Riforma del processo civile per smaltire gli Npl

l quadro regolamentare sul trattamento dei crediti deteriorati assume contorni più definiti. Perché le banche italiane rimangano ancorate all’Europa dobbiamo però riformare il processo civile, estendendo il rito sommario.

Un quadro più definito per gli Npl

Nelle prossime settimane il quadro regolamentare riguardante il trattamento dei crediti deteriorati (Npl) assumerà contorni più definiti, tuttavia le prime indiscrezioni trapelate lasciano chiaramente intendere dove si andrà a parare. È molto probabile che la Banca centrale europea, terminata la consultazione sull’addendum alle linee guida sui nuovi crediti deteriorati, decida di mantenerne inalterato l’impianto proposto, rinviando a giugno o dicembre 2018 l’entrata in vigore del provvedimento: i nuovi Npl dovranno pertanto essere interamente svalutati entro due anni dal loro insorgere, se si tratta di prestiti chirografari, ed entro sette anni se si tratta di prestiti garantiti (vedi Baglioni-Hamaui).

Nel frattempo, entro il primo semestre del prossimo anno, la Commissione europea avrà emanato un nuovo regolamento in materia di accantonamenti sui crediti deteriorati, a cui l’Eba sta lavorando, mentre la Bce avrà promulgato le sue linee guida sullo stock degli Npl in essere. Anche in questo caso le prime anticipazioni appaiono abbastanza chiare: entro il 2020 le banche europee dovranno ridurre il rapporto tra credito deteriorato e impieghi sotto il 10 per cento, per poi arrivare al 5 per cento nel biennio successivo. Si tratta di obiettivi ambiziosi, ma non dirompenti.

Negli ultimi anni le banche italiane, sotto la pressione delle autorità di vigilanza, hanno ridotto in maniere rilevante il peso dei crediti deteriorati e aumentato il livello di copertura (vedi grafico). Eppure ancora oggi gli istituti italiani hanno in bilancio una percentuale di sofferenze lorde in rapporto agli impieghi superiore al 16 per cento e al netto degli accantonamenti vicina al 8,4 per cento, il doppio delle banche spagnole e francesi e il triplo rispetto a quelle tedesche o inglesi (vedi Banca d’Italia Fsr). Alcuni intermediari hanno allora stimato che nei prossimi due anni, per assecondare le richieste dei regolatori, dovranno ridurre lo stock dei crediti deteriorati di oltre 100 miliardi e più del doppio a regime. Quest’onere, ovviamente, non è distribuito in maniera omogenea su tutte le banche, ma si concentra su alcuni istituti.

Cos’è la transaction platform

Al fine di facilitare la vendita o la cartolarizzazione dei crediti deteriorati la Bce e la Commissione europea hanno recentemente proposto la costituzione di una transaction platform, cioè un sistema di transazioni elettroniche, che combini un data warehouse a una depositaria dei crediti deteriorati. L’Eba sta poi lavorando a un insieme di informazioni standard che le banche dovranno fornire su tutti gli Npl. Queste misure dovrebbero aumentare la trasparenza e l’accessibilità dei dati sui crediti deteriorati, ridurre i costi di transazione e le asimmetrie informative e in questo modo avvicinare offerta e domanda di crediti deteriorati. È probabile che una simile piattaforma, almeno in una prima fase, abbia carattere nazionale e natura semi-privatistica. E l’Abi e la Banca d’Italia dotrebbero facilitarne la nascita.

Tuttavia, se si vuole che le banche italiane possano rapidamente convergere agli standard internazionali è indispensabile fare un salto di qualità sul fronte dei tempi della giustizia civile. Nelle scorse settimane al Senato la lobby degli avvocati e dei magistrati è riuscita ad affossare un emendamento alla legge di bilancio che, anticipando una parte importate della riforma sulla giustizia civile, estendeva il rito sommario a numerosi procedimenti. Eppure quell’emendamento, che avrebbe dimezzato la durata dei processi, era sostenuto dal ministro della Giustizia e avrebbe nei fatti aumentato la tutela sostanziale dei cittadini, che oggi devono attendere anni per ottenere giustizia. Se vogliamo che le banche italiane e, più in generale, il sistema paese guadagnino credibilità a livello europeo è importate che alla Camera l’emendamento in questione venga ripresento. Altrimenti continueremo a lamentarci dei tecnocrati europei senza capire che i problemi italiani devono rapidamente essere risolti affrontando a testa bassa le lobby che in questi anni hanno affondato il paese, allontanandolo dall’Europa.(di Rony Hamaui – la voce)

Grafico 1 – Variazione del Coverage Ratio e Npl ratio dal II trimestre 2016 al II trimestre del 2013

 

Fonte: Eba supervisory reporting

RONY HAMAUIhamaui laureato all’Università Commerciale L. Bocconi e Master of Science alla London School of Economics. È professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presidente di Intesa Sanpaolo ForValue. È consigliere del CDEC e del LSE-Alumni. E’ stato direttore Generale di Mediocredito e AD di Mediofactoring. Ha ricoperto numerosi incarichi presso il gruppo Intesa Sanpaolo; e’ stato responsabile del Servizio studi della Banca Commerciale Italiana nonché professore a contratto presso l’ Università di Bergamo e l’ Università Bocconi. Ha lavorato presso l’Istituto per la Ricerca Sociale. È autore di numerosi articoli scientifici e ha scritto e curato diversi libri riguardanti gli intermediari e i mercati finanziari internazionali nonché la finanza islamica. 

Ma chi ci capisce qualcosa dell’informazione finanziaria?*

Conoscenze limitate e distorsioni cognitive incidono sulla comprensione dell’informativa sui prodotti finanziari. Va dunque ripensato il concetto di chiarezza dei documenti informativi. Così come va valorizzato il supporto del consulente.

Rischi incompresi

Il terzo Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane della Consob dedica un approfondimento all’attitudine degli investitori a fruire dell’informativa finanziaria di prodotto.

La rilevazione mette in luce come siano scarsamente comprese talune dimensioni del rischio ricorrenti nei documenti informativi: la percentuale di risposte corrette alle domande su rischio di mercato, credito e liquidità oscilla infatti tra il 10 e il 18 per cento ed è di gran lunga inferiore al dato registrato per altri concetti definiti “di base” (figura 2.1 del Report). E le conoscenze percepite spesso sopravvalutano quelle reali (cosiddetto upward mismatch; figura 1).

Figura 1 – Disallineamento tra conoscenze reali e conoscenze percepite

Fonte: Consob, 2017

La difficoltà nella lettura dell’informativa finanziaria si lega alla scarsa dimestichezza con le caratteristiche dei prodotti più diffusi: il 20 per cento dei decisori finanziari (il 15 per cento degli investitori) afferma di non conoscerne nessuno e il restante 80 per cento dichiara di conoscere prevalentemente depositi bancari, titoli di stato e obbligazioni (Sezione 2 del Report).

Quanto alla capacità degli intervistati di valutare la rischiosità di prodotti che vorrebbero inserire nel loro portafoglio, i dati mostrano che oltre un terzo non è in grado di ordinare per livello di rischio azioni e obbligazioni. Il 59 per cento degli intervistati che affermano di preferire una composizione di portafoglio a prevalenza azionaria ritiene che le azioni siano meno rischiose delle obbligazioni, mentre il 40 per cento di coloro che scelgono un portafoglio bilanciato non sa indicare il livello di rischio degli strumenti indicati (figura 2). Non si possono quindi ritenere attendibili le misurazioni della propensione al rischio basate sulle preferenze espresse dagli intervistati, se non sono accompagnate da una contestuale verifica delle loro conoscenze.

 Figura 2 – Preferenze verso il rischio e consapevolezza del rischio

Fonte: Consob, 2017

Un ulteriore elemento di complicazione si collega alle instabilità delle preferenze verso il rischio, che variano in base alle modalità di presentazione dell’informazione (cosiddetto framing effectDaniel Kahneman e Amos Tversky ; per il caso italiano si veda Monica Gentile, Nadia Linciano, Caterina Lucarelli e Paola Soccorso), nonché in funzione dello scorrere del tempo e della fase di mercato.

In particolare, nel campione Consob, poco più del 30 per cento degli intervistati si dichiarano avversi ovvero propensi al rischio a seconda che il frame delle opzioni di scelta si riferisca, rispettivamente, al dominio dei guadagni o delle perdite. In un terzo dei casi, inoltre, le preferenze variano rispetto all’orizzonte temporale considerato, suggerendo una tendenza alla procrastinazione che può influenzare la qualità delle scelte finanziarie (Sezione 2 del Report).

La comprensione corretta dell’informazione finanziaria sembra, dunque, dover superare un percorso a ostacoli. Ma in quanti leggono l’informativa di prodotto? Più del 40 per cento degli investitori, secondo il Rapporto Consob, prevalentemente in autonomia (25 per cento) o con il supporto di familiari e amici (10 per cento) e, solo in via residuale, con l’aiuto del consulente (8 per cento; figura 3). Tra i restanti intervistati, il 28 per cento non consulta i documenti informativi perché si affida a un professionista oppure perché teme di non essere in grado di utilizzarne il contenuto, mentre il 29 per cento non risponde. La propensione a consultare l’informativa è meno pronunciata tra chi ha minori conoscenze finanziarie e coloro che paiono esposti all’effetto framing.

Cosa accade se non si riesce a comprendere le caratteristiche dei prodotti pur avendo consultato i relativi documenti informativi? Il 50 per cento degli individui non investe: la percentuale sale tra coloro che possiedono un livello più elevato di conoscenze finanziarie e tra coloro che non sono inclini all’effetto framing. Il 27 per cento dei decisori finanziari, invece, investirebbe in ogni caso, incentivati dalla fiducia nel consulente e dalla buona reputazione dell’intermediario, mentre un quarto degli intervistati non si esprime (figura 4).

