Quando è un napoletano a salvare i posti di lavoro al Nord -crisi “Mondo Marine”

Firmato l’accordo per il fitto del ramo d’azienda tra la partenopea «Palumbo Group» e «Mondomarine», cantiere specializzato nella costruzione di mega yacht.

La «Palumbo Group Shipyard», leader nelle costruzioni navali, si appresta a prendere il controllo di un nuovo ramo aziendale, con accordo di sei mesi, a Savona. L’impegno di fitto del ramo d’azienda è con il cantiere «Mondomarine», specializzato nella costruzione di yacht di lusso. Mondomarine – come ha raccontato il «Secolo XIX» – vive un periodo di forte crisi col rischio imminente di un licenziamento di massa dei 61 dipendenti.

Il gruppo Palumbo, fondato nel 1967 e gestito dall’imprenditore napoletano Antonio e dai figli Giuseppe e Raffaele, potrebbe rappresentare la salvezza per il sito produttivo e per i lavoratori, considerato che il maggiore azionista di «Mondomarine», Alessandro Falciai, ha garantito la copertura di larga parte dei debiti dell’azienda. Secondo alcune indiscrezioni, il gruppo Palumbo vorrebbe riavviare l’attività con nove dipendenti nel giro di due settimane, con reintegro di 52 lavoratori a Savona, nel giro di 6 mesi, e lavorare inoltre all’acquisizione dei Cantieri di Pisa, altro sito produttivo coinvolto nella crisi di «Mondomarine».

I cantieri Palumbo – con sedi a Napoli, Ancona, Messina e Malta – nel giugno scorso hanno svelato la costruzione di «Columbus 80», un mega yacht di 80 metri. Un gigante che solcherà i mari come una nave da crociera, offrendo all’armatore e ai suoi ospiti sei ponti, balconate panoramiche, sette suite più l’appartamento principale, 8 cabine per le 19 persone dell’equipaggio, una piscina di sette metri, due garage, bar al chiuso e all’aperto, solarium, beach club, sala cinema, due palestre, eliporto.

Il progetto prevede, tra l’altro, la divisione del processo costruttivo in due fasi ben distinte: una assegnata a Napoli, l’altra ad Ancona. Lo scafo in acciaio è realizzato presso la storica sede all’ombra del Vesuvio; l’imponente scafo è stato poi spostato, in estate, su una piattaforma ad Ancona, dove sarà accoppiato alla sovrastruttura in alluminio realizzata nel sito produttivo delle Marche. In questo modo le due sezioni vengono costruite contemporaneamente, seguendo gli stessi requisiti di qualità ma accelerando i tempi, che si accorciano di circa otto mesi. Grande attenzione è stata dedicata anche all’autonomia di navigazione: secondo i dati anticipati dal cantiere sarà possibile navigare per 6000 miglia senza fare rifornimento.

 

 

 

ZONIN : I 49 MILIONI CHE SI È PRESTATO LI HA POI RESTITUITI ALLA POPOLARE DI VICENZA?

(Cesare Pavesi – La Verità)

il cda di popolare Vicenza , con lui Presidente , deliberò affidamenti per il Patron e le Sue aziende. C’è il rischio che siano incagliati.

Lui tra molti “non ricordo”e la difesa tutta incentrata sulla sua irresponsabilità nella gestione diretta , ha anche ricordato di essere vittima del crack della sua ex banca , in cui ha governato da Presidente per quasi 20anni. Lui è  ovviamente Gianni Zonin , dominos assoluto della Popolare di Vicenza che l’altro giorno in Commissione di inchiesta ha rimarcato di essere uno dei grandi soci sconfitti dal collasso della sua ex creatura bancaria. Gianni Zonin era un investitore in titoli della banca. Un segno di fiducia nelle magnifiche sorti progressive dell’istituto vicentino , crollato sotto il peso delle sofferenze e con un capitale bruciato per oltre 6 miliardi di 120.000 soci -clienti. Il presidentissimo aveva azioni della banca. Come ricorda il suo avvocato nell’atto di citazione contro la sua stessa banca ( surreale vero?) Gianni Zonin possedeva quasi 52.000 azioni della sua popolare . Un controvalore di 3,25 milioni di euro. Oggi come per tutti gli altri centinaia di migliaia di soci- clienti quei soldi sono evaporati. La sua famiglia ne possedeva altre 320.000. Titoli che a 62,5 euro costituivano un pacchetto di 20milioni di euro. La famiglia Zonin ha perso quindi 24 milioni di euro nella sciagurata avventura ventennale della banca del Patriarca. Peccato che Zonin in audizione  ricordi solo questo e non quanto la sua banca abbia fatto per lui. Montagne di prestiti erogati a lui direttamente e alla sua galassia societaria agricolo-vinicola. Lui ha detto che non partecipava ai comitati esecutivi che deliberavano sui crediti , quasi a levarsi di dosso ogni responsabilità. Ma questa non è la verità , almeno per quanto lo riguarda direttamente.

Basta sfogliare il prospetto informativo dell’aumento di capitale fallito che ha portato Atlante a doversi accollare la bancarotta vicentina. Ebbene emerge tutt,altra verità. Direttamente il cda , quindi con lui presente come Presidente della banca , ha deliberato fin dal 2013 finanziamenti diretti allo stesso Zonin e alle sue aziende . L’elenco è lungo e dettagliato. Nel giugno 2013 e’il consiglio di amministrazione con Zonin alla sua guida a deliberare un prestito per 19,7 milioni a favore della casa vinicola Zonin ; nella stessa seduta del 18 giugno ecco altre delibere prestiti sempre passati al vaglio del cda. Ad ACTA società della sua stessa galassia vanno 7,9 milioni ; poi eccoCA BOLANI con un prestito da 7,1 milioni . Non è finita . Sempre in quel giorno di giugno il cda della banca approva finanziamenti per 2,3 milioni allo stesso Gianni Zonin , 6,43 milioni alla società CASTELLO D ALBOLA e infine 3,66 milioni a CASTELLO DEL POGGIO. Sommateteli e in un altro sola seduta a Zonin e ai suoi diretti e indiretti interessi imprenditoriali finiscono 47 milioni di euro di crediti della Popolare vicentina. Passano pochi mesi e a novembre 2013 altra delibera , sempre del cda che veicola 2,12 milioni a ITALIA DEL VINO , società legata indirettamente a Zonin . A dicembre arrivano  arrivano altri 20milioni alla sua casa vinicola. L’estate del 2014 è prodiga di finanziamenti alla famiglia e alle sue Società. La casa Vinicola Zonin si vede deliberare un credito per 19,6 milioni. Poi a seguire , stessa seduta via libera ai crediti ad ACTA ,FEUDO DEI PRINCIPI DI BUTERA, MASSERIA ALTAMURA, CA BOLANI , CASTELLO D ALBOLA , CASTELLO DEL POGGIO e infine un finanziamento diretto a Gianni Zonin per 2,4 milioni. Anche qui in una sola seduta il cda delibera nel luglio 2014 49 milioni di crediti alla dinastia del Patriarca. L’ultimo atto è dell’agosto 2015 , pochi mesi prima delle dimissioni del Presidentiasimo e con la Banca già a pezzi . Le società sono sempre le stesse e l’importo deliberato è di 47 milioni . Il prospetto informativo non ci dice se sono nuovi finanziamenti o rinnovi delle linee di credito in essere. La sostanza però cambia poco . Che siamo a 49 milioni o tre volte tanto poco conta. Conta il fatto che Gianni Zonin ha detto in audizione che lui di finanziamenti non sapeva nulla , che faceva tutto la Direzione Generale . Dov’era quindi Zonin Presidente della Banca quando il suo Consiglio di Amministrazione deliberava a pioggia l’auto finanziamenti alle sue imprese e ai suoi parenti? Sappiamo già la risposta : si sarà assentato al momento della deliberazione. In questa tragica farsa dello scaricabarile di uno dei Crack più gravosi della storia bancaria italiana , c è almeno da augurarti che quella montagna di milioni di prestiti alla famiglia Zonin non siano diventati nel frattempo degli incagli o delle sofferenze. Sarebbe la beffa assoluta dopo il danno. Saranno gli uomini di INTESA a scoprirlo nei prossimi mesi.

