Svezia, centinaia di donne in piazza: “Basta con gli immigrati stupratori”

Centinaia di donne sono scese in piazza a Malmo, in Sveziaper protestare contro i continui stupri perpetrati da immigrati. L’ultimo terribile episodio riguarda una ragazza di 17 anni che è stata stuprata e orrendamente seviziata, gli stupratori hanno tra l’altro dato fuoco alle sue parti intime, da una gang di immigrati. Si tratta del terzo caso nell’ultimo mese ed è la terza volta che gli autori degli stupri vengono identificati in bande di immigrati.

“Non avventuratevi da sole in città dopo il tramonto”. La polizia non ha avuto altro da dire, una dichiarazione che le donne svedesi non hanno preso affatto bene, giudicandola come un attestato di fallimento da parte delle forze dell’ordine scandinave. Anders Nilson, portavoce della polizia di Malmo, ha poi affermato di essere stato “maldestro” nel chiedere alle donne di non uscire da sole.

bandiera svedese Foto Gratuite

Le manifestanti di Malmo hanno avanzato una serie di richieste al governo svedese: punizioni più severe per gli stupratori, un ministro della giustizia con competenza in materia di violenza sessuale e un commissario di polizia nazionale “che si preoccupi delle donne”. E dire che la Svezia viene spesso definita, soprattutto dai media di sinistra, un modello di integrazione e di convivenza.(il primato nazionale)

Giappone da record, zero immigrazione e disoccupazione ai minimi dal 1993

bandiera-del-giappone

 

Tokyo, 26 dic – Il Sol Levante quasi non conosce immigrazione e gli ultimi dati ci dicono che praticamente tutti i cittadini nipponici lavorano. Il tasso di disoccupazione in Giappone a novembre è sceso infatti al livello più basso dal novembre 1993. Nessun Paese economicamente sviluppato al mondo va meglio, perché guardando nel dettaglio i dati pubblicati dal governo di Tokyo, si può facilmente notare come lo scorso mese i disoccupati si sono attestati al 2,7% della forza lavoro, mentre il rapporto tra posti di lavoro e richiedenti a novembre è anch’esso migliorato toccando il livello più alto da quasi 44 anni.

Il Giappone di Abe, sempre più nazionalista e fortemente legato alla politica delle porte chiuse agli immigrati, gode quindi di ottima salute. Si tratta della più lunga corsa positiva da 16 anni, con le Olimpiadi in programma nel 2020 che hanno dato all’economia un ulteriore impulso positivo. “Si prevede che l’economia giapponese continui a espandersi nella prima metà del prossimo anno“, ha affermato Masaki Kuwahara, senior economist presso Nomura Securities. Secondo il sondaggio della banca centrale poi, la fiducia tra i maggiori produttori giapponesi si trova ai massimi da 11 anni e la terza potenza economica mondiale continua a premere sull’acceleratore senza conoscere freni. “Come è dimostrato dal basso tasso di disoccupazione e dal numero di posti di lavoro in espansione – ha specificato Kuwahara – le condizioni del mercato del lavoro sono favorevoli e il reddito delle famiglie continua a salire gradualmente”.

I dati ufficiali insomma ci dicono che la crescita del Sol Levante è continua, esattamente il contrario di quanto sostenuto ad esempio da un settimanale particolarmente avvezzo a incensare le politiche pro immigratorie come Internazionale, che lo scorso anno titolava così un’accurata inchiesta sull’economia nipponica: “Il Giappone senza immigrati è a corto di forza lavoro”. Per poi scrivere: “La combinazione di dure leggi sull’immigrazione e di una forza lavoro in calo ha generato un mercato nero del lavoro”. Purtroppo per la patinata rivista radical chic, in Giappone gli immigrati sono meno del 2% della popolazione. E con tutta evidenza, a meno che qualcuno non osi obiettare che le statistiche non contano, una politica restrittiva sui flussi migratori paga eccome in termini di crescita economica.

(Eugenio Palazzini per il Primato Nazionale)

Bandiera Giapponese

Milano, è morto lo chef Gualtiero Marchesi, primo “tre stelle” in Italia, aveva 87 anni

 
È morto a Milano Gualtiero Marchesi, chef italiano tra i più famosi al mondo, il primo in Italia a ottenere le tre stelle Michelin nel 1985. Lo si apprende da fonti vicine alla famiglia. Aveva 87 anni. Titolare del ristorante Il Marchesino, aveva ricevuto numerosi riconoscimenti e onorificenze. Nel 1991 il presidente Cossiga lo nominò commendatore.gualtiero marchesi
Nel 2008 la clamorosa “restituzione” delle stelle che ne causò l’uscita della Guida Michelin. Il decano degli chef aveva lasciato nell’ottobre scorso il rettorato di Alma, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana dove si insegna il mestiere del cuoco e del pasticcere.
Figurano fra i suoi allievi Mirella Porro, Enrico Crippa, Carlo Cracco («Ciao Maestro. E grazie», ha
scritto su Facebook), Antonio Ghilardi, Ernst Knam, Karsten Heidsick, Lucia Pavin, Alessandro Breda, Andrea Berton, Paola Budel, Pietro Leemann, Paolo Lopriore, Michel Magada, Vittorio Beltramelli, Marco Soldati, Antonio Poli, Davide Oldani e Daniel Canzian.
GUALTIERO MARCHESI PROGRAMMA TV
Tra i suoi piatti più citati e imitati il risotto allo zafferano con foglia d’oro.
Marchesi si è spento nella sua casa milanese circondato dai suoi familiari. La data dei funerali sarà comunicata mercoledì pomeriggio. «La cucina italiana – scrive l’editore Cinquesensi – saluta l’uomo di cultura, l’imprenditore, il cuoco, uno spirito libero, arguto e coraggioso, ma continuerà a fare riferimento al Maestro dei maestri, che ha cambiato radicalmente la tradizione culinaria del nostro Paese. La sua cucina, basata sulla materia, l’essenzialità e l’eleganza resta un termine di paragone per il passato e un esempio per i futuri cuochi». Il prossimo 19 marzo, giorno della sua nascita, sarà presentato il film sulla sua vita: “Gualtiero Marchesi: The Great Italian”.
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Due aggettivi si rincorrono nel tentativo di avvicinarsi il più possibile all’idea e alla realtà della cucina di Gualtiero Marchesi – si legge sul sito dello chef alla voce filosofia – cucina totale e cucina ri-creativa. Totale, perché la cucina è cibo, ma anche e soprattutto imbandigione, la capacità cioè di curare la messa in scena della materia» e «ricreativa» perché «una cucina ricreativa si rinnova, non si arrende all’evidenza delle mode o degli interessi costituiti, ma ricrea, vivifica un desiderio di semplicità e di bontà, scaturito dal fatto che il cibo ci sostiene e ci dà piacere. In altre parole ci ricrea, quotidianamente, più volte al giorno».
RAVIOLO APERTO GUALTIERO MARCHESI
Nato a Milano nel 1930, Marchesi ha il primo approccio con la gastronomia ancora giovanissimo, nella cucina dell’albergo «Mercato» di proprietà dei genitori. La sua formazione professionale inizia al Kulm di St. Moritz e alla scuola alberghiera di Lucerna in Svizzera. Tornato in Italia lavora all’albergo «Mercato» dove propone una cucina d’avanguardia che attinge ai testi classici. Successivamente perfeziona le sue tecniche in alcuni dei migliori ristoranti francesi quali il «Ledoyen» a Parigi, «Le Chapeau Rouge» a Digione e il ristorante dei fratelli Troisgros a Roanne. Tornato in Italia nel 1977, inaugura a Milano il suo ristorante di via Bonvesin de la Riva riscuotendo un immediato successo: una stella della guida Michelin, due stelle nel 1978. Le migliori guide lo propongono ai vertici della ristorazione e nel 1985 la Michelin, per la prima volta in Italia, attribuisce al suo ristorante le tre stelle. 
GUALTIERO MARCHESI
È nell’arco degli anni Ottanta che esplode tutta la creatività di Marchesi. Nessun ambito è escluso: dalle pentole ai piatti, alle posate, ai bicchieri, alle tovaglie fino a progettare e a realizzare una cucina avveniristica. Si afferma il progetto di una cucina totale, modellata sul contenuto e il contenitore, il cibo, la tavola e il servizio. Nel 1986 viene insignito «Cavaliere della Repubblica» e nello stesso anno gli viene consegnato l’Ambrogino d’Oro. Nel 1989, primo in Italia, riceve il premio internazionale «Personnalité de l’année» per la gastronomia. Nel 1990 viene fregiato dal Ministro della Cultura e della Comunicazione Francese Jack Lang, dell’onorificenza di «Chevalier dans l’ordre des Arts et des Lettres». 
risotto con foglia d oro gualtiero marchesi 
Negli anni Novanta, l’attenzione di Marchesi si sposta verso i nuovi modelli di ristorazione: apre un bistrot, un brunch e un caffè sul tetto del Duomo al settimo piano della Rinascente di Milano e a Londra, un Ristorante Gualtiero Marchesi all’interno dell’Hotel Halkin. Una svolta importante arriva nel 1993, quando decide di lasciare Milano e ritirarsi in Franciacorta, creando il Relais & Chateaux L’Albereta di Gualtiero Marchesi. Passano pochi anni e, attratto dalle nuove tecnologie, nel 1998, progetta un negozio per la vendita di piatti pronti sottovuoto a due passi da via Montenapoleone. Nel triennio 2000-2002 Gualtiero Marchesi viene eletto Presidente dell’Euro-Toques International, associazione che raccoglie quasi 3.000 Chef di altissimo livello in Europa.
GUALTIERO MARCHESI INAUGURAZIONE MITO ALLA SCALA FOTO FRANCO CORTELLINO
Il nuovo millennio è segnato da un turbine di iniziative: apre a Parigi, in Place Vendôme, il ristorante Gualtiero Marchesi per il Lotti che ottiene dopo appena un anno la stella Michelin e l’anno dopo restaura il più antico ristorante di Roma, l’Hostaria dell’Orso, ottenendo anche lì una stella, a un anno dall’apertura. Un’estrema curiosità lo porta a esplorare il mondo delle crociere, aprendo due ristoranti a bordo delle ammiraglie della Costa Crociere. Dopo aver ricevuto, nel 1998 il glorioso Premio Artusi, nel 2002 l’Accademia Internazionale della Gastronomia gli conferisce il Grand Prix «Mémoire et Gratitude», il premio più importante dato dall’Accademia allo chef che nella storia ha lasciato un segno, durante una cerimonia storica a Lione, con altri grandi chef della gastronomia internazionale. Non si tratta del solo riconoscimento di tale prestigio: nel gennaio 2009 Marchesi riceverà a Madrid il Grembiule d’oro insieme ad altri dieci cuochi internazionali che hanno influenzato la cucina dell’ultimo decennio.

Gualtiero Marchesi

Nel gennaio 2004 apre ALMA, Scuola Internazionale di Cucina Italiana nel Palazzo Ducale di Colorno, a pochi chilometri da Parma, che annovera tra i suoi insegnanti alcuni degli chef più rappresentativi della cultura gastronomica italiana. Nel 2008, avverte il bisogno di riavvicinarsi alla sua città natale: nasce il ristorante Teatro alla Scala Il Marchesino, il suo omaggio alla musica, alla famiglia e alla città. A questo punto, non avendo più nulla da dimostrare, sceglie di non voler essere più giudicato da nessuna guida, restituendo le stelle Michelin. Nominato dal ministro del Turismo Ambasciatore della cucina italiana nel mondo, Marchesi, in occasione dell’ottantesimo compleanno, crea una Fondazione che ha come missione l’approfondimento e diffusione di tutte le arti.

Il 18 giugno 2014 inaugura l’Accademia Gualtiero Marchesi in via Bonvesin de la Riva, mentre nel 2015 viene nominato Chef Ambassador di Expo 2015 e riporta il Ristorante Marchesi a Milano all’interno del suo Marchesino in piazza della Scala. Nel maggio 2017 viene presentato in anteprima al Festival di Cannes il film documentario sulla sua vita intitolato ‘Marchesi: The Great Italian’. Il film sarà presentato in prima mondiale il 16 ottobre a New York durante il Congresso de Les Grandes Tables du Monde. Nel luglio 2017 annuncia che sorgerà a Varese nel 2018 la «Casa di riposo per cuochi», progetto fortemente voluto su ispirazione della «Casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi».  (Il Messaggero)

 

GIANNI ZONIN – SECONDA PARTE (CONTINUA)

  • TENUTE


    “AD OGNI REGIONE LA SUA TRADIZIONE, AD OGNI REGIONE IL SUO VINO”. 

    Tutti i vini prodotti dalla ZONIN1821 si ispirano a questo principio, sono rappresentativi dei singoli territori e ne custodiscono fortemente l’identità. I numerosi riconoscimenti ottenuti in questi ultimi decenni premiano la validità di questa filosofia aziendale.

     

    Le tenute della famiglia Zonin si estendono complessivamente su oltre 4000 ettari di terreno, di cui circa 2.000 coltivati a vigna. Altri 500 ettari, di cui 90 vitati, si trovano negli Stati Uniti, a Barboursville Vineyards, Virginia.

    Le tenute sono dislocate nelle sette regioni italiane a maggiore vocazione vitivinicola: Veneto, Friuli, Piemonte, Lombardia, Toscana, Sicilia e Puglia. Si tratta di aziende modello, presidi di qualità e civiltà rurale, di rilievo paesaggistico e architettonico, perfettamente integrate con il territorio e atte a preservarlo: oasi di tradizione che si sposa con l’innovazione e con la modernità.

     
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    UN MAGNIFICO GIARDINO DI VIGNA, UN MOSAICO AFFASCINANTE DI VARIETÀ.

    Riportata all’antico splendore dalla Famiglia Zonin, che la possiede dal 1970, l’azienda vitivinicola Ca’ Bolani si estende nell’Agro di Aquileia, celebre per i suoi vini fin dai tempi della Roma Imperiale.

    Autentica gemma della vitivinicoltura friulana, con la maggiore estensione di vigneti nel Nord Italia (550 ettari vitati), Ca’ Bolani è particolarmente vocata alla produzione di raffinati vini bianchi e di rossi strutturati, tra i quali spicca il Refosco dal Peduncolo Rosso, varietà autoctona per eccellenza del Friuli.

     
    Ca' Bolani. Visita il sito ufficiale dell'azienda vitivinicola
     
     

    GIACIMENTO DI PINOT NERO E DI RAFFINATI SPUMANTI
    DALLA PERSONALITÀ PLASMATA DALL’OLTREPÒ PAVESE.

    Tenuta Il Bosco nasce nell’Oltrepò Pavese, territorio che da sempre per l’Italia rappresenta la patria elettiva del leggendario Pinot Nero.

    Dal 1987 l’azienda vitivinicola è di proprietà della Famiglia Zonin, che ha investito prevalentemente nei vitigni principe dell’Oltrepò, come la Bonarda ed il Pinot Nero che dà origine ai rinomati spumanti Metodo Classico che affinano nelle cantine sotterranee.

     
    Tenuta Il Bosco. Visita il sito ufficiale dell'azienda vitivinicola
     
     
     

    DAL VIGNETO PIÙ ESTESO IN PIEMONTE, VINI NOBILI E AL TEMPO STESSO MODERNI, CON CARATTERE DECISO E AROMATICITÀ SUADENTE.

    Di proprietà della Famiglia Zonin dal 1985, Castello del Poggio è una splendida tenuta di 180 ettari di terreno di cui 158 vitati, nella magica terra del Monferrato Astigiano.

    L’antica fortificazione Medievale, appartenuta alla nobile casata dei Bunéis, si affaccia sulla Valle del Temp, uno straordinario anfiteatro naturale appartenuto all’ordine dei Templari nel 1300 e oggi completamente dedicato alla coltivazione della vite.

     
    Visita il sito ufficiale dell'azienda vitivinicola Castello del Poggio
      
     

    UN LUOGO IMMUTATO, DOVE IL VINO RACCONTA LE SUGGESTIONI DELL’ARTE E I PROFUMI DI UNA TERRA VOCATA DA MILLENNI.

    Situata a San Gimignano (famosa città delle torri e zona della Toscana rinomata in tutto il mondo) e dominata dalla trecentesca abbazia eretta dai monaci olivetani, l’Abbazia Monte Oliveto produce nei suoi 20 ettari di vigneto specializzato uno dei più antichi e prestigiosi vini d’Italia, la Vernaccia di San Gimignano DOCG.

    Di proprietà della famiglia Zonin dal 1980, l’azienda vitivinicola toscana comprende anche un oliveto con oltre 2000 piante di varietà pregiate di olive come il “Frantoio”, “Moraiolo” e “Leccino”, dalle quali si ricava un raffinato olio extravergine di oliva.

     
    Visita il sito ufficiale dell'azienda vitivinicola Monte Oliveto
     
     
     
     

    UN PICCOLO ANGOLO DI PARADISO TOSCANO TUTTO DA SCOPRIRE.

    Paesaggio ineguagliabile, testimonianze di storia che risalgono al Medioevo, ville e castelli di eccezionale bellezza, colline disegnate dai vigneti: in questi luoghi, nel cuore del Chianti Classico, si trova il Castello d’Albola, edificato nel XV secolo dagli Acciaioli e trasformato durante il Rinascimento in splendida villa.

    Di proprietà della famiglia Zonin dal 1979, il Castello d’Albola, che si estende su una superficie di 850 ettari di cui 157 a vigneto, appartenne un tempo alle più nobili famiglie toscane: gli Acciaioli, i Samminiati, i Pazzi e i Ginori Conti.

    Le storiche cantine sotterranee del castello, l’integro borgo medievale e la nuova cantina, autentico gioiello di architettura d’avanguardia, sono meta indimenticabile per appassionati enoturisti.

     
    Visita il sito ufficiale dell'azienda vitivinicola Castello D'Albola
     
     
     

    UN INCANTEVOLE ANGOLO DI MAREMMA, TRA LA COSTA TIRRENICA E LE COLLINE METALLIFERE, CULLA DELLA CIVILTÀ ETRUSCA.

    La Tenuta, di proprietà della famiglia Zonin dal 1999, si trova nella zona pedecollinare di Montemassi, nella Maremma Toscana, all’interno di un territorio unico tra la costa tirrenica e le ultime propaggini delle colline metallifere.
    La proprietà si estende su 430 ettari, di cui 160 a vigneto, nella zona DOC Monteregio di Massa Marittima.

