L’ex magistrato: «Banche venete, i pm non vollero indagare su Bpvi. Così il “sistema” protesse Zonin»

 

L’anticipazione del libro di Cecilia Carreri: «Ecco come mi hanno fermata»

Ci sono delle volte in cui la vita prende i ritmi di una regata in barca a vela. E la decisione di cambiar rotta, una strambata improvvisa, muta per sempre il corso degli eventi. È capitato a Cecilia Carreri, fino al 2009 giudice in servizio al tribunale di Vicenza. La ribattezzarono «Ciclone Carreri» per come era riuscita a portare in aula uno dei pochissimi casi di Tangentopoli a Vicenza. Poi l’onta di vedersi processare da Csm: trasferita e sanzionata perché, nonostante il mal di schiena e gravi problemi familiari, aveva svolto delle attività sportive in mare. Per tutti divenne «il giudice skipper» e così forse sarebbe stata ricordata, se nel frattempo non fosse intervenuto il crollo della Banca Popolare di Vicenza. Perché, ripercorrendo a ritroso la storia giudiziaria dell’istituto, venne fuori che proprio lei fu l’unico magistrato a tentare di smascherare la (presunta) malagestione di Gianni Zonin, all’epoca potentissimo presidente di BpVi. E se le avessero dato retta, forse, le cose sarebbe andate diversamente. Oggi migliaia di risparmiatori vedono in Cecilia Carreri l’eroina che, sola contro un sistema inerte, cercò di mettere sotto inchiesta i manager della banca. Fallì. E ora quella vicenda è diventata un libro scritto proprio dall’ex magistrato (ha dato le dimissioni) che uscirà nelle librerie il 29 giugno per i tipi di Mare Verticale. Si intitola Non c’è spazio per quel giudice – Il crack della Banca Popolare di Vicenza e sono 350 pagine durissime, dove compaiono decine di nomi e cognomi di imprenditori, politici, giornalisti e (tanti) magistrati che all’istituto di credito erano collegati da una rete di affari, regali, parentopoli, posti di lavoro…

«Fojadelli mi prese di mira» «Quando nel 1997 arrivò Antonio Fojadelli come nuovo procuratore di Vicenza – scrive l’ex gip – iniziò subito a prendermi di mira. S’intrometteva di continuo nell’organizzazione dell’Ufficio indagini preliminari (…). Ma il motivo di maggiore tensione era dovuto al fatto che Fojadelli tratteneva per sé le indagini che riguardavano i personaggi più importanti della città, gli apparati politici e imprenditoriali e, spesso, il fascicolo di quelle indagini era trasmesso al nostro ufficio con una richiesta di archiviazione (…) che mi accusava di respingere troppo spesso.». Nel 2001 la procura di Vicenza aprì un fascicolo a carico di Zonin e altri, scaturito da alcune segnalazioni e da un’ispezione di Bankitalia. Le accuse andavano dal falso in bilancio alla truffa. «Da quelle ispezioni, perizie e memoriali – si legge nel libro – emergevano fatti molto gravi, operazioni e finanziamenti decisi da Gianni Zonin in palese conflitto di interesse tra le sue aziende private e la Banca usata come cassaforte personale. Balzava evidente l’assoluta mancanza di controlli istituzionali su quella gestione: un collegio sindacale completamente asservito, un Cda che non faceva che recepire le decisioni di quell’imprenditore, padrone incontrastato della banca. Nessuno si opponeva a Zonin, nessuno osava avanzare critiche, contestazioni». Come andò, è cosa nota: la procura chiese al gip Carreri di archiviare tutto. E nel libro, l’ex giudice racconta il «dietro le quinte» di quell’indagine finita nel nulla. Descrive le «voci» stando alle quali almeno due pm volevano quel fascicolo, perché «gestirlo era evidentemente molto importante». E lei che, intanto, lavorava «con un sottile senso di angoscia (…) guardavo fuori dalle finestre di casa per vedere se c’erano auto sospette che mi sorvegliavano». Arrivò una lettera anonima con una foto che ritraeva Zonin e Fojadelli seduti vicini, a un evento. Il corvo denunciava legami tra i pm e la banca, e riportava un lungo elenco di personalità (politici, giornalisti, carabinieri, prefetti) alle quali il presidente dell’istituto aveva inviato regali di Natale. «Certo, l’elenco conteneva solo amicizie e conoscenze di lavoro, destinatari di innocui regali, non dimostrava alcun reato. Però, anni dopo, avrei ritrovato alcuni di quei personaggi in rapporti di lavoro con Zonin o il suo Gruppo bancario». Nel libro sostiene di aver inviato la lettera alla procura generale di Ennio Fortuna ma che «sparì nel nulla».

