FALCIAI – Mondomarine, segnali positivi per il rinnovo della concessione demaniale

L’azionista di maggioranza Falciai ha provveduto con 571 mila euro al pagamento degli arretrati compreso l’anticipo per tre anni come richiesto

 

Ieri l’azionista di maggioranza Alessandro Falciai ha provveduto con un assegno da 571 mila euro al pagamento degli arretrati compreso l’anticipo per i tre anni come richiesto che verranno destinati all’autorità portuale per il rinnovo della concessione demaniale.

Un segnale importante che fa seguito alla firma dell’accordo per l’affitto del ramo d’azienda da parte di Palumbo Group, nei prossimi sei mesi invece si aspetta il bando di gara.

Si attendono novità da parte del tribunale nei prossimi giorni invece sull’istanza fallimentare: “Aspettiamo fiduciosi che si sblocchi questa situazione di stallo comunque questa è una decisione all’insegna della continuità aziendale” spiegano Franco Paparusso, Uil e Lorenzo Ferraro, Cgil

 

MONDOMARINE I MAGISTRATI INDAGANO SUI SOLDI SPARITI

Mondomarine FALCIAI ZAMBRINI
 (tuttobarche)

La crisi di Mondomarine, una delle realtà storiche e fra le più importanti della cantieristica nautica, ha subito una svolta giudiziaria con l’avvio in procura degli interrogatori dei vertici della società. Ieri mattina a Savona, davanti  ai pm titolari dell’inchiesta, Vincenzo Carusi e Ubaldo Pelosi, si è presentato l’ingegner Giuseppe Dilorenzo, amministratore delegato della società per rispondere per primo alle contestazioni dei magistrati. Le ipotesi di reato su cui indaga la procura sono quelle di bancarotta in danno di Mondomarine Spa, ricorso abusivo al credito mediante la presentazione di fatture per operazioni inesistenti, truffa, falso in bilancio per gli anni 2014, 2015 e 2016 e distrazione di somme dalla contabilità aziendale.

MondomarineI magistrati  hanno mantenuto un riserbo totale sui contenuti dell’interrogatorio, limitandosi solo a confermare che nei prossimi giorni saranno ascoltati altri personaggi legati alla vicenda giudiziaria, come Alerssandro Falciai, presidente fino ad un anno fa di Mondomarine e Roberto Zambrini, socio di minoranza.

Che la profonda crisi economica del cantiere avesse subito anche una piega giudiziaria, lo si era capito circa una settimana fa, quando i magistrati avevano inviato la guardia di finanza di Savona nei cantieri e negli uffici di Milano, Savona e Pisa di Mondomarine. L’indagine, che ha condotto al sequestro di parecchio materiale della società, era nata sulla base di alcune denuncie di clienti del cantiere che si erano sentiti truffati per non avere mai visto portare a termine la costruzione di yacht di lusso per i quali avevano versato corposi anticipi.

Si parla di alcune decine di milioni, che sarebbero finiti, secondo l’ipotesi investigativa, a vario titolo nelle tasche degli indagati.

MANIFIQ-1396430360-1920x1080L’indagine della procura di Savona si insinua, complicandola, nella crisi che da tempo ha travolto l’azienda savonese a rischio fallimento. Una crisi pesante, che aveva condotto alla messa in cassa integrazione dei 57 dipendenti del cantiere di Savona e dei 33 del sito produttivo di Pisa. Cassa integrazione che scadrà il prossimo 22 gennaio. Sulla sorte di Mondomarine, e delle famiglie dei dipendenti, si allunga quindi l’ombra del fallimento e del conseguente licenziamento.

Mentre le indagini della magistratura proseguono, e per i prossimi giorni sono previsti altri interrogatori, sul versante industriale qualche nube sembra diradarsi grazie all’interessamento di due aziende. La prima a farsi avanti è stata la Palumbo Group Shipyard, che la scorsa settimana ha siglato un contratto di affitto per sei mesi di un ramo di azienda di Mondomarine, garantendo per il momento la continuità aziendale, anche se solo a nove dipendenti. 

Ed è di queste ore un’altra buona notizia, una realtà importante, e geograficamente vicina a Mondomarine, il cantiere Alfa Shipyard di Varazze, ha infatti depositato una “manifestazione di interesse” all’acquisizione del cantiere di Savona, quello che ospita la maggior parte dei lavoratori.

Insomma, se sul piano giudiziario le nubi sembrano quanto mai scure, su quello aziendale qualche serio segnale di soluzione si sta profilando.Mondomarine 2

 

 

 

“BANCA FEDERICO DEL VECCHIO” FIRENZE. LA BANCHETTA DEI “NOBILI E FIGHETTI” FIORENTINI

 

Maurizio Bologni per”Repubblica”

 Gli ultimi dieci anni di vita di Banca Federico del Vecchio cominciano con una supervalutazione e una vendita a peso d’ oro. Nel mezzo, errori e inutili tentativi di salvataggio.

Alla fine, la cancellazione di un brand sopravvissuto per oltre un secolo. E ora uno strascico di polemiche che tira in ballo Marco Carrai, vicino a Matteo Renzi, per la mail inviata il 13 gennaio 2015 all’ allora ad di Unicredit Federico Ghizzoni.

Con chi ci ha parlato, ieri Carrai ha rivendicato la liceità del suo operato, in qualità di consulente di un cliente interessato al dossier di vendita per salvare la del Vecchio. Dal 1889 la cassaforte dei patrimoni privati dei ricchi fiorentini, aveva vissuto un’esistenza tranquilla, controllata dalle famiglie della città, prima i del Vecchio eredi del fondatore Federico e i Benini, quindi anche i Bagnoli del gelato Sammontana, i Festini e altri ancora.

Nel 2006, arriva Banca Etruria. Gli aretini valutano 120 milioni – e acquisiscono subito il 71,3% – quella boutique del credito che allora ha due sportelli e un centinaio di dipendenti, 41 milioni di patrimonio, 285,3 milioni di attivo, 251,6 di raccolta diretta e un utile netto di 2,9 milioni. Si racconta che, allora, nei salotti fiorentini, qualcuno brindò: una perizia dell’ epoca aveva stimato molto inferiore a 120 milioni il valore della banca. Oggi i brindisi hanno lasciato il posto all’ ironia amara degli aretini delusi: «Del Vecchio sta a Etruria come Antonveneta sta a Monte dei Paschi». Esagerazioni, forse.

mail carrai a ghizzoni MAIL CARRAI A GHIZZONI

E poi quelli erano anni di crescita e Banca Etruria voleva svilupparsi per linee esterne, creare un polo di private banking e wealth management che del Vecchio incarnava. Di sicuro, però, quel matrimonio non ha portato bene ai due sposi. Per decenni Banca del Vecchio era stata l’ istituto dove le danarose famiglie fiorentine aprivano il conto corrente ai figli al raggiungimento della maggiore età; quel glorioso forziere che dopo l’ alluvione del 1966 aveva finanziato la risurrezione degli orafi di Ponte Vecchio.

Negli anni Duemila è già cambiata. E con Etruria diventa un’ altra cosa. La capogruppo, che finirà di riscattare il 100% della banca fiorentina nel 2008, gli trasferisce altri quattro sportelli che possiede a Firenze, le masse gestite aumentano (di quasi 700 milioni la raccolta del 2015), ma la del Vecchio finisce per perdere la sua peculiarità. Così, quando la banca fiorentina viene trascinata nel fango della crisi di Etruria, restituirle un futuro autonomo diventa impresa impossibile. Ci provano. Risultato, zero.

Siamo nel 2013, Claudio Salini, già alla Comit, poi a Consob prima come responsabile della Divisione mercati e poi segretario generale, prende il timone come presidente da Antonella Mansi, che è passata al vertice della Fondazione Monte dei Paschi. E da allora, fino al 2015, nella storica sede di Viale Gramsci a Firenze, filano via due anni disperati nel tentativo di strappare la del Vecchio dall’ abbraccio con Banca Etruria che già si intravede mortale. A Firenze c’ è chi pensa di doversi impegnare per tutelare una banca-mecenate della città, qualcuno rispolvera la “fiorentinità” dell’ istituto che altri avevano sepolto anni prima.

ghizzoni boschi etruria BANCA ETRURIA – GHIZZONI E “MARIA”ETRURIA”BOSCHI

«Salini si comportava da gran signore, mosso da spirito di servizio, e ci informava di tutti i possibili acquirenti che si avvicinavano al dossier, anche perché all’ epoca del Vecchio aveva in essere un deposito a tempo di 20 milioni verso la capogruppo», ricorda un ex consigliere di amministrazione.

Ed ecco affacciarsi i potenziali salvatori. «Era un viavai di avvocati d’ affari, cordate di imprenditori locali che si facevano e disfacevano nell’ arco di un giorno – ricorda il consigliere di amministrazione si parlò di due fondi inglesi, di uno israeliano e di uno svizzero, di Algebris di Serra, di manifestazioni d’ interesse di Bper e Popolare di Bari. No, escludo un intervento diretto di Marco Carrai». Che invece parlò della banca con esponenti di banche del credito cooperativo indicate come vicine al “Giglio Magico”, sicuramente ChiantiBanca, che allora accarezzava il progetto di creare un polo di wealth management.

victor massiah VICTOR MASSIAH – AMM.RE UBI BANCA 

Ma non se ne fece niente. Banca Federico Del Vecchio costava troppo: 70 milioni di euro. Sconti Etruria non ne faceva per non essere costretta a svalutare l’ iscrizione in bilancio. E 70 milioni erano giudicati troppi per una banca gonfiata da sportelli e clienti della capogruppo che verosimilmente se ne sarebbero andati al momento della cessione. E così del Vecchio resta abbracciata ad Etruria fino all’ offerta rifiutata di Banca Popolare di Vicenza e fino alla risoluzione. Poi l’ arrivo di Ubi che compra in blocco le due banche toscane e ne cancella le insegne assieme ai sogni di gloria di aretini e fiorentini

I DUELLANTI FERRUCCIO DE BORTOLI – MARIA “ETRURIA”BOSCHI

Storia

Cenni storici

   La Banca Federico Del Vecchio nasce l’anno 1889, nella forma più antica e più semplice della banca individuale. Proprietario ne è il fondatore che le dà il nome, amministratore un suo procuratore generale ad negotia. Oggetto principale dell’attività è la negoziazione di titoli privati e pubblici. La Banca Del Vecchio non è allora, a Firenze, l’unico caso di banca individuale, figura del resto non eccezionale nel vario sistema bancario dell’Italia unita. II riassetto strutturale che la Banca subisce nel 1906 mediante l’associazione in partecipazione di due soci non ne muta la natura, anzi, oltre a rispondere ad un aumento del volume degli affari, rafforza economicamente la titolarità individuale. Tale struttura si mantiene fino al 1917, quando all’associazione in partecipazione si sostituisce una società in nome collettivo, che conserva la firma sociale “Federico Del Vecchio“.
Passata indenne nella stretta della prima guerra mondiale, la Banca si destreggia accortamente nelle vicende spesso arbitrarie di un’economia politicamente pilotata. Superata anche la tempesta della seconda guerra mondiale e sviluppandosi ulteriormente il volume degli affari, nel 1952 la Banca adegua il capitale sociale al nuovo valore della moneta e nel 1973 si trasforma, col consenso della Banca d’Italia, in società per azioni; contemporaneamente aggiorna il vecchio statuto sociale alla nuova struttura e al funzionamento dei suoi organi, e si abilita a tutte le forme di risparmio e di credito, mobiliare e immobiliare, consentite dalle norme in vigore. La dilatazione del capitale, dell’attività, del personale e della sede, e lo spersonalizzarsi e oggettivarsi delle funzioni direttive e amministrative, necessariamente portati dall’approdo alla massima struttura dell’impresa commerciale, non hanno mutato il tono dei rapporti con la clientela, che è rimasto qual era stato sempre: affabile, cordiale, domestico.
La consulenza che la banca presta ai clienti si ispira ad una schietta saggezza, immune sia da tentazioni speculative che da previsioni incaute, conservando, all’ istituzione quella fisionomia sobria e seria che le ha valso una fiducia ormai più che secolare. L’essenza della nostra Banca, che può essere definito anche il nostro esame di coscienza, si sintetizza in queste parole che fanno parte della nostra tradizione :
“Oltre cento anni di lavoro in silenzio.
La continuità di una gestione condotta con l’orgoglio della serietà.
Le doti particolari di sobrietà, di segretezza, di realismo dei Fiorentini rispecchiate nella conduzione della azienda.
Un solo intento: alimentare costantemente la fiducia costruita nel tempo.
Questa è la Banca Del Vecchio

La banca oggi

La Banca Federico Del Vecchio, Società per Azioni, è “Azienda Ordinaria di Credito” aderente al Fondo Interbancario di Tutela dei depositi. E’ “Private Banking ” sin dal 1889.

La Banca Federico Del Vecchio è l’unica Banca privata fiorentina. Opera nel tipico contesto dell’economia cittadina e svolge qualsiasi tipo di operazione bancaria. Presta importante sostegno finanziario all’economia del terziario, ai privati ed alla produzione.

La Banca è operativa nella sua Sede storica di via Dei Banchi 5 e nella nuova bella sede di Viale Gramsci 69 inaugurata nel 1998, che dispone di un ampio parcheggio per la clientela.

Riservatezza, cortesia, amicizia e sollecitudine, sono le caratteristiche che contraddistinguono il personale della banca, che è sempre disponibile ad analizzare qualsiasi richiesta, nell’intento di risolvere le esigenze bancarie di ogni imprenditore e della clientela privata.

La Fondazione

E’ stata costituita nel 1989 dalla Banca Federico Del Vecchio S.p.A., in occasione del proprio centenario. II fine della Fondazione è : “… promuovere ed aiutare studi sulla cultura umanistica e tecnica, sull’arte e sulla società di Firenze o iniziative di intervento culturale, scientifico o sociale a beneficio della stessa città ….” Organo della Fondazione è il Consiglio di Amministrazione, composto di sei membri: Presidente, Prof. Antonio Paolucci – Vicepresidente, Dott. Umberto Festini – Tesoriere, rag. Gloria Cellai Assogna -Segretario, rag. Ivano Cellai – Consiglieri : Cav.Lav. Dott. Vanni Paoletti e Dott. Carlo Comparini.

 

 

Dopo aver ottenuto il riconoscimento della Regione Toscana – organo legale di controllo – ha iniziato ad operare, assegnando premi – per complessivi 10.000 euro – ogni anno ad iniziare dal 1991, da destinare ai migliori laureati della facoltà di Lettere (per storia dell’arte) della Università di Firenze ed al miglior diplomato del Conservatorio Statale di musica “L.Cherubini” di Firenze.

 

Collezioni

SILVESTRO LEGA
(1826 – 1895)
Ritratto di donna con
fazzoletto rosa
Olio su tavola 29×38
FEDERICO DEL VECCHIO
fondatore
FRANÇOIS – HUBERT DROUAIS
(1727 – 1774)
Ritratto di fanciulla con uva
Olio su tela
Ovale 62×76
FRANÇOIS – HUBERT DROUAIS
(1727 – 1774)
Ritratto di fanciullo in costume
Olio su tela Ovale 62×76
HUBERT ROBERT
(1733 – 1808)
Veduta architettonica
Olio su tela
24×33
HUBERT ROBERT
(1733 – 1808)
Veduta architettonica
Olio su tela
24×33
GIOVANNI FATTORI
Grano tra gli ulivi
Olio su tavola
Dimensioni 18,4 x 32,5
“Camillo Cavour al Congresso
di Parigi”
Stampa
TELEMACO SIGNORINI
Mattino d’estate all’isola d’Elba
Olio su tela
Dimensioni 27 x 40,5
“Carlo Alberto a Novara”
Stampa
FABIO BORBOTTONI
(1879)
“Alle Croci”
Olio su tela
42,5 x 52,5
FABIO BORBOTTONI
(1884)
Veduta della loggia di
S. Miniato al monte
Olio su tela
30×40
   
 
 
 

AMBIENTI

GLI AMBIENTI:VIALE GRAMSCI

Salone Sala Riunioni da viale Gramsci
    
Il giardino    
     

GLI AMBIENTI:VIA DEI BIANCHI

   
Sede Direzione  
     
  
 CHI L’HA DISTRUTTA 

IL PRESIDENTE DEL GIGLIO MAGICO

I DUCETTI DEL GIGLIO MAGICO

CARRAI PER CHI HA SCRITTO LA MAIL A GHIZZONI?

DIABOLIK ED EVA KANT

IL TRIO

BASTA LO STRISCIONE

GIANNI ZONIN

THE FAMILY

VIDEO:

http://www.la7.it/piazzapulita/video/gli-affari-della-famiglia-zonin-08-12-2017-229245

LA BANCA UBRIACA – IL “DOGE” GIANNI ZONIN HA PORTATO QUASI AL FALLIMENTO LA POPOLARE DI VICENZA: STA PER INCASSARE L’ULTIMO STIPENDIO DA UN MILIONE MENTRE DECINE DI MIGLIAIA DI RISPARMIATORI HANNO PERSO TUTTO. LA STORIA DI UN MONARCA PER NIENTE ILLUMINATO

IL DOGE DI VICENZA

Gianni Zonin: duemila ettari di vigne sparse in Italia e una vita passata a collezionare banche e opere d’arte. Qualche giorno fa con i guai giudiziari che si addensavano sulla sua testa ha trasferito ai ragazzi la proprietà delle aziende…

Carlo Cambi per “Libero Quotidiano

GIANNI ZONIN CON LA MOGLIE SILVANA ZUFFELLATO GIANNI ZONIN CON LA MOGLIE SILVANA ZUFFELLATO

Lo chiamavano il Doge. Il suo nome è Gianni Zonin: per venti anni presidente della Popolare di Vicenza portata quasi al fallimento. Incasserà l’ ultimo stipendio: un milione di euro mentre decine di migliaia di risparmiatori hanno perso tutto. Classe 1938, ha gestito soldi, potere, intrecci, alleanze come un monarca, neppure troppo illuminato.

Con un’ incessante scalata ha messo insieme duemila ettari di vigne in undici tenute sparse in sette regioni d’ Italia: vende vino per 150 milioni, anche se un dato ufficiale non si è mai saputo, di cui il 40% all’ estero.