    La nuova cantina, realizzata dopo un accurato restauro conservativo delle strutture esistenti, è circondata da vigneti, pini marittimi, olivi e da un piccolo lago naturale e si integra perfettamente con l’ambiente.

    Presso la Tenuta sorge il “Museo di Civiltà Rurale”, ideato dal Cavalier Gianni Zonin e sua moglie Silvana, che rappresenta un contributo alla terra di Maremma, una testimonianza delle più antiche e genuine tradizioni della cultura e della civiltà contadina in Toscana.

     
    Visita il sito ufficiale della Tenuta Rocca di Montemassi
     
      
     

    UN PATRIMONIO DI GRANDI AUTOCTONI 
    CON IL CARATTERE MEDITERRANEO E LA MAGIA DEL SALENTO.

    Se è vero che nell’etimologia del toponimo Salento sono contenute la forza di immagini come il sole, il sale, il suolo, il progetto della Masseria Altemura ha fatto in modo di esaltare tali elementi, richiamandosi all’essenza di questa terra, per farne vivere al meglio la naturalità.

    La Tenuta, di proprietà della famiglia Zonin dal 2000, sorge nel cuore della penisola salentina equidistante dai mari che bagnano la Puglia, lo Ionio e l’Adriatico, e si estende per circa 300 ettari, di cui 150 a vigneto. Questa favorevole posizione geografica, caratterizzata da una piacevole brezza marina e dalla grande intensità luminosa, rappresenta una ulteriore condizione favorevole alla coltivazione della vite.

     
    Visita il sito ufficiale dell'azienda vitivinicola Masseria Altemura
     
     

    UN VIGNETO D’ECCELLENZA CON IL RESPIRO DEL MARE.
    PRESIDIO DI QUALITÀ DEI VINI SICILIANI.

    Il Feudo Principi di Butera si trova nel territorio della DOC “Riesi”, in provincia di Caltanissetta.

    L’antica Tenuta comprende 320 ettari di terreno, di cui 180 vitati con nuovi impianti e rappresenta oggi uno dei più grandi investimenti vitivinicoli compiuti dalla Famiglia Zonin, che la acquistò nel 1997.

    Appartenuta ai Principi Branciforte e ai Lanza di Scalea, la storica azienda vitivinicola è dotata oggi delle più avanzate attrezzature enologiche e si impegna a produrre vini di classe mondiale che esprimono tutta l’anima e la forza di una terra unica come la Sicilia.

     
    Visita il sito ufficiale dell'azienda vitivinicola Feudo Butera
      
     

    L’AZIENDA CHE HA PORTATO LA VITICOLTURA NELLA EAST COAST,
    META DEI WINE LOVERS AMERICANI.

    La tenuta di Barboursville Vineyards si trova in Virginia, uno degli stati USA più importanti dal punto di vista naturalistico, culturale e storico.

    In un’area destinata dalla storia alla viticultura, Gianni Zonin nel 1976 ha realizzato il sogno che appartenne a Thomas Jefferson, il terzo presidente americano, dando vita ad una grande tenuta viticola nell’East Coast che si estende su una superficie di 500 ettari, di cui 90 a vigneto.

    Barboursville Vineyards ospita inoltre il raffinato ristorante italiano “Palladio” e lo storico cottage “the 1804 Inn” meta ricercata per soggiorni da sogno tra le vigne.

     
    Visita il sito ufficiale di Barboursville Vineyards
     
     
     

    UN ANTICO VULCANO TRASFORMATO NEI SECOLI IN UN PREGIATO VIGNETO
    DA CUI NASCE UNO DEI PIÙ CLASSICI CRU VENETI.

    Podere Il Giangio rappresenta lo storico vigneto della famiglia Zonin che da oltre 2 secoli ha radici a Gambellara, un piccolo paese in Veneto celebre per i vini bianchi, già noti nel 1300 come attesta il trattato “De Agricoltura” di Pier De Crescenzi.

    Le vigne di proprietà dell’azienda vitivinicola si trovano ad un’altitudine di 250-350m slm su terrazzamenti collinari scoscesi e su un terreno di tufo vulcanico che con i secoli si è trasformato in terriccio fertile e ricco di sali minerali. E’ l’ambiente ideale per le peculiarità di un vitigno antico come la Garganega, di un clone dal colore dorato con acini spargoli.

    Il Giangio è lo storico vigneto della famiglia Zonin
    Podere Il Giangio, lo storico vigneto della famiglia Zonin
     
     
     

    UNA STORIA DI VITE: VITICULTORI IN GAMBELLARA DAL 1821.

    La passione, la competenza e la lungimiranza che una famiglia, generazione dopo generazione, ha messo in campo dal 1821 hanno reso il marchio Zonin modello di riferimento nel panorama enologico veneto, italiano ed europeo.

    Oggi Zonin rappresenta una realtà unica, con la missione di esportare nel mondo la cultura del vino italiano.

    Produttore vini a Gambellara dal 1821
     

    Maurizio Belpietro per “la Verità”

    IL NUOVO HOTEL DI GIANNI ZONINIL NUOVO HOTEL DI GIANNI ZONIN

     

    La notizia arriva come uno sberleffo nei confronti di decine di migliaia di persone che hanno perso tutti i propri risparmi. Manca solo la foto con il bicchiere in mano per il brindisi d’ ordinanza e poi il dileggio è completo. Di che cosa parliamo? Di un articolo comparso sulle pagine del Messaggero Veneto, quotidiano locale del gruppo Espresso.

     

    Titolo: «Hotel di lusso e wine bar: Zonin apre in Scozia e fa affari d’ oro». In esso si dà conto dei successi della famiglia vicentina, quella del vino, ma soprattutto quella il cui capostipite, Gianni, è stato per anni il padre padrone della Banca Popolare di Vicenza.

    Il banchiere vinaio per un quarto di secolo ha dettato legge nell’ istituto di credito, comprando terre in ogni angolo d’ Italia per la sua azienda e accompagnando gli acquisti con l’ apertura di nuovi sportelli della Bpvi.

     

    Come sia andata a finire l’ avventura bancaria del Doge, così lo chiamavano in Veneto per il portamento ritto e lo sguardo altero, si sa: un crac di miliardi che ha bruciato gli «sghei» di un’ intera regione, mettendola sul lastrico. Pensionati, operai, impiegati, imprenditori e milionari: tutti accomunati dalla colossale fregatura.

    IL NUOVO HOTEL DI GIANNI ZONINIL NUOVO HOTEL DI GIANNI ZONIN

     

    I primi a detestarlo e a sognare di vederlo sul banco degli imputati sono i suoi colleghi, industriali e Cavalieri del lavoro, gente con cui andava a cena la sera e che invitava nelle sue tenute per rilassanti battute di caccia. Gli stessi che Zonin finanziava, ma la banca poi chiedeva che parte di quei soldi così generosamente prestati venissero usati per comprare azioni dello stesso istituto di credito.

     

    L’operazione, che si chiama in gergo «baciata», serviva a tener alto la quotazione in Borsa e di conseguenza a far credere che tutto andasse a gonfie vele. Più il titolo saliva e più la gente credeva di avere trovato nella Popolare di Vicenza la gallina dalle uova d’ oro. Una banca solida, del territorio, su cui investire. Il sistema alla fine è crollato sotto il peso dei crediti concessi con facilità e mai più restituiti.

    gianni zonin con i figliGIANNI ZONIN CON I FIGLI

     

    Un patrimonio in fumo senza nessuna possibilità di essere recuperato. Da quel momento il Doge ha smesso di girare a testa alta in città, preferendo inabissarsi come un sottomarino in fuga dai radar nemici. Tanto prima appariva a ogni ricorrenza e celebrazione, a ogni taglio di nastro e brindisi, tanto poi è sparito agli occhi dei suoi ex amici e clienti. Qualcuno lo dà rinchiuso nella sua villa di Gambellara. Altri lo hanno segnalato in una tenuta in Friuli.

     

    francesco e gianni zoninFRANCESCO E GIANNI ZONIN

    Di certo a giugno lo hanno fotografato in via Monte Napoleone, a Milano, mentre faceva shopping con la moglie. Nel frattempo, mentre la Procura indagava e si preparava a rinviarlo a giudizio, Zonin ha fatto sparire i beni al sole, cedendo ai figli azienda e immobili. Mentre decine di migliaia di risparmiatori sono stati spogliati dei propri risparmi, il Doge si è spogliato dei propri averi donandoli agli eredi. Semplice, no? E così mentre altri, dopo aver perso tutto, macinano un disastro dietro l’altro, Zonin può macinare nuovi successi. È il Messaggero veneto a segnalare l’ ultimo messo a segno dall’ azienda di famiglia con i wine bar di lusso. Uno sberleffo, appunto. Come dicevamo, l’articolo non è accompagnato da una posa con il calice in mano ma da una foto di repertorio, con il patron e i figli, tutti ovviamente con le bottiglie della casa. Ma basta leggere per sentire montare lo sdegno.

    GIANNI ZONINGIANNI ZONIN

     

    La cronaca racconta di un progetto che ha debuttato a Edimburgo, in Scozia, dal nome The Wine house & Hotel 1821, un albergo boutique con sole quattro suite e wine bar interno, oltre a una cocktail lounge e un’ area dedicata al business.

     

    «Ciascuna camera», precisa il cronista, «è ispirata allo stile delle tenute italiane controllate da Zonin 1821». Ma c’ è di più: «Uno degli elementi centrali della struttura alberghiera, ricavata all’ interno di una dimora in stile georgiano, è la wine library, concepita come luogo di diffusione della cultura enologica».

     

    GIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLIGIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLI

    E, come ci informa il quotidiano del Nordest, tutto è progettato da un fior di architetto, con tanto di marmi rossi di Verona e legni pregiati. E lì, tra un libro e un soprammobile in stile, i clienti possono degustare i cru delle tenute Zonin. Un progetto che presto sarà replicato in diversi angoli del mondo «per consentire ai nostri ospiti di essere parte della nostra famiglia», ha dichiarato uno dei figli di Gianni Zonin, il banchiere vinaio. Chissà, se anche i clienti-truffati della Popolare di Vicenza vorranno stringersi a loro per sentirsi parte della famiglia. Chissà se fra loro ci sarà chi vorrà brindare al Doge e ai suoi castelli. Chissà, soprattutto, a cosa penseranno alzando il calice

    Hotel di lusso e wine bar: Zonin apre in Scozia e fa affari d’oro

    È l’azienda dei tre figli dell’ex presidente di Pop Vicenza. Nell’albergo solo quattro suite ispirate allo stile delle tenute. Patto imprenditoriale con il leader della ristorazione Sep Marini: la struttura è all’interno di una dimora antica di epoca georgiana 

    VICENZA. Zonin1821, la società di Gambellara, in provincia di Vicenza, terzo player italiano e primo gruppo privato nel mondo del vino, donata da Gianni Zonin ai figli, ha inaugurato nei giorni scorsi il suo primo progetto di hotellerie.La scelta per il debutto è ricaduta sulla Scozia e sulla sua capitale Edimburgo dove, in collaborazione con l’imprenditore della ristorazione Sep Marini, è nato il progetto Wine House & Hotel 1821. Si tratta di un boutique hotel con sole quattro suite e wine bar interno, oltre a una cocktail lounge e un’area dedicata al business.

    Ciascuna camera è ispirata allo stile delle tenute italiane controllate da Zonin1821.

    Uno degli elementi centrali della struttura alberghiera, ricavata all’interno di una dimora in stile georgiano, è la Wine Library, concepita come un luogo di diffusione della cultura enologica e progettata dall’architetto Claudio Silvestrin.

    Tra marmo rosso di Verona e legni pregiati, gli eno appassionati potranno degustare i cru delle tenute Zonin in una sorta di piccola enoteca.

    Si tratta del primo step di un progetto di diffusione del gruppo che, secondo quanto comunicato dal presidente della società Domenico Zonin, verrà replicato nelle prossime settimane in Brasile, lungo la via più prestigiosa di San Paolo, e il prossimo anno verrà proposto anche in altri Paesi del vecchio continente.

    «Vogliamo che i nostri ospiti sentano di essere parte della nostra famiglia, offrendo loro l’opportunità di immergersi nella nostra passione», ha dichiarato il vice presidente Michele Zonin.

    Il gruppo Zonin controlla nove tenute in Italia e una negli Stati Uniti per un fatturato complessivo di 193,3 milioni di euro nel 2016, con una quota export pari all’86% delle vendite totali.

    Dal 2017 inoltre la famiglia Zonin ha allargato la cerchia delle proprie attività entrando in Cile, dove ha creato il brand Dos Almas.Al gruppo fanno riferimento le controllate Zonin1821 Usa (64 milioni di dollari ricavati nel 2016), Zonin1821 Uk (39,2 milioni di sterline) e Zonin1821 China (8 milioni di renminbi). (il messaggero veneto)

    ZONIN INAUGURA IN SCOZIA LA SUA THE WINE HOUSE & HOTEL 1821

    Zonin, il nuovo The Wine House & Hotel 1821

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    Nella terra dello Scotch, la casa vinicola Zonin ha visto il debutto della sua nuova creatura.

    Non parliamo dell’ultima etichetta del brand – conosciuto in oltre 100 paesi nel mondo – ma di Wine House & Hotel 1821, un hotel di lusso in stile georgiano che l’azienda di vini pregiati e spumanti, in collaborazione con l’amico ristoratore Sep Marini (che cura leeccellenze della gastronomia italiana all’estero) ha inaugurato per un nuovo tipo di clientela.

    In località Picardy, ad Edimburgo, l’idea è stata in primis quella di ricreare un rifugio in cui veri intenditori di vino potessero ritrovarsi, motivo per cui nella struttura è stata centrale la realizzazione di una prestigiosa Wine Library, progettata dal noto architetto Claudio Silvestrin. Previste quindi al suo interno le esclusive degustazioni dei vini Cru delle tenute ZONIN1821, collezioni di etichette che in pochi appassionati potranno assaggiare – assistiti da esperti sommelier – sperimentando speciali abbinamenti con le migliori ricette italiane curate da Marini.

    L’ospitalità ed il soggiorno poi, sono davvero per pochi fortunati: nel boutique hotel sono solo quattro le suite. Ma la diversificazione dell’attività che Zonin1821 tenta nell’immobiliare di lusso non è che agli inizi.

    Dopo le tenute a cinque stelle anche in Italia, come quella di Masseria Altemura, di Castello di Albola, di Feudo Principi di Butera e di Rocca di Montemassi, il prossimo progetto upscale è già d’imminente inaugurazione: un nuovo hotel con wine libraryfirmato dall’azienda vicentina in Brasile, mentre per il 2018 è stato già annunciato l’opening di altri alberghi dallo stesso concept anche in Europa. (Antonella Tereo – Posh)

    ZONIN, WINE-HOTEL IN SCOZIA E BRASILE. NUOVA VITA NELL’IMMOBILIARE

    Dopo i wine bar con Dukcevich e i Benetton la famiglia Zonin farà alberghi con Sep Marini

    Dalla terra al mattone, dalle vigne agli alberghi: dopo la tempesta che ha investito Banca popolare di Vicenza, portando il “doge” Gianni Zonin, 79enne ex presidente dell’istituto finito con l’essere indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, a trasferire ai tre figli il controllo (50,2%) della Zonin 1821, primo gruppo vinicolo privato italiano, terzo in assoluto dietro a Cantine Riunite & Civ, cui fa capo anche Gruppo Italiano Vini, e al Gruppo Caviro, oltre che di Mobiliare Montebello, l’immobiliare proprietaria dei terreni (dieci tenute in Italia e una negli Stati Uniti, Barbousville, in Virginia, per un totale di oltre 4 mila ettari, di cui 2 mila di vigneti), la famiglia ora prova a diversificare nel mattone.

    Nei giorni scorsi la società vicentina ha infatti inaugurato in Scozia, a Edimburgo, il suo primo Wine House & Hotel 1821, un hotel-boutique dotato di sole quattro suite, un wine bar interno, una “wine library” dove i clienti possono assaggiare e imparare a degustare il vino assistiti da un somellier, oltre a un’area dedicata al business, realizzato in collaborazione con l’imprenditore Sep Marini, già proprietario in Scozia delle catene di ristoranti Tony Macaroni (specializzati in cucina italiana), dei negozi di “fish and chip” a insegna Marini’s e della catena di caffè Nardini’s.

    A inaugurare l’hotel-boutique, per il quale sono stati investiti finora 500 mila sterline e che è stato studiato per cercare di attrarre una clientela d’affari, ma anche appassionati di vino (nonostante la tradizione scozzese sia centrata sulla produzione di whisky e birra) e coppie in viaggio di nozze, Gianni, tuttora socio con poco più del 5% di Zonin 1821 (e col 21% di Mobiliare Montebello), non c’era in compenso c’era il terzogenito Michele (classe 1977), che come il fratello Francesco (classe 1974) ricopre la carica di vice presidente di Zonin 1821 (mentre Domenico, classe 1973, è il presidente).

    Nelle prossime settimane dovrebbe esserci il bis con l’inaugurazione nelle prossime settimane in Brasile, lungo la via più prestigiosa di San Paolo, mentre il prossimo anno la formula verrà proposta in altri paesi del vecchio continente. Non è la prima volta che i Zonin diversificano: già nel 2008 venne venne varata una partnership con Stefano Dukcevich (patron triestino del gruppo Principe, tra i principali produttori di prosciutto di San Daniele) che ha portato all’apertura di due wine bar Gustavo a Tokyo, iniziativa che nel 2013 ha visto un “bis” grazie all’accordo con Autogrill (gruppo Benetton) per l’apertura di due wine bar RossoIntenso in Italia (l’obiettivo è di aprire altri quattro locali).

    Il “core business” resta tuttavia il vino: dalle 38 milioni di bottiglie prodotte nel 2011 per un giro d’affari di 126 milioni di euro, il gruppo è salito nel 2016 ad una produzione del valore di 193,3 milioni di euro, con un utile di 5,1 milioni e un patrimonio netto di 56,3 milioni. Un risultato ottenuto puntando sull’internazionalizzazione.

    Grazie ai contributi di Zonin 1821 Usa (64 milioni di dollari di giro d’affari), Barboursville Vineyards (proprietaria oltre che dei vigneti anche del ristorante Palladio e del cottage The 1804 Inn, altri 7 milioni di dollari), Zonin 1821 UK (39,2 milioni di sterline di ricavi, anche se il cambio ha pesato negativamente per 6 milioni di euro) e Zonin 1821 China (8 milioni di yuan), l’estero rappresenta ormai l’86% del fatturato del gruppo.

