Mps, indagato il presidente Falciai

La sua riconferma alla presidenza di Monte dei Paschi di Siena sembrava essere cosa sicura. Ma, improvvisamente, Alessandro Falciai ha ritirato la sua disponibilità alla nomina. Alla base della decisione, inizialmente giustificata ufficialmente «per sopraggiunti motivi personali», c’è in realtà un’indagine della Guardia di Finanza, su mandato della procura di Savona, sui cantieri navali Mondomarine, di cui Falciai è azionista di maggioranza.  

 

Secondo quanto anticipato ieri dal Secolo XIX, Falciai è indagato in qualità di ex presidente di Mondomarine insieme ad altre quattro persone, tra cui soci, amministratori e consulenti. Le ipotesi di reato della Procura, vanno dalla bancarotta alla truffa passando per altri reati finanziari relativi agli anni 2014, 2015 e 2016. Lo stesso manager, dopo le anticipazioni di stampa, aveva fatto sapere che l’indagine «è un atto dovuto ed è conseguenza dell’azione di responsabilità promossa dall’imprenditore – in qualità di azionista di maggioranza – nei confronti di amministratori e sindaci della società. Falciai – si legge ancora nella nota – esprime anche soddisfazione per il tempestivo intervento della magistratura volto a fare chiarezza sulle eventuali responsabilità di manager e amministratori che hanno portato all’attuale situazione di crisi». 

 

Oggi la decisione del passo indietro nella corsa alla carica di presidente di Mps. «Ho fatto un passo indietro da Mps per senso di responsabilità», ha spiegato all’Ansa. «L’indagine che mi riguarda si riferisce a fatti che nulla hanno a che vedere con la banca Mps – ha aggiunto -. Ma ritengo che sia meglio non rischiare di creare inutili e pericolose strumentalizzazioni a un istituto che sta attraversando un momento delicato. Mps deve andare avanti per una strada che, sono certo, la farà tornare fra le principali banche italiane». 

 

Lunedì a Siena si terrà intanto l’assemblea di Mps per la nomina del cda, che sarà espressione del nuovo assetto societario, con il ministero dell’Economia azionista di maggioranza al 68,25% e Generali al 4,32%. Nel presentare la lista per il cda, il Tesoro aveva di fatto confermato Alessandro Falciai alla presidenza e Marco Morelli come amministratore delegato.  

( la stampa -lorenzo cresci)

Mps, Falciai si ritira dalla presidenza per l’inchiesta sui cantieri Mondomarine

“Per sopraggiunti motivi personali” il presidente si è reso “indisponibile ad accettare la candidatura” del Tesoro, giunta un mese fa e al voto lunedì in assemblea. Decisiva l’inchiesta di della procura Savona sui cantieri Mondomarine, dove l’imprenditore è indagato per irregolarità amministrative

Colpo di scena a Siena, alla vigilia dell’assemblea del Monte dei Paschi. Il Presidente del Consiglio di Amministrazione della banca locale, Alessandro Falciai, “per sopraggiunti motivi personali ha ritenuto opportuno comunicare la propria indisponibilità ad accettare la candidatura nella lista presentata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze”, che la riunione dei soci lunedì era convocata per votare, mentre un successivo cda poi avrebbe nominato come rappresentante degli azionisti. L’imprenditore livornese, presidente da oltre un anno dell’istituto dopo un’esperienza manageriale in Mediaset e, poi come proprietario delle antenne tv comprate da Ei Towers, avrebbe scelto di recedere, dopo che a Savona è stato indagato per le irregolarità amministrative dei Cantieri di Pisa – di cui è proprietario dal 2013 tramite Mondomarine – emerse dopo la sua stessa azione di responsabilità contro i manager dell’azienda.

Falciai era stato incluso nella lista presentata dal Tesoro (maggiore azionista della banca con quasi il 70%). Ma ora ne esce, in seguito ai ripensamenti avuti nei Palazzi del governo, e relativi al suo coinvolgimento nell’inchiesta per le irregolarità amministrative emersa settimana scorsa a Savona, dove 10 persone sono indagate per reati da falso in bilancio a truffa, bancarotta, ricorso abusivo al credito. Falciai, che fino al 2016 è stato anche presidente dei cantieri Mondomarine, si era rivolto alla procura locale per difendere i suoi diritti di azionista di Mondomarine, società in condizioni difficili che sta trattando per vendere.

In una fase delicata per la banca senese, di cui Falciai è anche azionista con il 2% – investimento diluito quasi a zero dopo la ricapitalizzazione dedicata al Tesoro e ai bond subordinati – e con l’audizione del ministro Pier Carlo Padoan in vista alla commissione di inchiesta bancaria (e in agenda sempre per lunedì), sembra che nel governo sia prevalsa la linea della cautela, per cui il presidente sarà scelto tra un altro nome della lista diramata il 23 novembre. Potrebbe toccare ad Antonino Turicchi, alto dirigente di via XX settembre che già siede nel consiglio della banca senese; ma l’azionista pubblico sta cercando anche altre soluzioni, e potrebbe integrare la lista dei consiglieri entro lunedì.

( repubblica -andrea greco)

Mps, il presidente Falciai rinuncia alla ricandidatura perché indagato

Alessandro Falciai, presidente di Mps, ha ritirato «per ragioni personali» la candidatura nella lista presentata dal Tesoro per il rinnovo del Cda. C’è un’indagine della Guardia di finanza sui cantieri navali Mondomarine dietro la decisione. In base a quanto si apprende, il manager è indagato in qualità di ex presidente dell’azienda in un’inchiesta della procura di Savona che ipotizza

reati societari.

SENTENZA A FIRENZE 07 dicembre 2017

Processo Alexandria, ex vertici Mps tutti assolti in appello

La notizia del ritiro della candidatura è stata diffusa nel tardo pomeriggio. «Il presidente del consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, Alessandro Falciai, per sopraggiunti motivi personali, ha ritenuto opportuno comunicare la propria indisponibilità ad accettare la candidatura nella lista presentata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, in vista dell’assemblea dei soci del prossimo 18 dicembre», recitava la nota della banca.