 Figura 3 – Attitudine verso l’informativa finanziaria

Fonte: Consob, 2017

Figura 4 – Informativa finanziaria e decisione di investimento

Fonte: Consob, 2017

I risultati del Rapporto Consob sottolineano ancora una volta la necessità di potenziare le capacità di fruizione dell’informativa finanziaria da parte dei destinatari. La semplificazione dei documenti informativi in atto (Esas Joint Committee, 2014) può aiutare, ma non è tutto. In attesa della Strategia nazionale per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale e dei suoi effetti, restano centrali l’interazione tra cliente e intermediario nonché il ruolo del consulente, al quale gli orientamenti Esma del 2016 richiedono non solo la capacità di mettere a confronto le caratteristiche dei prodotti offerti per selezionare quello più adatto all’investitore, ma anche quella di spiegarle efficacemente, affinché questi possa compiere scelte consapevoli.

 

* Ufficio studi economici, Consob. Il presente intervento riprende e sviluppa alcuni temi documentati nel Report Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, curato da Nadia Linciano, Monica Gentile e Paola Soccorso. Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo l’Istituzione di appartenenza. di Nadia Linciano e Paola Soccorso per la voce)

 

NADIA LINCIANODSC_0025 è Responsabile dell’Ufficio Studi Economici in Consob. Laureata in Economia e commercio presso la LUISS (Roma), ha conseguito un Ph.D. in Economics presso l’Università di York (UK) e un Dottorato di Ricerca in Economia presso l’Università Federico II di Napoli. È stata docente a contratto presso l’Università di Lecce e di Bari. È autrice di numerosi scritti in materia di economia e regolamentazione dei mercati finanziari e di finanza comportamentale, pubblicati in riviste nazionali e internazionali (tra queste, European Journal of Law and Economics, Journal of Financial Management, Markets and Institutions and Economic Notes). Partecipa a gruppi di lavoro IOSCO e OCSE in materia di analisi di rischi sistemici e consumer protection. Coordina le seguenti pubblicazioni periodiche della Consob: Risk Outlook, Rapporto sulla Corporate Governance delle società quotate italiane e Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane.

PAOLA SOCCORSODSC_0025 è funzionario dell’Ufficio Studi Economici della Consob. Ha conseguito la Laurea in Economia Politica presso l’Università Commerciale L. Bocconi di Milano e il Master in European Economy and International Finance presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata. Dal 2007 lavora in Consob, dove svolge attività di studio e ricerca su temi di interesse istituzionale e collabora alla redazione del “Report on financial investments of Italian households”. Precedentemente ha prestato servizio nell’Area Mercati della Holding del Gruppo Bancario Iccrea. È coautrice di alcuni studi pubblicati dalla Consob, tra i quali Assessing investors’ risk tolerance through a questionnaire, 2012, Financial disclosure, risk perception and investment choices. Evidence from a consumer testing exercise, 2015, Financial advice seeking, financial knowledge and overconfidence. Evidence from the Italian market, 2016.

 

Banche venete? Un vero affare per gli azionisti di Intesa

Con le deroghe al codice civile, le procedure di risoluzione delle banche penalizzano “per principio” subordinati e azionisti. Così l’acquisizione delle banche venete da parte di Intesa si è conclusa con un bel regalo agli azionisti di quest’ultima.Carlo Messina, un maratoneta al comando di Banca IntesaCarlo Messina

Risoluzioni in deroga al codice civile

Nelle procedure di risoluzione sono tutelati solo i piccoli investitori vittime di vendite fraudolente di subordinati. Le ragioni di tutti gli altri sono invece calpestate con ingiusti e colossali trasferimenti di valore. Ciò avviene in procedure non trasparenti, cui non partecipa nessun rappresentante dei possessori dei titoli coinvolti. Le cessioni di attivo avvengono poi in condizioni molto favorevoli agli acquirenti.

La Costituzione tutela il lavoro come il risparmio. In sede di vendita di aziende in crisi, però, i bandi cercano di salvaguardare l’occupazione, mentre l’attenzione per le ragioni dei risparmiatori è minima o nulla. Quanto alle normative europee, richiedono sì la condivisione degli oneri da parte di obbligazionisti subordinati e azionisti, ma con un trattamento non peggiore di quello che subirebbero con una liquidazione tout-court. Invece le procedure di risoluzione prevedono deroghe alle regole statuite dal codice civile nell’indimostrato assunto che in caso di liquidazione il recupero sarebbe nullo o peggiore.

Tutto ciò si è ripetuto nella recente risoluzione delle due banche venete, cedute a Intesa alle condizioni riepilogate nella tabella 1, lasciando in pancia alle “vecchie banche venete in liquidazione” (tabella 2) crediti deteriorati per 17,6 miliardi, con recupero stimato in 9,1 miliardi, e partecipazioni, immobili e altri beni con recupero stimato in 1,5 miliardi.

Tabella 1 – I termini della cessione a Intesa

Tabella 2 – Le attività e passività (residue) delle “vecchie” banche

Ipotizzando che i costi della procedura e della gestione dei crediti deteriorati possano essere coperti con i proventi della vendita di tutto ciò che non è non performing loans(originariamente stimati dal governo in 1,5 miliardi, ma saranno meno in quanto già la vendita di Bim-Banca intermobiliare ha fruttato meno del previsto), la tabella 3 illustra come variano i soggetti beneficiari dei futuri riparti con o senza deroghe alle normali regole del codice civile. Perché nello schema di risoluzione le deroghe al codice civile per rimborsare lo stato sono due:

– il costo degli esuberi, posto sulle spalle di obbligazionisti subordinati e azionisti, mente in altre crisi aziendali è stato sostenuto dallo stato senza rivalsa su alcuno, e il costo che lo Stato potrà essere chiamato a sborsare a Intesa se questa attiverà le garanzie [vedasi punto d) tabella 1]

– il “supporto finanziario” concesso a Intesa per 3,5 miliardi [vedasi punto b) tabella 1]

Tabella 3 – Gli scenari di riparto con e senza deroghe al codice civile

Quanto pesa il “supporto finanziario”

Dalla tabella 3 si vede che, senza deroghe al codice civile, una volta rimborsato il finanziamento ponte col 31,2 per cento del valore nominale degli Npl, tutta l’eccedenza sarebbe andata in primo luogo ai subordinati e l’eventuale residuo al Fondo Atlante e ai vecchi azionisti. Con la sola deroga per far rientrare lo stato del costo degli esuberi (applicata solo in questa occasione) sarebbero bastati recuperi superiori al 40,7 per cento per rimborsare i subordinati e poi gli azionisti. Obiettivo di incasso non impossibile, visto che più di metà di questi Npl sono solo “inadempienze probabili”.

Con la deroga per il “supporto finanziario” concesso a Intesa, per prevedere rimborsi ai subordinati, occorrono invece recuperi irrealistici dai crediti deteriorati superiori al 60,58 per cento.

 

Non si discute l’opportunità dell’intervento di Intesa e la condizione che ha posto di non dover costringere i propri azionisti a un aumento oneroso di capitale (a differenza di Santander-Banco Popular). Ma così facendo, Intesa si è comprata la divisione ex-banche venete non a 1 euro, ossia accollandosi passività pari al valore delle attività ricevute, bensì con un enorme sconto di 3,5 miliardi. Quale impresa è mai riuscita a comprarsi una divisione, che in breve produrrà utili, senza sborsare un euro e anzi ricevendo un contributo altissimo? Lo stato poteva almeno pretendere azioni “speciali” di Intesa, con diritto per alcuni anni a una quota degli utili della divisione “ex-banche venete”, senza nessun danno o effetto diluitivo in capo agli attuali azionisti di Intesa. Al rientro con i proventi della liquidazione (e detratto un equo compenso) dall’“investimento forzato” in azioni “speciali”, lo stato avrebbe potuto trasferire le quote agli obbligazionisti subordinati e magari anche agli azionisti delle vecchie banche. A loro danno, c’è stato invece un ingentissimo e gratuito trasferimento di valore verso gli azionisti di Intesa. Né si è tenuto in alcun conto che il Fondo Atlante, in una sorta di “prima fase” di procedura di risoluzione di fatto, ha versato 3,438 miliardi. Agli effetti della normativa del burden sharing, un azionista aveva quindi già contribuito in misura significativa.Frontespizio del Codice civile del Regno d'ItaliaCodice civile del Regno d’Italia

Si è presumibilmente voluto dimostrare alle autorità europee che gli azionisti, figli di un dio minore, pagheranno sempre e comunque, anche se ben oltre il lecito. (Marco Gallea la Voce.info)

Assemblea Creval, nome per nome i quasi 9mila soci presenti

Circa 8mila in delega, le quote portate, i grandi soci e i piccoli. Favorevoli e contrari.

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Il verbale dell’assemblea straordinaria del Credito Valtellinese (19 dicembre scorso) è disponibile pubblicamente in quanto società quotata e offre nelle ultime 100 pagine l’elenco dei soci  che hanno partecipato direttamente o per delega all’appuntamento di approvazione dell’aumento di capitale e di nuovo raggruppamento delle azioni.  Per chi ha interesse, tempo e voglia di leggersele potrà trovare la “fotografia” della compagine societaria della banca, almeno per il 30% circa delle azioni che si è presentato a Morbegno. Non necessariamente le azioni riferite al singolo individuo sono il totale delle azioni detenute.

Da quando la banca è diventata Spa, il voto è diventato per quote detenute non più per testa. E’ ora più significativo il raggruppamento di deleghe, effettuato come nelle altre quotate in forma organizzata. I professionisti Luca Falciola (per i fondi istituzionali) e Massimiliano Scrocchi (per Dgfd, gruppo Dumont) hanno portato complessivamente più di 10 milioni di azioni. Altre quote singole superano il milione di titoli.  Il presidente Miro Fiordi si è presentato con 72.736 azioni.

