Popolare Vicenza, il capo della vigilanza di Bankitalia tifava per Zonin: lo provano gli sms

GIANNI ZONIN – EX GIUDICE CECILIA CARRERI

Ottobre 2014: allarme rosso alla Popolare di Vicenza. In quei giorni la banca guidata da Gianni Zonin rischiava seriamente la bocciatura ai test di bilancio della Bce di Francoforte. Sarebbe stato un colpo pesante alla credibilità di un istituto che già allora, come si scoprirà soltanto molti mesi dopo, aveva serie difficoltà a far quadrare i conti. Nella città del Palladio devono correre ai ripari, metterci una pezza in qualche modo prima che la bocciatura diventi di dominio pubblico, con tutte le conseguenze del caso. Ed ecco che, come L’Espresso è in grado di rivelare sulla base di documenti inediti, dal telefono di Samuele Sorato, il direttore generale della banca veneta, di fatto il braccio destro di Zonin, parte una richiesta d’aiuto: «Gentile dottore, avrei necessità di sentirla, come saprà la nostra richiesta è stata rigettata dalla Bce». Questo il testo dell’sms inviato da Sorato alle 12 e 22 minuti del 7 ottobre 2014. La sorpresa è il destinatario di quella richiesta. Il messaggio parte verso un numero di cellulare intestato a Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza della Banca d’Italia. Il quale, a giudicare dagli scambi successivi di sms, si mette subito in moto per dare una mano al manager. E infatti alle sette di sera Sorato scrive ancora all’alto dirigente di Banca d’Italia: «Vorrei ringraziarla per i suggerimenti ricevuti. (…) Gradirei sentirla per i prossimi passi da intraprendere».

GIANNI ZONIN E UN TRUFFATO DI BPVI 

A questo punto Barbagallo non riesce proprio a fare a meno di sbilanciarsi e scrive: “Ok. In bocca al lupo!”, con tanto di punto esclamativo che vorrebbe rinforzare la personale solidarietà dell’alto dirigente di Bankitalia nei confronti del direttore generale della Popolare vicentina.

Quei messaggi, e molto altro ancora, sono agli atti dell’inchiesta giudiziaria della procura di Vicenza sulla fallimentare gestione della Popolare per vent’anni presieduta da Zonin. Un’inchiesta che proprio in questi giorni è arrivata all’udienza preliminare che dovrà decidere quali degli indagati, tra cui lo stesso Sorato, finiranno a processo. Per la cronaca, alla fine Vicenza riuscì a superare per il rotto della cuffia i test della Bce, grazie alla conversione di un prestito obbligazionario.

Potremmo chiederci se è normale che il massimo dirigente della Vigilanza bancaria dia una mano a un suo vigilato per superare gli esami dei controllori europei. E se è opportuno che lo faccia attraverso scambi di sms, a testimonianza di una consuetudine di rapporti che appare ormai consolidata nel tempo. Da mesi al centro delle polemiche, la Banca d’Italia si è sempre difesa sostenendo che la Vigilanza ha sempre fatto tutto quanto in suo potere, così come previsto dalle leggi vigenti, per marcare stretto Zonin e gli altri. È un fatto però che i vertici della Popolare di Vicenza potessero godere di una corsia preferenziale per accedere alla Vigilanza di Bankitalia. A volte, come dimostrano i documenti esaminati da L’Espresso, a fare da tramite verso Roma erano ex dirigenti della stessa Banca d’Italia assunti da Vicenza. Per esempio Mario Lio, ex funzionario della Vigilanza passato alla Banca Nuova di Palermo, controllata dalla Popolare di Zonin. “Ho parlato adesso con Barbagallo, è stato affettuoso. Speriamo bene…”, scrive Lio a Sorato il 18 febbraio del 2012.

GIANNI ZONIN 

Il 4 settembre del 2013 tocca invece a Gianandrea Falchi, ingaggiato da Zonin dopo essere stato in staff dell’ex governatore Mario Draghi. “Lunedì vedo Barbagallo – scrive Falchi a Sorato – vi sono altre cose di cui parlare oltre a quelle che ci siamo dette lunedì?”. A gennaio del 2014, invece, lo stesso Falchi ci tiene a far sapere a Sorato di aver informato Barbagallo “di quanto ci eravamo detti”. E aggiunge un particolare curioso: “Ho scoperto che Visco e Consoli sono nati lo stesso giorno e anno”. Consoli era il numero uno di Veneto banca, l’altra Popolare in difficoltà che nei progetti della Vigilanza avrebbe dovuto fondersi con Vicenza. Solo che nel gennaio del 2014, Consoli era sotto pressing costante dei controllori di Bankitalia, mentre Zonin, che aveva bilanci ancora più disastrati, tesseva la trama di nuove acquisizioni.

La creazione della grande Popolare del Nordest resta sulla carta e da Vicenza si mettono alla ricerca di alternative. Banca Etruria è la prima della lista. E infatti in primavera l’interesse del possibile acquirente viene formalizzato con un’offerta nero su bianco. In quei giorni Sorato torna a contattare via sms Barbagallo. “Buonasera dottore posso disturbarla?”.

LE ATTIVITA’ DELLA FAMIGLIA ZONIN

Questo il testo dell’sms datato 11 giugno 2014. La risposta arriva nel giro di pochi minuti: “Sono a Francoforte, se mi lascia un recapito la chiamo tra mezz’ora”. Giorni delicati, quelli, perché il consiglio di amministrazione di Banca Etruria deve riunirsi per decidere se accettare l’offerta di Vicenza. E l’arbitro della partita era proprio Banca d’Italia. Alla fine Arezzo dice no e l’affare salta. Entrambe le banche vanno incontro al proprio destino: dissesto e liquidazione.

IL DOGE DI VICENZA

A maggio del 2015 anche Sorato arriva a fine corsa. Il manager viene messo alla porta da Zonin, che tentava di salvare la poltrona scaricando sui manager la colpa del disastro. Ma prima di farsi da parte, il direttore generale della Popolare di Vicenza scrive ancora a Barbagallo via sms. “Mi scusi se la disturbo di domenica. Ci terrei a comunicarle alcune decisioni che stiamo prendendo”. Era il 10 maggio 2015. Due giorni dopo Sorato ha perso il posto di lavoro. ( Vittorio Malagutti L Espresso)

IGNAZIO VISCO-GIANNI ZONIN

Etruria, mandò email a Unicredit: ora Carrai chiede i danni al Fatto

 

Caro direttore, l’articolo di venerdì di Carlo Di Foggia elenca una serie di ragioni per le quali la mail da me inviata dopo l’audizione del dottor Ghizzoni alla Commissione parlamentare sulle banche sarebbe “un’uscita inspiegabile” e che l’avrei scritta dopo “ore di silenzio”. Ghizzoni viene sentito la mattina del giorno 20 alle 10 circa. Alla stessa ora, come presidente di Toscana Aeroporti, sono all’aeroporto di Pisa per gli auguri natalizi, alle 12 all’aeroporto di Firenze per gli stessi incombenti, alle 13 a una colazione di lavoro a Firenze, alle 15 avevo il Consiglio di amministrazione di Toscana Aeroporti. Il tempo poi di verificare le mie carte, relative a fatti precedenti di anni, e di scrivere e inviare la mail. Così molto semplicemente, cioè col mio lavoro, si spiegano le “ore di silenzio”.

