ANNO 2016 – Veneto Banca, enti religiosi e imprenditori: ecco chi si è salvato dal crollo delle azioni

L’Opera di S. Antonio, l’azienda di jeans Reply hanno venduto i titoli in tempo.

Gli ultimi fortunati sono circa 1600 piccoli azionisti di Veneto Banca che riescono a vendere le loro azioni il 13 febbraio del 2015. Tutte operazioni inferiori alle mille azioni, che ancora valevano 39,50 euro ciascuna. Ma tra il 28 febbraio di quell’anno e il 13 febbraio 2015 la banca compie 7630 operazioni di acquisto dei propri titoli, centinaia di milioni di euro che contribuiscono ad asciugare le casse dell’istituto, un elenco di 80 pagine che la stampa ha potuto consultare. In mezzo, secondo quanto ha ricostruito la Consob, ci finiscono imprenditori con promessa di riacquisto, investimenti a rendimento garantito, garanzie di rimborso in caso di discesa del titolo.

Due giorni prima di quel 13 febbraio la procura della Repubblica di Roma aveva compiuto una serie di perquisizioni, con l’iscrizione nel registro degli indagati del Dg Vincenzo Consoli e dell’ex presidente Flavio Trinca per ostacolo alla vigilanza. Tra le accuse c’è anche quella di aver diffuso «un valore dell’azione Veneto Banca non rispondente al vero», riporta il decreto di perquisizione. Il caso della popolare di Montebelluna esplode in tutto il suo clamore. Un caso che però covava da tempo. Gli allarmi si rincorrevano, Bankitalia aveva spinto un ricambio al vertice subendo un vero e proprio schiaffo, con Consoli «retrocesso» da amministratore delegato a direttore generale mantenendo tutte le sue deleghe. E un’aggregazione (con la Popolare di Vicenza, respinta da Montebelluna e con il senno di poi a ragione). Così, fin dall’inizio del 2014 il numero dei soci che chiede di vendere è sempre più ampio. Il 3 giugno riesce a piazzare un pacchetto di 11.006 titoli (435 mila euro di controvalore) l’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio, l’Opsa, benemerita istituzione di assistenza ad anziani e ammalati della Diocesi di Padova. A giugno vende anche Giampaolo Buziol, l’imprenditore del marchio della moda Replay, che si libera di 33 mila azioni pari a 1,3 milioni di euro. Il 3 dicembre la banca compie una sola operazione: compra 50.633 azioni, pari a due milioni di euro tondi, dalla Sg Ambient srl, una società attiva nel settore delle rinnovabili. Le sue azioni sono tutte in pegno a Unicredit. Fa parte del gruppo Grafica Veneta, un vero colosso nel settore della stampa. Il suo presidente Fabio Franceschi è noto per le posizioni controcorrente, dagli attacchi agli evasori fino alle stoccate alla politica. Qualche giorno fa dalle colonne del Corriere del Veneto se l’è presa con quei grandi soci delle popolari che avevano riavuto indietro i loro soldi mentre i pensionati erano rimasti incastrati. Lui stesso dice di averci rimesso 5 milioni ma evidentemente poteva andargli peggio. L’operazione di Sg Ambient finisce anche nel mirino della Consob, che segnala questa operazione legata ad una operazione tipo «pronti contro termine» con sottostante azioni di Veneto Banca. Per sei mesi d’investimento hanno ricevuto un rendimento del 3%.

Nel mirino della Consob finisce anche Arrigo Buffon, imprenditore ed ex amministratore di Veneto Banca Romania. Ad ottobre 2014 vende 100 mila azioni, circa 4 milioni di euro. Ma il colpo grosso lo fa Cattolica Assicurazioni: il 4 agosto 2014 vende un pacchetto di oltre un milione di titoli, pari a poco meno di 40 milioni di euro. Solo che ne incassa 67, di milioni. Merito di una opzione «put», un diritto a vendere che Cattolica, i cui intrecci con la Popolare di Vicenza sono finiti nel mirino della Consob, aveva dal 2010.

Poi ci sono le altre banche, e qui si rischia di finire nell’ambito dello strano ma vero. Deutsche Bank vende un’azione nel giugno 2014. Fineco ne vende 5. Investitori Associati, gruppo del private equity di Antonio Tazartes e Dario Cossutta, ne vende 500 il 30 dicembre. Più attiva Bim Fiduciaria, del gruppo di Banca Intermobiliare. Con tre operazioni, l’ultima il 30 dicembre, si libera di poco meno di 10 mila azioni.