Nel presentare la lista per il Cda il Tesoro aveva di fatto confermato Falciai come candidato alla presidenza e Marco Morelli come amministratore delegato.

Poco più tardi, parlando alle agenzie, Falciai ha chiarito le ragioni della sua scelta: «Ho fatto un passo indietro da Mps per senso di responsabilità», ha detto. «L’indagine che mi riguarda si riferisce a fatti che nulla hanno a che vedere con la banca Mps ma ritengo che sia meglio non rischiare di creare inutili e pericolose strumentalizzazioni a un istituto che sta attraversando un momento delicato. Mps deve andare avanti per una strada che, sono certo, la farà tornare fra le principali banche italiane».

AZIONI 21 novembre 2017

Mps, la quota del Mef verso il 68%

Il manager che è ancora azionista di maggioranza dei cantieri Mondomarine (con attività a Pisa e a Savona), dopo aver cercato negli ultimi 12 mesi una soluzione alla crisi della società, recentemente ha affittato i due cantieri a un operatore italiano, garantendo occupazione e continuità aziendale. In base a quanto si apprende, lo stesso Falciai avrebbe inoltrato ai magistrati l’analisi da lui commissionata a Pwc per una verifica contabile della situazione dei cantieri. Questa avrebbe messo in luce diverse ombre nell’operato degli amministratori, a loro volta tutti indagati. Il ministero dell’Economia, intanto, secondo quanto riferiscono fonti a esso riconducibili è «al lavoro per un’altra candidatura alla presidenza del Monte dei Paschi di Siena». Nella prossima assemblea «la lista sarà integrata con un altro nome».

(il sole 24 ore)

Etruria, Consoli (ex Veneto Banca): “Incontro anche con Boschi, ma non proferì parola”

L’ex numero uno dell’istituto di credito veneto davanti alla commissione d’inchiesta sulle banche conferma lo scoop del Fatto Quotidiano: il summit di Arezzo ci fu. E l’ex ministra era presente anche se non disse nulla. Nelle stesse settimane aveva interessato della questione anche il numero uno di Consob, Vegas

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, l’incontro a casa Boschi tra i vertici di Etruria e Veneto Banca ci fu. E tra i presenti c’era anche Maria Elena Boschi, in quel momento ministra delle Riforme del governo di Matteo Renzi. A confermare lo scoop del Fatto Quotidiano è uno dei protagonisti di quel summit: Vincenzo Consoli. “Il ministro Maria Elena Boschi partecipò a un incontrò con i vertici di Banca Etruria e di Veneto Banca nella casa di famiglia ad Arezzo nella pasqua del 2014, per un quarto d’ora, nel quale non proferì parola, dopo di che si alzò e andò via”, ha detto l’ex amministratore delegato dell’istituto di credito veneto in audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. La riunione – ha aggiunto Consoli  – avvenne “perchè sapemmo che Etruria aveva ricevuto da Bankitalia una lettera simile alla nostra” nella quale chiedeva l’aggregazione con un partner di “elevato standing” e indicandolo poi in Popolare Vicenza. Perché il ministro delle Riforme doveva partecipare ad un vertice del genere, organizzato peraltro nella sua casa di famiglia, anche senza proferire parola? Questo Consoli – che è imputato per ostacolo alle autorità di vigilanza – non lo dice.

Le sue parole, però, preannunciano una giornata pesante per la sottosegretaria del governo Gentiloni. La seconda di fila, visto che giovedì 14 le dichiarazioni del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, avevano fatto riesplodere le polemiche sulla politica di Laterina. “Su Banca Etruria ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi, che espresse un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro”, ha detto alla Commissione il presidente della Consob. Che incontrò Boschi più volte tra l’aprile e il maggio del 2014. Boschi era diventata ministro a febbraio. Tra marzo e aprile, dunque, partecipa agli incontri con i vertici di Veneto Banca e Banca Etruria e interessa della questione il numero uno della vigilanza di mercati.

In quelle settimane sia Etruria sia Veneto Banca erano nel mirino della Vigilanza di Bankitalia che aveva ispezionato gli istituti nel corso del 2013 traendone a fine anno conclusioni piuttosto dure: le due banche erano messe talmente male da aver bisogno di un matrimonio d’onore e l’unica sposa rimasta sul campo era la Popolare di Vicenza di Gianni Zonin. I vertici dei due istituti però non ne vogliono proprio sapere. Da qui l’incontro a Laterina che però non porta a niente. Mentre poco dopo un blitz di Bankitalia porta alla rimozione dei vertici di Banca Etruria e così il 5 maggio Pier Luigi Boschi diventa vicepresidente dell’istituto Etruria: una nomina che la ministra preannuncia a Vegas in uno degli incontri ad aprile.

“Io non ho mai fatto pressioni”, ha ripetuto per tutta la giornata di giovedì la sottosegretaria. Accusata dalle opposizioni di avere mentito in Parlamento per difendersi dalla mozione di sfiducia del dicembre 2015 sul caso Banca Etruria e invitata alle dimissioni, la posizione dell’ex ministro è stata blindata nelle scorse ore dal premier Paolo Gentiloni. “Non sono il giudice del valore aggiunto o non aggiunto. Penso che Maria Elena abbia chiarito tutto quello che c’è da chiarire, quindi sarà candidata dal Pd e mi auguro che abbia successo”. Pochi minuti dopo Consoli avrebbe cominciato la sua deposizione a Montecitorio. Un’audizione in cui l’ex numero uno di Veneto Banca ha raccontato che Gianni Zonin, presidente della banca popolare di Vicenza, nel dicembre 2013, sottolineò come l’operazione di fusione fra i due istituti di credito fosse “fortemente caldeggiata dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, con il quale aveva avuto una lunga telefonata”. “Io – ha aggiunto Consoli – ho sempre pensato alla Banca d’Italia come una sorta di Madonna che non si può toccare.  Ma è chiaro che c’è stato qualche errore”.