Dice poi l’articolista che a gennaio 2015 Banca Del Vecchio “non è in vendita (non lo è mai stata)”. Si metta d’accordo con la sua collega Camilla Conti, che sul Fatto del 1 febbraio 2015, nell’articolo “Banca Etruria, la riforma delle popolari e i patrimoni dell’élite fiorentina” scrive (cito) “del possibile scorporo della banca dal gruppo Etruria a Firenze si parla già da novembre dell’anno scorso riportando rumors su una possibile cessione di quella che in riva all’Arno chiamano la ‘banca dell’oro’ per fare cassa nonché per renderla più attraente nella prospettiva di ‘una integrazione con una realtà bancaria maggiormente rilevante’ come all’istituto aretino impone Bankitalia”.

Il giornalista dice inoltre che “le voci su un interessamento di Carrai per conto della banca israeliana Hapoalim furono smentite da lui stesso”. Se lei riprende le mie dichiarazioni al Corriere della Sera del 14 febbraio 2015 potrà constatare che io feci due affermazioni, ossia che non avevo presentato manifestazioni di interesse per l’acquisto di Banca Del Vecchio e che non avevo nominato nessun advisor. Le confermo entrambe perché io personalmente non ho fatto nessuna manifestazione di interesse né nominato nessun Advisor. Quanto al mio cliente, dopo le valutazioni del caso, non ritenne di presentare offerta. Confermo anche che il dovere di riservatezza imponeva ed impone di tenere riservata un’operazione allo studio e che da sempre nel mondo degli affari analoghe dichiarazioni vengono fatte – persino (e non è questo il caso) per operazioni poi effettivamente concluse-per rispettare il principio di riservatezza, cui il consulente è tenuto rispetto al proprio cliente.

L’articolista infine si chiede a che titolo io chieda all’ad di una banca quotata informazioni sulla possibilità di rilevare un’altra banca quotata e allude pesantemente ad un uso scorretto che avrei fatto di informazioni privilegiate, collegando la mia richiesta (che ho già spiegato da cosa essere determinata) alla crescita in borsa del titolo Etruria. Orbene, l’art. 184 del Tuf colpisce non la provenienza o il possesso ma l’uso indebito di informazioni privilegiate, che la norma dà per scontato possano essere conosciute per i più svariati motivi. Nessuna informazione privilegiata mi è stata data e nessun uso indebito di informazioni privilegiate ho fatto, cosicchè anche dell’allusione il giornalista risponderà davanti al Tribunale nell’azione risarcitoria che ho dato mandato ai miei legali di presentare.

Gentile Carrai, nessuno ha fatto allusioni, ci si è limitati a ricostruire il contesto in cui si inseriscono i fatti, tra cui i rialzi in Borsa dei titoli. Lei parla di informazioni, ma a Ghizzoni “sollecita una risposta”. Che la Del Vecchio non fosse davvero in vendita non lo dico io ma il fatto che non risultano delibere del cda in merito, cosa che peraltro avrebbe avuto un contraccolpo sui conti già critici di Etruria. Lei non ha fatto “personalmente” nessuna manifestazione di interesse né nominato nessun Advisor per banca Del Vecchio, quindi delle valutazioni fatte dal suo cliente è al corrente solo lei, eppure Ghizzoni non si chiede come mai è informato dei suoi contatti con Etruria, al punto da sollecitare una decisione rapida. Che sia legittimato a farlo per il suo lavoro è una teoria quantomeno curiosa trattandosi di un rapporto tra due banche quotate. Il Tuf recita anche (art. 114) che qualora i soggetti emittenti quotati o i soggetti che li controllano “forniscano nel normale esercizio del lavoro, della professione o dell’ufficio” informazioni privilegiate “a un terzo che non sia soggetto a un obbligo di riservatezza legale, regolamentare, statutario o contrattuale” essi sono tenuti a darne “integrale divulgazione al pubblico, simultaneamente in caso di divulgazione intenzionale e senza indugio in caso di divulgazione non intenzionale”. L’informazione del dossier aperto da Unicredit da dove le arriva? A non ritenere legittima la sua richiesta è Ghizzoni stesso, che le risponde che informerà solo Etruria. Comunque, se anche lei come la Boschi con Ferruccio de Bortoli, preferisce che queste cose ovvie gliele spieghiamo in tribunale, nessun problema. Ci metteremo in fila.(di Marco Carrai – il. Fatto Quotidiano)

FEDERICO DEL VECCHIO2FEDERICO DEL VECCHIO

Zonin, l’uomo che non sapeva niente. Ma controllava tutto

 

«Sopra i mille euro firma tutto il Presidente». Una frase stampata nella memoria perché ripetuta più volte, pronunciata dagli uffici di via Battaglione Framarin a Vicenza, allora sede della Direzione generale di Banca Popolare di Vicenza. «Ma si figuri, dottoressa, non è possibile, non mi prenda in giro». «Le dico, è così, il Presidente guarda tutto: è per questo che ci vuole un po’ di pazienza». L’alto funzionario, lo si capisce, mette la maiuscola a Presidente anche parlando: perché è Gianni Zonin, e chi altri?

Correva l’anno 2012, tempi di fasti bancari veri o presunti. L’aneddoto rispunta birichino dopo l’audizione dell’ex presidente da parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Condita da una serie impressionante di «non sapevo», «non potevo sapere», «non ricordo», «non sono io il responsabile». L’aneddoto richiede peraltro scuse preventive ai lettori: un giornalista non parla di se stesso, e questo invece è il caso. Ma sarà, ritengo, un raccontino illuminante, ancorché personale.

A fine 2012 stavo organizzando la mia seconda mostra fotografica a Padova. Sala pubblica, la bellissima Gran Guardia, patrocinio del Comune, tutto ufficiale e istituzionale. Le fotografie erano dedicate alle piazze di Padova, quell’unicum che attorno al Palazzo della Ragione caratterizza il centro della città fin dal medioevo. La Popolare di Vicenza aveva appena inaugurato, l’11 ottobre, la sua filiale padovana più prestigiosa, dopo un restauro di mesi di un bel palazzo in piazza Cavour. Le mostre, per tradizione e necessità, cercano sponsor, magari per stampare il catalogo. A me, antico socio di PopVi e altrettanto antico cliente, era venuto in mente che poteva essere una bella idea chiedere la sponsorizzazione ad una banca che aveva la sua miglior vetrina a meno di duecento metri, e per di più in un’altra piazza. Un modo per presentarsi ai padovani un filino sopra al marketing puro. Avessi saputo…

Per chiarezza: in cambio di logo ovunque, un breve scritto introduttivo, citazione nei testi eccetera pensavo ad un contributo sui 1200-1300 euro giusto per stampare il catalogo. Il vile denaro sarebbe andato direttamente allo stampatore. In banca mi illustrano la trafila: domanda da compilare e documentazione da allegare. Tutto, hanno voluto sapere: il curriculum, le pubblicazioni precedenti, le recensioni. Peggio che a un concorso universitario. Ho dovuto fare un pacco così, e portare tutto in banca, destinazione un ufficio sconosciuto. La domanda e la documentazione giacciono nel silenzio, e mi informo. Eh, sa quante richieste… le parrocchie, i cicloamatori, la bocciofila, uno stillicidio di elemosinanti. Vabbe’, ma vi tenete un po’ di copie del catalogo, decidete voi e le regalate ai padovani. Nei meandri della lenta burocrazia interna, dai piani bassi a quelli alti, mi informo di nuovo. E dai vertici arriva la risposta illuminante: ci vuole tempo, «sopra i mille euro firma tutto il Presidente». Vero o falso che fosse, questo è stato detto.