P.S. MI PERMETTO DI AGGIUNGERE AL BELLISSIMO ARTICOLO DEL DOTT PAVESI PUBBLICATO SULLA VERITÀ DI OGGI , CHE FORSE BANCA INTESA, I COMMISSARI NOMINATI DA BANCA D ITALIA DOVRANNO DARE UNA RISPOSTA A TUTTI I SOCI CLIENTI SE QUANTO SOPRA RIPORTATO E FINITO NELLA BAD BANK O NELLA GOOD BANK – QUESTO SARÀ UN PASSAGGIO IMPORTANTE PER TUTTI GLI IMPRENDITORI PER CAPIRE COME BANCA INTESA CON LE DILIGENCE ABBIA GESTITO A SUA LIBERA INDICREZIONE IL PASSAGGIO DEGLI AFFIDAMENTI TRA GOOD E BAD BANK DELLO ZONIN E DELLE SUE AZIENDE E DI TUTTI I COLLEGAMENTI CONNESSI COME RIPORTATO NEL IMPECCABILE ARTICOLO DOCUMENTATO IN OGNI SINGOLO PASSAGGIO. E QUI SI APRIRÀ NEI PROSSIMI GIORNI UN ALTRO FRONTE DI CHI È COME HA GIUDICATO UN CLIENTE BUONO O CATTIVO  CON CHE CRITERIO E ANCHE QUI USCIRANNO FUORI VERAMENTE FATTI NUOVI E IMPORTANTI PER TUTTI COLORO CHE NEI GIORNI SCORSI SI SONO RITROVATI INGIUSTIFICATAMENTE  , SENZA UN CONFRONTO TECNICO CON INTESA E LE ALTRE PARTI INTERESSATE PER REDIGERE LE DECISIONI -AFFIDAMENTI AZZERATI E PASSATI ALLA BAD BANK CON DEI DANNI CHE SARANNO DEVASTANTI PER L ECONOMIA E PER GLI IMPRENDITORI INTERESSATI E CHE QUALCUNO DOVRÀ RISPONDERNE. AGGIUNGO LEGGETE BENE IL CONTRATTO SEGRETO PRUBBLICATO TRA INTESA E LE BANCHE VENETE PRESSO IL NOTAIO IN DATA 25 GIUGNO 2017 – IL DECRETO PUBBLICATO DAL GOVERNO – PUBBLICAZIONE IN DIRITTO SULLA LCA E ALTRO…………

CASO FALCIAI – SAVONA: PERQUISIZIONI DELLA GUARDIA DI FINANZA PRESSO LE SEDI DI “MONDO MARINE – CHI È FALCIAI – STORIA DI MONDO MARINE- VIDEO ALCUNI YACHT E ………….

Oggi ( 13.12.2017)i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Savona, su delega della Procura della Repubblica savonese, hanno dato esecuzione a decreti di perquisizione e sequestro emessi nei confronti della Mondo Marine SPA e di parte dei soci, amministratori e consulenti della stessa, a vario titolo coinvolti.

Le operazioni, tuttora in corso, che sono state originate da denunce presentate da clienti truffati, interessano i cantieri e gli uffici di Savona, Pisa e Milano, ed hanno portato al sequestro di documentazione aziendale utile alle indagini.

Le ipotesi investigative per le quali si procede sono:

• art. 11O cp, 216 n. 1, 223, 238 RD 267/42 (bancarotta in danno di Mondomarine spa);

• artt. 110 cp, 218 RD 267/42 (ricorso abusivo al credito mediante la presentazione di fatture per operazioni inesistenti e comunque non registrate nella contabilità dell’azienda);

• art. 11O, 640 cp (truffa);

• art. 2621 cc (falsità in bilancio per gli anni 2014, 2015, 2016);

• artt. 11O, 648bis e 648ter1 cp (condotte connesse alla distrazione di somme dalla contabilità aziendale.

VIDEO:

http://www.ivg.it/video/la-guardia-finanza-perquisisce-le-sedi-mondomarine/

 

Savona, crisi Mondomarine: entra Palumbo Group Shipyard

Palumbo Group Shipyard, uno dei marchi più noti delle costruzioni navali, ha firmato davanti ad un notaio milanese l’impegno vincolante per l’affitto del ramo d’azienda per sei mesi e si avvia a prendere il controllo del cantiere savonese di Mondomarine, specializzato nella realizzazione di grandi yacht di lusso. Nei piani dell’imprenditore partenopeo Antonio Palumbo, che con i figli Giuseppe e Raffaele tiene le redini del gruppo fondato nel 1967 ed ora uno dei più conosciuti a livello mondiale, c’è anche l’acquisizione dei Cantieri di Pisa, altro sito produttivo coinvolto nella crisi di Mondomarine.

Probabilmente entro il 18 dicembre il tribunale fallimentare di Savona, vista la relazione dei tre commissari nominati per analizzare la situazione, valuterà se il quadro presentato sia soddisfacente per aggiudicare i cantieri. L’attuale maggiore azionista di Mondomarine, Alessandro Falciai, ha già garantito la copertura di larga parte dei debiti ed ha chiesto espressamente che venga salvaguardata l’occupazione.

Secondo indiscrezioni, Palumbo avrebbe intenzione di riavviare l’attività con nove dipendenti nel giro di un paio di settimane, reintegrando i restanti 52 lavoratori dell’impianto di Savona in meno di sei mesi.

Lavoro, Mondomarine: in 600 a rischio. “Mai successo prima, noi senza futuro”

 

Chiediamo alle istituzioni di mettere in atto un tavolo di trattativa con l’azienda, chiedere alla proprietà di presentarsi e dire molto chiaramente quello che intendono fare della Mondomarine che, non dimentichiamocelo, è un’azienda storica della nautica” con 80 dipendenti tra Savona e Pisa e circa 600 nell’indotto. E’ la richiesta dei lavoratori dell’azienda che questa mattina hanno dato vita a un presidio sotto la Regione in occasione di un incontro con l’assessore al lavoro Gianni Berrino.

“La situazione è di stallo – ha spiegato Paola Fachino, Rsu -. Il 5 ottobre il giudice deciderà se concedere o meno il concordato richiesto. Speriamo in una risposta positiva altrimenti non abbiamo futuro”. L’azienda non ha ancora licenziato nessuno degli 80 dipendenti diretti tra Savona e Pisa, anche se ha lasciato a casa interinali e contratti a termine.

“Noi ci siamo ancora – prosegue Fachino – ma bisogna vedere quali saranno le sorti dalla Mondomarine che mettono a rischio 600 persone che lavorano nell’indotto”. Una situazione complessa visto che l’azienda, fino a poco tempo fa, era in buona salute. “Nel 2015 l’azienda ha festeggiato i cento anni e non ha mai attraversato una crisi come questa. Fino a due o tre mesi fa era piena di commesse – conclude Fachino – Il nostro problema è esclusivamente quello di una crisi finanziaria e nessuno ci vuole dire quale sarà la nostra sorte”-.

“Massima attenzione da parte della Regione Liguria sul futuro dei lavoratori e sulle eventuali manifestazioni di interesse da parte di potenziali investitori, alla luce dell’attuale crescita del settore della cantieristica dimostrata dai risultati positivi del salone nautico di Genova”. È quanto è stato espresso dagli assessori regionali allo sviluppo economico Edoardo Rixi e alle Politiche attive del lavoro Gianni Berrino durante l’incontro con i sindacati di Mondomarine. Gli assessori hanno inoltre confermato la partecipazione all’incontro in programma il prossimo 11 ottobre al ministero dello sviluppo economico a Roma.

