Caos agli sportelli di Intesa Sanpaolo per i già tribolati clienti di BPVi e Veneto Banca. Tra bugie e fidi mancati c’è già chi chiude i conti

Addirittura il quotidiano locale evidenza, per conto del coordinamento sindacale Fabi, First-Cisl, Cgil Fisac, Ugl, Uilca, Unisin che a 20 giorni dalla migrazione informatica delle ex BPVi Veneto Banca in Intesa Sanpaolo c’è “il caos agli sportelli: « Code interminabili agli sportelli, rallentamenti delle procedure, situazioni specifiche della clientela gestita anche dalla liquidazione coatta amministrativa, cattivo funzionamento di bancomat e home banking, problemi per le attività di Tesoreria (uno su tutti il pagamento dei ticket sanitari), criticità rispetto agli affidamenti delle imprese».

Su quest’ultimo aspetto, che contrasta con le solenni assicurazioni del Ceo Carlo Messina che i fidi multiplinon sarebbero stati toccati, avevamo da tempo acceso i riflettori.
Banca Intesa Sanpaolo su questo argomento vitale per le imprese non ci risponde da tempo forse perché, insieme alla “parte buona” delle due ex Popolari Venete, ha anche rilevato la storica, pessima abitudine di Banca Popolare di Vicenza che dai tempi di Gianni Zonin, poi ben imitato da Francesco Iorio e, quindi, da Gianni Mion, non rispondeva alle nostre, evidentemente scomode, domande.

Carlo Messina (3) Imc

 

Ma almeno a una osservazione di nostri lettori, suoi clienti “obbligati” in quanto trasferiti d’imperio da BPVi e Veneto Banca, sul costo di 10 euro delle nuove card da utilizzare per accedere a tutti i servizi disponibili presso le casse veloci automatiche, il Gruppo Intesa Sanpaolo aveva prontamente risposto che invitava i possessori di vecchie card “a recarsi presso la propria filiale dove, a partire dal prossimo 11 dicembre, potranno richiedere l’emissione di una nuova carta, ove di loro interesse. Si segnala inoltre che ai clienti che richiederanno una carta prepagata Flash (nominativa o al portatore) entro il prossimo 31 marzo non sarà addebitato il costo di acquisto normalmente previsto per tale carta.

In ogni caso già ora i prelievi con le carte prepagate emesse da Banca Popolare di Vicenza sono gratuiti sulle casse veloci automatiche del Gruppo Intesa Sanpaolo, se effettuati tramite il circuito BANCOMAT“.
Ebbene se sempre il “non reietto” GdV, segnala, a nome dei sindacalisti degli impiegati, “il cattivo funzionamento di bancomat e home banking” e che per avere una nuova carta di credito aziendale un imprenditore è stato “rimandato a dopo le feste, «meglio dopo il 15 gennaio»“, alcuni lettori ci segnalano ora che l’assicurazione data da Intesa Sanpaolo del costo zero per le nuove card per i vecchi clienti ereditati dai “bidoni” di BPVi e Veneto banca, non sarebbe poi così vera a meno che non ci sia un ginepraio di card. Ecco, in sintesi, cosa ci scrivono.

 

Il primo lettore ‘tipo’: “Allo sportello di Banca Intesa l’operatore (che legge il suo giornale che ha paralo dell’argomento…), non accennando all’articolo, mi ha detto che non avrei pagato i 10 €  per la carta ma “solo” 0,50 cent al mese, quindi € 6 l’anno. All’inizio mi aveva parlato di € 10 l’anno ma non di 0,50 al mese”
Il secondo lettore ‘tipo’: “Per avere la nuova carta mi è stato detto che il costo è di € 10 l’anno + € 0,50
al mese: quindi 16 euro l’anno per una semplice prepagata che prima non costava nulla“.


Quanto pesa un/uno/una moneta da 50 centesimi di euro?

Chiediamo a questo punto a Intesa Sanpaolo pubblicamente (invieremo subito anche una mail ma temiamo di finire sempre e per qualche strano motivo nella loro casella Spam) se veramente e per quali misteriose card esista il lettore che ci pare tanto un ET, quello da incontro, non, ravvicinato del terzo tipo, che possa avere la card gratis.
Se, poi, non andassimo in Spam la domanda sui fidi multipli è sempre viva confidando anche che chi applica le direttive di Carlo Messina non voglia fargli fare brutta figura.

50 centesimi di Euro

Perché se di buone intenzioni è lastricato l’inferno, di bugie su card e fidi multipli sono stanchi i 2 milioni di famiglie e le 200 mila imprese che, con 1,5 milioni di conti correnti, detengono rapporti con la nuova banca che vorrebbero tanto che non imitasse la prima fin dal “buongiorno“.

Altrimenti potrebbe diventare norma quello che dichiara al GdV un responsabile di filiale di Vicenza (“almeno fino a marzo «non se ne uscirà», i clienti sono stanchi, «iniziano a fioccare chiusure di conti»).

E allora sì che, finalemente, si capirebbe perchè così tanto ben di Dio, milioni di conti attivi, affidamenti di qualità e depositi, siano stati pagati solo 50 centesimi, il costo mensile di una sola carta bancomat da rinnovare…(Vicenzapiu’)

Ex BpVi in Intesa 
Nelle filiali regna 
ancora il caos

A 20 giorni dalla migrazione informatica delle ex BpVi e Veneto Banca in Intesa Sanpaolo regna ancora il caos agli sportelli. La fotografia presentata ai vertici delle relazioni industriali di Intesa dal coordinamento sindacale Fabi, First-Cisl, Cgil Fisac, Ugl, Uilca, Unisin è una litania: «Code interminabili agli sportelli, rallentamenti delle procedure, cattivo funzionamento di bancomat e home banking, problemi per le attività di Tesoreria (uno su tutti il pagamento dei ticket sanitari), criticità rispetto agli affidamenti delle imprese». Qualche situazione sta diventando complessa: c’è anche chi si è visto tredicesima e stipendio saltato. «Questa situazione – hanno spiegato – unita all’intensa attività del mese di dicembre, sta esasperando la clientela e, di conseguenza, creando forte tensione ai lavoratori già impegnati ad imparare le nuove procedure». (Roberta Bassan Il Giornale di Vicenza)

CONTRATTO DI CESSIONE DI AZIENDA VENETO BANCA – POPOLARE VICENZA (ATTO NOTARILE DEL 26 GIUGNO 2017)

https://drive.google.com/file/d/0B79_g8yAOzcBdEhHdkdZZXJOemc/view

 

DECRETO LEGGE 25 GIUGNO 2017 N. 99 (CLICCA QUI)

Crowdfunding al via per tutte le imprese, ma in Italia ecco cosa non funziona

Crowdfunding al via per tutte le imprese, ma in Italia ecco cosa non funziona

Soldi del crowdfunding non solo alle start-up: la nuova disposizione Consob apre la raccolta fondi a tutte le imprese, peccato che il meccanismo non funzioni.

IL CROWDFUNDING, COS’E’ E COME FUNZIONA

Soldi, soldi, soldi. Il crowdfunding è un fenomeno di raccolta-fondi in rete, nato in Australia e negli Stati Uniti per finanziare progetti e persone che non vogliono o non possono accedere al prestito delle banche o a fondi pubblici. 

Negli Stati Uniti con il crowdfunding si finanzia tutto, dai sistemi anti mine all’edilizia, dai funerali ai baby sitter. Ogni buona idea può avere una possibilità. Ed il modello sta rivoluzionando i finanziamenti alle “imprese” e alle persone che nessun istituto di credito sosterrebbe. Per tutti costoro esiste l’appoggio della folla (appunto la crowd) in rete che valuta se l’idea è meritevole di sostegno.

Funziona così: un promotore lancia un’iniziativa a carattere benefico, sociale, economico o culturale e chiede al pubblico somme di denaro per sostenerlo (il funding), spiegando nel dettaglio l’idea su siti o portali dedicati.

Esistono varie tipologie di crowdfunding”, racconta l’avvocato ed esperto di settore Alessandro Maria Lerro: 

“Il modello donation, per iniziative senza scopo di lucro; il modello reward, dove in cambio di una donazione in denaro, si dà una ricompensa o un premio non monetario; il modello equity crowdfunding, che prevede la partecipazione all’impresa di investitori e la Consob ha introdotto cambiamenti importanti che vanno in vigore dall’anno prossimo”

Se la cifra richiesta per realizzare l’impresa viene raggiunta entro il tempo prestabilito, alla piattaforma di crowdfunding viene riconosciuta una percentuale intorno al 5%. Non ci sono fidejussioni o garanzie da dare: è un patto di fiducia e a volte, se l’obiettivo fissato in partenza non viene realizzato, il proponente dovrà restituire i soldi ai donatori.

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Le piattaforme (tra le più famose ci sono le americane “Kickstarter” o “Indiegogo”) hanno finanziato numerosi progetti di persone comuni. Ci sono storie di chi ha chiesto poche migliaia di euro ed ha ottenuto milioni. Una fra tutte quella dell’australiano Cedar Anderson, figlio di contadini e senza mezzi, che anni fa chiese qualche migliaia di euro sulla piattaforma “Indiegogo” per costruire arnie che permettessero di prelevare il miele senza far male alle api (che sono in via di estinzione) e raccolse più 12 milioni di dollari.  

Nel mondo il denaro versato in un anno con il crowdfunding ammonterebbe a poco meno di 40 miliardi di euro e nei Paesi anglosassoni la tassazione per le donazione è marginale. In Italia invece cambia tutto. Il cumulo delle donazioni ancora nel 2015 si aggiravano intorno ai 60 milioni di euro. Se ogni Paese applica la propria legislazione e le proprie regole fiscali qui iniziano i dolori sopratutto per noi. Il sistema Paese e i suoi legislatori si dimostrano ancora una volta inadeguati e persi tra tassazioni medievali ed idee di impresa inesistenti, minando il meccanismo alla fonte. Ma prima di vedere come e perché ecco in arrivo delle novità.