Vero o falso che fosse, il particolare dà comunque l’idea dell’immagine diffusa dalla banca stessa della figura di Gianni Zonin. Un uomo che cura ogni dettaglio, che si occupa di tutto. Disposizioni interne, nessuno ha la firma se non Lui. Sarà stato per le donazioni, gli atti di liberalità, le sponsorizzazioni, ma insomma senza la conoscenza e la firma di Zonin non si muoveva un euro. Anzi, non si muovevano mille euro. Per la cronaca, è finita che dopo un po’ mi è stato concesso un obolo di 300 euro. Lo scrivo due volte: trecento euro. E siccome, benché postulante, mi ricordo cos’è la dignità, ho cortesemente rifiutato. Non ho pubblicato alcun catalogo, ci ho messo un po’ a recuperare la documentazione consegnata. Fine dell’aneddoto.

Trecento euro non lasciano spazio nemmeno alla voglia di revanche. Nemmeno sapendo che due anni prima, nel 2010, la Popolare di Vicenza aveva distribuito 1,49 milioni di euro in «607 interventi liberali di utilità sociale e culturale», tutti confluiti nel suo Bilancio Sociale. Un’attività encomiabile, e un mare di firme del presidente, si suppone. Con l’epicondilite in agguato e giù giù fino al polso rischiando la sindrome tunnel carpale, quella compressiva ulnare, o il morbo De Quervain, e dio non voglia il morbo Dupuyrren. Cosa vuol dire la dedizione.

Come si vede, quella frase mi è rimasta scolpita nella memoria. Qualcosa mi dice che non è stata ripetuta davanti ai membri della commissione banche. Homo nesciens, così si è dipinto Gianni Zonin presidente per 19 anni. Sulla firma e sul suo valore presumibilmente si scateneranno i legali della difesa. E’ curioso notare, per esempio, che le «attestazioni del valore dell’azione Banca Popolare di Vicenza, determinate con perizie di stima da professionisti indipendenti» dal 2011 in poi sono state firmate dal direttore generale Sorato. Ma il rendiconto annuale ai soci, inviato agli azionisti prima della convocazione dell’assemblea, e contenente la valutazione dell’azione, quello era firmato dal presidente Zonin. Se poi si ha lo stomaco per andarsi a leggere lo Statuto della Popolare, aggiornato al 2014, all’articolo 22 si trovano tutte le prerogative e i doveri del Consiglio di amministrazione e del Presidente, che appunto lo presiede facendone parte. Il Presidente «promuove l’effettivo funzionamento del governo societario», ha una funzione di controllo sul Cda, convoca, «provvede affinché le informazioni sulle materie iscritte all’ordine del giorno vengano adeguatamente fornite a tutti i Consiglieri». Cioè deve sapere e far sapere. E poi firma. Ovviamente tutto ciò che vale più di mille euro.

Il raccontino riguarda un’infinitesima stellina, poco brillante, della galassia Banca Popolare di Vicenza. Ogni galassia ha al proprio centro, dicono gli astrofisici, un enorme buco nero. E’ lì che è finita PopVi.(Vvox -Pietro Coltro)

Banche, ecco il fallimento totale in Parlamento: chi ride alle spalle della tragedia dei risparmiatori

 

Quanto è stata inutile quella commissione

Va di moda dire che la Commissione parlamentare sulle banche è stata inutile. E noi sottoscriviamo, visto che la moda è stata lanciata proprio da Libero. Serve tuttavia una precisazione: è stata inutile nel senso che non porterà al raggiungimento di nessuno degli obiettivi che si era prefissa; né quello, analitico, di individuare i responsabili del crac bancario italiano né quello, costruttivo, di proporre strumenti che tutelino davvero risparmiatori e istituti da banchieri truffatori e vigilanti addormentati o collusi.

Di fronte a una realtà, passata e presente, così drammatica, la pensata di istituire una superprocura preposta ai reati bancari rende l’ idea di come il sistema sia giudicato inguaribile. Passare la palla ai magistrati, che peraltro sul tema specifico non sono preparati, nel nostro Paese è cosa foriera solo di sventure. D’ altronde, più che un’ indagine, i lavori sono stati una sfilata di vip, selezionati o scartati dai politici inquisitori a scopi di propaganda anziché investigativi. Tanta teatralità e poca sostanza. Forse perché gli attori principali non sono stati sentiti: né la Boschi, che ha monopolizzato l’ attenzione, né Draghi, il vero salvatore degli istituti nonché l’ uomo che avrebbe potuto spiegarci quanto male l’ Europa ha fatto alle nostre banche. Se conseguenze positive non ci sono state, non si può negare che qualche effetto distruttivo le 46 audizioni svolte in duecento ore, acquisendo 4.000 documenti, l’ hanno prodotto.

Il primo è stato far crollare la fiducia dei risparmiatori nelle banche e nei politici a livelli ancora più bassi di quelli già infimi, a cui essa era all’ inizio dei lavori. Danno enorme, considerando che la fiducia è il fondamento su cui poggia il mondo del credito.

D’ altronde, è l’ inevitabile prezzo che si paga per aver trasformato il dramma di milioni di investitori in argomento su cui speculare in campagna elettorale. Al punto che, probabilmente, ci saranno quattro relazioni finali: quella del Pd, che assolverà la Boschi e accuserà la Consob, salvando però Bankitalia con cui di questi tempi occorre andare d’ accordo, quella naif di Brunetta che sosterrà che è tutta colpa del golpe antiberlusconiano del 2011, quella di Cinquestelle e della sinistra, demagogica faziosa e antirenziana, e quella del centrista, ex aennino, Augello, ecumenica, severa, corretta e senza conseguenze. Ha fatto bene l’ ex ministro dell’ Economia Tremonti a disertare con sdegno l’ appuntamento, accusando la Commissione di non svolgere un ruolo istituzionale.

La seconda conseguenza è aver fatto perdere al Pd qualche altro punto nei sondaggi, spingendo i Dem a interrogarsi seriamente se sia il caso di ricandidare la Boschi. E qui bisogna riconoscere che l’ autogol mediatico c’ è stato tutto, ma non per colpa dei giornali, quanto perché gli esponenti democratici in Commissione hanno lavorato molto male. Etruria, per definizione dello stesso governatore di Bankitalia, Visco, è un istituto di dimensioni ridotte. Lo spazio che la Commissione gli ha dedicato è stato sproporzionato, giustificato solo dalla volontà da parte di M5S e della sinistra di Liberi e Uguali di fiocinare l’ ex ministra delle Riforme. E gli esponenti renziani erano così preoccupati di difenderla che non sono passati al contrattacco, aprendo fascicoli ben più pesanti e imbarazzanti per i loro accusatori. Come per esempio quello Mps, la banca ammazzata da D’ Alema e compagni e costata agli italiani cinque miliardi.

Ma se, come detto, tutto è stato un teatrino della politica, con le banche come mero pretesto, il fatto che la vicenda Boschi-Etruria abbia monopolizzato i lavori ci dice della direzione in cui soffia il vento.

