ENI, PER MAXI-TANGENTE NIGERIANA A PROCESSO DESCALZI, SCARONI E ALTRI 13

VIDEO PUNTATE REPORT

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8c562995-f279-4f0e-87a3-87d44caed338.html  ( LA TRATTATIVA)

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-44fe491e-62d1-4e16-ac92-eb3001f7b051.html    (UN AEREO PER IL PRESIDENTE)

Una presunta maxi-tangente da 1,3 miliardi di dollari pagata dal colosso petrolifero italiano e dall’olandese Royal Dutch Shell a politici nigeriani per accaparrarsi il giacimento Opl-245 al largo delle coste del paese africano. Questa la circostanza, raccontata da Report nelle inchieste di Luca Chianca “La trattativa” del 13/12/2015 e “Un aereo per il presidente” del 10/04/2017, al centro del rinvio a giudizio per corruzione internazionale deciso oggi dal gup di Milano per quindici indagati tra cui l’attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, i tre ex manager Eni Roberto Casula, Vincenzo Armanna e Ciro Antonio Pagano, i presunti intermediari della tangente Luigi Bisignani, Gianfranco Falcioni e Ednan Agaev, l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete, quattro dirigenti Shell, e le due società indagate in base alle legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. Altre due persone individuate come intermediari, Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, hanno scelto di farsi giudicare con rito abbreviato.
Il capo di imputazione ricostruisce gli spostamenti dell’ingente somma di denaro, che sarebbe stata bonificata su un conto londinese intestato al governo nigeriano per poi essere interamente girata, nel giro di pochi giorni, alla Malabu, società privata riconducibile all’ex ministro del petrolio Etete che ne avrebbe incassato parte “a profitto proprio e di numerosissimi altri beneficiari per l’acquisto di immobili, aerei, auto blindate e altro”. Il resto della presunta mazzetta, si legge, sarebbe finita nelle disponibilità del presidente Goodluck e di “altri membri del governo nigeriano all’epoca dei fatti”. Altri soldi, infine, sarebbero stati “in parte trattenuti da intermediari e in parte retrocessi a favore di amministratori di Eni e Shell”.
Le indagini dell’ufficio del pubblico ministero milanese furono innescate da una denuncia presentata nell’autunno del 2013 dall’associzione Re:Common e della organizzazioni britanniche Global Witness e The Corner House. “Se quanto sembra sia accaduto con l’affare Opl245 – scrive oggi Re:Common – rappresenta la linea di condotta standard della più grande multinazionale italiana controllata dal governo, i magistrati hanno tutto il diritto di svelare la verità e di assicurare alla giustizia i responsabili”. Per Global Witness “sarà il più grande processo nella storia delle multinazionali e un monito chiaro a chi vede la corruzione come una scorciatoia per guadagni facili”. Il consiglio di amministrazione di Eni, il cui principale azionista è il ministero dell’Economia e delle finanze, ha confermato da parte sua “la fiducia circa la estraneità” dell’azienda “alle condotte corruttive contestate” e il sostegno all’ad Descalzi.

BANCA ETRURIA ERA ANCHE L’ISTITUTO PREFERITO DALLO ZIO DI MARIA ELENA BOSCHI: IL FRATELLO DELLA MADRE (DI CASTIGLION FIBOCCHI, PAESE DI LICIO GELLI) HA CREATO UN RETICOLO DI SOCIETA’ CHE RICEVEVA PRESTITI DALL’ISTITUTO. E CHE HA LASCIATO UN “BUCO” DA 25 MILIONI

 

Giacomo Amadori per la Verità

«Prendi una banca, trattala male. È questa è l’ unica legge che c’ è». Nella famiglia Boschi devono essere dei fan di Marco Ferradini e della sua indimenticabile canzone Teorema. Infatti tra le carte della bancarotta della ex Popolare dell’ Etruria c’ è anche una storia poco raccontata che ha tra i protagonisti lo zio di Maria Elena, Stefano Agresti, fratello della madre Stefania, nato a Spoleto nel 1958 e residente a Castiglion Fibocchi, borgo famoso per il ritrovamento delle liste della P2 di Licio Gelli.

La vicenda riguarda i ricchissimi fidi rilasciati alle società del gruppo Saico, già specializzato nella produzione di pannelli fonoassorbenti, mutui che hanno causato nelle casse dell’ istituto un buco da circa 25 milioni di euro. Il colpo è riuscito grazie a un reticolo di sigle, vere e proprie scatole cinesi, in cui il signor Agosti ha avuto un ruolo non da comprimario. Per esempio le Fiamme gialle riassumono in un prospetto tutti gli incarichi ricoperti da Agresti nelle società della holding aretina mentre il management della Saico si adoperava per spedire su un binario morto i soldi di Etruria.

Innanzitutto lo zio della sottosegretaria Maria Elena è stato, tra il giugno 2003 e il gennaio 2010, consigliere d’ amministrazione della capogruppo Saico Spa. Sino al 16 marzo 2010 è stato, invece, al vertice di altre società collegate: presidente della Ayr Srl (a partire dal 1998) e consigliere e liquidatore della Saico co Srl (dove era entrato nel 2001); Agresti è stato anche, per quasi quattro anni, presidente della Saico refinish Srl, fallita il 24 maggio 2011.

Ma vediamo come questa galassia di società ha permesso di far perdere a Etruria 25 milioni di euro, divenuti crediti deteriorati. Le società del gruppo Saico hanno quasi tutte scaricato il proprio concordato su una newco, la Se Ambiente Srl, fallita nel 2013 e costituita ad hoc il 4 marzo 2010, a ridosso delle domande concordatarie del 17 marzo. Il 16 marzo Agresti aveva lasciato il gruppo. La Saico Spa, la Energiambiente Spa, la Ayr, la Saico refinish e la Saico co hanno deciso di utilizzare la Se Ambiente come bad company. Un piano che non è riuscito, «nelle more procedurali» solo alla Saico refinish, dichiarata fallita in data 24 maggio 2011.

Agresti, dunque, è stato un dirigente apicale di tre delle società che hanno sfruttato la S.e. Ambiente per liberarsi «di tutti i debiti risultanti dalle scritture contabili». L’ azienda «appariva tra l’ altro non sufficientemente patrimonializzata in quanto, sebbene il capitale fosse stato deliberato in 1 milione di euro, era stato versato per soli 50.000 euro». La Se Ambiente per gli investigatori «sarebbe rientrata in un articolato piano finalizzato: a evitare il fallimento delle quattro società; ad acquisire a costo zero il patrimonio delle aziende; a rendere difficoltose le azioni di responsabilità nei confronti dei rispettivi organi amministrativi e di controllo».

La prima grande pattumiera del gruppo era stata, però, la Energiambiente: al 31 dicembre 2008 vantava, per esempio, crediti per 2,5 milioni nei confronti della controllante Saico Spa e di 3,6 milioni verso la Saico refinish presieduta da Agresti. A succedere a Energiambiente nel ruolo di discarica è stata la Se Ambiente che non aveva dipendenti e non ha mai svolto attività commerciale.

Visto che nessun istituto voleva darle una fideiussione, i vertici aziendali si sono rivolti a una società milanese con un capitale sociale insufficiente per offrire garanzie bancarie di un certo spessore e rappresentata da due pluripregiudicati (prima di essere intesta a a una pensionata del 1937), uno dei quali si è presentato alla firma con una procura speciale falsa. Gli amministratori dell’ Etruria non hanno avuto da ridire neanche su queste garanzie.

Il curatore fallimentare della Se Ambiente, Gionata Bartolini, ricostruisce le criticità che hanno portato al default e i finanzieri riassumono così le sue conclusioni: «Dalle notizie acquisite sul conto delle società concordatarie (principalmente Saico Spa ed Energiambiente Spa) emergeva come, molto probabilmente, il gruppo tendesse a celare uno stato di insolvenza consolidatosi molto prima di quando l’ insolvenza sia poi sfociata con la presentazione della domanda concordataria».

Per il curatore, essendo la capogruppo Saico Spa già sovresposta con Banca Etruria, è stata creata la Energiambiente (il cui unico scopo era recuperare crediti, senza avere le garanzie): ma la società, puntualizza Bartolini, già a fine 2008, non aveva più margini di continuità aziendale. Insomma il crac matura quando tra i dirigenti più importanti della holding c’ è ancora Agresti. Secondo gli investigatori, che le intenzioni del management non fossero delle migliori era deducibile pure dal fatto che la sede della newco è stata spostata in Emilia per sviare le indagini sul futuro fallimento della società e rendere difficoltose le azioni di responsabilità nei confronti degli organi societari.

La domanda sorge spontanea: come ha fatto una banca a finanziare una ditta (la Energiambiente) che non produceva reddito, ma prendeva soldi e li girava ad altre società del gruppo, già fortemente indebitate (usando conti di appoggio di banca Etruria)? Significa che, probabilmente, il gruppo dirigente, con Agresti in prima linea, aveva ottime entrature nel panorama finanziario aretino, prima ancora dello sbarco di babbo Boschi nel Cda della banca (che avverrà quando l’ Etruria aveva già approvato il piano concordatario del gruppo).