Word Cloud "Crowd Funding"

LE NUOVE REGOLE CONSOB SUL CROWDFUNDING IN ITALIA

Dal prossimo 3 gennaio 2018 le piccole e medie imprese italiane potranno essere finanziate tramite il sistema di equity crowdfunding, valutando se vendere sul mercato quote della propria attività. Era questa, fino a ieri, una possibilità riservata solo alle startup e alle pmi innovative (delibera Consob 29 novembre 2017 n. 20204, atto pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 289 del 12 dicembre 2017)

La raccolta dei fondi viene regolamentata con i gestori dei portali che dovranno aderire a sistemi di indennizzo a tutela degli investitori in base all’articolo 59 del TUF (Testo Unico sulla Finanza, dlgs 58/1998). Oppure, in alternativa, dovranno avere un’assicurazione per i danni derivanti al cliente, dall’esercizio dell’attività professionale. Nel dettaglio: una copertura assicurativa di 20000 euro per ciascuna richiesta di indennizzo o una copertura dal mezzo milione al milione di euro l’anno per l’importo totale delle richieste di indennizzo.

Questa specifica regolamentazione non si applica dal prossimo 3 gennaio 2018, giorno di entrata in vigore del regolamento, ma sei mesi dopo la pubblicazione della delibera in Gazzetta Ufficiale. 

Un particolare va ricordato: i portali che esercitano in Italia e per i quali si applicheranno queste norme, di raccolta fondi con il crowdfunding, sono quasi tutti in rosso.

 

CROWDFUNDING E IMPRESE: PERCHÉ NON FUNZIONA IN ITALIA

Cercare fondi e farsi finanziare un progetto col crowdfunding non è semplice. Occorre avere un seguito da muovere sui portale di finanziamento e in epoca di crisi, come quella attuale, la donazione non è la prima scelta degli italiani. Nel mondo i grandi donatori sono per lo più di cultura e lingua inglese, quindi l’eventuale progetto da finanziare dovrebbe essere postato sui portali anglosassoni e alimentato da iniziative in inglese, se vogliamo ragionare con realismo e tener conto che la potenza e l’unicità del progetto non basta a muovere grandi numeri, appunto la folla. Occorre parlare la lingua che la folla dei donatori utilizza.

La sola forza delle idee in un sistema come l’Italia, che non facilita le imprese né il lavoro, non basta.

In più viviamo in un epoca in cui i business e le imprese sono sempre da considerare come investimenti a brevissimo raggio. In Italia anche le tanto decantate start up e incubatori di imprese hanno vita breve. Otto su dieci falliscono in tre anni. 

E poi se parliamo di imprese vere e proprie le buone idee andrebbero protette.

Raccontiamo l’esempio di una storia concreta. Un’impresa di ragazzi napoletani (non mettiamo i nominativi per non aggiungere la beffa al danno che già hanno subito) fanno un crowdfunding per poche migliaia di euro per un geniale prodotto altamente tecnologico. Espongono l’idea su un portale di crowdfunding e parte la raccolta. Ma prima che il progetto veda la luce, persi nelle ulteriori burocrazie italiche, si ritrovano il loro prodotto realizzato da un team cinese (che ha pedissequamente riprodotto la loro idea, come esposta sul portale di raccolta) immettendolo sul mercato mondiale a un terzo del prezzo immaginato.

investire startup crowdfunding

Lo Stato e il mercato, tanto meno quello italiano fatto di gabelle, vassalli e papponi, non ha capacità di difenderti ed anche una buona idea diventa preda per chi ha capitali, poche norme e fa quello che gli pare.   

Una via di fuga è però realizzabile con il modello di tipo “donation”. Il progetto in questi casi non è finalizzato ad un’attività commerciale o economica ma ci sentiremo lo stesso sconsigliarci l’iniziativa dai commercialisti italiani. Ci diranno: “Non farlo. L’Agenzia delle Entrate potrebbe un giorno contestarti che la donazione va considerata come reddito e tassartelo togliendoti una parte sostanziosa della somma a seconda della dimensione, applicando le varie aliquote per scaglioni di reddito, il 23%, il 27%, il 38%, il 41% o il 48%”. Vedi anche qui.consob-regolamento-crowdfunding

“Ma con le paure non si fa mai nulla”- spiega  l’avvocato Lerro -“Se non c’è attività commerciale non c’è tassazione. Punto e basta. Si può tenere per il progetto la somma donata”.

Se invece la raccolta fondi mette in moto, a qualsiasi titolo, un’attività commerciale l’ammontare viene automaticamente considerato reddito tassabile (con l’applicazione per scaglioni delle solite aliquote). Un esempio banale. Se creiamo un crowdfunding per realizzare un libro che poi pubblicheremo ma non abbiamo il denaro sufficiente, mettiamo 20000 euro, per il tempo da dedicare alla ricerca e alla scrittura, il denaro che raccogliamo è da considerare reddito e va tassato. Di quei 20000 euro, 5400 vanno allo Stato. Meglio che niente, direte. Ma farsi donare del denaro non è facile. Per non renderlo tassabile basta non pubblicare il libro. Neanche regalarlo ai sottoscrittori del crowdfunding perché l’operazione potrebbe essere considerata una prevendita. (Antonio Amorosi Affariitaliani)

Equity Crowdfunding info

crowdfunding

 

Per i bancari arriva il riscatto della laurea

Per i bancari arriva il via libera al riscatto e alla ricongiunzione dei periodi contributivi attraverso il Fondo di solidarietà del credito ordinario e cooperativo. È stata infatti pubblicata l’attesa circolare dell’Inps (n.188 del 22 dicembre che dà attuazione ai commi 234 e 237 della legge 11 dicembre 2016, n.232) che rende operativo l’esercizio, da parte dei datori di lavoro, ossia delle banche, della facoltà di riscatto e ricongiunzione di periodi utili al conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia, precedenti all’accesso al Fondo.

Con questa circolare dell’Inps diventa quindi esercitabile anche la terza misura per la completa attuazione del comma 237 della legge di bilancio del 2017, sostanzialmente confermata nell’ultima finanziaria. Le prime due misure, lo ricordiamo, erano l’allungamento fino a 7 anni della durata massima dell’assegno straordinario, invece dei 5 ordinari, e lo stanziamento, per il periodo 2017-2019, di un contributo di sostegno al Fondo di 648 milioni con riferimento a 25mila uscite, con l’ammortizzatore del credito. La previsione era di 12mila ingressi nel Fondo nel 2017, 7mila nel 2018 e 6mila nel 2019. La ripartizione prospettica delle risorse, annuale, aveva previsto un sostegno di 174 milioni per quest’anno.

In attesa dei dati dell’Inps, una prima valutazione, verosimile e basata sui piani industriali delle principali banche, porta a dire che nel 2017 ci sono stati tra i 9 e i 10mila ingressi sul Fondo, un numero inferiore rispetto ai 12mila previsti e che quindi si produrrà un avanzo nello stanziamento del 2017. Dato che il “cofinanziamento” degli assegni straordinari era focalizzato sul triennio, l’auspicio delle banche è ovviamente che sia possibile utilizzare le risorse complessivamente stanziate anche al di là della loro ripartizione annuale, nel caso in cui non fossero state fruite nel rispettivo anno di competenza. O che comunque si individuino meccanismi di flessibilità che consentano la piena fruibilità di quelle risorse che rappresentano una sorta di compensazione del contributo che le banche versano per la Naspi senza però fruirne.

Tornando alla circolare dell’Inps e al riscatto/ricongiunzione (in cui il riscatto laurea assume rilievo principale), l’esercizio è previsto limitatamente al triennio 2017-2019 e le domande potranno essere presentate fino al 30 novembre 2019. Le banche dovranno presentarle almeno 4 mesi prima della risoluzione del rapporto di lavoro. La disposizione, come detto sopra, si inserisce nel quadro delle misure di agevolazione all’esodo e ha come destinatari coloro che si trovino a maturare i requisiti per fruire della prestazione straordinaria senza ricorrere a operazioni di riscatto e/o ricongiunzione, sia coloro che raggiungano i requisiti di accesso alla prestazione straordinaria per effetto del riscatto o della ricongiunzione. Sia il riscatto che la ricongiunzione potrebbero far acquisire il diritto immediato alla prestazione pensionistica, escludendo in tal modo la corresponsione dell’assegno straordinario.

L’esercizio della facoltà di riscatto o ricongiunzione, spiega la circolare, è comunque finalizzato all’esodo del lavoratore ed è subordinato alla sottoscrizione dell’accordo di esodo e alla risoluzione del rapporto di lavoro. Tutte le operazioni dovranno avvenire entro il mese successivo al pagamento in unica soluzione degli oneri di riscatto e/o ricongiunzione e comunque entro e non oltre il 30 novembre 2019. Su quest’ultimo punto si ricorda che la misura prevista dalla penultima finanziaria non comporta sostanzialmente oneri per la finanza pubblica, in quanto questi saranno a carico delle aziende interessate.

Adesso che sono divenute operative le disposizioni dei commi 234 e 237 della legge n.232 dell’11 dicembre 2016, potrebbero anche ampliarsi i bacini di coloro che possono accedere al Fondo di solidarietà, che, come è stato ricordato nell’ultimo rapporto sul mercato del lavoro dell’Abi, si è rivelato uno strumento determinante per la gestione delle eccedenze del personale, particolarmente significative nella fase di profonda ristrutturazione che coinvolge da anni il credito. Dal 2000 al 2016 (si veda l’infografica) il fondo ha erogato assegni straordinari a 58mila lavoratori, con un aumento della durata media della permanenza: prendendo il periodo 2003-2016, si osserva che nel 2003 la percezione dell’assegno straordinario si attestava a 2 anni e 9 mesi, dal 2003 al 2011 è aumentata di 20 mesi, dal 2011 al 2014 si è ridotta di 9 mesi, per poi aumentare dal 2014 al 2016 e raggiungere nel 2016 i 4 anni e 2 mesi. Nel corso del periodo 2010-2016 è infine notevolmente cambiata la struttura demografica dei percettori dell’assegno straordinario.

Rispetto al 2010, nel 2016 si assiste infatti a una forte contrazione degli interessati nelle fasce di età fino a 56 anni e da 57 a 58 anni – di 30 e 36 punti percentuali rispettivamente – a fronte di un complessivo incremento di 66 punti percentuali nella platea dei percettori con oltre 58 anni. Un’evoluzione molto significativa che ha sullo sfondo anche la riforma del Fondo per l’occupazione che Abi e i sindacati intendono implementare anche in sinergia con il fondo di solidarietà. Ma di questo si riparlerà a metà gennaio. ( Cristina Casadei – Il sole 24 0ore)

Veneto Banca, richiesta di fallimento da pm.

