Banche venete, magistrato contro Bankitalia: “Vigilanza piena di falle”

Lasciò la toga nel 2008 dopo uno scandalo per dei presunti viaggi fatti durante permessi per malattia. Ora Cecilia Carreri, il magistrato che si oppose all’archiviazione dell’ex numero uno della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, torna a denunciare i favoritismi e mancata vigilanza nel mondo finanziario italiano, complice del crac di alcune banche.

Ricordata come “la paladina del risparmiatori”, per essersi battuta contro le pratiche scorrette di alcune banche, la Carreri ha scritto un libro in cui racconta la sua versione dei fatti sulla Popolare di Vicenza e sulle colpe della magistratura.

 

“Viviamo una doppia realtà processuale: ad esempio, dalle audizioni disposte dalla Commissione emerge che vi sono responsabilità Consob-Bankitalia sul piano dei controlli nei confronti di BpVi e Veneto Banca, mentre per la magistratura sono parti lese. Si contesta, infatti, agli Istituti di credito di avere ostacolato la vigilanza, quando quella vigilanza fu piena di falle e di mancati coordinamenti. Se si aggiunge il fatto che molti ex dirigenti o ispettori di Bankitalia (ma anche Consob) passarono alle dipendenze di BpVi, ed ebbero un ruolo importante durante le ispezioni sul medesimo istituto, si fa fatica a comprendere l’impianto accusatorio della Procura”.

Intanto emergono nuovi particolari in riferimento al caso della Popolare di Vicenza. Come riporta L’Espresso, vi era una forte amicizia tra l’allora dg della Popolare, Samuele Sorato, e Matteo Renzi tanto da ipotizzare che lo stesso Sorato, ora tra gli indagati per il crac della Popolare di Zonin, fosse nel cosiddetto “Giglio magico” renziano.

“Si scopre per esempio che, in base a quanto appuntato sulla sua agenda, il 30 ottobre 2013 Sorato era stato ricevuto da Maria Elena Boschi e all’incontro aveva partecipato anche Bonifazi (ndr: tesoriere del Pd e considerato il tramite tra Rosato e il Giglio magico). All’epoca, Boschi, deputata da qualche mese, era coordinatrice della Leopolda e nel febbraio successivo sarebbe entrata nel governo Renzi come ministro delle Riforme. L’agenda non riporta altre informazioni se non la data della visita alla giovane deputata. Certo è che la famiglia Boschi poteva dare una mano a Vicenza, e al manager, anche sul fronte del business. Infatti la Popolare di Zonin era a caccia di banche da acquistare e la lista di obiettivi comprendeva anche Banca Etruria, di cui Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, era amministratore e poi, da aprile 2014 vicepresidente”.

(Alessandra Capparello – Wall Street italia)

P.S. GLI ARTICOLI I FILMATI IL LIBRO E LA STORIA DEL GIUDICE CECILIA CARRERI SONO STATI DA ME PUBBLICATI. (LEGGI GIANNI ZONIN – CECILIA CARRERI)

“Baciate” in Veneto Banca «I dipendenti sapevano»

(Sabrina Tome’ – Il Mattino di Padova)

Nel decreto di sequestro milionario il giudice chiama in causa manager e quadri E contro i cinque indagati agende manoscritte, mail e una cena a Ponzano.

Le baciate non sono operazioni estemporanee in Veneto Banca, ma rientrano in un precisa «politica aziendale promossa e sostenuta dall’ad Consoli e attuata dai dirigenti sul territorio in esecuzione di specifiche direttive impartite nel corso di apposite riunioni operative». Lo sostiene il giudice Vilma Passamonti in un passaggio del decreto di sequestro da 59 milioni di euro nei confronti di cinque tra imprenditori, banchieri ed ex dirigenti dell’istituto di credito trevigiano. In sostanza: quella del capitale finanziato era prassi e le responsabilità sono diffuse, anche tra i quadri e i funzionari della banca. Su questa conclusione – che in futuro potrebbe aprire le porte a nuovi profili di responsabilità – si basa il provvedimento attuato martedì dalla Guardia di Finanza nei confronti di Flavio Marcolin ex responsabile Affari societari e legali della Banca, Stefano Bertolo ex responsabile della Direzione centrale amministrativa, del responsabile commerciale dell’istituto Mosè Fagiani, del banchiere torinese Pietro D’Aguì ex ad Bim, dell’imprenditore torinese Gianclaudio Giovannone. I sigilli sono scattati con riferimento a due operazioni: il portage da 15 milioni con l’acquisto di pacchetti obbligazionari da parte di D’Aguì e Giovannone e l’impegno di Veneto Banca a riacquistarli (operazione nota come “il piacerino”), e la baciata da 14 milioni con l’impegno di tre imprenditori ad acquisire pacchetti di azioni ricevendo quale contropartita un tasso di interesse del 3%. 

Le direttive del “buon Consoli”. La magistratura ritiene dunque che «la funzionalità delle operazioni alla mendace rappresentazione agli organi di Vigilanza è risultata certamente nota oltre che ai componenti degli organi della banca, ai funzionari anche diffusi sul territorio, fino ai dipendenti». Secondo tale ricostruzione l’ex ad ed ex dg Vincenzo Consoli aveva impartito direttive stringenti sul collocamento delle azioni. Una filosofia così “riassunta” in una telefonata tra due dipendenti e intercettata dai finanzieri: «Fare rinnovi ai clienti solamente se soci, allargare la base soci come diceva il buon Consoli, sulle aziende clienti; l’azienda nostra cliente deve essere affidata, deve essere assolutamente nostro socio, utilizzare gli impieghi utilizzando anche gli affidamenti già in essere non utilizzati, ridurre il tasso di raccolta». Ma quali sono gli elementi che, secondo gli inquirenti, dimostrano il coinvolgimento dei quadri della Popolare?

Le agende di Marcolin. La Finanza le ha sequestrate nel suo ufficio, nel corso della perquisizione del febbraio 2015. L’ex responsabile degli Affari Societari e Legali annota a penna le discussioni nei Cda e anche dei numeri. Uno è il 2538. Si tratta di un articolo del Codice Civile, quello che vieta le baciate. Per gli inquirenti dimostra «il coinvolgimento diretto di Marcolin nelle operazioni in esame e la correlazione tra il ricorso ad operazioni di finanziamento e il previsto aumento di capitale». Poi ci sono le mail legate al “piacerino”. Giovannone ne invia una a Marcolin il 23 luglio 2012: «Ho parlato prima con Vincenzo e poi con Pietro in merito alla chiusura del famoso piacerino…». E un anno dopo, il 13 febbraio, Giovannone scrive a Marcolin: «Ne parliamo a marzo e contestualmente chiuderemo anche il piacerino…». Ma il legale di Marcolin, l’avvocato Alberto Mascotto, sottolinea come il manager sia intervenuto per la chiusura dell’operazione, peraltro autorizzata da Banca d’Italia, mentre non lavorava neppure in banca quando essa fu ideata. 

Le lettere di impegno e la cena di Ponzano. Per i magistrati c’è il «sicuro coinvolgimento» di Fagiani «nelle operazioni di finanziamento correlate all’investimento azionario e la sua consapevolezza della finalizzazione di queste operazioni ad ostacolare la Vigilanza». Uno dei referenti territoriali ha spiegato che «il direttore commerciale con cadenza quasi giornaliera chiedeva aggiornamenti sullo stato di avanzamento delle manifestazioni di interesse». La sera del 29 maggio 2014 a Ponzano, in casa di un cliente della banca, c’è una cena a cui partecipano i quadri dell’istituto. Ricorda un direttore della Popolare, Fabio Berini: «Fagiani mi chiese di seguirlo a fumare una sigaretta. Eravamo sul balcone, mi chiese conto dell’attività in corso sul fronte della sottoscrizione di azioni e mi disse: tu sei appena arrivato, devi trovarmi qualche operazione, datti da fare altrimenti la tua carriera di direttore territoriale finisce ancora prima di iniziare». Poi ci sono le lettere di impegno al riacquisto riferite alla presunta baciata da 14 milioni di euro: i due direttori che le hanno sottoscritte sostengono di averlo fatto in quanto rassicurati da Fagiani.

Lo scontro Consoli-Collegio sindacale. C’è un altro episodio che dimostra, seconda i magistrati, come quello del capitale finanziato fosse pratica nota. Il 26 giugno 2014 Consob scrive una mail raccomandando un monitoraggio sulle modalità di aumento del capitale. Consoli risponde rassicurando su tutta la linea. Il 2 luglio si riunisce il Collegio Sindacale e chiede al Cda di rispettare puntualmente le raccomandazioni dell’Autority e di vietare l’utilizzo di qualsiasi tipologia di finanziamento,

SUL “CASO BANCA ETRURIA” ARRIVA LA MARTELLATA FINALE

Dal Corriere della Sera del 23 c.m. (http://www.corriere.it/…/banche-segreti-celano-l-intreccio-…) arriva la martellata finale sul “caso Banca Etruria” per mano di Stefano Passigli: editore toscano, docente universitario con esperienze ad alto livello nel mondo della finanza, sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo D’Alema II e poi sottosegretario all’Industria del governo Amato II. Nulla vi è di casuale in quanto scrive Passigli rispetto al fine che si propone. È guerra senza esclusione di colpi, ma compiuta nella tradizione del cinquecentesco Segretario Fiorentino. Nell’editoriale non appare il nome dei responsabili onde non entrare nel tritatutto della polemica pre-elettorale e per non incorrere nel rischio di cause di responsabilità civile (vedi il caso De Bortoli/Boschi) che, come ben sappiamo, non si compiono mediamente in meno di 367gg. Però ci sono tre indizi che lasciano intuire come stiano veramente le cose. Li cito testualmente:
1) “Il balzo nel valore delle azioni delle banche popolari nei due mesi precedenti il decreto legge che diede il via alla riforma fu del 10-25%, mentre quello delle azioni di Banca Etruria – che di lì a tre settimane sarebbe stata commissariata e posta in risoluzione per la sua fallimentare situazione – fu nella settimana precedente il decreto di quasi il 70%. Indice indubbio che proprio su Banca Etruria si concentrarono manovre speculative e operazioni di insider trading.”
2) Un’attenzione particolare e accurata riflessione la riserverei anche a questo interrogativo che cautamente, ma senza troppi giri di parole, Passigli pone “Vi sono state operazioni condotte dall’estero, e in particolare da finanziarie israeliane [ndr, secondo voi in Italia facevano riferimento a chi?] o comunque da società off shore [ndr, secondo voi in Italia facevano riferimento a chi?].”
3) E poi conclude “In altri sistemi politici – dalla Francia degli anni Trenta agli Stati Uniti dello scandalo dei mutui sub-prime o all’Inghilterra della manipolazione dell’indice Libor preso a base dei prestiti interbancari – i responsabili sono stati identificati e allontanati”.

P.S. – Possiamo immaginare come (dopo il caso De Bortoli/Boschi) l’articolo di Passigli sia stato monitorato con particolare cura dall’ufficio legale del Corriere della Sera e, solo dopo, abbia ricevuto il “visto si stampi”. (Baldassarri per alganews)

La telenovela delle bugie di Maria Elena Boschi copre anche quelle di Bankitalia su BPVi, Veneto Banca e non solo: e intorno c’è odore di massoneria e uno spruzzo di mafia

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Molti indizi c’erano da tempo, ma la serie delle conferme giunte in meno di una settimana, quella conclusiva e decisiva per l’esito dei lavori, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, è impressionante e chiude ogni discussione, senza appello, su uno dei quesiti che da tempo agitavano il dibattito politico: è possibile che il più potente ministro del governo-Renzi, figura non secondaria – insediata a palazzo Chigi – anche nell’esecutivo Gentiloni, abbia così palesemente violato il dovere etico fondamentale assunto con il giuramento sulla Costituzione di servire esclusivamente gli interessi della Nazione e non altri, tanto più se privati e addirittura propri e della propria famiglia?

Maria Elena Boschi con Francesco Bonifazi, tesoriere del PD, foto Vanity FairMaria Elena Boschi con Francesco Bonifazi, tesoriere del PD, foto Vanity Fair

In pratica per un’intera settimana, quasi ogni giorno o più volte al giorno, a questa domanda è arrivato un secco si.Mercoledì scorso, con le attese rivelazioni dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, martedì con quelle del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e del capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo, due giorni prima con la rivelazione del Corriere della Sera sugli incontri, poi confermati in Commissione, con il vice direttore generale di palazzo Koch Fabio Panetta e prima ancora con quelle dell’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli
La serie è ben più lunga e avremo modo di passarne in rassegna i punti salienti, partendo da un dato a tutti noto ma che è bene tenere sempre presente: Maria Elena Boschi in ognuna di queste occasioni si è spesa – con tutto il peso del suo nome, della carica istituzionale e del suo essere a quel tempo il ministro più vicino al capo del governo e quindi più potente dopo di lui – in favore di Banca Etruria di cui il padre Pier Luigi Boschi era vice presidente, “promosso” alla carica due mesi dopo la nomina della figlia a ministro.
La vicenda colpisce al cuore quel poco di etica pubblica che in Italia, non sempre a ragione, ci si sforza di ritenere ancora esistente; irrompe nello scenario politico in un momento cruciale ad appena due mesi e mezzo dalle elezioni; acuisce la rabbia e l’indignazione sociale per il saccheggio plurimiliardario in danno dei risparmiatori e della collettività operato da una cricca di banchieri maneggioni e colloca uno snodo decisivo della vicenda in Veneto, intrecciando lo schianto di Banca Etruria con la fine di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza
Nessuna delega, né di partito, né tanto meno istituzionale, tra quelle esercitate da Maria Elena ha mai avuto per oggetto temi attinenti alla materia della crisi delle banche, sicché nessuna copertura politica o istituzionale, tale da escludere un suo interesse personale e privato come movente del suo agire, ella può invocare a sostegno della sua incessante iniziativa allo scopo.
Tant’è che quando è lei, per difendersi dalla mozione di sfiducia in parlamento – fondata sulla supposta generica esistenza di un conflitto d’interessi e, allora, ancora priva di obiezioni specifiche sul suo operato – a riferire i fatti, le circostanze, le situazioni, le modalità con cui, parlamentare e ministro, si è posta dinanzi alla vicenda della crisi di Banca Etruria, non fornisce nessuno degli elementi sulle sue molteplici iniziative, quindi genericamente e perentoriamente escluse, che pure nei due anni successivi sarebbero via via venute a galla.
Neanche dinanzi a tale palese difformità tra le assicurazioni date al parlamento e gli atti compiuti (da lei allora tenuti nascosti, ma via via affiorati alla pubblica conoscenza) Maria Elena Boschi cede di un millimetro nell’arrogarsi il diritto di essere lei e solo lei a giudicare se stessa e la pretesa correttezza del proprio operato, misurando la questione con il metro formale di mera valutazione lessicale del suo intervento alla Camera il 18 dicembre 2015.
Infatti giovedì della scorsa settimana, 14 dicembre, poche ore dopo l’audizione a palazzo San Macuto del presidente della Consob Giuseppe Vegas, ecco l’ex ministra, da un anno ormai potente (forse più di prima) sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, ripetere: “Ditemi in quale frase di quel mio discorso io avrei mentito!“.
Quel giorno di due anni fa, il 18 dicembre, lei affidò il suo destino di membro del governo Renzi a parole tutte centrate sull’inesistenza di ogni nesso causale tra gli atti compiuti dall’esecutivo di cui era magna pars e conseguenze favorevoli sugli interessi economici suoi e dei componenti della sua famiglia (tutti azionisti di Etruria, lei stessa, la madre, il padre e due fratelli), sulla sua asserita correttezza e onestà morale, sulla trasparenza dei suoi atti, sull’essersi sempre spesa per le istituzioni e mai per interessi privati, sulla negazione radicale di ogni proprio atto, gesto, scelta o azione in favore della sua famiglia. Con le seguenti parole testuali: “mai favorito, né tutelato la mia famiglia“, “mai favoritismi o corsie preferenziali“, “nessun conflitto d’interessi“.
Sostenere che tali affermazioni siano pienamente coerenti con le tante iniziative da lei intraprese quando era ministro, ed anche prima di quella seduta parlamentare, nel tentativo di salvare Banca Etruria, è sicuramente fuori da ogni analisi improntata a logica e buon senso.
Ecco nell’ordine fatti e notizie che la pubblica opinione ha potuto conoscere solo in seguito e grazie all’accidentale rivelazione di qualcuno, in un caso per fortuite intercettazioni nell’ambito di inchieste giudiziarie, in un altro grazie al libro “Poteri forti (o quasi)” di Ferruccio De Bortoli, infine, più di recente, per le rivelazioni dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta da parte di Vegas e Consoli che confermano ulteriormente alcuni di questi elementi e poi, come accennato in premessa, Visco, Barbagallo, Ghizzoni.
Il primo in ordine di tempo è l’incontro tenutosi il 14 marzo 2014 a casa di Pierluigi Boschi tra questi, allora consigliere d’amministrazione di Etruria, il presidente Fornasari e i vertici di Veneto Banca Flavio Trinca e Vincenzo Consoli alla presenza di Maria Elena.
Dopo che a maggio scorso l’aveva scritto “Il Fatto quotidiano”, svelando che la situazione di difficoltà della banca era stata esposta alla neo ministra, venerdì 15 dicembre la conferma ufficiale, con ricchezza di dettagli e credibile contestualizzazione anche per la sequenza logica e temporale degli eventi, da parte di Consoli in audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta.
Quell’incontro fu chiesto da Trinca, collega di partito di Fornasari, per capire come Etruria si stesse muovendo rispetto al diktat di Bankitalia, analogo a quello intimato a Veneto Banca, di fondersi con la Popolare di Vicenza. “Per quindici minuti partecipò il ministro che ascoltò, senza profferire parola” ha affermato Consoli. Il che quindi nulla dice su una presenza attiva del neo ministro, ma alcuni fatti successivi sono chiari e a quella presenza conferiscono una valenza compiuta.
E qui viene in rilievo il secondo elemento, ovvero la circostanza svelata dall’intercettazione nella quale Consoli, la sera del 3 febbraio 2015, chiama Pierluigi Boschi.
Dieci giorni prima il governo Renzi ha varato per decreto-legge la riforma delle banche popolari, che impone la trasformazione in società per azioni alle più grandi, compresa Etruria. Una settimana dopo la banca aretina sarà commissariata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan su proposta del governatore di Bankitalia Ignazio Visco sulla base delle gravi irregolarità emerse dalle ispezioni..