( gianluca paolucci – la stampa)

 

 

Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA – Atto a cui si riferisce: C.4/17066 è notizia di questi giorni che, nell’ambito di un filone di indagine legato alle intercettazioni dello scandalo sul Mose, sono state eseguite dal nucleo di polizia tributaria della…

ATTO CAMERA
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/17066
Dati di presentazione dell’atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 820 del 26/06/2017
Firmatari
Primo firmatario: SPESSOTTO ARIANNA
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 26/06/2017

 

Destinatari
Ministero destinatario:
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE delegato in data 26/06/2017
Stato iter: IN CORSO
Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-17066
presentato da
SPESSOTTO Arianna
testo di
Lunedì 26 giugno 2017, seduta n. 820
SPESSOTTO. — Al Ministro dell’economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che:
è notizia di questi giorni che, nell’ambito di un filone di indagine legato alle intercettazioni dello scandalo sul Mose, sono state eseguite dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia quattordici ordinanze di custodia cautelare e due arresti domiciliari, nei confronti di diversi esponenti del mondo dell’imprenditoria, dirigenti e funzionari pubblici, professionisti e dirigenti di aziende private;
in carcere, per vicende legate a episodi di presunta corruzione e irregolarità fiscali, sono finiti anche Giuseppe Milone, responsabile della direzione amministrazione e bilancio e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari di Cattolica Assicurazioni e Albino Zatachetto, segretario del presidente del consiglio di amministrazione della stessa compagnia;
la stessa Cattolica Assicurazioni, in una nota, ha informato che è stato eseguito, nei confronti della società, un provvedimento di perquisizione e sequestro, emesso nell’ambito del procedimento penale avviato dalla procura della Repubblica di Venezia e che è stata deliberata dal consiglio di amministrazione della stessa società la sospensione cautelare «con efficacia immediata» per Giuseppe Milone, e Albino Zatachetto;
sebbene il presidente della Società cattolica Paolo Bedoni non risulti attualmente indagato, il suo nome ricorre più volte nelle intercettazioni telefoniche intercorse tra gli arrestati nell’ambito dell’inchiesta di Venezia sui regali in cambio di sconti sulle sanzioni fiscali;
in particolare, stando a quanto riportato dalla stampa, alcuni dirigenti della compagnia veronese e alcuni funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Venezia, avrebbero tentato, a seguito di una verifica fiscale in una società del gruppo, di agire in modo tale da evitare conseguenze penali allo stesso presidente di Cattolica assicurazioni;
nel febbraio 2017, Cattolica Assicurazioni, Cassa Depositi e Prestiti Investimenti SGR e Ca’ Tron Real Estate hanno siglato un accordo del valore complessivo di oltre 101 milioni di euro per la realizzazione, attraverso un fondo immobiliare la cui maggioranza è detenuta con il 56 per cento proprio da Cattolica Assicurazioni, della struttura scolastica e universitaria denominata H Campus, nei comuni di Roncade e Quarto d’Altino –:
se il Ministro interrogato possa fornire maggiori informazioni circa il coinvolgimento di funzionari pubblici dell’Agenzia delle Entrate in quella che è stata definita dalla stessa Guardia di finanza come «la più grande inchiesta contro il fenomeno della corruzione dopo il Mose»;
alla luce dei gravi fatti emersi dall’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza di Venezia, e considerate le quote detenute da Cassa Depositi e Prestiti nell’investimento del fondo immobiliare di cui in premessa, pari al 40 per cento, quali garanzie il Governo ritenga che possa offrire Cattolica Assicurazioni in relazione all’investimento di cui in premessa e come giudichi altresì, dal punto di vista finanziario, un’operazione immobiliare di tale portata, quale è quella prevista per il nuovo H Campus. (4-17066)

Mondo Convenienza, ma a quale prezzo: l’altro lato del colosso del mobile

Straordinari obbligatori, perdita dei benefici di anzianità di servizio, mai un riposo nei giorni festivi e stipendi ridotti. Le testimonianze dei lavoratori dell’azienda di arredamento.

Parecchie aziende italiane della grande distribuzione organizzata di mobili e arredamento sono state spazzate via, o pesantemente ridimensionate, dal ciclone Ikea.
Resiste invece, con una quota importante di mercato e magazzini sparsi in quasi tutt’Italia, Mondo Convenienza. Era il 1985 “quando Giovan Battista Carosi, il futuro fondatore, si trasferì da Viterbo a Civitavecchia per lavorare come commesso in un negozio di arredamento. Poco dopo è iniziata l’avventura di Mondo Convenienza” si legge sul sito Internet, dove non mancano richiami ai sacri principi aziendali. Dalla lealtà, “un valore che ispira l’agire quotidiano di ogni nostro dipendente, sia nei confronti dei colleghi che verso il cliente” al rispetto, “verso i fornitori, il loro lavoro e la loro competenza. Rispetto per i dipendenti, il loro impegno e la loro professionalità. E soprattutto il rispetto verso il cliente”.