Il sostituto procuratore di Treviso Massimo De Bortoli potrebbe presentare a fine gennaio istanza di dichiarazione di insolvenza per Veneto Banca Spa. Come scrive Federico de Wolanski su la Tribuna di Treviso di oggi a pagina 2, questo significherebbe accogliere la richiesta formulata dagli avvocati Calvetti e Fadalti, che rappresentano migliaia di creditori della banca oggi acquisita dal gruppo Intesa.

L’istanza di De Bortoli passerà al tribunale stesso, che dovrà valutare la liquidità di Veneto Banca Spa e che potrà dichiarare lo stato di insolvenza, decisione che permetterebbe alla Procura di aggiungere alle accuse nei confronti dei dirigenti di Vb il reato di bancarotta, che ha tempi di prescrizione ben più lunghi dei reati contestati ad oggi, ovvero ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio. (VVOX)

Vincenzo ConsoliVincenzo Consoli   

Il mistero di fine anno: c’è la Russia o la Cina dietro il contrabbando di petrolio con la Corea del Nord?

PECHINO, CINA, MAGGIO 2017 – Il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin – foto di Damir Sagolj-Pool/Getty Images

E’ ormai un giallo quello che riguarda l’approvvigionamento di petrolio della Corea del Nord. I fatti sul tavolo sono chiari: da un lato ci sono le Nazioni Unite che hanno emanato una serie di severissime sanzioni che di fatto tagliano fuori da ogni commercio la Repubblica Popolare di Nord Corea: nessuno scambio è possibile, tanto meno quelli che riguardano armi e petrolio (indispensabile per far viaggiare i missili che tanto il mondo teme). Dall’altro c’è l’evidenza del fatto che in qualche modo la Corea del Nord sta continuando ad approvvigionarsi e, evidentemente, qualcuno, in qualche modo, questo petrolio dovrà pur venderglielo.

 

Il leader nordcoreano Kim Jong Un –
STR/AFP/Getty Images
 

Il problema, ora, è capire chi. La Corea del Sud ha diffuso alcune immagini satellitari nelle quali si vede una petroliera avvicinarsi in mare aperto a una nave Nord Coreana e traferire del petrolio. Di chi è questa nave? Opera per conto proprio o per conto di uno Stato vicino alla Corea del Nord come Cina o Russia? A chi giova questo contrabbando?

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Secondo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, la questione è chiara come il sole: la petroliera ripresa dalle immagini sudcoreane sarebbe cinese, e le foto sarebbero solo la prova del doppio gioco cinese e della scarsa affidabilità di Pechino come mediatore con Pyongyang. Una certezza che Trump ha espresso ieri in un “fumantino” tweet nel quale dice che la “Cina è stata presa con le mani nella marmellata”, e che, dal canto suo, la Cina ha prontamente smentito.

Il presidente Usa Donald Trump e quello russo Vladimir Putin in un incontro a latere del G20 di Amburgo. SAUL LOEB/AFP/Getty Images

Secondo l’agenzia Reuters, invece, l’origine di quelle petroliere e di quel petrolio sarebbe russa. L’agenzia cita fonti di intelligence e sicurezza europee che riferiscono di traffici e contrabbandi tra la Russia (nel senso di armatori privati e senza scrupoli, che potrebbero anche operare senza la benedizione dello stato centrale) e la Corea del nord. Secondo le fonti citate da Reuters petroliere russe hanno fornito carburante alla Corea del Nord in almeno tre occasioni: “Le navi russe hanno effettuato trasferimenti nave-nave di prodotti petrolchimici verso navi della Corea del Nord in più occasioni quest’anno”, dice Reuters citando una fonte di intelligence che ha chiesto di rimanere anonima.

Le immagini fornite dal Tesoro Usa mostrano un trasferimento “da nave a nave” – Fonte il Tesoro Usa

Anche se l’agenzia mette le mani avanti dicendo di non aver potuto verificare quanto scritto, perché i documenti di intelligence citati sono rimasti segretati, qualche puntino da unire in attesa di prove concrete c’è. In primo luogo occorre citare il fatto che negli scorsi mesi, circa 8 navi nordcoreane sono partite dalla Russia cariche di petrolio: la loro destinazione ufficiale era quella di altri porti russi, ai quali però sembra non siano mai giunte, facendo verosimilmente rotta verso la madrepatria. Un altro elemento interessante riguarda il fatto che le navi russe sospettate del contrabbando avrebbero l’abitudine di spegnere il transponder (un apparecchio che serve a localizzare le navi e a tracciarne la rotta, come fosse un gps) quando si trovano in mare aperto e, dunque, a far perdere le loro tracce.

 

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Emblematico, in tal senso, sarebbe il caso della nave russa Vityaz: ha lasciato il porto di Slavyanka vicino a Vladivostok in Russia il 15 ottobre con 1.600 tonnellate di petrolio, diretta verso il mar del Giappone; arrivata in acque aperte ha spento il transponder e lì, pare, avrebbe incontrato la nave cisterna Sam Ma 2 della Corea del Nord, rifornendola di circa 1200 tonnellate di petrolio. Contattato da Reuters l’armatore russo titolare della nave ha rifiutato ogni commento.(LUCIANA GROSSO – BUSINESS INSIDER)

Corea del Nord, Kim Jong minaccia: abbiamo la bomba alla crema

PARADISE PAPERS -IL DOPPIO FONDO

Paradise papers logo - humor vignette with crown, money and tropic island palm trees crossed as sign of leaked documents about government money laundering and taxation crime

 

La squadra di Report ha continuato a scavare neiParadise Papers, l’archivio della società di servizi legali off-shore Appleby. Questa volta, dai paradisi fiscali del mar dei Caraibi affiorano carte riservate che gettano una luce nuova sulla vicenda del polo industriale Electrolux di Scandicci, vicino Firenze.

 

Era il 2008 quando la multinazionale svedese decise di chiudere lo stabilimento. Per scongiurare il licenziamento di quattrocento lavoratori, Electrolux decise di convertire la produzione da frigoriferi in pannelli solari. La società che venne scelta per la riconversione è Italia Solare Industrie del gruppo Mercatech.

Paper folder with Paradise papers label on it with euro and dollar currency, offshore tax heavens documents leak concept

L’accordo fu firmato sotto il controllo del ministero del Lavoro, dei sindacati, della Regione Toscana e della stessa Electrolux. Il patto fallì, la fabbrica chiuse nel giro di due anni lasciando a casa tutti i lavoratori. Cosa accadde veramente? Quanto erano solide le garanzie finanziarie a cui tutti avevano dato credito?

VIDEO REPORT:

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-b797fa58-3ed4-4285-b3c6-a2d04eed804c.html

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Cercasi collegio sicuro per Madonna Boschi. Sfuma l’ipotesi Lucca?

di barbara pavarotti la Gazzetta di Lucca 

Che peccato. Già pregustavamo a Lucca un bel duello fra madonna Boschi e la vestale berlusconiana Bergamini (responsabile della comunicazione di Forza Italia), come scritto qualche giorno fa da La Nazione, e invece pare proprio che il Pd ci abbia ripensato. Niente gara lucchese insaporita dal fascino femminile. La candidatura di Maria Elena nel collegio di Lucca alle prossime elezioni avrebbe avuto come ispiratore Denis Verdini, il gran consigliere di varie mosse del Pd, a cominciare dal patto del Nazareno.

 

Ad Arezzo, la terra natia, una candidatura Boschi è improponibile, date le note vicende di banca Etruria. E lei, la madonnina, ha detto chiaramente che spera di essere candidata nuovamente in Toscana. Quindi Lucca poteva andar bene. Ma con di fronte una come la Bergamini, viareggina, con molte ramificazioni nel territorio lucchese, no, probabilmente non l’avrebbe spuntata. Quindi ora l’ipotesi che circola è di piazzare Maria Elena in qualche listino proporzionale sicuro, purtroppo fuori regione, magari in Emilia Romagna.

Chi si ricandida sicuramente nel collegio uninominale di Lucca (che comprende anche Viareggio, parte della Piana, Mediavalle e Garfagnana) è il senatore Marcucci. Lo ha annunciato su Facebook prima di Natale:

“Bella festa di auguri natalizi stasera. Ho detto ai tanti amici ed amiche che erano con me, che ho dato la mia disponibilità al Pd ad essere candidato nel collegio uninominale di Massa- Carrara Lucca. #avanti”.

E qui probabilmente non ci sarà storia né battaglia. L’elezione appare scontata. Il territorio è suo da quando è sceso in politica, un quarto di secolo fa, come riconosce lo stesso Verdini.

Insomma, le grandi manovre sono già cominciate. I partiti si stanno ponendo il problema di dove collocare le pedine da eleggere, stanno analizzando lo scacchiere Italia per garantire ai propri fedeli un felice travaso nel nuovo Parlamento. Ci siamo. Cin cin per il nuovo anno e per l’imminente scioglimento delle Camere che il presidente della Repubblica potrebbe firmare già giovedì 28. Nello stesso giorno, al massimo venerdì, il Consiglio dei ministri varerà il decreto che dovrebbe fissare le elezioni il 4 marzo. Quindi si aprirà ufficialmente la campagna elettorale, mai interrotta in verità come tutti vediamo ogni giorno. Una campagna in mobilitazione permanente e che da gennaio affilerà le armi ancora di più, finché gli italiani non arriveranno stremati alle Idi di marzo. Che sarebbero il 15, secondo il calendario romano, il giorno in cui venne ucciso Giulio Cesare. Con queste elezioni marzoline, che faranno vittime e feriti, la resa dei conti nazionale viene anticipata. 

Ecco i dieci eroi (non illustri) del 2017 -I dieci eroi dell’Italia migliore

Le donne e gli uomini protagonisti di azioni coraggiose nell’anno che si sta per concludere.