Grazie a questi canali privilegiati i fidi arrivarono copiosi, senza troppi controlli. Per quel buco sono a finiti a processo ad Arezzo con l’ accusa di bancarotta fraudolenta 17 tra ex amministratori, manager (compresi due ex direttori generali) e membri del collegio sindacale. Ad essi la Procura contesta non le sofferenze, ma gli affidamenti iniziali. Non sappiamo, invece, se a Bologna e ad Arezzo qualcuno abbia deciso di vederci chiaro sui fallimenti della Saico refinish (di cui Agresti è stato presidente) e della Se Ambiente.

Banca Etruria, la Boschi, Ghizzoni (e Carrai): le cose da sapere L’ex n.1 di UniCredit testimonia davanti alla commissione d’inchiesta sulle banche. E rivela particolari finora inediti

Gli incontri con il ministro Boschi e un’email inviata da Marco Carrai, manager fiorentino assai vicino all’ex premier Matteo Renzi. E’ su questi due particolari che ha ruotato quasi per intero la deposizione di Federico Ghizzoni , ex numero uno di UniCredit, che mercoledì 20 dicembre ha testimoniato di fronte alla Commissione parlamentare che indaga sui dissesti bancari degli ultimi anni.

Cosa c’entra UniCredit

Di fronte ai deputati e senatori della commissione d’inchiesta, Ghizzoni ha parlato ben poco di UniCredit, la banca che ha lasciato nella primavera del 2016 e che, nonostante qualche problema in passato e nonostante un faticoso aumento di capitale da 13 miliardi di euro, non è mai stata seriamente nei guai. Ghizzoni è stato in realtà convocato soprattutto per parlare dell’ormai famigerata Banca Etruria, istituto popolare di Arezzo finito in dissesto tra il 2014 e il 2015.

Che c’entra l’ex capo di UniCredit con Banca Etruria? La risposta l’ha data nei mesi scorsi Ferruccio De Bortoli, già direttore del Sole 24Ore e del Corriere della Sera. Nel suo libro intitolato Poteri Forti, De Bortoli è stato il primo a raccontare che Maria Elena Boschi, attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio ed ex ministro per le riforme istituzionali nel governo Renzi, incontrò Ghizzoni per caldeggiare l’acquisto di Banca Etruria da parte di UniCredit.

La versione di Ghizzoni

Boschi aveva più di un interesse al salvataggio della banca, visto che è di Arezzo e soprattutto è figlia di Pierluigi, ex vicepresidente dell’istituto toscano poco prima del commissariamento. Dunque, una sua pressione a favore dell’acquisizione da parte UniCredit era quanto meno inopportuna per due motivi: innanzitutto, la ministra aveva un conflitto di interessi personale; in secondo luogo, si trattava di un’interferenza sulla vita di una banca privata, per giunta quotata in borsa, da parte di una delle donne allora più potenti d’Italia.

Ecco perché la deposizione di Ghizzoni era considerata così importante dai componenti della commissione parlamentare sulle banche. Parlando di fronte deputati e senatori, l’ex n.1 di UniCredit ha confermato quanto scritto nel libro di De Bortoli, cioè che la Boschi chiese di valutare la fattibilità dell’operazione Banca Etruria.

Tuttavia, l’ex n.1 di UniCredit ha detto che l’incontro fu cordiale e non ci fu alcuna pressione. La Boschi si mostrava interessata a Banca Etruria perché, ha detto Ghizzoni, in qualità di deputata toscana era preoccupata per il rischio di una stretta creditizia nella sua regione, soprattutto ai danni degli imprenditori. Non va dimenticato infatti che a pochi chilometri da Arezzo c’era un’altra banca già pesantemente inguaiata, il Monte dei Paschi di Siena, per il cui salvataggio è stato poi necessario l’intervento dello Stato.

 

Quella mail da Firenze

Niente pressioni, insomma, ma un interessamento un po’ particolare. Ma c’è un altro dettaglio rivelato da Ghizzoni che è stato oggetto di ripetute domande da parte dei parlamentari della Commissione sulle banche. Oltre a incontrare la Boschi, l’ex n.1 di UniCredit ha ricevuto anche una mail da parte di Marco Carrai, uno dei migliori amici di Renzi (probabilmente il migliore), suo testimone di nozze.

Nel gennaio del 2015 Carrai inviò un messaggio di posta elettronica a Ghizzoni (il cui testo è stato messo agli atti) in cui scriveva: “mi è stato chiesto su Etruria di sollecitarti, nel rispetto dei ruoli, per dare una risposta”. Che titolo aveva Carrai per occuparsi di UniCredit visto che era semplicemente un manager degli Aeroporti di Firenze? Chi è stato a sollecitarlo? Ghizzoni ha detto di non averglielo chiesto, per non “aprire nuovi canali di comunicazione” poiché dell’acquisizione doveva parlare soltanto con i suoi interlocutori naturali, cioè i manager di Banca Etruria. Come dire: meglio non domandare da chi arriva la richiesta, non si sa mai si tratti di qualche nome imbarazzante.

 

Accusa e difesa di Maria Elena

 

Dopo la deposizione dell’ex-manager di UniCredit, si è ripetuto il solito copione già visto in occasione di ogni testimonianza importante di fronte alla commissione d’inchiesta, come quelle del ministro Padoan, del presidente della Consob Vegas e dell’ex-governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Le opposizioni hanno chiesto nuovamente in coro le dimissioni della Boschi mentre lei, dal canto suo, si è difesa su Twitter dicendo che le parole di Ghizzoni confermano la correttezza del suo operato: non fece alcuna pressione e non fu certo lei a spingere per una proposta di acquisizione che era già stata avanzata in precedenza dai vertici della stessa Banca Etruria, con la consulenza di Mediobanca.

E Carrai? Anche lui si è difeso rivendicando la correttezza del suo operato. In qualità di consulente, l’amico di Renzi era interessato a conoscere gli obiettivi di Unicredit riguardo a Banca Etruria perché un suo cliente stava verificando il dossier di Banca Federico Del Vecchio, istituto di Firenze controllato dalla stessa Popolare dell’Etruria. Tutto regolare, tutto trasparente, insomma, almeno nella versione di Carrai.(Panorama)

Popolare Vicenza, gli sms tra i renziani e l’uomo di Zonin. E quell’incontro con la Boschi

Negli atti della procura sul dissesto della banca veneta spuntano i messaggi tra l’ex direttore generale Sorato e Francesco Bonifazi, renziano di ferro e tesoriere del Pd. Che ha messo in contatto il manager con la futura ministra

Era un renziano convinto, l’ex direttore generale della Popolare di Vicenza, Samuele Sorato. O almeno così cercava di apparire agli occhi di uno dei dirigenti del Pd più vicini all’ex segretario del Pd, Matteo Renzi. Difficile spiegare altrimenti l’sms inviato l’8 dicembre del 2013 da Sorato a Francesco Bonifazi, tesoriere del Partito Democratico nonché stretto collaboratore di Renzi. «Complimenti a Matteo e a tutti voi per il grande lavoro che avete fatto», scriveva il manager a Bonifazi.

Il messaggio è agli atti dell’inchiesta della procura di Vicenza sul dissesto della Popolare di Zonin, un’inchiesta che vede Sorato tra gli indagati. Quel giorno, l’8 dicembre 2013, i risultati delle primarie proiettavano l’ex sindaco di Firenze verso l’incarico di segretario del partito e, di lì a qualche mese, anche di presidente del Consiglio. E il giorno prima, rispondendo a un messaggio dello stesso Bonifazi che lo invitava a scegliere Renzi alle primarie, Sorato aveva risposto con un eloquente: «Sarà fatto».

Come noto, il direttore generale della Popolare di Vicenza, cresciuto all’ombra del presidente Gianni Zonin di cui era il principale collaboratore, perse il posto a maggio del 2015, quando cominciarono a emergere con chiarezza le dimensioni del buco in bilancio dell’istituto veneto. Fino ad allora però Sorato aveva coltivato con assiduità rapporti con la cerchia renziana.

All’occorrenza era proprio Bonifazi a fare da tramite con altri esponenti del cosiddetto “Giglio magico” renziano. Si scopre per esempio che, in base a quanto appuntato sulla sua agenda, il 30 ottobre 2013 Sorato era stato ricevuto da Maria Elena Boschi e all’incontro aveva partecipato anche Bonifazi. All’epoca, Boschi, deputata da qualche mese, era coordinatrice della Leopolda e nel febbraio successivo sarebbe entrata nel governo Renzi come ministro delle Riforme. L’agenda non riporta altre informazioni se non la data della visita alla giovane deputata.