    Quest’anno, poi, la famiglia Zonin ha creato il brand di vini cileni Dos Almas, con l’obiettivo ambizioso di arrivare a produrre 600 mila bottiglie entro il prossimo triennio, mentre il piano industriale punta a far salire il valore della produzione nel 2018 a 235 milioni di euro. Un risultato che vorrebbe dire, se l’utile si mantenesse attorno al 2,64% del valore della produzione come lo scorso anno, registrare un utile di almeno 6,2 milioni, ma la crescita delle attività nella ristorazione e nel hotellerie potrebbe imprimere un’ulteriore accelerazione. /Luca Soldi-affariitaliani)

    ZONIN APRE BAR E ALBERGHI IN ITALIA E ALL’ESTERO, “SMACCO” PER I RISPARMIATORI TRUFFATI.

    Dopo i wine bar con Dukcevich e i Benetton la famiglia Zonin farà alberghi con Sep Marini, quindi Zonin apre bar e alberghi in Italia e all’estero. I risparmitari truffati ora sanno dove fare le vancanze

    Zonin, wine-hotel in Scozia e Brasile. Nuova vita nell'immobiliare
    Dalla terra al mattone, dalle vigne agli alberghi: dopo la tempesta che ha investito Banca popolare di Vicenza, portando il “doge” Gianni Zonin, 79enne ex presidente dell’istituto finito con l’essere indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, a trasferire ai tre figli il controllo (50,2%) della Zonin 1821, primo gruppo vinicolo privato italiano, terzo in assoluto dietro a Cantine Riunite & Civ, cui fa capo anche Gruppo Italiano Vini, e al Gruppo Caviro, oltre che di Mobiliare Montebello, l’immobiliare proprietaria dei terreni (dieci tenute in Italia e una negli Stati Uniti, Barbousville, in Virginia, per un totale di oltre 4 mila ettari, di cui 2 mila di vigneti), la famiglia ora prova a diversificare nel mattone.

    DomenicoZonin
    Domenico Zonin

    Nei giorni scorsi la società vicentina ha infatti inaugurato in Scozia, a Edimburgo, il suo primo Wine House & Hotel 1821, un hotel-boutique dotato di sole quattro suite, un wine bar interno, una “wine library” dove i clienti possonoassaggiare e imparare a degustare il vino assistiti da un somellier, oltre a un’area dedicata al business, realizzato in collaborazione con l’imprenditore Sep Marini, già proprietario in Scozia delle catene di ristoranti Tony Macaroni(specializzati in cucina italiana), dei negozi di “fish and chip” a insegna Marini’s e della catena di caffè Nardini’s.

    A inaugurare l’hotel-boutique, per il quale sono stati investiti finora 500 mila sterline e che è stato studiato per cercare di attrarre una clientela d’affari, ma anche appassionati di vino (nonostante latradizione scozzese sia centrata sulla produzione di whisky e birra) e coppie in viaggio di nozze, Gianni, tuttora socio con poco più del 5% di Zonin 1821 (e col 21% di Mobiliare Montebello), non c’era in compenso c’era il terzogenito Michele (classe 1977), che come il fratello Francesco(classe 1974) ricopre la carica di vice presidente di Zonin 1821 (mentre Domenico, classe 1973, è il presidente).

    Nelle prossime settimane dovrebbe esserci il bis con l’inaugurazione nelle prossime settimane in Brasile, lungo la via più prestigiosa di San Paolo, mentre il prossimo anno la formula verrà proposta in altri paesi del vecchio continente. Non è la prima volta che i Zonin diversificano: già nel 2008 venne venne varata una partnership con Stefano Dukcevich (patron triestino del gruppo Principe, tra i principali produttori di prosciutto di San Daniele) che ha portato all’apertura di due wine bar Gustavo a Tokyo, iniziativa che nel 2013 ha visto un “bis” grazie all’accordo con Autogrill (gruppo Benetton) per l’apertura di due wine bar RossoIntenso in Italia (l’obiettivo è di aprire altri quattro locali).

    Il “core business” resta tuttavia il vino: dalle 38 milioni di bottiglie prodotte nel 2011 per un giro d’affari di 126 milioni di euro, il gruppo è salito nel 2016 ad una produzione del valore di 193,3 milioni di euro, con un utile di 5,1 milioni e un patrimonio netto di 56,3 milioni. Un risultato ottenuto puntando sull’internazionalizzazione.

    Grazie ai contributi di Zonin 1821 Usa (64 milioni di dollari di giro d’affari), Barboursville Vineyards (proprietaria oltre che dei vigneti anche del ristorante Palladio e del cottage The 1804 Inn, altri 7 milioni di dollari), Zonin 1821 UK (39,2 milioni di sterline di ricavi, anche se il cambio ha pesato negativamente per 6 milioni di euro) e Zonin 1821 China (8 milioni di yuan), l’estero rappresenta ormai l’86% del fatturato del gruppo.

    Quest’anno, poi, la famiglia Zonin ha creato il brand di vini cileni Dos Almascon l’obiettivo ambizioso di arrivare a produrre 600 mila bottiglie entro il prossimo triennio, mentre il piano industriale punta a far salire il valore della produzione nel 2018 a 235 milioni di euro. Un risultato che vorrebbe dire, se l’utile si mantenesse attorno al 2,64% del valore della produzione come lo scorso anno, registrare un utile di almeno 6,2 milioni, ma la crescita delle attività nella ristorazione e nel hotellerie potrebbe imprimere un’ulteriore accelerazione. (Luca Soldi-affariitaliani)

     The Italian Chamber of Commerce and Industry for the UK

    Casa Vinicola Zonin Spa
    Nome : Casa Vinicola Zonin Spa
    Tipo Socio : Socio Benefattore UK
    Categoria : Alimentare
    Settore di attività : Produzione di vini fermi e spumanti
    Contatto: Maura Marciante
    SitoWeb: http://www.zonin.it

     

    L’ex magistrato: «Banche venete,
    i pm non vollero indagare su Bpvi
    Così il “sistema” protesse Zonin»

    L’anticipazione del libro di Cecilia Carreri: «Ecco come mi hanno fermata»

    Ci sono delle volte in cui la vita prende i ritmi di una regata in barca a vela. E la decisione di cambiar rotta, una strambata improvvisa, muta per sempre il corso degli eventi. È capitato a Cecilia Carreri, fino al 2009 giudice in servizio al tribunale di Vicenza. La ribattezzarono «Ciclone Carreri» per come era riuscita a portare in aula uno dei pochissimi casi di Tangentopoli a Vicenza. Poi l’onta di vedersi processare da Csm: trasferita e sanzionata perché, nonostante il mal di schiena e gravi problemi familiari, aveva svolto delle attività sportive in mare. Per tutti divenne «il giudice skipper» e così forse sarebbe stata ricordata, se nel frattempo non fosse intervenuto il crollo della Banca Popolare di Vicenza. Perché, ripercorrendo a ritroso la storia giudiziaria dell’istituto, venne fuori che proprio lei fu l’unico magistrato a tentare di smascherare la (presunta) malagestione di Gianni Zonin, all’epoca potentissimo presidente di BpVi. E se le avessero dato retta, forse, le cose sarebbe andate diversamente. Oggi migliaia di risparmiatori vedono in Cecilia Carreri l’eroina che, sola contro un sistema inerte, cercò di mettere sotto inchiesta i manager della banca. Fallì. E ora quella vicenda è diventata un libro scritto proprio dall’ex magistrato (ha dato le dimissioni) che uscirà nelle librerie il 29 giugno per i tipi di Mare Verticale. Si intitola Non c’è spazio per quel giudice – Il crack della Banca Popolare di Vicenza e sono 350 pagine durissime, dove compaiono decine di nomi e cognomi di imprenditori, politici, giornalisti e (tanti) magistrati che all’istituto di credito erano collegati da una rete di affari, regali, parentopoli, posti di lavoro…

    «Fojadelli mi prese di mira» «Quando nel 1997 arrivò Antonio Fojadelli come nuovo procuratore di Vicenza – scrive l’ex gip – iniziò subito a prendermi di mira. S’intrometteva di continuo nell’organizzazione dell’Ufficio indagini preliminari (…). Ma il motivo di maggiore tensione era dovuto al fatto che Fojadelli tratteneva per sé le indagini che riguardavano i personaggi più importanti della città, gli apparati politici e imprenditoriali e, spesso, il fascicolo di quelle indagini era trasmesso al nostro ufficio con una richiesta di archiviazione (…) che mi accusava di respingere troppo spesso.». Nel 2001 la procura di Vicenza aprì un fascicolo a carico di Zonin e altri, scaturito da alcune segnalazioni e da un’ispezione di Bankitalia. Le accuse andavano dal falso in bilancio alla truffa. «Da quelle ispezioni, perizie e memoriali – si legge nel libro – emergevano fatti molto gravi, operazioni e finanziamenti decisi da Gianni Zonin in palese conflitto di interesse tra le sue aziende private e la Banca usata come cassaforte personale. Balzava evidente l’assoluta mancanza di controlli istituzionali su quella gestione: un collegio sindacale completamente asservito, un Cda che non faceva che recepire le decisioni di quell’imprenditore, padrone incontrastato della banca. Nessuno si opponeva a Zonin, nessuno osava avanzare critiche, contestazioni». Come andò, è cosa nota: la procura chiese al gip Carreri di archiviare tutto. E nel libro, l’ex giudice racconta il «dietro le quinte» di quell’indagine finita nel nulla. Descrive le «voci» stando alle quali almeno due pm volevano quel fascicolo, perché «gestirlo era evidentemente molto importante». E lei che, intanto, lavorava «con un sottile senso di angoscia (…) guardavo fuori dalle finestre di casa per vedere se c’erano auto sospette che mi sorvegliavano». Arrivò una lettera anonima con una foto che ritraeva Zonin e Fojadelli seduti vicini, a un evento. Il corvo denunciava legami tra i pm e la banca, e riportava un lungo elenco di personalità (politici, giornalisti, carabinieri, prefetti) alle quali il presidente dell’istituto aveva inviato regali di Natale. «Certo, l’elenco conteneva solo amicizie e conoscenze di lavoro, destinatari di innocui regali, non dimostrava alcun reato. Però, anni dopo, avrei ritrovato alcuni di quei personaggi in rapporti di lavoro con Zonin o il suo Gruppo bancario». Nel libro sostiene di aver inviato la lettera alla procura generale di Ennio Fortuna ma che «sparì nel nulla».

    «I reati erano evidenti» «Si capiva perfettamente, leggendo gli atti, che il procuratore (di Vicenza, ndr) non aveva voluto approfondire. Avrebbe dovuto procedere con intercettazioni, sequestri, verifiche bancarie, rogatorie, ordini di cattura. Il materiale poteva consentire indagini di alto livello. I reati balzavano agli occhi». Carreri ricostruisce alcuni episodi sospetti: dall’acquisto effettuato da Silvano Zonin – fratello di Gianni – di un palazzo a Venezia subito affittato a caro prezzo proprio a BpVi; ad alcune anomalie «che rappresentavano come Zonin usasse la banca come una delle sue tante aziende: un viaggio a Parigi a spese della banca, l’uso della carta di credito dell’Istituto per una vacanza personale, la elargizione di denaro della banca a sindacalisti e parrocchie del Veronese, l’uso personale di un aereo della banca…». Dettagli di cui custodisce le prove, e nel libro racconta di «vecchi scatoloni in cui conservo ancora oggi atti e documenti…». Ma la procura, si sa, la vedeva diversamente e chiese l’archiviazione. Nelle scorse settimane, Fojadelli ha difeso il suo operato: «La magistratura fece il suo dovere. Semplicemente, all’epoca non furono evidenziati comportamenti illegali». Cecilia Carreri scrive che «dopo giorni di lavoro ininterrotto, in completa solitudine, nel caldo opprimente dell’estate, avevo respinto quell’archiviazione e chiesto l’imputazione coatta. Avevo tentato così di salvare quel fascicolo disponendo che fosse celebrata subito l’udienza preliminare in cui discutere il rinvio a giudizio di Zonin e degli altri indagati». Cosa accadde in seguito? Per l’udienza preliminare «non si era riusciti a trovare un magistrato: quasi tutti avevano rapporti con quella banca per conti correnti, investimenti, mutui anche per importi molto rilevanti (…) Il gup che alla fine aveva celebrato l’udienza, Stefano Furlani, anziché limitarsi a valutare se disporre il rinvio a giudizio, aveva subito prosciolto Gianni Zonin e il consigliere delegato Glauco Zaniolo…». Decisione impugnata dalla procura generale, secondo la quale «il gup Furlani ha palesemente travalicato i limiti delle sue funzioni appropriandosi in modo non consentito del ruolo e dei compiti del giudice del dibattimento». Ma non cambiò nulla e Zonin alla fine ne uscì «pulito». Nel 2005 un nuovo rivolo dell’indagine finì in Corte d’appello «dove all’epoca vi erano diverse conoscenze, come il famoso pg Ennio Fortuna, Gian Nico Rodighiero, quello che mi aveva giurato vendetta e che si diceva andasse a caccia con Gianni Zonin, e Manuela Romei Pasetti, diventata presidente della Corte e che nel 2012 sarebbe stata cooptata nel Cda della siciliana Banca Nuova del Gruppo Popolare di Vicenza». Insomma, le inchieste non portarono alcun sviluppo investigativo nei confronti di «quella banca che già allora appariva come una centrale di affari che elargiva denaro a cascata. C’era stato un fuoco di sbarramento perché quegli atti non arrivassero neppure a un processo dibattimentale».

    «Zonin era dappertutto» Gli anni successivi sono i più bui: il processo al suo mal di schiena, fino alla decisione di dimettersi. E oggi Carreri avanza la tesi di essere stata vittima di un complotto: «I fatti erano chiari: in un modo o nell’altro ero fuori dalla magistratura. Se volevano eliminarmi, ci erano riusciti facendo in modo che fossi io, disperata, a dare le dimissioni. Il linciaggio mediatico mi aveva dato il colpo di grazia e poteva aver avuto una regia occulta». L’ex gip che per primo si occupò di PopVicenza ricostruisce anche il successivo percorso professionale di alcuni dei protagonisti. «Oltre all’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, nel 2013 Zonin aveva assunto anche Giannandrea Falchi – capo della segreteria di Mario Draghi – che aveva diretto una delle ispezioni su BpVi (…) Zonin aveva piazzato l’ex prefetto di Vicenza Sergio Porena, gia probiviro della banca…». La lista è lunga (e comprende il figlio del pm Paolo Pecori «diventato uno degli avvocati della banca») anche perché «sembrava che Zonin fosse dappertutto». Infine, l’ultima stoccata è per i magistrati di Vicenza che attualmente indagano sul crollo dell’istituto. A colpirla, è «la clamorosa mancanza, da parte della procura, di sequestri di beni e patrimoni a garanzia delle parti lese, di ordinanze cautelari di arresto e carcerazione». Tutti gli indagati sono rimasti «a piede libero e hanno potuto tranquillamente inquinare le prove o fuggire all’estero, far sparire il loro patrimonio personale. Mai vista una cosa simile». (corriere del veneto)

    SABATO 24 GIUGNO 2017

    Gianni Zonin, per diciannove anni presidente della Banca Popolare di Vicenza fino alle dimissioni nel novembre 2015, deve pagare 370mila euro per illeciti nella vendita di azioni alla clientela, negli anni belli in cui la Popolare quotava il titolo 62,50 euro. Un valore irreale, polverizzato quando il meccanismo delle operazioni “baciate” è venuto alla luce. …..

