Lo “smemorato di Vicenza” Gianni Zonin mai decise di crediti: e i 93 mln dati d’urgenza a Stefano Ricucci e rivelati da un’ispezione choc del 2007-2008 in piena era Mario Draghi?

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Gianni Zonin, tra i mille “non ricordo” e “non era compito mio”,  in commissione parlamentare ha detto, quindi, di non aver mai fatto nulla, in Bpvi, anche se era pagato oltre un milione di euro all’anno. Gli interrogatori durante il per ora claudicante processo vicentino daranno ragione o meno a questa ridicola dichiarazione. In ogni caso “emblematico”, come lo definsce La Stampa, è “il caso dei 96,5 milioni concessi nel 2004 «dal presidente», ovvero Zonin, alla Magiste di Stefano Ricucci senza attendere la delibera degli organi della banca».

Questa informazione, insieme ad altre, fu data all’allora governatore di Banca d’Italia Mario Draghi al termine dell’ispezione “di carattere generale che “si svolse dal 23 ottobre 2007 al 12 marzo del 2008 e si concluse con un giudizio «parzialmente sfavorevole»“, giudizio questo che a fine 2013 fece sanzionare la “fine” di Veneto Banca da Ignazio Visco e Carmelo Barbagallo, che, come risulta con ragionevole certezza dalle audizioni, spinse poi l’Istituto montebellunese, sia pure senza successo, tra le braccia di Zonin, presidente di una “banca di adeguato standing“, definizione che poi smentì la stessa BCE che a fine 2014 bocciò il Cavaliere e promosse Vincenzo Consoli, l’inizio della sua fine.

Nella relazione finale di quella ispezione- aggiunge La Stampa – “gli ispettori sottolineavano una lunga serie di problematiche emerse, dal ruolo predominante di Gianni Zonin ai prestiti concessi in conflitto d’interesse ad alcuni consiglieri (tra i quali lo stesso Zonin, le cui aziende erano allora affidate per circa 22 milioni di euro), fino alla concessione del credito effettuata su base «relazionale» più che sulla base di criteri oggettivi di merito creditizio“.

Tra cui, appunto, quello concesso alla Magiste del gruppo dell’immobiliarista Ricucci, poi “saltato“, con la garanzia da una ipoteca del tutto insufficiente su un Immobile a Milano che fu poi acquisito dalla banca con consistenti “perdite”. Le tecniche per “gonfiare” il valore degli immobili delle sue società furono illustrato con chiarezza in un articolo de Il Sole 24 Ore che già il 21 settembre 2005 titolava “Ricucci e l’arte di valorizzare gli immobili“. Inutile dire che al riguardo in quegli stessi anni ci fu un’intervista a tutta pagina del solito Il Giornale di Vicenza al nuovo direttore Luciano Colombini, il quale assicurava della bontà del credito.

Ebbene tornando all’ispezione alla BPVi del 2007-2008, in era Draghi, conclusasi con un “parzialmente negativo”, giudizio che abbiamo scoperto poi che avrebbe dovuto essere il prodromo di una sua immediata “autoconsegna” ad altro e più solido istituto, “in quella ispezione – scrive sempre La Stampa – emersero anche problemi sui crediti – con la necessità di una serie di svalutazioni – e sulla liquidità della banca, che in una situazione «di stress» avrebbe avuto secondo gli ispettori una cassa per soli 5 giorni. Di questa ispezione venne comunicata a Consob solo la parte relativa alla vendita da parte della banca ai propri clienti di derivati speculativi, estremamente rischiosi“.

Tutto qui e BPVi in mano già allora, che so, a Banca Intesa Sanpaolo, magari a più di 50 centesimi? E no.

La successiva ispezione (dal 16 aprile al 7 agosto 2009), definita di «follow up», doveva valutare i progressi compiuti dalla banca per correggere i problemi emersi nella ispezione precedente. Malgrado il giudizio finale («parzialmente favorevole», secondo gradino in una scala di sei), gli ispettori sottolineavano che il ruolo di Zonin restava ancora predominante malgrado il ritorno in banca di Divo Gronchi come ad. E restava irrisolto il nodo del prezzo dell’azione, con un «disallineamento fra rendimento del titolo e redditività d’impresa» che incentivava l’ingresso di nuovi soci e di fatto «la preservazione degli assetti di governance». Ovvero, la poltrona di Zonin“.

 

Servono commenti?

Oppure per distrarci dalle responsabilità deic rac delle deu vente e non solo, che arrivano a quelle di Ignazio Visco e Carmelo Barbagallo, ma partono dall’era di Mario Draghi torniamo a parlare e scrivere di Maria Elena Boschi?

Per noi costei, più che delle sue inaccettabili, e tra l’altro sciocche, bugie sul suo interessamento per Banca Etruria di papà Per Luigi, è molto più imperdonabilmente responsabile dell’effetto “deviazione” che la sua vicenda ha esercitato sull’attenzione dei politici e dell’opinione pubblicasul marcio del sistema.

Che sovrasta e avvolge la sua cacchina. (Giovanni Coviello Vicenza Piu’)