Chi vuole controllare le proprie, guardare le “quote degli altri”, le deleghe e le espressioni di voto le può trovare nelle 100 pagine finali del verbale redatto dal notaio Filippo Zabban (vedi l’elenco dei soci). (Valtellina news)

FALCIAI -Ex Mondomarine, oggi la svolta: attesa la firma della concessione per 4 anni

Presidio Mondomarine, in una foto d’archivio

Quella di oggi potrebbe essere una giornata di svolta per il cantiere Mondomarine di Savona. Il presidente dell’Autorità di sistema portuale, Paolo Emilio Signorini, con tutta probabilità firmerà l’atteso rinnovo della concessione relativa alle aree tra lungomare Matteotti e la darsena del porto di Savona, dove l’azienda produceva grandi yacht di lusso in un impianto all’avanguardia. Sarà un passo fondamentale, poiché, una volta definita la questione del rinnovo della concessione per i prossimi quattro anni (con la possibilità di proroga direttamente alla futura proprietà), il tribunale fallimentare potrà bandire in via definitiva la gara per assegnare l’azienda.

In corsa è già pronta la Savona Superyacht Srl, società costituita apposta dalla Palumbo Group Shipyard, che ha già firmato un accordo con Mondomarine. Tre settimane fa il maggiore azionista di Mondomarine, Alessandro Falciai, aveva già versato 560 mila euro tramite la sua società Millenium Partecipazioni (con la quale nel 2014 era entrato nel Monte dei Paschi di Siena, di cui è poi diventato presidente) per garantire la copertura del saldo del 2017 e dell’anticipo del 2018 dei costi relativi alla concessione, fissando un calendario di rate per le altre spettanze. E oggi Signorini potrebbe firmare la certificazione per il rinnovo.

Lo stesso giudice fallimentare Cristina Tabacchi attende questo passo per completare la procedura di liquidazione giudiziale, la strada scelta dallo stesso cda e da Falciai abbandonando il concordato con riserva. In questo modo la gara per l’assegnazione dell’azienda ad un nuovo soggetto comprenderà anche la concessione demaniale. E’ possibile che il tribunale nomini il curatore il 2 gennaio.Alessandro Falciai

«L’Autorità portuale sta lavorando con la massima attenzione in modo che non ci sia il rischio di intoppi – spiega Paolo Pietrogrande, il manager che ha curato la transizione di Mondomarine verso una nuova proprietà – C’è stato un problema tecnico perché il rinnovo era atteso per il 18 dicembre, ma ora dovrebbe essere tutto a posto e di conseguenza anche tutto il resto della procedura si dovrebbe sbloccare».

Tra l’altro anche il pagamento del rateo delle tredicesime ai dipendenti è rimasto impantanato nelle maglie della burocrazia. «L’ingegner Falciai aveva già disposto il mandato di pagamento della prima rata, che comprendeva una serie di spese immediate e, appunto, il rateo delle tredicesime – spiega ancora Pietrogrande – Il tribunale ha però dato istruzione di predisporre assegni circolari, che sono già stati messi a disposizione della procedura. Il curatore che sarà nominato dal tribunale dovrà in pratica aprire un nuovo conto separato in cui versare gli assegni».

(Giovanni Vaccaro Il Secolo XIX)ALASSIOFUTURA

Porto: rinnovo temporaneo della concessione a Mondomarine, via al terminal della piattaforma di Vado

Sono due delle principali misure adottate dal comitato portuale nell’ultima seduta del 2017

Come si formano e come scoppiano le bolle finanziarie: lo spiega Warren Buffett

Come si formano e come scoppiano le bolle finanziarie: lo spiega Warren Buffett

Paul Morigi/Getty Images for Fortune/Time Inc

In un’udienza alla Financial Crisis Inquiry Commission (FCIC), nel 2010, Warren Buffett rispose a varie domande sui fattori che secondo lui avevano causato la bolla immobiliare e creditizia.

Offrì anche una spiegazione chiarissima di come si formano le bolle.

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È un’ottima lettura per chiunque sia interessato al mondo degli investimenti o all’economia comportamentale. L’intervista è tratta da una recente divulgazione di documenti da parte dei National Archives, gli archivi nazionali americani, che hanno pubblicato trascrizioni, ordini del giorno di riunioni e accordi di riservatezza della FCIC. La commissione era stata creata dal Congresso degli Stati Uniti alla fine della crisi perché ne esaminasse le cause.

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Maria Elena Boschi, il simbolo della fine del regno di Renzi

E’ diventata un capro espiatorio. Ma Matteo e i suoi in realtà devono ancora fare i conti con il fallimenti di un’intera strategia politica. A cui non hanno mai trovato l’alternativa.

Maria Elena Boschi, il simbolo della fine del regno di Renzi

L’ultima a lasciare il Quirinale è stata lei, dopo il tradizionale ricevimento offerto dal presidente della Repubblica alle «alte cariche dello Stato »: ministri, presidenti di commissioni parlamentari, vertici delle forze armate e degli apparati di sicurezza, alti magistrati. I dignitari intramontabili e i nuovi arrivati, come Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento 5 Stelle, che si avvicina a Sergio Mattarella con aria deferente: «Ho molto apprezzato il suo discorso … », mentre intorno scrutano il futuro incerto.

«Sono già alla prossima puntata, mi butto su Di Battista … », ride Salvo Nastasi, commis de l’état con governi di ogni colore. «Ho detto a Luigi: ricordati degli amici », scherza il presidente della commissione Difesa del Senato Nicola Laessere l’unico componente della «corrente di Marco» (si intende Minniti).

Maria Elena Boschi è rimasta a lungo nel salone delle feste, quando gli altri rappresentanti delle istituzioni se ne erano già andati, in questo che era il saluto di fine anno del capo dello Stato e anche di fine legislatura, «in un crocevia temporale, che induce al confronto tra il bilancio dell’anno trascorso e le prospettive dell’immediato futuro», ha detto il Capo dello Stato nel suo intervento.

In questo crocevia è finita la sottosegretaria, diventata protagonista della commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, che forse sarà studiata nei prossimi anni come caso di scuola, da manuale di suicidio politico. Voluta dal Pd e da Matteo Renzi per mettere sotto accusa gli organi di vigilanza Banca d’Italia e Consob, si è trasformata per un misto di arroganza e imperizia in un processo alla gestione del potere renziano. Quando l’ex amministratore di Unicredit Federico Ghizzoni davanti ai commissari ha confermato quanto scritto sette mesi fa da Ferruccio de Bortoli nel suo libro “Poteri forti (o quasi)”- raccontando i dettagli del suo incontro con la ministra Boschi che gli chiese di intervenire in Banca Etruria – è stato portato alla luce il groviglio poco armonioso di interessi, legami familiari, sovrapposizioni di ruoli riassunto nell’immagine del Giglio magico. Il Territorio, la sana provincia toscana per cui la Boschi si mosse, secondo quanto dichiarato da Ghizzoni, che nel momento della scalata al potere di Renzi e dei suoi era garanzia di autenticità e di estraneità alle logiche dei palazzi romani, si è capovolto in una maledizione.

L’irruzione di un gruppo dirigente improvvisato nei salotti buoni dell’establishment è finita in un nulla di fatto per quanto riguarda il tentativo della Boschi di salvare dal commissariamento la Banca Etruria, in quel momento vice-presieduta dal padre, e di Marco Carrai che tornò a sollecitare l’intervento di Unicredit con una mail, e in un rovescio politico per Renzi.

Se Paolo Gentiloni è stato il politico dell’anno 2017, dimostrando che una guida del governo impopulista, come l’ha definita Ilvo Diamanti, può raggiungere risultati più efficaci delle forzature quotidiane di un leader egotico e compulsivo, Maria Elena Boschi di questi dodici mesi è stata l’altra faccia della luna, la figura che ha trascinato l’intero Partito democratico nella sua vicenda familiare e territoriale. È in lei, più ancora che in Renzi, che si riassume tutta la parabola di questa legislatura: dalla straordinaria opportunità conquistata da un gruppo di giovani outsider di scalare i vertici dello Stato, occupare le istituzioni e la guida del governo, riformare la Costituzione e la legge elettorale, cambiare in profondità il rapporto tra i cittadini e lo Stato, senza incontrare resistenze, anzi, raccogliendo l’acclamazione di notabili, imprenditori, intellettuali, editorialisti, osservatori internazionali, fino al ribaltamento degli ultimi mesi, nei sondaggi riservati e nelle conversazioni di Palazzo. Il fattore B., non come Berlusconi ma come Boschi, che porta giù il consenso. Dalla favola all’incubo. Colpa del caso di Banca Etruria, riaperto con la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche nelle ultime settimane di legislatura.

Ma è il progetto politico del renzismo che dopo la sconfitta al referendum di un anno fa ha perso il suo orizzonte di riferimento, in una legislatura divisa in due parti. La prima è quella che va dal22 febbraio 2014, giorno in cui il governo Renzi giurò al Quirinale, al 4 dicembre 2016, la data del referendum perso e delle dimissioni del premier venuto da Rignano: i mille giorni del Jobs Act e degli 80 euro, del Pd al quaranta per cento delle elezioni europee, che Renzi vanta in ogni uscita pubblica, intervista, apparizione televisiva. La seconda parte è quella dell’ultimo anno, segnato dal governo Gentiloni, l’uomo che non c’era, come il protagonista di un film dei fratelli Coen, il presidente del Consiglio che nei piani del segretario del Pd doveva probabilmente durare poche settimane e riportare l’Italia al voto e che invece è arrivato alla fine del2017, «Un anno intenso», ha detto Mattarella, «che ha visto consolidarsi la crescita della economia, confermando la capacità del nostro sistema di uscire dalla grave e lunga crisi che abbiamo attraversato». Un’accentuazione maliziosa del ruolo di Gentiloni, che ha garantito «il rispetto del ritmo» fisiologico della democrazia, il voto alla scadenza naturale della legislatura. Tra il ritmo di marcia scandito dalla coppia Mattarella- Gentiloni, l’andamento lento, e quello indiavolato di Renzi, c’è il ruolo di Maria Elena Boschi, anello di congiunzione tra i due governi e tra i due premier, presente in una posizione di rilievo in entrambe le squadre. Gentiloni, in questo momento, è il premier in carica, sta per chiudere la legislatura senza un voto di sfiducia parlamentare, a lui guardano le cancellerie europee che provano a immaginare cosa ) succederà nei prossimi mesi, dopo il voto. E nessuno può escludere che il governo vada avanti anche all’inizio della prossima legislatura, nell’impossibilità di formare in tempi rapidi una nuova maggioranza.