La telefonata – riferiscono Giorgio Meletti e Davide Vecchi su Il Fatto – è calma nei toni, drammatica nella sostanza. Boschi padre è in cerca di un salvatore per la sua banca. “Consoli manifesta disponibilità, … a un certo punto fa una domanda e Boschi gli risponde: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. La figlia è Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme. Il presidente è Matteo Renzi“.
A maggio scorso poi – e questo è il terzo elemento – è la volta del libro di Ferruccio de Bortoli “Poteri forti (o quasi)” il quale racconta che nel 2015 il ministro Boschi avrebbe chiesto al numero uno di Unicredit Federico Ghizzoni di intervenire per salvare Etruria, valutando la possibilità di un’acquisizione.
Proprio in questa circostanza è visibile, plasticamente, l’insostenibilità della posizione dell’ex ministra. Ella infatti ha smentito seccamente la veridicità del fatto (ovvero la sua richiesta a Ghizzoni), sia pure annunciando una querela mai presentata e che non potrà mai più presentare: tutt’altra cosa è la preannunciata azione civile che, per giorni, incredibilmente è stata confusa da qualche giornale con l’annunciata querela!

Fino a mercoledì scorso quando Ghizzoni ha finalmente parlato avevamo sempre osservato che in teoria il fatto riferito da De Bortoli avrebbe potuto non essere vero e che Maria Elena Boschi lo avesse smentito a ragion veduta, anche se la stessa smentita non aveva mai pronunciato Ghizzoni il quale, anzi, è sembrato implicitamente averlo confermato dicendo subito peraltro di essere pronto a rispondere se qualcuno lo avesse chiamato: finalmente questo qualcuno è arrivato, la Commissione parlamentare d’inchiesta con l’audizione di mercoledì 20 dicembre nella quale l’ex ad di Unicredit non avrebbe potuto essere più netto. Aveva detto la verità de Bortoli, aveva totalmente mentito Maria Elena Boschi. Svelando sul conto di quest’ultima non una richiesta isolata (che già da sola sarebbe bastata a confermare pienamente la fondatezza del racconto del giornalista) ma una fitta sequenza di iniziative anche dopo che il dossier Etruria era stato esaminato da Unicredit sulla base delle legittime e normali richieste della stessa Banca e che la risposta era stata negativa
Poi è noto come Ghizzoni avesse svelato per la prima volta un sollecito sul caso Etruria anche di Marco Carrai, uomo vicinissimo a Renzi, spostando quindi in capo all’allora capo di governo tutta la copertura e la responsabilità politica di quell’indebito stalking istituzionale esercitato pesantemente a tutela di interessi particolari e privati come quelli che stavano a cuore alla Boschi vincolata, per giuramento costituzionale, a servire gli interessi della Nazione ma votata, anima e corpo, a smuovere mari e monti pur di salvare Banca Etruria (tema estraneo alle sue funzioni) e nessun’altra banca tra le tante in crisi. 
Carrai ha detto che Renzi non sapesse nulla della sua e-mail e che egli fece quel sollecito a nome di un cliente interessato alla “Banca Federico Del Vecchio” di proprietà di Etruria. Peccato però che tale smentita “smentisse”, a sua volta, una sua precedente “smentita” di due anni prima quando il 14 febbraio 2015 Carrai, presidente dal 2013 di Adf, la società di gestione dell’aeroporto di Firenze e dal 2015 di Toscana Aeroporti, sul Corriere della Sera precisò che egli non c’entrasse nulla con quella piccola private banking , mentre ora sarebbe stato in nome di questa che il 13 gennaio 2015 inviò una mail a Ghizzoni per sollecitare, a nome di fantomatici soggetti che tiene anonimi (perché se erano suoi normali, “confessabili”, clienti?) la risposta sull’acquisizione di Banca Etruria. 
In punto di fatto non vale neanche la pena soffermarsi sull’enormità e sulla gravità di questi nuovi elementi emersi pochi giorni fa e sulla stessa conferma di Ghizzoni delle manovre della Boschi per far sì che quella banca quasi fallita (e il cui fallimento avrebbe avuto conseguenze pesanti sui responsabili, a partire dal papà vice presidente) venisse accollata ad Unicredit proprio quando questo istituto s’attendeva dal Governo una risposta importante ad una questione, attinente a vantaggi fiscali, alla quale la prima banca italiana era molto interessata. Risposta peraltro mai arrivata fino a quando a capo dell’esecutivo c’era Renzi, mentre vi ha provveduto quello guidato da Gentiloni. 
Ma perfino se vogliamo soffermarci solo sugli elementi preesistenti all’audizione di Ghizzoni, il quadro è di impressionante gravità liquidando come per nulla sostenibile la tesi – poi risultata specificamente falsa – dell’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri. 
Per ovvi motivi: se Maria Elena Boschi ha sempre respinto con sdegno ogni accusa, sfidando i suoi critici a dire in quale sua frase pronunciata in parlamento due anni fa abbia mentito, ciò significa che, giustamente, lei stessa ritiene sconveniente, disdicevole, scorretto o quanto meno inopportuno il fatto riferito da De Bortoli: ovvero che avesse chiesto a Ghizzoni di valutare la possibilità di acquisire Etruria. “Chiedere di valutare” non è di per sé un’iniziativa illecita e se Maria Elena Boschi l’ha sempre smentita con forza e indignazione, al punto da annunciare una querela comunque mai presentata, è perché lei stessa assume un punto di vista serio improntato a rigore etico.
Infatti se l’iniziativa in sé (“chiedere di valutare”) non è illecita, rimane il fatto che essa è protesa verso un interesse privato che sta molto a cuore a papà Boschi e che lo strumento utilizzato è una richiesta avanzata al più importante banchiere italiano da un ministro, che, in quanto tale non avrebbe titolo per farlo e che, pertanto, se lo fa, da una parte abusa dei suoi poteri istituzionali e dall’altra li utilizza per fini privati. Peraltro fare in segreto (e, se scoperta, negarlo falsamente) ciò che lei stessa aveva ammesso di non poter fare alla luce del sole, (altrimenti perché avrebbe dovuto abbandonare la riunione del Consiglio dei ministri che si accingeva ad affrontare la questione-banche?) riduce quella serie continua di richieste a banchieri e vigilanti ad un reiterato trafficare nell’ombra e di nascosto abusando del potere di governo per ottenere ciò che corrispondeva all’interesse privato della ministra e della sua famiglia. Del resto, se non bastasse eccepire l’assoluta mancanza di un titolo valido, sul piano istituzionale e dell’interesse generale, ad occuparsi di banche, perché questa ministra senza titolo avrebbe dovuto occuparsi – indebitamente e così insistentemente – di una sola banca tra le tante che versavano in condizioni simili? 
Il punto decisivo non è che la richiesta sia qualificabile come pressione o meno. La “pressione”, in questo caso totalmente indebita, risiede nella natura stessa del soggetto che avanza la richiesta, in assenza di un titolo legittimante il corretto esercizio delle funzioni.
Che poi essa non sia andata in porto nulla toglie alla sua natura di intervento eccedente i poteri e perciò censurabile.
Se la richiesta non ha avuto l’esito auspicato dal ministro, è merito di Ghizzoni il quale, evidentemente, ha il rigore e la tempra per valutare la proposta in sé, e respingerla, ma avrebbe potuto (o un altro al suo posto avrebbe potuto) cedere, anche sulla spinta dell’aspettativa di vantaggi fiscali riposta nel governo, alla tentazione di ingraziarsi un potente ministro, il più potente di un governo forte e in quel momento saldamente in carica, e accogliere una richiesta che anziché corrispondere agli interessi da lui amministrati avrebbe servito quelli che stavano a cuore alla ministra.
La quale, se smentisce con veemenza, si pone, giustamente, sulla stessa lunghezza d’onda di censura del comportamento che in ipotesi abbia messo in atto, con ciò smontando totalmente la costruzione sillogistica posta a base del suo intervento di due anni fa in parlamento, che era quella di negare ogni responsabilità in assenza di prove specifiche e funzionali sul rapporto causa-effetto tra gli atti del governo di cui faceva parte e le conseguenze da essi dispiegate in senso favorevole agli interessi privati suoi e della sua famiglia.
Insomma la Boschi che – dicendo incontestabilmente il falso – ha smentito con sdegno di avere avanzato quella richiesta a Ghizzoni non poteva, neanche prima delle parole chiare di questi, liquidare la questione complessiva del suo conflitto d’interessi con il metro impugnato quel giorno in parlamento.
E ci sono vari dettagli a confermare l’uso non occasionale del suo ruolo e della sua carica per il soddisfacimento di un interesse privato, in totale assenza – è bene ripetere – di ogni attinenza dei suoi poteri all’oggetto dei suoi interventi.
Se infatti il suo silenzio nell’incontro del 14 marzo 2014 dinanzi ai banchieri tra i quali il padre potrebbe in teoria confortare la tesi che, essendo avvenuto a casa di papà, si sarebbe trattata di una presenza casuale e di cortesia, e perciò passiva, i fatti successivi smentiscono totalmente questo assunto, sicché anche il suo ruolo in quell’incontro assume un’altra valenza: ella si limitò ad ascoltare per prendere contezza di un problema (un problema comune alle due banche, ha svelato Consoli alla Commissione d’inchiesta) del quale si sarebbe poi occupata.
Ed ecco sovvenire il secondo indizio, la telefonata del 3 febbraio 2015 nella quale è di tutta evidenza come Pierluigi Boschi si avvalga della figlia, e dei suoi poteri di ministra, e di ministra più vicina a Renzi, per perorare la causa della sua banca.
Per non dire poi delle rivelazioni di Vegas da cui apprendiamo che l’ex ministro Maria Elena Boschi lo incontrò più volte, anche su richiesta di lei, ed anche in luoghi privati come un ristorante di Milano: sempre per parlare di Banca Etruria, come riferito in relazione alla preoccupazione per i danni che la paventata fusione con Popolare Vicenza avrebbe potuto arrecare alla banca di papà. Per fortuna “Consob non ha competenze in materia di aggregazioni bancarie” (questa la risposta di Vegas), altrimenti quali sarebbero stati gli effetti della richiesta del ministro, delle preoccupazioni espresse e dei fatti esposti (per attenerci alla definizione di Vegas il quale non le ha qualificate come “pressioni”)?
L’audizione di Consoli poi non ha solo confermato la criticità della posizione di Maria Elena Boschi sul crinale di suoi interessi privati perseguiti usando (o abusando) dei suoi poteri istituzionali, ma, al pari di quella dell’ex amministratore delegato di Banca intermobiliare Pietro D’Aguì, ha fatto irruzione anche sul versante delle colpe di Bankitalia. Il cui capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo, dopo avere totalmente negato di avere, mai e poi mai, detto ad alcuno che la banca di “elevato standing” con cui la Veneto e l’Etruria avrebbero dovuto fondersi fosse la Popolare Vicenza di Zonin, è stato smentito, sicché si porrà la necessità di verificare chi dica la verità e chi menta.
E, come se non bastasse, il Corriere della Sera rivela – sempre in questa caldissima settimana finale del redde rationem sull’affaire-banche – che l’allora ministra, nel 2014, incontra anche il vice direttore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta, per ben due volte, proprio quando l’istituto di via Nazionale sta eseguendo le ispezioni. E la notizia del quotidiano trova piena conferma nelle parole pronunciate da Visco e da Barbagallo a palazzo San Macuto. Componendo, con quest’ultimo tassello, il quadro incontestabile di un’attività incessante, continua, instancabile profusa da Maria Elena Boschi, totalmente al di fuori di ogni competenza istituzionale, in favore della banca di cui l’intera sua famiglia possiede azioni, in cui lavora il fratello e che il papà amministra. 
Ogni elemento di questa impressionante serie di indizi affiorati via via contro l’asserita astensione da ogni atto del più potente ministro allora in carica finalizzato all’interesse privato, risulta finora sempre confermato o mai smentito se non dall’interessata ma senza alcun convincente elemento a supporto.
Per tornare a Bankitalia, il ruolo di palazzo Koch va nettamente differenziato su piani totalmente diversi tra loro in relazione a tre diversi capitoli: Veneto Banca, Banca Etruria, Popolare Vicenza.
Semplificando, dalla sequenza dei fatti e dalle risultanze documentali si può dire che la prima delle tre banche a volte appaia vessata da atti anomali in alcuni casi viziati da errori (come per le contestazioni relative alle azioni finanziate, le cosiddette “baciate” sottoscritte come condizione di accesso al credito) e spinta strumentalmente a consegnarsi senza condizioni alla BpVi che pure stava peggio. Del resto come spiegare che la Veneto, dopo avere ricevuto la “condanna a morte” da Bankitalia abbia superato gli stress test della Bce eseguiti peraltro sulla totalità dei suoi crediti nelle fasce di rischio (ovvero ad aziende immobiliari, a grandi e medie imprese)?
La seconda, Banca Etruria, sempre sulla base dei dati documentali, è stata invece monitorata e censurata sulla base di criticità oggettive e palesi e, analogamente, spinta verso una fusione con la BpVI.
Quest’ultima infine rappresenta proprio il nerbo scoperto di Bankitalia che rispetto all’andamento dei suoi conti e alla disinvoltura di gestione appare distratta, tardiva, inerte, assente, omissiva. Del resto, come ha fatto emergere il fuoco di fila di domande inutilmente poste a Gianni Zonin da deputati e senatori (“non so”, “non ricordo”, “non avevo alcun potere” le risposte in serie di colui che pure tutti per vent’anni hanno sempre considerato il padre padrone dell’istituto) destano sospetti l’assunzione da parte di BpVi di ex funzionari e dirigenti di Bankitalia, di ex ufficiali della Guardia di Finanza che avevano investigato sull’istituto vicentino, di parenti di figure “eccellenti” e l’ingresso nel board della banca di ex magistrati che avevano chiesto in procedimenti penali l’archiviazione di Zonin.
Ma, considerato il tema primario di questa nostra analisi, è bene, sia pure in estrema sintesi, focalizzare la situazione di Etruria dai primi segnali di crisi al suo fallimento: situazione, come accennato, completamente diversa da quella di Veneto Banca.
Già nel 2012 Bankitalia mette nel mirino Etruria cui muove rilievi severi, reiterati in modo sempre più netto anche nel 2013.
Del resto, già quando a palazzo Koch sedeva Draghi, ad Arezzo non è che il rispetto delle regole fosse la prima preoccupazione.
Rossano Soldini, imprenditore, titolare di un pacchetto personale di 150 mila azioni di Etruria entra nel cda nel 2007 ma nel 2012 lascia “dopo aver scoperto gli enormi conflitti di interessi di vari consiglieri”, racconta: “Denunciai oltre 220 milioni di euro che i consiglieri si affidavano con disinvoltura, poi l’elezione di Fornasari con 8 voti a favore e 7 contrari ma tra i favorevoli venne conteggiata la preferenza di un consigliere che non avrebbe potuto votare perché aveva superato l’ammontare degli affidamenti“.
Una prassi e un malcostume in un territorio dove tutti gli interessi sono compenetrati nella banca e dove non c’è famiglia che della banca non viva. Come quella dei Boschi di Laterina, piccolo borgo con un bar in centro dove tutti s’incontrano. Mentre Pierluigi entra in Cda, il figlio Emanuele, avanza in carriera diventando dirigente con premio ad personam e numero due dell’ufficio incagli, che sono ciò che segnerà la fine dell’istituto.
Nel 2012 le perdite ammontano a 1 miliardo 260 milioni di euro. Bankitalia contesta che molti affidamenti inferiori ai 300 mila euro concessi con crediti chirografari, cioè senza garanzie, non sono stati riportati e quindi che i fondi deteriorati sono sottostimati del 19,7%, altri 136 milioni. Ma ancora nulla è compromesso: il titolo nel febbraio 2012 vale 3,92 euro, segno che Etruria regge all’esborso di 120 milioni di euro per acquistare la banca privata fiorentina “Federico del Vecchio”, cassaforte della borghesia toscana, pagata 80 milioni più del valore stimato: è la banca, come abbiamo visto, su cui ha interesse Carrai, un interesse che oggi ammette per offrire una motivazione utile a “scagionare” Renzi sulla mail a Ghizzoni, ma che due anni fa smentiva. 
Sembra assorbito anche il peso dell’acquisizione della banca Lecchese, dell’acquisto di 14 sportelli di Unicredit per oltre 40 milioni e persino dell’incorporazione di ConEtruria ed Etruria Leasing.
Ma il Cda guidato da Giuseppe Fornasari – con vice Lorenzo Rosi e tra i consiglieri Pier Luigi Boschi – porta a bilancio 1,5 miliardi di sofferenze. A febbraio 2013 il titolo crolla a 1 euro e 20 centesimi, ad aprile è sotto l’euro. Per rimanere a Piazza Affari con un valore presentabile il consiglio decide di dare il via a un’operazione cosiddetta di raggruppamento: per ogni gruppo di 5 azioni sarà corrisposta una sola azione. Il passaggio avviene il 29 aprile 2013 e il titolo chiude a 0,93 centesimi. In pratica il valore reale delle singole azioni è sceso a 20 centesimi. Banca d’Italia interviene nuovamente. Impone il rinnovo del Cda e caldeggia un “matrimonio” con un istituto capace di assorbire le perdite di Etruria. Nel maggio 2014, con il titolo a 0,70 centesimi, si fa avanti la Popolare di Vicenza con un’offerta pubblica di acquisto: 1 euro ad azione.
Bankitalia chiede discontinuità, ma ha luogo un’operazione di facciata: cambia solo il presidente, non più Fornasari ma Rosi che ne era il vice. Numero due diventa Pier Luigi Boschi, in consiglio da tre anni: tutto il contrario della discontinuità richiesta. La deriva verso il baratro continua, nonostante ispezioni, intimazioni, diffide e sanzioni.
Quando l’11 febbraio 2015 i funzionari di Banca d’Italia interrompono la riunione del Cda e invitano l’intero vertice a togliere il disturbo, commissariando l’istituto, Etruria è tecnicamente fallita. Semplicemente perché con le nuove maxi-perdite rilevate dagli ispettori la banca non ha più un briciolo di capitale come emerge dal verbale della Vigilanza di Via Nazionale.
Ecco cosa trovano gli ispettori tornati ad Arezzo a metà novembre del 2014 dopo le sanzioni comminate a fine settembre: “la task force della Vigilanza rileva una banca agonica, la perdita d’esercizio a fine 2014 esplode a 517 milioni di euro“, dopo che Bankitalia ha imposto svalutazioni su crediti malati per oltre 600 milioni (sia pure imponendo per la prima e, per ora, ultima volta, e c’è da chiedersi perché, una loro valorizzazione al 17.6% invece di uno standard intorno al 40% che, se applicato oggi ad altre banche, le farebbe chiudere tutte). Una pulizia drastica di un bilancio che ha tenuto in vita artificiosamente prestiti che non sarebbero più rientrati. Quella perdita azzera il patrimonio netto che ammonta a poco più di mezzo miliardo. Per gli ispettori il deficit di capitale ha toccato i 590 milioni e i requisiti patrimoniali necessari a operare sono scesi a un misero 0,66% di “Cet1”: il nulla. Patrimonio dissolto definitivamente.
Ma la distruzione patrimoniale di Etruria è solo l’epilogo drammatico di una gestione non certo assennata e densa di conflitti d’interesse: 13 ex amministratori e 5 ex sindaci cumulano 198 posizioni di fido a loro stessi per ben 185 milioni. Ne vengono utilizzati 142 con perdite per la banca di 18 milioni. Non solo, ma di questi soldi dati agli amministratori ben 90 milioni finiscono tra i prestiti in incaglio e sofferenza. Non verranno cioè restituiti.
Nel mezzo dell’ultima ispezione conclusasi con il commissariamento, gli ispettori della Vigilanza rilevano una montagna di crediti concessi senza garanzie: somme che non possono tornare più. A fine 2014 il totale ammonta a 3 miliardi pari al 40% degli impieghi: un record assoluto nel sistema bancario italiano. Sofferenze per tre miliardi che da sole valgono più di tre volte il capitale della banca, capitale fittizio, dato che con le svalutazioni imposte il patrimonio è del tutto polverizzato.
Ma in questo percorso di lenta distruzione della banca cosa fanno gli amministratori? Nella migliore delle ipotesi sembrano non accorgersi della gravità della situazione. Nel periodo 2013-2014 quando la banca è già nel mirino di Bankitalia vengono spesi in consulenze ben 15 milioni di euro: incarichi forniti sulla stessa materia a diversi professionisti. Non solo, ma la banca continua ad essere generosa nei compensi ai suoi vertici. Negli ultimi 5 anni consiglieri e sindaci incassano oltre 14 milioni di euro, mentre la banca da loro gestita cumula perdite.
Chiarito quale fosse la situazione di Etruria, torniamo allo scenario complessivo, ben descritto dai tre piani considerati, tutti diversi l’uno dall’altro (Veneto, Etruria appunto e BpVi). Uno scenario in cui le partite in atto sono tante e si incrociano su vari terreni di gioco, dalle procure di Roma, Vicenza e Treviso, a palazzo San Macuto, a palazzo Koch, fino a quello più propriamente politico. Nel quale Maria Elena Boschi deve reggere il peso di un palese conflitto d’interessi che non può apoditticamente e genericamente continuare a negare se esso fuoriesce da mille pieghe delle cronache – politiche, parlamentari e giudiziarie – dei fatti di questi anni. E ciò anche quando riesca talvolta a reclutare alla sua causa il capo del governo Gentiloni la cui voce non può certo essere assimilata alle tante che, da Renzi in giù, si levano dal cortile del “giglio magico”.
L’affaire-Etruria è infatti un caso da manuale e nel contempo un piatto ricco di tutti gli ingredienti necessari per imporsi all’attenzione generale, senza che nulla possano pressanti azioni di distrazioni di massa, neanche se esercitate con tutto il potere di occupazione di spazi mediatici, a partire dal Servizio pubblico la cui gestione attuale è quella insediata dal governo Renzi o, come nell’avvicendamento Campo Dall’Orto-Orfeo, da lui ispirata.
Gli ingredienti sono succosi e rimandano alle origini della stessa Banca Etruria risalenti alla Banca Mutua Popolare Aretina fondata nel 1882 da esponenti della massoneria toscana. Questo è un dato storico e ufficiale: quando De Bortoli, a settembre 2014, nell’editoriale d’uscita dalla direzione del Corriere della Sera, evoca quello “stantio odore di massoneria”, scrive appena l’ovvio.
Del resto Elio Faralli, padre-padrone di Etruria per circa trent’anni – nella fase dell’espansione, delle tante acquisizioni e della quotazione in borsa – è un noto massone. “Regna” fino all’età di 87 anni, lasciando la carica nel 2012 e facendo così in tempo a fare entrare, l’anno prima appunto, Pierluigi Boschi nel Cda da lui presieduto.
E il latifondista aretino entra nel consiglio d’amministrazione per proteggere il credito delle migliaia di cooperative che egli ha guidato, a capo di Confcoperative dal 2004 al 2010 dopo essere stato dirigente Coldiretti, membro del Consiglio agrario e della Camera di Commercio. Cosa sia un Cda lo sa bene per essersi seduto contemporaneamente, anche come presidente, in una quindicina di consigli d’amministrazione di imprese agricole.
In quello della banca delle sue contrade, quotata in borsa ma pur sempre con le radici ben piantate ad Arezzo e nella campagna toscana, è membro del Comitato controllo e rischi e del Comitato esecutivo. Ed in questa qualità subisce due sanzioni, da parte di Consob (120 mila euro per l’omessa indicazione del livello di rischio nei prospetti agli ignari clienti indotti a sottoscrivere azioni e obbligazioni) e di Bankitalia (144 mila euro per “violazione delle disposizioni sulla governance”, “carenze nell’ organizzazione e nei controlli interni”, “carenze nella gestione e nel controllo del credito”, “carenze nei controlli”, “violazioni in materia di trasparenza”, “omesse e inesatte segnalazioni agli organi di vigilanza”).
Nel Cda di Etruria trova Umberto Tombari, vicepresidente dell’Acri, l’associazione delle Fondazioni bancarie, affermato avvocato civilista nel cui studio legale la figlia ha svolto la pratica insieme a Francesco Bonifazi, per qualche tempo anche suo fidanzato ma soprattutto mentore politico.
È al suo fianco che Maria Elena Boschi – da bambina, per tutti “la Mari” in quel borgo di campagna toscana – già chierichetta, insegnante di catechismo, volontaria nel bar della parrocchia e “madonna” nel presepe vivente di Laterina, fa il suo esordio in politica.
L’occasione è data dalle primarie per la carica di sindaco di Firenze, nel 2009, quando la neo avvocata ha 28 anni: è portavoce dei comitati a sostegno di Michele Ventura, il candidato dalemiano avversario di Matteo Renzi. Ventura è favorito ma – complici una seconda candidatura Ds in chiave veltroniana e soprattutto il soccorso in massa portato dal berlusconiano Denis Verdini – a vincere è il candidato della Margherita Matteo Renzi. Fiutata l’aria, impiega poco la coppia Boschi-Bonifazi a passare con Matteo. E piovono incarichi.
Tombari è presidente della Firenze mobilità, Maria Elena entra nel Cda di Publiacqua. Siamo ora sulle orme di Bonifazi, oggi tesoriere Pd e parlamentare – allora detto anche barzellettiere di Renzi e “Bonitaxi” perché con la sua Audi A4 gli fa da autista – e della sua famiglia: il padre, Franco Bonifazi, era direttore della Mukki, la centrale del latte, lo zio Alberto Bruschini membro della deputazione del Monte dei Paschi e direttore della Cassa di risparmio di Prato.
Che la politica fosse nel destino di Maria Elena è scritto da tempo se è vero che i genitori si conoscono ad un comizio Dc a fine anni ’70 quando Fanfani, aretino e loro riferimento, è ancora protagonista.
Arezzo, dove Licio Gelli può vivere indisturbato tranquillamente per tanto tempo, è storicamente ambiente amico della massoneria. Tant’è che perfino quando, nel pieno della bufera per la crisi che avanza, Pierluigi Boschi non sa come salvare la sua banca, in cerca di consigli si rivolge a Flavio Carboni, il faccendiere coinvolto in mille scandali, accusato anche, assolto per insufficienza di prove, dell’uccisione di Roberto Calvi che trafficava con Gelli, capo della P2, e con la massoneria, sia quella ufficiale e apparente che quella segreta e deviata, protagonista del “crac” del Banco Ambrosiano.
Nonostante il quadretto, idilliaco e strappalacrime, che la figlia ne dipinge in Parlamento due anni fa, papà Boschi con qualche situazione imbarazzante ha fatto l’abitudine.
A parte quelle di banchiere, ha ricevuto due sanzioni amministrative, per evasione fiscale e per violazione delle norme anti-riciclaggio da parte dell’Agenzia delle Entrate.
La vicenda è relativa a una compravendita eseguita nel 2007 e questa volta i personaggi con cui Boschi senior rimane invischiato non sono ex piduisti o massoni, ma figure ritenute vicine a clan mafiosi. In particolare il socio di Boschi, Francesco Saporito, è indicato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze come uomo legato alla ‘ndrangheta.
In questa vicenda riappare anche il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi che nel 2011 iscrive nel registro degli indagati Boschi e il suo socio Saporito per turbativa d’asta e riciclaggio per poi, però, archiviare le due posizioni. I fatti risalgono al 2007 quando Boschi è presidente della cooperativa agricola Valdarno Superiore attraverso la quale acquista dall’Università di Firenze un’importante tenuta agricola. L’intera proprietà viene poi spezzettata tra i soci. Boschi e Saporito ne acquisiscono una frazione attraverso la società Fattoria Dorna, di cui il padre del futuro ministro detiene il 90%. Dopo qualche mese dall’acquisto la rivendono a tale Apollonio per 460 mila euro. Nel frattempo alla procura di Arezzo arriva un esposto in cui viene ipotizzato che attorno al terreno si stanno compiendo degli “strani impicci”. L’allora procuratore capo Scipio apre un fascicolo insieme al magistrato Roberto Rossi per turbativa d’asta relativo alla prima vendita, quella compiuta dall’Università di Firenze.
Gli inquirenti avviano le indagini e dispongono le perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni di tutte le parti coinvolte dalla compravendita iniziale fino ad arrivare ai nuovi acquirenti. Quindi fanno visita anche ad Apollonio. E trovano le fotocopie di banconote per complessivi 250 mila euro. I magistrati ne chiedono spiegazione. E lui le fornisce: “Ho comprato da Boschi e Saporito per 460 mila euro ma mi hanno detto che se non versavo 250 mila euro in nero e in contanti non mi avrebbero ceduto la proprietà“. Gli inquirenti, recuperato l’atto notarile, scoprono che nel rogito la cifra di vendita è registrata in 210 mila euro e non 460 mila euro. La differenza? 250 mila euro. Così la Procura di Arezzo nel 2011 manda la Guardia di finanza anche a casa di Boschi e Saporito. Prendono l’intera documentazione, trovano i riscontri del pagamento in nero e aprono un fascicolo per estorsione a carico dei due.
Non solo: inizialmente ipotizzano a carico di Boschi – titolare del 90% della società – anche i reati di evasione fiscale e violazione della norma anti-riciclaggio. Si rivolgono all’Agenzia delle Entrate per gli accertamenti, ma qualcuno eccepisce che l’importo di 250 mila euro non può essere attribuito interamente a un socio ma deve essere diviso tra i titolari della società e che così facendo, frazionando cioè la cifra, le varie porzioni sono inferiori al tetto previsto per la contestazione del reato penale. Anche per l’estorsione la procura propende per l’archiviazione, anche se non sappiamo quanto ciò si debba a Rossi e quanto al procuratore titolare di cui ben presto avrebbe occupato il posto. Il magistrato infatti è promosso a procuratore di Arezzo il 18 giugno 2014, nella fase del potere renziano all’apice. Da febbraio 2015 è anche consulente di palazzo Chigi, prescelto magari per il valore dimostrato nelle inchieste come quelle su “Variantopoli” che porta alla caduta della giunta di centrodestra, sulla Chimet di Sergio Squarcialupi accusato di disastro ambientale, sul crac di Eutelia.
Nonostante l’archiviazione, l’Agenzia delle Entrate va avanti e apre due procedimenti amministrativi: per evasione fiscale e per violazione della norma anti-riciclaggio. Boschi paga subito le due sanzioni ed esce dalla società.
La trama dei fatti è molto fitta, i fili sono tanti ed uno di questi, come abbiamo appena visto, porta al procuratore Rossi, sottoposto a procedimento disciplinare per non essersi astenuto dall’indagine su Boschi nonostante la consulenza ottenuta dal governo-Renzi e prosciolto, ma tornato poche settimane fa alla ribalta della cronaca per avere, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, tra un attacco e l’altro a Bankitalia, propugnato la limpidezza di Pierluigi Boschi omettendo di riferire dell’ultima indagine che lo riguarda (“ma solo perché nessuno me lo ha chiesto” ha precisato) dopo avere, con dovizia di particolari, informato i parlamentari di avere chiesto l’archiviazione in un altro procedimento.
Gli interessi in gioco sono tanti e i conflitti non mancano. Ma il problema non è che vi siano interessi in conflitto. Ciò è semplicemente normale ed anche salutare.
Il guaio è che, sempre più spesso, interessi in conflitto sono riposti nelle stesse mani. Il che in Italia è una sorta di sport nazionale. E tra un interesse privato e quello pubblico non c’è partita. (vicenza più’)