LA STORIA DELL’AZIENDA – Mondomarine è una società specializzata nella costruzione di yacht di alta gamma in alluminio e acciaio. All’inizio degli anni 2000 ha rilevato i “Cantieri Campanella di Savona”: nel maggio 2013 il marchio Mondomarine e il sito produttivo sono stati rilevati da Roberto Zambrini e Alessandro Falciai che tra il 2015 e il 2016 acquistano anche Cantieri di Pisa (ex Baglietto). Il cantiere di Savona si estende su una superficie di 35.500 metri quadri, 9.500 dei quali sono coperti; dispone di 100 metri di banchina per ormeggio di maxi-yacht. Nel corso del 2016 iniziarono a manifestarsi segnali negativi, evidenziati dal ritardo dei pagamenti di alcuni fornitori e disaccordi con gli armatori per i ritardi della chiusura lavori. A gennaio 2017 sono gradatamente state sospese le attività di costruzione, gli armatori hanno cominciato a contestare lo stato di avanzamento lavori e a richiedere di poter portare gli scafi in altri cantieri. Da qui la richiesta di cig per 61 dipendenti su Savona e per 29 su Pisa. I 5 luglio 2017 l’Azienda ha predisposto la richiesta di concordato preventivo in continuità al Tribunale di Savona, il quale ha concesso i 60 giorni per la predisposizione del piano concordatario (90 per la sospensione estiva). Il cui termine scadrà il prossimo 5 ottobre. Il tribunale di Savona ha già provveduto a nominare tre Commissari Giudiziali. Il cantiere opera in area demaniale: la cui concessione è in scadenza il prossimo 31 dicembre; in ogni caso, l’Azienda ha predisposto istanza di rinnovo all’Autorità Portuale di Sistema.

 

MONDOMARINE

THE NEXT SEA LEVEL

 

RUITEN

 

STORIA

Sin dal principio, l’attività del cantiere spaziava dalle riparazioni alle trasformazioni fino alla costruzione navale vera e propria, garantendo un approccio flessibile al lavoro che si rivelerà fondamentale negli anni a seguire. Per decenni la fonte di lavoro principale per i Cantieri Navali Campanella fu la manutenzione delle navi che facevano scalo commerciale a Savona e quando l’attività marittima diminuì lo stabilimento fu in grado di partecipare anche ad attività destinate alla terraferma. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Campanella contribuì ad apportare migliorie alle navi da guerra della Marina Militare mentre, in seguito al termine del conflitto, investì le proprie energie nella ricostruzione di attrezzature ed edifici danneggiati così come nel rinnovamento della flotta mercantile italiana.

Gli anni ’50 furono gli anni della cosiddetta chirurgia navale, un’attività che divenne presto cruciale per il cantiere, coinvolto in complesse ed impegnative operazioni di riparazione e conversione.

Gli anni ’70 corrispondono a un periodo di ulteriore espansione del cantiere che, nel 1977 è completamente modernizzato e pronto a raccogliere nuove sfide.

Negli stessi anni il cantiere affronta il campo della costruzione di yacht, riscuotendo un immediato successo grazie anche al “Mohamedia”, uno yacht di 48 metri di proprietà dell’armatore Adnan Kashoggi che, nel 1975 venne insignito con un premio speciale dal Lloyd’s Register in quanto icona di qualità e modernità.

Gli ultimi decenni del ventesimo secolo hanno visto il cantiere confrontarsi con un periodo di crisi che ha coinvolto l’intero settore navale. Anche in questo difficile scenario i Cantieri Campanella sono stati in grado di mantenere un costante grado di attività e di uscire lentamente dal periodo di austerità che si erano trovati ad affrontare. Nei primi anni 90 la produzione si focalizzò sugli yacht in acciaio e alluminio, di lunghezza superiore ai 40 metri e totalmente personalizzabili, costruiti all’interno dei Cantieri Navali Campanella e firmati Mondomarine.

 

VIDEO STORIA AZIENDA

LINK MONDO MARINE

http://mondomarine.mc/?lang=it/

 

 

VIDEO I PIU IMPORTANTI YACHT

 

DESTINI (AMARI) PARALLELI

Malacalza e Falciai, quel flop milionario in banca di due imprenditori di successo

Vittorio Malacalza e Alessandro Falciai

 

 

 

 

 

 

Sono uniti da un destino amaro: aver scommesso parte delle loro fortune imprenditoriali sulla riscossa delle banche. Invece dovranno faticare non poco per rivedere anche solo una parte dei loro soldi investiti nelle azioni bancarie. E non sono spiccioli.

Loro sono Vittorio Malacalza, il patriarca della nota famiglia di imprenditori liguri; l’altro è Alessandro Falciai, il creatore in Italia delle torri di trasmissione per le tv poi cedute a EiTowers.

Entrambi imprenditori di successo nei loro campi, hanno tutti e due compiuto il passo falso di divenire banchieri. Mal gliene incolse.

 

RIASSETTI 21 luglio 2017

Carige, piano per cedere Npl e la piattaforma di gestione

La famiglia Malacalza è diventata primo azionista di Banca Carige nel corso del 2015. Lo ha fatto a tappe durante quell’anno. Il tutto dopo il disastro della gestione Berneschi. Istituto allo sbando, una delle banche più fragili e vulnerabili tra i big per l’alto peso dei crediti malati ereditati dalla gestione scellerata del suo ex dominus, quel Giovanni Berneschi finito poi in carcere.

Senza guida, con la Fondazione collassata, la famiglia Malacalza ha adocchiato quel che pensava fosse una facile opportunità. Dopo la defenestrazione di Berneschi e le prime pulizie delle sofferenze pareva che il peggio fosse passato.

In fondo il titolo, sull’onda del grave dissesto della banca ligure era precipitato a picco già dall’inizio del 2014 lasciando sul campo oltre tre quarti del suo valore. Nel 2015 il titolo continua a traccheggiare in discesa da 2 euro fino quasi a un euro. È l’occasione che la famiglia aspetta. I Malacalza comprano a più riprese: prima una quota dalla fondazione, poi comprano azioni dalla francese Bpce in uscita e partecipano all’aumento di capitale.

A fine del 2015 la potente famiglia ligure si trova a detenere il 17,6% del capitale della banca. La scalata ha successo: sono i primi soci. Il prezzo pagato per quel podio è di 264 milioni, il valore di costo dell’acquisizione delle 146 milioni di azioni della banca. Da allora comincia il calvario.

Il titolo precipita, non si ferma più. Le pulizie delle sofferenze erano in realtà solo all’inizio, il fabbisogno di capitale per reggere è ancora elevato e costringerà poco dopo a chiamare un nuovo aumento e mettere in campo cessioni di Npl e immobili. Oggi Banca Carige è inchiodata a 23 centesimi, una distanza siderale da quel valore medio di oltre 1,7 euro cui i Malacalza hanno in carico le azioni.

Di fatto tutta la banca capitalizza oggi 200 milioni e la quota del 17,6% dei Malacalza ne vale sul mercato 35 milioni. In meno di due anni le minusvalenze per la famiglia genovese sono di ben 230 milioni. Che ironia della sorte sono esattamente le plusvalenze incassate, sempre nel 2015, dall’uscita dei Malacalza da Pirelli. Un’operazione questa di grande successo.

La vendita delle azioni Pirelli ha fatto incassare 237 milioni di plusvalenze. Immediatamente impiegate dai Malacalza per diventare i primi soci di Banca Carige. Soldi guadagnati in un lampo e per ora tutti bruciati sull’altare della voglia di possesso della banca ligure.

Certo le cose domani potrebbero migliorare. Il titolo potrà risalire. Si dovrà fare un nuovo aumento di capitale e i Malacalza dovranno decidere se diluirsi o partecipare appieno all’avventura. Nella speranza di recuperare almeno in parte quello che oggi è un buco da oltre 200 miioni.

 

BANCHE 25 luglio 2017

Mps, in arrivo i decreti: lo Stato fra il 55 e il 70%

Stessa cifra, più o meno, è costata l’avventura dell’ex presidente della vecchia Mps (oggi nazionalizzata), quell’Alessandro Falciai che decise di investire pesantemente sul riscatto di Mps.

Falciai ha cominciato infatti a investire sui titoli della banca toscana nel 2014. Piccoli pacchetti fino ad accumulare una quota che è arrivata a valere l’1,8% del capitale. A fine del 2014 risultava possedere, secondo la relazione sulla remunerazione, 84 milioni di titoli della banca detenute dalla sua Millenium Partecipazioni srl. Era l’anno dell’ennesimo buco della banca con un passivo di oltre 5 miliardi nel conto economico.