«I reati erano evidenti» «Si capiva perfettamente, leggendo gli atti, che il procuratore (di Vicenza, ndr) non aveva voluto approfondire. Avrebbe dovuto procedere con intercettazioni, sequestri, verifiche bancarie, rogatorie, ordini di cattura. Il materiale poteva consentire indagini di alto livello. I reati balzavano agli occhi». Carreri ricostruisce alcuni episodi sospetti: dall’acquisto effettuato da Silvano Zonin – fratello di Gianni – di un palazzo a Venezia subito affittato a caro prezzo proprio a BpVi; ad alcune anomalie «che rappresentavano come Zonin usasse la banca come una delle sue tante aziende: un viaggio a Parigi a spese della banca, l’uso della carta di credito dell’Istituto per una vacanza personale, la elargizione di denaro della banca a sindacalisti e parrocchie del Veronese, l’uso personale di un aereo della banca…». Dettagli di cui custodisce le prove, e nel libro racconta di «vecchi scatoloni in cui conservo ancora oggi atti e documenti…». Ma la procura, si sa, la vedeva diversamente e chiese l’archiviazione. Nelle scorse settimane, Fojadelli ha difeso il suo operato: «La magistratura fece il suo dovere. Semplicemente, all’epoca non furono evidenziati comportamenti illegali». Cecilia Carreri scrive che «dopo giorni di lavoro ininterrotto, in completa solitudine, nel caldo opprimente dell’estate, avevo respinto quell’archiviazione e chiesto l’imputazione coatta. Avevo tentato così di salvare quel fascicolo disponendo che fosse celebrata subito l’udienza preliminare in cui discutere il rinvio a giudizio di Zonin e degli altri indagati». Cosa accadde in seguito? Per l’udienza preliminare «non si era riusciti a trovare un magistrato: quasi tutti avevano rapporti con quella banca per conti correnti, investimenti, mutui anche per importi molto rilevanti (…) Il gup che alla fine aveva celebrato l’udienza, Stefano Furlani, anziché limitarsi a valutare se disporre il rinvio a giudizio, aveva subito prosciolto Gianni Zonin e il consigliere delegato Glauco Zaniolo…». Decisione impugnata dalla procura generale, secondo la quale «il gup Furlani ha palesemente travalicato i limiti delle sue funzioni appropriandosi in modo non consentito del ruolo e dei compiti del giudice del dibattimento». Ma non cambiò nulla e Zonin alla fine ne uscì «pulito». Nel 2005 un nuovo rivolo dell’indagine finì in Corte d’appello «dove all’epoca vi erano diverse conoscenze, come il famoso pg Ennio Fortuna, Gian Nico Rodighiero, quello che mi aveva giurato vendetta e che si diceva andasse a caccia con Gianni Zonin, e Manuela Romei Pasetti, diventata presidente della Corte e che nel 2012 sarebbe stata cooptata nel Cda della siciliana Banca Nuova del Gruppo Popolare di Vicenza». Insomma, le inchieste non portarono alcun sviluppo investigativo nei confronti di «quella banca che già allora appariva come una centrale di affari che elargiva denaro a cascata. C’era stato un fuoco di sbarramento perché quegli atti non arrivassero neppure a un processo dibattimentale».

«Zonin era dappertutto» Gli anni successivi sono i più bui: il processo al suo mal di schiena, fino alla decisione di dimettersi. E oggi Carreri avanza la tesi di essere stata vittima di un complotto: «I fatti erano chiari: in un modo o nell’altro ero fuori dalla magistratura. Se volevano eliminarmi, ci erano riusciti facendo in modo che fossi io, disperata, a dare le dimissioni. Il linciaggio mediatico mi aveva dato il colpo di grazia e poteva aver avuto una regia occulta». L’ex gip che per primo si occupò di PopVicenza ricostruisce anche il successivo percorso professionale di alcuni dei protagonisti. «Oltre all’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, nel 2013 Zonin aveva assunto anche Giannandrea Falchi – capo della segreteria di Mario Draghi – che aveva diretto una delle ispezioni su BpVi (…) Zonin aveva piazzato l’ex prefetto di Vicenza Sergio Porena, gia probiviro della banca…». La lista è lunga (e comprende il figlio del pm Paolo Pecori «diventato uno degli avvocati della banca») anche perché «sembrava che Zonin fosse dappertutto». Infine, l’ultima stoccata è per i magistrati di Vicenza che attualmente indagano sul crollo dell’istituto. A colpirla, è «la clamorosa mancanza, da parte della procura, di sequestri di beni e patrimoni a garanzia delle parti lese, di ordinanze cautelari di arresto e carcerazione». Tutti gli indagati sono rimasti «a piede libero e hanno potuto tranquillamente inquinare le prove o fuggire all’estero, far sparire il loro patrimonio personale. Mai vista una cosa simile».

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http://edizionimareverticale.com/pubblicazioni/collana-uomini-e-storia/uomini-e-storia/non-c-e-spazio-per-quel-giudice

http://www.veja.it/2016/06/10/banca-popolare-vicenza-cecilia-carreri-gia-nel-2002-cercai-fermare-zonin/

http://edizionimareverticale.com/pubblicazioni/collana-uomini-e-storia/uomini-e-storia/non-chiamatemi-giudice

http://www.fermatelagiustizia.it/news/item/32-quando-il-giudice-cecilia-carreri-tento-di-fermare-la-banca-popolare-di-vicenza

C’ERA UNA GIUDICE CHE VOLEVA MANDARE A PROCESSO ZONIN PER TRUFFA NEL 2002, MA VENNE BLOCCATA DAI SUOI CAPI – E’ CECILIA CARRERI, CHE VENNE BECCATA IN BARCA MENTRE ERA IN MALATTIA. MA IN REALTA’ ERA IN FERIE – LE PRESSIONI DEL PROCURATORE CAPO DI VICENZA ED IL BALLETTO FRA PROCURE

 

Francesco Bonazzi per “la Verità”

«L’aumento dei magistrati in Veneto è una decisione che è stata presa a prescindere dalle inchieste sulle banche. Il Veneto è considerato regione fondamentale dal punto di vista economico, e l’economia deve essere sostenuta da un sistema giudiziario efficiente». Queste belle parole le ha pronunciate il 26 luglio scorso Andrea Orlando, ministro della Giustizia, in visita al tribunale di Vicenza. I vertici della magistratura locale gli avevano chiesto quattro giudici e due Pm, una miseria.