Il cardinale da 35 mila euro al mese: in Vaticano scoppia un nuovo scandalo

L’amico e primo consigliere di Francesco, Oscar Maradiaga, predicava il pauperismo ma riceveva mezzo milione l’anno da un’Università dell’Honduras. Bergoglio ha voluto un’inchiesta anche su investimenti milionari e sui comportamenti inappropriati del vescovo Pineda, fedelissimo del porporato. E proprio oggi il papa parla di «traditori e approfittatori nella Chiesa».

Quando ha finito di leggere l’inchiesta del visitatore apostolico che lui stesso aveva spedito in Honduras lo scorso maggio, papa Francesco si è messo le mani sullo zucchetto. Aveva appena scoperto che il suo amico e primo consigliere – il potente porporato Oscar Maradiaga, acceso sostenitore di una Chiesa povera e pauperista e nel 2013 promosso proprio da Bergoglio coordinatore del Consiglio dei cardinali – aveva ricevuto per anni circa 35 mila euro al mese (a cui aggiunge una “tredicesima” da 54 mila euro a dicembre) dall’università cattolica di Tegucigalpa.

Bergoglio non poteva immaginare nemmeno che vari testimoni, sia ecclesiastici sia laici, accusassero Maradiaga per alcuni investimenti milionari in società londinesi poi scomparse nel nulla, né che la Corte dei Conti del piccolo paese dell’America centrale stesse indagando sull’utilizzo di enormi somme di denaro girate dal governo honduregno alla “Fondazione per l’educazione e la comunicazione sociale” e alla “Fondazione Suyapa”, entrambe facenti capo alla Chiesa locale e quindi allo stesso Maradiaga.

«Il papa è triste e addolorato, ma anche molto determinato a scoprire la verità», spiegano ora da Santa Marta. Non solo sull’utilizzo finale dei pagamenti da capogiro ottenuti dal cardinale (solo nel 2015, si legge in un report interno dell’Università visionato dall’Espresso, il porporato ha ricevuto quasi mezzo milione di euro, cifra che secondo alcune fonti avrebbe incassato per un decennio come “Gran Cancelliere” dell’ateneo); ma anche per altri dettagli assai spiacevoli contenuti nell’istruttoria condotta dal vescovo argentino Jorge Pedro Casaretto.

 

Un uomo fidato di Francesco che ha messo nero su bianco gravi accuse rivolte da molti testimoni (ne sono stati auditi una cinquantina, tra personale amministrativo della diocesi e dell’università, sacerdoti, seminaristi, oltre all’autista e al segretario del cardinale) pure al vescovo ausiliare di Tegucigalpa Juan José Pineda, fedelissimo di Maradiaga e di fatto suo facente funzioni in Centro America.

Francesco, studiato il dossier arrivatogli brevi manu sei mesi fa, ha avocato a sé ogni decisione finale.

Maradiaga, salesiano come l’ex segretario di Stato Tarcisio Bertone, è nato in Honduras 75 anni fa. Il suo compleanno cade il 29 dicembre, e tra qualche giorno dovrà consegnare le dimissioni sulla scrivania di Francesco, che deciderà o meno se confermargli gli incarichi. Maestro elementare prima e professore di matematica alle medie poi, il porporato è un uomo coltissimo, parla correntemente cinque lingue, è esperto di teologia morale e filosofia e grande appassionato di musica. Diventato celebre in America latina come nemico giurato della corruzione e paladino dei più indigenti, nel 2013 Francesco, che ne apprezza le doti intellettuali e di governo, lo ha voluto a capo del gruppo di consiglieri che sta mettendo a punto la riforma della curia romana.

Le accuse sono plurime. «Ci sono spese per amici intimi di Pineda, come un messicano che si fa chiamare “padre Erick”, ma che non ha mai preso i voti» spiega un sacerdote. «Il personaggio si chiama Erick Cravioto Fajardo e ha vissuto per anni in un appartamento adiacente a quello del cardinale, a Villa Iris. Recentemente Pineda, che ha vissuto con lui sotto lo stesso tetto, gli ha comprato un appartamento in centro e una macchina. I soldi, temiamo, vengono dalle casse dell’università o da quelle della diocesi. Abbiamo denunciato questo rapporto stretto e disdicevole anche in Vaticano. Il papa sa tutto».

 

I testimoni auditi dal visitatore Casaretto hanno parlato anche diinvestimenti milionari catastrofici: Maradiaga avrebbe girato somme ingenti della diocesi ad alcune finanziarie londinesi come la Leman Wealth Management (il cui titolare, a leggere i registri della Company House dell’Inghilterra e del Galles, è tal Youssry Henien), e adesso parte dei soldi dati in affidamento (e depositati su conti di istituti tedeschi) sarebbero scomparsi.

