PopVi: ‘azzerati’ per citazione Intesa

Associazione deposita istanza responsabile civile in processo.

E’ stata depositata stamani dall’avvocato Francesco Ternullo, per conto dell’associazione “Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza”, l’istanza per la citazione di Intesa San Paolo come responsabile civile in qualità di cessionaria di Banca Popolare di Vicenza, acquisita simbolicamente a 0,50 centesimi.

    Nell’istanza, così come già sostenuto dallo stesso avvocato nel processo romano a Veneto Banca, si afferma che “il decreto 99/2017 di liquidazione coatta della Banca, secondo Costituzione, non sarebbe idoneo a escludere la responsabilità di Intesa San Paolo per le obbligazioni risarcitorie a carico della banca cedente, non potendo derogare alle norme che prevedono la responsabilità solidale dell’acquirente di azienda”. (ANSA).

Carige, la banca ha sfiorato la fuga dei depositi

Lo ha rivelato l’Ad Fiorentino: “A novembre stavamo per saltare, colpa delle pretese della vigilanza Bce”

Paolo Fiorentino, 62 anni, amministratore delegato di Banca Carige

Paolo Fiorentino, 62 anni, amministratore delegato di Banca Carige
 

L’amministratore delegato di Banca Carige, Paolo Fiorentino, ha concesso oggi alcune rivelazioni sul tormentato avvio dell’aumento di capitale dell’istituto e in particolare sulla drammatica giornata del 17 novembre

Quel giorno, Carige poté constatare che era iniziata una fuga dei depositi della clientela, e la banca rischiò di saltare, ha detto lo stesso Fiorentino, puntando il dito anche contro “l’ossessione patrimoniale” della Vigilanza Bce, definita una “devianza burocratica” che ha invaso “il campo della politica”.

“Lo scorso 17 novembre è stata una giornata drammatica per Carige: le banche non saltano per il capitale ma per la liquidità e noi abbiamo avuto per ore gli sportelli con i clienti che ritiravano i depositi”, ha rivelato l’ad di origini napoletane, che è poi riuscito a raddrizzare la rotta e a mandare in porto l’operazione con un complesso schema di garanzie. Fiorentino ha comunque ringraziato anche i piccoli soci, ricordando come gli azionisti retail della banca abbiano coperto “una parte importante” della ricapitalizzazione. “Le Autorità ci stavano chiedendo un buffer di patrimonio per gli npl e noi stavamo rischiando di perdere una banca importantissima dei nostri territori”.

Fiorentino, intervenendo a un convegno a roma che ha visto anche la partecipazione dell’ex Governatore di Bankitalia Antonio Fazio, ha criticato le misure “controintuitive” imposte dalla Bce e gli effetti nefasti che porterà l’Addendum proposto dal capo della Vigilanza Danièle Nouy sui crediti deteriorati. “Oggi di fatto dei tecnici invadono i campi della politica economica”, ha osservato l’Ad di Carige, e con l’addendum aumenterà il costo del credito non garantito con ricadute sulle famiglie in particolare per il credito al consumo. Dal punto di vista delle banche “l’ossessione patrimoniale” sul tema degli Npl “ha creato un arbitraggio continentale” a favore degli investitori Usa e con le banche italiane “costrette a vendere gli Npl a qualunque costo; le cessioni di Npl dagli analisti sono considerate un ‘must'”, ma così si sono creati “tavoli negoziali sugli Npl sbilanciati”. 

Lo stesso Fiorentino si sta preparando all’attesa riunione del Cda in calendario venerdì prossimo, che dovrebbe rispondere fra i vari temi all’ordine del giorno alle perplessità sollevate dal maggiore azionista Malacalza. “Tra azionisti e management si tratta di una normale dialettica. Fa parte della vita aziendale e non mi sembra un punto particolarmente preoccupante per me”, ha spiegato l’Ad, aggiungendo che “ci sarà un normale confronto nel Consiglio, ma si tratta di normale vita aziendale”. 

Il venerdì successivo 9 febbraio il Cda tornerà a riunirsi per l’approvazione dei conti preliminari del 2017, secondo il calendario finanziario diffuso ieri sera dalla stessa Carige, mentre l’assemblea dei soci della banca ligure è stata convocata per il prossimo 28 marzo. (Stefano Neri Finanzareport)

Lavoro sommerso: oltre 3 mln di lavoratori in nero, salari quasi dimezzati (rapporto Confcooperative)

 (Finanza.com-Daniele La Cava)

Come denunciare il lavoro nero? Ecco i modi possibili mantenendo l'anonimato.

 

Il lavoro nero aumenta in Italia negli anni della crisi economica. Con sempre più lavoratori che, spinti dalle difficoltà, hanno accettato un posto di lavoro ad ogni costo. Secondo i dati contenuti nel focus Censis – Confcooperative “Negato, irregolare, sommerso: il lato oscuro del lavoro”, sono oltre 3,3 milioni i lavoratori sfruttati, nel sommerso, in tutti i settori produttivi del Paese, con un salario medio orario scende da 16 euro a 8
“Se le false cooperative sfruttano oltre 100.000 lavoratori, qui fotografiamo un’area grigia molto più ampia che interessa le tantissime false imprese di tutti settori produttivi che offrono lavoro irregolare e sommerso a oltre 3,3 milioni di persone”, denuncia Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative.

I numeri in evidenza
Nel dettaglio, secondo i dati di Censis – Confcooperative, tra il 2012-2015l’occupazione regolare si è ridotta del 2,1%, mentre quella irregolare è aumentata del 6,3%, portando così a oltre 3,3 milioni i lavoratori che vivono in questo cono d’ombra non monitorato. E ancora, le imprese che ricorrono al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50% mettendo spesso fuori mercato le aziende che operano nella legalità. Se ciò non bastasse, anche le prospettive risentono inevitabilmente di questo scenario che mette “una grave ipoteca sul futuro dei lavoratori lasciandoli privi delle coperture previdenziali, assistenziali e sanitarie per un’evasione contributiva pari a 10,7 miliardi”. E sono le regioni del sud con Calabria e Campania in testa (rispettivamente il 9,9% e l’8,8%) a registrare le percentuali più alte di “sommerso”. Segue la Sicilia (8,1%), la Puglia (7,6%), Sardegna e Molise (entrambe con il 7,0%).
Salari quasi dimezzati
Secondo la “Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il Mef, considerato l’insieme delle attività economiche, il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro – si legge nel rapporto – il salario pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde a 8,1 euro cioè circa la metà del salario orario lordo. Il cosiddetto monte salariale irregolare nel 2014 ha raggiunto i 28 miliardi di euro, pari al 6,1% del valore complessivo delle retribuzioni lorde“.

“La crisi ha prodotto un abbassamento della soglia di continuità, permanenza e stabilità del reddito e del lavoro“, sottolinea il focus Censis-Confcooperative. Per molti si è così tradotto in una rincorsa affannosa a “un lavoro a ogni costo”, all’accettazione di condizioni lavorative peggiorative e, nello stesso tempo, alla diffusione di comportamenti opportunistici che hanno alimentato l’area dell’irregolarità nei rapporti di lavoro, l’evasione fiscale e contributiva, il riemergere di fenomeni di sfruttamento del lavoro.

