Banche venete: ecco coordinate Fondo

A Mestre vertice dei nove principali gruppi risparmiatori.

(ANSA) – VENEZIA, 27 DIC – Incontrare quanto prima il Ministero dell’economia, l’Autorità anticorruzione (Anac) e Intesa SanPaolo per accelerare la scrittura del decreto attuativo della legge sul Fondo di ristoro per i risparmiatori delle sei banche italiane in default (fra cui le due ex popolari venete); istituire un ufficio distaccato Anac in Veneto e procedere alla ripartizione dei 100 milioni resi disponibili da Intesa per i casi più disagiati. Questi i tre punti su cui hanno concordato oggi nove fra le principali associazioni dei consumatori, riunite a Mestre, per valutare la nuova normativa approvata con la legge di Bilancio, che prevede l’erogazione di 25 milioni l’anno per 4 anni ai risparmiatori “traditi” attraverso un fondo di rotazione alimentato dai “conti dormienti” del sistema bancario italiano. All’incontro, oltre ad Adiconsum Veneto, hanno partecipato anche esponenti di Adusbef, Adoc, Casa del Consumatore, Codacons, Ezzelino III da Onara, Federconsumatori, Lega Consumatori e Unione Consumatori.

Chili, i Lavazza comprano il 25% per 25 mln. Video-on-demand per diversificare

Dopo i Boroli-Drago e i Barilla, anche i Lavazza diversificano rilevando il 25% di Chili, piattaforma italiana di video-on-demand in forte crescita

Chili, i Lavazza comprano il 25% per 25 mln. Video-on-demand per diversificare

 

Di Luca Spoldi
e Andrea Deugeni per Affariitaliani

Sono ormai arrivati alla quarta generazione eguidano una delle poche multinazionali di successodal passaporto italiano: iLavazza sono abituati da anni a competere, vincendo, in un mercato sempre più concorrenziale, quello del caffè (la seconda materia prima al mondo dopo il petrolio, con un giro d’affari globale di 94 miliardi di dollari l’anno), dove per poter recitare il ruolo di polo aggregante occorre arrivare ad un fatturato di almeno 2 miliardi di euro l’anno.

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Un traguardo a portata di mano, dopo che il 2016 si è chiuso con 1,9 miliardi di fatturato (e visto che il piano industriale al 2020 parla di un giro d’affari a fine piano di 2,2 miliardi), viste anche le continue acquisizioni (dopo la canadese Kicking Horse, specializzata nel caffè biologico, è toccato all’italiana Nims, attiva nella distribuzione e vendita diretta porta a porta di caffè in capsule e relative macchine).

Ma con una posizione finanziaria positiva, sempre alla fine dello scorso anno, per quasi 690 milioni, c’è evidentementespazio anche per qualche operazione di diversificazione, sulle orme di altre grandi famiglie italiane come i Boroli-Drago o i Barillaabituate già da anni a reinvestire parte dei proventi delle proprie attività imprenditoriali in altri ambiti attraverso operazioni di private equity.

Diversamente sarebbe difficile comprendere il senso industriale dell’acquisizione di una quota di minoranza di Chilipiattaforma milanese di video on-demand co-fondata nel 2012 assieme a Giorgio Tacchia dall’ex amministratore delegato di Fastweb, Stefano Parisi (che ne fu il presidente fino al 2016, quando si dimise per concorrere alla carica di sindaco di Milano per il Centrodestra, finendo tuttavia battuto dal candidato del Centrosinistra, Giuseppe Sala) e che tra i propri investitori ha da alcuni anni anche major hollywoodiane come Warner Bros, Paramount Pictures(gruppo Viacom) e Sony Pictures Entertainment. Hanno quote in Chili anche Tony Miranz, che ha venduto la società di video-on-demand Vudu alla catena  Walmart nel 2010

Coffee Design   Coffee Caviar

 

 

Secondo il Financial Times (notizia confermata dalla Luigi Lavazza Spa), che per primo ha riferito la notizia, la famiglia Lavazza avrebbe rilevato il 25% di Chili per 25 milioni di euro, il che significa che attualmente la piattaforma viene valutata circa 100 milioni: una valutazione in costante e rapida crescita, visto che nell’agosto dello scorso anno (quando entrarono Warner e Paramount con circa il 7% a testa) la valutazione “pre-money” non superava i 35 milioni, mentre a fine anno (quando entrò Sony rilevando il 5%) si era già portata a circa 60 milioni.

Chili mira del resto a fare concorrenza a iTunes di Apple e si è nel frattempo estesa dall’Italia alla Gran Bretagna, alla Germania, all’Austria e alla Polonia, mentre il giro d’affari è balzato dai 7 milioni del 2016 ai 30 milioni circa con cui dovrebbe chiudersi il 2017 e la base clienti ha ormai raggiunto il milione di utenti (raddoppiati rispetto a fine 2015).

Se è ipotizzabile che Chili possa diventare una interessante leva di marketing per Lavazza, la presenza tra i soci di tanti nomi “blasonati” come anche il direttore di Lvmh, Antonio Belloni, il finanziere Francesco Trapani (ex amministratore delegato di Bulgari) e la famiglia Passera fa somigliare Chili ad un “salotto buono 4.0”.

Per i Lavazza, la cui attività industriale produce già oggi utili superiori agli 80 milioni di euro annui, Chili potrebbe rivelarsi dunque un interessante investimento di private equity, ma soprattutto il modo in cui rinsaldare le buone relazioni con altri protagonisti della finanza e dell’economia milanese ed italiana.

Del resto anche se il 60% del fatturato viene ormai generato dall’estero, l’Italia resta il singolo mercato più importante per il gruppo e Milano, dove Lavazza a settembre ha aperto un nuovo flagship store, una caffetteria gastronomica in piazza San Fedele, pare una tessera fondamentale del piano per rinsaldare il business, quindi perché non unire l’utile al “dilettevole”?
 

Banco Bpm, via libera dell’Antitrust all’acquisto di Avipop Assicurazioni

Ok anche dall’Ivass all’acquisizione della totalità del pacchetto azionario della compagnia assicurativa da parte del gruppo bancario. L’ad Castagna ha inoltre negato la necessità di un aumento di capitale, grazie all’applicazione dell’Ifrs9 che permetterà di alzare il target di cessione di Npl da 8 a 11 mld.

banco bpm

Via libera dell’Antitrust, con parere favorevole dell’Ivass, all’acquisizione del controllo esclusivo da parte di Banco Bpm  di Avipop Assicurazioni e, di conseguenza, di Avipop Vita, attraverso l’acquisizione della totalità del pacchetto azionario di Avipop Assicurazioni. E’ quanto riportato all’interno dell’ultimo bollettino dell’Autorità in cui è spiegato che Banco Bpm , che detiene già quote del capitale della compagnia assicurativa, acquisterà la parte restante del capitale sociale attualmente detenuto da Aviva, in modo da detenere la totalità del pacchetto azionario della target.

L’operazione, quindi, consiste nel passaggio dal controllo congiunto di Banco Bpm  e Aviva su Avipop, al controllo esclusivo da parte dell’istituto di credito milanese. L’accordo prevede anche, per un periodo non prorogabile pari a 18 mesi, obblighi di fornitura di servizi aziendali, quali ad esempio servizi di controllo e gestione rischi, che saranno erogati in favore di Avipop Assicurazioni ed Avipop Vita da parte delle società del gruppo Aviva.

Castagna ha negato inoltre la necessità di un aumento di capitale. “Con l’applicazione immediata dell’Ifrs 9”, ha spiegato Castagna, “siamo in grado di poter alzare il target di piano di cessione di Npl, senza impatto sul conto economico, di almeno altri 3 miliardi, portandolo da 8 ad almeno 11 miliardi”. A un anno dalla nascita del nuovo gruppo, Castagna si è detto “molto soddisfatto: siamo in anticipo su tutti i target del piano”.

Secondo le stime degli analisti di Equita  Sim, che sul titolo hanno confermato la raccomandazione hold con prezzo obiettivo a 3,4 euro, le ulteriori cessioni di esposizioni non performanti “porterebbero l’Npe ratio target di piano da 17% al 15%, essendo ragionevole attendersi che il nuovo obiettivo venga completato a fine 2019”. Confermata, inoltre, l’attesa “di ricevere i modelli Irb sul portafoglio ex Bpm  a inizio 2018. Secondo noi”, hanno sottolineato gli analisti, “c’è un possibile un impatto positivo di 60/80 punti base, che potrebbe essere per gran parte assorbito dall’Ifrs9. L’aumento delle coperture sugli Npl derivante dal nuovo principio contabile servirà per accelerare le cessioni extra delle sofferenze”.