     
    Franco Vanni per “la Repubblica”
    RITRATTO DI ZONINRITRATTO DI ZONIN
    L’ ultima tegola – forse anche l’ unica – è la multa Consob. Gianni Zonin, per diciannove anni presidente della Banca Popolare di Vicenza fino alle dimissioni nel novembre 2015, deve pagare 370mila euro per illeciti nella vendita di azioni alla clientela, negli anni belli in cui la Popolare quotava il titolo 62,50 euro. Un valore irreale, polverizzato quando il meccanismo delle operazioni “baciate” è venuto alla luce.
    E quando, alla prova del mercato, le azioni sono passate di mano a 10 centesimi l’una. Ma è solo la punta dell’ iceberg. Il 79enne re del vino è indagato a Vicenza per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Un’ inchiesta che procede al rallentatore, paralizzata dal conflitto fra procura vicentina e ufficio del giudice per le indagini preliminari.
    GIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLIGIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLI
    La banca, dal canto suo, nell’ aprile scorso ha presentato al tribunale di Venezia un atto di citazione di 340 pagine in cui chiede a Zonin e ad altri 31 ex dirigenti di risarcire 2 miliardi, per «una delle più eclatanti debacle finanziarie del dopoguerra. La storia di un vero e proprio intreccio, un groviglio di rapporti mai trasparenti, tra la banca e i suoi vertici e tra questi e alcuni selezionati clienti, culminato in un epilogo drammatico ». Parola di Fabrizio Viola, eletto amministratore delegato della Popolare il 6 dicembre scorso.
    montebello proteste sotto la villa di zoninMONTEBELLO PROTESTE SOTTO LA VILLA DI ZONIN 
    Gianni Zonin attende l’ arrivo della tempesta a Gambellara, Vicenza. Passeggia fra le vigne che un tempo erano sue, ma che dal 20 gennaio 2016 appartengono ai tre figli. Ha cominciato a intestare loro aziende e terreni negli anni Novanta, quando iniziava l’ avventura in banca. Un anno e mezzo fa – a inchieste giudiziarie avviate – ha ceduto le quote residue.
    Oggi non ha più legami con la Zonin 1821, una delle maggiori aziende vinicole europee, che nel 2016 ha dichiarato 193 milioni di fatturato. Né nell’ immobiliare proprietaria dei terreni: nove tenute in Italia, per 2 mila ettari coltivati a vite, una in Virginia negli Stati Uniti. Un patrimonio che i danneggiati potrebbero aggredire chiedendo la revocatoria dell’ atto notarile con cui Zonin ha trasferito tutto ai figli. Ma dimostrare che il passaggio aveva “intento fraudolento” non è facile, visto che in azienda i tre maschi di casa hanno ruoli dirigenziali da tempo.
    BANCA NUOVA PALERMO ZONINBANCA NUOVA PALERMO ZONIN
    «Zonin oggi è nullatenente» ripetono preoccupati i soci che hanno perso tutto. Non è vero, ma quasi. La casa di famiglia a Montebello Vicentino, 1175 metri quadrati di villa più servizi e parco, è intestata al figlio Michele, Gianni ha l’ usufrutto. Restano sue una cappelletta di 74 metri a Radda di Chianti “non adibita a luogo di culto”, un bosco a Gambellara di 4mila metri quadrati, un vigneto di 10mila.
    Zonin è socio all’ 84,92 percento dell’ immobiliare Badia, proprietaria di 25 fra appartamenti, box e magazzini a Gambellara. Altri 14 ne ha a Montebello, cinque a Torri di Quartesolo, 71 a Vicenza. Amministratore della società, e socio al 15 percento, è la moglie Silvana Zuffellato. Ed è lei unica titolare di Collina Srl, spin off di Badia a cui l’ immobiliare potrebbe trasferire immobili. Altre proprietà, quindi, presto potrebbero non essere più di Zonin.
    ZONIN CON LA MOGLIEZONIN CON LA MOGLIE
    La “scissione societaria asimmetrica” (a vantaggio della sola moglie) è stata deliberata nell’ ottobre scorso, ma non risulta ancora attuata. La prima volta che la magistratura si è occupata degli immobili di casa Zonin è stato nel 2001. La procura vicentina indagò sui prestiti concessi nel 1999 dalla Popolare alla Querciola Srl diretta da Silvano Zonin, uno dei sette fra fratelli e sorelle di Gianni. L’ istituto avrebbe pagato affitti eccessivi, con danno per i soci.
    L’ allora procuratore capo di Vicenza, Antonio Fojadelli, chiese l’ archiviazione. Anni dopo, lasciata la magistratura, sarà nominato nel cda della Nordest Merchant, banca d’ affari della Popolare. Da allora Zonin è uscito indenne da una seconda inchiesta, aperta a Vicenza nel 2008 e poi archiviata, nata da una denuncia di Adusbef per «azionisti costretti a diventare tali con metodi estorsivi, pena la mancata concessione di prestiti, mutui, fidi». Dopo quel primo incidente con l’ immobiliare del fratello, il rapporto fra banca e affari di famiglia non si è interrotto.
    zonin popolare vicenzaZONIN POPOLARE VICENZA
    Un flusso di denaro continuo, ma via via meno corposo. La casa vinicola oggi ha prestiti dalla Popolare per 15 milioni. Altri 12,5 milioni sono stati affidati alla società che detiene i terreni. Poca cosa, va detto, rispetto al credito concesso alle aziende da Intesa, Mps e Unicredit. Se lo Zonin banchiere con i soldi dei soci (fra cui se stesso, titolare di azioni per 24 milioni) è stato condottiero spregiudicato, l’ azienda di famiglia l’ ha sempre gestita in economia.
    Il ventennio da banchiere ha aperto a Zonin le porte dorate del potere vero. Nel primo decennio del 2000 la Popolare ha fatto da spazzino del sistema bancario, inglobando piccoli istituti decotti, con la benedizione di Bankitalia.
    montebello proteste sotto la villa di zoninMONTEBELLO PROTESTE SOTTO LA VILLA DI ZONIN 
    Intanto, l’ elenco delle cariche ricoperte (e oggi cessate) dal viticoltore è cresciuto, fino a riempire 15 pagine del registro imprese delle Camere di commercio. Oltre alle frequentazioni sempre più prestigiose – dai governatori veneti, ai ministri, fino a Tony Blair, che trascorreva le vacanze nelle tenute toscane Zonin – per Gianni negli anni si sono liberate le poltrone utili a completare la corsa verso il cielo, senza perdere di vista il suo Veneto.
    Consigliere dell’ Istituto centrale delle banche popolari, consigliere nella Società italiana per le imprese all’ estero, presidente della vicentina Fondazione Roi. Un’ epopea lunga vent’ anni, in cui Zonin in banca disarcionava manager, comprava, correva. E la Popolare garantiva credito agevolato ai soci amici. Fino alla fatale campagna di ricapitalizzazione del 2013-2014, sostenuta costringendo all’ acquisto di azioni chi entrava in filiale per chiedere prestiti. Un meccanismo al centro dell’ inchiesta penale in corso.
    Nel frattempo, guidata dai figli, l’ azienda vinicola si è rafforzata e ha aperto uffici commerciali in tutto il mondo.
    assemblea pop vicenzaASSEMBLEA POP VICENZA
    A Vicenza è luogo comune che Zonin «dove apriva una banca comprava una vigna». Le date di acquisizione di banche e terreni non ricalcano perfettamente lo schema. Ma è vero che Zonin ha condotto la sua campagna parallela in alcune regioni. In Toscana, comprando come banchiere Cariprato e come viticoltore terre in Chianti. E in Sicilia, dove con una mano acquistava Banca Nuova e con l’ altra investiva in vigneti. Una parabola che racconta la doppia condotta dell’ uomo. Oggi i soci azzerati delle due banche incorporate in Bpvi si leccano le ferite. Intanto, negli stessi territori, le aziende vinicole prosperano, al riparo da chi vorrebbe chiedere conto al Gianni Zonin imprenditore dei disastri del Gianni Zonin banchiere.
     

Terremoto, scossa a Norcia: torna la paura nel Centro Italia

Terremoto, poco fa una scossa a Norcia: torna la paura nel Centro Italia
Verso le 12.45 una scossa di terremoto è stata avvertita a Norcia. Nel giorno di Santo Stefano torna la paura nel Centro Italia.

 

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    moderato in Sepino, (Campobasso) 15:33 👉 http://terremoti.weatheralert.overwall.es/view/?id=17929901&loc=sepino 

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      2017-12-26 14:13:41 UTC – Magnitude(ML) 1.5 – 4 km NE Roccasicura (IS)

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       Aida G Retweeted

      | Registrados dos terremotos esta madrugada con epicentro en http://cadenaser.com/emisora/2017/12/26/ser_malaga/1514265993_403175.html?ssm=tw 

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       carlos calvo 🎗 Retweeted

      26/12/2017 12:21:27UTC ATLÁNTICO-PORTUGAL mag=3.1 prof=0km cálculo revisado http://tinyurl.com/yb5csegh 

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      scossa di terremoto di magnitudo 3.3 – , #3.3 #- http://www.zazoom.it/2017-12-26/norcia-scossa-di-terremoto-di-magnitudo-3-3/3716499/ 

      Norcia | scossa di terremoto di magnitudo 3 3 –

      Non si registrano danni nel centro in provincia di Perugia. Intanto a L’Aquila è stata riaperta la Basilica di Collemaggio. Gli aquilani: segno di …

      zazoom.it

       

     

Il grande regalo dell’euro: dal 2000 l’Italia è a crescita zero

(Filippo Burla-Il Primato Nazionale)

Due decenni di stagnazione, durante i quali l’Italia non ha prodotto alcuna ricchezza. Sono i terribili dati sulla nostra economia e sulla (non) crescita del Pil nazionale, che dal 2000 ad oggi è sostanzialmente fermo.

 

Le statistiche, elaborate dalla Cgia di Mestre, parlano di una stagnazione che l’associazione definisce “secolare”. I numeri non lasciano scampo: dall’inizio del 2000 fino al 2017 la ricchezza nel nostro Paese è cresciuta mediamente di appena lo 0,15% ogni anno.

Se fino al 2007 ancora potevamo vantare qualche segno moderatamente positivo, è da allora che, complice la crisi scatenatasi da oltreoceano, la situazione cambia drasticamente. Rispetto a quell’anno, infatti, “dobbiamo ancora recuperare 5,4 punti percentuali di Pil”, spiega la Cgia. “Tra le componenti che compongono quest’ultimo indicatore economico – aggiunge la nota dell’associazione degli artigiani mestrini – nel 2017 la spesa della Pubblica amministrazione presenta una dimensione inferiore a quella di 10 anni fa di 1,7 punti percentuali, la spesa delle famiglie di 2,8 punti e gli investimenti addirittura di 24,3 punti percentuali in meno”. Miracoli dell’austerità per salvare la moneta unica.

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Proprio a proposito di moneta unica, non sorprenderà una curiosa circostanza: il 1999 è l’anno in cui i primi undici paesi dell’Ue adottano ufficialmente l’euro. Dall’anno successivo la nostra crescita comincia ad arrancare. Solo una coincidenza? A ben vedere no, visto che nello stesso periodo in esame la crescita dei Paesi che più beneficiano del cambio fisso è stata in media quasi dieci volte superiore al nostro misero +2,6%: Germania +23,7%, Francia +21%, Paesi Bassi +25%. Prendendo poi come riferimento il 2007 l’Italia ha perso 5,4 punti di Pil, seconda solo al dramma della Grecia che ha lasciato sul terreno un quarto della propria ricchezza; +12% invece per la Germania, +7% la Francia e +9% nei dintorni di Amsterdam.

 

VIDEO – MILLE LIRE AL MESE ORIGINALE CARLO BUY

Folco Finanziaria Immobiliare rischia la bancarotta, aveva 38 milioni in azioni Veneto Banca e BPVi(vicenzapiu’)

 

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C’è chi ha investito i risparmi in azioni Veneto Banca e c’è chi ha comprato titoli della Vicenza. In entrambi i casi soldi bruciati. Ma c’è anche chi ha creduto in tutte e due e aveva un portafoglio di 38 milioni di euro investito nelle due banche venete. Un doppio gravissimo flop. Quella della Folco Finanziaria Immobiliare è il caso più eclatante di doppia esposizione sulle due banche venete. Tra i grandi soci è l’unico che aveva investito su entrambe. E da molti anni. Oggi non c’è più niente. Quei 16 milioni in titoli Veneto Banca e quei 22 milioni in azioni della Popolare vicentina non valgono più nulla.

E ora la holding di partecipazioni fondata dall’ex imprenditore tessile vicentino Giancarlo Folco, scomparso nel 2011, e gestita da allora dall’erede Gaia Francesca Folco, rischia la bancarotta. Già perchè quei 38 milioni evaporati valevano sulla carta la metà dell’intero portafoglio di investimento della cassaforte di famiglia. Con la svalutazione che verrà compiuta nel bilancio di quest’anno, il patrimonio andrà in rosso a fronte di debiti con le banche per oltre 70 milioni. Una fine impietosa per l’erede dell’importante famiglia veneta con il padre Giancarlo che si era disimpegnato dall’attività imprenditoriale per investire i suoi averi in una holding finanziaria che avrebbe assicurato fortuna e vita agiata agli eredi. Ma sbaglia chi pensa che si sia trattato di un’avventura speculativa. È l’emblema invece del rapporto spesso vischioso tra imprenditoria e banche locali.

Lo scomparso Folco era un protagonista delle vita economica del veneto. Già socio importante di AntonVeneta e poi vice-presidente della banca, finita poi nelle braccia di Mps, aveva investito da anni sulle due banche del territorio. Gli acquisti risalgono agli anni in cui i titoli valevano poco più di 20 euro. Era con gli occhi di allora un investimento protetto. Il valore delle azioni era rivalutato ogni anno con precisione millimetrica e si incassavano dividendi. Folco accumulerà lentamente nel tempo pacchetti azionari come se fossero dei bond. In fondo Zonin e Consorte rassicuravano ogni anno con la rivalutazione del titolo sulla bontà dell’investimento. Certo aver messo la metà del portafoglio investito (un’ottantina di milioni) solo su due titoli dice dell’imperizia nella diversificazione del rischio dell’ex re della lana di Montecchio.

A spingere così forte nell’assumere posizioni sempre più importanti c’è d’altro canto il fatto che buona parte dei debiti contratti dalla Folco Finanziaria fossero proprio con le due banche locali. E qui siamo a quel copione ormai noto di finanziamenti a fronte di acquisti di titoli. Eppure l’erede, la figlia Gaia Francesca, ha provato a sciogliere quel nodo. E l’ha fatto in tempi non sospetti. A marzo e maggio del 2013 richiede ripetutamente a Veneto banca di vendere le azioni. Non solo con la vendita si impegna anche a rimborsare alla banca il fido. Non arriverà mai nessuna risposta e l’ordine di vendita risulterà inevaso. Ora Folco ha avviato una causa contro la banca di Montebelluna, patrocinata dallo Studio Legale Rocca di Milano che vanta una lunga esperienza in azioni risarcitorie. Un passo più che dovuto per chi oggi si trova a combattere contro un crac. La strada però sarà lunga e difficile.
Di Fabio Pavesi, da Il Sole 24 Ore

Il commissariamento fast di Bene Banca e la telenovela di BPVi e Veneto Banca: dopo lo smemorato di Vicenza al senatore Gianni Girotto (non) rispondono gli smemorati di Palazzo San Macuto

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La carta stampata e l’opinione pubblica non avevano ancora smaltito lo stupore scaturito in seguito all’audizione di Gianni Zonin, il Presidentissimo di Banca Popolare di Vicenza che, alle incalzanti domande dei parlamentari interroganti della Commissione Bicamerale di Inchiesta sulle banche, ha costellato le proprie risposte con una serie interminabile di “non ricordo“, “non so“, “non avevo poteri esecutivi” che gli sono valsi l’appellativo di “smemorato di Vicenza“, che a Palazzo San Macuto sono andate in onda, in diretta webtv, altre audizioni caratterizzate da altrettanta invocata amnesia, senza tuttavia che i media se ne accorgessero o riportassero la notizia.

Questi Signori potrebbero essere definiti, per una sorta di analogia col caso Zonin, come gli “smemorati di Palazzo San Macuto“.

Ma chi sono costoro?

Personaggi autorevolissimi che all’epoca dei fatti hanno rivestito o tuttora rivestono posizioni e ruoli apicali in Ministeri ed Authority sul sistema creditizio e che, se non altro per diretta esperienza professionale, dovrebbero bene ricordare certi accadimenti, nati negli anni in cui la crisi ha vissuto il proprio apice ma soprattutto perchè oggetto di successive iniziative legali che hanno interessato i mesi e gli anni a venire, con talune vertenze tuttora in corso avanti il Tribunale Ordinario di Roma o presso la Corte di Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo.

Bene Banca

Parliamo del caso “Bene Banca“, ossia del commissariamento “preventivo” (cioè prima che i problemi potessero sorgere ed intaccare una realtà ancora sana e solida) di una banca con i conti in ordine, con ampio rispetto dei requisiti minimi patrimoniali e risultati reddituali record, tuttavia commissariata per asserite gravi irregolarità e violazioni normative.

Un caso di cui la carta stampata si è occupata a più riprese e che non è sfuggito all’occhio attento e critico del Senatore pentastellato Gianni Girotto che ha esplicitato diverse domande agli esponenti di Banca d’Italia e Ministero dell’Economia e delle Finanze, di volta in volta in audizione presso la Commissione di inchiesta.

In particolare il commissario Girotto ha posto in relazione, riscontrando una sorta di due pesi e due misure, il caso del commissariamento preventivo di una banca sana e solida come quello di Bene Banca, con i mancati interventi in Veneto, la sua terra di appartenenza, ove la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono finite in LCA, leggasi fallimento, con danni ingentissimi a carico dei risparmiatori, senza che si riscontrasse un intervento di rigore della vigilanza di simile portata.

Ad essere oggetto delle domande pungenti del Senatore Girotto sono stati in ordine cronologico Carmelo Barbagallo (Capo della Vigilanza di Banca d’Italia), Ignazio Visco (Governatore di Banca d’Italia), Vittorio Grilli (ex Ministro dell’Economia che ha sottoscritto il decreto di commissariamento di Bene Banca il 26.4.2013, due soli giorni prima di lasciare l’incarico) e Fabrizio Saccomanni (ex Direttore Generale di Banca d’Italia fino al 28.4.2013, firmatario della proposta di commissariamento della bcc benese datata ed inoltrata al MEF il 16.4.2013).

In materia il Commissario Girotto ha segnalato una certa discrasia tra le dichiarazioni ufficiali e l’azione della vigilanza effettivamente condotta a Bene Vagienna. In particolare Girotto ha riscontrato come nelle Considerazioni finali del 2016 il Governatore Visco abbia precisato come individuare le anomalie e le criticità delle banche “non sia agevole” e sempre l’Authority di Visco in data 31.1.2016 abbia diramato un comunicato stampa in cui ha rivendicato una sorta di assenza di pieni poteri, lamentando testualmente un “margine di discrezionalità assai ristretto” ed il fatto “di non poter intervenire troppo tempestivamente” in quanto se avesse commissariato una banca ancora in grado di proseguire l’attività “avrebbe violato l’ordinamento“.

Ecco la diretta domanda al Governatore Visco: “Ma come giustifica allora il commissariamento preventivo del 3.5.2013 di Bene Banca, una bcc del cuneese, rispettosa dei ratios patrimoniali avendo un free capital di circa un quarto rispetto ai requisiti minimi imposti dalla normativa, ed ottimi risultati reddituali (MOL a +231% e R.O.E. al 16,03% ndr) commissariata il giorno prima dell’Assemblea dei Soci chiamata a rieleggere per acclamazione il CdA uscente alla guida dell’istituto? Non era questo forse il modo di rimuovere gli amministratori poco graditi dalla Banca d’Italia?

Visco, in sede di risposta ha confermato l’assenza di problematiche patrimoniali per Bene Banca, spiegando in diretta webtv come, una volta valutate le controdeduzioni degli esponenti della Banca, si fosse deciso di commissariare per le gravi irregolarità riscontrate.

Girotto ha tuttavia così replicato: “dott Visco, Lei ha parlato di analisi delle controdeduzioni delle parti interessate prima di decidere di sottoporre a commissariamento una banca, ma quali controdeduzioni degli ex esponenti di Bene Banca può aver visto il Direttorio quando il rapporto ispettivo è stato notificato agli ex amministratori 17 gg dopo l’insediamento del Commissario?

La risposta di Visco è stata un po’ contraddittoria, di fatto negando la precedente affermazione e tentando di spiegare, anche grazie all’intervento di supporto di Barbagallo, come in realtà si trattasse di due procedure distinte, con tempistiche diverse, in un tentativo poco edificante di buttare la palla in corner.