Ecco i messaggi tra il direttore generale dell’istituto veneto e il numero uno dei controllori. I vertici della banca hanno goduto per anni di un filo diretto con via Nazionale
Certo è che la famiglia Boschi poteva dare una mano a Vicenza, e al manager, anche sul fronte del business. Infatti la Popolare di Zonin era a caccia di banche da acquistare e la lista di obiettivi comprendeva anche Banca Etruria, di cui Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, era amministratore e poi, da aprile 2014 vicepresidente. Nell’agenda di Sorato vengono menzionati, senza ulteriori dettagli, “incontri riservati” con Boschi senior.

Nel marzo del 2015, due mesi prima del ribaltone che mise fuori gioco Sorato, la memoria del telefono del manager restituisce l’evidenza di un sms inviato da Bonifazi. «Mi sono mosso. Vorrei fare approfondimenti con te e alcuni miei parlamentari veneti. Dammi una data». Questo il testo del messaggio inviato dal tesoriere Pd. Secondo quanto emerge dai documenti giudiziari, a facilitare i contatti del manager di Vicenza con il giro renziano sarebbe stato anche Marco Bassilichi, imprenditore toscano, anche lui targato Giglio magico. L’azienda di Bassilichi vende servizi digitali destinati tra l’altro agli istituti di credito e da qui nascono i rapporti con Sorato, con cui sono decine i contatti registrati dal telefono del banchiere.

L’uomo d’affari renziano torna utile, però, anche per aprirsi un varco verso i vertici del Pd. Il 3 marzo del 2015 Bassilichi scrive all’amico Sorato: «Buongiorno Samuele, ieri sera ho cenato con Gabriele (Beni) che ti sta cercando per Luca L. Chiamalo perché Luca ti incontra…». Gabriele Beni è un imprenditore calzaturiero toscano, amico del segretario del Pd. Il “Luca L.” citato nel messaggio corrisponde invece con ogni probabilità a Luca Lotti, anche lui esponente del Giglio Magico e sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Renzi.

Ci fu quell’incontro promosso da Bassilichi? L’agenda non lo dice. Due mesi dopo Sorato lascia la Popolare di Vicenza e i messaggi dei renziani diminuiscono fino a scomparire. ( l espresso Vittorio Malagutti)

 

 

Banche, cosa sa Ghizzoni su Etruria e Boschi. E che cos’altro dovrebbe spiegare agli italiani

Il testimone chiave parla alla Commissione banche e conferma che Maria Elena Boschi chiese se Unicredit era in grado di acquisire l’istituto di Arezzo. Ma ci sarebbe molto altro da chiarire.
Banche, cosa sa Ghizzoni su Etruria e Boschi. E che cos’altro dovrebbe spiegare agli italiani
Federico Ghizzoni
È vero che tra novembre e dicembre del 2014 l’allora ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, chiese al capo di Unicredit, Federico Ghizzoni, di valutare l’acquisizione di Banca Etruria, da mesi sull’orlo del dissesto?

La risposta a questo interrogativo ha un peso politico inversamente proporzionale a quello sostanziale, perché l’intervento di Ghizzoni, semmai venne richiesto, alla fine non ci fu e la Popolare con sede ad Arezzo arrivò al capolinea nel novembre del 2015, con la risoluzione disposta dalla Banca d’Italia sulla base di un decreto del governo Renzi.

Adesso però l’audizione del banchiere, in programma per mercoledì 20 dicembre, viene brandita come un’arma letale dagli opposti schieramenti politici, gli stessi che in queste settimane hanno trasformato la commissione d’inchiesta in un ring, tra accuse, insulti e dossier incrociati.

Per le opposizioni, Cinque Stelle in testa, la conferma di quell’incontro diventerebbe la prova del conflitto d’interessi dell’esecutivo targato Pd, visto che il padre della Boschi era vicepresidente di Banca Etruria. Viceversa, l’eventuale smentita del banchiere sarebbe prontamente riciclata dai renziani come una medaglia al valore, la dimostrazione che il governo si mosse senza fare sconti a nessuno, neanche alla famiglia di un ministro in carica.

Negli atti della procura sul dissesto della banca veneta spuntano i messaggi tra l’ex direttore generale Sorato e Francesco Bonifazi, renziano di ferro e tesoriere del Pd. Che ha messo in contatto il manager con la futura ministra
In entrambi i casi, però, le parole di Ghizzoni su Etruria e dintorni non porteranno nessun contributo concreto a quello che doveva essere lo scopo principale della commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini. E cioè individuare le cause, e le responsabilità politiche, della catena di dissesti bancari che tra il 2014 e il 2016, dal Monte dei Paschi di Siena alle Popolari venete, ha polverizzato i risparmi di centinaia di migliaia di famiglie.

Eppure, a ben guardare, con la sua testimonianza l’ex amministratore delegato di Unicredit potrebbe far luce su alcuni punti ben più sostanziali nelle vicende finanziarie ora sotto inchiesta in Parlamento. Ghizzoni, classe 1955, è stato uno dei manager più potenti d’Italia, almeno fino alla primavera del 2016, quando ha lasciato il posto di comando nel primo istituto di credito nazionale, l’unico considerato di rilevanza globale dalla vigilanza europea. Nel settembre 2010 il banchiere di origini piacentine aveva preso il posto in Unicredit di Alessandro Profumo, battendo la concorrenza di colleghi ben più accreditati, almeno sulla carta. L’anno scorso invece il ribaltone che defenestrò Ghizzoni venne innescato da un’operazione, mai del tutto chiarita, che parte proprio da Vicenza, o meglio dal primo e infruttuoso tentativo di salvare il salvabile dell’istituto poi finito in liquidazione.

L’audizione dell’ex capo di Unicredit sarebbe quindi un’ottima occasione per chiarire le manovre che andarono in scena nella primavera del 2016. Fu un gioco di specchi, tra contratti capestro e promesse mai mantenute, che finì per allungare l’agonia delle due Popolari, quella di Vicenza e Veneto Banca, con esiti disastrosi per clienti e investitori.

Non c’entra nulla, qui, il caso Boschi. La ricostruzione di quelle vicende dell’anno scorso sull’asse Milano-Vicenza-Treviso darebbe però un contributo importante per capire gli eventi che di lì a poco innescarono il disastro. Proprio questo, almeno in teoria, sarebbe stato il compito della commissione prima che si trasformasse, banalmente, nel più rumoroso tra i palcoscenici della campagna elettorale.

Conviene quindi fare un passo indietro nel tempo, fino a settembre del 2015, quando prende le mosse la complicata vicenda che ha per protagonista Ghizzoni. A quell’epoca la Popolare di Vicenza, reduce da un primo repulisti in bilancio e dal ribaltone manageriale che ha portato Giovanni Iorio sulla poltrona di amministratore delegato, deve trovare sul mercato 1,5 miliardi per tappare i buchi nei conti. Veneto Banca si trova nella stessa situazione, ma servono meno soldi: un miliardo. La soluzione, individuata con l’approvazione della Vigilanza della Bce di Francoforte, è quella dell’aumento di capitale accompagnato dallo sbarco in Borsa dei due istituti. Le risorse, 2,5 miliardi in tutto, verranno quindi raccolte sul mercato, con un’offerta di nuove azioni.

Questo, in breve, il piano. Per passare dalle parole ai fatti serviva però il sostegno degli investitori, poco propensi a comprare i titoli di due banche in gravissima difficoltà. E anche i piccoli soci, almeno 200 mila, erano quantomeno perplessi di fronte alla prospettiva di metter mano al portafoglio dopo che le loro azioni si erano già pesantemente svalutate nel corso dei due anni precedenti. Il rischio naufragio era quindi molto elevato. A salvare la situazione intervengono Banca Intesa, guidata allora come oggi dall’amministratore delegato, Carlo Messina e l’Unicredit di Ghizzoni.

I due istituti scendono in campo come garanti degli aumenti di capitale. In altre parole, secondo gli accordi sottoscritti in quelle settimane, le azioni rimaste invendute in sede di aumento di capitale, sarebbero state sottoscritte dai due colossi del credito nazionale: Unicredit si impegnava a sostegno di Popolare Vicenza, mentre Intesa era pronta ad aprire il suo paracadute per conto di Veneto Banca.

Si arriva così alla primavera del 2016, quando entrano nel vivo le manovre per dare il via ai due aumenti di capitale. Ed è a questo punto che crolla miseramente la doppia impalcatura di garanzia messa a punto nelle settimane precedenti. Per primo si sfila proprio Unicredit. Niente garanzia per l’aumento di Vicenza, che prende comunque il via a fine aprile. L’operazione cade nel vuoto. Nessuno vuole le azioni della banca veneta. Per evitare il disastro viene allestita in gran fretta una manovra di emergenza. Interviene il fondo Atlante, creato con il contributo di tutto il sistema creditizio nazionale, di alcune compagnie di assicurazioni e fondi pensione. Atlante diventa quindi l’azionista unico della Popolare (il 99 per cento del capitale), versando per intero il miliardo e mezzo che serviva a rimpinguare le casse dell’istituto. Lo stesso copione va in scena anche per Veneto Banca. In questo caso è Intesa a fare un passo indietro, sostituita dal neonato fondo di sistema.