Forse Falciai, reduce da una storia di grande successo imprenditoriale con la sua Dmt, la società delle Torri di trasmissione fusa per incorporazione con la EiTowers e che gli ha consentito di uscire nel 2013 con una pluvalenza personale di 150 milioni, pensava che quella banca così malmessa avesse toccato il fondo e potesse solo rinascere.

Non è stato così. Ma a questo punto la mossa Falciai l’aveva già fatta. E non poteva tornare indietro. Nel 2015 prosegue lo shopping avviato l’anno prima. Compra azioni sia in aumento di capitale (l’ennesimo) sia subito dopo per un esborso complessivo di altri 57 milioni. Sommati agli acquisti del 2014 risulta, da fonti contattate da Il Sole 24Ore, che l’intero investimento in Mps sia costato circa 200 milioni. Ora tutto è annullato. Con l’ingresso pesante dello Stato con l’ultimo aumento di capitale i vecchi soci sono di fatto spariti. Falciai raccontò a Il Sole24Ore un anno fa, prima che gli eventi precipitassero, che quell’investimento così ingente era tutelato dal rischio. Falciai infatti aveva sottoscritto un collar, un derivato che implica la vendita di un’opzione call sulle azioni Mps e il contemporaneo acquisto di un’opzione put a protezione ovviamente dell’investimento. Un’operazione fatta con una banca d’affari straniera, che scadrà nel 2019, a costo zero per Falciai che ha pagato il costo della put con l’incasso della vendita della call. Un paracadute insomma che allora avrebbe salvaguardato il valore dell’investimento.

Non è dato sapersi come sia andata a finire con la banca d’affari che gli ha venduto la protezione. Forse è riuscito a limitare i danni. Ma certo la lauta plusvalenza dalla cessione della sua Dmt a Ei Towers poteva prendere un’altra strada. Più proficua dell’investimento nella disastrata banca toscana. Ma con il senno di poi è tutto più facile.

 

ECCO CHI E’ ALESSANDRO FALCIAI, IL NUOVO PRESIDENTE DI MONTEPASCHI – LIVORNESE, INGEGNERE AERO-SPAZIALE, DEVE LA SUA FORTUNA ALL’AZIENDA CHE HA FONDATO NEL 2000, LA DIGITAL MULTIMEDIA TECHNOLOGIES PROPRIETARIA DI TORRI DI TRASMISSIONE – È CON LA CESSIONE DEL 39% DELL’AZIENDA ALLA EI TOWERS DI BERLUSCONI CHE FALCIAI DIVENTA “MOLTO LIQUIDO” CON 400 MILIONI IN TASCA

 

Fausta Chiesa e Fabrizio Massaro per il “Corriere della Sera”

ALESSANDRO FALCIAI

Alessandro Falciai sarà il nuovo presidente di Mps. Sul nome dell’ imprenditore, già membro del board, presidente del Comitato nomine e azionista della banca con l’ 1,8% circa, è confluito il consenso dei grandi soci Fondazione (1,5%), Tesoro (4%) e Axa (3,17%).

La candidatura dovrebbe essere ufficializzata stamattina e Falciai dovrebbe essere eletto presidente all’ assemblea del 24 novembre, nella quale i soci dovranno approvare anche l’ aumento di capitale da 5 miliardi di euro necessari al terzo salvataggio della banca. Prenderà il posto di Massimo Tononi, che ha presentato le dimissioni un mese fa subito dopo l’ uscita di scena dell’ amministratore delegato Fabrizio Viola, in polemica con le modalità della sostituzione con Marco Morelli.

ALESSANDRO FALCIAI

Nei giorni scorsi erano stati sondati i consiglieri Roberto Isolani (non disponibile per i suoi incarichi in Bsi) e Antonio Turicchi, il quale scontava il fatto di essere un dirigente del Tesoro. Anche Falciai non si era dato inizialmente disponibile, ma attorno a sé ha coagulato il consenso dei soci e dei consiglieri. Un consenso che si è guadagnato sul campo da presidente del Comitato nomine. Fra le altre partite delicate, è stato Falciai a gestire anche i rapporti con la Bce e quando si è trattato di trovare il sostituto di Viola. Intanto prosegue l’ attività di Marco Morelli nella ricerca di investitori.

ALESSANDRO FALCIAI

Nel primo roadshow, l’ amministratore delegato avrebbe riscontrato un interesse potenziale da parte di alcuni fondi sovrani del Golfo Persico, in particolare Qia del Qatar. Ma molti altri investitori – come ha rivelato la stessa banca nella relazione per l’ assemblea – hanno posticipato ogni decisione a dopo il referendum del 4 dicembre. Sul mercato le incertezze relative al successo della ricapitalizzazione hanno provocato nell’ ultima settimana un nuovo crollo del titolo: solo venerdì 4 novembre ha perso un altro 9,17% a 21 centesimi per azione. Attualmente il gruppo vale in Borsa meno di 620 milioni di euro.

In settimana Morelli riprenderà il roadshow in direzione Londra, Singapore e Hong Kong, ma prima (è cioè domani) andrà a Roma in Consob, che vuole chiarimenti su cosa sia successo con il progetto di salvataggio proposto – e poi ritirato – da Corrado Passera.

Sempre dalla relazione all’ assemblea è emersa una nuova ispezione della Bce, che è iniziata a maggio e finirà a dicembre.

ALESSANDRO FALCIAI

L’ obiettivo è quello di verificare la qualità del portafogli crediti. Domani, intanto, scade il termine ultimo per presentare le offerte vincolanti per la piattaforma Juliet, che gestirà crediti deteriorati. In «pole position» ci sono i gruppi Cerved e DoBank-Italfondiario .

2 – DALLA CESSIONE DELLE TORRI TV A BERLUSCONI, A UN PATRIMONIO DI 400 MILIONI

Fausta Chiesa per il “Corriere della Sera”

Prima top manager, poi imprenditore, oggi uomo d’ affari. Alessandro Falciai – 55 anni, livornese, ingegnere aero-spaziale, figlio e nipote di ammiragli della Marina ed ex ufficiale dell’ Accademia navale – deve la sua fortuna all’ azienda che ha fondato nel 2000, la Digital Multimedia Technologies proprietaria di torri di trasmissione. È con la cessione – avvenuta nel gennaio 2012 – della quota pari al 39% in Dmt alla Ei Towers di Silvio Berlusconi che Falciai è diventato un uomo «molto liquido» e si è costruito un portafoglio stimato oggi in circa 400 milioni.

EI TOWERS LANCIA OPA SU RAIWAY

Nel portafoglio c’ è l’ 1,8% di Mps, banca in cui ha cominciato a investire dopo il primo aumento del 2014 e dove è «salito» con tranche successive sottoscrivendo pro-quota il secondo aumento del 2015. Mps è l’ unica quota strategica e di medio-lungo periodo, ma gli investimenti sono diversificati e suddivisi in tre grandi gruppi: finanza, private equity e immobiliare sono le tre gambe su cui ha costruito il portafoglio, con un net asset value distribuito al 40% nelle partecipazioni finanziarie, per un altro 40% nel private equity e un restante 20% nel real estate.

MPS

L’ uomo d’ affari livornese si è costruito sotto traccia una piccola galassia di partecipazioni. Nel capitolo «finanza» ci sono anche altre quote del valore di qualche milione di euro ciascuna. Titoli selezionati dal cugino Roberto Russo, amministratore delegato di Assiteca sim, la società di consulenza finanziaria indipendente creata nel settembre 2012. La sim è di maggioranza in capo a Falciai e sono soci anche il cugino e Assiteca spa, società di brokeraggio assicurativo quotata all’ Aim presieduta da Luciano Lucca.

Parte della liquidità Falciai l’ ha messa anche nell’ antica passione, le barche. Nell’ estate 2013 ha comprato l’ 80% di Mondo Marine e poi i Cantieri di Pisa a maggio di quest’ anno. Infine il «mattone». Ha comprato immobili dove aveva lavorato in gioventù, cioè in America Latina e a Panama. Poi ha investito in Svizzera, in Spagna e in Italia, dove ha un palazzo a Roma e terreni agricoli in Toscana. Tutti asset che fanno capo alla holding finanziaria «Millenium Partecipazioni», fondata nel 2000 a Milano, dove Falciai vive.

