C’era una volta l’istituto di credito del territorio

Salvataggi e ristrutturazioni cambiano il nostro sistema bancario e le condizioni di offerta del credito. Tra piccoli istituti catturati da interessi locali e grandi gruppi con centri decisionali lontani dai territori, c’è forse spazio per una terza via.

Banche e territori

L’8 aprile di quest’anno, quando ancora si sperava che le banche venete potessero riprendere il loro cammino, Il Sole-24Ore apriva una discussione sulle possibili soluzioni da adottare e soprattutto sulla conservazione della loro anima locale e cooperativa.
Sappiamo tutti come è andata a finire, con la liquidazione dei due istituiti, l’intervento di Banca Intesa, la riduzione degli organici di circa 4mila unità e la chiusura di seicento filiali.
Quella discussione sembra ormai appartenere a un’era geologica fa, ma una riflessione su come le misure di salvataggio e di ristrutturazione incidono sulla morfologia del nostro sistema creditizio e possono influenzare le condizioni di offerta del credito nelle aree di insediamento degli intermediari è ancora utile e necessaria (anche per la commissione d’inchiesta parlamentare in partenza).
Nelle aree di insediamento delle due banche ci saranno mutamenti non indifferenti per i clienti, famiglie e operatori economici, con comprensibili preoccupazioni per le possibili conseguenze sull’offerta di credito e dei servizi finanziari. Lo sfoltimento degli sportelli fisici, oltre ovviamente a incidere sul livello di concorrenza sul mercato locale e sulle possibilità di scelta per la clientela, potrebbe spingere chi ha familiarità nell’uso delle tecnologie informatiche ad avvalersi dei servizi di home banking, offerti ormai da quasi tutti gli istituti di credito, cosicché gli aggravi maggiori potrebbero ricadere su quei segmenti della clientela più avanti con l’età e non alfabetizzati con le nuove tecnologie.

L’allontanamento dei centri decisionali

Forse, però, le difficoltà maggiori potrebbero essere legate all’allontanamento dal territorio dei centri decisionali di banche con un forte radicamento territoriale e una minuta conoscenza dell’economia, della realtà locale e della clientela.
Nel bene e nel male, i due istituti veneti rientrano nella categoria di quelle banche che si definiscono territoriali.
Nel bene e nel male perché riflettono appieno costi e benefici della banca radicata in specifiche aree di riferimento, i cui fattori distintivi sono processi di selezione degli affidamenti più “sartoriali”, fondati su una particolare attenzione ai bisogni dei portatori di interesse, soprattutto in fasi restrittive dell’offerta di credito. Fattori che presentano, però, anche il loro lato oscuro quando gli interessi locali “catturano” la banca distorcendone la funzione e generando assetti di governance dominati da irrisolti conflitti di interessi. Da tempo, la letteratura analizza queste problematiche, ma la vicenda delle banche venete, con tutta l’aneddotica che abbiamo letto sui giornali, ne è la plastica rappresentazione.
Dobbiamo allora rassegnarci solo alla presenza di pochi, grandi, operatori, che comunque hanno una maggiore diversificazione dei portafogli e sono oggettivamente in grado di offrire servizi più sofisticati?
Probabilmente anche nella politica bancaria è arrivato il tempo della terza via, e cioè garantire e conservare una pluralità di soggetti in grado, si passi l’espressione, di non costringere a fare la spesa solo e soltanto al supermercato.
Sfida difficile in un momento dove la preoccupazione maggiore è salvare il salvabile e trovare qualche buon samaritano che con il sostanzioso aiuto dei soldi pubblici si carichi i fardelli dei default.
Ma le future regole dovranno anche guardare a questo bisogno di “pluralismo” per non finire come l’artigiano tessile del quale parlano nel loro libro Guido Maria Brera ed Edoardo Nesi. Per giustificare la riduzione del fido, il direttore della filiale gli spiega che la decisione è stata presa a Milano, processando un algoritmo che non valuta il merito di credito di ogni singola impresa, ma considera la situazione economica complessiva dell’area e del settore in cui opera. Il consiglio del direttore è di ingannare l’algoritmo, spostando la sede legale da Prato a Sesto Fiorentino, che è fuori dall’area di crisi del settore tessile e perciò, da Milano, il programma informatico non la considera a rischio.

RAFFAELE LUNGARELLAlungarella laureato in scienze statistiche ed economiche, è stato docente a contratto di economia applicata nell’università di Modena e Reggio Emilia, dove è stato anche cultore della materia di economia politica. Ha diretto il nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici della regione Emilia-Romagna; dello stesso ente è stato responsabile dei servizi politiche abitative e lavori pubblici. È stato anche responsabile del servizio finanziamenti per l’innovazione tecnologica di una società finanziaria. Ora è in pensione. 

FRANCESCO VELLAvella è ordinario di Diritto Commerciale presso l’Università di Bologna. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in diritto commerciale ha insegnato nella Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Modena dove è divenuto professore associato nel 1992 e straordinario nel 1998 . Nel 1998 diviene professore ordinario presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, dove attualmente insegna nel corso di laurea in Scienze Giuridiche, nella Scuola di Specializzazione delle professioni forensi e nel Master per giuristi d’impresa.E’ membro della redazione delle riviste “Giurisprudenza Commerciale”, “Banca Borsa, Titoli di Credito”, “Banca, impresa e Società”, “Mercato Concorrenza e Regole” e della direzione della rivista “Analisi Giuridica dell’economia” alla cui fondazione ha contribuito . E’ tra i soci fondatori dell’Associazione Disiano Preite per lo studio del diritto d’impresa.Ha avuto esperienze di pratica professionale nel campo del diritto bancario e del diritto dei mercati finanziari ed è stato chiamato, in qualità di amministratore indipendente, a far parte del consiglio di amministrazione della Banca Bipop dal febbraio 2002 all’aprile 2002.

Dondolando fra le nuvole sul ponte di vetro più lungo del mondo, in Cina

Basta dire ponte di vetro per farsi venire le vertigini. Aggiungeteci che è il più lungo al mondo, a strapiombo su un canyon profondo 230 metri (come un grattacielo di 66 piani), ed è anche «dondolante» e il mancamento è assicurato. 

Ha inaugurato alla vigilia di Natale nella provincia di Hebei uno spettacolare ponte lungo 488 metri che collega due speroni della Hongyagu Scenic Area con 1.077 lastre di vetro: una passerella progettata per oscillare, dove il mal d’aria è assicurato anche per i più impavidi. 

 

 

 

Non guardare in basso sarà impossibile. Ma per superare indenni il percorso sarebbe meglio lasciarsi stregare dal panorama circostante e dall’incredibile spettacolo offerto dalla natura. 

 

Il ponte si trova vicino ad un altra passerella in vetro che costeggia la montagna, dotata di infami «effetti speciali»: in alcuni punti, infatti, fra le lastre in vetro sono stati installati degli schermi che fanno «crepare» il vetro sotto ogni passo. 

Ma anche se si tratta di un «effetto cinematografico», in certi momenti è difficile distinguere la realtà dalla finzione. 

 

GUARDA IL VIDEO Ponte di vetro “si rompe” sotto i piedi, panico dei turisti e della guida  

 

 

 

Il ponte Hongyagu pesa 70 tonnellate e ogni pannello in vetro è spesso 1,5 pollici. Potrebbe supportare un massimo di 2 mila persone, tuttavia – per garantirne la sicurezza – è consentito il passaggio di solo 500 turisti alla volta. 

 

Una «precauzione» per evitare che faccia la fine del ponte di vetro costruito sul Zhangjiajie Grand Canyon, costretto a chiudere lo scorso anno dopo appena 13 giorni di apertura a causa dell’elevato numero di turisti che lo avevano preso d’assalto, causando problemi di sicurezza.(NOEMI PENNA La Stampa)

 

 

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Italiani sempre più pessimisti: il 2018 ancora difficoltà economiche

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Amaro Lucano, Coca Cola diventa distributore esclusivo per l’Italia degli spirits del gruppo

 

 

Offrire agli spirits del gruppo Amaro Lucano 1894 il passepartout per il successo mondiale, provando ad ottenere la stessa popolarità di uno dei cocktail più famosi al mondo, il cubalibre.Amaro Lucano lancia il suo nuovo "vecchio" sito

Il mix del rum con la coca cola che affonda le radici nella Cuba del primo 900, non fu altro che il frutto di una joint venture dalla quale nacque l’idea vincente. A distanza di un secolo una nuova partnership con gli stessi obiettivi, quella tra Coca Cola Hbc Italia e Gruppo Lucano 1894. Saranno infatti il bianco e rosso dell’etichetta Coca Cola, i colori dei rivestimenti degli autotreni che distribuiranno a partire dal primo febbraio, i prodotti del Gruppo Lucano in tutto il mondo. Coca-Cola Hbc Italia, principale produttore e distributore delle bevande a marchio The CocaCola Company nel Paese, sarà il nuovo distributore esclusivo per l’Italia nel canale Out of Home degli spirits di proprietà del Gruppo Lucano, dal famoso Amaro al Limoncello. La Coca Cola nuovamente sceglie di investire in Basilicata dopo aver acquisito nel 2006 dalla joint-venture tra Coca-Cola Hbc Italia e the Coca-Cola company, lo stabilimento Fonti del Vulture fondato nel 1896 da Antonio Traficante. Adesso è la volta degli alcolici del Gruppo Lucano. (La Nuova Sud)Pubblicità anni '60 Coca Cola

Amaro Lucano, accordo con Coca Cola per la distribuzione

Intesa con la multinazionale. Dal 1 febbraio sarà distriutore esclusivo per l’Italia

 

Partnership tra Amaro Lucano e Coca Cola. Dal 1 febbraio Coca-Cola HBC Italia  sarà distributore esclusivo per l’Italia nel canale Out of Home degli spirits, di proprietà del Gruppo Lucano.

L’Amaro Lucano sbarca negli Stati Uniti

“Questa partnership segna per Coca-Cola HBC Italia un momento importante all’interno della sua strategia di Total Beverage Company” ha commentato Vitaliy Novikov, General Manager Coca-Cola HBC Italia. “La forza distributiva di Coca-Cola HBC Italia, unita ad un brand iconico come Amaro Lucano, darà vita ad una realtà completamente nuova per il mercato italiano degli spirits”.
“Per l’azienda Lucano e per la mia famiglia, che la guida da quattro generazioni – ha commentato il presidente del Gruppo Lucano, Pasquale Vena – è motivo d’orgoglio aver stretto un accordo con una delle più grandi multinazionali al mondo che ha apprezzato proprio la nostra lunga storia imprenditoriale e il forte legame con il territorio e la cultura italiana”. (Repubblica)

Coca-Cola distribuirà l’amaro Lucano

Coca-Cola distribuirà l'amaro Lucano

 

La compagnia Coca-Cola Hbc Italia diventa dal primo febbraio distributore esclusivo per l’Italia nel canale ”Out of Home” degli ‘spirits’ di proprietà del Gruppo Lucano 1894 con sede a Pisticci (Matera), storica azienda conosciuta per il marchio Amaro Lucano. Le due società hanno deciso di porsi come ”interlocutori prestigiosi per il mondo della ristorazione e della mixology con un portafoglio prodotti che oltre allo storico Amaro Lucano, vedrà protagonisti nel canale fuori casa Limoncetta di Sorrento Igp, la Linea Anniversario (Amaro, Limoncello, Sambuca e Caffè), la Linea F.lli Vena (Mirto, Nocino e Liquirizia), oltre ai distillati Grappa Barocca e Grappa Passione Bianca”, secondo quanto reso noto da un comunicato.

”Questa partnership segna per Coca-Cola Hbc Italia un momento storico importante all’interno della sua strategia di Total Beverage Company”, afferma Vitaliy Novikov General Manager Coca-Cola Hbc Italia, aggiungendo che ”la forza distributiva di Coca-Cola Hbc Italia, unita ad un brand iconico come Amaro Lucano, darà vita ad una realtà completamente nuova per il mercato italiano degli spirits”.

coca cola
 

”Per l’azienda Lucano e per la mia famiglia, che la guida da quattro generazioni, è motivo d’orgoglio aver stretto un accordo con una delle più grandi multinazionali al mondo che ha apprezzato proprio la nostra lunga storia imprenditoriale e il forte legame con il territorio e la cultura italiana, che rimangono imprescindibili – sottolinea il presidente del Gruppo Lucano Pasquale Vena -. Questa partnership rappresenta un’opportunità di ulteriore grande crescita dei nostri prodotti nel mondo della ristorazione e della mixology dove sono già ben presenti e apprezzati”.

Amaro Lucano, storia di una famiglia 
Leonardo Vena: «La passione ci distingue»

Dal bisnonno Pasquale, che miscelò erbe da tutto il mondo, all’azienda di oggi. La storia dell’amaro Lucano oscilla tra Italia, Basilicata, Stati Uniti, con le quattro generazioni di famiglia Vena a portarla avanti

 

Ad aprile si svolgerà a Milano la Lucano “Us Competition”, contest tra i bartender americani alle prese con cocktail a base di Amaro Lucano. Scelti tra i migliori attraverso semifinali a New York, Chicago e Los Angeles, città dove l’antica azienda lucana ha il maggior mercato. Lucano è il frutto della storia della famiglia Vena che, per generazioni e senza mai saltarne una, vi si è dedicata.

«Il primo amaro l’ho bevuto a cinque o sei anni, di nascosto dal papà nell’azienda di famiglia – confessa Leonardo Vena, oggi amministratore delegato del gruppo insieme al fratello Francesco – e in azienda abbiamo passato molto tempo da bambini, correvamo tra le scrivanie degli impiegati, giocavamo e facevamo i compiti. Il tutto ebbe inizio da mio bisnonno Pasquale nato nel 1871 che aveva moltissimi fratelli, una decina in tutto, e vivevano a Pisticci».

Amaro Lucano, storia di una famiglia  Leonardo Vena: «La passione ci distingue»

«Molti di loro – prosegue Leonardo – andarono a Napoli intorno al 1880 e da lì alcuni si imbarcarono per gli Stati Uniti. Immagini che a novembre 2016 per fare una sorpresa a mio padre per il suo sessantesimo compleanno abbiamo rintracciato, tra l’America, il comune di Pisticci e Facebook, tutti i Vena e abbiamo fatto una riunione di famiglia nel New Jersey, eravamo una cinquantina».