Non solo. Nel rapporto di Casaretto si ipotizzano pure buchi importanti nell’impero mediatico messo in piedi dall’arcivescovado e controllato dalla Fondazione Suyapa (che gestisce giornali e televisioni della diocesi), mentre il vescovo Pineda è stato recentemente indicato dai giornali locali come il regista di operazioni finanziarie spericolate e come destinatario di fondi pubblici (pari a un milione di euro) per fumosi progetti destinati «alla formazione dei valori dei fedeli e alla comprensione delle leggi e della vita sociale». Spese che, secondo gli accusatori, non sono state mai supportate da giustificativi validi.

In Vaticano sono preoccupati pure per l’apertura, da parte della Corte dei Conti dell’Honduras, di un’inchiesta contabile sulla diocesi per gli anni 2012-2014: i giudici del Tribunal superior de Cuentas vogliono capire se le decine di milioni di lempiras girate ogni anno dal governo a favore alla Fondazione per l’Educazione e la Comunicazione sociale, il cui rappresentante è ancora Maradiaga, sono state usate per i progetti previsti dalla legge.  Finora la chiesa non ha consegnato – si legge in una lettera dei magistrati ottenuta dall’Espresso – gli attivi e i passivi e i vari giustificativi di spesa.

Presto si capirà se Bergoglio considererà le pesanti accuse credibili o meno.

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Corruzione, in Danimarca arriva notizia del Mose. Parte campagna stampa, il ministero congela gli appalti italiani

Corruzione, in Danimarca arriva notizia del Mose. Parte campagna stampa, il ministero congela gli appalti italiani

(il fatto quotidiano-gianni belloni)

In ballo un appalto per 277 milioni per la costruzione dello “Storstrom bridge”, il terzo ponte più lungo del Paese. Una settimana fa un sito di informazione lancia una campagna di opinione sull’affidamento alle due ditte italiane coinvolte nello scandalo. Cinque mesi fa il caso di Grandi Costruzioni Ferroviarie che ad Aarhus subappaltava a una ditta interdetta a Verona.

La firma era prevista per martedì scorso presso il ministero dei trasporti danese. In ballo un appalto per 277 milioni di euro per la costruzione dello “Storstrom bridge”, il terzo ponte più lungo della Danimarca, ma gli amministratori delle tre ditte italiane coinvolte – Itinera, del gruppo Gavio, Condotte d’Acqua e Grandi Lavori Fincosit -. hanno dovuto riprendere la strada di casa. Una forte campagna di opinione contro l’intervento nelle opere danesi di ditte italiane implicate in casi di corruzione hanno convinto il ministro a congelare la decisione e approfondire il caso.

Il riferimento esplicito è al caso Mose in cui Condotte d’Acqua e Grandi Lavori Fincosit sono state coinvolte facendo parte del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario della progettazione ed esecuzione dell’opera. Il rappresentante di Condotte d’Acqua all’interno del Consorzio ai tempi della gestione Mazzacurati – Baita, era Stefano Tomarelli che ha patteggiato la pena di due anni e 700mila euro, mentre per Grandi Lavori Fincosit a pagare il conto, patteggiando la pena di due anni e 4 milioni di euro, è stato l’ex presidente Alessandro Mazzi.

La cordata italiana ha vinto l’appalto nell’ottobre di quest’anno per la costruzione del nuovo ponte lungo complessivamente 6 chilometri e mezzo che collegherà le isole di Zealand e di Falster sul Mar Baltico. La notizia del coinvolgimento delle due ditte nell’inchiesta veneziana sul Mose è stata data con grande evidenza nell’edizione online di venerdì 15 dicembre dal giornaleFagbladet del combattivo sindacato danese 3F.

Immediatamente sono seguite le reazioni politiche, in particolare degli esponenti del partito populista Danskfolkpartiche ha chiesto al ministro dei trasporti e dei lavori pubblici Ole Birk Olesen un’audizione in camera di consiglio, una sorta di audizione parlamentare convocata ad hoc su richiesta dei deputati. La camera di consiglio si è tenuta già nella giornata di martedì.

L’elemento che ha più scandalizzato i danesi è che la notizia del coinvolgimento nello scandalo veneziano delle due ditte italiane non fosse stata data per tempo dalle autorità competenti. Il ministro Birk Olesen ha deciso di sospendere la firma del contratto d’appalto e di richiedere una relazione all’Avvocato di Stato che dovrà produrre le sue considerazioni – comprese la valutazione sulle conseguenze di una revooca della gara d’appalto – entro gennaio. Insomma il ministro ha rigirato la patata bollente. Per ora.

Anche se gli amministratori delle due società implicate nello scandalo Mose hanno patteggiato le loro responsabilità con la giustizia, la Procura ha avviato un procedimento per le otto principali aziende coinvolte nello scandalo Mose e nel maggio di quest’anno è stata formulata la richiesta di rinvio a giudizio a carico delle aziende, ai sensi della legge 231 del 2001 che ha introdotto la responsabilità delle società in sede penale per i comportamenti illeciti dei propri rappresentanti di vertice. E tra le società coinvolte troviamo la Grandi lavori Fincosit e la Società italiana per Condotte d’acqua di Roma e proprio a questo procedimento ancora in corso fa riferimento l’articolo del giornale del sindacato 3F.

La notizia della sospensione dell’appalto alle ditte italiane è al centro del dibattito pubblico in Danimarca. Non più tardi di cinque mesi fa il sindacato 3F aveva messo in luce le condizioni di lavoro all’interno del cantiere per la costruzione di un nuovo tratto della ferrovia ad Aarhus, la seconda città della Danimarca, gestito da ditte italiane, ed in particolare dalla Grande Costruzioni Ferroviarie di Roma che annoverava tra le ditte in subappalto la Nicofer controllata dalla famiglia Nicoscia e oggetto di un’interdittiva antimafia da parte della Prefettura di Verona.

E’ GUERRA TRA GABANELLI E VEGAS SULLA CONSOB – SPARA MILENA: “VENDERE FUMO”. I VERTICI CONSOB HANNO MENTITO ALLA COMMISSIONE D’INCHIESTA SULLE BANCHE” – VEGAS REPLICA FURIBONDO E MINACCIA DI PORTARLA IN TRIBUNALE – LA MILENA RIBATTE…

1. LE VERITÀ NASCOSTE DI CONSOB ALLA COMMISSIONE BANCHE 

Milena Gabanelli per il Corriere della Sera

 

GABANELLIGABANELLI

“Vendere fumo”. E’ più o meno questa la natura delle rendicontazioni offerte dai vertici Consob alla Commissione d’inchiesta sulle banche. Cominciamo dal dossier Veneto Banca. Secondo la versione del direttore generale  Apponi del 16 Novembre scorso, Bankitalia aveva comunicato all’Autorità di controllo dei mercati che il prezzo delle azioni era troppo alto già dal 2013, ma non aveva precisato che il problema nasceva da una valutazione non corretta, e quindi Consob non si è mossa.

 

Ha ritenuto sufficiente indicare nel prospetto dell’aumento di capitale del  Giugno 2014 qual era il price/book value, e l’investitore doveva capire cosa significa questo termine misterioso. C’è da chiedersi a cosa serva la Consob visto che già ad aprile 2014 la stampa parlava della resa dei conti tra il CdA di Veneto Banca e la Banca d’Italia,  per il rinnovo della dirigenza dell’istituto veneto, a partire da Consoli.

 

gabanelli report vegas consob 4GABANELLI REPORT VEGAS CONSOB 4

Prima domanda: se la stessa Banca d’Italia vuole mandare a casa chi dirige la banca, possibile che Consob, invece di avviare le verifiche del caso, pretenda una raccomandata scritta da via Nazionale dove si dice che il prezzo è alterato?

 

Seconda domanda: perché resta immobile di fronte all’azione di Veneto Banca che continuava a salire, mentre tutto il comparto bancario languiva? Eppure Consob (per ammissione dello stesso Apponi) sapeva dei finanziamenti baciati: almeno 150 milioni di euro che servivano a “stimolare” la domanda di azioni della banca veneta. E sicuramente sapeva anche che  l’avviamento della banca valeva molto meno di quel 1,3 miliardi dichiarato. E pure dell’elevatissima incidenza dei crediti decotti.

LA LETTERA DI CONSOB AGLI EMITTENTI RIVELATA DA REPORT - GABANELLILA LETTERA DI CONSOB AGLI EMITTENTI RIVELATA DA REPORT – GABANELLI

 

Sapeva  già tutto dal 2011 (ben 4 anni prima che esplodesse il problema) quando i suoi ispettori erano andati a Montebelluna, e guardando le carte avevano visto che i prezzi erano gonfiati. Anche grazie alla documentazione ricevuta proprio da via Nazionale, e relativa ad una ispezione del 2009. Di questi fatti però il Direttore Generale Apponi, il 16 Novembre scorso, non riferisce alla Commissione. 

 

Si respira fumo anche sugli scenari di probabilità. Tirati in ballo da alcuni parlamentari che volevano capire com’è che Consob non avesse fatto mettere questa preziosa informazione per i subordinati collocati a ignari risparmiatori da Etruria, Popolare Vicenza e Veneto Banca ma anche Carichieti, Cariferrara e Banca Marche, nel tentativo di restare a galla. Specie considerato che con probabilità di perdite comprese tra il 45% e il 70% avrebbero fatto capire a chiunque che era meglio stare alla larga da quelle obbligazioni.

 

gabanelli report vegas consob 2GABANELLI REPORT VEGAS CONSOB 2

Ebbene, su questo tema tutti i dirigenti Consob forniscono alla Commissione informazioni false o fuorvianti. Il più sincero (paradossalmente) sul punto è stato Apponi: ha detto che a fine 2010 una grande banca aveva puntato i piedi e allora la Consob ha fatto retrofront. Trattandosi di Mediobanca, che è più solida dello Stato Italiano, in quel caso ci poteva pure stare.

 

Il 14 dicembre viene riconvocato (forse per spiegare la dimenticanza di quell’ispezione del 2011), ma è provvidenzialmente impossibilitato a comparire per motivi di salute. Al suo posto ad essere audìto è il vice-direttore generale Giuseppe D’agostino, che spiega: “gli scenari di probabilità non sono inclusi nei prospetti del subordinato collocato da Etruria a Giugno 2013 perché non sono previsti dagli schemi europei”. Falso. D’Agostino spiega:  il punto è che la Mifid 2 ha privilegiato il “governo del prodotto”. E chiosa dicendo che questo processo è “molto più rappresentativo e cogente degli scenari”. Ammesso che sia vero, c’è un particolare: la Mifid 2 non era in vigore all’epoca fatti su cui indaga la Commissione Banche.  E neppure ora, dato che entrerà in vigore dal 2018.

 

MILENA GABANELLI LAUREA JOHN CABOTMILENA GABANELLI LAUREA JOHN CABOT

Sul punto, sempre il 14 Dicembre, interviene anche l’Avv. Salvatore Providenti, capo della Consulenza Legale della Consob. In risposta all’On. Sibilia che chiedeva quali norme comunitarie vietassero espressamente a Consob di chiedere l’inserimento degli scenari nel prospetto del subordinato Etruria, Providenti ha dichiarato che Consob non può chiedere “in modo generalizzato” di mettere un’informazione nei prospetti, ma che le regole europee permettono all’Autorità di chiedere informazioni integrative, caso per caso. Data l’evidente contraddittorietà della risposta, lo stesso Casini ha ritenuto di dover fare il punto: «L’Unione Europea non avrebbe impedito a Consob di fare delle richieste specifiche, che evidentemente non sono state fatte».

 

GABANELLI CONSOBGABANELLI CONSOB

D’Agostino incalzato dice che lui non può rispondere sul tema Etruria per gli scenari, in quanto non inclusi nel procedimento amministrativo. Falso. Nella lettera prot. n. 13032868 del 18 Aprile 2013 acquisita dalla Procura di Arezzo, la Consob nel dare il nulla osta al prospetto dice che nella scheda prodotto per gli investitori la Banca dovrà rispettare “gli orientamenti forniti dalla comunicazione Consob n. 9019104 del 2 Marzo 2009. Bene, questa Comunicazione, al paragrafo 1.5 prevede gli scenari probabilistici. Un documento che probabilmente i poveri Commissari non avevano, altrimenti avrebbero chiesto: “scusi D’Agostino, ma perché se la Consob chiede di mettere gli scenari, poi la Banca non lo ha fatto? Per la cronaca: quegli scenari avrebbero detto al risparmiatore che nel 70% dei casi avrebbe subìto una perdita.

gabanelli report vegas consob 3GABANELLI REPORT VEGAS CONSOB 3

 

Lo stesso giorno, Giuseppe Vegas, nel suo ultimo giorno da Presidente della Consob, davanti alla Commissione mette in discussione l’utilità di questi scenari dicendo che a metà 2011 per la Popolare di Vicenza indicavano solo il 10% di probabilità che la banca andasse gambe all’aria. Di questo prospetto però non esiste traccia. Come segnalato invano dall’On Ruocco. Mentre esiste il documento mostrato dalla sottoscritta nella puntata di Report del 5 giugno 2016: a maggio 2011 Vegas (in carica da pochi mesi) ordinò di estirpare gli scenari dai prospetti. E – ironia del destino – il casus belli fu proprio un’operazione della Popolare vicentina.

 

giuseppe vegasGIUSEPPE VEGAS

In comune Vegas, Apponi, D’Agostino e Providenti hanno la capacità di mentire ad una Commissione d’inchiesta, ed il fatto che a piazzarli sulle loro poltrone, a seguito di funamboleschi riordini organizzativi è stato proprio Vegas.  Ci auguriamo che il prossimo Presidente  della Consob venga scelto tra persone di comprovata competenza, indipendenza e rispetto delle Istituzioni.  Da questa nomina dipendono infatti strategie che possono  valorizzare la parte sana e preparata di un’Autorità che ha il compito previsto dall’art. 47 della Costituzione: tutelare il risparmio. Altrimenti ci dovremo rassegnare ad interpretare l’articolo 47 con il significato del numero della smorfia napoletana: il morto.

 

 

2. La commissione sulle banche e il ruolo della consob

Lettera di Apponi, Providenti e D’Agostino al Corriere della Sera

 

Caro direttore, abbiamo letto con stupore l’ articolo «Le verità nascoste di Consob alla commissione banche», apparso con grande evidenza sul Corriere della Sera del 21 dicembre e in cui si dice che saremmo «capaci di mentire» alla Commissione d’ inchiesta sulle banche. L’ affermazione è falsa e fortemente lesiva nei nostri confronti. Siamo, pertanto, costretti a valutare azioni legali a difesa della nostra reputazione.

 

milena gabanelli e la sua ultima puntata di report 3MILENA GABANELLI E LA SUA ULTIMA PUNTATA DI REPORT 3

Quanto riferito alla Commissione d’ inchiesta, compresi tutti i documenti citati nell’ articolo, è agli atti della stessa Commissione. In ciò che abbiamo rappresentato non vi è alcuna falsità, solo se si voglia integralmente ascoltare quanto detto, leggere i documenti, soffermarsi sul significato delle parole e sul contenuto delle norme. In proposito invitiamo ad ascoltare il testo integrale delle audizioni a cui si fa riferimento.

 

Merita, inoltre, di essere rimarcata l’ inaccettabile ironia su una supposta provvidenziale malattia, in presenza di un ricovero per gravi motivi di salute.

Nell’ articolo si legge, infine, che saremmo stati collocati sulle nostre «poltrone» dal presidente Vegas con «funamboleschi riordini organizzativi». Ognuno di noi ha la sua specifica storia lavorativa ma certamente abbiamo due punti in comune: la nostra vita professionale è fondata sulla stella polare della competenza; siamo uomini dell’ istituzione Consob e non riferibili ad alcun presidente.

Siamo stati sempre nominati e confermati nei ruoli via via rivestiti – sotto diversi presidenti e commissari – dalle Commissioni che si sono succedute nel tempo.

 

Angelo Appon i Direttore generale della Consob Giuseppe D’ Agostino Vicedirettore generale della Consob Salvatore Providenti Responsabile Consulenza legale della Consob –

 

3. LETTERA DI GIUSEPPE VEGAS

Caro Direttore, non è tollerabile che si accusino dirigenti dell’ Istituto, che ho avuto l’ onore di presiedere, e il sottoscritto, di aver mentito alla Commissione parlamentare sulle banche, basando l’ accusa sulla ennesima ripetizione di fatti che sono stati più e più volte documentalmente smentiti, da ultimo proprio nella sede della citata Commissione parlamentare. L’ articolo «Le verità nascoste di Consob alla commissione banche», alle pagg. 1 e 6 del Corriere del 21 dicembre 2017, sarà pertanto, per la prima volta per quanto mi riguarda, oggetto di azione penale, ovviamente con piena facoltà di prova.

 

giuseppe vegasGIUSEPPE VEGAS

4. LA REPLICA DI GABANELLI

 

“Nel mio articolo del 21 dicembre dal titolo “Le verità nascoste di Consob alla Commissione banche” ho accusato i vertici Consob  di aver occultato talune informazioni utili alla Commissione d’inchiesta;  citando, a supporto di tale tesi, atti esistenti. La replica del già Presidente Vegas e dei 3 alti dirigenti,  pubblicata ieri sul Corriere,  minaccia azione penale nei confronti della sottoscritta, in quanto l’articolo sarebbe lesivo della loro reputazione.

 

Nulla però dicono per smentire quanto riportato nell’articolo. Sulla riferibilità al Presidente Vegas del dott D’Agostino e del dott Apponi, si rammenta che entrambi hanno assunto le funzioni attualmente ricoperte sebbene non  risulta fossero in possesso della qualifica fino a quel momento richiesta a tale scopo e che per poter effettuare questa forzatura, Vegas ha trasformato delle qualifiche in incarichi (fiduciari). Non solo, la scadenza di questi incarichi, sebbene fiduciari, è stata fissata ben oltre la durata del mandato del Presidente Vegas.  