Ma il punto di vista di una parte non trascurabile dei lavoratori è diverso.

Ultimamente se n’è parlato anche a Report, che ha messo sotto la lente di ingrandimento l’ultimo fenomeno in casa Mondo Convenienza: quest’anno i suoi addetti al trasporto e al montaggio si sono visti trasformare il contratto dalla categoria “trasporti-logistica” a quella “multiservizi-pulizie”. Con conseguente cambio in corsa della cooperativa subappaltante di riferimento. Questo significa, protestano i sindacati, 300 euro in meno di stipendio. Un meno venti per cento in busta paga. “Ecco spiegato lo sconto fisso del 22 per cento sui mobili” c’è chi insinua, coincidenze numeriche alla mano.

«Mondo Convenienza conferma che per tali servizi, così come prassi per gli operatori del settore del mobile, si avvale di fornitori esterni» – dichiara all’Espresso il loro ufficio stampa – «I servizi di trasporto e montaggio vengono affidati in appalto. Dal negozio a casa tua, il servizio è fornito da terzi per conto di Mondo Convenienza, ma è normale che sia così».

Ed è nata una pagina Facebook che funge da tazebao delle rivendicazioni e delle doglianze dei dipendenti. Il nome, dolente e ironico, è “Mondo sofferenza”. Il sottotitolo fa il verso allo slogan ufficiale: “qual è il prezzo della convenienza?”.

Un florilegio di immagini emblematiche (come quella in cui si vede un gruppo di trasportatori caricare e scaricare a mano mobili pesanti decine di chili, “altro che l’uso di carrelli elevatori elettrici, altrimenti come si potrebbero fare sconti ai clienti?”), accuse trasversali e meme “di classe” (“sfruttamento trasversale e taglio dei diritti”).

Francesca Ferone è di Roma, ha 39 anni e ha lavorato per Mondo Convenienza dal primo settembre del 2004 al 22 settembre del 2015, prima di essere licenziata “per avere risposto male al direttore. Ma non è vero”. La decisione finale sul suo reintegro spetterà alla Cassazione.

Aveva, dal 2010, un contratto part time a 24 ore, “ma con gli straordinari obbligatori”. Prima lavorava 30, 35 ore a settimana. Nel reparto ordini o alla cassa, “è tutto intercambiabile. E per mesi ho vinto il premio aziendale come miglior cassiera”.
Francesca ha girato diversi punti vendita: Roma-Pontina, Roma-Casilina, Pescara, Voghera. “Ogni volta firmavo le dimissioni e venivo riassunta nella nuova filiale, con la perdita dei benefici di anzianità di servizio” afferma Francesca all’Espresso.

A Mondo Convenienza il lavoro fisso nei giorni festivi è sempre esistito, a prescindere dalla riforma Monti. “La prima cosa che abbiamo accettato è stato un lavoro su turnazione, ovvero cinque giorni alla settimana inizialmente, poi diventati sei, e due giorni di riposo, però mai di sabato o di domenica. A differenza di altre realtà come Ikea, dove ho lavorato nel 2003 e poteva capitarti un giorno libero nel fine settimana, da Mondo Convenienza il weekend si lavora sempre, tassativamente”.

Nel corso del tempo sono state aggiunte le cosiddette “clausole di flessibilità ed elasticità”.

“La flessibilità permette al datore di lavoro di modificarti la turnazione in qualunque momento o giorno della settimana, a dispetto di quanto stabilisce il contratto collettivo nazionale. L’elasticità permette invece al direttore di cambiarti persino la pausa pranzo, just in time, mentre sei di turno. E così, se stai facendo un 9-13 e 15-20, ma quel giorno c’è un aumento della lista dei clienti, ti viene imposto di staccare più tardi o di riattaccare prima”. Una deregulation “creativa” degli orari. “Magari era venerdì, e c’era poca affluenza. Ci domandavano: “volete andarvene prima?”. Un modo per “scalare” le ore lavorate in più senza che ci fosse stato pagato lo straordinario.

Certo, eravamo liberi di rifiutarci. Ma il direttore, in contatto perpetuo con la sede centrale di Civitacchia, non perdeva mai l’occasione di ricordarci che “se mai vi servirà qualcosa, i piani alti si ricorderanno…”. Disponibilità perenne e accondiscendente. “Gli addetti di Mondo Convenienza sono più reperibili di un chirurgo in corsia d’emergenza. Qualcuno può spiegarci, lavorando con questi ritmi, come faremmo a fare la spesa, andare dal dentista, prendere nostro figlio che sta uscendo dall’asilo, se la pausa pranzo non è mai certa e il giorno di riposo non è mai lo stesso?”.

