NEGOZI APERTI ANCHE A NATALE. MA C’È POCO DA FESTEGGIARE.

L’Italia è salva, i negozi sono aperti anche a Natale: la domenica della Vigilia, il 26 Dicembre, il 31 Dicembre, il primo dell’anno, il 6 Gennaio. Molti supermercati e centri commerciali rimangono aperti anche il giorno di Natale e diversi la notte, come ogni notte. l’Italia è salva nell’opinione di chi si proponeva di salvarla così: il Pdl di Berlusconi, la destra di Fini, il centro di Casini e il Pd di Bersani che il 22 dicembre 2012 votarono il decreto “Salva-Italia” in tutta fretta, per consentire a deputati e senatori di trascorrere in Natale in famiglia. La manovra anti-crisi del Governo Monti, oltre all’aumento indiscriminato dell’età pensionabile e all’immancabile scudo fiscale per i ricchi con i conti all’estero, prevedeva la totale deregolamentazione degli orari di tutti gli esercizi commerciali. Per salvare l’Italia bisognava lasciar fare al mercato: i negozi dovevano restare sempre aperti, a differenza delle scuole, degli ambulatori medici, dei parchi, delle biblioteche o dei musei, avendo il primo di quattro governi di larghe intese individuato come bisogno prioritario degli italiani non quello di curarsi, apprendere e socializzare ma quello di comprare e vendere qualunque merce a qualunque ora del giorno e della notte.
Il provvedimento ha avvantaggiato gli avvantaggiati e svantaggiato gli svantaggiati. Ci hanno guadagnato le grandi catene i cui grandi manager e proprietari passano le notti a letto e il Natale e le feste in famiglia al pari di deputati e senatori. Ne hanno approfittato per aumentare i profitti pagando qualche lavoratore interinale per infilarsi un cappellino rosso e bianco e trascorrere il Natale alla cassa, al banco frigo, al reparto giocattoli dei loro punti vendita sempre aperti nel mese in cui esplodono le assunzioni a tempo dei 500mila lavoratori somministrati. Impiegati, nel 95 per cento dei casi, per appena 12 giorni. Meno di due settimane è il dato medio, ma il 58 per cento viene assunto per meno di sei giorni e il 33 per cento per una sola giornata in cui il lavoro è particolarmente intenso: questa.


Il tutto a svantaggio dei piccoli commercianti, obbligati dalla concorrenza a lavorare sette giorni su sette per non rimetterci in soldi o a sacrificare una quota di profitto per non rimetterci in tempo di vita. Lo fecero notare ai tempi del decreto i rappresentanti della categoria, illudendosi di essere interlocutori privilegiati di quel Governo così attento alle richieste delle imprese e così poco sensibile a quelle dei lavoratori: “Non è il modo per far aumentare i consumi. Al massimo si indirizzano tutti nel week end. A trarre vantaggio da questa legge saranno solo le reti della grande distribuzione, pagheranno i piccoli esercizi che pian piano saranno costretti a chiudere. I centri storici quindi si spopoleranno e di conseguenza le fasce più deboli della popolazione, come anziani e disabili, per fare i loro acquisti dovranno spostarsi nei grandi centri commerciali”, disse Giuseppe Dell’Aquila di Confesercenti. La protesta dei commercianti viene abbracciata da Luigi Di Maio: “Anche le famiglie che possiedono o gestiscono esercizi commerciali hanno diritto al riposo”, dice il candidato premier del M5s, che ha presentato un’apposita legge. Giusto. Tuttavia, i commercianti possono scegliere. Chi invece non ha scelta sono i lavoratori, i commessi della grande distribuzione, obbligati attraverso il ricatto della mancata assunzione o del mancato rinnovo al lavoro notturno e festivo, nonostante le sentenze che in questi anni hanno ribadito il diritto del lavoratore al riposo e alle ferie così come previsto dalla Costituzione. “Il lavoratore non può essere costretto dal datore di lavoro a fornire la sua prestazione lavorativa nelle giornate festive infrasettimanali e ogni sanzione disciplinare è da ritenersi nulla”, recita la n. 16592 del 2015 della Cassazione. Sono molte le vertenze vinte dai lavoratori costretti al lavoro festivo da un contratto farlocco: la clausola che impone l’obbligo della prestazione non è valida – dicono i giudici – poiché un accordo dalle parti non può derogare ai principi di legge. Il Governo Monti ha potuto concedere la libertà alle grandi catene di tenere aperti i negozi ma non cancellare la libertà del lavoratore di sottrarsi all’imposizione di lavorare a Natale e nei giorni festivi. 


Le parti che negoziano non hanno però lo stesso potere contrattuale: chi cerca lavoro è sempre in una condizione di debolezza. I lavoratori accettano il lavoro festivo pur di portare a casa un mese di stipendio, una settimana, un giorno. Le loro storie le raccoglie da anni sul suo blog Francesco iacovone, sindacalista Usb. I commessi vengono obbligati a firmare contratti-capestro. Se si rifiutano, restano a casa. per ottenere giustizia devono avere il coraggio e la possibilità economica di fare vertenza, attendere i tempi della giustizia, sopportare il licenziamento o le rappresaglie dell’azienda come il trasferimento nei reparti-confino o in un’altra città. Iacovone segue le lotte di donne coraggiose come Valeria Ferrara, trentenne commessa dell’outlet di Castel Romano che si è ribellata all’imposizione lavoro nel fine settimana rivendicando il diritto a stare con suo figlio e che per questo è stata trasferita a 60 chilometri. Valeria non si è arresa, si è incatenata davanti alle vetrine del negozio. Ma per un lavoratore che non cede ce ne sono centinaia che sì: le commesse che si pisciano addosso perché non hanno il permesso di andare il bagno e quelli che piangono di nascosto nei camerini: “E allora tutti ci dovremmo ricordare che ogni volta che la domenica varchiamo l’ingresso di un centro commerciale, da qualche parte, un diritto muore. Quando spiegazziamo la maglietta che la commessa deve ripiegare, magari a tarda sera, di domenica, con la famiglia che la attende a casa, un diritto muore ancora. E allora, la domenica stiamo lontani dai luoghi dello shopping. Facciamo rivivere il diritto al riposo, alla socialità, alla famiglia. Perché questa società ha più bisogno di relazioni umane che di shopping”, dice Iacovone, e lo dice a noi che abbiamo esultato per l’apertura notturna e festiva dei negozi.


A noi che non abbiamo protestato – non tutti, non abbastanza – quando ci hanno tolto i diritti come lavoratori ma abbiamo esultato quando ce li hanno riconosciuti come consumatori. Abbiamo goduto per la possibilità che ci veniva offerta dal governo che allungava l’età pensionabile di fare acquisti sette giorni su sette e comprare i regali di Natale la domenica di Vigilia, in tempo per acquistare un giocattolo ai nostri figli che ne hanno in media 238 a testa ma giocano solo con 12. Il dato riportato dal Telegraph è riferito ai bambini del Regno Unito ma la situazione non è diversa nel resto dell’occidente. La maggior parte dei giochi, a Natale, viene acquistata negli Stati Uniti, dove crescono solo il 3 per cento dei bimbi di tutto il mondo circondari dal 40 per cento dei giocattoli. Lo certifica una ricerca dell’Università della California ed è un dato che basterebbe da solo a indurre una riflessione di buon senso, prima ancora che politica, sul modello di consumo e produzione che alimentiamo. Altri dati li ho citati a proposito dello sciopero dei lavoratori di Amazon nel Black Friday, il giorno in cui è partita la corsa all’acquisto dei regali di Natale: nella casa di un americano medio ci sono 300mila oggetti, motivo per cui le dimensioni delle abitazioni sono triplicate negli ultimi 50 anni. Accettando come un fatto naturale il consumo sfrenato finiamo per accettare come legittima la condizione che lo alimenta: lo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse naturali. Ma soprattutto – ehi! sveglia! – quei 300mila oggetti tocca poi tenerli in ordine, pulirli, lavarli a secco come recita l’etichetta, ossia portati in tintoria, ritirati in tintoria: quegli oggetti che crediamo di possedere finiscono per possederci. Non ci costano solo il tempo impiegato a guadagnare i soldi per comprarli, che già sarebbe un prezzo alto, ma anche quello impiegato per metterli a posto, smaltirli, cercarli: “Hai visto la mia maglia rosa? È sulla sedia. In Camera? No, in ingresso. Non quella, l’altra sedia. Non quella, quella rosa salmone…” queste conseguenze grottesche del consumo sfrenato – mortificanti per chi ha l’opportunità di consumare in eccesso più che per chi non ne ha la possibilità economica – non le avevano previste nemmeno i più attenti critici della società dei consumi ai suoi albori: Marx quando ci metteva in guardia contro il feticismo della merce o Thorstein Veblen quando alla fine dell’Ottocento teorizzava il consumo “ostentativo” delle classi agiate: comprare una merce per esibire il proprio status sociale. Oggi che vittima del consumo ostentativo sono tutti i consumatori – schiavi di cose comprate per dimostrare di averle potute comprare – sarebbe bello se acquistassimo anche per quest’anno il regalo di Natale più esclusivo: niente! La sola cosa che nessun altro ha. Immaginate lo slogan: «Niente, ce lo avrai solo tu!». Funziona! «Cosa ti serve? un Ferro da stiro, un bracciale Pandora o… niente? Niente! Non sporca, non ingombra, non pesa, non si rompe, non inquina. Disponibile anche nel maxi-formato famiglia Niente di niente.
Buon Natale a chi ci crede e a chi no: che sia per tutti una festa. 

(Francesca Fornario per alganews)

Cattolica-Banco Bpm, la jv parte a marzo

La joint venture nella bancassurance tra Cattolica e Banco Bpm dovrebbe vedere la luce tra marzo e aprile del 2018. Il closing dovrebbe venir firmato immediatamente a valle, di fatto, della chiusura dell’accordo con il Gruppo Unipol.

Nel mentre, però, Cattolica non intende perdere tempo e ha già iniziato a definire la squadra che prenderà il timone dell’iniziativa. In particolare, a valle dell’uscita di Carlo Barbera, ex responsabile della bancassurance delal compagnia approdato in Ubi Banca, l’amministratore delegato della joint venture, la cui nomina spetta al gruppo assicurativo, sarà Marco Passafiume. Il manager, oggi vice direttore generale e direttore commerciale di Ubi Pramerica sgr, dovrebbe arrivare in azienda a fine gennaio e di fatto sarà lui la persona di riferimento nella bancassurance a diretto riporto del direttore generale Carlo Ferraresi.

È già stato definito, inoltre, il team a supporto dell’iniziativa. Non a caso, recentemente la compagnia guidata da Alberto Minali ha promosso ben sette dirigenti, due dei quali saranno destinati ad andare a rinforzare la squadra di Passafiume.