 

Lavoro domestico: alle famiglie il record del nero

La graduatoria delle attività a più ampio utilizzo di lavoro sommerso vede ai primi posti quelle legate all’impiego di personale domestico da parte delle famiglie, secondo un tasso di irregolarità – dato dal rapporto fra occupati irregolari e il totale degli occupati – che sfiora ormai il 60% (quasi quattro punti in più nel 2015 rispetto al 2012). 
“Va fatta una distinzione tra i livelli di irregolarità di una badante e quella di un lavoratore sfruttato nei campi o nei cantieri o nel facchinaggio. Il primo – aggiunge Maurizio Gardini – seppur in un contesto di irregolarità, fotografa le difficoltà delle famiglie nell’assistere un anziano, un disabile o un minore. Le famiglie evadono per necessità. Negli altri casi si tratta di sfruttamento dei lavoratori che nasce solo per moltiplicare i profitti e mettere fuori gioco le tantissime imprese che competono correttamente sul mercato”.

Mps, ipotesi maxi fusione con Carige e Banco Bpm

Gli analisti di Equita non escludono un polo con ben cinque istituti: anche Bper e Creval sotto il cappello di una holding sul modello Iccrea. Scenario suggestivo ma…

 
 

Gli analisti continuano a delineare scenari di aggregazione di vario genere e grado per il comparto bancario italiano. Pochi giorni fa ha fatto scalpore uno studio di Mediobanca su una fusione transfrontaliera tra Intesa Sanpaolo e Credit Agricole, oggi tocca a Equita proporre un’ipotesi clamorosa con il coinvolgimento di alcune delle banche maggiormente sotto osservazione negli ultimi mesi per le diverse difficoltà affrontate. 

La Sim arriva a offrire agli investitori e alla Borsa italiana un’ipotesi senz’altro suggestiva, pur di difficile realizzazione soprattutto per il numero delle banche interessate: ben cinque da mettere insieme. Si tratta di Mps, Banco Bpm, Bper, Carige e Creval. Si creerebbe così un maxi-polo del credito che unirebbe i punti di forza dei diversi istituti e risolverebbe in un colpo solo le difficoltà che ognuno degli istituti sta affrontando in un modo o in un altro. 

Ma vediamo più in dettaglio. Lo studio si concentra evidentemente sulla fascia media del settore bancario italiano. Ovviamente bisogna fare delle distinzioni tra i diversi istituti in questione. Le due più solide sono evidentemente Banco Bpm e Bper anche se la prima si trova ad affrontare la necessità di accelerare il programma di smaltimento dei crediti deteriorati. 

Per le altre tre la faccenda è molto più delicata. Mps è stata salvata dallo Stato e si trova ad affrontare un difficile percorso di rilancio. Carige ha da poco concluso un controverso aumento di capitale e deve portate avanti un piano di rafforzamento senza dimenticare il problema della continua vigilanza della Bce e delle critiche sollevate dal primo azionista Malacalza. Infine il Credito Valtellinese è ormai prossima a lanciare una ricapitalizzazione iperdiluitiva con tutti i rischi legati all’incertezza elettorale. 

Il broker vede la necessità di disboscare la foresta di istituti di medie dimensioni grazie al ruolo che potrebbe avere lo Stato attraverso la controllata Mps. Equita cita in particolare gli oltre 3 miliardi di euro di crediti fiscali della banca senese e il miliardo di Carige e Creval. La somma di 4 miliardi potrebbe essere utilizzata come “cuscinetto di capitale” per le attività di riduzione dei rischi di Banco Bpm e Bper. L’esempio da seguire sarebbe quello di Iccrea per l’aggregazione delle banche di credito cooperativo sotto il cappello di un’unica holding. 

Probabilmente Equita ha voluto delineare un caso di scuola, una sorta di esercizio di stile partendo però da una dato di fatto incontrovertibile: le banche presenti sul mercato italiano sono troppe ed è necessario procedere ad aggregazioni anche perchè i costi sono ancora elevati, i margini bassi e la concorrenza sempre più forte.Qualcosa si è fatto negli ultimi anni sul fronte del taglio delle spese operative con la chiusura di filiali e il taglio della forza lavoro senza dimenticare le numerose operazioni di acquisizioni effettuate per esempio da Intesa Sanpaolo o da Cariparma, ma evidentemente per Equita non è ancora sufficiente per risolvere per esempio il grande problema dello smaltimento di sofferenze e incagli o l’esposizione ai titoli di Stato. (Rosario Murgida Finanzareport)

1. VOLETE LA PROVA CHE RENZI E BERLUSCONI SI METTERANNO D’ACCORDO DOPO IL VOTO? 2. TRE PARLAMENTARI DI “FARSA ITALIA” SI ASSENTANO AL MOMENTO DELL’APPROVAZIONE DELLA RELAZIONE CONCLUSIVA DELLA COMMISSIONE BANCHE E IL TESTO RIESCE A PASSARE 3. NEL DOCUMENTO NON C’E’ ALCUN ACCENNO AI LEGAMI DELLA BOSCHI CON “ETRURIA” O ALLE SPECULAZIONI DI CARLO DE BENEDETTI. SI CHIEDONO PIÙ POTERI A BANKITALIA E CONSOB MA NON SI PUNISCE NESSUNO. MORALE DELLA FAVA: CHI HA AVUTO, HA AVUTO. CHI HA DATO, HA DATO

Claudio Antonelli per “la Verità”

 

renzi berlusconiRENZI BERLUSCONI

Tentativi di inciucio sul modello patto del Nazareno. Chi ha seguito le 410 ore di audizione della commissione d’ inchiesta sulle banche ieri non si è meravigliato. Non è saltato sulla sedia quando ha assistito all’ approvazione della relazione conclusiva dei lavori a firma del vice presidente Mauro Maria Marino (Pd), ma grazie alle assenze mirate dei senatori di Forza Italia. Il testo con le sole forze del Pd non sarebbe mai passato.

 

RENZI E BOSCHIRENZI E BOSCHI

Nella mattinata di ieri infatti è subito decaduta l’ipotesi di una relazione unitaria, ovvero un testo approvato da tutte le forze di riferimento. A quel punto si è passati ad alzare le palette per i singoli lavori conclusivi. Il partito di governo aveva dalla sua soltanto 19 voti su 40. Un parlamentare Pd era infatti assente per motivi di salute.

 

I numeri per mandare in minoranza i dem erano serviti su un piatto d’ argento. Invece al voto non si sono presentati tre senatori di Forza Italia. Remigio Ceroni, Antonio D’ Alì e Sandra Savino. Se non bastasse poco prima di esprimere il parere ha lasciato l’aula della commissione anche Paola De Pin, anch’essa senatrice ex Cinque stelle e ora Gal dunque riconducibile alla sfera di Forza Italia. Unico altro assente un rappresentante dell’ Italia dei Valori.

