Bankitalia: «Cda di Veneto Banca inadeguato, va cambiato». La replica: «Asserzioni surreali» – allegati documenti

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«Scadimento della situazione complessiva», «rilevanti disfunzioni dell’assetto di governo», «elevata esposizione ai rischi», «concentrazione di poteri in capo all’ad», «dialettica modesta del cda, inconsistenza del ruolo degli indipendenti»: pertanto «è richiesto con la massima determinazione di pervenire nel più breve tempo possibile, a un’operazione di integrazione con altro intermediario di adeguato standing» e tenuto conto della situazione, «è disposto che gli attuali membri del cda e del collegio sindacale non potranno ricoprire incarichi presso il soggetto risultante dalla fusione». «Stante quanto sopra, si ribadisce a Veneto banca l’esigenza di un integrale ricambio degli organi societari».

E’ impietosa la pagella di Bankitalia a Veneto banca, paragonabile a quella di uno studente che in italiano, matematica, chimica prende 2 e in latino, inglese e disegno 3 con insuffienze nelle altre materie. Nelle 5 pagine del rapporto ispettivo “riservatissimo” firmato da Salvatore Rossi, dg di Bankitalia, del 24 marzo 2014, la Vigilanza mette con le spalle al muro l’istituto di Montebelluna.

Eppure difronte a una fotografia senza scampo così spietata, la replica del cda presieduto da Flavio Trinca è sorprendentemente senza scrupoli. «Preme sottolineare le questioni che hanno fatto precipitare la “percezione” di Veneto Banca in un crescendo di “surreali” asserzioni, perlopiù frutto di incerti e soggettivi riscontri ispettivi», «sentiamo il dovere di rimarcare la totale assenza di situazione quali quelle rappresentate, avendo il rapporto ispettivo dimensionato in misura non verosimile gli avvenimenti», si legge in alcuni passaggi salienti della lettera di risposta (14 pagine) di Trinca datata 10 aprile. «Quanto alla richiesta di fusione, è rappresentata l’impossibilità di addivenire a una decisione nei tempi indicati» e «si aggiunga con riferimento all’operazione indicata da codesta Autorità, la pregiudiziale di processo pretesa dalla controparte non è stata dal consiglio giudicata accettabile».

In precedenza si dice che è stato dato un mandato a Goldman Sachs di esplorare Popolare Vicenza, Bper, Ubi, Bbva, Credit Agricole Cariparma, Bnp Bnl: «Il 20 marzo Goldman ha incontrato il vertice di Popolare Vicenza e nell’incontro il presidente Gianni Zonin e l’ad Samuele Sorato hanno espresso l’impossibilità a proseguire il dialogo strategico date le tensioni tra i due istituti».

Carta canta e al di là delle audizioni di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche, la lettura dei due documenti autentici che Il Messaggero.it è in grado di pubblicare, mette i lettori in condizione di rendersi conto come siano andate le cose.

( il messaggero -Rosario Dimito)

BpVi, è ufficiale: ci prendono per il culo A Bankitalia non risulta niente. Zonin non ricorda e contava come il due di picche. Ma sono sbugiardabilissimi. Ecco perchè

(Alessio Mannino -vvox)

Se qualcuno scrivesse una Storia del Ridicolo, le giornate del 12 e 13 dicembre 2017 vi sarebbero iscritte come date spartiacque. Un po’ come la scoperta dell’America. O dell’acqua calda. Nella commissione parlamentare sulle crisi bancarie abbiamo potuto assistere allo show di due signori che hanno dato un nuovo significato all’espressione “senza vergogna”: Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza di Banca d’Italia, e Gianni Zonin, ex presidente della Banca Popolare di Vicenza. Due maestri, nel loro genere: il grottesco, s’intende.

 

In ben sette ore di assoluta vigilanza sulla linea del Piave, Barbagallo è riuscito a negare l’evidenza con monumentale bravura. In sostanza, al braccio destro del governatore Ignazio Visco non risulta praticamente niente: non gli risulta che siano presenti massoni nella banca centrale (che è un po’ come sostenere che non ci siano preti in Vaticano); non gli risultano pressioni di Bankitalia su Banca Etruria per farla sposare controvoglia con BpVi nel 2014, accusa sollevata di recente in commissione dal procuratore di Arezzo, Roberto Rossi: «in quel momento Vicenza era nella media», ha risposto Barbagallo (peccato che in un comunicato del 26 ottobre 2014 si legge che lo stress test Bce, fatto però con ispettori Bankitalia, promosse «con riserva» l’istituto vicentino, che la sfangò solo grazie ad una conversione straordinaria di un bond di ben 253 milioni deciso appena due giorni prima dalla BpVi, in un cda inusitatamente svoltosi di sabato sera); non gli risulta che la multa che Bankitalia inflisse a Etruria nel marzo 2016 fosse per la mancata aggregazione con i vicentini, perchè fu dovuta invece al mancato impegno dei vertici aretini nel trovare un partner valido, che «si poteva chiamare Vicenza, Pippo, Pluto o Paperino» (e qui Barbagallo smentisce se stesso, o meglio il provvedimento con cui Bankitalia commissariava Etruria nel febbraio 2015, dove si legge, a pagina 4, che «Banca Etruria ha lasciato inevasa la richiesta dell’Organo di Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato standing… In particolare non è stata portata all’attenzione dell’assemblea dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante», ovvero quella targata BpVi, e a pag 23 si sottolineava «il ruolo contraddittorio avuto con il presidente nelle negoziazioni con Vicenza…e detto esponente ha di fatto posto in essere comportamenti che hanno condotto all’interruzione della trattativa»: più chiaro di così).

Ma Zonin è riuscito a fare di meglio: lui, poveraccio, non aveva nessun potere e non sapeva nulla, e quel che sa non se lo ricorda. «Abbiamo audito un passante», ha detto il presidente del Pd, Matteo Orfini. Potenza di Zonin: fa risultare simpatico persino Orfini. In pratica dal 1997 al 2015 è stato un presidente di campanello e di rappresentanza. E noi che pensavamo che tutte quelle interviste lascivamente laudatorie con cui ci ha alluvionato per anni fossero il segno del suo fermo e consapevole controllo della Popolare vicentina: tutta apparenza, in realtà contava meno del direttore generale e dell’«amministratore delegato». Proprio smemorato, il quasi ottantenne Zonin: Samuele Sorato diventò amministratore delegato solo a febbraio inoltrato del 2015, ovvero dopo gli aumenti di capitale “incriminati” (2013-2014), e a soli quattro mesi dalle sue successive dimissioni, cioè ad un passo dal tracollo. Pima era stato “solo” dg, dopo che negli anni precedenti ne erano saltati una mezza dozzina. Misteri zoniniani.
In ogni caso, rivela che non fu a conoscenza delle “operazioni baciate” (i fidi erogati illecitamente in cambio della sottoscrizione di azioni negli aumenti di capitale 2013 e 2014) fino al 7 maggio 2015 quando lo seppe dalla Bce, ripetendo così la nota linea difensiva secondo cui la responsabilità sarebbe di Sorato (il quale sostiene dal canto suo di averne avuto contezza soltanto un mese prima, il 10 aprile 2015: a questo punto non si capisce più chi comandasse in BpVi, forse l’usciere); si ricorda vagamente che nel 2014 un ex dipendente possa aver scritto una lettera «asserendo che ci potesse essere qualche “baciata”. Questa lettera è stata data a chi di competenza ma, alla fine, l’organo di controllo non ha trovato nulla» (si tratta dell’ex gestore private Antonio Villa la cui causa di lavoro fece scaturire un’indagine dell’audit interno, guidato da Massimo Bozeglav, che invece le “baciate” le trovò, ma che secondo un rapporto del collegio sindacale furono tenute nascosto al cda fino a fine agosto 2015); sull’offerta della BpVi a Etruria copre Bankitalia al punto da non rammentare nessuna telefonata (che invece l’ex vicedg Adriano Caoduro sostiene di aver udito con le proprie orecchie, cit. La Verità del 12 dicembre), mentre nega decisamente pressioni da Palazzo Koch sull’altra aggregazione per incorporazione, quella verso Veneto Banca (il che significherebbe che sia Vincenzo Consoli che Flavio Trinca, rispettivamente ex ad ed ex presidente della ex popolare trevigiana, hanno mentito avendo dichiarato il contrario: ma domani è il turno di Consoli in audizione, e speriamo ci sia qualche parlamentare che gli faccia una domanda a proposito); sostiene di non essersi mai occupato di assunzioni, comprese perciò quelle di ex magistrati, ex finanzieri, ex ispettori di Bankitalia, ex prefetti eccetera eccetera, quando sanno anche i sassi, a Vicenza e in banca, che non si muoveva foglia che Zonin non volesse; non ricorda neppure il cda in extremis del 24 ottobre 2014 per superare le forche caudine della Bce (ma che faceva nelle riunioni del board?). Insomma, un presidente pagato 1 milione all’anno per fare più o meno l’uomo immagine. Ma scommettiamo che restituire i compensi sarebbe troppo, per il suo senso morale. Un po’ come chiedere scusa ai tanti che hanno abboccato per anni all’unanimismo trionfale che l’ex dominus, finto ingenuo, ha impersonificato, complice l’attitudine servile di certa società vicentina.