Si va completando, dunque, il quadro all’interno del quale si svilupperà un’iniziativa chiave per Cattolica. L’accordo con Banco Bpm è stato siglato il novembre scorso e legherà le parti per i prossimi 15 anni. La joint-venture bancassicurativa andrà a rimpiazzare i precedenti accordi sottoscritti dall’istituto con Aviva (in Avipop) e UnipolSai (Popolare Vita). Nel dettaglio, la compagnia veronese rileverà il 65% delle due joint venture precedenti per una cifra pari a 853,4 milioni, a fronte di una valorizzazione complessiva di circa 1,26 miliardi (suddivisi tra i 544,6 milioni di Popolare Vita e 308,8 milioni per Avipop).

A Cattolica, come previsto dall’intesa, andrà la direzione e il coordinamento delle compagnie assicurative mentre a BancoBpm spetterà il potere di veto per questioni di rilevanza strategica. Sotto il profilo del finanziamento, il gruppo assicurativo ha gestito l’operazione attraverso l’emissione di un prestito subordinato da 500 milioni che in occasione del lancio ha ricevuto richieste da 250 investitori per complessivi 3 miliardi di euro. (il sole 24 ore)Logo Banco Bpm 

BANCO – BPM E CATTOLICA , LE NOMINE E I TEMPI DELLA JOINT VENTURE

Banco Bpm e Cattolica, le nomine e i tempi della joint venture

La joint venture di 15 anni tra Banco Bpm e Cattolica Assicurazioni dovrebbe partire tra marzo e aprile 2018, alla scadenza del precedente accordo con Unipol.

Cattolica, che avrà la direzione e il coordinamentodelle attività di bancassurance (lasciando a Banco Bpm il veto su questioni strategiche), è prossima a nominare amministratore delegato della joint venture Marco Passafiume, oggi vicedirettore generale e direttore commerciale di Ubi Pramerica Sgr.

Già definito anche il team di supporto. Cattolica infatti ha appena promosso sette dirigenti e, nelle intenzioni dell’amministratore delegato Alberto Minali (in foto), due di essi faranno parte della dirigenza di Passafiume.

Il team dei “veronesi” rileverà il 65% delle due precedenti joint venture (Popolare Vita e Avipop) per 853,4 milioni, a fronte di una valorizzazione complessiva da 1,26 miliardi. (Daniele Barzaghi per citywire)

GIUSEPPE CASTAGNA AD BANCO BPM GIUSEPPE CASTAGNA AD BANCO BPM

Oltre Maria Elena Boschi, Giorgio Meletti su Il Fatto: Padoan, Visco, Vegas sono le magagne scoperte dalla commissione.

(vicenza più’)

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Osservatori distratti o in malafede raccontano una storia fantasiosa: la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla crisi bancaria non si sarebbe occupata dei “problemi veri” per dedicarsi a scrutare “dal buco della serratura” (Gianni Dal Moro, commissario Pd) gli affari privati di Maria Elena Boschi. La verità è che, su oltre 200 ore di audizioni, la commissione si è occupata del conflitto d’interessi del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per non più di cinque o sei ore in tutto in tre audizioni (anche se, poi, proprio l’interesse dei media si è concentrato su quelle cinque o sei ora”, ndr).

Scarsità di tempo. Il vero limite della commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini è stato nei riflessi lenti del Parlamento. La crisi bancaria è diventata un caso nazionale con la risoluzione delle quattro banche dell’Italia centrale, il 22 novembre 2015. La commissione ha iniziato a lavorare due anni dopo, e ha avuto solo due mesi a disposizione. Le audizioni sono risultate frettolose e generiche. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco è stato interrogato per circa otto ore quando per un lavoro serio ne sarebbero servite forse 80. Nel 1981 la commissione d’inchiesta sulla P2, presieduta da Tina Anselmi, si insediò sei mesi dopo la pubblicazione della lista degli iscritti alla loggia massonica coperta di Licio Gelli, e lavorò per 20 mesi su un dossier forse meno complesso della crisi bancaria. Avendo poco tempo, la commissione Casini ha ristretto la sua analisi alle 7 banche saltate (Banca Popolare Vicenza, Veneto Banca, Mps, Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti). Non si è parlato del caso Carige, non ci si è occupati di banche sane che forse tanto sane non sono.

Vigilanza alla sbarra. Un lamento ricorrente è che alla fine la commissione ha sparato soprattutto sulle istituzioni, Bankitalia, Consob e ministero dell’Economia. L’obiezione singolare. È come se qualcuno avesse preteso che la commissione P2 si occupasse di calcolare il tasso criminale di Gelli anziché del coinvolgimento delle istituzioni nelle sue trame. Che i vertici delle banche fallite abbiano le responsabilità maggiori è un’ovvietà che non necessita della conferma di una commissione parlamentare d’inchiesta. Se l’organismo presieduto da Casini si fosse limitato a perfezionare lo schema interpretativo da tutte le istituzioni audite – la colpa è della profonda crisi economica e della mala gestio di alcuni banchieri delinquenti – allora sì che avrebbe perso il suo tempo. Anche la tesi dei “pochi casi isolati” in un sistema che ha sostanzialmente tenuto, se accettata, dimostrerebbe che dell’inchiesta parlamentare non c’era bisogno.

Il caso Zonin. Al netto delle inevitabili strumentalizzazioni politiche, la commissione qualche punto di verità l’ha indicato. Quello più denso riguarda la storia della Banca Popolare di Vicenza. Il padre-padrone Gianni Zonin, dal momento dei primi segnali di allarme (2000-2001) ha agito indisturbato per 15 anni fino a provocare la distruzione della banca e di 6 miliardi di risparmi del Veneto. Il direttore generale della Consob Angelo Apponi ha accusato il capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo di non avergli fornito tutte le informazioni critiche di cui disponeva. Ne è nata una disfida in burocratese a valle della quale tutti hanno convenuto che comunicazione e coordinamento tra le due vigilanze vanno riviste. Le relazioni finali della commissione dovranno misurarsi con una domanda: si è trattato di pigrizie, inefficienze e sciatterie di due burocrazie sorpassate? O l’incomunicabilità tra uffici è stata l’abile vestizione di una deliberata “distrazione di sistema”? L’ammissione di Visco (“Su Vicenza potevamo essere più svegli“) meriterebbe di essere approfondita nella prossima legislatura da una nuova e apposita commissione d’inchiesta. Il presidente del Pd Matteo Orfini, prima di perdere la testa con il caso-Boschi, ha accusato esplicitamente Barbagallo di aver mentito alla commissione sulle pressioni fatte a Veneto Banca perché si fondesse con Vicenza. Il tentativo di dimostrare che i suoi ispettori siano stati gli ultimi in Italia a sapere che la Popolare di Vicenza se la passava troppo male per essere la salvatrice delle altre banche in crisi ha provocato l’irritazione dei commissari di tutti i partiti.

Il ministero. Se la Banca d’Italia è l’istituzione che esce più indebolita dal lavoro della commissione Casini, al secondo posto viene il ministero dell’Economia. Il direttore generale del Tesoro Vincenzo Lavia e il ministro Pier Carlo Padoan hanno detto cose deboli e contraddittorie. Il primo è riuscito a sostenere che Marco Morelli è stato scelto come amministratore delegato di Mps dai cacciatori di teste, quando il suo nome è stato indicato da Padoan nella stessa telefonata con cui chiedeva al presidente Massimo Tononi di silurare Fabrizio Viola (nessuna pressione, naturalmente) ed è diventato di pubblico dominio nelle stesse ore in cui si è dimesso Viola. Padoan ha risposto a monosillabi alle domande sul decreto attuativo dei nuovi e più severi criteri europei per la selezione dei banchieri. Se il problema sono i banchieri ladri, perché Padoan da due anni e mezzo si rifiuta di scrivere il decreto? Il tema meritava maggior approfondimento, ma la commissione non aveva abbastanza tempo.

Lezioni. Una l’hanno capita tutti. O la Banca d’Italia rinuncia alle pratiche opache giustificate dal fine supremo della stabilità e la trasparenza assoluta vince; oppure deve essere vietata senza eccezioni la vendita di titoli bancari ai risparmiatori, il cosiddetto retail. Il risultato più chiaro della commissione Casini è il fallimento del tentativo infame delle banche e della Banca d’Italia di scaricare le colpe sui pensionati stupidi e ignoranti che cercavano il guadagno facile senza disporre della necessaria “educazione finanziaria”. Di questa oscenità almeno ci siamo liberati.

di Giorgio Meletti, da Il Fatto Quotidiano

 

 

Bisignani: “Occhio, saltano le banche. Bomba pronta a esplodere nel sistema”

 

Bisignani: “Il Mrel assorbirà tutte le risorse, bloccando il credito a famiglie e imprese e strozzando, quindi, l’economia”

Bisignani: "Occhio, saltano le banche. Bomba pronta a esplodere nel sistema"

 LUIGI BISIGNANI 

“Babbo Natale negli Usa porterà un grande taglio delle tasse. In Europa invece nuove regole per le banche che manderanno in tilt il sistema. La Commissione presieduta da Casini poteva intervenire per scongiurare questo rischio ma non l’ha fatto, tutta presa a seguire il Grande Fratello su Banca Etruria, starring la Boschi. Il governatore di Bankitalia Visco ha provato a parlarne ma nessuno se n’è accorto”, lo spiega Luigi Bisignani a Il Tempo. E aggiunge: “L’Abi è invece  già nel panico perché già sa che è sulle banche che ricadrà la colpa della mancata revisione. Se non ci saranno modifiche entro giugno, infatti, scatterà un nuovo obbligo di patrimonializzazione per le banche, dal nome impronunciabile “Mrel” ,che assorbirà tutte le risorse, bloccando il credito a famiglie e imprese e strozzando, quindi, l’economia. Oppure costringerà gli istituti a vendere alla clientela prodotti ad alto rischio, come fatto dalle quattro banche fallite e non solo da loro nel 2015”.

 

“Il successo delle cripto valute come Bitcoin, Ethereum, Litecoin può essere visto anche come un segnale della sfiducia dei risparmiatori verso le monete fiat(cioè basate sulla fede nei governi); la fiducia un tempo riposta nelle banche oggi viene riversata nella tecnologia blockchain, il protocollo alla base del bitcoin, che garantisce tracciabilità e unicità delle transazioni”, aggiunge Bisignani. “Bisognava rispondere e invece la direttiva “Bail in” sui salvataggi bancari piuttosto che scongiurare le crisi,ha finito per provocarle. Il nuovo mostro “Mrel” darà il colpo di grazia”.