 

renzi berlusconiRENZI BERLUSCONI

Nessuno mette in dubbio che ciascuno degli assenti avesse un buon motivo per disertare il voto. Ciò che è certo è che se un partito di minoranza come Forza Italia avesse voluto assestare uno sganassone al Pd in piena campagna elettorale avrebbe mandato i propri rappresentanti a votare persino con l’ausilio di ambulanze e portantini. Invece, l’uscita strategica ha consentito di celebrare all’interno della commissione il nuovo patto del Nazareno. O forse il vecchio patto, ma rivisitato in vista del quattro marzo.

 

BERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTIBERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTI

Il risultato è stato certamente quello di trovare la quadra che fino a lunedì sera era considerata impensabile. In caso di totale frattura, la Commissione si sarebbe trovata ad avanzare in ordine sparso senza poter concludere una relazione unica e definitiva. I singoli partiti avrebbero conservato il microfono per urlare la propria posizione. Con il blitz del Pd il testo diventa automaticamente la linea guida da seguire e da inviare al Parlamento e alle authority competenti.

 

A questo punto, in sede di campagna elettorale, nessuno potrà accusare Renzi nè Paolo Gentiloni di aver cercato di insabbiare l’inchiesta su Etruria e su Mps. Se denuncia era da avanzare, il luogo di competenza era proprio Palazzo San Macuto dove ieri – come ha denunciato anche l’onorevole Daniele Capezzone – è invece avvenuto il tentativo di inciucio. Al di là di qualche contraddizione la relazione appare per lo più come un documento all’acqua di rose. Di per sé nulla di sconvolgente proprio la banalità delle proposte.

 

BERLUSCONI RENZIBERLUSCONI RENZI

«Nello scenario che ha caratterizzato l’ultimo decennio, l’esercizio dell’attività di vigilanza non si è dimostrato del tutto efficace», si legge nel testo. «Nelle vicende che hanno specificamente coinvolto gli istituti oggetto di indagine», continua la relazione, «la Commissione è giunta a ritenere che in tutti i sette casi le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’ Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio; che le modalità di applicazione delle regole e degli strumenti di controllo si siano rivelate perfettibili; che i poteri sanzionatori siano stati impotenti in caso di manifestazioni dolose che hanno spesso investito gran parte della direzione apicale degli emittenti».

 

MATTEO RENZI E MARIA ELENA BOSCHI VICINI VICINIMATTEO RENZI E MARIA ELENA BOSCHI VICINI VICINI

Diciamo che per arrivare a tali conclusioni sarebbe forse bastata una lettura non dico solo del nostro quotidiano, ma di una fetta della stampa italiana. Non servivano certo 40 deputati e senatori e due mesi e mezzo di lavori coordinati dal presidente e attuale candidato del Pd a Bologna, Pier Ferdinando Casini. E in merito alle colpe?

 

La commissione ha rilevato limiti «investigativi degli strumenti a disposizione, all’epoca dei fatti, in sede di ispezione. Così, in relazione all’ accertamento di alcune irregolarità, la Banca d’Italia segnala di non aver potuto fare altro che prendere atto delle dichiarazioni della banca, oggetto d’ispezione, non avendo ulteriori poteri». In sintesi, il passato rimane passato. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.

 

IGNAZIO VISCOIGNAZIO VISCO

Da qui la proposta suggerita sempre dalla relazione di maggioranza di «valutare la previsione di allargare a Banca d’Italia i poteri investigativi già riconosciuti a Consob dal Tuf (testo unico della finanza, ndr) e quindi, tra l’altro, il potere di utilizzare la polizia giudiziaria per effettuare accessi, ispezioni e perquisizioni». Il Pd propone inoltre di «garantire costanti ed efficaci scambi di informazioni tra le autorità di vigilanza nazionali», visto che la collaborazione tra Bankitalia e Consob «è stata carente».

 

pier ferdinando casiniPIER FERDINANDO CASINI

La relazione suggerisce infine la creazione di una bad bank per la gestione dei crediti deteriorati, dimenticando che le norme europee non lo prevedono più da circa quattro anni. Al contrario il M5s avrebbe proposto di varare una legge specifica per bloccare le porte girevoli tra dirigenti di Bankitalia e banche vigilate. Così come avrebbe suggerito pure di intervenire contro il governo Renzi per indebite interferenze portate avanti da Maria Elena Boschi. Nulla di tutto ciò è ovviamente presente nella relazione della maggioranza.

 

MARIA ELENA BOSCHI E LE BALLE SU ETRURIAMARIA ELENA BOSCHI E LE BALLE SU ETRURIA

La Boschi potrà tranquillamente correre nel collegio blindato di Bolzano e concentrasi sulle future proposte o promesse. Arezzo, dove aveva sede banca Etruria, rimarrà a debita distanza. Anzi a una distanza siderale. La sensazione è che il complesso dei desiderata abbia alla fine messo d’accordo i due partiti più grandi presenti dentro l’ aula della commissione perché dopo le elezioni le riforme suggerite non daranno fastidio ad alcuno. Qualche modifica al testo unico della finanza e qualche potere in più a Bankitalia e Consob. Le due authority restano però iper blindate agli occhi dei cittadini. Nessuno mette in dubbio la necessità di essere indipendenti, ma ciò non significa non dover rendere conto a nessuno.(dagospia.com)

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Calcio, è morto l’ex ct della Nazionale Azeglio Vicini

 

L’ex commissario tecnico si è spento a Brescia all’età di 84 anni. Guidò gli Azzurri ai Mondiali di Italia 90 fino al 1991 quando venne sostituito da Arrigo Sacchi.

È morto a Brescia l’ex commissario tecnico della Nazionale Azeglio Vicini. Avrebbe compiuto 85 anni a marzo. È stato l’allenatore degli azzurri ai Mondiali di Italia 90 ed è rimasto ct fino al 1991 prima di lasciare la Nazionale ad Arrigo Sacchi. L’ex ct delle ‘notti magiche’ e del terzo posto ai mondiali di Italia ’90, era nato a San Vittore di Cesena il 20 marzo del 1933, ma da oltre 50 anni viveva a Brescia. «Ho raggiunto un bel traguardo», disse, in occasione della festa per i suoi 80 anni «sono soddisfatto della mia vita, ho avuto momenti felici e altri meno, ho ricoperto incarichi importanti, comunque sia mi sono proprio divertito».

IL GRANDE RAMMARICO PER LA SEMIFINALE. Ebbe un solo grande rammarico, quel mondiale giocato in Italia nel 1990, perso in semifinale con l’Argentina ai rigori, dopo aver giocato bene per tutta la manifestazione: «Avremmo meritato di vincerlo, siamo stati sfortunati. Noi non perdemmo mai sul campo, sei vittorie e un pari, e arrivammo terzi, l’Argentina fu sconfitta due volte e andò in finale con la vincitrice Germania. Però in quelle notti conquistammo gli italiani, il loro affetto fu travolgente. Infatti quell’Italia-Argentina resta una delle partite più viste in tv di tutti i tempi».