Zonin dice di aver perso anche soldi dal crollo della Popolare di Vicenza. Banca d’Italia non ha perso il glaciale aplomb. I risparmiatori sbancati, dopo aver perso tutti i risparmi, hanno perso la speranza nel vedere almeno rispettata la propria intelligenza. Ci prendono in giro. Spudoratamente.

 

Apriamo una colletta per Gianni Zonin dopo la sua audizione: “anche io ho ho perso tanti soldi in azioni BPVi”, e la… memoria

A leggere e sentire alcune dichiarazioni rilasciate di ieri di Gianni Zonin nell’audizione mi ha preso una forte malinconia. Quando dice, con voce un po’ impastata, “Purtroppo ho perso anche io dei soldi” oppure “sono anziano, smemorato” potrebbe muovere a compassione. Infierire su una persona anziana è una “cattiveria”. Bisognerebbe fare qualcosa … magari una colletta? Ma quando si ascoltano altre affermazioni del tipo “I rapporti con le istituzioni sono sempre stati improntati alla massima trasparenza e disponibilità perché questa era la filosofia del nostro cda” oppure che sui finanziamenti baciati “io l’ho saputo il 7 maggio 2015 dal capo ispettore Bce che mi ha convocato d’urgenza a Milano”, uno comincia a capire di che pasta siano fatti i “grandi” capitalisti e imprenditori nostrani.

Tutti bravi, “trasparenti” ma “ignari” di quello che gli succede sotto il naso. Sono ai vertici ma non sanno o non ricordano. Loro sono cristallini, delegano altri e non chiedono mai nulla. Poveretti, si fidano. Sono, sostanzialmente, ingenui e, quindi, non sono responsabili di alcunché. Mai. Sono, anzi, vittime dell’inadempienza e della cattiva gestione di altri.

Diciamolo chiaramente: è una cosa insopportabile. Sarebbe veramente ora di mandare a casa (circondariale) tutti questi personaggi che sono stati e sono causa della crisi. Quella che noi che viviamo del nostro lavoro stiamo pagando da sempre. E si sono arricchiti sulla miseria prodotta (da loro) a migliaia di cittadini.

( Vicenza più-Giorgio Langella)

Processo BPVi, seconda seduta dell’udienza preliminare: si va verso le 10.000 costituzioni di parte civile contro Zonin “lo smemorato di Vicenza”

 

Misure di sicurezza imponenti intorno al Tribunale nel nuovo edificio di via Ettore Gallo, con identificazione e perquisizione nei punti di accesso, ma non c’è stato il temuto “assalto” di migliaia di persone nella seconda seduta dell’udienza preliminare per il crac della Banca popolare di Vicenza. Il Gup Roberto Venditti ha dovuto gestire il previsto afflusso di decine e decine di avvocati alcuni dei quali con centinaia di richieste di costituzione di parte civile in borsoni e valigie. Ancora impossibile compiere una stima del totale delle richieste ma è probabile che il numero finale potrebbe sfiorare le diecimila.

Un numero decisamente inferiore a quello degli azionisti, ben 120 mila, in gran parte piccoli risparmiatori depredati di tutti i loro averi. E sarebbe un segno di sfiducia nella possibilità che valga la pena sostenere nuovi costi per avere giustizia.

Con la nuova seduta di domani il giudice dell’udienza preliminare dovrebbe avere sul tavolo tutte le richieste, in modo che nella successiva seduta di giovedì prossimo 21 dicembre possa stilare il calendario dei lavori con tempi e date certe nel cammino a tappe che in pochi mesi dovrebbe portare alle determinazioni finali di proscioglimento o di rinvio a giudizio – in accoglimento delle richieste dei pubblici ministeri Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi – per la BpVi e per gli altri sette imputati accusati di aggiotaggio, ostacolo alle attività di vigilanza e falso in prospetto.

Il più noto di loro, perché per tutti il dominus della banca per quasi vent’anni, è certamente Gianni Zonin che, stamane, un avvocato, in fila in attesa del proprio turno dinanzi ai cancellieri, chiacchierando con un collega, ha battezzato “lo smemorato di Vicenza”, con chiaro riferimento ai tanti “non so” e “non ricordo” opposti ieri alle domande dei parlamentati nella commissione d’inchiesta di palazzo San Macuto.

Gli altri sono l’ex direttore generale Samuele Sorato (la cui posizione però, stralciata per legittimo impedimento per motivi di salute sarà vagliata in un’apposita udienza fissata l’11 gennaio prossimo), l’ex consigliere d’amministrazione Giuseppe Zigliotto, gli ex vicedirettori Emanuele Giustini (responsabile divisione mercati), Andrea Piazzetta (area finanza), Paolo Marin (divisione crediti), nonché il dirigente che redigeva materialmente il bilancio Massimo Pellegrini.

Anche a Vicenza, come già a Roma per Veneto Banca (e, in futuro a Treviso la cui procura procede per i reati gestionali di quest’ultima) parti civili agguerrite daranno battaglia contro la richiesta di costituzione di parte civile di Consob e Banca d’Italia. La conferma è giunta anche oggi da diversi legali costituitisi in rappresentanza di varie organizzazioni di consumatori le quali attendono peraltro di sapere se analoga richiesta giungerà anche da parte della Banca centrale europea.

Il processo che parte dall’udienza preliminare, ancora alle prime battute a Borgo Berga, promette sviluppi importanti e clamorosi su diversi piani. Le azioni civili di fatto azzerate dal decreto del governo del 25 giugno scorso che ha ceduto per un euro le due banche venete a Intesa Sanpaolo dovranno dispiegarsi in sede penale ed uno dei primi fronti potrebbe essere l’eccezione di incostituzionalità del provvedimento di palazzo Chigi varato di domenica, senza un minuto di dibattito e con quaranta deroghe alle norme generali che presidiano, nel codice civile, i diritti economici diffusi.

(Affari Italiani -Angelo Di Natale)

“IL CIGNO E IL CAVALLIERE BIANCO”Insulti reciproci Berlusconi-Tremonti. Perplessità di Ciampi su Monti premier

Che poco prima della fine anticipata della legislatura nella seconda metà del 2011, i rapporti fra l’allora premier Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia del suo governo Giulio Tremonti non fossero buoni è cosa documentata dalle cronache di quei terribili giorni in cui il nostro Paese sotto attacco dei mercati finanziari aveva visto schizzare lo spread Btp-Bund al preoccupante picco record di 575 punti. Prospettando per l’Italia uno scenario ellenico. Ma che i due addirittura si disprezzassero con tanto di simpatici appellativi come “pazzo” e “folle”, no. Il retroscena sui tesissimi rapporti nell’esecutivo è rivelato dal libro dell’ex direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano “Il Cigno nero e il Cavaliere bianco” (appena uscito ed edito da “La Nave di Teseo), testo in cui il giornalista rileggere gli anni della tremenda crisi economica italiana ed europea che ha portato l’Italia a un passo dall’epilogo in stile Grecia.

Cattaneo il miglior manager: Gamberale racconta Telecom,il libro di Napoletano

“Un episodio emblematico dell’abisso apertosi nei rapporti personali, prima ancora che politici, tra Berlusconi e Tremonti – scrive infatti Napoletano – avviene ad agosto, il giorno della conferenza stampa sulla seconda manovra correttiva (dopo che la Bce inviò la famosa lettera al nostro Paese con una serie di raccomandazioni di politica economica, ndr)”. “Un ministro economico di peso dell’esecutivo Berlusconi – prosegue l’ex direttore del quotidiano di via Monterosa – decide di restare nella sua casa di campagna e fa sapere di non volere partecipare alla conferenza stampa. La mattina dopo riceve due telefonate che descrivono bene la situazione del momento. Alle nove chiama Tremonti e dice: “Devi assolutamente venire perchè così conteniamo quel ‘pazzo’ del Berlusca, non fare scherzi!” Un’ora dopo squilla di nuovo il telefono, è Berlusconi: “Ti prego, vieni alla conferenza stampa, è proprio necessario per contenere quel ‘folle’ di Tremonti.”

interessante retroscena di quei terribili giorni rivelato da Napoletano è quello che documenta alcune perplessità dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (anche ex governatore della Banca d’Italia e premier) sull’incarico affidato da Giorgio Napolitano all’economista bocconiano Mario Monti di formare un esecutivo tecnico. “Attenzione, direttore – dice Ciampi a Napoletano – c’è un difetto di fabbrica bocconiano che va assolutamente curato; in un momento come questo serve un capo del governo perbene e rigoroso, e qui ci siamo, ma che sappia anche parlare al cuore e alla pancia degli italiani, e qui ho qualche dubbio. Monti in questo va aiutato, molto aiutato”.