Futuro preoccupante per il mondo delle banche secondo Bisignani: “Il sistema bancario italiano è stato solido fino a che non sono cambiate le regole Ue, davanti alle quali un governo serio si sarebbe magari opposto,se Mario Draghi non ci avesse costretti ad essere più realisti del Re. La Commissione Casini poteva recuperare in extremis e passare alla storia per aver salvato davvero le banche,a costo zero. Invece a pagare ancora una volta l’insipienza dei politici saranno i risparmiatori. E non ci sarà Babbo Natale a consolarli”. (AFFARIITALIANI)

 

VISCO E MATTARELLAVISCO E MATTARELLA

Autorità bancaria europea EBA: aggiorna le sue analisi quantitative su MREL

La bandiera dell’Unione Europea compie 30 anni

 

L’ABE ha pubblicato oggi un’analisi quantitativa aggiornata sul requisito minimo per i fondi propri e le passività ammissibili (MREL). Sulla base della stessa metodologia e delle ipotesi sviluppate nel contesto del rapporto MREL pubblicato a dicembre 2016, l’ABE ha aggiornato le sue stime di capacità e fabbisogno finanziario di un campione rappresentativo di banche europee per soddisfare MREL in scenari alternativi. In questo esercizio, l’EBA ha evidenziato un modesto miglioramento dello stack di strumenti idonei MREL nel 2016.

L’analisi quantitativa MREL aggiornata è stata effettuata con dati a fine dicembre 2016 e copre i rapporti MREL, la capacità MREL, la qualità MREL e il fabbisogno di finanziamento MREL stimato per l’intero campione di 112 banche dell’UE. Inoltre, è stato utilizzato un campione consistente di 100 banche per confrontare l’evoluzione di MREL nei due anni precedenti.

Nonostante le sostanziali differenze tra le diverse categorie di banche e singoli gruppi bancari, i risultati dell’analisi aggiornata hanno mostrato che nel 2016, il campione costantemente monitorato di 100 banche, in media:

  • Miglioramento del loro profilo di rischio misurato da una riduzione delle attività ponderate per il rischio (RWA) di 431,1 miliardi di euro (-4,9%), che ha contribuito in modo significativo al miglioramento (ridotto) delle esigenze di finanziamento MREL stimate.
  • Solo marginalmente aumentato lo stack di strumenti idonei MREL, sia in termini assoluti che relativi – il MREL nominale è aumentato di EUR 4,5 miliardi (+ 0,1%), mentre la quota di MREL in percentuale degli RWA è migliorata di 1,9 punti percentuali al 37,8% di RWA .Ciò è stato in gran parte determinato dai G-SII che hanno attivamente emesso MREL nel 2016 e all’inizio del 2017.
  • È leggermente migliorata la qualità del MREL, come rilevato dall’aumento dello stock di strumenti MREL subordinati (33 miliardi di euro, + 1,9%).
  • Fabbisogno di finanziamenti MREL totale attenuato complessivo di 25,8 miliardi di euro (-11,4%) e di 119,0 miliardi di euro (-30,9%) nel caso del buffer Loss Absorption (LA) e degli scenari di riferimento del buffer / 8% rispettivamente. Il fabbisogno di finanziamento MREL stimato aggregato subordinato è diminuito di 15,2 miliardi di euro (-11,3%).

Note per i redattori

  • MREL è un obbligo per una banca di detenere una quantità sufficiente di fondi propri e strumenti di debito di una certa qualità al fine di assorbire le perdite e ricapitalizzare le sue funzioni critiche in caso di fallimento.
  • MREL persegue un obiettivo simile allo standard TLAC (Total Loss Absorbing Capacity) globale sviluppato dal Financial Stability Board.
  • Le decisioni MREL devono essere determinate e calibrate dalle autorità di risoluzione per ciascuna istituzione in base alle caratteristiche specifiche dell’impresa. Tuttavia, dato che fino ad oggi non è stata presa alcuna decisione MREL, sono state fatte delle ipotesi sulle strategie di risoluzione, la portata e la calibrazione di MREL. Queste ipotesi sono in linea con l’RTS dell’ABE su MREL ma sono, per definizione, diverse dai livelli effettivi di MREL che saranno determinati in definitiva per ciascuna istituzione e gruppo.
  • I due scenari considerati nella relazione per la taratura del MREL sono: il buffer di assorbimento di perdite, o scenario di “buffer LA”, pari a due volte il requisito patrimoniale in cui i requisiti di riserva combinata sono inclusi solo una volta ai fini dell’assorbimento delle perdite; e lo scenario “Buffer / 8%”, una calibrazione più rigorosa in cui le banche devono soddisfare il doppio dei requisiti patrimoniali e dei buffer, ovvero l’8% del totale delle passività e dei fondi propri. “
  • Le stime centrali su cui si basano le cifre sopra riportate presuppongono una ricapitalizzazione completa per G-SIB e O-SII, un requisito di subordinazione per G-SIB in linea con lo standard TLAC e un requisito di subordinazione per O-SII del 13,5% degli RWA in allineare con le raccomandazioni di subordinazione fatte nel rapporto. Le stime per le altre banche, che non sono né G-SIBS né O-SII, assumono solo una ricapitalizzazione parziale (50%) e non includono un requisito di subordinazione sistematico.

Vigilanza bancaria BCE: le priorità per il 2018Bandiera Europea: L'Europa e le 12 stelle

Le priorità di vigilanza definiscono le aree su cui si focalizzerà l’azione di vigilanza nel 2018. Così la nota del 18 dicembre 2017 della Vigilanza bancaria della BCE sulle linee guida per il monitoraggio nel 2018 del sistema bancario europeo nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU).

Tenendo conto degli sviluppi rilevanti del contesto economico, regolamentare e di vigilanza, tali priorità – spiega il comunicato della Vigilanza presieduta da Danièle Nouy – sono stabilite a partire da una valutazione delle sfide fondamentali che le banche vigilate devono affrontare.

Le fonti di rischio per il settore bancario sono state individuate in collaborazione con le autorità nazionali competenti prendendo in considerazione l’apporto dei gruppi di vigilanza congiunti (GVC), le analisi macro e microprudenziali della BCE nonché documenti redatti da organismi internazionali.

Sono stati identificati i seguenti fattori di rischio fondamentali: protrarsi di una situazione di bassi tassi di interessecospicue consistenze di crediti deteriorati (non-performing loans, NPL), incertezze geopolitichecriticità strutturali dell’economia dell’area dell’euro (inclusi i timori per gli squilibri di bilancio e la sostenibilità del debito), prospettive di crescita delle economie emergenti, reazione delle banche alle nuove iniziative sul piano della regolamentazione, andamenti dei mercati degli immobili residenziali e non residenzialirivalutazione del rischio nei mercati finanziaricibercriminalità e indisponibilità dei sistemi informatici, casi di condotta irregolareconcorrenza del settore non bancariopotenziali casi di inadempienza di una controparte centrale rigidità del contesto in cui operano le imprese.

Per assicurare che le banche siano efficaci nel fronteggiare tali criticità, la Vigilanza bancaria della BCE ha riveduto le priorità della sua azione. Il quadro dei rischi qui delineato rende necessario mantenere le aree prioritarie generali del 2017, seppure con alcune modifiche.

Nel 2018 saranno quattro le aree prioritarie a cui sarà improntata la vigilanza bancaria:

1. modelli di business e determinanti della redditività

2. rischio di credito

3. gestione dei rischi

4. azione caratterizzata da dimensioni multiple di rischio

Per ciascuna area prioritaria sarà intrapresa una serie di iniziative di vigilanza, la cui piena attuazione potrebbe richiedere oltre un anno.

Modelli di business
I modelli di business e le determinanti della redditività delle banche restano una priorità per la Vigilanza bancaria della BCE nel 2018. L’azione si incentrerà sull’esame dell’evoluzione della redditività delle banche nell’attuale contesto e sulla valutazione delle implicazioni del rischio di tasso di interesse per gli enti creditizi. 

A tal fine, la Vigilanza bancaria della BCE terrà contro dei risultati della recente analisi orizzontale delle determinanti della redditività delle banche. 
Inoltre, gli esiti dell’analisi di sensibilità al rischio di tasso di interesse sul portafoglio bancario (interest rate risk in the banking book, IRRBB) aiuteranno i responsabili della vigilanza a dare seguito all’impatto generato da potenziali variazioni del livello dei tassi di interesse sulle banche.

Rischio di credito

Crediti deteriorati
Il rischio di credito continua a rappresentare un’importante priorità di vigilanza per il 2018. Alcuni enti creditizi presentano ancora ampie consistenze di crediti deteriorati, che possono finire per produrre un impatto negativo sul credito bancario all’economia. Livelli elevati di NPL incidono sul capitale e sulla raccolta delle banche, riducono la redditività e ostacolano, di conseguenza, l’offerta di credito a famiglie e imprese. Il recupero dei crediti deteriorati è quindi importante per la sostenibilità economica delle banche e per l’andamento macroeconomico. Dopo la pubblicazione delle linee guida sugli NPL, il dialogo di vigilanza con le banche continuerà quindi a essere fortemente incentrato sull’esame delle strategie per gli NPL e su una maggiore tempestività negli accantonamenti e nelle cancellazioni. Inoltre, la task force sugli NPL continuerà a sostenere i GVC nelle azioni di successiva verifica e nel dialogo di vigilanza riguardo alle esposizioni deteriorate delle banche.

Concentrazione delle esposizioni e gestione e valutazione delle garanzie
La concentrazione delle esposizioni delle banche in specifiche classi di attività continua a richiedere attenzione sotto il profilo della vigilanza. A tale proposito, si prevede di estendere progressivamente ad altre classi di attività, ad esempio del settore immobiliare, l’approccio basato sulla combinazione di indagini in loco e a distanza che è stato efficacemente adottato nel contesto delle esposizioni verso il settore dei trasporti marittimi. Inoltre l’attenzione della vigilanza si focalizzerà sulle prassi di gestione e valutazione delle garanzie delle banche.

Gestione dei rischi
Questa area prioritaria combina elementi che continuano a rivestire importanza in relazione alla gestione dei rischi delle banche. Saranno condotte numerose iniziative nell’ambito dell’ordinaria azione di vigilanza, compreso il monitoraggio di complessi strumenti finanziari come le attività di secondo e di terzo livello. I lavori di seguito citati riceveranno particolare attenzione.