Ma non solo. Perché a legare Consoli alla famiglia di Laterina ci sono anche alcune chiamate più recenti: risalgono al 3 febbraio 2015, subito dopo il decreto legge varato dal governo Renzi per la trasformazione delle banche popolari in Spa, Etruria compresa; e una settimana prima il commissariamento della banca di Arezzo. Boschi era vicepresidente dell’istituto da quasi un anno e cercava un salvatore. Per questo si rivolge a Consoli, impegnato a sua volta nel tentativo di alleggerire l’attenzione di Bankitalia su Veneto Banca e in cerca di sostegni politici a Palazzo Chigi. E Boschi lo rassicura. Con queste parole: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. Il presidente ovviamente è Matteo Renzi. Del resto, l’aveva annunciato in una telefonata precedente avuta con Vincenzo Umbrella, capo della sede fiorentina di Bankitalia. Dice Consoli: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fa, mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”.

Alla Commissione banche Consoli ha detto che voleva parlare con Renzi “per dirgli di stare attento a una riforma delle banche popolari fatta in tempi così brevi” e “modificarla”. Un tentativo “che fecero anche altri presidenti e vertici di istituti popolari” ma l’incontro non ebbe luogo. L’ex banchiere ha confermato quanto detto nella telefonata con l’allora capo della sede di Bankitalia di Firenze nella quale faceva riferimento a una prossima telefonata con il vicepresidente di Etruria per chiedergli se poteva intercedere presso la figlia Maria Elena o il premier. “Si certo – spiega Consoli – era un momento in cui c’era il famoso decreto popolari, la nostra era una preoccupazione comune. Io cercavo di andare al massimo vertice”.

L’incontro a casa Boschi, attorno alla Pasqua del 2014, poi, serviva “a capire se i vertici di Arezzo si dimettevano o no” a seguito della lettera di Bankitalia. Scopo dell’incontro, spiega ancora Consoli, non era sapere perché Popolare di Vicenza veniva indicata da Bankitalia come partner per entrambi gli istituti, ma “sapere come si sarebbero comportati loro”, in Banca Etruria. Successivamente “noi di Veneto Banca siamo andati tutti a casa, quelli di Banca Etruria no”, ricorda Consoli, aggiungendo che per i legali dell’istituto veneto “Bankitalia non aveva i poteri di rimozione” e si sarebbe potuto fare ricorso al Tar, cosa che però preferirono non fare. Consoli ha poi aggiunto che dopo l’incontro di Pasqua 2014 non ha visto più né Maria Elena Boschi né il padre Pier Luigi con il quale ebbe poi una telefonata “dove mi disse di aver parlato con qualcuno della vigilanza romana di Banca d’Italia” in merito alla possibile fusione con Vicenza.

(ilfattoquotidiano)

Audizione boom di Vincenzo Consoli ex ad di Veneto Banca: vigilante Carmelo Barbagallo “sbugiardato” su BPVi. Tra solita Boschi e new entry Berlusconi “garante” per Verdini è Orfini a colpire: Antiga testimoni su Banca d’Italia

Due audizioni, quella degli ex amministratori delegati di Banca intermobiliare Pietro D’Aguì e soprattutto quella dell’Ad di di Veneto Banca Vincenzo Consoli, ammesse con scetticismo per la loro condizione di indagati, irrompono con forza nello scenario storico dei fatti che a fatica la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche sta cercando di ricostruire e piazzano potenti mine sulla credibilità di figure in teoria insospettabili. E’ il caso del capo della Vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo il quale, dopo avere totalmente negato, nella stessa stanza al quarto piano di palazzo San Macuto dinanzi al “parlamentino” inquirente, di avere, mai e poi mai, detto ad alcuno che la banca di “adeguato standing” con cui la Veneto avrebbe dovuto fondersi fosse la Banca Popolare Vicenza di Gianni Zonin, oggi è stato seccamente smentito.

Le sue parole sono risultate talmente in contrasto con i dettagli, con la sequenza logica di fatti e circostanze, con la lucida completezza anche documentale di D’Aguì e Consoli, che si annunciano sviluppi clamorosi. Il primo è quello, quasi finale, di Matteo Orfini che chiede con insistenza a un apparentemente riluttante Pier Ferdinando Casini l’audizione urgente dell’ex vice presidente nel 2013 di Veneto Banca, Franco Antiga, per confermare l’affondo di Consoli, audizione necessaria “prima di quella conlcusiva di martedì del governatore di bankitalia Ignazio Visco” ha sottolineato il membro della Commissione d’inchiesta sulle banche nonchè presidente del PD.

Appena Casini, dopo la solita nervosa conduzione dei lavori, ha chiuso la seduta, gli uffici sono, quindi, andati a passare ai raggi X l’audizione di Barbagallo per verificare con certezza se quella sua negazione, peraltro pronunciata più volte con ostentata indignazione, fosse avvenuta in sede di audizione testimoniale, ovvero con l’obbligo della verità la cui violazione concreterebbe il reato di falsa testimonianza.

Se questa sua specifica dichiarazione è stata pronunciata al di fuori di tale vincolo, il capo della vigilanza dovrà presentarsi nuovamente dinanzi alla Commissione per rispondere questa volta nella veste di testimone. Diversamente non sarà necessario, ma rischierebbe di assumere la veste di indagato affinché la Procura, già al lavoro sugli stessi fatti, accerti se abbia mentito o detto la verità.

Per chiudere il cerchio la Commissione, lunedì mattina, dopo l’esito della verifica degli uffici, al termine dell’audizione del ministro Padoan, deciderà con molta probabilità di convocare d’urgenza l’ex vice presidente di Veneto Banca Franco Antiga, non indagato in alcun procedimento penale a differenza di Consoli e D’Aguì, perché fornisca la sua versione da mettere a confronto con quella di Barbagallo.

Ecco la cornice dei fatti in cui si colloca l’elemento controverso.

Il 6 novembre 2013 Bankitalia consegna a Veneto Banca una lettera che suona condanna senza appello il cui tenore è il seguente. L’ispezione, durata mesi, è andata male, non c’è altra via di salvezza che cercare un partner di elevato standing con cui fondersi ma nessun consigliere di Veneto Banca potrà trovare posto nella governance del nuovo istituto.