C’è inoltre il capitolo “liste d’attesa”. “I clienti che attendono di essere serviti per il preventivo di una cucina o di un soggiorno hanno la precedenza su tutto. Sono le statistiche sull’affluenza dei clienti che decideranno se potrai partecipare a un matrimonio, a un compleanno, a un battesimo o a qualunque altro importante impegno familiare. Persino se puoi raggiungere un parente in ospedale. Nell’estate del 2010, a un collega di via Salaria è stato negato il diritto di correre in nosocomio da un parente che era stato operato d’urgenza. Era agosto, c’era gente, la lista d’attesa cresceva. Il suo parente è deceduto”. I congedi parentali, insomma, esistono “solo sulla carta. Nella realtà ti trovi invece di fronte a turni punitivi, che inizi alle 9 e concludi alle 20. Però, se ti comporti bene, ci assicurava il direttore, “a metà pomeriggio ti faccio fumare una sigaretta”.

Risponde Mondo Convenienza: “I nostri non sono negozi, ma veri e propri showroom. I nostri venditori sono al 100% focalizzati sul servizio al cliente: non devono occuparsi di altre mansioni (come la pulizia e il mantenimento), che vengono gestite da personale addetto. Questo ci permette di mantenere il focus sul cliente, e sulla qualità e la personalizzazione del servizio che siamo in grado di riservargli”.

Francesca prosegue il suo racconto. “I soprusi sono tanti, e forme di tutela alternative a un avvocato personale non ne esistono. Oggi l’azienda sta trasformando i contratti full in part-time. Tanto a colpi di elasticità e flessibilità si arriverà anche a 53 ore settimanali, le tutele svaniranno e vie di fuga da questa forma di schiavitù moderna non si intravvedono all’orizzonte”.

“Aspetto rilevante è certamente la creazione di nuovi posti di lavoro: nel corso del 2016 le risorse umane del gruppo sono cresciute di 340 unità (+ 16%), passando da 2.135 a 2.475 – replica l’azienda -. L’utilizzo di contratti di lavoro interinale e l’indotto fanno moltiplicare questo già importante numero. La stima totale di nuove posizioni lavorative generate da Mondo Convenienza supera le 1.200 unità nell’anno”. E del passaggio dal full al part-time? “Quando si apre una nuova posizione part-time in azienda, si chiede prima alle persone interne se siano interessate a passare dal proprio full-time al part-time. Questo ci aiuta a restare vicini alle necessità dei nostri dipendenti, in particolare a quelli che, entrati giovani in azienda, possono avere maturato la necessità di ridurre il proprio orario di lavoro per coniugarlo con le nuove sopraggiunte esigenze familiari (come nel caso delle neo-mamme e papà) – aggiungono da Mondo Convenienza -. Tutti i nuovi venditori sono assunti con contratto part-time, e solo nel primo periodo (non lavorativo, ma di formazione retribuita) viene richiesta loro una disponibilità più estesa, equiparabile a un full-time in termini di tempo giornaliero”.

In primo grado Francesca Ferone aveva vinto il ricorso, “e allora sono andata all’Inps con la copia autenticata dell’ordinanza esecutiva e ho compilato i moduli per riavere i contributi dei mesi precedenti. L’istituto di previdenza mi ha risposto dopo 15 giorni. “A noi non risulta che tu abbia lavorato a Mondo Convenienza, non ci sono documenti che lo attestino. Risulti licenziata da una società chiamata “Idea srl”. Lo sanno anche i sampietrini che Mondo Convenienza è un marchio, e ogni punto vendita è una Srl a sé”.

Quest’estate ha fatto rumore un episodio di cronaca che ha visto protagonista un addetto alle vendite del Mondo Convenienza di Bologna, Luca Carioli, in azienda dal 2011. A Luca, che lavora tutti i sabati e le domeniche pomeriggio, l’azienda ha rifiutato un congedo parentale per il battesimo del figlio, chiesto nei modi e nei tempi giusti. La Cgil ha perciò indetto uno sciopero proprio per quella domenica. E Luca è potuto andare al battesimo.
“Il dipendente ha presentato richiesta di congedo senza confrontarsi con la direzione del punto vendita e senza specificare le motivazioni. Quindi nessuno poteva sapere l’origine della necessità, tantomeno che si trattasse di un battesimo – ha replicato nei mesi scorsi Gianfranco Stefanoni, ad di Mondo Convenienza – Se l’azienda, e io in prima persona, avesse conosciuto la motivazione, senza alcun dubbio avrebbe fatto di tutto per concedere il permesso. Sono molto dispiaciuto dell’accaduto. I lavoratori di Mondo Convenienza operano in un clima sereno, collaborativo e amichevole, e l’azienda è molto sensibile alle loro esigenze… Spero che si possa quanto prima riprendere a collaborare in un clima sereno”.