Tirando le somme, quindi, si può dire che nella primavera del 2016 il rischio (2,5 miliardi di euro) del doppio aumento di capitale venne trasferito da Intesa e Unicredit ad Atlante, di cui peraltro le due grandi banche sono i quotisti più importanti. C’è dell’altro però. Giusto un anno dopo, a inizio aprile del 2017, si scopre che il buco nei conti delle Popolari è in realtà molto più grande di quanto fino ad allora immaginato. La Bce ordina una nuova iniezione di denaro fresco per 6,4 miliardi. Atlante, che nel frattempo aveva già versato un altro miliardo, si fa da parte e il governo sceglie la strada del salvataggio, finanziando con denaro pubblico l’intervento di Intesa, che nel giugno scorso ha rilevato la parte migliore dei due istituti in liquidazione. A conti fatti, l’esborso per le casse dello Stato potrebbe arrivare a 17 miliardi, con quasi 4,8 miliardi già versati alla banca acquirente.

Insomma, alla fine paga Pantalone: questo è sicuro. Ma resta ancora senza risposta una serie di interrogativi. La versione ufficiale della storia, quella raccontata dai comunicati stampa e nelle dichiarazioni dei protagonisti, lascia dietro di sé una scia di dubbi e di sospetti su cui la commissione parlamentare d’inchiesta sarebbe chiamata quantomeno a indagare. Se non altro perché il dissesto delle Popolari venete è stato pagato con risorse prelevate dalle tasche dei contribuenti italiani.

L’audizione di Ghizzoni, protagonista di un capitolo importante di questa vicenda senza lieto fine, potrebbe contribuire a diradare almeno un po’ la nebbia. Non è detto, ma può anche darsi che il banchiere sia pronto a togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Per lui, infatti, il primo infruttuoso tentativo di salvare Vicenza si è trasformato in un boomerang che, alla fine, gli è costato la poltrona. Alcuni grandi azionisti gli hanno rinfacciato la paternità di un’operazione, la garanzia per l’aumento del capitale della Popolare di Zonin, che se fosse stata onorata avrebbe creato passività miliardarie nei bilanci di Unicredit

Ecco i messaggi tra il direttore generale dell’istituto veneto e il numero uno dei controllori. I vertici della banca hanno goduto per anni di un filo diretto con via Nazionale
Ghizzoni si è difeso affermando che, in realtà, il contratto firmato a settembre 2015 non conteneva una vera e propria garanzia, ma era una sorta di pre-accordo, che sarebbe diventato vincolante solo se si fosse avverata una serie di quattordici condizioni. Tra queste anche la quotazione in Borsa di Popolare Vicenza, che poi non è avvenuta. Fatto sta che, in extremis, Unicredit ha potuto farsi da parte, evitando un pesante salasso finanziario. A quel punto però i grandi soci del gruppo creditizio, tra cui la fondazione di Verona e quella torinese Crt, fino ai grandi fondi americani, hanno raddoppiato le pressioni su Ghizzoni perché lasciasse l’incarico.

Messo alle strette, il manager ha preferito farsi da parte e a fine maggio dell’anno scorso ha rassegnato le dimissioni. A dicembre, a sorpresa, Unicredit lo ha designato come proprio rappresentante nel consiglio di Alitalia, ma è durata poco. Giusto qualche settimana, perché nell’aprile scorso la compagnia aerea è stata commissariata. Al vertice di Unicredit si è insediato il francese Jean Pierre Mustier, che per chiudere i conti con il passato e rafforzare il patrimonio a febbraio ha varato un aumento di capitale monstre da 13 miliardi. Il conto per gli azionisti, già pesantissimo, sarebbe stato ancora più salato se Unicredit avesse dovuto accollarsi anche i costi, almeno 3-4 miliardi, per evitare il fallimento di Popolare Vicenza. Un onere supplementare, quest’ultimo, che secondo alcuni analisti avrebbe anche potuto mettere a rischio la stabilità finanziaria dell’istituto.

A evitare guai peggiori è arrivato, come detto, il salvagente di Atlante, con cui il sistema bancario nel suo complesso si è fatto carico del doppio salvataggio. Negli ambienti finanziari sono in molti a sospettare che il governo, con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, abbia avuto un ruolo decisivo nella creazione di Atlante, che oltre a far fronte alle necessità di capitale immediate delle due Popolari, ha permesso a Unicredit e a Intesa di sfilarsi senza danni dall’operazione. Questa versione dei fatti è però sempre stata smentita dai diretti interessati.

Adesso Ghizzoni, nell’audizione in commissione, potrebbe dire la sua sull’argomento. Anche perché, alla luce di quanto è accaduto nei mesi successivi, fino al salvataggio di Stato delle banche venete, si può dire che l’intervento di Atlante sia stato tutt’altro che risolutivo.

Quella prima iniezione di capitale nei bilanci disastrati delle Popolari venete, 2,5 miliardi, si è infatti rivelata insufficiente. Il buco nei conti era molto più profondo. Sono bastati pochi mesi di verifiche, da parte del nuovo azionista Atlante, per scoprire ulteriori falle nel corso del 2016. E ancora più severo è stato il verdetto della Bce, emesso all’inizio del 2017.

Possibile che nessuno si fosse accorto di nulla già nel 2015, quando Popolare Vicenza e Veneto Banca sono state sottoposte dalla Vigilanza europea a nuovi serrati controlli? Si è così scoperto che i prospetti informativi, quelli per gli aumenti di capitale delle due banche venete varati nella primavera 2016, erano stati redatti, e approvati, dalla Consob, sulla base di bilanci che di lì a poco si sono rivelati del tutto inattendibili. Nel gran falò di miliardi che ne è seguito, Intesa e Unicredit sono riuscite a limitare i danni rispetto all’ipotesi iniziale, che le vedeva intervenire direttamente nei salvataggi. I due colossi del credito hanno perso solo il denaro investito in Atlante e cioè circa 650 milioni ciascuno.

D’altra parte, nel corso del 2016, il crescendo di notizie negative, a cominciare da quelle giudiziarie, ha convinto migliaia di clienti delle due Popolari a spostare altrove i loro depositi, aggravando, fino a renderla insostenibile, la crisi di liquidità degli istituti. L’esodo dei correntisti ha finito per avvantaggiare soprattutto Unicredit e Intesa, che hanno così potuto rafforzare la loro posizione nel Nordest.

Tempo pochi mesi e nel giugno scorso Intesa ha completato l’opera, rilevando al prezzo simbolico di un euro, e con il contributo miliardario dello Stato, i 26 miliardi di depositi dei due istituti veneti finiti in liquidazione. La banca acquirente è stata selezionata dal ministero del Tesoro, che, secondo le dichiarazioni ufficiali, avrebbe ricevuto anche altre offerte. Per valutarle, il governo si è affidato alla Rothschild, griffe della finanza tradizionalmente molto attiva in Italia. La stessa Rothschild che giusto un mese prima dell’incarico governativo aveva ingaggiato un nuovo senior advisor. Chi? Proprio lui, Ghizzoni. Che a fine luglio è stato promosso Presidente della Banca d’Affari. ( l espresso di Vittorio Malagutti)

 

 

 

 

 

 

 

Dopo i contanti, Ue lancia guerra a oro e pietre preziose

BRUXELLES (WSI) – Continua la guerra al denaro contante e si allarga a macchia d’olio finendo per colpire non soltanto i delinquenti, bensì gli stessi proprietari di oro. Nella nuova definizione di “contante” che l’UE deve elaborare sembra che saranno incluse infatti come categorie da prendere di mira anche l’oro e i metalli preziosi.

Il denaro contante e l’oro in lingotti “spesso sono utilizzati per attività criminali come il riciclaggio di denaro o il finanziamento del terrorismo“, dice l’Ue, che al G20 intende inoltre porre all’attenzione dei paesi partecipanti, esaminare e studiare misure per regolamentare il mercato dei Bitcoin e delle valute digitali analoghe, che stanno vivendo un boom senza precedenti.

Se ne parla poco sui media mainstream, ma negli ultimi giorni Bruxelles ha deciso di introdurre controlli più severi sul denaro contante in entrata o in uscita da un paese all’altro. Attualmente le persone fisiche sono tenute a dichiarare somme di denaro contante transfrontaliere pari o superiori a 10.000 euro. In seguito le autorità avranno anche il potere di sequestrare il contante al di sotto della soglia dei 10.000 euro in caso di sospetta attività criminale.

Tra le altre novità figura anche l’ampliamento della definizione di “contante” per includere l’oro, le pietre e i metalli preziosi, nonché le carte prepagate anonime di contante elettronico, e rendere obbligatoria la comunicazione del contante “non accompagnato” inviato dal carico.