«Mio bisnonno – prosegue nel racconto – non si imbarcò per Staten Island ma restò a Napoli dove trovò lavoro come garzone di pasticceria e frequentò una scuola di botanica, la celebre “Scuola salernitana”, e imparò tutto sulle erbe officinali. Tornato al paese aprì un bar e una piccola ditta di liquori, la “Pasquale Vena e figli” e nel 1894 fonda l’azienda “Lucano del Cavalier Pasquale Vena” che produceva diversi liquori; lui era pasticcere e si intendeva di erbe, ne ha utilizzate provenienti da tutto il mondo. Ci siamo chiesti spesso come avesse fatto, e ci siamo risposti che Napoli era un vero porto di mare all’epoca.

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«Poi – prosegue il racconto di Leonardo – mio nonno Leonardo e suo fratello Giuseppe hanno preso in mano il laboratorio e hanno fondato l’azienda vera e propria. Per ricordare tutto questo tra un anno apriremo il museo Vena a Pisticci in Basilicata. Il fratello Giuseppe era quello che usciva con il furgoncino (le cui foto sono appese ai muri del Lucano Bar, nuovo showroom a Milano) che il padre riempiva e non doveva tornare sino a che non era vuoto, girava tra Basilicata e Puglia vendendo anche amaro sfuso. All’epoca l’amaro era un mezzo medicinale, un toccasana».

Leonardo Vena - Amaro Lucano, storia di una famiglia  Leonardo Vena: «La passione ci distingue»

Leonardo Vena

«Sospesa la produzione durante le guerre – continua – dopo la seconda guerra mondiale aumenta il volume di vendite, conquistando altre zone; arriva il primo stabilimento allo scalo di Pisticci. La spinta vera si ebbe negli anni sessanta-settanta con la réclame televisiva». I Vena furono precursori nel campo della pubblicità che faceva crescere vendite e quindi produzione anche con altri prodotti legati al dopo pasto».

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«Oggi tutta la famiglia – racconta incessante Leonardo – è impegnata in azienda: mamma Rosistella Provinzano è presidente, dopo aver gestito con il marito quindici anni di attività, quando morì il nonno; un momento di grandi cambiamenti, negli anni novanta-duemila, poi i figli ormai adulti entrarono in azienda. Ma dal basso. Abbiamo condiviso un patto di famiglia e ognuno di noi figli ha fatto un percorso di studi, un’esperienza all’estero e ha lavorato in un’altra azienda. Io ad esempio come brand manager alle Tre Marie che, nel food, ha dinamiche simili alle nostre». 

Oggi Leonardo e il fratello Francesco sono entrambi amministratore delegato. Il primo con deleghe sulla parte commerciale, marketing ed estero, il secondo su quella contrattuale, legale e produttiva, mentre la sorella Letizia è nel team di marketing. Un’esperienza formativa completa, che i Vena trasferiscono ai loro collaboratori con passione: «Mi piacerebbe – dice Leonardo – che tutti lavorassero come se l’azienda fosse loro, ma mi rendo conto che sia quasi un sogno. Non tutti possiamo essere Steve Jobs. Vorrei anche che ci fosse più tecnologia, nuovi sistemi di lavoro che migliorino la qualità della vita in azienda e vedere le persone contente del posto in cui lavorano. Abbiamo strada da fare, ma siamo in cammino».

Amaro Lucano, storia di una famiglia  Leonardo Vena: «La passione ci distingue»

Sullo sviluppo commerciale annuncia obiettivi chiari: «Vorrei conquistare gli Stati Uniti nel vero senso della parola. Dove siamo presenti andiamo bene, ma non basta. È poi c’è il progetto Cina, dove Lucano è leader di mercato. Tra gli altri Paesi dove vogliamo crescere c’è sicuramente la Germania, un grande mercato incredibile, impressionante per le quantità, dove si beve molto amaro, ci stiamo lavorando mettendo dei giovani a capo della rete commerciale. Credo molto nei giovani, nell’entusiasmo che hanno e nelle loro idee».

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In Italia Lucano fattura l’85% del totale ma vuole raggiungere il 25% di export. «In Italia – spiega Vena – l’amaro è un fatto legato alla regionalità, la media è un amaro a provincia. Alcuni sono più famosi all’estero che da noi. Dico sempre che gli italiani hanno inventato gli amari e gli americani insegnano a berlo», afferma parlando delle nuove tendenze del bartendering. «Il 12 e 13 marzo al Palazzo del ghiaccio di Milano – continua – presenteremo il libro di Brad Thomas Parsons “Amaro”: il grande esperto si è appassionato al mondo degli amari che oggi sono protagonisti della mixology». 

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«È un futuro anche commerciale – spiega Leonardo – anzi un presente, l’ho capito in prima persona andando in America o a Londra città da cui tutto parte. Combinazioni di sapori ed erbe che si mixano benissimo con altri spirits, dal gin alla tequila al whisky. Un mondo dei giovani che si avvicina al nostro prodotto». Anche in cucina l’amaro può essere protagonista nelle preparazioni. «Con Bruno Barbieri – racconta – avevamo fatto delle ricette con l’amaro o riduzioni per cuocere le carni, è adatto anche nei dolci o come guarnizione del gelato, suggerisco anche il Tiramisù all’amaro».

E alla fine della chiacchierata ci svela il suo cocktail preferito: «Il Negroni, ovviamente con amaro Lucano al posto del bitter. E ghiaccio a grandi cubetti».

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Calenda blocca i 3 milioni per IsiameD e chiede una verifica Ue

Calenda blocca i 3 milioni per IsiameD e chiede una verifica Ue

Nuovo capitolo dell’affaire IsiameD​​. Il ministro ​​C​arlo C​alenda fa sapere con un tweet che i 3 milioni stanziati per il digitale e concessi alla società di Gian Guido Folloni restano fermi​ (per il momento)​, in attesa della verifica di Bruxelles. Tutto era iniziato con il tweet del direttore dell’AgiRiccardo Luna: ​”Un emendamento della manovra dà 3 milioni a IsiameD per “promuovere il modello digitale italiano”. Ministro @CarloCalenda può aiutarci a capire di cosa si tratta?”.



​Calenda aveva riposto: “Emendamento parlamentare mai dato parere positivo. Non ne sapevo nulla finché non segnalato da voi. Non ho la più vaga idea di cosa sia. Mi sembra una roba stravagante, a dir poco.”

​”Come può un Ministro dire: non sapevo nulla!? Chi controlla contenuto finale delle norme in fase di approvazione definitiva??!! Non si può governare così un Paese”, ha commentato un utente.

​Calenda, molto presente su Twitter, ha subito replicato: “​Antonio il parlamento è sovrano. I Ministeri possono essere chiamati a dare un parere che però può essere ignorato. In questo caso nessuno ha chiesto al Mise di dare un parere​​.​”​

 

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​Un altro utente ha però chiesto nuove spiegazioni​ al ministro: ​”​Grazie a @MagdaZanonii su FB abbiamo saputo che l’emendamento è stato approvato dal vice ministro #morando e non vi è stata discussiome in commissione ne modifica in aula quindi direi che possiamo chiedere a @CarloCalenda quali siano le ragioni per il finanziamento #isiamed​”​.

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​Calenda ha risposto, ancora una volta prontamente:​ ​”​In che senso? Morando non è mica un VM del Mise! Ripeto come per proroga concessioni ambulanti ed altre amenità simili il parlamento è sovrano. Quando il MISE è stato coinvolto ha dato parere negativo”.​
 

​Infine, arriviamo a ieri, quando un utente ha chiesto a Calenda di agire per riprendere i 3 milioni concessi a IsiameD: ​”​@CarloCalenda #IsiameD Buongiorno signor Ministro, prima dello scioglimento di camere e governo, non è possibile fare un esposto alla #cortedeiconti su questo emendamento? Capisco che lei non ne sapeva nulla ma la domanda già fatta prima rimane, può porre rimedio? #rivogliamo3mil​”​.

​Calenda ha subito accettato la sfida: “​Da verificare la compatibilità con le norme europee. Domani ci lavoro​”​.​ ​​Oggi, come promesso, il ministr​o​ ha scritto:​​ ​”​Dato mandato di procedere alla notifica a Bruxelles e di verificare la compatibilità con regime aiuti di stato. Nel mentre i finanziamenti a IsiameD restano fermi.​”

(Alessandro Albanese Ginammi – Formiche.Net)

 

ALADEN

Mps, la Bce accende un faro sul Tesoro. Rumors

Suscita “preoccupazione” la massiccia rappresentanza in consiglio del Ministero dell’Economia

Mps, la Bce accende un faro sul Tesoro. Rumors

 

Il nuovo assetto di governo del Montepaschi e’ finito nel mirino della Vigilanza unica europea (Ssm) della Bce. Suscita “preoccupazione” la massiccia rappresentanza in consiglio del Ministero dell’Economia, azionista con il 68,3% del capitale a seguito della ricapitalizzazione precauzionale da complessivi 8,1 miliardi. Lo scrive Il Messaggero spiegando che con l’assemblea straordinaria del 18 dicembre che ha modificato lo statuto per aprire le porte allo Stato, il Mef ha nominato 11 consiglieri su 14, indicando Stefania Bariatti alla presidenza e Antonino Turicchi, dirigente generale della direzione finanza e privatizzazioni di via XX Settembre alla vicepresidenza.

marco morelli mps jpmorgan bmps vignette caricature

 

Nella lettera della Bce del 19 dicembre indirizzata a Mps e per conoscenza a Bankitalia, con la quale ha dato il benestare al nuovo statuto, pero’, Francoforte manifesta le sue riserve. “Per quanto riguarda le modifiche proposte al meccanismo di nomina del cda”, si legge nella lettera di due pagine e mezza firmata da Pedro Gustavo Teixeira della segreteria del Governing Council di cui Il Messaggero e’ venuto in possesso, “la Bce osserva che gli emendamenti proposti possono sollevare preoccupazioni di vigilanza sull’elevato numero di amministratori che provengono da una lista”.

L’Ssm non fa nomi ma e’ evidente il riferimento allo squadrone del Mef, visto che la lista di minoranza numero 2 presentata da Generali Investments Europe spa, azionista con il 4,3%, ha indicato tre nomi. Anche se nella missiva non si fa menzione, deve aver sollevato perplessita’ anche la circostanza che presidente e vicepresidente – sono appannaggio del primo azionista. Questa supremazia si riflette nei comitati endo-consiliari e potrebbe soffocare la dialettica interna che Bce vuole sia rispettata sempre. (Affariitaliani)

Monte dei Paschi di Siena/ Mps, la lettera della Bce sulla composizione del cda (oggi, 29 dicembre)

Monte dei Paschi di Siena news. Mps, in Borsa si attesta a quota 3,9 euro. La lettera della Bce sulla composizione del cda.

Monte dei Paschi, LapresseMonte dei Paschi, Lapresse

LA LETTERA DELLA BCE SULLA COMPOSIZIONE DEL CDA

Mps in Borsa cede lo 0,8%, attestandosi a quota 3,9 euro ad azione. Milano Finanza ricorda la compagine azionaria di Montepaschi, con il Tesoro al 68,25%, Generali al 4,32%, Blackrock allo 0,12% e altri fondi con meno dello 0,1% del capitale. Secondo quanto scrive Il Messaggero, la vigilanza unica bancaria europea, che fa capo alla Bce, avrebbe espresso a Rocca Salimbeni delle perplessità sulle modifiche che sono state apportate, nello statuto, al meccanismo di nomina del cda. “La Bce osserva che gli emendamenti proposti possono sollevare preoccupazioni di vigilanza sull’elevato numero di amministratori che provengono da una lista”. Considerato che su 14 consiglieri, 12 rappresentano il Tesoro, il riferimento dell’Eurotower alla forte presenza del ministero dell’Economia e della Finanze nei vertici della banca sembra essere poco velato. 

IL RUOLO DEL PRIVATE BANKING PER IL RILANCIO

A quanto pare per il rilancio di Montepaschi il private banking avrà un ruolo cruciale. È quanto emerge da un’intervista che Class Cnbc ha realizzato a Federico Vitto, responsabile del Wealth Management di Mps, il quale ha spiegato che per il 2018 il trend del settore sarà ancora la diversificazione, con una parte del portafoglio dedicata ad asset poco volatili e facilmente liquidabili in tempi brevi. “Pensiamo che il prossimo anno potrà essere interessante anche per gli strumenti che offrono protezione: in caso di turbolenze sarà importante giocare di rimessa. Dall’altra parte, se si vuole costruire un rendimento medio interessante, bisognerà interessarsi ad asset class innovative”, ha aggiunto.

mps-tuttacronaca

A contraddistinguere il private banking di Mps, secondo Vitto, sarà la capacità di offrire “vera consulenza”. “In un mondo in cui gli investitori hanno persino troppe informazioni, diventa fondamentale la sintesi, capire cosa orienta il mercato e distinguere le opportunità dai rischi”, ha sottolineato, ricordando come gli elementi premianti per attrarre e fidelizzare la clientela sarà la capacità di leggere le sue esigenze. Il manager ha anche evidenziato come la capacità di lavorare in situazioni difficili che i banker del gruppo Montepaschi hanno avuto nei mesi scorsi possa essere orientata “non più a difendere le nostre posizioni ma ad attaccare. Vogliamo fare sì che questo patrimonio di capacità, di lettura e di servizio al cliente possa accompagnarci verso un terreno nuovo. Partiamo quindi dalla consapevolezza per arrivare all’azione, che riteniamo possa darci i frutti di cui abbiamo bisogno e che sentiamo di meritare”.