L’obiettivo confermato dal piano industriale di 1 miliardo di euro di utile al 2019 risulta irrealizzabile per gli analisti di Equita , che hanno invece stimato un valore di 660 milioni. Nel complesso, l’intervista per gli esperti dovrebbe sostenere un re-rating del titolo, “tra i peggiori a tre mesi” nel settore. “La conferma dell’attesa di ricevere i modelli Irb a inizio 2018 aumenta la visibilità su questo evento, sul quale si fonda gran parte dell’ulteriore strategia di derisking. Altre indicazioni sulle intenzioni del regolatore sulla migrazione ai modelli Irb e sul processo di derisking”, hanno concluso gli esperti, “arriveranno a breve dalla pubblicazione degli Srep: un eventuale esito favorevole dovrebbe sostenere ulteriormente il re-rating”. Prosegue ben intonato il titolo a Piazza Affari, che scambia in rialzo del 2,64% a 2,614 euro.

(di marco sasso per milano finanza)

Crac Carife, tutti a processo i 12 imputati

Il giudice ha deciso il giudizio: in aula il 18 giugno per i falsi nel prospetto, aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob e la bancarotta patrimoniale.

Azionisti Carife azzerati davanti al...

Tutti a giudizio, i 12 imputati del crac Carife legato all’aumento di capitale del 2011, per 150 milioni di euro. La decisione nel primo pomeriggio di oggi, martedì 10 dicembre, del giudice Piera Tassoni che ha accolto in pieno le richieste dell’accusa (procura e guardia di finanza di Ferrara, in aula il pm Stefano Longhi e il procuratore reggente Patrizia Castaldini), sintesi di quasi 3 anni di indagini e poi articolate all’udienza preliminare, iniziata a settembre e chiusa oggi.

Carife, la rabbia degli azzeratiAlla fine sono arrivate a 1.200 le parti civili costituite al processo Carife. Qui la voce di alcuni dei risparmiatori beffati: “Forse non riavremo mai i nostri soldi, ma siamo qui come atto politico. Devono essere riconosciuti in modo serio e ufficiale i danni che abbiamo subito”. (video di Filippo Rubin)LEGGI L’ARTICOLO SUL PROCESSO CARIFECARIFE (1)

A processo dovranno presentarsi, il 18 giugno prossimo, a vario titolo per i reati di falso in prospetto, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza (di Consob e BankItalia) e bancarotta patrimoniale, gli ex vertici di Carife dell’epoca, Sergio Lenzi, presidente e Daniele Forin, direttore generale. Poi i due “tecnici”, Davide Filippini e Michele Sette (direttori settori Finanza e Bilancio) accusati di aver redatto gli atti dei prospetti falsi e il responsabile della società revisione Deloitte & Touche, Michele Masini. Gli altri imputati rinviati a giudizio sono legati allo scambio di azioni tra Carife e banche, ritenuto illecito e che ha portato alla bancarotta patrimoniale per fittizietà del patrimonio: Paolo Govoni(Carife Sei) e Teodorico Nanni, (Banca credito di Romagna), società usate per lo scambio di azioni e quindi i vertici della banca Valsabbina, Ezio Soardi e Spartaco Gafforini e per Caricesena, Germano Lucchi e Maurizio Teodorani, che parteciparono appunto allo scambio di azioni per 15 milioni.

«Fondo delle banche ai risparmiatori danneggiati»Nuova puntata del caso Carife: dopo Renzi, Giovanna Mazzoni battibecca con Pier Paolo Baretta, sottosegretario al Ministero dell’Economia, durante l’incontro in Comune con il sindaco Tagliani e i rappresentanti dei risparmiatori e delle associazioni consumatori

Bper Banca: al via l'“operazione fiducia” per gli ex soci Carife

La decisione del giudice ha preso atto delle tesi dell’accusa smentendo in pieno i rilievi delle difese soprattutto sulla bancarotta patrimoniale, contestata per fittizietà di patrimonio: secondo l’accusa, Carife per raggiungere la quota di 150 milioni di euro imposta da Bankitalia, arrivò all’operazione di vendita di azioni alle due banche esterne, alle quali poi girò la stessa cifra. Le parti civili, ora 1350 costituite, sono comunque destinate ad aumentare considerevolmente poichè agli azionisti dell’aumento di capitale potranno aggiungersi altre migliaia di risparmiatori, azionisti pre e dopo aumento, e gli obbligazionisti azzerati e danneggiati appunto dal crac. (la nuovaferrara.gelocal)

 

Credito di Romagna, nuovo socio di Hong Kong

L’investitore, richiesto da Bankitalia dopo la rimozione dei vertici dell’istituto, controllerà la banca locale erogando decine di milioni.

Credito di Romagna, nuovo socio di Hong Kong
Tempo un mese e il gruppo di Hong Kong Sc Lowy, fondato nel 2009, diventerà il socio di controllo del Credito di Romagna Spa. L’operazione, approvata sabato scorso dall’assemblea straordinaria degli azionisti, permetterà un flusso di denaro nel capitale dell’istituto di credito fondato nel 2004 da Giovanni Mercadini, di poco inferiore ai cento milioni di euro.Con l’ingresso del colosso finanziario si completa l’iter che aveva preso il via nel luglio 2016 con l’applicazione al Credito di Romagna da parte di Bankitalia, primo e unico caso finora in Italia, del cosiddetto “removal”, contemplato dalla legge per prevenire la crisi delle banche e che imponeva: discontinuità aziendale, ingresso con ruolo di controllo di un nuovo investitore, rimozione del cda e del collegio sindacale e la nomina di un nuovo consiglio. Quest’ultimo, indicato dall’autorità di vigilanza insieme al nuovo collegio sindacale, è ora composto dal presidente Massimo Versari, con Daniele Discepolo, Luca Mazzara, Gianfranco Buschini, Gianmarco Zanchetta, Enrico Montanari e Andrea D’Ovidio. «L’individuazione, non facile, di un investitore solido – ricorda proprio Versari – era la nostra priorità e, una volta raggiunta, crediamo che l’istituto uscirà dalla situazione di crisi che stava vivendo nell’ultimo periodo entrando in una nuova fase di stabilità».

«Sc Lowy – prosegue il presidente, da sette mesi alla guida di una realtà che conta 11 filiali, 150 dipendenti e diverse migliaia di clienti tra imprese e privati – ha già fatto un piano industriale di cinque anni, programmando l’aumento del numero delle filiali e nuove assunzioni. L’investitore è stato attratto dalla dinamicità del territorio romagnolo, che presenta buone prospettive di crescita, e anche dalla qualità del personale, giovane e motivato, che è riuscito a salvaguardare il nome della banca che attualmente vanta 900 milioni di raccolta totale e 470 di impieghi, in prevalenza a sostegno dell’economia locale e delle famiglie. E questo rapporto diretto col cliente resterà una nostra priorità». L’esito dell’assemblea è stato comunicato a Bankitalia che, insieme alla Bce, dovranno approvare l’operazione. Al momento del nulla osta Sc Lowy provvederà subito all’aumento di capitale. (CORRIERE DI ROMAGNA)

Forlì, un fondo di Hong Kong salva il Credito di Romagna

Il fondo Sc Lowy verserà 40 milioni di euro: evitata così la messa in liquidazione dell’istituto bancario

La sede centrale del Credito di Romagna in via Ravegnana a Folrì (Foto Fantini)

 

Risanamento». «Uscita dalla crisi». «Nuova fase di stabilità». Queste le parole della nota diffusa ieri dal Credito di Romagna, in cui viene annunciato l’ingresso di Sc Lowy: sabato, infatti, l’assemblea straordinaria degli azionisti ha dato l’ok alla holding finanziaria che ha sede a Hong Kong e uffici a Londra, «operatore indipendente nel trading a reddito fisso».

Secondo quanto trapela, l’investitore è pronto a versare almeno 40 milioni di euro assumendo il controllo dell’istituto con oltre il 90% delle quote. Si tratterebbe – dopo il vaglio di Bankitalia e Bce – del primo istituto di credito italiano controllato da capitali stranieri non bancari.

Sc Lowy possiede già una banca in Corea del Sud: nel 2013 ha acquisito la Shinmin Mutual Savings Bank di Seul, oggi rinominata ‘Choeun’ (che in coreano significa ‘buono’). Fondata nel 2009, la multinazionale della finanza ha effettuato operazioni in questi otto anni per un valore superiore a 55 miliardi di dollari, ed è una delle prime realtà del settore nell’Asia affacciata sul Pacifico, ma anche tra Europa, Africa e Medio Oriente.

Il fondo Sc Lowy possiede già una banca in Corea del Sud

«È uno specialista nel settore dei bond ad alto rendimento e deicrediti deteriorati – spiega il Credito di Romagna –. È in grado di competere con le grandi banche di investimento per capacità di reperimento fondi e distribuzione, oltre che di mobilitazione di capitali. Creerà valore per gli azionisti, i clienti, i dipendenti e tutti gli stakeholders».

«Abbiamo trovato in Sc Lowy un investitore qualificato – dice Massimo Versari, presidente del consiglio di amministrazione del Credito di Romagna,- . Era quello che imponeva Bankitalia dopo il removal, dovevamo farcela entro il 31 dicembre e ci siamo riusciti». In caso contrario le conseguenze sarebbero state drammatiche: «La liquidazione della banca. Dal 2014 al 2017 abbiamo avuto perdite complessive superiori a un terzo del capitale. In queste condizioni, non avremmo avuto più il patrimonio sufficiente per operare». Ora la tempesta sembra passata, conclude Versari: «Abbiamo un partner molto serio, finanziariamente solido, che già conosce il settore, metterà liquidità e ha intenzione di investire sul territorio».