Per qualche giorno sono finiti in prima pagina, ma di loro quasi tutti si sono già dimenticati. Senza pretendere medaglie, hanno compiuto imprese straordinarie, salvato tante vite e fatto arrivare lontano il loro buon esempio 

 

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LORENZO GAGLIARDI – Otto ore sugli sci per arrivare a Rigopiano  

Nel suo ufficio, nella caserma del nucleo alpino della Guardia di finanza, non c’è più spazio per appendere targhe e pergamene. Il maresciallo Lorenzo Gagliardi ha perso il conto dei premi e degli attestati di gratitudine, sommerso da lettere di ringraziamento e messaggi affettuosi. Il presidente della Repubblica gli ha concesso la medaglia d’oro, ma tanti sconosciuti continuano a scrivergli da tutta Italia. E lui ogni volta ripensa alle famiglie di chi non è riuscito a salvare. «Ai 29 morti e ma anche a quelli che si sono sacrificati durante le operazioni di salvataggio».  

 

 

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio, prima ancora che l’Italia intera si ritrovasse per giorni con il fiato sospeso, lui ha sfidato un’impenetrabile barriera di neve e ghiaccio. Con gli sci ha camminato per 8 chilometri e per primo è arrivato all’ingresso dell’Hotel Rigopiano: è partito a mezzanotte ed è arrivato alle quattro del mattino. «Eravamo in 12, tutti finanzieri, avanzavamo in colonna, a distanza di 20 metri l’uno dall’altro. Così, se fosse arrivata un’altra valanga non ci avrebbe travolto tutti. Dell’albergo non c’era più niente. La neve era in tutte le stanze, come se un cannone l’avesse sparata dentro a forza . Scavavo con la pala, con le mani, con un ramo: la sonda ci aveva fatto capire che sotto tre metri di ghiaccio, c’era qualcuno». E gli 11 superstiti devono la vita anche al grande lavoro del maresciallo Gagliardi, che per l’Italia è diventato l’eroe di Rigopiano.  

 

GESSICA NOTARO – La miss sfregiata con l’acido: “Oggi mi sento più forte”  

«Il viso poco a poco si sta sgonfiando, ora la pelle tira di meno e io riesco a fare quasi tutto. Mi sto abituando al mio nuovo aspetto, sto iniziando a riconoscermi. Oggi posso dire di essere molto fiera di me. Mi sento più forte, una persona migliore». Gessica Notaro ha trovato del buono in una vicenda drammatica che si potrebbe raccontare solo attingendo all’intero repertorio degli aggettivi negativi. 

 

 

Lei era una ragazza bellissima, eleganza da passerella e sguardo da copertina. Il 10 gennaio l’ex fidanzato Jorge Edson Tavares ha cercato di spegnerle il sorriso, svuotandole in faccia tutto l’acido contenuto in una bottiglietta di plastica. Da quel momento per Gessica è tutto cambiato. Giorni e giorni in ospedale, le operazioni chirurgiche e la nuova vita. Con una grinta epica e uno straordinario impegno nell’aiutare le altre donne intrappolate nella violenza. Per qualcuno l’ex Miss Romagna è da considerare “Italiana dell’anno” e lei sfrutta l’occasione per ribadire la necessità di approvare una nuova legge che protegga le donne che trovano il coraggio di denunciare. «Io se l’avessi fatto dopo i primi episodi certamente mi sarei salvata».  

 

JOHN OGAH – Il nigeriano coraggioso che ha disarmato un bandito  

Di far finta di nulla, o di allontanarsi per evitare rischi, John non ci ha pensato neanche un attimo. Ha avuto paura, questo sì. Ma alla fine ha deciso che era il momento di intervenire e fermare quel rapinatore armato di mannaia. «Io ero fuori dal market, come ogni giorno aspettavo che qualcuno mi lasciasse qualche moneta. Quando ho visto che il rapinatore ha tirato fuori un coltello ho capito che non scherzava. Dovevo impedire che facesse male a qualcuno e allora sono entrato nel supermercato. Tutti urlavano e lui aveva il coltello in pugno. Io senza pensarci l’ho afferrato e ci siamo spintonati».  

 

 

Le immagini delle telecamere di sorveglianza del market di via Delle Conifere, periferia Est di Roma, il 26 settembre, hanno ripreso la scena e documentato il coraggio di John, fuggito dalla Nigeria nel 2013. Il rapinatore è stato arrestato (e poi condannato) e per il trentunenne fuggito da casa per non essere ucciso da un gruppo criminale, la vita è cambiata solo dal punto di vista legale. Perché quel gesto eroico è servito per avere il permesso di soggiorno ma non per trovare un lavoro. E così John ogni mattina deve tornare davanti al market per chiedere l’elemosina. Se non altro i clienti sono diventati più generosi.  

 

PAOLO PALUMBO – Il giovane chef con la Sla restituisce i sapori ai malati  

Con quella bestia indomabile che prova a stroncare i sogni tipici di un ragazzino, Paolo discute quasi ogni giorno. Più che un dialogo, è una sfida: «Dici che non potrò liberarmi di te? Solo per ora». Con la grinta tipica di un ventenne, Paolo Palumbo non ha alcuna intenzione di arrendersi. La Sla gli ha già assegnato un record che nessuno mai avrebbe voluto: è lui il più giovane malato d’Italia. Ma mentre la “sclerosi laterale amiotrofica” avanza e immobilizza altre parti del suo corpo, lui reagisce con una forza da attaccante. Ed è questa la sfida: non farsi bloccare dalla malattia. Nonostante i movimenti siano sempre più difficili e per spostarsi sia già necessaria la sedia a rotelle. I progetti di Paolo diventano un esempio, uno stimolo persino per gli scienziati che ora hanno creato un team internazionale che si è dato come obiettivo quello di esaudire il sogno suo e di tanti altri pazienti: studiare la Sla e trovare una cura.  

 

 

Dalla sua casa di Oristano, nel frattempo, Paolo si occupa anche di rendere un po’ meno difficile la quotidianità. Non solo la sua. E sfruttando la passione per la cucina, i consigli da chef del papà Marco e l’aiuto del fratello Rosario, si è fatto venire in mente un’idea rivoluzionaria: un tampone che consente ai malati costretti a nutrirsi con un sondino di provare ancora i gusti dei piatti della cucina nostrana. «Si tratta di mettere in produzione un tampone – spiega Paolo – che è una sintesi “chimica” di sapori, attraverso la cucina molecolare. Una volta introdotto in bocca, questo tampone, sprigiona tutti i gusti, ridando gioia a chi anche da decine di anni magari si nutre con un sondino e non può più mangiare naturalmente. Finalmente anche i malati possono finalmente riassaporare la vita». I test fatti al Centro Nemo di Milano hanno dato esito positivo e per capire che l’idea è geniale basta osservare gli occhi lucidi dei pazienti che hanno potuto provare dopo tanto tempo il gusto di una carbonara. Intanto, il messaggio di Paolo è arrivato lontano, persino alle orecchie di Barack Obama. Che a maggio gli ha stretto la mano e assicurato un impegno su cui ora tutti i malati fanno affidamento. Perché loro al suo motto ci credono davvero: «Yes, we can!».  

 

GIUSEPPE BOVE – Il vigile del fuoco che ha salvato i fratellini di Casamicciola  

Ciro, incastrato tra le macerie della cameretta, non ha smesso neanche un attimo di gridare «tirateci fuori, non ci abbandonate, tirateci fuori da qui». Ad ascoltarlo e a rassicurarlo, stando attento a non far crollare neanche un altro frammento, c’era un vigile del fuoco che aveva deciso di non tradire la promessa fatta Ciro e ai suoi due fratellini. Quell’angelo con il caschetto si chiama Giuseppe Bove e per portare a termine quell’operazione è rimasto in equilibrio per più di 16 ore. Poggiato delicatamente sulla cima di una montagna di macerie.  

 

 

All’interno di quel poco che restava di quella casa, nel centro di Casamicciola, c’erano tre bambini di 11, 8 e 7 anni: Ciro, Mattias e Pasquale aspettano abbracciati di rivedere la luce. E ogni tanto gridano: «Non ci fate morire, portateci via da qui». Giuseppe Bove non perde la pazienza e mentre lavora con i suoi colleghi per creare un varco sicuro si preoccupa anche di tenere svegli i tre fratellini. «Siamo arrivati alle 3 del mattino e da quel momento non ci siamo più fermati. Per trovare i bambini abbiamo usato il metodo più semplice: la voce. Li abbiamo chiamati e loro ci hanno risposto. Questo ci ha fatto capire subito che erano vivi e stavano bene. Da quel momento abbiamo lavorato senza tregua per riuscire a trovare uno spazio per raggiungerli e per portarli in salvo. Loro ci imploravano di continuo e continuare a lavorare senza cedere all’emozione è stata la cosa più dura. Ma questa è un’operazione che ha segnato la mia vita».  

 

FRANCESCA CAPALDO – La poliziotta anti stupratori armata solo della sua parola  

Non parla mai di reati, ma di ascolto, comprensione e fiducia. Non cita le pene e non si porta appresso le manette. Francesca Capaldo è una poliziotta che non ha bisogno della pistola. Perché la sua arma è la parola, costantemente carica di sguardi amorevoli e di parole dolci. Il giubbotto antiproiettile, dunque, non le serve. Eppure, i crimini che ogni giorno deve fronteggiare sono certamente tra i più spregevoli: quelli contro le donne. Il vicequestore Capaldo è il capo della sezione “Violenza di genere” dello Servizio centrale operativo della Polizia di Stato e ogni giorno lavora dietro le quinte. Senza divisa, alternando la procedura penale a quella dose di dolcezza che serve per aiutare una donna spaventata e umiliata a tirare fuori il coraggio per confidarsi.  

 

 

Francesca Capaldo non sta mai sotto i riflettori e le sue operazioni non finiscono mai sulle prime pagine. Ma nei primi giorni di settembre ecco la sua foto su tutti i giornali: quella poliziotta con lo sguardo basso che trattiene Guerlin Butungu per la felpa è proprio lei. Schiva le telecamere, forse avrebbe preferito non passare da quella porta, ma qualche giorno dopo accetta di raccontare quei dieci giorni di lavoro che sono serviti a dare un volto al branco che il 26 agosto si è accanito su una coppietta e su una transessuale sul litorale di Rimini. «Ho provato grande soddisfazione, ma solo per aver reso giustizia a quelle due donne con le quali, io e tutta la squadra, abbiamo passato giorno e notte. Quelli che abbiamo arrestato e che si sono scatenati con grande brutalità, in realtà sono dei ragazzini. Poco più che bambini. In branco hanno agito con spietatezza, ma uno per uno hanno dimostrato di essere mansueti, quasi timidi. L’obiettivo del nostro lavoro non è solo quello di individuare i responsabili dei reati, ma contribuire a portare avanti una piccola rivoluzione culturale, perché sia abbandonata questa concezione arcaica delle donne che ancora vengono trattate come se fossero una proprietà di qualcuno».  