Stefania Pisani della Cgil ha allargato il discorso parlando di “rappresaglie aziendali e soprusi costanti e continui non solo nei confronti dei lavoratori del magazzino, ma anche degli addetti alle vendite”. “Prepotenza padronale”, ha aggiunto, in un’azienda tutt’altro che in crisi.

A luglio di quest’anno, Mondo Convenienza ha pubblicizzato il bilancio del 2016. Per la prima volta ha oltrepassato il miliardo di ricavi, con un incremento di oltre il 18% rispetto all’anno precedente, superando il 10% della quota di mercato nazionale del mobile.

( l’espresso)

 

CHIUDE PER “RISTRUTTURAZIONE” IL SAN DOMENICO PALACE HOTEL DI TAORMINA CHE HA OSPITATO L’ULTIMO VERTICE DEL G7: 35 DIPENDENTI ASSUNTI A TEMPO INDETERMINATO FINISCONO IN MEZZO ALLA STRADA – LA STRUTTURA, CHE HA OSPITATO DA MARLENE DIETRICH ALLA REGINA ELISABETTA, E’ DI PROPRIETA’ DELLA “TAORMINA HOTEL MANAGEMENT” DEL GRUPPO STATUTO

(La Stampa)
La prima foto, un po’ impettita, è quella del Kaiser, nessun messaggio vergato a mano, Lui non ne aveva bisogno. La data è ben chiara, 1905. Si apre così l’ album dei ricordi del San Domenico Palace Hotel di Taormina e si chiude, chissà per quanto, con le facce serie dei potenti della terra, per il primo G7 dell’ era Trump.
Era maggio 2017 e sullo sfondo si nota il parco di questo 5 stelle Lusso che s’ affaccia su un panorama che è un gioiello. All’ interno, suite da cinquemila euro a notte prenotate da sceicchi e oligarchi russi. Era nato come monastero dei frati domenicani e poi trasformato in rifugio, molto meno parco, di personalità ben spendenti. Simbolo dell’ ospitalità siciliana mai minimalista, meta privilegiata dei re di Spagna e di Gran Bretagna, del Belgio e d’ Olanda, di attrici come Audrey Hepburn, Marlene Dietrich, Susan Hayward.

È il San Domenico Palace Hotel di Taormina, un pezzo di storia che chiude i battenti per ristrutturazioni. Un anno, due anni, difficile prevedere tempi precisi, persino d’ inizio lavori in attesa di permessi di là da venire. Ad aggiudicarsi la struttura all’ asta di Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone, era stata la Taormina Hotel Management del gruppo Statuto, già proprietario del Four Season di Milano e del Danieli di Venezia. Un acquisto strappato per soli 200.000 euro allo sceicco del Qatar: costo dell’ operazione, 52,5 milioni di euro.

Non passa un amen che il rappresentante legale della società annuncia la ristrutturazione: chiusura, licenziamenti e lavori. Dicono i proprietari: «Gli interventi sono obbligatori perché l’ albergo va rimesso a norma. Approfittiamo di questa necessità per migliorarne il servizio. Riqualificazione, metratura delle stanze, cablaggi, svecchiature, tutto quello che fa di un 5 stelle Lusso un albergo d’ esperienza indimenticabile, dunque competitivo. In modo arbitrario è stato detto che avremmo abbassato il profilo dell’ hotel solo perchè abbiamo deciso di farne una struttura stagionale e non più aperta tutto l’ anno. Anche il Cala di Volpe e il Quisisana sono alberghi stagionali e più amati nel mondo».

Un cambiamento epocale anche per i lavoratori della struttura, 35 assunti a tempo indeterminato che si sono visti recapitare la lettera d’ addio come pacco dono natalizio. A loro nome parla Francesco Lucchesi, segretario generale Filcams Cgil di Messina: «L’ azienda ha aperto una procedura di licenziamento collettivo e a fronte di una situazione tragica così improvvisa ha proposto di smistare i curricula dei dipendenti presso le aziende con le quali ha rapporti di lavoro.

<Loro scrivono che “per fronteggiare le conseguenze sociali derivanti dal piano dei licenziamenti, l’ azienda si rende disponibile ad affidare a società specializzate nel ricollocamento dei lavoratori interessati, i loro curricula per un reimpiego degli stessi presso società che intrattengono rapporti commerciali con la società del San Domenico Palace Hotel”. Ma è impossibile un’ operazione del genere. Noi abbiamo figure professionali che vanno dallo chef due stelle Michelin allo staff amministrativo, gli economi, i magazzinieri, i giardinieri, i barman. Tutti di età comprese tra i 30 e i 55 anni.
<E non parliamo dell’ indotto. Un danno anche per l’ immagine di Taormina che ha 160 strutture alberghiere, di queste solo 3 o 4 restano aperte tutto l’ anno e tra queste c’ era il San Domenico. Un abbandono generale e dire che ci aspettavamo tanto dal G7».