Girotto però ha continuato ad incalzare: “Gli ex amministratori di Bene Banca hanno fatto ricorso alla Giustizia Amministrativa contestando, tra le altre, come nell’azione di vigilanza non fossero bene individuate le norme asseritamente violate, senza tuttavia ricevere adeguata risposta in giudizio. In materia la sentenza della Corte di Cassazione ha precisato come: ‘L’impianto motivazionale utilizzato risulta, pertanto, articolato ed esaustivo, oltre che del tutto congruo in relazione ai presupposti e le finalità della procedura in questione, i quali hanno riguardo alla oggettiva conduzione dell’attività aziendale e all’impossibilità di garantirne l’ordinata prosecuzione in capo agli esponenti aziendali in carica, e che dunque assumono rilievo a prescindere dall’eventuale individuazione di specifici illeciti in relazione ad altrettante specifiche disposizioni normative’. Ergo, pur non avendo individuato specifici illeciti in relazione ad altrettanto specifiche normative ma non volendo la Vigilanza consentire la prosecuzione in capo agli esponenti aziendali in carica della conduzione dell’attività aziendale, Bankitalia è intervenuta commissariando una banca con i fondamentali in regola, ottimi risultati reddituali, perfettamente in grado di proseguire l’attività. Ma allora mi sa dire quali siano queste gravi irregolarità che hanno portato a commissariare una banca sana e solida, tanto da passare alla storia come il commissariamento più veloce della storia bancaria nazionale?

La risposta è stata un laconico “non ricordo” ma “le faremo sapere“…

Ma già in precedenza lo stesso Barbagallo si era reso artefice di un misunderstanding su Bene Banca che l’attento Senatore Girotto aveva puntualmente individuato: il capo della Vigilanza aveva citato come i milioni di euro dirottati alle casse di Vicenza dalla bcc benese sotto la gestione del Commissario Duso fossero solo 8 e come tali di molto inferiori alla soglia del 25% del patrimonio (60 mln), quando in realtà erano molti di più, nello specifico ben 48 (di cui 38 di depositi e 10 di obbligazioni) pari quindi all’80% del Patrimonio… Beh, un pochino di più di una imprecisione.

La stessa amnesia si è poi riscontrata nel corso dell’audizione di Vittorio Grilli, ex Ministro dell’Economia sino al 28.4.2013, al quale il senatore Girotto, rammentando dapprima la sentenza del Consiglio di Stato del 26.2.2015 che aveva accolto il ricorso degli amm.ri deposti di Banca Popolare di Spoleto di fatto per carenza di istruttoria da parte del MEF nella propria decisione del 8.2.2013, ha chiesto se nell’iter per decretare il commissariamento di Bene Banca, due mesi dopo il decreto sulla Spoleto, il 26.4.2013 (si noti soli 2 gg prima di lasciare l’incarico di Ministro) il Ministero abbia fatto una analisi istruttoria completa, parziale o minima.

La risposta dell’ex Ministro è stata un altro “non ricordo” … In ogni caso l’audito ha asserito di non ricordare casi in cui il Ministero dell’Economia non avesse accolto una proposta di commissariamento inoltrata dalla Banca d’Italia …Foto

Altra palla in corner.

Nella medesima giornata di audizioni del 21.12, una risposta fotocopia di quella di Grilli l’ha rilasciata Fabrizio Saccomanni, sentito quale ex Ministro dell’Economia dal 28.4.2013, il quale nella propria relazione introduttiva ha ricordato alla Commissione come negli 11 mesi circa di mandato quale Ministro abbia decretato il commissariamento di 3 banche, elencandole puntualmente in CARIFE, Banca Marche e Bcc di Alberobello.

Non avendo ancora ricevuto chiarimenti in ordine alle presunte gravi irregolarità di Bene Banca, il senatore Girotto ha incalzato l’ex Ministro, già Direttore Generale di Banca d’Italia dal 2006 al 28.4.2013, nonché firmatario in data 16.4.2013 della proposta di commissariamento di Bene Banca indirizzata al MEF, poi accolta dal Ministro Grilli il 26.4, ossia 2 gg prima di lasciare il testimone proprio a Saccomanni.

Ecco quanto ha domandato l’ottimo Girotto: “il Governatore Visco 2 giorni fa, ha potuto riferire come la Bene Banca non avesse alcun problema patrimoniale, bensì fossero state riscontrare gravi irregolarità, senza tuttavia ricordare quali fossero rimandando detta precisazione ad una successiva risposta scritta che attendo. Effettivamente, riguardando le carte, il Dott.Visco non era presente alla riunione del Direttorio del 16.4.2013 che ha deliberato di sottoporre a commissariamento la predetta bcc; tale riunione è stata infatti da Lei presieduta in funzione di vicario del Governatore. Lei mi sa dare qualche notizia in più?

Non ricordo il caso” risponde Saccomanni, colpito da evidente amnesia.

Peccato però che poco prima l’ex DG di Bankitalia avesse elencato con dovizia di particolari i 3 commissariamenti decretati quanto era a capo del MEF, carica assunta il 28.4.2013.

Strano che l’ex Ministro non ricordasse quanto dalle stesso discusso in un Direttorio del quale aveva assunto la funzione vicaria del Governatore, oppure quanto predisposto nella proposta inoltrata al MEF in pari data, ossia il 16.4.2013, cioè soli 12 gg prima di assumere l’incarico ministeriale …

Magari passando da via Nazionale a via XX Settembre l’ex DG di Palazzo Koch ha resettato la propria memoria oppure, molto più semplicemente, risulta più agevole rammentare Alberobello con i suoi famosi trulli piuttosto che Bene Vagienna con il suo caso di commissariamento più veloce della storia nazionale.

Ma a rinfrescargli la memoria ci dovrebbe aver pensato l’ottimo commissario Girotto che, precisando come l’argomento della successiva domanda sia relativo ad una querela di falso, ha chiesto ed ottenuto di passare in modalità secretata.

Ma questo è tutto un altro film

Il Comitato SvegliamociBene

Il Presidente 

(Vicenza Piu’)

 

 

Un caso esemplare del “sistema” bancario, gli strani intrecci tra Bene Banca e BPVi: storia di un deposito milionario

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile Vicenza Piu’)

Dopo «”Tu non obbedisci e io ti commissario, ma anche… no”: la storia che ha opposto Bankitalia Bene Banca. L’ex dg Silvano Trucco la ricostruisce a puntate e la incrocia con quella di BPVi e Veneto Banca» e «Un caso esemplare per l’ex dg di Bene BancaSilvano Trucco: Bankitalia la commissaria “preventivamente”. La seconda puntata con BPVi e Veneto Banca in filigrana»  ecco la terza di 8 puntate di ricostruzione dei fatti secondo l’ex dg della piccola BCC cuneese, commissariata nonostante stesse… bene mentre continuiamo a essere pronti a riferire di eventuali repliche o di diverse versioni che ci pervenissero dal sistema. Grazie. Il direttore

 

Il 3 maggio 2013 a Bene Vagienna arrivarono gli emissari di Visco che, durante un CdA convocato in tarda mattinata dal Presidente Bedino su diktat telefonico di un paio d’ore prima del Direttore della Sede di Torino di Bankitalia, diedero lettura della proposta di commissariamento avanzata dal Direttorio di Palazzo Koch, approvata senza battito di ciglio dal MEF che a firma del Ministro Grilli decretò lo scioglimento degli organi di amministrazione e controllo e la sottoposizione della Bene Banca ad amministrazione straordinaria ai sensi dell’Art. 70 T.U.B. lettera a.
Sempre a maggio, ma del 2014, e precisamente il 31.5 nella medesima sala si svolse l’operazione inversa, ossia la restituzione della banca in bonis al Territorio ed ai Suoi soci, che pochissimi giorni prima in assemblea avevano eletto i nuovi organi di amministrazione e controllo, sulla base di una lista “individuata” dalla stessa procedura.
Era così servito il commissariamento più veloce della storia bancaria italiana, dal 1936 ai giorni nostri.
Ma chi erano questi professionisti, individuati dalla Banca d’Italia, che in così poco tempo hanno potuto “risanare” una azienda complessa come una banca, restituendola ai legittimi proprietari (i soci appunto) senza traumi, quali cessioni di sportelli, licenziamenti collettivi, contratti di solidarietà, ma anzi aumentando la forza lavoro con l’assunzione di ben 4 nuovi dipendenti ?
Quale commissario straordinario era stato nominato il Dott. Giambattista Duso, manager padovano, ex Vice D.G. di Antonveneta ed ex Dirigente di Monte dei Paschi Siena, fresco dell’attribuzione di qualche settimana prima della carica di amministratore delegato della MARZOTTO SIM SpA.

Contro il commissariamento lampo di Bene Banca gli amministratori deposti hanno fatto opposizione, ricorrendo alla Giustizia Amministrativa, dapprima al Tar del Lazio e successivamente al Consiglio di Stato.
A dicembre 2014 e nei primi giorni del 2015, in vista dell’udienza finale al Consiglio di Stato prevista per il 20.1.2015, la difesa di Palazzo Koch depositò agli atti alcuni documenti interni, tra cui il rendiconto sull’andamento dell’amministrazione straordinaria alla data del 31.12.2013.

Relazione del commissario straordinario

 

Ebbene dalla lettura di tale documento si riscontra in maniera incontrovertibile come nel 2013, su determina commissariale, sia stato aperto un rapporto di conto corrente interbancario con la Banca Popolare di Vicenza, e come di tale operazione ne venga data evidenza nella citata relazione per l’avvenuto supero del limite prudenziale del 25% del PdV (Patrimonio di Vigilanza), soglia di contenimento delle esposizioni definite “grandi rischi” della banca. Alle banche è tuttavia concesso superare tale soglia (fino in ogni caso al limite massimo del 100% del PdV) in ordine ad esposizioni assunte nei confronti di una banca, purché siano rispettate talune condizioni tra cui la valutazione, da parte dell’istituto, che l’assunzione della posizione di rischio sia coerente con la dotazione patrimoniale.

Il Commissario nella propria relazione ascrive un’esposizione di tale entità in ragione della “convenienza” dei tassi concessi.

Deposito superiore ai limiti per… tassi convenienti

 

Avendo la Bcc benese al 31.12.2013 un patrimonio di vigilanza di circa 70,5 milioni, va da sé che tale deposito, sforando il limite del 25% del PdV dovesse assumere un valore pari ad almeno 17,6 milioni, e con un limite massimo appunto di 70,5 milioni.
Somme importantissime per una banca locale, peraltro direttamente gestita in loco dagli emissari di Visco i quali dovrebbero mettere in pratica alla lettera il dogma della ricerca della “sana e prudente gestione” tanto cara all’Authority di Via Nazionale.
Una circostanza però desta da subito più di un sospetto, in quanto mai prima di allora Bene Banca aveva operato con la BPVi con una certa regolarità e per giunta tramite rapporti interbancari (salvo un paio di obbligazioni acquistate sui mercati regolamentati negli anni 2008 e 2009 ed in ogni caso per soli 3 milioni di euro a fronte di un portafoglio di proprietà superiore ai 200 milioni).
STRANO … 
Come mai Bene Banca investe simili importi a 370 km di distanza, quando peraltro i rating della vicentina andavano deteriorandosi?
Una circostanza però balzava subito agli occhi dell’ex Presidente Bedino, ossia la contemporanea carica di amministratore delegato rivestita dal Commissario DUSO all’interno di Marzotto SIM SpA, società di intermediazione a sua volta controllata al 9,8% della Banca Popolare di Vicenza cui spettava, per statuto, la nomina di almeno un componente il CdA della SIM, nella fattispecie il Responsabile finanziario della stessa vicentina.
In data 9 marzo 2015 l’ex Presidente Bedino sporge idonea denuncia contro il Commissario DUSO per l’operazione in argomento per la violazione della normativa sul conflitto di interesse, nonché per i presunti reati di abuso d’ufficio ed infedeltà patrimoniale.

Denuncia contro il commissario

 

Una notizia bomba che monopolizza l’attenzione dei media locali e anche nazionali, la cui eco si riflette da Vicenza a Cuneo, passando per la Camera dei Deputati ove in data 20.3.2015 vengono depositate ben due interrogazioni parlamentari a firma di onorevoli del Movimento 5 Stelle.
I soci della bcc benese hanno sentito così parlare, forse per la prima volta, della Banca Popolare di Vicenza, presente a Torino da poco tempo nei locali che erano della Popolare di Spoleto, sportello che poi mesi dopo, sempre dalla stampa, si è appreso essere stato concesso in dote alla banca di Zonin in cambio del ritiro della BPVi proprio dalla corsa per l’acquisto della popolare spoletina , che, sotto la regia di Palazzo Koch, era destinata al Banco Desio.
I nuovi vertici della Bene Banca, magari per un debito di riconoscenza per lo scranno ricevuto, si affrettarono a difendere l’operato del Commissario rendendo dichiarazioni alla stampa ove quantificarono l’importo del deposito, che “raggiunse la somma di circa 38 milioni, poi ridotti progressivamente a 20 milioni”, giustificando l’investimento che “serviva a sviluppare partnership commerciali e la banca selezionata proponeva rendimenti mediamente superiori di almeno 1 punto percentuale rispetto ai conti correnti offerti da altri istituti”.  

Difesa dell’operato del Commissario

 

La notizia fu destabilizzante anche per la base sociale della banca che si è sentita giustamente danneggiata e depredata dal comportamento dell’emissario di Banca d’Italia che durante la propria gestione, complice la chiusura pressoché totale dei rubinetti, aveva ridotto al minimo l’attività di impiego fondi, non solo limitandone l’erogazione ma riducendo linee di credito pre-esistenti o peggio revocandole, con il risultato del crollo degli impieghi di quasi 100 milioni di euro post commissariamento, mentre al contempo buona parte della liquidità così venutasi a creare era stata dirottata a Vicenza.

In questo contesto nasce spontaneamente all’interno della compagine sociale un Comitato, denominato “Svegliamoci BENE”, con la finalità di tutelare e difendere gli interessi di tutti i soci, cui aderiscono da subito svariate decine di soci e dipendenti dell’Istituto.

Da Vicenza intanto iniziavano ad arrivare notizie sempre più allarmanti, in pieno contrasto con le dichiarazioni fornite alla stampa dai nuovi vertici della Bene Banca (”rendimenti superiori mediamente di almeno un punto percentuale rispetto ai c/c offerti dagli altri istituti”, il tutto “con l’unico intento di massimizzare i rendimenti minimizzando i rischi”).

Ed ecco che proprio al neonato Comitato, tra le diverse missive pervenute, ne giungeva una contenente documenti chiaramente inside della Banca (e tuttora pubblicati sul sito internet www.svegliamocibene.it/dettaglio.asp?t=news&id=9 ) da cui si riscontrava  in maniera incontrovertibile come il rendimento così remunerativo non era, essendo il tasso applicato al conto corrente interbancario un modestissimo 0,375% !

Altro che rendimenti superiori di almeno 1 punto percentuale !!! Ecco che veniva così smascherata una bugia colossale dei nuovi vertici della bcc benese.

Pinocchio

 

 Per “fugare ogni imbarazzo” (così scriveva il vice DG – oggi DG – Simone Barra ai dipendenti) veniva motivato l’azzeramento della posizione di liquidità nel 2015, successivamente all’assemblea ordinaria dei soci post esplosione del caso mediatico sul sospetto deposito alla BPVi.
Col senno di poi … solo oggi, post intervento governativo, Bene Banca ha potuto tirare un sospiro di sollievo ed esultare per non avere sacrificato alcun euro nella “campagna di Vicenza” visto che le obbligazioni (non vendute ma portate obtorto collo a scadenza (2018) “per evitare minusvalenze” – così scriveva il DG Massaro ad ottobre 2015 al sindaco curioso e preoccupato  di Bene Vagienna – dato il prezzo registrato sui mercati di molto sotto la pari) saranno onorate da Banca Intesa, all’uopo beneficiata da subito da fondi statali versati sull’unghia per 4,785 MILIARDI al fine di non intaccare i ratios patrimoniali della forse migliore banca italiana.

Nel corso dell’assemblea successiva, il 29.05.2016, il nuovo Presidente Vietti  ha annunciato pubblicamente l’avvenuta archiviazione da parte del Gip di Cuneo del procedimento penale aperto dalla Procura in ordine al “particolare” deposito milionario acceso dalla bcc benese commissariata presso la Banca Popolare di Vicenza, parlando testualmente di “comportamento immacolato” di Commissario e Banca d’Italia.
In effetti la Procura di Cuneo aveva condotto una accurata indagine, ricorrendo anche all’ausilio di un consulente, individuato nella figura del Dott. Salvatore Ricci, peraltro un ex ispettore di Banca d’Italia, chiamato a valutare l’operato di un commissario nominato da propri ex colleghi…
Al riguardo non avendo rinvenuto tangibili e concrete prove di indebito vantaggio del Commissario Duso dall’operazione sospetta, il PM, anche per mezzo della GDF e del Consulente nominato, ha redatto una articolata memoria  ove ha proposto l’archiviazione al GIP , in cui in ogni caso non ha potuto non evidenziare dubbi e perplessità sull’operato del commissario.

Degne di nota le seguenti affermazioni degli inquirenti che si commentano da sole:

– “in sintesi  la condotta seppure sospetta  risulta a giudizio non essere contestabile penalmente, quanto piuttosto deontologicamente censurabile”
– “non sarebbero rilevabili allo stato attuale sufficienti indizi di interessenze diretta tra la gestione finanziaria di modici (??? 38 mln !!!) valori di Bene Banca, il commissario e le facilitazione concesse alla Banca Popolare di Vicenza”
– “sebbene appai  altamente probabile per non dire certo che il Duso in ragione di questa carica avesse rapporti anche stretti di conoscenza con i vertici di Banca Popolare, non si può ritenere che versasse in conflitto di interesse”
– “non sono emersi altri elementi per ritenere che possa avere tratto vantaggio diretto e personale dall’operazione”
– “un’operazione bancaria di questa portata, posta in essere in una congiuntura difficile quale il commissariamento deve essere ponderata con estrema delicatezza  (…)  Occupato l’incarico il 2 maggio 2013, con atto determina del 9 maggio successivo il Commissario Straordinario Duso delibera di aderire all’offerta di apertura di conto corrente a vista prodotta dalla Banca Popolare di Vicenza SCPA”
– “La descritta operazione interbancaria può essere valutata sotto i diversi aspetti relativi al rispetto della normativa vigente in materia (…) e la correttezza deontologica-professionale per il soggetto che nell’ambito dei suoi poteri l’ha deliberata.”
– “in particolare l’estinzione del deposito di liquidità tenuto presso la Banca Don Rizzo la cui contropartita è stata successivamente depositata, ad un tasso inferiore, sul conto di corrispondenza appena aperto sulla Banca Popolare di Vicenza (???? si tratta dei primi 5 mln subito versati, ma remunerati al 1,75% contro il precedente 2,80% !!)
– “le ipotesi di reato paventate nella denuncia querela non dovrebbero essersi verificate, non si può fare a meno di evidenziare alcuni aspetti che interessano la deontologia professionale del Commissario Straordinario DUSO. La carica ricoperta nella Marzotto Sim e la compagine azionaria di tale società di mediazione mobiliare avrebbero dovuto comportare una diversa scelta di un soggetto bancario depositario della liquidità della Banca Bene Vagienna. In un periodo di forte turbolenze nel mercato del credito la gestione della liquidità non è asettica ed ininfluente (…) una scelta diversa avrebbe allontanato dubbi e perplessità (…) gli innegabili legami tra depositario e depositante, i tempi in cui è stata realizzata l’operazione – alcuni giorni dopo l’insediamento nella carica, quando in genere operazioni della specie richiedono tempi senz’altro più larghi, lasciano intravedere una non del tutto teorica possibilità di personale coinvolgimento.
Nel procedimento in esame, da quanto emerge dagli atti d’inchiesta, questo  sotteso presumibile conflitto di interesse non è stato dichiarato, anche se poi  è stato escluso dal Pm ai sensi della interpretata normativa bancaria, seppur adombrando un comportamento quanto meno “censurabile” sotto il profilo della “correttezza e deontologia professionale” del Commissario che, nell’esercizio delle proprie funzioni, è per legge un pubblico ufficiale !