Come Berlusconi e Tremonti, anche fra l’ex presidente della Fiat e della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della casa automobilistica torninese non è mai corso buon sangue (Marchionne diede il benservito a LCdM nel Cavallino). Napolitano riporta un dialogo scherzoso ma pieno di frecciatine, sempre di quei giorni, fra Marchionne e Montezemolo in cui il manager italo-canadese punzecchia l’ex presidente della Confindustria sulla sua attività da numero uno della confederazione degli imprenditori italiani.

Napoletano ricorda di “un pranzo di qualche anno prima a Torino, al Lingotto, con Montezemolo e Marchionne” in cui la prima domanda del Ceo Fiat fu: “Direttore, mi sa spiegare che cosa e` la concertazione?”. “Io rispondo – prosegue nel libro Napoletano – che c’è stata una stagione molto importante con l’accordo sulla politica dei redditi del luglio del ’93, ma poi è diventata un male italiano, e significa essenzialmente discutere, ragionare, poi ancora discutere, poi ancora ragio- nare. Mi fermo e spiego meglio: “Dopo un po’ che si discute solitamente si fa un tavolo tecnico…”. E Marchionne incalza: “Sì, ma poi che cosa succede?”. Risposta: “Generalmente si continua a discutere e ragionare e si arriva all’estate.” “Sì, ma allora che cosa succede?”. “Niente, si ferma tutto e si va in vacanza”. “Ho capito, ma in autunno si arriverà a una conclusione?”. Rispondo: “Nella maggior parte dei casi arriva la convocazione di tutte le parti sociali intorno al tavolo verde di Palazzo Chigi…”. “Quindi, finalmente si decide?”. “No, per carità, di solito a questo punto le distanze si acuiscono, si fa un comunicato stampa e si torna a discutere, a ragionare e cosi` via… l’importante è non decidere mai.” Marchionne si ferma, mi guarda, poi guarda Montezemolo e dice: “Luca, ma è quello che hai fatto tu!”. Montezemolo fa un ghigno e poi, con un largo sorriso, mi dice: “A Sergio, lei lo sa, piace scherzare”.

(affari italiani)

 

 

Vegas: “Boschi mi chiese un incontro”. Lei: “Mi voleva a casa sua, rifiutai”

L’audizione del presidente dell’authority: “La Boschi espresse preoccupazione per la fusione con PopVicenza, le risposi che non era compito della Consob”.

L’attivismo di Maria Elena Boschi su Banca Etruria? Ci fu, eccome. L’audizione del presidente della Consob Giuseppe Vegas alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche alza il velo sui movimenti dell’allora ministro delle Riforme sulla banca nel cui Cda sedeva il padre.

“Mi venne prospettato un quadro di preoccupazione per il rischio che Banca Etruria fosse incorporata nella Banca Popolare di Vicenza”, ha spiegato il presidente uscente della Consob a proposito della richiesta della Boschi di un incontro per discutere della situazione di Banca Etruria all’epoca della possibile aggregazione con l’istituto presieduto da Gianni Zonin, incontro che, ha rivelato Vegas, avvenne a Milano nell’aprile del 2014 proprio su richiesta dell’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

La preoccupazione di Boschi rispetto al possibile matrimonio con Vicenza, ha riferito ancora Vegas, riguardava l’industria dell’oro che era la principale attività per la città di Arezzo. “Io le risposi che la Consob non era competente”, ha aggiunto il presidente uscente che riferisce anche di un altro breve colloquio nel quale la ministra gli prospettò che il padre sarebbe diventato vice presidente della banca.

questo punto, in attesa che l’ex amministratore delegato di UniCredit Federico Ghizzoni dica la sua in Commissione sulle ricostruzioni dell’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, si rafforza la convizione di quanti ritengono che la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio si sia mossa anche con il gruppo di Piazza Gae Aulenti ora guidato da Jean Pierre Mustier.

“Maria Elena Boschi nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit… chiese a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”, ha scritto de Bortoli nel suo libro uscito quest’anno “Poteri forti”.

LA REPLICA DI MARIA ELENA BOSCHI

“Ho incontrato Vegas all’inizio del mio mandato come tutte le altre autorità, ci sono stati più incontri e abbiamo parlato del sistema bancario, non di Etruria. Forse Vegas si è scordato, ma ho i messaggini, il 29 maggio 2014 lui mi chiese di incontrarci in modo inusuale a casa sua alle 8 di mattina. Io ho detto no, semmai alla Consob o al ministero”. Lo ha detto Maria Elena Boschi a Otto e mezzo.

ETRURIA, BOSCHI: NON HO SBAGLIATO A INCONTRARE VEGAS

“No, non ho sbagliato a parlarne con Vegas perche’ non ho detto nulla che eccedesse il mio ruolo istituzionale, non ho chiesto favori, non ho chiesto nulla. Ne ho parlato anche con Ghizzoni, ma mai chiesto niente che potesse favorire Banca Etruria ne’ fatte pressioni, questo e’ il punto”. Lo ha detto Maria Elena Boschi a Otto e mezzo.

ETRURIA, TRAVAGLIO: BOSCHI INTERFERI’. LEI: BUGIE, QUERELO

Maria Elena Boschi, incontrando il presidente della Consob “ha interferito” nella vicenda Etruria. LO sostiene il direttore de Il Fatto Quotidiano a Otto e mezzo ribadendo come l’ex ministro, in Aula, abbia “mentito”. “In aggiunta all’azione di risarcimento danni che le arrivera’ da parte mia” c’e’ anche “quanto ha detto. Lei ha detto che io ho interferito nell’azione di Consob, ma Vegas ha detto che non ho mai fatto pressioni, io non ho chiesto nulla a Vegas. Travaglio rispondera’ di queste bugie, non c’e’ conflitto di interessi”, risponde la sottosegretaria Boschi.

BOSCHI A TRAVAGLIO: SE FOSSI STATA UOMO NON MI AVREBBE TRATTATA COSÌ

“Sono convinta che se io fossi stata un uomo non mi avrebbe trattata così”. Lo dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi a ‘Otto e Mezzo’ su La7 in una schermaglia dialettica con Marco Travaglio.

ETRURIA, BOSCHI: CON GHIZZONI HO PARLATO DI BANCHE, MAI SPINTO

Maria Elena Boschi ha parlato più volte di banche con Federico Ghizzoni, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio lo ha detto durante ‘Otto e mezzo’, precisando che in nessun caso sono state fatte pressioni. “È capitato, ci siamo visti in varie occasioni pubbliche, ma nono ho mai chiesto niente che potesse favorire Banca Etruria. Mai chiesto, spinto, fatto pressioni”.

BOSCHI: MIO PADRE MANDATO A CASA DAL ‘MIO’ GOVERNO

Sulle banche “nessun favoritismo nei confronti di mio padre e della mia famiglia, il governo di cui facevo parte ha commissariato il Cda di Etruria, mandando a casa tutti, compreso mio padre”. Lo ha detto Maria Elena Boschi a Otto e mezzo.

BANCHE: BOSCHI, CHI HA SBAGLIATO PAGHI, COMPRESI MIO PADRE E VIGILANZA

“Chi ha sbagliato deve pagare, mio padre come gli altri. Anche se ci sono lacune sulla Vigilanza”. Lo ha detto Maria Elena Boschi a Otto e mezzo.

BOSCHI: QUERELO DI MAIO, NON SI NASCONDA CON IMMUNITA’

“Io mi auguro che Di Maio possa rispondere di quanto detto oggi e non si nasconda dietro l’immunita’ e risponda di una frase cosi’ grave”. Lo afferma la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi a “Otto e mezzo”, su La7, annunciando querela e ricordando che il leader M5S, oggi, ha paragonato l’ex ministro a Mario Chiesa.

ELEZIONI: BOSCHI, VORREI RICANDIDARMI ALLA CAMERA

“Lo scegliera’ il Pd se e dove candidarmi, io mi auguro in Toscana alla Camera”. Cosi’ Maria Elena Boschi, a Otto e mezzo, alla domanda se si ricandidera’ o meno, come invece le chiedono i 5 Stelle.

Immediate le reazioni politiche dei partiti dell’opposizione che ne chiedono le immediate dimissioni dal governo.