ANGELO APPONIANGELO APPONI

 

Infine, per poter nominare l’avv. Providenti a capo della Consulenza Legale, Vegas ha dovuto trovare un’altra destinazione  al dirigente che, più alto in grado, già ricopriva tale incarico. A tal fine è stata creata ad hoc la figura, con funzioni minimali, dell’Avvocato Generale.  Da ultimo, se il dott. Apponi è stato ricoverato per gravi motivi di salute, non si può che chiedere scusa  e porgergli l’augurio di una pronta guarigione”.

Milena Gabanelli

VEGAS IN VERSIONE MIAMI VICE

LA CADUTA DEL RENZISMO – Carrai piange miseria sui giornali ma con il Rottamatore si e’ arrichito.

 

CARRAI ED IL ROTTAMATORE 

 

(Giacomo Amadori per  la Verità’)

Il fedelissimo di Renzi dice al “Corriere”di aver fatto il “minimo degli utili”da quando il suo amico e’ divenuto premier , invece ha duplicato i redditi . Bini Smaghi silura la Boschi :”perche’ Etruria tenne suo papa’?”

Si dice che la miglio difesa sia l’attacco  e ieri Marco Carrai non si e’ risparmiato. Quasi malmesso ha accettato di rilasciare un intervista al Corriere della Sera dopo essere stato trascinato nell’agone dall’Ex A.D. di Unicredit , Federico Ghizzoni. Questi, nella commissione parlamentare sulle banche , ha estratto una mail del gennaio 2015 in cui Marchino diceva di sollecitarlo conto terzi a proposito della valutazione d’acquisizione di Banca Etruria. Carrai ha negato di essersi fato avanti a nome del Governo , anche se in quel periodo un’ambasciata di Marchino equivaleva quasi a quella di Renzi e valeva di piu’ di quella del Presidente di BPEL , Lorenzo Rosi. Il nostro ha deciso di uscire dall’angolo utilizzando il Corriere come scudo; per Lui il clima politico e’ modesto e raccapricciante , l’Italia e’ “stiava e vituperata” e ha aggiunto che “se sei amico del premier o del gia’ premier nel mondo non interessa a nessuno. Interessa solo a chi non ha altro da fare dalla mattina alla sera”. Nessuno gli ha fatto notare che negare di essere stato un messaggero di Palazzo Chigi non migliora più’ di tanto la sua posizione. “non sappiamo che cosa volessero fare Carrai e il suo ipotetico  cliente , di certo stava cercando di accedere a informazioni riservate e di sostituirsi all’unico che aveva titolo per fare certe domande, che era l’Advisor di Etruria”, evidenzia con la Verità’ un membro della commissione. Un ex alto Dirigente dell’Istituto aretino ricorda quei giorni :”nessuno gestiva quella trattativa perche’ separatamente la Federico del Vecchio non e’ mai stata in vendita. C’era l’impedimento della  Banca D’Italia  a cedere gli asset. Non so chi fosse il cliente di carrai , ma ioli suo nome su quella cosa lo sento per la prima volta. Eppure chi voleva comprare doveva passare da noi”. La vera questione e’ la seguente come e’ arrivato Carrai a sapere come Unicredit stava considerando in gran segreto l’acquisizione della Banca? “Era un informazione riservata anche per il CDA di Etruria”, continua la nostra fonte. “Che Unicredit stesse valutando la nostra banca lo sapevano il Presidente Lorenzo Rosi e probabilmente i suoi vice Alfredo Berni e Pier Luigi Boschi. In consiglio fu detto che Unicredit era venuta a valutare i nostri NPL , i crediti deteriorati. Da Milano avevamo mandato ad Agosto -Settembre Marina Natale a vagliare questi crediti.  Se fosse stato detto ufficialmente che Unicredit era interessata a Etruria ,avremmo dovuto fare un comunicato, perche’ erano due società’ quotate in Borsa. Ma nessuno lo fece. Certe informazioni giravano solo in ambienti ristretti. Ora Carrai piagnucola e comunica che nel 2016 con Renzi a Palazzo Chigi le sue aziende hanno “toccato il minimo storico degli utili”e che la sua società’ si cybersecurity ha “rischio di fallire ” per poter collaborare con il Governo.. Di fronte a questa vulgata occorre ricordare che il giovanotto che non ha un master e neppure una laurea, ha visto decollare la sua carriera imprenditoriale mentre ospitava nella sua casa il Sindaco Renzi. Da allora il valore delle sue dichiarazioni dei redditi e’ decuplicato. E nonostante Carrai provi a smarcarsi , chi lo ha cercato non lo ha fatto per le sue competenze bancarie o economiche, ma per le sue capacita’ relazionali per quell’aura di consigliere del principe. Chi lo ha scelto sapeva di non rivolgersi a un tecnico , ma a un signore che stava seduto nei consigli d’amministrazione , anche delle banche , in quota renziana. “il suo nome alla Federico del Vecchio non lo abbiamo sentito neanche su radio fante”spiega un vecchio manager dell’istituto. Un ex socio della Del Vecchio aggiunge :”ricordo che c’erano due proposte di cordata , una la seguivo personalmente ed era composta da imprenditori , l’altra si appoggiava ad uno Studio fiorentino. Mi sembra che fossero ebrei”. Questi potevano avere come consulente Carrai , molto amico di Israele? “Mai sentito quel nome . Tocca a lui l’onere della prova. Se il cliente esiste, ne’ sveli l’identità'”.

Ma in questo groviglio di intrecci bancari l’altra sera davanti alle telecamere di piazza pulita , il banchiere Lorenzo Bini Smaghi , per un periodo considerato vicino al Giglio magico e allo stesso Carrai, ha pronunciato parole ferali su Maria Elena Boschi . Ha iniziato disquisendo di amministratori inetti, che prestavano soldi ai soci e ai loro amici e in questo presepe ha piazzato il babbo della sottosegretaria: “il signor Boschi per esempio , perche’ lo hanno rieletto (nel CDA di Etruria) se sapevano che era stato multato , che aveva fatto male il suo lavoro? Perche’ forse aveva una rete di sostegno o garantiva una rete di appoggi attraverso l’erogazione del credito che in cambio chiedeva questo favore. E’ questo meccanismo che bisogna sbloccare”. quindi ha rimarcato la mancanza di potere degli organi di controllo: “la vigilanza italiana , siccome la politica italiana non ha deciso ancora , non può’ rimuovere gli amministratori individualmente , cosa che il resto dell’Europa può’ fare. Deve rimuovere tutto tutto il consiglio di amministrazione e stiamo aspettando da mesi che il Ministero del Tesoro emani la normativa , e secondo me c’e’ di nuovo qualche problema politico”. Richiesto di un commento sull’incontro Boschi-Ghizzoni ha sfoderato un sorriso beffardo: “Ghizzoni ha raccontato quello che e’ successo . In un Paese normale queste cose non dovrebbero succedere. Che un Ministro vada……..quando fa una domanda , essendo Ministro, quella domanda ha un peso. E poi non e’ che un Ministro di Arezzo , e’ un Ministro di tutta Italia”. Requiescat in pace.

IL FEDELISSIMO E IL ROTTAMATORE 

IL ROTTAMATORE E MARIA “ETRURIA”

POTERI FORTI

1. TUTTE LE MISSIONI FINTE DELLA BOSCHI. DA MADONNA DI CAMPIGLIO AL TOUR DEL CANADA 2. “IL FATTO” HA OTTENUTO L’ELENCO – COMPILATO DAGLI UFFICI DELL’EX MINISTRA E TRASMESSO DA PALAZZO CHIGI – DELLE MISSIONI DI GOVERNO DI MARIA ETRURIA. E NON SEMPRE, SCARTABELLANDO LE 15 PAGINE, GLI IMPEGNI GIUSTIFICANO LE RAGIONI ISTITUZIONALI…

RENZI E BOSCHIRENZI E BOSCHI

Carlo Tecce per il Fatto Quotidiano

 

Maria Elena Boschi va su e giù per l’Italia, spesso in Toscana, di frequente a casa in provincia di Arezzo, fa conferenze internazionali, interviene ai seminari, inaugura ville di periferia, porta i saluti, gli omaggi, riflette sull’uomo e la donna, rappresenta un po’ il governo e un po’, a volte troppo, se stessa. Un paio di mesi dopo l’incarico da sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, cioè la prima settimana di febbraio, Boschi ha iniziato a viaggiare, a collezionare “trasferte istituzionali”. E non ha smesso più.

 

Il Fatto ha ottenuto l’elenco – compilato dagli uffici dell’ ex ministra e trasmesso da un dipartimento di Palazzo Chigi nel rispetto della legge sull’accesso agli atti – delle missioni di governo di Meb. E non sempre, scartabellando il documento di 15 pagine, gli impegni di Boschi giustificano le ragioni istituzionali: da un fine settimana sulla neve di Madonna di Campiglio a un giro del Canada, passando per le numerose feste del Partito democratico. Allora conviene raccontare nel dettaglio i viaggi più controversi di Meb.

maria elena boschi in siciliaMARIA ELENA BOSCHI IN SICILIA

 

4-5 febbraio 2017 Sabato e domenica fra “Lucca e Arezzo”. Non c’ è traccia di appuntamenti di Stato negli archivi delle agenzia di stampa.

MARIA ELENA BOSCHI IN SICILIA 7MARIA ELENA BOSCHI IN SICILIA 7

 

17-19 febbraio A Madonna di Campiglio c’ era il sole e parecchia neve. La sosta è lunga: venerdì, sabato e domenica. Anche qui la missione, se non strana, è almeno segreta.

 

24-25 marzo Il venerdì e il sabato, stavolta, li trascorre a Firenze. Il venerdì c’ è un Consiglio dei ministri. Nel pomeriggio, però, la sottosegretaria è davvero a Firenze. Riportano le agenzie di quel giorno: “Un applauso, molti saluti affettuosi, ma anche premure quasi familiari da parte dei militanti al circolo Vie Nuove del Pd per Maria Elena Boschi che, di ritorno da Roma, stasera è andata a votare per il congresso. ‘Elena, ma hai mangiato?’, ha chiesto un’ iscritta. Boschi ha rinnovato la tessera lasciando 100 euro, stessa somma lasciata da Renzi”.

 

MARIA ELENA BOSCHI ALL ANEMA E CORE DI CAPRIMARIA ELENA BOSCHI ALL ANEMA E CORE DI CAPRI

30 aprile Una domenica. Boschi è segnalata in missione in un punto imprecisato del territorio toscano, ma riesce a raggiungere in tempo la sede del Nazareno a Roma per celebrare la riconquista della segreteria dem di Renzi.

 

21-24 luglio dal venerdì al lunedì, trattasi di missione – in ordine cronologico – a Milano, Firenze e Arezzo. Il 21 è con Giuliano Pisapia alla festa dell’ Unità di Milano. “I cronisti urlano: ‘Avete fatto pace?’. E lei risponde: ‘Non abbiamo mai litigato'”. Poi la sottosegretaria scompare, per l’appunto, fra Firenze e Arezzo.

 

MARIA ELENA BOSCHI SULL AMERIGO VESPUCCIMARIA ELENA BOSCHI SULL AMERIGO VESPUCCI

28 luglio Viaggio in Toscana. E nient’ altro da aggiungere.

 

10-11 settembre Domenica e lunedì, Emilia Romagna. Il 10 la sottosegretaria è attesa alle feste dell’ Unità di Modena e Reggio Emilia. Temporali ovunque, annullati gli eventi.

Boschi resta in zona. Il giorno dopo, di sera, è nel cartellone della festa di Bologna. All’ improvviso, però, rientra a Roma per motivi di governo.

 

BOSCHI A VENEZIABOSCHI A VENEZIA

14-17 settembre Tappa in Canada fra Toronto e Montréal. Visite di circostanza (con ingresso vietato ai giornalisti) con ambasciatori, banchieri e comunità italiana per legittimare – come ha scritto il Fatto in ottobre – la presenza al Global Progress, un seminario di matrice riformista, organizzato da numerosi centri studi, Canada 2020, Center for American Progress, Policy Network e Volta. Quest’ ultimo è una prodotto renziano: il presidente è Giuliano da Empoli, ideologo di Matteo. La missione ha provocato lo sconcerto di Palazzo Chigi e negli ambienti diplomatici per una fattura non prevista, lasciata in sospeso dalla sottosegretaria, di oltre 1.000 euro per un servizio fotografico mai diffuso sui media. Il conto dal Canada: per la sottosegretaria, una collaboratrice e un consigliere, Palazzo Chigi ha speso 15.000 euro.

maria elena boschi a venezia 1MARIA ELENA BOSCHI A VENEZIA 1

 

22-24 settembre Missione a Imola e Bologna.

 

Il 22 la sottosegretaria è alla festa nazionale del partito a Imola, tavola rotonda con Maria Teresa Grieco (Enel) e Monica Maggioni (Rai) sul tema “Le donne fanno la differenza”: “Non so se avrei avuto lo stesso tipo di critiche se fossi stata un uomo”.

 

14-15 ottobre Sabato e domenica, missione (generica) in Toscana. Il sabato è al Teatro Eliseo di Roma per i dieci anni del Pd.

 

Il Fatto ha chiesto spiegazioni alla sottosegretaria sulle missioni appena illustrate.

E ha ricevuto una doppia risposta. La prima era un tentativo di eliminare alcune trasferte, fra cui la più imbarazzante, quella a Madonna di Campiglio. Con una scusa: si tratta di “errore materiale”.

 

boschi al san carlo2BOSCHI AL SAN CARLO2

Quando Boschi è in viaggio con un agente di sicurezza (forse l’autista), oltre alla scorta – sostenevano da Palazzo Chigi – si muove da privato cittadino. Peccato che anche il 6 febbraio, per esempio, Boschi fosse alla Normale di Pisa – dove subisce pure una contestazione dagli studenti – solo con l’ agente e la scorta. Così ritirano la bugia e cambiano versione: non ci sono “errori materiali” nell’ elenco sulle missioni della Boschi, scritto dagli uffici della Boschi e inviato dall’ efficiente e trasparente Dipartimento del personale.

 

MARIA ELENA BOSCHIMARIA ELENA BOSCHI

Ecco la replica definitiva: “Nelle date del 4-5 febbraio, 17-19 febbraio, 24-25 marzo, 28 luglio e 14-15 ottobre, la sottosegretaria ha effettuato spostamenti principalmente per motivi non istituzionali. La sottosegretaria potrebbe aver partecipato anche in queste date ad alcuni eventi istituzionali, ciononostante non ha presentato alcuna richiesta di rimborso. Nelle date del 30 aprile, 21-24 luglio, 10-11 settembre e 22-24 settembre, la sottosegretaria ha avuto incontri istituzionali, in particolare con autorità di governo locale, in ragione delle deleghe attribuite”. Chissà se fra le “deleghe attribuite” è inclusa quella di svolgere missioni di governo per questioni private e politiche.

 

BOSCHI CHRISTO ISEOBOSCHI CHRISTO ISEO

 

RENZI IL ROTTAMATO DI RIGNANO BASTONA LA RISPARMIATRICE TRUFFATA E LA DENUNCIA-LA SBANCATA MARIA”ETRURIA”BOSCHI CANDIDATA.

Dopo aver rovinato i clienti delle Banche con il mail in, il Bullo li porta in Tribunale se osano contestarlo .
Giovanna denunciata , Maria Elena Boschi candidata: la morale del PD e’ questa. Alla faccia degli inviti a dimettersi a causa dello scandalo Etruria, alle prossime elezioni l’Ex Ministro delle Riforme verra’ messa in un collegio sicuro che le consentire’ di riapprodare in Parlamento. Mentre Giovanna Mazzoni , pensionata che a seguito del Crack della Cassa di Risparmio di Ferrara ha perso tutti i propri risparmi , verra’ spedita direttamente davanti ad un Giudice a rispondere di diffamazione. Insomma la Sottosegretaria continuerà’ a vivere come se nulla fosse accaduto girando l’Italia per tagliare nastri e stringere mani in abito da sera, manco fosse una diva di Hollywood . L’Ex dipendente pubblica che il 2 settembre ha avuto il torto di contestare Matteo Renzi alla Festa dell’Unita’ rinfacciandogli i soldi persi , invece dovrà’ difendersi di aver ingiustamente attaccato il segretario del PD e il suo Governo. Il Tesoriere del partito Francesco Bonifazi , noto per essere stato fidanzato con Maria Elena Boschi e per essere uno degli Onorevoli che fanno parte della Commissione d’inchiesta sulle banche (oltre che socio del fratello della sottosegretaria, gia’ dipendente di Etruria) ha infatti presentato Querela per diffamazione nei confronti di Giovanna Mazzoni, la quale ha il torto di essere sbottata in pieno comizio di Renzi con al seguente frase: “avete rubato i nostri soldi”. Il segretario del PD , che come e’ noto e’ un vero Gentleman , davanti all’accusa non ha fatto un plissé’. Semplicemente ha ribattuto alla pensionata ridotta sul lastrico con le seguenti cortesi parole: “avete rubato codice a sua sorella”. Al resto ci ha pensato il servizio d’ordine del partito , che ha sollevato di peso l’anziana signora e l’ha accompagnata alla porta , impedendole di ribattere o spiegare perche’ fosse infuriata. Nelle settimane seguenti , Giovanni e altri truffati delle banche hanno provato a seguire gli appuntamenti di Renzi e della sua Pupilla Maria Elena , allo scopo di far pressione (si, loro hanno il coraggio di chiamarle pressioni, a differenza della sottosegretaria) affinché’ il PD si desse una mossa a rimborsare i truffati. Ma ogni volta che si affacciavano a un comizio con un loro striscione erano allontanati dalle forze dell’ordine, quasi fossero pericolosi terroristi. In effetti la combriccola di anziani e’ più’ agguerrita dei seguaci dell’ISIS e dunque meglio tenerla d’occhio , che non si Sto arrivando! mail : potrebbero aprire il cappotto e farsi ritrarre con un cartello che richiama alla memoria le promesse del Governo sui salvataggi bancari. Del resto il PD ha gia’ dimostrato di essere terrorizzato dei cartelli . Oltre all’episodio citato quello di Giovanna che dice: “avete rubato”nei mesi scorsi se ne e’ avuto un secondo nei paraggi dell’ufficio di Bonifazi. Il quale oltre che a custodire il tesoro del PD , evidentemente e’ il custode dell’immagine del PD. E non sia mai che l’immagine del Partito Democratico sia infangata con una richiesta di chiarimenti su questa storia delle “banche”. Renzi e Orfini lo ribattono a rullo: abbiamo gia’ chiarito. Ma se era tutto gia’ chiaro perche’ si e’ fatta la commissione d’inchiesta? Per dare uno strapuntino a qualcuno? O forse c’era ancora da fare un po’ di luce sulle vicende che hanno portato al tracollo un sistema che fino all’altro ieri era definito sicuro e inaffondabile? Sta di fatto che per non sapere ne’ leggere ne’ scrivere , ma soprattutto per non saper rispondere agli interrogativi di chi ha perso tutto, Bonifazi e compagni hanno deciso di passare alle vie di fatto di denunciare una pensionata ridotta sul lastrico. Chiesa’ che dando qualche lezione a una, anche gli altri ammutoliscano. Risultato: perfino il segretario del PD ferrarese si e’ un po’ vergognato prendendo le distanze dalla querela. Forse deve aver pensato: ma se i sondaggi ci danno gia’ in caduta libera , come ci daranno il giorno in cui alla sbarra invece dei banchieri e dei loro beneficiati ci andrà’ Giovanna? In effetti la domanda non e’ peregrina. E ha fatto vacillare persino Bonifazi che ha accennato a una mezza retromarcia. Ma il segretario emiliano non ha nulla a cui preoccuparsi . Prima che si arrivi al processo per Giovanna ci penderanno gli elettori a rimettere le cose a posto , rimandando  a casa tutti , Bonifazi e compagnia cantante. ( Maurizio Belpietro per la Verità’)
P.S. ESPRIMO LA MIA PERSONALE VICINANZA ALLA SIGNORA GIOVANNA E A TUTTE LE PERSONE TRUFFATE DAGLI ISTITUTI – AUGURANDOVI LADDOVE E’ POSSIBILE UN SERENO NATALE (ALMENO PER UN GIORNO DI STARE SERENI E NON PENSARCI).