Renzi, invece, è il premier dei mille giorni che rivela di soffrire per la perdita di consenso nei sondaggi. Provocata, ha spiegato in un’intervista al “Corriere della Sera” (18 dicembre) dal fatto che «dobbiamo sostenere la responsabilità del governo e passiamo il tempo a litigare all’interno»: «Era ovvio che per il Pd fosse meglio votare a giugno o al massimo a settembre. Chi allora sosteneva questa tesi è stato accusato di irresponsabilità, ma non votando si è fatto un clamoroso assist a Berlusconi e Grillo». Non esattamente in sintonia con le opinioni espresse su questo punto dall’inquilino del Quirinale e da Gentiloni. Che Renzi volesse andare a votare presto, prestissimo, non è mai stato un segreto, anche se è stato a lungo negato dai renziani. Che ora attribuisca il calo del gradimento al governo, alle divisioni interne, a tutti tranne che a responsabilità sue e del suo ristretto gruppo di amici è invece la dimostrazione che Renzi ha scelto una linea di scontro frontale nella prossima campagna elettorale: non contro il Movimento 5 Stelle o contro il centrodestra o la formazione dei fuoriusciti del Pd e della sinistra che si schiera con Pietro Grasso, ma contro i dissidenti interni, in aumento. Un renziano della prima ora, il portavoce del Pd Matteo Richetti, ha detto quello che pensa anche se con la forma dell’intervento rubato da qualche cellulare fantasma (cosi come, qualche mese fa, il ministro Graziano Delrio si era espresso tramite un fuorionda). Il malumore è in crescita e si è scaricato, secondo il meccanismo ben noto del capro espiatorio, sulla sottosegretaria Boschi.

MARIA ELENA BOSCHI DA' IL CINQUE A MATTEO RENZI
Cinque anni fa la Boschi stava per compiere 32 anni (è nata il 24 gennaio 1981), era quasi sconosciuta al pubblico nazionale, si presentava come avvocato e responsabile dei comitati elettorali di Renzi per le primarie del 2012 per la candidatura a premier del centrosinistra in cui il sindaco di Firenze era stato sconfitto da Pier Luigi Bersani. Alla fine della legislatura ha quasi 37 anni, nel suo curriculum può vantare l’incarico di ministro delle Riforme nel governo Renzi e poi quello di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, un potere che in pochi politici hanno accumulato alla sua età nella storia repubblicana, quasi che lo spirito di Giulio Andreotti si sia reincarnato in una giovane donna che ha imparato tutte le astuzie e le malizie della politica, fino a buttare n in un’intervista al “Messaggero” un avvertimento («non cancello spesso gli sms, ne ho molti in memoria, anche con esponenti del mondo del credito e del giornalismo»), con la stessa apparente noncuranza con cui il Divo Giulio faceva sapere ai suoi avversari che in quei giorni stava consultando alcune vecchie carte conservate nel suo archivio. ei mille giorni di Renzi la Diva Maria Elena è stata il volto del governo, con il ruolo non formale ma effettivo di numero due della squadra che andava molto oltre le deleghe formali attribuite al suo ministero, come sanno tutti i suoi colleghi che hanno spesso sofferto il protagonismo della deputata di Laterina e lo sconfinamento in competenze non sue. Come ha fatto anche in occasione dei contatti ripetuti con il mondo finanziario e economico per la questione di Banca Etruria. Mai autorizzata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, con cui ha sempre avuto un ottimo rapporto personale, e senza neppure informarlo dei suoi colloqui («ho appreso tutto dai giornali», ha dichiarato l’uomo di via XX Settembre alla commissione parlamentare), la Boschi ha incontrato tutti,  o quasi. Il presidente della Consob ~ Giuseppe Vegas, il vice-direttore  generale di Banca d’Italia Fabio  Panetta, il direttore generale di Veneto Banca Vincenzo Consoli, in visita alla casa della famiglia Boschi a Laterina.

Nel 2013, quando era ancora una semplice deputata, incontrò anche Samuele Sorata, direttore generale della Banca popolare di Vicenza di Gianni Zonin. E infine, l’amministratore delegato Ghizzoni che ha taciuto per mesi prima di rivelare quello che ormai era noto a tutti. Erano i gloriosi mille giorni del governo Renzi, in cui il potere dei giovani toscani che avevano rottamato la vecchia nomenclatura sembrava senza confini e senza limiti di tempo. Fino al2016, fino alla scelta di giocare tutta la sua leadership sul sì e sul no al referendum costituzionale, Renzi puntava a essere il punto di riferimento di uno schieramento trasversale. Il progetto ribattezzato partito della Nazione, in cui far confluire i moderati berlusconiani senza più casa politica e con il loro leader ai servizi sociali, escluso dal Parlamento e impossibilitato a candidarsi, con i suoi ex fedelissimi attratti dalla prospettiva di governo come falene d’estate, da Angelino Alfano a Denis Verdini, e l’area dell’an tipoli tic a che si era riconosciuta in Seppe Grillo nel 2013, sollecitata con il taglio delle indennità per i senatori, l’eliminazione delle province e dell’inutile e sconosciuto Cnel. A restare fuori, nei calcoli, doveva essere un pezzo di sinistra del Pd, da costringere alla scissione, come è avvenuto.

MARIA ELENA BOSCHI E MATTEO RENZI
Il risultato, però, è fallimentare. Il centrodestra si è riorganizzato e l’incandidabile Berlusconi si atteggia a regista della prossima legislatura. Il Movimento 5 Stelle nei sondaggi è davanti al Pd come lista più votata e in ogni caso si è consolidato come partito, non è più solo uno stato d’animo, un vaffa collettivo. E la sinistra uscita dal Pd si è ricomposta sotto la parola d’ordine dell’anti- renzismo. Con questa sconfitta strategica- nulla a che vedere con fake news, colpi di Stato sull’inchiesta Consip, gigli magici, banche etrurie, un flop tutto politico – Renzi non ha mai fatto i conti e non ha mai elaborato un piano alternativo. Prendersela con Maria Elena Boschi per il caso Banca Etruria, come si è fatto in questi giorni, appare un esercizio tardivo, «Un accanimento terapeutico », come ha detto il presidente della commissione Banche Pier Ferdinando Casini durante una delle sedute, ed è, a questo punto, un esercizio vile. Nel governo Gentiloni la Boschi è stata presenza ingombrante e a volte imbarazzante. Ora il fattore B diventa l’elemento decisivo della campagna elettorale. Forse costretta a candidarsi lontano dalla Toscana, il territorio, da cui tutto è partito e tutto potrebbe finire.   Maria Elena Boschi alla fine è diventata un capro espiatorio. Ma Renzi e i suoi in realtà devono ancora fare i conti con il fallimento di una intera strategia politica. A cui non hanno mai trovato un’alternativa.(Di Marco Damilano per l’Espresso)

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Da Etruria al Bail-in. Come è cambiato il sistema bancario italiano

La crisi delle banche italiane affonda le sue radici in quella finanziaria globale del 2008 ma esplode in tutta la sua virulenza nel 2015. Quell’anno, secondo i dati della Banca d’Italia, il 22% dei prestiti risulta deteriorato, cioè oltre un finanziamento su cinque viene ritenuto a rischio di mancato rimborso

salvataggio banche

La crisi delle banche italiane affonda le sue radici in quella finanziaria globale del 2008 ma esplode in tutta la sua virulenza nel 2015. Quell’anno, secondo i dati della Banca d’Italia, il 22% dei prestiti risulta deteriorato, cioè oltre un finanziamento su cinque viene ritenuto a rischio di mancato rimborso.

Tra il 2011 e il 2016, le banche italiane accumulano perdite per 62 miliardi di euro. A novembre 2015 il Governo Renzi è costretto a intervenire per mettere in sicurezza Banca Etruria, Carichieti, Cariferrara e Banca Marche. Il primo decreto salva-banche suscita un vespaio di polemiche. Per la prima volta vengono applicate le nuove regole europee del bail in: parte degli oneri del salvataggio vengono scaricati sui piccoli azionisti e gli obbligazionisti dei quattro istituti.

 

Le opposizioni non mancano inoltre di far notare che vice presidente di Etruria è il padre del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. I quattro istituti, o almeno la loro parte ‘sana’, saranno poi ceduti a Ubi Banca e Bper. Nel 2016 a crollare sotto il peso dei crediti inesigibili è il Monte dei Paschi di Siena: è storia di questi giorni il suo ritorno in Borsa sotto il controllo del Tesoro. Infine, è il turno di Veneto banca e Banca popolare di Vicenza, che, sempre con lo stesso schema di risoluzione, vengono cedute a Intesa Sanpaolo​.

 

A restare sul terreno sono le polemiche sorte intorno ai salvataggi: il governo viene accusato di aver fatto gli interessi dei banchieri a scapito di quelli dei risparmiatori e su Etruria non manca chi sottolinea un possibile conflitto di interessi tra Boschi padre e figlia. In questo clima il Parlamento vota l’istituzione di una commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario per indagare sui fallimenti e portare alla luce eventuali responsabilità. In meno di tre mesi l’organismo presieduto da Pierferdinando Casini ascolta 48 persone, per oltre 200 euro di audizioni.

 

A rispondere alle domande dei parlamentari vengono chiamati tutti i protagonisti delle vicende di questi anni, dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, dal presidente della Consob Giuseppe Vegas ai top manager degli istituti ‘risolti’. Difficile dire quanta chiarezza sia stata portata da questo lavoro.

 

A futura memoria questa legislatura lascia comunque tre importanti riforme: quella del credito cooperativo, quelle delle banche popolari e quella che ha portato all’introduzione del bail in. Tre provvedimenti che hanno cambiato in profondità assetti economici e sistemi di potere del sistema bancario italiano.

 

Popolari, una riforma ‘congelata’

Il 20 gennaio 2015 il consiglio dei Ministri presieduto da Matteo Renzi approva il decreto legge ‘Investment compact’ che contiene misure a sostegno degli investimenti e per modificare in parte il sistema bancario nazionale. Il 25 marzo il Dl viene approvato definitivamente dal Senato con 155 voti a favore e 92 contrari.