L’ alleanza tra sinistra e Cinquestelle per affossare i renziani preconizza una futura intesa post elettorale, estendibile anche al Pd, qualora un risultato particolarmente negativo metta fuori gioco Renzi, liberi gli eletti Dem da obblighi di fedeltà al segretario e renda impossibile la grande coalizione con Forza Italia. Scenario terrificante.

Il fatto che Lega e Fratelli d’ Italia, da sempre ostili a una riedizione del Nazareno, non siano intervenuti per riportare i lavori su binari tecnici pur essendo da sempre dalla parte dei risparmiatori, rivela invece che Salvini e Meloni puntano tutto sul crollo del Pd nella speranza che sia davvero possibile una vittoria del centrodestra.

(di Pietro Senaldi Libero Quotidiano)

 

 

Consumi, tra rate e finanziamenti (spesso non trasparenti) gli italiani si indebitano di più. E ai precari resta il banco dei pegni

 

Secondo le ricerche le tredicesime se ne andranno soprattutto in rincari Imu, Tasi, Rc auto e per oltre un quarto della popolazione il budget per le feste è ridotto. Anche perché nell’arco dell’anno sono fioccati gli acquisti a debito. Con tutti i rischi: “Contratti poco chiari sul costo effettivo del finanziamento”. Chi può avere questi prestiti? Sono tagliati fuori tutti quelli che non offrono sufficienti garanzie. Come i precari, a cui resta il Monte di pietà
Il 26% degli italiani quest’anno ha scelto di tagliare il budget delle feste. Secondo un’indagine condotta dall’Osservatorio Findomestic-Doxa le tredicesime (35,6 miliardi) se ne andranno soprattutto in rincari Imu, Tasi e Rc auto. “Per scopi più piacevoli restano 5,4 miliardi, che potranno essere utilizzati per cenone, regali, qualche viaggio, qualcosa da mettere da parte”, spiega Elio Lannutti, presidente onorario di Adusbef. In ogni caso secondo l’Osservatorio Compass (gruppo Mediobanca) il budget massimo di spesa natalizia per il 39% circa degli italiani sarà di duecentocinquanta euro. “Appena il 3% dichiara di voler spendere più di 1.000 euro e di questi uno su quattro ricorrerà a formule di finanziamento per dilazionare le spese”, spiegano gli esperti della banca milanese. Anche a dispetto del fatto che la tendenza generale nell’arco dell’anno è di un costante aumento dei prestiti per i piccoli e medi acquisti. E questo nonostante le evidenze riportate anche da Bankitalia sui contratti di finanziamento che non sono sempre un campione di trasparenza. Anzi. E intanto a Natale fra gli italiani ci sarà anche chi rinuncerà al prestito (76% secondo un sondaggio tra i lettori di Facile.it e Prestiti.it ) proprio per evitare di fare troppi debiti (il 16%). Senza contare chi, vittima della precarietà, non avrà altra scelta che far ricorso al Monte di pietà.

L’industria del credito al consumo festeggia – Mentre banche e finanziarie potranno con ogni probabilità chiudere l’anno con un piatto più ricco: la crescita del mercato ha del resto già registrato un miglioramento (+8,6% rispetto allo scorso anno e +31,8% rispetto al 2015 secondo Compass) attestandosi a 9,8 miliardi di euro. Così, secondo Findomestic, il 2017 si chiuderà con una crescita del mercato dei prestiti pari a circa il 10%, in linea con il dato consolidato di ottobre diffuso da Assofin. Per Bankitalia il merito di questa tendenza è della flessione dei tassi (Taeg) che a marzo erano scesi all’8,1% pur mantenendo un divario di due punti circa rispetto alla media dell’area euro. Gli italiani fanno quindi sempre più prestiti. “Oggi il 99% dei nostri connazionali conosce almeno una forma di credito al consumo”, spiegano fonti Findomestic che evidenziano come il credito è utilizzato soprattutto per elettrodomestici ed elettronica, auto e mobili. Inoltre è sfruttato anche per ristrutturare casa e per l’efficientamento energetico della propria abitazione nell’intento di sfruttare a pieno i bonus concessi dal governo. “Rispetto al passato è cambiato anche il motivo per cui si ricorre al prestito: oltre al denaro chiesto per comprare computer, droni e smartphone è sempre più frequente la richiesta di finanziamenti per curarsi vista la lentezza e le lacune del sistema sanitario nazionale”, precisano dall’associazione dei consumatori Codacons. Un trend, quest’ultimo, confermato anche dagli operatori di settore: “Il 68% delle persone avrebbe rinunciato ad un acquisto programmato, se non avesse potuto disporre di un finanziamento”, conclude Findomestic.

Restano le problematiche di poca trasparenza nei contratti – Nonostante il mercato cresca a doppia cifra, “le modalità di erogazione di tali prestiti sono spesso caratterizzate da scarsa trasparenza delle condizioni contrattuali”, come riferisce Bankitalia nella relazione annuale 2016. Inoltre si registrano “comportamenti degli intermediari poco attenti alle effettive esigenze finanziarie del cliente: nel 2016 la cessione del quinto è stata oggetto di 15.297 ricorsi all’Arbitro Bancario Finanziario, circa il 70 per cento del totale”, si legge nel documento. La questione è ben nota alle associazioni dei consumatori che invitano a leggere bene la documentazione prima della firma e a chiedere eventualmente consulenza ad un terzo soggetto indipendente. “I contratti sono di difficile interpretazione soprattutto nella parte che riguarda il costo effettivo del finanziamento che spesso include anche una commissione per istruire la pratica – proseguono dal Codacons – Prima di firmare, meglio valutare bene il contratto e tenere presente che in genere più rapidamente viene concesso il prestito, più alti sono i costi del finanziamento”. Senza contare che il costo “occulto” è sempre dietro l’angolo. Può accadere, ad esempio, che a latere del finanziamento venga anche pretesa la sottoscrizione di una polizza assicurativa oppure si stabilisca a favore dell’intermediario la possibilità di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, con in prospettiva un potenziale aggravio di spesa per il debitore. Ad ogni modo, anche dopo la firma del contratto, non bisogna dimenticare che ci sono sempre a disposizione 14 giorni per cambiare idea e recedere senza penali. A patto di inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno e restituire naturalmente il denaro eventualmente ricevuto. Occhio quindi alle condizioni di contratto, se non si vuole rischiare di trovare una brutta sorpresa sotto l’albero. E soprattutto ad evitare di caricarsi di troppe nuove rate per il 2018.