Ma nel frattempo succede che lo stesso guardasigilli si tenga inspiegabilmente sul tavolo la domanda di rientro in servizio di Cecilia Carreri, il giudice per le indagini preliminari che nel 2002 si oppose alla richiesta di archiviazione di una prima, profetica, inchiesta sulla Banca popolare di Vicenza, e che tre anni dopo subì un linciaggio senza precedenti dai colleghi in toga e dalla stampa. La fecero passare per una scansafatiche con una montatura inquietante, poi smentita da fatti e sentenze.

Proprio lei, l’unico magistrato che cercò di far processare per truffa e falso in bilancio l’allora presidente della Bpvi, Gianni Zonin, oggi indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza dopo che 118.000 soci hanno perso 6,5 miliardi. Il prode Orlando non solo blocca la pratica della Carreri, ma, evidentemente mal consigliato, si è addirittura opposto al ricorso al Tar del Lazio con il quale l’ex Gip ha chiesto la nullità delle proprie dimissioni, presentate in totale stato di prostrazione.

Le disavventure della Carreri iniziano il 22 giugno 2002, quando rifiuta l’archiviazione del fascicolo 1973/01 «a carico di Zonin Giovanni e altri», aperto per truffa, false comunicazioni sociali e conflitto d’interessi. L’inchiesta, avocata a sé dal procuratore capo Antonio Fojadelli, era partita da una serie di esposti di soci e dal memoriale di Giuseppe Grassano, uno dei tanti direttori generali (7 in vent’anni) silurati da Zonin.

In sostanza, si accusavano i vertici della banca di aver occultato nel bilancio del 1998 ben 57 miliardi di lire di perdite sui derivati. Non solo, ma era stata segnalata un’operazione immobiliare sospetta e in conflitto d’interessi tra la banca e la famiglia Zonin. E poi c’era la storia di Acta, una società sempre del gruppo Zonin che si era fatta finanziare per 18 miliardi di lire dal Mediocredito trentino. Pochi giorni dopo l’erogazione del prestito, Bpvi aveva acquistato 18 milioni di obbligazioni proprio di quell’istituto. Nonostante la consulenza tecnica del perito della Procura, Marco Villani, ricostruisca tutti i passaggi delle transazioni sospette, il procuratore capo chiede l’archiviazione.
Carreri invece resta colpita proprio da quella perizia e scrive: «Le indagini dimostrano fatti e comportamenti molto gravi. Da queste emergono una continua commistione tra interessi istituzionali della Bpvi e interessi personali o societari del tutto estranei». Quanto al buco sui derivati, il giudizio è netto: «Le perdite erano ingenti, vi erano elevati rischi speculativi, il danno dei soci evidente». A quel punto, la decisione della Carreri è una bomba: imputazione coatta per il presidente della Bpvi.

La patata bollente arriva tra le mani del giudice dell’udienza preliminare Stefano Furlani, il quale a gennaio del 2003 decide il non luogo a procedere per i reati di truffa e false comunicazioni sociali, mentre rinvia alla Corte costituzionale le nuove norme del governo Berlusconi sul conflitto d’interessi, sospendendo così il giudizio. Passano due mesi e la Procura generale di Venezia impugna la sentenza.

Nel provvedimento si legge che «il falso in bilancio è materialmente accertato », che le motivazioni che hanno portato all’archiviazione della vicenda immobiliare è semplicemente «inaccettabile » e che il Gup di Vicenza «ha palesemente travalicato i limiti delle sue funzioni». Il fascicolo torna così a Vicenza, seppur dopo un incredibile errore di notifica a Zonin che farà perdere altro tempo.

E qui arriva la seconda archiviazione. Anche questa volta Venezia non ci sta e impugna, lamentando «un’illogica decisione assolutoria». A questo punto ci vogliono ben quattro anni per arrivare all’udienza preliminare di appello (2009), che sfocia in una nuova sentenza di non luogo a procedere per Zonin, «nonostante appaia innegabile che le condotte delineino un conflitto di interesse tra gestore e istituto di credito amministrato».

Il gip Carreri, nel frattempo, viene sommersa di fascicoli e isolata dai colleghi. Continua a lavorare come un’ossessa, ma le tocca affrontare in rapida successione la malattia e la morte di entrambi i genitori. E alla fine paga i sacrifici con un periodo di depressione, al quale si aggiunge una serie di gravi patologie alla schiena. A novembre del 2005 arriva la coltellata finale di alcuni magistrati. A Palazzo di giustizia si tiene un’assemblea per denunciare che la Carreri, mentre «è in malattia», sta facendo una regata transoceanica.

Parte subito l’esposto al Csm, un giornale pubblica la sua foto al timone e fioccano titoloni pesantissimi sulla «toga fannullona », che fa «il giro del mondo mentre è in malattia». La verità, però, è che la Carreri non affatto in malattia: sta smaltendo le ferie arretrate. Non solo, ma una sessantina abbondante di certificati medici dimostrerà che la vela le era stata consigliata per combattere le discopatie e che l’attività sportiva era assai indicata per uscire dalla depressione.

Nonostante una montagna di prove a suo favore, il Consiglio superiore della magistratura le infligge la decurtazione di un anno di stipendio e il trasferimento ad altra sede. Ma la Gip, che non ha mai fatto parte di nessuna corrente, si dimette prima che il sinedrio dei magistrati emetta la sua sentenza. Una sentenza talmente imbarazzante che nel 2009 lo stesso Nicola Mancino, ex vicepresidente del Csm, scrive alla Carreri: «Posso comprendere le ragioni della sua amarezza per essere diventata un capro espiatorio».
Dopo le dimissioni, la Carreri vince tutte le sue battaglie penali, a cominciare dalle accuse di assenteismo e truffa ai danni dello Stato, ma ormai ha cucito addosso il marchio di «giudice velista» in malattia. E visto che mediaticamente è «un mostro», non può che finire davanti al registratore di Stefano Lorenzetto, che a settembre del 2012 la intervista per Il Giornale.