 

L’articolo 1 del decreto è quello che riforma le banche popolari, con lo scopo di fondo di rendere più facile l’accesso al mercato e ai fondi esteri per gli istituti di media dimensione. La riforma introduce l’obbligo di trasformarsi in Spa per le popolari con un attivo superiore a 8 miliardi: se si tratta di un istituto controllato da una capogruppo, questa soglia si calcola a livello consolidato tra tutte le controllate del gruppo. Si sancisce la fine del ‘voto capitario’ in base al quale ciascun socio, a prescindere dalle azioni possedute, disponeva in assemblea di un solo voto.

 

E’ innalzato inoltre da 10 a 20 il numero massimo di deleghe che possono essere conferite a un socio e, in ogni caso, questo numero non può essere inferiore a 10. Alle banche popolari vengono concessi 18 mesi di tempo, cioè entro dicembre 2016, per adeguarsi alla nuova normativa.

 

In base ai requisiti patrimoniali, su un totale di circa 70 istituti, al momento del concepimento della riforma le banche popolari con un attivo superiore agli 8 miliardi sono dieci:

 
  • Banco Popolare,
  • Ubi Banca,
  • Banca Popolare di Milano (Bpm),
  • Banca Popolare dell’Emilia Romagna (Bper),
  • Banca Popolare di Vicenza,
  • Veneto Banca,
  • Banca Popolare di Sondrio,
  • Credito Valtellinese (Creval),
  • Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio,
  • Banca Popolare di Bari.

Tutte si convertono in Spa entro la fine del 2016, eccetto la Popolare di Sondrio e la Popolare di Bari. In questo contesto, nasce il gruppo Banco Bpm, frutto della fusione tra Banco Popolare e la Popolare di Milano; Etruria, messa in risoluzione, confluisce in Ubi Banca; Popolare di Vicenza e Veneto Banca, anch’esse coinvolte in uno stato di crisi, sono assorbite da Intesa Sanpaolo.

 

Il processo di trasformazione in Spa della Popolari di Bari e della Popolare di Sondrio viene invece interrotto dopo che un’ordinanza del Consiglio di Stato il 2 dicembre 2016 solleva dubbi sulla costituzionalità della riforma, congelandone dunque gli effetti. I giudici amministrativi contestano l’insussistenza del carattere d’urgenza per varare il decreto, nutrono poi dubbi che siano stati violati i principi costituzionali che investono la libera attività economica e la proprietà privata, in particolare per quanto riguarda la mancata concessione agli azionisti delle popolari del diritto di rifiutare la conversione in azioni di una tradizionale Spa e vedersi rimborsati di conseguenza. La riforma rimane dunque ‘sospesa’ fino a quando non si otterrà il parere della Corte Costituzionale, previsto nel primo trimestre del 2018. Gli effetti sul sistema, con i matrimoni citati sono pero’ già evidenti. 

 

Il credito cooperativo diventa grande

Il Consiglio dei ministri vara il decreto di riforma delle Banche di credito cooperative (Bcc) che viene pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 14 febbraio 2016. Il 23 marzo la Camera dei Deputati licenzia il testo del Disegno di legge di conversione del Decreto governativo, che viene approvato definitivamente dal Senato il 6 aprile con 171 voti favorevoli, 105 contrari e 1 astenuto.di

 

La riforma disegna un nuovo assetto organizzativo del settore con l’obiettivo di arrivare a un sistema integrato delle oltre 300 Banche cooperative, Casse Rurali e Casse Raiffeisen. Lo scopo è rispondere in maniera adeguata ai nuovi contesti di mercato e alle sollecitazioni normative collegate all’entrata in vigore dell’Unione bancaria, in modo da migliorare la governance del sistema delle Bcc, di aprirlo ai capitali esterni, di rendere più efficace la distribuzione delle risorse raccolte dalla clientela, di valorizzare la dimensione territoriale delle singole realtà, di semplificare la filiera e sfruttare le sinergie tra i vari istituti.

 

Il via libera della Banca d’Italia alla normativa secondaria che fa scattare la riforma delle banche di credito cooperativo arriva il 3 novembre 2016 e stabilisce che entro il 3 maggio 2018 si dovranno costituire i Gruppi bancari del sistema, con un patrimonio netto di almeno 1 miliardo di euro e poteri di direzione e coordinamento nei confronti delle Bcc aderenti sulla base di un contratto di coesione. Chi non aderirà all’obbligo di entrare a far parte del Gruppo bancario cooperativo, che ha come capofila una società per azioni, perderà l’autorizzazione a esercitare l’attività in forma di istituto di credito cooperativo, cioè non avrà più lo status di Bcc e dovrà trasformarsi in una società per azioni. Potranno

 

sottrarsi all’adesione alla nuova holding, le Bcc con riserve pari ad almeno 200 milioni di euro. I lavori di consolidamento del comparto lasciano prevedere la costituzione di un sistema che avrà il proprio fulcro in tre organismi di vertice (Iccrea Banca, Cassa Centrale Trentina e Cassa Centrale Alto Adige) e su un’articolata serie di atti per assicurare unità di direzione (contratti di coesione) e garanzie di rispetto dei requisiti prudenziali (accordi di garanzia).

 

Dall’Europa arriva il bail-in

L’introduzione in Italia del bail-in​ si concretizza con l’attuazione della direttiva 2014/59/Ue del Parlamento europeo e del Consiglio (15 maggio 2014) che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione delle crisi bancarie, la cosiddetta Brrd (Bank recovery and resolution directive). La nuova normativa entra in vigore in Italia il primo gennaio 2016, dopo che la Camera dei Deputati approva la legge di delegazione europea il 2 luglio del 2015 con 270 voti favorevoli, 113 contrari e 22 astenuti.

 

Il Bail-in è un modello di salvataggio dall’interno delle banche in difficoltà in contrapposizione al Bail-out, ovvero all’intervento con aiuti dall’esterno, in genere con il soccorso di fondi pubblici da parte degli Stati sovrani. Pertanto, dal primo gennaio del 2016, qualora un istituto di credito finisca in dissesto, la nuova normativa prevede che a contribuire al salvataggio siano chiamati in primis gli azionisti della banca, in seconda battuta i detentori di obbligazioni subordinate (strumenti Additional tier 1 e tier 2) e senior e, infine, i correntisti con liquidità superiore a 100mila euro.

 

Ad azionisti e creditori viene chiesto di partecipare al salvataggio fino a un contributo pari all’8% del totale del passivo della banca in dissesto. Oltre questa percentuale, interviene il sistema bancario attraverso il Fondo di risoluzione. Rimangono fuori rispetto a quanto stabilisce il Bail-in, i correntisti fino a 100mila euro, i detentori di covered bond, i debiti verso dipendenti, fisco, fornitori ed enti previdenziali. 

 

Gentiloni tra “sollievo” per la fine delle audizioni sulle banche e difesa della Boschi: “Ho insistito affinché restasse”

Sulle banche “abbiamo evitato una crisi, non regalato soldi ai mariuoli” dice il premier alla conferenza stampa di fine anno

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Difesa convinta di Maria Elena Boschi e dell’operato del Governo sul nodo banche. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, conferma di avere chiesto al sottosegretario Maria Elena Boschi di rimanere al suo posto nel Governo dopo le polemiche seguite alle vicende emerse durante le audizioni in Commissione banche. “Aspetto con rispetto le conclusioni che verranno dalla Commissione parlamentare e vi devo dire che ho registrato con un certo sollievo la fine delle audizioni della medesima”, ha commentato Gentiloni rispondendo a una domanda durante la conferenza stampa di fine anno.

 

 

Interpellato sulla scelta politica di istituire la commissione d’inchiesta, Gentiloni ha ricordato che “se il Parlamento decide l’istituzione di una Commissione il Governo non può che rispettare la scelta” ma nel caso della Commissione Banche, ha tagliato corto, “non credo che le audizioni siano state utilissime”.

 :”Ho registrato con un certo sollievo la fine delle audizioni della commissione banche”. Caro @PaoloGentiloniquesto è irrispettoso nei confronti della commissione più maltrattata della legislatura. Ma di cosa avete paura? Cosa altro avete da nascondere?

Gentiloni difende l’operato del Governo. “Siamo Intervenuti con decisione sulle crisi bancarie. C’è chi dice che abbiamo messo soldi pubblici regalandoli alle banche. In realtà si trattava di salvare il risparmio e l’economia di interi territori e, per le cosiddette banche di sistema, di evitare conseguenze di sistema, altro che regalare soldi ai mariuoli. Purtroppo – ha osservato – l’abbiamo fatto in condizioni molto diverse e più difficili” alla luce delle nuove e più restrittive regole. Il sistema bancario italiano oggi “ha risolto le proprie crisi rilevanti, sta riducendo i crediti deteriorati, che sono passati da 86 a 66 miliardi in un anno” ha aggiunto. “Lasciatelo lavorare questo sistema. Noi vigileremo perché l’attività di risanamento prosegua e prosegua con il ritmo necessario ma evitiamo crisi create da questa o quella regola improvvisata”.

 

MARIA “ETRURIA” – FATTI FUORI IL QUESTORE, IL PREFETTO, IL COMANDANTE DEI CARABINIERI E PURE IL PARROCO DI AREZZO. LATERINA META DI PELLEGRINAGGIO DEI “TRUFFATI”.

Estratti dall’articolo di Pietrangelo Buttafuoco e Antonello Caporale per il Fatto Quotidiano

 

Il Questore, il Prefetto, il comandante dei Carabinieri e perfino il parroco. Tutti mandati via nella stessa coincidenza astrale […]. Frana Etruria e i correntisti, risucchiati nella voragine dei buchi di bilancio, s’ adunano nei pullman alla volta di Laterina, la frazione aretina dove abita, opera e fa presepe la famiglia Boschi. Eccoli: Maria Elena, a suo tempo ministro delle Riforme, poi Pier Luigi, papà e membro del Cda di Etruria nominato 75 giorni dopo la nomina della figlia nel governo di Matteo Renzi, e poi ancora Pier Francesco, fratello, già arruolato nell’ istituto di credito.