MPS: per la BCE rappresentati del Tesoro nel CdA Monte dei Paschi sono eccessivi

Ancora rilievi dalla BCE al Monte dei Paschi e il titolo reagisce con nervosismo

Ancora rilievi dalla BCE al Monte dei Paschi e il titolo reagisce con nervosismo

Non c’è pace per il Monte dei Paschi. Secondo indiscrezioni di stampa apparse su Il Messaggero, la Vigilanza unica europea (SSSM) della BCE avrebbe espresso alcuni dubbi sulla governance dell’istituto. Per il quotidiano romano, la Banca Centrale Europea ritiene che i rappresentanti del Tesoro nel consiglio di amministrazione della banca toscana siano troppi. Il Tesoro, a seguito dell’aumento di capitale precauzionale di Monte dei Paschi, è azionista al 68,3% della banca toscana e ha espresso 11 membri del consiglio di amministrazione su un totale di 14. In una lettera che la BCE ha inviato a Monte dei Paschi dopo l’assemblea della banca toscana che si è tenuta lo scorso 18 dicembre, l’EutoTower ha messo in evidenza il fatto che gli emendamenti proposti potrebbero sollevare preoccupazioni di vigilanza sull’elevato numero di amministratori che provengono dalla lista del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il titolo Monte dei Paschi in borsa oggi sta segnando un calo dell’1,07% in un contesto caratterizzato da una generale debolezza sugli indici. (Investireoggi)

Nardi

Tonfo MPS: perché BCE teme la nuova struttura azionaria

Le azioni MPS in forte ribasso a Piazza Affari nel giorno in cui la BCE ha espresso tutte le sue perplessità sulla nuova composizione azionaria del Monte.

Tonfo MPS: perché BCE teme la nuova struttura azionaria
 

Le azioni MPS viaggiano in forte ribasso sulla Borsa di Milano, proprio nell’ultima sessione di un 2017 decisamente impegnativo per il Monte.

Stando a quanto riportato dalle più recenti notizie di stampa, la BCE avrebbe espresso a Rocca Salimbeni tutte le sue perplessità in merito alla nuova composizione azionaria dell’istituto.

Ricordiamo che, dopo il salvataggio della banca e dopo l’esclusione (prima) e la riammissione (poi) delle azioni MPS sulla Borsa Italiana, lo Stato è entrato a far parte del capitale societario, salendo fino al 68,25%.


(Azioni MPS nell’ultima sessione dell’anno)

La composizione azionaria di Monte dei Paschi è dunque così composta:

  • Tesoro: 68,25%
  • Generali: 4,32%
  • Blackrock: 0,12%
  • Altri fondi: sotto lo 0,1%

Stando a quanto riportato in mattinata da Il Messaggero, la BCE – o meglio la vigilanza unica bancaria – avrebbe espresso dubbi circa le modifiche apportate allo statuto del Monte e anche in merito alle nomine interne al Consiglio di Amministrazione.

Si è parlato di preoccupazioni derivanti dall’alto numero di amministratori provenienti da un’unica lista – un riferimento più che ovvio al Tesoro, che può ormai contare su 11 dei 14 consiglieri totali del Cda.

Il titolo MPS ha aperto l’ultima sessione dell’anno sotto la parità, ma nel momento in cui le notizie sulle preoccupazioni della BCE sono iniziate a circolare esso ha accentuato i ribassi ed è arrivato a perdere oltre il punto percentuale. Al momento della scrittura le azioni MPS viaggiano con una perdita dell’1,02% su quota 3,89 euro.

Warren Buffett: l’innovatore che scommette sulle donne – (seconda parte)

È l’amico che ogni startupper vorrebbe avere, non importa che abbia quasi novant’anni. È lui il mentore la cui approvazione può valere all’istante svariati milioni di dollari, perché se Warren Buffett decide di scommettere su di te, vuol dire che allora farai molta strada, basta dare un’occhiata ai suoi protetti, da Bill Gates a Brian Chesky, fondatore di Airbnb.

D’altra parte non è tipo che sbaglia spesso Buffett, soprattutto quando si parla di soldi innovazione, tanto da essersi guadagnato per la sua abilità negli investimenti, il soprannome di “Oracolo di Omaha”, la sua cittadina natale nel profondo Midwest degli Stati Uniti dove ancora oggi vive per una buona parte dell’anno, nella stessa casa acquistata all’inizio degli anni ’50 per poco più di 31mila dollari. Morigeratezza è infatti una delle parole d’ordine di Buffett, che ha diseredato la nipote per aver partecipato ad un reality per ereditieri in cui faceva bella mostra del suo stile di vita lussuosamente sopra le righe.

«Le macchine non mi interessano e il mio obiettivo non è rendere gli altri invidiosi, non bisogna confondere il costo di vita con la qualità della vita», ha dichiarato Buffett che fino ad una decina di anni fa, come CEO della Berkshire Hathaway, holding da lui fondata, percepiva uno stipendio base di 100mila euro, una cifra parecchio contenuta se paragonata agli stipendi stellari di altri magnati, soprattutto considerando che il fatturato della società sfiora i 224 miliardi di dollari di fatturato.Berkshire Hathaway chairman and CEO Warren Buffett tours the exhibit floor before presiding over the annual shareholders meeting Saturday in Omaha, Neb.

«Alla mia età la cifra che hai in banca non conta più niente, se nessuno ha una buona opinione di te, vuol dire che la tua vita è un disastro»

Warren Buffett

D’altronde, come ha più volte ripetuto, «Alla mia età la cifra che hai in banca non conta più niente, se nessuno ha una buona opinione di te, vuol dire che la tua vita è un disastro». Un’affermazione coerente con il suo impegno filantropico. Nel 2006 Buffett si era fatto promotore insieme a Bill Gates del Giving Pledge, l’appello lanciato agli ultramiliardari del mondo di donare gran parte del proprio patrimonio in beneficenza. «Voglio lasciare ai miei figli abbastanza perché possano fare tutto ciò che vogliano, ma non abbastanza da poter permettersi di non fare niente», tanto che Buffett aveva addirittura dichiarato che, nel tempo, avrebbe donato tutte le sue quote della Berkshire Hathaway, promessa che sembra stia mantenendo. Per ora ha donato in beneficienza il 40% delle sue quote e dall’inizio del 2017 l’Oracolo di Omaha ha già donato oltre 3 miliardi di dollari alla Bill & Melinda Gates Foundation e alle quattro fondazioni da lui create a nome della prima moglie e dei figli.warren_buffett.jpg

Voglio lasciare ai miei figli abbastanza perché possano fare tutto ciò che vogliano, ma non abbastanza da poter permettersi di non fare niente

Warren Buffett

Eppure, con il suo patrimonio netto da 78,9 miliardi di dollari, Warren Buffett è in vetta alla classifica diForbes delle persone più ricche del mondo, secondo solo al suo amico Bill Gates.

Classe 1930, figlio di un membro del Congresso degli Stati Uniti, Buffett ha iniziato la sua carriera in finanza fin da piccolissimo, la leggenda vuole infatti che abbia acquistato le sue prime azioni ad appena 11 anni e abbia fatto la sua prima denuncia dei redditi a 13, mentre a 15 avrebbe acquistato un appezzamento di terra che avrebbe poi affittato a dei contadini locali. A cambiargli la vita, permettendogli di entrare nel gotha della finanza mondiale è un libro: “The Intelligent Investor”, scritto da quel Benjamin Graham che sarà poi professore di Buffett alla Columbia University e diventerà suo mentore, invitandolo dopo l’università a lavorare per la Graham-Newman Corp., considerato da molti il primo vero hedge fund della storia.

Quando sarà il suo momento di andare in pensione, sarà proprio Graham a chiedergli di sostituirlo ai vertici del fondo, proposta che Buffett rifiuta: l’idea è tornare nella sua cittadina natale, Omaha. È qui che fonda la Buffett Partnership, un fondo d’investimento aperto dopo che alcuni parenti e amici gli affidano la gestione del proprio denaro.

paperone nel suo caveau

La costruzione dell’impero inizia così, tenendo bene a mente la strategia di Graham del cosiddetto “Value investing”, la ricerca di titoli sottovalutati da comprare e tenere per lunghissimi periodi, è così che riesce ad acquisire delle partecipazioni in alcuni dei più importanti gruppi americani, dalla Coca Cola alla Gilette, fino a McDonald’s, arrivando poi ad acquistare la Berkshire Hathaway, un’industria tessile in declino che lui trasforma in quella che diventerà una delle più potenti holding al mondo, oggi attiva in oltre 70 settori di business, dalla biancheria, fino ai Jet Privati con oltre 300mila dipendenti.

L’innovazione paziente

Amico, mentor, affascinato dai mille modi in cui l’innovazione può trasformare il mondo, se Warren Buffett è considerato un guru in Silicon Valley, tra gli ospiti d’onore più ambiti nei più importanti eventi sull’imprenditoria, è anche vero che il magnate del Midwest tende ad investire in aziende già avviate, aspettando che le startup escano dalla loro fase di lancio.

La chiave del successo, per lui è la prudenza, come racconta anche Brian Chesky: «Il consiglio che mi ha dato su Airbnb è stato, “arricchisciti lentamente”, anche se, nella nostra crescita di lento non c’è stato nulla».

Un suggerimento però che è molto in linea con la strategia di investimento di Buffett: «Insisto sempre che si debba investire molto tempo, ogni giorno, nello stare seduti a pensare. È una cosa che non è per nulla comune negli Stati Uniti. Io leggo e penso. Così facendo, prendo molte meno decisioni impulsive della maggior parte delle persone in questo business». Obiettivo, per Buffett: minimizzare il rischio, da qui l’ammirazione per Jeff Bezos, creatore di Amazon, in grado di differenziare la sua attività dall’investimento nel Washington Post, alla creazione di una sua agenzia spaziale privata, «È l’uomo d’affari più visionario e abile al mondo, non c’è nessun altro come lui».

Investi prima di tutto in te stesso

«Non c’è miglior investimento di quello in te stesso», su questo Buffett non ha dubbi. «Dai la priorità a ciò che ti fa stare bene, pensa prima di tutto alla tua salute e al tuo spirito, mangia sano, bevi molta acqua, leggi tanto e non smettere mai di imparare». Un approccio che Buffett applica anche al lavoro. «Capita spesso che le persone mi chiedano consigli su dove è meglio che vadano a lavorare e io rispondo sempre la stessa cosa: per chi ammirate di più». L’Oracolo di Omaha afferma infatti di essere stato il primo ad aver seguito questo consiglio. «Io ho imparato a mettermi in affari solo con persone che mi piacciono, di cui mi fido e che ammiro».

Una filosofia che ha cercato di portare anche in azienda, «Ci basiamo molto su un codice morale di comportamento, più che su decine e decine di regole», ha dichiarato Buffett che dai suoi dipendenti chiede, prima di tutto, onestà perché, ha spiegato, «per costruirsi una reputazione ci vogliono vent’anni, ma bastano appena 5 minuti per distruggerla».

E quando si parla di lavoro, l’Oracolo di Omaha ha un consiglio: «Nel mondo degli affari le persone che hanno più successo sono quelle che fanno ciò che amano», ha spiegato diverse volte. «Devi davvero pensare a cosa ti renderà orgoglioso della tua vita quando sarai vecchio e ti volterai indietro. Quella è la direzione giusta in cui andare».

Per costruirsi una reputazione ci vogliono vent’anni, ma bastano appena 5 minuti per distruggerla

Warren Buffettwarren buffett advice college grads

Scegli i tuoi eroi con cura

Se morigeratezza e pazienza sono due pilastri per costruirsi un futuro di successo, il terzo, secondo Buffett, riguarda le relazioni. «È meglio circondarsi di persone che sono migliori di te. Scegli di stare con persone il cui comportamento è migliore del tuo e molto facilmente andrai nella loro stessa direzione», ha dichiarato Buffett, secondo cui i rapporti interpersonali sono fondamentali per costruirsi un futuro di successo, un’esperienza che ha provato in prima persona grazie al sodalizio con il suo professore universitario, Benjamin Graham, il mentore che gli ha aperto le porte dell’élite finanziaria globale.

«Nella vita è molto importante scegliere quali sono i tuoi eroi. Lo chiedo sempre agli studenti universitari che incontro. “Dimmi chi sono i tuoi eroi e ti dirò che tipo di persona diventerai”». E tra i suoi eroi, l’Oracolo di Omaha annovera il padre e, ovviamente, proprio Graham, «È stato l’insegnante di investimenti più grande che ci si possa immaginare».

«La vita è una lotteria, avevo il 50% di probabilità di nascere femmina, con lo stesso quoziente intellettivo e lo stesso talento, il che però avrebbe ristretto moltissimo le mie possibilità di carriera»

Warren Buffett
 

Mary Rhinehart, a Berkshire CEO, is successfully running a $2.5B company in a male-dominated field 

warren buffett investment advice

 Il futuro è donna

Proprio per restituire un po’ del sostegno ricevuto agli inizi della carriera da persone affermate come Graham, Buffett ha deciso di diventare un mentore di alcune tra le menti più brillanti della Silicon Valley, dando priorità alle donne.

«Una delle ragioni del mio successo è che ho dovuto competere solo con la metà delle persone», ha spiegato, «la vita è una lotteria, avevo il 50% di probabilità di nascere femmina, con lo stesso quoziente intellettivo e lo stesso talento, il che però avrebbe ristretto moltissimo le mie possibilità di carriera, riducendola a quelle delle mie sorelle», ha affermato, ricordando che all’epoca i lavori per donne erano principalmente quelli di maestra, segretaria e infermiera.

«Le donne hanno lo stesso identico potenziale che hanno gli uomini, è nostro dovere aiutarle a liberarlo». Un’idea che ha portato avanti sin dagli anni ’50 quando alla University of Nebraska era diventato professore di un corso dal titolo Women and Investing, proprio indirizzato alle donne. Più di sessant’anni dopo, l’Oracolo di Omaha ha invece appoggiato il movimento globale Lean In, lanciato dalla COO di FacebookSheryl Sandberg per sostenere l’avanzamento femminile nei posti di lavoro, diventando mentor per le imprenditrici più promettenti della Silicon Valley.

«Guardate il progresso che abbiamo fatto come umanità negli ultimi 300 anni, usando solo la metà del nostro talento. Voglio dire, immaginatevi cosa succederà quando saremo in grado di utilizzare tutto il talento, al 100%». (Morning Future)

12 lezioni da un libro del 1937 che a detta di Warren Buffett gli ha cambiato la vita

Secondo Warren Buffett, gli insegnamenti di Dale Carnegie lo hanno aiutato a superare la sua goffaggine nei rapporti sociali. Paul Morigi/Getty Images

 

 
  • Warren Buffett, CEO di Berkshire Hathaway, attribuisce agli insegnamenti di Dale Carnegie il merito di avergli cambiato la vita
  • Buffett studiò il libro di Carnegie Come trattare gli altri e farseli amici quando aveva quindici anni
  • I principi fondamentali del libro spiegano come persuadere gli altri mediante il fascino e la fiducia invece che l’aggressività

    All’età di quindici anni, Warren Buffett trovò una copia del libro di Dale Carnegie Come trattare gli altri e farseli amici(edizione originale: How to Win Friends & Influence People) su uno scaffale della libreria di suo nonno.