L’istituto di via Ravegnana dovrebbe essere arrivato alla svolta decisiva, dopo anni contrassegnati dai difficili rapporti con Bankitalia: nel 2010 il primo caso, con l’amministrazione controllata durata 14 mesi a causa dei legami con San Marino; poi nel luglio 2016 l’applicazione del ‘removal’, una mossa adottata per la prima volta nel nostro Paese con l’effetto di allontanare il management. Motivo? La Banca d’Italia chiedeva discontinuità rispetto al 2010.

Il commissario liquidatore mandato da Roma, Giuseppe Pallotta, ha esaurito il proprio compito a maggio. Al suo posto, il consiglio d’amministrazione aveva nominato Claudio Gorla, il cui mandato scade il 31 dicembre. La stessa data che era diventata, di fatto, la dead line per lo stesso Credito di Romagna.

Le difficoltà economiche dell’istituto iniziano nel 2011, quando via Ravegnana entra nell’orbita di Veneto Banca. Questo – sottolineano fonti vicine al vecchio management – avveniva su indicazione della stessa Bankitalia.

I problemi esplodono quando i 5,8 milioni di euro investiti nell’istituto trevigiano vengono svalutati ad appena 14mila euro. Un tracollo che condiziona per oltre il 50% delle perdite nel bilancio 2015. La Bce blocca l’ingresso del Credito in Veneto Banca. Il 29 giugno 2016 Giovanni Mercadini, che nel 2004 era stato il fondatore, rimette l’incarico di direttore generale.

I primi tentativi di trovare un nuovo partner vanno a vuoto. Anche in quei giorni difficili di due estati fa, i vertici della banca avevano comunque professato fiducia: «Abbiamo 24mila clienti contro i 16mila del 2011, siamo solidi. E tutti uniti ce la faremo».(Il Resto del Carlino Forli’)

 
 
 
 

VISCO: “IL SISTEMA E’ SOLIDO”. MA CHIEDE AUMENTI DI CAPITALE E RISANAMENTI VARI – DAL CREDITO VALTELLINESE ALLA POPOLARE DI BARI – CARIGE – BANCA DEL FUCINO -LENTE DI INGRANDIMENTO SU UNIPOL BANCA

Rosario Dimito per Il Messaggero

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L’oroscopo bancario del 2018 segna incertezza. C’è una ripresa in atto, ma le elezioni di primavera aggiunte a tassi sempre a zero e regole complicate e insidiose specie sugli npl, mettono gli istituti in guardia. Le due ammiraglie Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno la solidità per affrontare i venti. Mps di Stato deve attuare la cura dimagrante. «Tra le banche italiane vi sono ancora debolezze e casi di difficoltà». Da questo passaggio di Ignazio Visco pronunciato martedì 19, nell’audizione davanti alla Commissione d’inchiesta gli osservatori fanno i nomi di Carige, CreVal, Popolare di Bari, Unipol Banca, Popolare di Valconca, Cassa di Volterra, Banca del Fucino, qualche decina di bcc. 

 

LOTTE INTESTINE

Ha raccolto 560 milioni sul mercato ed è a buon punto con l’intera manovra da 1,1 miliardi, eppure Carige è in cima alla lista. Bce e Bankitalia tengono l’istituto nel mirino sulla governance per il ruolo del vicepresidente e primo socio Vittorio Malacalza che ha un approccio egemone in un consesso dove la gestione del presidente Giuseppe Tesauro si caratterizza per la sua debolezza.

Banca Etruria, il governatore Visco alla commissione banche: "Da Boschi nessuna pressione, Renzi mi chiese di PopVicenza"

Non è un caso che a valere dell’autorizzazione chiesta dalla Malacalza Investimenti per salire al 28% (esercitata solo per crescere al 20%) Francoforte abbia subordinato l’ok al mancato svolgimento di un’influenza sulla gestione operativa precludendo l’assunzione di un ruolo di direzione e controllo. Malacalza, invece, domina. Ha sfiduciato Guido Bastianini con otto voti a favore e quattro contrari, senza una motivazione chiara. Da agosto, quando si è iniziato a dibattere l’aumento di capitale e la sua declinazione, i rapporti con l’ad Paolo Fiorentino, arrivato il 20 giugno con la sua benedizione, si sono irrigiditi.

 

vittorio malacalzaVITTORIO MALACALZA

l banchiere napoletano ha proposto un aumento senza diritto di opzione che evidentemente serviva per ridimensionarlo. Malacalza investimenti ha preso posizione includendo il diritto dei soci. Da allora in quasi tutti i consigli ci sono contrapposizioni tra i consiglieri vicini a Malacalza (Pericu, Balzani e Lunardi) e gli indipendenti guidati da Gallazzi, i rappresentanti degli altri soci (Armella, Fenoglio, Pasotti, Checconi). Compreso l’ultimo di giovedì 21. Divergenze scoppiate sulla vendita di Creditis, degli npl: spesso le delibere condivise da Malacalza (assente da molti cda ma collegato in call) sarebbero state da lui messe in discussione nel board successivo adducendo una carenza informativa. Bce e Bankitalia sono in allerta: in uno dei prossimi cda potrebbe esserci la presenza fisica o in video conferenza di uomini Bce. 

CreVal è l’altra banca alle prese con un aumento-monstre da 700 milioni, pari a cinque volte la sua attuale capitalizzazione (138 milioni). C’è interesse da parte di investitori su un’operazione che dovrebbe favorire la vendita di 1,4 miliardi di npl portando la copertura al 10%. Le Autorità sono vigili sull’andamento di una maxi-manovra da completare in febbraio. Via Nazionale vorrebbe una fusione con Popolare di Sondrio che al contrario la respinge anche perchè è alle prese con l’acquisizione della Cassa di Cento sotto l’egida della fondazione ferrarese che ha il 67%: la due diligence è in corso e richiederà più tempo rispetto a fine anno.

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Popolare di Bari è in stand by sulla spa a causa del ricorso al Consiglio di Stato. Nel frattempo ha dato incarico allo studio Marchetti di studiare come contenere le conseguenze sul diritto di recesso visto che ci sono 7 mila soci ansiosi di monetizzare. Bankitalia spinge perchè si faccia chiarezza sulla governance, per allentare la presa della famiglia Jacobini che esprime al vertice il presidente (Marco) e i suoi due figli Gianluca e Luigi (condirettore generale e vicedg) e tiene sotto osservazione il livello patrimoniale.

 

IGNAZIO VISCO E MARIO DRAGHIIGNAZIO VISCO E MARIO DRAGHI

Faro acceso su Unipol banca per la zavorra di 3 miliardi di npl che da pochi giorni sono stati trasferiti in una newco. Popolare Valconca è un piccolo istituto vicino Rimini che ha da poco rinnovato il vertice: alla presidenza è arrivato Ottavio Righini, alla poltrona di dg Roberto Torre. Uno scossone voluto da Bankitalia con un piano industriale di rilancio verso la spa e di rafforzamento patrimoniale. Cassa di Volterra deve trovare un assetto visto che il 54% ce l’ha la fondazione che non ha risorse per sostenere una ricapitalizzazione della banca e il 20% di San Miniato finirà a Cariparma che non è interessata. Per Banca del Fucino Bankitalia potrebbe chiedere un’altra ricapitalizzazione (50 milioni).

CarispCesena, così Banca d'Italia ha chiuso gli occhi sul disastro

I miliardari sempre più ricchi: Bezos guida la classifica

Nel 2017 i primi 500 hanno aumentato la loro fortuna del 23%: ora possiedono 5.300 miliardi di dollari. Il patron di Amazon supera Gates. Ferrero, Del Vecchio, Rocca, Berlusconi e Armani gli italiani nell’elenco.

Gli 8 uomini più ricchi del mondo

Un anno da record, il 2017, per gli uomini più ricchi del pianeta. Complessivamente, la fortuna dei primi 500 Paperoni della Terra è cresciuta del 23% rispetto all’anno precedente, facendo segnare un balzo, udite udite, di 1.000 miliardi di dollari. Una cifra che li porta a stringere tra le mani la bellezza 5.300 miliardI.

Luxottica, la scelta francese per non finire come Agnelli

BEZOS SCAVALCA GATES. Nessuna avvistaglia di crisi, dunque, per Jeff Bezos, Bill Gates e Mark Zukerberg, con mister Amazon che per la prima volta ruba lo scettro dei miliardiari al fondatore di Microsoft. I numeri sono contenuti nell’indice dei miliardari di Bloomberg, secondo cui Bezos è quello che nel 2017 ha guadagnato di più, arricchendosi di 34,2 miliardi di dollari e potendo contare su una fortuna di 99,6 miliardi.