Il 18 dicembre 2013 Barbagallo ribadisce a voce tali condizioni al presidente di Veneto Banca Trinca e il giorno dopo anche all’amministratore delegato Consoli aggiungendo che la banca di elevato standing cui consegnarsi è la BpVi. Barbagallo avrebbe detto “Zonin aspetta una telefonata”.

All’obiezione di Consoli (che – fa presente – lo chiamerà al suo rientro da Barcellona dove dovrà andare nei giorni successivi), il dirigente Barbagallo sarebbe stato lapidario ed avrebbe di fatto ordinato: “Zonin lo incontra subito”.

L’ad di Montebelluna cede, tant’è che prende appuntamento con Zonin per il 27 dicembre a pranzo nella sua residenza di Aquileia. Sul contenuto del colloquio a tavola le versioni sono da tempo divergenti. Per Zonin si parlò solo cinque minuti perché capì subito che “dall’altra parte non c’era intenzione alcuna”, per Consoli, secondo quanto già dichiarato alla procura, quello del patron della Bpvi era un diktat irricevibile per le condizioni imposte: obbligo immediato di dimissioni, advisor unico per il concambio e nessuno di Veneto Banca nel nuovo istituto.

Oggi però l’ex ad di Veneto Banca, citando un verbale di gennaio 2014, racconta in più che quando Barbagallo si presentò al Cda volle prima parlare riservatamente con lui e Trinca. Ai quali, senza mezzi termini, ribadisce che la banca prescelta è quella di Zonin. Al che il presidente “divenuto paonazzo” (così ricostruisce Consoli) avrebbe avuto una forte reazione nervosa, tant’è che, rientrati nella stanza dei colloqui ufficiali, il presidente, presente tra gli altri anche il vice Antiga, presente Barbagallo, dice “questi signori ci vogliono portare sempre allo stesso posto”, cioè tra le braccia di Zonin.

Il nuovo capitolo, frutto di un fuoriprogramma, che si aprirà lunedì, proprio nel rush finale della maratona commissariale, potrebbe quindi riservare colpi di scena, con il ritorno di Barbagallo (sempreché non abbia già parlato da testimone) in Commissione e il suo dovere fare i conti con una verità che potrebbe risultare imbarazzante proprio il giorno prima dell’attesa audizione del governatore di Bankitaklia Visco la cui firma è in calce alla lettera del 6 novembre 2013.

Il tutto anche perché Consoli in oltre due ore di audizione offre un quadro di notizie e di riscontri completo, documentato, apparso ai più convincente.

Un quadro dal quale, nella fitta sequenza di date e di dati, emerge il filo di una serie impressionante di anomalie. Su tutte la durezza delle contestazioni di Bankitalia all’esito della seconda ispezione, appena pochi mesi la prima che non rileva particolari criticità; l’intimazione di fatto a consegnarsi alla banca di Zonin che pure sta peggio e senza alcuna rappresentanza nel nuovo istituto nonostante la Veneto, banca popolare come la vicentina, avesse dimensioni e numeri analoghi e dovesse rispondere a 80 mila soci; il superamento da parte di Veneto banca degli stress test condotti dalla Bce (superamento che la Bpvi consegue solo grazie all’aumento di capitale di 253 milioni operato il giorno prima in un Cda riunito in fretta di sabato sera sotto la regia del super-consulente reclutato direttamente dalla segreteria di Draghi) dopo che Banca d’Italia non le aveva dato scampo. Come è stato possibile tutto ciò?

Consoli preferisce non esprimere valutazioni ma puntare sui dati storici e documentali e tuttavia una tesi esce prepotente dalle sue parole. Una tesi che, anche nell’integrazione verbale di diversi parlamentari, si può riassumere così: una regìa precisa dà vita a ispezioni che in modo strumentale e in contrasto con i numeri dei bilanci su azioni finanziate, crediti, conflitti d’interesse (al punto che alcuni errori evidenti sono ancora oggi senza spiegazione) devastano la Veneto, ne cacciano gli amministratori e fanno di tutto per regalarla di fatto a Zonin.

Strategia che avrebbe inquietanti analogie con quella esercitata su Banca Etruria, anche se in questo caso le criticità documentate sono reali, ben più forti ed evidenti. Ma anche Etruria riceve la stessa lettera e anch’essa viene spinta tra le braccia di Zonin.

E’ per questa ragione – chiarisce Consoli – che a marzo 2014, un Trinca frastornato e disorientato, in lotta contro il tempo perché il diktat di Bankitalia va eseguito prima dell’approvazione del bilancio prevista entro aprile, chiama il suo ex collega parlamentare Fornasari, presidente di Etruria, per incontrarlo e capire come si stia muovendo, nella speranza di un’intesa per lottare contro il destino comune.

E’ l’incontro che il 14 marzo si tiene a Laterina, nella casa del consigliere Luigi Boschi, che due mesi dopo sarebbe diventato vice presidente, ed al quale per un quarto d’ora, partecipa anche la figlia Maria Elena da pochi giorni nominata ministro.

“Si limitò ad ascoltare” precisa Consoli, ma quella presenza accende speranze se è vero che Luigi Boschi, in una telefonata intercettata, quando per Veneto una soluzione accettabile non si vede all’orizzonte ed anzi affiorano timori sull’annunciata riforma delle banche popolari, gli promette che gli farà incontrare la figlia o, meglio ancora, il presidente del Consiglio.

Ma “dopo quel momento – osserva Consoli – non ho più visto né sentito nessuno di loro, né mai ho incontrato il presidente”.

Al che – conclude uno dei commissari d’opposizione – “quello del signor Boschi era solo millantato credito”.

Ma questa è un’altra storia e riguarda solo la contesa politica, così fortemente intrecciata con la partita che si gioca a palazzo San Macuto.(Vicenza Più)

Ubi, la procura chiede il processo per Bazoli e Massiah

La richiesta confermata all’udienza preliminare. Le accuse sono di ostacolo agli organismi di vigilanza e di presunte interferenze illecite in vista della formazione dell’assemblea del 2013.