La magistrata sventola per la prima volta assoluzioni e certificati medici, racconta di come si era inimicata molti colleghi, parla di «trappolone» di alcuni magistrati e poi rivela un episodio che, riletto oggi, fa riflettere: «A un certo punto scattò un’ispezione sul mio compagno di stanza. Quel magistrato aveva anche l’abitudine di andare a caccia nelle tenute private di un famoso imprenditore indagato per reati societari. Si dà il caso che io abbia respinto una richiesta di archiviazione per quel suo amico industriale, avanzata dal procuratore capo che mi faceva delle pressioni».

Lorenzetto a questo punto la incalza: «Il procuratore capo avrà avuto i suoi buoni motivi per proporre l’archiviazione, non crede?». E la giudice rincara la dose: «Il procuratore capo si assegnava le inchieste più scottanti e mi chiedeva di chiudere le indagini per infondatezza della notizia di reato. E io respingevo le sue richieste. Insomma, evitavo l’insabbiamento dei processi».

Abbiamo cercato Cecilia Carreri per chiederle se oggi si sente di fare il nome di quell’imprenditore, ma comprensibilmente ha deciso di restare in silenzio. L’ultima udienza del suo ricorso al Tar per l’annullamento delle dimissioni è prevista nei prossimi giorni. Se il ministro Orlando volesse anche solo fare un beau geste nei confronti delle migliaia di vittime della Bpvi, potrebbe mettere una firma sotto quella domanda di rientro in servizio dell’unica toga che provò a tutelarle davvero. E magari riaffidarle l’inchiesta. Lei sì che saprebbe dove mettere le mani

MO’ SI CAPISCONO TANTE COSE: A VICENZA LA PROCURA E LA BANCA D’ITALIA PAGANO L’AFFITTO A ZONIN! – ASSUNZIONI MIRATE ALLA POPOLARE DI EX DI BANKITALIA, GUARDIA DI FINANZA E FIGLI DI MAGISTRATI – IL CASO DI UN GIUDICE NEL CDA DELLA CONTROLLATA SICILIANA

 

Francesco Bonazzi per la Verità

Il potere difeso ostinatamente per tanti anni ha sempre un che di claustrofobico. C’ è un racconto di Italo Calvino, intitolato Un re in ascolto, che lo spiega magnificamente. Parla di un monarca prigioniero della propria paura di essere rovesciato e che per questo tende costantemente l’ orecchio per captare ogni minimo rumore sospetto. Il racconto è del 1982 e chissà se l’ ha letto anche Gianni Zonin, che l’ anno dopo fece il suo ingresso nel consiglio di amministrazione della Banca popolare di Vicenza per poi diventarne presidente dal 1997 al novembre del 2015. Un lungo regno travolto dalle ispezioni della Banca centrale europea, dagli avvisi di garanzia e da un crollo delle azioni della banca che ha lasciato sul lastrico 118.000 soci.

Nelle precedenti puntate di questa inchiesta abbiamo ricostruito come la Banca d’ Italia e la magistratura di Vicenza sapessero ampiamente che cosa accadeva nella Popolare vicentina, ma si siano ben guardate dall’ intervenire. Adesso è venuto il momento di raccontare un’ altra storia, quella di Un doge in ascolto e dei guardiani della sua sacra cadrega.

L’ acquisto più prestigioso della congrega risale al 2011 ed è quello di Andrea Monorchio come vicepresidente della Bpvi, alla modica cifra di 284.900 euro l’ anno. Chissà quali importanti servigi agli azionisti avrà reso l’ ex Ragioniere generale dello Stato, con le sue entrature al ministero dell’ Economia, in Banca d’ Italia e nel Palazzo romano.

Altro guardiano del doge è stato Gianandrea Falchi, assunto nel 2013 a Via Nazionale, dove era nella segreteria del governatore Mario Draghi, per occuparsi delle relazioni istituzionali. E prima di lui, sempre dai «controllori» di Bankitalia, era stata la volta di Luigi Amore, ex ispettore ingaggiatore come capo dell’ Audit interno. E di Mario Sommella, altro ex Banca d’ Italia, arruolato nel 2008 per la segreteria generale.

Direttamente dalla Guardia di finanza, invece, nel 2006 arrivò Giuseppe Ferrante, che guidava il Nucleo di polizia tributaria di Vicenza ai tempi della prima inchiesta su Zonin, quella che fu archiviata dal procuratore capo Antonio Fojadelli (era il 2003). Anche Fojadelli, naturalmente, è finito alla corte del doge e, una volta raggiunta l’ età della pensione, nel 2014 è andato a fare il presidente di Nordest sgr, la società di fondi d’ investimento della Vicentina.
antonio patuelli premia gianni zonin
ANTONIO PATUELLI PREMIA GIANNI ZONIN

Uno dei suoi successori alla guida della Procura, Paolo Pecori, invece è rimasto con la toga ben salda sulle spalle. E allora il doge in ascolto gli ha «arruolato» il figlio Massimo, stimato avvocato vicentino che fa recupero crediti per la banca.

Poi c’ è il capitolo riguardante Manuela Romei Pasetti, la quale, dopo aver fatto il presidente della Corte d’ appello di Venezia, competente sul tribunale di Vicenza e protagonista di un’ incredibile serie di lungaggini sulla prima inchiesta Bpvi, nel 2012 è finita a fare il consigliere indipendente di Banca nuova, la controllata siciliana della Popolare berica.