Con un unico rimpianto: non avere neppure un sedicesimo di nobiltà da ostentare, lui figlio di agricoltori e nipote di un commerciante di vini e liquori. Lo hanno fatto Cavaliere del Lavoro, ma oltre non è andato.

zonin popolare vicenza zonin popolare vicenza

Si è comprato a Barbousville in Virginia la tenuta che fu di Thomas Jefferson terzo presidente degli Stati Uniti. Ma non gli è bastato a entrare nella storia. Ora alberga nella cronaca giudiziaria, forse perché non aveva letto quel pensiero di Jefferson che dice:

«Credo fermamente che gli istituti bancari siano più pericolosi per le nostre libertà degli eserciti permanenti, e che il principio di spendere denaro a carico dei posteri, sotto il nome di finanziamento, non sia altro che un modo di truffare il futuro su larga scala». Stando alle accuse la Popolare di Vicenza ha truffato il presente.

ZONIN CON LA MOGLIE ZONIN CON LA MOGLIE

Tra i Rotschild e gli Antinori lui comunque era un parvenue ed anche i suoi vini ci hanno messo decenni a esser sdoganati tra quelli che contano. Ma dalla sua il Doge aveva potere di censo. Collezionista d’ arte si è comprato una villa palladiana a Montebello vicentino dove ogni Vinitaly fa una cena che è una specie d’ invito a corte. Accorrono tutti: dai politici ai finanzieri. Quest’ anno potrebbe arrivare la Guardia di Finanza.

Cacciatore appassionato, cavalca quando può. E soprattutto colleziona banche. Dovunque ha comprato terra ha fatto in modo che la Popolare di Vicenza ne comprasse una. È successo in Toscana con la Cassa di Risparmio di Prato, è successo in Sicilia con Banca Nuova di Palermo.

BARBOURSVILLE VINEYARDS ZONIN BARBOURSVILLE VINEYARDS ZONIN

La biografia di Gianni Zonin è il racconto di una continua incessante ricerca del denaro, del potere e del successo. Esattamente il contrario dell’ immagine di uomo legato alla terra, innamorato del vino, dedito alla famiglia e alla vita sobria.

Dritto come un fuso con sguardo d’ acciaio, immancabilmente in doppiopetto, algido. Non si conosce un’ occasione in cui abbia sorriso. Benedicente con i contadini, severo con i collaboratori, sprezzante con chi non gli obbediva, durissimo e spregiudicato nella gestione del potere.

CASSA RISPARMIO PRATO ZONIN CASSA RISPARMIO PRATO ZONIN

Nel 2002 quando il potente presidente di Federacciai Nicola Ameduni se ne andò da Popolare in polemica con Zonin che aveva tentato di comprarsi una quota di Mediobanca ma fu stoppato dall’ Antitrust, gli ispettori di Banca d’ Italia si trovarono come interlocutori due ex colleghi: Luigi Amore e Giovan Domenico Formosa passati da palazzo Koch alla corte di Zonin che in quel tempo era anche vicepresidente di Bnl. Un sistema che il Doge ha sempre usato. Tra sindaci e consiglieri di Popolare quasi tutti hanno incarichi nelle società – una miriade – di Gianni Zonin.

Questo spiega come per 37 anni Gianni Zonin è stato consigliere di amministrazione della Popolare di Vicenza e per venti anni presidente. Era capace di nominare i ministri dell’ agricoltura e di entrare senza bussare in Banca d’ Italia, quanto al mondo del vino se anche i critici snobbavano le sue bottiglie lui faceva e disfaceva a suo piacimento.

BANCA NUOVA PALERMO ZONIN BANCA NUOVA PALERMO ZONIN

Gianni Zonin, la caduta di un Doge visto che ha sempre guardato alla potenza della Serenissima Repubblica come al paradigma della sua vita. Tanto da assumere il Leone di San Marco come marchio della casa dove sta scritto «Zonin, viticoltori dal 1821». Sì ma di un solo podere: il Giangio sulle alture di Gambellara. Perché la prima terra l’ ha comprata nel ’76 in Friuli: Ca’ Bolani.

Sposato con Silvana Zuffellato, ha tenuto con se il cognato – Franco Zuffellato – per 40 anni come uomo tuttofare. Tre figli: Domenico che ha piazzato alla presidenza dell’ Unione Italina Vini, Francesco il bello di casa che è diventato l’ uomo immagine e Michele che voleva fare l’ avvocato e di stare sotto il padre non ne voleva sapere. Lo ha riportato all’ obbedienza. Qualche giorno fa con i guai giudiziari che si addensavano sulla sua testa ha trasferito ai ragazzi la proprietà delle aziende.

antonio patuelli premia gianni zonin antonio patuelli premia gianni zonin

Ha fatto un aumento di capitale delle holding di famiglia, la Zonin Vineyards che controlla tutto il gruppo attraverso un intreccio di società. Tre assegni tratti sulla storica filiale della Popolare di Vicenza di Contrà Porti per 2,5 milioni quanto basta per assicurare ai figli il 50,2% del capitale dell’ accomandita di famiglia. Perché il Doge vuol cadere in piedi.

Gianni Zonin e i suoi “possedimenti” non sono ancora “aggrediti” dal Cda della Popolare di Vicenza: forse per gli affidamenti concessi?

ArticleImageUn nostro “vecchio” e vivace collaboratore su un articolo pubblicato altrove ieri, 6 febbraio, prova ad analizzare i «trasferimenti azionari di alcune società riferibili all’ex presidente BpVi», Gianni Zonin, «avvenuti poche settimane prima che Iorio prendesse le distanze da azioni legali contro gli ex vertici». E, poi, si chiede se, «nel caso di una azione civile della “nuova” BpVi… contro l’ex presidente Zonin», le sue proprietà rimanenti (secondo il collega solo il 5,38% della Vinicola Zonin, visto che le altre sarebbero partecipazioni irrilevanti) sarebbero «sufficienti a coprire una eventuale richiesta di danni…» e se «i piccoli soci che si ritengono danneggiati (o quanto meno i loro legali) verranno messi ufficialmente al corrente di questo quadro o di altri scenari connessi…».

Le domande sono interessanti e significative della solita voglia di capire che ha il nostro ex collaboratore e di cui difettano colleghi ben più illustri, sulla carta in tutti i sensi, di lui e di noi.

Noi ne faremo una serie concatenata ma diversa, forse anche un po’ più intrigante per l’attuale management della Banca Popolare di Vicenza sia pure già poco disponibile a rispondere alle nostre sette domande precedenti, ma prima chiariamo il discorso sulle sostanze sull’ex presidente, ora indagato insieme a Sorato e Zigliotto con la dovuta… calma e le cui proprietà analizziamo, sommariamente vista l’ora in cui scriviamo, sulla base dei documenti camerali di cui è basilare quello sulla Casa Vinicola Zonin.

Per ulteriore chiarezza “preventiva” ricordiamo che Zonin, Sorato e Zigliotto sono indagati per “ostacolo alla vigilanza”, mentre i danni, se e quando verranno chiesti, sono in capo a tutto il cda tra cui anche Samuele Sorato per gli 88 giorni da Ad, mentre per i fatti avvenuti quando era solo Dg  tutto andrà ascritto al Cda

Ebbene, tornando a quella visura di base e ad altre da noi appena fatte “a cascata” rapidamente e con un’attenzione non solo da operatore dell’informazione ma da amministratore nel tempo di società di vari settori, rileviamo consistenti errori di “conteggio”, per cui capite perchè non facciamo il nome del collaboratore e del mezzo per cui ora scrive: il nostro focus non è, infatti, sulla “correzione” dell’ottimo spunto, ma sul suo sviluppo.

In capo a Giovanni Zonin, quindi, non c’è solo il suo 5,38% diretto della Vinicola Zonin il cui capitale sociale è pari a 19.400.000 euro (il suo valore “patrimoniale” qui e ora è difficilmente ipotizzabile anche se, si presume e si spera per i proprietari e per aventuali ricorrenti, notevolmente maggiore).

La Vinicola Zonin ha, infatti, come soci, oltre a Giovanni e ad altri membri della famiglia Zonin, la Mobiliare Montebello, titolare del 34,17% delle sue azioni, di cui Giovanni Zonin ha, come scrive il collega, il 21,69% per cui la quota parte dell’ex presidente della BPVi nella Vinicola per questa via è un altro 7,41% circa e la sua titolarità arriva quindi a superare il 13,21% con arrotondamenti in difetto ma non rilevanti.

Ma non finisce qui perchè della casa madre vitivinicola è socia per un 25% ulteriore anche la Giovanni Zonin sas, il cui totale di conferimenti (capitale) ammonta a 14.310.000 euro, di cui Giovanni è socio accomandatario* oltre che titolare diretto di quote per 5.517.200 euro pari al 38,55% circa dell’accomandita di cui, però, un ulteriore 25,85% e rotti è in mano alla Azionaria Conduzione Terreni Agricoli che (oltre al 9,58% della signora Zonin) è per il 50,79% di… Gianni Zonin Vineyards sas di Giovanni Zonin che (da mal di testa…) ne è il socio accomandatario e che su 18.922.279,17 euro di conferimenti ne possiede 5.091.456,90 euro in piena proprietà ed euro 4.364.234,46 in usufrutto (la nuda proprietà è di Zonin, presenti ovviamente in tutte le altre società)

Per questa terza via, quindi l’ex presidente della BPVi possiede della Vinicola Zonin un altro 12,87% arrotondato per difetto, salendo, quindi, complessivamente al 26,08% circa… e non si ferma solo al 5,38% di cui scrive il nostro collega.

Ovviamente il potere effettivo di Giovanni Zonin nella Vinicola (qui non analizziamo altre eventuali proprietà) è ben superiore a quello legato al 26,08% di proprietà sua, diretta o tramite società di cui è socio e accomandatario e non teniamo, ovviamente, conto che, tramite la Tenuta Rocca di Montemassi al 100% della moglie e grazie alle quote di Azionaria Conduzione Terreni Agricoli detenute per il 9,58% sempre dalla signora Zonin, a lui sarebbe riconducibile un altro 8% circa dell’azienda di famiglia.

Alle domande prima riportate («le proprietà dell’ex presidente sono sufficienti a coprire una eventuale richiesta di danni…?» e «i piccoli soci che si ritengono danneggiati (o quanto meno i loro legali) verranno messi ufficialmente al corrente di questo quadro o di altri scenari connessi…?», abbiamo, quindi, anticipato noi stessi una, parziale, risposta per lo meno dimostrando (SE&O visto che i nostri, faticosi, calcoli si riferiscono a visure odierne e a… un’ora tarda) che le proprietà di Giovanni “Gianni” Zonin in termini di quote note sono 5 volte quelle del pre calcolo che ha generato questo approfondimento (il valore “patrimoniale”, quello più importante, ovviamente non è qui nè ora quantizzabile).

Ma a questo punto per formulare una serie concatenata ma diversa di domande, che preannunciavamo come «un po’ più intrigante per l’attuale management della Banca Popolare di Vicenza sia pure già poco disponibile a rispondere alle nostre sette domande precedenti», ricordiamo prima quella, pratica e “strategica”, del “collega prodigo”: «Ma come mai Iorio, che diverse settimane fa aveva fatto intendere di una prossima azione di responsabilità nei confronti dei vecchi amministratori della banca, oggi riconsidera in modo tanto negativo ogni azione di rivalsa sul piano giudiziario, sino a sminuire strumenti che sono previsti dall’ordinamento? Come mai Iorio arriva a sconsigliare di denunciare a chi ne ha diritto? C’è solo il futuro della banca di mezzo? O Iorio sta pensando anche a se stesso?».

Siccome all’inizio di questa analisi notturna sul buio che ancora avvolge varie situazione della Banca Popolare di Vicenza dichiaravamo che il nostro voleva essere un «contributo alla chiarezza a supporto di… Francesco Iorio», la domanda la poniamo sotto forma di una provocatoria risposta per conto terzi al collega sicuri che Iorio a quel punto vorrà (dovrà) confermare o confutare le nostre ipotesi.

Allora, caro collega, forse Iorio non vuole (non può) più promuovere azioni legali contri i responsabili dello sfascio attuale della banca, di cui l’ex presidente Zonin è l’attore più rappresentativo con i suoi “paria” Zigliotto e Sorato, ma nel cui Cda siedono ancora praticamente tutti i vecchi sodali del trio già indagato, perchè se il nuovo Ad le promuovesse lui, oggi, senza rinviarle (e rimandarle) al nuovo organo amministrativo che verrà espresso dalla nuova proprietà dopo la quotazione in Borsa, gli effetti su Zonin potrebbero essere devastanti proprio per «il futuro della banca» e della mission di cui l’ex dirigente Ubi si è fatto carico.

Supponiamo, infatti, che le aziende di Zonin, pur se solide, abbiano in corso finanziamenti adeguati al loro giro d’affari. Ma quei cospicui finanziamenti sarebbero compatibili con una causa per danni contro il loro numero uno o si innescherebbe, per forza di cose e di regole, un meccanismo perverso di intrecci negativi tra le garanzie fornite e i crediti accordati?

Magari le azioni di Zonin diventerebbero della Banca che si troverebbe, così, a garantire i suoi crediti con sue stesse prorpietà, magari con valori patrimoniali perversamente in caduta visto il momento  economico e gli intrecci societari?

E se l’autogaranzia, a quel punto con profili di difficile se non impossibile gestione bancaria, sfociasse in ulteriori sofferenze, magari di consistenza ad oggi preoccupante?

Dopo la conferma o la contestazione della nostra lettura della prudenza di Iorio, obbligata anche per la composizione attuale del Cda ma che ci sembra pericolosissima, la serie di domande concatenate  la proponiamo ora e qui.

Se le aziende di Giovanni “Gianni” Zonin hanno affidamenti in corso da parte della “sua” ex Banca Popolare, questi finanziamenti a quanto ammontano? Da cosa sono garantiti? Anche dalle azioni super svalutate che Zonin ha sempre detto di aver comprato lui stesso in quantità? E, infine e soprattutto, come verranno gestiti in caso di necessità di rientro parziale o totale?

Noi di VicenzaPiù vorremmo saperlo, i soci vecchi e quelli nuovi che arriverebbero dalla Borsa molto di… più.

 

*Il socio accomandatario è il socio di una società in accomandita semplice o per azioni che risponde solidalmente ed illimitatamente per le obbligazioni sociali, perché si occupa della gestione amministrativa della società. A lui va la responsabilità amministrativa e rappresentativa della società. Tale categoria di soci accomandatari è distinta dai soci accomandanti, che rispondono delle obbligazioni contratte dalla società limitatamente alla quota conferita. (vicenza piu)

IL PRESIDENTISSIMO GIANNI ZONIN – UN POVERO AZIONISTA TRUFFATO

GIANNI ZONIN E LA BANCA DEI SERVIZI SEGRETI

 

ZONIN : I 49 MILIONI CHE SI È PRESTATO LI HA POI RESTITUITI ALLA POPOLARE DI VICENZA?

(Cesare Pavesi – La Verità)

LO SHOPPING ESTIVO IN VIA MONTENAPOLEONE

il cda di popolare Vicenza , con lui Presidente , deliberò affidamenti per il Patron e le Sue aziende. C’è il rischio che siano incagliati.

Lui tra molti “non ricordo”e la difesa tutta incentrata sulla sua irresponsabilità nella gestione diretta , ha anche ricordato di essere vittima del crack della sua ex banca , in cui ha governato da Presidente per quasi 20anni. Lui è  ovviamente Gianni Zonin , dominos assoluto della Popolare di Vicenza che l’altro giorno in Commissione di inchiesta ha rimarcato di essere uno dei grandi soci sconfitti dal collasso della sua ex creatura bancaria. Gianni Zonin era un investitore in titoli della banca. Un segno di fiducia nelle magnifiche sorti progressive dell’istituto vicentino , crollato sotto il peso delle sofferenze e con un capitale bruciato per oltre 6 miliardi di 120.000 soci -clienti. Il presidentissimo aveva azioni della banca. Come ricorda il suo avvocato nell’atto di citazione contro la sua stessa banca ( surreale vero?) Gianni Zonin possedeva quasi 52.000 azioni della sua popolare . Un controvalore di 3,25 milioni di euro. Oggi come per tutti gli altri centinaia di migliaia di soci- clienti quei soldi sono evaporati. La sua famiglia ne possedeva altre 320.000. Titoli che a 62,5 euro costituivano un pacchetto di 20milioni di euro. La famiglia Zonin ha perso quindi 24 milioni di euro nella sciagurata avventura ventennale della banca del Patriarca. Peccato che Zonin in audizione  ricordi solo questo e non quanto la sua banca abbia fatto per lui. Montagne di prestiti erogati a lui direttamente e alla sua galassia societaria agricolo-vinicola. Lui ha detto che non partecipava ai comitati esecutivi che deliberavano sui crediti , quasi a levarsi di dosso ogni responsabilità. Ma questa non è la verità , almeno per quanto lo riguarda direttamente.

Basta sfogliare il prospetto informativo dell’aumento di capitale fallito che ha portato Atlante a doversi accollare la bancarotta vicentina. Ebbene emerge tutt,altra verità. Direttamente il cda , quindi con lui presente come Presidente della banca , ha deliberato fin dal 2013 finanziamenti diretti allo stesso Zonin e alle sue aziende . L’elenco è lungo e dettagliato. Nel giugno 2013 e’il consiglio di amministrazione con Zonin alla sua guida a deliberare un prestito per 19,7 milioni a favore della casa vinicola Zonin ; nella stessa seduta del 18 giugno ecco altre delibere prestiti sempre passati al vaglio del cda. Ad ACTA società della sua stessa galassia vanno 7,9 milioni ; poi eccoCA BOLANI con un prestito da 7,1 milioni . Non è finita . Sempre in quel giorno di giugno il cda della banca approva finanziamenti per 2,3 milioni allo stesso Gianni Zonin , 6,43 milioni alla società CASTELLO D ALBOLA e infine 3,66 milioni a CASTELLO DEL POGGIO. Sommateteli e in un altro sola seduta a Zonin e ai suoi diretti e indiretti interessi imprenditoriali finiscono 47 milioni di euro di crediti della Popolare vicentina. Passano pochi mesi e a novembre 2013 altra delibera , sempre del cda che veicola 2,12 milioni a ITALIA DEL VINO , società legata indirettamente a Zonin . A dicembre arrivano  arrivano altri 20milioni alla sua casa vinicola. L’estate del 2014 è prodiga di finanziamenti alla famiglia e alle sue Società. La casa Vinicola Zonin si vede deliberare un credito per 19,6 milioni. Poi a seguire , stessa seduta via libera ai crediti ad ACTA ,FEUDO DEI PRINCIPI DI BUTERA, MASSERIA ALTAMURA, CA BOLANI , CASTELLO D ALBOLA , CASTELLO DEL POGGIO e infine un finanziamento diretto a Gianni Zonin per 2,4 milioni. Anche qui in una sola seduta il cda delibera nel luglio 2014 49 milioni di crediti alla dinastia del Patriarca. L’ultimo atto è dell’agosto 2015 , pochi mesi prima delle dimissioni del Presidentiasimo e con la Banca già a pezzi . Le società sono sempre le stesse e l’importo deliberato è di 47 milioni . Il prospetto informativo non ci dice se sono nuovi finanziamenti o rinnovi delle linee di credito in essere. La sostanza però cambia poco . Che siamo a 49 milioni o tre volte tanto poco conta. Conta il fatto che Gianni Zonin ha detto in audizione che lui di finanziamenti non sapeva nulla , che faceva tutto la Direzione Generale . Dov’era quindi Zonin Presidente della Banca quando il suo Consiglio di Amministrazione deliberava a pioggia l’auto finanziamenti alle sue imprese e ai suoi parenti? Sappiamo già la risposta : si sarà assentato al momento della deliberazione. In questa tragica farsa dello scaricabarile di uno dei Crack più gravosi della storia bancaria italiana , c è almeno da augurarti che quella montagna di milioni di prestiti alla famiglia Zonin non siano diventati nel frattempo degli incagli o delle sofferenze. Sarebbe la beffa assoluta dopo il danno. Saranno gli uomini di INTESA a scoprirlo nei prossimi mesi.