TUTTE LE REAZIONI

Lega, M5s ed Mdp, chiedono in coro le dimissioni di Boschi. “Noi chiediamo due cose subito: anche se e’ finita la legislatura, la sottosegretaria Maria Elena Boschi se ne deve andare a casa subito, anche perche’ questo governo restera’ in carica fino alle prossime elezioni per l’ordinaria amministrazione. E secondo: chiediamo che il Pd non ricandidi Boschi perche’ in questo caso ci confermera’ che tutto il partito e’ coinvolto nello scandalo banche, come probabilmente e'”, dice il candidato premier del M5s Luigi Di Maio. I Cinque stelle chiedono anche che la Boschi non partecipi al Consiglio dei ministri che si dovra’ esprimere sul rinnovo dei vertici della Consob. La riunione potrebbe tenersi il 23 dicembre.

“L’audizione del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, non lascia dubbi: l’allora ministro Boschi ha mentito al Parlamento, perche’ si e’ occupata attivamente della vicenda di Banca Etruria nella sua qualita’ di membro del governo. Ora la Boschi abbia un briciolo di dignita’ e si dimetta da ogni incarico e non si ricandidi alle prossime elezioni”, rimarca il senatore e coordinatore delle segreterie della Lega Roberto Calderoli. E anche Roberto Speranza di Mdp si unisce al coro. la risposta di Boschi e quella dello stato maggiore del Partito Democratico non si fa attendere e, mentre l’audizione e’ ancora in corso, scrive sui social network: “Chi mi chiede le dimissioni perche’ avrei mentito in Parlamento deve dirmi in quale punto del resoconto stenografico avrei mentito. E i giornalisti hanno il dovere di indicare il passaggio in cui avrei mentito al Parlamento”. E per facilitare il lavoro di ricerca, l’esponente del governo allega lo stenografico dell’Aula del 18 dicembre 2015. “Ho incontrato piu’ volte il presidente della Consob. Mai e poi mai ho fatto pressioni. Mai”.

Le opposizioni, con il Movimento 5 Stelle in testa, la prendono ala lettera e Alessandro Di Battista riporta sui social network le parole pronunciate da Boschi in Aula, “non c’e’ alcun favoritismo, non c’e’ alcuna corsia preferenziale”, e commenta rivolto alla sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio: “Sono parole tue. E invece chiami Vegas, ti fai ricevere a Milano e gli esprimi preoccupazione non per il sistema bancario (comunque eri Ministro per i Rapporti per il Parlamento) ma per la ‘banchetta di famiglia’”. Chi non parla di dimissioni e’ Forza Italia che, tuttavia, con Renato Brunetta segnala una “grave mancanza di trasparenza” da parte dell’esponente del governo. Nel Partito Democratico si ragione, intanto, su quanto sta avvenendo. Il sospetto di alcuni parlamentari renziani e’ che dietro la sortita di Vegas ci sia la volonta’ di ‘punire’ il partito per la mozione contro Consob e Bankitalia. La linea, al momento, e’ quella di fare quadrato attorno alla sottosegretaria. Il tesoriere Bonifazi ‘inivta’ Di Maio, Di Battista e il resto del ‘partito delle dimissioni subito’ a citare il passaggio in cui Boschi avrebbe mentito. Orfini posta su Twitter il video dell’intervento della sottosegretaria in Aula e chiosa, “vediamo se qualcuno ha voglia di fare il fact checking e scoprire se la bugia e’ della Boschi o del terzetto”, Calderoli, Speranza, Di Maio. E stasera, la stessa Boschi si presentera’ nello studio di Otto e Mezzo, “perche’ tutti sappiano la verita’”. Poco dopo sara’ il segretario del partito, Matteo Renzi, a comparire in tv per essere intervistato da Corrado Formigli.

arrivano dopo che in mattinata il vice direttore generale della Consob Giuseppe D’Agostino ha scaricato le responsabilità del mancato stop alle obbligazioni subordinate di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti su Bankitalia. Di fronte alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche D’Agostino ha spiegato che l’Authority di controllo sul funzionamento del mercato presieduta da Giuseppe Vegas ha conosciuto alcuni rilievi della Banca d’Italia nei confronti di Banca Etruria solo a distanza di quattro anni. Le carte, ha affermato D’Agostino, sono state trasmesse dalla Nuova Banca Etruria nel maggio del 2016 e, in un caso, un documento era un rilievo della Banca d’Italia inviato ad Arezzo nel luglio 2012. Sulla base delle carte sconosciute, ricevute l’anno scorso dagli organi della risoluzione, la Consob quest’anno ha irrogato sanzioni agli ex vertici dell’Etruria per 2,75 milioni.

Consob, ha sintetizzato D’Agostino, solo nel maggio 2016 “è venuta a conoscenza del fatto che Banca Etruria già nel luglio 2012 aveva invece piena consapevolezza dei rilevanti e pervasivi profili di criticità evidenziati dalla Banca d’Italia, a seguito degli accertamenti ispettivi conclusi nel primo quadrimestre 2010. Profili mai portati a conoscenza della Consob, nè del mercato. La lettera del 24 luglio 2012, inviata a Etruria da Banca d’Italia, è stata, infatti, acquisita dalla Consob solo nel maggio 2016. In buona sostanza, Banca Etruria ha proceduto alla propria patrimonializzazione, senza mai dichiarare di essere in una situazione di grave criticità gestionale e patrimoniale, così come indicato dalla Vigilanza già nel luglio 2012. Veniva, cioè, omesso di indicare ai risparmiatori e alla Consob, che tutte le operazioni di patrimonializzazione erano necessarie per la sopravvivenza della banca, affermando unicamente che si trattava di allineamento ai nuovi standard patrimoniali”.

Su Banca Etruria, D’Agostino ha aggiunto anche che le carte sono state trasmesse dalla Nuova Banca Etruria nel maggio del 2016. Sulla base delle carte sconosciute, ricevute l’anno scorso dagli organi della risoluzione, la Consob quest’anno ha irrogato sanzioni agli ex vertici dell’Etruria per 2,75 milioni. In generale, la Consob ha acceso i riflettori “con un’analisi puntuale” sui servizi di investimento delle quattro banche finite in risoluzione nel novembre del 2015 “solo dal 2016”.

“La nostra è una vigilanza su basi statistiche” e negli anni precedenti non c’erano elementi per un’analisi approfondita sui servizi di investimento offerti dagli istituti finiti in risoluzione”. Su CariFerrara, invece, spiega D’Agostino l’attività di vigilanza sui servizi di investimento è partita “solo dalla documentazione trasmessa dalla Procura di Ferrara nel maggio 2017”. “Ma è emerso che, già a partire dal 2010, la banca aveva consapevolezza di rilevanti elementi critici che riguardavano la sua situazione patrimoniale e gestionale, nonchè il profilo di rischio delle proprie azioni”. Gli elementi critici non erano quindi nel prospetto per i bond subordinati approvato da Consob nel 2013. I bond di Carife, emessi per un importo complessivo di 148 milioni, sono stati azzerati con la risoluzione nel 2015. Per il futuro, però, ci sarà maggiore coordinazione fra le due authority.

D’agostino ha spiegato infatti che Consob e Banca d’Italia hanno cambiato le procedure di collaborazione. “Il metodo sta funzionando” e permette di evitare “le ambiguità che hanno portato a dei disguidi tra gli obiettivi di sintesi della Banca d’Italia e quelli di concretezza della Consob”. La nuova modalità è quella applicata dalla Consob anche nei rapporti con la Vigilanza Bce. In sostanza l’Autorità bancaria invia alla Consob l’elenco di tutte le note inviate alle banche, spetta poi alla Consob, sulla base dei suoi poteri, chiedere all’intermediario i contenuti del documento.

(affari italiani)

 

 

 

L’ONOREVOLE BOSCHI PUBBLICA SU TWITTER RESOCONTO STENOGRAFICO DEL SUO INTERVENTO ALLA CAMERA

http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/assemblea/html/sed0539/stenografico.pdf

Qui trovate il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera nel quale l’opposizione mi accusa di aver mentito. Leggetelo. Lo CONFERMO dall’inizio alla fine. Adesso basta con le bugie. E stasera vado a #ottoemezzo con Marco Travaglio. bit.ly/2AGfsfU (pag.14)

Banche, Vegas: “Ho parlato col ministro Boschi della questione Etruria. Era preoccupata per le nozze con Vicenza”

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in Aula nel 2015 al voto per la sua mozione di sfiducia, disse di non essere mai intervenuta per la banca di cui il padre era vicepresidente. Ora viene sconfessata da Giuseppe Vegas (ex parlamentare di Forza Italia e presidente uscente di Consob), durante l’audizione in commissione banche: “Mi anticipò anche la nomina di suo padre”. Ecco la cronologia, da questo caso alla rivelazione di Ferruccio De Bortoli sulle richieste a Unicredit sempre su Etruria.