Il debito delle famiglie italiane cresce – Al momento il livello di indebitamento delle famiglie resta ancora sotto controllo ed è più basso rispetto alla media dell’Unione (10,7% contro 12,2%). Tuttavia è indubbio che i debiti privati aumentano come rileva la mappa del credito di Crif per il primo semestre 2017. Oggi oltre un terzo della popolazione (il 35,4%) ha ormai sulle spalle un prestito o un mutuo (+4,1% rispetto ad un anno fa) e deve pagare una rata media da 356 euro mensili su un debito residuo medio da 34mila euro. Solo un contratto su quattro riguarda però un mutuo acceso per l’acquisto della casa, il resto è credito al consumo e cessione del quinto dello stipendio. Con differenze importanti fra i grandi e i piccoli centri. Nei capoluoghi, tra i cittadini più indebitati ci sono i milanesi con il 39,5% della popolazione che ha un debito da ripagare, per un importo medio pro-capite da 52.139 euro e una rata mensile da 428 euro. Seguono i romani (il 41% della popolazione) con 48.295 euro di finanziamento da restituire e una rata da 398 euro. Molto meno popolari i debiti tra gli abitanti del Trentino Alto Adige (solo il 18% ha rate da pagare) con un fardello pro-capite da 40.817 euro. Le rate da pagare non mancano comunque in tutta Italia, ma sono sotto stretto controllo degli operatori del settore visto che negli anni scorsi anche “gli intermediari finanziari hanno svolto un vaglio più attento della clientela, la cui rischiosità è sensibilmente diminuita”, secondo quanto riferisce Bankitalia nella relazione annuale. Nel credito al consumo, infatti, la regola è ormai la richiesta della busta paga o del cedolino della pensione che prova l’effettiva capacità del debitore di restituire il dovuto.

Ai precari resta il Monte di pietà – Rispetto al passato, sono stati quindi tagliati fuori tutti quelli che non offrono sufficienti garanzie di restituzione del denaro prestato. Magari perché lavorano con contratti occasionali. Per loro l’unica strada per finanziarsi in tempi stretti resta il Monte di pietà, che però pratica generalmente tassi più elevati rispetto al credito al consumo (circa l’11,6% più spese di custodia contro una media dell’8,7% commissioni escluse) e richiede in garanzia il bene oggetto del pegno. “Complice la stretta del credito, al banco di pietà sono tornate famiglie, imprese e commercianti. E’ l’ultima spiaggia per finanziarsi velocemente, spiega segretario regionale Lazio Uilca, Paolo Battisti. Si tratta di un business vicino al miliardo di euro l’anno con 33mila microprestiti erogati al mese per importi che sono mediamente attorno ai mille euro, ma che possono toccare picchi fino a 200-300mila euro. Per gli operatori è un settore che offre rischi contenuti per via della garanzia reale del bene che resta in mano al Monte di pietà. Per questo fa gola all’estero. Prova ne è che Unicredit, uno dei principali operatori del settore in Italia, non ha fatto fatica a trovare un compratore per le sue 35 filiali con oltre 200 milioni di impieghi. Si è fatta avanti la casa d’aste austriaca Dorotheum offrendo 141 milioni. “Siamo molto preoccupati dall’impatto sociale di questa operazione – conclude Battisti – Non ne capiamo la logica visto che è un business senza rischi per la banca. Appena il 5% dei pegni non viene riscattato e viene venduto all’asta. Inoltre il ricavato dell’eventuale vendita supera spesso il valore del prestito più gli interessi e la differenza positiva viene riversata al proprietario”. Senza contare che il riscatto è un affare non da poco: gli interessi sono elevati e il capitale dato in prestito è garantito dal gioiello lasciato in pegno. “Insomma, il Monte di Pietà resta un riferimento per gli italiani in cerca di credito”, conclude il sindacalista. E, purtroppo, non solo a Natale.( Floriana Capozzi per il fatto quotidiano)

La sede del Monte di Pietà nella sede Carisa di via Aonzo

Se Babbo Natale esistesse davvero

 

Caro Babbo Natale, quest’anno vorrei chiederti se esisti

 

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Se dovessimo proporre a un bambino di disegnare il Natale, probabilmente disegnerebbe Babbo Natale. Figura iconica di questa festa, portatore sano di magia, di fronte a lui deve capitolare anche lo spirito meno natalizio, nel momento in cui mette al mondo dei figli. Non c’è Babbo Natale senza un bambino che lo aspetti, e non ci sarebbe Natale senza Babbo, l’equazione è molto semplice. Ma molti genitori non possono fare a meno di chiedersi se sia giusto o no raccontare ai propri figli quella che in fondo è una bugia. Bella, magica, con un fondo di verità storica, ma pur sempre una bugia, che potrebbe minare il rapporto di fiducia tra adulto e bambino quando svelata.

 

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D’altra parte se esiste una pagina di WikiHow che offre la procedura per spiegare ai propri figli che Babbo Natale non esiste, significa che il problema è sentito da molti.
Anche per educatori e psicologi è difficile prendere una posizione a riguardo. Dal punto di vista montessoriano, ad esempio, se è fondamentale mettere il bambino nelle condizioni di scoprire e osservare la realtà da solo, sembrerebbe una contraddizione raccontargli storie di renne volanti e impossibili passaggi dal camino, dato che non ne troverà conferma con l’osservazione. Ma in un mondo “a misura di bambino”, formula magica dell’approccio Montessori, la magia e l’immaginazione fanno parte dell’universo infantile e Babbo Natale in fondo personifica in sé la magia di questa festa. Di sicuro però non possiamo demandare a lui le nostre responsabilità genitoriali e il Natale tout court deve essere a misura di bambino. Nel senso che si dovrebbe vivere come una giornata non stressante, provando a rispettare i ritmi dei bambini in un clima sereno e positivo.

La dottoressa Chiara Scurati del centro Ieled di Milano, esperta in psicologia dell’età evolutiva, conferma che per la relazione di fiducia bimbo /genitore non è un errore a priori raccontare di Babbo Natale. Il modo in cui questa figura vivrà nell’immaginazione del piccolo dipende molto dal tipo di rapporto che è stato costruito. Il bambino può infatti scegliere di crederci in una sorta di gioco di ruolo (gioco a crederci) in cui si sta comunque affidando all’adulto. In seguito, con un processo graduale di dubbio e abbandono della fantasia a beneficio della realtà, sarà il bambino stesso a decidere coi suoi tempi quando svelare l’inganno. La cosa importante, per la dottoressa Scurati, è che “a Babbo Natale non vengano associati aspetti educativi. L’errore è farlo diventare una richiesta di comportamento positivo”. A tal proposito la dottoressa chiede anche ai genitori di riflettere sul gioco recentemente importato dagli Stati Uniti detto Elf on the Shelf. Non dobbiamo, infatti, sottovalutare la capacità di immaginare di un bambino, e quella che per noi è un’innocua caccia al pupazzo per il bambino può essere vissuta come una fonte di stress, se si pone troppa enfasi sul fatto che in casa si nasconda un elfo di Babbo Natale che controlla costantemente se il bambino fa il bravo o no.

Oltre a eludere l’aspetto di giudizio (dis)educativo di Babbo Natale, l’approccio steineriano tende a liberarlo anche da ogni ombra di consumismo. “Per noi il Natale è soprattutto attesa” spiega Massimo De Vecchi con il collegio maestri dell’asilo L’Altalena di Cernusco sul Naviglio., che prosegue: “Riempiamo il tempo di questa attesa con il lavoro, preparando doni che vengono portati a casa per essere condivisi con le famiglie. Cerchiamo di trasmettere il messaggio che donare è regalare un poco di noi stessi agli altri”. E in questo contesto Babbo Natale diventa “colui che dona senza aspettarsi nulla in cambio, l’archetipo dell’altruismo”. Un messaggio che gli educatori steineriani cercano di passare senza troppe parole, ma con le azioni quotidiane.