I ROTTAMATI DI RIGNANO

LA BARCA DEL PIRATA ROTTAMATO STA AFFONDANDO

I migliori libri di fotografia del 2017

Nothing personal. (Richard Avedon, James Baldwin, Taschen)

Giorgio Di Noto, Edition Patrick Frey
Spegnete la luce e chiudete le persiane. Per sfogliare questo libro bisogna essere al buio. Accendete la piccola torcia a luce ultravioletta che è dentro la scatola insieme al volume e, come per magia, le fotografie stampate con inchiostri invisibili affioreranno dalle pagine bianche. Entrerete nel dark web, la parte più oscura del web sommerso, quello non indicizzato dai normali motori di ricerca. The icebergpresenta le immagini usate in queste reti per promuovere la vendita di sostanze stupefacenti: quelle delle droghe, visibili solo all’ultravioletto, e quelle usate dai venditori per attirare l’attenzione dei compratori. Un libro che riflette in modo intelligente e sorprendente sulla natura del web.

The iceberg. - Giorgio Di Noto, Edition Patrick Frey

 
The iceberg. (Giorgio Di Noto, Edition Patrick Frey)

Nothing personal
Richard Avedon, James Baldwin, Taschen
James Baldwin e Richard Avedon erano amici al liceo. Nel 1964, entrambi coinvolti nella lotta per i diritti civili, decidono di pubblicare Nothing personal. Ritratti spietati, testi polemici, impaginazione inventiva e rigorosa: una riedizione fondamentale, accompagnata da un libretto sulla genesi del libro.

Night procession
Stephen Gill, Nobody books
Usando delle macchine fotografiche a infrarossi con dei sensori e piazzandole tra gli alberi di una foresta, Stephen Gill ha catturato la vita notturna degli animali. Il fotografo racconta di aver sempre voluto provare a dare più spazio alla casualità degli eventi e incoraggiare i soggetti a fare le loro mosse. Con questo progetto ci è riuscito. È la natura a parlare, come se ogni animale si presentasse, uno alla volta, in una processione notturna. Sfogliando il libro ci troviamo davanti a un mondo che altrimenti non potremmo conoscere. E alla fine troviamo un libretto di sedici pagine con le parole dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård.

Buzzing at the sill. - Peter van Agtmael, Kehrer

 
Buzzing at the sill. (Peter van Agtmael, Kehrer)

Buzzing at the sill
Peter van Agtmael, Kehrer
Dopo essere stato in Iraq e in Afghanistan per raccontare l’intervento militare statunitense, il fotografo conclude un’ideale trilogia tornando a casa, nelle metropoli, nelle strade e nelle periferie che mostrano i nervi scoperti di un paese che non si è mai veramente ripreso dall’11 settembre 2001. In 72 scatti l’autore riflette su temi come la memoria, la guerra, la famiglia, e ci restituisce una narrazione oscura e disperata sull’America contemporanea.

General view
Thomas Albdorf, Skinnerboox
Che senso ha andare in un posto che abbiamo già visto in tante fotografie su internet? E perché scattarne delle altre se già ce ne sono così tante? Da queste domande è nato il lavoro di Thomas Albford che ha esplorato il parco nazionale di Yosemite, uno dei luoghi più fotografati al mondo, senza esserci mai stato. Albdorf ha messo insieme immagini prese da Google street view e le ha poi rielaborate. Il volume è il diario di un viaggio mai esistito e un modo per riflettere sul modo in cui internet cambia la nostra percezione della realtà.

Sleeping by the Mississippi. - Alec Soth, Mack

 
Sleeping by the Mississippi. (Alec Soth, Mack)

Sleeping by the Mississippi
Alec Soth, Mack
Nel 1999 Alec Soth fece il primo di una serie di viaggi in auto lungo il fiume Mississippi. Partendo da Minneapolis, la città dove è nato, e diretto in Louisiana, fotografò le persone che incontrava sulla strada, spesso donne e uomini che vivevano in solitudine o ai margini, tra cui prostitute e finti predicatori. Lo stile documentario, paziente e attento ai dettagli, è stato avvicinato da alcuni critici al lavoro sulla società statunitense di Robert Frank, The americans, del 1958. Questa nuova edizione di Sleeping by the Mississippi – dopo la prima pubblicata da Steidl nel 2004 – include due scatti inediti.

On abortion
Laia Abril, Dewi Lewis
Ogni anno 47mila donne nel mondo muoiono per pratiche di aborto non adeguate. Partendo da questo e da molti altri dati raccolti, la fotografa spagnola Laia Abril ha cominciato il suo lavoro intitolato On abortion. Il libro, progettato da Ramon Pez, unisce le interviste e le storie sul passato e sul presente trovate da Abril. Un’inchiesta trasversale e approfondita, in cui la fotografia è usata per forzare lo spettatore a conoscere la guerra quotidiana di migliaia di donne nel mondo. E senza drammatizzazione o voyeurismo.

Scelti da Christian Caujolle

Museum Bhavan
Dayanita Singh, Steidl
Nove piccoli libri a fisarmonica, riuniti in un cofanetto in tela, che riprendono l’essenza della mostra dell’artista e fotografa indiana più creativa. Non è un catalogo, ma una dichiarazione che sembra dire che il libro può legittimamente prendere il posto dell’allestimento in un museo.

As it may be. - Bieke Depoorter, Aperture

 
As it may be. (Bieke Depoorter, Aperture)

As it may be
Bieke Depoorter, Aperture
Fedele al suo modo di esplorare immergendosi nelle società che documenta,
dopo la rivoluzione del 2011 la fotografa è tornata regolarmente in Egitto. Ha realizzato i ritratti in interni delle persone che l’hanno ospitata e gli ha chiesto di scrivere sulle foto. Un’altra modalità di narrazione.

The last son
Jim Goldberg, Super Labo
La seconda parte di un brillante progetto in tre volumi, autobiografico e universale,
che combina collage, scrittura ed elementi grafici con immagini molto personali. Una complessa relazione padre-figlio pubblicata magnificamente.

 
 

Come cambia il lavoro in banca

Intesa-Sanpaolo

(PANORAMA)

Mentre gli esuberi abbondano, si fa strada un nuovo inquadramento: metà come dipendente part-time e metà come lavoratore autonomo.

C’era una volta il posto sicuro in banca che iniziava in giovane età e finiva con la pensione, magari sempre nello stesso istituto. Con la crisi degli ultimi anni, il proliferare dei conti correnti online e la sempre maggiore concorrenza delle più snelle reti di consulenti finanziari, tutte le maggiori banche italiane stanno effettuando una vera e propria cura dimagrante, chiudendo decine di filiali e sopprimendo migliaia di posti di lavoro, per fortuna quasi sempre a suon di prepensionamenti.

Raffica di tagli

L’ultima in ordine di tempo ad annunciare nuovi tagli è stata Intesa Sanpaolo, che nella notte del 21 dicembre ha firmato con i sindacati un’intesa per programmare 9mila esuberi nei prossimi anni e per assumere altre 1.500 persone da qui al 2020. Alla base di questa cura dimagrante non ci sono problemi di bilancio, essendo Intesa Sanpaolo il più grande (e probabilmente più sano) gruppo bancario italiano. 

Piuttosto, l’istituto guidato da Carlo Messina aveva bisogno di un riassetto dopo aver acquisito a costo zero le moribonde banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca). A ben guardare, però, quasi tutti i maggiori concorrenti di Intesa Sanpaolo si stanno muovendo da tempo nella stessa direzione. UniCredit, per esempio, ha messo in programma oltre 6mila tagli al personale tra il 2015 e il 2018. Gli esuberi del Monte dei Paschi di Siena sono invece 2.600, Ubi Banca ne ha messi in cantiere oltre 2.700 entro il 2020 e il Banco Bpm circa mille.

Metà dipendente, metà consulente

E’ vero che tutte le fuoriuscite verranno gestite fortunatamente con scivoli morbidi verso la pensione, ma la sostanza non cambia: il lavoro in banca sta subendo una profonda trasformazione. Anche perché, è bene ricordarlo, l’avvento di internet e dell’automazione sta redendo inutili molte figure professionali che un tempo si dedicavano all’operatività ordinaria.

Non a caso, quasi un terzo di chi verrà assunto da Intesa Sanpaolo nei prossimi anni (500 persone su 1.500) verrà inquadrato con una modalità quasi impensabile nei decenni scorsi per una grande banca nazionale. Si tratta di un contratto ibrido che prevede una remunerazione di base fissa come dipendente part-time (e quindi più bassa del normale) a cui si aggiunge un compenso da lavoro autonomo come consulente finanziario (un tempo detto promotore finanziario) remunerato ovviamente con le provvigioni: più bravo è a vendere prodotti e a trovare nuovi clienti, più soldi guadagna.

Addio vecchio posto sicuro con lo stipendio garantito a fine mese, insomma. Ora molti bancari stanno per diventare liberi professionisti che lavorano e rischiano in proprio, anche se non al 100%.

Come è cambiato il bancario

La fine della stagione del gigantismo culturale ha ridisegnato la geografia delle banche italiane. Numeri, mutui e sfida tra due modelli di operatori. Con un problema: ma esiste ancora il naso?

Come è cambiato il bancario

Thomas Lawrence, “Il bancario”, 1820

Un banchiere di lungo corso la chiama la sindrome “del bambino e dell’acqua sporca”. In Italia siamo campioni di specialità. Le cose non vanno bene? Serve riformarle? Si butta via tutto, si fa un bel falò e si passa con eccesso di zelo al modello opposto, salvo poi pentirsene (di solito quando è troppo tardi). Con le banche è andata esattamente così. Invece di far evolvere un sistema eccessivamente frazionato e superare clientelismi, bancocentrismo e opacità, si è deciso di usare la leva del rating, delle fusioni e del gigantismo come bacchetta magica e panacea di ogni male, scimmiottando modelli altrui e buttando via il bambino con l’acqua sporca, appunto. Somma illusione.

 

Prendiamo gli ultimi dati sul credito alle imprese (fonte Bankitalia). Li ha messi in fila in modo intelligente Fabio Bolognini sul suo blog finanziario: “Dal 2010 è calato di quasi 90 miliardi, ma nello stesso periodo le sofferenze sulle imprese sono passate da 59 a 138 miliardi. Il credito buono è calato in media del 2 per cento, quello cattivo aumentato del 21 per cento all’anno. Non occorrono commenti. La percentuale delle sofferenze sulle imprese è passata nello stesso periodo dal 6,6 per cento al 17,2 per cento…”.

 

Certo la lunga crisi ha pesato tanto ma non c’è solo questo. Nella storia delle banche quando i sistemi di rating non esistevano ancora, non si trova uno stillicidio di queste proporzioni così prolungato. “Perciò delle due l’una: il sistema di rating interno proposto con le metriche di Basilea e validati dalla Vigilanza non funziona oppure se funziona non è stato usato adeguatamente da chi doveva interpretarlo. Oppure ancora un misto delle due…”. In ogni caso visti i risultati, continua Bolognini, tanto valeva tenersi il “naso” dei vecchi direttori di filiale che almeno conoscevano il territorio. Considerando che l’Italia resta un paese di campanili, di artigianato minuto e di piccole medie imprese diffuse.

Se guardiamo dal basso, dalla prospettiva dei territori produttivi, l’evoluzione recente del nostro sistema bancario, la chiave di lettura proposta da Bolognini non è affatto campata in aria, anzi. Dobbiamo pensare che l’Italia per il 90 per cento è e resta provincia; osservarla da Roma, Milano e Francoforte o attraverso le lenti delle grandi istituzioni finanziarie spesso fa prendere cantonate. A cominciare dall’identikit dei clienti/correntisti e dalle operazioni tipiche che restano, nel 2015 come nel 1980, ancorate al binomio “raccolta-impieghi”.

Tradizionalmente i clienti delle banche nella provincia italiana sono giovani coppie con il mutuo da pagare o che abitano e lavorano in zona e appoggiano lo stipendio e le spese della casa, piccolo retail, artigiani e professionisti, pensionati con qualche soldo da parte, un buon bacino di aziende, famiglie consumatrici e alcuni clienti con grossi patrimoni che si fidano di un gestore specifico. In questo senso le migliaia di filiali sparse per il territorio sono state dagli anni del boom in avanti il presidio al centimetro dell’Italia dei campanili. Spesso gli istituti più piccoli, Popolari e Credito cooperativo, sono nati dalle collette promosse tra i contadini e gli artigiani dal parroco del paese e non c’è distretto industriale in cui i soci non siano diventati prima metalmezzadri e poi capitalisti molecolari, conservando il ruolo di incubatrici d’industrie vincenti. Ancora oggi se prendiamo le principali province manifatturiere italiane, da Vicenza ad Ancona, più del 60 per cento degli sportelli è appannaggio di banche di territorio.

In questo quadretto la figura del direttore di filiale è sempre stata strategica. Nel pantheon locale sedeva al tavolo delle #personechesannotuttoditutti a fianco del sindaco, del medico condotto, del farmacista e del maresciallo dei carabinieri. Conosceva letteralmente ogni pietra: sapeva leggere i bilanci (cosa che si è persa con il turnover forsennato di questi ultimi anni), fiutava le voci del paese dentro e fuori i bar, parlava con gli operai e prima di rientrare a casa la sera passava a visitare qualche capannone. Un po’ psicologo, un po’ gestore, un po’ consigliere, un po’ medico delle imprese.

Certo i tempi sono cambiati ma il segreto stava nella frequentazione del microcosmo. Ad esempio il metodo del Costantino Gava, per tanti anni direttore di filiale nel mitico nord-est, era infallibile. Lo ha raccontato qualche anno fa Massimo Malvestio in un bel libro sul “Credito cooperativo: storia di uomini, bisogni e successi in Veneto” (Marsilio). “Comincio con il calcio – spiega Gava –, vado a vedere tutte le partite che si giocano in paese. Prima squadra, giovanili, pulcini… non manco mai per un paio di mesi”. Poi le associazioni. Quelle degli anziani sono la vera passione di Gava, che non salta un torneo di scopa per nulla al mondo. Anche gli orari delle messe vengono passati al setaccio, “in modo da incrociare i mattinieri e i vespertini. Fino a prendere tre messe in una domenica…”.

Per molti puristi del credito si tratta di uno stile d’antan, forse romantico, certamente superato negli anni di Basilea e degli algoritmi. “In realtà se vai fuori e conosci la gente e le aziende, cose che in banca non si fanno quasi più, è difficile sbagliare…”. In teoria le due cose, tecnologia & prossimità, non si dovrebbero escludere a vicenda. In teoria.

In pratica per decenni il posto in banca è stato il sogno piccolo borghese di tantissime famiglie italiane. Posto fisso e buoni stipendi nell’Italia contadina entrata nel boom economico, quando un bancario poteva comprarsi una utilitaria o una lavatrice ultimo grido con il solo premio di produzione. Il massimo per chi sgobbava in fabbrica e vedeva nel salto impiegatizio dei figli la quintessenza dell’ascensore sociale. Ambizioni non di rado sbertucciate, simbolo di un’Italietta arricchita e conservatrice, da canzoni e film entrati nel costume nazionale. Dai Gufi di “Io vado in banca” (“stipendio fisso, così mi piazzo, e non se ne parla più”) al Venditti “sessantottino” di Compagni di scuola (“ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”) fino al Nanni Moretti di “Sogni d’oro” che ironizza sul mestiere sicuro, senza preoccupazioni di bancario. In effetti. Rimborso vestiario, 16 mensilità, a casa presto, permessi orari e contratti integrativi che negli anni 80 valgono altri 3 mila euro.

La grande cesura arriva a metà anni Novanta quando cambia letteralmente il mestiere e lo scenario internazionale. Il big bang coincide con la stagione delle privatizzazioni post Iri, le fusioni e la fine del vecchio direttore di agenzia. Una volta aveva in mano la filiale e conosceva il territorio, oggi ruota ogni pochi anni, deve organizzare il lavoro degli addetti ma non ha più autonomia sulle erogazioni e conoscenza della clientela. Il ruolo si spersonalizza e la funzione si fa più burocratica, specie nelle filiali “small business” dove guida il rating (salvo eccezioni). “Dispiace non poterti dare i soldi, so che sei uno a posto, ma le regole sono ferree…”, è la risposta che molti direttori di filiale hanno cominciato a ripetere a macchinetta ad artigiani e piccoli imprenditori.