 

la casa della Boschi a Laterina

Succede che alla protesta delle “vittime del salva banche”, il 28 febbraio 2016, un autobus con a bordo i manifestanti va a fermarsi sotto casa Boschi […]. Sono attrezzati tutti di cartelli, megafoni e fischietti e tutto capita mentre la Boschi madre, ovvero la signora Stefania Agresti – è l’ elemento alpha di cotanta schiatta – torna dalla spesa con tanto di sporte in mano.

Quel che vede è insopportabile. Con un’ occhiataccia gela l’ agente di guardia fermo sul marciapiede, quindi prende per l’ uscio e chiama al telefono la figlia: “A momenti ci entrano in casa”. La povera ragazza, nel suo ufficio a Largo Chigi, a Roma, raccoglie lo sfogo della mamma e – ben caricata – […] sibila a Matteo Renzi, il premier: “Ci stanno entrando in casa”. 

Cala il silenzio, Matteo […] la liquida: “Sei ministro, sì?; chiamati Angelino Alfano e discuti con lui la questione” […] Il ministro delle Riforme alza il telefono e […] il questore, il comandante dei Carabinieri, il parroco all’ inizio dell’ autunno del 2016 – uno dietro l’ altro – lasciano la città.

eco le vignette su renzi e referendumBuona domenica

Banche, io so (anche se non ho le prove)

Voglio che tra 20 anni l’Italia non sia, com’è adesso, in fondo a tutte le classifiche internazionali per educazione finanziaria

https://www.tp24.it/immagini_articoli/25-07-2014/1406310164-0-diario-da-israele6-la-sinistra-e-gli-intellettuali-il-posizione-di-pasolini.jpg

 

Io so – scriveva Pasolini sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974 in merito alla strategia della tensione – ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

La strategia della tensione è finita da decenni (anche se continuiamo a non avere le prove), e di Pasolini non ne nascono certo più da un pezzo. Ma su cos’è tutta questa storia delle banche, io so. Ma non ho le prove.

So che fino a inizio Anni 90 tutto il nostro sistema bancario era organico al sistema di spartizione di potere pubblico della Prima Repubblica. Le banche erano enti di diritto pubblico, e per sapere il nome di chi avrebbe guidato una banca, non dovevamo attendere l’esito di una procedura di reclutamento tra i migliori manager internazionali; bisognava aspettare l’esito di un congresso di partito, per capire come si modificavano i rapporti di forze tra le correnti.

Checco Zalone

So che da quel momento in poi – finalmente – il nostro sistema bancario va incontro ad una ristrutturazione profonda, non solo per adeguarsi all’ingresso nel mercato unico europeo, ma anche per dotarci di un moderno sistema di intermediazione del
credito che risponda ai bisogni dell’economia e non a quelli della politica, spesso con la “p” molto minuscola.

So che questa ristrutturazione fu incompleta. Sono nati due gruppi bancari di dimensione europea, e permane una buona rete di banche di credito cooperativo (banche “di prossimità” diffuse e utili). Ma in mezzo rimane un sistema di istituti che rimangono esattamente come prima: l’unica differenza è che – tramite il sistema delle Fondazioni – si passa dal controllo della politica ad un controllo in mano a sistemi di potere locali: in alcuni casi privati (associazioni di industriali, agricoltori, commercianti), in altri pubblici (enti locali).

In altri casi ancora, rimane il modello delle banche popolari (un assetto di governance che – più di tutti – “protegge” il controllo della banca da acquisizioni esterne).

So che in questi 25 anni, questo sistema ha fatto di tutto (ma proprio di tutto) per lasciare tutto esattamente così. E ci sono riusciti, perché la politica della Seconda Repubblica si è ben guardata dall’anche solo immaginare di intervenire, per modernizzare il sistema e dotare la nostra economia di un sistema di allocazione del credito in grado di premiare l’efficienza, e non il mantenimento di sistemi di potere locali e spesso estremamente inefficienti.

So che l’unica eccezione è stato il Governo Renzi nel 2015 quando ha costretto le 10 maggiori banche popolari ad abbandonare
quel sistema “protetto” di governance e a diventare società per azioni, in modo da essere contendibili sul mercato. E so che tanti (ma proprio tanti) si incazzarono.

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So che le autorità di vigilanza bancaria, in questi 25 anni, spesso hanno cercato di proteggere il sistema, invece di cambiarlo. Qualcuno ricorderà il “bacio in fronte” che a metà Anni Duemila Fiorani (amministratore della Banca popolare di Lodi) voleva dare a Fazio (governatore della Banca d’Italia) perché aveva in qualche modo scoraggiato o impedito l’acquisizione della banca da parte di un gruppo europeo, preservando la governance attuale.

So che una delle poche certezze di questa triste scienza che si chiama economia, è che prima o poi i nodi vengono al pettine. Le banche sono aziende. E quando gestisci un’azienda non secondo criteri di efficienza ma perseguendo scopi diversi, prima o
poi fallisce. E infatti alcune banche hanno cominciato ad avere seri problemi di bilancio. Acuiti dalla crisi (dal 2009 in poi), ma non generati dalla crisi. Generati, invece, dall’aver prestato soldi non a chi aveva garanzie migliori o idee migliori, ma a chi conveniva secondo il sistema di potere che ne condizionava la governance.

So che in alcuni casi (le “quattro banche” del novembre 2015) Bankitalia ha fatto il suo dovere. Ha suonato per tempo il campanello d’allarme, ha iniziato vigilanza ispettiva, ha fatto raccomandazioni e – quando tutti gli appelli sono stati bellamente ignorati da chi gestiva quelle banche – ha proposto ai governi Letta e Renzi il commissariamento e la destituzione del management (cosa che quei governi hanno fatto dal maggio 2013 a febbraio 2015). So – perché c’ero e l’ho visto coi miei occhi –
che gli stessi che a livello locale adesso danno la colpa a Bankitalia per non aver fatto abbastanza e non averlo fatto prima, lanciavano strali furiosi all’istituzione di Via Nazionale quando prima ammoniva e poi è intervenuta. Perché gli stava togliendo il
giochino dalle mani.

So che in altri casi (ad esempio in Veneto) Bankitalia ha invece sbagliato.

So che, in quei 25 anni, per evitare che “il giochino fosse tolto dalle mani”, chi gestiva quelle banche ha fatto di tutto. Non solo i baci in fronte di cui si e’ già detto. Quando la loro mala gestione ha cominciato a deteriorare seriamente il bilancio delle banche, non è stato più impossibile evitare il rafforzamento patrimoniale. Ma c’era un problema: “se faccio un aumento di capitale, magari lo sottoscrivono persone che non conosco, che così entrano nella governance della banca. E mi tolgono il giochino dalle mani. Meglio trovare altra soluzione”.

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So che “l’altra soluzione” è stata triplice:
1) fare l’aumento di capitale, ma piazzarlo agli attuali azionisti (soprattutto famiglie) o a imprenditori locali (magari debitori della banca)
2) fare l’aumento di capitale, ma farlo sottoscrivere ad altre banche in situazione simile (“io compro le tue azioni, tu compri le mie. Capisc a me’, uaglio’”).
3) emettere un particolare tipo di obbligazioni (obbligazioni subordinate, o junior) che avevano una caratteristica fondamentale: erano obbligazioni come le altre, ma venivano conteggiate nel “patrimonio duro” della banca, così come le azioni. E quindi servivano ad accontentare le richieste di rafforzamento patrimoniale. Però proprio per questo, così come le azioni, in caso di fallimento della banca non ne era garantito il rimborso.

So che su tutti e tre questi metodi per tentare di non farsi “togliere il giochino dalle mani” avrebbero dovuto essere attentamente esaminati dall’autorità di vigilanza a questo preposta. Che si chiama CONSOB. E so che quando sei chiamato a rispondere pubblicamente di una tua presunta mancanza, ti conviene buttare la palla in tribuna e distogliere l’attenzione. E so che spesso questa tattica funziona.

Vegas (Consob): "sviluppo tecnologia impatterà su sistema"

So che è per questo che più di centomila persone – che avevano sottoscritto uno o più dei tre modi di cui sopra – hanno perso i loro risparmi.

So che il governo Renzi – combattendo una dura battaglia in Europa – ha rimborsato l’80% dell’investimento agli obbligazionisti subordinati che abbiano un reddito inferiore a 35 mila euro annui o un patrimonio mobiliare inferiore ai 100 mila euro. E so che il governo Gentiloni in queste settimane ha stanziato un fondo di 100 milioni di euro per rimborsare anche
gli altri, se verrà dimostrato che sono stati vittime di frode.

L’errore fatale è aver permesso alle banche di creare moneta attraverso i prestiti, destinando solo il 10% all’economia reale provocando la bolla immobiliare

So che sarebbe stato meglio, nel 2012 quando in Europa si discuteva delle nuove regole e del “bail-in”, seguire meglio quella discussione. In questo avrebbe aiutato avere in Europa personale politico e tecnico di prim’ordine, e non usare le istituzioni comunitarie per mandare gente via dall’Italia e liberare posti da deputato o da ministro.

So che da questa vicenda possiamo trarre lezioni importanti. La vigilanza bancaria è ora in mano alla Bce; quella sui mercati mobiliari è ancora in mano alla Consob. È giusto cosi? Possiamo immaginare una soluzione più efficiente? In ogni caso, nessuna vigilanza o regolamentazione previene abusi o inefficienze a livello decentrato. E allora voglio che quando un funzionario bancario vende ad un risparmiatore un prodotto finanziario di quella banca, ci sia una webcam che registra tutto quello che dice.Il salvataggio della banca Popolare di Vicenza passa da Malta

E voglio che tra 20 anni l’Italia non sia, com’è adesso, in fondo a tutte le classifiche internazionali per educazione finanziaria. Perché anche se non a tutti noi piace l’economia, quando compriamo un prodotto finanziario dobbiamo abituarci a pensarci bene e a raccogliere qualche informazione in più, esattamente come quando compriamo un’automobile o una casa. Io so tutto questo, ma non ho le prove.