Il pm di Bergamo Fabio Pelosi ha insistito nella richiesta di rinvio a giudizio per 31 imputati (30 persone fisiche e la stessa banca) per il caso Ubi. La Procura, nel corso dell’udienza preliminare, ha chiesto il processo, tra gli altri, per il banchiere Giovanni Bazoli e per il consigliere delegato Victor Massiah.

Le accuse sono di ostacolo agli organismi di vigilanza e di presunte interferenze illecite in vista della formazione dell’assemblea del 2013. Quando la Procura di Bergamo ha chiuso le indagini su come veniva gestita la banca e su come si alternavano le cariche al potere, ha concluso con l’accusa che vi sarebbe stato un patto occulto tra i bergamaschi e i bresciani per influire sulle assemblee e sulle maggiori decisioni del gruppo.

LEGGI. L’incontro segreto con i soci bergamaschi

Il presidente emerito di Intesa Sanpaolo si è difeso dopo la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura di Bergamo: “Tutte le persone informate dei fatti conoscono i servizi che io ho reso al Paese e in particolare al sistema bancario italiano”.

(la repubblica)

«Bancapulia, fuori dal decreto salva-banche»

La «svista» del governo Rischiano il posto 38 dipendenti di Apulia Prontoprestito. «Ora la politica intervenga»

di Massimo Levantaci – la gazzetta del mezzogiorno

Una piccola scheggia, della già microscopica rappresentanza di istituti di credito in Capitanata, rischia di rimanere esclusa dal maxi-salvataggio bancario che ha portato due anni fa il governo a stanziare 20 miliardi di euro per evitare che nel crac di realtà ormai decotte finissero nel baratro anche i dipendenti. Sono stati salvati così 11 mila posti di lavoro, anche se non tutti evidentemente. Suona infatti l’allarme per impiegati e funzionari di Apulia Prontoprestito, costola di Banca Apulia, società di recupero crediti non rientrata nel perimetro delle acquisizioni e dunque tecnicamente destinata alla liquidazione coatta amministrativa nella cosiddetta “bad bank” di Veneto Banca. I 38 dipendenti che operano a San Severo, molti dei quali anche foggiani e di altre zone della provincia, si sono rivolti al presidente della Provincia, Francesco Miglio, affinchè le istituzioni del territorio attivino quell’impulso politico necessario che salvi l’occupazione e impedisca ciò che ai lavoratori coinvolti appare come un’enorme ingiustizia. Il sindacato Fisac Cgil, che sta occupandosi della vertenza, ricorda in una nota come l’iniziativa del governo avesse proprio l’obiettivo di salvare i posti di lavoro, e non vede le ragioni per le quali Apulia Prontoprestito rischi oggi di rimanere incagliata nei meccanismi di un decreto concepito per evitare almeno i licenziamenti.

«Apulia Prontoprestito – sottolinea il sindacato – è rimasta esclusa dall’operazione di salvataggio delle banche venete attuata lo scorso giugno, quando il governo, riconoscendo la situazione di dissesto di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza, ne dispose la liquidazione coatta amministrativa». BancApulia, istituto del territorio che continua ad aver sede a San Severo, rientra fra le attività acquisite da Intesa San Paolo al costo simbolico di un euro. Dei 20 miliardi stanziati dal governo con il Salva-banche, «ben 4,785 miliardi – ricorda ancora la Fisac Cgil – sono stati liquidati in favore di Intesa Sanpaolo, l’istituto che ha rilevato “certe attività, passività e rapporti giuridici” delle banche in dissesto». Qui però succede qualcosa che esclude Apulia Prontoprestito dal salvataggio: «Mentre per alcune delle altre società del “fuori perimetro” sono in corso trattative per la cessione a terzi, non sembrano esserci prospettive, allo stato attuale, per i dipendenti di Apulia Prontoprestito. Si tratta di lavoratori – sottolinea il sindacato – con età media dai 35 ai 40 anni, ben qualificati, che attualmente svolgono attività di recupero crediti. A tal proposito – rileva ancora la Fisac – va considerato che la massa ingente dei crediti deteriorati delle banche in liquidazione dovrà essere ceduta alla “Società per la Gestione di Attivita” (S.G.A.), società pubblica che già a suo tempo gestì i crediti in contenzioso del fallimento del vecchio Banco di Napoli, che per svolgere tale attività avrà comunque bisogno di altro personale oltre a quello impiegato attualmente».

A fronte di un così ingente esborso di denaro pubblico per il sindacato sarebbe dunque «inconcepibile» lasciare per strada 38 dipendenti con le rispettive famiglie. Sui motivi che hanno determinato l’esclusione di Apulia Prontoprestito dal salvataggio, in una relazione del comitato degli iscritti alla Fisac Cgil viene rilevato, tra l’altro, come «il decreto del 25 giugno 2017 (salva banche venete: ndr) abbia interrotto il progetto di fusione di Apulia Prontoprestito nella propria controllante Bancapulia e, ancor peggio, ha previsto la cessione di Apulia Prontoprestito da Bancapulia a Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa sancendo, ad oggi, il mancato transito del personale di Apulia Prontoprestito s.p.a. alle dipendenze di Bancapulia/Intesa San Paolo». La Fisac Cigl «auspica che, a prescindere dalle sorti della partecipazione societaria in Apulia Prontoprestito quale “società cassaforte” necessaria per la liquidazione coatta amministrativa, il personale di App segua le stesse sorti del personale di ex Banca Apulia e quindi venga assorbito da Intesa San Paolo».

SOCI POP-VENETE: «LE TOGHE DICHIARINO VENETO BANCA FALLITA. SI EVITERÁ LA PRESCRIZIONE»

(Marco Milioni)

Non ci voleva un genio per capire il Veneto sarebbe tornato prestissimo al centro dell’attenzione della grande stampa nazionale. L’inizio del processo per il crac della Popolare di Vicenza e l’audizione in commissione banche dell’ex presidente di BpVi Gianni Zonin hanno immediatamente riacceso le polveri. Da settimane per vero il professor Carlo Messina, l’amministratore delegato di Banca Intesa, il colosso italiano che ha rilevato BpVi e Veneto Banca, è impegnato nel dispensare fiducia al sistema. «A Nordest vogliamo giocare una partita importante – spiegava il top manager ancora ad agosto sulle colonne de Il Sole 24 ore – è un’area vitale, che sta crescendo più di altri territori». Parole precise cui si aggiunge una seconda considerazione di cui dà conto sempre il quotidiano di Confindustria proprio in riferimento ai rovesci degli anni passati: «É scandaloso quello che è accaduto su questi territori», un giudizio molto duro cui si aggiunge un’altra considerazione sui risparmiatori truffati. «Aspettavano da tempo un aiuto concreto a favore di chi ha perso i propri risparmi». Queste sono le parole usate per commentare l’apertura di un fondo che dovrebbe prevedere erogazioni in più tranche nell’arco di cinque anni e che stando agli intenti della banca è destinato a chi ha un reddito annuo lordo non superiore a 30mila euro.