 

Banche: oggi Eba alza velo su 5* stress test (Messaggero)

Caduta del Pil con impatto choc sui prezzi valori patrimoniali, aumento del rendimento dei titoli di Stato con conseguente svalutazione del loro valore: l’Eba alza oggi pomeriggio il sipario sulla metodologia e gli scenari (di base e avversi) per il quinto stress test i cui risultati finali saranno diffusi il 2 novembre 2018.

Sono coinvolti 49 istituti europei, di cui 4 italiani: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi. Secondo fonti autorevoli sentite dal Messaggero, l’esercizio ricalca l’impostazione della prova da stress precedente (luglio 2016) superata dalle cinque banche italiane testate: ci sarebbe però uno scenario avverso ritenuto più severo di quelli utilizzati nei precedenti test: si propone infatti un’assunzione che ipotizza un forte shock sui prezzi immobiliari. Questo significa

un depauperamento del valore delle garanzie ipotecarie concesse a fronte dei mutui.

Tutto sommato, l’impatto sulle banche italiane non dovrebbe però essere più severo che negli anni passati. Infatti sono gli istituti dei paesi nordici a dover temere di più lo choc a causa della bolla immobiliare presente in quei mercati: Germania, Svezia, Francia. Si dà il caso che Deutsche Bank e Commmerzbank, per citare solo due esempi comuni alle altre banche, concedono mutui al 100-110% del valore della casa da acquistare. Le banche italiane invece concedono un mutuo al 70% dove il 30% viene versato di tasca propria dai clienti i quali difenderanno con i denti la proprietà.

Anche quest’anno l’esercizio da stress verrà compiuto sui bilanci statici al 31 dicembre 2017, nel senso che è una fotografia istantanea a quel giorno senza considerare variazioni già note come per esempio l’incasso da una vendita di Npl. Alcune assunzioni dello scenario avverso sono simili a quello precedente che prevedeva per l’Italia una riduzione

del Pil reale nel triennio di quasi sei punti percentuali rispetto alle previsioni dello scenario base. Relativamente al 2018, la simulazione prevede un Pil italiano inferiore di circa 10 punti percentuali rispetto a quello osservato all’inizio della crisi finanziaria (2007): si tratterebbe di una perdita senza precedenti dall’ultimo conflitto mondiale. Lo scenario avverso potrebbe inoltre fondarsi su una crescita nei tre anni del rendimento dei titoli di stato italiani a lungo termine di circa 100 punti base, che comporterebbe una svalutazione del 12% dei Btp.

HNA sull’orlo bancarotta, paura Momento Minsky in Cina. E il credit crunch minaccia anche Deutsche Bank

A building of HNA Group in Beijing, China, 17 November 2014. Photo: AFP

Cosa accadrebbe, si chiedono gli analisti, se il colosso cinese assetato di liquidità decidesse di smobilizzare la quota che detiene nel gigante tedesco?

Alert liquidità per HNA, la conglomerata cinese che detiene partecipazioni in colossi di diversi settori, del calibro di Deutsche Bank e di Hilton Worldwide Holdings. A proposito di Deutsche Bank, la quota in mano ad HNA è ben più di una partecipazione, visto che il colosso cinese è il primo azionista del gigante bancario tedesco e, anche, prima investment bank dell’Europa.

 
 

In ballo ci sono almeno 15 miliardi di yuan (l’equivalente di $2,4 miliardi): a tanto ammonterebbe il crunch di liquidità previsto per il primo trimestre dell’anno.

Il legame HNA-Deutsche Bank viene visto con timore da diversi analisti e investitori che fanno notare i rischi che un tale legame comporta: sebbene HNA abbia acquistato strumenti finanziari ad hoc per proteggersi contro un eventuale forte flessione del titolo Deutsche Bank, sicuramente un calo notevole delle quotazioni della banca tedesca potrebbe peggiorare i problemi di liquidità della conglomerata, che sarebbe già sull’orlo della bancarotta. A sua volta, una sua eventuale bancarotta potrebbe provocare, viste le dimensioni del colosso cinese, il tanto temuto Momento di Minsky per la Cina.

D’altro canto i guai del suo primo azionista non possono non preoccupare Deutsche Bank, soprattutto nel caso in cui HNA decidesse di smobilizzare la quota nella banca, pari a quasi il 10%, e di un valore di 4 miliardi di dollari.

Deutsche Bank Logo Zentrale in New York
 

I problemi di liquidità di HNA non sono certo nuovi, tanto che già all’inizio di dicembre si è parlato del forte rischio legato alle sue sorti, facendo riferimento a quell’emissione di bond con scadenza inferiore a 1 anno e con rendimenti di ben il 9%. D’altronde S&P, ancora prima, aveva tagliato il rating da “B+” a “B”, ben cinque livelli al di sotto del rating “investment grade”.  Il motivo è il carico di debiti di breve termine, del valore di 28 miliardi di dollari, che scadono prima della fine del mese di giugno, la maggior parte dei quali è stata accumulata durante l’euforia di acquisizioni da $40 miliardi che hanno portato la società a diventare, per l’appunto, il maggiore azionista di Deutsche Bank, Hilton Worldwide e altri.

Le preoccupazioni sono state tali che a HNA è stato chiuso l’accesso ai mercati azionari e obbligazioni, con il risultato di portare la conglomerata a garantire i suo bond di breve termine con alcuni suoi asset core e a ricorrere anche al mercato dei derivati, pur di orchestrare operazioni per finanziare in qualche modo i pagamenti che deve onorare.

In un articolo, Bloomberg ha parlato della “Società cinese misteriosa che sta preoccupando il mondo”.

Download Hilton Hotel, Distretto Di Pechino Chaoyang, Cina Fotografia Stock Editoriale - Immagine di asia, asiatico: 88806653
 
 

A conferma del forte rischio rappresentato dal gigante cinese – in un momento caratterizzato tra l’altro dal forte sell off sui bond di tutto il mondo e dunque dalla pressione rialzista sui tassi, è arrivata la dichiarazione della banca cinese Citic Bank, che ha reso noto che una divisione di HNA ha difficoltà a rimborsare alcuni debiti di breve termine. Si tratta di HNA Aviation Group, con cui Citic Bank sta lavorando per arrivare a una soluzione. Ancora prima, Bank of America e HSBC avevano detto ai propri investment bankers di porre fine a qualsiasi tipo di transazione con HNA, stando alcuni report, così come avevano fatto altri giganti di Wall Street, inclusi Citigroup e Morgan Stanley.