    Come scrive Alice Schroeder nella sua biografia dell’investitore miliardario, The SnowballBuffett aveva difficoltà a integrarsi al liceo, dunque trovò il titolo del libro davvero irresistibile.

    Iniziò a sperimentare le tecniche di Carnegie e, seppure non abbia vinto da un giorno all’altro la propria goffaggine nei rapporti sociali, scoprì che tutti i consigli forniti nel libro funzionavano per lui e li assimilò.

    Diversi anni dopo, all’inizio della sua carriera, avrebbe frequentato un corso tenuto dallo stesso Dale Carnegie, che l’avrebbe formato a superare la sua paura di parlare in pubblico e a diventare un comunicatore più bravoseguendo i suoi principi. A tutt’oggi il diploma di quel corso è l’unico che Buffett tiene appeso nel suo ufficio. Come ha dichiarato nel documentario della HBO Becoming Warren Buffett, l’investitore attribuisce agli insegnamenti di Carnegieil merito di avergli cambiato la vita.

    Leggi anche: Warren Buffett spiega il suo metodo di investimento che potete seguire facilmente anche voi

    Come trattare gli altri e farseli amici fu pubblicato nel 1937, e il suo linguaggio e i riferimenti che contiene sono datati. Sebbene non proponga alcuna idea radicale, i suoi spunti fondamentali sono altrettanto applicabili oggi quanto lo erano durante la Grande depressione, o quando un giovane e insicuro Buffett ne prese in mano una copia.

    Vi offriamo una sintesi di alcuni degli insegnamenti fondamentali del libro su come essere un leader apprezzabile, persuasivo e influente.

    1 Evita di criticare, condannare o lamentarti

    Qualunque idiota è in grado di criticare, condannare e lamentarsi – e la maggior parte degli idioti lo fa”, scrisse Carnegie. “Invece, ci vuole carattere e autocontrollo per essere comprensivi e capaci di perdonare.”

     

    Carnegie spiegò che chi occupa una posizione di leadership dovrebbe riconoscere le situazioni in cui un collaboratore non soddisfa le aspettative o l’approccio di un concorrente è inferiore al suo, ma dovrebbe farlo in modo tale da riconoscere ciò che funziona, evitando ogni risentimento e facilitando il miglioramento.

    2 Elogia gli altri per i risultati che ottengono

    “Le capacità appassiscono se le innaffi con le critiche; fioriscono se le innaffi con l’incoraggiamento”, scrisse Carnegie. Siate prodighi di elogi, consigliò, ma solo se sono autentici.

    “Ricordate: noi tutti bramiamo l’apprezzamento e il riconoscimento altrui e faremmo quasi qualunque cosa per ottenerlo”, disse. “Ma nessuno vuole la falsità. Nessuno vuole la piaggeria.”

    3 Sii empatico

    Carnegie scrisse che “l’unico modo che esista per influenzare gli altri è parlare di ciò che essi vogliono e mostrare loro come ottenerlo”.

    Riportò anche una citazione dal fondatore di Ford Motor Company Henry Ford: “Se esiste un segreto del successo, risiede nella capacità di assumere la prospettiva dell’altra persona e di vedere le cose dal suo punto di vista oltre che dal proprio.”

    Leggi anche: Imparare ad avere queste 15 capacità vi costerà tempo e fatica. Ma poi vi saranno utili per sempre

    4 Sii consapevole del valore del fascino

    Il magnate dell’acciaio Charles Schwab sosteneva che il suo sorriso valesse un milione di dollari – letteralmente.

    “E probabilmente stava sottostimando il suo valore reale”, scrisse Carnegie. “Perché la personalità di Schwab, il suo fascino, la sua capacità di piacere agli altri furono quasi totalmente responsabili del suo straordinario successo; e uno degli aspetti più incantevoli della sua personalità era il suo sorriso ammaliante.”

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    5 Incoraggia le persone a parlare di sé

    Carnegie disse che la maggior parte delle persone si lascia andare, anche nelle situazioni tese, se inizia a parlare di ciò che conosce. Vale a dire, di sé.

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    Ascoltare attentamente una persona “è uno dei complimenti più grandi che possiamo fare a chiunque”, scrisse Carnegie.

    6 Sappi riconoscere quando dare suggerimenti invece di ordini diretti

    Carnegie era venuto a sapere che l’industriale Owen Young, invece di gridare ordini ai suoi subordinati, li guidava con suggerimenti (“Potresti considerare l’opportunità di…”) o domande (“Pensi che questa cosa funzionerebbe?”).

    “Dava sempre agli altri l’opportunità di fare le cose da sé; non diceva mai ai suoi assistenti di fare determinate cose; lasciava che le facessero, lasciava che imparassero dai propri errori”, scrisse Carnegie.

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    7 Riconosci i tuoi errori

    I migliori leader, disse Carnegie, non cadono nell’adulazione di sé stessi, apparendo come se fossero privi di difetti.

    “Ammettere i tuoi errori – anche quando non li hai corretti – può contribuire a convincere qualcuno a cambiare il proprio comportamento”, scrisse.

    Buffett, in questa immagine con il suo amico Bill Gates, è da tempo un relatore sicuro di sé e una personalità pubblica piena di fascino. Rick Wilking/Reuters

    8 Rispetta la dignità altrui

    Quando un leader stabilisce che un dipendente retroceda di livello o lo licenzia, disse Carnegie, deve riconoscere la sua dignità e non umiliarlo.

    Anche sul piano pratico, continuò, è nell’interesse del leader mantenere un buon rapporto con un dipendente che non ha funzionato in azienda, perché è possibile che le loro strade tornino a incrociarsi e anche che si ritrovino a lavorare di nuovo insieme.

    9 Non cercare di “vincere” nelle discussioni

    Anche se riesci a far crollare l’argomento di un’altra persona, in realtà non vinci nulla. Carnegie citò un vecchio proverbio: “Un uomo che viene convinto contro la sua volontà rimane della stessa opinione.”

    Se vuoi persuadere davvero una persona di qualcosa, spiegò, prima di tutto evita che nasca una discussione.

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    10 Sii cortese, indipendentemente da quanto l’altra persona è arrabbiata

    Rispondere all’aggressività con aggressività fa parte della natura umana. Tuttavia, disse Carnegie, sarai sorpreso da ciò che puoi ottenere solitamente quando ti comporti con correttezza e mantieni la calma mentre continui a cercare di persuadere l’altro, esprimendo apprezzamento per il suo punto di vista.

    Warren buffett on honesty

    Quantomeno, l’altro farà brutta figura mentre tu manterrai la calma e il controllo.

    11 Raggiungi un punto d’incontro prima possibile

    “Iniziate sottolineando – e continuate a sottolineare – i punti sui quali siete d’accordo”, scrisse Carnegie. “Continuate a sottolineare, se possibile, che entrambi state perseguendo lo stesso fine e che l’unica differenza tra di voi riguarda il metodo e non lo scopo.”

    12 Fai in modo che gli altri pensino che la conclusione a cui arrivate sia farina del loro sacco

    Nessuno può essere costretto a credere davvero in qualcosa, scrisse Carnegie, ed è per questo che le persone più persuasive conoscono l’efficacia dei suggerimenti rispetto alle pretese.

    Carnegie disse che dovresti piantare un seme e, quando è sbocciato, resistere all’impulso di prenderti il merito. ( Richard Feloni-Business Insider)

    Perché Warren Buffett non investe in bitcoin e in oro?

    L’investitore più famoso al mondo Warren Buffett ha deciso di non investire né in bitcoin né in oro. Come mai?

    Perché Warren Buffett non investe in bitcoin e in oro?

    Warren Buffet non investe in Bitcoin

    Warren Buffett non investe in criptovalute e non ha quindi partecipato alla grande scalata del Bitcoin, la cui quotazione ha sfiorato recentemente quota 20.000 dollari, non credendo nelle potenzialità delle monete digitali.

    Secondo l’Oracolo di Omaha il Bitcoin è un asset che non produce valoreed è dunque impossibile prevedere il suo andamento futuro. Per questa ragione la definisce una bolla sulla quale non è una buona idea investire.

    Nel marzo del 2014 Warren Buffet spiegò inoltre che l’enorme valore intrinseco che ha accumulato il bitcoin doveva essere solo uno scherzo, a suo avviso, dato che il bitcoin è un metodo di trasmissione di denaro, come gli assegni. Possono quindi gli assegni apprezzarsi solo perché permettono transazioni di denaro? Questa è sostanzialmente la domanda che si poneva Buffet.

    Warren Buffet non investe sull’oro

    Per capire meglio il punto di vista di Warren Buffett sul bitcoin spieghiamo il motivo che lo ha portato negli anni a non voler investire sull’oro.buffettgold01

    Il motivo principale resta lo stesso: l’oro non produce nulla. Buffet ammette che un piccolo utilizzo dell’oro esiste, per esempio ha un’utilità industriale e decorativa, che però è limitata ed incapace di assorbire la produzione.

    L’Oracolo di Omaha sostiene che l’oro è un asset proprio come lo furono i tulipani nel 17° secolo, ovvero non ha nessuna utilità. Per Warren Buffet anche l’oro è una bolla e acquista valore solo perché gli investitori credono che l’oro ne abbia e quindi continuano a immettere denaro su questa materia prima.

    È il cosiddetto “effetto carrozzone”, ovvero quando la gente fa una determinata cosa solo perché la maggioranza delle persone la sta facendo.

    Secondo Buffet è l’istinto del gregge a far sì che un’oncia d’oro possa valere così tanto. Quella oncia d’oro sarà la stessa per l’eternità:

    Se si possiede un’oncia d’oro per un’eternità, sempre un’oncia d’oro essa sarà fino alla fine

    Per chiarire ancora meglio la sua posizione sull’irreale valore dell’oro, Warren Buffett lo fa con un esempio durante la sua lettera annuale del 2011:Did luck make Warren Buffett a billionaire?

    Oggi la quantità di oro mondiale è di circa 170.000 tonnellate. Se tutto questo oro venisse unito formerebbe un cubo di circa 68 piedi per lato. A $1.750 per oncia (il prezzo dell’oro nel momento in cui Buffet scriveva, ndr) il suo valore sarebbe di $9,6 trilioni. Chiamiamo questa pila di cubi A.

    Creiamo ora una pila B che ha lo stesso prezzo. Per questo, potremmo acquistare tutti i terreni coltivati ​​negli Stati Uniti (400 milioni di ettari con una produzione di circa $200 miliardi l’anno), oltre a 16 Exxon Mobils (la società più redditizia del mondo, che guadagna più di $40 miliardi all’anno). Dopo questi acquisti, avremmo avuto circa 1 trilione di dollari in più. Riuscite a immaginare un investitore con $9,6 trilioni che sceglie la pila A invece della pila B?

    Il bitcoin e l’oro sono quindi, per Buffet, asset che non producono nulla. Il loro valore cresce solo perché le persone continuano a investirci del denaro. Sono quindi catalogate dall’Oracolo di Omaha delle “bolle”. (Lorenzo Baldassare – Money.it)

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    Berkshire (Warren Buffett) tocca 
    i 300mila dollari, +23% da gennaio

    Il titolo (mai suddiviso) della conglomerata dell’Oracolo di Omaha è cresciuto esponenzialmente in 50 anni. Nel 1962 valeva 7,5 dollari.

    Per Buffett la plusvalenza è impressionante se si pensa che il 12 dicembre del 1962 effettuò il primo ordine di acquisto di 2.000 azioni del gruppo. Pagò 7,50 dollari per ciascuna. Nel 1965 prese il controllo di quella che era un’azienda tessile in difficoltà e che ora produce componentistica per aeroplani, gestisce ferrovie e impianti energetici, possiede concessionari di auto, negozi di gioiellerie e – tra le altre cose – società immobiliari. Di Berkshire, Buffett ha una quota del 17% che vale 85 miliardi di dollari; prima di fare donazioni in beneficenza nel 2006, deteneva una partecipazione superiore al 30%. La corsa del titolo è stata ininterrotta: nel 1983 raggiunse i mille dollari, nel 1992 superò i 10.000 e nel 2006 raggiunse i 100.000 dollari per la prima volta. Un ano fa circa superò a livello intraday i 250.000 dollari. (Marco Sabella – Corriere della Sera)

    Die 7 Dividendenperlen von Warren Buffett

     

    Il 2017 di Warren Buffett: ecco cosa ha comprato, venduto e tenuto in portafogli

    Il 2017 di Warren Buffett: ecco cosa ha comprato, venduto e tenuto in portafogli
     
    Il 2017 è stato un anno decisamente impegnativo per Warren Buffett.

    Dai Buy, ai Sell, fino agli Hold in portafoglio, come sempre le sue mosse sono state seguite con attenzione dagli investitori internazionali e anche dai più curiosi. Ogni singolo investimento dell’Oracolo di Omaha è stato osservato minuziosamente, con l’obiettivo di sviluppare almeno la metà del suo fiuto per gli affari.

    A poco meno di un mese dalla fine dell’anno cerchiamo dunque di tirare le somme e di capire cosa ha davvero comprato, venduto e mantenuto in portafogli Warren Buffett in questo 2017.

    Cosa ha comprato

    Tra tutti gli investimenti compiuti nel 2017, uno più degli altri ha attirato l’attenzione del mercato. Mettendo da parte la sua avversione storica nei confronti del settore tech, Warren Buffett ha comprato 76,7 milioni di azioni Apple. La Berkshire Hathaway possiede ora 134 milioni di titoli di Cupertino, un bel balzo dai 57,36 milioni di fine 2016.

    Anche Bank of America ha ottenuto il favore dell’Oracolo di Omaha che ha aperto una nuova posizione sull’azienda comprando 700 milioni di azioni (alla fine del trimestre ne rimangono 679) al prezzo di 7,14 dollari ciascuna. Ad oggi il titolo scambia verso i 30 dollari: questo è soltanto un esempio di come Warren Buffett sia in grado di prevedere il corso del mercato azionario.

    Tra le società che hanno incontrato il parere favorevole dell’Oracolo di Omaha nel 2017 abbiamo trovato anche General Motors. L’investimento, in questo caso, è stato di 10 milioni di azioni.