Analisi mirata dei modelli interni
L’analisi mirata dei modelli interni (Targeted review of internal models, TRIM) proseguirà nel 2018 e nel 2019 con l’obiettivo generale di rafforzare la credibilità e confermare l’adeguatezza dei modelli interni autorizzati usati dalle le banche per il calcolo dei requisiti di primo pilastro. Nel 2017 è stata resa disponibile una prima versione della guida sulla TRIM (Guide for the TRIM) che, definendo come l’MVU intende applicare i requisiti normativi più pertinenti relativi ai modelli interni, ha gettato le basi per la fase di esecuzione del progetto. Nel 2018 l’azione in questo ambito procederà sui binari dei progressi compiuti nel 2017; proseguiranno le ispezioni presso le banche in materia di rischio di credito, di mercato e di controparte. Via via che si renderanno disponibili i risultati di tali ispezioni, la BCE continuerà a condurre analisi orizzontali, che confluiranno anche nelle successive azioni di vigilanza e nella revisione della guida. L’esito di tale revisione, la Guida della BCE sui modelli interni, sarà oggetto di consultazione pubblica. Le diverse parti del testo saranno sottoposte a consultazione separatamente, nel momento in cui si renderanno disponibili.

ICAAP e ILAAP
I processi interni di valutazione dell’adeguatezza patrimoniale (internal capital adequacy assessment process, ICAAP) e i processi interni di valutazione dell’adeguatezza della liquidità (internal liquidity adequacy assessment process, ILAAP) sono strumenti fondamentali per la gestione dell’adeguatezza del capitale e della liquidità da parte degli enti creditizi. La BCE segue un piano pluriennale per promuovere il miglioramento di tali processi presso gli enti creditizi. Sulla scorta di un intenso dialogo con le banche in merito al progetto di linee guida pubblicato nel 2017 e sulla base di ulteriori apporti, la Vigilanza bancaria della BCE ha affinato e integrato le proprie linee guida di vigilanza su ICAAP e ILAAP, che saranno ultimate nel 2018 a conclusione di una consultazione pubblica avviata all’inizio dello stesso anno. Saranno inoltre intrapresi lavori per accrescere la trasparenza riguardo alla composizione dei requisiti di secondo pilastro per tipologia di rischio.

Preparazione all’IFRS 9 e ad altre modifiche regolamentari
Nel 2018 la Vigilanza bancaria della BCE seguirà lo stato di preparazione delle banche in relazione a una serie di modifiche regolamentari che le riguardano e i progressi da esse compiuti nella loro applicazione. Un importante cambiamento è rappresentato dall’introduzione dell’IFRS 9; i risultati intermedi di un’analisi tematica al riguardo hanno messo in luce che vi è ancora margine di miglioramento per quanto concerne lo stato di preparazione delle banche a questo principio contabile e la sua applicazione. 

I GVC continueranno a svolgere con le banche l’attività di monitoraggio e successiva verifica su questo tema. 
Ulteriori modifiche alla regolamentazione in relazione alle quali lo stato di preparazione delle banche sarà tenuto sotto osservazione includono il coefficiente netto di finanziamento stabile (Net Stable Funding Ratio, NSFR), il coefficiente di leva finanziaria e il requisito minimo di fondi propri e passività ammissibili (minimum requirement for own funds and eligible liabilities, MREL).

Dimensioni multiple di rischio
Fra le attività di vigilanza pianificate per il 2018 allo scopo di fronteggiare dimensioni multiple di rischio rientrano le prove di stress nonché i preparativi in corso per la Brexit.

Preparativi per la Brexit
La Brexit continuerà a essere in primo piano nel programma di vigilanza per il 2018. Dai lavori preparatori l’attenzione si sposterà all’applicazione pratica degli orientamenti definiti sul piano delle politiche. La BCE, insieme alle ANC, continuerà a valutare i piani di trasferimento dell’operatività delle banche dal Regno Unito all’area dell’euro, incluse le domande di rilascio dell’autorizzazione all’attività bancaria. Si attribuirà particolare importanza al rispetto degli orientamenti sul piano delle politiche, in particolare allo scopo di evitare la costituzione di enti di comodo nei paesi dell’MVU. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea comporta un impatto anche su diversi enti significativi con sede legale nell’area dell’euro. I GVC continueranno a promuovere in confronto con gli enti significativi investiti dagli effetti della Brexit e seguiranno da vicino l’ulteriore sviluppo e l’applicazione dei piani di emergenza delle banche.

Prove di stress
Le prossime prove di stress di vigilanza in programma per gli enti significativi saranno condotte nel 2018. Saranno svolti due esercizi complementari: un campione di enti significativi di grandi dimensioni parteciperà a una prova di stress a livello di UE coordinata dall’Autorità bancaria europea; la BCE condurrà una prova di stress aggiuntiva per i restanti enti significativi non coinvolti nella prova di stress a livello di UE. Le prove di stress confluiranno nel processo di revisione e valutazione prudenziale (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP), rafforzeranno la capacità delle banche di condurre proprie prove di stress e di provvedere alla gestione dei rischi, fornendo altresì una valutazione quantitativa dei profili di rischio delle banche per diverse categorie di rischio.

I rischi, così come le priorità di vigilanza, non si limitano tuttavia a quelli menzionati in questa sede. Varie attività non espressamente citate nel presente documento sono svolte su base continuativa, ad esempio in relazione ai rischi informatici e di cibercriminalità. Inoltre, a livello di singolo ente creditizio si potrebbe rendere necessario il ricorso ad attività di vigilanza differenti, in considerazione del suo profilo di rischio specifico. Nondimeno, le priorità di vigilanza costituiscono uno strumento essenziale per coordinare le azioni di vigilanza sui diversi enti in modo adeguatamente armonizzato, proporzionato ed efficiente, contribuendo così a realizzare parità di condizioni e una maggiore incisività della vigilanza.

 

 

CASO FALCIA – MONDOMARINE mancano i pagamenti della tredicesima, lavoratori infuriati: “Non escludiamo l’assemblea permanente”

Mercoledì 27 dicembre i lavoratori si riuniranno in assemblea con i sindacati e le Rsu

l calvario dei dipendenti della MondoMarine non è ancora finito. Dopo l’affitto del ramo d’azienda al gruppo Palumbo e la ripresa dell’attività – sia pure a ranghi ridotti – a partire dal 2 gennaio, una nuova tegola rovina il Natale ai 57 lavoratori dello storico cantiere savonese a cui (così come, del resto, ai colleghi dei cantieri di Pisa) non è stato pagato il rateo della 13ª mensilità che pure Alessandro Falciai, socio di maggioranza dell’azienda e fino alla scorsa settimana presidente del Monte dei Paschi di Siena, aveva a più riprese promesso di erogare il 22 dicembre.

Nei fatti, la RSU aziendale aveva deciso di sciogliere il presidio e l’assemblea permanente davanti al cantiere di Lungomare Matteotti anche sulla base delle assicurazioni della proprietà relative ai compensi maturati dai lavoratori e dopo le garanzie date dai dirigenti davanti al prefetto (1 dicembre) e ribadite in sede di accordo siglato all’Unione Industriali.

La stessa intesa sulla Cassa Integrazione Guadagni prevedeva il pagamento delle spese correnti e, quindi, delle mensilità ancora non riscosse comprendenti, appunto, la tredicesima. Va ricordato che il 13 dicembre la Guardia di Finanza aveva perquisito il cantiere e gli uffici in seguito all’apertura di un fascicolo per le ipotesi di bancarotta fraudolenta, truffa e altri reati finanziari nei confronti di consulenti, soci e amministratori tra cui lo stesso Falciai. Ma solo tre giorni fa l’imprenditore livornese si era esplicitamente impegnato a pagare ai lavoratori le spettanze nei tempi dovuti, ed anche la procedura seguita per far fronte al mancato impegno da parte della MondoMarine suscita notevoli perplessità: la dirigenza, oltre a non staccare alcun assegno, non si è sentita neppure in dovere di emanare un comunicato, che la stessa RSU ha esplicitamente richiesto, per spiegare le ragioni di tale atteggiamento.

I lavoratori (che hanno interessato il sindaco su questa problematica) si riuniranno nella mattina del 27 dicembre in assemblea con i sindacati e la RSU e decideranno insieme quali risposte dare, tra le quali non è esclusa la riapertura dell’assemblea permanente e del presidio.

“Ci aspettiamo – informa la RSU aziendale – che, a questo punto, il rateo della tredicesima mensilità ci venga integralmente saldato insieme all’ultimo stipendio della MondoMarine, che ci deve essere corrisposto il 29 dicembre. Quello che è certo è che ancora una volta le aspettative che erano sorte a seguito delle parole di Falciai sono andate deluse e che il nostro Natale è rovinato”.

Il due gennaio, intanto, inizierà l’affitto di ramo d’azienda da parte della Palumbo Savona Superyachts S.r.l., la società appositamente creata dall’armatore napoletano Giuseppe Palumbo per gestire la fase di transizione in attesa della gara che dovrà decidere le sorti dei cantieri ex Campanella, mentre non è stato ancora ufficialmente decretato (si dice per motivi burocratici legati al rinnovo della concessione demaniale dell’area per quattro anni da parte dell’Autorità Portuale) il fallimento della società di Falciai.

“Palumbo è fuori da questa storia – ribadiscono alla RSU –: nel verbale di accordo sindacale del 15 dicembre è chiaramente indicato che i debiti pregressi, incluso il TFR, i ratei di mensilità aggiuntive, ferie e permessi non sarebbero stati di competenza del nuovo gruppo ma del vecchio proprietario. Ci teniamo a sottolineare che, a prescindere dai dirigenti, per l’ennesima volta la MondoMarine non ha rispettato gli impegni”. (SAVONA NEWS)

A MondoMarine ancora problemi, no 13/ma (ANSA)

Lavoratori minacciano ripresa occupazione cantieri

 

Due carriere da distruggere in nome dell’antirenzismo, la Boschi e Palazzi, il sindaco di Mantova

Il fatto della settimana, Maria Elena Boschi vista dall'artista

 

Sesso in cambio di favori. È l’accusa al Sindaco di Mantova spiaccicata in prima pagina. Online e nei tg. Oggi il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione per il primo cittadino Palazzi perché non c’è concussione: contributi a un’associazione in cambio di favori sessuali. Si è scoperto che la vice presidente dell’associazione con la quale il Sindaco intratteneva uno scambio di sms ha alterato la chat. Fin qui la cronaca. Nel frattempo il Sindaco di Mantova è stato linciato sui giornali e si sono chieste le dimissioni. E se Palazzi si fosse dimesso? Colpisce in questa vicenda l’approssimazione quando era evidente fin dall’inizio che c’era molto che non quadrava. Ma è prevalso il silenzio.

 

Silenzio anche da parte di Matteo Renzi che di Palazzi è amico stretto, soprattutto da Mantova capitale della cultura in giù, quando l’ex premier approvò milioni di euro di opere pubbliche che hanno portato la città a un rinnovamento estetico senza precedenti, stringendo con il sindaco un patto generazionale e politico. Silenzio anche da parte del Pd. Certo tutti i santi in questi casi si affidano alla magistratura. Ma anche no, e sollevare qualche dubbio non vuol dire andare contro all’ordine costituito.