Nei nuovi modelli organizzativi le filiali vengono divise in segmenti: famiglie e aziende rispondono direttamente al capo area, che a sua volta riporta alla direzione generale. Non solo. Se una volta prevaleva la specializzazione, negli ultimi 15 anni la figura tipica è quella del bancario “proletarizzato” e universale, che esegue e piazza prodotti e polizze. Una sorta di impersonale catena di montaggio terziaria, fotografata tre anni fa da una ricerca Ispel sui lavoratori del credito: il 48 per cento degli intervistati si dichiarava insoddisfatto del proprio lavoro e il 25 per cento aveva la percezione di avere poche opportunità di crescita.

La crisi fa il resto e per molti versi è ancora cronaca battente, esacerbando sentimenti diffusi e avvelenando i pozzi. Quante volte abbiamo sentito imprenditori lamentarsi contro le banche brutte sporche e cattive che non prestano soldi, riducono i castelletti, tagliano fidi, non scontano le fatture in ritardo, alzano i tassi e chiedono rientri improvvisi?

Naturalmente il vecchio modello aveva molti difetti ed era giusto superarlo. Il microcosmo non è di per sé migliore delle fabbriche prodotto e della finanziarizzazione del credito. Il territorio piuttosto è come il colesterolo: c’è quello buono, attento all’originalità dello sviluppo locale e a selezionare le imprese, e quello cattivo, clientelare, politicizzato, incestuoso emerso nei tanti scandali da strapaese che hanno colpito in questi anni fondazioni, banche e banchette di territorio. O anche solo l’ingorda lottizzazione di poltrone, le erogazioni senza alcun merito creditizio agli amici degli amici e le opacità di gestione in un paese come l’Italia dove la mole dei prestiti bancari è pari alla cifra monstre del 53 per cento del pil (molto più di Francia e Germania) e rappresenta il 40 per cento delle passività finanziarie complessive (gli Usa sono al 15 per cento e la Francia al 23 per cento).

Ma detto questo, siamo sicuri che il modello in voga funzioni meglio? Siamo sicuri che andasse buttato il bambino con l’acqua sporca, sposando modelli distanti dalla propria geografia economico-produttiva? I numeri di prima direbbero il contrario, peraltro senza aver corretto i veri difetti del nostro sistema bancario: troppi sportelli, troppi dipendenti, bassa produttività e opacità di un pezzo importante di clientela rappresentata dai piccoli imprenditori, con i quali si guadagna poco e si rischia di perdere molto. Basti dire che su circa 2 milioni di imprese registrate (fonte Cerved) quasi la metà (900.000) non sono società di capitali, cioè esiste una totale commistione tra patrimonio della famiglia e patrimonio aziendale e tra debiti della persona e dell’azienda. Altre 450.000 imprese sono micro, non arrivano a 2 milioni di fatturato e troppo spesso presentano bilanci poco trasparenti e una situazione pessima di margini, flussi di cassa e debiti. Se aggiungiamo la fortissima dipendenza del paese dal credito bancario, il quadretto è fatto.

In Italia c’è stato un decennio, più o meno terminato con l’esplosione della crisi, in cui il gigantismo per il gigantismo, la logica della grande distribuzione e il miraggio dei banchieri star, hanno fagocitato i nostri territori. Banche popolari che scimmiottavano Intesa e Unicredit senza alcun bisogno, piccoli istituti lanciati alla conquista di nuovi sportelli & nuovi spazi di potere e banchieri di provincia che giocavano al risiko della finanza mentre il sistema d’impresa restava mediamente piccolo e locale. E badate: il gigantismo mal interpretato non è certo indifferente al business, perché spinge a misurarsi sui grandi numeri e sui grandi deal. Per una grande banca transnazionale perdere un cliente che fattura 5 milioni è irrilevante. Per le piccole invece questi profili sono sempre stati il pane quotidiano (senza la possibilità di compensare acquisendo aziende medio-grandi).

“Se prima della crisi il modello della banca universale, quella che fornisce servizi finanziari di svariato tipo, era visto come l’approccio vincente, soprattutto se accompagnato con una forte crescita dimensionale, oggi questo non è più vero. I recenti casi di Hsbc, Deutsche Bank e Credit Suisse, in cui il ricambio dei vertici prelude anche a drastici cambiamenti nelle scelte di business, sono solo alcuni esempi”, scrive su Lavoce.info l’economista del Centro Europa Ricerche (Cer), Carlo Milani.

Tuttavia, chiusa bruscamente la stagione del gigantismo (almeno culturale), resta l’incapacità delle nostre grandi banche di stare al passo coi tempi, recuperando il meglio della propria vocazione. Il sistema appare accerchiato da nuovi agguerritissimi operatori extra bancari, la cosiddetta rivoluzione FinTech (la fusione di finanza e tecnologia) che secondo molti oltreoceano spazzerà via l’industria del credito per come l’abbiamo conosciuta sulla base di cinque ingredienti che stanno già riscrivendo altri settori del nostro quotidiano, dalla mobilità alle vacanze, dagli acquisti alla musica, dalla televisione alle news: tecnologia, big data, condivisione, algoritmi e generazione millennials.

Paradossalmente proprio le banche di territorio potrebbero resistere meglio dei giganti del credito al boom delle piattaforme di prestito peer to peer, i vari Amazon Marketplace, Lending Club e i suoi fratelli/rivali Prosper, OnDeck o Funding Circle. Se si è in grado di aggiornarlo il presidio della vicinanza resta un valore, un po’ come la tenuta del negoziante evoluto rispetto ai centri commerciali.

Immaginate quando spazio potrebbe riconquistare una banca in cui le filiali diventano veri sportelli multiservizi, flessibili, tecnologici, dove il direttore gode (rispondendone, ovvio) di autonomia gestionale sul credito, i bancari sanno interpretare e incrociare i dati dei clienti del territorio, hanno stipendi meritocratici, frequentano la comunità locale e “visitano” davvero le aziende (invece che poltrire tra le carte dei back office). Bisognerebbe valutare i dipendenti dal tempo che trascorrono fuori dalle filiali, non viceversa, perché il territorio torna ad essere un valore pregiato.

“Il limite della finanza tecnologica è che non può (e non vuole) replicare i costosi meccanismi relazionali delle banche commerciali”, continua Bolognini, “ma diventa imbattibile se il servizio bancario rimane intrappolato nei limiti della scarsa trasparenza, della bassa professionalità del personale, della burocrazia delle procedure”. Ecco la grande occasione!

Peccato che in questi anni ad esempio “i big data sono all’ultimo posto tra i primi quindici investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione effettuati dalle banche italiane”, nota sempre Milani. Mentre a partire dal 2008 “gli investimenti in Ict degli istituti di credito sono diminuiti a un tasso medio annuo del 3,5 per cento”. Non esattamente il modo giusto per tenere testa ai colossi FinTech e ritrovare finalmente un vero spazio di mercato.

Ci sarebbe poi da introdurre un altro elemento che ha segnato la storia recente delle nostre banche: la differenza tra “credito”, dove la componente umana e qualitativa è fondamentale (lo abbiamo visto), e “finanza” dove tutto è standardizzato. Ma questo sarà oggetto di un secondo articolo. (marco alfieri per il foglio)

Come cambia il lavoro in banca nell’era digitale, meno occupati e più donne

Sul mercato del lavoro del personale bancario si evidenzia una limitata contrazione occupazionale (0,7% tra il 2015 e il 2016). È uno degli elementi forniti dalla venticinquesima edizione del Rapporto Abi 2017 sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria, presentato oggi a Milano. La stabilità del rapporto di lavoro si conferma come «valore fondamentale, con un’incidenza del 99% dei contratti a tempo indeterminato (compresi gli apprendisti). La qualità del personale, misurata attraverso il titolo di studio conseguito, è in continua crescita: i laureati rappresentano infatti il 38,8% del personale bancario. La presenza di personale femminile è in costante aumento (45,2%)».

Il perimetro che analizza il Rapporto Abi è composto, al 31 dicembre 2016, da 386 aziende con circa 308.500 lavoratori dipendenti che operano in Italia. Di questi, secondo la classificazione per gruppi dimensionali utilizzata dalla Banca d’Italia nella relazione annuale, 170,2mila sono presenti presso i primi 5 gruppi bancari, 76,1mila nelle altre banche grandi, 33,3mila nelle banche piccole, 3,4mila nelle filiali di banche estere e infine 25,4mila in quelle minori. Il numero medio di dipendenti per impresa nel 2016 è pari a 799, rispetto ai 767 del 2015, confermando il trend di crescita negli anni della dimensione media delle imprese. Sul fronte occupazionale i dati mostrano una contrazione nel biennio 2015-2016 dello 0,9%, variazione negativa che si attesta allo 0,7% se si considera un campione omogeneo di aziende.

Settore tra i più coinvolti nella digitalizzazione 
Il settore bancario è tra i più coinvolti nella sfida della digitalizzazione «in competizione, tra l’altro, con operatori non bancari che offrono servizi senza i vincoli, anche regolamentari, che invece gravano sulle banche». Dall’analisi fatta dall’associazione emerge che sono in corso «profondi» mutamenti nel settore bancario in Italia e in Europa. Una riduzione del numero degli sportelli “fisici” e una riorganizzazione della rete, in favore dei canali telematici, con positivi effetti sulla flessibilità dell’organizzazione del lavoro; una crescita del numero di lavoratori impiegati nelle attività commerciali, di consulenza specializzata, di customer service anche fuori sede; una diminuzione del numero di lavoratori impiegati allo sportello e al back office; lo sviluppo di modalità alternative di relazione con il cliente, anche “a domicilio” e basate sull’utilizzo di strumenti di comunicazione a distanza. Tutto ciò incide, oltre che sull’organizzazione e sul mercato del lavoro, sulle «regole del diritto del lavoro e sindacale che devono adeguarsi ad un nuovo contesto che, tra l’altro, comporta il progressivo superamento delle stesse nozioni di spazio e di tempo della prestazione lavorativa su cui, per decenni, sono state edificate le strutture normative che disciplinano il rapporto di lavoro».

Costo del lavoro superiore alla media europea 
Ma nelle banche italiane si registra anche un «elevato costo unitario del lavoro degli operatori». Gli istituti domestici fanno segnare un valore pari a circa 81.100 euro, in aumento rispetto al 2015 e superiore di oltre 21.000 euro rispetto alla media europea. L’analisi evidenzia il «permanere di un generalizzato quadro di debolezza dei mercati bancari europei, aggravato, nel caso delle banche italiane, da una struttura di costo che si conferma più onerosa». A ciò si aggiunge un quadro delle «regole e di vigilanza che si caratterizza per la sua scarsa stabilità e certezza del diritto, contribuendo in tal modo a rallentare lo sviluppo dell’attività bancaria».

(il sole 24 ore – Nicola Barone)

 

Banco Napoli addio dopo quasi 500 anni via alla fusione con Intesa

(di Rosario Dimito – IL MATTINO)
Intesa Sanpaolo fonde il Banco di Napoli. È una decisione clamorosa ma inevitabile nell’ambito della razionalizzazione delle attività e del nuovo piano industriale al 2021 che verrà presentato a febbraio. Il cda di Intesa Sp presieduto da Gian Maria Gros-Pietro, riunitosi ieri a Torino, ha deciso di incorporare lo storico istituto partenopeo. Non ci sarà più una banca autonoma, anche se già oggi Banco di Napoli è controllata al 100% dal gruppo guidato da Carlo Messina. Ma resterà il suo marchio. La decisione è stata già recepita dal board dell’istituto di via Toledo presieduto da Maurizio Barracco, riunitosi due giorni fa. Tra novembre 2018 e febbraio 2019 l’incorporazione dovrebbe diventare operativa. Banco Napoli, la cui storia è stata per secoli tutt’uno con la Campania e il Sud, opera con circa 168 filiali nelle aree calabro-lucane, Puglia, oltre che nella regione di origine.
Si diceva che l’operazione è sensazionale, perchè mette fine all’autonomia di una banca fondata nel 1539 e che ha segnato, tra alterne vicende, la storia d’Italia. «Le banche Italiane devono recuperare redditività, dopo cinque anni con un roe pressochè nullo. Per farlo devono attuare misure drastiche, di ulteriori, decisi progressi nella riduzione dei costi», ha ribadito in uno degli ultimi interventi il governatore.

Il Banco di Napoli è una delle più antiche banche italiane. Dal 1861 al 1926 è stato istituto di emissione, qualifica persa a seguito del riconoscimento di istituto di diritto pubblico. Le sue origini risalgono ai cosiddetti banchi pubblici dei luoghi pii, sorti a Napoli tra il XVI e il XVII secolo, in particolare ad un monte di pietà, il Banco della Pietà, fondato nel 1539 per concedere prestiti su pegno senza interessi. 
C’è una data che ha caratterizzato la storia recente. Nel 1994 il Banco di Napoli fu investito da una crisi durissima, causata da prestiti finiti in sofferenza, che determinò due anni dopo l’intervento dello Stato con la nascita della Sga (1997) con 12.378 miliardi di vecchie lire di questi crediti e la privatizzazione tramite asta pubblica: il controllo passò alla cordata Ina-Bnl per 61 milioni di vecchie lire. E c’è un personaggio che tra luci e ombre ha accompagnato la storia di quegli anni: Ferdinando Ventiglia, costretto a uscire di scena a seguito di un’ispezione Bankitalia durata 11 mesi e chiusa a dicembre 1995.

 
L’istituto partenopeo è entrato nell’orbita di Intesa Sp, con la fusione tra Intesa e Sanpaolo Imi del 2007. Fu portato in dote dalla banca torinese, che l’acquisì a fine 2002 nell’ambito del compromesso della scalata di Generali a Ina. Alla fine del 2002 ci fu la fusione per incorporazione di Banco di Napoli in Sanpaolo Imi. Successivamente venne costituita Sanpaolo Banco di Napoli alla quale, con decorrenza primo luglio 2003, fu conferita l’intera attività del vecchio Banco di Napoli.
Intanto l’altra notte Intesa e sindacati hanno siglato un accordo su 9 mila uscite entro il 2020 e 1500 ingressi. Si prevedono risparmi pari a circa 675 milioni di euro annui. L’accordo «fa seguito a quanto già concordato in relazione all’acquisizione dei rami di attività delle ex Banche Venete», dice una nota. La banca ricorda che sono state presentate circa 7500 domande di uscite volontarie nell’ambito del Fondo di Solidarietà, con le ultime uscite previste entro il 30 giugno 2020. 
«Questo accordo scongiura le uscite obbligatorie e garantisce nuova occupazione stabile, con un occhio di riguardo per i precari e per quelle aree del Paese dove più elevato è il tasso di disoccupazione», dice Roberto Aschiero (Fabi). Infine Intesa sta preparando il rifinanziamento di due bond senior garantiti dallo Stato ex banche venete.

THE RISE OF MODERN BANKING IN NAPLE

STORIA DEL BANCO DI NAPOLI
Logo Fondazione

Il Banco di Napoli trae origine dai banchi pubblici delle opere pie, sorti a Napoli tra il XV e il XVIII secolo.
Tradizionalmente si fa coincidere la data di nascita del Banco di Napoli con quella della costituzione del Monte della Pietà nel 1539, ma alcuni studi – svolti dal prof. Domenico De Marco, esperto di Storia Economica ed Accademico dei Lincei, e da Eduardo Nappi, che da anni studia e lavora presso l’Archivio Storico – hanno portato alla luce documenti riguardanti la cassa di deposito della Casa Santa dell’Annunziata che fanno retrodatare questa nascita al 1463.

 

Dai documenti ritrovati da questi due studiosi, ma anche da altri lavori realizzati nei secoli precedenti, si può affermare che alle origini dell’attività dei banchi pubblici napoletani ci furono le “casse di deposito” delle case sante, tra cui la più antica è la Casa Santa dell’Annunziata. Anche altre istituzioni pie, come il Conservatorio di Sant’Eligio e l’Ospedale degli Incurabili, facevano operazioni bancarie prima che divenissero veri e propri banchi.

 

Gli istituti divennero dunque, nel ‘500, una parte fondamentale della storia del meridione e non solo, come si può approfondire nella sezione “vita dei banchi”. Nel 1647 Masaniello capeggiò una rivolta contro il viceré spagnolo. I banchi furono assaltati e le riserve rubate.
Nel 1734, con l’ascesa di Carlo di Borbone, la vita economica di Napoli riprese vigore (di questo periodo la Reggia di Portici, la progettazione della Reggia di Caserta e il Teatro San Carlo).

 

L’accordo tra la corona e la borghesia illuminata si ruppe però con la Rivoluzione Francese. Gli Stati Europei formarono una coalizione antifrancese e Ferdinando di Borbone vi aderì dando inizio alla corsa agli armamenti a causa della quale si attinse denaro dai banchi pubblici fino all’esaurimento delle riserve. Nel 1806 Giuseppe Bonaparte si insediò a Napoli; successivamente Gioacchino Murat riunì tutti i banchi pubblici superstiti e fondò il “Banco delle Due Sicilie”.

 

L’avvento dell’industrializzazione aumentò l’importanza delle Banche e il Banco delle Due Sicilie istituì la Cassa di Sconto (1818) ed aprì due filiali in Sicilia, a Messina ed a Palermo e successivamente a Bari. La Cassa di Sconto sostenne l’economia del sud erogando ingenti finanziamenti e in tre anni il patrimonio del raddoppiò.

Nel 1861, con l’unificazione dell’Italia, la lira incominciò a circolare in tutto il regno ed il Banco delle Due Sicilie assunse la denominazione di “Banco di Napoli”. Il Banco incominciò ad emettere banconote e sviluppò l’esercizio del Credito Fondiario ed Agrario nel Mezzogiorno. Incominciò la prima politica di espansione del Banco con l’apertura delle filiali a Roma, Firenze, Venezia, Milano, Torino, assumendo un ruolo determinante nella trasformazione dell’Italia.

La nota crisi economica della fine del 1800, provocò la riduzione della banche di emissione a cui sopravvissero la Banca d’Italia, il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia. Il Banco di Napoli, in particolare, superò la crisi grazie alla politica di rigore instaurata dal Direttore Generale Nicola Miraglia che assunse la Direzione Generale nel 1896.