    Anche Liberty SiriusXM A (LXSMA) ha potuto festeggiare l’interesse di Warren Buffett che si è gettato sull’azienda comprando una fetta di 13,6 milioni di azioni. Più ridotto, invece, l’investimento su Monsanto, dalla quale sono stati comprati 831,682 titoli.

    4,45 sono stati i milioni di azioni comprati dalla Southwest Airlines nel primo trimestre del 2017 – stiamo parlando dell’8% del totale societario.

    Nel 2017, tra l’altro, Warren Buffett ha aperto una serie di nuove posizioni tra cui quella su Store Capital, dalla quale ha acquistato 18,6 milioni di azioni durante il secondo trimestre dell’anno.

    Nuova posizione anche per quanto riguarda la Synchrony Financial, dalla quale l’Oracolo di Omaha ha comprato 20,8 milioni di azioni.Gli 8 uomini più ricchi del mondo

    Gli 8 uomini più ricchi del mondo

    Cosa ha venduto

    Tra le compagnie che non hanno riscontrato il favore di Warren Buffett nel 2017 troviamo sicuramente la American Airlines Group (AAG) della quale l’Oracolo di Omaha ha venduto nientemeno che 2,3 milioni di azioni. In realtà, nel secondo trimestre dell’anno l’investitore ha alleggerito la propria posizione su uno svariato numero di compagnie aeree.

    Anche la Charter Communications non ha entusiasmato Buffett nel corso del 2017. L’esperto ha infatti venduto circa 900.000 azioni, scendendo fino a possedere 8,5 milioni di titoli totali.

    Una delle mosse più “drammatiche” del 2017 è stata quella compiuta su General Electric, scaricata completamente dopo la liquidazione di ben 10,6 milioni di azioni. L’anno che si sta per concludere non è stato di certo tra i più facili per la società.

    Comprata nel 2011 ad un prezzo di 158-185 dollari per azione, IBM non si è dimostrata sufficientemente profittevole per Warren Buffett che ha così scelto di vendere ben 44 milioni di azioni societarie.

    Giù anche la quota in SiriusXM, della quale sono state scaricate 28 milioni di azioni, e quella in Wells Fargo (9 milioni le azioni vendute). Scaricata totalmente, invece, la 21st Century Fox, della quale Buffett ha venduto circa 9 milioni di titoli.

    Liquidata, nel terzo trimestre del 2017, anche la Wabco Holdings: l’investitore si è liberato di 3,37 milioni di azioni.

    Cosa ha mantenuto in portafogli

    Senza infamia e senza lode, la quantità di azioni Coca-Cola in portafoglio è rimasta pressoché invariata. Stesso discorso vale per Kraft Heinz Co, anche se in questo secondo caso il mantenimento del titolo nel 2017 di Warren Buffett è stato interpretato dai più come uno strong Buy.

     

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Welfare. Cattolica Assicurazioni lancia il congedo parentale a ore

Le mamme e i papà potranno rientrare in azienda in maniera graduale, con un minimo di mezza giornata di presenza. Così da conciliare al meglio i tempi della famiglia e quelli del lavoro
Cattolica Assicurazioni lancia il congedo parentale a ore

Nuovo accordo sindacale alla Cattolica Assicurazioni per la conciliazione tra prestazioni lavorative ed esigenze personali e familiari. Si tratta del “congedo parentale ad ore” che permette alle mamme di riprendere l’attività in azienda con gradualità dopo la gravidanza, organizzando in modo più efficace e sostenibile il ritorno professionale. Ciò che riguarda anche i papà.

La novità è che la cosiddetta “maternità facoltativa”, pari a sei mesi consecutivi o a 180 giorni frazionati nel corso dei primi sei anni di vita del bambino, che scattano una volta utilizzata quella “obbligatoria”, potrà essere usata anche a ore e non più a giorni, evitando la riduzione dello stipendio e sostenendo quindi il reddito familiare. Con il nuovo sistema le mamme o i papà potranno, già dal quarto mese del bambino, rientrare al lavoro con un minimo di mezza giornata di presenza, pur rimanendo assunti con un contratto full time.cattolica assicurazioni 

Negli ultimi cinque anni, si sono registrate mediamente nel gruppo 50 nascite l’anno. Quello sottoscritto dalle parti alla Cattolica è una delle forme più avanzate di welfare aziendale. La nuova intesa segue i due precedenti accordi siglati ni mesi scorsi: il “Welfare 2017” che prevede un bonus a rimborso delle spese scolastiche, culturali e socio-assistenziali sostenute dai collaboratori, e lo “Smart Working” che offre la possibilità, in alcuni giorni della settimana, di lavorare fuori dagli spazi dell’ufficio.

Paolo Bedoni

Welfaremeet.it, il portale di Confindustria Vicenza per la strutturazione di piani di welfare aziendale, ha intanto certificato che la prima scelta fra gli 8 mila lavoratori delle aziende associate rimane quella dei buoni benzina con il 28,8% delle preferenze (+0,4% rispetto a giugno 2017). Prendono quota, poi, i buoni alimentari, che oggi rappresentano ben il 18,5% del valore dei benefit scelti dai lavoratori delle aziende aderenti a Welfaremeet. «Sono benefit riguardanti spese ricorrenti e di utilizzo immediato, non sorprende che rappresentino quasi la metà delle scelte dei lavoratori – afferma Carlo Frighetto, responsabile dell’Area Lavoro, previdenza ed education di Confindustria Vicenza – tanto più che, grazie alla nuova legislazione e agli sgravi, questi buoni vanno fondamentalmente ad alzare il potere d’acquisto di chi li utilizza».(Francesco Dal Mas – Avvenire)

Il congedo parentale? Alla Cattolica Assicurazioni si può fare a ore

Accordo tra azienda e sindacati: durante la maternità facoltativa mezza giornata al lavoro mantenendo il contratto a tempo pieno

Maternità e lavoro. Si può fare. Basta sedersi ad un tavolo e cercare soluzioni che accontentino tutti. Così ha fatto la Cattolica Assicurazioni, dove società e sindacati hanno siglato un’intesa per favorire il rientro al lavoro dopo la nascita dei figli.

È nato il «congedo parentale a ore» per mamme e papà che potranno usare la maternità facoltativa (sei mesi consecutivi o 180 giorni fino ai 6 anni) anche a ore con un minimo di mezza giornata al giorno mantenendo un contratto a tempo pieno. Un modo, dice Samuele Marconcini, direttore Risorse umane della società, per «venire incontro alle nuove esigenze famigliari e non perdere contatto per vari mesi con la vita della Compagnia, con il vantaggio di garantire una continuità professionale nel percorso di carriera e di contenere la diminuzione del reddito». Durante la maternità facoltativa infatti lo stipendio si riduce al 30 per cento a carico dell’Inps.Cattolica assicurazioni alle stelle in Borsa dopo l'ingresso di Buffett

La compagnia di assicurazioni non è nuova a queste forme di welfare aziendale. Sempre quest’anno sono stati firmati altri due accordi che prevedono un bonus a rimborso delle spese scolastiche, culturali e socio-assistenziali sostenute dai lavoratori e la possibilità di «smart working», cioè il lavoro lontano dall’ufficio in alcuni giorni della settimana. (Claudia Voltattorni-Corriere della Sera)

Welfare, Cattolica lancia il congedo parentale a ore

Paolo Bedoni 

Un altro passo avanti nella conciliazione tra vita professionale e privata in Cattolica Assicurazioni. Società e Organizzazioni Sindacali hanno sottoscritto un’intesa per favorire il rientro al lavoro dopo la nascita dei figli, grazie alle nuove regole previste dalla normativa sull’orario. Si tratta di un ulteriore tassello della strategia di Work Life Balance, ovvero l’equilibrio tra prestazione lavorativa ed esigenze personali e familiari di ciascun dipendente, portata avanti negli ultimi mesi dal Gruppo, che si aggiunge ai precedenti due accordi siglati ni mesi scorsi: il Welfare 2017 che prevede un bonus a rimborso delle spese scolastiche, culturali e socio-assistenziali sostenute dai collaboratori, e lo Smart Working che offre la possibilità, in alcuni giorni della settimana, di lavorare fuori dai consueti spazi dell’ufficio. Il nuovo progetto di «congedo parentale ad ore» dedicato soprattutto alle mamme, ma che coinvolge anche i papà, permette di riprendere l’attività in azienda con gradualità dopo la gravidanza, organizzando in modo più efficace e sostenibile il ritorno professionale.

Cattolica tra lavoro e famiglia

La novità è che la cosiddetta «maternità facoltativa», pari a sei mesi consecutivi o a 180 giorni frazionati nel corso dei primi sei anni di vita del bambino, che scattano una volta utilizzata quella «obbligatoria», potrà essere usata anche a ore e non più a giorni, evitando la sensibile riduzione dello stipendio e sostenendo quindi il reddito familiare. Una volta terminata la fase «obbligatoria», inizia un periodo facoltativo nel quale lo stipendio si riduce al 30 per cento, a carico dell’Inps. Con il nuovo sistema, invece, le mamme o i papà potranno, già dal quarto mese del bambino, rientrare al lavoro con un minimo di mezza giornata di presenza, pur rimanendo assunti con un contratto full time. «L’accordo», spiega Samuele Marconcini, direttore Hr e Organizzazione del Gruppo Cattolica Assicurazioni, «consentirà alle colleghe e ai colleghi di lavorare alcune ore al giorno, equilibrando l’impegno di lavoro quotidiano con il tempo richiesto dalla famiglia. Ciò significa venire incontro alle nuove esigenze famigliari e al contempo non perdere contatto per vari mesi con la vita della Compagnia, con il vantaggio di garantire una continuità professionale nel percorso di carriera e di contenere la diminuzione del reddito».

Warren Buffett

«Andiamo incontro alle esigenze»

«Negli ultimi cinque anni», afferma Marconcini, «abbiamo registrato mediamente nel Gruppo 50 nascite l’anno. Pensiamo di andare incontro alle esigenze delle neomamme e anche dei papà, che potranno conciliare al meglio i loro impegni professionali e familiari. Grazie all’intesa compiamo un ulteriore salto di qualità nel rapporto con le Organizzazioni sindacali, improntato alla trasparenza e alla costruzione di condizioni di lavoro sempre più avanzate, come abbiamo già visto con l’accordo sul Welfare e sullo Smart Working» (Venetoeconomia)

Mondomarine: «Palumbo Group reintegra 9 dipendenti, poi gli altri»

La notizia non è nuova, ma ora ha tutti i crismi dell’ufficialità: «Palumbo Gruop entra in Mondomarine, storico cantiere nautico di Savona da mesi in situazione di crisi per la cui risoluzione si è ora giunti alla fase di liquidazione giudiziale».
 Per sei mesi, «con l’affitto del ramo d’azienda del solo cantiere di Savona, Palumbo Group garantirà il riavvio dei cantieri». Con «l’immediato reintegro di 9 dipendenti». I primi, per ora. Per il futuro, promette Palumbo Group «l’obiettivo è procedere successivamente, a seguito della auspicata acquisizione definitiva, al riassorbimento di un cospicuo numero di dipendenti della Mondomarine di Savona».

Forti della «recente acquisizione dei cantieri Isa Yachts di Ancona, diventati in breve tempo uno dei principali siti di produzione di superyachts del Gruppo e oggi in piena attività, l’ingresso in Mondomarine rappresenta per Palumbo un nuovo, importante passo nel piano strategico di sviluppo del proprio network di cantieri nel Mediterraneo».
 

«Palumbo Group – fa sapere il comunicato ufficiale dell’azienda – inizia la sua attività nel 1967 come piccola carpenteria di supporto al mercato locale di riparazione navale. Oggi la società è un gruppo che include due divisioni principali (cantieristica commerciale e yachting) e sette basi cantieristiche nel Mediterraneo. Il gruppo ha celebrato mezzo secolo di storia ricco di risultati significativi ed è cresciuto fino a diventare uno dei principali protagonisti dell’industria nautica e sta sviluppando la propria crescita e la propria reputazione nel mondo degli yacht di lusso sia per quanto riguarda le nuove costruzioni sia nell’ambito del refitting e delle riparazioni».

L’arrivo del 2018 segna quindi per i dipendenti del cantiere savonese una concreta speranza per il futuro. (IL SECOLO XIX-SAVONA)

 

Palumbo group entra in Mondomarine

Affitto ramo d’azienda garantirà riavvio cantieri

E’ ufficiale l’ingresso di Palumbo Group in Mondomarine, storico cantiere nautico di Savona da mesi in situazione di crisi per la cui risoluzione si è ora giunti alla fase di liquidazione giudiziale. Con l’affitto del ramo d’azienda del solo cantiere di Savona per un periodo di sei mesi, Palumbo Group garantirà il riavvio dei cantieri, l’immediato reintegro di 9 dipendenti e l’obiettivo di procedere successivamente, a seguito della auspicata acquisizione definitiva, al riassorbimento di un cospicuo numero di dipendenti della Mondo Marine di Savona. Dopo la recente acquisizione dei cantieri Isa Yachts di Ancona, diventati in breve tempo uno dei principali siti di produzione di superyachts del Gruppo e oggi in piena attività, l’ingresso in Mondomarine rappresenta per Palumbo “un nuovo, importante passo nel piano strategico di sviluppo del proprio network di cantieri nel Mediterraneo e, naturalmente, della divisione dedicata alla costruzione di superyachts”.(ANSA)

Nei cantieri Mondomarine di Savona sbarca il gruppo Palumbo: per ora assume 9 lavoratori

Via libera all’affitto d’azienda
Palumbo Group ufficializza l’arrivo a Savona: a partire dal 2 gennaio riprenderà l’attività dei cantieri Mondomarine, integrando inizialmente 9 dei 57 lavoratori. 

La società, che per iniziare l’attività nei cantieri di Lungomare Matteotti ha creato la newco Palumbo Savona Superyachts, dopo la firma per la concessione di quattro anni da parte dell’Autorità portuale può così partire, con l’affitto del ramo d’azienda per sei mesi. «Palumbo Gruop entra in Mondomarine, storico cantiere nautico di Savona da mesi in crisi – scrive l’azienda in una nota – per la cui risoluzione si è ora giunti alla fase di liquidazione giudiziale».  