IL CONTROLLORE

 

L’EX MAGISTRATO : BANCHE VENETE, I P.M. NON VOLLERO INDAGARE SU BPVI. COSI’ IL “SISTEMA”PROTESSE ZONIN

 

 

 

 

 

 

L’anticipazione del libro di Cecilia Carreri: «Ecco come mi hanno fermata»

Ci sono delle volte in cui la vita prende i ritmi di una regata in barca a vela. E la decisione di cambiar rotta, una strambata improvvisa, muta per sempre il corso degli eventi. È capitato a Cecilia Carreri, fino al 2009 giudice in servizio al tribunale di Vicenza. La ribattezzarono «Ciclone Carreri» per come era riuscita a portare in aula uno dei pochissimi casi di Tangentopoli a Vicenza. Poi l’onta di vedersi processare da Csm: trasferita e sanzionata perché, nonostante il mal di schiena e gravi problemi familiari, aveva svolto delle attività sportive in mare. Per tutti divenne «il giudice skipper» e così forse sarebbe stata ricordata, se nel frattempo non fosse intervenuto il crollo della Banca Popolare di Vicenza. Perché, ripercorrendo a ritroso la storia giudiziaria dell’istituto, venne fuori che proprio lei fu l’unico magistrato a tentare di smascherare la (presunta) malagestione di Gianni Zonin, all’epoca potentissimo presidente di BpVi. E se le avessero dato retta, forse, le cose sarebbe andate diversamente. Oggi migliaia di risparmiatori vedono in Cecilia Carreri l’eroina che, sola contro un sistema inerte, cercò di mettere sotto inchiesta i manager della banca. Fallì. E ora quella vicenda è diventata un libro scritto proprio dall’ex magistrato (ha dato le dimissioni) che uscirà nelle librerie il 29 giugno per i tipi di Mare Verticale. Si intitola Non c’è spazio per quel giudice – Il crack della Banca Popolare di Vicenza e sono 350 pagine durissime, dove compaiono decine di nomi e cognomi di imprenditori, politici, giornalisti e (tanti) magistrati che all’istituto di credito erano collegati da una rete di affari, regali, parentopoli, posti di lavoro…

«Fojadelli mi prese di mira» «Quando nel 1997 arrivò Antonio Fojadelli come nuovo procuratore di Vicenza – scrive l’ex gip – iniziò subito a prendermi di mira. S’intrometteva di continuo nell’organizzazione dell’Ufficio indagini preliminari (…). Ma il motivo di maggiore tensione era dovuto al fatto che Fojadelli tratteneva per sé le indagini che riguardavano i personaggi più importanti della città, gli apparati politici e imprenditoriali e, spesso, il fascicolo di quelle indagini era trasmesso al nostro ufficio con una richiesta di archiviazione (…) che mi accusava di respingere troppo spesso.». Nel 2001 la procura di Vicenza aprì un fascicolo a carico di Zonin e altri, scaturito da alcune segnalazioni e da un’ispezione di Bankitalia. Le accuse andavano dal falso in bilancio alla truffa. «Da quelle ispezioni, perizie e memoriali – si legge nel libro – emergevano fatti molto gravi, operazioni e finanziamenti decisi da Gianni Zonin in palese conflitto di interesse tra le sue aziende private e la Banca usata come cassaforte personale. Balzava evidente l’assoluta mancanza di controlli istituzionali su quella gestione: un collegio sindacale completamente asservito, un Cda che non faceva che recepire le decisioni di quell’imprenditore, padrone incontrastato della banca. Nessuno si opponeva a Zonin, nessuno osava avanzare critiche, contestazioni». Come andò, è cosa nota: la procura chiese al gip Carreri di archiviare tutto. E nel libro, l’ex giudice racconta il «dietro le quinte» di quell’indagine finita nel nulla. Descrive le «voci» stando alle quali almeno due pm volevano quel fascicolo, perché «gestirlo era evidentemente molto importante». E lei che, intanto, lavorava «con un sottile senso di angoscia (…) guardavo fuori dalle finestre di casa per vedere se c’erano auto sospette che mi sorvegliavano». Arrivò una lettera anonima con una foto che ritraeva Zonin e Fojadelli seduti vicini, a un evento. Il corvo denunciava legami tra i pm e la banca, e riportava un lungo elenco di personalità (politici, giornalisti, carabinieri, prefetti) alle quali il presidente dell’istituto aveva inviato regali di Natale. «Certo, l’elenco conteneva solo amicizie e conoscenze di lavoro, destinatari di innocui regali, non dimostrava alcun reato. Però, anni dopo, avrei ritrovato alcuni di quei personaggi in rapporti di lavoro con Zonin o il suo Gruppo bancario». Nel libro sostiene di aver inviato la lettera alla procura generale di Ennio Fortuna ma che «sparì nel nulla».

«I reati erano evidenti» «Si capiva perfettamente, leggendo gli atti, che il procuratore (di Vicenza, ndr) non aveva voluto approfondire. Avrebbe dovuto procedere con intercettazioni, sequestri, verifiche bancarie, rogatorie, ordini di cattura. Il materiale poteva consentire indagini di alto livello. I reati balzavano agli occhi». Carreri ricostruisce alcuni episodi sospetti: dall’acquisto effettuato da Silvano Zonin – fratello di Gianni – di un palazzo a Venezia subito affittato a caro prezzo proprio a BpVi; ad alcune anomalie «che rappresentavano come Zonin usasse la banca come una delle sue tante aziende: un viaggio a Parigi a spese della banca, l’uso della carta di credito dell’Istituto per una vacanza personale, la elargizione di denaro della banca a sindacalisti e parrocchie del Veronese, l’uso personale di un aereo della banca…». Dettagli di cui custodisce le prove, e nel libro racconta di «vecchi scatoloni in cui conservo ancora oggi atti e documenti…». Ma la procura, si sa, la vedeva diversamente e chiese l’archiviazione. Nelle scorse settimane, Fojadelli ha difeso il suo operato: «La magistratura fece il suo dovere. Semplicemente, all’epoca non furono evidenziati comportamenti illegali». Cecilia Carreri scrive che «dopo giorni di lavoro ininterrotto, in completa solitudine, nel caldo opprimente dell’estate, avevo respinto quell’archiviazione e chiesto l’imputazione coatta. Avevo tentato così di salvare quel fascicolo disponendo che fosse celebrata subito l’udienza preliminare in cui discutere il rinvio a giudizio di Zonin e degli altri indagati». Cosa accadde in seguito? Per l’udienza preliminare «non si era riusciti a trovare un magistrato: quasi tutti avevano rapporti con quella banca per conti correnti, investimenti, mutui anche per importi molto rilevanti (…) Il gup che alla fine aveva celebrato l’udienza, Stefano Furlani, anziché limitarsi a valutare se disporre il rinvio a giudizio, aveva subito prosciolto Gianni Zonin e il consigliere delegato Glauco Zaniolo…». Decisione impugnata dalla procura generale, secondo la quale «il gup Furlani ha palesemente travalicato i limiti delle sue funzioni appropriandosi in modo non consentito del ruolo e dei compiti del giudice del dibattimento». Ma non cambiò nulla e Zonin alla fine ne uscì «pulito». Nel 2005 un nuovo rivolo dell’indagine finì in Corte d’appello «dove all’epoca vi erano diverse conoscenze, come il famoso pg Ennio Fortuna, Gian Nico Rodighiero, quello che mi aveva giurato vendetta e che si diceva andasse a caccia con Gianni Zonin, e Manuela Romei Pasetti, diventata presidente della Corte e che nel 2012 sarebbe stata cooptata nel Cda della siciliana Banca Nuova del Gruppo Popolare di Vicenza». Insomma, le inchieste non portarono alcun sviluppo investigativo nei confronti di «quella banca che già allora appariva come una centrale di affari che elargiva denaro a cascata. C’era stato un fuoco di sbarramento perché quegli atti non arrivassero neppure a un processo dibattimentale».

«Zonin era dappertutto» Gli anni successivi sono i più bui: il processo al suo mal di schiena, fino alla decisione di dimettersi. E oggi Carreri avanza la tesi di essere stata vittima di un complotto: «I fatti erano chiari: in un modo o nell’altro ero fuori dalla magistratura. Se volevano eliminarmi, ci erano riusciti facendo in modo che fossi io, disperata, a dare le dimissioni. Il linciaggio mediatico mi aveva dato il colpo di grazia e poteva aver avuto una regia occulta». L’ex gip che per primo si occupò di PopVicenza ricostruisce anche il successivo percorso professionale di alcuni dei protagonisti. «Oltre all’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, nel 2013 Zonin aveva assunto anche Giannandrea Falchi – capo della segreteria di Mario Draghi – che aveva diretto una delle ispezioni su BpVi (…) Zonin aveva piazzato l’ex prefetto di Vicenza Sergio Porena, gia probiviro della banca…». La lista è lunga (e comprende il figlio del pm Paolo Pecori «diventato uno degli avvocati della banca») anche perché «sembrava che Zonin fosse dappertutto». Infine, l’ultima stoccata è per i magistrati di Vicenza che attualmente indagano sul crollo dell’istituto. A colpirla, è «la clamorosa mancanza, da parte della procura, di sequestri di beni e patrimoni a garanzia delle parti lese, di ordinanze cautelari di arresto e carcerazione». Tutti gli indagati sono rimasti «a piede libero e hanno potuto tranquillamente inquinare le prove o fuggire all’estero, far sparire il loro patrimonio personale. Mai vista una cosa simile».

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http://edizionimareverticale.com/pubblicazioni/collana-uomini-e-storia/uomini-e-storia/non-c-e-spazio-per-quel-giudice

http://www.veja.it/2016/06/10/banca-popolare-vicenza-cecilia-carreri-gia-nel-2002-cercai-fermare-zonin/

http://edizionimareverticale.com/pubblicazioni/collana-uomini-e-storia/uomini-e-storia/non-chiamatemi-giudice

http://www.fermatelagiustizia.it/news/item/32-quando-il-giudice-cecilia-carreri-tento-di-fermare-la-banca-popolare-di-vicenza

C’ERA UNA GIUDICE CHE VOLEVA MANDARE A PROCESSO ZONIN PER TRUFFA NEL 2002, MA VENNE BLOCCATA DAI SUOI CAPI – E’ CECILIA CARRERI, CHE VENNE BECCATA IN BARCA MENTRE ERA IN MALATTIA. MA IN REALTA’ ERA IN FERIE – LE PRESSIONI DEL PROCURATORE CAPO DI VICENZA ED IL BALLETTO FRA PROCURE

 

Francesco Bonazzi per “la Verità”

«L’aumento dei magistrati in Veneto è una decisione che è stata presa a prescindere dalle inchieste sulle banche. Il Veneto è considerato regione fondamentale dal punto di vista economico, e l’economia deve essere sostenuta da un sistema giudiziario efficiente». Queste belle parole le ha pronunciate il 26 luglio scorso Andrea Orlando, ministro della Giustizia, in visita al tribunale di Vicenza. I vertici della magistratura locale gli avevano chiesto quattro giudici e due Pm, una miseria.

Ma nel frattempo succede che lo stesso guardasigilli si tenga inspiegabilmente sul tavolo la domanda di rientro in servizio di Cecilia Carreri, il giudice per le indagini preliminari che nel 2002 si oppose alla richiesta di archiviazione di una prima, profetica, inchiesta sulla Banca popolare di Vicenza, e che tre anni dopo subì un linciaggio senza precedenti dai colleghi in toga e dalla stampa. La fecero passare per una scansafatiche con una montatura inquietante, poi smentita da fatti e sentenze.

Proprio lei, l’unico magistrato che cercò di far processare per truffa e falso in bilancio l’allora presidente della Bpvi, Gianni Zonin, oggi indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza dopo che 118.000 soci hanno perso 6,5 miliardi. Il prode Orlando non solo blocca la pratica della Carreri, ma, evidentemente mal consigliato, si è addirittura opposto al ricorso al Tar del Lazio con il quale l’ex Gip ha chiesto la nullità delle proprie dimissioni, presentate in totale stato di prostrazione.

Le disavventure della Carreri iniziano il 22 giugno 2002, quando rifiuta l’archiviazione del fascicolo 1973/01 «a carico di Zonin Giovanni e altri», aperto per truffa, false comunicazioni sociali e conflitto d’interessi. L’inchiesta, avocata a sé dal procuratore capo Antonio Fojadelli, era partita da una serie di esposti di soci e dal memoriale di Giuseppe Grassano, uno dei tanti direttori generali (7 in vent’anni) silurati da Zonin.

In sostanza, si accusavano i vertici della banca di aver occultato nel bilancio del 1998 ben 57 miliardi di lire di perdite sui derivati. Non solo, ma era stata segnalata un’operazione immobiliare sospetta e in conflitto d’interessi tra la banca e la famiglia Zonin. E poi c’era la storia di Acta, una società sempre del gruppo Zonin che si era fatta finanziare per 18 miliardi di lire dal Mediocredito trentino. Pochi giorni dopo l’erogazione del prestito, Bpvi aveva acquistato 18 milioni di obbligazioni proprio di quell’istituto. Nonostante la consulenza tecnica del perito della Procura, Marco Villani, ricostruisca tutti i passaggi delle transazioni sospette, il procuratore capo chiede l’archiviazione.
Carreri invece resta colpita proprio da quella perizia e scrive: «Le indagini dimostrano fatti e comportamenti molto gravi. Da queste emergono una continua commistione tra interessi istituzionali della Bpvi e interessi personali o societari del tutto estranei». Quanto al buco sui derivati, il giudizio è netto: «Le perdite erano ingenti, vi erano elevati rischi speculativi, il danno dei soci evidente». A quel punto, la decisione della Carreri è una bomba: imputazione coatta per il presidente della Bpvi.

La patata bollente arriva tra le mani del giudice dell’udienza preliminare Stefano Furlani, il quale a gennaio del 2003 decide il non luogo a procedere per i reati di truffa e false comunicazioni sociali, mentre rinvia alla Corte costituzionale le nuove norme del governo Berlusconi sul conflitto d’interessi, sospendendo così il giudizio. Passano due mesi e la Procura generale di Venezia impugna la sentenza.

Nel provvedimento si legge che «il falso in bilancio è materialmente accertato », che le motivazioni che hanno portato all’archiviazione della vicenda immobiliare è semplicemente «inaccettabile » e che il Gup di Vicenza «ha palesemente travalicato i limiti delle sue funzioni». Il fascicolo torna così a Vicenza, seppur dopo un incredibile errore di notifica a Zonin che farà perdere altro tempo.

E qui arriva la seconda archiviazione. Anche questa volta Venezia non ci sta e impugna, lamentando «un’illogica decisione assolutoria». A questo punto ci vogliono ben quattro anni per arrivare all’udienza preliminare di appello (2009), che sfocia in una nuova sentenza di non luogo a procedere per Zonin, «nonostante appaia innegabile che le condotte delineino un conflitto di interesse tra gestore e istituto di credito amministrato».

Il gip Carreri, nel frattempo, viene sommersa di fascicoli e isolata dai colleghi. Continua a lavorare come un’ossessa, ma le tocca affrontare in rapida successione la malattia e la morte di entrambi i genitori. E alla fine paga i sacrifici con un periodo di depressione, al quale si aggiunge una serie di gravi patologie alla schiena. A novembre del 2005 arriva la coltellata finale di alcuni magistrati. A Palazzo di giustizia si tiene un’assemblea per denunciare che la Carreri, mentre «è in malattia», sta facendo una regata transoceanica.

Parte subito l’esposto al Csm, un giornale pubblica la sua foto al timone e fioccano titoloni pesantissimi sulla «toga fannullona », che fa «il giro del mondo mentre è in malattia». La verità, però, è che la Carreri non affatto in malattia: sta smaltendo le ferie arretrate. Non solo, ma una sessantina abbondante di certificati medici dimostrerà che la vela le era stata consigliata per combattere le discopatie e che l’attività sportiva era assai indicata per uscire dalla depressione.

Nonostante una montagna di prove a suo favore, il Consiglio superiore della magistratura le infligge la decurtazione di un anno di stipendio e il trasferimento ad altra sede. Ma la Gip, che non ha mai fatto parte di nessuna corrente, si dimette prima che il sinedrio dei magistrati emetta la sua sentenza. Una sentenza talmente imbarazzante che nel 2009 lo stesso Nicola Mancino, ex vicepresidente del Csm, scrive alla Carreri: «Posso comprendere le ragioni della sua amarezza per essere diventata un capro espiatorio».
Dopo le dimissioni, la Carreri vince tutte le sue battaglie penali, a cominciare dalle accuse di assenteismo e truffa ai danni dello Stato, ma ormai ha cucito addosso il marchio di «giudice velista» in malattia. E visto che mediaticamente è «un mostro», non può che finire davanti al registratore di Stefano Lorenzetto, che a settembre del 2012 la intervista per Il Giornale.

La magistrata sventola per la prima volta assoluzioni e certificati medici, racconta di come si era inimicata molti colleghi, parla di «trappolone» di alcuni magistrati e poi rivela un episodio che, riletto oggi, fa riflettere: «A un certo punto scattò un’ispezione sul mio compagno di stanza. Quel magistrato aveva anche l’abitudine di andare a caccia nelle tenute private di un famoso imprenditore indagato per reati societari. Si dà il caso che io abbia respinto una richiesta di archiviazione per quel suo amico industriale, avanzata dal procuratore capo che mi faceva delle pressioni».