 

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Raccontare o no di Babbo Natale ai nostri figli allora? Non c’è una risposta giusta o una sbagliata a questa domanda. Di sicuro ci sono molti modi per parlarne, dal racconto storico sulle azioni di San Nicola alla favola magica della slitta volante. Ricordando sempre che “la meraviglia, lo stupore, l’entusiasmo sono qualità insite naturalmente nel bambino” continua De Vecchi, che aggiunge: “Nostro compito è preservare e nutrire queste qualità”. E in fondo, ammettiamolo, sono i bambini che mettono magia nel nostro Natale di adulti, e non viceversa. (il sole 24 ore  )

Trump, Mr Bitcoin, Kenny e May: i protagonisti dell’economia nel 2017

E in Italia? Jean Pier Mustier, Leonardo Del Vecchio e i fratelli Benetton

Trump, Mr Bitcoin , Kenny e May: i protagonisti dell'economia nel 2017

 

E’ tempo di bilanci. Anche per il mondo economico e finanziario. Sono stati otto gli uomini (e le donne) che hanno maggiormente influenzato questo 2017, rendendosi protagonisti e influenzando le dinamiche dell’economia e della finanza.  Il primo a lasciare la sua impronta è stato sicuramente il presidente americano Donald Trump, il cui programma elettorale, in particolare per quanto riguarda il piano di rilancio degli investimenti in infrastrutture e la riforma fiscale, ha fatto sognare proprio quella Wall Street contro cui il candidato presidente si era scagliato più volte nel corso di una campagna elettorale dagli accesi toni populistici.

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Alla fine i mille miliardi di investimenti infrastrutturali non si sono ancora visti, ma nell’attesa qualche titolo del settore come l’americana Aecom (+36% negli ultimi 12 mesi) o la tedesca Quanta Services (+13%) è salito in borsa. Certo, non come l’italiana Cementir (+70%), ma in questo caso a spingere le quotazioni è stato più “l’effetto-Pir” (Piani individuali di risparmio) che non “the Donald effect”. In ogni caso il via libera alla riforma fiscale che riduce dal 35% al 21% l’aliquota che grava sul reddito d’impresa e favorisce il rimpatrio degli utili finora detenuti all’estero dalle grandi multinazionali a stelle e strisce ha fatto salire di quasi il 20% Wall Street.

A competere con Trump è stato anche Satoshi Nakamotoaliasl’inventore, nel 2008, del protocollo alla base dei Bitcoin, la più famosa criptovaluta il cui cambio contro dollaro è passato da 700 a 19.000 prima di perdere quota. Il problema è che chi sia Nakamoto nessuno lo sa (qualcuno ha ipotizzato che dietro lo pseudonimo possa nascondersi Elon Musk, l’imprenditore americano fondatore tra le altre PayPal, Tesla Motors e SpaceX, ma l’interessato ha smentito), visto che l’imprenditore australiano Craig Steven Wright, che nel 2016 aveva annunciato di essere Nakamoto, ha poi ritrattato. Il problema è che Nakamoto, chiunque sia, possiederebbe un milione di Bitcoin e se provasse a venderli sarebbe probabilmente l’uomo dell’anno, ma con un effetto sui mercati molto diverso da quello avuto finora.
 

Enda Kenny
 

Enda Patrick KennyTaoiseach (l’equivalente di premier) dell’Irlanda dal marzo 2011 al giugno 2017, è stato l’uomo che ha portato l’Irlanda fuori dalle secche della crisi, risanandone il sistema bancario e facendo balzare il Pil del 8,3% nel 2014, del 25,6% (grazie all’afflusso di multinazionali) nel 2015 e del 5,1% nel 2016. Il tutto riducendo la disoccupazione sotto il 7% e creando 2 milioni i posti di lavoro. Kenny è stato poi costretto alle dimissioni lo scorso giugno per non aver saputo gestire uno scandalo per corruzione all’interno della polizia irlandese, ma anche per le politiche di autorità che hanno finito con l’aumentare le disparità sociali del paese, cosa che lo ha reso inviso a buona parte dell’elettorato.

La sua collega britannica, Theresa May, subentrata al leader conservatore e premier David Cameron dopo la sconfitta sul referendum pro o contro la Brexit (Cameron tifava perché la Gran Bretagna restasse nella Ue) è a sua volta stata protagonista dell’anno che sta finendo, cercando a lungo di trovare un accordo con la Ue su come gestire l’uscita del Regno Unito, che avverrà solo nel marzo 2019 (sempre che gli inglesi non ci ripensino, magari dopo un nuovo referendum).

L’accordo è poi stato trovato a inizio dicembre, con la May che ha dovuto accettare di adempiere a obblighi finanziari per un totale tra i 40 e i 45 miliardi di euro e di garantire la salvaguardia dei diritti speciali di cui godono 4 milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna.

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Alla fine molta della convenienza o meno ad uscire dalla Ue dipenderà da come la May riuscirà a concludere l’accordo commerciale con Bruxelles: sarà tanto fumo per poco arrosto?

Un altro personaggio dell’anno che invece di fumo ne ha fatto veder poco e di risultati concreti parecchi è un francese, a capo di uno dei più grandi gruppi italiani. Jean-Pierre Mustier, ai vertici di Unicredit, ha aperto l’anno chiedendo ai propri azionisti 13 miliardi di euro non per far crescere il perimetro di business ma per poter pulire il bilancio di 17,7 miliardi di crediti deteriorati.

Accanto alla richiesta al mercato, Mustier ha fatto cassa anche cedendo pezzi pregiati come il 65% di FinecoBank, Banca Pekao, Pioneer Investments e un ricco portafoglio di immobili. I risultati si sono però visti e ora Unicredit punta a chiudere l’anno con 4,75 miliardi di utile netto (dagli 1,3 miliardi del 2016) e potrebbe distribuire un dividendo di 0,3 euro per azione per complessivi 670 milioni di euro (poco meno del 15% degli utili, percentuale che potrebbe salire al 20% già dal 2019). Ultimi ma non meno importanti uomini dell’anno sono due imprenditori veneti: Leonardo Del Vecchio sta conducendo in porto la fusione tra la sua Luxottica e la francese Essilor, destinata a creare il nuovo leader mondiale del settore occhialeria-ottica.
 

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Gilberto Benetton, invece, con Atlantia sta cingendo d’assedio la spagnola Abertis, lo stesso gruppo con cui undici anni fa avrebbe dovuto avvenire una fusione che fu invece bocciata dall’allora governo Prodi ed in particolare dal ministro alle Infrastrutture, l’ex pubblico ministero di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Due diverse operazioni, entrambe di respiro europeo, che dimostrano come anche le aziende italiane possano agire da cacciatrici e non si debbano rassegnare a recitare solo il ruolo di prede. Chissà se qualche altro imprenditore o manager farà tesoro della lezione, nel 2018? (Luca Spoldi per affariitaliani)

BUONGIORNO 2018

Buongiorno 2018

 
 

Peccato di pantalone, nessuna prescrizione  

 

 

Aguzzate la vista perché è il dettaglio che conta. Sì, emergono i casi, i fatti, gli eventi, ma è soltanto attraverso il dettaglio che meglio risuoneranno tutte le corde della nostra indignazione. Prendete il catalogo di Dustin Hoffman, più lungo di un albo d’oro d’artista, esordi nella lussuria aggressiva che risalgono addirittura al 1980, secondo le ultime denunce. Comandavano Jimmy Carter negli Stati Uniti e Leonid Breznev in Unione Sovietica: ma una volta si diceva «peccato di pantalone, pronta assoluzione», ora «nessuna prescrizione». E, infatti, è il dettaglio che impedisce clemenza. Tutti sappiamo, adeguatamente informati, dove mettesse le mani Dustin Hoffman, dove se le facesse mettere, come tenesse l’asciugamano sulle nudità e come se lo lasciasse scivolare dai fianchi. Sarà un 2018 di molti altri accusati e di accuse particolareggiate, per un intrattenimento globale di stampo civile. Dicono che sarà l’anno della resa dei conti fra i sessi ma noi qui siamo oltre, siamo alla resa dei conti del sesso altrui, alla sua totale fruibilità, ci sono state circostanziate le foto in déshabillé che il sindaco di Mantova mandava alla bella vedova, e di come la sventurata rispose, cioè non più pudica (e un po’ falsa). Che dovrebbero essere precisamente c… loro, ma quella parola non si può scrivere, se ne può alludere con giri di parole, e un altro giro di guardonismo per diritto di cronaca.  