 

Per 6 mesi, «con l’affitto del ramo d’azienda del solo cantiere di Savona, Palumbo Group garantirà il riavvio dei cantieri» che prevede «l’immediato reintegro di 9 dipendenti», mentre gli altri dovrebbero essere assorbiti nel caso in cui Palumbo si aggiudicasse la gara dei cantieri Mondomarine. Per il futuro, spiega Palumbo Group «l’obiettivo è procedere successivamente, a seguito dell’auspicata acquisizione definitiva, al riassorbimento di un cospicuo numero di dipendenti della Mondomarine di Savona». Nella trattativa di alcuni giorni fa all’Unione Industriali Palumbo aveva prospettato l’intenzione di riassorbire al massimo 45 persone, ma dopo una lunga trattativa è stato concordato di verificare per un anno la situazione dei carichi di lavoro: se le condizioni del cantiere miglioreranno, sarà possibile evitare i 12 esuberi.  (Elena Romanato – La Stampa)

 

 

TIZIANO RENZI …………………………

Giacomo Amadori per la Verità

Nel programma elettorale del Pd di Tiziano Renzi per Rignano sull’ Arno c’ erano due sogni: un battello per attirare i turisti diretti all’ outlet del lusso nella confinante Reggello e una nuova stazione ferroviaria nella frazione Pian dell’Isola, con fermata proprio accanto al nuovo outlet del gusto (collegato a quello dell’ abbigliamento). In questi centri commerciali Tiziano aveva, come vedremo, tentato di fare grossi affari con le sue ditte, e per lo stesso motivo è finito pure sotto indagine presso la Procura di Firenze.

Ma a realizzare in parte il suo sogno ci ha pensato Trenitalia, con le sue strenne di Natale. Le Ferrovie hanno iniziato a promuovere online la possibilità di acquistare «direttamente treno e autobus diretto Busitalia» con meta l’outlet The Mall, «sia per l’ andata che per il ritorno, comodamente e con un semplice click». Per esempio, sul sito di Trenitalia basta inserire come destinazione «Firenze – The Mall», evidenziato in rosso, per selezionare e acquistare tutte le soluzioni di viaggio che portano all’ outlet. In questo modo si evita di dover scendere dal treno per comprare il biglietto del bus (un servizio già attivo).

 

 

Ora è tutto più semplice. La marchetta in favore del «centro outlet del lusso nel cuore della Toscana», a pochi chilometri da Firenze, è accompagnata da un testo entusiastico: «Non perdere l’occasione di vivere un’ esperienza outlet shopping unica, grazie alla selezione dei marchi più esclusivi della moda internazionale, con sconti fino al 70%, tutto l’ anno», si legge sul sito delle Ferrovie.

 

Nel 2016 il capogruppo di Fratelli d’ Italia in Regione Toscana, Giovanni Donzelli, aveva già segnalato che Busitalia Sita Nord, società del gruppo Ferrovie dello Stato, aveva deciso di investire oltre 2,2 milioni di euro per acquistare cinque nuovi autobus di ultimissima generazione che aggiungere alla mezza dozzina di pullman già in servizio per coprire la tratta Firenze centro-The Mall (e ritorno) 34 volte al giorno e aveva denunciato «l’ ennesimo regalo alla cricca della famiglia e dei finanziatori di Renzi, che hanno fatto affari nell’ outlet fiorentino, così come in tanti altri realizzati o in corso di realizzazione in tutta Italia».

Ferrovie verso la privatizzazione, Mef costituisce gruppo di lavoro

The Mall è cresciuto grazie al colosso parigino del lusso Kering e a una delle sue principali griffe italiane, Gucci. Della gestione del centro si stanno occupando da qualche mese anche i magistrati fiorentini. A inizio 2017 hanno contestato reati fiscali e dichiarazioni fraudolente mediante uso di fatture per operazioni inesistenti a Remi Leonforte, responsabile legale del gruppo Kering a Reggello, ma anche a Luigi Dagostino, già general contractor di alcuni progetti insieme con un altro indagato, Andrea Moretti.

Tiziano Renzi, padre dell'ex premier Matteo Renzi

Al seguito di Dagostino, Tiziano Renzi ha perorato la causa di due outlet gemelli anche fuori regione, in comuni a guida Pd: Sanremo e Fasano. Il manager del gruppo Kering a cui la compagnia faceva riferimento, Carmine Rotondaro, sembra che abbia iniziato a collaborare con i magistrati milanesi in un’ altra inchiesta sulla presunta «esterovestizione» di Gucci e probabilmente della casa madre, Kering appunto.

Due settimane fa, gli uomini del Nucleo di polizia tributaria di Milano, su ordine della Procura, hanno effettuato una serie di perquisizioni nelle sedi milanesi e fiorentine di Gucci. Nell’ inchiesta toscana, i finanzieri hanno messo nel mirino due fatture per un importo totale di 140.000 euro che Tiziano avrebbe incassato da Dagostino per presunte iniziative di marketing dentro all’ outlet. Il sospetto è che anche quei pagamenti fossero collegati a operazioni inesistenti. Insomma, intorno a The Mall ruoterebbero diversi filoni investigativi.

Inchiesta Consip, Tiziano Renzi pedinato e intercettato. L’autista: “Non gli telefonare”

Di fronte a queste e ad altre notizie la consigliera comunale di Reggello Elisa Tozzi ha chiesto l’ istituzione di una commissione d’ indagine sullo sviluppo di The Mall negli ultimi anni. La consigliera ha sottolineato anche gli affari immobiliari tra il Comune e la società dell’ outlet riconducibile ai soci di babbo Renzi (Dagostino e Tiziano hanno aperto insieme e poi liquidato la Party srl, società di marketing).

Ma le indagini e le polemiche sul Mall evidentemente poco preoccupano le Ferrovie. Sui tabelloni della stazione fiorentina di Santa Maria Novella, la corsa verso Reggello di Busitalia è molto reclamizzata. Ma tra Grandi stazioni e la Valdarno ci sono altri collegamenti. Come è emerso nell’ inchiesta Consip, in cui babbo Renzi e il suo amico Carlo Russo sono indagati per traffico di influenze illecite per i presunti rapporti con l’ imprenditore napoletano Alfredo Romeo.

Durante le indagini gli investigatori hanno pedinato e fotografato Russo mentre incontrava Silvio Gizzi, ad e direttore generale della società Grandi Stazioni Rail Spa (quella che si occupa della riqualificazione e della gestione dei principali 14 scali ferroviari italiani, Firenze compresa), manager di nomina renziana. Gizzi è coindagato con Russo per turbativa di gara: la società da lui guidata avrebbe assegnato un appalto da 36 milioni di euro a un gruppo di vigilanza privata, la Security Service Srl di Renato Mongillo.

 Quest’ ultimo, come sanno i lettori della Verità, nella primavera 2015 aveva investito 10.000 euro nella campagna elettorale per le regionali del sindaco di Rignano, Daniele Lorenzini, allora uomo di punta del Pd locale. A gestire quel finanziamento, erano stati lo stesso Russo e babbo Renzi. I soldi vennero trasferiti con un bonifico alla Eventi 6 della famiglia Renzi per far stampare e distribuire materiale elettorale. Lo stesso Russo, come ha scoperto Il Fatto Quotidiano, nelle sue peregrinazioni ha incontrato anche Maurizio Gentili, amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana, nominato a luglio 2014, sempre sotto il governo Renzi.

È evidente che gli incroci pericolosi tra renziani e Ferrovie sembrano non mancare. Da cui potrebbero discendere i vari cadeaux che piovono sulla Toscana come le corse dell’ Alta velocità che fanno tappa ad Arezzo (anche se i treni devono uscire dalla Tav e deviare sulla linea lenta), dove ha il suo feudo la sottosegretaria Maria Elena Boschi. Ma non è finita. Tra le promozioni di Trenitalia di questi giorni c’ è la seguente: «In regalo Frecce, Intercity e Leonardo Express (il treno che collega Roma all’ aeroporto di Fiumicino, ndr) da Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo e Campania».

 

L’ omaggio è per chi a luglio volerà da Roma a Buenos Aires con le Aerolineas Argentinas. Pregevole iniziativa. Anche se non si può non ricordare che il socio di maggioranza della società Toscana aeroporti presieduta da Marco Carrai, ex affittacamere di Renzi, è la Corporacion America Italia Spa, la società privata del magnate armeno-argentino Eduardo Eurnekian, che gestisce una cinquantina di aeroporti in Sud America ed Europa, tra cui proprio lo scalo internazionale di Buenos Aires.

carrai cybersecurity renzi

Treni al Sud col contagocce. Ma per l’outlet renziano le Ferrovie non badano a spese

Renato Mazzoncini Ferrovie

Un treno chiamato desiderio (di shopping). Peccato, però, che quel convoglio sia di proprietà dello Stato. Di sicuro l’ultima trovata di marketing delle Ferrovie suscita più di una curiosità. L’azienda di Stato, guidata da quel Renato Mazzoncini nominato nel 2015 dal Governo di Matteo Renzi, si è inventata una bella promozione: una specie di biglietto unico treno-bus, attraverso le controllate Trenitalia e Busitalia, per portare i viaggiatori che arrivano a Firenze a fare compere di fine anno al The Mall di Reggello, in provincia del capoluogo toscano. Di cosa si tratta? Nel poliedrico mondo degli affari fiorentini The Mall dice molto. Si tratta di un centro commerciale di lusso, oggi di proprietà del gruppo francese Kering, che però nel recente passato è stato crocevia degli interessi di diversi imprenditori in odore di Giglio Magico.

I precedenti – Negli anni scorsi l’outlet è stato oggetto di una fase di sviluppo che ha visto coinvolti, in diverse fasi e a vario titolo, imprenditori come Andrea Bacci, già socio di babbo Tiziano Renzi e molto vicino a Matteo, e Ilaria  Niccolai, immobiliarista che anni fa ha acquistato da Cassa Depositi il Teatro del Maggio fiorentino, anche lei già socia di Renzi senior. Insomma, a Firenze tutti sanno quanti e quali interessi The Mall abbia scatenato in una serie di imprenditori seguaci dell’ortodossia renziana. Tra l’altro questa promozione commerciale di Fs, come detto, poggia anche sulla controllata Busitalia, che si occupa di trasporto su gomma. E quando si parla di Busitalia è difficile non pensare allo stesso Mazzoncini, che nel 2012 ne era amministratore delegato proprio quando la società delle Fs rilevò per 18 milioni di euro una bella fetta dell’Ataf, l’allora disastrata azienda dei trasporti del comune di Firenze guidato proprio da Matteo Renzi. Dopo quella operazione Mazzoncini è diventato prima presidente della stessa Ataf e poi nientemeno che capo delle Ferrovie dello Stato, nominato dall’Esecutivo guidato dall’ex sindaco di Firenze. Che poi, a dirla tutta, non è certo la prima volta che le Ferrovie fanno promozioni dal vago sapore di Giglio Magico. Lo scorso 11 luglio 2017,

La Notizia aveva già raccontato dell’accordo con Aerolineas Argentinas: a chi acquistava un biglietto Roma-Buenos Aires (solo andata o andata e ritorno) con la compagnia di bandiera argentina, veniva offerto gratuitamente il servizio Frecce, Intercity e Leonardo Express. Il tutto per i clienti in partenza da Toscana, Umbria, Abruzzo, Campania e Puglia. Qualcuno aveva fatto notare, forse con qualche malizia, che spingere commercialmente viaggi a Buenos Aires significava provare ad aumentare il flusso di passeggeri italiani verso la capitale argentina e i suoi due aeroporti di riferimento, ovvero Buenos Aires-Aeroparque e Buenos Aires-Ezeiza.

Il dettaglio – Ora, non tutti in Italia sanno che i due scali in questione sono di proprietà di Aeropuertos Argentina 2000, società che fa capo alla conglomerata Corporacion America del miliardario argentino Eduardo Eurnekian. Il quale in Italia ha tanti contatti, amici e interessi. La stessa Corporacion America, per dire, da qualche anno è diventata azionista di maggioranza di Toscana Aeroporti, la società presieduta dal renzianissimo Marco Carrai che gestisce gli scali di Firenze e Pisa. La medesima Corporacion America, che in Italia è affidata alle cure di Roberto Naldi, lobbista di fiducia di Eurnekian, è inserita nell’elenco dei finanziatori della fondazione Open, quella che organizza la Leopolda, appuntamento fisso dei seguaci di Renzi. Insomma, a quanto pare Ferrovie, pur impegnata in progetti complicati come la fusione con l’Anas, e reduce dal fallimentare tentativo di quotazione in Borsa, non disdegna strizzate d’occhio al mondo renziano, anche quando tutto sembra destinato a non essere più scintillante come un tempo. Di sicuro Mazzoncini sta da tempo cercando di salvaguardare la sua poltrona. E c’è chi dice che il matrimonio con l’Anas, nel caso in cui andasse in porto, potrebbe in un certo senso blindare il manager nominato da Renzi.

(@SSansonetti – La Notizia)

Tra Banca d’Italia e Consob perde la trasparenza

draghi felice ape

Trasparenza sempre in secondo piano, prima vengono riservatezza e rispetto formalistico delle regole: è il quadro che emerge dalle audizioni della Commissione sul sistema bancario. Sarebbe ora di passare a una protezione sostanziale del risparmiatore.Caso Consob: chi ha tradito i risparmiatori?

GIUSEPPE VEGAS

Quadro desolante

La conclusione del presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, Pier Ferdinando Casini, al termine della seduta del 9 novembre, è stupefacente: “possono considerarsi superate le contraddizioni emerse dalle precedenti due audizioni”. Come dire: abbiamo chiarito, nessun problema. È vero esattamente il contrario. I problemi ci sono eccome. Il quadro emerso dalle audizioni è desolante. È composto di autorità che non si parlano, che si trincerano dietro ai cavilli procedurali per difendere il proprio operato e scaricare sull’altra autorità la responsabilità di quanto accaduto. E chi ci va di mezzo è il risparmiatore.

Falle nel sistema dei controlli

Ma proprio per questo la Commissione potrebbe rivelarsi utile, se servirà da stimolo per superare le attuali falle del sistema dei controlli.