E a proposito della «colonia» siciliana, come non dimenticare la grande amicizia vantata da Zonin con Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, ex governatori della Regione, e gli stretti rapporti di Banca nuova con alcune toghe locali? La faccenda saltò fuori nel 2012, quando un’ inchiesta per usura a carico dei vertici dell’ istituto captò le telefonate amichevoli dell’ ex procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, con l’ allora direttore generale di Banca nuova, Francesco Maiolini (poi condannato in primo grado a 8 mesi con 3.

Nella seconda puntata di questa inchiesta, uscita martedì scorso, La Verità ha raccontato di come, nel 2014, la Banca popolare di Vicenza si fosse accollata una spesa di 9,5 milioni di euro per acquistare Palazzo Repeta, ex sede vicentina della Banca d’ Italia, invenduta da cinque anni. Un prezzo addirittura superiore di 200.000 euro alla base d’ asta: per un immobile che nessuno voleva, e sottoposto a vincoli artistici, non è poca cosa. Un grosso favore reso dal banchiere all’ istituzione che avrebbe dovuto vigilare sui suoi conti.

Ma quella non è stata l’ unica volta che il mattone ha rappresentato un buon investimento, quanto meno dal punto di vista relazionale, per Gianni Zonin e soci. Fino al 2012, infatti, la Procura della Repubblica di Vicenza era in affitto a Palazzo Val marana Salvi, sempre di proprietà della Bpvi. Un particolare che dipinge bene la lunga stagione di familiarità fra Vicenza e Roma.

Allora ecco la solida amicizia e gli incroci azionari con l’ editore (e viticoltore) Paolo Panerai e il suo gruppo Class quotato in Borsa (Milano e Finanza, Italia Oggi, Capital, Class più una galassia comprendente periodici, tv, radio, portali internet), nel segno di una continuità quasi geronziana, visto che a un certo punto Zonin ha probabilmente pensato di aver preso il posto del Divo Cesare di Capitalia. E poi ecco la (piccola) accortezza di cooptare nei consigli della Bpvi e di Banca nuova personaggi come Roberto Zuccato e Giuseppe Zigliotto (entrambi indagati con Zonin) e Luciano Vescovi, ovvero tre leader degli industriali locali che hanno garantito negli anni rapportifluidi con Il Giornale di Vicenza.

Se questa è stata la ragnatela tessuta con pazienza e laute prebende dal cavaliere del lavoro Zonin, va detto che non sono stati denari spesi male. Almeno fin quando non sono piombati a Vicenza gli ispettori della Banca centrale europea, mandati da Draghi, che in poche settimane hanno tirato fuori tutto il marcio nei conti dell’ istituto berico.

Un’ altra storia, forse meno scandalosa di quella che ha come protagonista il giudice Cecilia Carreri, ma non meno in dicativa dell’ ordine costituito che vige (o vigeva) in città, è quella che è toccata a una denuncia dell’ Adusbef di Elio Lannutti, l’ incubo dei banchieri di mezza Italia. Siamo a marzo del 2008, quando la prima inchiesta per truffa e falso in bilancio è ormai a un passo dalla sua definitiva archiviazione, e l’ associazione dei consumatori spedisce al procuratore capo Ivano Nelson Salvarani un esposto che segnala vari possibili reati. Il punto nodale è sempre il solito: le azioni della banca sarebbero clamorosamente sopravvalutate e nel mirino c’ è una delibera del Cda che aumenta il valore del titolo a quota 58 euro, in previsione dell’ assemblea dei soci del successivo 19 aprile 2008.

Adusbef ha talmente fiducia nella Procura che decide di non dare notizia della denuncia e di aspettare gli sviluppi. Il 2 gennaio 2009 arriva la prima notizia: l’ Ansa scrive che il pm Angela Barbaglio ha chiesto la prosecuzione del termine per le indagini. Ma il 23 aprile, la doccia gelata: si scopre dalle agenzie di stampa che il Gip ha archiviato tutto quanto, senza nemmeno avvertire Adusbef, come era stato richiesto nella denuncia e come prevederebbe il codice di procedura penale.

Che cosa era successo? Occhio alle date perché l’ improvviso rush della Procura ha del miracoloso. Il 15 aprile 2009 il pm Barbaglio chiede l’ archiviazione all’ insaputa di Adusbef. Il21aprile il gip Eloisa Pesenti emette prontamente il decreto di archiviazione. Il 23 aprile la Popolare diffonde un comunicato in cui festeggia l’ archiviazione. Il 24 aprile tutti i giornali danno risalto alla lieta novella. Il 25 aprile si tiene l’ assemblea dei soci, al termine della quale il solito Zonin raccoglie a mani basse un nuovo mandato come presidente.

Poi, certo, la Corte di cassazione nel 2010 annullerà quell’ ordinanza del tribunale di Vicenza, contestando al Pm proprio l’ esclusione della qualità di parte offesa all’ Adusbef prima dell’ udienza del Gip, senza il contradditorio delle parti. Ma intanto, ancora una volta, il re in ascolto aveva salvato il trono.