 

Dopo la conquista dei territori africani in Eritrea (1890) e in Libia (1912), il Banco aprì una filiale a Tripoli ed una a Bengasi. A seguito della grande emigrazione italiana verso l’America dell’inizio del 1900, il Banco aprì nel 1906 la filiale di New York, a cui seguirono quelle di Chicago e Buenos Aires, divenendo la prima banca italiana con filiali all’estero.

 

Sempre in quell’anno Napoli fu danneggiata dall’eruzione del Vesuvio ed il Banco intervenne a sostegno della popolazione colpita, così come nel 1908, a favore delle città di Messina e Reggio Calabria distrutte dal terremoto.
Durante la prima guerra mondiale il Banco finanziò gli enti granari, partecipò ai prestiti nazionali per sostenere le industrie che contribuirono allo sforzo bellico ed erogò ingenti somme a favore dei profughi, oltre ad istituire a Napoli l’Ospedale Pausillipon per i bambini abbandonati.

Nel 1926, la Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopo guerra, obbligò gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. L’emissione divenne così ad esclusivo appannaggio della Banca d’Italia e il Banco perse così la facoltà di emettere banconote. In quegli anni l’architetto Piacentini curò la ricostruzione della facciata della sede del Banco di Napoli di Via Toledo, che fu inaugurata nel 1939.

 

Nel 1935 l’Italia occupò l’Africa Orientale ed il Banco aprì altre tre filiali nei territori occupati, così che dalle 75 filiali del 1926 passò a 200 nel 1940. Sia le filiali nord americane che quelle africane, però, vennero perse a seguito della grande tragedia che fu la seconda guerra mondiale (1940 – 1945).

Iniziò comunque una lenta opera di ricostruzione ed il Banco finanziò, negli anni ‘60, una massiccia politica edilizia. Tra le altre cose partecipò alla nascita dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco e finanziò il Teatro San Carlo, il Teatro Mercadante e l’Orchestra sinfonica Scarlatti. Il Banco riprese la sua espansione al Nord d’Italia con l’apertura di nuove filiali fino ad arrivare, negli anni ’80, ad avere 500 filiali in Italia. In tale epoca il Banco iniziò ad espandersi con nuove filiali in Europa e nel mondo.

 

Nel 1988 il Banco aveva filiali a Buenos Aires, Francoforte, Hong Kong, Londra, New York, Parigi, Madrid, uffici di rappresentanza a Bruxelles, Los Angeles, Zurigo, Sofia, Mosca e filiazioni come il Banco di Napoli International a Lussemburgo. Dopo la scissione tra Banco di Napoli S.p.A. e Fondazione, nel 1994 ebbe inizio l’ultima crisi della Società bancaria che, dopo alterne vicende, si è risolta con l’incorporazione del Banco nel gruppo Sanpaolo IMI, avvenuta a dicembre del 2002.

STORIA DELLA FONDAZIONE

Soffitto cda

La legge 30 luglio 1990 n. 218 ed il Decreto Legislativo 20 novembre 1990 n. 356 consentirono alle banche pubbliche di trasformarsi in società per azioni. Il Banco di Napoli – Istituto di Credito di Diritto Pubblico fu la prima banca pubblica a trasformarsi in società per azioniassumendo la denominazione “Banco di Napoli S.p.A.”.

Ciò avvenne il 1° luglio 1991 mediante conferimento: la Società fu costituita per atto notarile del 26 giugno 1991 con autorizzazione concessa per decreto del Ministro del Tesoro del 25 giugno 1991. Con tale atto l’antico Istituto di Credito di Diritto Pubblico conferiva al Banco di Napoli S.p.A. le attività e le passività costituenti il proprio patrimonio, con l’esclusione di cespiti che rimasero nel patrimonio della Fondazione Banco di Napoli, che, invece, spogliata delle funzioni bancarie, continuò a svolgere la sua attività in campo sociale.

In particolare, rimasero allo storico Istituto:
-480.000 azioni della Società Editrice Meridionale SEM – “Il Mattino” con sede in Napoli;
-1.287.335 azioni della Società Meridionale S.p.A., con sede in Bari;
-numerario per lire 32.169.719.759;
-tutti gli atti e i documenti dell’Archivio Storico.

PREMIO FINANCIAL CULTURAL HERITAGE

L’Archivio Storico del Banco di Napoli si è aggiudicato il certificato Financial Cultural Heritage (FCH).  Il premio è stato ritirato dal dott. Bertasi di Intesa Sanpaolo durante “Fin-Tech and Bloackchian”, la seconda conferenza annuale dei membri della Federazione Internazionale dei Musei della Finanza (IFFM), che si è tenuta il 18 e il 19 marzo a Pechino.

L’IFFM è una rete internazionale di musei dedicati all’economia e alla finanza, che comprende tra gli altri il Museo del Risparmio di Torino (di Intesa Sanpaolo), il Museum of American Finance di New York, il Museo Interactivo de Economia di Città del Messico e il Museum of Finance di Pechino. Con questo premio la Federazione intende promuovere e preservare il patrimonio artistico-culturale delle istituzioni finanziarie nel mondo. 

La missione perseguita dal network è infatti quella di stimolare una maggiore collaborazione tra i musei aderenti, facilitare lo scambio di materiali e contenuti didattici, favorire la condivisione di informazioni e conoscenze, sviluppando e implementando idee e programmi innovativi per consentire uno sviluppo dell’educazione finanziaria a livello globale. 

A questo proposito l’Archivio Storico del Banco di Napoli, il più grande archivio storico bancario del mondo, con il suo museo ilCartastorie, si pone in questo contesto come un’esperienza che valorizza e rende fruibile dalla comunità un patrimonio di inestimabile valore non solo per gli addetti ai lavori. 

Un dovuto ringraziamento va al Museo del Risparmio di Torino che ha proposto la nostra candidatura e alla sua direttrice dott.ssa Giovanna Paladino.

PREMIO UE PER IL PATRIMONIO CULTURALE

Il Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli si aggiudica il “Premio dell’Unione europea per il patrimonio culturale / Europa Nostra Awards 2017”, assegnato dalla Commissione Europea ed Europa Nostra: si tratta della massima onorificenza europea nel settore della valorizzazione dei beni culturali, che viene attribuita al progetto “ilCartastorie: gli archivi si raccontano” che intende tutelare e promuovere il patrimonio culturale del più grande archivio storico bancario del mondo.

Il premio è stato assegnato al termine di un iter che ha visto l’esame di ben 202 domande provenienti da 39 paesi in Europa. Alla fine, gli esperti hanno decretato i 29 vincitori provenienti da 18 paesi per i risultati di rilievo che hanno conseguito in materia di “conservazione”, di “ricerca”, di “servizio attivo”, e nei campi della “didattica, della formazione e della sensibilizzazione”. Proprio quest’ultima è stata la sezione che ha visto vincente ilCartastorie, che viene premiato come esempio da seguire anche in altri paesi. Tra le motivazioni della giuria, infatti, si legge: “Si tratta di un’iniziativa facilmente replicabile in qualsiasi archivio d’Europa e rappresenta un modo creativo e vivace di coinvolgere l’intera comunità nella fruizione di questa tipologia di patrimonio culturale; peraltro, questo approccio stimola pubblico e visitatori a proteggere e valorizzare la memoria”.

Durante la cerimonia di premiazione che si svolgerà il 15 maggio a Turku (Finlandia) saranno svelati anche i 7 vincitori delGran Premio e il vincitore del Premio della giuria pubblica risultante dalle votazioni online sul sito http://vote.europanostra.org/. Tra tutti coloro che voteranno, inoltre, sarà estratto un vincitore che si aggiudicherà un viaggio per due persone in Finlandia, oltre all’opportunità di partecipare alla Cerimonia di Premiazione del Patrimonio Europeo.

“Mi congratulo con tutti i vincitori. I loro risultati dimostrano ancora una volta quanto siano impegnati molti europei nel proteggere e salvaguardare il proprio patrimonio culturale. I loro progetti evidenziano il ruolo significativo del patrimonio culturale nella nostra vita e nella nostra società. Soprattutto oggi, con la società europea posta di fronte a molte grandi sfide, la cultura assume un ruolo fondamentale per aiutarci a far conoscere la nostra storia e i nostri valori comuni al fine di promuovere la tolleranza, comprensione reciproca e integrazione sociale”, ha dichiarato Tibor Navracsics, Commissario Europeo per l’Istruzione, la Cultura, la Gioventù e lo Sport, nell’annunciare l’elenco dei vincitori.

IL QUARTO CARAVAGGIO

 

Un Caravaggio inedito è quello che è custodito in una delle 330 stanze d’Archivio, tra le pagine di un copiapolizze del Banco di Sant’Eligiodel 1606. Il “Quarto Caravaggio” partenopeo è la cosiddetta Pala Radolovich, dal nome del mercante che la commissionò, come registrato nei documenti contabili. Un capolavoro che nessuno ha mai visto, ma che ritroviamo accuratamente descritto nelle nostre scritture d’Archivio. La “causale di pagamento” di uno dei nostri faldoni ne fornisce infatti un’immagine così precisa che abbiamo potuto immaginarlo e ricrearlo. 

Così tutti coloro che sceglieranno una visita in cui è incluso il “Quarto Caravaggio” potranno seguire la vera storia del dipinto a partire dal suo pagamento fino alla sua “rielaborazione”.

Curiosi di scoprire il mistero del “Quarto Caravaggio”? Tutte le informazioni sulla visita qui!

 

Consob, è Mario Nava il nuovo Presidente

Il consiglio dei ministri ha nominato il successore di Giuseppe Vegas alla guida della Authority che vigila sui mercati finanziari

 

Il Consiglio dei ministri ha indicato Mario Nava alla guida della Consob. La nomina di Nava, attuale responsabile della direzione generale Mercato interno e servizi della Commissione europea, dovrà passare al vaglio delle commissioni parlamentari per un parere non vincolante.

Milanese, classe 1966, oltre vent’anni di servizio alla Commissione europea. Mario Nava, indicato dal Governo come nuovo presidente Consob dopo Giuseppe Vegas, è un alto funzionario di lungo corso dell’esecutivo Ue, dove ha lavorato ai dossier economici più importanti sotto quattro presidenti: Jacques Santer, Romano Prodi, José Manuel Barroso e Jean Claude Juncker.

Appassionato di musica (la moglie è una musicista russa), di inscalfibile fede interista, vacanze in Liguria, Nava fino ad oggi è stato direttore per il Monitoraggio del sistema finanziario e di gestione delle crisi alla direzione generale per la Stabilità finanziaria e dei mercati dei capitali (Fisma) di Bruxelles, la Dg responsabile della politica europea in materia di banche e finanza.

Ha tre figlie, a Bruxelles si muove in bicicletta, dopo la laurea in Bocconi nel 1989, Nava approda in Belgio (1992) per frequentare un master all’Università di Lovanio. Successivamente a Londra consegue un Phd in Finanza alla London School of Economics. Dal 1994 in Commissione europea, Mario Nava lavora prima alla direzione generale Fiscalità e dogane fino al 1996, poi alla dg Bilancio (1996-2000), per passare successivamente al gabinetto di Mario Monti a quei tempi commissario alla Concorrenza, dove è rimasto fino al 2001. Quello stesso anno, si sposta al piano più alto della Commissione, entrando nel novero dei consiglieri economici dell’allora presidente Romano Prodi dove resta fino al 2004, anno della conclusione del mandato dell’ex premier. Dopo l’esperienza nella stanza dei bottoni dell’eurogoverno, Nava ricopre per quasi 5 anni l’incarico di responsabile dell’unità ‘Infrastruttura dei mercati finanziari’, mentre dal 2009 al 2013 passa al ruolo di responsabile dell’unità ‘Banche e conglomerati finanziari’. Un lungo percorso nel segno delle banche ai più alti livelli delle istituzioni Ue, il profilo ideale, nelle intenzioni del governo, per rilanciare l’immagine della Consob dopo le recenti burrasche nel settore dei credito italiano.

 

Una carriera a Bruxelles: chi è Mario Nava, il nuovo capo della Consob

Mario NavaMario Nava (il sole 24 ore)

l futuro nuovo presidente della Consob, Mario Nava, è tra i funzionari comunitari più preparati nel mondo complesso dei servizi finanziari. Accanto a una innegabile competenza tecnica, l’economista milanese ha anche una esperienza politica. Ha collaborato con Romano Prodi, quando questi era presidente della Commissione europea (2001-2004), e con Mario Monti, quando questi era commissario europeo (1995-2004).

Nominato oggi dal Consiglio dei ministri, Mario Nava ha compiuto tutta la sua carriera nell’esecutivo comunitario. Dal maggio del 2016 è stato direttore per il monitoraggio del sistema finanziario e gestione delle crisi presso la Direzione generale dedicata ai servizi finanziari. In precedenza, dal 2009 al 2013, fu il responsabile dell’unità Banche e Conglomerati Finanziari. Dal 2004 al 2009, guidò l’unità Infrastruttura dei Mercati Finanziari, sempre alla Commissione europea.

In questi anni è stato in prima linea nel riformare il sistema finanziario europeo dopo la grave crisi scoppiata nel 2008. Insieme all’allora commissario al settore finanziario Michel Barnier ha contribuito a fare adottare in Europa una nuova regolamentazione del mercato bancario, dopo la liberalizzazione degli anni 90. L’esperienza nei gabinetti Prodi e Monti lo ha avvicinato alla «Grosse Politik». È ritenuta persona prudente, e attento agli equilibri politici.

«Mi sembra una buona cosa per l’Italia e per l’Europa», commenta Sylvie Goulard, ex europarlamentare francese che ha conosciuto Mario Nava nel gabinetto Prodi. «Per l’Italia prima di tutto perché l’uomo coniuga competenza tecnica e distanza rispetto ai giochi politici degli ultimi anni. Può quindi ridare serenità in un campo dove le tensioni sono state elevate. Poi, è una buona cosa per l’Europa perché la sua nomina potrà contribuire a riportare fiducia tra i partner».

Il settore finanziario italiano è fonte di preoccupazione in molte capitali europee. L’alto debito pubblico e l’elevato ammontare di sofferenze creditizie pesano sull’economia italiana ma anche europea in un momento in cui si discute di unione bancaria e di nuove responsabilità in solido tra i paesi membri. La signora Goulard è dell’avviso che il nuovo presidente della Consob potrà rassicurare i partner europei sul lavoro dell’Italia nel risanare il proprio sistema finanziario.

Mario Nava è nato a Milano nel 1966. Si è laureato in economia alla Università Bocconi (1989), per poi studiare all’Università cattolica di Lovanio in Belgio (dove ha ottenuto un Master’s nel 1992) e infine alla London School of Economics (dove ha completato gli studi con un dottorato in finanza nel 1996). In questi anni a Bruxelles ha dimostrato innegabili doti di comunicazione, capace di spiegare semplicemente anche questioni tecnicamente molto complesse.

Governo ultimo atto, Nava a Consob. Il Pd perde tutto

Finale di legislatura. A Palazzo Chigi le ultime, delicatissime, nomine. Dai carabinieri alla vigilanza sulla borsa. Ma la partita con le istituzioni finanziarie è stata una Caporetto per il Pd renziano. Camere pronte allo scioglimento, Mattarella potrebbe decidere già il 28 dicembre

 Gentiloni e Renzi (il manifesto-andrea colombo)

Il consiglio dei ministri, non l’ultimo della legislatura ma quasi, ha impiegato due ore per chiudere la partita delle nomine. La più attesa, quella per la guida di Consob, ha premiato Mario Nava, direttore generale mercato interno e servizi della commissione europea.

La nomina non è ancora operativa:per legge il governo propone al Parlamento che deve poi esprimersi con un voto, che peraltro ha valore solo consultivo.

L’ipotesi di un’esterna come Lucrezia Reichlin, ex direttrice generale della ricerca alla Bce, era di fatto già sfumata. Dopo la tempesta nella commissione d’inchiesta sulle banche sarebbe suonata come una dimostrazione di sfiducia nei confronti dei vertici Consob.

La rosa era quindi limitata a due soli nomi: Nava e Marco Buti. In entrambi i casi la nomina avrebbe avuto il sapore di una conferma dell’operato della vigilanza nelle crisi bancarie degli anni scorsi.

La convulsa fase finale dell’inchiesta parlamentare, con la sottosegretaria Maria Elena Boschi di nuovo al centro dell’uragano, ha reso impossibile anche la posticipazione della nomina, che pure era sembrata probabile fino al 15 dicembre, quando è scaduto il mandato di Giuseppe Vegas.

In quel caso, infatti, la reggenza sarebbe spettata al «consigliere anziano» e il timone sarebbe passato alla professoressa Anna Genovese, considerata molto vicina proprio all’ex ministra delle Riforme. Un passo che, nel clima che si è creato dopo le audizioni di Vegas, Visco e dell’ex ad di Unicredit Ghizzoni, avrebbe suscitato polemiche a non finire. Di fatto un percorso diventato impraticabile.

La nomina di Nava, dopo la conferma di Ignazio Visco e dei vertici di Bankitalia, chiude di fatto la partita ingaggiata da Renzi nella commissione d’inchiesta e prima ancora con la mozione di sfiducia contro Visco. Il Pd insisterà perché nella relazione finale della commissione siano segnalate nero su bianco le mancanze degli istituti di vigilanza.

Probabilmente almeno in parte ci riuscirà, dal momento che prendere di mira palazzo Koch e Consob è anche interesse di M5S. Del resto quanto meno i difetti nella comunicazione tra i due istituti sono emersi troppo platealmente per essere ignorati: al punto che persino il diplomaticissimo presidente della commissione Casini ha segnalato ieri che «per la vigilanza serve un coordinamento migliore».

Nella sostanza, però, la partita si è chiusa con una vittoria piena delle istituzioni finanziarie.

Il mazzo delle nomine di fine legislatura è stato completato dall’arrivo di Angelo Buscema alla presidenza della Corte dei Conti, di Giovanni Nistri al comando generale dei carabinieri e di Salvatore Farina nel ruolo di capo di Stato maggiore dell’esercito.

Con il passaggio di ieri la legislatura dovrebbe essere arrivata al capolinea, almeno per quanto riguarda il governo. Ma non è detta l’ultima. Tutto è pronto per lo scioglimento delle camere il 28 dicembre, ma non è escluso che Mattarella non scelga invece di arrivare fino a metà gennaio.