La giustificazione di questi cambiamenti? Da Bruxelles fanno sapere che l’attuale legislazione è “enigmatica” e piena di scappatoie. Queste scappatoie legali, a quanto pare, rendono molto facile il riciclaggio del denaro al di là delle frontiere, soprattutto perché i criminali spostano regolarmente gli importi al di sotto del limite dei 10.000 euro.

“Grandi somme di denaro contante, siano esse banconote o lingotti d’ oro, sono spesso utilizzate per attività criminali come il riciclaggio di denaro o il finanziamento del terrorismo. Con questa legislazione forniamo alle nostre autorità gli strumenti di cui hanno bisogno per migliorare la loro lotta contro questi crimini “

Così ha dichiarato Mady Delvaux, eurodeputato. La decisione di rafforzare i controlli non è una sorpresa. Il 21 dicembre dello scorso anno la Commissione europea aveva già avuto modo di annunciare che intende intensificare gli sforzi per “rendere più severi i controlli sul contante, facilitare le ispezioni della polizia transfrontaliera e accelerare il congelamento dei beni e le decisioni di confisca”. Tutto questo fa parte di un più ampio pacchetto denominato “Unione per la sicurezza” lanciato nell’ aprile 2015.

Il problema è come l’Unione Europea intende giustificare i nuovi controllo sugli spostamenti di oro: le autorità nazionali hanno constatato che alcune materie prime preziose di valore elevato, come l’ oro, vengono utilizzate per eludere l’ obbligo di dichiarazione, in quanto l’ oro non è considerato “contante” ai sensi delle norme vigenti. Ad esempio, le autorità doganali francesi hanno trovato denaro contante e oro non dichiarati per un valore di 9,2 milioni di euro in pacchi postali e pacchi merci nel corso di un’indagine condotta all’aeroporto di Roissy nel 2015.

Come scrive il sito specializzato News.goldcore.com, in verità facendo una rapida ricerca su Google si scopre che di segnalazioni di questo tipo non v’è traccia. È pure interessante notare come l’esempio dell’UE non riesca a fornire una ripartizione precisa di quanto dei 9,2 milioni di euro intercettati fosse contante e quanto invece oro.

“La triste verità è che l’ UE sta assistendo a un aumento del numero di persone che prelevano i loro beni dai conti bancari e li collocano in beni materiali e lo fanno a causa della crescente minaccia di tassi di interesse negativi e del deposito cauzionale. Un divieto sul denaro contante esacerba questioni già esistenti e le pone in primo piano nella mente di ogni risparmiatore prudente e degli investitori: libertà, sicurezza del patrimonio, protezione della ricchezza da tassi di interesse negativi, bail-in e svalutazioni valutarie. L’attuale spinta verso una società senza contanti dimostra l’ importanza di essere diversificati e di non avere tutti i risparmi all’interno del sistema finanziario e bancario vulnerabile”.

DE BENEDETTI – LA SFRENATA PASSIONE DELL’INGEGNERE A SCOMMETTERE IN BORSA, FAVORITA ANCHE DALLE SUE FREQUENTAZIONE CON I PALAZZI ROMANI – LA “ROMED”, IL SUO BRACCIO OPERATIVO, HA GUADAGNATO 37 MILIONI: IL 50% IN PIU’ RISPETTO ALL’ANNO PRIMA – IL CASO DELLE BANCHE POPOLARI

Fabio Pavesi per La Verità

Agli atti per ora ci sono le dichiarazioni del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che ha rivelato alla commissione d’ inchiesta sulle banche che ci furono dei colloqui tra Carlo De Benedetti e Bankitalia, nonché con l’ ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, pochi giorni prima del via libera al decreto sulle Popolari, datato 20 gennaio del 2015.

Lo stesso Vegas ha però aggiunto che l’ istruttoria avviata dalla stessa Authority ha portato all’ archiviazione sia per Renzi sia per De Benedetti. Anche la Procura di Roma ha precisato che nessun procedimento è stato avviato nei confronti di entrambi. Fin qui la cronache di queste giornate convulse, e del retroscena mai chiarito su chi abbia speculato sulle banche Popolari prima della notizia del decreto del governo.

Quel balzo del 60% di Banca Etruria, tra volumi intensi concentrati in poche sedute, non è passato inosservato. Non erano certo i piccoli soci a muoversi sul titolo, ma mani forti, dato che l’ amplissimo flottante ha bisogno di volumi alti per far salire il prezzo verso l’ alto con tanta veemenza. Tra queste mani forti continua ad aleggiare il sospetto che siano proprio state quelle di Carlo De Benedetti a muoversi con grande tempismo.

In favore di questo punto di vista depone quell’ intercettazione della Guardia di finanza nella quale l’ Ingegnere ordina, il 16 gennaio 2015 (il venerdì prima dell’ approvazione del decreto), a Intermonte Sim l’ acquisto di titoli delle Popolari che sarebbero state rivendute subito dopo fruttando una plusvalenza in pochi giorni. Va detto che anche in questo caso l’ indagine che coinvolse Intermonte è finita con un’ archiviazione.

Resta il fatto che l’ anziano patriarca dei De Benedetti non è nuovo alle scorribande borsistiche. L’ ex editore di Repubblica, che ha creato un impero industriale che si allunga da Cofide e Cir fino al gruppo L’ Espresso, a Sogefi e alla sanità privata e, fino al 2015, alla disastrosa avventura in Sorgenia, ha sempre coltivato la passione, tutta finanziaria, per la Borsa. Fin da giovane. L’ Ingegnere, infatti, ha sempre amato la finanza e l’ azzardo della scommessa al rischio.

Tutto lecito, per carità. Ma quella passione potrebbe averlo spinto oltre, nella caccia a informazioni privilegiate. Tanto più dall’ alto delle sue frequentazioni abituali con il Potere. Supposizioni ovviamente. Sta di fatto che uno come Carlo De Benedetti ha strumenti e competenze tali da non soffrire di asimmetrie informative, come il più classico dei piccoli cassettisti. Quella passione per il mordi e fuggi sui mercati è tra l’ altro più che redditizia a guardare i conti della sua holding personale, la Romed, dalla quale attinge le risorse per comprare e vendere titoli e coltivare la sua libidine per il trading.

La Romed possiede una serie di partecipazioni immobiliari in Francia (in venue de Montaigne a Parigi, in particolare, ma anche a Marbella, in Spagna) che ne costituiscono l’ ossatura storica, ma per una buona metà del suo bilancio, la Romed vive di compravendite di titoli. L’ Ingegnere compra e vende con assiduità sia titoli sia derivati di ogni genere: su indici, cambi, e ancora su titoli. Un vero giocatore di Borsa, anche acuto e fortunato nelle sue puntate.

Nel 2016 la Romed spa ha portato a casa 31,5 milioni di utili nel suo complesso. Ne fece oltre 36 nel 2015. Senza contare i ben 93,5 milioni di profitti del 2014. Un triennio straordinariamente ricco per l’ Ingegnere. Le sole attività finanziare in pancia a Romed, che valevano 65 milioni nel 2015, sono salite a 94 milioni nel 2016, ultimo bilancio disponibile. E quel po’ po’ di denaro investito in titoli ha fruttato laute plusvalenze lungo tutto un triennio. La differenza si vede dall’ approccio alla Borsa.

Nel 2014 i guadagni da trading a Piazza Affari sono assommati a 24 milioni, saliti a 37,5 milioni nel 2015 (l’ anno della presunta speculazione sulle Popolari) e attestatisi a 12 milioni l’ anno scorso. Giocare in Borsa rende bene al capostipite della famiglia De Benedetti. La passione per il rischio si nutre anche di ogni genere di derivato finanziario. Come una piccola banca d’ affari, Carlo De Benedetti muove da solo derivati per 34 milioni. Scommette su future (un tipo di contratto a termine) e opzioni, sia sugli indici che sui cambi, che su singoli titoli.

Certo, lo fa con soldi suoi, in fondo Romed è ben capitalizzata con un patrimonio che supera ampiamente i 100 milioni. Ma per una parte consistente Carlo De Benedetti si indebita per le sue puntate borsistiche. I debiti con le banche nel 2016 erano vicine all’ intero patrimonio: 123 milioni di prestiti. In fondo l’ Ingegnere è uno degli uomini più solidi e garantiti d’ Italia. Nessun rischio per gli istituti di credito a concedere finanziamenti al suo veicolo finanziario personale.

E qui però va in scena il vecchio copione secondo il quale le banche si garantiscono o dovrebbero farlo. Che vale per gli immobiliaristi rampanti con poco capitale, ma evidentemente vale anche per uno degli uomini più ricchi d’ Italia. Di quei 123 milioni di crediti vantati dalle banche verso Romed, ben 80 milioni risultano garantiti da quei titoli azionari che De Benedetti compra e vende, sui quali le banche hanno iscritto pegni. Va bene la fiducia, ma meglio coprirsi le spalle. Anche con Carlo De Benedetti.