 

IO LA GIUDICE  VELISTA TRASFORMATA IN MOSTRO 
Avete presente «la giudice malata» che «fa la velista» (Corriere della Sera), la «giudice in mutua condannata dal Csm» perché «aveva partecipato a una regata transoceanica» (La Stampa), la «toga fannullona» che «si fingeva malata ma girava il mondo in barca» (Il Giornale)? Ma sì che ve la ricordate, titoli come questi non si dimenticano facilmente. Be’, le cose non sono andate affatto come le abbiamo sempre raccontate. Primo: quando Cecilia Carreri partecipò alla regata Transat da Le Havre a Salvador de Bahia, citata da tutti i giornali, non era né «in mutua» né in malattia: godeva di un regolare periodo di ferie. Secondo: a prescriverle l’attività fisica, compresa quella nautica, per alleviare il suo stato di sofferenza fisica e psichica furono i medici Leonardo Trentin (terapia antalgica, ospedale San Bortolo di Vicenza), Enrico Castaman (ortopedia, ospedale di Montecchio Maggiore) e Luigi Pavan (psichiatria, Università di Padova), che non sono mai stati né interrogati né tantomeno inquisiti. Terzo: il Gip di Trento ha archiviato «perché il fatto non sussiste» il procedimento penale per truffa ai danni dello Stato; anzi, la perizia ordinata dal Pm ha accertato che la magistrata soffriva davvero di una grave patologia lombosacrale con discopatie multiple e di uno stato depressivo importante, dovuto alla morte dei genitori, come attestato da 68 certificati medici, da 7 Tac e dalla cartella clinica del reparto di terapia antalgica e come avvalorato da tutte le visite fiscali, tanto che non le fu mai revocata l’aspettativa per motivi di salute. Quarto: non è stata condannata e neppure censurata quale assenteista, «per cui darmi della falsa malata costituisce a tutti gli effetti una calunnia». Quinto: a stroncarle la carriera sono stati i suoi colleghi di sinistra dalla coscienza sporca. La giudice skipper s’era infatti macchiata di colpe inescusabili: lavorava più di loro (il fascicolo personale parla per lei); denunciava le gravi illegalità commesse a palazzo di giustizia; veniva celebrata dalla Gazzetta dello Sport e da Le Figaro come «il magistrato che sfida il mare verticale»; soprattutto non s’era mai iscritta ad alcuna corrente della magistratura e non aderiva agli scioperi di categoria.
Cecilia Carreri era giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Vicenza. Non lo è più. Spossata dal linciaggio mediatico, ha dismesso la toga di sua volontà prim’ancora che il Consiglio superiore della magistratura le infliggesse una sanzione disciplinare (decurtazione di un anno di anzianità e trasferimento d’ufficio ad altra sede) per aver «leso il prestigio della magistratura». Solo che adesso salta fuori una lettera datata 16 novembre 2009 in cui Nicola Mancino, all’epoca vicepresidente del Csm, le scrive, nero su bianco: «Posso comprendere le ragioni della sua amarezza per essere diventata un capro espiatorio di disfunzioni – vere o presunte – della giustizia e della magistratura». Come dire: abbiamo scannato l’agnello sacrificale. Un particolare lascia basiti: Mancino presiedeva la commissione disciplinare che le irrogò la punizione.
Di vero, in tutta questa storia, c’è solo che l’ex giudice Carreri è stata privata per sempre del suo lavoro, che per l’ostilità dei colleghi e per il carico di lavoro esorbitante è stata colta in ufficio da collassi che hanno richiesto l’intervento del 118 e il trasporto in ospedale con l’ambulanza, che è stata chiamata dalla Corte dei conti e dall’erario a restituire ingenti somme sulla base di cavillosità per spiegare le quali non basterebbero due pagine di giornale.
Non per questo ha perso il vizio del mare. Il 10 novembre vorrebbe partire da Les Sables d’Olonne per il Vendée Globe, giro del mondo in barca a vela senza scalo, senza assistenza, in solitario. Sarebbe la prima navigatrice italiana che vi partecipa. Ma ha bisogno di uno sponsor che le presti la barca, perché s’è mangiata pure quella per saldare le parcelle agli avvocati. «Prima mi sono sempre pagata da sola queste imprese che hanno recato onore all’Italia, ben conscia che un magistrato non può ricevere soldi o aiuti da chicchessia».
Cecilia Carreri – laurea in giurisprudenza a 23 anni con 110 e lode, prima classificata nel Veneto al concorso di ammissione in magistratura – coltiva da anni la passione per gli sport estremi. A parte la traversata dell’Atlantico presa a pretesto per rovinarle la reputazione, «17 giorni la regata dalla Francia al Brasile e 22 giorni il ritorno, con una barca da 60 piedi priva delle cuccette e del bagno, sfidando in pieno dicembre tempeste e venti contrari a 60 nodi», ha scalato da sola il Rosa, ha affrontato il Bianco con gli sci ai piedi, ha tentato di espugnare la vetta del Cho Oyu (8.201 metri) nell’Himalaya, è salita in cima all’Alpamayo (5.947) in Perù. Senza che lo stato di servizio avesse a soffrirne.
Allora com’è che l’hanno macellata?
«Arrivo al tribunale di Vicenza nel 1992, in piena Tangentopoli, proveniente da Treviso, dove il presidente era Giancarlo Stiz, magistrato schivo e integerrimo. E trovo una situazione allucinante, con faide interne fra toghe di sinistra e di destra. Premetto che non mi sono mai interessata di politica. Così divento un vaso di coccio fra vasi di ferro. Vengo chiamata come testimone in vari procedimenti disciplinari e penali contro colleghi per abusi d’ufficio e mi procuro subito un bel po’ di nemici. Come giudice per le indagini preliminari mi rifilano un vicino di scrivania apertamente di sinistra. Assisto a cose turche».
Può essere più precisa?
«Tabelle falsificate. Giudici che avevano due udienze a settimana e ne tenevano una sola. Il presidente di sezione che depositava appena 20 sentenze l’anno. Pm che per negligenza si dimenticavano di far scarcerare i detenuti. Brogli nell’assegnazione dei fascicoli al fine di favorire imputati eccellenti. Anziché procedere con l’assegnazione automatica, come previsto dalla legge, i colleghi si dicevano l’un l’altro: “Lo vuoi tu ‘sto processo?”. Il presidente del tribunale mi chiese una relazione. Scattò un’ispezione sul mio compagno di stanza e da quella mia denuncia cessai di vivere. Quindici anni di clima persecutorio. Ero costretta a tenere un registro del lavoro svolto, perché alteravano le statistiche, facevano persino sparire i fascicoli. Ma non sono riusciti a fermarmi. Quel magistrato aveva anche l’abitudine di andare a caccia nelle tenute private di un famoso imprenditore indagato per reati societari. Si dà il caso che io abbia respinto una richiesta di archiviazione per quel suo amico industriale, avanzata dal procuratore capo che mi faceva delle pressioni».