 

LUX – Il cane-bagnino ha strappato. Caterina alla furia delle onde  

A considerarlo un cane-bagnino sembra quasi di sminuirlo. Perché Lux è molto di più. Non solo perché ha quattro zampe da sfruttare e nuota perfettamente, ma soprattutto perché è capace di fare quello che il più possente e il più coraggioso dei bagnini non potrebbe. Non solo per una questione di forza fisica, ma principalmente di cuore. E l’ha dimostrato il 12 agosto. Verso mezzogiorno, sulla spiaggia delle Saline, a Palinuro, si è sfiorato un dramma assurdo. Caterina, una bambina di 8 anni, nuotava in riva insieme al padre e alla sorellina. A un certo punto è arrivata un’onda più forte delle altre e le due ragazzine si sono ritrovate in balia della corrente.  

 

 

Il loro papà non ha perso tempo e ha sfidato la risacca, riuscendo però a riportare a riva solo una delle sue figlie. All’altra, cioè a Caterina, ci ha pensato Lux, un bellissimo labrador nero che discretamente controllava la spiaggia con la divisa della “Scuola cani salvataggio”. Lux è arrivato di corsa e si è tuffato senza esitazioni. E in pochi minuti ha riportato la bambina ai suoi genitori. «Non riuscivamo a farle vincere la paura dei cani – ha raccontato il papà – Da oggi sarà tutto diverso. Questa sarà una seconda vita».  

 

FEDERICO RAPAZZO – Nel caos di piazza San Carloun soldato batte il panico  

Federico Rapazzo è un militare ben addestrato e quando si è trovato in mezzo a una guerra nel centro della sua città ha avuto la lucidità che ha evitato altre lacrime. Piazza San Carlo, cuore nobile di Torino, 3 giugno. Quel che è successo lo ricordano più o meno tutti, ma di lui in tanti si sono già dimenticati. La Juve quella sera tenta invano di conquistare la Champion’s League e in città in 30 mila seguono la partita sui maxi schermi. Tra la folla, all’improvviso si scatena il panico e tutti fuggono senza che ci sia un pericolo vero.  

 

 

Si teme un attentato e tutti cercano di allontanarsi come possono. Erika Pioletti muore in mezzo alla calca, ma il delirio non finisce. Chi perde l’equilibrio si ritrova sommerso da migliaia di persone che in un attimo hanno perso la calma. Federico Rapazzo no: si trova davanti un bambino cinese scaraventato a terra dalla folla e con l’aiuto di un altro ragazzo (un senegalese che ha fatto letteralmente da scudo umano) ha portato in salvo il piccolo Kelvin. Lo ha preso in braccio e consegnato ai volontari del 118. «Se lo avessi lasciato lì sarebbe morto. Avevo tanta paura, ma dovevo fare qualcosa». 

 

DANIELA MANZITTI – Il gesto d’amore della mamma: fa arrestare il figlio latitante  

«Carissimo figlio mio, l’altra mattina ho fatto qualcosa che una madre non vorrebbe mai fare: ho tradito la cieca fiducia che tu da 24 anni riponevi in me, consegnandoti nelle mani di qualcuno che di te conosce solo il nome e le “bravate”. È stato necessario». Per salvare il proprio figlio ogni madre usa l’arma che può sfruttare con maggiore facilità. E Daniela Manzitti (badante pugliese di 47 anni) ha deciso di denunciare il figlio e farlo arrestare.  

 

 

Il suo secondogenito Michael era latitante da 3 mesi e lei il 31 ottobre ha fatto sapere ai carabinieri che l’avrebbero potuto trovare in ospedale, mentre assisteva all’ecografia della compagna in dolce attesa. Michael è uno che è finito in carcere già a 18 anni e qualche mese fa è evaso dai domiciliari, mentre scontava una condanna per rapina e spaccio. «L’ho fatto arrestare per sottrarlo alle cattive compagnie. Per il suo bene, eppure lui ora mi odia».  

 

ILARIA BIDINI – La ragazza che umiliai bulli dei social network  

Riscrivere qui, oggi, gli insulti che per mesi hanno offeso e umiliato Ilaria Bidini serve solo a dimostrare che lei è stata davvero forte più di una roccia. «Nana, deforme, fai schifo: non ti guardi allo specchio? Sei la miss bruttezza di Arezzo. Ogni volta che passi noi facciamo gli scongiuri». Queste, nella valanga della malvagità che sui social supera tutti gli argini, sono solo le frasi più eleganti. Perché il resto è tutto davvero irripetibile. Ma Ilaria non si è persa d’animo: all’inizio non aveva tanta voglia di gridare, ma ha tirato fuori la forza di un pugile. I cyber-bulli che ogni giorno le scrivevano qualunque tipo di cattiveria avevano solo l’obiettivo di farle del male.  

 

 

Di piegare anche nell’animo una ragazza che fin dalla nascita si è ritrovata un corpo più debole degli altri. Ma l’obiettivo dei vigliacchi è naufragato malamente. Perché Ilaria si è piazzata di fronte a una telecamera, seduta sulla sua sedia a rotelle, e a voce alta ha letto riga per riga tutti i messaggi ricevuti negli ultimi mesi. Qualcuno è stato denunciato e lei è diventata la consulente di tante ragazze che ogni giorno fanno i conti con la malvagità del cyber-bullismo.

(Nicola Pinna -La Stampa)

I conti dei Servizi segreti, Banca Intesa blinderà l’eredità della Popolare di Vicenza. Nel mirino la società informatica Sec. E intanto il Copasir accende un faro

Carlo Messina (Infophoto)Carlo Messina (Infophoto)

Un enorme database con movimenti di conto concorrente a dir poco delicati, che in teoria dovrebbero essere top secret. A gestire questo bendidìo è però una società informatica che ha bisogno di essere messa in sicurezza, soprattutto perché adesso ha un nuovo proprietario. La situazione è a tal punto delicata che anche il Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, sta per buttarci un occhio. Cominciamo subito dicendo che oggetto di tanto interesse è la Sec Servizi, società consortile padovana che fino a qualche tempo fa era controllata da Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Sconosciuta ai più, Sec è un veicolo strategico  perché gestisce un sistema informatico su cui viaggia una media di 50 milioni di transazioni al giorno, che poi vengono immagazzinate in una memoria di oltre 830 terabyte. Dopo il collasso delle banche venete, la Sec ha seguito la destinazione delle due ex controllanti, rientrando nel perimetro di Intesa Sanpaolo, guidata da Carlo Messina.agente segreto james bond 007

Il percorso – Proprio in questi giorni, con scadenza il 10 dicembre, Sec sta curando la trasmigrazione dei conti correnti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca all’interno di Ca’ de Sass. Ma la preoccupazione è alta per diversi motivi. Nel database di Sec, infatti, si custodiscono molti dettagli dei movimenti bancari effettuati da Aisi ed Aise, ovvero dai nostri Servizi segreti interni ed esterni, che si affidavano proprio alla Popolare di Vicenza e alla sua ex controllata Banca Nuova.

Segreti (e sprechi) degli 007 sui conti di Vicenza

Ieri Il Sole 24 Ore ha rivelato che dal giugno 2009 al gennaio 2013 il gruppo allora guidato da Gianni Zonin ha gestito 1.600 transazioni bancarie, per un controvalore di 642 milioni di euro, movimentate da Palazzo Chigi e dai Servizi segreti. All’Aisi, in particolare, sono ascrivibili 425 operazioni, per 43 milioni di euro, mentre all’Aise 20 transazioni per 6,2 milioni. Tra i beneficiari dei pagamenti, sempre secondo il quotidiano della Confindustria, c’è un po’ di tutto: generali, funzionari, avvocati, dirigenti, conduttori, autori, registi e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente viene da chiedersi come sia possibile che questi dati, a dir poco sensibili, siano usciti fuori. Ma quando si parla di 007 le trame non sono mai nitide. Di sicuro tutte queste transazioni sono memorizzate sul database della società padovana Sec, il cui nuovo proprietario è Intesa. Un patrimonio informativo enorme, quindi, che da Zonin di fatto arriva dritto nelle mani di Messina. Il cui problema, adesso, sarà quello di mettere in sicurezza la società informatica, a quanto pare non proprio impermeabile. La Notizia ha chiesto a Intesa in che modo si sta attrezzando per provare a blindare questo “tesoretto” informatico.

La risposta – Sul punto la banca si è limitata a dire che “Intesa Sanpaolo è impegnata nel servire al meglio la nuova clientela acquisita, assicurando elevati livelli di qualità, inclusi tutti i clienti della società consortile Sec, di cui Intesa Sanpaolo ha rilevato la quota”. Di sicuro la delicatezza dell’operazione non è passata inosservata al Copasir. Francesco Ferrara, componente Mpd del Comitato di controllo sui Servizi segreti, ha spiegato a La Notizia che “si troverà sicuramente il modo di discutere su una vicenda che merita la nostra attenzione”. E’ interesse del Copasir, ha concluso, “capire come stanno le cose”. Insomma, sulla strana vicenda si sta pian piano accendendo qualche faro. Perché la verità è che in tutta la questione del crac delle banche venete, segnatamente della Popolare di Vicenza, l’aspetto legato alla sicurezza dei sistemi informatici finora era totalmente rimasta sullo sfondo. (Stefano Sansonetti-La Notizia)

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Intesa Sanpaolo: depositato progetto di fusione di Banca Nuova

 

di E.I. 27 Dicembre 2017

Bombe made in Italy sui civili in Yemen. Pure il New York Times se ne accorge e i “giornaloni” italiani rilanciano quello che La Notizia scrive da anni

Yemen

(La Notizia)

Le bombe prodotte in Sardegna utilizzate dalla coalizione saudita anche contro i civili in Yemen, Paese martoriato dalla guerra civile. La denuncia arriva in un video-inchiesta del New York Times ed è ripresa dai giornali italiani. Fatti che La Notizia denuncia da almeno due anni fa, con numerosi articoli sulla vendita di armi all’Arabia Saudita nonostante esistano normative che proibiscono queste forniture ai Paesi coinvolti in conflitti.