Miliardari

Al secondo posto Bill Gates, con un reddito netto da 91,3 miliardi di dollari. Al quinto Mark Zuckerberg, con ‘soli’ 72,6 miliardi. Per trovare i papà di Google Larry Page e Sergey Brin – oggi rispettivamente amministratore delegato e presidente di Alphabet, holding a cui fanno capo Google Inc. e altre società controllate – bisogna scendere al nono e 11esimo posto.giorgio-armaniUna rubrica quotidiana per non dimenticare chi 

FERRERO L’ITALIANO PIÙ RICCO. Il primo italiano della lista è Giovanni Ferrero, alla posizione 33, con 24,2 miliardi, seguito da Leonardo del Vecchio, fondatore di Luxottica, alla posizione numero 37 con 22,5 miliardi. Il terzo italiano è Paolo Rocca (Techint) con 9,15 miliardi, seguito da Silvio Berlusconi, con 8,5 miliardi, e Giorgio Armani, con 8,16 miliardi.berlusconi occhiolino

UN MILIARDO DI ORDINI PER AMAZON. Il primo posto di Bezos non desta troppe sorprese: la sua Amazon, del resto, continua a mietere record. In una sola settimana, in vista delle feste di Natale, il servizio Prime ha raccolto più di 4 milioni di adesioni. Nel periodo che va dal Ringraziamento al Cyber Monday sono stati ordinati dalle imprese 140 milioni di articoli: un miliardo nel corso della stagione. (lettera 43)

Le persone più ricche del mondo 2017 : in alto grazie alla tecnologia

Le persone più ricche del mondo 2017 devono, in gran  parte,  il  loro successo alla tecnologia. Il boom del tecnologico ha reso persone come Bill Gates, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg multimiliardari, seguiti dai fondatori di Twitter, Snap e WhatsApp. La lista dei miliardari Forbes 2017 fornisce una classifica annuale delle persone più ricche del mondo e in testa ci sono  i fondatori delle aziende digitali.

La classifica degli uomini più ricchi del mondo 2017

Chi sono le persone più ricche del mondo 2017

Il co-fondatore di Microsoft, Bill Gates, con $89 miliardi, è in cima alla lista Forbes 2017 di quest’anno per il ventiquattresimo anno consecutivo. Era stato superato per  un momento da Jeff Bezos di Amazon, ma è tornato subito in testa.

persone più ricche del mondo 2017 - Bill Gates

 

Anche altri fondatori di aziende tecnologiche si stanno avvicinando a queste cifre record: Jeff Bezos, fondatore di Amzon è il terzo in classifica e attualmente si attesta su $81,5 miliardi.

persone più ricche del mondo 2017 : Jeff Bezos Amazon

 

Uomini più ricchi del mondo 2017 , merito della tecnologia

Mark Zuckerberg di Facebook arriva in quinta posizione con $71 miliardi, avendo accresciuto il suo patrimonio netto di $15,5 miliardi l’anno scorso. È preceduto al 4° posto da Amacio Ortega, spagnolo e primo europeo della classifica, fondatore  della catena di vestiti Zara.

persone più ricche del mondo 2017 - Mark Zuckerberg

 

Larry Ellison di Oracle con i suoi $59 miliardi si posiziona al settimo posto, avendo guadagnato $10 miliardi extra nel corso del 2017.

persone più ricche del mondo 2017 - Larry Ellison

 

Anche se non è il fondatore di azienda tech Warren Buffet, che occupa la terza posizione tra  le persone più ricche del  mondo 2017   (con $78 miliardi), in realtà ha molti interessi nell’ambito  digitale ed è coinvolto in ambito tecnologico con gli investimenti di Berkshire Hathaway in IBM ed Apple.

Persone più ricche del mondo 2017

I co-fondatori di Google, Larry Page (con $44,6 miliardi) e Sergey Brin (con $43,4 miliardi) sono appena entrati nella top 20.

L’ex CEO della Microsoft, Steve Ballmer (con $33,6 miliardi) si posiziona al 21° posto, Micheal Dell (con $23,2 miliardi) al 38°, il co-fondatore di Microsoft, Paul Allen al 42° (con $20,6 miliardi) ed Eric Schmidt (con $12,6 miliardi) chiude il triumvirato di Google in 119° posizione.

Più in basso nella lista troviamo il co-fondatore di Snap, Evan Spiegel (441°), ma con $3,1 miliardi di dollari e 27 anni d’età, si distingue per essere tra i  più giovani nella lista Forbes, mentre Reed Hastings (Netflix), con $3,2 miliardi, è entrato in lista per la prima volta (1.161°)

Uomini più ricchi d’Italia 2017

Qui la classifica degli uomini più ricchi d’Italia,  stilata da Forbes  e si scopre tra le persone più ricche d’Italia ci sono molte donne. Innanzitutto al primo posto tra gli italiani (che corrisponde al 29° al livello mondiale) c’è Maria Franca Fissolo, erede dell’impero Ferrero fatto di Nutella e merendine. È seguita, con quasi la metà del patrimonio, da Leonardo del Vecchio, re degli occhiali, poi Stefano Pessina e un altra donna: Massimiliana Landini Aleotti, nel campo dei farmaceutici. Arriva poi Silvio Berlusconi, quinto nella classifica degli Italiani più ricchi del 2017 e 199esimo nella lista dei più ricchi del mondo.
Sesto in Italia e 215esimo al mondo tra le persone più ricche è Giorgio Armani. Moda, cibo e lusso la fanno da  padroni  nella classifica degli uomini più ricchi d’Italia  2017, non c’è la tecnologia, intesa come Digitale.

Qui la tabella completa degli italiani più ricchi del mondo.

Persone più ricche del mondo 2017

BOSCHI – BOCCIATA LA CANDIDATURA AD AREZZO (PER VIA DELL’ETRURIA) E A FIRENZE. LE ALTRE PROVINCE NON LA VOGLIONO. NON RESTA CHE L’EX FEUDO DI MARCELLO PERA A LUCCA E SE LA DOVRA’ VEDERE CON DEBORAH BERGAMINI

Christian Campigli da Libero Quotidiano

 

BOSCHIBOSCHI

Maria Elena Boschi si candiderà per il collegio uninominale della Camera dei deputati numero 9, quello cioè di Lucca. L’ indiscrezione, pubblicata ieri sulla cronaca locale della Nazione, non ha ancora trovato smentita ufficiale da parte della segreteria del Partito democratico. Un silenzio che spesso, in casi delicati come questo, equivale a una conferma.

 

L’ entourage della renzianissima sottosegretaria ha sottolineato come sia «ancora presto per stabilire tattiche così importanti per il futuro stesso del partito. Quello che è certo è che Maria Elena Boschi si candiderà, ma per lei, come per gli altri ministri, non è stata presa alcuna decisione definitiva». Che si tratti di un tema delicato, sul quale il giglio magico si gioca una fetta considerevole della propria sopravvivenza politica, è ovvio, sotto gli occhi di tutti.

RISPARMIATORI ETRURIARISPARMIATORI ETRURIA

 

Matteo Renzi, per evitare brutte sorprese, aveva proposto alla sua pupilla – sempre difesa a spada tratta, in questi giorni di bufera sullo scandalo di Banca Etruria – di accettare una candidatura a Ercolano, in un collegio della Campania, non proprio una scelta logica per una candidata aretina. In alternativa, sempre a latitudini «bizzarre», era stata ventilata la possibilità di correre a Bolzano.

 

LETIZIA GIORGIANNILETIZIA GIORGIANNI

Ma la Boschi, riguardo la «delocalizzazione» del suo impegno politico, avrebbe espresso fortissime perplessità – per non dire vero e proprio malcontento – una volta apprese le volontà dell’ ex premier: «Voglio la mia Toscana, non ho fatto nulla di male e intendo rappresentare il mio partito alla luce del sole. Voglio contribuire alla nostra vittoria». Impossibile però giocare la carta Arezzo, dove uscirebbe certamente sconfitta dalla sfida con Letizia Giorgianni, leader dei risparmiatori truffati di Banca Etruria, nonché asso nella manica di Fratelli d’ Italia.

 

Anche Firenze è stata scartata dopo pochi minuti di riflessione. Troppo alto il rischio dell’ effetto domino in una città dove il Pd conta, quantomeno, di salvare il salvabile. L’ idea di Lucca sarebbe arrivata da una vecchia volpe della politica italiana, quel Denis Verdini che ancora oggi, nonostante non appaia più sulle prime pagine dei giornali come un tempo, ha ancora presa su alcuni colonnelli democratici. Nel collegio lucchese il centrodestra avrebbe dovuto schierare Michele Giannini, sindaco di Fabbriche di Vergemoli, minuscolo paese della Garfagnana. È un politico locale apprezzato, ma che difficilmente avrebbe avuto la capacità di potersi opporre a un big nazionale.

protesta dei risparmiatori davanti banca etruria 11PROTESTA DEI RISPARMIATORI DAVANTI BANCA ETRURIA 11

 

Appresa l’ indiscrezione, quelli di Forza Italia sono passati al contrattacco. E così, se davvero Maria Elena Boschi sceglierà di passare da Lucca per ritrovare la via di Roma, troverà sulla propria strada Deborah Bergamini, responsabile della comunicazione degli azzurri e figura di spicco nella galassia berlusconiana. In questi termini, la sfida appare molto incerta e combattuta. Va in ogni caso ricordato come, anche di fronte a una sconfitta all’ uninominale, la Boschi riuscirebbe comunque a entrare in Parlamento grazie alle candidature super blindate (si parla di Bologna e Ascoli) nel proporzionale.