PERSONAGGIO
Alessandro Falciai in navigazione tra yacht di lusso e le secche di Mps
A GIUGNO DOVRÀ SBORSARE 50 MILIONI PER DIFENDERE IL SUO 1,7%. MA I CONTI TRIMESTRALI DOPO TRE ANNI SONO TORNATI IN POSITIVO, E L’ISTITUTO S’APPRESTA A RICAPITALIZZARE E RESTITUIRE I MONTI BOND, PRIMA DELL’AGGREGAZIONE CHIESTA DALLA BCE

 

A lessandro Falciai ha fatto un sogno. Si reincarnava nell’epigono italiano di Warren Buffett e inseguiva la gloria economica nei luoghi bui. Come al Monte dei Paschi, il triangolo delle Bermude di Piazza Affari che in un decennio ha bruciato altrettanti miliardi degli azionisti. Finora nessuno lo sta svegliando: anche se dopo un anno il suo 1,7% nella banca senese è sott’acqua, e a giugno dovrà sborsare 50 milioni per difenderla, i conti trimestrali dopo tre anni sono tornati in positivo, e l’istituto s’appresta a ricapitalizzare e restituire i Monti bond, prima di affrontare l’aggregazione chiesta dalla Bce in piedi e non in ginocchio. «C’è stato un momento, verso fine 2014, in cui poteva arrivare qualunque investitore e con 200 milioni comprarsi il 10% di Mps, nominare il cda e fare quel che voleva – ricorda l’ex manager di Stet, Mediaset e Dmt avremmo venduto la banca a prezzo vile. Oggi si discute su altri termini e senza più la pistola alla tempia». Forse quel qualcuno era Ubi, ma ha tentennato. Frattanto il Monte ha superato gli ostacoli del caso e da metà aprile, quando la lista Falciai ha imbarcato ben quattro consiglieri su 14 nel nuovo cda, l’ufo dell’azionariato senese sta diventando un coprotagonista della governance e degli assetti senesi. Da allora siede a pieno titolo nel quintetto (con i tre pattisti Fondazione Mps, Btg Pactual, Fintech, più Axa) dei soci che dopo l’estate dovranno decidere il successore di Alessandro Profumo
e il partner bancario con cui continuare la storia plurisecolare del Monte. Il contributo di Falciai vuol essere di socio di minoranza che ha messo soldi propri e collabora con gli altri soci «nel comune obiettivo di far uscire la banca più rapidamente e meglio possibile da questa situazione». Sembrano scopi normali e anzi banali di business: non lo sono trattandosi di Mps, l’epicentro del groviglio armonioso per decenni nelle mani del centrosinistra e dei settarismi locali. Anche tra le file manageriali è stata, piacevolmente, notata la migliore qualità del nuovo cda, il fatto che sia in gran parte composto da gente che ci ha messo i soldi, e che gli interessi inizino ad allinearsi. La terza vita dell’imprenditore di Livorno – ma milanese di adozione – è quella di gestore di una holding di imprese e partecipazioni che valgono alcune centinaia di milioni, che cerca di emulare il mito degli investitori valuee come loro di comprare titoli e attività al disotto del loro valore intrinseco, per vederle apprezzate nel lungo termine. Poiché l’uomo si riconosce «una propensione al rischio, e una capacità di visione che spesso mi ha permesso di puntare su attività che tanti intorno a me disprezzavano». I campi di attività sono disparati. Cominciò tre anni fa con l’acquisto del cantiere nautico Mondomarine sull’orlo del fallimento «quando tutti si facevano il segno della croce a sentir parlare di barche, mentre in breve la nautica è tornata in auge, perché è la sintesi di tutte le più alte artigianalità italiane». Forse nella scelta ebbe un ruolo il fatto di esser figlio e nipote di ammiragli della Marina, dove a vent’anni ha prestato il servizio militare e seguito il corso in Accademia navale sul veliero Amerigo Vespucci. Sta che in tre anni le sue maestranze nautiche si sono decuplicate, e ora Falciai ci riprova con i Cantieri di Pisa, ramo aziendale appena rilevato da Baglietto con i suoi 32 dipendenti. «Nel giro di 2-3 mesi renderemo il sito produttivo perfettamente operativo ha detto Falciai – stiamo lavorando sul design per rivisitare i marchi Cantieri di Pisa e Akir e abbiamo in mente di allungare la linea in alluminio oltre i 50 metri, perché potrebbe esserci una domanda di mercato molto interessante ». Falciai ha promesso «svariate decine di nuove assunzioni», sotto gli occhi lieti del segretario della Cgil pisana Gianfranco Francese, che ha parlato di «gruppo serio e solido animato da grande entusiasmo, sensazioni che provano anche i dipendenti, vogliosi di ricominciare a lavorare dopo cinque anni di fermo». Toni da anni Sessanta. Il vero esame di maturità, non per le cifre quanto per le asperità, è però l’investimento nella banca senese. Falciai lo sa, e ha preparato meticolosamente l’assemblea di metà maggio e i sodali da portare in cda. «Mi considero un uomo razionale: un classico ingegnere, cartesiano – racconta – Quando devo prendere una decisione, metto in fila tutti i pro e contro del caso. Tuttavia la scelta finale la prendo sempre di pancia: il resto è collaterale. Sul dossier Mps la pancia è stata la voglia di cogliere una sfida, vedendo un barlume di possibilità di riscatto in un marchio e una banca dalla quale tutti sembravano scappare». Nell’assemblea Mps del 16 aprile per rinnovare il cda e votare l’aumento, Falciai ha toccato con mano la nota ostilità dei soci senesi, e anche un po’ del management, che ha abbozzato qualche schermaglia procedurale per evitare che la sua holding Millenium Partecipazioni prendesse troppo spazio con il suo 1,7%. Tuttavia è riuscito a battere senza sforzo la lista Axa, che partiva con il doppio dei suoi voti (3,17% il pacchetto francese in Mps) e ha raccolto il 12%, contro il 15,9% di Millenium. Questo sorpasso, unito alla vistosa assenza di una lista Assogestioni delle minoranze – eppure si tratta dell’emittente che ha chiesto più denaro a Piazza Affari nel decennio, perdendolo – ha permesso a Millenium di fare l’en plein e aggiudicarsi la presidenza dei comitati nomine e remunerazioni e un membro del collegio sindacale. Da allora Falciai ha nel Monte quasi la stessa rappresentanza dei tre pattisti, che controllano il 9% della banca e da quel passaggio hanno raffreddato i rapporti tra loro; anche se non sembrano alle viste rinnovi o ampliamenti del patto che ha partorito la governance attuale in banca. La timorosa diffidenza dell’ambiente verso il nuovo arrivato, dopo un mese di riunioni frequenti, sembra mitigata: «Dopo una dialettica interna assolutamente costruttiva, il management ha ampiamente riconosciuto il nostro atteggiamento senza pregiudizi, e io mi sento già parte della famiglia – racconta il nuovo socio – Lavoriamo tutti senza vincolo di mandato e in sincrono al fianco di due professionisti come Viola e Profumo, senza cui la banca oggi non ci sarebbe più». Proprio la successione di Profumo, che intenderebbe lasciare ai primi d’agosto, dopo la seconda trimestrale, ha fatto mormorare che Falciai ambisse alla successione. Lui nega: «Credo che Profumo sia molto più adatto di me, e per questo gli chiederò fino all’ultimo di restare: comunque non sono interessato al ruolo». L’altro cimento dei consiglieri Mps sarà preparare il terreno all’integrazione che la Bce vorrebbe abbozzata fin da luglio. Qui Falciai è più versato, e attento a non disperdere il valore delle sue quote. Basta vedere chi s’è portato in cda: Stefania Bariatti, socia dello studio Chiomenti attiva su diritto della concorrenza, contenzioso e arbitrato; Daniele Bonvicini, legale dello studio Rödl&Partner esperto di m&a, mercato dei capitali e diritto bancario; Maria Elena Cappello, un passato da manager delle infrastrutture tra Italtel, Hp, Pirelli, Nokia. Poi c’è la sua esperienza nelle prime due vite. La prima, che dal 1988 al 1997 lo vide architettare, da direttore per l’America Latina della Stet, la ragnatela di partecipazioni in Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Cuba. «Con quelle acquisizioni Stet diventò più forte di Telefonica nel continente – racconta – poi sono arrivate le gestioni dei venditori». La seconda, dal 1997 al 2011, da manager Mediaset e poi imprenditore di Dmt, che con un decennio di anticipo cercava di creare il polo unico delle torri di telecomunicazione nel paese. Riuscì a fare una trentina di piccole acquisizioni intermedie, ma poi gli dissero “no grazie” gli operatori più grandi di lui: da Rai a Telecom, da Wind a Mediaset. Finché non dovette vendere lui, alla Ei Towers del gruppo di Silvio Berlusconi. «In carriera di m&a ne ho fatti una quarantina – dice Falciai – e l’abc è sempre simile: conti in ordine e business plan affidabile, una seria due diligence, e l’autonomia negoziale e di giudizio che deriva dal poterne fare a meno». Sempre che l’Eurotower vorrà concedere al Monte tutta questa libertà. Qui sopra, Alessandro Falciai visto da Dariush Radpour Tramite la sua Millenium Partecipazioni, Falciai controlla l’1,7 per cento di Mps