Il procuratore capo avrà avuto i suoi buoni motivi per proporre l’archiviazione, non crede?
«Il procuratore capo si assegnava le inchieste più scottanti e mi chiedeva di chiudere le indagini per infondatezza della notizia di reato. E io respingevo le sue richieste. Insomma, evitavo l’insabbiamento dei processi. Una volta arrivò a propormi l’archiviazione per i responsabili di un’azienda ai quali la Guardia di finanza aveva addirittura sequestrato il bilancio delle tangenti versate. Io invece li portai in giudizio. Quando chiesi di diventare consigliere d’appello, questo procuratore tentò di ostacolarmi sostenendo che avevo un cattivo rapporto con la Procura perché impedivo le archiviazioni. Al Csm non volevano credere ai loro occhi: mi chiesero scusa e mi promossero».
Si direbbe dunque che tutto si fosse risolto per il meglio.
«Eh no. Già l’ufficio del Gip è un posto di frontiera. Siccome ero un corpo estraneo al sistema, per tre anni il presidente del tribunale mi mise a mezzo servizio anche a scrivere le sentenze civili lasciate in sospeso dai colleghi nell’ultimo quarto di secolo. Andavo in carcere la mattina e il pomeriggio dovevo sbrigare questo immane arretrato. Lei sa che la stesura della sentenza è la parte più rognosa del processo, bisogna riassumere in 30 pagine faldoni alti due spanne. Vada a controllare: non troverà nessun Gip d’Italia costretto a un simile sdoppiamento di ruolo. Chiaro l’intento: farmi scoppiare. Ci sono riusciti».
Com’è scattato il trappolone?
«Approfittando di un periodo di debolezza. Nel 2003 s’ammalano entrambi i miei genitori, mio padre di Alzheimer a Firenze, mia madre di tumore a Milano. Mi ritrovo a far la spola fra Vicenza e queste due città. Nel maggio 2004 il papà muore. La mamma s’aggrava. Trasformo la mia auto in ambulanza per portarla avanti e indietro da Bellinzona, dov’è in cura da oncologi svizzeri. A fine 2004 crollo. Dapprima devo farmi ricoverare in terapia antalgica per la patologia vertebrale. Poi il professor Pavan mi diagnostica un disturbo depressivo importante, mi prescrive 90 giorni di riposo e mi ordina di allontanarmi dalla mia residenza e dalle occupazioni abituali. Chiedo al Csm un congedo fuori ruolo di due anni senza stipendio».
Risposta del Csm?
«“Non è necessario. Si prenda, come fanno tutti, 45 giorni di congedo e poi 6 mesi di aspettativa per motivi di famiglia”. Ascolto il consiglio e presento istanza nel 2005, aggiungendoci 102 giorni di ferie arretrate. Il Csm approva e mi mette fuori ruolo. È lo stesso Csm che mi punirà per aver svolto – in periodo di vacanza, badi bene – “attività incompatibili con le lamentate condizioni fisiche”, sostenendo che avrei messo a repentaglio la mia guarigione e tenuto comportamenti “destinati a essere percepiti come disvalore dalla collettività”. Tutto il contrario: l’attività velica mi ha guarita. Gua-ri-ta! Mi sono limitata a eseguire gli ordini dei medici. Legga». (Mi porge un servizio scientifico della rivista Airone. Titolo: «Mal di schiena, vietato il riposo»). «Vale anche per la depressione. Non capisco: lo psicoanalista Carl Gustav Jung per superare le angosce navigava sul lago di Costanza col suo 9,3 metri Annie ma la giudice Carreri in ferie non può fare altrettanto? Mi spieghino perché».
Chi ha segnalato il «disvalore» della sua regata mentre era in vacanza?
«I miei colleghi. La notizia della traversata atlantica esce sul Giornale di Vicenza, segno che non ho nulla da nascondere. “Ma come? Sta male però va in barca?”. Io parto il 5 novembre 2005. L’8 la sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati indice un’assemblea con un ordine del giorno di facciata: “Quote rosa in magistratura”. Di solito a questi incontri politici non si presenta nessuno. Stavolta, invece, un pienone: 15 partecipanti. All’unanimità cambiano l’ordine del giorno, che diventa: la Carreri veleggia sull’oceano mentre è in aspettativa per motivi di salute. Uno dei presenti viene mandato seduta stante per sicurezza in cancelleria a controllare il foglio presenze. Torna trafelato: contrordine, compagni, è in ferie, non in aspettativa. Assalto fallito. L’assemblea si chiude. Ma il verbale viene mandato al presidente del tribunale. Questi, anziché aprire un’istruttoria, convocarmi e consentirmi di depositare una memoria, per sei mesi mi tiene nascosti i fatti e manda una relazione irridente al procuratore di Venezia. Gli atti finiscono al Csm. Il giorno in cui muore mia madre mi viene notificato che sono indagata penalmente. Per avere il verbale di quell’assemblea e la copia della denuncia dovrò aspettare un altro anno».
E alla fine il presidente della commissione disciplinare del Csm, Mancino, sacrifica il «capro espiatorio».
«In udienza mi guardava disperato. Mi faceva capire che era già tutto deciso. Il Csm funziona così. La corrente di sinistra ha un suo iscritto sotto processo, quella di destra pure. La prima dice alla seconda: io ti assolvo il tuo se tu mi assolvi il mio. Affare fatto. Non essendo iscritta ad alcuna corrente, il mio destino appariva segnato in partenza. Il relatore era un giudice di sinistra, Mario Fresa, aderente al Movimento per la giustizia. Mi ha inflitto una sanzione più severa di quelle irrogate a Clementina Forleo e a Luigi De Magistris, definiti “cattivi giudici che non danno il buon esempio” dalla vicepresidente della prima commissione Letizia Vacca».
Non ha proprio nulla da rimproverarsi nella vicenda che l’ha coinvolta?
«L’ingenuità. Mi sono fidata del Csm. Ero in totale buona fede. Le imprese sportive le ho sempre messe sul mio sito e su Youtube. Sfido tutti i magistrati a pubblicare la storia delle loro vite su Internet. Non so quanti possano farlo».
E lei può giurare di non aver mai perseguitato un innocente?
«Lo giuro. In Italia sono stata il primo giudice dell’udienza preliminare a condannare all’ergastolo con rito abbreviato un omicida. Le sembrerà strano: mentre ero da sola in camera di consiglio mi tremavano le mani. Soffrivo a incarcerare le persone. Ed ero felice quando potevo assolverle».
Ma lei tornerebbe a fare il giudice?
«Sì. Ero proprio adatta per questo lavoro. Il giudice assomiglia al velista che affronta l’oceano: è solo. E io sono di indole solitaria. Ho dato le dimissioni per disperazione. Vorrei, almeno per un giorno, rimettermi la toga, entrare in tribunale a testa alta, guardare in faccia la gente e dire: dove eravamo rimasti?». (Si commuove). «Mi hanno costretta ad andare via di notte».

Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE

Atto a cui si riferisce:
C.5/10234    il sito Dagospia.com pubblica in data 12 ottobre 2016 un articolo che ripercorre la vicenda del giudice Cecilia Carreri a partire dal 22 giugno 2002, quando rifiutò l’archiviazione del…

 

 

Atto Camera

Interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10234presentato daBUSINAROLO Francescatesto diMercoledì 11 gennaio 2017, seduta n. 722
BUSINAROLO e COZZOLINO. — Al Ministro della giustizia . — Per sapere – premesso che:
il sito Dagospia.com pubblica in data 12 ottobre 2016 un articolo che ripercorre la vicenda del giudice Cecilia Carreri a partire dal 22 giugno 2002, quando rifiutò l’archiviazione del fascicolo 1973/01 «a carico di Zonin Giovanni e altri», aperto per truffa, false comunicazioni sociali e conflitto d’interessi nell’ambito dell’inchiesta sulla Banca popolare di Vicenza; l’allora presidente della Bpvi, Giovanni Zonin, è oggi indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza dopo che 118.000 soci hanno perso 6,5 miliardi;
come riportato dal sito, nonostante la consulenza tecnica del perito della procura, Marco Villani, ricostruisse tutti i passaggi delle transazioni sospette, il procuratore capo Antonio Fojadelli chiese l’archiviazione;
Carreri invece, colpita proprio da quella perizia, scrisse: «Le indagini dimostrano fatti e comportamenti molto gravi. Da queste emergono una continua commistione tra interessi istituzionali della Bpvi e interessi personali o societari del tutto estranei». Quanto al buco sui derivati, il giudizio è netto: «Le perdite erano ingenti, vi erano elevati rischi speculativi, il danno dei soci evidente». A quel punto, la decisione della Carreri fu: imputazione coatta per il presidente della Bpvi;
più volte il procedimento sarà archiviato e impugnato dalla procura di Venezia, giungendo all’udienza preliminare di appello (2009), che sfocia in una nuova sentenza di non luogo a procedere per Zonin, «nonostante appaia innegabile che le condotte delineino un conflitto di interesse tra gestore e istituto di credito amministrato»;
come descritto da Dagospia.com, il gip Carreri, nel frattempo, «viene sommersa di fascicoli e isolata dai colleghi», affronta inoltre vari problemi familiari e di salute, fino al procedimento penale per truffa ai danni dello Stato, che la portano a rassegnare le dimissioni, prima che il sinedrio dei magistrati emetta la sua sentenza. Una sentenza che nel 2009 porta l’allora vicepresidente del Csm Nicola Mancino, a scrivere alla Carreri: «Posso comprendere le ragioni della sua amarezza per essere diventata un capro espiatorio»;
dopo le dimissioni, la Carreri vince tutte le sue battaglie penali, a cominciare dalle accuse di assenteismo e truffa ai danni dello Stato;
l’ultima udienza del suo ricorso al Tar contro il Ministero della giustizia e il CSM che hanno ignorato due lettere di revoca delle dimissioni è prevista nei prossimi giorni –:
quali siano i motivi che hanno portato il Ministero della giustizia ad opporsi al ricorso al Tar del Lazio, con il quale l’ex Gip ha chiesto di veder riconosciuta la revoca delle proprie dimissioni presentate in totale stato di prostrazione. (5-10234)