 

Rottàmami tutto, ma non il festival di Sanremo  

 

 

Una delle più spettacolari lagne all’italiana ha a che vedere col paese dei vecchi, per i vecchi, dei soliti noti, del rinnovamento impossibile. Non facciamo altro che rinnovare, da lustri, e nei momenti migliori rottamiamo. Abbiamo il Parlamento più giovane di tutti i tempi, siamo pieni di leader quarantenni, di facce nuove e noialtri qui sempre con la solita faccia. E questa smania di cambiamento, senza mai ben sapere con chi cambiare, avrà il suo tripudio con il festival di Sanremo, nostromo Claudio Baglioni, un campione del millennio scorso, un fuoriclasse in vista dei settanta che radunerà i suoi gloriosi coetanei, Ornella Vanoni ed Enrico Ruggeri, Riccardo Fogli e Roby Facchinetti. Saremo tutti lì, in milioni e milioni, incollati allo schermo dalla nostra migliore ironia, animati dal più spietato senso critico, così grati a Sanremo che ci offre l’occasione sacramentale di affacciarci alla finestra per dire tutto quello che non va. 

 

L’oziosa sfida ai Cinque stelle e al congiuntivo  

 

 

A proposito di novità, la novità delle novità è il trentunenne Luigi Di Maio candidato premier della forza politica più nuova e, almeno nei proclami, più rivoluzionaria che ci sia. Poi le cose sono un po’ cambiate: la dittatura del proletariato online si è annacquata sotto la più tradizionale delle gerarchie. Innovatori, i cinque stelle, anche in fatto di sintassi, storia, geografia, filosofia politica e cento altre discipline, ma segnalare gli strafalcioni, le incongruenze, i disincantati e inconsapevoli sacrilegi contro lo stato di diritto, è operazione oziosa e controproducente. Ci sono momenti in cui qualcosa si muove, qualcosa di potente, spesso di irrazionale e – diceva Elias Canetti – i nemici designati possono fare quello che vogliono, essere duri o miti, dire la verità o accondiscendere alla bugia, comunque ne resteranno travolti. La sensazione è che i sondaggi sottovalutino i cinque stelle. Le elezioni di marzo saranno uno spettacolo.  

 

Putin, ovvero l’esportazione del lato chiaro della forza  

 

 

A marzo Vladimir Putin sarà eletto alla presidenza della Federazione russa per la quarta volta, con un intermezzo da primo ministro e così, alla prossima scadenza, nel 2022, sarà arrivato a ventitré anni di comando, più di Benito Mussolini, molto più di Nicolae Ceausescu, oltre il doppio di Nikita Krushev. E sempre che allora, alla ormai politicamente adolescenziale età di settant’anni, non decida di prolungare la già prodigiosa carriera. Con la differenza, rispetto ai dittatori citati, che Putin vive e prospera in condizioni di precaria democrazia – dove agli oppositori capitano spesso formidabili disgrazie – ma comunque l’aspetto della democrazia ha. Il che prova che esportare la democrazia è un atto di presunzione, ma nemmeno importarla è questione di carte bollate (il mondo è davvero così interessato alla democrazia, compreso il mondo che già la amministra?). Putin è amato in patria per lo stesso motivo per cui è temuto: l’atto di potenza di cui è capace da un ventennio. E ora che l’ombra della sua tonante sagoma si allunga sull’Europa e sul Medio Oriente, prospera un’Internazionale degli ammiratori: la democrazia è contagiosa, la forza di più.  

 

Berlusconi, Sorrentino e la nemesi del narratore  

 

 

Uno dei pochi geni dell’Italia contemporanea si occupa di uno dei pochi altri geni dell’Italia contemporanea. E cioè, Paolo Sorrentino si occupa di Silvio Berlusconi (ehi, detrattori, piano con l’animosità, chiamatelo pure genio del male, ma genio resta). Il film dovrebbe uscire a maggio, ma chi se ne importa? Conta che esca, e sarà l’evento cinematografico, e non solo, dell’anno. Il problema è se Berlusconi sia riducibile dentro un film, il problema è la riproduzione stessa di Berlusconi: nessun vignettista è riuscito davvero a disegnarlo, nessun imitatore a imitarlo – gli è toccato contentarsi della caricatura – e nessun biografo è riuscito a restituire tanto la complessità e la completezza del descritto quanto le ossessioni del descrittore. Chiunque abbia provato a imprigionare Berlusconi, non soltanto dentro una legge, ma anche dentro una pagina o un fotogramma, ha finito col subire la nemesi, e ne è rimasto imprigionato. Auguri a Sorrentino. 

 

Il giorno in cui Messi diventerà come Borges  

 

 

I Mondiali di calcio senza l’Italia saranno come un giorno d’estate in città quando il resto della famiglia è al mare: uno sprazzo di pace senza implicazioni sentimentali. Per voi. Per chi scrive non cambia molto, essendo egli perduto d’amore per Lionel Messi. Si starà lì a vedere se, finalmente, sarà certificato l’intimo convincimento: Leo è il migliore di sempre. Cristiano Ronaldo, per dire, è il Demonio, ma Leo è Dio. Anche Maradona era soprannaturale, e quando dribblò l’intera squadra inglese ai Mondiali dell’86, ristabilendo che le Falkland si chiamavano Malvine, e prima ancora col gol di mano, il più poetico gesto di antimperialismo della storia, salì lassù dove ad aspettarlo c’era soltanto Pelé. Però, nella modernità, il profilo Twitter di Messi si aggiorna: 729 partite, 586 gol, 283 assist, la certezza che nella giornata più buia baluginerà l’istante di un’intuizione impossibile al resto dell’umanità. Maradona era Che Guevara applicato allo sport. Messi è la trasposizione calcistica di José Luis Borges: la misura della mia speranza. 