La parabola di Falciai
Chi è l’uomo che cura la diffusione dei canali Mediaset.

Alessandro Falciai ha sempre avuto un rapporto speciale con Silvio Berlusconi. Il 50enne rampante livornese è uno dei tanti imprenditori cresciuti all’ombra del Cavaliere. Il suo nome è quasi sconosciuto alle cronache mondane e al grande pubblico, ma è lui l’uomo che gli italiani devono ringraziare (o maledire, dipende dai punti di vista) se, da Bolzano a Vallo della Lucania, riescono a vedere Striscia la Notizia, Grande Fratello o Amici.
Il merito, infatti, è tutto di Falciai: classe 1961, dopo un master in business administration all’Insead e vari incarichi in aziende di telecomunicazioni in giro per il mondo, è approdato come top manager alla corte di Re Silvio, nella Elettronica Industriale. Che non è un’azienda qualsiasi della galassia Fininvest. Dietro il nome pomposo c’è il cuore pulsante tecnologico dell’impero di Berlusconi, la rete di trasporto e diffusione del segnale dei canali Mediaset. Falciai aveva capito che il business era strategico e a un certo punto decise per il gran salto: mettersi in proprio.
FALCIAI SI METTE IN PROPRIO. Nel 2000 fondò Dmt, da una costola della Elettronica Industriale, e nel 2004 sbarcò a Piazza Affari, arrivando all’apice del suo successo.
La verità però era che Dmt rimaneva un’azienda legata a doppio filo con Mediaset, ancora un satellite in orbita attorno alla galassia Berlusconi.
Il Biscione, del resto, pagava l’affitto delle torri tivù. Tra gli specialisti della finanza Dmt veniva considerata un’azienda captive, fidelizzata. Aver trasferito una parte delle apparecchiature di trasmissione in Dmt ha significato per Berlusconi farle rimanere in mani amiche.
Come altri epigoni del Cavaliere di Arcore, Falciai sembrava ricalcare anche fuori dal lavoro lo stile di vita del suo idolo: il mondo del gossip parlava di una predilezione per le belle donne e per le barche di lusso.
A un certo punto Falciai tentò pure il gran colpo: voleva prendersi tutta la Elettronica Industriale, ma le cose non andarono come il toscano sperava. Anzi Mediaset, un po’ innervosita, bollò come unsolicited, non richiesta, l’offerta. Era il 2007 e da quel momento qualcosa sembrò a rompersi nella liason: d’altronde non si arriva così in alto, a prendersi pezzi dell’impero Mediaset, se non si è nelle grazie dell’uomo più ricco e potente d’Italia.

La crisi di Falciai: la caduta in Borsa di Dmt
Nonostante il mezzo passo falso, il cocciuto toscano ha avuto modo di dimostrarsi ancora a disposizione del Cavaliere, andando in soccorso di Fininvest. La holding che controlla l’impero del Biscione di Arcore si era ritrovata col bubbone delle Pagine Utili, il fallimentare tentativo di fare concorrenza alle Pagine Gialle. Fu Falciai a intervenire per togliere le ‘castagne dal fuoco’.
L’imprenditore rilevò le Pagine Utili, facendo un favore non da poco a Berlusconi, e Fininvest incassò i soldi sbarazzandosi di un’attività in perdita. Il manager toscano ebbe il pudore e la correttezza, comunque, di farlo con una società personale e di non far pagare al mercato, usando la Dmt.
La prima cosa che fece Falciai, fresco proprietario degli elenchi telefonici, non fu risanare l’azienda, ma, dopo appena sette mesi, portò i libri in Tribunale. La voce che circola è che abbia comprato l’azienda per fare il ‘lavoro sporco’.
DMT IN PERDITA. Poco dopo, però, le cose iniziarono a non andare per il verso giusto nemmeno in Dmt.
Due anni fa Ubs, la potente banca svizzera che aveva prestato soldi a Falciai, il quale aveva dato a garanzia proprio azioni Dmt, rivolle indietro la somma. Il titolo crollò in Borsa e qualcuno pensò che dietro le quinte ci fosse qualcuno intenzionato a scalzare Falciai.
Non accadde nulla di tutto ciò, ma tuttavia Dmt iniziò ad annaspare. Il bilancio 2009, infatti, si è chiuso in perdita e forse lo sarà anche quello del 2010.
Colpa di una divisione che andava male e che mesi fa è stata venduta, eppure il mercato ha continuato a rimanere freddo.
Mediaset continua a essere uno dei principali clienti di Falciai, ma Dmt sembra aver perso lo smalto di un tempo. Il fatto è che l’azienda non è oggi né carne né pesce: con la quotazione sono finiti nelle casse circa 100 milioni di euro, ma quei soldi di fatto non sono mai stati spesi per il big deal che gli investitori si aspettavano. E il mercato, che ha sempre avuto simpatia per lui, anche perché le torri televisive sono un tipo di attività anticiclica, ora si domanda se abbia ancora un senso scommettere su Falciai.

Pagine Utili (agli speculatori)

Tra le tante migliaia di disoccupati che la televisione del regime piduista nasconde, c’é anche la realtà di 40 cassintegrati di Pagine Utili, edito da Mondadori. Si sono riuniti in protesta a Milano in via Paleocapa, davanti alla storica sede della Fininvest per chiedere garanzie al loro futuro.

La storia

La vicenda riguarda la Pagine Utili srl della Società Editoriale Annuaristica Srl, costola di Publitalia e del gruppo Fininvest, il cui fondatore e amministratore delegato era il co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell’ Utri.

Pagine utlili, nonostante gli utili li facesse davvero, é stata sempre mantenuta in perdita per poter usufruire dell’ aiuto economico di Fininvest, che in questo modo faceva girare ingenti somme di denaro a fronte di un formale giustificativo.
Esaurito lo scopo del giochetto Pagine utili é stata ceduta in due trance all’ ingegner Alessandro Falciai, già proprietario di DMT, che nell’aprile del 2008, con pochi spiccioli, l’ha acquisita accollandosi 40 milioni di euro di debiti. Dopo l’acquisto, Falciai ha subito speso altri 495 mila euro per ristrutturare l’azienda, che ha poi messo in liquidazione il 29 dicembre 2008. Dopo soltanto 8 mesi.

I lavoratori, che in quel periodo erano in ferie obbligate, hanno saputo della messa in liquidazione di Pagine utili da un articolo apparso sul “Sole 24 ore”. Sempre in quei giorni l’amministratore delegato della società é stato ricollocato alla DMT di Falciai, mentre altri dirigenti e funzionari sono tornati in Publitalia. Un altro ancora é finito all’ Expo 2015 per la modica cifra di 240 mila euro l’anno. Dirigenti che hanno continuato a percepire gli emolumenti anche dopo la messa in liquidazione di Pagine utili, che nel frattempo sono sparite dalla circolazione. Tra loro anche i senatori Massimo Palmizio e l’ex Romano Comincioli, entrambi del Pdl.