IGNAZIO VISCO

Queste falle non riguardano tutto il sistema: non bisogna fare di tutta un’erba un fascio e pensare che sia tutto da rifare. Nessuno nega, ad esempio, che la Banca d’Italia abbia fatto le dovute ispezioni e abbia rilevato i problemi di cattiva gestione delle due banche venete, come di altre. Il problema è che la tutela della stabilità ha sempre prevalso sulla tutela della trasparenza. Il mantra della riservatezza ha impedito all’informazione di circolare. Importanti informazioni sono state tenute nascoste agli investitori, e non sono passate da un’autorità all’altra. E di questo sono responsabili entrambe le autorità, nonché il sistema di regole formalistico che dovrebbe proteggere i risparmiatori, ma non lo fa.

Draghi

La Banca d’Italia ha inviato alla Consob una lettera in cui la metteva in guardia sul valore troppo alto delle azioni di Veneto Banca in vendita alla clientela, ma solo molto tempo dopo ha inviato il verbale della ispezione. E sulla Popolare di Vicenza? Silenzio. Eppure le azioni della Popolare Vicenza sono crollate da oltre 60 euro a 10 centesimi. D’altra parte, la Consob si è limitata a usare l’informazione che le è stata trasmessa per inserire qualche riga nel prospetto informativo. Ma tutti sanno che i prospetti informativi non li legge nessuno: sono lunghi decine (o centinaia) di pagine e molto tecnici. Servono solo a tutelare gli emittenti da possibili azioni legali, non certo a dare informazioni chiare ai risparmiatori.

La Banca d’Italia si trincera dietro il segreto d’ufficio, che protegge i risultati delle sue ispezioni. Ma ci dovrebbe spiegare come mai i problemi delle banche venete siano venuti alla luce solo quando la Banca centrale europea ha assunto la vigilanza diretta su quegli istituti: improvvisamente il segreto d’ufficio non è stato più un problema?

La Consob dice che avrà il potere di proibire la vendita di prodotti finanziari complessi solo dal 2018, con l’entrata in vigore della Midif 2. Ma ci dovrebbe spiegare come mai, nella sua Comunicazione del 2014, in cui sconsigliava la vendita di prodotti complessi ai risparmiatori al dettaglio, non ha incluso tra di essi le obbligazioni subordinate, che tanti danni hanno prodotto.

Draghi (1)

Ci troviamo in un sistema dove la trasparenza è sempre messa in secondo piano. Prima vengono la riservatezza e il rispetto formalistico delle regole. Sarebbe ora di superare questo approccio, passando a uno che punti di più alla protezione sostanziale del risparmiatore. Questa richiederebbe un maggiore spirito di collaborazione tra le diverse autorità, una trasmissione tempestiva e chiara ai risparmiatori delle informazioni rilevanti, nonché severe limitazioni ai prodotti finanziari da collocare al dettaglio. O è chiedere troppo? (ANGELO BAGLIONI-LA VOCE.INFO)

 

ANGELO BAGLIONIBAGLIONINUOVA Insegna Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative. Ha recentemente insegnato anche al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R.M.Goodwin dell’Università di Siena. E’ membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa). Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), come responsabile della Sezione Intermediari Finanziari. I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto libri e articoli pubblicati su riviste internazionali. E’ laureato in Università Bocconi e ha conseguito il Master in Economics presso la University of Pennsylvania.

Mentre litighiamo sulla Boschi, Parigi si pappa le nostre banche. I blitz del Crédit Agricole e del finanziere Dumont: la stampa francese celebra la campagna d’Italia

Emmanuel Macron

Mentre a Roma si litiga sull’epilogo della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, tra relazione di maggioranza, relazione di minoranza e polemiche sul ruolo della sottosegretaria Maria Elena Boschi, il 2017 si chiude come se nulla fosse con alcuni colpi bancari francesi nel Belpaese. Sì, perché proprio in questi giorni giunge a conclusione un lavorìo transalpino che va avanti di qualche mese. Ma che con l’imminente fine della legislatura, qui a Roma, sembra non meritare particolari attenzioni. Per mettere a fuoco cosa sta succedendo, allora, può essere utile partire da un’occhiata a cosa scriveva ieri Les Echos, in particolare in un articolo dal titolo “Il Crédit Agricole chiude un anno prospero in Italia”. Il quotidiano transalpino si riferisce al rafforzamento patrimoniale di Cariparma, controllata italiana della banca francese, in vista dell’acquisizione della Cassa di Risparmio di Rimini, della Cassa di Risparmio di San Miniato e della Cassa di Risparmio di Cesena. L’operazione Cariparma, del valore di più di 300 milioni di euro, porterà così il Crédit Agricole ad aumentare ulteriormente il suo perimetro italiano inglobando le tre Casse di Risparmio. Che i francesi lo stiano vendendo in patria come un colpo è dimostrato anche dall’incipit dell’articolo di Les Echos.

(LaPresse)

(@SSansonetti per La Notizia)

Credit Agricole logo

Creval: accelera sulla ricapitalizzazione

Downgrade per il rating di Credito Valtellinese da parte di Fitch

CreVal accelera sul riassetto mediante rafforzamento patrimoniale propedeutico alla vendita di 1,4 miliardi di Npl e adeguamento delle coperture. L’istituto di Sondrio guidato da Mauro Selvetti, secondo quanto risulta al Messaggero, vuole chiudere l’intera manovra da 700 milioni prima delle elezioni politiche fissate per il prossimo 4 marzo. Per questo, la ricapitalizzazione da 700 milioni, approvata dall’assemblea del 19 dicembre, dovrebbe partire in anticipo: in funzione dell’ok Consob al prospetto, l’operazione potrebbe prendere il via da lunedì 5 febbraio.

Per l’avvio del road show conclusivo, il tour di Selvetti e del cfo Ugo Colombo dovrebbe partire a metà gennaio e toccare tutte le tappe del giro fatto in novembre: Usa (NewYork, Boston), Europa tra cui Parigi e Londra,

Svizzera (Zurigo). In questa corsa contro il tempo c’è da presentare a Bankitalia l’istanza di validazione dei modelli interni Airb che darebbe un beneficio sul Cet1 a regime da 100 a 200 punti. L’istanza dovrebbe essere presentata prima del road show: il consiglio presieduto da Miro Fiordi dovrebbe dare il benestare nella riunione di metà gennaio. Per irrobustire l’area del risk management, CreVal ha ingaggiato prima di Natale Fabio Salis, un giovane manager di collaudate capacità dimostrate al Banco Bpm dove era responsabile dei modelli interni. (Fonte: MF Dow Jones Italiano)

Banco Bpm: closing cessione Aletti Gestielle

Banco Bpm, logo nuova banca: ecco le ipotesi allo studio
Banco Bpm ha perfezionato la cessione ad Anima H. del 100% del capitale di Aletti Gestielle.

Il perfezionamento dell’operazione, spiega una nota, e’ avvenuto a seguito del verificarsi delle condizioni sospensive cui era subordinata l’esecuzione del contratto di compravendita, tra cui il via libera da parte della Banca d’Italia.

Il prezzo incassato da Banco Bpm è pari a 700.000.000 euro soggetto ad aggiustamenti; in particolare, ai sensi del contratto di compravendita, Anima Holding, ad integrazione del prezzo, riconoscerà a Banco Bpm un ammontare pari al patrimonio netto, inclusivo dell’utile di periodo maturato fino ad oggi, in eccesso rispetto all’importo convenzionale di 10 milioni, da corrispondersi entro 180 giorni.

ALETTI GESTIELLE SGR

L’operazione è stata finanziata da un mix di mezzi propri e di indebitamento bancario e, in particolare, mediante l’utilizzo di una linea di credito a medio-lungo termine concessa da un pool di banche (B.Mps, Bpm, Mediobanca, Mps Capital Services Banca per le Imprese, Intesa SanPaolo, Unicredit, Creval e Banca Popolare di Puglia e Basilicata) per l’importo complessivo di massimi 550 milioni di euro; e una linea di credito bridge-to-equity concessa da un pool di banche (Banca Monte dei Paschi di Siena, Bank of America Merrill Lynch Intl., Bpm, e Mediobanca) per l’importo complessivo di massimi 300 milioni di euro da rimborsarsi con i proventi dell’aumento di capitale.

Inoltre l’assemblea dei soci di Aletti ha deliberato la distribuzione al socio unico Banco Bpm delle riserve disponibili, pari a 161,5 mln. L’operazione determina un impatto positivo sul Cet1 fully phased pari a 91 bp.

Per Anima Holding l’operazione si qualifica quale operazione tra parti correlate di maggiore rilevanza (dal momento che Banco Bpm detiene, alla data odierna, il 14,27% del capitale sociale di Anima Holding), ed è stata approvata dal Cda di Anima Holding, previo parere favorevole espresso dal Comitato per le operazioni con parti correlate. ( Fonte: MF Dow Jones Italiano)

 

L’opportunità dell’Arte

Contro il mondo dominato dalla tecnica, che cerca in tutti i modi di convincere l’uomo che egli non è altro che un granello di sabbia nel vasto oceano, si staglia l’opportunità dell’arte: prodotto creativo della noia.

uomo contemporaneo vive in un mondo governato dalla tecnica. L’uomo etico – colui che intende agire come “deve” agire, secondo cioè lo spirito del tempo – è di conseguenza, come sostiene Emanuele Severino, un uomo tecnico. Chi si oppone allo spirito del tempo, rifiutando l’etica contemporanea e cercando di costruirsi da sé una visione del mondo cui attenersi, lo chiamiamo nel solco della trattazione di Ernst Jüngeril Ribelle. Questa nobile figura, essendo contemporaneamente attore in scena e spettatore in sala dalla società in cui vive (bandito moralmente), trascina il proprio fardello di estraneo e sopravvive in una condizione di sospesa non adesione alla realtà che si potrebbe definire brevemente: noia.

Soir Bleu - Edward Hopper (1914)

Il problema che il Ribelle si trova a fronteggiare nell’epoca contemporanea è che la tecnica, pervasiva ed invasiva, ha penetrato così a fondo nelle vite dei singoli da rendere la noia, la stasi, l’alterità, praticamente quasi impossibili: è quello che chiameremo il meccanismo della Macchina. Gli ingranaggi infernali di questa stritolano l’individuo fino a renderlo estraneo perfino a se stesso, senza che egli se ne avveda, in una condizione esistenziale in cui la noia diventa impossibile proprio perché portata alle estreme conseguenze: è impossibile annoiarsi perché la noia domina imposta nella vita contemporanea. Nota Jünger nel Trattato del ribelle che

le persone si sono talmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi. Quasi non riescono più a rendersi conto di quale forza abbiano raggiunto i pregiudizi della nostra epoca detta dei lumi. La vita, tra l’altro, discende dalle prese di corrente, dalle riserve di plasma, dalle condutture; da cui l’importanza delle sincronizzazioni, dei ripetitori, delle trasmissioni.

Figurarsi cosa direbbe oggi, nel mondo informatizzato, digitalizzato e robotizzato in cui pressoché tutte le forme di azione e comunicazione sono mediate dall’apparato: rispondono cioè a norme prescritte, in primis l’utilizzo ovunque intensivo degli strumenti tecnologici. In un mondo siffatto la noia, elemento fondamentale per sostenere uno sguardo sul mondo che sia altro dal comune sentire, diventa il frutto di un coraggioso atto di volontà che in pochi possono permettersi e che in ancor meno riescono a coltivare: riflettere e metabolizzare il quotidiano, fare i conti con le proprie infinitezza e nullità. E dire che la noia è creativa, seppur autoflagellante allo stesso tempo: può educarsi alla complessità, tentare di illuminare gli angoli bui dell’esistenza umana, solo chi si dedica all’abbandono del sé contingente, della figura che la Macchina vuole che il singolo assuma.

la-noia-moravia-alberto-bompiani

Non a caso Moravia intitola proprio La noia un suo noto romanzo: la noia che attanaglia Dino, il disilluso protagonista, è la noia borghese figlia della tragica scoperta che il denaro non compra l’esistenza e che bisogna fare i conti con una realtà di tumultuosi sentimenti imprevisti che fanno impazzire la bussola dei valori sociali. Per bocca di Dino, Moravia ci regala la triste consapevolezza che

la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.

Attenzione, non scarsità dell’uomo di fronte alla realtà, bensì scarsità della realtà di fronte all’uomo. Questo sentimento è espresso perfettamente dai versi de All’amato me stesso («all’orda sfrenata di tutti i miei desideri / non basta l’oro di tutte le Californie!»), in cui il delirio di Majakovskij diventa il pianto liberatorio di tragica e nobile sconfitta di fronte all’urto dei propri desideri più intimi sul muro infrangibile della grigia e ostile realtà. Majakovskij infatti, annoiato (nell’accezione che si è individuata) e altro dalla realtà storica, si era illuso di dare un senso alla propria vita nella Rivoluzione bolscevica. Non bastò, cadde armi in pugno di fronte alla noia, gli fu necessario un colpo di rivoltella. Nella lettera d’addio scrisse: la barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano.

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Chi invece con la realtà contingente non presenta alcuno sfasamento è la figura del Lavoratore, sublimazione esistenziale del nostro tempo, la figura che meglio esprime l’adesione alla realtà della Macchina. È l’ingranaggio oleato e ben funzionante: secondo quanto serve consumatore, stakanovista, democratico ubbidiente, carrierista, povero necessario, ideologo. È il prodotto della civiltà delle industrie e dei consumi, la cui perfetta adesione alla realtà e alle sue richieste gli preclude la possibilità di coltivare la noia. Non ci riesce perché la noia domina la sua vita senza che egli se ne renda conto, allucinato com’è dai bagliori di una civiltà che si presenta opulenta e felice ma che cela dentro di sé l’abisso della depressione.

Per non cadere in incomprensione bisogna chiarire che il Lavoratore non è l’operaio. È l’uomo comune–  operaio, impiegato, imprenditore che sia – che supinamente si adatta a vivere nelle condizioni in cui si trova, aderendovi anche se intuitivamente le rifiuta. La Macchina lo ingloba a sé e i tentativi di sfuggire ad essa, come ha dimostrato Marcuse ne L’uomo a una dimensione, lo faranno ricadere in essa anche nella negazione. Per tornare sui nostri passi, basti dire che la facoltà della noia – quella condizione di inadeguatezza della realtà di fronte al desiderio – gli è preclusa perché i desideri del Lavoratore ricercano soddisfazione nella realtà stessa. Il Ribelle, differentemente, cerca un superamento della Macchina, non una adesione ad essa e neppure il rifiuto.