Lorenzetto a questo punto la incalza: «Il procuratore capo avrà avuto i suoi buoni motivi per proporre l’archiviazione, non crede?». E la giudice rincara la dose: «Il procuratore capo si assegnava le inchieste più scottanti e mi chiedeva di chiudere le indagini per infondatezza della notizia di reato. E io respingevo le sue richieste. Insomma, evitavo l’insabbiamento dei processi».

Abbiamo cercato Cecilia Carreri per chiederle se oggi si sente di fare il nome di quell’imprenditore, ma comprensibilmente ha deciso di restare in silenzio. L’ultima udienza del suo ricorso al Tar per l’annullamento delle dimissioni è prevista nei prossimi giorni. Se il ministro Orlando volesse anche solo fare un beau geste nei confronti delle migliaia di vittime della Bpvi, potrebbe mettere una firma sotto quella domanda di rientro in servizio dell’unica toga che provò a tutelarle davvero. E magari riaffidarle l’inchiesta. Lei sì che saprebbe dove mettere le mani

MO’ SI CAPISCONO TANTE COSE: A VICENZA LA PROCURA E LA BANCA D’ITALIA PAGANO L’AFFITTO A ZONIN! – ASSUNZIONI MIRATE ALLA POPOLARE DI EX DI BANKITALIA, GUARDIA DI FINANZA E FIGLI DI MAGISTRATI – IL CASO DI UN GIUDICE NEL CDA DELLA CONTROLLATA SICILIANA

 

Francesco Bonazzi per la Verità

Il potere difeso ostinatamente per tanti anni ha sempre un che di claustrofobico. C’ è un racconto di Italo Calvino, intitolato Un re in ascolto, che lo spiega magnificamente. Parla di un monarca prigioniero della propria paura di essere rovesciato e che per questo tende costantemente l’ orecchio per captare ogni minimo rumore sospetto. Il racconto è del 1982 e chissà se l’ ha letto anche Gianni Zonin, che l’ anno dopo fece il suo ingresso nel consiglio di amministrazione della Banca popolare di Vicenza per poi diventarne presidente dal 1997 al novembre del 2015. Un lungo regno travolto dalle ispezioni della Banca centrale europea, dagli avvisi di garanzia e da un crollo delle azioni della banca che ha lasciato sul lastrico 118.000 soci.

Nelle precedenti puntate di questa inchiesta abbiamo ricostruito come la Banca d’ Italia e la magistratura di Vicenza sapessero ampiamente che cosa accadeva nella Popolare vicentina, ma si siano ben guardate dall’ intervenire. Adesso è venuto il momento di raccontare un’ altra storia, quella di Un doge in ascolto e dei guardiani della sua sacra cadrega.

L’ acquisto più prestigioso della congrega risale al 2011 ed è quello di Andrea Monorchio come vicepresidente della Bpvi, alla modica cifra di 284.900 euro l’ anno. Chissà quali importanti servigi agli azionisti avrà reso l’ ex Ragioniere generale dello Stato, con le sue entrature al ministero dell’ Economia, in Banca d’ Italia e nel Palazzo romano.

Altro guardiano del doge è stato Gianandrea Falchi, assunto nel 2013 a Via Nazionale, dove era nella segreteria del governatore Mario Draghi, per occuparsi delle relazioni istituzionali. E prima di lui, sempre dai «controllori» di Bankitalia, era stata la volta di Luigi Amore, ex ispettore ingaggiatore come capo dell’ Audit interno. E di Mario Sommella, altro ex Banca d’ Italia, arruolato nel 2008 per la segreteria generale.

Direttamente dalla Guardia di finanza, invece, nel 2006 arrivò Giuseppe Ferrante, che guidava il Nucleo di polizia tributaria di Vicenza ai tempi della prima inchiesta su Zonin, quella che fu archiviata dal procuratore capo Antonio Fojadelli (era il 2003). Anche Fojadelli, naturalmente, è finito alla corte del doge e, una volta raggiunta l’ età della pensione, nel 2014 è andato a fare il presidente di Nordest sgr, la società di fondi d’ investimento della Vicentina.
antonio patuelli premia gianni zonin
ANTONIO PATUELLI PREMIA GIANNI ZONIN

Uno dei suoi successori alla guida della Procura, Paolo Pecori, invece è rimasto con la toga ben salda sulle spalle. E allora il doge in ascolto gli ha «arruolato» il figlio Massimo, stimato avvocato vicentino che fa recupero crediti per la banca.

Poi c’ è il capitolo riguardante Manuela Romei Pasetti, la quale, dopo aver fatto il presidente della Corte d’ appello di Venezia, competente sul tribunale di Vicenza e protagonista di un’ incredibile serie di lungaggini sulla prima inchiesta Bpvi, nel 2012 è finita a fare il consigliere indipendente di Banca nuova, la controllata siciliana della Popolare berica.

E a proposito della «colonia» siciliana, come non dimenticare la grande amicizia vantata da Zonin con Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, ex governatori della Regione, e gli stretti rapporti di Banca nuova con alcune toghe locali? La faccenda saltò fuori nel 2012, quando un’ inchiesta per usura a carico dei vertici dell’ istituto captò le telefonate amichevoli dell’ ex procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, con l’ allora direttore generale di Banca nuova, Francesco Maiolini (poi condannato in primo grado a 8 mesi con 3.

Nella seconda puntata di questa inchiesta, uscita martedì scorso, La Verità ha raccontato di come, nel 2014, la Banca popolare di Vicenza si fosse accollata una spesa di 9,5 milioni di euro per acquistare Palazzo Repeta, ex sede vicentina della Banca d’ Italia, invenduta da cinque anni. Un prezzo addirittura superiore di 200.000 euro alla base d’ asta: per un immobile che nessuno voleva, e sottoposto a vincoli artistici, non è poca cosa. Un grosso favore reso dal banchiere all’ istituzione che avrebbe dovuto vigilare sui suoi conti.

Ma quella non è stata l’ unica volta che il mattone ha rappresentato un buon investimento, quanto meno dal punto di vista relazionale, per Gianni Zonin e soci. Fino al 2012, infatti, la Procura della Repubblica di Vicenza era in affitto a Palazzo Val marana Salvi, sempre di proprietà della Bpvi. Un particolare che dipinge bene la lunga stagione di familiarità fra Vicenza e Roma.

Allora ecco la solida amicizia e gli incroci azionari con l’ editore (e viticoltore) Paolo Panerai e il suo gruppo Class quotato in Borsa (Milano e Finanza, Italia Oggi, Capital, Class più una galassia comprendente periodici, tv, radio, portali internet), nel segno di una continuità quasi geronziana, visto che a un certo punto Zonin ha probabilmente pensato di aver preso il posto del Divo Cesare di Capitalia. E poi ecco la (piccola) accortezza di cooptare nei consigli della Bpvi e di Banca nuova personaggi come Roberto Zuccato e Giuseppe Zigliotto (entrambi indagati con Zonin) e Luciano Vescovi, ovvero tre leader degli industriali locali che hanno garantito negli anni rapportifluidi con Il Giornale di Vicenza.

Se questa è stata la ragnatela tessuta con pazienza e laute prebende dal cavaliere del lavoro Zonin, va detto che non sono stati denari spesi male. Almeno fin quando non sono piombati a Vicenza gli ispettori della Banca centrale europea, mandati da Draghi, che in poche settimane hanno tirato fuori tutto il marcio nei conti dell’ istituto berico.

Un’ altra storia, forse meno scandalosa di quella che ha come protagonista il giudice Cecilia Carreri, ma non meno in dicativa dell’ ordine costituito che vige (o vigeva) in città, è quella che è toccata a una denuncia dell’ Adusbef di Elio Lannutti, l’ incubo dei banchieri di mezza Italia. Siamo a marzo del 2008, quando la prima inchiesta per truffa e falso in bilancio è ormai a un passo dalla sua definitiva archiviazione, e l’ associazione dei consumatori spedisce al procuratore capo Ivano Nelson Salvarani un esposto che segnala vari possibili reati. Il punto nodale è sempre il solito: le azioni della banca sarebbero clamorosamente sopravvalutate e nel mirino c’ è una delibera del Cda che aumenta il valore del titolo a quota 58 euro, in previsione dell’ assemblea dei soci del successivo 19 aprile 2008.

Adusbef ha talmente fiducia nella Procura che decide di non dare notizia della denuncia e di aspettare gli sviluppi. Il 2 gennaio 2009 arriva la prima notizia: l’ Ansa scrive che il pm Angela Barbaglio ha chiesto la prosecuzione del termine per le indagini. Ma il 23 aprile, la doccia gelata: si scopre dalle agenzie di stampa che il Gip ha archiviato tutto quanto, senza nemmeno avvertire Adusbef, come era stato richiesto nella denuncia e come prevederebbe il codice di procedura penale.

Che cosa era successo? Occhio alle date perché l’ improvviso rush della Procura ha del miracoloso. Il 15 aprile 2009 il pm Barbaglio chiede l’ archiviazione all’ insaputa di Adusbef. Il21aprile il gip Eloisa Pesenti emette prontamente il decreto di archiviazione. Il 23 aprile la Popolare diffonde un comunicato in cui festeggia l’ archiviazione. Il 24 aprile tutti i giornali danno risalto alla lieta novella. Il 25 aprile si tiene l’ assemblea dei soci, al termine della quale il solito Zonin raccoglie a mani basse un nuovo mandato come presidente.

Poi, certo, la Corte di cassazione nel 2010 annullerà quell’ ordinanza del tribunale di Vicenza, contestando al Pm proprio l’ esclusione della qualità di parte offesa all’ Adusbef prima dell’ udienza del Gip, senza il contradditorio delle parti. Ma intanto, ancora una volta, il re in ascolto aveva salvato il trono.

 

IO LA GIUDICE  VELISTA TRASFORMATA IN MOSTRO 
Avete presente «la giudice malata» che «fa la velista» (Corriere della Sera), la «giudice in mutua condannata dal Csm» perché «aveva partecipato a una regata transoceanica» (La Stampa), la «toga fannullona» che «si fingeva malata ma girava il mondo in barca» (Il Giornale)? Ma sì che ve la ricordate, titoli come questi non si dimenticano facilmente. Be’, le cose non sono andate affatto come le abbiamo sempre raccontate. Primo: quando Cecilia Carreri partecipò alla regata Transat da Le Havre a Salvador de Bahia, citata da tutti i giornali, non era né «in mutua» né in malattia: godeva di un regolare periodo di ferie. Secondo: a prescriverle l’attività fisica, compresa quella nautica, per alleviare il suo stato di sofferenza fisica e psichica furono i medici Leonardo Trentin (terapia antalgica, ospedale San Bortolo di Vicenza), Enrico Castaman (ortopedia, ospedale di Montecchio Maggiore) e Luigi Pavan (psichiatria, Università di Padova), che non sono mai stati né interrogati né tantomeno inquisiti. Terzo: il Gip di Trento ha archiviato «perché il fatto non sussiste» il procedimento penale per truffa ai danni dello Stato; anzi, la perizia ordinata dal Pm ha accertato che la magistrata soffriva davvero di una grave patologia lombosacrale con discopatie multiple e di uno stato depressivo importante, dovuto alla morte dei genitori, come attestato da 68 certificati medici, da 7 Tac e dalla cartella clinica del reparto di terapia antalgica e come avvalorato da tutte le visite fiscali, tanto che non le fu mai revocata l’aspettativa per motivi di salute. Quarto: non è stata condannata e neppure censurata quale assenteista, «per cui darmi della falsa malata costituisce a tutti gli effetti una calunnia». Quinto: a stroncarle la carriera sono stati i suoi colleghi di sinistra dalla coscienza sporca. La giudice skipper s’era infatti macchiata di colpe inescusabili: lavorava più di loro (il fascicolo personale parla per lei); denunciava le gravi illegalità commesse a palazzo di giustizia; veniva celebrata dalla Gazzetta dello Sport e da Le Figaro come «il magistrato che sfida il mare verticale»; soprattutto non s’era mai iscritta ad alcuna corrente della magistratura e non aderiva agli scioperi di categoria.
Cecilia Carreri era giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Vicenza. Non lo è più. Spossata dal linciaggio mediatico, ha dismesso la toga di sua volontà prim’ancora che il Consiglio superiore della magistratura le infliggesse una sanzione disciplinare (decurtazione di un anno di anzianità e trasferimento d’ufficio ad altra sede) per aver «leso il prestigio della magistratura». Solo che adesso salta fuori una lettera datata 16 novembre 2009 in cui Nicola Mancino, all’epoca vicepresidente del Csm, le scrive, nero su bianco: «Posso comprendere le ragioni della sua amarezza per essere diventata un capro espiatorio di disfunzioni – vere o presunte – della giustizia e della magistratura». Come dire: abbiamo scannato l’agnello sacrificale. Un particolare lascia basiti: Mancino presiedeva la commissione disciplinare che le irrogò la punizione.
Di vero, in tutta questa storia, c’è solo che l’ex giudice Carreri è stata privata per sempre del suo lavoro, che per l’ostilità dei colleghi e per il carico di lavoro esorbitante è stata colta in ufficio da collassi che hanno richiesto l’intervento del 118 e il trasporto in ospedale con l’ambulanza, che è stata chiamata dalla Corte dei conti e dall’erario a restituire ingenti somme sulla base di cavillosità per spiegare le quali non basterebbero due pagine di giornale.
Non per questo ha perso il vizio del mare. Il 10 novembre vorrebbe partire da Les Sables d’Olonne per il Vendée Globe, giro del mondo in barca a vela senza scalo, senza assistenza, in solitario. Sarebbe la prima navigatrice italiana che vi partecipa. Ma ha bisogno di uno sponsor che le presti la barca, perché s’è mangiata pure quella per saldare le parcelle agli avvocati. «Prima mi sono sempre pagata da sola queste imprese che hanno recato onore all’Italia, ben conscia che un magistrato non può ricevere soldi o aiuti da chicchessia».
Cecilia Carreri – laurea in giurisprudenza a 23 anni con 110 e lode, prima classificata nel Veneto al concorso di ammissione in magistratura – coltiva da anni la passione per gli sport estremi. A parte la traversata dell’Atlantico presa a pretesto per rovinarle la reputazione, «17 giorni la regata dalla Francia al Brasile e 22 giorni il ritorno, con una barca da 60 piedi priva delle cuccette e del bagno, sfidando in pieno dicembre tempeste e venti contrari a 60 nodi», ha scalato da sola il Rosa, ha affrontato il Bianco con gli sci ai piedi, ha tentato di espugnare la vetta del Cho Oyu (8.201 metri) nell’Himalaya, è salita in cima all’Alpamayo (5.947) in Perù. Senza che lo stato di servizio avesse a soffrirne.
Allora com’è che l’hanno macellata?
«Arrivo al tribunale di Vicenza nel 1992, in piena Tangentopoli, proveniente da Treviso, dove il presidente era Giancarlo Stiz, magistrato schivo e integerrimo. E trovo una situazione allucinante, con faide interne fra toghe di sinistra e di destra. Premetto che non mi sono mai interessata di politica. Così divento un vaso di coccio fra vasi di ferro. Vengo chiamata come testimone in vari procedimenti disciplinari e penali contro colleghi per abusi d’ufficio e mi procuro subito un bel po’ di nemici. Come giudice per le indagini preliminari mi rifilano un vicino di scrivania apertamente di sinistra. Assisto a cose turche».
Può essere più precisa?
«Tabelle falsificate. Giudici che avevano due udienze a settimana e ne tenevano una sola. Il presidente di sezione che depositava appena 20 sentenze l’anno. Pm che per negligenza si dimenticavano di far scarcerare i detenuti. Brogli nell’assegnazione dei fascicoli al fine di favorire imputati eccellenti. Anziché procedere con l’assegnazione automatica, come previsto dalla legge, i colleghi si dicevano l’un l’altro: “Lo vuoi tu ‘sto processo?”. Il presidente del tribunale mi chiese una relazione. Scattò un’ispezione sul mio compagno di stanza e da quella mia denuncia cessai di vivere. Quindici anni di clima persecutorio. Ero costretta a tenere un registro del lavoro svolto, perché alteravano le statistiche, facevano persino sparire i fascicoli. Ma non sono riusciti a fermarmi. Quel magistrato aveva anche l’abitudine di andare a caccia nelle tenute private di un famoso imprenditore indagato per reati societari. Si dà il caso che io abbia respinto una richiesta di archiviazione per quel suo amico industriale, avanzata dal procuratore capo che mi faceva delle pressioni».
Il procuratore capo avrà avuto i suoi buoni motivi per proporre l’archiviazione, non crede?
«Il procuratore capo si assegnava le inchieste più scottanti e mi chiedeva di chiudere le indagini per infondatezza della notizia di reato. E io respingevo le sue richieste. Insomma, evitavo l’insabbiamento dei processi. Una volta arrivò a propormi l’archiviazione per i responsabili di un’azienda ai quali la Guardia di finanza aveva addirittura sequestrato il bilancio delle tangenti versate. Io invece li portai in giudizio. Quando chiesi di diventare consigliere d’appello, questo procuratore tentò di ostacolarmi sostenendo che avevo un cattivo rapporto con la Procura perché impedivo le archiviazioni. Al Csm non volevano credere ai loro occhi: mi chiesero scusa e mi promossero».
Si direbbe dunque che tutto si fosse risolto per il meglio.
«Eh no. Già l’ufficio del Gip è un posto di frontiera. Siccome ero un corpo estraneo al sistema, per tre anni il presidente del tribunale mi mise a mezzo servizio anche a scrivere le sentenze civili lasciate in sospeso dai colleghi nell’ultimo quarto di secolo. Andavo in carcere la mattina e il pomeriggio dovevo sbrigare questo immane arretrato. Lei sa che la stesura della sentenza è la parte più rognosa del processo, bisogna riassumere in 30 pagine faldoni alti due spanne. Vada a controllare: non troverà nessun Gip d’Italia costretto a un simile sdoppiamento di ruolo. Chiaro l’intento: farmi scoppiare. Ci sono riusciti».
Com’è scattato il trappolone?
«Approfittando di un periodo di debolezza. Nel 2003 s’ammalano entrambi i miei genitori, mio padre di Alzheimer a Firenze, mia madre di tumore a Milano. Mi ritrovo a far la spola fra Vicenza e queste due città. Nel maggio 2004 il papà muore. La mamma s’aggrava. Trasformo la mia auto in ambulanza per portarla avanti e indietro da Bellinzona, dov’è in cura da oncologi svizzeri. A fine 2004 crollo. Dapprima devo farmi ricoverare in terapia antalgica per la patologia vertebrale. Poi il professor Pavan mi diagnostica un disturbo depressivo importante, mi prescrive 90 giorni di riposo e mi ordina di allontanarmi dalla mia residenza e dalle occupazioni abituali. Chiedo al Csm un congedo fuori ruolo di due anni senza stipendio».
Risposta del Csm?
«“Non è necessario. Si prenda, come fanno tutti, 45 giorni di congedo e poi 6 mesi di aspettativa per motivi di famiglia”. Ascolto il consiglio e presento istanza nel 2005, aggiungendoci 102 giorni di ferie arretrate. Il Csm approva e mi mette fuori ruolo. È lo stesso Csm che mi punirà per aver svolto – in periodo di vacanza, badi bene – “attività incompatibili con le lamentate condizioni fisiche”, sostenendo che avrei messo a repentaglio la mia guarigione e tenuto comportamenti “destinati a essere percepiti come disvalore dalla collettività”. Tutto il contrario: l’attività velica mi ha guarita. Gua-ri-ta! Mi sono limitata a eseguire gli ordini dei medici. Legga». (Mi porge un servizio scientifico della rivista Airone. Titolo: «Mal di schiena, vietato il riposo»). «Vale anche per la depressione. Non capisco: lo psicoanalista Carl Gustav Jung per superare le angosce navigava sul lago di Costanza col suo 9,3 metri Annie ma la giudice Carreri in ferie non può fare altrettanto? Mi spieghino perché».
Chi ha segnalato il «disvalore» della sua regata mentre era in vacanza?
«I miei colleghi. La notizia della traversata atlantica esce sul Giornale di Vicenza, segno che non ho nulla da nascondere. “Ma come? Sta male però va in barca?”. Io parto il 5 novembre 2005. L’8 la sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati indice un’assemblea con un ordine del giorno di facciata: “Quote rosa in magistratura”. Di solito a questi incontri politici non si presenta nessuno. Stavolta, invece, un pienone: 15 partecipanti. All’unanimità cambiano l’ordine del giorno, che diventa: la Carreri veleggia sull’oceano mentre è in aspettativa per motivi di salute. Uno dei presenti viene mandato seduta stante per sicurezza in cancelleria a controllare il foglio presenze. Torna trafelato: contrordine, compagni, è in ferie, non in aspettativa. Assalto fallito. L’assemblea si chiude. Ma il verbale viene mandato al presidente del tribunale. Questi, anziché aprire un’istruttoria, convocarmi e consentirmi di depositare una memoria, per sei mesi mi tiene nascosti i fatti e manda una relazione irridente al procuratore di Venezia. Gli atti finiscono al Csm. Il giorno in cui muore mia madre mi viene notificato che sono indagata penalmente. Per avere il verbale di quell’assemblea e la copia della denuncia dovrò aspettare un altro anno».
E alla fine il presidente della commissione disciplinare del Csm, Mancino, sacrifica il «capro espiatorio».
«In udienza mi guardava disperato. Mi faceva capire che era già tutto deciso. Il Csm funziona così. La corrente di sinistra ha un suo iscritto sotto processo, quella di destra pure. La prima dice alla seconda: io ti assolvo il tuo se tu mi assolvi il mio. Affare fatto. Non essendo iscritta ad alcuna corrente, il mio destino appariva segnato in partenza. Il relatore era un giudice di sinistra, Mario Fresa, aderente al Movimento per la giustizia. Mi ha inflitto una sanzione più severa di quelle irrogate a Clementina Forleo e a Luigi De Magistris, definiti “cattivi giudici che non danno il buon esempio” dalla vicepresidente della prima commissione Letizia Vacca».
Non ha proprio nulla da rimproverarsi nella vicenda che l’ha coinvolta?
«L’ingenuità. Mi sono fidata del Csm. Ero in totale buona fede. Le imprese sportive le ho sempre messe sul mio sito e su Youtube. Sfido tutti i magistrati a pubblicare la storia delle loro vite su Internet. Non so quanti possano farlo».
E lei può giurare di non aver mai perseguitato un innocente?
«Lo giuro. In Italia sono stata il primo giudice dell’udienza preliminare a condannare all’ergastolo con rito abbreviato un omicida. Le sembrerà strano: mentre ero da sola in camera di consiglio mi tremavano le mani. Soffrivo a incarcerare le persone. Ed ero felice quando potevo assolverle».
Ma lei tornerebbe a fare il giudice?
«Sì. Ero proprio adatta per questo lavoro. Il giudice assomiglia al velista che affronta l’oceano: è solo. E io sono di indole solitaria. Ho dato le dimissioni per disperazione. Vorrei, almeno per un giorno, rimettermi la toga, entrare in tribunale a testa alta, guardare in faccia la gente e dire: dove eravamo rimasti?». (Si commuove). «Mi hanno costretta ad andare via di notte».

Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE

Atto a cui si riferisce:
C.5/10234    il sito Dagospia.com pubblica in data 12 ottobre 2016 un articolo che ripercorre la vicenda del giudice Cecilia Carreri a partire dal 22 giugno 2002, quando rifiutò l’archiviazione del…

 

 

Atto Camera

Interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10234presentato daBUSINAROLO Francescatesto diMercoledì 11 gennaio 2017, seduta n. 722
BUSINAROLO e COZZOLINO. — Al Ministro della giustizia . — Per sapere – premesso che:
il sito Dagospia.com pubblica in data 12 ottobre 2016 un articolo che ripercorre la vicenda del giudice Cecilia Carreri a partire dal 22 giugno 2002, quando rifiutò l’archiviazione del fascicolo 1973/01 «a carico di Zonin Giovanni e altri», aperto per truffa, false comunicazioni sociali e conflitto d’interessi nell’ambito dell’inchiesta sulla Banca popolare di Vicenza; l’allora presidente della Bpvi, Giovanni Zonin, è oggi indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza dopo che 118.000 soci hanno perso 6,5 miliardi;
come riportato dal sito, nonostante la consulenza tecnica del perito della procura, Marco Villani, ricostruisse tutti i passaggi delle transazioni sospette, il procuratore capo Antonio Fojadelli chiese l’archiviazione;
Carreri invece, colpita proprio da quella perizia, scrisse: «Le indagini dimostrano fatti e comportamenti molto gravi. Da queste emergono una continua commistione tra interessi istituzionali della Bpvi e interessi personali o societari del tutto estranei». Quanto al buco sui derivati, il giudizio è netto: «Le perdite erano ingenti, vi erano elevati rischi speculativi, il danno dei soci evidente». A quel punto, la decisione della Carreri fu: imputazione coatta per il presidente della Bpvi;
più volte il procedimento sarà archiviato e impugnato dalla procura di Venezia, giungendo all’udienza preliminare di appello (2009), che sfocia in una nuova sentenza di non luogo a procedere per Zonin, «nonostante appaia innegabile che le condotte delineino un conflitto di interesse tra gestore e istituto di credito amministrato»;
come descritto da Dagospia.com, il gip Carreri, nel frattempo, «viene sommersa di fascicoli e isolata dai colleghi», affronta inoltre vari problemi familiari e di salute, fino al procedimento penale per truffa ai danni dello Stato, che la portano a rassegnare le dimissioni, prima che il sinedrio dei magistrati emetta la sua sentenza. Una sentenza che nel 2009 porta l’allora vicepresidente del Csm Nicola Mancino, a scrivere alla Carreri: «Posso comprendere le ragioni della sua amarezza per essere diventata un capro espiatorio»;
dopo le dimissioni, la Carreri vince tutte le sue battaglie penali, a cominciare dalle accuse di assenteismo e truffa ai danni dello Stato;
l’ultima udienza del suo ricorso al Tar contro il Ministero della giustizia e il CSM che hanno ignorato due lettere di revoca delle dimissioni è prevista nei prossimi giorni –:
quali siano i motivi che hanno portato il Ministero della giustizia ad opporsi al ricorso al Tar del Lazio, con il quale l’ex Gip ha chiesto di veder riconosciuta la revoca delle proprie dimissioni presentate in totale stato di prostrazione. (5-10234)

Gianni Zonin ha tutte le fortune dalla sua: sorprendono le dichiarazioni di Antonino Cappelleri dopo la sua audizione

 
ArticleImage(vicenza più’)Gianni Zonin ha tutte le fortune. Il procuratore della Repubblica di Vicenza, Antonino Cappelleri, riferisce un quotidiano del 23 novembre, dopo essere stato sentito in commissione d’inchiesta sulle banche, scrive al presidente Pier Ferdinando Casini. E sorprende per quello che dice ma più ancora per il sottotesto. Intanto perché dopo l’audizione, il procuratore sente il bisogno di intervenire ulteriormente. Per dire cose già ampiamente risapute.

E cioè:

1.     che in mancanza della dichiarazione di fallimento della banca non era configurabile il delitto di bancarotta per cui procedere penalmente. In proposito gli è stato ricordato che lo stesso PM (Pubblico Ministero) è titolare del potere di iniziativa per chiedere il fallimento. Ben poteva dunque attivarsi con le conseguenze del caso; in mancanza doveva giustificare tale sua inazione.

2.     Non aver sottoposto a sequestro i beni del presidente, e non solo di lui. Il procuratore si difende (sembra questo il significato di questo suo estremo intervento) osservando che accanto al sequestro preventivo, il PM può procedere anche al sequestro conservativo a garanzia del pagamento delle pene pecuniarie, delle spese di procedimento e di ogni altra somma dovuta all’Erario. Nel frattempo sono scappati i buoi; a riprova della necessità di una misura cautelare. Sulla quale, se fosse stata adottata, avrebbero potuto trovare giovamento anche i danneggiati.

3.     Un sequestro, continua Cappelleri, di 106 milioni di euro è stato ottenuto a carico della banca; come dire che a rimetterci sono ancora i risparmiatori, mai i manager.

4.     Il decreto del governo che ha salvato la banca non ha però evitato la perdita di denaro da parte dei risparmiatori e qui il procuratore ha ragione! Ma va ricordato che per Veneto Banca, pur in situazioni simili o forse meno pesanti di quelle della banca vicentina, il Procuratore di Roma ha ottenuto misure cautelari sia sui beni sia con gli arresti domiciliari dell’ad Vincenzo Consoli.

5.     Non sono mancate in ogni caso denunce di associazioni, di avvocati e risparmiatori per truffe nei confronti del management bancario. Segnalazioni puntuali e documentate che ben avrebbero giustificato misure cautelari solo se si fossero attivati i relativi procedimenti.

6.     Il sottotesto della nota del dott. Cappelleri: una giustificazione e insieme una previsione dell’esito del processo. Giustificazione: valga il detto “scusa non richiesta, accusa manifesta”! E quanto all’esito del giudizio (ridotto ai minimi termini quanto a imputazioni e ristretto a pochi, pochissimi imputati!) è ben prevedibile. Al di là delle inesorabili prescrizioni, le condanne, se ci saranno, sorprenderanno per la loro lievità. Il giorno si vede dal mattino, un mattino per niente promettente.

Intesa Sanpaolo sigla accordo con sindacati e cede 103 immobili a Bain e Castello

(Teleborsa) – Intesa Sanpaolo ieri ha ceduto un portafoglio immobili a Bain Capital e Castello SGR ed annunciato una importante intesa con i sindacati, che prevede l’assunzione di 1.500 persone nonostante i requisiti stringenti dettati dalla BCE.

Gli immobili

Bain Capital Credit e Castello Sgr hanno rilevato un portafoglio di 103 immobili (residenziali, industriali e commerciali), ceduti da Intesa Sanpaolo, nell’ambito del Progetto Hemera. Il portafoglio comprende immobili di cui Intesa Sanpaolo, attraverso le sue controllate Intesa Sanpaolo Provis, Intesa Sanpaolo RE.O.CO. e Mediocredito Italiano, è rientrata in possesso in seguito alla cessazione di contratti di leasing o di finanziamento.

Progetto Hemera è il quinto portafoglio acquisito da Bain Capital Credit in Italia nel 2017, per un totale di circa 2 miliardi di attivi in gestione composti da non-performing loan, prestiti e attività immobiliari.

Aquileia Capital Services , controllata al 100% da fondi gestiti da Bain Capital Credit, ha affiancato Bain Capital Credit e Castello durante l’intero processo di acquisizione e si occuperà della gestione degli immobili.

Le assunzioni promesse ai sindacati

La banca ha concluso un accordo con i sindacati dei bancari, che fa seguito a quanto già concordato in relazione all’acquisizione dei rami di attività delle ex Banche Venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca). L’accordo prevede in particolare la disponibilità del Gruppo a: accogliere tutte le domande di uscite volontarie pervenute (circa 7.500 persone), nell’ambito del Fondo di Solidarietà, con le ultime uscite previste entro il 30 giugno 2020; procedere a 1.000 nuove assunzioni a tempo indeterminato, prestando attenzione alla Rete, alle Aree svantaggiate del Paese e ai nuovi mestieri, comprese assunzioni di categorie protette (collocamento obbligatorio) e tenendo conto delle persone con contratto a tempo determinato ad oggi in servizio; procedere a 500 nuovi inserimenti con contratto misto, ovvero contratto combinato tra rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato part time e rapporto di lavoro autonomo in capo alla stessa persona, per svolgere attività di consulente finanziario previa iscrizione all’Albo Unico dei Consulenti Finanziari.

Pertanto, le uscite volontarie complessive saranno pari a circa 9.000 persone, di cui 1.500 provenienti dal Gruppo Intesa Sanpaolo che hanno già maturato i requisiti pensionistici entro il 31 dicembre 2018, 1.000 provenienti dalle ex Banche Venete e 3.000 dal Gruppo Intesa Sanpaolo nell’ambito del Fondo di Solidarietà entro il 30 giugno 2019 ed infine 3.500 provenienti dal Gruppo Intesa Sanpaolo nell’ambito del Fondo di Solidarietà entro il 30 giugno 2020.3.500

Il differimento delle uscite fino al 30 giugno 2020 e la riduzione della permanenza media nel Fondo di Solidarietà consentono di ottimizzare gli oneri per le uscite volontarie previsti a carico del Gruppo Intesa Sanpaolo da contabilizzare nel quarto trimestre 2017, che ammontano a circa 45 milioni di euro al netto delle imposte.

Le assunzioni si vanno ad aggiungere alle 150 già concordate con le organizzazioni Sindacali il 1° febbraio 2017 e alle circa 100 assunzioni a tempo indeterminato rivolte ai tempi determinati in servizio presso i rami di attività delle ex Banche Venete al 25 giugno 2017.

Con l’accordo odierno si prevedono risparmi nelle spese del personale a regime (dal 2021) complessivamente pari a circa 675 milioni di euro annui.

 

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Carige, Malacalza sottoscrive l’inoptato per 25 milioni di euro

Banca Carige, Malacalza Investimenti ha esercitato l’opzione sull’inoptato per un investimento di 25 milioni di euro e sale sopra il 20% del capitale

Carige, Malacalza sottoscrive l'inoptato per 25 milioni di euro

Malacalza Investimenti ha esercitato l’opzione sull’inoptato per l’aumento di capitale di banca Carige per un investimento di 25 milioni di euro, arrivando a detenere (a seguito di un ulteriore investimento totale pari a 112,6 milioni) una partecipazione in Banca Carige al di sopra del 20%, soglia per il superamento della quale aveva chiesto e ottenuto l’autorizzazione della Bce.

“Malacalza Investimenti – si legge in una nota – ha cosi’ parzialmente usufruito del proprio diritto a salire contribuendo al successo dell’aumento di capitale. Si precisa che Malacalza Investimenti aveva un diritto e non un obbligo di incrementare la quota gia’ detenuta in Carige”.

“Malacalza Investimenti – conclude il comunicato – continuera’ dunque a sostenere la Banca nel suo ruolo di azionista al fine di valorizzare il proprio investimento e continuare a supportare il ruolo della Banca nel tessuto economico e sociale ligure”.

 

PRESS RELEASE COMUNICATO STAMPA

ALLOCAZIONE FINALE DELLE AZIONI RIVENIENTI DALL’AUMENTO DI CAPITALE IN OPZIONE

Genova, 22 dicembre 2017 – Facendo seguito al comunicato stampa diffuso in data 21
dicembre 2017, Banca Carige S.p.A. rende noto che, con riferimento alle
14.425.301.640 azioni ordinarie di nuova emissione non sottoscritte a conclusione
dell’offerta in Borsa (le “Nuove Azioni”) (pari a circa il 29% del totale delle nuove
azioni offerte nell’aumento di capitale in opzione), Malacalza Investimenti S.r.l. ha
comunicato la volontà di esercitare il proprio diritto di sottoscrivere 2.500.000.000 di
Nuove Azioni per un controvalore pari a Euro 25 milioni.
Sulla base degli accordi sottoscritti, le restanti 11.925.301.640 Nuove Azioni per un
controvalore pari a Euro 119,9 milioni saranno allocate a Equita SIM S.p.A. per conto
dei sub-garanti di prima allocazione.
Il regolamento delle suddette Nuove Azioni, della tranche riservata e dell’LME è
previsto in data odierna.

INVESTOR RELATIONS & RESEARCH RELAZIONI ESTERNE tel. +39 010 579 4877 tel. +39 010 579 3380 fax +39 010 579 4875 fax +39 010 579 2731 investor.relations@carige.it relazioni.esterne@carig

POVERO MATTEO! E’ RIMASTO SOLO: NESSUN BIG PD SI E’ SCHIERATO A DIFESA DI RENZI E A SOSTEGNO DI MARIA “ETRURIA”, SONO LE ZAVORRE DEL PD. CIRCOLA VOCE DEL PIANO”B” – PREMIER GENTILONI.

TENSIONE NEL PD: RESTA L’IPOTESI PASSO INDIETRO

Alberto Gentili per”Il Messagero”

RENZI BOSCHI RENZI BOSCHI

Ci sono giorni in cui il silenzio è più dirompente delle parole. E da giorni, nel pieno del Vietnam scatenato da Banca Etruria, non c’è ministro o esponente di peso del Pd che si sia schierato a fianco di Matteo Renzi. Tantomeno di Maria Elena Boschi. Tacciono Marco Minniti e Dario Franceschini, restano zitti Graziano Delrio e Anna Finocchiaro. Solo il premier Paolo Gentiloni, per evitare pericolosi scossoni al governo, una settimana fa ha blindato la sottosegretaria: «Ha chiarito, è giusto che si ricandidi». Da allora però sta zitto pure lui.

RENZI E BOSCHI RENZI E BOSCHI

Anche ieri, quando Renzi ha chiarito urbi et orbi che non intende abbandonare la Boschi e vuole riportarla in Parlamento, non è scattato alcun applauso. Silenzio ancora una volta assordante. Il segno di quanto Maria Elena sia diventata «il problema» per l’intero partito. E perfino nel Giglio Magico dove, si narra, Luca Lotti ha ormai aderito alla foltissima squadra di chi suggerisce di non ricandidare la sottosegretaria. I due, del resto, non si sono mai amati.