Si tratta però di un piano che è bollato come elemosina dai risparmiatori colpiti dal crac. Basti pensare al lungo j’accuse di Luigi Ugone, presidente dell’associazione «Noi che credevamo nella Banca popolare di Vicenza» (chi scrive ha realizzato una sintesi video della serata del 30 novembre in cui i risparmiatori hanno suonato la carica contro il governo, ma non solo). Di più le recenti polemiche hanno tappezzato le pagine dei giornali quando per esempio è stata data notizia dei cosiddetti cento creditori privilegiati che pur senza meritarlo avrebbero beneficiato di ponti d’oro e di finanziamenti fiume. Francesco Celotto , è il vicepresidente dell’Associazione soci banche popolari venete, uno dei vari gruppi che è stato fondato dopo il tracollo dell’istituto berico e di quello della Marca.  Il vicepresidente dal canto suo di una situazione veneta e italiana «assai ingessata in cui è difficile capire quali siano gli spiragli per una via d’uscita» perché disastri del genere non si ripetano in futuro.

Allora Celotto come avete accolto le ultime notizie dei cento creditori benedetti dai prestiti di Veneto Banca? Il Corsera scrive che hanno procurato il collasso dell’istituto. Che cosa non ha funzionato in organi di controllo come Bankitalia, Consob e magistratura?

«È incredibile la storia dei cento creditori. Salta fuori che certi gruppi e certe persone hanno ricevuto generosi finanziamenti anche dopo la fine dell’era Consoli e dopo i rilievi della Banca d’Italia. Infatti i prestiti allegri e senza garanzie sono continuati pare fino a poco prima della dichiarazione di liquidazione coatta amministrativa del giugno 2017 con il decreto legge 99 del 2017, il cosiddetto salvabanche. Di certo chiederemo che a questo punto si faccia luce sulla gestione di Veneto Banca fino a giugno 2017 e non solo per le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza ma per altre ipotesi come la truffa».

Ai magistrati che cosa chiedete?

«Mi sembra poi evidente che la magistratura si debba muovere per dichiarare la bancarotta di Veneto Banca e con ciò l’allungamento dei termini di prescrizione. Noi vogliamo giustizia per i risparmiatori truffati e non ci accontenteremo delle briciole che il governo intende offrire con la istituzione di un cosiddetto fondo per i risparmiatori vittime di reati finanziari. Un fondo che avrebbe una dotazione esigua considerando che è rivolto a tutti i soci risparmiatori truffati non solo ai soci delle ex popolari venete. Esigiamo chiarezza, giustizia e risarcimenti congrui».

E poi?

«Chiediamo in questo senso uno sforzo al sistema bancario italiano. La banca d’Italia ha vigilato male e rimpalla le proprie responsabilità con la Consob. Se le banche vogliono dimostrare di meritare la fiducia persa rinuncino a parte dei dividendi incassati ogni anno dalla banca d’italia, duecento milioni nel 2016 ad esempio, e lo dirottino per un decennio sul fondo per i risparmiatori. Servono soldi veri diciamo almeno un miliardo, cento milioni per dieci anni, anche perchè i problemi non sono certo finiti».

Sarebbe dire?

«Basti pensare alla prossima bomba pronta a scoppiare ossia la Banca Popolare di Bari, ben 70.000 soci, le cui azioni sono invendibili. La banca non è diventata spa in seguito al congelamento del decreto di trasformazione dopo la pronuncia della consulta. Una situazione che non può trascinarsi in eterno. Quando sarà trasformata andrà in borsa e allora vedremo chi sottoscriverà l’aumento di capitale. Oggi le azioni valgono 7,30 euro ma nessuno le compera . Un domani faranno la fine delle azioni di Veneto Banca e BpVi?».

Che cosa serve al sistema quindi?

«Serve un cambio di passo a tutti i livelli e dei veri processi con pene esemplari che diano una seria lezione ai colpevoli altrimenti tra due tre anni avremo un nuovo Consoli o un nuovo Zonin».

Pochi giorni fa un’altra notizia finanziaria ha fatto parlare di sè a livello Veneto: il bond privato che finanzia con un miliardo e mezzo la superstrada Pedemontana Veneta, un’opera sulla quale le polemiche infuriano da anni. Che prospettive ci sono per gli investitori? Quanto la notizia è fondata? Come avviene di solito il collocamento dei bond?

«Il bond pare sia stato collocato a investitori istituzionali con scadenze molto lunghe e alti rendimenti. La stampa economica ne ha parlato diffusamente basti pensare al Corriere del Veneto, e poi a Cassaforense.it nonché alla Reuters».

Tutto a posto dunque?

«Di sicuro l’onere finanziario da parte di Sis per pagare l’interesse sui due bond sarà elevatissimo: 5% di interesse su 1,5 miliardi per 30 anni significa un esborso di soli interessi pari a 2,2 miliardi. Quasi il doppio del capitale. Sarà in grado di pagarli? La strada avrà un livello tale di traffico e pedaggi da sostenere finanziariamente l’opera? Ne dubito. Magari il prestito serve a portarla avanti per poi cederla ad altri. Non mi sembra che i pedaggi siano in grado di ripagare una strada che alla fine costerà tra costi e oneri finanziari quasi cinque miliardi ovvero 2,5 più 2,2».

L’opinione pubblica come sta accogliendo tutto ciò? La Pedemontana Veneta è tra le opere cantierate più importanti in tutto il Paese. Come stanno le cose?