DEBORAH BERGAMINIDEBORAH BERGAMINI

 

In molti, all’ interno del Pd, vorrebbero che l’ ex ministra delle Riforme si candidasse solo all’ uninominale, come fece Walter Veltroni nel 1996. Una scelta di coraggio, dicono, ma dalle parti di Laterina la tendenza è quella di andare sul sicuro.

 

FALCIAI -Assemblea alla MondoMarine, rabbia dei lavoratori senza tredicesima: “Altra presa in giro”

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Entro questa settimana dovrebbe arrivare la firma della concessione della Port Authority per la Palumbo Group.

La vigilia di Natale era stato lanciato l’allarme da parte dei lavoratori di Mondomarine per il mancato pagamento della tredicesima mensilità e lo stipendio di dicembre, da lì la decisione di organizzare un’assemblea quest’oggi in azienda alla presenza delle Rsu sindacali, i sindacati e i dipendenti.

“Rimandiamo tutto dopo il 2 o il 3 gennaio – dicono Lorenzo Ferraro, Cgil e Franco Paparusso, Uil – venerdì 29 difficilmente gli stipendi di dicembre arriveranno, in quanto ad oggi stiamo aspettando che il tribunale dichiari il fallimento di conseguenza non c’è un commissario, curatore, quindi nessuno può disporre i pagamenti, aspettiamo i primi dell’anno e sapremo quindi a chi rivolgerci nel bene o nel male”.

“Viviamo alla giornata, non abbiamo preso alcune decisione, aspettiamo che si formalizzi l’iter, siamo delusi e arrabbiati perchè ci avevano detto che ci pagavano una parte della tredicesima e lo stipendio, hanno messo nei guai molte famiglie” spiega Luca Valente rappresentate Rsu sindacale.

Domani il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale Paolo Emilio Signorini dovrebbe firmare il documento che certifica il versamento destinato al rinnovo della concessione demaniale, pagamento effettuato dall’azionista di maggioranza Alessandro Falciai con un assegno da 571 mila euro coperto dalla finanziaria Millenium.

Permangono i problemi di natura finanziaria per un’inchiesta della Procura della Repubblica di Savona, i primi di dicembre la guardia di finanza aveva perquisito la sede e aveva contestato diversi reati.

Il 2 gennaio intanto parte l’affitto del ramo di azienda da parte di Palumbo Group, risultato ottenuto dopo la firma dell’accordo tra i lavoratori e l’azienda di Napoli, 9 lavoratori ritorneranno quindi in servizio.(Savona news)

 

Veneto Banca, tutte le accuse all’ex manager di Bergamo Casa e conti sequestrati

L’ex condirettore Fagiani, di Sorisole, imputato a Roma. L’imputazione di ostacolo alla vigilanza: in concorso con l’ad Consoli non avrebbe segnalato a Bankitalia la vendita di pacchetti azionari che poi la banca doveva riacquistare. L’avvocato: non aveva potere decisionale.

Mosè Fagiani, di SorisoleMosè Fagiani, di Sorisole

La casa di via Castello 8/a, a Sorisole, inserita in un complesso in cui vivono anche altri parenti, gli è stata sequestrata in via preventiva dal tribunale di Roma nella mattinata di martedì. Congelati anche un conto corrente, sul quale ci sarebbe una cifra inferiore ai 100 mila euro, e titoli azionari, in buona parte quote di Veneto Banca, il cui valore è crollato, per le note vicende che hanno portato l’istituto alla liquidazione coatta. Una storia che incrocia inevitabilmente il percorso personale e professionale di Mosè Fagiani, 67 anni, di Sorisole, responsabile commerciale dello storico istituto di Montebelluna dal 2010 alla fine del 2014, nonché condirettore generale per un biennio: cariche e ruoli in un periodo cruciale, quello finito sotto la lente della magistratura di Roma con l’ipotesi di ostacolo all’attività di vigilanza, nel caso specifico ai danni di Bankitalia.

Per Fagiani e altri 10 imputati, tra loro l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli, il pm ha già chiesto al processo. L’udienza preliminare, che durerà probabilmente fino a febbraio, è tuttora in corso. «E non chiederemo, comunque, nessun rito alternativo — commenta l’avvocato di Fagiani, Massimo Asdrubali —. L’obiettivo è un proscioglimento pieno, altrimenti ci faremo valere al processo ordinario. Il mio assistito non ha responsabilità dirette per quanto accaduto, ne siamo convinti».

Il complesso immobiliare di Sorisole dove è scattato il sequestro
Il complesso immobiliare di Sorisole dove è scattato il sequestro

I capi d’imputazione per il manager bergamasco sono tre e si riferiscono a operazioni che il nucleo di polizia valutariadella Guardia di Finanza definisce «baciate»: e cioè la cessione di azioni a società, garantendo un certo tasso di interesse e il riacquisto da parte della stessa banca nel giro di sei mesi, omettendo però di decurtare quelle stesse operazioni dal cosiddetto «patrimonio di vigilanza», costituito dalle riserve obbligatorie per un istituto di credito. Nella seconda e terza relazione trimestrale del 2014 inviata a Bankitalia, ad esempio, non sarebbe stata segnalata la cessione di azioni per un importo di 14 milioni di euro a tre società, la Sg Ambient, la Bim Fiduciaria e la Zilmet Spa, a cui era stato garantito un tasso del 3%, con autorizzazione esplicita dell’ad Consoli.

Omessi, dalla terza trimestrale — sempre secondo l’accusa — anche gli acquisti della Statuto lux Holding, per 4,9 milioni, finanziati però a quanto pare dalla banca stessa grazie a una società del gruppo, la Svim Fashion. Così come non figuravano, nella prima relazione del 2015 a Bankitalia, le detrazioni dal capitale primario di 900 mila azioni trasferite a Jp Morgan per l’acquisto di un portafoglio di crediti ipotecari vitalizi: operazione da 35 milioni.

Tutti fatti imputati a Fagiani, come comprimario, in concorso con Consoli: un ostacolo alla vigilanza aggravato, secondo il pm Maria Sabina Calabretta, perché Veneto Banca «era società emittente di strumenti diffusi tra il pubblico in misura rilevante». «Abbiamo svolto indagini difensive piuttosto approfondite — racconta l’avvocato di Fagiani, Massimo Asdrubali —. Il mio assistito è accusato di concorso su fatti per cui non aveva alcun potere decisionale. Lo dico dopo aver chiesto le delibere del Cda con cui venivano attribuiti specifici poteri. E anche per questo motivo avanziamo una richiesta di pieno proscioglimento».

Una storia, quella di Mosè Fagiani, iniziata in quella Banca di Bergamo, con sede in via Camozzi, che Consoli decise di acquistare, con Veneto Banca, nel 2004. L’istituto, orobico fino a quel momento, era presieduto da Martino Zambaiti. Prima di lui, al vertice, c’era stato l’ex patron dell’Alzano Calcio, Franco Morotti. E Fagiani era l’uomo operativo, stimato, di cui tutti avevano estrema fiducia: il direttore generale. Veneto Banca rilevò il 60% della Banca di Bergamo, piazzando nel consiglio lo stesso Consoli ma anche Flavio Trinca, anche lui oggi tra gli imputati e fino al 2014 presidente dell’istituto di Montebelluna. Iniziò così il percorso del manager bergamasco Mosè Fagiani in Veneto Banca, fino a ruoli di rilievo, su cui si giocano molte delle «contestazioni» che la sua difesa muove oggi alla procura di Roma. Circa 60 parti civili, oggi, attendono l’esito dell’udienza preliminare, e poi dell’eventuale processo. Milioni di euro di tanti, tantissimi risparmiatori, sono finiti in fumo. E martedì è scattata l’ora dei sequestri agli imputati, per 59 milioni di euro. In minima parte anche a Sorisole. (Armando di Landro – Corriere della Sera Bergamo)

SENZA LO STATO, UN ABETE STILE SPELACCHIO – IL PRESIDENTE DELLA BNL (FRANCESE) QUADRA I CONTI DELLA SUA AGENZIA DI STAMPA ASKANEWS GRAZIE AI FINANZIAMENTI PUBBLICI (5,5 MILIONI SU 11 DI FATTURATO) – GIANO BIFRONTE: CON IL CAPPELLO DEL BANCHIERE TAGLIA I RIFORNIMENTI ALL’ECONOMIA REALE, CON LA SUA ITALIAN ENTERTAINMENT GROUP SI INDEBITA PER QUASI 300 MILIONI, DIECI VOLTE IL FATTURATO – IL CRUCCIO DEL “SOLE 24 ORE”

Fabio Pavesi per la Verità

 

luigi abeteLUIGI ABETE

Nella vita è stato e ha fatto di tutto. Il cavaliere del Lavoro Luigi Abete, classe 1947, si è seduto sullo scranno più alto di Confindustria dal 1992 al 1996. È presidente della Bnl da quasi un ventennio ed è stato presidente di Cinecittà. Imprese, cinema, banche, editoria con l’ agenzia di stampa Askanews e come consigliere del Sole 24 Ore, e ora cultura (Civita cultura) e intrattenimento. Curriculum fittissimo. Non ha la potenza economica di un Diego Della Valle, amico di lunga data, o di un Aurelio De Laurentiis, ma il suo peso politico compensa tutto ciò.

diego della valle luigi abeteDIEGO DELLA VALLE LUIGI ABETE

 

Dei tre è l’ uomo delle istituzioni. Imprenditore e banchiere contemporaneamente, un Giano Bifronte. E mentre con il cappello da industriale chiede soldi alle banche, con l’ altro cappello stringe i cordoni della borsa. La sua Bnl non ha patito più di tanto la crisi bancaria: ha crediti malati al 9%, tutto sommato sotto controllo, e ha chiuso un solo bilancio in rosso nel decennio della crisi bancaria. Ma (come tutte le banche) ha stretto la cinghia. Dal 2011 in poi i prestiti di Bnl sono stati tagliati di quasi il 25%.