Ebbene la novità, al di là delle dichiarazioni ufficiali dettate dalla necessità di tenere il punto nelle ore in cui la Boschi è sotto i riflettori, è che Renzi in persona ha cominciato a valutare la possibilità di suggerire a Maria Elena un passo indietro. Ma non ora: «Sarebbe come un’ammissione di colpa», dicono al Nazareno. E aggiungono: «E’ presto, adesso, per qualunque decisione». Come dire: non è affatto detto che alla fine la sottosegretaria entrerà nelle liste del Pd. Anzi: «Si deciderà a gennaio, sondaggi alla mano…».

MARIA ELENA BOSCHI DA' IL CINQUE A MATTEO RENZI MARIA ELENA BOSCHI DA’ IL CINQUE A MATTEO RENZI

Anche perché, se Renzi dovesse resistere a oltranza, potrebbe prendere sempre più forza il fronte di chi il passo indietro lo chiede a lui. «L’unico modo per evitare la disfatta», diceva ieri mattina un alto esponente dem, «sarebbe candidare Gentiloni premier e lasciare fuori la Boschi». E Andrea Orlando, leader della minoranza, sostiene: «Va addrizzata la barra o saremo sconfitti, l’idea della commissione d’inchiesta è stata poco intelligente».

ALLARME-SOPRAVVIVENZA

MARIA ELENA BOSCHI E MATTEO RENZI MARIA ELENA BOSCHI E MATTEO RENZI

In gioco, per i ribelli, c’è la sopravvivenza del partito. Il tormento dei colonnelli del Pd, i malumori crescenti sussurrati e non esternati (Orlando a parte), sono innescati dal terrore di «prendere uno schiaffo mortale alle elezioni»: «Tra la nostra gente e tra i nostri elettori», dice un alto dirigente che chiede l’anonimato, «dopo tutte quelle audizioni in Commissione che hanno raccontato della Boschi impegnata a girare l’Italia per aiutare la banca del padre, si è affermata l’idea che sul partito è calato un velo di opacità.

Ed è un paradosso. Perché in questi cinque anni abbiamo governato bene, abbiamo fatto leggi e riforme importantissime, abbiamo portato il Paese fuori dalla crisi. Eppure, nell’immaginario collettivo ciò che rimane sono la Boschi e la maledettissima Banca Etruria». «Ed è inutile sperare che questa vicenda cada nel dimenticatoio», aggiunge un altro esponente dem, «ormai abbiamo armato Di Maio e Bersani, su questa roba ci faranno tutta la campagna elettorale. Maria Elena dovrebbe capirlo…».

MATTEO RENZI E MARIA ELENA BOSCHI VICINI VICINI MATTEO RENZI E MARIA ELENA BOSCHI VICINI VICINI

LEADER ISOLATO

Va da sé che nessuno condivide l’ottimismo di Renzi: il segretario ha detto di essere pronto a «scommettere una bistecca alla fiorentina» sul fatto che «il Pd sarà il primo partito». In più, per provare a sedare la ribellione dopo aver promesso nei giorni scorsi posti sicuri in lista a tutti i maggiorenti del partito, è tornato a usare il noi. Ha abbandonato di nuovo l’«io» che ha prodotto tanti disastri dal referendum dello scorso dicembre: «La squadra del Pd è la più forte in assoluto. Non il segretario, la squadra: ci sono Gentiloni, Minniti, Delrio, Franceschini, Orlando». Già. In molti tifano per il premier.

2 – BOSCHI CANDIDATA SCUOTE IL PD RENZI: ESCLUDERLA È UNA RESA

RENZI BOSCHI RENZI BOSCHI

Francesco Schianchi per “la stampa”

“Scommetto una bistecca alla fiorentina che saremo il primo partito». All’indomani dell’ ennesima giornata di bufera, passate le audizioni del governatore Visco e dell’ ex ad di Unicredit Ghizzoni che hanno rinfocolato polemiche e critiche, Matteo Renzi prova a spostare il fuoco. A cambiare discorso, a guardare avanti concentrando l’ interesse su altro, in un’ intervista rilasciata a Tgcom24. Ma, fatalmente, l’attenzione torna lì, a Maria Elena Boschi e al caso Banca Etruria che scatena le opposizioni e imbarazza il Pd.

maria elena boschi gentiloni renzi maria elena boschi gentiloni renzi

«Un politico si fa giudicare dai cittadini, quindi saranno le elezioni a giudicare se qualsiasi politico, non solo Boschi, debba tornare in Parlamento. È una discussione che non esiste» quella su un suo passo indietro, dichiara il segretario dem. «Oggi sarebbe una resa», insiste con chi lo sollecita: forse se ne sarebbe potuto discutere qualche settimana fa, ragiona, prima delle nuove polemiche, ma ora vorrebbe dire rinnegare la difesa portata avanti con le unghie e coi denti.

maria elena boschi al lingotto maria elena boschi al lingotto

Lei, infatti, dalle pagine della Stampa di ieri, dopo aver dichiarato che si tratta di una «caccia alla donna» («condivido, nient’ altro da aggiungere», chiosa Renzi), è tornata all’ attacco dando la disponibilità a presentarsi «in qualsiasi collegio», avvalorando l’ idea che il segretario ha avuto e non ancora accantonato: spingerla alla battaglia contro Di Maio, nel collegio di Pomigliano.

Nel Transatlantico di Montecitorio, però, sono in tanti a pensare che sarebbe di buon senso che lei si facesse da parte. O che perlomeno se ne discutesse, in una direzione del partito ad hoc che i fedeli del ministro Orlando stanno chiedendo già da qualche giorno («Dobbiamo raddrizzare la barra o saremo sconfitti», ha detto ieri sera il ministro).

boschi e gentiloni boschi e gentiloni

Tanto nella minoranza stavano ragionando se inviare una lettera formale al presidente Orfini per sollecitare la direzione: «Anche se il tema non è burocratico, non serve una richiesta ufficiale: con quello che sta succedendo, sarebbe nelle cose riunirsi e discuterne», sospirano. Dove confidano la proposta a cui stanno pensando: fuori la Boschi dalle liste, e indicazione di un candidato premier che non sia Renzi, ma Gentiloni.

«Alla fine nessuno può imporle nulla, l’ultima parola spetta alla Boschi», giudica un battitore libero del partito come il deputato Giuseppe Lauricella. Ma, dopo un’ altra giornata di passione come quella di mercoledì, eloquenti sono i silenzi o le tiepidissime difese di big anche della maggioranza come Franceschini, Delrio, Minniti, lo stesso Luca Lotti, che del giglio magico è petalo fondamentale, in competizione con la Boschi.

abbraccio tra maria elena boschi e matteo renzi abbraccio tra maria elena boschi e matteo renzi

La ministra Finocchiaro, alla Camera, si allontana senza rispondere con un sorriso sibillino da chi le chiede se la giovane sottosegretaria debba ricandidarsi. Sollecitato sulla mail dell’ amico Carrai che ha scatenato le polemiche due giorni fa, Renzi allarga le braccia, «non ne sapevo assolutamente niente».

boschi e renzi boschi e renzi

Su Banca Etruria, sottolinea che «è una vicenda priva di conseguenze penali», ma insiste che «è giusto fare chiarezza, perché chi ha sbagliato sulle banche paghi davvero». Anche se, a parere del ministro Orlando, la discussione della Commissione non ha «aiutato la riforma del sistema bancario che è l’ obiettivo per evitare che quanto accaduto in passato possa ripetersi». Posizioni diverse, sull’ utilità della Commissione voluta e rivendicata da Renzi ancora ieri. Con la Boschi, in questi giorni, il segretario si è tenuto costantemente in contatto.

RENZI BOSCHI RENZI BOSCHI

Ieri, lei ha presenziato al funerale di Matteoli, poi ha trascorso la giornata a Palazzo Chigi a preparare il consiglio dei ministri di oggi. Lui, dopo l’ intervista è andato al quartier generale di Largo del Nazareno, dove ha incontrato a lungo Matteo Richetti per parlare di campagna elettorale. La speranza è che, terminate le audizioni più insidiose in Commissione banche, complici anche le feste, l’ argomento banche vada uscendo dall’ agenda della politica.

RENZI BOSCHI RENZI BOSCHI

«La partita per il primo posto è a due. O primo partito sono i Cinque stelle, o il Pd: un sondaggio Swg dice che M5S è al 25,7 per cento, il Pd al 25, una distanza minima», predica lui ottimista. Continuando a coltivare la nuova narrazione, quella del Pd-squadra, con tanti bomber a cui affidarsi, «Gentiloni, Delrio, Franceschini, Minniti, Orlando, Martina». Una squadra, però, sempre più in tensione: «Su questa linea – dice Orlando – il partito sarà sconfitto»

MATTEO SOTTOMESSO

SCHIFOSO E’ IL BRIGARE TRA AMICI PER BANCHE PIENE DI AMICI

(Giulio Cavalli per alganews)

Facciamo finta davvero che le risultanze della commissione parlamentare sulle banche non smentiscano in toto le parole di chi ci ha fatto credere per mesi di non avere mai “interferito” grazie al proprio ruolo politico nell’eventuale salvataggio della “banca di famiglia” (e invece è vero) e facciamo anche finta che non sia terribilmente patetico costruire una “difesa” che si fa forza sulle “cento sfumature di insistenza” come se un elemento di spicco del governo (e del partito di maggioranza nonché della cerchia amicale del proprietario di quel partito) possa avere sull’amministratore delegato di un istituto bancario la stessa presa di un metalmeccanico esodato e sia tutto riducibile al lessico usato e nient’altro.

Facciamo anche finta che non conti il goffo atteggiamento di una cerchia magica ormai sull’orlo del dirupo che si sforza di paventare elementi di prova che ormai non strappano più di qualche sorriso ai loro ex sodali (e peggio ancora ai vecchi nemici) come accade a quei bulletti ormai caduti in disgrazia che alzano la voce perché non si senta nulla, mica per farsi sentire.

Facciamo anche finta che non sia odioso questo provincialismo da scolaresca in gita per cui sono anni che i nomi e i cognomi sono sempre gli stessi, cresciuti insieme a una manciata di chilometri di distanza, come se l’essere amici sia il tratto distintivo e il prerequisito essenziale di una classe dirigente.

Facciamo anche finta che la commissione parlamentare che avrebbe dovuto e dovrebbe indicarci le cause, le falle e i mancati controlli di un sistema bancario che fa acqua da tutte le parti davvero stia riuscendo nella mirabolante impresa di parlare di tutt’altro come se una Boschi qualsiasi possa essere da sola la scintilla di una serie di crac che meriterebbe ben altro coraggio nel trovare risposte.

Ciò che è certo e indiscutibile è che questi che governavano fino a poco fa, questi che avrebbero dovuto portare l’Italia nel futuro, questi che promettevano un’Italia protagonista nello scacchiere europeo, questi che ci hanno promesso una scuola finalmente moderna e un lavoro finalmente in ripresa e un’economia davvero in risalita, questi in realtà hanno avuto un’irrefrenabile passione per una banca fino ad allora sconosciuta come se fosse il ganglio del benessere nazionale: un brigare tra amici per banche piene di amici, esattamente come quell’imprenditore tutto teso a salvare le sue aziende e i suoi processi. Deludente è che una banda di amici con la responsabilità di risollevare un Paese abbia avuto così tanto tempo e così tanti modi di scorrazzare su questioni attinenti al proprio cortile disconoscendo il principio di opportunità, trovando per Banca Etruria il tempo, la capacità di dialogo e la capacità di ascolto che è mancata sulle povertà, sui diritti dei lavoratori, sulla cura del territorio e molto altro. E il senso dell’opportunità, purtroppo, si deteriora in modo direttamente proporzionale alla crescita del proprio potere e lì dove ci dovrebbe essere cautela ancora oggi, ancora adesso, si sentono gli strepiti di un’adolescente sfrontatezza.

 

DALLE NECROPOLI A YALTA: LE VOLTE IN CUI LA BOSCHI TENTO’ DI PIAZZARE LA BANCA

(Alessandro Robecchi alganews)

L’elenco delle persone importanti con cui Maria Elena Boschi ha parlato di Banca Etruria verrà pubblicato a dispense: sono centoottantasei volumi di quattrocento pagine l’uno, elegantemente rilegati, ma consiglio di tenere un po’ di posto nella libreria per quando usciranno gli aggiornamenti, come una volta l’Enciclopedia Britannica. Tutti gli incontri sono stati smentiti dall’interessata, anche con roboanti annunci di querele. Nella grande opera non mancano spunti storici, di costume, le ricostruzioni testimoniali, alcune tavolette di cera, papiri, molti sms, che – come dice la stessa Maria Elena al Corriere – lei cancella raramente e quindi può usare per sputtanare o intimorire qualcuno di qui e di là, se dovesse servire.
Già in alcune necropoli etrusche sono state rinvenute iscrizioni e figure evocative che rivelano l’incessante zelo di Maria Elena Boschi. Su monete e vasellame si ritrova spesso l’effigie di questa donna bionda che tenta di vendere a tutti una banca fallita. Alcuni storici del primo secolo avanzano l’ipotesi che le ultime parole di Giulio Cesare non fossero dedicate al tradimento di Bruto, ma alla visita di una misteriosa dama, per cui prima di spirare pare abbia detto: “Oh, no, ancora quella che vuol vendermi banca Etruria!”.
Per questioni storiografiche è difficile tornare più indietro nel tempo, anche se in alcune pitture rupestri si vede chiaramente una donna che offre una banca decotta in cambio di sette pelli di mammuth, due punte di freccia e il segreto del fuoco.
Per venire a tempi più vicini, sembra che intorno al 1530 Cortés, deciso a sterminare gli Aztechi, avesse con sé una determinatissima conquistadora che lo consigliava: “Aspetta, Hernàn, prima del vaiolo proviamo a smollargli banca Etruria”. Non si sa come andò a finire, cioè se la scomparsa di alcune civiltà precolombiane vada addebitata anche a questa misteriosa spacciatrice di banche, in ogni caso lei ha tutti gli sms di Montezuma e se serve li mostrerà alla stampa.
Il Medioevo è sicuramente il periodo più difficile da ricostruire: i funzionari delle agenzie, authority, banche centrali, ministri del tesoro, consiglieri cambiavano spesso. Le testimonianze si fanno numerose, confuse, contraddittorie e sono molte le domande che restano senza risposta. Corrisponde a verità che il rogo di Giovanna d’Arco fosse alimentato, oltre che da fascine di legna, da prospetti per gli azionisti di banca Etruria? E’ vero che Bonifacio VIII era interessato all’offerta?
Di sicuro c’è che Maria Elena Boschi contattò Luigi XVI – anche grazie alla mediazione del gentiluomo uomo di corte Verdini – e che la trattativa stava per andare in porto: banca Etruria in cambio di un bilocale a Parigi, due cavalli alsaziani e un servizio di porcellane custodito a Versailles, ma quei gufi della rivoluzione francese fecero saltare l’accordo.
Pochi sanno che la famosa foto di Yalta, quella con Roosevelt, Churchill e Stalin, è un abile montaggio, e dall’inquadratura è stata cancellata Maria Elena Boschi che offriva banca Etruria al nuovo ordine mondiale. Roosevelt e Churchill non ci cascarono nemmeno per un secondo, ma Stalin ci fece un pensierino inaugurando così la tradizione dei comunisti che dicono speranzosi: “Abbiamo una banca?”. Poi non se ne fece nulla per colpa della guerra fredda. Quanto ai verbali e ai documenti custoditi nell’Area 51, in Nevada, sono secretati, ma qualcosa trapela, e sembra che una giovane donna abbia chiesto agli alieni di acquisire banca Etruria, ma senza fare pressioni.
Gli storici, com’è ovvio, studiano alacremente i molti volumi dell’opera, e cercano riscontri, anche se per una ricostruzione dei fatti sarebbero di grande importanza i numerosi sms “del mondo del credito e del giornalismo” che Maria Elena Boschi, come se fosse un avvertimento, dice di conservare.

Esaurita la morbosa curiosità su quel “giglio” di Maria Elena Boschi ecco “le” domande per l’audito Pier Carlo Padoan su “zero sequestri” a Zonin, insolvenza, Stato “creditore first”, Viola liquidatore…

(vicenzapiu’)

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Il trait d’union tra le audizioni della Commissione d’inchiesta sulle banche è stato il gossip istituzionale  su Maria Elena Boschi, che, lo ripetiamo, se ha detto bugie vada a casa ma finiamola quì con la storia dei conflitti di interessi sui quali è nata ed è stata fondata la seconda Repubblica, Silvio Berlusconi docet. Ebbene la morbosa curiosità sul più bel petalo del “giglio magico” ha fatto il gioco di chi voleva stendere una ulteriore cappa sulle tragiche mancanze dei controllori, Bankitalia Consob, che hanno permesso e alimentato il crac “impostato” dai controllati, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca qui da noi, altri istituti altrove.

Perché il governo e, segnatamente, il suo ministero, il MEF, ha impiegato mesi e anni per poi prendere tardivamente le decisioni finali che, se da un lato hanno preservato l’esistenza di Monte dei Paschi di Siena, hanno cancellato dal Veneto le sue due banche di riferimento” sarebbe stata la domanda base da cui saremmo partiti nell’audizione di Pier Carlo Padoan, ovviamente dopo aver ascoltato pazientemente le domande “innovative” su Maria Elena nostra.

E dopo questa domanda, che se avesse avuto una risposta per tempo, ci avrebbe evitato tutti i prossimi quesiti, ecco quelli che, in nome dei truffati, avremmo fatto e che, pure, qualcuno, più volenteroso di altri, tipo il senatore 5 Stelle Gianni Girotto, ha provato a porre, sia pure con scarse se non inesistenti risposte nell’indifferenza generale e per la rabbia dei soci azzerati.