Le prove speravo che me le avrebbe date la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. A questo serviva (e a capire
come migliorare il sistema per impedire di sbagliare ancora). Non doveva servire a lanciare cortine fumogene o a farla pagare a chi non si è accodato all’inerzia di politici della Seconda Repubblica e ha provato a smuovere quel pezzo del sistema bancario che – come tanti altri settori della nostra vita pubblica – non vuole neanche sentir parlare di cambiamento dei propri comportamenti e delle proprie abitudini.

Ah, e un’altra cosa so. Maria Elena Boschi è una donna eccezionale, che conosce cosa vuol dire etica pubblica meglio di quasi tutti quelli che si permettono di aprire bocca su di lei.

Di questo però, a differenza del resto, le prove le ho, eccome. (Luigi Marattin per Democratica)

Conflitto interessi

Quante domande mai fatte su Mps & Co.

La Commissione di inchiesta sulle banche si è conclusa con un autogol da parte del Pd che l’ha voluta a ridosso delle elezioni per cercare di rimuovere le proprie responsabilità.

 

Emergono spontanee domande che si cerca di far dimenticare. Ci sarebbe stata la crisi bancaria che si è manifestata dal 2012 se il governo Berlusconi non fosse stato defenestrato sul finire del 2011, profittando dell’attacco intenazionale contro il nostro debito pubblico, che ha messo in pericolo le banche che detenevano quote elevate di tale debito? Ci sarebbe stata la crisi bancaria del 2012, se Monti non avesse più che raddoppiato in un solo colpo il peso fiscale sugli immobili? Il mercato delle case è andato in crisi, riducendo il valore delle garanzie immobiliari dei crediti.

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Grandi operazioni di sviluppo immobiliare turistico si sono bloccate, generando sofferenze bancarie. Altre sono emerse nell’edilizia residenziale e in quelle delle costruzioni. Dovendo ricostituire i risparmi, le famiglie hanno diminuito la domanda di consumi. Perché la Commissione non ha indagato in modo approfondito su questi due temi e non vi dà risposta? Altri grossi quesiti sono rimasti senza spiegazione. Perché si è dovuto aspettare Gentiloni per l’intervento precauzionale finanziario dello stato di aiuto per il Monte dei Paschi di Siena, consigliato dall’Europa?

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Perché i governi Monti, Letta e Renzi non lo hanno fatto così come quello per le due banche venete quando la loro crisi era agli inizi? Forse perché ciò avrebbe comportato anche intervenire per Mps e mettere in luce panni sporchi? L’altro tema: perché nel decreto del «bail in» per Banca Etruria e le altre banche locali minori non è stata inserita la clausola, consentita dalla direttiva europea sul bail in, per cui i risparmiatori che hanno sottoscritto in buona fede obbligazioni di banche o vi hanno tenuto depositi di importo elevato, hanno diritto a non perdere il proprio risparmio?Una vignetta al giorno leva il medico di torno, IV nuovo-15965442_1215210865230125_1258770427848031028_n.jpg 

Il decreto per Banca Etruria e banche minori ha stabilito bensì risarcimenti, ma solo in relazione alla situazione economico sociale di chi ha perso il risparmio, non degli ingannati, a prescindere dal loro status economico. Con questa tutela della buona fede, che la direttiva europea sul bail in consente, non ci sarebbe stato il panico che si è diffuso, dal 2012 in poi, sui titoli emessi dalle banche per ricapitalizzarsi e i depositi bancari di importo elevato. E una Commissione parlamentare sulle banche allora avrebbe contribuito alla chiarezza. Ora quella a ridosso delle elezioni, invece, chiude i battenti poco gloriosamente. (Francesco Fonte Il Giornale)

PIGNATONE E’ IN FERIE E ALLA COMMISSIONE SULLE BANCHE NON ARRIVANO LE CARTE SU DE BENEDETTI I PARLAMENTARI NON POTRANNO ACCEDERE ALLE CARTE DELLA PROCURA DI ROMA SULL’INDAGINE PER INSIDER TRADING SULL’ETRURIA CHE RIGUARDANO L’”INGEGNERE”

Giacomo Amadori per la Verità

giuseppe pignatoneGIUSEPPE PIGNATONE

 

Alla segreteria della commissione d’ inchiesta parlamentare sul settore bancario sono arrivati i documenti che riguardano le inchieste aretine su Banca Etruria, ma non quelli sull’ indagine archiviata per insider trading che ha coinvolto anche il presidente onorario del gruppo editoriale Gedi (quello di Repubblica per intendersi) Carlo De Benedetti. I membri della commissione di centrodestra e i colleghi grillini le avevano chieste dopo l’ audizione dell’ ex presidente della Consob, Giuseppe Vegas.

Repubblica, De Benedetti e la tentazione di lasciare

La prima risposta della Procura è stata che non ci sono state indagini su De Benedetti, bensì sul suo broker. Ora i commissari hanno inviato una seconda richiesta per avere finalmente i documenti, ma il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, da cui si attende il fascicolo, dovrebbe rimanere in ferie sino a dopo la Befana e per questo il tempo per studiare le carte sarà esiguo. La prossima riunione dell’ ufficio di presidenza sarà tra l’ 8 e il 13 gennaio e il documento finale dovrebbe essere presentato il 27.

 

L’ Ingegnere, tessera numero 1 del Pd, guadagnò 600.000 euro investendo in Borsa 5.000.000 sulle Popolari (pronte a essere trasformate dal governo Renzi in Spa) prima che le nuove norme decise Palazzo Chigi entrassero in vigore. In un’ intercettazione De Benedetti diede il merito delle sue buone informazioni proprio a fonti vicine al governo. Ma i diretti interessati, De Benedetti e Renzi, sentiti come testimoni, hanno ricostruito i fatti in Procura e l’ inchiesta si è chiusa con la richiesta di archiviazione per il broker.

 

Mistero delle carte mancanti a parte, il presidente della commissione, Pier Ferdinando Casini, ieri si è mostrato fiducioso sull’ esito dei lavori: «Il clima è stato positivo e speriamo in bene perché credo che davanti a tanti risparmiatori in condizioni di difficoltà, avere un documento che abbia almeno un impianto di soluzione e proposte unitarie sia positivo. Vediamo se ci riusciamo». I suoi colleghi di commissione sono meno fiduciosi. In questi giorni i vari gruppi elaboreranno i loro contributi che i dirigenti della commissione proveranno a collazionare in modo soddisfacente in un unico canovaccio.

Se l’ operazione unitaria dovesse fallire, ci troveremo di fronte a una relazione del presidente (su come abbia funzionato la commissione), una di maggioranza e due di minoranza (centrodestra e M5s). Insomma almeno quattro diversi documenti conclusivi.

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I componenti della commissione stanno esaminando anche gli atti arrivati da Arezzo e in particolare le due annotazioni del Nucleo di polizia tributaria di Arezzo sull’«attività di consulenza da parte di banca Etruria». Ce n’ è una preliminare di circa 60 pagine e una seconda in cui il capitolo più interessante si intitola «Delibere assunte fuori autonomia rispetto ai poteri delegati». In questo paragrafo si trova il riferimento a una proposta di delibera sospetta mandata in pagamento con una chiosa scritta a penna: «Non inserita in procedura come da accordi con Boschi e Cuccaro». I due che avrebbero autorizzato il direttore generale Luca Bronchi a pagare quasi 400.000 euro fuori dalle norme alla statunitense Bain & company sarebbero l’ allora vicepresidente Pier Luigi Boschi e l’ ex vice dg Emanuele Cuccaro.

La copertina del Libro di Ferruccio de Bortoli con la rivelazione: Maria Elena Boschi sollecitò l'acquisto di Banca Etruria di cui il padre era vicepresidente.

 Del processo di gestione delle consulenze si era già occupata l’ audit interno dell’ Etruria e in particolare l’ ispettore Alessandro Ferruzzi su incarico del team ispettivo di Banca d’ Italia. Nella sintesi dell’ ispezione un capitolo è dedicato alle 21 fatture pagate alla Bain (3.391.000 euro nel biennio 2013-2014). Ferruzzi trova molte incongruenze: per esempio quattro delibere del 2013 risultano successive alla data dei contratti e una delibera da circa 500.000 euro risulta superiore alle deleghe assegnate al direttore generale.

Banche, Casini scrive il regolamento dell’inchiesta tenendo fuori i 5 Stelle

 Ma è sulla delibera con il presunto placet di Boschi che vengono sollevati i dubbi più forti. Riguarda due fatture per 389.000 euro complessivi collegate a un contratto avente come oggetto «lo sviluppo di risultati commerciali e creditizi del 2014». «La delibera del Direttore generale non risulta inserita in procedura delibere né datata», si legge nella relazione. «Sono state rinvenute due versioni del contratto in oggetto: la prima, firmata solo da Bain e riportante sul frontespizio la dicitura “Old” fa riferimento ad un periodo di 4 mesi (da aprile 2014 a luglio 2014) corretto a mano in 2 mesi, per un corrispettivo mensile di 95.000 euro + forfait del 10 % + Iva. La seconda, firmata da Bain e dal Direttore generale, fa riferimento ad un periodo di 2 mesi (da aprile 2014 a maggio 2014), per un corrispettivo mensile di 145.000 euro + forfait del 10%+Iva». Apparentemente una specie di cubo di Rubik per far tornare i conti.

 

Ma Pier Luigi Boschi è coinvolto anche in un altro filone d’ indagine riguardante le consulenze sospette e in particolare quelle per il progetto di aggregazione con un partner di elevato standing. La stessa banca nell’ ispezione numero 27 del 2015 (quella di Ferruzzi) riepilogava i costi sostenuti in 3.795.145,72 euro. Nell’ ambito di questo capitolo, la Guardia di finanza sta approfondendo il lavoro della cosiddetta «Commissione consiliare informale», composta prima del commissariamento dell’ Etruria dal presidente Lorenzo Rosi, dai due vice Boschi e Alfredo Berni e dai consiglieri Felice Emilio Santonastaso, Luciano Nataloni e Claudio Salini.