Maria Elena Boschi si è occupata eccome dei problemi di Banca Etruria. Contrariamente a quanto affermò in Parlamento il 18 dicembre 2015. A sconfessare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è stato niente meno che Giuseppe Vegas. L’ex parlamentare di Forza Italia oggi presidente (uscente) della Consob da un paio d’anni in rotta di collisione con il renzismo, gioca nella sua deposizione sui coni d’ombra temporali e lo dice senza mezzi termini: su Banca Etruria “ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi”, che espresse “un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro”. La risposta? Non possumus: “Io le risposi che Consob non era competente sulle scelte di aggregazione delle banche. Lei mi ha illustrato la situazione, io le ho detto che non potevano fare nulla. Fu un incontro generico”, ha aggiunto in audizione in Commissione banche. In quell’occasione, ha precisato Vegas, fu la ministra “che chiese di vedermi e venne a Milano”. A chi gli chiedeva se avesse affrontato il tema di Etruria in altri momenti, Vegas ha detto che in un secondo incontro “Boschi mi disse in un’altra occasione che suo padre sarebbe diventato vicepresidente” dell’istituto aretino.

Nella sua precisione Vegas, forse perché non gli è stato chiesto, dimentica di collocare temporalmente gli incontri. Ma considerato che Pier Luigi Boschi è diventato vicepresidente di Banca Etruria il 4 maggio del 2014, l’anticipazione della nomina deve essere avvenuta almeno ad aprile. Quindi il primo incontro è addirittura precedente. Chissà se prima o dopo la nomina della Boschi a ministro delle Riforme, avvenuta il 21 febbraio 2014. Quello che è certo è che tra l’incarico della figlia e quello del padre, nel marzo 2014, a Laterina in casa Boschi, si svolge una riunione alla presenza del neo ministro, con la partecipazione del padre, allora consigliere di Etruria, Pier Luigi Boschi, del presidente della stessa banca aretina, Giuseppe Fornasari, del presidente e dell’amministratore delegato di Veneto Banca Flavio Trinca e Vincenzo Consoli. In quelle settimane sia Etruria sia Veneto Banca erano nel mirino della Vigilanza di Bankitalia che aveva ispezionato gli istituti nel corso del 2013 traendone a fine anno conclusioni piuttosto dure: le due banche erano messe talmente male da aver bisogno di un matrimonio d’onore e l’unica sposa rimasta sul campo era la Popolare di Vicenza di Gianni Zonin. I vertici dei due istituti però non ne vogliono proprio sapere. L’incontro è stato reso noto dal Fatto Quotidiano l’11 maggio scorso e l’ex ministro non ha mai voluto commentarlo. Ma stando a quanto dice Vegas si deve essere fatta seriamente carico delle pene dei quattro banchieri se è arrivata a chiedere aiuto al presidente della Consob che pure all’epoca non era molto distante dal Pd, visto il sostegno fornito alla Unipol nelle nozze con FondiariaSai. E chissà quanti viaggi ha fatto prima di arrivare all’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, come rivelato da Ferruccio De Bortoli nel suo ultimo libro (e Ghizzoni non ha mai smentito): in questo caso l’allora ministra delle Riforme avrebbe chiesto a Unicredit di comprare Etruria. (ilfattoquotidiano)

 

 

Il presidente Consob, Vegas: «Ho parlato con Boschi di Banca Etruria»M5S, Lega e sinistra: deve dimettersi

Su Banca Etruria «ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi», che espresse «un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro». Lo ha detto il presidente della Consob Giuseppe Vegas in audizione alla commissione banche precisando che «io le risposi che Consob non era competente» sulle scelte di aggregazione delle banche».

«Chiese lei di vedermi»
In quell’occasione, ha precisato Vegas, fu la ministra «che chiese di vedermi e venne a Milano». A chi gli chiedeva se avesse affrontato il tema di Etruria in altri momenti, Vegas ha detto che «Boschi mi disse in un’altra occasione ch suo padre sarebbe diventato vice presidente».
«Deve dimettersi»
Immediate le reazioni politiche. Il M5s, per bocca del deputato Carlo Sibilia, fa notare che «Maria Elena Boschi ha mentito al Parlamento condizionando il voto sulla sua sfiducia». Il riferimento è alla seduta della Camera del 18 dicembre 2015, quando venne respinta una mozione di sfiducia individuale nei confronti di Maria Elena Boschi che, in Aula, si era difesa rivendicando l’assoluta trasparenza del suo comportamento all’interno del governo. Rincara la dose Alessandro Di Battista: «E’ una bugiarda, deve dimettersi». E di dimissioni parla anche l’ex pd Roberto Speranza, oggi una delle anime di Mdp/Liberi Uguali: «il quadro che emerge dalle dichiarazioni di Vegas non può essere ignorato. Quando un membro del governo mente al Parlamento non c’è altra strada che le dimissioni». Boschi è infatti tuttora sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, nel governo Gentiloni. Sull’allontanamento da Palazzo Chigi concorda poi il leghi ta Roberto Calderoli: «Abbia un briciolo di dignità, si dimetta da ogni incarico e non si ricandidi alle prossime elezioni».
Le sanzioni alle banche
Vegas, nel corso dell’audizione, ha parlato anche dell’attività di controllo dell’istituto da lui presieduto nei confronti del mondo creditizio: «Consob ha accertato numerosi illeciti di banche e intermediari in sede di vendita di prodotti finanziari ai clienti – ha detto – . Le violazioni riguardano la prestazione dei servizi d’investimento, la normativa sui prospetti, la disciplina market abuse. Le sanzioni alle sole banche, dal 2011 ad oggi ammontano ad oltre 32 milioni, e sono state irrogate ad un totale di 715 esponenti aziendali, di cui 366 nel corso del 2017».

(corriere della sera)

Etruria, bomba Vegas sul Pd: “La Boschi mi chiese un incontro”

L’audizione del presidente dell’authority sui mercati: “Espresse preoccupazione per la fusione con PopVicenza, le risposi che non era compito della Consob”

L’attivismo di Maria Elena Boschi su Banca Etruria? Ci fu, eccome. L’audizione del presidente della Consob Giuseppe Vegas alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche alza il velo sui movimenti dell’allora ministro delle Riforme sulla banca nel cui Cda sedeva il padre.

“Mi venne prospettato un quadro di preoccupazione per il rischio che Banca Etruria fosse incorporata nella Banca Popolare di Vicenza”, ha spiegato il presidente uscente della Consob a proposito della richiesta della Boschi di un incontro per discutere della situazione di Banca Etruria all’epoca della possibile aggregazione con l’istituto presieduto da Gianni Zonin, incontro che, ha rivelato Vegas, avvenne a Milano nell’aprile del 2014 proprio su richiesta dell’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. 

La preoccupazione di Boschi rispetto al possibile matrimonio con Vicenza, ha riferito ancora Vegas, riguardava l’industria dell’oro che era la principale attività per la città di Arezzo. “Io le risposi che la Consob non era competente”, ha aggiunto il presidente uscente che riferisce anche di un altro breve colloquio nel quale la ministra gli prospettò che il padre sarebbe diventato vice presidente della banca.

questo punto, in attesa che l’ex amministratore delegato di UniCredit Federico Ghizzoni dica la sua in Commissione sulle ricostruzioni dell’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, si rafforza la convizione di quanti ritengono che la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio si sia mossa anche con il gruppo di Piazza Gae Aulenti ora guidato da Jean Pierre Mustier.

“Maria Elena Boschi nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit… chiese a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”, ha scritto de Bortoli nel suo libro uscito quest’anno “Poteri forti“. 

Immediate le reazioni politiche dei partiti dell’opposizione che ne chiedono le immediate dimissioni dal governo. “Ufficiale: Boschi si è occupata di Banca Etruria. Più di una volta. Così come appena confermato da Vegas. Contrariamente a quanto detto al Parlamento il 18 dicembre 2015. Maria Elena Boschi ha mentito al Parlamento condizionando il voto sulla sua sfiducia”, ha scritto in un tweet, Carlo Sibilia, membro del M5S della commissione d’inchiesta sulle banche. 

“Boschi dimettiti, hai mentito al Parlamento, hai mentito al Paese, hai mentito ai risparmiatori. Ti sei occupata di banche e sei bugiarda!”, rincara la dose sempre su twitter il pentastellato Alessandro Di Battista. “Il quadro che emerge dalle dichiarazioni di Vegas non può essere ignorato. Quando un membro del governo mente al Parlamento non c’è altra strada che le dimissioni”, ha tuonato invece Roberto Speranza, uno dei leader di Mdp.

Anche Roberto Calderoli,  responsabile Organizzazione della Lega, attacca: “L’audizione di Vegas, non lascia dubbi: l’allora ministro Boschi ha mentito al Parlamento, perché si è occupata attivamente della vicenda di Banca Etruria nella sua qualità di membro del governo. Ora la Boschi abbia un briciolo di dignità e si dimetta da ogni incarico e non si ricandidi alle prossime elezioni”.