 

Mi ha stupito l’isolamento in cui è stato lasciato il sindaco Palazzi. Quando è chiaro, limpido come il sole che si è acceso (da parte dell’opposizione in consiglio comunale) il motore di un macchina senza guidatore lanciata contro il primo cittadino. Amato e odiato, di certo uno che è arrivato a ricoprire quella carica solo di suo. Con la sua volontà, come Renzi scalò il Pd. Senza guardare in faccia nessuno. Tanto meno i poteri forti tradizionali della città. Tutti.

 

Basta parlare con i mantovani, di qualsiasi orientamento politico, e ti diranno che hanno voluto incastrare Palazzi. Partendo proprio dal versante più pruriginoso, quello sessuale.

È un caso quello di Mantova, dove riecheggiano i tuoni del rapporto magistratura e informazione. Fake news e politica. Il polverone, l’assenza di verità e il rutto libero dei social. E delle briglie sciolte che stanno intorno. La superficialità con la quale si mette in rete, o si pubblica sui giornali, una notizia denigrando Tizio o Caio perché sta sulle scatole. Perché si nutre odio personale, avversità che sorpassa ogni codice etico di rispetto della dignità e del privato. Un offuscamento visivo e intellettuale che impedisce di valutare con obiettività quello che sta accadendo. S’insinua, si sospetta, si presume. Si scava tra le lenzuola. Abbiamo odorato prediche del giorno dopo a Palazzi, incitandolo a dire la verità perché le prove contro sono tante: ma come facevano avere così tante informazioni questi soloni?

 

E paradossalmente il caso Palazzi è affine a quello della sottosegretaria Boschi alla quale si chiede impetuosamente di dimettersi e non candidarsi alle prossime politiche.

Maledetto il giorno che… dalle parti del Pd, lo stratega in capo, ha avuto l’idea malsana di fare la commissione banche. Anche il più sprovveduto avrebbe previsto che si sarebbe parlato solo di Etruria. E diciamolo senza peli sulla lingua: Renzi e la Boschi hanno sbagliato strategia fin dall’inizio. Avrebbero dovuto ammettere che si sono adoperati a salvare banca Etruria come si sono adoperati a salvare le altre banche, con l’unico obiettivo di salvare i correntisti, certo, ma anche gli obbligazionisti e gli azionisti. Paradossale vero? La soluzione era semplicissima. Cosa c’è di male in quello che avrebbero fatto. E che nega con acrobazie lessicali? Ne sarebbero usciti anche alla grande. Col plauso di quegli aretini, e zone limitrofe, risparmiatori incavolati, che girovagano di piazza in piazza appena si presenta qualcuno del Pd. Invece oggi sono sul banco degli imputati, Renzi e la Boschi per aver fatto chissà quale maneggio. Nulla. Zero. Tentativi andati a vuoto. Peccato. Sì, proprio peccato. Ci stava bene il carico da novanta, l’ammissione di aver smosso chissà chi per evitare sfracelli di quella banca. È insopportabile il gioco sulla difensiva. Iniettato di quel politically correct che sta impastando ogni spicchio di vita quotidiana.

Alcuni giornali, vedi il Fatto Quotidiano, hanno titolato “Abbiamo un banda“, parafrasando quel “abbiamo una banca” di Fassino, nell’affaire Bnl e Unipol. Altri ancora ci sono andati giù pesante definendo questo caso la pietra tombale della carriera di Renzi. Gli stessi toni usati nel caso Palazzi a Mantova.

Trasportiamo questo scenario durante gli anni del pentapartito, con una Dc obesa di consensi e il Psi golden share di ogni coalizione. Se dovessimo enumerare tutti i dialoghi, gli scambi, l’occupazione militare della banche nazionali e locali, da parte di quei partiti, ci vorrebbe la Treccani. Che deve fare un politico che occupa posizioni apicali? Starsene negli uffici e vedere che un istituto di credito fallisce? Lo diciamo alle anime belle di coloro che comunque hanno vissuto diverse stagioni politiche e sanno che grazie alla politica il sistema bancario italiano non ha subito le crisi di altri paesi. Solo quando l’attenzione della politica è venuta meno, o si è voltata da un’altra parte, si sono acuiti i disastri e le disavventure finanziarie.

Lo dico a coloro che da mattina a sera ci fanno la lezione sui clienti delle banche, cioè anche noi, buggerati dagli sportelli manigoldi: non è una distinzione di lana caprina quella tra azionisti- obbligazionisti e i correntisti. È chiarezza. Se si sa naturalmente cos’è e come funziona una banca in un sistema di mercato. Se tu risparmiatore punti i risparmi su azioni e obbligazioni lo fai a tuo rischio e pericolo. E non puoi prendertela e chiedere soccorso allo Stato se cadi in malasorte. Soprattutto nella vicenda dell’Etruria si è messo in piedi lo spettacolino degli agnelli sacrificali per salvare papà Boschi. La figlia, stando ai racconti di questi giorni non è stata un influencer di prima classe. Anzi. Se ne stava quasi in disparte, per rispettare quel protocollo che passa sotto la siglatura del conflitto di interessi. Aveva certo il padre che ci lavorava all’Etruria, ma come deputato della Repubblica e una dei politici più importanti, sarebbe stato peggio se fosse stata a laccarsi le unghie disinteressandosene.

Ha fatto bene Renzi a ribadire che la Boschi va candidata. Coraggiosa malgrado abbia un macigno sulle spalle e soprattutto non abbia alcuna colpa se non quella di essere stata fin troppo prudente, per le ragioni che abbiamo spiegato sopra. La Boschi va candidata perché siamo dentro una grande fake news. Quel dare intendere fischi per fiaschi. Confondere l’elettorato che ormai è intriso, da un lato di fanfaluche raccontate ovunque, dai social ai giornali, e dall’altro di perbenismo qualunquista che li condanna a essere, per forza maggiore, il calimero nero della situazione. Maledetta sfortuna, allora?

Sarà difficile far passare il messaggio sul perché la Boschi vada candidata, ma ha su di sé il passo del riscatto, di quel paese che condanna senza motivi, quello che è successo a Mantova insegna. Un paese che prende volutamente fischi per fiaschi, giusto per avallare tesi e teorie che non hanno né capo né coda. Come una fiction. O una telenovela.

Stupisce che gli indignati abbiano messo fuori dall’uscio il cartello “chiuso per ferie”. Manca la solidarietà attorno alla Boschi, in primis del suo partito dove ormai ha preso il sopravvento il sospetto. L’attesa di liberarsi al più presto di Maria Elena e di Matteo. Diciamolo con franchezza, andare in campagna elettorale con questo spirito non è il massimo. Renzi candiderà la Boschi, entrambi non abbiano paura di dire che hanno incontrato anche l’Altissimo per Etruria, come per le altre banche o per le imprese in difficoltà: non c’è nulla di male. Chi vede il danno non ha a cuore le sorti dei risparmiatori.

 
 
Enrico Mentana

Circa un mese fa

Dunque il sindaco di Mantova risulta indagato per concussione con l’infamante ipotesi di aver chiesto a un’operatrice culturale favori sessuali in cambio del patrocinio comunale a una rassegna. Ma colei che avrebbe subito il ricatto nega che sia avvenuto, mentre nessun contributo è stato accordato al suo centro culturale. Magari il sindaco di Mantova è un porco, magari è un cattivo amministratore, ma siccome è un rappresentante istituzionale eletto da una comunità, e quindi 

Altro…

Fake news: istruzioni per l’uso

Milena Gabanelli e Martina Pennisi per Corriere TV

Ci piace il falso

Vengono vendute in spiaggia, sui marciapiedi, nei mercati delle città di mezzo mondo: borse, cinture o sciarpe identiche alle originali di Burberry o Dolce e Gabbana. Stessi colori, forma e fantasia. Una sola differenza: l’etichetta. Sono dei falsi. Dei fake. Noto il movente di chi li vende: fare soldi sfruttando in modo fraudolento la popolarità di un marchio. Chi compra è di solito consapevole di essersi portato a casa un falso, non fosse altro perché sta risparmiando. Molto. Chi dovesse ricevere il (non) costoso oggetto in dono potrebbe non accorgersene e lo sfoggerebbe senza dare nell’occhio. Chiaro, cristallino, da tempo.

Internet, come in ogni ambito in cui ha fatto irruzione, ha messo un po’ di pepe sul piatto: nel 2006 Lvmh accusava eBay di ospitare falsi corrispondenti al 90 per cento dei prodotti spacciati per originali con il suo marchio. Due anni dopo, un tribunale di Parigi diede ragione al colosso francese e ad analoghe denunce di Dior e stabilì un risarcimento complessivo da 40 milioni di euro. Oggi il problema è tutt’altro che risolto, come mostra la lettera scritta alla Commissione europea (e pubblicata dal Sole 24 Ore) lo scorso 16 novembre da un centinaio di imprese preoccupate per la contraffazione su Amazon o Alibaba, ma il perimetro entro cui ci si muove è definito fin dall’inizio.

Con le fake news, o bufale che dir si voglia, è stato invece necessario più di un anno di dibattito globale per arrivare a comprendere di cosa si stia parlando, quali siano gli attori in campo e quali meccanismi siano finiti sotto lo stesso cappello (mediatico).

Le fake news

Per essere sicuri dell’esistenza del problema, nel caso ci fosse ancora qualche dubbio, è sufficiente una ricerca su Google Trends: prendendo in considerazione gli ultimi cinque anni si nota come le interrogazioni al motore di ricerca con il termine «fake news» siano diventate ricorrenti nell’ottobre del 2016, per poi esplodere nel mese successivo e mantenersi ad alti livelli fino a oggi.

Perché? Facile: se le menzogne, anche a fini politici, non hanno età — si pensi all’ormai citatissimo esempio delle armi di distruzione di massa per attaccare l’Iraq nel 2003 — quelle che transitano su Internet hanno vissuto con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti la loro (ri)nascita.

Come? Venendo condivise e commentate quanto se non più delle notizie pubblicate online dai media tradizionali. Il primo dato a sostegno di ciò è arrivato su Buzzfeed il 16 novembre del 2016: negli ultimi tre mesi di campagna elettorale americana le interazioni su Facebook con le notizie di testate riconosciute sono state inferiori a quelle con le cosiddette bufale.

Quindi, online e nello specifico sul social network da 2 miliardi di utenti le assurdità hanno avuto più successo dell’informazione tradizionale. Se le fake news siano state in grado o meno di condizionare il voto a favore di Trump — sostenuto, secondo l’Università di Oxford, da messaggi sparati automaticamente cinque volte più numerosi di quelli pro-Clinton — è difficile, se non impossibile, quantificarlo, ma c’è un caso che ha fatto scuola per i suoi concreti effetti offline nonostante i tentativi di smentita della stampa tradizionale: il Pizzagate.