 

Con il cappello del banchiere taglia i rifornimenti all’ economia reale, con la sua Italian entertainment group si indebita per quasi 300 milioni, dieci volte il fatturato. La poliedricità del cambio di casacca. Quanto ai suoi affari diretti, scorrono su due linee. L’ editoria appunto con la tipografica che porta il cognome di famiglia e governa su Askanews e con quel decennio, il più disastroso, come uomo forte di Confindustria, nel cda del Sole 24 Ore sbarcato sul mercato.

 

ASKANEWSASKANEWS

Askanews poggia su 11 milioni di fatturato, chiude di fatto in pareggio i conti. Ma metà del giro d’ affari, 5,5 milioni, sono garantiti dal governo, tramite la convenzione annuale con la presidenza del Consiglio. Senza il più grosso cliente (pubblico come per la gran parte delle agenzie di stampa, va detto), Askanews sarebbe sprofondata. E Abete avrebbe rischiato di «fare la fine» di Spelacchio, il malandato albero di Natale della giunta Raggi.

 

Nonostante chiuda i conti tutto sommato in pareggio Abete ha usato la mano dura. Contratti di solidarietà imposti per risparmiare sul costo del lavoro. Una parte del costo dell’ ammortizzatore sociale ricade sulla collettività. Askanews vanta però dei crediti verso le controllanti (quindi lo stesso Abete) per 3 milioni. Basterebbe saldare il conto a monte per risolvere i problemi.

FINANZIAMENTI PUBBLICIFINANZIAMENTI PUBBLICI

 

L’ altro filone che dà più di un grattacapo è appunto il comparto divertimento e cultura con Ieg. Resta sullo sfondo il grande trauma del Sole 24 Ore. Sarà stato solo un consigliere tra i tanti, ma di fatto era ed è l’ uomo forte di Confindustria nel giornale degli industriali italiani. L’ aver visto colare quasi a picco sotto 340 milioni di perdite il più autorevole giornale economico del Paese, senza muovere un dito per lunghi anni, quando la crisi era più che conclamata, non depone a favore della lungimiranza imprenditoriale.

 

IL SOLE 24 OREIL SOLE 24 ORE

Quei 30 milioni messi faticosamente sul piatto dalla Confindustria per evitare il crac sono meno dei 40 milioni incassati da viale dell’ Astronomia sotto forma di dividendi straordinari a cavallo della quotazione. Quotazione che ha azzerato il valore per decine di migliaia di piccoli soci.

 

Il banchiere-imprenditore, l’ uomo di lungo corso della Confindustria nel cda del Sole 24 Ore, non ha battuto un colpo nel decennio più amaro della testata economica più autorevole del Paese. In fondo, i soldi bruciati non erano suoi.

SIAMO UNA GRANDE FAMIGLIA – BANCA ETRURIA È TRA I SOCI DI INTESA ARETINA SCARL, SOCIETÀ CHE DAGLI ANNI D’ORO DEL RENZISMO FINANZIA DA UNA PARTE LA FONDAZIONE OPEN, CASSAFORTE DELL’EX PREMIER NEL QUALE CDA SIEDONO BOSCHI E CARRAI; DALL’ALTRA SPONSORIZZA IL FESTIVAL DELLE RELIGIONI DI FIRENZE, ORGANIZZATO DA FRANCESCA CAMPANA COMPARINI, MOGLIE DI CARRAI

Davide Vecchi per Il Fatto Quotidiano

 

alberto bianchi maria elena boschiALBERTO BIANCHI MARIA ELENA BOSCHI

Banca Popolare di Etruria è tra i soci di Intesa Aretina Scarl, società che dagli anni d’ oro del renzismo finanzia da una parte la Fondazione Open, cassaforte dell’ ex premier nel quale cda siedono Maria Elena Boschi e Marco Carrai; dall’ altra sponsorizza il Festival delle Religioni di Firenze, festival ideato, diretto e organizzato da Francesca Campana Comparini, moglie di Marco Carrai.

 

Marco Carrai con Matteo RenziMARCO CARRAI CON MATTEO RENZI

Diciamo subito che i contributi versati sono quasi irrilevanti (15 mila euro) rispetto alla disponibilità economica di Intesa Aretina, che ha un capitale sociale versato di 18 milioni; così come irrisoria è la quota della società in mano a Etruria: appena il due certo.

 

Ma è il frammento dell’ immagine che immortala la grande famiglia renziana. Un frammento che illustra chiaramente il sistema di relazioni, intrecci, amicizie, parentele in parte emerso nelle ultime settimana dalle audizioni svolte nella Commissione di inchiesta sulle banche presieduta da Pier Ferdinando Casini e opportunamente omesso dai diretti interessati e dai vertici del Pd.

 

marco carrai con la moglieMARCO CARRAI CON LA MOGLIE

Un frammento al quale se ne devono aggiungere altri che nascono, si formano e si trovano sempre lì, a Firenze, negli uffici che custodiscono i segreti dell’ irresistibile ascesa renziana degli anni compresi tra il 2007 e il 2015: lo studio legale di Alberto Bianchi, dove ha sede la Fondazione Open, e quello dell’ avvocato Tombari.

 

La rete di protezione che è scattata per tentare di salvare prima Etruria e ora Maria Elena Boschi, è passata in queste stanze e in queste stanze si è fortificata, alimentando le radici che hanno fatto nascere e sbocciare il Giglio magico. Il finanziere Davide Serra, l’ imprenditore Marco Carrai, l’ ex premier e segretario del Pd Matteo Renzi, il tesoriere dem Francesco Bonifazi e il fulcro, al momento occupato dall’ ex ministro e oggi sottosegretario Boschi.

 

striscione bonifazi firenzeSTRISCIONE BONIFAZI FIRENZE

Nel Cda della fondazione Open, come detto, siedono fianco a fianco Boschi e Carrai, insieme all’ avvocato Bianchi e al ministro Luca Lotti. Le casse vengono alimentate da tutti, Bonifazi compreso. Serra è generosissimo: versa 225 mila euro insieme alla moglie in poco più di due anni. E tenta di spendersi anche per Etruria. Mette in atto quello che oggi sappiamo essere l’ ultimo disperato tentativo di salvare la popolare: il 5 febbraio 2015 il suo fondo Algebris invia a Banca d’ Italia un’ offerta. Palazzo Koch dirà poi di non averla ricevuta ma era comunque troppo tardi perché il giorno successivo il Direttorio delibera il commissariamento che sarà poi ratificato all’ istituto di Arezzo nel corso del cda dell’ 11 febbraio.

 

boschi bonifaziBOSCHI BONIFAZI

Poche settimane prima di Serra era intervenuto Carrai, inviando l’ ormai nota email a Federico Ghizzoni, l’ allora numero uno di Unicredit: “Solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti per una risposta nel rispetto dei ruoli”. Un intervento a dir poco particolare, giustificato dal Richelieu di Renzi con un generico “mi informavo per un mio cliente”. Ma non ha spiegato perché fosse al corrente di informazioni relative all’ interessamento a Etruria da parte di Unicredit, né a quale cliente faccia riferimento.

 

Anche perché è presidente di Aeroporti di Toscana e, stando a quanto è noto, il suo ambito è la cybersecurity. Non le banche. In Unicredit, fra l’ altro, Carrai aveva ottimi legami di amicizia con il potentissimo vicepresidente Fabrizio Palenzona, che oltre a essere numero due di Ghizzoni era membro del cda dell’ Associazione bancaria italiana (Abi) e del consiglio di amministrazione di Mediobanca, all’ epoca investita dell’ onere di trovare una sistemazione per Etruria e alla quale Unicredit aveva già risposto “no grazie”.

palenzonaPALENZONA

 

Palenzona era tra l’ altro uno degli invitati del blindatissimo matrimonio di Carrai nel settembre 2014. Ma in quel gennaio 2015 i Carabinieri dei Ros di Firenze stanno già indagando sui suoi rapporti con l’ imprenditore Andrea Bulgarella, entrambi poi accusati con altri di associazione a delinquere, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio con l’ aggravante di aver favorito la mafia, in particolare interessi del boss Matteo Messina Denaro. Vicenda non ancora conclusa e riaperta dalla Cassazione nel marzo 2017.