Le parole di Vegas arrivano dopo che in mattinata il vice direttore generale della Consob Giuseppe D’Agostino ha scaricato le responsabilità del mancato stop alle obbligazioni subordinate di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti su Bankitalia. Di fronte alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche D’Agostino ha spiegato che l’Authority di controllo sul funzionamento del mercato presieduta da Giuseppe Vegas ha conosciuto alcuni rilievi della Banca d’Italia nei confronti di Banca Etruria solo a distanza di quattro anni. Le carte, ha affermato D’Agostino, sono state trasmesse dalla Nuova Banca Etruria nel maggio del 2016 e, in un caso, un documento era un rilievo della Banca d’Italia inviato ad Arezzo nel luglio 2012. Sulla base delle carte sconosciute, ricevute l’anno scorso dagli organi della risoluzione, la Consob quest’anno ha irrogato sanzioni agli ex vertici dell’Etruria per 2,75 milioni.

La Consob, ha sintetizzato D’Agostino, solo nel maggio 2016 “è venuta a conoscenza del fatto che Banca Etruria già nel luglio 2012 aveva invece piena consapevolezza dei rilevanti e pervasivi profili di criticità evidenziati dalla Banca d’Italia, a seguito degli accertamenti ispettivi conclusi nel primo quadrimestre 2010. Profili mai portati a conoscenza della Consob, nè del mercato. La lettera del 24 luglio 2012, inviata a Etruria da Banca d’Italia, è stata, infatti, acquisita dalla Consob solo nel maggio 2016. In buona sostanza, Banca Etruria ha proceduto alla propria patrimonializzazione, senza mai dichiarare di essere in una situazione di grave criticità gestionale e patrimoniale, così come indicato dalla Vigilanza già nel luglio 2012. Veniva, cioè, omesso di indicare ai risparmiatori e alla Consob, che tutte le operazioni di patrimonializzazione erano necessarie per la sopravvivenza della banca, affermando unicamente che si trattava di allineamento ai nuovi standard patrimoniali”.

Su Banca Etruria, D’Agostino ha aggiunto anche che le carte sono state trasmesse dalla Nuova Banca Etruria nel maggio del 2016. Sulla base delle carte sconosciute, ricevute l’anno scorso dagli organi della risoluzione, la Consob quest’anno ha irrogato sanzioni agli ex vertici dell’Etruria per 2,75 milioni. In generale, la Consob ha acceso i riflettori “con un’analisi puntuale” sui servizi di investimento delle quattro banche finite in risoluzione nel novembre del 2015 “solo dal 2016”.

“La nostra è una vigilanza su basi statistiche” e negli anni precedenti non c’erano elementi per un’analisi approfondita sui servizi di investimento offerti dagli istituti finiti in risoluzione”. Su CariFerrara, invece, spiega D’Agostino l’attività di vigilanza sui servizi di investimento è partita “solo dalla documentazione trasmessa dalla Procura di Ferrara nel maggio 2017”. “Ma è emerso che, già a partire dal 2010, la banca aveva consapevolezza di rilevanti elementi critici che riguardavano la sua situazione patrimoniale e gestionale, nonchè il profilo di rischio delle proprie azioni”. Gli elementi critici non erano quindi nel prospetto per i bond subordinati approvato da Consob nel 2013. I bond di Carife, emessi per un importo complessivo di 148 milioni, sono stati azzerati con la risoluzione nel 2015. Per il futuro, però, ci sarà maggiore coordinazione fra le due authority.

D’agostino ha spiegato infatti che Consob e Banca d’Italia hanno cambiato le procedure di collaborazione. “Il metodo sta funzionando” e permette di evitare “le ambiguità che hanno portato a dei disguidi tra gli obiettivi di sintesi della Banca d’Italia e quelli di concretezza della Consob”. La nuova modalità è quella applicata dalla Consob anche nei rapporti con la Vigilanza Bce. In sostanza l’Autorità bancaria invia alla Consob l’elenco di tutte le note inviate alle banche, spetta poi alla Consob, sulla base dei suoi poteri, chiedere all’intermediario i contenuti del documento. 

(affari italiani)

PA, Cassazione:non è reato criticarla per fatti ritenuti irregolari e illegali

Sentenza rivoluzionaria della Cassazione: Non c’è più diffamazione se… .Cittadini di tutta Italia unitevi contro la Pubblica Amministrazione e le sue storture.

I cittadini hanno il diritto di segnalare liberamente alle autorità competenti i comportamenti e i fatti relativi a funzionari pubblici che ritengono irregolari o illegali. Non dovranno più temere cause di questi ultimi se non con intenti temerari.

Denunciare, indicando accadimenti specifici non è reato, anche se si usa un linguaggio aspro. L’importante è che le espressioni siano contenute, opportune e pertinenti. E’ quanto ha stabilito, con una sentenza (la numero 43139), il 21 settembre scorso, la sezione Feriale della Suprema Corte di Cassazione annullando la sentenza di condanna di un cittadino catanese che aveva segnalato all’autorità competente il comportamento di un funzionario pubblico.

Un atto che potrebbe aprire uno spiraglio sulle tante cause giudiziarie intentate, per puro interesse civico, da tanti cittadini italiani contro la Pubblica Amministrazione e spesso sedate dalla paura di ripercussioni e rappresaglie giudiziarie. Un sentenza importante in grado di essere un precedente rilevante per le cause del futuro.

In Italia vige il cosiddetto “civil law”: le sentenze non possono valere come leggi. Ma quelle, come in questo caso, della Suprema Corte di Cassazione (parliamo dell’istituto di punta del nostro sistema giurisdizionale) restano fonti autorevoli che si possono citare davanti ad un giudice e di cui questi tiene conto.

Nei vari gradi processuali della vicenda specifica la condotta dell’imputato era stata ritenuta offensiva della professionalità del funzionario. E il cittadino era stato condannato. Ma l’interessato aveva proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver solo esercitato il suo diritto di critica, senza trascendere in espressioni di per sé offensive o inopportune, e di essersi limitato a contestare fatti ben precisi e accaduti che riteneva illegittimi. Il tutto è accaduto fino al punto di presentare una denuncia al giudice amministrativo, il quale, peraltro, non aveva affermato la legittimità dell’operato del funzionario accusato ma solo respinto la richiesta di risarcimento avanzata dal cittadino (che aveva anche un interesse legittimo).

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso di quest’ultimo evidenziando come questi si fosse limitato, rispettando i limiti della pertinenza dell’argomentazione e della verità dei fatti esposti, a spiegare che il funzionario del caso non avesse rispettato il suo dovere di imparzialità. Per tanto aveva inviato una missiva indirizzata agli organi di controllo denunciandone l’operato.

Tra le motivazioni della decisione dei giudici viene citata un’importante sentenza della Corte Europe dei Diritti dell’Uomo, la numero 14881/2003 riguardante un editore contro il governo russo.

Nel dicembre 2015 la Corte condanna la Russia per gli aspetti controversi della sua legislazione sulla sorveglianza segreta e sulle intercettazioni individuali di un editore. Questi riceverà un risarcimento di 40,000 euro. Infatti poiché la cornice legale russa riguardo alle intercettazioni delle comunicazioni telefoniche non offre alcuna tutela adeguata ed efficace contro gli abusi viene di fatto infranta la libertà dell’individuo.

Vi sarebbe stata in questo caso la violazione dell’art. 10 della convenzione sulla “libertà di espressione” ed i suoi limiti. Vicenda che calza perfettamente con il caso del cittadino catanese: i cittadini hanno il diritto di segnalare liberamente alle autorità competenti i comportamenti dei funzionari pubblici che ritengano irregolari o illegali. Non sono per questo in alcun modo punibili.

(affariitaliani-antonio amorosi)

LIBRO IN USCITA-San Babila, la lunga “notte nera”: ecco il libro sui Sanbabilini. Anteprima

Un caso letterario, un giallo uscito in periodo natalizio (ma non griffato Mondadori bensì Edizioni Settimo Sigillo) che potrebbe far riversare alla prima presentazione i cronisti di giudiziaria di decine di quotidiani . Il libro dello scrittore Pierluigi Arcidiacono (“Sanbabilini – Letture, Storie e Ricordi”), ex sanbabilino seppure ai tempi (nel 1975) avesse solo quattordici anni, inizia “clamorosamente” con un nome in codice: “l’Antiquario”, nome de plume di un agente dei Servizi Segreti Israeliani.

Il fatto è che gli “Antiquario”, nei passa parola tra i sanbabilini, però, erano due e l’Autore non dice di più: abbiamo cercato di farlo parlare in tutti i modi, ma fonti e argomenti sono riservati. Parlerà alla presentazione?

Anzi, nel narrare questa storia, forse più grande di lui, Arcidiacono abbassa la voce, come se temesse la reazione di qualcuno. La sua voce s’incrina, ha paura? Forse è pudore, rispetto, o razionalità: è uno storico, ma non sono storie sue…Ma pare che l’Antiquario, o gli Antiquari, fossero testimoni oculari di qualche fatto eclatante. Leggenda metropolitana o ennesimo depistaggio che sia, il libro Sanbabilini è zeppo di ipotesi complottiste.