Nel dicembre del 2016 un 28enne è stato arrestato a Washington per aver sparato un colpo d’arma da fuoco al Comet Ping Pong, ristorante accusato in Rete, prima su Reddit (con una discussione in seguito cancellata) e poi su Facebook e Twitter, di essere coinvolto in un giro di pedofilia riconducibile al Partito Democratico di Hillary Clinton. Un caso isolato ed eclatante o una delle punte particolarmente appuntite di un iceberg destinato a venire a galla, ci si chiedeva all’epoca?

A caldo, in novembre, Mark Zuckerberg metteva le mani avanti definendo«folle il pensiero che Facebook abbia condizionato il voto» e dichiarando che il 99 per cento di quanto viene diffuso sulla (sua) piattaforma è autentico. Poi ha avuto di che ricredersi.

Cosa sono le fake news e perché ci caschiamo

Come detto, sotto il cappello fake news, termine dell’anno 2017 secondo il Collins Dictionary, sono finiti diversi fenomeni mossi da differenti interessi. Facciamo un passo indietro e partiamo da una prima macro distinzione, quella fra disinformazione (la deliberata creazione e diffusione di informazioni false) e misinformazione (la condivisione involontaria di informazioni false).

Causa ed effetto, in sostanza, in una relazione felicemente funzionante anche nei nostri confini: secondo una ricerca dell’Osservatorio News-Italia, il 70 per cento degli italiani si informa in Internet e il 53 per cento afferma di essersi spesso imbattuto in contenuti falsi o parzialmente falsi.

Come lo si può trarre in inganno? Interessante consultare le sette modalità di manipolazione evidenziate da Claire Wardle su First Draft.

Due le modalità da evidenziare:

• Contenuti falsi al 100 per cento. Ad esempio: la foto di Boschi e Boldrini al funerale di Riina. Scatto che nulla aveva a che fare con il contesto citato. Oppure, uscendo dal recinto della politica ed entrando in quello altrettanto popolato della sanità, con 8,8 milioni di italiani che si sono imbattuti in bufale mediche: il magnesio può alleviare tutti i malanni, ma nessuno te lo racconta.

• Contenuti parzialmente falsi, manipolati o strumentalizzati. Ad esempio: la foto dell’islamica sul ponte dell’attentato a Londra. Scatto vero, ma condiviso sottolineando la falsa indifferenza di uno dei soggetti ritratti.

Due gli ostacoli nella ricerca di soluzioni per arginare il fenomeno:

• È molto difficile definire a priori i confini in entrambi i casi, soprattutto nel secondo. Basti pensare a come la satira, il marketing politico o la propaganda possano creare confusione.

• Difficile e pericoloso decidere chi debba diventare arbitro della verità.

Perché le fake news ci traggono in inganno online?

Sui social network la prima buccia di banana è banalmente grafica. Soprattutto da smartphone — con il 65,5 per cento degli italiani che naviga solo in questa modalità (fonte Audiweb) —, siamo abituati a scorrere un flusso di riquadri praticamente identici all’interno dei quali possiamo trovare il post di un amico, la foto di un familiare, un video del Corriere della Sera, una notizia di un sito di informazione poco conosciuto ma affidabile, la pubblicità di una banca e il contenuto di un portale di fake news.

Ci sono poi gli algoritmi delle piattaforme che premiano i contenuti in grado di rimbalzare più rapidamente da una bacheca e da un profilo all’altro. Negli anni, quindi, tutti gli attori in campo su Internet hanno erroneamente cavalcato a diversi livelli il sensazionalismo, soprattutto nei titoli. Chi vuole spararla grossa ha trovato terreno fertile e un codice di comunicazione comune. E ha adottato escamotage tecnici specifici, come l’uso di Url che richiamano il nome di testate note o l’ausilio di bot, utili a far rimbalzare un messaggio e renderlo virale in poco tempo.

Perché vengono create e diffuse

Per interessi economici, di molti dei soggetti coinvolti. I siti guadagnano con la pubblicità, gli introiti pubblicitari crescono con l’aumentare dei clic e le piattaforme che ospitano i siti o i contenuti dei siti sono spesso le stesse che ingrassano facendo da concessionaria pubblicitaria. Il cortocircuito è servito.

Si pensi che quest’anno i soli Facebook e Google raccoglieranno oltre il 60 per cento del mercato americano delle sponsorizzazioni in Rete da 83 miliardi di dollari (fonte eMarketer). In Italia, la pubblicità online procede con un rialzo superiore al 10 per cento all’anno dal 2008 (fonte Iab e Politecnico di Milano); fa eccezione il 2015 con una progressione solo del 9 per cento) mentre gli altri media calano (fonte Nielsen). Sugli schermi mobili la crescita è addirittura del 40 per cento.

Chiamati in causa, alcuni dei gestori dei siti fake, come l’americano Paul Horner o l’italiano Matteo Ricci Mingani, non hanno avuto remore ad ammettere il fine ultimo della loro attività: fare soldi. Con le bufale pro-Trump, un 18enne macedone ha rastrellato 60 mila dollari in sei mesi. Il ragazzo vive a Veles, città della Macedonia cui fanno capo almeno cento portali che hanno sostenuto l’attuale presidente degli Stati Uniti. Per fare soldi.

La propaganda ai tempi di Internet

Per motivi elettorali o propagandistici. Se gli esecutori vogliono guadagnare, i mandanti puntano a orientare le opinioni e a sfruttare la tendenza degli utenti, incoraggiata dagli algoritmi, a rifugiarsi in opinioni a loro affini. Negli Stati Uniti l’Fbi sta indagando su un possibile ruolo attivo della Russia nella campagna presidenziale. L’indagine ha portato davanti al Congresso anche i general counsel di Facebook, Twitter e Google.

Di certe per ora ci sono le migliaia di post sponsorizzati acquistati da fabbriche di troll del Cremlino (mentre per la Brexit non sembra esserci stato un analogo sforzo economico) che creano profili e contenuti ad hoc e organizzano e ottimizzano la diffusione del materiale. «Avevo bisogno di soldi, come tutti», ha confessato Alan Baskayev, ex impiegato della Internet Research Agency di San Pietroburgo, riportando il discorso ai sopracitati interessi economici degli esecutori.

Da parte sua, Donald Trump ha da fin da subito sfruttato il termine «fake news» per usarlo contro la stampa e gli avversari politici. I politici italiani stanno seguendo la scia: dal «vi abbiamo sgamato» di Renzi sul palco della Leopolda rivolgendosi a 5 Stelle e Lega all’accusa di Beppe Grillo al New York Times di diffondere falsità orchestrate dal Pd, per citare alcune delle ultime dichiarazioni in ordine di tempo.

E allora come ci si regola

Un anno di intenso dibattito globale ha insegnato qualcosa a tutti. Alle piattaforme, che stanno intervenendo sui loro algoritmi per abbattere la visibilità di portali che mentono sulla loro origine e finalità (Google) o dei post costruiti solo per ottenere clic (Facebook) e per tagliare gli introiti pubblicitari ai portali di bufale. Alle testate giornalistiche, richiamate all’ordine dal successo delle assurdità online e dalle accuse dei politici di spacciare falsità. Trump negli Stati Uniti, ma anche Grillo in Italia. Gli abbonamenti digitali del New York Times hanno beneficiato subito del ciclone fake news, con un’impennata nel quarto trimestre del 2016, e hanno registrato la più importante progressione di sempre nei primi tre mesi del 2017.

Questa tendenza ci porta al ruolo degli utenti. I lettori. Devono, dobbiamo, in primis imparare a navigare consapevolmente, verificando fonti e firme e assumendoci la responsabilità di quanto condividiamo. E dobbiamo renderci conto di come l’illusione dell’informazione gratuita abbia contribuito all’implosione del contesto in cui le fake news e i loro produttori hanno trovato terreno fertile. Qualità, tempestività, selezione, autorevolezza e completezza hanno un prezzo. I professionisti e il loro lavoro vanno pagati: non lo mettiamo in dubbio quando andiamo dal dentista, ci avvaliamo della collaborazione di un idraulico o acquistiamo un biglietto per un concerto o l’abbonamento a Netflix e Spotify e non dobbiamo farlo quando leggiamo un articolo o guardiamo una videoscheda sul sito di una testata giornalistica.

Questo non vuol dire che il modello dell’acquisto della singola copia del quotidiano o del periodico debba essere replicato in toto in Rete, ovviamente, ma che i lettori debbano avere online la possibilità di consumare notizie e approfondimenti autorevoli, pagandoli con le modalità adatte a mezzi e prodotti. Dagli abbonamenti digitali al crowdfunding, passando per l’iscrizione a pagamento alle newsletter. La sola pubblicità non basta, ed è essa stessa parte della riflessione con la necessità degli inserzionisti di venire associati solo a materiale verificato e verificabile. Il valore dei contenuti non è un di più. E, sia quello delle testate tradizionali o di nuove realtà, va pagato.

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Ex soci della Banca di Vicenza a caccia dei beni di Zonin & C. – (consiglio di guardare bene i video pubblicati)

Gli avvocati chiederanno le revocatorie dei trasferimenti di proprietà a mogli e figli. Definito il calendario processuale. Si riprende il 20 gennaio, udienze anche il sabato.      

VICENZA. La polizia giudiziaria tornerà negli uffici della Popolare di Vicenza per acquisire gli elenchi delle persone che hanno transato con l’istituto di credito.

Lo ha disposto ieri mattina il gup Roberto Venditti nel corso dell’udienza preliminare per aggiotaggio e ostacolo alla Vigilanza nei confronti di Gianni Zonin e di altri 6 ex vertici dell’istituto, più la banca stessa. L’obiettivo è quello di valutare chi effettivamente ha diritto di partecipare al procedimento in qualità di parte civile, con la possibile estromissione dall’udienza di quanti – accettando l’accordo con Bpvi – sono stati in parte risarciti.

Udienze di sabato. L’udienza di ieri è servita a definire il calendario processuale. Si riprende il 20 gennaio (posizioni da 1 a 128), si prosegue il 27 (posizioni da 128 a 289) e poi c’è un febbraio intensissimo con ben quattro date: il 3, l’8, il 15 e il 24. La maggior parte delle sedute si tiene di sabato, giorno insolito per le udienze. Lo ha deciso il gup per dribblare l’ostacolo dei molti altri impegni in aula degli avvocati, evitando così ritardi nella celebrazione del processo.