 

ghizzoni boschi etruriaGHIZZONI BOSCHI ETRURIA

Carrai preferisce rivolgersi a Ghizzoni. Un anno dopo, nel gennaio 2016, sarà Maria Elena Boschi a difendere in parlamento la decisione (mai attuata) del governo di affidare il comparto della cybersecurity a Carrai. Ma anche in questo caso i loro rapporti personali e la condivisione di interessi (la Fondazione Open) sono sicuramente marginali. Così come è per puro caso che Emanuele Boschi, il fratello della sottosegretaria già dipendente di Etruria, una volta lasciata la Popolare si ritrova nello studio BL di Firenze. Non come dipendente o collaboratore, ma come socio.

 

Federico LodovinaFEDERICO LODOVINA

E BL sta per Francesco Bonifazi (tesoriere del Pd, ex compagno e amico di Maria Elena) e Federico Lodovina, poi nominato nel cda di Ferrovie dello Stato. Bonifazi, Lodovina e Maria Elena Boschi hanno condiviso la pratica della professione legale presso lo studio del professor Umberto Tombari che oggi presiede il cda della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Cda nel quale siede anche Marco Carrai.

 

E sarà ancora una coincidenza che la Fondazione, attraverso il Gabinetto Letterario Vieusseux, sponsorizzi anche lui il Festival delle Religioni curato dalla moglie di Carrai. Ma è in ottima compagnia. L’ edizione 2017, che ha portato a Firenze il Dalai Lama, ha ricevuto anche i contributi della Presidenza del Consiglio, del ministero della Cultura, del Comune, del colosso Suez e di Intesa Aretina Scarl.

 

Emanuele BoschiEMANUELE BOSCHI

Nel cda sedeva Gaia Checcucci, moglie del fedelissimo renziano Giacomo Billi. Poi l’ amico Matteo, nel dicembre 2015, da premier, l’ ha nominata a capo della Direzione generale per la salvaguardia del territorio e delle acque del ministero dell’ Ambiente. Ma questo è ancora un altro frammento, uno dei tanti che compongono l’ immagine della grande famiglia Renzi. 

 

Carige, dopo l’aumento, patto Malacalza/Fondazione al 20,7%

Carige, dopo l'aumento, patto Malacalza/Fondazione al 20,7%

Nell’ambito del recente aumento di capitale di Banca Carige, la partecipazione con diritti di voto del primo socio della banca, Malacalza Investimenti, e’ salita al 20,639% dal precedente 17,588%, mentre la quota della Fondazione Carige si e’ ridotta dallo 0,3% allo 0,0687%.
E’ quanto ha comunicato la holding d’investimento della famiglia Malacalza al termine del rafforzamento patrimoniale dell’istituto ligure. Ne consegue che il patto parasociale stipulato nel maggio del 2015 tra l’ente genovese e Malacalza Investimenti raduna ora il 20,708% (dal 17,888% precedente) della banca guidata da Paolo Fiorentino. (Italia Oggi)

Carige, prosegue crollo in Borsa

Per il titolo della banca ligure non si arresta il calo a Piazza Affari. Carige rimane sempre nel mirino del mercato e delle autorità di vigilanza nonostante l’esito comunque positivo dell’aumento di capitale.

 
 

Non si arresta la discesa del titolo Banca Carige a Piazza Affari. Le azioni della banca ligure perdono stamani il 4,5% ad un valore di molto inferiore al centesimo di euro fissato per l’emissione delle azioni rivenienti dall’aumento di capitale da poco concluso. 

Sui corsi azionari si fanno sentire sia la delusione del mercato per la mancata salita della famiglia Malacalza al 28% del capitale sia la persistente incertezza che aleggia sul settore bancario italiano

La famiglia di origini piacentine si è fermata a poco più del 22% del capitale nonostante l’autorizzazione della Bce a salire fino al 28%. I Malacalza hanno precisato come il loro fosse un diritto non certo un obbligo a incrementare la partecipazione ma il mercato si aspettava comunque un impegno più consistente e il titolo ne ha pagato le conseguenze complici peraltro anche gli interventi di fondi speculativi come suggerito dall’andamento degli acquisti e delle vendite dei diritti. 

L’aumento di capitale, tra garanzie e altri impegni, è comunque andato in porto ma il mercato non sembra accontentarsi. Del resto il 2018, anche sulla base di quanto avvenuto negli ultimi mesi, si prospetta come un anno ancora pieno di incertezze per il comparto bancario italiano alle prese non solo con gli effetti delle imminenti elezioni politiche ma anche con i tanti nodi ancora irrisolti, a partire dal macigno degli Npl. Il 2017 è stato l’anno della crisi bancaria con la soluzione di numerosi casi scottanti come Mps, le due popolari venete Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e le casse di risparmio di Cesena, Rimini, San Miniato e Ferrara. 

La crisi non è però ancora finita. Altri casi sono da risolvere. Tra questi figura, per esempio, il Creval, ma sfortunatamente non è l’unico. Il Messaggero ha redatto un elenco ben dettagliato che parte sempre da Carige, ancora nei radar delle autorità di vigilanza per questioni di governance, e passa per l’appunto dal Credito Valtellinese per arrivare a Popolare di Bari Unipol Banca fino a istituti meno noti al grande pubblico: Banca Popolare di ValconcaCassa di Risparmio di VolterraBanca del Fucino e “qualche decina di bcc”. 

Se per Carige il problema nasce dall’influenza dei Malacalza e dalle continue divergenze con i vertici aziendali, per il Creval le possibili difficoltà di portare a termine un mega aumento di capitale da 700 milioni di euro entro due mesi hanno fatto alzare l’attenzione della Banca d’Italia. Per la Popolare di Bari il problema è rappresentato dalla trasformazione in Spa con il grande ostacolo del diritto di recesso, mentre Unipol Banca paga il peso di 3 miliardi di Npl sul proprio patrimonio. Sulle altre pende la spada di Damocle di eventuali richieste di ricapitalizzazione non sostenibili dagli attuali soci di maggioranza. Per le Bcc, invece, c’è sempre il nodo delle modalità di passaggio ai nuovi poli di aggregazione creati da Iccrea e Cassa Centrale Banca. (Rosario Murgida per Finanza Report.it)

Banca Carige: dopo l’aumento, il crollo

Il Movimento Risparmiatori Traditi è il primo partito dei soci truffati da Veneto Banca, BPVi e non solo. Il piovese Alberto Artoni: “si estende da nord a sud, siamo in due milioni”

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È il veneto Alberto Artoni (“faccio l’ingegnere edile come seconda professione, la prima è quella di socio truffato dalle banche venete“) ad annunciarci in anteprima assoluta che è nato con sede a Roma, il Movimento Risparmiatori Traditi, il primo partito che vuol raccogliere intorno a sè i soci delle banche fallite, in un modo e nell’altro. Per il sessantatreenne professionista (“anche l’edilizia soffre dei crac bancari“), nato a Piove di Sacco “il Movimento si estenderà dal nord al centro fino al sud, perchè ad essere stati truffati sono tutti, in tutta l’Italia”

Ed altri rischiano di perdere i loro soldi investiti in altri istituti a rischio. Ci sono, infatti, quelli che, dopo la Carige, dovranno portare a termine onerosi aumenti di capitale, come il Credito Valtellinese, e banche, come la Banca Popolare di Bari, che vivono  situazioni che assomigliano tanto a quelle pre flop della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.

Ai già truffati e agli azionisti a rischio si rivolge, ci dice il suo fondatore veneto, il Movimento Risparmiatori Traditi, che nel suo simbolo aggiunge la scritta ‘No salva banche’ (nella foto con Artoni): “se gli azionisti e gli oobligazionisti risparmiatori azzerati o fortemente impoveriti, come chi ha investito in MPS, sono almeno e ad oggi 500.000 non dimentichiamo che intorno a loro c’è una famiglia. Se ci limitassimo a pensare a nuclei di 4 persone con dirito al voto senza allargare troppo il perimetro degli “arrabbiati’, è di almeno due milioni di voi il bacino potenziale di elettori che sanno sulla propria pelle quanto è costata la malagestio pratica e politica delle banche a cui avevano affidato i loro soldi…”.

Ma altri, tanti altri sanno – conclude l’ing. Artoni del Movimento Risparmiatori Truffati –, che, se si continua così, per l’italia non c’è futuro, per cui a loro spiegheremo che è meglio affidarsi non a politici parolai e di mestiere ma a chi sta pagando in proprio i loro errori“.