«L’opinione pubblica veneta mi sembra dormiente. In questa regione negli ultimi cinque anni sono accadute cose turche, caso Mose, caso Pedemontana o Spv che dir si voglia, fallimento di Veneto Banca e BpVi. Sono andati persi un sacco di soldi: a spanne circa una ventina di miliardi tra sperperi, corruzione e rovesci bancari. Eppure nulla di eclatante è accaduto. Mi chiedo cosa debba accadere alla opinione pubblica perché si svegli dal torpore».

E quindi?

«Credo che questa sia una regione molto conservatrice in cui per giunta il cittadino si è ormai assuefatto ad un andazzo fatto di scandali e ladronerie. Per non parlare poi dei disastri ambientali, basti pensare al caso Pfas, che nel Veneto centrale coinvolge almeno 300mila persone».

E politicamente parlando com’è la situazione?

«Politicamente parlando poi non si vede una credibile alternativa al Carroccio e al governatore leghista Luca Zaia. Il movimento padano rischia alle prossime politiche di fare il pieno. Il tutto mentre la gente non ricorda o non vuole ricordare che Zaia era il vice del governatore azzurro Giancarlo Galan, l’uomo finito invischiato nel caso Mose».

Che cosa se ne ricava?

«O Zaia era al corrente degli intrallazzi di Galan o non si è reso conto di nulla. In un caso o nell’altro dimostra di non essere politicamente credibile. Ma la gente ha un atteggiamento fideistico verso le sue promesse da Pinocchio. E mostra di voler credere nei suoi mezzi di distrazione di massa a partire dal referendum sulla autonomia. Fumo per un popolino acerbo, acivico se non complice attivo o silente di questo disastro».

Boschi, la vendetta di Vegas

Il presidente della Consob: incontrai la ministra, era preoccupata per Banca Etruria. Gentiloni la difende: ha chiarito. Ma il Pd teme nuovi attacchi nell’audizione di Visco

GIANLUCA PAOLUCCI
ROMA (la stampa)
«Ho avuto modo di parlare della questione (di Banca Etruria, ndr.) con l’allora ministro Boschi». Sono le 14 quando le parole di Giuseppe Vegas, nel suo ultimo giorno da presidente di Consob, sollevano un nuovo caso politico. Rispondendo alle domande della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario Vegas aggiunge che Maria Elena Boschi espresse «un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro».

E in effetti sì, proprio il ricco settore orafo aretino era tra le fazioni contrarie alla fusione con Vicenza, timorosi di perdere«centralità» rispetto all’altro grande distretto orafo italiano, Vicenza. Ma tutto questo passa in secondo piano e da quel momento è il caso Boschi a monopolizzare l’attenzione dei commissari. Ogni altra questione – comprese le molte ombre sul ruolo della Consob nelle varie crisi bancarie – passano in secondo piano.

L’incontro in questione avvenne a Milano nell’aprile del 2014, quando Etruria era alla ricerca di un partner e Vicenza sembrava essere l’unica banca seriamente intenzionata a prendersi l’istituto aretino. Vegas e Boschi, spiega l’ormai ex presidente della Commissione di vigilanza sui mercati finanziari si videro in quella occasione al ristorante. Poi i due s’incontrarono almeno altre due volte: una volta poco tempo dopo al ministero, poi ancora una volta a cena a casa di Vegas «ma c’erano anche altre persone», puntualizza. Ma da quel primo accenno, evidentemente vivido nella memoria di Vegas, le sue parole diventano più fumose, i «non ricordo» si mischiano a ricostruzioni sommarie di date, fatti e circostanze.
Al punto che al termine dell’audizione i commissari Dem sospettano una sorta di agguato, una combine con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco – che sarà sentito la prossima settimana -. La riprova di questo sospetto è una domanda di Mauro Del Barba (Pd) che chiede a Vegas se abbia incontrato Visco nei giorni scorsi. Sì, risponde Vegas, ma quando deve spiegare di cosa abbiano parlato è un nuovo «non ricordo».

In uno di questi incontri – ma Vegas non ha specificato quale – la Boschi avrebbe annunciato che il padre sarebbe diventato il vicepresidente della banca. Certo, dice Vegas, «non credo che sia stato il ministro Boschi a mandare per strada 130 mila risparmiatori». Ma dalle opposizioni sono già partite le richieste di dimissioni per l’attuale sottosegretario del governo Gentiloni.

«Nessun favoritismo, nessuna corsia preferenziale», dice subito la Boschi replicando alle accuse di aver mentito quando intervenne in aula nella dibattito per la mozione di sfiducia sul caso Etruria, il 18 dicembre del 2015. La replica più velenosa è quella che stessa Boschi dice davanti alle telecamere di Otto e mezzo: «Si, ho incontrato Vegas, ci sono stati più incontri e il 29 maggio 2014, in una di quelle occasioni, Vegas mi chiese in modo inusuale di incontrarci a casa sua alle 8 di mattina, e io risposi che ci dovevamo vedere al ministero o in Consob, non a casa sua».

La data di questo incontro è importante. Il giorno prima, 28 maggio, era arrivata ad Arezzo l’offerta della Popolare di Vicenza. Mentre qualche giorno dopo – il 3 giugno, risulta dai verbali di Banca Etruria -, i vertici dell’istituto incontrarono a loro volta Vegas in Consob.

«Sono sconvolto dal fatto che questo tema sia diventato un’arma di distrazione di massa», ha detto in serata Matteo Renzi. «I controlli, anche Banca Etruria, non hanno funzionato. E parlo di Bankitalia e Consob». «Quello che dico è che anche in Banca Etruria, come tutte le banche, chi ha sbagliato paghi».

Secondo Renzi, «Non c’è alcun problema che il ministro dei Rapporti con il Parlamento incontri il capo di Consob», ha detto ancora Renzi a Piazza Pulita, aggiungendo di pensare che a suo avviso «non ci furono pressioni».