Lo spettro che incombe è la prescrizione; per Veneto Banca il gup di Roma ha addirittura anticipato di tre mesi l’avvio della preliminare. Una tabella di marcia decisamente serrata quella vicentina, tanto che le difese hanno sollevato un problema di tempi, ritenendoli troppo brevi per preparare le eccezioni alle costituzioni di parte civile.

Ricongiunzione di Sorato. Un’udienza intanto è stata spostata: quella a carico dell’ex direttore generale Samuele Sorato che viaggiava su binari paralleli visto lo stralcio disposto dal giudice a fronte della malattia che lo ha colpito impedendogli di partecipare al processo. La data del procedimento è stata fissata per il 20 gennaio e se l’ex manager si sarà ripreso, sarà possibile la riunificazione del procedimento.

Le prossime mosse, le revocatorie. Cosa succederà nel corso delle prossime udienze? Le difese degli imputati solleveranno eccezioni per estromettere quante più parti civili (attualmente sono quasi 5 mila). I legali dei risparmiatori potranno muoversi invece lungo la strada delle revocatorie. In pratica potranno chiedere che vengano annullate le operazioni con le quali gli imputati hanno trasferito le loro proprietà ai familiari. In questo modo sarà possibile aggredire i beni – numerosi – ceduti dagli ex amministratori a mogli e figli prima del tracollo dell’istituto di credito.

Quei sequestri che, a differenza di quanto avvenuto per Veneto Banca, non sono mai stati fatti a Vicenza, potrebbero scattare su iniziativa degli avvocati dei risparmiatori. «Noi procederemo sicuramente», conferma l’avvocato Sergio Calvetti, il legale con il maggiore “pacchetto” di parti civili. «Attendiamo che ci sia la definitiva ammissione alla costituzione di parte civile».

Aula bunker. In attesa che venga definito il numero di risparmiatori legittimati a partecipare all’udienza preliminare, il gup Venditti ha chiesto agli avvocati di presentare entro l’8 gennaio il numero esatto di clienti che intendono prendere parte alla seduta.

E questo, naturalmente, per motivi logistici. Il tribunale di Vicenza per tale procedimento può ospitare al massimo 350 persone, tra aula “c” e altre due aule collegate in videoconferenza. Se invece il numero dei partecipanti fosse superiore, allora ci sarebbe la “migrazione” del processo verso l’aula bunker di Padova o quella di Mestre. Il presidente del tribunale vicentino Alberto Rizzo non aveva comunque escluso altre soluzioni logistiche che sono allo studio. ( di Sabrina Tome’-Messagero Veneto)

TOTO’ “MISERIA E NOBILTA'” – DA COMMEDIA DI IERI ALLA RELATA’ DI OGGI.

 

Recensione: MISERIA E NOBILTA’ (1954)

 

Lo scrivano pubblico don Felice (Totò) e il fotografo ambulante don Pasquale (Enzo Turco) condividono la stessa casa, lo stesso vizietto per le donne e la medesima miseria, mentre le rispettive consorti passano tutto il tempo a litigare.
Quando però il Marchesino Eugenio (Franco Pastorino) si presenta con una proposta stravagante, i due marpioni colgono a volo l’occasione per guadagnare un pasto e qualche soldo; i due infatti, insieme alla moglie (Liana Billi) e la figlia (Valeria Moriconi) di Pasquale, dovranno far finta di essere i parenti nobili del Marchesino Eugenio, intenzionato a sposare Gemma (Sophia Loren), una ballerina figlia di un ex cuoco arricchito (Gianni Cavalieri), senza il consenso dei genitori.
E quando tutto sembra andare per il verso giusto inizieranno i problemi, con don Felice costretto a gestire l’incontro con Bettina (Giulia Melidoni), la vera moglie nonché cameriera di Gemma, e l’improvviso arrivo di Luisella (Dolores Palumbo), l’attuale compagna.
Una situazione destinata a precipitare prima che il fato intervenga per sistemare ogni cosa.

Chi non ha mai sofferto realmente la fame forse faticherà a comprendere fino in fondo questa divertente opera teatrale scritta nel 1888 dal maestro Eduardo Scarpetta.
Miseria e nobità, adattata sul grande schermo da Ruggero Maccari con la regia di Mario Mattoli, fotografa in mono ironico la dura realtà famigliare di due disgraziati costretti a vivere ogni giorno senza un soldo in tasca e spesso senza pasto, a causa della mancanza di lavoro. Una situazione che può sembrare anacronistica in un’epoca in cui il benessere si misura dalla quantità di oggetti posseduti, ma che la crisi (purtroppo) sta riportando alla luce.
Ma Miseria e nobiltà è anche un ritratto lucido delle debolezze umane che accomunano, si sa, tanto i poveri disgraziati quanto i nobili signori, come dimostra la situazione finale con protagonista “Bebè” (Giuseppe Porelli). Senza dimenticare una certa irrisione di un ceto sociale già ampiamente in decadenza all’epoca della scrittura originale, basato su titoli e principi morali del tutto frivoli (tanto che basta un vestito, dei baffi finti e un accento particolare per trasformare dei miserabili in principi, marchesi e contesse).

Due figure, quella di don Felice e di don Pasquale, magistralmente interpretate da Totò e Enzo Turco, che si spalleggiano a vicenda regalando allo spettatore memorabili scenette comiche, come quella della lista della spesa da pagare dando in pegno il soprabito. Due fantastici attori ben assistiti dal resto del cast, da Dolores Palumbo a Liana Billi, in perenne contrasto, passando per l’ingenuo Gianni Cavalieri e per “bellezza mia” Carlo Croccolo. Senza dimenticare la bellissima Sophia Lorennei panni della ballerina Gemma.

Una commedia dolce-amara che fa morire dal ridere e, allo stesso tempo, come quasi tutte le opere di Scarpetta, induce alla riflessione su tematiche fondamentali come la povertà. 

COMMENTO:
Ho voluto pubblicare questa commedia dolce-amara che allo stesso tempo a distanza di tanti anni rappresenta l’attuale fotografia della nostra Italia oggi ,  povertà’, mancanza di lavoro per giovani e non ,  mancanza di sicurezza su tutto e per ultimo il mio pensiero va a tutte le persone,(anziani, piccoli artigiani e a tutte quelle persone truffate dalle banche) che hanno provato e continuano a subire cosa significa essere derubati e combattere ogni giorno una storia nuova che Toto’ ed il Maestro Scarpetta allora non conoscevano. Riporto questa frase che mi ha veramente colpito “Chi non ha mai sofferto realmente la fame forse faticherà a comprendere fino in fondo questa divertente opera teatrale scritta nel 1888 dal maestro Eduardo Scarpetta.”

Sul Gran Sasso lo spettacolo dell’inverno: il rifugio è una casa di ghiaccio.

Il tetto spiovente, il balconcino, le sagome di porte e finestre, la ringhiera esterna e i tubi sulla facciata, tutto ricoperto da una coltre bianca. È uno spettacolo che non si verificava da anni quello che martedì mattina si è presentato davanti agli occhi di tre scialpinisti aquilani all’arrivo davanti al rifugio Duca degli Abruzzi, sul Gran Sasso. La struttura, di proprietà del Cai di Roma, situata a 2388 metri sul Monte Portella, si è praticamente trasformata in una scultura bianca: merito di una condizione atmosferica particolare data dalla combinazione di freddo, vento e umidità. Per assistere a questo regalo della natura i tre scialpinisti partiti da Campo Imperatore – Ivan Argentini, Paolo Boccabella ed Emanuele Lattanzi – hanno sfidato temperature al di sotto dei -20°, raggiungendo prima il rifugio Duca degli Abruzzi e poi il rifugio Garibaldi, sommerso dalla neve che lo ha ricoperto fino a lasciar fuori solo il tetto. “Il Corno Grande lo puntavamo da due giorni”, racconta Argentini. “Dalla finestra di casa mia lo vedo, quindi sapevo che era caduta moltissima neve. Così, appena le condizioni meteo ce lo hanno permesso, siamo saliti. Io vado in montagna da 10 anni ma il Gran Sasso così non l’avevo mai visto. Paolo Boccabella, che è un grande conoscitore di queste montagne e fa alpinismo da 40 anni, racconta che non si verificavano queste condizioni dagli anni ’80-’90”.

Buon Natale. In questo dolcissimo giorno inginocchiati davanti alla grotta e arrenditi

I santi del Natale, oltre «il Poverello»
L’Incarnazione è la prova che l’uomo non ha prezzo. Non potrà essere comprato o venduto; ingannato o barattato. Vale più di tutto l’universo. Nel bimbo Gesù, Dio annulla le distanze tra cielo e terra
Presepe vivente (Lapresse)

L’uomo non si è mai accontentato di ciò che mangia, da sempre ha dentro una voragine che lo attrae, lo ammalia, gli fa male e che lui, tenta di colmare. Che gli fa guardare al futuro con una sorta di paura, di angoscia, di apprensione. E poi quelle domande che ci martellano in testa e ci svegliano nel cuore della notte: ma, poi, davvero finisce tutto? E se ci fosse un Oltre? Che so, una sorte di secondo parto? E la mente che si arrovella a pensare all’origine della vita.

Tutti, credenti, agnostici, atei, non possono non avvertire le vertigini quando si mettono a indagare. Ma da dove è sbucato il sole? E quell’ immenso, sterminato oceano di stelle? E la mia, la tua vita? Da impazzire. La nostra mente non regge. Tutto è così strano, così folle, così vero. Tutto è così bello. Siamo avvolti nel mistero.

Questa vita, bella o brutta, ricca o povera, è nostra, ci appartiene. E noi la stiamo attraversando. Questo è il nostro tempo, un altro non ci sarà dato. Lo dobbiamo assaporare a piccoli sorsi, come si fa con il vino buono. La vita è nostra ma non ne siamo i padroni.

Dio, poi, che dire? Nessuno lo ha mai visto. C’era il rischio che gli uomini si sbagliassero su di lui. Che lo immaginassero collerico e dispotico. Prepotente e vendicativo. Non doveva accadere. Assolutamente. Sbagliandosi su Dio l’uomo avrebbe sbagliato su tutto il resto. Perciò venne in mezzo a noi, si fece uomo come noi.

L’Incarnazione è la prova che l’uomo non ha prezzo. Non potrà essere comprato o venduto; ingannato o barattato. Vale più di tutto l’universo messo insieme. Nel bimbo di nome Gesù, Dio annulla le distanze tra il cielo e la terra. Ci dice chi siamo, di che cosa abbiamo bisogno. Ci fa la diagnosi e ci dona la terapia.