La lista dei creditori di HNA è inoltre molto lunga e include China Development Bank, Export-Import Bank of China, Bank of China Ltd., Agricultural Bank of China Ltd., Industrial & Commercial Bank of China Ltd., China Construction Bank Corp., Bank of Communications Co. and Shanghai Pudong Development Bank Co. Proprio con queste otto banche HNA si è incontrata a Hainan lo scorso mese, per valutare eventuali fonti di finanziamento per il 2018. (Laura Naka Antonelli Finanzaonline)

Adusbef: “La relazione della Commissione banche è una farsa”

Adusbef

ROMA  La relazione della commissione di inchiesta sulle banche, approvata a maggioranza, con 19 favorevoli tra Pd e centristi e 15 contrari (6 assenti) una farsa oltre la tragedia di 500.000 famiglie azzerate, con il concorso di Bankitalia, Consob, Governo e ministro dell’Economia Padoan, che dopo aver approvato il Bail-In (esproprio criminale del risparmio) a loro insaputa andando a Bruxelles col cappello in mano,  avevano spergiurato sulla solidità del sistema bancario italiano. 

La relazione che ritiene: “opportuno valutare la previsione di allargare a Banca d’Italia i poteri investigativi già riconosciuti a Consob dal Tuf e quindi, tra l’altro, il potere di utilizzare la polizia giudiziaria per effettuare accessi, ispezioni e perquisizioni, con la necessità di “garantire costanti ed efficaci scambi di informazioni tra le Autorità di vigilanza nazionali”, visto che la collaborazione tra Bankitalia e Consob “è stata carente e pertanto è necessario rafforzarla”, rappresenta una ben collaudata presa in giro degli espropriati, una distrazione di massa per coprire ben precise malefatte di Consob e Bankitalia.

L’epilogo di sottile insabbiamento già profetizzato da Adusbef con la designazione del presidente Casini, omaggiato da Renzi e dal Pd con un seggio  in parlamento a Bologna, uno schiaffo in faccia  agli azzerati di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti,CariFerrara, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza,  le cui convocazioni in commissione, vero e proprio fumo negli occhi dai responsabili di crac e dissesti, come turisti per caso chiamati a fare allegre scampagnate romane, anziché come testimoni con l’obbligo della verità pena l’incriminazione.

Una occasione sprecata per fare luce su una delle più grandi truffe collettive mai accadute in Italia, pari ad oltre 10 Parmalat (buco nero di 14 miliardi di euro) che ha gettato sul lastrico e nella disperazione 500.000 famiglie azzerate, concretizzando un gravissimo danno ed  una ben architettata beffa dei Governo coi decreti  ‘salvabanche’, ultimo Gentiloni,  che oltre ad approvare provvedimenti illegittimi e regalie pubbliche con 17 mld di euro a Banca Intesa con Veneto Banca e BPVI (5 miliardi cash, 12 di garanzia statale), voleva sottrarre la legittima rivalsa giudiziaria agli espropriati.

Per fortuna che applicando il codice, il gup di Roma Lorenzo Ferri, nel processo su Veneto Banca, ha disposto la citazione in giudizio di Intesa come responsabile civile per i reati di ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio di cui sono accusati gli ex manager e sindaci di Montebelluna, aprendo così uno spiraglio  per i soci azzerati di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza che hanno perso tutti i loro risparmi nelle azioni delle banche venete, vendute a prezzi gonfiati a clienti spesso ignari dei rischi che correvano, con la sacrosanta rivalsa su Banca Intesa, anziché puntare agli attivi di incerta consistenza delle banche in liquidazione.

Antonio Tanza – presidente Adusbef

Brexit, emerge il rapporto segreto governativo: previsto un impatto choc?

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Si riaccende il caso della Brexit dopo la diffusione pubblica di uno studio top secret da parte del Governo britannico.

Arriva un nuovo colpo di scena sulla #Brexit, dopo che nella giornata di ieri è emersa l’esistenza di un rapporto segretoriguardante l’andamento dell’economia britannica [VIDEO] nel periodo successivo alla conclusione dell’accordo di separazione con l’#Unione Europea. I tecnici dell’esecutivo avrebbero infatti preso in considerazione diversi scenari, elaborati sulla base di un deal che tenga conto dei parametri emersi dalla discussione attualmente in corso

 

Le possibili conseguenze negative sul PIL previste nel rapporto

Stante la situazione appena descritta, entriamo nel merito delle previsioni inserite all’interno del rapporto prodotto dai tecnici inglesi.

Secondo le informazioni emerse, nel caso in cui le richieste della Premier Theresa May venissero accolte, il PIL britannico si troverebbe ad affrontare una crescita inferiore del 5% nei prossimi 15 anni rispetto a quanto non sarebbe avvenuto con la permanenza nell’UE. Diverso però è il caso di un mancato accordo al termine dei negoziati. Lo scenario prevede infatti di adeguare tutti gli scambi alle procedure ed ai regolamenti facenti riferimento all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo passaggio significherebbe un passo indietro notevole, che porterebbe ad una mancata crescita dell’8%nel medesimo lasso di tempo.

Lo scenario più soft e gli altri costi associati

Se le prime due previsioni fanno temere un impatto pesante, il caso più positivo si registra invece qualora il Regno Unito dovesse riuscire a mantenere l’accesso al mercato comune europeo [VIDEO].

In tale eventualità, la perdita sul PIL potrebbe contenersi adappena il 2% nei prossimi 15 anni. Bisogna però considerare che questi conteggi non tengono conto degli altri costi accessoriche risulteranno inevitabili con il ritorno dei controlli doganali o gli altri adeguamenti necessari al termine del processo di distacco.

L’imbarazzo del Governo inglese e le sfide per il futuro del Paese

Le previsioni appena esposte sono il frutto di un documento che nelle intenzioni iniziali doveva restare segreto, per non mettere in imbarazzo il Governo rispetto alle possibili conseguenze economiche della Brexit. Di sicuro la pubblica diffusione è destinata a riaccendere il dibattito in corso, che nel Paese è rimasto oggetto di discussioni e colpi di scena anche dopo la votazione referendaria. Appurata la decisione di staccarsi dall’Unione Europea, emerge infatti la questione della strategia da seguire per effettuare tale distacco. Una cosiddetta “Hard Brexit” potrebbe cogliere il favore di molti cittadini che si sono espressi in tal senso all’interno delle urne, ma espone l’economia a numerosi contraccolpi.

Le sfide maggiori si concretizzerebbero nel momento in cui l’accordo definisse una contemporanea uscita sia dal mercato comune che dall’Unione doganale.

Pulse Tax

Le altre vie di uscita allo studio e i possibili accordi extraeuropei

Sullo sfondo non mancano le ricerche di soluzioni alternative, che però non sembrano in grado di offrire una vera e propria compensazione, ma solo un sostegno parziale al recupero dell’economia. Si parla ad esempio di possibili accordi di scambio con gli U.s.a., oppure con altri partner commerciali, così come con diversi Paesi arabi, asiatici e con l’Australia. Tutte misure finalizzate a calmierare la perdita percentuale sul PIL [VIDEO]accusata con la Brexit. Ma tra i diversi rischi c’è anche da considerare il fatto che Londra è ora vista come il principale centro finanziario d’Europa e la porta di accesso al mercato per chi si trova fuori dal Continente. Un ruolo che difficilmente potrà essere mantenuto nello stesso modo una volta che i giochi saranno fatti. #Crisi economica (Stefano Calicchio Blastingnews)

Produttività e costo del lavoro: com’è messa davvero l’Italia

Intervenendo a L’Aria che tira il candidato del centro destra alla presidenza del Lazio, Stefano Parisi ha parlato dei record negativi del nostro Paese. Abbiamo verificato le sue affermazioni.