A sostegno della Boschi è arrivato anche Palazzo Chigi. «Maria Elena ha chiarito», avrebbe detto il premier Paolo Gentiloni parlando con i suoi collaboratori della vicenda. Ma il Pd ora teme nuovi attacchi alla Boschi nella prossima audizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

 

 

Caso Etruria, i timori della Boschi per la fusione e il ruolo di Verdini nell’incontro

Quando nell’aprile 2014 Maria Elena Boschi incontra Giuseppe Vegas la fusione tra Etruria e Popolare di Vicenza, che sarà poi bocciata dal cda nel quale il padre dell’allora ministra occupava la poltrona di vicepresidente, è quanto mai vicina. A dicembre il governatore di Bankitalia aveva inviato una lettera ai vertici della Banca, dando indicazioni precise: trovate presto un partner di elevato standing. Ma alla fine, era arrivata una sola proposta: quella della Popolare Vicenza. È allora che l’ansia della ministra cresce. E il “Giglio magico” si attiva. Perché la ministra, che non conosce personalmente Vegas, si rivolge a Denis Verdini per contattare il presidente della Consob. Ma sui renziani c’è anche un’altra ombra legata all’affaire popolari ed è quella dell’insider trading che ha sfiorato Matteo Renzi per le plusvalenze realizzate alla vigilia del decreto del gennaio 2015 da Carlo De Benedetti. La vicenda, archiviata da Consob e dalla procura di Roma, ieri è tornata a galla durante l’audizione di Vegas nella Commissione d’inchiesta.

I FATTI
Dopo la lettera di Vincenzo Visco, del 5 dicembre 2013, Etruria nomina due advisor, Rothschild e Lazard, per individuare i “partner di elevato standing”. Vengono contattati 28 gruppi, ma la manifestazione di interesse è una sola: quella di Bpvi. A marzo il presidente di Vicenza, Gianni Zonin, annuncia che entro un mese lancerà un’offerta su Etruria in forma amichevole. Ad aprile Maria Elena Boschi, all’epoca ministro per le Riforme, si muove. Probabilmente non conosce personalmente Vegas, così si rivolge all’amico Verdini, chiede a lui una mediazione e vola fino a Milano, per illustrare le sue preoccupazioni sulla possibile fusione al presidente della Consob. Di incontri ne seguiranno altri anche a maggio, quando Boschi annuncia a Vegas che suo padre diventerà vicepresidente della Banca. La trattativa è ancora in piedi, ma non piace ai vertici di Etruria. Il 5 giugno in una riunione tra i vertici di Etruria e il Capo Dipartimento di Banca d’Italia, il presidente Lorenzo Rosi comunica gli aspetti in base ai quali l’offerta di Vicenza non risulta accettabile. Etruria avanza una proposta alternativa. Il 18 giugno c’è un altro incontro: il cda ha bocciato la proposta. L’1 agosto la trattativa viene ufficialmente chiusa, Bankitalia contesterà ai vertici di non avere mai portato la proposta all’assemblea. La situazione precipita e la vigilanza fa partire una nuova ispezione a novembre 2014. I risultati sono pesanti: perdite per 500 milioni di euro. L’esito è il commissariamento, il 10 febbraio 2015.

L’INSIDER TRADING
Alcuni giorni prima del via libera al decreto sulle banche del 20 gennaio 2015, «ci furono dei colloqui tra De Benedetti, Fabio Panetta di Bankitalia e l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi». Comincia così il resoconto di Vegas davanti alla Commissione Banche in relazione alle indagini successivamente disposte su Carlo De Benedetti e un suo collaboratore per una sospetta operazione di insider trading, sulla quale ora la Commissione chiede gli atti alla procura di Roma. Ieri Vegas ha però escluso un ruolo attivo dell’ex premier, precisando che, a conclusione di una lunga istruttoria, «sono state archiviate sia la posizione di Renzi sia quella di De Benedetti», sebbene nel caso di quest’ultimo sia stato necessario un voto a maggioranza dei commissari Consob (uno a favore tre contrari e l’astensione dello stesso Vegas). Una vicenda esaminata dalla procura di Roma, che ha iscritto sul registro degli indagati, per poi chiederne l’archiviazione, il collaboratore di De Benedetti, e ha sentito come testi l’imprenditore e lo stesso ex premier.( il messaggero-Valentina Errante)

 

Etruria:”Visco, Ghizzoni e Consoli confermeranno”.Boschi,dimissioni in arrivo?

Etruria, Boschi: Per tutelare la stabilità del governo c’è chi auspica le dimissioni della sottosegretaria già nella giornata di oggi

Sono ore frenetiche per Maria Elena Boschi: la situazione nelle ultime ore si sta complicando terribilmente al di là delle difese di prammatica dei peones Pd mentre non è passato inosservato l’assordante silenzio di Matteo Renzi per tutta la giornata di ieri sulla vicenda, salvo parlarne in tardissima serata in tv ad una trasmissione già programmata da tempo.

D’ora in poi sarà un calvario perchè “Visco, Ghizzoni e Consoli non potranno far altro che confermare quanto detto oggi (ieri, ndr) da Vegas” racconta una fonte parlamentare di altissimo livello ad Affari Italiani. A quel punto se la sottosegretaria non si dimettesse quanto prima verrebbe messa a repentaglio la stessa stabilità del governo tanto cara al Presidente Mattarella. Per questo, riferiscono le stesse fonti, c’è chi auspica le dimissioni della sottosegretaria già nella giornata di oggi.

Perchè è vero che un sempre più imbarazzato Gentiloni lascia trapelare ‘fiducia’ nei confronti della sottosegretaria e dice che per lui la Boschi ha ‘chiarito’ ma appare sempre più chiaro che è per il paese e per gli italiani che la Boschi non ha chiarito affatto.

Quindi il problema è cosa fare, a questo punto, per garantire un ordinato proseguio di legislatura ed evitare che le vicende bancarie odierne arrivino a minare la stabilità dell’intero governo in carica. Ed anche per evitare che l’imminente campagna elettorale del Pd venga ‘minata’ alla base dalle stesse vicende: autorevoli sondaggisti parlano di una possibile perdita secca di un milione di voti per il partito di Matteo Renzi, ovvero due punti percentuali. (affari italiani)