Il video documenta il viaggio delle armi dalla Sardegna; da anni Mauro Pili, ex presidente della regione Sardegna ed ex sindaco di Iglesias, denuncia questi viaggi a dir poco sospetti. Il quotidiano americano spiega, altresì, che l’Italia non è l’unico Paese a vendere armi ai sauditi. Per il governo italiano però è tutto legale.

Bomba con fusibile illuminato in fiamme scintille fealing il calore come un avvertimento pericoloso di una scadenza urgente con un avviso di imminente esplosione su uno sfondo bianco. Archivio Fotografico - 11840306
 
LEGGI LA NOSTRA INCHIESTA DEL 24 MARZO 2017 (di CARMINE GAZZANNI)

 

In Yemen si muore. Ormai da due anni. Una tragedia ininterrotta che pare non scalfire le coscienze della politica e dell’industria armata. Perché c’è da restare allibiti dinanzi a continui carichi di bombe senza che nessuno, dal fronte delle istituzioni, dica o faccia qualcosa. Eppure i dati sono drammatici. Secondo quanto denunciato in questi giorni da Amnesty International, dal marzo 2015, quando sono iniziati gli attacchi aerei da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, sono stati uccisi almeno 4600 civili e ne sono stati feriti più di 8mila. Come se non bastasse, quasi 19 milioni di persone sono in estrema indigenza, tanto da dipendere solo e soltanto dall’assistenza umanitaria. Una guerra ingiusta e criminale.

illustrazione 3d astratto della bomba rosso con segno in vendita, su sfondo bianco Archivio Fotografico - 8534463

Denunce inascoltate – E a denunciarlo non sono le “solite” associazioni umanitarie. A dirlo chiaramente è stato, lo scorso 27 gennaio, il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, presentato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in cui si evidenzia come “i bombardamenti aerei condotti dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno devastato le infrastrutture civili in Yemen”. Ma c’è di più: “il gruppo di esperti  – si legge nel report – ha condotto indagini dettagliate su questi fatti ed ha motivi sufficienti per affermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale”. Non è un caso che già un anno fa anche il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sullo Yemen affinché si ponga fine alla guerra in corso, con un esplicito emendamento (359 parlamentari favorevoli e 212 voti contrari) che richiama la necessità di fermare il flusso di armi.  Tutto inutile dato che l’export continua.

Traffico di morte – E da dove parte questo flusso? Anche dall’Italia. Il rapporto dell’Onu, infatti, come ci spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia, “documenta il ritrovamento, a seguito di due bombardamenti a Sana’a nel settembre 2016, di più di cinque ‘bombe inerti’ sganciate dall’aviazione saudita” contrassegnate dalla sigla “Commercial and Government Entity (CAGE) Code A4447”, riconducibile all’azienda Rwm Italia, che ha sede a Domusnovs, in Sardegna. Gli esperti Onu spiegano inoltre che “una bomba inerte del tipo Mk 82 ha un impatto pari a quello di 56 veicoli da una tonnellata lanciati a una velocità di circa 160 km all’ora”. Tanto per capire.

Fila di pesanti missili nucleari contro il cielo blu con nuvole Archivio Fotografico - 11907276

yemen

“Non è quindi più accettabile – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia – che l’Italia continui ad inviare sistemi militari e munizionamento alle forze armate dell’Arabia Saudita. Non solo le associazioni internazionali, ma le stesse Nazioni Unite certificano ormai con chiarezza che numerosi bombardamenti effettuati dalla coalizione a guida saudita, ed in particolare quelli sulle zone abitate da civili, sono in palese violazione delle leggi internazionali. Si tratta di bombardamenti effettuati anche con bombe prodotte ed esportate dall’Italia: lo avevamo già fatto rilevare come Osservatorio OPAL, ma adesso è lo stesso gruppo di esperti dell’Onu che lo documenta”.

L'immagine di una strada a una bomba nucleare Archivio Fotografico - 36301776

L’ultima spedizione – E l’ultimo carico, come ci racconta il deputato di Unidos Mauro Pili, è partito la notte tra lunedì e martedì. Pili ha filmato e documentato quello che lui stesso ha definito “un carico di morte, l’ennesimo dal porto canale di Cagliari. Questa volta con palesi tentativi di nascondere la vergognosa gestione di questo traffico di bombe tedesche dalla Sardegna verso i paesi arabi”. La nave Bahri Jeddah battente bandiera saudita, come d’altronde risulta anche dal sito Marine Traffic che monitora appunto il traffico marittimo, è arrivata a Cagliari per poi ripartire nella notte dal porto di Cagliari diretta verso Port Said in Egitto. “Le operazioni di carico – racconta a La Notizia – sono state interrotte più volte durante tutta la notte per impedirmi di documentare quello che stava avvenendo in un porto civile”. Tanto che, in piena notte, è arrivata pure la Guardia di Finanza “per identificarmi e per intimarmi di lasciare l’area, ottenendo il netto rifiuto”. Alla fine, però, sono stati comunque caricati “duemila ordigni prodotti dalla Rwm tedesca a Domusnovas. Un carico da 18 container issati a bordo con la supervisione di tecnici, vigilanza e vigili del fuoco”. Ma non deve sorprendere. Secondo i dati reperibili dal registro del commercio estero dell’Istat e segnalati a La Notizia dall’Osservatorio OPAL, lo scorso anno dall’Italia sono state inviate all’Arabia Saudita bombe e munizionamento militare per un valore complessivo di oltre 40 milioni di euro, in netta crescita rispetto ai 37,6 milioni di euro del 2015. Spedizioni tutte effettuate dalla provincia di Cagliari. Insomma, il traffico di morte continua. Col beneplacito del Governo.

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Tutto tace – Eppure dal Governo non si muove una foglia. Questa la ragione per cui, continua Beretta, “è inammissibile che a seguito dei recenti incontri ufficiali della ministra della Difesa Roberta Pinotti, del ministro degli Esteri Angelino Alfano e dello stesso presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, con i ministri sauditi della difesa e degli Esteri non sia emersa una sola parola di condanna delle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario da parte dell’Arabia Saudita”. L’Italia deve farsi promotrice in sede europea – conclude Beretta – dell’attuazione della Risoluzione del Parlamento europeo che già dall’anno scorso chiede di avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe la Posizione comune europea sulle esportazioni di sistemi militari”.

terrorismo di guerra mondiale terrorismo fuoco bruciare il testo della fiamma è esplodere Archivio Fotografico - 75158653

 

Parla Mauro Pili (Unidos): “Il Governo è complice”

Mauro Pili, deputato sardo di Unidos, non ha dubbi: “Il Governo è complice sulle bombe in Yemen”.

Insomma, condanna senza appello?
Le faccio un esempio: quando ci fu il primo carico, denunciai la cosa in Aula con un ordine del giorno per chiedere di bloccare la vendita all’Arabia. Ma la maggioranza lo bocciò. Il problema, peraltro, è ancora più grande..

piliIn che senso?
C’è un rapporto dei servizi segreti tedeschi in cui si definisce il ministro della Difesa arabo “compulsivo” nell’acquisto di armi. E infatti i suoi ordinativi sono spaventosi. L’Arabia sta creando un arsenale con cui potrebbe destabilizzare l’intera area.

Peraltro l’azienda che vende bombe è di proprietà tedesca…
Esatto. Non vendono in Germania  e lo fanno invece nel Sulcis, l’area più povera della Sardegna: lì i ragazzi sono costretti a produrre armi non avendo alternative. Non a caso c’è un progetto per quintuplicare la presenza dell’azienda qui.

E la Regione non dice nulla?
L’amministrazione regionale è totalmente inesistente. Non dice assolutamente nulla. Nonostante sia evidente ci sia una guerra tra ricchi e poveri…

Intende tra Arabia e Yemen?
Non solo. Il punto è questo: la Germania, nazione ricca, non vende direttamente armi, ma le fa vendere nell’area sarda più povera, il Sulcis, che poi rivende a una nazione ricca, l’Arabia, che sgancia quelle stesse bombe su un Paese povero come lo Yemen. Un circolo vizioso e drammatico che deve essere fermato, ma il nostro Governo preferisce non dice nulla.

APPROFONDISCI: ECCO TUTTI GLI ARTICOLI DE LA NOTIZIA SUL TEMA

Business Man Hand Fire Money Bomb Credit Debt Finance Crisis Concept Flat Vector Illustration Archivio Fotografico - 81923222

 

Alfano incontra il ministro dell’Arabia. Ma sulla guerra in Yemen (con le bombe italiane) non una parola

Il Qatar aiuta l’Isis? E l’Italia gli vende armi. Nel 2016 firmate commesse per 5,3 miliardi tra bombe, siluri e navi militari

Guerra in Yemen, nuovo carico di bombe dalla Sardegna verso l’Arabia criminale. E il Governo tace

Da 7 mesi l’Arabia bombarda lo Yemen in una guerra non dichiarata. E anche se la legge non lo consente, a vendere le armi siamo noi

Gentiloni vola dai sauditi: all’orizzonte l’ombra di nuove intese militari. I viaggi in Arabia, Qatar ed Emirati. Con i temi dei faccia a faccia off-limits

L’Arabia massacra lo Yemen. E Pinotti incontra il carnefice. In vista accordi in spregio ai diritti umani

Bombe italiane per l’Arabia. L’Europa blocca la vendita. Nel 2015 fornite armi a Riad per 40 milioni di dollari

Massoneria, lettera del Gran Maestro Bisi a Mattarella e Gentiloni

Massoneria, lettera del Gran Maestro Bisi a Mattarella e Gentiloni

Ecco il testo della lettera inviata dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi al Capo dello Stato, al presidente del Consiglio ed ai ministri, ai capigruppo parlamentari, ai segretari di partito. In essa l’illustre giurista professor Giuseppe Bozzi, membro del pool di avvocati e docenti universitari che difendono le ragioni del Goi e della libertà di associazione, analizza punto per punto e rende evidenti le storture, le incongruenze e le travalicazioni contenute nella relazione prodotta dall’antimafia in merito alle infiltrazioni della malavita organizzata nella Massoneria.