Produttività e costo del lavoro: com'è messa davvero l'Italia
 
Il candidato del centrodestra alla Regione Lazio Stefano Parisi, ospite de L’Aria che tira, lo scorso 29 gennaio ha dichiarato (minuto -34.50): “Che cosa è successo in Italia? È successo che negli ultimi vent’anni siamo il Paese in cui la produttività, cioè quanto il lavoro produce, è cresciuta meno di tutti gli altri Paesi europei; il costo del lavoro è il più alto, i lavoratori prendono pochi soldi in tasca e paghiamo molto alto il costo del lavoro per pagare contributi e tasse”.

Le due affermazioni contenute nella dichiarazione sono una corretta e una errata.

 

La produttività

La produttività, che come spiega Parisi è “quanto il lavoro produce” o meglio l’ammontare di beni e servizi prodotti in un dato periodo, negli ultimi vent’anni ha visto l’Italia fare peggio di chiunque altro in Europa.

 

Lo certifica Eurostat, il servizio statistico della Commissione europea, in questa tabella. Fatto 100 la produttività del 2010 in ogni singolo Paese, possiamo vedere quanto è cresciuta da allora fino al 2016 (ultimo anno per cui ci sono dati disponibili) e quanto era cresciuta dal 1996 al 2010.

 

L’Italia nel 1996 era già al 99,9 della produttività (fatta a 100) del 2010. Nel 2016 siamo addirittura scesi al 97,9.

 

Nessun altro Paese europeo vede il proprio dato riferito al 2016 inferiore a 100, tranne la Grecia (che segna 94,1). Anche il Paese ellenico, tuttavia, nell’arco dei vent’anni ha fatto meglio dell’Italia. Infatti tra il 1996 e il 2010 la produttività greca era cresciuta notevolmente. Fatta a 100 la produttività raggiunta nel 2010, nel 1996 la Grecia era all’82,3.

 

Siamo dunque ufficialmente il Paese con la peggior prestazione in termini di crescita della produttività. Le altri grandi economie del continente, che dunque come l’Italia e a differenza dei Paesi di recente sviluppo economico partivano da una situazione di produttività già avanzata, fanno comunque tutte meglio di noi.

 

La Germania era al 90,6 nel 1996 (sempre fatto 100 nel 2010) e nel 2016 è al 104. La Francia era all’87,8 nel 1996 e nel 2016 è al 103,4. La Spagna era al 94,4 nel 1996 e venti anni dopo è al 105,8. Il Regno Unito era all’83,9 nel 1996 e nel 2016 è al 104,1.

 

Dunque la prima affermazione di Parisi è corretta.

 

Il costo del lavoro

Sul costo del lavoro invece Parisi si sbaglia, se guardiamo ai valori assoluti. In Italia, sempre secondo Eurostat, nel 2016 il costo medio del lavoro era di 27,8 euro all’ora.

 

Hanno un costo più alto ben dieci Paesi su 28: Danimarca (42 €/h), Belgio (39,2 €/h), Germania (33 €/h), Irlanda (30,4 €/h), Francia (35,6€/h), Lussemburgo (36,6 €/h), Olanda (33,3 €/h), Austria (32,7 €/h), Finlandia (33,2 €/h) e Svezia (38 €/h).

 

Anche la media della UE a 28 è superiore, a 29,8 €/h.

 

La parte “non” di stipendio

Parisi comunque sottolinea che il problema del costo del lavoro non è tanto quanto guadagnano i lavoratori, anzi, ma il peso di “contributi e tasse”.

 

Ancora su Eurostat possiamo verificare che in Italia la parte “non di stipendio” del costo del lavoro corrisponde percentualmente – in media – al 27,4%. Siamo al di sopra della media della Ue a 28, che è del 26%, ma non siamo i peggiori in Europa.

 

Hanno una percentuale “non di stipendio” più alta la Francia (33,2%), la Svezia (32,5%), la Lituania (27,8%) e il Belgio (27,5%).

 

Dunque anche prendendo in considerazione questa ulteriore variabile, la seconda affermazione di Parisi resta scorretta.

 

Conclusione

Parisi ha ragione sulla crescita della produttività in Italia, che è in effetti stata la peggiore in Europa negli ultimi vent’anni (e anche negli ultimi sei fa peggio di noi soltanto la Grecia).

 

Il candidato di centrodestra alla regione Lazio sbaglia tuttavia sul costo del lavoro: in Italia non è il più alto in Europa, anzi è al di sotto della media Ue. Anche la parte “non di stipendio” del costo del lavoro in Italia, pur al di sopra della media Ue, non è un record. (AGI)

 

Non basta il tocco magico di Warren Buffett per trasformare la Cattolica in spa. E il titolo in Borsa inverte la rotta

Secondo Warren Buffett, gli insegnamenti di Dale Carnegie lo hanno aiutato a superare la sua goffaggine nei rapporti sociali. Paul Morigi/Getty Images

La notizia, del tutto inattesa, era stata annunciata il 5 ottobre del 2017 a Borsa chiusa: la Berkshire Hathaway di Warren Buffett, ha rilevato dalla Banca Popolare di Vicenza un pacchetto di azioni della Cattolica Assicurazioni pari a poco più del 9% (9,047% per la precisione) per 115,89 milioni. In altri termini, la società di investimento dell’oracolo di Omaha, così chiamato per il suo proverbiale fiuto per gli investimenti, ha messo sul piatto 7,5 euro per azione per diventare azionista di maggioranza della compagnia di assicurazione veronese quotata alla Borsa di Milano.

 

L’andamento di Borsa degli ultimi sei mesi (al 30 gennaio 2018) delle azioni Cattolica Assicurazioni) – Borsa Italiana

Sul mercato azionario, il 6 ottobre, nel primo giorno utile dopo l’annuncio dell’ingresso di Buffett nel capitale, le azioni Cattolica sono letteralmente balzate: i titoli sono passati a 8,6 euro dai 7,3 euro circa della seduta precedente. In pratica, un giorno dopo l’annuncio del suo ingresso nella compagnia assicurativa, la Berkshire Hathaway poteva già vantare un guadagno potenziale sul proprio investimento. Da lì in poi le cose sono andate a meraviglia, perché le azioni sono arrivate a toccare quota 10,73 euro lo scorso 25 gennaio, livelli che non si vedevano dal mese di giugno del 2014.

In altri termini l’investimento complessivo di Buffet è arrivato a valere quasi 170 milioni, rispetto ai 115 inizialmente investiti. Insomma, con Cattolica, il guru di Omaha non ha perso il proprio tocco magico, anche se va detto che, data la fama che ormai accompagna il finanziere ottantasettenne, basta che entri in una società perché una nutritissima schiera di emuli lo imiti prontamente, contribuendo così, in una sorta di spirale positiva, all’apprezzamento dei titoli prescelti.