Criticare la violazione del codice deontologico era il minimo sindacale, anche se agli occhi di qualsiasi cittadino attento una simile operazione non può che apparire  irrispettosa del normale canone di diligenza e buon senso.

Da ultimo non si può non rilevare che il PM nella propria memoria acclari come  “il deposito a vista acceso da Bene Vagienna presso la Banca Popolare di Vicenza poteva considerarsi ben remunerato nel periodo iniziale, nella media in seguito”; quanto riscontrato dagli inquirenti cozza così in maniera palese con le dichiarazioni ufficiali alla stampa dei nuovi vertici di Bene Banca che a suo tempo avevano riferito che “la banca selezionata proponeva rendimenti superiori di almeno 1 punto percentuale rispetto ai conti correnti offerti dagli altri istituti”, facendo di fatto crollare in maniera incontrovertibile l’impalcatura eretta a difesa dell’operato del commissario.

Una cosa è indubbiamente certa: il Presidente Vietti poteva risparmiare ai soci la descrizione “immacolata” circa il comportamento del Commissario, visto che sia la Gdf che il Consulente del PM l’hanno definito quantomeno “censurabile”.

La prerogativa di una condotta “immacolata” lasciamola pertanto esclusivamente alla Beata Vergine Maria che per fede è l’unica creatura umana in grado di meritarsi tale appellativo.

To be continued

Silvano Trucco
(ex D.G. Bene Banca)

Sotheby’s: un anno di aste

di  Il Sole 24 Ore

Jean-Michel Basquiat Untitled, 1982 venduto per 110,5 milioni di dollari al giapponese Yusaku Maezawa
Jean-Michel Basquiat Untitled, 1982 venduto per 110,5 milioni di dollari al giapponese Yusaku Maezawa

Sotheby’s chiude la gestione 2017 con un controvalore delle aste pari a 4,7 miliardi di dollari in aumento del 13,1% rispetto al 2016. L’anno 2017 ha visto le vendite inaugurali delle asta di Modern and Contemporary African Art che si è tenuta in maggio con un controvalore di 2,8 milioni di sterline (3,6 milioni di dollari), e nuovi record d’asta realizzati per 16 artisti tra cui l’artista Yinka Shonibare MBE, quella di Erotic: Passion & Desire con opere artistiche rappresentanti scene di amore e sesso dall’antichità ai giorni nostri. La vendita ha superato le attese con un totale di 5,3 milioni di sterline (6,6 milioni di dollari) con la metà degli oltre 100 lotti tra opere, fotografia, scultura e design venduti al di sopra delle loro stime elevate. A novembre, in occasione dell’inaugurazione del Louvre a Abu Dhabi, la prima asta di Sotheby’s Dubai Boundless: Dubai con un’offerta di dipinti, sculture, fotografie, design, libri e manoscritti, gioielli e tessuti, l’asta ha raggiunto 3,6 milioni di dollari.
Tuttavia il momento più significativo per la casa d’aste americana è stato senza dubbio nel mese di maggio la vendita record al collezionista e imprenditore giapponese Yusaku Maezawa, del capolavoro del 1982 di Jean-Michel Basquiat “Untitled” venduto per 110,5 milioni di dollari, segnando un record d’asta mondiale per l’artista. 
Successo anche per l’asta Vivien: The Vivien Leigh collection una vendita senza precedenti dei beni appartenuti a Vivien Leigh che comprendeva dipinti, gioielli, couture, libri, mobili, porcellane e oggetti d’arte. Venduti tutti i lotti che in alcuni casi sono saliti di oltre 5 volte le stime pre-vendita, realizzando oltre 2,2 milioni di sterline (3 milioni di dollari). 
A seguire l’asta della collezione del leggendario fotografo Mario Testino organizzata a favore del Museo MATE situato a Lima, Perù. I due appuntamenti della serie Shake It Up hanno totalizzato 8,7 milioni di sterline (11,6 milioni di dollari), stabilendo 11 record d’asta per l’artista.
La stagione si è aperta nel mese di gennaio con l’annuale American Week che ha totalizzato 19,4 milioni di dollari, il valore più elevato nell’ultimo decennio con oltre 1.000 lotti venduti in sei aste. La settimana ha preso il via con l’asta “White Glove” (venduta al 100%) di oltre 75 lettere d’archivio e manoscritti di Alexander Hamilton
In primavera a Londra l’appuntamento serale di Impressionist, Modern & Surrealist ha registrato un controvalore di 194,7 milioni di sterline (240,8 milioni di dollari). Le vendite sono state guidate dal raro capolavoro di Gustav Klimt, “Bauerngarten”, una delle opere più grandi dell’artista mai apparsa in asta, che ha raggiunto 48 milioni di sterline (59,3 milioni di dollari).
Ad Hong Kong le vendite primaverili hanno fissato una serie di prezzi di riferimento. Nuovo record mondiale in asta per diamanti o gioielli, registrato da “CTF Pink Star” venduto per 553 milioni di dollari di Hong Kong (71,2 milioni di dollari US) a un gioielliere di Hong Kong, Chow Tai Fook; nuovo record d’asta per un’opera di arte contemporanea occidentale venduta in Asia, “Mao” di Andy Warhol venduto per 98,5 milioni HK $ (12,6 milioni di dollari US) a un collezionista privato asiatico; nuovo record d’asta mondiale per whisky, The Macallan in Lalique – The Legacy Collection è stato aggiudicato per 7,7 milioni di dollari HK (989.423 dollari americani). Sei bottiglie in cristallo piene di vecchio e raro Macallan Single Malt whisky, era il nucleo di The Macallan in Lalique Legacy Collection. In totale, i clienti asiatici hanno generato un controvalore pari a 1,6 miliardi di dollari nel 2017. Le aste autunnali ad Hong Kong hanno contribuito a portare il totale delle aste annuali di Sotheby’s nella regione a 6,64 miliardi di dollari HK (850 milioni di dollari US) il totale più elevato dal 2014. Nei cinque giorni di vendite sono stati registrati un nuovo record mondiale d’asta per la ceramica cinese, estremamente importante e rara appartenente Ru Guanyao Brush Washer, Northern Song Dynasty Northern Song Dynasty che ha venduto per HK $ 294,3 milioni (US $ 37,7 milioni).
Nella Evening Sale di Impressionist & Modern Art per la prima volta a Londra sono state battute quattro opere per oltre 20 milioni di dollari infrangendo per due volte nella stessa asta un nuovo record per l’artista Wassily Kandinsky, il primo per l’opera del 1909, “Murnau – Landschaft Mit Grünen Haus” battuta per 20,9 milioni di sterline seguita solo sei lotti dopo dal potente capolavoro astratto “Bild mit weissen Linien”, che ha guidato la vendita a 33 milioni di sterline (41,6 milioni di dollari).
Nel segmento auto, RM Sotheby’s Monterey ha registrato vendite per 133 milioni di dollari circa, trainate dall’Aston Martin DBR1 / 1 del 1956 venduta per 22,6 milioni di dollari, segnando un nuovo record d’asta per l’auto britannica e l’auto più costosa venduta in asta nel 2017.
Infine a dicembre nell’asta A Life of Luxury sono stati battuti 1.640 lotti tra gioielli, orologi, automobili, vino e moda che nelle sei sedute d’asta hanno raggiunto 117,3 milioni di dollari. Le vendite sono state trainate da un Exquisite Fancy Vivid Blue Diamond Ring da 5,69 carati battuto per 15,1 milioni di dollari, mentre una Ferrari 250 GT LWB California Spider Competition del 1959 ha totalizzato un risultato di 18 milioni di dollari. 
Nelle vendite annuali di Old Master Painting, Drawing and Sculpture a Londra è stato battuto uno dei più importanti quadri a lume di candela di Joseph Wright of Derby, e uno degli ultimi lavori rimasti in mani private ”Academy by Lamplight” venduto per 7,3 milioni di sterline ($ 9,7 milioni), ha segnato un nuovo record mondiale d’asta per l’artista britannico.

 

Cesare Battisti in Brasile tra birre, pesca e grigliate

La casa dei sindacalisti brasiliani amici di Cesare Battisti dove attualmente il latitante scrittore è ospite

La casa dei sindacalisti brasiliani amici di Cesare Battisti dove attualmente il latitante scrittore è ospite

Cananeia – Non è un posto affascinante come la Bahia di Jorge Amado, non ha il realismo magico della Macondo di García Márquez, ma per il romanziere in fuga Cesare Battisti Cananeia è diventato ormai il «buen retiro», lontano dai curiosi e, soprattutto, dalle galere patrie. Punta meridionale dello Stato di San Paolo, l’aria è da fine del mondo anche a causa della stancante strada che attraversando la Serra do Cafezal ti porta in quest’isola lunga e stretta, sospesa nel tempo.

Lunghe spiagge e un’ottima pesca protetta da una riserva ambientale, d’estate è meta di un turismo a basso costo, famiglie in cerca di tranquillità, molte seconde case e relax assicurato. Battisti l’ha scoperta nel 2013 e ora vive nella casa di una coppia di professori di San Paolo che guidano il gruppo in suo appoggio in Brasile. Un rifugio ideale per lo scrittore in cerca d’ispirazione e per il latitante che non vuole essere disturbato.

 

Fine viaggio Cananeia: il “rifugio” di Cesare BattistiCESARE BATTISTI

Il Buen Ritiro 

Due mesi fa, quando è stato fermato sulla frontiera della Bolivia con l’accusa di esportazione illegale di valuta, gli è stato posto l’obbligo di residenza fissa e lui non ci ha pensato due volte a fissarla a Cananeia. Qui si è sposato nel 2015 con la carioca Joice Lima. Un centinaio di invitati, buffet in piedi al campeggio Casa Verde. «Lo conoscevo da poco – spiega l’artigiano Amir Oliveira – e mi ha sorpreso quando è venuto a casa mia per darmi l’invito. È stata una bella festa, molto divertente». Amir lo frequenta spesso. «Cesare è una brava persona, qui non ha mai dato problemi. Le ultime vicende lo hanno abbattuto, non si fa vedere molto in giro». Di quel matrimonio, oggi, è rimasto poco, Joice non si fa vedere da queste parti, molti pensano sia stata, in realtà, un’unione di facciata.

A casa di Battisti

Quando vado a bussare a casa sua esce l’amico Paulo, occhi assonnati e aria stanca. Nel cortile spicca la bandiera della squadra del Corinthians, di cui è tifoso anche l’ex presidente Lula, del materiale da costruzione, qualche lattina di birra lasciata per terra dalla sera prima. «Cesare è andato a Campo Grande per mettersi la cavigliera elettronica (la versione brasiliana del nostro braccialetto). Un giorno di autobus, l’aereo era troppo caro». Battisti, in ogni caso, non parla con la stampa italiana, inutile insistere. Ma a parlare di lui sono praticamente tutti, a Cananeia. Lo si vede passeggiare in bermuda e infradito, la sera si ferma al Bar do Miguel, sotto casa. Il cameriere lo difende: «Voi insistete, ma lui ha tutto il diritto di non parlarvi se non vuole, no?». Esce quasi sempre da solo, quando vengono gli amici a visitarlo organizza un churrasco, la grigliata di carne, sul terrazzo di casa. Nei ristoranti chiede ostriche, qui ci sono le migliori del Brasile e a prezzi molto contenuti. Domingo Soto è un cileno emigrato da 30 anni a Cananeia, dove gestisce un negozietto d’artigianato e souvenir. Battisti ci ha portato le due figlie francesi, che sono venute a trovarlo recentemente. Ogni tanto è con il figlio Raul, di cinque anni, che vive a Sao Jose do Rio Preto con la madre Priscila Pereira.CESARE BATTISTI SULLA SPIAGGIA DI RIO IN UNA FOTO PUBBLICATA DA PARIS MATCH

«Non parliamo del suo passato – spiega Soto – a lui non va. Mi ha spiegato che l’arresto in Bolivia è stata colpa di un traditore, una spia che ha detto alla polizia che lui stava scappando, cosa non vera». Quando gli chiedo come mai, pur vivendo in un paradiso della pesca, uno si fa quasi 2.000 chilometri per andare a pescare in Bolivia, Domingo alza le spalle: «Forse aveva voglia di pescare in acqua dolce; non è la stessa cosa del mare». Nathan Arcanjo, dirige il giornale locale, «Noticias de Cananeia». «All’inizio – spiega – la gente pensava che la sua presenza sarebbe potuta essere una bella pubblicità per la città. Qualcuno, invece, era infastidito. Oggi nessuno ci fa molto caso. Lui dice che è molto felice a Cananeia, che gli piacerebbe passare qui il resto dei suoi giorni».CESARE BATTISTI A RIO DE JANEIRO

La nuova casa

L’ex terrorista ha deciso di costruire una villetta nel quartiere residenziale di Carejo. Ci stanno lavorando due muratori tutto fare, vogliono finirla entro aprile; sala, cucina, una lavanderia, due camere da letto, un bagno, sul fondo qualche metro di giardino, ma non c’è posto per la piscina. Joao Batista Xavier, detto “Bagunça”, è contento con il “patrao”. «Paga in anticipo, passa di qui per vedere come vanno i lavori, non si lamenta mai». Ironia della sorte, l’ingegnere titolare del progetto di cognome fa Andreotti. Battisti vorrebbe fare il volontario nella biblioteca comunale; la richiesta, per ora, non è stata accolta. Il sindaco Alex Rosa, un avvocato di 29 anni, preferisce non parlare troppo di lui. «Il nome di Cananeia è diventato famoso, ma a noi lui non crea nessun problema». In un festival letterario nella vicina Iguape, Battisti ha confessato che si è appassionato delle vicende del dottor Cosme Fernandes, un ebreo convertito condannato all’esilio dalla Corona portoghese e mandato ad esplorare il Nuovo Mondo. Fernandes scoprì Cananeia già nel 1502, prima della conquista portoghese di Alvaro Cabral, riuscì a farsi amico degli indios accumulando una discreta fortuna con il commercio di schiavi e il contrabbando. Da Lisbona arrivò l’ordine di ucciderlo, ma Fernandes si alleò con gli spagnoli e diede filo da torcere ai lusitani. L’esilio, l’amicizia con la gente del posto, una patria che ti vuole riavere, ma che non ci riesce mai; una storia che non può che piacere al romanziere latitante, in fuga da 30 anni. (Emiliano Guanella Il SecoloXIX)

 

 

 

Ho sognato di fare un lungo sonno

(Jan Stromme, Getty Images)
(EL PAIS – MARTIN CAPARROS)

L’intelligenza è partita all’attacco. Viviamo in un mondo dove quasi tutto è intelligente: i telefoni, le case, le macchine, i forni, perfino dio, o almeno in alcuni casi. A patto che si dica, chiaramente, che stiamo parlando di intelligenza artificiale. La più naturale, la più intrasferibile delle qualità umane, la sua intelligenza, ultimamente è stata trasformata in un artificio che cerchiamo di associare a qualsiasi cosa. Letteralmente: a qualsiasi cosa. Adesso, per esempio, ai pigiami.

Un’azienda statunitense, la Under Armour, ha appena lanciato sul mercato i suoi “pigiami intelligenti”: pare che siano una creazione di Tom Brady, grande star del football americano nonché marito di Gisele Bündchen, che ha scoperto che i raggi infrarossi della bioceramica che usava per rilassare i suoi muscoli lo aiutavano anche a dormire meglio. L’azienda è riuscita a inserire un gel di bioceramica nel tessuto dei suoi pigiami, rendendoli al tempo stesso confortevoli e, così pare, intelligenti.

 

L’ossessione dei corpi
O non tanto, ma quel che conta è l’intenzione: vogliamo controllare anche quello che facciamo quando facciamo qualcosa che non possiamo controllare. Il sonno è, in questo senso, una delle ultime frontiere. E in quest’epoca di ossessione per i corpi – i nostri, quegli degli altri, quelli confusi – la scienza e la tecnica del sonno occupano sempre più spazi e persone, producono appetiti sempre nuovi.
Qualche tempo fa il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “Il sonno è il nuovo status symbol”, in cui esaminava le ricerche dei migliori laboratori statunitensi, le invenzioni delle aziende più audaci. Nel sonno – in quello perso, nella sua ricerca – ci sono anche tonnellate di denaro. E il pigiama intelligente non è, chiaramente, l’unico a volerne approfittare.

L’industria del sonno, fino a poco tempo fa dominata da materassai ottocenteschi che cercavano di darsi arie di modernità e pasticche che somigliavano troppo alle temibili droghe, si è diversificata in rami e rametti.