VOLEVANO RIFILARE UN “BIDONE” – PARLA MARINA NATALE, EX RESPONSABILE ACQUISIZIONI UNICREDIT: “GUARDAMMO LE BANCHE IN DIFFICOLTA’ PER EVENTUALI FUSIONI. MA BANCA ETRURIA NON CI SEMBRO’ NELLE CONDIZIONI” – ALL’EPOCA IL PATRIMONIO DELL’ISTITUTO NON ESISTEVA QUASI PIU’

Andrea Greco per la Repubblica

Per due motivi la piccola Banca Etruria ex popolare si trova oggi mostrificata nelle polemiche della commissione inquirente sulle banche. Non solo perché era la banca della circoscrizione – e del padre, e del fratello – di Maria Elena Boschi, che ora i renziani difendono a spada tratta contro i fendenti di tutti gli altri. Ma perchè è un piccolo macigno sul sentiero del governo di Renzi, che le crisi bancarie hanno subito reso più accidentato.

Lo era diventato, un macigno, per le condizioni critiche del suo attivo, e poi per i connessi e reiterati tentativi di Boschi e altri membri del governo di risollevare un istituto che rovinando poteva nuocere ai Boschi e a Renzi. Oggi in commissione a Roma ci sarà Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit cui tre anni fa fu chiesto dalla ministra per le Riforme (e poi dall’ allora presidente di Etruria, Lorenzo Rosi) di annacquare nel colosso italo-tedesco i mali della banca aretina, che così sarebbe uscita dai radar.

Ghizzoni, che da sette mesi non commenta la versione rivelata da Ferruccio de Bortoli in Poteri forti ( o quasi), dovrebbe oggi confermare gli incontri avuti dal novembre 2014 e le richieste di Boschi di interessarsi. Il banchiere piacentino, che all’ epoca non gradì quelle che aveva vissuto come interferenze, passò le carte a Marina Natale, vice dg Unicredit che si occupava di acquisizioni.

«In quegli anni i dossier delle banche italiane in difficoltà li abbiamo guardati tutti più di una volta, per possibili fusioni – ha raccontato di quei mesi la manager che ora guida la Sga, società pubblica di recupero crediti – ma Etruria non ci sembrò nelle condizioni». A quell’ epoca il patrimonio, spianato dalle svalutazioni su crediti erogati per anni con manica larga, non esisteva quasi più: e dopo anni di ispezioni e pressioni poco risolutive, alla Banca d’ Italia non restò che mandare i commissari, che nel febbraio 2015 seppero solo dirigere Etruria verso gli scogli della risoluzione di novembre.

Ad Arezzo, dopo un trentennio di piccole aggregazioni sotto l’ egida di Elio Faralli, massone e mentore dei proprietari terrieri d’ impronta contadina, era partita una contesa con i poteri cattolici imperniati sull’ ex Dc Giuseppe Fornasari. Proprio lo scontro portò ad aumentare i crediti verso l’ immobiliare, e a ingraziarsi i consiglieri introducendo in cda uomini nuovi e forestieri: dal 2009, con “il golpe bianco”, il bandolo passò a Fornasari, con la maggioranza di 13 consiglieri che in breve si indebiteranno con la stessa banca per 185 milioni (compresi i cinque sindaci atti ai controlli), con 198 fidi incagliati o in sofferenza.

Già nel 2012 la banca dovette accantonare un miliardo; nel 2013 l’ ispezione di Bankitalia rilevò il «degrado irreversibile», e a dicembre Visco impose ai vertici di trovare «un partner adeguato» e sparire. Nel 2014, mentre la banca nominava consulenti che trovassero partner, puntò in parallelo sulla carta Boschi. Il padre Pier Luigi, in cda nel 2011 in rappresentanza delle coop, da maggio 2014 è vicepresidente.

«Una figura di non grande visibilità in città – racconta un ex banchiere Etruria che lo ha conosciuto – ma il successo travolgente della figlia fece sperare in possibili aiuti». Tre mesi prima “Meb” aveva giurato come ministra del governo Renzi. I mille giorni dell’ esecutivo renziano sono stati costellati dalle crisi bancarie – ben dieci -, anche se non certo per responsabilità soggettive. Ma è un fatto che, sottotraccia, le difficoltà di Etruria hanno mosso e fatto muovere, in modo più e meno opportuno, ministri, autorità e operatori. Il tentativo con Unicredit è fra tanti.

Sei mesi prima, nel maggio 2014, c’ era stata Popolare di Vicenza, unica banca che – invitata con Bper e un fondo israeliano dagli advisor a visionare i conti per poi fare un’ offerta – ebbe il coraggio di lanciare un’ Opa in contanti sul 100% di Etruria, soluzione ben vista dalla Vigilanza. L’ affondo inquietò molto i banchieri aretini, che temevano di perdere il giocattolo e la rigettarono un mese dopo senza neanche portarla al vaglio dell’ assemblea sociale (anche per questo il cda è stato multato dalla vigilanza).

S’ inquadra in quelle settimane la richiesta di incontro di Maria Elena Boschi al presidente della Consob Giuseppe Vegas: «Mi espresse preoccupazione per la fusione con Vicenza, le risposi che non era compito della Consob», ha detto in commissione l’ ex parlamentare di Forza Italia.

Almeno due gli incontri che la Boschi ebbe con il vice direttore generale di Bankitalia, Fabio Panetta: in aprile, poi nella seconda parte del 2014. Intanto Renzi faceva domande “bancarie” al suo superiore, Ignazio Visco: «La presi come una battuta», ha detto il governatore ieri. L’ epilogo arriva nel 2015. A Capodanno il ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio chiama il presidente della popolare dell’ Emilia Romagna Ettore Caselli chiedendo se gli interessi Etruria.

E il 3 febbraio, a 8 giorni dal commissariamento, il dg di Veneto banca Vincenzo Consoli chiama prima il capo di Bankitalia in Toscana poi Boschi padre chiedendo di intercedere su Renzi, pensando a matrimonio a tre con Vicenza e Arezzo: «Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia e col presidente». Poi la deriva.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI – NELLA MAIL A GHIZZONI, MARCO CARRAI SCRIVEVA: “MI E’ STATO CHIESTO DI SOLECITARTI IL PIÙ POSSIBILE”

1 – GHIZZONI, MAIL CARRAI GENNAIO 2015,CHIEDEVA DI ETRURIA

(ANSA) – L’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni ricevette da Marco Carrai una mail il 13 gennaio nella quale diceva: “solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto nel rispetto dei ruoli di sollecitarti se possibile”. All’epoca Ghizzoni riferisce che “la mia prima reazione fu di chiedermi chi lo aveva sollecitato (a Carrai ndr) e decisi di non richiedere nessun chiarimento. Non volevo aprire altri canali di comunicazione”. In seguito Ghizzoni rispose “ok ti confermo che stiamo lavorando e contatteremo i vertici di Etruria”.

2 – VOCABOLARIO ONLINE

Da http://www.treccani.it

sollecitare (ant. sollicitare) v. tr. e intr. [dal lat. sollicitare «agitare fortemente», der. di sollicitus «sollecito1»] (io sollécito, ecc.). – 1. tr. a. Fare pressione, insistere presso altri perché facciano al più presto quanto avevano promesso o si erano impegnati a fare, o quanto si era loro richiesto; è riferito sia alla persona o all’ente cui ci si rivolge: s. l’impresa perché finisca i lavori; s. la sarta, il calzolaio; sia alla cosa per cui si fa premura: s. una risposta; s. la consegna di un lavoro. b. Chiedere insistentemente, brigare per ottenere qualcosa, spec. valendosi di raccomandazioni e aderenze: s. favori; s. incarichi; s. posti ben remunerati.

Ghizzoni: “Nel dicembre 2014 Boschi mi chiese di valutare l’acquisizione di Etruria”

L’audizione dell’ex numero uno di Unicredit: “Con il ministro un colloquio cordiale, non ci furono pressioni. Mi parlò di preoccupazioni per l’impatto sul suo territorio”. E aggiunge: “Nel gennaio 2015 anche Carrai sollecitò una risposta sulla questione”

L’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni conferma i contatti con la sottosegretaria Boschi a proposito di una possibile acquisizione di Banca Etruria da parte di Unicredit, con una richiesta diretta avvenuta il 12 dicembre del 2014, escludendo però pressioni. “Boschi mi chiese se era pensabile per Unicredit un intervento su banca popolare dell’Etruria”, ha detto l’ex ad in audizione in commissione banche. “Fu un colloquio cordiale, non avvertii pressioni da parte del ministro Boschi e ci lasciammo su queste basi. Da quel momento in poi non ci sono stati ulteriori contatti, le strutture continuavano a lavorare su un’ipotesi di acquisizione” di Etruria, ha detto Ghizzoni.