I 40 lavoratori cassintegrati dall’aprile del 2009, sono sul piede di guerra perché ritengono di essere stati usati da una società “servita a garantire loschi interessi di speculatori senza scrupoli”. Oggi, nonostante le promesse, si ritrovano senza prospettive di impiego. Perciò si sono riuniti in protesta davanti alla sede Fininvest di via Paleocapa a Milano.
Dall’ultimo incontro avvenuto in Confcommercio il 14 maggio tra sindacati e dirigenza, non sono emerse iniziative da parte dei dirigenti Publitalia per ricollocare i dipendenti. Che rimarranno in cassa integrazione fino a fine 2010. Dopo di ché, salvo miracoli, dovranno arrangiarsi.

 

PUNTATENEWSLETTERSCRIVIREPORT EXTRA. I TELE-ABUSIVI SULLA TORRE DI RADETZKY DI Giulio Valesini, Sigfrido Ranucci

VIDEO REPORT

http://www.rai.it/dl/Report/extra/ContentItem-95d54a33-3721-4037-95d3-258558b29747.html

Report Extra. I tele-abusivi sulla torre di Radetzky
Da 40 anni decine di editori eccellenti occupano abusivamente il monumento di Verona vincolato dalla Sovrintendenza. L’anticipazione dell’inchiesta nella prima puntata della nuova stagione di Report, in onda domenica alle 21.45 su Rai3
Un’incredibile storia di abusivismo, che una volta tanto non riguarda il sud Italia, ma la civilissima Verona. Quaranta editori, alcuni eccellenti, hanno per decenni occupato abusivamente un monumento nell’indifferenza delle istituzioni, installando ripetitori, piazzando tralicci ma, soprattutto, violando il vincolo di tutela della Sovrintendenza.
Il monumento è di proprietà del demanio che nel lontano ’68 l’ha lasciato in gestione al comune di Verona, con l’impegno però che non ne fosse modificato lo stato. Negli anni invece ci si sono infilati gli abusivi. Tra questi c’è il gruppo Athesis, presieduto da Gianluca Rana, figlio di Giovanni, di proprietà degli industriali di Verona e Vicenza. Sopra la Torricella Massimiliana ci sono anche i ripetitori della Dmt di Alessandro Falciai, diventata poi Ei Towers, della famiglia Berlusconi, e quelli di Telenuovo, tra i cui proprietari c’è Luigino Rossi: per 20 anni editore del Gazzettino Veneto e proprietario della casa di moda che produce scarpe di lusso.
Il demanio ha chiesto i canoni arretrati anche alla Telecom, che trasmette le trasmissioni di La7, e alla Beta Television, di Vittorio Cecchi Gori, diventata poi Mtv Italia. Nel lungo elenco figurano anche Radio Padania Libera e Radio Universal di Giampaolo Bassi, ex Lega Nord. Abusive anche le antenne di Raimondo Lagostena, titolare di Telecampione, di Lucio Garbo di Canale Italia, di Teleradio edizioni, editore di Radio Adige, e persino di Telepace. Anche l’esercito americano ha piazzato dal 2001 i ripetitori per il segnale della sua base di Vicenza.
Ora il Demanio ha chiesto a Flavio Tosi, amministratore della città nell’ultimo decennio, di restituire il monumento libero dalle antenne e da 10 anni chiede agli abusivi di pagare i canoni arretrati e di risarcire lo Stato per gli ingenti danni provocati al monumento. Ma fino ad ora nessuno ha mai pagato, né pare abbiano intenzione di farlo. Report nella puntata di domenica sera racconterà quest’incredibile vicenda attraverso documenti inediti e svelerà quanto devono pagare gli abusivi al demanio.

 

YACHTING

La crisi di Mondomarine travolge l’indottoSavona – La crisi del big savonese della nautica Mondomarine rischia di trascinareverso il baratro altre aziende dell’indotto. È il caso della società pisana Arredamenti c&d, che ha presentato un’ingiunzione di pagamento all’azienda ligure ottenendo un primo parere favorevole dal giudice

Savona – La crisi del big savonese della nautica Mondomarine rischia di trascinare verso il baratro altre aziende dell’indotto. È il caso della società pisana Arredamenti c&d, che ha presentato un’ingiunzione di pagamento all’azienda ligure ottenendo un primo parere favorevole dal giudice. E non è l’unico fornitore a trovarsi in difficoltà e a rischiare di chiudere i battenti.
Due settimane fa Mondomarine ha chiesto di avviare la procedura di cassa integrazione straordinaria per un centinaio di dipendenti, divisi tra gli storici cantieri Campanella di Savona e la sede di Pisa. I lavoratori hanno scioperato, il 17 marzo, ottenendo la riduzione dalle iniziali 13 a quattro delle settimane di Cig. Una fase delicata nella storia ultracentenaria di Mondomarine, anche se fonti vicine all’azienda assicurano che, «una volta ottenuto il via libera dalla banche per la ricapitalizzazione, la situazione potrebbe migliorare».
Ma il tempo rischia di essere tiranno, soprattutto per quelle realtà imprenditoriali che gravitano nell’indotto. È il caso della pisana Arredamenti c&d: nell’estate del 2015 sottoscrive con Mondomarine un contratto di fornitura da 270mila euro per la produzione e il montaggio dei soffitti e della mobilia esterna dello yacht Ipanema, fuoriserie del mare da 50 metri. Arrivano altri contratti ma, a inizio 2017, iniziano a esserci i primi problemi sui tempi di pagamento.
«Ci siamo resi conto delle difficoltà economiche e anche noi, come altri, abbiamo deciso di fermare i lavori. – spiega il titolare, Roberto Ciampi – A quel punto abbiamo ottenuto una lettera di patronage firmata dall’allora presidente di Mondomarine, Alessandro Falciai, come garanzia fino a 200mila euro». La lettera di patronage (una sorta di fidejussione) è datata maggio 2016 e reca in calce la firma dell’attuale presidente di Mps, a quel tempo alla guida di Mondomarine. Restano però ancora 120 mila euro di pendenze: Arredamenti c&d presenta un’ingiunzione di pagamento e, il 3 gennaio, il giudice le dà ragione. Mondomarine presenta ricorso e il 28 giugno si terrà la prima udienza del processo. Intanto, la ditta di Ciampi rischia di fallire.
«Non abbiamo più tempo, dobbiamo pagare banche e fornitori. Siamo una piccola azienda e rischiamo il fallimento. Nell’area del Pisano non siamo gli unici».

 