E voi che cosa chiederete al tavolo di contrattazione? «Diremo no ai licenziamenti e chiederemo una ristrutturazione graduale e fatta a blocchi per dare modo agli impiegati di continuare a lavorare, a turno, usufruendo della cassa integrazione a rotazione. Sacrifici, certo ma così non si perderebbero posti di lavoro. Altrimenti quando si riaprirà le professionalità saranno perse e la proprietà avrà agio di assumere solo con contratti a tempo determinato».

Tutti i numeri dell’integrazione di Veneto Banca e Popolare di Vicenza in Intesa Sanpaolo.

Tutti i numeri dell’integrazione di Veneto Banca e Popolare di Vicenza in Intesa Sanpaolo
Intesa Sanpaolo rende noto che le operazioni di integrazione nel Gruppo della clientela delle ex banche venete si sono svolte regolarmente e concluse.

L’integrazione ha riguardato 721 filiali, di cui 118 sono state contestualmente chiuse. Di queste 69 erano filiali ex Banca Popolare di Vicenza e le restanti 49 di ex Veneto Banca. Sono passati 2,2 milioni di clienti e 1,5 milioni di conti correnti.

Con l’integrazione informatica le filiali delle ex banche venete hanno adottato il modello organizzativo della Divisione Banca dei Territori che è strutturato per ‘territori commerciali’, Retail, Personal e Imprese, con l’obiettivo di focalizzare al meglio l’offerta dei prodotti alla clientela, valorizzando le competenze specifiche del personale appartenente alle reti commerciali.

A tale proposito si segnala che sul territorio nazionale sono stati aperti 20 nuovi centri Imprese, immediatamente operanti, per servire in maniera dedicata le aziende clienti delle ex banche venete.

Sono state intraprese numerose attività di formazione del personale delle ex banche venete: dagli stage per tutti i colleghi, alla creazione di apposite schede informative per assicurare omogeneità alle modalità operative del personale.

Sono stati previsti anche degli affiancamenti specifici per le diverse figure professionali: 1400 colleghi di filiale, 180 coordinatori e 20 team leader. Questa task force sul territorio sarà attiva fino a quattro settimane dopo la migrazione. Sono stati inoltre predisposti dei materiali formativi digitali: una piattaforma raggiungibile via internet, contenuti di veloce consultazione, simulatori delle procedure/transazioni di filiale e applicazioni specifiche. Infine sono stati avviati gemellaggi tra filiali per l’assistenza su temi operativo-gestionali, normativi e organizzativi.

P.S – SI PARLA SOLO DI PERSONALE ,SIMULAZIONI ,CHIUSURE DI FILIALI, MA NESSUN CLIENTE DELLE BANCHE VENETE CONOSCE NOME E COGNOME DEL PROPRIO REFERENTE, PRIVATO-AZIENDA DA SEI MESI.

ABBANDONO TOTALE

Gianni Zonin convocato per il 13 dicembre dalla Commissione d’inchiesta sulle banche visto che il 15 sarebbe in udienza a Vicenza: l’esito del primo match tra lui e Vincenzo Consoli atteso con ansia da Banca d’Italia.

 


La commissione d’inchiesta sulle banche gioca d’anticipo per ascoltare Gianni Zonin, fissa l’audizione per mercoledì 13 dicembre in diretta streaming (anche su VicenzaPiu.tv) e, forse, spiazza l’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, i cui legali avevano sollevato il ‘legittimo impedimento’ per la data iniziale di venerdì (lui la mattina, il suo avversario di sempre, l’ad di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, alle 18 dopo D’Aguì, ad di Bim) in cui era fissata anche una delle tornate dell’udienza preliminare al Tribunale di Vicenza (si parte domani, martedì 12) per il processo sul crac della BPVi di cui Zonin è uno dei principali imputati.

Se qualcuno pensava a una manovra dilatoria per l’ex dominus della Popolare vicentina, che si fa fatica ad immaginare presente personalmente il 15 a Vicenza e che, magari, preferiva parlare magari solo dopo aver ascoltato Consoli sul tema più scottante, quello delle infuenze di Banca d’Italia sulle vicende delle due ex popolari venete, favorevoli a Vicenza per i manager montebellunesi dell’epoca, ci hanno pensato Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione e il suo ufficio di presidenza a tagliare corto: “Nell’impossibilità di svolgersi nella giornata di venerdì 15 dicembre – si legge in una nota come riferisce l’Ansa -, l’audizione di Gianni Zonin davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario è stata anticipata a mercoledì 13 dicembre, alle ore 18.00”.

