL CREDITO ROMAIN ZALESKI – LUIGI ZUNINO

 

VIDEO REPORT DEL 28.10.2013

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-32d202a7-2b42-4749-bee6-4524104a5fcf.html

Intesa sul credito

Romain Zaleski e Luigi Zunino sono grandi debitori delle banche, capofila, per entrambi, Intesa San Paolo. Hanno ognuno, all’incirca, 2mld di debito. Zaleski è un finanziere francese, di origini polacche, che arriva in Italia perché deve riscuotere un credito da un’acciaieria della Val Camonica, lui la rileva e si stabilisce nel bresciano. Specula in borsa, le banche lo finanziano, nel 2007 fino a 9 miliardi, e circa 2 glieli ha dati Intesa guidata da Giovanni Bazoli. Si conoscono nella finanziaria Mittel, di cui Zaleski diventa azionista nel 1996, e Bazoli è stato a lungo presidente. Zaleski nel 2007 ha anche un patrimonio di titoli bancari e quando Intesa si fonde con San Paolo Imi, la Tassara di Zaleski arriva al 5,9% della nuova banca, diventandone il secondo azionista. Nel 2008 crolla, insieme ai mercati finanziari. Da allora le banche, da Intesa a UniCredit, gli ristrutturano il debito. Più o meno lo stesso vale per l’immobiliarista Luigi Zunino: nel 2008 aveva più di 3 miliardi di debiti, e la procura di Milano aveva chiesto il fallimento della sua società Risanamento. Ma anche in questo caso, si fa un accordo con le banche che si prendono quote della società e gli iniettano liquidità. Oggi ha ancora 1,8mld di debito con le banche e vorrebbe riprendersi Risanamento, che ha in pancia immobili prestigiosi a Parigi. Il Banco Popolare è disponibile a rifinanziarlo.

A coloro invece che non hanno amici nelle banche, chiudono i fidi e di conseguenza devono chiudere le loro imprese. Poi ci sono anche quelli che, con la crisi, comprano a rate. Il credito al consumo ormai serve per mangiare. Ma è difficile sapere quanto si paga di interessi, come è il caso delle carte revolving… Istruzioni per l’uso.

 

Banche e mattone, Luigi Zunino è tornato e trova 180 milioni di credito

Dopo il quasi fallimento da 3 miliardi del 2009, l’immobiliarista piemontese rivuole la sua Risanamento e lancia un’Opa. Lo finanzierà uno storico creditore: il Banco Popolare.

A volte ritornano. E, cosa ancor più stupefacente, coi tempi che corrono trovano pure le banche disposte a finanziarli nonostante i loro trascorsi. L’ultimo in ordine cronologico è Luigi Zunino, l’immobiliarista di Nizza Monferrato noto alle cronache finanziarie e giudiziarie per le scorribande che lo hanno visto spesso in compagnia di Danilo Coppola. Ma anche e soprattutto per le vicissitudini della “sua” Risanamento.

Quella dell’indagine sul presunto avvelenamento delle falde acquifere dell’area Montecity- Santa Giulia di Milano, che la Procura del capoluogo lombardo ha chiuso nelle scorse settimane e che lo vede indagato insieme ad altre 10 persone. Sul fronte finanziario, poi, il gruppo immobiliare è stato uno dei primi casi italiani di “too big to fail” (troppo grande per fallire).

Nell’estate del 2009 i magistrati milanesi ne avevano chiesto il fallimento a fronte di una posizione debitoria vicina ai 3 miliardi. Da qui un lungo braccio di ferro con le banche creditrici e, quindi, lo stop del Tribunale che aveva respinto la richiesta davanti a un piano di salvataggio da realizzare tra il 2009 e il 2014, con il sostegno da mezzo miliardo messo sul piatto dagli istituti creditori: Intesa San Paolo, Unicredit, Banco Popolare, Bpm e Mps, in seguito all’operazione diventate azioniste di maggioranza della società di cui sono ancora creditrici per oltre 1 miliardo.

Da allora Risanamento ha accumulato nuove perdite per 271 milioni di euro e ha chiuso il 2012 con un debito netto di 1,9 miliardi in attesa di chiudere una serie di complesse partite, come la vendita di Santa Giulia e di un importante pacchetto di immobili francesi, che sembrano vicine al dunque dopo numerosi rinvii. Ed ecco che il Cavaliere del Lavoro – titolo che Zunino conserva ancora nonostante la condanna per il caso Antonveneta e di cui ama molto fregiarsi – si è risvegliato.

Ieri, sollecitato da un’insolitamente solerte Consob, ha confermato le indiscrezioni del Messaggero secondo le quali sarebbe pronto a ricomprarsi Risanamento. Un’operazione da quasi 180 milioni. Somma che l’immobiliarista che in gioventù si era guadagnato il suo primo milione di lire come fantino al Palio di Asti, si farebbe finanziare dalle banche con un’operazione di cui si starebbe occupando il Banco Popolare, storico creditore di Zunino che evidentemente crede ancora in lui. O forse non crede negli altri istituti della partita.

La mossa a sorpresa dell’immobiliarista affonda infatti le radici in una spaccatura tra le banche azioniste maturata lo scorso febbraio nell’ambito della cessione degli immobili francesi, valutati circa 1,3 miliardi. La dismissione, fortemente sostenuta da Intesa e Unicredit, cui piacerebbe cedere i palazzi parigini al fondo delQatar, non è invece gradita al Banco di Pier Francesco Saviottiche forse crede, come Zunino, che i palazzi francesi valgano molto di più. Dal mal comune, quindi, il mezzo gaudio.