1) I commissari liquidatori di BPVi non si sono ancora attivati per la richiesta di sequestro conservativo nei confronti del Cav. Gianni Zonin e questo è un tantino opinabile vista la pubblicazione da bilanci pacificamente falsi. Ma anche un danno per l’erario che ha prestato ampie garanzie a Banca Intesa Sanpaolo. Per dare avvio alla richiesta di sequestro non è indispensabile che i liquidatori si impegnino personalmente sottraendo tempo prezioso alle loro numerose incombenze. Sarebbe’ sufficiente dessero incarico a uno dei tanti studi legali esistenti. Delle due l’una: il MEF lo ha loro richiesto ricevendo un rifiuto (e in questo caso i Commissari andrebbero sostituiti seduta stante); il MEF non lo ha richiesto e allora le chiederemmo, signor ministro, di spiegarne il motivo.
2) I dati economici oggi disponibili sullo stato della liquidazione coatta amministrativa delle due banche venete indicano un enorme squilibrio tra attivo e passivo che dovrebbe rendere inevitabile la declaratoria di insolvenza, che consentirebbe il recupero di ulteriori attivi a favore della massa dei creditori. Tale istanza deve essere predisposta dai commissari liquidatori. Allora o il MEF lo ha loro richiesto ricevendo un rifiuto (e in questo caso i Commissari andrebbero sostituiti seduta stante) oppure il MEF non lo ha richiesto e allora le chiederemmo di spiegarne i motivi.
3) Nel caso delle quattro banche  “risolte”, i cessionari (ad. es. UBI) hanno pagato un euro per avere una azienda bancaria pulita da NPL. Nel caso delle due popolari venete, il cessionario Banca Intesa ha parimenti pagato un euro per avere un’azienda bancaria pulita ma, in aggiunta, ha ricevuto una dote di 3.5 miliardi di euro esentasse, importo la cui consistenza appare davvero impressionante. Domanda: quando lo scorso giugno, su incarico del MEF, si è avviata la procedura per chiedere eventuali manifestazioni di interesse da soggetti privati per rilevare le due banche venete, mettendo a disposizione la data room, sono stati informati tutti i partecipanti che lo Stato avrebbe elargito una dote di 3,5 miliardi di euro esentasse al cessionario? 
4) Le risorse messe a disposizione di Banca Intesa Sanpaolo per “finanziare” l’operazione senza intaccare i parametri dell’Istituto stesso andranno in pre deduzione dai crediti recuperati alle due banche in LCA, con ciò privilegiando lo Stato a svantaggio degli altri creditori, in primis i soci/clienti/risparmiatori vittime delle due ex Popolari. Questa condizione, prevista forzosamente dai relativi decreti di messa in liquidazione, che anche in altri punti paiono ledere dettati giuridici generali, non confligge con le norme che regolano tipicamente le liquidazioni e, soprattutto, col principio che i primi a dover essere tutelati dovrebbero essere proprio i vecchi soci? 
5) Il dr. Fabrizio Viola è stato amministratore delegato di Banca Popolare di Vicenza e presidente del Comitato strategico di Veneto Banca e, quindi, manager apicale di entrambi gli istituti. In base a quali considerazioni di opportunità e di prassi giuridiche, che generalmente non vedono ex amministratori di società in liquidazione coatta come loro liquidatori, tanto più in presenza di possibili reati, è stata accettata dal MEF la nomina tra i commissari liquidatori del dr. Fabrizio Viola decisa per competenza da Banca d’Italia?
6) Pur con l’ovvia presunzione di innocenza il dr. Viola risulta indagato per il periodo in cui era Ad di MPSper reati analoghi a quelli per i quali sono indagati i vertici delle due ex Popolari venete. La suddetta nomina tra i commissari liquidatori non confligge con considerazioni di non opportunità e con lo spirito delle norme europee di onorabilità per avere incarichi apicali nel sisetam bancario, vecchie di due anni ma non ancora recepite in Italia proprio dal MEF?
Altre domande? Tante. Ma ci basterebbero le risposte a queste e non l’unica chiara data.
Su chi? Ma, signori è ovvio, su Maria Elena Boschi… che ha ciacolato con tanti se non con tutti ma senza che l’autorizzasse Padoan.

Che invece ancora non si sa chi lui abbia autorizzato a portare a termine lo scempio di BPVi e Veneto Banca.

 

ECCO LA “RIPRESA” ECONOMICA – UN ITALIANO SU QUATTRO SI DOVRA’ INDEBITARE CHIEDENDO UN PRESTITO PER COMPRARE I REGALI DI NATALE E ORGANIZZARE I CENONI – OLTRE LA METÀ (53,1%) DI COLORO CHE INTENDONO ACCEDERE A UN FINANZIAMENTO SOSTENGONO DI AVER BISOGNO DI UNA SOMMA SUPERIORE AI 2MILA EURO…

GDeF. per “IL GIORNALE”

PENSIONE POVERTA'PENSIONE POVERTA’

Altro che ripresa. Quasi un italiano su quattro per fronteggiare le spese per i regali di Natale e relativi cenoni ha intenzione di richiedere un prestito personale oppure di scegliere un pagamento rateale. È un sondaggio realizzato dai siti di comparazione Facile.it e Prestiti.it, a evidenziare che circa il 24% degli intervistati farà ricorso ad una finanziaria per sostenere le spese natalizie.

In particolare, tra coloro che hanno intenzione di ampliare il budget con un prestito, il 43,7% utilizzerà la somma per pagare la settimana bianca o una vacanza, il 40,6% per comprare i regali di Natale. Circa un intervistato su sei (il 15,6%) si rivolgerà a un’ azienda di credito per sostenere i costi del cenone natalizio o del Capodanno.

CENONE CAPODANNOCENONE CAPODANNO

Uno degli aspetti più interessanti è legato all’ età di coloro che hanno risposto affermativamente alla domanda del sondaggio. Quasi la metà (47%) ha tra i 36 e i 45 anni, ossia si trova nella fascia demografica che dovrebbe essere proiettata verso la parte migliore della propria carriera lavorativa.

E che, invece, i dati Istat collocano nella forza lavoro per la quale la disoccupazione è leggermente aumentata a livello congiunturale. Tanto il cluster 26-35 anni quanto quello 46-60 anni (entrambi con il 18,75%) hanno la stessa propensione alla richiesta di un prestito. Solo il 35% di coloro che non hanno intenzione di aumentare il proprio livello di indebitamento hanno dichiarato di non avere necessità di un finanziamento, mentre circa la metà (49%) ritiene futile indebitarsi per i regali di Natale. La spiegazione la fornisce Adusbef: su 35,6 miliardi di tredicesime in arrivo l’ 84,8% (30,2 miliardi) sarà divorato da tasse, mutui, bolli e altre rate.

povertaPOVERTA

Oltre la metà (53,1%) di coloro che intendono accedere a un finanziamento presumono di aver bisogno di una somma superiore ai 2mila euro, il 15,6% di una cifra compresa tra il 1.000 e i 2.000 euro, mentre meno di un terzo (il 31,3%) è orientato su un importo inferiore ai mille euro. Per quanto riguarda la durata del finanziamento, appare chiaro che gli italiani cercheranno di rimborsare il prestito in un periodo relativamente breve; il 53% ha dichiarato di volerlo restituire in meno di 12 mesi, il 19% entro i 24 mesi.

ATTENDERE LA FINE DI UN MERCATO DI FRUTTA E VERDURA

AMA IL PROSSIMO TUO

Il caso Etruria è chiuso (con la sconfitta di Boschi e Renzi)

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sembrano soddisfatti dopo le ultime audizioni in commissione d’inchiesta sulle banche. Eppure non ne escono bene. (SERGIO LUCIANO- SUSSIDIARIO.NET)

Matteo Renzi (Lapresse)Matteo Renzi 

“Per me un doppio hamburger completo, molta maionese e niente cipolla!”: Woody Allen, in uno dei suoi primi e ancora spassosissimi film (Il dittatore dello stato libero di Bananas), è un giovane miliardario americano di sinistra che se ne va in Centro America per unirsi a una brigata di “barbudos”, alla macchia nella giungla tropicale inseguendo il miraggio di una qualche rivoluzione. Fa la fila al rancio e finalmente arriva il suo turno davanti a un enorme cuoco, sporco e sudato, che pesca mestolate di sbobba grigiastra da un unico pentolone. Lui, imperturbabile, avanza la sua richiesta, come se si se trovasse a Manhattan. Il cuoco lo guarda in tralice, e del tutto indifferente alla richiesta gli scodella nel piatto la stessa nauseante mestolata che ha dato a tutti gli altri. Woody Allen esamina il piatto, guarda il cuoco e dice: “Ok, perfetto!”.

È la metafora di quello che hanno fatto negli ultimi giorni Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, la coppia di ferro arrugginito del Pd, dopo le audizioni, tutte indubitabilmente nocive per loro due, succedutesi davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle crisi bancarie, riunita in Parlamento proprio per le loro autolesionistiche richieste. 

Ieri in particolare: Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, ha confermato per filo e per segno quel che Ferruccio de Bortoli aveva scritto nel suo libro Poteri forti (o quasi). Maria Elena Boschi gli chiese di valutare l’acquisizione di Banca Etruria, lui la fece valutare e risolse di non procedere perché sarebbe stato un cattivo affare. Dunque Ghizzoni ha confermato che: 1) la Boschi, ministro delle Riforme, priva di qualsiasi mandato a occuparsi del caso Etruria e senza aver informato l’unico ministro che avrebbe potuto parlarne, figlia del vicepresidente della banca, braccio destro del premier, aveva incontrato anche lui, Ghizzoni, nel suo intenso e improprio attivarsi per influenzare le sorti della banca di papà; 2) perfino Marco Carrai, imprenditore fiorentino intimo amico di Renzi, gli scrisse una mail per insistere: “Mi è stato chiesto di sollecitarti…”.

Ebbene, cosa dicono – dopo l’ennesima sbugiardata – Boschi e Renzi? “Quello che doveva uscire è uscito. Ci sarà ancora qualche strascico per un po’ di giorni, ma sostanzialmente questa vicenda è chiusa. È finita”, dice Renzi. Come Woody Allen quando dice “ok” al barbudos che, anziché il richiesto hamburger, gli ha scodellato davanti una mestolata di sbobba nauseante.

In aula, parlando a suo tempo delle prime accuse contro la sua condotta, la Boschi aveva dichiarato: “Io come ministro non ho mai favorito la mia famiglia, non ho mai favorito i miei amici”, “non c’è dunque conflitto d’interessi, non c’è dunque alcun favoritismo, non c’è alcuna corsia preferenziale” nel caso Etruria. Le testimonianze dimostrano oggi che invece ha provato con molti interlocutori diversi di pilotare la banca del padre verso una soluzione diversa da quella che sembrava profilarsi dal mercato. 

Cos’altro c’è da aggiungere? La faccenda delle pressioni che non ci sarebbero state è penosa, si smentisce da sola. Per un ministro in carica parlare riservatamente a un’altra autorità, pubblica o privata, per manifestare una propria preferenza per una determinata soluzione in una vicenda spinosa e ancora aperta significa fare pressioni indipendentemente dalle parole e dai toni. La pressione è nel rapporto asimmetrico tra i poteri, lo capiscono anche i bambini.

In un certo senso Renzi ha ragione, però, quando dice che “il caso è chiuso”: lo è nel senso tecnico specifico, perché, come si sapeva, i fatti emersi dalle audizioni non sono reati; ma sono clamorose gaffe politiche, sono indebite invasioni di campo, sono fallimentari magheggi da apprendisti stregoni. Che indipendentemente dai commenti degli interessati hanno tagliato via una gran parte della loro credibilità, come anche nello stesso Pd in tanti ormai, irritati e preoccupati, riconoscono. E dunque il caso Etruria è chiuso, ma si apre clamorosamente quello della credibilità dell’attuale vertice del partito.

È questa l’unica eredità generata da quel “ventilatore di particelle maleodoranti” che è stato la Commissione. Matteo Renzi ha perso consensi e credibilità alla vigilia di un voto politico cruciale che si profila adesso ancor più incerto e potenzialmente improduttivo di quanto già non sembrasse. Il suo partito è ricaduto, per sua colpa, nelle sabbie mobile delle cattive relazioni con le proprie ambizioni di potere economico. Molti elettori gliene chiederanno conto. Questo non sarà un bene per la possibile governabilità dell’Italia post-voto.

 

[L’analisi] La Boschi ha mentito su Banca Etruria, ma non ha favorito nessuno. E si è ficcata in un guaio

Ormai per il Pd è una partita loose-loose Ghizzoni: “Ci occupammo di Etruria ma perchè ce lo chiesero i vertici della banca e Mediobanca”. Boschi se ne interessò, “era preoccupata per la piccola media impresa toscana”. La mail di Carrai all’ad di Unicredit incendia la giornata al grido “il giglio magico all’opera”. Lui spiega: “Chiesi informazioni per un mio cliente, la banca Del vecchio acquistata da Etruria”. Il sottosesgretario sempre più sola. Tutta colpa di quella prima, originaria bugia: “Non mi sono mai occupata di banche…”

[L’analisi] La Boschi ha mentito su Banca Etruria, ma non ha favorito nessuno. E si è ficcata in un guaio

L’audizione più attesa, quella dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, è stata tra le più veloci, appena quattro ore, e scrive una parola finale sulla vicenda Boschi-Etruria. Sommando e incrociando quanto detto da Vegas, ex numero 1 di Consob, dal ministro Padoan, dal governatore Visco e stamani da Ghizzoni, si possono fissare alcuni punti:

1) l’ex ministro si è occupata in più occasioni dei destini della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio;
2) non ha mai esercitato pressioni nè ha chiesto favori;
3) il suo interessamento è stato portato avanti in nome e per conto di un territorio, la Toscana, che come altre regioni in quegli anni risentiva della crisi economica e del credito;
4) il suo interessamento non ha prodotto benefici alla causa perorata visto che, nell’ordine, Bpel è stata commissariata (febbraio 2015), liquidata (novembre 2015), i vertici sono stati sanzionati da Consob e Bankitalia e nello specifico Pier Luigi Boschi deve pagare 175 mila euro più altre 120 mila. I “favori” in genere non producono questi effetti decisamente negativi.
5) Le quattro audizioni confermano che l’allora ministro Boschi ha mentito quando a maggio scorso disse di “non essersi mai occupata dei destini della banca”. Non lo disse in Parlamento ma è ugualmente un grave errore che adesso mette in dubbio e contamina tutto il resto.

Il libro, l’inizio di tutto

Circa il libro di Ferruccio De Bortoli (“Poteri forti”) che a maggio scorso ha avviato la narrazione del “ministro Boschi che si è spesso occupata di banche al di là del suo mandato”, va detto che la verità  sta nel mezzo. Non fu l’allora ministro ad interessare Unicredit, tramite Ghizzoni, per acquistare e quindi salvare Bpel. Il 3 dicembre 2014 Mediobanca, advisor di Bpel, fa una riunione con Ghizzoni, prospetta il rischio del commissariamento, illustra il piano di ristrutturazione e chiede che venga avviata un’istruttoria con urgenza per valutare l’entrata nel capitale Bpel. Il 12 dicembre, quando Ghizzoni vede Boschi, Unicredit è già stata interessata al dossier dai legittimi titolari: i vertici della banca toscane e il loro advisor-consulente, cioè Mediobanca.

L’altro fulmine di giornata, la mail che il 13 gennaio Marco Carrai scrive a Ghizzoni, con cui si danno del “tu” in nome di una certa  consuetudine, dovrebbe chiudersi in serata con una nota del diretto interessato che spiega di aver “sollecitato” Ghizzoni circa la risposta sul dossier  Bpel perché “un suo cliente era interessato alla Banca  Federico Del Vecchio storico istituto fiorentino acquistato da Etruria”. Carrai è un imprenditore e, per quanto amico dall’infanzia di Matteo Renzi, non ha alcun legame con il Pd.

Ma tutto ciò – i distinguo, le valutazioni, la contestualizzazione dei fatti –  nella narrazione politica non conta più. “Nel merito non c’è nulla ma Boschi s’è mossa con molta ingenuità e ha raccontato mezze verità. Non ci sono reati ma un problema enorme di opportunità politica e di tatto istituzionale” dice nel pomeriggio un senatore dello stato maggiore Pd renziano. “Adesso chi può dovrebbe non dico dimettersi ma almeno fare un passo di lato. Perchè è molto forte il rischio che il Pd paghi un prezzo altissimo per tutto questo che, ripeto, è nulla. Perchè se andiamo a vedere i veri intrecci tra banche e politica… vabbè dai, ma di cosa stiamo parlando? “.

Il cronoprogramma di Ghizzoni

Fin qui i cosiddetti “titoli” di giornata. Ma quello che conta è tutto quello che c’è dietro e intorno ai titoli. L’ex ad di Unicredit, si presenta come “uomo di numeri e non di illazioni”, s’è preparato un vero promemoria che assomiglia ad un cronoprogramma. Il succo è che Ghizzoni incontra Boschi – ministro delle Riforme ma soprattutto, in questo caso, dei Rapporti con il Parlamento – tre volte, due sono occasioni istituzionali, convegni. Una volta, il 12 dicembre 2014, quando il destino di Bpel sembra già segnato, è l’unica volta in cui affrontano il tema Etruria. Ma ecco il dettaglio.

1 settembre 2014 – E’ il primo contatto con Etruria ma avviene  tramite l’advisor Mediobanca che per conto di Bpel cerca investitori per rilevare l’istituto toscano. Dunque non c’entra il ministro Boschi. “La prima discussione che Unicredit ebbe al suo interno su Etruria fu il 1° settembre 2014 quando ci fu un contatto con Mediobanca che agiva da advisor alla ricerca di investitori. Fummo contattati per lettera e ci fu chiesto se eravamo interessati a una eventuale acquisizione. Rispondemmo il giorno dopo che non avevamo interesse, eravamo orientati in quel periodo a investire all’estero”.

6-7 settembre – Ghizzoni è ospite al Forum Ambrosetti , da sempre occasione di incontri  e relazioni spesso prodromiche ad importanti affari. “Incrociai la ministra Boschi ma non ebbi alcuncontatto con lei” h spiegato Ghizzoni.

11 settembre – “Ebbi un incontro in largo Chigi con la ministra, partecipò anche Giuseppe Scognamiglio, capo delle relazioni istituzionali di Unicredit. Fu un incontro di natura istituzionale, si parlò della politica del governo Renzi, di riforme, fu un discorso molto generale sulle banche ma non si parlò di specifiche banche” bensì “delle normative in arrivo della Bce, era il periodo del passaggio della vigilanza dalla Banca d’Italia alla Banca centrale europea”.

Fine ottobre – A Ghizzoni arriva una nuova richiesta di incontro da parte dei vertici di Banca Etruria. “Chiedono un incontro con me, alla mia segreteria dicono che della richiesta erano a conoscenza organi istituzionali. Ho pensato alla Vigilanza di Bankitalia”. Il 5 novembre “Nicastro, allora dg di Unicredit, era stato contattato dal presidente Rosi e dal dg di Etruria per sondare un eventuale interesse a investire in Etruria. L’appuntamento fu fissato per il 3 dicembre”.

4 novembre – Quel giorno la ministra Boschi “era presente in rappresentanza del governo e fece un discorso per la celebrazione dei 15 anni di Unicredit. Anche in questo incontro- ha sottolineato Ghizzoni – non ci fu occasione per discorsi di tipo bilaterale. Mi disse solo sentiamoci prima di fine anno”. Eppure, proprio in quei giorni, stavano accadendo cose importanti dentro e fuori la banca toscana.