Sappiamo che non è facile dormire bene e che, quando lo facciamo, siamo diversi

Ormai esistono cuscini intelligenti quasi quanto il pigiama, lampade che ti attivano la melatonina, cuffie che ti resettano le onde cerebrali, musiche che ti addormentano come una mamma ma che sono molto più pazienti, app che stanno a guardia del tuo sonno e lo interrompono o lo proteggono quando vogliono e alla fine ti informano di com’è andata e di cosa puoi fare per renderlo ancora migliore, per essere un trionfatore del sonno.

vignetto uomo a letto che dorme

Il fatto è che, nonostante tutto, continuiamo a ignorare un sacco di cose. Il sonno, l’hanno già detto in molti, è una strana frontiera. Non sappiamo molto di cosa succede quando dormiamo: accettavamo (finora, abbiamo accettato) che fosse una terra incognita, un territorio in cui siamo e non siamo. Conosciamo, questo sì, i suoi risultati e i suoi effetti: sappiamo che non è facile dormire bene e che, quando lo facciamo, siamo diversi.

Lo sanno anche i datori di lavoro: un dipendente che ha dormito male è un dipendente che lavora male, ecco perché ai capi del personale interessa trovare modi per migliorare il sonno dei loro sottoposti.

E per questo pagano, per esempio, una fiera del sonno come quella che ha organizzato per LinkedIn qualche mese fa a New York una signora, Nancy Rothstein, che si presenta come “ambasciatrice del sonno”. “Se il sonno è stato il nuovo sesso, come aveva proclamato dieci anni fa Marian Salzman, talent scout di tendenze e dirigente di Havas, oggi è una misura del successo, un’abilità da coltivare e curare, che moltiplica il potenziale umano e prolunga le nostre vite”, ha scritto sul Times Penelope Green.

È vero che almeno in inglese le parole sonno (sleep) e sogno (dream) sono chiaramente diverse. Non è lo stesso in spagnolo, dove un’unica parola, sueño, indica sonno e sogno: e che oggi il sogno di molti sia non perdere il sonno la dice lunga sui tristi sogni dei nostri tempi.

I Malacalza soci Carige mettono in liquidazione la Omba di Torri di Quartesolo: a lanciare il grido di allarme è Diego Marchioro

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A sollevare il problema della messa in liquidazione scattata a metà dicembre della Omba di Torri di Quartesolo (specializzata nella fabbricazione di strutture metalliche e parti assemblate di strutture), “e non per me che ci lavoro da oltre 40 anni e che sono a un passo dalla pensione ma per le famiglie e per il paese” ci tiene a precisare, è Diego Marchioro, ex sindaco Pd di Torri che lo aveva rivelato a noi e ad altri media chiedendo di approfondire la situazione prima di scriverne ma che, rotto il “patto” da altri colleghi”, ci teniamo a ringraziare pubblicamente per aver sollevato una ennesima cappa “alla vicentina” su una situazione di grave crisi del territorio che, almeno ai sindacati dovrebbe essere nota.

Fondata nel ’50 dai fratelli Maraschin, la Omba fu acquisita e salvata nel 2001 dai Malacalza di Genova (soci di riferimento di Carige e “proprietari della Omba tramite uan finanziaria lussemburghese a cui mi risulta non faccia difetto al liquidità“) che l’hanno portato a un grande sviluppo culminato dal 2014 al 2016 fino a 80 milioni di euro di fatturato annuo poi dimezzatosi nel 2017 anche perchè “pur avendo lavorato a pieno regime fino ad agosto e con turni doppi o tripli, pare non stia incassando il dovuto da alcuni grossi committenti, tra cui, in primis, la società Condotte, uno dei più grossi general contractor per cui la Omba sta realizzando le travi dei viadotti per le ferrovie algerine impegnate a realizzare la linea Trans-Maghrebina in Africa del Nord“.

E se non si viene pagati…

Intanto i 147 dipendenti di inizio 2017 diventano 125-130 perchè i contratti a termine non vengono rinnovati, poi da settembre scatta la cassa integrazione a rotazione pagata dall’azienda e poi arriva… la liquidazione.

Se gli stipendi, a conferma della serietà da questo punto vista e della solidità finanziaria del gruppo, sono tutti pagati così come le tredicesime, cresce proprio a Natale la preoccupazione per il futuro dell’azienda storica di Torri e non solo tra le famiglie dei dipendenti attuali ma anche per l’economia locale che da una chiusura totale dello stabilimento subirebbe gravi danni da sommare a quelli dei terzisti che in Veneto e nel nord Italia contribuiscono a fare il 50% delle lavorazioni della Omba.Carige, ecco le ultime sportellate di Vittorio Malacalza

La palla, ora, passa al management e alla famiglia Malacalza, sperando che la sua liquidità non sia stata drenata dal complesso aumento di capitale di Carige sottoscritto per non aggiungere una vittima al lungo elenco delle banche saltate e che la messa in liquidazione della Omba non sia il preludio a far cassa magari grazie a una cessione accompagnata da tagli di personale.

Attualmente il portafoglio ordini dell’azienda ammonterebbe già a 30 milioni di euro, un bel bocconcino immediato e in prospettiva per nuovi investistori che ci si augura, lo leggiamo nel messaggio subliminale di Marchioro, non vogliano goderselo a spese dei lavoratori. (Vicenza Piu’)

SATIRA – LE 10 COSE PEGGIORI DEL NATALE CHE NON C’E’ PIU’

satira renzi berlusconi

1) I Liquori. Una volta si usava portare le butteglie di liquori in dono per Natale, ma no come adesso che si porta il Jack Daniel’s o la grappa barriccata. Ai tempi, la grappa era o Julia o Bocchino, e era consentito bersela solamente in cima al monte bianco: cioè, ti potevi bere pure trenta litri di vino a pranzo, ma non sia mai ti bevevi una grappa ti guardavano a uso tossico. Le butteglie erano fatte per stare in bella mostra e giammai aperte; tra le più rappresentative citeremo Kambusa l’Amaricante, il Manderinetto Isolabella, il liquore di cerase con le cerase di plastica attaccate, l’Amaro Cora, il Rabarbaro Zucca e il Punt E Mes. L’unica cosa che ti facevano bere era il Vov, pure se teneva seicento gradi, perché faceva sangue e perché tutti facevano le battute sul fatto che il Vov faceva intostare a prescindere. Poco apprezzata la versione pezzotta. il cosiddetto Zabov, che si è poi evoluta nella versione per femmine, l’odierno Bayleys.

Calendario CISL

2) Le Agende. A meno che la vostra famiglia non vivesse in incognito al Polo Sud, ogni casa veniva regolarmente invasa da almeno trecento agende di ogni dimensione, foggia e colore, da quelle con la copertina in pelle umana a quelle firmate dal primo cacacazzo lui e la marca,  dell’epeca, cioè il signor Pièr Cardèns. Siccome generalmente in famiglia lavorava solo il padre, regalare un’agenda con TUTTI i codici postali del mondo e TUTTI i fusi orari non è che fosse una cosa molto utile a una casalinga o a una nonna ricoglionita, però noi criaturi ci divertivamo per ore a calcolare quanti chilometri ci separassero da Calcutta, specie dopo che tua madre ti aveva appena detto mo’ m’è rutt o cazz, mo che torna  pateto dalla fatica  ti faccio scommare di sangue.
3) Il Libro Della Banca. Una volta le banche se tipo che eri cliente loro ti erano grati, no come adesso che ti fottono i soldi e ti guardano pure storto a spiovere, però chissà perché a Natale decidevano che gli avevi fatto qualcosa di male e allora ti regalavano Il Libro Della Banca per vendicarsi. Esso in genere pesava dai sei ai sette quintali, con copertina di alabastro che ricordava il Necronomicon, ed era altrettanto pericoloso perché le pagine, di carta patinata maledetta da un rabbino sefardita del XII secolo, erano taglienti come rasoi. In genere trattavasi di libro con fotografie di alberi, ma si trattava solo di supposizioni, perché per sollevare la copertina bisognava essere almeno in sei e ora che avevi apparato sei cape diverse si era fatta l’ora di andarsi a coricare o ci si era cacati il cazzo.
4) Il Pullastro Vivo. Se tenevi i parenti in campagna, o i clienti di tuo padre o di tuo nonno tenevano la campagna, per l’immacolata arrivava questi tipo con le scocche rosse, la pelle come cuoio bulgaro e le mani come badili e vi portava in dono un pollastro vivo con uno straccio in capa. In genere veniva chiavato sul balcone dove faceva un casino di pazzi alluccando, appunto, come a un pollastro e affrettando la decisione di tagliargli la capa non tanto per appetito quanto perché, iamm, che cazz’ amma fa’ co nu pullastro ncoppa ‘o balcone. L’unica cosa buona era che ti evitavano l’esecuzione perché quello o guaglione si è affezionato, e tu ti guardavi bene dallo smentirli, ma in fondo non è che uno era strunzo che si affezionava a nu pollastro in coppa a un balcone.

5) Il Film Di Merda In Televisione. Che quello allora non è come adesso che co tutti sti canali puoi scegliere tra cinquanta film di merda, no, allora UN film di merda ti toccava e te lo dovevi vedere per forza. Di solito era un film di Danny Kaye, che passava per uno simpaticissimo ed era molto amato dai bambini, più o meno come gli ebrei erano affezionati a Goebbels. Si trattava di film per bambini, quindi c’erano almeno sei o sette morti (spesso genitori amatissimi), canzoni incredibilmente tristi, sette otto catastrofi naturali, un paio di stragi e genocidi a volontà, poi però arrivava Danny Kaye con la sua faccetta da malato di fegato e si metteva a cantare nel chiaro intento di evocare Belzebù, che poi si capisce quando uscivano i dischi dei Black Sabbath ti facevi due belle risate.

6) Le Visite. Una volta le femmine, che allora si chiamavano Le Signore, si scambiavano una cosa chiamata Le Visite, che consistevano nell’andarsi reciprocamente a trovare nelle vicinanze del Natale per scambiarsi auguri e pettegolezzi ai limiti della querela per diffamazione, che allora venivano definite Quattro Chiacchiere. Di solito per fare Le Visite erano necessari tre elementi fondamentali: Le SignoreTu (che venivi portato in visita per pura malvagità, visto che il tuo compito era stare seduto e cacarti il cazzo), e La Scatola. Essa era una scatola con carta da drogheria, bianca con ghirigori dorati, consunta per l’uso decennale, che da anni Le Signore usavano riciclarsi vicendevolmente, come un calumet da far girare, sempre quello, prima del rito. Poteva esserci di tutto, in quella scatola, dalle caremelle Rossana a un piede umano, ma nessuno, a memoria d’uomo, ne ha MAI aperta una. Una mattina ti svegliavi e ti accorgevi che la scatola era stata chiamata a casa da Satana in persona.
7 ) La Poesia Di Natale. Era in quei tempi lontani costumanza far recitare una poesia di Natale al più piccolo o comunque al più indifeso, anche malato grave. La cerimonia consisteva nel farti alzare su una sedia e insultarti con tono di voce sempre più incazzato finché non recitavi balbettando per il terrore una serie di strofe talmente brutte e prive di senso che sembravano scritte da Jovanotti in paranza con Veltroni. La patetica cerimonia terminava con un timido applauso di sollievo e il parente più sincero o più umbriaco che diceva Maronna e che scassament’ ‘e cazz’ sta poesia non ne potete avere idea.
8 ) La Messa Di Menzanotte. Allora non era come a mo’ che a messa ci vanno solo quelli del PD. Allora stavano i comunisti e quelli a messa non ci andavano, per cui di solito a te, che ti sbattevano a letto alle nove al buio totale e se restavi a letto sveglio e terrorizzato fino alle tre di notte erano solo cazzi tuoi, la nonna bizzoca ti portava alla messa di menzanotte. Come a dire, certo che puoi fare tardi, però ti devi scassare il cazzo come si deve se no non vale, non è che puoi stare alzato fino a tardi a pazziare coi soldatini. Certo, c’è da dire che la messa di menzanotte aveva anche un suo fascino tutto speciale, soprattutto se eri uno a cui piaceva sfrantecarti i coglioni, stare seduto scomodo, pigliare carocchie in capa ogni due e tre e puzzarti dal freddo.

9) Stare In Piedi A Sentire Gli Zampognari davanti Alla Porta. Nei bei tempi andati non è che gli zampognari erano come adesso, che sono tutti tossici che con la scusa degli zampognari ti vengono a guardare dentro casa per vedere che si possono venire a fottere il giorno dopo, no. Allora i zampognari si chiamavano zampugnari e scendevano direttamente dal sopra alle muntagne. Di solito erano figli di consanguinei e quindi avevano forme curiose tipo hobbit o hillybilly violento o giornalista di Formigli e stavano lì a suonare nelle loro zampogne che spesso erano ricavate da animali domestici tipo cane o cinghiale (che per loro era effettivamente un animale domestico) guardandoti male e facendoti cacare sotto per tutto il periodo delle feste natalizie che già ti stavano sul cazzo, figuriamoci adesso che il tuo sonno era popolato da zampognari assassini.
10) Il Matrimonio Di Paccari. Oggigiorno la moda di vattere i criaturi non si porta più, e ciò è un bene, perché in effetti è molto bello vedere questi giovani genitori democratici e de sinistra bastonati nelle parti intime e comandati a bacchetta da bambini dispotici e simpatici come a Nicola Porro. Allora, invece, ogni singolo respiro di un bambino veniva considerato come un insulto all’ordine naturale delle cose e un’offesa diretta a qualsivoglia Dio, per cui a un certo punto un adulto decideva che ne aveva avuto abbastanza del vostro casino (in genere una ridacchiata appena percettibile da orecchio umano) e vi nominava Lo Sposo Nel Matrimonio Di Paccari, che consisteva nel colpirti con qualsiasi corpo contundente, dalla Cucchiarella allaCurrèa. Questo spiega perché siamo venuti su così beneducati, e anche perché alla scorsa riunione di classe, su trentacinque, eravamo in tre. (Amleto De Silva per Alganews)

 

 

Ferrero prende a morsi la Nestlé: pronta a chiudere per la divisione dolci Usa Di Giuseppe Maneggio – 24 dicembre 2017

Lo storico marchio italiano della Ferrero, che rappresenta il terzo produttore al mondo di cioccolato – dopo Mars e Hershey – con un giro di affari da 10,3 miliardi di dollari, è in dirittura di arrivo per chiudere la trattativa di acquisto della divisione snack dolci della Nestlé. Questo permetterebbe all’azienda piemontese di fare il grande salto nel mercato statunitense.

La notizia, trapelata tramite il New York Post, era già nell’aria da qualche settimana. Un’operazione da circa 2 miliardi di dollari e che attende soltanto l’ufficializzazione dell’asta vinta a seguito dell’abbandono di Hershey. In corsa ci sarebbe anche un piccolo gruppo di Private equity che difficilmente potrà impensierire l’azienda guidata da Giovanni Ferrero.

Se l’operazione dovesse concretizzarsi la Ferrero amplierebbe la sua penetrazione all’interno del mercato degli Stati Uniti, dove peraltro di recente l’azienda di Alba ha acquistato la Ferrara Candy, uno dei tre gruppi industriali più grossi nel settore dei dolciumi degli Usa. L’acquisizione del ramo di azienda appartenente alla Nestlé rappresenta un ulteriore crescita e andrebbe ad aggiungere un potenziale di fatturato di oltre 900 milioni di dollari.

Queste recenti acquisizioni non sono nuove all’interno del mercato statunitense. La Ferrero è presente negli Usa dal 1969 e conta attualmente oltre 200 dipendenti.

Se due terzi della produzione dolciaria dell’azienda italiana sono di origine europea, nell’arco del medio termine questo valore potrebbe sovvertirsi in favore di una produzione maggiormente internazionale. I recenti stabilimenti aperti a Singapore e in Cina stanno già producendo i risultati sperati con una penetrazione all’interno del mercato asiatico che è salita al 27% del totale con un ricavo registrato nel 2016 pari a oltre 500 milioni di dollari. (Giuseppe Maneggio – Primato Nazionale)

Ferrero, una storia di famiglia

LA FAMIGLIA FERRERO È UNA DELLE PIÙ RICCHE D’ITALIA.

LA LORO È UNA STORIA DI FAMIGLIA CHE TRAMANDA I VALORI E LE IDEE DA GENERAZIONE A GENERAZIONE.

famiglia-ferreroPietro Ferrero, il fondatore dell’azienda, nacque a Farigliano il 2 settembre 1898 da Michele e Clara Devalle. Nel 1942 il giovane aprì un laboratorio specializzato in prodotti dolciari ad Alba (Cuneo), precisamente in via Rattazzi. Lì iniziò a sperimentare e inventare golosità che, nel giro di pochi anni, sarebbero diventate tra i prodotti più venduti al mondo.

La nocciola era l’ingrediente principale delle sue ricette. Pietro cercò di sfruttarle il più possibile, visto le nocciole erano largamente disponibili nella zona di Cuneo e il loro costo era molto contenuto. Le nocciole venivano adoperate in abbondanza nelle ricette e impasti inventati dal maestro. Sua moglie doveva assaggiare tutto ed esprimere un parere obiettivo.

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Nel 1946, dopo 4 anni di tentativi, Pietro riuscì a inventare la Pasta GiandujaSi trattava di una crema a base di nocciole che si poteva spalmare con facilità sopra il pane. Inizialmente la Gianduja, confezionata nella carta stagnola, fu prodotta in piccole quantità e venduta dai piccoli negozianti d’ Alba. Visto che il costo della crema era contenuto e i bambini ne apprezzavano il gusto, la crema ottenne un enorme successo. L’immediato e inatteso apprezzamento dei consumatori spinse Pietro a produrla in quantità sempre maggiori.

Le richieste diventarono talmente tante che la produzione artigianale divenne insostenibile. Nacque così l’azienda Ferrero che assunse nuovi lavoratori per consentire l’aumento del volume di produzione. Pietro, sostenitore dell’azienda a conduzione famigliare, decise di farsi affiancare dal fratello Giovanni, al quale assegnò il compito dell’organizzazione della vendita. L’azienda, in questo modo, evitò di affidare la distribuzione a terzi e creò una rete diretta che collegava immediatamente la fabbrica con il rivenditore.

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Quando le cose iniziarono ad andare per il verso giusto, nel settembre del 1948 un’alluvione allagò lo stabilimento che rimase isolato e subì gravi danni. Per cercare di riportate tutto alla normalità i dipendenti scelsero volontariamente di collaborare per consentire l’immediata ripresa delle attività lavorative. Dopo 6 mesi  dall’alluvione, il 2 di marzo del 1949 l’azienda subì l’ennesimo duro colpo. Pietro Ferrero morì per un infarto causato dalla frenetica e pesante attività di distribuzione che effettuava personalmente. Pietro è stato il primo industriale italiano che, nel dopoguerra, ebbe il coraggio di aprire stabilimenti e sedi operative nel settore dolciario, facendo dell’azienda un esempio nazionale.