 

Risanamento di nome e di fatto grazie all’accordo con Lendlease (novembre 2017)

SULLA CARTA, ENTRO UNA QUINDICINA DI GIORNI POTREBBE ESSERE DEFINITIVAMENTE RISOLTA L’ANNOSA STORIA DELLA SOCIETÀ CHE UN TEMPO FU DI LUIGI ZUNINO: IL 31 OTTOBRE SI CONCLUDE IL PERIODO DI ESCLUSIVA CONCESSA AL COLOSSO AUSTRALIANO.

S ulla carta, entro un paio di settimane potrebbe essere chiusa anche l’ultima partita di Risanamento e la società, un tempo di Luigi Zunino, potrebbe essere definitivamente risanata di nome e di fatto e la mission sostanzialmente portata a termine, anche se ci vorranno ancora anni per passare dalla fase dei progetti a quella della definitiva realizzazione. Il 31 ottobre si conclude infatti il periodo di esclusiva concesso dalla società al colosso australiano Lendlease, per arrivare ad un accordo per lo sviluppo dell’immenso progetto di Milano Santa Giulia: un’area di oltre 400 mila metri quadrati, di cui il 50% ad uso residenziale e il resto diviso in parti uguali tra area commerciale e uso terziario e ricettivo. Non è detto che la scadenza del 31 ottobre sia scritta nella pietra, le trattative con Lendlease potrebbero protrarsi ancora un po’, ma al quartier generale di Risanamento circola un certo ottimismo: se tutto va bene, per fine anno si brinda all’accordo, al massimo in gennaio. Niente a che vedere con i faraonici progetti di Norman Foster ai tempi in cui Zunino non era ancora stato costretto a farsi da parte per la montagna dei debiti accumulati (convertiti in parte dalle banche creditrici in azioni Risanamento). Ora il progetto di sviluppo parla di una divisione dell’area in dieci lotti, da sviluppare congiuntamente in successione (ma con mezzi finanziari reperiti da Lendlease). Il percorso per sviluppare i lotti nord di Santa Giulia non è certo semplice né rapido. Ad esempio deve essere ancora concluso l’iter per avere la variante sull’intera area: un mese e mezzo fa c’è stato l’ok del Comune, ma tocca alla Regione dare il suggello definitivo e per avere tutte le autorizzazioni potrebbero volerci ancora 18 mesi. Così come bisogna realizzare le opere di bonifica, una settantina di milioni previsti, che partiranno solo a valle delle autorizzazioni degli enti locali. Insomma, se tutto andasse per il verso giusto, prima di vedere i primi cantieri a Santa Giulia bisognerà comunque aspettare il primo trimestre del 2020, ma ci vorranno poi 12-15 anni per veder completato l’intero sviluppo dell’area.

 

Però quando si arriverà alla firma del contratto il percorso, per quanto lungo, sarà tracciato in ogni dettaglio. La struttura dell’operazione di cui Risanamento sta trattando con Lendlease non è stata per ora resa nota, ma a grandi linee dovrebbe prevedere il finanziamento dello sviluppo fornito dagli australiani, e poi un percorso congiunto di sviluppo/commercializzazione e vendita, tra Lendlease e Risanamento, dei vari lotti. Di sicuro Risanamento resterà coinvolto nel progetto, ma secondo una tabella di marcia – e con modalità di incassi – predefinita. Dovrebbe essere qualcosa sulla falsariga dell’altro accordo firmato da Risanamento, sempre con Lendlease, per la joint venture paritetica sui lotti Sud di Santa Giulia, a ridosso della stazione Rogoredo e adiacenti al complesso delle torri Sky. A quel punto i vertici di Risanamento avranno completato il processo di dismissione/ messa a reddito del patrimonio ereditato dalla profonda ristrutturazione partita nel 2009 (la società è uscita dall’articolo 182 bis della legge fallimentare a fine 2014). I debiti iniziali, pari a 3 miliardi, sono stati tagliati a circa 600 milioni (la posizione finanziaria netta era negativa per 633 milioni a fine agosto scorso). Un’esposizione che si era già ridotta in misura importante con la vendita, all’inizio del 2014, del pacchetto di immobili di lusso a Parigi, nel cosidetto Triangolo d’oro, che aveva portato ad un incasso di 1,2 miliardi. La parte del leone in quell’operazione l’aveva fatta proprio il deconsolidamento del debito, unito comunque ad una plusvalenza consolidata di 280 milioni. Ora dunque il portafoglio del gruppo, joint venture a parte, è composto “solo” dall’area Nord di Santa Giulia. Che sarà probabilmente gestita da una società veicolo, che ha un terreno smisurato da cedere e sviluppare a pezzi, ma con accordi blindati (se si arriva alla firma con gli australiani). Poi la palla passerà agli azionisti di Risanamento – i due grandi soci sono Intesa al 48,87% e Unicredit al 22,23% – che potrebbero anche decidere di togliere dal listino il titolo. Per il momento l’argomento non risulta all’ordine del giorno e magari non ci penseranno nemmeno più in là nel tempo, ma una volta messo a punto l’ultimo tassello della complessa ristrutturazione è possibile che i principali soci avviino qualche riflessione in merito. Nel frattempo, con l’approvazione del bilancio 2017, verrà a scadere anche l’attuale consiglio di amministrazione. Risanamento sta concludendo un accordo di partnership con Lendlease per lo sviluppo dei Lotti Nord di Santa Giulia.

VIDEO SANTA GIULIA

https://www.youtube.com/watch?v=_tmVroUHqVo