3 dicembre – Nel colloquio con i vertici di Etruria, “mi fu presentata la situazione della banca, mi dissero che Etruria doveva trovare una soluzione urgente perchè correva il rischio del commissariamento a febbraio 2015, mi fu illustrato il piano di ristrutturazione, i tagli del personale e degli sportelli, la divisione in bad e good bank, la trasformazione da popolare in spa. Michiesero se c’era l’interesse di intervenire nel capitale di Etruria, risposi che era molto difficile per via dei tempi molto ristretti e per un fattore esterno dirimente su qualsiasi acquisizione: il passaggio della vigilanza da Bankitalia alla Bce e l’entrata in vigore delle nuove regole europee”. Comunque, “incaricai l’ufficio di avviare un’istruttoria. In Unicredit il processo è molto trasparente: convocai i colleghi responsabili per questo tipo di analisi. Decidemmo di andare a vedere perchè tanto, in caso di commissariamento, sarebbe intervenuto il Fondo interbancario a cui Unicredit partecipa con il 18%”. Insomma, Ghizzoni decise di portarsi avanti con il lavoro.

12 dicembre – E’ il giorno dell’appuntamento con Boschi. Si svolge all’interno della sede di Unicredit, è informato anche il nostro rappresentante delle relazioni istituzionali. Fu quella l’occasione in cui affrontammo per la prima volta il tema della crisi delle banche. Il ministro era molto preoccupata, soprattutto per Mps e Etruria. Parlava dell’impatto sul territorio toscano in termini di erogazione del credito, di riduzione dell’offerta, degli impatti negativi su piccole imprese. Alla fine mi chiese se fosse pensabile per Unicredit interessarsi a Bpel. Dissi che avevo già avuto contatto, che le mie strutture stavano esaminando la cosa in totale autonomia e libertà. Fu un colloquio cordiale, nessuna pressione. Da quel giorno non ci sono più stati contatti con il ministro Boschi”.

13 gennaio – Il cronoprogramma dovrebbe terminare qua. Ma Ghizzoni, con lucidità luciferina, tiene  in serbo un colpo di scena. “Il 13 gennaio 2015 mi arriva una mail di Marco Carrai…”. Ghizzoni ne dà lettura. “Scusa Federico, solo per dirti che mi è stato chiesto di sollecitare, nel rispetto dei ruoli, una risposta su Etruria”.  Il brusio si fa forte nell’aula al IV piano di San Macuto, il presidente Casini dispensa inviti ecumenici. “Pace e bene fratelli e sorelle…”. Ghizzoni continua. “Non cosa chi avesse sollecitato Carrai, non l’ho voluto neppure sapere. Ho preferito chiudere lì e risposi che Etruria sarebbe stata contattata quando avremo finito. Volevo che il canale rimasse quello ufficiale banca-banca e così è stato”. Il 29 gennaio Unicredit rispose ad Etruria che non era interessata. L’11 febbraio la banca è stata commissariata. Il 24 febbraio Bankitalia ci contattò di nuovo se fossimo interessati alla good bank. Tutti no. Fino a fine 2014 quando Unicredit fu costretta ad occuparsene per il decreto di liquidazione e l’intervento del Fondo interbancario.

La risposta di Carrai 

Arriva a metà pomeriggio. E’ scritta per evitare fraintendimenti. “Ero interessato, ‘nel rispetto dei ruoli’ come ho scritto non a caso nella mail, a capire gli intendimenti di Unicredit riguardo Banca Etruria perché un mio cliente stava verificando il dossier di Banca Federico Del Vecchio, storico istituto fiorentino di proprietà di Etruria. Dunque ho assunto informazioni, in veste di consulente, per un mio cliente”. Usando una mail pubblica, letta anche da varie segretarie. Sui rapporti con Ghizzoni: “Confermo di aver avuto, in svariate occasioni, il piacere di incontrare e dialogare, a livello professionale, con il dr. Federico Ghizzoni, nella mia veste di consulente, come dichiarato da Ghizzoni stesso”. Nessun mistero anche sul perchè lui fosse informato sul dossier. “Per chi si occupa di banche era il segreto di Pulcinella… “. Carrai avvisa di non abusare del suo nome: “Da imprenditore rispetto la polemica politica, ma diffido dall’utilizzare il mio nome e quello delle aziende con cui collaboro che da anni lavorano con innegabile professionalità e a tutela delle quali sono pronto ad agire in ogni sede”.

Ma anche questo non basta. Perché il retroscena vale più della scena. E così la mail di Carrai completa la narrazione delle opposizioni, a cominciare dai 5 Stelle:  “Il giglio magico di dilettanti che pensava di controllare il mondo”. “il clan che trascina a fondo il Pd”.  Liberi e Uguali passa all’incasso. Pierluigi Bersani dice che “tutto nasce da un circuito troppo stretto, tutte cose nate in pochi chilometri e trasportate a Roma. A Gentiloni sta bene così? E poi mai negli anni in cui sono stato ministro ho mai trattato diversamente una cosa di Piacenza da una di Canicatti,una cosa è fare il parlamentare, altra il ministro”. La Commissione si è rivelata un disastro per il Pd e un bancomat per le opposizioni.

I peccati dell’innovazione tecnologica

Impoverimento della classe media, precariato, estinzione del posto fisso: l’onnipresente sviluppo tecnologico ha stravolto il mondo del lavoro.

a nostra epoca è caratterizzata da una crescente innovazione tecnologica presente in tutti gli ambiti della nostra vita. Accanto a questa spinta allo sviluppo, s’instaura una nuova struttura economica: la cosiddetta New Economyche si contraddistingue dalle forme economiche del passato per il fatto di essere caratterizzata da elementi inediti: opera in un mercato globale; riesce ad abbattere egregiamente i costi di lavoro ed è localizzata in uno spazio indefinito: la rete. Nel libro Al posto tuo: così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Riccardo Staglianò spiega bene il modo in cui le nuove tecnologie incarnano lo spirito della New Economy. La crescita esponenziale dello sviluppo tecnologico è diretta verso l’automazione dei metodi di produzione e la digitalizzazione dei servizi.

Si possono citare tre esempi plastici in grado di riassumere al meglio la portata di queste innovazioni: il primo è l’invenzione di Baxter e Sawyer, due robot in grado di svolgere rispettivamente compiti industriali semplici e operazioni più precise solo attraverso una semplice programmazione eseguita da un lavoratore privo di competenze tecniche; il secondo è il software NarrativeScience, capace persino di scrivere, attraverso un sistema algoritmico, articoli giornalistici impostati secondo un determinato stile o taglio editoriale; il terzo è Amazon, negozio globale online divoratore della concorrenza locale, che sfrutta i propri dipendenti e i negozi che vendono attraverso la sua piattaforma per poter essere iper-funzionale e iper-competitivo.

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Sono due i fenomeni problematici determinati dalle tendenze innovatrici rappresentati in questi esempi. Il primo fenomeno è relativo alla sostituzione dei lavoratori con le macchine: uno studio di Frey e Osborne, ricercatori all’Università di Oxford, sostiene che il 47% dei mestieri ricade nella categoria ad alto rischio di sostituzione nel prossimo futuro. Da una parte, la minaccia fa riferimento alla sostituzione dei lavori manuali attraverso l’automazione dei metodi di produzione; dall’altra invece, l’invasione di sistemi algoritmici e informatici comporta la sostituzione dei lavoratori negli ambiti lavorativi di natura intellettuale. Sono due gli ordini di problemi determinati da questo rimpiazzo di manodopera per mezzo di queste metodologie. Il primo è strettamente economico e occorre affrontarlo partendo da un presupposto relativo al funzionamento del capitalismo: la teoria del plus-valore di Marx. Il modello marxiano descrive il modo in cui il datore di lavoro si approprierebbe della differenza economica tra il costo della manodopera del lavoratore e il prezzo finale della merce.

Questa teoria spiega anche il motivo per cui il sistema capitalistico ha una tendenza verso cicli di crisi economiche: il datore di lavoro subisce le spinte al ribasso dei prezzi delle merci dalla concorrenza presente sul mercato, che conseguentemente lo condiziona all’abbassamento del costo della manodopera. Per aggirare questa tendenza, il datore di lavoro riccorre all’utilizzo di macchine per rendere più produttivi i lavoratori. Ma l’aumento di produttività non è un bene: la maggior produttività per mezzo delle macchine non solo comporta un minor numero di lavoratori, ma porta a produrre un surplus di beni, a cui consegue la distruzione del valore della merce e, a sua volta, al crollo del mercato.

Programmare il lavoro di Baxter è semplicissimo: basta un lavoratore che gli insegni i movimenti da eseguire

Negli anni Settanta, questa tendenza alla crisi viene affrontata attraverso la pratica della delocalizzazione in Paesi emergenti come l’India o la Cina, luoghi in cui il costo della manodopera era bassissimo. Oggi invece, sembra che l’ideale da perseguire per affrontare questa tendenza sia il lavoratore robot: una manodopera automatizzata i cui costi di manutenzione sono infinitamente più bassi rispetto agli stipendi dei lavoratori da impiegare per lo stesso livello di produttività. Risulta ovvio però che se la soluzione del capitalismo rimane “maggior produttività al minor costo possibile” il continuo abbassamento dei costi della manodopera comporterà la distruzione della classe media, nonché l’annullamento della sua forza d’acquisto: sacrificio richiesto per il piacere di poter produrre a poco, e non più al prezzo giusto. Il secondo ordine di problemi relativo alla sostituzione dei lavoratori è prettamente etico, e fa riferimento al tema della deresponsabilizzazione. L’effetto più eclatante del progresso tecnologico è l’emancipazione progressiva delle nostre azioni dai vincoli morali. Gli strumenti tecnologici non vengono più creati per raggiungere un particolare fine, bensì sono loro a stabilire, grazie alle possibilità che offrono, ciò che si può o si deve fare: a vincolare le nostre azioni c’è solamente il limite tecnologico che non siamo riusciti ancora ad oltrepassare.

Nel momento in cui il principio che determina le scelte politiche, economiche e sociali non tiene più conto delle conseguenze etiche di una determinata innovazione, si giunge al punto in cui non vi è più possibilità di applicazione della responsabilità morale agli effetti delle azioni umane. Gli effetti collaterali dannosi o indesiderati devono essere considerati alla luce dell’azione che li produce. Oggi invece, questo discorso sugli effettivi rischi delle tecnologie sembra essere sostituito dall’idea di “danno collaterale”; idea che suggerisce come effetti positivi e negativi non concorrano sullo stesso piano, anzi: le conseguenze negative prodotte dalla tecnica ma ignote fino a quel momento, sembrano accadere fatalmente e casualmente, senza consequenzialità tra l’applicazione e i suoi effetti. Occorre invece calcolare i rischi dell’innovazione tecnologica; chiedersi che cosa possa pesare maggiormente per la società; e una volta trovata la risposta, scegliere se proseguire con quel tipo d’innovazione oppure arrestarla. Ad esempio, in termini di responsabilità morale, è meglio un uomo o un sistema tecnologico alla guida di un’automobile?

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Il secondo fenomeno problematico di questa spinta innovatrice è la precarizzazione del lavoro; tendenza particolamermente riscontrabile in due punti. In primo luogo, la New Economy produce sistemi di monetizzazione alternativi come il crowdsourcing (modello di business incentrato sulla collaborazione esterna di persone a progetti aziendali) e la sharing economy (“economia della condivisione”): concezioni economiche che all’apparenza possono risultare positive, rivoluzionarie e richiamanti modalità di condivisione eco-sostenibili; ma se contestualizzate e analizzate, rivelano tutta la loro portata precarizzante. Il 2007 è l’anno in cui scoppia la peggior crisi economica dalla Grande Depressione, la quale non fa altro che impoverire la classe media. È in questo momento che subentra la soluzione: “la sharing economy vi tende una mano d’aiuto! La sharing economy può aiutarvi ad arrotondare lo stipendio o a permettere di pagare l’affitto!”. Ma la verità la si può trovare provando a rispondere ad una domanda molto semplice: perché abbiamo bisogno di guadagnare più di prima?La sharing economy rappresenta veramente un’evoluzione dell’economia? Risulta evidente che la sua nascita è collegata alla crisi economica e alle sue drammatiche conseguenze.

La precondizione di questa sharing economy infatti è stato un mercato del lavoro depresso che, a partire dal 2008, si è caratterizzato per un abbassamento dei posti di lavoro fissi e parallelamente da una crescita impetuosa dei lavori part-time: chi ha perso un lavoro vero è costretto a ricorrere a numerosi microlavoretti, attraverso i quali si sperimenta nuovamente il lavoro a cottimo in versione 2.0. Mechanical Turk, il servizio internet di crowsourcing di Amazon Web Service, è solo uno degli esempi di sistemi a cottimo in cui la paga per ogni singolo lavoro non solo è bassissima (si parla di qualche centesimo di retribuzione a prestazione); ma dai guadagni ottenuti bisogna togliere un sacco di cose, come le cure mediche e le spese per la manutenzione della propria strumentazione; ma soprattutto non è previsto nessun contributo da versare per l’ottenimento della pensione. Si tratta quindi di sistemi economici del tutto insufficienti a risolvere le problematiche causate dallo sviluppo tecnologico: non contribuiscono minimamente a limitare le disuguaglianze economiche prodotte dalla concezione di sviluppo a loro affine, perché non pagano neanche le tasse utili al welfare.

L'immagine, tratta dal sito sito Mechanical Turk, mostra quanto basse siano le remunerazioni per le prestazioni richieste

In secondo luogo, Internet introduce varianti strutturali nella società e nell’economia rispetto al passato. Una delle idee più eversive del web 2.0 è stata quella della gratuità: un certo numero di merci si può trovare online gratuitamente. I contenuti vengono offerti gratis perché i professionisti remunerati (come i programmatori, i musicisti o i giornalisti) vengono sostituiti con gli utenti, che condividono in maniera totalmente volontaria e gratuità i contenuti da loro creati. L’utente produce e l’utente consuma: nasce una nuova figura: il prosumer. L’unico a guadagnarci in questo schema però non è questa nuova figura, bensì chi gestisce la piattaforma.

Ma il motivo della gratuità delle merci online non è relativa solo alla sostituzione del professionista con l’utente. Google, Facebook e Instagram sono servizi completamente gratuiti soprattutto perché cediamo loro volontariamente una quantità di informazioni digitali incredibili: informazioni raccolte nei database aziendali con lo scopo di classificare categorie di consumatori diverse e di individuare così le tendenze di consumo, per mezzo delle quali si può determinare a quali fasce di persone e in quale momento un dato prodotto può essere venduto più facilmente. In questo modo, il prosumer non produce solamente contenuti, ma anche i dati utili a scoprire le tendenze: la necessità di creare domanda per un certo tipo di bene viene annullata addossando questo ruolo al consumatore, che diventa autonomamente il sorvegliante di se stesso.

In "Sesto Potere: la sorveglianza ai tempi della modernità liquida", Bauman usa la terminologia “panopticon personali” per definire la sorveglianza esercitata dai dispositivi tecnologici come gli smartphone

La sostituzione dei lavoratori e la precarizzazione del lavoro sono i due fenomeni che comportano un’evidente crescita di disuguaglianza e disparità economico-sociale tra due “classi”: da una parte, l’élite proprietaria di robot o piattaforme informatiche; dall’altra la massa di lavoratori precari, utenti peraltro di quelle stesse piattaforme. Come affrontare queste disuguaglianze crescenti, frutto della New Economy e di un’innovazione tecnologica sempre in crescita e sempre più imprevedibile? Quali sono i modi per affrontare quest’epoca? In Tesi sulla filosofia della storiaWalter Benjamin delinea sostanzialmente due possibilità. La prima è negare che l’innovazione tecnologica sia progresso, rifiutandola come fecero i luddisti nel 1813, le cui battaglie certamente non comportarono l’arresto dello sviluppo, ma non furono in ogni caso vane: grazie alle loro lotte, il tema dei problemi derivati dall’automazione venne sdoganato e l’avvio di contrattazioni nei mercati di lavoro  consentirono di migliorare le condizioni in fabbrica.

La seconda possibilità è accettare lo sviluppo tecnologico e piegarlo a proprio vantaggio. Nel libro La nuova rivoluzione delle macchineAndrew McAfee elabora delle misure politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche: migliorare le prospettive dei lavoratori alla luce di una crescita economica e produttiva complessiva. Le più importanti sono: il miglioramento dei metodi d’istruzione e d’insegnamento per mezzo delle nuove tecnologie; incentivare l’imprenditoria ed in particolare le start-up, ritenute vettori fondamentali per creare posti di lavoro e inventarne di nuovi; investire sulla ricerca scientifica e sulle infrastrutture, mettendo in moto una politica keynesiana; mettendo in pratica modalità di tassazione pigouviana, ovvero mirata a scoraggiare determinate attività come l’inquinamento, o sulla rendita, come la proprietà di terreni, la quale non subirebbe la riduzione dell’offerta sul mercato. Queste proposte politiche sono accompagnate da raccomandazioni a lungo termine, come l’idea di un’imposta negativa, che consiste nell’ottenere una frazione di tassazione pagata dal governo nel momento in cui il reddito risulta essere al di sotto di una determinata soglia.

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È evidente però che queste misure politiche non solo non tengono contro dei problemi ecologici conseguenti ad una continua crescita produttiva complessiva, ma non scalfiscono minimamente le fonti che producono la disuguaglianza: non esistono ancora proposte veramente efficaci che si fanno promotrici di una tassazione sui metodi di produzione automatizzati o sul web. Gli Stati infatti non sono in grado di agire fiscalmente perché le aziende e le imprese private non solo riescono ad aggirare la tassazione, ma sono anche in grado di minacciare i governi rispetto a determinate misure fiscali. Il potere dei grandi colossi economici riesce a soppiantare il potere politico attraverso il ricatto: possono legittimamente disattivare il funzionamento di servizi digitali, ormai diventati essenziali in questo sistema economico-sociale.

Nel 2014 ad esempio, Google riesce a ricattare il governo spagnolo di Rajoy: l’approvazione della legge che avrebbe obbligato l’azienda a pagare gli editori per l’utilizzo dei loro contenuti, evidentemente non piaceva. Così, il giorno prima dell’entrata in vigore, Google decide di disattivare il servizio News del suo motore di ricerca, con la perdita del 10-15% del traffico sulle pagine web delle testate giornalistiche. Ma d’altronde, s’incentiva questo sistema ogni volta che acquistiamo un prodotto a basso costo su Amazon. E lo si fa senza badare a tutte le ripercussioni che un atto semplice come questo produce: è la New Economy, bellezza! Ma la convenienza vale quanto ciò che si sta perdendo?