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Come quando si guarda un film, se questo non piace quindi annoia, la reazione sarà differente. Il Lavoratore sarà portato a credere che esso è comunque il migliore dei film possibili o che almeno in esso sono da ricercarsi le scene più belle, che diano un senso di piacere al tutto. Il Ribelle invece rifiuta il film in toto e combatte contro quella brutta cinematografia, nella migliore delle ipotesi diventando egli stesso produttore di nuove pellicole. Il film, nella nostra metafora, è la vita stessa. Trascorrere la propria esistenza perpetuando il quotidiano, non-scelta di vita che poco più alta è rispetto all’esistenza istintuale delle bestie, trova negazione nell’eternità del prodotto creativo della noia che è l’arte. Il motto che il padre del conte Andrea Sperelli, nel Piacere di D’Annunzio, amava ripetere al figlio: bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui, frase che è stata demonizzata dall’intellighenzia pauperista e comunista italiana, è invece poco più di una banale considerazione, alla luce di quanto è stato sopra descritto.

Contro il mondo dominato dalla tecnica, che cerca in tutti i modi di convincere l’uomo che egli non è altro che un granello di sabbia nel vasto oceano, si staglia l’opportunità dell’arte. L’arte è l’unico autentico nemico della Macchina, perché squarcia il velo di Maya dell’esistenza, individua i buchi neri della realtà e li mostra, sfuggendo al controllo sociale, alla morale, allo Stato. L’artista, il poeta, è colui che, per dirla nuovamente con Jünger, manifesta l’enorme superiorità del mondo delle Muse su quello della tecnica, e aiuta l’uomo a ritrovare se stesso: il poeta è Ribelle. Mentre il poeta è Ribelle per definizione, l’uomo comune può diventarlo purché si riappropri della noia creativa che la Macchina gli nega. Non si diventerà magari degli artisti, nel senso di chi realizza delle opere d’arte, si sarà però cercato almeno di dare forma alla propria vita con le proprie mani. Si tratta di un atto di forte coraggio, che presenta controindicazioni come tutte le scelte radicali: chi lo compie rischia di diventare un moderno Sisifo, che paga la punizione eterna per aver osato sfidare gli dei materialistici del nostro tempo. Tuttavia, piaccia o no, è l’unica soluzione che garantisce almeno un risultato, un privilegio: la libertà. (Alessio Trabucco L’intellettuale Dissidente)

Perché abbiamo dimenticato Renato Guttuso, uomo simbolo dell’arte comunista

Ebbe fama, soldi,  donne, potere.  Ma a 30 anni dalla morte  è silenzio assoluto. Ieri un suo quadro costava il doppio di un Morandi, oggi vale  dieci volte di meno. Ecco le ragioni per cui il suo nome è ormai avvolto nel buio

Perché abbiamo dimenticato Renato Guttuso, uomo simbolo dell'arte comunista

Il 19 gennaio del 1987 i funerali di Renato Guttuso bloccarono Roma. Un’immensa folla con bandiere rosse accompagnava la salma che dal Senato, dove era allestita la camera ardente, si spostava sulla piazza del Pantheon per la cerimonia laica. A destra e a sinistra del feretro camminano i due presidenti delle Camere: Nilde Jotti e Amintore Fanfani, mentre sul palco, pronti per l’orazione funebre, aspettano Alberto Moravia, Alessandro Natta e Carlo Bo. Intorno giornalisti, attori, fotografi e cameramen e tutti i più potenti politici da Andreotti a Craxi. Conclusi i discorsi e gli applausi, la folla imbandierata in un trionfo catto-comunista si sposta verso Santa Maria Sopra Minerva dove il Guttuso da poco redento è commemorato con Santa Messa officiata dal cardinal Angelini. Non basta: da lì parte un terzo epico funerale per trasportare i resti del compagno artista in volo fino in Sicilia, dove altri cortei di compagni in lacrime seguono la bara dall’aeroporto di Palermo a Bagheria, suo paese natale. Nella chiesa gialla lo piangono Macaluso e Tortorella, Leoluca Orlando (già allora sindaco), l’intero stato maggiore del Pci siciliano, intellettuali e artisti arrivano da Palermo o da Catania, il poeta Buttitta lo ricorda in dialetto, mentre ogni angolo della cittadina si copre di fiori e immagini dei suoi autoritratti. Era morto il pittore del popolo.

Trent'anni senza Renato Guttuso, 10 cose da sapere sul pittore di Bagheria

Il 23 dicembre 1989 sulla “Repubblica” a firma di Luisa Laureati Briganti appare un articolo dal titolo “L’eclisse Guttuso” che inizia così: «Perché ci siamo dimenticati di Guttuso? Come mai è pressoché scomparso dalle mostre e dal mercato?». Sic transit gloria mundi. A meno di ventiquattro mesi da una macchina funeraria paragonabile a quella di una rock star o di Lady D, una sorta di “damnatio memoriae” colpisce il più potente e famoso pittore d’Italia.

Renato Guttuso

Eppure Guttuso fu davvero potente. Senatore della Repubblica dal 1976 al 1979; amico dei più importanti intellettuali dell’epoca da Pasolini a Moravia, dei più grandi artisti da Picasso a De Chirico, di raffinati musicisti da Petrassi a Nono. E in più: editorialista dell’Unità, del Corriere della Sera e di Repubblica come pittore ma anche critico, polemista, teorico, analista politico. Infine: uomo colto dall’indubbio fascino, gran conversatore, seduttore e persino cantante dotato di bellissima voce con cui da buon comunista intonava canti anarchici e ballate di guerra. «Aveva riempito da anni con le sue foto, le sue interviste, le sue dichiarazioni, le sue apparizioni televisive, i suoi scritti, i suoi dipinti, i suoi disegni, i suoi manifesti, il suo erotismo, le pagine dei giornali, delle riviste, le copertine dei libri», scrive la Laureati. Poi, in pochi mesi, arriva il buio. Un buio che si addensa sempre più, tanto da rendere i suoi dipinti marginali per il mercato e le sue parole perse nel passato.

Nel 2017, a trent’anni dalla morte, il silenzio è assoluto. A parte una piccola sala alla Galleria Nazionale di Roma dal titolo “Guttuso, un uomo innamorato” e la mostra allestita nel dicembre 2016 negli spazi di Villa Zito a Palermo, nessuna istituzione, nessun museo, nessun convegno o giornata di studi, nessuna voce dalla sinistra o dagli eredi del vecchio Pci ha ricordato l’uomo simbolo dell’arte comunista.

All’origine di tanta profonda rimozione furono le troppe polemiche ereditarie; gli strali della contessa Marta Marzotto sua storica amante che lanciava maledizioni e querele; la sospetta conversione dell’ultim’ora che permise alla Chiesa di riappropriarsi del talentuoso figliol prodigo; l’adozione di Fabio Carapezza, figlio del suo migliore amico, che venne nominato erede e i processi che un appello dopo l’altro riempirono i giornali finendo per riconoscere a Carapezza il legittimo diritto all’eredità e alla cura degli archivi.

Renato Guttuso, I funerali di Togliatti, 1972, MAMbo - Museo d'arte Moderna di Bologna
Ma anche la morte di Picasso fu travolta da beghe ereditarie eppure l’opera non ne soffrì più che tanto. Nel caso di Guttuso invece a crollare insieme alla fama furono anche le quotazioni. Finché il maestro fu in vita un suo quadro di medie dimensioni valeva almeno come due tele di Giorgio Morandi. Le opere venivano vendute con la pittura ancora fresca sul cavalletto, le sue macchine pittoriche che immortalavano lotte di braccianti, comizi, garibaldini ed eroiche pagine di storia patria erano la calda e mediterranea risposta al realismo socialista, la sua grafica infine che immortalava limoni, fichi d’india, girasoli peperoni e morbidi nudi femminili era appesa nelle case italiane come l’immagine più diffusa e veritiera dell’italica bellezza. Oggi il record d’asta di Guttuso ottenuto da Farsetti nel 2012 tocca appena i 240 mila euro per dei “Fichi d’India” del 1962. Mentre quello di Morandi è una “Natura morta” del 1939 battuta da Christie’s a Londra nel 2015 per 2 milioni e 546 mila sterline.Da cosa dipende questo crollo delle sue quotazioni? Da una parte pesa la scarsa presenza di opere in importanti collezioni internazionali, e se si esclude un dipinto del 1948 al Moma (“I mangiatori di cocomeri”) altre opere in Germania (come il grande quadro sul Sessantotto), la maggior parte dei Guttuso è conservata nei musei e nelle case degli italiani. Ma la più seria causa del suo mal fu probabilmente se stesso. Artista d’altri tempi convinto di potersi servire del mercato senza aver nessun obbligo in cambio, Guttuso non ha mai avuto dei potenti galleristi, non ha costruito un magazzino, non ha predisposto in vita la possibilità di redigere un catalogo generale.


Vendeva lui stesso i quadri a casa sua e il prezzo cambiava a seconda dell’acquirente o delle circostanze. Quando Giovanni Minoli in un “Mixer” del 1984 gli chiede se era davvero un «comunista ricco» e «quanto costano i suoi quadri», il maestro risponde: «So a quanto li vendo io, ma non so quanto costano». Risposta intollerabile alle orecchie di un mercato dell’arte che in quegli anni già aveva dettato le sue ferree regole, ancorando le quotazioni a un sistema dove musei gallerie e collezionismo non ammettevano i capricci del genio.
«Ma soprattutto», spiega Fabio Carapezza, «non dimentichiamo che Guttuso era un comunista, bollato come “activist” e rifiutato dagli Stati Uniti come persona e come opera». Un isolamento che in un mercato dominato dal potere anglo-americano di certo lo ha punito.Eppure il maestro del realismo italiano non era il perfetto intellettuale organico in senso gramsciano. Nonostante avesse sempre mantenuto ferma la sua fede politica e solida una pittura ancorata ai temi sociali, riusciva a essere tanto amico dell’Unione Sovietica che di Andreotti o del cardinal Angelini. E nell’arte, era capace di ispirarsi a Guernica ma allo stesso tempo apprezzare Pollock e amare sinceramente la Pop Art tanto da esserne ricambiato.

Racconta Carapezza: «Andy Warhol negli anni Settanta arrivò a Roma in tempi della campagna elettorale e di euforia per l’atteso “sorpasso” sulla Dc. La città era sommersa di manifesti con quella vistosa “Falce e Martello” che Guttuso disegnò nel ’53 per il partito. Era la prima volta che Warhol vedeva quel logo, ossessivamente ripetuto, e lo fece suo. Ma per correttezza una delle prime versioni la regalò proprio a Guttuso». E se Warhol gli rendeva omaggio, altri giovani artisti contavano su di lui come maestro, amico e potente protettore. Guttuso pagava l’affitto a Tano Festa sotto sfratto; dipingeva un bellissimo ritratto di Mario Schifano; convinceva la Soprintendenza a dare i permessi a uno stralunato Christo che nel 1972 voleva impacchettare le Mura Aureliane.

Emanuele Macaluso ricorda che quando Togliatti di fronte a una mostra di astrattisti comunisti lì chiamò «scarabocchiari» e diffidò i compagni pittori a lasciarsi tentare dal “non figurativo”, fu Guttuso a difendere i suoi storici nemici in nome della libertà di pensiero. «E prendere la penna contro Togliatti era cosa che poteva fare solo lui», dice Macaluso. «Ma allora il dibattito fra comunisti e la battaglia critica erano veri e vivaci. La politica si appoggiava alla cultura perché la domanda era come collocarsi nella società, non solo come andare al governo. Esistevano giornali, riviste, centri culturali. Le case del popolo erano animate da discussioni sull’arte e sul mondo. Poi dopo il 1989, con la caduta del muro, la parola d’ordine diventa “non siamo più”, “non dobbiamo essere più” quel che eravamo stati. Insieme al muro caddero molte altre cose e si cominciarono a mettere da parte uomini come Guttuso ma anche come Concetto Marchesi, straordinario costituzionalista e latinista ormai dimenticato. E si ridimensionò financo Moravia».

Mostra Renato Guttuso Bagheria

Ma Guttuso ne fu una vittima particolare, perché come ben spiega lo storico dell’arte Piergiovanni Castagnoli «non fu poi così amato, neanche all’interno del Pci. Polemico e rissoso, capace di rompere i rapporti con amici storici come con Sciascia e Vittorini, era da molti vissuto con fastidio e timore. Per molti poi, fuori dal partito, la sua pittura rappresentava l’immagine del potere e della retorica. Io stesso scrissi per il Mulino un saggio critico sprezzante e durissimo contro “I funerali di Togliatti”, il suo quadro simbolo. Un furioso “J’accuse” giovanile di cui ora mi pento». Tanto da fare un professionale “mea culpa”, quando in qualità di curatore alla Gam di Torino taglierà il nastro di una mostra (dal 7 febbraio al 3 giugno 2018) che «nella ricorrenza della Rivoluzione d’Ottobre vuole riconsiderare il rapporto fra politica e cultura attraverso l’esperienza pittorica di Guttuso e le sue opere civili dagli anni Trenta al “Funerale di Togliatti” del 1972».

Quel trionfale racconto senza tempo dove da Marx ad Angela Davis, da Sartre a Pasolini convivono tutti i volti e gli ideali della sinistra, agli occhi di Castagnoli oggi non è più «una pura prestazione professionale in obbedienza al partito ma un dipinto dove vedo partecipazione affettiva, un pathos non dimostrabile in una formula, una regia sapiente, delle figure emblematiche – a partire da Lenin – che tornano come un’ossessione inserite in una tecnica libera capace di abbracciare il collage e il disegno a matita, in una sapiente costruzione dello spazio che si lascia guardare a lungo. Insomma sì, ho cambiato idea: è davvero un buon quadro».

Così, nonostante il disprezzo del mercato e l’indifferenza che ha circondato Guttuso negli ultimi anni, Torino potrebbe confermare quel che già si intuiva nel 2012 quando la mostra per il centenario della nascita al Complesso del Vittoriano di Roma curata da Enrico Crispolti e Fabio Carapezza Guttuso fu visitata da 100 mila persone convincendo gli organizzatori a prorogarla per quasi un mese. E se ancora esiste un popolo, orfano di una sinistra epica e visionaria, che non ha dimenticato il suo pittore, forse la Storia, tra corsi e ricorsi, l’ultima pagina su Guttuso la deve ancora scrivere. (Alessio Mammi’ – L’Espresso)

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