La prima lettura della relazione della Commissione Bicamerale Antimafia presieduta dall’On.le Bindi impone le seguenti considerazioni critiche.

1. Come era stato già eccepito,  la Commissione ha spostato l’oggetto dell’indagine ad essa assegnata dalla legge istitutiva dalle organizzazioni mafiose,  cui era tenuta,  ad una libera associazione di cittadini con fini leciti qual è il GOI nonché alle altre fratellanze.

La relazione,  prolissa e ripetitiva,  perviene a conclusioni aberranti sul piano giuridico-costituzionale tentando di supplire al vuoto probatorio circa un collegamento fra Massoneria e mafia  e in ordine ad una responsabilità della prima per le asserite infiltrazioni mafiose in alcune logge con argomentazioni lacunose e contraddittorie,  contorsioni logiche, petizioni di principio,  interpretazioni dei fatti capziose e fuorvianti, errori giuridici.

Si è voluto, per un verso,  fare assurgere a rango di prova della connessione fra N’drangheta e Massoneria acquisizioni investigative “ancora al vaglio del giudice dibattimentale”  ed elementi privi di valore probatorio che gli stessi magistrati ascoltati nel corso dell’inchiesta hanno definito testualmente “ipotesi di lavoro”,  “ spunti, elementi sui quali dobbiamo costruire ancora qualcosa di più significativo e importante” (deposizione del Procuratore aggiunto DDA di Reggio Calabria Michele Prestipino Giarritta);  per altro verso,  si è data una lettura capziosa, fuorviante e illogica alle univoche dichiarazioni del Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Cafiero de Raho e dei suoi sostituti secondo le quali i soggetti mafiosi asseritamene infiltrati sono “ soggetti diversi dagli affiliati alla Loggia  che restano occulti alla stessa Massoneria  perché non possono esporsi a nessuna altra forma evidente quale il Grande Oriente d’Italia”.

Significativa di un’aporia concettuale è la valutazione degli scioglimenti disposti dal GOI di alcune logge calabresi: Rocco Verducci, I Cinque Martiri, Vincenzo de Angelis di Brancaleone e Lacinia in ordine alle quali non sussisteva alcun atto  o provvedimento giudiziario che attestasse l’esistenza di infiltrazioni mafiose, ma unicamente atti segreti che soltanto la Commissione poteva acquisire,  quali:  “elementi di polizia consistenti  in segnalazioni e denuncie” o relazioni contenute nel sistema informatico della DNAA, ossia dati che la stessa relazione riconosce che “non assumono alcuna rilevanza dal punto di vista giudiziario”.

Orbene, incredibilmente la Commissione invece di trarre da ciò la logica e corretta conseguenza che il GOI, non potendo avere accesso ad atti e documenti coperti dal segreto, era all’oscuro delle asserite, ma ancora non provate,  infiltrazioni,  la Commissione a corto di seri argomenti non si è peritata di lamentare di non aver potuto conoscere le ragioni formali del provvedimento di scioglimento  disposto dal GOI.

Pur riconoscendo  espressamente che alla Massoneria non può essere demandato il compito di vigilare sull’osservanza delle norme statali e che essa può reagire alle infiltrazioni soltanto qualora ne possa avere conoscenza da fonti giudiziarie, la Commissione nella pervicace e ostinata ricerca di una responsabilità della Massoneria purchè sia,  non giustificata dalla realtà dei fatti accertati,  si è spinta a criticare l’organizzazione interna del GOI la quale “agevolerebbe” inconsapevolmente le infiltrazioni mafiose.

In un crescendo di preconcetta avversità antimassonica, la Commissione  ha fatto affermazioni molto gravi sul piano della lesione della reputazione  e dell’onore della Massoneria e del GOI, in quanto frutto di mere e illogiche illazioni. 

La segretezza strutturale delle associazioni massoniche e del GOI costituirebbe,  secondo la Commissione,  “carattere similare a quello delle associazioni mafiose” e “un habitat favorevole alla colonizzazione mafiosa”.  Per tentare di offrire una giustificazione a tali  gratuite affermazioni la Commissione si spinge  a sostenere paradossalmente che il vincolo di solidarietà fra i fratelli, la giustizia interna, la condivisione e il perseguimento di ideali comuni, l’obbligo di riservatezza, il rispetto della Costituzione e delle  leggi sono elementi rivelatori della segretezza delle associazioni massoniche e del GOI.

 

Sorprendentemente  la Commissione ha ignorato che questi elementi sono , secondo il nostro ordinamento giuridico, l’espressione del comune vincolo ideale che unisce i fratelli, dell’autonomia normativa e organizzativa propria del fenomeno associativo tutelato dalla Costituzione quale proiezione della sfera individuale e quale potenziamento della personalità degli associati nonché come affermazione di un’istanza di tutela ed espressione dell’interesse confraternale volto a rappresentare istanze culturali e sociali presenti  nel mondo contemporaneo.

 

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La relazione ignora che il diritto di associazione è un diritto di libertà  tutelato dalla Costituzione come inviolabile da ogni interferenza esterna dei pubblici poteri, che i singoli possono esercitare in piena autonomia nei campi e per i fini leciti più svariati  con il solo limite della legge penale quale unica fonte di qualificazione degli illeciti delle associazioni. Nessuno ha mai dubitato dell’illegittimità costituzionale di interventi del Potere Esecutivo limitativi della libertà delle associazioni o che ne comportino lo scioglimento i quali non dipendano dal preventivo accertamento con efficacia di giudicato di violazioni di precetti penali (Pace,  Problematica delle libertà costituzionali).

Secondo lo stravagante assunto della Commissione, invece, quanto da essa proposto “attuerebbe finalmente la volontà dei Costituenti”.  A supporto di questa affermazione i Commissari sono costretti a riesumare una tesi di fonte cattolica svolta in Assemblea costituente e rimasta del tutto minoritaria (Tupini,  Moro,  La Pira) secondo la quale la Costituzione nel disporre il divieto di associazioni segrete avrebbe accolto la nozione sostanziale di segretezza per cui “deve considerarsi segreto il sodalizio che mira a mantenere occulta la propria esistenza e la propria essenza”  a prescindere dalla liceità dei fini da esso perseguiti.

Orbene, è stato dimostrato nell’istanza di revisione in autotutela che il GOI  non occulta la propria storia, il proprio ruolo né la propria attività. Ciò non ha tuttavia impedito alla Commissione di qualificarlo immotivatamente quale associazione segreta, confondendo la riservatezza con la segretezza e dando, come si è detto,  un’assurda interpretazione degli  elementi e dei dati organizzativi  caratterizzanti l’associazione.

Ma anche l’asserita, ma non vera, segretezza del GOI, ove mai fosse in mera ipotesti dimostrata, non sarebbe sufficiente a giustificarne  lo scioglimento fondato sulla discrezionale decisione dell’Esecutivo e quindi di variabili maggioranze parlamentari e non già su di un previo accertamento giurisdizionale irrevocabile  di violazione di leggi  penali come oggi dispone la legge n.  17/1982.

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A tal riguardo la Corte Costituzionale ha sottolineato la necessità che l’appartenenza ad una associazione segreta risulti da un accertamento del giudice penale e che l’intervento dell’autorità amministrativa “si colloca,  come per qualsiasi altra categoria di reati,  su un piano subordinato o addirittura eventuale,  restando vincolato quanto all’an nel caso di sentenza penale di condanna e precluso nel caso di sentenza assolutoria piena” (Corte Cost. n.  978/1988).

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Secondo la comune opinione, la Costituzione e la legge n.  17/1982 hanno fatto proprio il concetto strumentale e non sostanziale di segretezza  come è stato già ampiamente illustrato nell’istanza di revisione in autotutela. La dottrina quasi unanime e il legislatore del 1982 hanno negato  l’autonomia del limite della segretezza rispetto a quello dell’illiceità dei fini delle associazioni. Ne consegue che  il limite della segretezza opera unicamente per quelle associazioni che, svolgendo istituzionalmente attività contrarie alla legge penale,  debbono  ricorrere al segreto come condizione  della loro esistenza (Lavagna, Istituzioni di diritto pubblico; Cuomo, Studi Crisafulli).

Come si è detto, contrariamente a quanto è stato sostenuto apoditticamente dalla Commissione , la legge n.  17 del 1982 ha ritenuto la segretezza rilevante soltanto se sia finalizzata a scopi illeciti. L’applicazione del divieto è stata ristretta alle associazioni “politiche” nelle quali  sia  dimostrata l’esistenza di un collegamento fra segretezza e finalità volte all’interferenza nell’esercizio delle funzioni degli organi amministrativi e costituzionali, di amministrazioni pubbliche,  di enti e servizi pubblici   con la creazione di poteri occulti di incidenza sul processo di decisione politica (Ridola, Democrazia pluralistica e libertà associativa; Rodotà, Democrazia e diritto; Barile, Diritti dell’uomo). 

In conclusione, ben può dirsi che, dopo tanto clamore, vani sforzi e notevole dispendio di denaro pubblico,  la montagna ha partorito un ridicolo topo. (Affariitaliani)

Massoni in Banca d’Italia? Il Fatto: non ci sono per Barbagallo che in commissione fa infuriare i parlamentari negando le pressioni per consegnare Banca Etruria a Gianni Zonin

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A metà delle sue sette ore di audizione, Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza della Banca d’Italia, regala alla commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche una perla a futura memoria: è il primo dirigente a negare che in Via Nazionale ci possano essere dei massoni. L’uscita lenirà i dolori delle migliaia di truffati a cui in questi anni di crac bancari non è rimasto che pensare che le troppe amnesie della vigilanza e le lentezze di certe Procure si spiegassero solo con storie di grembiulini. Questione di dettagli.