A lui subentrò il fratello Giovanni che prese le redini dell’azienda e nel 1950 diventò socio della Società in nome collettivo P. Ferrero & C. di Cillario Piera vedova Ferrero e Ferrero Michele. Giovanni Ferrero riuscì ad affrontare la situazione e decise d’espandere le vendite e la capillare distribuzione dei prodotti aziendali.

mon-cheriNegli anni cinquanta, la Ferrero diventò così apprezzata e amato che i bambini attendevano pazientemente in fila solo per poter assaggiare la famosa crema alle nocciola. Nel 1956 l’azienda iniziò a espandersi all’estero. A Stadtalelndorf (Francoforte) iniziò la sua attività con 5 dipendenti che, nel giro di pochissimo tempo,  diventarono 60. Durante quei anni arrivò un altro prodotto. Si trattava di Mon cherì, cioccolatino con all’interno una ciliegia affogata nel liquore e uno strato di glassa allo zucchero.

A soli 3 anni di differenza dalla morte di Pietro, nell’ottobre 1957 morì anche Giovanni Ferrero. La responsabilità del gruppo passò a Michele(figlio di Pietro) che fin da piccolo aveva seguito il padre e lo sviluppo dell’azienda che cominciava a espandersi con nuovi stabilimenti.

Sotto la guida di Michele, nel 1964 la crema di nocciole cambiò formula e nome. Nasce la Nutella, crema con una densità maggiore rispetto alla prima. Con la sua formula segreta, la Nutella ha permesso a saldare il successo dell’industria dolciaria che cominciò a essere distribuita in Europa e poi in tutto il mondo. Nello stesso anno il centro direzionale decise di spostarsi a Pino Torinese e proseguire l’ampiamente con stabilimenti e sedi commerciali in Olanda, Belgio, Svizzera, Danimarca e Regno Unito. Un’altra idea innovativa firmata Michele Ferrero arrivò con l’inaugurazione della linea di prodotto Kinder. La Ferrero raggiunse una produzione mondiale, trasformandosi da un’azienda a conduzione famigliare in vera e propria industria.

Nel quinquennio 1971-1976 la Ferrero diventò l’azienda che investiva di più nella pubblicità. Carosello per la pubblicità di Nutella sceglieva una serie d’animazione con disegni realizzati dai fratelli Toni e Nino Pagot. Con la Fondazione Ferrero, nel 1983, Michele ideò un modo utile a raccogliere e mantenere saldi i legami tra l’azienda e i suoi dipendenti. Si trattava di un vero e proprio ente culturale e sociale.

michele-ferrero-giovaneAltri stabilimenti arrivarono nel 1987 con sedi di produzione a Basilicata e Irpinia. Oggi la Nutella è probabilmente la crema spalmabili più diffusa e conosciuta al mondo. Il prodotto è diventato un fenomeno di costume apprezzato da grandi e piccoli. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ocse sono oltre 350 000 le tonnellateprodotte ogni anno. È sempre l’ente a definire la Nutella come un’esemplare dell’economia di globalizzazione. La crema, utilizzata per accompagnare il pane, i biscotti, la frutta e numerosi dolci, ha reso la famiglia Ferrera la più ricca d’Italia. Secondo la rivista Forbes, nel 2000 il fatturato dell’azienda toccava quota 4 miliardi di euro e nel 2006 raggiunse oltre 5,6 miliardi. Sempre secondo la rivista, il padre della Nutella nel 2014 si classificava al primo posto come uomo più ricco d’Italia. Michele Ferrero è morto il 14 febbraio 2015 a Montecarlo.

Dietro il marchio, i bilanci e l’espansione di un’azienda multinazionale, c’è la storia di una geniale e tenace famiglia piemontese che, dal motto della Fondazione Ferrero “Lavorare, Creare, Donare”, trae la sua straordinaria forza per crescere, cita  il sito ufficiale dell’azienda.  

Truffato da Veneto Banca, la protesta di Natale di un ex azionista

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Disabile, ha perso tutti i risparmi guadagnati in anni di lavoro: ora è costretto a dormire in auto. Nella tarda mattinata ha piazzato il suo mezzo di fronte all’ingresso dell’ex sede storica dell’istituto, a Montebelluna in piazza dall’Armi. Interviene il sindaco Marzio Favero, i carabinieri e la polizia locale

MONTEBELLUNA Nel giorno di Natale ha deciso di mettere in pratica una protesta che evidentemente meditava da tempo: con la sua auto, dove da tempo è costretto a dormire, ha raggiunto la storica ex sede di Veneto Banca (ora Banca Intesa), a Montebelluna in piazza dall’Armi, e ha posteggiato il mezzo a pochi passi dall’ingresso. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, la polizia locale di Montebelluna ed il sindaco, Marzio Favero, per cercare di convincere l’uomo a desistere dalla sua protesta.

L’uomo, un cittadino romeno di circa 60 anni, ha lavorato per decenni nella Marca e purtroppo aveva investito i suoi risparmi nell’istituto: a rendere drammatica la situazione un gravissimo infortunio sul lavoro che lo ha reso disabile. E’ costretto a muoversi in stampelle. Il primo cittadino, Marzio Favero, ha solidarizzato con l’uomo, tornando a chiedere una legge speciale per tutelare i risparmiatori truffati dall’ex Veneto Banca. All’uomo è stato chiesto di spostare la sua auto, per motivi di sicurezza, dalla zona pedonale.

 

LUCIO DALLA

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lucio dalla

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Istrionico e mai banale “performer”, Lucio Dalla è stato un artista unico nel panorama musicale italiano: virtuosista jazz, cantante poliedrico, ha unito stili ed influenze diversissime in sintesi ardite e mai banali, creando un vero “pop d’autore” apprezzato da milioni di appassionati.

Oggi parliamo di un irregolare. Di un gorilla. Di un piccolo animale saltellante. Di un istrione dal fare ieratico. Oggi parliamo di Lucio Dalla. Nato, come è ben noto a tutti, il 4 marzo del 1943- un giorno prima di un altro immenso Lucio, quel Battisti così lontano e vicino dal ragno di Bologna- Lucio Dalla rimane quasi subito orfano di padre. Figlio unico, cresce con la madre a Bologna. Questa donna, Jole Melotti, avrà un ruolo centrale nella sua vita. A detta dello stesso Dalla infatti è stata lei a convincerlo della sua genialità, a fare da agente, sponsor e talent Scout ante litteram. Dopo un fulmineo percorso da autodidatta, Lucio, profondamente insofferente alla scuola, già a 17 anni è a Roma a fare musica. Affascinato dai ritmi del Jazz nero americano Dalla inizia a suonare il clarinetto. Appassionato di tutti i grandi del genere, da Chet Baker a Miles Davis, il musicista da cui trae maggiormente ispirazione è Thelonious Monk, un rivoluzionario pianista statunitense a cui Lucio, nelle varie interviste rilasciate negli anni, non smetterà mai di fare riferimento. Si sente artista Dalla: ha poco a che fare con la canzonette all’Italiana, il cui panorama dell’epoca, ancora spoglio della stagione dell’impegno degli anni settanta, è dominato da campioni del nazional-popolare come Claudio Villa, da miti mediterranei della canzone “confidenziale” alla Fred Bongusto, il tutto avvolto nell’eco “Sinatriano” di Fred Buscaglione, scomparso prematuramente nel 1960. Un mondo lontano dalle sensibilità del futuro cantautore bolognese, musicista nel senso più pieno del termine. Nel 1962 Dalla si unisce al complesso:” I Flippers”, in qualità di voce solista, clarinetto e sax. E’ però Gino Paoli a dare una svolta radicale alla sua vicenda musicale. Sarà lui infatti a convincerlo a intraprendere la carriera da solista. Negli anni Sessanta il grande successo tarda ad arrivare. Dalla partecipa a Sanremo, incide con l’arcinota RCA, ma i suoi album non sfondano, facendo registrare bassi livelli di vendita. Nel 1971 però le cose cambiano. Lucio, di nuovo a Sanremo, presenta un brano, scritto da Paola Pallottino, dal titolo : 4/3/1943. Il successo è totale. Classificatosi terzo in assoluto al festival della canzone, il brano è destinato a iscriversi nella lista dei capolavori senza tempo. Parole e musica si imprimono nella memoria popolare e quel fischiettio di fondo, da cui- dirà lo stesso Dalla- è nata tutta la canzone, diventa il Jingle di un epoca.Morbegno, all’Auditorium lo spettacolo dedicato a Lucio Dalla

Subito dopo 4/3/1943, arriva un altro “tormentone”. Scritta da Bardotti, Baldazzi, Dalla e Cellamare (in arte Ron), Piazza Grande ripete il miracolo dell’exploit sanremese, offrendo finalmente al grande pubblico la possibilità di conoscere quello strambo cantante. All’apice della ribalta nazionale si apre per Dalla un periodo diverso, sperimentale e visionario: sono gli anni della collaborazione con il poeta bolognese Roberto Roversi, da cui nasceranno gli album: Il “Giorno aveva cinque teste”, “Anidride Solforosa” e “Automobili”. Sono pezzi difficili, quelli del duo Dalla-Roversi. Ermetici, impegnati, come d’altronde richiedono i tempi. Nella Bologna di piombo degli anni Settanta  le parole di Roversi, ruggenti critiche alla condizione dell’uomo operaio, alla tecnologia sempre più invadente e minacciosa, vengono urlate dal nano emiliano nelle fabbriche e nei teatri. Simbolo di questo complesso connubio artistico è Nuvolari, brano cardine del concept album “Automobili”, ultima opera del Duo, contente al suo interno pezzi del calibro di Il motore del duemila e Mille Miglia. Ma è nel 1977, ad un anno dalla pubblicazione di “Automobili”, che prende corpo il più grande sconvolgimento della carriera di Dalla. Lucio infatti incide il suo primo album da cantautore: “Com’è profondo il mare”. All’età di 38 anni, il cantante bolognese prende in mano la penna e scrive tutte le tracce del suo disco. Il risultato è strabiliante. La leggenda vuole, che il “Maestrone” della canzone italiana, il grande Francesco Guccini, sincero amico di Lucio, scettico sulle possibilità di Dalla quale autore di testi, abbia dato il suo vituperato lasciapassare solo dopo aver ascoltato il testo del brano che da il nome al disco, quella Com’è profondo il Mare potente e magnifica come una poesia travolgente e malinconica. L’LP colleziona una serie di tracce intense e graffianti: Il cucciolo Alfredo, ad esempio, è cronaca struggente della Milano cupa e violenta, infestata dagli odiati Inti Illimani

Lucio Dalla - 12000 Lune (2006) [Remastered]

 La musica andina che noia mortale,

sono più di tre anni che si ripete sempre uguale

È così che Dalla frantuma, con due soli versi, Il totem vivente dell’impegno politico,prendendo ironicamente spunto  dagli Inti Illimani . testimoni superstiti del Chile stuprato dalle violenze di Pinochet,  citati dall’ironia illuminata di Gaber come “acquis” necessario nel pedigree del militante di sinistra.Perché Lucio Dalla era anche questo, soprattutto questo: un uomo libero, scevro dai pedanti condizionamenti delle ideologie, al contempo anime vive e cappe asfissianti di quegli anni, e quindi schietto, vero, tremendamente dissacrante. Dopo l’esordio come cantautore arrivano in sequenza i due album “Lucio Dalla” e “Dalla”, in cui una serie infinita di capolavori si rincorrono. Da “L’ultima Luna” ad “Anna e Marco”, da “L’Anno che verrà” a “La sera dei Miracoli”, sino all’apoteosi di “Cara” e “Futura”. Due dischi per un totale di due milioni di copie vendute in Italia. L’onda lunga di Lucio non si ferma. È infatti a cavallo tra la pubblicazione dei due grandi successi che, assieme all’amico Francesco De Gregori, altro genio indiscusso del cantautorato italiano, Dalla s’imbarca in quello che sarà forse il più grande tour della storia della musica leggera : “Banana Republic”. Il mix tra i due personaggi è vincente: l’uno istrionico, iperattivo, peloso e urlante, l’altro pacato, apparentemente distaccato, serafico, formalmente ineccepibile come un Principe. La poesia dei testi, la forza della loro musica, accompagnata da musicisti d’eccezione quali gli Stadio e Ron, i migliori frutti della carriera dalliana da Talent Scout, infiammeranno gli stadi d’Italia. Ne verrà fuori un disco-live: 500.000 copie vendute.

senza lucio 70x100

Segue un periodo in cui i plebiscitari consensi di vendita calano, ma il prodotto artistico se possibile migliora. “1983”, album successivo di Dalla- anticipato dal Q disc con all’interno un altro pezzo destinato a diventare tormentone popolare Telefonami tra vent’anni– è un esperimento funky dalle sonorità elettroniche ed innovative. La traccia che dà il nome all’album è una canzone straordinaria, capace di raccontare al contempo i sentimenti della Bologna liberata dai nazisti e  lo smarrimento che la modernità provoca in quella stessa comunità quarant’anni dopo, il tutto inframmezzato da repentini cambi di ritmo e dai romantici ululati del ragno. Dopo “1983” arriva “Viaggi organizzati”, album apprezzato dal grande pubblico, di cui ricordiamo oltre alla traccia che da il nome all’album, il brano Tutta la vita, autobiografia in musica di un artista qualunque, schiavo degli strumenti e della vita zingara da menestrello. E’ del 1986 il vinile Dallamericaruso: album dal vivo registrato negli Stati Uniti, presso il Village Gate di New York. Il disco, contenente i maggiori successi di Lucio, è un concentrato di genialità. Ad accompagnare il cantautore sono nuovamente gli Stadio. Nanni, Curreri, Portera, Pezzoli, si superano nelle versioni riarrangiate delle canzoni di Lucio, e la struggente Stella di Mare diventa un pezzo rock così potente da far tremare gli States. Nel 33 giri, assieme ai pezzi live, c’è un inedito: Caruso. Lucio ha raccontato la storia di questo capolavoro centinaia di volte. La barca che si ferma nel golfo di Sorrento, la stanza d’albergo con il pianoforte che fu suonato dal grande tenore, la vista sul mare e poi la composizione del brano. Il pezzo, indiscusso capolavoro con 12 milioni di copie vendute nel mondo e un interminabile serie di cover, è tuttavia estraneo ai caratteri irriverenti e innovativi della produzione dalliana. Una dolce anomalia, cambiamenti a cui di certo i fan di Lucio erano abituati. Nel 1988 un altro tour storico segna la carriera di Dalla: “DallaMorandi”. Tour e conseguente Cd sono un immenso successo dal gusto squisitamente nazional popolare. Brano simbolo di questo sodalizio è Vita, scritto da altri due grandi della musica italiana: Mogol e Mario Lavezzi. Negli anni Novanta, ancora incredibilmente fecondo, Dalla regala al pubblico Cambio. La copertina dell’album ritrae un giovanissimo Lucio seduto ad un tavolino con la madre. Assieme all’arcinota Attenti al Lupo, ennesimo Jingle popolare, scritta da Ron, il disco contiene altri pezzi meno noti ma altrettanto interessanti: Denis, storia di un sabato sera di un giovane ragazzo del Nord, e 2009 le cicale e le stelle , altro brano profondamente critico sulle derive ultra tecnologiche della modernità. Nel 1996 esce Canzoni. Il cantauore bolognese, dopo vent’anni dall’uscita di “Com’è profondo il mare” pubblica, forse, il suo ultimo capolavoro, sublimato da un enorme successo di vendite. Come per tutti gli artisti, però, la stella di Dalla comincia a incrinarsi. Tranne per sparute eccezioni, pezzi come Non Vergognarsi mai, Rimini o Dark Bologna, la qualità cala e a scendere lentamente è anche la voce. Nel nuovo tour con De Gregori nel 2010, “Work in progress” da cui nascerà anche un doppio cd, Dalla appare invecchiato, stanco, e la sua Caruso a stento ricorda quella cantata con struggente sentimento assieme a Luciano Pavarotti.Singoli Lucio Dalla, Lucio Dalla

È in Svizzera che l’avventura terrena di Lucio si spegne, a causa di un infarto romanticamente subito dopo un concerto. I funerali sono un evento nazionale: Bologna è gremita, stretta intorno al feretro del suo poeta più audace e istrionico. Risulta straziante il personalissimo ricordo di Marco Alemanno, ultimo compagno di Lucio. Sì, compagno,  perché Lucio era omosessuale. Senza necessità di ostentazioni, Dalla aveva vissuto la sua sessualità in maniera lineare, confinandola alla sfera intangibile e sacra del privato. Oggi le svilenti cronache sulla vicende ereditarie, sulla gestione della casa-museo, rischiano di rovinare il ricordo di un genio. È doveroso, per concludere questo piccolo viaggio nella vita- artistica- di Lucio, citare almeno uno dei testi dei suoi capolavori. Ed è un brano che non ha mai conosciuto la ribalta quello che vogliamo inserire. Una poesia urbana contenuta nell’album “Com’e profondo il mare”. Un grido che si intitola E non andar più via. Perché un po’ anche Lucio, come tutti i veri artisti d’altronde, non è mai andato via.

Ho lasciato i pantaloni in un cortile
ho perso anche una mano in un vicolo,
era un pomeriggio di aprile
gli occhi me li ha portati via una donna grassa a forza di guardarla
le labbra le ho lasciate tutte e due su un’altra bocca
o su una fontana, che a essere prudenti non si tocca
ma mi brucia come un vecchio fulminante…
O muori tu, o muoio io
da oggi Roma avrà un altro Dio
io me ne vado via,
io me ne vado via…
Dove chiudendo gli occhi senti i cani abbaiare

dove se apri le orecchie non le chiudi dalla rabbia e lo spavento
ma ragioni giusto seguendo il volo degli uccelli e il loro ritmo lento
dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora
e puoi rinunciare a una gioia per una sottile tenerezza
dove puoi nascere e morire con l’odore della neve
dove paga il giusto chi mangia, chi beve e fa l’amore
dove, per Dio! la giornata è ancora fatta di ventiquattr’ore
e puoi uccidere il tuo passato col Dio che ti ha creato
guardando con durezza il loro viso
con la forza di un pugno chiuso e di un sorriso
e correre insieme agli altri ad incontrare il tuo futuro
che oggi è proprio tuo
e non andar più viae non andar più via
e non andar…

Lucio Dalla: a un mese dalla morte, il ringraziamento dei cugini sulle pagine del Carlino
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