Ad esempio quando parla (a pagina 374) dell’impresa bombarola di Nico Azzi, un “sanbabilino” (Arcidiacono lo scrive maiuscolo…) che restò ferito su un treno (Torino-Roma), nel 1973, mentre innescava una bomba, Arcidiacono rivela che nei piani concordati da Azzi con i suoi mandanti, un secondo sanbabilino doveva telefonare alla stampa per avvertire della presenza della bomba: avvolta in un giornale dell’ultra sinistra. La bomba voleva accusare i “cinesi”, i “ ciaina” (così definiti allora), di voler provocare sfracelli. L’orologio, però, era stato manipolato da qualcuno (mancava una lancetta). E il lettore si chiederà: lo scopo era di “fregare” il giovane Azzi?

C’entra forse il misterioso Antiquario? L’antipasto è servito: libro di memorie o giallo complottista ? Storie misteriose della generazione “maledetta” di San Babila, che oggi riemergono alla vigilia delle celebrazioni del ’68: nel 2018 sarà il 50° anniversario.

Erano solo una cinquantina i sanbabilini DOC, protagonisti di una “festa mobile” durata circa sei anni (più molti altri a fare da “corollario”): dall’altra parte della piazza (in fondo a corso Europa), in quella che Arcidiacono chiama la “Striscia di Gaza di Milano” di quei tempi, c’erano centinaia di “katanga”, il braccio armato del “Movimento Studentesco” dell’Università Statale, a cui, spesso, in manifestazione, si dovevano aggiungere il servizio d’Ordine di “Avanguardia Operaia” e i militanti della “Banda Bellini”… Pestaggi, accoltellamenti, sprangate con le chiavi inglesi “Hazet 36”… I “cucchini”, che consistevano nel pestare un “fascio” e rubargli i Ray Ban, occhiali da sole elemento distintivo dei “Sanbabilini”.

Il “Movimento Studentesco” aveva 500 uomini con chiavi inglesi e caschi integrali. Lotta Continua aveva 250 uomini, Avanguardaia Operaia 300…

Un giovane fascista di allora aveva una ragazza della “Federazione Giovani Comunisti Italiani” che, in futuro, diventerà famosa, Alba Parietti, allora adolescente. Ecco Zuzzurro e Gaspare e Umberto Smaila, nella sede del “Fronte della Gioventù” in via Mancini…

Ed infine le confessioni, i ricordi, l’amarcord della “Strategia della tensione”: e spunta Maurizio Murelli e il suo memoriale: «Quando i compagni sono passati dalle mani alle spranghe, noi siamo passati ai coltelli e quando sono passati dalle spranghe alle chiavi inglesi, noi siamo passati alle pistole» racconta nel libro Miurelli. Ecco Giovanni Ferorelli che rievoca un episodio del 1973: «Io miravo con la pistola. Davanti a me puntavo alle gambe di uno che poi avrei riconosciuto come Gad Lerner”.

E chi erano erano in piazza San Babila “Bum Bum”, “Himmler”, “Mammarosa”? E simpatizzante, che ogni tanto frequentava piazza San Babila, era anche la futura moglie del Generale Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro; rivela Arcidiacono.

Le violenze di entrambe le parti di quegli anni sono quelle elencate nel libro: “Nei quindici anni che vanno dal 1969 al 1984 gli attentati (di qualsiasi natura o entità) furono 14.495 di cui 343 con morti e feriti. Pauroso il conto delle vittime accertate in quei 15 anni: 394 morti e 1.033 feriti…»

La “difesa del territorio” (piazza San Babila e dintorni) a fine Anni Sessanta «nasce realmente come esigenza, ma col passare del tempo diverrà una vera e propria “mania”.»

Pare strano, ma il cantautore più amato da alcuni giovani fasci sanbabilini di allora non fu Lucio Battisti, ma De Andrè: si ricorda una canzone di Fabrizio De André tratta dall’album “Storie di un impiegato” e intitolata, appunto “Il Bombarolo”, goliardicamente apprezzata (come lo stesso De André) da molti sanbabilini:

«Chi va dicendo in giro 
che odio il mio lavoro 
non sa con quanto amore 
mi dedico al tritolo, 
è quasi indipendente 
ancora poche ore 
poi gli darò la voce 
il detonatore»…

Sembra la storia di Nico Azzi… Tragica infine la storia di Rodolfo Crovace, “Mammarosa”, arrivato giovanissimo in piazza San Babila; fuori e dentro dal carcere, quando rimane solo si “radicalizza”, viene assoldato dalla “Mala” e incomincia a spacciare droga a Quarto Oggiaro. Molti anni dopo la storia di San Babila; tradito dalla sua donna, è a letto, sente bussare alla porta, crede che sia una banda rivale del commercio dell’eroina,quella di Epaminda, spara con le due pistole contro una porta chiusa: dall’altra parte, invece, ci sono i Carabinieri, che rispondono al fuoco e lo seccano.. Uno di loro entra in camera e cerca di togliere dalle mani del rantolante “Mammarosa” la pistola fumante. “Mammarosa” non la molla, è un duro, è un “sanba” e spira così, con l’arma in pugno, in questa lunga notte nera di San Babila. Ora la sua storia riemerge nelle quasi 500 pagine del saggio di Arcidiacono.

Solo il misterioso “Antiquario” resta nell’ombra di questa storia: sinistro fantasma di quella piazza… una leggenda metropolitana? Arcidiacono non parla e cambia argomento.

(affari italiani di Claudio Bernieri)

 

 

 

 

Biotestamento, via libera definito del Senato. Ecco cosa prevede la legge

Biotestamento, via libera definitivo al Senato
L’aula del Senato ha approvato in via definitiva la proposta di legge sul testamento biologico con 180 voti favorevoli, 71 contrari e 6 astenuti. Tra i favorevoli, oltre al Pd, il Movimento 5 stelle, Sinistra italiana, Mdp, Ala. Tra i contrari Lega, Forza Italia, Gal, Alternativa popolare. L’approvazione del provvedimento è stata accolta dall’aula con un lungo applauso.

Biotestamento, ecco che cosa prevede la legge
Ogni persona maggiorenne in previsione di una futura malattia che la renda incapace di autodeterminarsi può, attraverso le Dat, le disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie preferenze sui trattamenti sanitari, accettare o rifiutare terapie e trattamenti, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali. Lo stabilisce il provvedimento sul biotestamento approvato oggi dall’aula del Senato in terza e definitiva lettura, e dunque legge dello Stato. Queste le novità:

CONSENSO INFORMATO. La legge stabilisce che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. Il consenso informato tra medico e paziente è espresso in forma scritta o, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Il consenso informato può essere revocato anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento, incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali che, viene specificato nel testo, ‘sono trattamenti sanitari’, in quanto ‘somministrati su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivi sanitari’.

ASSISTENZA PSICOLOGICA. Il medico, se il paziente rifiuta o rinuncia a trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, gli prospetta le conseguenze della decisione e le possibili alternative ed è tenuto a promuovere ogni azione di sostegno al paziente, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica.

POSSIBILE OBIEZIONE DI COSCIENZA MA OSPEDALE DEVE GARANTIRE ATTUAZIONE DAT. Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali. A fronte di tali richieste il medico non ha obblighi professionali quindi può rifiutarsi di dare corso alle Dat, tuttavia ogni azienda sanitaria pubblica o privata anche cattolica garantisce la piena e corretta attuazione dei principi della legge sul biotestamento.

DIVIETO DI ACCANIMENTO TERAPEUTICO. Nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati.

TERAPIA DEL DOLORE E SEDAZIONE PALLIATIVA PROFONDA. Il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico. A tal fine, è sempre garantita un’appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l’erogazione delle cure palliative In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente. Il ricorso alla sedazione palliativa profonda continua o il rifiuto della stessa sono motivati e sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

MINORI. Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dai genitori o dal tutore tenendo conto della volontà della persona minore, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore. La persona minore o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione. Deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità per essere messa nella condizione di esprimere la sua volontà. Nel caso in cui il rappresentante legale della persona interdetta o inabilitata oppure l’amministratore di sostegno, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT) o il rappresentante legale della persona minore rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare.

– DAT. Ogni persona maggiorenne, capace di intendere e di volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali.

FIDUCIARIO. Chi sottoscrive le Dat indica una persona di sua fiducia (‘fiduciario) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne, capace di intendere e di volere. Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto. L’incarico del fiduciario può essere revocato. Al fiduciario è rilasciata una copia delle Dat. Nel caso in cui le Dat non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace le Dat mantengono efficiacia in merito alle convinzioni e preferenze del disponente. In caso di necessità, il giudice tutelare provvede alla nomina di un amministratore di sostegno.