Carla Ruocco (M5S) gli chiede: “Nel 2009 il massone Elio Faralli è costretto a lasciare la presidenza di Banca Etruria a Giuseppe Fornasari. Da quel giorno la vigilanza di Bankitalia è diventata molto più severa con Etruria. Ci sono appartenenze massoniche nella vigilanza? Ha avuto sospetti?”. Barbagallo fa una smorfia ironica: “Assolutamente no, nessun sospetto. Assolutamente…”.Popolare di Vicenza, a Zonin & C. chiesti danni per un miliardo e mezzo

Magari un giorno si smentirà da solo, come fece Alessandro Profumo quando lasciò il Montepaschi (“A Siena ho visto i massoni all’opera…”), ma si dimentica di smentire il resto della domanda della Ruocco. Quando Faralli, uomo di Licio Gelli, viene fatto fuori dal cattolico Fornasari, inizia un periodo travagliato per la banca, le ispezioni si susseguono. Nel maggio 2014 Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministro, diviene vicepresidente grazie all’asse Bankitalia-Procura di Arezzo: è una denuncia di Barbagallo ai pm che fa saltare Fornasari (con accuse poi rivelatesi infondate). Un mese prima Fornasari e i Boschi, padre e figlia, si erano riuniti a Laterina con il dominus di Veneto BancaVincenzo Consoli, per discutere di come arginare Barbagallo, accusato di voler consegnare le due banche a Gianni Zonin della Banca Popolare di Vicenza, messa peggio di loro.

Su questa vicenda Barbagallo era atteso al varco dopo le accuse a Bankitalia lanciate in commissione dal procuratore di Arezzo Roberto Rossi per la gioia dei renziani. Nella sua relazione, il capo della vigilanza accusa il governo Renzi di non aver seguito la proposta di via Nazionale per evitare di dover arrivare a novembre 2015 alla disastrosa “risoluzione” di Etruria & Co, poi si produce nella solita autoassoluzione che fa infuriare i parlamentari.

Perfino il presidente Pier Ferdinando Casini sbotta più volte: “Sapendo in che condizioni era Pop Vicenza, come fa Bankitalia ad avallare anche implicitamente che possa essere un partner?”. Barbagallo nega pressioni, poi cerca di dimostrare che l’istituto di Zonin era sano, incartandosi: “Per noi lo era fino all’ispezione del 2015”, quando la Bce scoprirà 1 miliardo di buco. Casini insiste: “Parliamo del 2014!”. La risposta è drammatica: “Per noi in quel momento Vicenza era nella media…”. Quando gli fanno notare che l’Asset quality review fatta dalla Bce nel 2014 aveva fatto registrare una carenza di capitale di BpVi di 600 milioni, replica stizzito: “L’Aqr la facciamo noi, ma è un processo che si completa solo il 26 ottobre 2014”. Tradotto: a giugno, mentre analizzava BpVi da 5 mesi, Bankitalia non aveva ancora capito com’era messa ma la sponsorizzava come salvatore delle banche traballanti di mezza Italia.

Il renziano Gianni Dal Moro (Pd) perfidamente evoca l’epoca del governatore Antonio Fazio in cui si favoriva la Popolare di Lodi. “Lei sta dicendo che siamo schizofrenici”, sbotta Barbagallo. Eppure il 26 ottobre 2016 Zonin mascherò la bocciatura dell’Aqr convertendo in extremis un bond in azioni: “Questo risultato ci rende orgogliosi, conferma la solidità della banca”, esultò nel silenzio di Bankitalia. Quando gli chiedono perché via Nazionale a marzo 2016 ha multato i vertici di Etruria per non aver fatto la fusione con Vicenza, Barbagallo non riesce a dire che fu un errore; prima si appella alle date (“la sanzione si riferisce a fatti del giugno 2014…”) poi dice che la multa non è legata alla mancata fusione con BpVi ma al fatto che i vertici non si applicarono per trovare un partner: “Si poteva chiamare Vicenza, Pippo, Pluto o Paperino, non cambiava”. E invece l’offerta di Zonin rifiutata dai vertici di Etruria è citata nel provvedimento.

Mentre Barbagallo parla e smentisce presenze massoniche a Palazzo Koch, da Arezzo Rossi assesta un altro fendente. La procura fa sapere all’Ansa di aver chiesto ai pm di Vicenza le ispezioni fatte dalla Banca d’Italia e dalla Bce su BpVi. Curiosamente non le chiede direttamente a Via Nazionale. Ufficialmente servono alla Procura per capire se è stato commesso un reato nella mancata fusione con la popolare di Zonin ma è probabile che invece diverranno parte del materiale che Rossi ha detto di voler inviare alla Procura di Roma per segnalare possibili reato a carico dei vertici della Banca d’Italia. La saga continua.

di Carlo Di Foggia e Giorgio Meletti, da Il Fatto Quotidiano 

 


(Flavio Carboni)

Dal Colle diventa partner di Melegatti

C’è un partner per Melegatti, storica azienda del dolciario veronese in concordato. Un partner non solo finanziario, ma strettamente industriale, per la messa in produzione dei prodotti continuativi – le brioche – nella fabbrica acquisita e mai entrata a regime a San Martino Buon Albergo. È la veronese Dal Colle, che entra con la sottoscrizione di una quota del 30% nella società veicolo del fondo maltese Abalone, lo stesso che finanziando la campagna natalizia aveva consentito il salvataggio dal fallimento dello storica azienda dei pandori e panettoni.

L’ufficialità è di ieri, «ma abbiamo già contribuito alla ripresa della produzione soprattutto per la fornitura delle materie prime» spiega Ivan Losio per l’advisor finanziario Sei Consulting (la parte legale è seguita dallo studio Mercanti Dorio). L’incontro con il fondo che stava valutando potenziali partner è avvenuto proprio sulla base dell’esperienza di Dal Colle, che fattura oltre 50 milioni con una quota di circa il 60% di prodotti continuativi, a marchio proprio ma non solo.

La campagna natalizia aveva consentito il salvataggio dal fallimento con una produzione di 1,575 milioni di pandori e panettoni – esattamente il numero autorizzato dal tribunale – sostenuta dalla campagna sui social promossa dai lavoratori (senza stipendio da agosto fino al rientro in azienda, alla fine di novembre) e dalla solidarietà dei consumatori.

La svolta 
L’annuncio è arrivato dallo stesso fondo Abalone, insieme ad altre novità nel management. “Per attuare al meglio la ristrutturazione avviata in Melegatti il 7 novembre scorso – si legge in una nota – è stato infatti nominato un nuovo procuratore generale, l’ingegner Sergio Perosa, per la prosecuzione delle attività e la predisposizione del piano di produzione per la Pasqua”. L’impegno nell’implementazione della campagna pasquale, ha spiegato il manager, “sarà volto a massimizzare l’efficienza della realtà produttiva e alla valorizzazione e conservazione dei livelli occupazionali”. Entra a far parte del nuovo team anche Carlo Gianani, come chief restructuring officer.

 

Abalone ha quindi spiegato che “nell’ambito del veicolo Ocpev1 Ltd, struttura societaria del fondo Open Capital, gestita da Abalone asset management, attiva nell’investimento in Melegatti, è stata sottoscritta una quota pari al 30% da parte della società Dal Colle Industria Dolciaria Spa, rilevante realtà del settore dolciario del territorio veronese. “La partecipazione della Dal Colle in Ocpev1 – ha detto Riccardo Teodori, fund manager di Open Capital – è stata selezionata principalmente per lo specifico know how maturato nel settore dei prodotti da non ricorrenza, che ne fa un partner industriale di grande esperienza ed affidabilità. Attualmente Ocpev1 Ltd ha già investito rilevanti risorse per il supporto del fabbisogno finanziario della campagna natalizia e lo stesso si sta apprestando ad effettuare per quella pasquale”.

 

I sindacati 
Molto fredda la reazione dei sindacati: “Dopo aver sollecitato a più riprese i tecnici che al momento si stanno occupando del recupero Melegatti per avere informazioni aggiornate sull’accordo quadro e sulla partenza e modalità operativa e gestionale della Campagna Pasquale, siamo venuti a sapere in data odierna da un comunicato stampa del Fondo Maltese che la procedura va avanti guidata da nuovi professionisti indicati dal Fondo stesso e che nella nuova struttura compare anche l’azienda dolciaria Dal Colle per una quota parte pari al 30 per cento dell’investimento scrivono Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil – Fa specie anche leggere nel medesimo comunicato che il Fondo, per la mini campagna di Natale, dichiari di avere messo a disposizione ingenti finanziamenti, quando ormai è risaputo che dei 6 milioni annunciati ne ha sborsati solo 850mila, creando non poche difficoltà gestionali, tra cui i pagamenti degli stipendi dei lavoratori. Ci fa piacere rilevare dal comunicato tanto entusiasmo, ma ancora una volta alle luci vediamo presentarsi anche tante ombre. Le ombre delle cose non dette in modo chiaro e trasparente”.

Melegatti

L’invito è a “programmare un incontro con il sindacato per fare chiarezza, su quanto è stato deciso. I lavoratori, che hanno dimostrato sino ad ora grande responsabilità , disponibilità e pazienza, hanno diritto di sapere in modo chiaro come si sta evolvendo la situazione, a chi devono fare riferimento e soprattutto hanno diritto di avere pagata la loro retribuzione con regolare puntualità”. (

 

Melegatti, aiuto 
veronese: entra 
Dal Colle col 30%

Dal Colle entra nella proprietà di Melegatti

Dal Colle fa il suo ingresso in Melegatti. Lo annuncia una nota di Abalone Asset Management, il fondo maltese che ha finanziato la minicampagna di Natale del marchio scaligero inventore del pandoro, attraverso una società del fondo Open Capital.

Dal Colle Industria Dolciaria spa, rilevante realtà dell’alimentare del Veronese, ha sottoscritto una quota pari al 30% della società attiva nell’investimento in Melegatti, annuncia la nota. «Riccardo Teodori, fund manager di Open Capital ha dichiarato che la partecipazione della Dal Colle è stata selezionata principalmente per lo specifico know how maturato nel settore dei prodotti da non ricorrenza, che ne fa un partner industriale di grande esperienza ed affidabilità», aggiungono da Abalone.

L'inventore del pandoro mangerà il panettone

Dal fondo maltese arriva anche la comunicazione della nomina del nuovo procuratore generale, Sergio Perosa per la prosecuzione delle attività e della predisposizione del piano di Pasqua. Perosa subentra a Luca Quagini che si è occupato invece della mini campagna natalizia. A completamento della squadra è stato designato anche Carlo Gianani come responsabile del percorso di ristrutturazione aziendale della Spa di San Giovanni Lupatoto. 

(Valeria Zanetti – L’Arena)

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