Non si può non evidenziare qualche perplessità, anche giuridica e tale da far immaginare future eccezioni processuali da parte dei rispettivi avvocati, sulla sovrapposizione tra le audizioni di Zonin e Consoli da quasi testimoni (non saranno testimonianze, hanno deciso i commissari a maggioranza, ma eventuali loro false dichiarazioni potrebbero trovare sbocchi legali) e le udienze dei due specifici processi in via di incardinazione (basti dire che i testimoni sono “imputabili” se dicono il falso, gli imputati possono dire quello che vogliono a propria discolpa).

Ma è chiaro che c’è molta attesa per le ricostruzioni che faranno i due “auditi” delle vicende delle due Popolari, spesso incrociate e alla fine così conflittuali da concorrere al crac di entrambe.

Per alcuni media pare più interessante sapere se Maria Elena Boschi si interessò o meno di Banca Etruria visto che a confermarlo per Il Fatto Quotidiano è stato anche Consoli, ma per noi Boschi deve dimettersi non per questo interessamento, che poteva essere una naturale incombenza di un politico, con o senza padre interessato, ma per aver dichiarato il falso quando negò quella che appare sempre di più una certezza.

A noi, però e, quindi, interesserebbe di più sapere, in attesa di quello che che diranno Zonin e Consoli, cosa gira nelle teste di Ignazio Visco, il governatore di Banca d’Italia appena confermato, nonostante sue innegabili defaillance decisionali, e di Carmelo Barbagallo, il responsabile di una Vigilanza che ogni giorno appare sempre di più come incapace di fare il suo lavoro o, peggio, capace di incanalarlo in una direzione o nell’altra in base ad ancora oggi oscuri disegni.

Se l’ex presidente di BPVi confermerà che nulla sapeva, non solo delle decisioni che portarono alla fine odierna la sua banca, già bocciata dagli stress test BCE il 26 ottobre 2014, ma anche delle prsunte strategie di favore di Bankitalia, e se Vincenzo Consoli ribadirà che, se la cui banca fu promossa quello stesso giorno dalla BCE, fu Via Nazionale a volerla nelle braccia della moribonda Vicenza, i commissari e chi ascolterà le parore dei due vertici delle fu banche venete e osserverà anche il loro linguagio del corpo potrà decidere in cuor suo se basteranno le dimissioni ad oggi, salvo diverse rivelazioni il 13 e, poi, il 15 dicembre, a dir poco auspicabili di Boschi e di Barbagallo, agnelli sacrificali pro Renzi la prima e pro Visco l’altra, a far pensare che si stia facendo un passo avanti verso la o le verità.

Se tutto non si trasformerà in fuffa mediatica forse anche i processi potranno partire da certezze maggiori di quelle che interrogatori e documenti stanno proponendo ai giudici.

Su tutte una: che potranno svolgersi per individuare le colpe e/o le discolpe di ognuno e non per fare da contorno a lotte politiche che, senza gli addii responsabili almeno di Boschi e Barbagallo, inquinerebbero a lungo le aule dei tribunali e gli spazi dei media.

A ulteriore e definitiva offesa dell’unica certezza: 200.000 risparmiatori azzerati nelle due banche. (Vicenza più)

Focus su Bitcoin. L’articolo vi dice dove e come utilizzarli.

Bitcoin, dove spenderli? Ad oggi, in tutto il mondo, ci sono 11.099 possibilità. La criptovaluta – che al suo debutto al Cboe Global Markets di Chicago ha fatto segnare subito un record con prezzo di apertura a 15mila dollari – può essere utilizzata infatti laddove imprenditori e fornitori di servizi lo abbiano previsto.

Tali forti rialzi, secondo quanto sostenuto da Ewald Nowotny, banchiere centrale austriaco e membro del consiglio direttivo della Bce, rendono ad ogni modo necessari interventi di regolamentazione.

LA MAPPA – Ma intanto, per i più curiosi e i pionieri della moneta elettronica, per cercare dove – e come – spenderli, esiste una mappa: la ‘Coin Map’.

A Roma ci sono 39 possibilità di spesa attraverso il Bitcoin come, ad esempio, bed & breakfast, store di elettronica e librerie. Tra queste, ‘Libri Necessari’ in zona Monti.

ROMA – Nella capitale c’è anche un negozio di orologi di lusso che ha scelto la moneta virtuale come strumento di pagamento: lo storico Bedetti vicino via del Corso ha deciso di attivare tale possibilità perché – come si legge in un post sulla pagina Facebook – “se ti fidi della matematica, ti puoi fidare di Bitcoin”.