Bill Gates e Warren Buffett, gennaio 2017 – foto di Spencer Platt/Getty Images

A ogni modo, a spingere le azioni Cattolica verso quelle vette sono state anche le aspettative sul nuovo piano industriale presentato poi il 29 gennaio dall’amministratore delegato, Alberto Minali. Inoltre, in molti pensavano che l’ingresso dello stesso Buffett potesse preludere alla trasformazione della società, che è una cooperativa, in una spa (società per azioni). Si arriva così alla presentazione del nuovo piano industriale del 29 gennaio, giorno in cui i titoli partono bene (toccano un massimo a quasi a 11 euro) ma al termine del quale cedono ben il 5 per cento.

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E non va meglio il giorno dopo, perché il 30 gennaio, al termine di una seduta di mercato complessa per tutta Piazza Affari, i titoli del gruppo veronese lasciano sul campo un altro 2,18%, scendendo così a 9,88 euro, sotto la soglia dei 10 euro. Sia chiaro: l’investimento di Buffett, che a questi prezzi vale intorno ai 155 milioni, resta ampiamente in attivo, ma occorre domandarsi se l’andamento di Borsa di questi ultimi giorni sia la spia di una semplice e fisiologica correzione oppure se tradisca una tendenza destinata a durare più a lungo.

Gennaio 2017, Warren Buffett alla prima di ‘Becoming Warren Buffett’ – foto di Jamie McCarthy/Getty Images

Analisti finanziari e addetti ai lavori, dal canto loro, fanno notare che se, da una parte, gli obiettivi fissati per il 2020 dal piano industriale di Cattolica sono leggermente superiori alle attese, dall’altra, la decisione di non abbandonare ancora il modello cooperativo continua a rappresentare una barriera all’ingresso di grandi investitori. Da qui, dunque, la brusca inversione dei rotta delle azioni in Borsa.

Qualche piccolo passo per migliorare la governance, tuttavia, è stato fatto, perché in occasione del nuovo piano Cattolica ha annunciato che, per rendere la gestione “più snella ed efficiente e favorire l’ingresso degli investitori istituzionali”, “asciugherà” il consiglio di amministrazione e alzerà dal 2,5% al 5% il tetto al possesso azionario per i fondi,assicurando una presenza in consiglio ai soci di capitale. “Il cantiere della governance finisce qui”, ha detto l’ad Minali, mentre il tema della spa “non è sul tavolo”.

“Con i signori di Berkshire – ha affermato Minali con riferimento a Buffett – abbiamo rapporti riassicurativi, ci siamo visti anche recentemente per approfondire tematiche tecniche sui prodotti. Se la domanda è se si sia fatto viva prima del piano e della riforma della governance la risposta è no, non li abbiamo condivisi con nessun investitore perché avremmo fatto una disparità trattamento”. Si tratta a questo punto di capire se al mercato – e a Buffett – basta questo o se serve qualcosa di più per tornare a premiare l’azione in Borsa. (Carlotta Scozzari businessinsider)

Apple che si compra Tesla non è più un’idea così pazza. Ecco perché

Il Ceo di Tesla Elon Musk. Justin Sullivan/Getty Images
  • L’idea che Apple debba comprare Tesla è stata ventilata molte volte
  • Apple sta per riportare negli Stati Uniti una liquidità più che sufficiente per chiudere l’affare
  • Tesla dev’essere salvata dalla sua visione delirante della propria crescita futura – mentre Apple dev’essere salvata dal fiasco del suo progetto automobilistico.
 

Nel novembre scorso Rolling Stone ha pubblicato un profilo del Ceo di Tesla Elon Musk, scritto da Neil Strauss, esponente della nuova ondata di gonzo journalism (un tipo di giornalismo privo di alcuna pretesa di obiettività, molto orientato verso le impressioni personali ndr) che si è fatto un nome pubblicando un libro sulla cultura della seduzione. E in quell’intervista Musk ha confessato una cosa.

“Vorrei che potessimo tenere Tesla fuori dal mercato azionario”, ha detto a Strauss. “In realtà il fatto che sia quotata in borsa ci rende meno efficienti.”

Tesla debuttò in borsa nel 2010, e da allora il suo titolo è salito da circa 20 dollari per azione fino a segnare un picco di quasi 400 dollari a un certo punto del 2017. La sua capitalizzazione di borsa sfiora oggi i 60 miliardi di dollari.Gli investitori che saltarono sul carro sette anni fa hanno messo a segno un rendimento di quasi il 1.200%.

È possibile che Musk sia l’unica persona che vorrebbe una Tesla non quotata in borsa. Anche gli investitori che hanno effettuato vendite allo scoperto sul titolo (cioè hanno scommesso che avrebbe avuto un andamento negativo), danneggiati recentemente dal suo rialzo, sono stati ben felici quando ha sofferto una delle sue flessioni periodiche, tanto che il prezzo per azione è sceso di un centinaio di dollari in pochi mesi. E ironicamente la retribuzione di Musk per i prossimi dieci anni è ora completamente legata alla performance in borsa di Tesla, che secondo il consiglio di amministrazione può raggiungere una capitalizzazione di borsa di 650 miliardi di dollari.

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Questa è un’idea illusoria. Sotto molti aspetti predispone Musk sia a un ulteriore periodo di inefficienza – facendo sorgere grossi dubbi sull’idea di investire nell’automazione, per esempio, invece di puntare al raggiungimento degli obiettivi di produzione – e a un fallimento di proporzioni potenzialmente epiche. Rappresenta anche una versione radicale della teoria dello shareholder value, il valore creato per gli azionisti.

Tesla è una società sopravvalutata a livelli irragionevoli; quello di cui ha bisogno adesso non è una crescita del valore delle azioni, ma piuttosto la capacità di soddisfare i clienti. Per il Modello 3, il suo veicolo rivolto al mercato di massa, attualmente in fase di stallo a causa dei colli di bottiglia esistenti in sede produttiva, Tesla ha quasi 400.000 preordini perlopiù non smaltiti.

Che Apple possa comprare Tesla è un’idea che sembra essere sempre sul tavolo

Il ceo di Apple, Tim Cook. Leigh Vogel/Getty Images

In passato si è parlato più volte della possibilità che qualcuno comprasse Tesla. Di solito Apple è il compratore che fa andare tutti in fibrillazioneÈ un’idea che io stesso ho bocciato più volte. Ma dopo l’annuncio del nuovo pacchetto retributivo di Musk, penso che Tesla debba essere salvata da sé stessa. E che Musk debba realizzare il suo desiderio.

Tesla ha un valore così alto che non esistono molte aziende in grado di comprarla. E una reale uscita della casa automobilistica dal mercato azionario rappresenterebbe un capovolgimento eccessivo rispetto alla sua storia, nonché un evento improbabile dal punto di vista finanziario – anche se qualora le sue basi di finanziamento dovessero venir meno, alcuni investitori prima o poi potrebbero accaparrarsi di ciò che rimane di Tesla a prezzi convenienti.