 

Roquefort e pistole. Tanti auguri Sessantotto  

 

 

Tenetevi forte: faranno cinquant’anni dal Sessantotto. Lo animò una generazione che, disse Raymond Aron, detestava il potere in quanto tale. Aggiungiamo che al potere, in quanto tale, molti di quella generazione si sarebbero poi avvinghiati. Qualcuno, che il potere credeva davvero di abbatterlo, decise di armarsi e lasciò in giro vedove e orfani e lacrime per niente, per contare i giorni della giovinezza in carcere. «Noi siamo per la violenza solo come autodifesa. L’unica cosa che possiamo fare è difenderci dall’oppressione», diceva Cox nel più grandioso libro sul Sessantotto, il Radical chic di Tom Wolfe (1970). Lo ascoltavano colmi di buona coscienza progressista gli ospiti di Leonard Bernstein, secondo molti l’insuperato direttore d’orchestra di ogni tempo, e di cui nel 2018 ricorrono i cento anni dalla nascita. Casi della vita: c’è niente che meglio simboleggi il potere assoluto, tirannico, di un direttore d’orchestra? Invitò nel suo attico i ricchi intellettuali newyorchesi per raccogliere fondi in favore delle Pantere Nere, che arrivarono, nell’eccitazione collettiva, con la pistola nella cintura. Si mangiavano bocconcini di roquefort ricoperti di noci tritate. 

 

Che bella l’Europa se è una gara fra deboli  

 

 

Se questo sarà l’anno di Emmanuel Macron si vedrà, ma senz’altro sarà l’anno dei nemici di Macron che tendenzialmente sono nemici di Macron perché vorrebbero essere all’altezza di Macron, ma non ci riescono. C’è stato un tempo, piuttosto lungo, in cui i leader italiani cercavano di fare asse con l’Eliseo per contrastare lo strapotere di Berlino. Ora che a Berlino non si riesce a mettere insieme un governo, mentre a Parigi lo si è messo insieme, eccome, e così alla svelta, e così solidamente al comando anche grazie a una legge elettorale che tramite ballottaggio consegna tutto il potere a una minoranza, ecco, ora che gli equilibri sono cambiati, e che Macron ha le idee chiare, e cerca di tirare dritto in nome dell’Europa e soprattutto della Francia, ora Parigi non va più bene, ora Macron è chiamato il presidente coloniale. L’europeismo, in Italia, piace se è una somma di debolezze, nella quale diventiamo competitivi; e ha qualche chance in base a quanto l’Europa fa per l’Italia, e mai viceversa. In fondo un atteggiamento per il quale, nell’Unione, sediamo in larga maggioranza. 

 

DeLillo no, Roth neppure. Che sia l’anno di mr. Caldwell  

 

 

 

Dunque, se siete pigri amanti di Philip Roth, vi siete già messi il cuore in pace, non scrive più romanzi. Forse arriverà in Italia una sua raccolta di saggi. Se siete amanti del sommo Don DeLillo vi siete già sfamati l’anno scorso con Zero K. Se siete amanti del vecchio ridente scandaloso Tom Wolfe niente da fare, non ci sono libri in arrivo. Se siete amanti di quella indiscutibile maestra di scuola di narrativa di Donna Tartt, c’è da aspettare parecchio. Se siete amanti dell’allucinato e ardente Jeffrey Eugenides, nulla in vista. Se siete amanti del puntiglioso e ambizioso Jonathan Franzen, è questione di qualche altro anno. Se siete amanti dello psichedelico e postmoderno Thomas Pynchon, prendete qualcosa di vecchio che non avete ancora letto. Se siete amanti della letteratura americana, perché lì dentro ci si trova ancora un’idea della frontiera, dello spazio da conquistare, palmo a palmo dentro l’anima, un’idea di universalità, per quanto spesso tradita nel manierismo e nella velleità, be’ saranno dodici mesi d’inferno. Zero assoluto. Però potreste fare così, andate a pescare via Internet qualche antico romanzo di Erskine Caldwell (non li pubblicano più), per vedere come si prende un fazzoletto di terra assolata e lo si trasforma nel dolore del mondo intero.  

 

Algoritmi e politica. La rivoluzione però dorme  

 

 

We have to go digital, dobbiamo diventare digitali. E proprio adesso, ora che il cofondatore di Twitter scopre che il suo giochino non ha ampliato la libertà di espressione e condivisione ma quella di demenza furibonda e spocchiosa, ora che ex dirigenti di Google parlano di hackeraggio del cervello, ora che da Netflix indicano nelle ore di sonno degli abbonati il più temibile dei concorrenti, ora che fuoriusciti di Facebook raccontano di come si individuano e colpiscono i ragazzi depressi e sconfitti per ricavarne denaro. Proprio ora che i devastanti limiti della comunità online emergono in straripante forza, pari alle straripanti opportunità, we have to go digital, dobbiamo diventare digitali. Dice la ministra dei Trasporti finlandese, Anne Berner, che l’economia digitale è complicata da incasellare: sono finite le agenzie di viaggio ma si viaggia molto di più, sono finite le pellicole ma si fotografa molto di più. Le maggiori aziende del mondo si basano su algoritmi e, su algoritmi, Berner ha rivoluzionato il sistema dei trasporti finlandese in cui, per esempio, il tassista è anche postino. Certo, i tassisti finlandesi non sono tassisti italiani. E i politici italiani sono molto italiani. Ma se la politica vuole stare avanti alla società, e non a ruota, has to go digital. Ci credete per questo 2018? Vabbè, facciamo per il 2030? 

 

Vita percepita ai tempi di precariato ed esclusione  

 

 

Si dice, giustamente, che la nuova dialettica non è fra destra e sinistra, ma fra forze di sistema e forze antisistema. O meglio, fra chi si sente incluso e chi si sente escluso – e si usa il verbo «sentirsi» perché tutta la nostra vita è dominata dalle percezioni. La corruzione percepita, la temperatura percepita e anche la povertà percepita. Qualcuno ricorderà la scena di Caterina va in città (film del 2003 di Paolo Virzì) in cui Sergio Castellitto fa il matto al Costanzo Show perché nessuno gli pubblica il libro, siccome lui non appartiene a conventicole. Ecco, l’impressione (percezione) che molti protestanti antisistema siano paranoici come Castellitto è forte. Ma bisogna pur fare i conti anche con le percezioni, magari non alimentando quelle fallaci. Poi di già più enumerabile ci sono i dati sul lavoro precario e sulle retribuzioni da fame. Se qualcuno saprà dare una risposta, senza attingere dal pozzo infinito della demagogia, farà il colpo dell’anno. O del decennio. 

 

Che cosa il 2018 si aspetta da noi  

 

 

«Buongiorno, sono il 2018. Ringrazio La Stampa dell’opportunità che mi concede: siccome tutti voi state dicendo che vi aspettate dal 2018, sono molto felice di dire che cosa mi aspetto io da voi. Innanzitutto – un’inezia, ma mi sta molto a cuore – mi piacerebbe tanto se evitaste almeno a me, cosa che non avete fatto con qualche migliaio di anni precedenti, l’espressione “ma è possibile che nel 2018 capitino ancora di queste cose?”. Non capisco che mai dovrebbe succedere durante il mio tempo perché finiscano violenze, ruberie e sciagure varie. Che poi non è colpa mia, è colpa vostra. Io farò il mio dovere: avrete tutti i giorni e tutti mesi che vi spettano, non uno di meno. E non uno di più. Ecco è questo il punto, questo mi aspetto da voi: che continuiate a parlare di diritti ma ricominciate a parlare di doveri, perché la libertà senza responsabilità non è democrazia, è dispotismo. Dunque, voi vi augurate un buon 2018. Io buono lo sarò. Anche voi, spero».  (Mattia Feltri per la Stampa)