Su Milano e provincia, sono una settantina le possibilità sulle quali spendere la criptovaluta: oltre a notti in B&B, per chi ama lo Yoga, sulla cartina si trovano anche alcuni corsi acquistabili in Bitcoin.

MILANO – Inoltre, andando a spulciare, si trova una sorta di bancomat per questa moneta virtuale (secondo quanto indicato sulla mappa, in via Merano) dove poter effettuare compravendita di criptovaluta con quello che viene chiamato il ‘wallet Robocoin’, “il modo più semplice in assoluto per entrare” in questo mondo.

Spostandosi in Trentino, inoltre, a Rovereto c’è il bar ‘Mani al cielo’ che, attraverso la sua App, permette di pagare in Bitcoin anche caffè e cappuccino, una birra o un bicchiere di Gewürztraminer.

LA STORIA – La moneta creata nel 2009 da qualcuno conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, come si può vedere dalle macchie di colore realizzate sulla mappa, è usata soprattutto in Europa e Nord America ma anche in Sud Corea e Giappone.

Tra Tokyo e provincia, ad esempio, ci sono un centinaio di possibilità di spesa tra ristoranti, cocktail bar, centri per lo shopping e ostelli dove dormire.

ON LINE – Per quanto riguarda gli acquisti on line, il portale ‘Purse’ – su cui si possono trovare libri, droni, gadget, computer, biciclette e materiale di elettronica – offre una serie di sconti se si sceglie di comprare in Bitcoin. Il procedimento, spiegato sul sito, passa attraverso la lista dei desideri di Amazon (la ‘Wishlist’) e prevede uno sconto tra il 10 e il 33%.

In alcuni casi, infine, ci sono anche soggetti terzi che vendono ‘Buoni Acquisto’ per Amazon accettando il pagamento in criptovaluta; questo significa che, chi compra, paga il buono in Bitcoin ricevendo (ad esempio, via mail) il codice per il buono da usare per un acquisto.

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L’Italia è il Paese con più poveri in Europa, seguono Francia e Romania

L’Italia è il Paese che ha più poveri in Europa. Sono loro quelli ad avere maggiori difficoltà a far fronte a spese impreviste, a garantire che la propria casa sia sempre adeguatamente riscaldata, a far sì di avere almeno due paia di scarpe (estive e invernali), o ancora evitare di finire in arretrato con l’affitto o sostituire abiti lisi con capi più nuovi. Tutti indici di quelle che vengono definite «privazioni sociali e materiali», ma che al netto di espressioni politicamente corrette rilevano il grado di povertà delle famiglie. A livello europeo e nazionale il fenomeno si sta riducendo, ma nell’Ue ci sono ancora 78,5 milioni di persone che vivono stentatamente, e più di dieci milioni di loro sono italiani.

I dati Eurostat diffusi oggi e relativi al 2016 indicano il tasso di privazioni sociali e sociali. Cifre percentuali che lette così come presentate vedrebbero l’Italia undicesima in questa graduatoria. Romania (49,7%) e Bulgaria (47,9%) sono gli Stati membri in condizioni più problematiche, dove praticamente una persona su due ha difficoltà economiche. Ma in termini assoluti, il 17,2% italiano indica più di 10,4 milioni di persone (10.457.600) alle prese coi sintomi di povertà. Letti in quest’altro modo i numeri mostrano un’altra Europa, con l’Italia, sempre pronta a rivendicare la sua grandezze economica, a fare più fatica di tutti. Gli italiani soffrono anche più dei romeni (9,8 milioni) che pure in termini percentuali si trovano davanti a tutti quanto a privazioni. Salta all’occhio, in questa classifica, anche il dato francese. I cittadini d’oltralpe sono i terzi più in difficoltà a livello Ue (8,4 milioni, dietro Italia e Romania).

Dati alla mano non c’è da stare allegri, ma ci sono comunque motivi per guardare la situazione con spirito ottimistico. La buona notizia è che tutto questo, seppure a fatica, si sta invertendo. A livello europeo il tasso di persone con privazioni sociali e materiali si sta riducendo, e questo vale anche per l’Italia. Tra il 2015 e il 2016 si sono contati nel territorio dell’Unione europea circa 8,9 milioni di persone con difficoltà economiche in meno. Nello Stivale l’indice si è contratto del 4,4%, un dato che si traduce in 2,6 milioni in meno di cittadini alle prese con ristrettezze economiche. Un segnale che mostra come la ripresina per qualcuno c’è stata, ma che per qualcun altro deve ancora arrivare.(la stampa)

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IL FLOP DI DE BENEDETTI PAGATO DALLE BANCHE

la verità di Fabio Pavesi