DAT DISATTESE IN CASO DI NUOVE TERAPIE. Il medico è tenuto al rispetto delle DAT le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico, in accordo con il fiduciario, qualora le Dat appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita.

REGISTRO REGIONALE DELLE DAT. Le regioni che adottano modalità telematiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario nazionale possono regolamentare la raccolta di copia delle Dat, compresa l’indicazione del fiduciario, e il loro inserimento nella banca dati, lasciando comunque al firmatario la libertà di scegliere se darne copia o indicare dove esse siano reperibili.

NIENTE BOLLO E TASSE SULLE DAT. Le Dat devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata o per scrittura privata consegnata dal disponente presso l’ufficio di stato civile del suo comune di residenza che provvede a inserirlo in un registro dove istituito o presso la struttura sanitaria che poi la trasmette alla regione. Le Dat tuttavia sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa. Le Dat possono essere revocate con dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico con l’assistenza di due testimoni in casi di emergenza e urgenza.

DAT VIDEOREGISTRATE. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con le stesse modalità sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento.

PIANIFICAZIONE CONDIVISA DELLE CURE. Rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità. Anche in questo caso può essere indicato un fiduciario. L’atto di pianificazione delle cure può essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.

 

Nuvole nere su casa Boschi a tre mesi dal voto

Le pressioni su Unicredit, le nove società riferite al babbo e l’inchiesta su Etruria piena di falle.

Parafrasando Ennio Flaiano «la situazione politica è grave ma non è seria». In verità un tantinello seria è per la famiglia Boschi, se la figliola prodigio, Maria Elena, nutre ancora velleità istituzionali. La situazione per la sottosegretaria non si mette bene in vista del voto. «Qui ad Arezzo per loro sarà un problema – commenta un avvocato della città – perché sono percepiti come coloro che hanno partecipato alla truffa dei risparmiatori. Infatti la Boschi sarà candidata in un altro collegio. Anche se in questa città chi è ben informato ed in buona fede sa benissimo che Banca Etruria è stata distrutta in modo trasversale». Qualcuno dice che la Boschi starebbe pensando di candidarsi addirittura in Trentino, a 500 chilometri da Laterina. Nel Pd c’è molto imbarazzo e c’è chi ostacola la sua rielezione. «Mi dicono i comitati – spiega Letizia Giorgianni dell’Associazione Vittime del Salvabanche – che lei ha problemi a candidarsi nei collegi. Il Pd non la vuole più».

Insomma, le nubi che si addensano all’orizzonte sono molte e sono anche parecchio nere. Non solo per le pressioni che la Boschi avrebbe mosso nei confronti dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni il 4 novembre 2014, affinché acquisisse la popolare aretina (da notare bene che papà Pier Luigi era diventato uno dei due vicepresidenti solo nel maggio di quell’anno, assieme a Lorenzo Rosi), confermate a il Giornale proprio da uno degli studi legali fiduciari di Unicredit. Non soltanto per le nove società che fanno riferimento a babbo Boschi e che hanno ricevuto 10 milioni di euro di finanziamenti a fondo perduto da Banca Etruria mentre il padre di «Mariaele» era consigliere della banca: la cooperativa Zootecnica del Pratomagno, dove Boschi era consigliere che ha avuto 253mila euro da Etruria; l’Immobiliare Casabianca, dove Boschi è azionista e consigliere e che ha preso qualche migliaia di euro. La Valdarno Superiore, dove Boschi è stato consigliere e presidente per crediti ben più grandi; la società agricola La Treggiaia, della quale Boschi era a capo e che ha lasciato un chiodo di 250mila euro; la M.e. Spa, una società che ha affidi con Etruria per 3,2 milioni di euro e dove figura una pratica cointestata alla società e a Boschi padre.

Poi ieri dal Corriere della Sera spunta un dettaglio fondamentale proprio sulla posizione di Pier Luigi che inquina ancora di più le maldestre indagini portate avanti dal procuratore di Arezzo, Roberto Rossi. Nell’audizione in commissione banche del 30 novembre scorso, il magistrato negò che Boschi fosse sotto indagine. Invece adesso si scopre che c’è stata una proroga delle indagini per bancarotta fraudolenta richiesta il 28 settembre e accolta dal gip il 28 novembre, due giorni prima che Rossi si presentasse in commissione e di cui non fece cenno. Si aggravano poi la posizione di Boschi per l’accusa di «falso in prospetto» che lo vede tra gli indagati e del quale Rossi non parlò. Ecco perché dalla commissione è partita una nuova richiesta di chiarimenti per Rossi.

(Fabrizio Boschi-Il Giornale)

 

 

 

Etruria: Consob, nascose che operazioni servivano per sopravvivere

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)
BancaEtruria aveva “omesso di indicare ai risparmiatori e

alla Consob che tutte le operazioni di patrimonializzazione erano

necessarie per la sopravvivenza della Banca, affermando unicamente che si

trattava di allineamento ai nuovi standard patrimoniali”.

Lo ha detto il vice d.g. di Consob, Giuseppe D’Agostino, che ha letto

la relazione del d.g., Angelo Apponi, durante l’audizione davanti alla

commissione di inchiesta sulle banche.

“Tale comportamento omissivo è stato reiterato dalla banca anche nel

dicembre 2013, in occasione della diffusione al mercato delle criticità

evidenziate dalla Banca d’Italia, a seguito dell’ispezione conclusa nel

2013 e rappresentate a Banca Etruria con la lettera del 3 dicembre 2013”.

“Sia nel comunicato stampa, diramato al mercato su specifica richiesta

della Consob, che nel supplemento al prospetto informativo di emissione

dei prestiti subordinati, la Banca ha omesso di informare il mercato che,

in base alle valutazioni della Banca d’Italia, a metà del 2013 si trovava

in una situazione di strutturale carenza patrimoniale, insufficiente

redditività e bassa qualità del portafoglio crediti; situazione che era

nata quanto meno già dal 2010 e che si era via via aggravata nel tempo,

per effetto dell’inerzia nel rispondere alle sollecitazioni della Banca

d’Italia, nell’attuare tutta una serie di interventi correttivi sugli

assetti organizzativi e procedurali, non ultimo quello di fondersi in un

soggetto bancario di maggiori dimensioni”.

“Ribadisco, quindi, che quanto riportato al mercato nel comunicato e

riflesso nel supplemento -ha puntualizzato D’Agostino- ingenerava

nell’investitore la falsa convinzione che la Banca si trovasse ad

affrontare criticità di recente emersione”.

“Ciò che veniva taciuto era quanto riportato nella lettera della Banca

d’Italia del 3 dicembre 2013, ovvero che il progressivo deterioramento

della situazione aziendale era stato aggravato dai ritardi accumulati

nell’affrontare le gravi problematiche aziendali e anche dal ricorso ad

interventi parziali e talvolta dilatori, iniziative queste che avevano

contribuito ad accrescere le criticità della situazione tecnica”, ha

continuato il vice d.g. di Consob.

Nella lettera della Banca d’Italia veniva specificato che “a seguito del

progressivo degrado della situazione aziendale, la banca risultava ormai

condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e

patrimoniali che ne avevano di fatto “ingessato” l’operatività”.

Etruria: Consob, solo in 2016 consapevoli situazione critica banca

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)
Solo nel maggio 2016, la Consob è venuta a conoscenza del fatto che la Banca già nel luglio 2012 aveva invece piena consapevolezza dei rilevanti e pervasivi profili di criticità evidenziati dalla Banca d’Italia, a seguito degli accertamenti ispettivi conclusi nel primo quadrimestre 2010″.

Lo ha detto il vice d.g. di Consob, Giuseppe D’Agostino, che ha letto la relazione del d.g., Angelo Apponi, durante l’audizione davanti alla commissione di inchiesta sulle banche.

“Mi riferisco, più in particolare, alle operazioni relative: alla conversione del prestito subordinato per 109,9 milioni di euro, avvenuto a dicembre 2012, all’aumento di capitale di 100 milioni di euro avvenuto nel giugno 2013, nonché alle emissioni dei prestiti obbligazionari subordinati per complessivi 110 milioni di euro (60 milioni di euro nel giugno 2013 e 50 milioni di euro nell’ottobre 2013)”, ha proseguito.

“La banca -ha sottolineato ancora la Consob- aveva rappresentato al mercato che tali operazioni erano propedeutiche al raggiungimento degli obiettivi di capitalizzazione indicati dalla Vigilanza, anche in un’ottica di progressivo avvicinamento ai nuovi standard internazionali”.

La Consob ha approvato tali documenti, sulla base del quadro informativo a disposizione, incluse le notizie a suo tempo trasmesse dalla Banca d’Italia nell’ambito dei rapporti di collaborazione.