“Da parte sua – ha proseguito Ghizzoni – non c’era tanto la preoccupazione sulle situazione delle banche toscane, ma cosa questo avrebbe comportato in termini negativi di impatto sul territorio. Era preoccupta dell’impatto negativo su famiglie e piccole imprese”.

L’ex numero uno di Unicredit, rispondendo ai commissari, ha spiegato per quale motivo l’azione dell’allora ministro Boschi non può essere classficata come pressione. “Pressione sarebbe stata se mi avessero detto: ‘Acquisite Banca Etruria’”. Richiesta che, in questi termini, non è avvenuta. “Le pressioni uno lo può sentire o non sentire. Certamente la risposta che diedi per me è una risposta al fatto che l’incontro non ha leso la nostra capacità di decidere in maniera indipendente”, ha spiegato. “Non mi fu seccamente chiesto di
acquistare Banca Etruria, l’avrei ritenuto inaccettabile. Ma di valutare un intervento in Banca Etruria nell’indipendenza di giudizi”.

In ogni caso – ha aggiunto il manager – Unicredit comunicò definitivamente il 29 gennaio ai vertici di Banca Etruria che non era interessata ad acquisirla. “Comunicammo che non eravamo disponibili ad andare avanti e da quel momento in poi anche con Banca Etruria non ci furono più contatti” ha spiegato Ghizzoni, precisando che poi l’11 febbraio Etruria fu commissariata. A quel punto “poi ci furono un paio di contatti con il capo della vigilanza di Bankitalia Barbagallo assolutamente ovvi e dovuti. Il 24 febbraio in una call mi veniva chiesto se alla luce del commissariamento eravamo disposti a riaprire il caso e risposi che non eravamo disponibili e confermai anche a Barbagallo che non ci interessava l’investimento in Etruria, poi se ne riparlò a fine anno con il processo di salvataggio delle 4 banche in crisi”.

Ghizzoni ha poi svelato un altro dettaglio sconosciuto. A gennaio anche Marco Carrai, grande amico dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, aveva sollecitato il manager sul dossier. “Mi arrivò il 13 gennaio 2015 una mail da Marco Carrai in cui mi diceva ‘mi è stato chiesto su Etruria di sollecitarti per dare una risposta’”, ha raccontato Ghizzoni. Il testo è stato poi letto dal presidente della commissione Pier Ferdinando Casini.
“Ciao Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile, nel rispetto dei ruoli, per una risposta. Un abbraccio Marco”.

“Mi venne da pensare a chi potesse aver chiesto questo sollecito”, ha detto Ghizzoni. “Esclusi la banca perché avevamo un rapporto aperto. Decisi di non chiedere alcun chiarimento, per non aprire canali di comunicazione. Risposi ‘ok, stiamo lavorando, quando avremo finito la nostra analisi contatteremo la banca e daremo la nostra risposta’. La risposta allla banca l’abbiamo data il 29 gennaio 2015”.

Ghizzoni in proposito ha aggiunto di non avere voluto chiedere da chi fosse partita la sollecitazione, cioé chi abbia chiesto a Carrai di sollecitare una risposta. “Mi sono chiesto chi avesse sollecitato la richiesta” contenuta nella mail di Marco Carrai, “ho ritenuto per Unicredit molto meglio non approfondire perchè volevo dare il messaggio che la valutazione era in corso e la risposta era da dare alla banca. Ho scelto coscientemente di non chiedere”.(repubblica)

 

Banca Etruria, Boschi: “Confermo Ghizzoni, ho solo chiesto informazioni”

Rossi (Mdp) attacca: “Ministro non può dire bugie in Parlamento”. Di Battista (M5S): “Renzi-Boschi-Carrai, clan indecente”. Meloni: “Pietra tombale su credibilità dell’ex premier”

 

CRONACA DI UNA TRUFFA ANNUNCIATA – POSSIBILE CHE NESSUNO ABBIA VOLUTO VEDERE IL LENTO FALLIMENTO DI BANCA ETRURIA? – E’ ARRIVATA A SOTTOSCRIVERE 7 MILIARDI DI TITOLI PUBBLICI PER CAMUFFARE LE PERDITE SULLE SOFFERENZE: NESSUN ISTITUTO, NEMMENO I PIU’ GRANDI, AVEVANO COSI’ TANTI BTP IN PORTAFOGLIO

Fabio Pavesi per la Verità

Nel casus belli Etruria-Boschi c’ è da chiedersi paradossalmente cosa sarebbe accaduto se il ministro (o meglio il governo per ragioni evidenti di opportunità) si fosse interessato alla crisi della banca aretina ben prima dell’ improbabile offerta dell’ altra malandata cronica, cioè la Banca Popolare di Vicenza, di Zonin. Se il governo si fosse davvero preoccupato da vicino e fosse intervenuto per tempo forse il crac e il bagno di sangue dei risparmiatori-soci sarebbe stato evitato.

La verità è che proprio l’ assenza della politica e di un intervento drastico dei regolatori hanno permesso colpevolmente la discesa verso il baratro. I segnali d’ allarme del tutto inascoltati erano considerevoli e di vecchissima data.

Eccoli. Uno dei segnali anomali era in quel folle acquisto di titoli di Stato. Etruria inizia a fine 2011 a comprare a più non posso bond del Tesoro, ben 2,1 miliardi, cifra già consistente. Poi il boom: si sale a 5,4 miliardi per poi raggiungere il tetto dei 7 miliardi nel 2013. La banca locale si trasforma in una piccola Goldman Sachs: ha attività finanziarie (i Btp) a rischio basso o zero che equivalgono alla metà dell’ intero bilancio. Un primato sospetto.

Nessuna banca italiana ha un livello di Btp così ingente sul bilancio. Quell’ amore per i titoli pubblici ha una precisa ragione: i Btp servono infatti a fare proventi straordinari che compensino la brusca impennata delle perdite sulle sofferenze che cominciano a emergere. Un modo per coprire la malattia che si stava manifestando. Nessuno l’ ha voluto vedere.

L’ altro segnale trascurato è del febbraio del 2012. I vertici licenziano l’ agenzia Fitch, che ha da poco assegnato un rating junk («spazzatura») alla banca. È, tra le banche medie italiane, quella messa peggio. Gli analisti spiegano la bocciatura con la mole delle sofferenze, già nel 2011 a un livello doppio rispetto alla media del sistema. La banca però – che ha già oltre 230 milioni di subordinati sul mercato – non può permettersi di rinunciare tout court a nuovi collocamenti.

I subordinati aiutano a incrementare i requisiti di patrimonio che verranno messi a dura prova dalla montagna di crediti in sofferenza. Gli investitori professionali lo sanno e stanno alla larga. Cosa fa abilmente Etruria? Piazza i subordinati alla piccola clientela. Lo scrive ingenuamente anche nei bilanci 2012-2013, che nessuno va a leggere. Si va a «granulizzare» la raccolta. Bond rischiosi offerti alle vecchiette, tra l’ altro con una cedola bassissima, il 3,5%. Due piccioni con una fava. Si vende ai piccoli (prodotti rischiosi) pagando un rendimento poco costoso per la banca.

Già ma come sta la banca? Messa male, molto male, già nell’ estate del 2013. Il prospetto vidimato da Consob è pieno di avvertenze di rischio. Soprattutto evidenzia come a metà 2013 la banca abbia crediti malati lordi che sono oltre il 30% del portafoglio, più del doppio delle altre banche. Peccato che il prospettone non sia comprensibile al cliente medio. E soprattutto Consob non si preoccupa poi di verificare a chi siano finiti quei bond. Per la Consob la forma è salva, ma non la sostanza, perché quel collocamento granulare ebbe grande successo. Un’ altra anomalia: Bankitalia rilevò, già nel 2010 in una delle primissime ispezioni, il nodo della sottovalutazione enorme delle partite creditizie in difficoltà. Per gli ispettori «i crediti in default si approssimano al 14% dell’ erogato». Un numero elevatissimo per l’ epoca, dato che l’ esplosione delle sofferenze per le banche italiane non era ancora drammatica.

Lo era già per Etruria, invece. Il totale dei crediti deteriorati per Banca d’ Italia era già nel lontano 2009 poco sopra il miliardo, mentre per la banca erano solo 235 milioni. Un abisso nelle valutazioni. Da quel lontano 2010 in poi partirà quel gioco a rimpiattino tra i vertici della banca, che continueranno a sottostimare l’ enorme mole di sofferenze che si accumulava e la Vigilanza, che continuerà a bacchettare cda e sindaci senza prendere però di petto la faccenda.

Nel mentre ecco spuntare gioco forza le prime perdite sui crediti. Dal 2012 è un collasso: la banca svaluterà da allora in poi sofferenze per oltre 1 miliardo. Altro che fulmine a ciel sereno. L’ ultimo segnale è nella posizione corta (cioè in vendita allo scoperto sulle azioni) montata da Kairos su Banca Etruria. Una posizione che lungo tutto il 2014 arriva a toccare il 3% del capitale, rendendo il fondo Kairos il primo socio della banca di Arezzo.