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Tale commissione ha determinato i percorsi per la fusione con un altro istituto senza mai procedere alla verbalizzazione delle attività svolte, rendendo, per investigatori e Banca d’ Italia, poco trasparente il processo decisionale. Una procedura opaca che ha portato alla spesa di 3,7 milioni di euro di consulenze a cui non sono seguiti risultati concreti. Gli ispettori di Bankitalia hanno evidenziato come l’ unica proposta «giuridicamente rilevante», quella della Popolare di Vicenza, sia stata bocciata dal cda, quasi senza discussione.Una nuova vignetta di Alfio Krancic sulle disavventure di Carlo De Benedetti, industriale, tessera numero 1 del Pd ed editore de La Repubblica

 

Gli advisor più pagati sono stati Kpmg (10 fatture per 1.272.000 euro, contratti spalmati su sei mesi dal dicembre 2013), Mediobanca (650.000 euro, contratto dell’ agosto 2014) e, infine, gli studi legali Grande Stevens (3 fatture per 632.000 euro) e Zoppini (2 fatture 410.000 euro), ingaggiati nel 2014 con il presidente Giuseppe Fornasari e il suo successore Rosi. Tutti soldi gettati al vento.

 

Il caso. Sull’Europa le mani dei paradisi fiscali

l 30% degli investimenti diretti esteri all’interno dell’Ue arrivano da centri finanziari offshore. Che hanno i loro governi amici. A partire da Lussemburgo, Olanda e Regno Unito
Sull'Europa le mani dei paradisi fiscali

I dati sugli investimenti dall’estero nell’Unione Europea pubblicati dall’Eurostat qualche giorno prima di Natale aiutano a capire perché Bruxelles abbia fin qui ottenuto risultati così scarsi nel contrasto ai paradisi fiscali. A fine 2016 quasi un terzo dei 6.288 miliardi di euro di investimenti diretti esteri in Europa – in genere si tratta di azioni di società, quotate o non quotate – era controllato da soggetti basati in un centro finanziario offshore. Parliamo di 1.838 miliardi di euro di capitali che controllano aziende europee ma dei quali si sa ben poco, al di là del nome di facciata di una fiduciaria o di qualche studio legale utile a nascondere l’identità del vero proprietario del denaro.Mappa dei paradisi fiscali europei.

La lista dei paesi dai quali arrivano gli investimenti in Europa è impressionante. Al primo posto ci sono gli Stati Uniti, con il 38,1% della quota di investimenti diretti stranieri, e al secondo la poco trasparente Svizzera, con il 12,2%. Al terzo posto, con il 10,3% degli investimenti, troviamo Bermuda, territorio d’oltremare britannico indicato dall’Oxfamcome il più aggressivo dei paradisi fiscali per le società: non prevede imposte sui redditi d’impresa e raramente aderisce alle iniziative contro abusi e riciclaggio, segnalano i ricercatori dell’organizzazione non governativa che lotta contro la povertà. Al quarto posto per investimenti stranieri in Europa, con una quota del 5%, c’è il baliato di Jersey, dipendenza della corona britannica a pochi chilometri dalle coste francesi che negozia direttamente con le aziende l’aliquota da applicare sui soldi che portano sull’isola. Lì sono basate fiduciarie con un patrimonio stimato in 1.500 miliardi di euro. Scorrendo la classifica si trovano poi due paesi “normali”, come il Canada e il Giappone, dopodiché c’è ancora spazio per i paradisi fiscali. Come le Isole Cayman e Gibilterra, altri due territori d’oltremare britannici che non tassano i redditi delle imprese e che controllano ognuno il 2,7% degli investimenti stranieri in Europa. Più della Cina, che con tutto il suo attivismo nel Vecchio continente ha una quota di un “misero” 2,2%, non molto superiore a quello di un altro paradiso fiscale che batte bandiera britannica, le Isole Vergini (1,6%).

Quelli della Cina, però, sono investimenti “veri”, che puntano al controllo reale delle imprese europee per mettere le mani sulle loro tecniche e le loro competenze. Difatti la Commissione europea sta lavorando a un meccanismo di screening per analizzare ed eventualmente fermare gli investimenti sgraditi che arrivano dalla Repubblica Popolare. Curiosamente Bruxelles non si è mossa con la stessa decisione contro gli investimenti fittizi che arrivano dai trust e dalle fiduciarie anonime basate nei paradisi fiscali. Eppure le cifre, come conferma Eurostat, sono di gran lunga maggiori. Il centro di statistica rivela anche che la presenza dei capitali offshore è in forte espansione: è cresciuta del 63% tra il 2013 e il 2016, aumentando di oltre 600 miliardi di euro.

La ragione non è misteriosa: i paradisi fiscali in giro per il mondo hanno forti alleati nei paradisi fiscali che fanno parte dell’Unione Europea. Paesi che sono perfettamente organizzati per concentrare gli incassi delle aziende di tutta l’Ue per poi spedirli ai Caraibi, dove possono rifugiarsi lontano dalle mani del fisco. Dei 1.838 miliardi di euro di investimenti offshore in Europa 775 sono in Lussemburgo, 573 in Olanda, 192 nel Regno Unito e 156 in Irlanda. Questi quattro paesi ospitano il 92% degli investimenti offshore europei e sono gli stessi che ostacolano i tentativi di chiudere le porte di uscita ai capitali che cercano di fuggire dal fisco europeo. Li ostacolano perché quelle porte servono sempre a loro, che infatti guidano la classifica degli investimenti diretti europei all’estero, dove figurano in totale 1.276 miliardi di euro di capitali europei investiti in centri finanziari offshore.
Sono stati questi stessi governi a impedire che il 5 dicembre il Consiglio europeo fosse in grado di realizzare una lista nera efficace dei paradisi fiscali. I 17 Paesi indicati come «non-cooperativi» dai capi di Stato europei sono quelli dalle alleanze politiche più deboli. Nella lista nera ci sono paesi come la Mongolia, la Namibia e Trinidad e Tobago. C’è Panama – indifendibile dopo avere dato il suo nome allo scandalo dei Panama Papers – ma ad esempio non ci sono Bermuda, Jersey e Cayman, che si sono conquistate un posto nella più tranquilla “lista grigia” per meriti non chiariti. Eppure è proprio alle Bermude che ha base Appleby, il più grande studio legale offshore al centro del caso dei Paradise Papers. È lo studio che aiutava a risparmiare sulle tasse giganti come AppleNikeUber Citigroup.Sacco di denaro su sdraio al mare

Se l’Europa avesse davvero intenzione di fermare i paradisi fiscali, gli basterebbe mettere al bando i capitali senza identità che provengono dai paesi non collaborativi, ha proposto il fiscalista Tommaso Di Tanno. Sarebbe sufficiente introdurre questa stretta con una certa gradualità per chiudere una volta per tutte la questione. Ma sarà difficile riuscirci, finché i paradisi fiscali avranno amici così numerosi tra chi comanda nel Vecchio Continente. (Pietro Sacco’ per L’Avvenire)

 

Alla Fondazione Carige restano le briciole

Cala la partecipazione della Fondazione Cassa di risparmio di Genova e Imperia in Banca Carige. Dopo l’aumento di capitale da 544 milioni dell’istituto di credito genovese, la partecipazione dell’ente guidato da Paolo Momigliano si è ridotta allo 0,0687%, dal precedente 0,3001%. È quanto emerge dalla comunicazione di aggiornamento al patto parasociale esistente tra Malacalza Investimenti e la Fondazione. Dopo il rafforzamento della famiglia Malacalza al 20,639%, il patto verte ora sul 20,708% del capitale sociale ordinario di Carige (dal 17,88% precedente).

L’accordo tra i due soci, peraltro, scadrà il prossimo 8 maggio 2018. La Malacalza Investimenti, infatti, lo scorso 9 ottobre aveva dato la disdetta dall’intesa. L’accordo prevedeva, tra l’altro, l’impegno di Malacalza a inserire nella propria lista per il rinnovo degli organi sociali un rappresentante della Fondazione nel caso in cui questa detenesse almeno lo 0,3% al momento della presentazione della lista stessa. Una condizione, quest’ultima, che, dopo l’aumento non è più in essere. L’attuale cda di Carige resterà in carica fino all’approvazione, da parte dell’assemblea degli azionisti, del bilancio 2018. Nel caso, però, in cui fosse necessario un rinnovo degli organi sociali prima della scadenza del patto, la Fondazione, con l’attuale quota di partecipazione, come si è visto, non avrebbe diritto a un proprio rappresentante. (R.d.F.) Il Sole 24 Ore

Borsa: altro ko per Carige, -21% dalla chiusura dell’aumento

 

Borsa: altro ko per Carige, -21% dalla chiusura dell'aumento

Nuovo ko in Borsa per Carige che, dalla chiusura dell’aumento di capitale con cui ha raccolto 544 milioni di euro, e’ arretrata del 21% portandosi a 0,008 euro per azione. Se nell’intera seduta di venerdi’ erano passati di mano 1,4 miliardi di titoli, pari al 2,5% del capitale ordinario, a meta’ seduta sono stati scambiati 1,1 miliardi di titoli (circa il 2% del capitale).vittorio malacalzaVITTORIO MALACALZA

Le quotazioni scendono dell’8%. Dopo la fine dell’aumento sul mercato, con la coda dell’asta dell’inoptato, la decisione di Malacalza Investimenti di rafforzarsi sopra il 20% e l’intervento di nuovi investitori hanno ridisegnato l’azionariato dell’istituto ligure: oltre alla famiglia di imprenditori, titolare del 20,6%, e a Gabriele Volpi, attestatosi poco sopra il 9%, dovrebbero detenere quote rilevanti sicuramente Chenavari Investment Managers, Credito Fondiario e Sga, cioe’ i soggetti che avevano firmato contratti per garantire una parte della ricapitalizzazione. Gli operatori attendono pero’ l’ufficialita’ su queste e altre posizioni di rilievo nel capitale dalle eventuali comunicazioni Consob che potranno arrivare nei prossimi giorni. (Affari Italiani)

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