Dal giorno in cui venne ad abitare in mezzo a noi tutti possono gustare, se vogliono, la felicità. Chiunque può raggiungere la vetta della sua stessa umanità e di là contemplare il Vero, il Bello, il Buono. Gesù di Nazareth ci mette in guardia da noi stessi; dai rischi e dai pericoli che ci insidiano. Non solo ci indica la via, ma Egli stesso si fa via. «Per questo t’ amo. Altri mi indicavano la meta. Tu mi hai rifatto la strada sotto i passi…” canta don Giuseppe Centore, prete e poeta campano. Ci fa toccar con mano la bellezza e la fragilità della nostra vita e ci invita a dissetarci alla pienezza della Sua.

Ci implora: « Venite alla sorgente. Non si paga niente. Venite. Comprate senza denaro vino e latte…». Tutto è dono. Tutto è grazia. Suo Padre è anche mio padre. Dal giorno in cui l’ Emmanuele fece il suo ingresso nella storia, il mondo non è più lo stesso. Dio ama abitare e riposare in mezzo a noi.

Da quando il vagito del bambino Gesù scaldò la gelida notte di Betlemme la speranza non è più una parola vuota. Dio si è fatto uomo per stare accanto all’uomo. Meglio, per fondersi con l’uomo. Incredibile. Stupendo. Gesù, vero Dio e vero uomo, ci dice che ogni uomo gli appartiene. E di te è geloso. Uomo per te Dio è nato, per te Dio è morto. A te Dio si dona. E riterrà fatto a sé tutto il bene che qualcuno avrà fatto a te. Che tu avrai fatto a tuo fratello. Asciuga, dunque, le sue lacrime, dagli da mangiare, sorreggilo quando vacilla. Ti assicuro: niente andrà perduto. Anzi, per l’eternità – ritornano le vertigini! – sarai ringraziato e ricompensato.

Punta al Verità. Bussa. Cerca. Indaga. Ne hai il diritto. Fallo, prima che questo breve giorno lentamente ti consegni all’ombra della sera. Fidati delle istanze più profonde del tuo cuore. In questo dolcissimo e misterioso giorno di Natale, arrenditi. Inginocchiati davanti alla Grotta e, se ne hai voglia, piangi. Non ne provar vergogna. Poi getta sul Bambino il peso che ti opprime e lasciati cullare. Non resterai deluso. Passerai di luce in luce. Di gloria in gloria. Buon Natale, sorelle e fratelli carissimi, buon Natale.

Tutti in piazza per Borsalino: Cittadini uniti per salvare il marchio storico della città – “STORIA DI UN GRANDE MARCHIO ITALIANO”

La notizia del fallimento della storica ditta produttrice di cappelli Borsalino ad Alessandria ha provocato la reazione dei cittadini. Dopo il tam tam partito dai social, in centinaia hanno voluto esprimere solidarietà all’azienda di Spinettta Marengo indossando uno dei tanti modelli del famoso cappello. “Difendiamo uno dei nostri marchi cittadini” – è la risposta in coro degli alessandrini intervenuti all’iniziativa. Tra i partecipanti anche l’assessore allo sviluppo economico della città piemontese, Riccardo Molinari e l’artista teatrale Gianni Braggion. Tra gli ideatori dell’iniziativa la giornalista Elisa Pasino, oltre a Fabrizio Priano presidente del comitato “Salviamo Borsalino”

Tutti con il cappello Borsalino, dipendenti in piazza e allo stadio per salvare l’azienda

Tutti con il cappello Borsalino, dipendenti in piazza e allo stadio per salvare l'azienda

La reazione della città di Alessandria al fallimento dopo il rifiuto del concordato da parte del tribunale.

 Ad Alessandria il tam tam è partito dai social network. Obiettivo: mostrate il proprio orgoglio di vivere nella città che inventò i cappelli Borsalino. “È la risposta alla notizia del fallimento del marchio nato nel 1857 nella nostra città. Un gesto di solidarietà nei confronti dei lavoratori”, dicono gli organizzatori. Che stamattina hanno dato appuntamento ai loro concittadini davanti al negozio del celebre marchio in corso Roma. L’invito conteneva pure una richiesta: “Hai un cappello Borsalino? Indossalo sabato”.
Così si sono presentate quasi 300 persone, quasi tutte con un copricapo e qualcuno pure con cartelli con scritto “#saveBorsalino”. Pochi giorni fa la storica azienda alessandrina, che dà lavoro a circa 130 persone,

 

è stata dichiarata fallita dal tribunale, nonostante una richiesta di concordato e un piano di rilancio presentato dal businessman elvetico Philippe Camperio.

 

“L’imprenditore ci ha detto che vuole andare avanti e noi siamo con lui”, ha spiegato una lavoratrice durante la manifestazione.

 
 
 

Alessandria: Borsalino & Co.

VIDEO

Borsalino: la storia del cappello dei divi hollywoodiani

 

borsalino

 

20 DICEMBRE 2017 • MODA • DI: RAFFAELLA CELENTANO •

«Il cappello Borsalino rivive attraverso le grandi celebrità che l’hanno indossato, trasformando un semplice laboratorio artigianale in un vero e proprio mito per gli appassionati di cinema e moda»

Quando è nata, nel 1857, la Borsalino (sito ufficiale) era un semplice laboratorio artigianale specializzato nella produzione di cappelli. Fondato da due fratelli, Giuseppe e Lazzaro, il marchio ben presto si trasformò in un vero e proprio mito, e i suoi cappelli divennero un must per attori, celebrità, politici e perfino gangster. Era il cappello preferito di Al Capone, ma diventò un successo planetario soprattutto quando lo indossò Humphrey Bogart in Casablanca.

Ben presto questa piccola bottega di Alessandria si trasformò nella più grande fabbrica della città e in uno dei primi veri campioni dell’export italiano, capace di toccare i 2 milioni di cappelli prodotti nel 1914 e di invadere i mercati stranieri, in particolare quello statunitense. Una parabola che purtroppo oggi, dopo centosessant’anni di attività, volge al termine.

Nel corso degli ultimi decenni, infatti, la produzione alessandrina si è via via ridotta, anche perché a metà ’900 il Borsalino si è trasformato da prodotto di massa a oggetto di culto, e di anno in anno è stato sempre più difficile far quadrare i conti. Tra scandali, crac finanziari e passaggi di proprietà, però, la Borsalino ha tirato avanti fino ad oggi, giorno in cui la nuova richiesta di concordato avanzata dalla Haeres Equita di Camperio viene respinta del tribunale e per l’impresa viene decretato il fallimento. Haeres Equita, tuttavia, continuerà a lavorare con le risorse messe a disposizione per il rilancio di Borsalino e conta di poter proseguire il trend positivo degli ultimi ventiquattro mesi, preservando un patrimonio d’eccellenza del sistema manifatturiero italiano.

Si conferma, così, la volontà di continuare la produzione, la distribuzione e le attività di promozione delle future collezioni mantenendo i livelli occupazionali e mantenendo il sito produttivo ad Alessandria. Borsalino, infatti, non è una semplice azienda, ma un pezzo di storia della nostra Italia. Una storia fatta di passione, coraggio e talento. Ripercorriamola insieme attraverso i principali modelli che hanno portato l’azienda al successo…

Il cappello Borsalino è diventato un’icona grazie al cinema, ed era il prediletto del genere noir, che lo adottava come elemento distintivo dei suoi codici. In questo modo entrò rapidamente nell’immaginario collettivo. Ciò che accomuna gangsters, poliziotti ed investigatori privati è proprio il Borsalino, la cui ombra ne aumenta l’enigmaticità. Nell’epoca d’oro di Hollywood tutti ne indossavano uno.

HUMPHREY BOGART: indimenticabile la scena finale di Casablanca (1940) con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, in cui l’attore indossa il cappello Borsalino. Sarà proprio questa pellicola a portare l’azienda italiana al successo internazionale.

MARCELLO MASTROIANNI: nel film 8½, diretto da Federico Fellini e uscito nelle sale nel 1963, l’attore italiano indossa un cappello prodotto dall‘azienda italiana. Ne restò così affascinato da indossarlo spesso, non solo per i suoi film, ma soprattutto nella vita quotidiana.

JEAN-PAUL BELMONDO: in Fino all‘ultimo respiro Borsalino, l‘attore francese veniva spesso ripreso mentre indossava l’iconico copricapo.

ALAIN DELON: nel 1970 la manifattura di Alessandria concede l’uso del proprio nome a due pellicole cult degli anni Settanta: Borsalino Borsalino and Co.. L’idea è proprio del bell’attore francese, e Borsalino accetta a patto che sulle locandine appaia il logo dell’azienda.

AL PACINO: il celeberrimo Padrino non poteva non completare il suo look con un cappello tutto italiano.

ROBERT REDFORD: a metà strada tra un gangster e un miliardario, Jay Gastby (interpretato da Redford) era impeccabile con il suo cappello Borsalino, nel film del 1974 Il Grande Gatsby.

MICHAEL JACKSON: in Smooth Criminal (1987) il Re del Pop indossava un Borsalino bianco che ottenne un enorme successo anche tra i fan più giovani.

ROBERT DE NIRO: Robert de Niro, nel film Gli intoccabili (1987) di Brian de Palma, interpreta il boss mafioso Al Capone, con il suo immancabile Borsalino.

WARREN BEATTY: uno dei Borsalino più iconici della storia del cinema è quello di Dick Tracy, interpretato da Warren Beatty nel film Dick Tracy del 1990.

ROBERTO BENIGNI: arriviamo ad un capolavoro del cinema italiano. Il grande attore toscano interpreta un uomo italiano di origine ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale. Iconica la scena delle “uova nel cappello”, in cui il copricapo è, neanche a dirlo, un Borsalino.

HARRISON FORD: nei panni dell’archeologo nato dalla fantasia di George Lucas, Indiana Jones, Harrison Ford non abbandonava mai il suo Borsalino-simbolo.

TOM HANKS: siamo nel 2002, con il film Era mio padre di Sam Mendes. Tom Hanks si trasforma, anche grazie all’iconico cappello, nel gangster Michael “Mike” Sullivan.

JOHNNY DEPP: in Nemico Pubblico, film del 2009 di Michael Mann, il Borsalino completa il look dell’attore americano, che interpreta il criminale John Dillinger, rapinatore di banche attivo durante il periodo della Grande Depressione.

LEONARDO DI CAPRIO: nel film Shutter Island di Martin Scorsese (2010) Leonardo Da Caprio e Mark Ruffalo interpretano due agenti federali. Anche qui il cappello diventa il segno di riconoscimento dei due detective.

TONI SERVILLO: il cappello Made in Italy per eccellenza fa la sua comparsa anche ne La Grande Bellezza, film di Paolo Sorrentino. Ad indossarlo è Toni Servillo, nei panni del protagonista Jep Gambardella.

BEN AFFLECK: nel 2016 in La legge della notte il divo di Hollywood ci riporta indietro nel tempo con un look studiato nei minimi particolari. A completare l’outfit ovviamente c’è il Borsalino.

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