Il Signore delle Torri sospeso tra Montepaschi e FCA
II personaggio Ritratto di Alessandro Falciai, che ha venduto a Berlusconi Dmt, mettendo in tasca 400 milioni___ H Signore delle Torri sospeso tra Montepaschi e Fca Ecco dove ha investito la liquidità ricavata: in portafoglio c’è anche Gazprom, Saipem e molti immobili, anche all’estero Riservato, oculato e attento a rispettare la regola numero uno della finanza: la diversificazione. Prima top manager, poi imprenditore, oggi uomo d’affari. Alessandro Falciai, ex mister «torri» e oggi mister (quasi) 2% di Mps, dopo la cessione della sua Dmt alla Ei Towers di Silvio Berlusconi a gennaio 2012 si è costruito un portafoglio stimato oggi in circa 400 milioni di euro. Tutti asset, compresa la quota dell’1,9 per cento nel Monte, che fanno capo alla holding finanziaria Millenium Partecipazioni, fondata il primo gennaio del 2000 a Milano e che tuttora ha sede sotto la Madonnina. È con la cessione – avvenuta in più step – della quota pari al 39% in Digital Multimedia Technologies che Falciai diventa un uomo «molto liquido». La società viene valutata quasi 320 milioni di euro. Ma, con il cash intascato, che cosa ha comprato oltre a Mps? Parte dei soldi in Italia – e non è un mistero – li ha messi nell’antica passione, le barche. Nell’estate 2013 ha comprato l’80 per cento di Mondo Marine – che aveva conosciuto come cliente per un intervento di manutenzione del suo yacht – e i Cantieri di Pisa a maggio di quest’anno. Se queste sono le operazioni più note, in realtà l’uomo d’affari livornese – figlio e nipote di ammiragli della Marina ed ex ufficiale dell’Accademia navale – sottotraccia si è costruito una piccola galassia di partecipazioni: finanza, private equity e immobiliare sono le tre gambe su cui è stato costruito il portafoglio, con un net asset value distribuito al 40 per cento nelle partecipazioni finanziarie, per un altro 40 per cento nel private equity e un restante 20 per cento nel real estate. La prossima mossa più probabile, attesa forse già nell’anno che sta per cominciare, è la quotazione al Nasdaq di Qardio, una bio-tech nata a Londra tre anni fa di cui è socio al 10 per cento. Ma nel pacchetto di private equity dell’ex « mister torri» so- no entrate anche altre attività tech, u fiuto di Falciai lo ha indotto a puntare su un’altra società del settore, la Hyperstem di cui è socio (con il 15%) assieme a un guru delle staminali, Angelo Luigi Vescovi, professore di Biologia cellulare all’Università Bicocca di Milano. Nata nel dicembre del 2014 a Lugano, Hyperstem è attiva nel mercato delle staminali e nello sviluppo di terapie innovative. Parte della liquidità ha finanziato anche la creazione della società di energie rinnovabili Air Light Energy, che ha sede nel Canton Ticino e di cui ha il 25 per cento. Poi c’è la finanza, con Mps unica quota strategica e di medio-lungo periodo e dove Falciai si aspetta di recuperare la perdita in Borsa: le azioni Mps hanno un valore di carico di circa il 15% superiore ai valori attuali. Ma ci sono anche altre piccole partecipazioni, del valore di qualche milione di euro ciascuna, in Fca (in carico a 6,5 euro e che oggi vale circa 12,8), Gazprom e Saipem, entrambe in carico su valori attuali. Titoli selezionati dal cugino Roberto Dopo le tlc ha diversificato: finanza ma anche biotech e mattone Russo, amministratore delegato di Assiteca sim, la società di consulenza finanziaria indipendente creata nel settembre 2012 con i soldi di Falciai. La sim è di maggioranza in capo a Falciai e sono soci anche il cugino e Assiteca spa, società di brokeraggio assicurativo quotata all’Aim presieduta da Luciano Lucca. Infine il «mattone». Nel real estate Falciai ha comprato immobili dove era di casa, cioè in America Latina e a Panama. Poi è arrivato in Europa: in Svizzera, in Spagna e in Italia, dove ha un palazzo a Roma e terreni agricoli in Toscana. Per ora è tutto. Ma arriveranno altre acquisizioni, perché la liquidità incassata con la cessione di Dmt non è ancora finita ed è incrementata dai profitti derivanti dagli asset. Millenium Partecipazioni ha chiuso il 2014 con un utile di 50,8 milioni di euro interamente riportato a nuovo che si aggiunge a 2,4 milioni di prolfitto da esercizi precedente. In futuro, sono attesi altri investimenti nelle bio-tecnologie, nell’immobiliare in Italia e Spagna (turismo) e nella nautica sempre in Italia. Ma qui sembra essere esclusa l’acquisizione di altri brand. FAUSTA CHIESA • Alessandro Falciai è a capo di una holding finanziaria, Millenium Partecipazioni srl, con un portafoglio di asset del valore di circa 400 milioni • Tra gli asset, c’è anche una quota di Banca Mps vicina al 2 per cento i Livornese, 54 anni, è laureato in ingegneria aerospaziale • Nel 2000 ha ‘- fondato Dmt (Digital y Multimedia * Technologies), che ha i quotato a Piazza Affari e che a inizio 2012 ha venduto a Ei Towers Millenium Alessandro Falciai

 

IL NEO-PRESIDENTE MPS ALESSANDRO FALCIAI HA INVESTITO 200 MILIONI DI SOLDI SUOI (CHE ORA VALGONO 14) NELLA BANCA SENESE MA PER “COPRIRSI” DALL’INVESTIMENTO AVREBBE SOTTOSCRITTO UN DERIVATO-PARACADUTE CON UNA BANCA D’AFFARI STRANIERA: HA RINUNCIATO A POSSIBILI GUADAGNI DAL RIALZO MA SI È COMPRATO UNA COPERTURA DI GARANZIA SUI RIBASSIw

 

Sale sullo scranno più alto della banca nel momento più delicato per Mps. Il futuro presidente Alessandro Falciai avrà il suo bel daffare. Ma lo sprone deriva anche dal fatto che Falciai ha messo soldi suoi nella banca. Ha investito circa 200 milioni che oggi sulla carta ne valgono solo 14. Ma Falciai si è già fatto il paracadute.

Falciai ha cominciato infatti a investire sui titoli della banca toscana nel 2014. Piccoli pacchetti fino ad accumulare una quota che oggi vale l’1,8% del capitale.  A fine del 2014 risultava possedere, secondo la relazione sulla remunerazione, 84 milioni di titoli della banca detenute dalla sua Millenium Partecipazioni srl. Era l’anno dell’ennesimo buco della banca con un passivo di oltre 5 miliardi nel conto economico.

Forse Falciai, reduce da una storia di grande successo imprenditoriale con la sua Dmt, la società delle Torri di trasmissione fusa per incorporazione con la EiTowers e che gli ha consentito di uscire nel 2013 con una pluvalenza personale di 150 milioni, pensava che quella banca così malmessa avesse toccato il fondo e potesse solo rinascere. Non è stato così. Ma a questo punto la mossa Falciai l’aveva già fatta. E non poteva tornare indietro.

Nel 2015 prosegue lo shopping avviato l’anno prima. Compra azioni sia in aumento di capitale (l’ennesimo) sia subito dopo per un esborso complessivo di altri 57 milioni. Sommati agli acquisti del 2014 risulta, da fonti contattate da Il Sole 24Ore, che l’intero investimento in Mps sia costato circa 200 milioni. Oggi Falciai è titolare di 54 milioni di azioni che ai prezzi attuali valgono poco più di 14 milioni. Un disastro a vederla così per l’imprenditore che è stato capace di costruire dal nulla il mercato delle Torri di trasmissione per i media e le tlc quando quel business era solo per adepti.

Un business da cui è uscito con un lauto guadagno che a guardar bene è finito in massima parte investito nella banca toscana. Quel passaggio dall’industria alla finanza con il senno di poi non è stato certo felice. Ma Falciai non è affatto uno sprovveduto. Quell’investimento che l’ha portato a essere uno dei grandi soci di Mps meritava più di un’attenzione. Cosa che l’ex patron di Dmt ha fatto con cura.

Secondo quanto ha appurato Il Sole 24Ore, la pesante minusvalenza milionaria sulle azioni della banca è solo apparente. Falciai infatti avrebbe sottoscritto un collar, un derivato che implica la vendita di un’opzione call sulle azioni Mps e il contemporaneo acquisto di un’opzione put a protezione ovviamente dell’investimento.

Un’operazione fatta con una banca d’affari straniera, che scadrà nel 2019, a costo zero per Falciai che ha pagato il costo della put con l’incasso della vendita della call. Un paracadute insomma che in questo momento salvaguarda il valore dell’investimento. Falciai ha rinunciato a possibili guadagni dal rialzo, ma si è comprato una copetura di garanzia sui ribassi di Mps. Lungimirante. Si vedrà tra 3 anni alla scadenza del contratto. C’è da chiedersi se si è coperto a sua volta chi ha venduto la put a Falciai. In fondo nella lotteria dei derivati chi non si copre dal rischio sarà quello che pagherà per tutti.

ASSEMBLEA 6 MAGGIO 2011-LISTA MILLENIUM CDA-EL TOWERS

LINK DOCUMENTI:

http://www.eitowers.it/bin/375/C_107_comunicazioniAssemblea_35_allegato_it.pdf