Un socio però che – conscio della pericolosità del titolo – si era messo al ribasso sul prezzo, sicuro di trarre guadagno dalla caduta del titolo. Più chiaro di così. Eppure nessuno tra chi dovrebbe intervenire fa una piega. Come si vede, Etruria va incontro fin dal 2009-2010 a una lenta decozione, acceleratesi dal 2011 in poi con Pier Luigi Boschi insediato nel cda e poi divenuto vicepresidente, nel 2014. Un arco di tempo lunghissimo per le condizioni critiche della banca. C’ è davvero da chiedersi: dov’ erano allora la Boschi, il governo, Bankitalia e Consob?

Per Veneto Banca un nuovo sequestro di beni per 59 mln a carico di imprenditori nel cda D’Aguì, Fagiani, Marcolin, Giovannone e di Bertolo, ex responsabile amministrativo. Nulla si sa a Vicenza del sequestro da 106 mln

Mentre per la Banca Popolare di Vicenza nulla si sa neanche del sequestro di 106 milioni di euro disposto dal Gip e confermato dalla Cassazione, dopo i conflitti di competenza da questa risolti a favore di Vicenza e con la conferma che il sequestro andava, comunque, eseguito dalla procura berica, gli uomini del Nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza (si legge su NordEst Economia) hanno eseguito (il lancio è del pomeriggio del 19 dicembre) un sequestro di beni per un valore complessivo di 59 milioni riconducibili a imprenditori e un manager coinvolti nell’indagine su Veneto Banca., sequestro che si aggiunge a quello eseguito da tempo a carico dell’ex Ad Vincenzo Consoli.

Il provvedimento del gip di Roma, emesso nell’ambito del procedimento su Veneto Banca attualmente in fase di udienza preliminare e che vede coinvolto anche l’ex Ad Vincenzo Consoli, riguarda cinque soggetti ed è riferito a due delle imputazioni di ostacolo all’attività di vigilanza contestate dai pm di Roma nella richiesta di rinvio a giudizio.

Si tratta, scrive LaReuppblica.it, di Pietro D’Aguì, ex numero uno di Banca intermobiliare, Mosè Fagiani, Flavio Marcolin, Gianclaudio Giovannone (tutti imprenditori, alcuni con passati incarichi nel cda Veneto Banca, proprietari di immobili a Milano, Torino e Bergamo) e Stefano Bertolo, ex responsabile amministrativo dell’istituto. Il provvedimento del gip di Roma, emesso nell’ambito del procedimento su Veneto Banca attualmente in fase di udienza preliminare e che vede coinvolto anche l’ex Ad Vincenzo Consoli, riguarda cinque manager e imprenditori ed è riferito a due delle imputazioni di ostacolo all’attività di vigilanza contestate dai pm di Roma nella richiesta di rinvio a giudizio.

Il sequestro si riferisce all’accusa di ostacolo è contestata con riferimento alla realizzazione di un’operazione di portage da parte di quattro persone che, d’intesa con il Consoli, avevano acquisito pacchetti obbligazionari del valore di 7,5 mln di euro cadauno (obbligazioni facenti parte di un prestito obbligazionario emesso dalla stessa Veneto Banca), a fronte della quale l’istituto aveva assunto l’impegno di un riacquisto da lì a breve.
La seconda ipotesi si riferisce ad una operazione “baciata” ideata e realizzata da un manager dell’Istituto con l’accordo dello stesso Consoli, in virtù della quale tre soggetti estranei, non attinti dal provvedimento, si erano impegnati ad acquisire consistenti pacchetti di azioni Veneto Banca ricevendo dalla Banca, quale contropartita, l’impegno a riconoscere un tasso di interesse del 3% (clausola notoriamente inusuale per i titoli azionari) per poi procedere al riacquisto delle stesse azioni tramite soggetti terzi.

Oggetto del sequestro sono le disponibilità liquide delle persone colpite, ancora in corso di quantificazione, numerosi immobili (undici fabbricati e vari terreni) ed autovetture di lusso.(Vicenza Più)

Veneto Banca, stretta sui manager: sequestrati beni per 59 milioni di euro

In cinque accusati di aver ostacolato l’attività di vigilanza. Avrebbero acquistato pacchetti obbligazionari per 7,5 milioni a fronte dell’impegno della banca di riacquistarli

Di Sergio Rame il Giornale 

Si stringe il cerchio su imprenditori e manager di Veneto Banca. Questa mattinai finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria hanno sequestrato beni per 59 milioni di euro eseguendo il decreto emesso dal gip del tribunale di Roma. Il maxi sequestro rientra nel procedimento, ora in fase di udienza preliminare, che ha già portato agli arresti domiciliari nei confronti dell’ex ad dell’istituto, Vincenzo Consoli, e al sequestro di beni per vari milioni di euro che fanno a capo anche alla moglie Maria Rita Savastano.

Mentre la commissione Banche cerca di far luce sul fallimento di quattro banche, tra cui le due venete (Veneto Banca e Popolare di Vicenza) e gli oscuri legami con il governo Renzi, la giustizia fa il suo corso. Proprio oggi è stato eseguito un provvedimento di sequestro che riguarda altri cinque soggetti che, nella richiesta di rinvio a giudizio, la procura capitolina ha accusato di “ostacolo all’attività di vigilanza”. La Finanza ha messo le mani su liquidi, immobili (undici fabbricati e diversi terreni) e autovetture di lusso. Il tutto per un valore di 59 milioni di euro.

Nel primo caso, come si evince dalle carte, l’accusa di ostacolo riguarda la realizzazione di un’operazione di portage da parte di quattro persone che, d’intesa con Consoli, avevano acquisito pacchetti obbligazionari del valore di 7,5 milioni di euro ciascuno (obbligazioni facenti parte di un prestito obbligazionario emesso dalla stessa Veneto Banca), a fronte della quale l’istituto aveva assunto l’impegno di un riacquisto da lì a breve. La seconda ipotesi si riferisce a una “operazione baciata” che sarebbe stata ideata e realizzata da un manager dell’istituto con l’accordo dello stesso Consoli, in virtù della quale tre soggetti estranei, non destinatari del provvedimento, si erano impegnati ad acquisire consistenti pacchetti di azioni Veneto Banca ricevendo dall’istituto, quale contropartita, l’impegno a riconoscere un tasso di interesse del 3% (clausola notoriamente inusuale per i titoli azionari) per poi procedere al riacquisto delle stesse azioni tramite soggetti terzi.

BLITZ DELLA GDF
VENETO BANCA: SEQUESTRATI 59 MILIONI A IMPRENDITORI E MANAGER

Il sequestro è stato disposto nell’ambito del procedimento sull’istituto che pende in fase di udienza preliminare e che già aveva visto l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti dell’ex ad Vincenzo Consoli

Sequestro per 59 milioni di euro nei confronti di imprenditori e manager coinvolti nell’indagine su Veneto Banca. Finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria stanno eseguendo il decreto emesso dal Gip del tribunale di Roma, su richiesta della Procura, nei confronti di 5 persone. Il sequestro è stato disposto nell’ambito del procedimento su Veneto Banca che pende in fase di udienza preliminare e che gia’ aveva visto l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti dell’ex ad dell’istituto, Vincenzo Consoli, con contestuale sequestro di beni per vari milioni di euro a carico di questi e della moglie Maria Rita Savastano.

Il provvedimento in corso di esecuzione riguarda invece altri soggetti ed e’ riferito a due delle imputazioni di ostacolo all’attivita’ di vigilanza contestate dalla Procura nella richiesta di rinvio a giudizio. Nel primo caso, l’accusa di ostacolo riguarda la realizzazione di un’operazione di “portage” da parte di quattro persone che, d’intesa con Consoli, avevano acquisito pacchetti obbligazionari del valore di 7,5 milioni di euro ciascuno (obbligazioni facenti parte di un prestito obbligazionario emesso dalla stessa Veneto Banca), a fronte della quale l’istituto aveva assunto l’impegno di un riacquisto da li’ a breve. La seconda ipotesi si riferisce ad una operazione cosiddetta “baciata” ideata e realizzata da un manager dell’Istituto con l’accordo dello stesso Consoli, in virtu’ della quale tre soggetti estranei, non destinatari del provvedimento, si erano impegnati ad acquisire consistenti pacchetti di azioni Veneto Banca ricevendo dall’istituto, quale contropartita, l’impegno a riconoscere un tasso di interesse del 3% (clausola notoriamente inusuale per i titoli azionari) per poi procedere al riacquisto delle stesse azioni tramite soggetti terzi. Oggetto del sequestro sono le disponibilita’ liquide delle persone coinvolte, ancora in corso di quantificazione, numerosi immobili (undici fabbricati e vari terreni) ed autovetture di lusso ( Rai News)