Se il messaggio è forte e chiaro e di sicuro sta arrivando alle orecchie di chi in Parlamento vuole andare o vuole tornare, è utile fare qualche considerazione “politico-elettorale”.

Il tracollo di un (de)nutrito gruppo di banche, in primis le due più grandi Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, trova le sue origini pratiche ed economiche nelle primigenie colpe di chi le ha gestite male e di chi, poi, le ha controllate peggio e così omertosamente che è stata evitata dalla Commissione d’inchiesta sulle banche, in buona parte più interessata al gossip su Maria Elena Boschi che alle sorti dei soci truffati, l’audizione di Franco Antiga, che ai tempi di Vincenzo Consoli era vice presidente della ex Popolare di Montebelluna ed avrebbe ascoltato, secondo l’ex Ad, Carmelo Barbagallo “non negare” il suo sempre negato “consiglio” di consegnarsi senza condizioni nelle mani di Gianni Zonin.

In questo quadro di partenza, complicato dalle nuove normative europee del bail-in e dalla legge sulla trasformazione in Spa delle ex Popolari, è naturale per gli potenziali elettori (saranno sempre meno?) dare gran parte di responsabilità dei mancati salvataggi delle banche collassate e dei loro soci truffati al governo in carica, il cui “azionista” di maggioranza, è oggi il Partito Democratico, che, quindi, pagherà di sicuro il conto elettorale più salato dei vari crac.

Ma non c’era e non c’è stato sempre e solo il PD o un suo qualunque progenitore, anzi…, a governare se i fallimenti delle banche dei nostri giorni hanno origine negli apparentemente “lontani” anni della prima decade del terzo secolo, in cui già si chiudevano occhi, orecchi e… nasi su Bankitalia (non c’era, ad esempio, Mario Draghi già ai tempi dei misfatti originari di MPS e delle coperture di BPVi?) e sui poteri finanziari sempre più dominanti sulle sorti dell’Italia (la riunione sul Britannia del 1992 ne è la rappresentazione plastica) e spesso facili da associare agli interessi delle varie mafie e alle influenze delle logge massoniche.

Non si può, allora, ragionevolmente gettare la croce solo sul Pd perchè qualunque governo con qualunque partito di maggioranza a sostenerlo ha fatto e avrebbe fatto lo stesso: inginocchiarsi a disegni “superiori” che non solo stanno azzerando le nostre banche, con la complicità dei loro manager e dei lacunosi se non interessati controlli, ma hanno già terremotato il sistema delle nostre grandi imprese, con la connivenza dei loro proprietari e dell’assenza di un progetto industriale capace di vivere senza gli aiuti di stato.

Ebbene il Pd pagherà di più, ma non sarà facile, per lo meno per chi ha vissuto direttamente o da vicino il dramma del collasso economico dei risparmi, dare fiducia ad altri partiti classici, molti dei quali, se anche oggi sono spesso formalmente all’opposizione, negli anni passati e in quelli vicini, prima e dopo lo scelto dai signori della BCE Mario Monti, hanno avuto o condiviso le stesse responsabilità piantando i semi di alberi nati marci o seccatisi subito e più rapidamente dello “spennacchio” di Piazza Venezia a Roma.

Ci sarà allora che punterà sui 5 Stelle (“per lo meno loro non hanno fatto in tempo a rimanere coinvolti“) e chi, preoccupato del contraltare della loro “verginità” obbligata, cioè l’inesperienza,non voterà o penserà al Movimento Risparmiatori Truffati: “siamo in due milioni – ripete Artoni – e le nostre porte sono aperte a tutti i danneggiati e  a tutte le associazioni“.

Anche a Luigi Ugone, che continua a dire di non voler fare politica “elettorale” perchè la sua azione è impronata da sempre a scelte poltiche, e Andrea Arman, uno studioso venetista, un po’ avvocato, un po’ di più ascetico?

Per loro le porte sono non aperte ma spalancate… Se Ugone è un trascinatore Arman è un fine uomo di cultura“.

Se il Movimento ha poco tempo per organizzarsi ma punta ad essere presente nei collegi uninominali puntando sull’estensione della “piaga” del credito, quella già scoppiata e quella ancora sotto pelle, è naturale chiedere ad Artoni qualcosa sui necessari apparentamenti: “per ora – è la sua secca risposta – ci concentramo sull’organizzazione. Da noi, poi, vista anche l’eco mediatica quotidiana, verranno in molti ma noi partiremo sempre dalla valutazione delle corresponsabiltà di ognuno e poi ci ragioneremo su”.

In due milioni…  (Vicenza Piu’ – Il Direttore Coviello)

Invalido per protesta con l’auto contro sede di Veneto Banca

Una filiale di Veneto Banca

MONTEBELLUNA.  Un uomo di 59 anni, gravemente invalido in seguito ad un incidente sul lavoro e che ha perso circa 100 mila euro nell’acquisto di azioni Veneto Banca, ha spinto oggi in retromarcia la sua autovettura contro la porta d’ingresso della sede centrale dell’ex istituto veneto, a Montebelluna.
L’uomo, che manifesta in modo pacifico dalla vigilia di Natale, reclama la rifusione del danno, corrispondente all’indennità assicurativa percepita in seguito all’evento che non gli consente di lavorare da una quindicina d’anni.
In questi giorni si è nutrito di generi alimentari che si è portato da casa, rifiutando ogni altro tipo di aiuto. Il giorno di Natale ha ricevuto gli auguri del sindaco, Marzio Favero. Sul posto, oltre ad altri risparmiatori appartenenti al coordinamento di associazioni riferibili a don Enrico Torta, si trovano personale della Protezione civile e la polizia municipale. (Il Giornale di Vicenza)

 

Con auto contro sede Veneto Banca

Ha perso 100 mila euro nell’acquisto di azioni

(ANSA) – VENEZIA, 27 DIC – Un uomo di 59 anni, gravemente invalido in seguito ad un incidente sul lavoro e che ha perso circa 100 mila euro nell’acquisto di azioni Veneto Banca, ha spinto oggi in retromarcia la sua autovettura contro la porta d’ingresso della sede centrale dell’ex istituto veneto, a Montebelluna. L’uomo, che manifesta in modo pacifico dalla vigilia di Natale, reclama la rifusione del danno, corrispondente all’indennità assicurativa percepita in seguito all’evento che non gli consente di lavorare da una quindicina d’anni.

Treviso, perse 100mila euro in azioni: auto contro sede Veneto Banca

Tgcom24, nuova nightline con rassegna stampa e fatti del giorno

Lʼuomo, un 59enne rimasto invalido a causa di un incidente sul lavoro, è da Natale che protesta davanti alla banca

Un uomo di 59 anni, che ha perso circa 100mila euro nell’acquisto di azioni Veneto Banca, ha spinto in retromarcia la sua auto contro la porta d’ingresso della sede centrale dell’ex istituto a Montebelluna nel Trevigiano. Il 59enne reclama il suo patrimonio che corrispondeva all’indennità assicurativa percepita dopo un incidente sul lavoro che lo ha reso invalido.

Treviso, perse 100mila euro in azioni: auto contro sede Veneto Banca

 

L’uomo, che manifesta in modo pacifico dalla vigilia di Natale, reclama la rifus

L’uomo, che manifesta in modo pacifico dalla vigilia di Natale, reclama la rifusione del danno, corrispondente all’indennità assicurativa percepita in seguito all’evento che non gli consente di lavorare da una quindicina d’anni. In questi giorni si è nutrito di generi alimentari che si è portato da casa, rifiutando ogni altro tipo di aiuto.

Il giorno di Natale ha ricevuto gli auguri del sindaco, Marzio Favero. Sul posto, oltre ad altri risparmiatori appartenenti al coordinamento di associazioni riferibili a don Enrico Torta, si trovano personale della Protezione civile e la polizia municipale.

(TG COM 24)

Treviso, risparmiatore invalido si lancia con l’auto contro Veneto Banca

Si conclude così la protesta di un 59enne veneto che protesta da giorni fuori dalla filiale di Veneto Banca di Montebelluna, nel Trevigiano

 

Così un invalido 59enne veneto ha preso l’auto e ha tentato di sfondare, in retromarcia, la porta d’ingresso della principale filiale dell’istituto creditizio di Montebelluna, in provincia di Treviso.

Come riporta il quotidiano locale Il Giornale di Vicenza, l’uomo stava manifestando in modo pacifico sin dalla vigilia di Natale, quando aveva parcheggiato la propria autovettura nei pressi della banca.

Il 59enne pretende infatti che gli sia rifuso il danno, corrispondente all’indennità che percepiva dopo l’incidente che gli ha impedito di lavorare da ben 15 anni.

Nonostante l’intervento del sindaco Marzio Favero, che nel giorno di Natale si è recato personalmente a fargli gli auguri, l’uomo ha deciso oggi di lanciarsi con l’auto contro il portone della filiale, in un gesto drastico di protesta.

Sul posto sono subito intervenuti la polizia municipale e la Protezione civile, oltre ad alcuni volontari delle associazioni che aiutano i risparmiatori truffati dalle banche.

(Ivan Francese per il Giornale)

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