Apple, grazie alla recente riforma fiscale, riporterà in patria oltre 250 miliardi di liquidità che teneva all’estero.

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Anche dopo aver pagato le tasse corrispondenti, al tasso ridotto d’imposta sul reddito societario, presumibilmente le rimarrà una liquidità eccessiva. Potrebbe facilmente optare per il riacquisto di azioni proprie o per pagare un dividendo, o potrebbe continuare a seguire il suo approccio basato sulla realizzazione di piccole acquisizioni.

Oppure Apple, che poggia su un business maturo incentrato sull’iPhone, che continua a generare profitti ma potrebbe essere esposto nei prossimi anni a venti contrari più forti in termini di crescita, potrebbe giocarsi il tutto per tutto appropriandosi di una fetta dell’industria globale dei trasporti, un settore che muove svariate migliaia di miliardi di dollari.

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Se Tim Cook concorda con i consiglieri di Tesla sul fatto che la società raggiungerà una capitalizzazione di borsa di 650 miliardi di dollari nel giro di un decennio, comprarla adesso sarebbe un affare straordinariamente buono.

La domanda scontata è: chi sarebbe il Ceo di Tesla? Il pacchetto retributivo di Musk è studiato per garantire che sarebbe lui; rappresenta una versione estrema del tentativo di tutelarsi dal “rischio del grande leader” a cui sono esposte le società dirette dai loro visionari fondatori. Musk dirige però anche SpaceX, ed è sul punto di lanciare un enorme razzoche potrebbe aprire la strada a una missione su Marte. La necessità di far fronte alle difficoltà di Tesla potrebbe essere vista come una distrazione superflua.

Detto ciò, Tesla potrebbe andare avanti con Musk nel ruolo di Ceo come unità di business indipendente di Apple, mentre a Tim Cook sarebbe affidata la direzione dell’intera baracca (Musk potrebbe anche lasciare la poltrona di Ceo ma rimanere in azienda come presidente del consiglio di amministrazione). Sotto certi aspetti, peraltro, Cook non è un vero Ceo come Musk o Steve Jobs. Si avvicina di più a un mega-Coo (chief operating officer).

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Ed è esattamente questo di cui Tesla ha bisogno in questo momento. Se fu Jobs a salvare Apple e a instradarla sul cammino che portò all’iPod e all’iPhone, è stato Cook a trasformare l’azienda nel colosso macinaprofitti che è diventata. Quest’uomo è un genio della filiera. Fabbricare prodotti è la sua specialità. E Tesla al momento sta avendo enormi difficoltà a fabbricare prodotti, tanto da essere rimasta notevolmente indietro rispetto ai suoi ambiziosi obiettivi di produzione per il Modello 3 rivolto al mercato di massa.

In uno scenario di questo tipo Tesla vedrebbe anche svanire l’attuale problema legato alla liquidità che consuma – oltre un miliardo di dollari a trimestre. Apple potrebbe finanziare anni e anni di perdite.

Tesla potrebbe aiutare Apple a entrare nel settore automotive

Il progetto automobilistico di Apple non sta andando bene. Apple

Apple si è trovata più volte nella sua storia in fasi di stallo sul fronte dell’innovazione.  Si trova in una di quelle fasi adesso, dopo il monumentale successo dell’iPhone.

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L’Apple Watch non è stato uno di quei prodotti che cambiano le regole del gioco, e l’azienda sta inseguendo Amazon nella categoria degli smart speaker. È evidente che Apple vuole fare qualcosa nel settore dei trasporti, ma i suoi sforzi finora sono stati confusi, per gli osservatori più benevoli, e patetici, per quelli più critici.

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L’acquisto di Tesla cambierebbe la situazione da un giorno all’altro. In ogni caso l’Apple Car, a dire il vero, è una vettura Tesla. L’intera filosofia alla base dei veicoli Tesla, e in particolare l’ultraminimalista Modello 3, si avvicina moltissimo ad Apple. L’attesa nei confronti dell’Apple Car sarebbe finita.

E questo permetterebbe ad Apple di concentrarsi sull’obiettivo di apportare a Tesla una cosa su cui gli ingegneri e progettisti di Apple sono probabilmente al lavoro oggi: un interfaccia completamente nuova per il veicolo – un sistema operativo per l’automobile del futuro.

Tesla è già dotata di alcune componenti di un sistema di questo tipo, dagli aggiornamenti software tramite radiofrequenza al crescente ricorso a un unico schermo per gestire ogni aspetto del veicolo. Apple potenzierebbe e unificherebbe tali componenti e le trasformerebbe in qualcosa di inaspettato. Questo è il suo segreto: prendere qualcosa che funziona e renderlo molto, molto meglio.

La rinuncia a un mega-ritorno – che però non è probabile

 

La capitalizzazione di borsa di Tesla ha raggiunto proporzioni monstre. Andy Kiersz/Business Insider

Per gli investitori, ovviamente, l’acquisto di Tesla da parte di Apple azzererebbe le probabilità di ottenere un mega-ritorno sui propri investimenti. Io penso però che ci siano poche probabilità che il rialzo superiore al 1.000% degli ultimi sette anni sia seguito da un altro rialzo di pari entità nei prossimi dieci (Tesla dopotutto ha 14 anni di vita – è difficile considerarla una startup). Se Tesla rimarrà quotata in borsa gli azionisti dovranno anche far fronte a diversi aumenti di capitale, con effetti di diluizione, e la minaccia sempre incombente che la mancanza di liquidità e l’indebitamento della società la facciano finire in bancarotta.

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Se Apple comprasse Tesla la crescita della casa automobilistica verrebbe convogliata nelle azioni di Apple, e gli investitori in Tesla senza dubbio otterrebbero un rendimento aggiuntivo dalle loro quote, dato che Apple può permettersi di sovrapagare. Penso che neppure gli enti pubblici di supervisione avrebbero problemi riguardo alla fusione. Certo, Apple starebbe comprando il leader nella produzione di vetture elettriche. Ma il relativo mercato rappresenta oggi solo l’1% delle vendite a livello mondiale.

Avrei continuato a pensare che un’acquisizione di Tesla da parte di Apple sarebbe una follia, se non fosse stato per il pacchetto retributivo avventato escogitato da Tesla per Musk. Adesso, però, penso che Tesla stia alimentando un’idea pericolosa riguardo alle proprie capacità. Qualcuno deve salvarla dalla propria tracotanza. Quel qualcuno è Apple.

  • Matthew DeBord Affariitaliani

Borsa Italiana, Spaxs ammessa su AIM. Debutto il 1° febbraio

Immagine Borsa Italiana ha rilasciato il provvedimento di ammissione alle negoziazioni delle azioni e dei diritti di assegnazione di Spaxs, la Spac (Special Purpose Acquisition Company) promossa da Corrado Passera. L’avvio delle negoziazioni sull’ AIM Italia, il mercato di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese avverrà il primo febbraio 2018, data prevista anche per il regolamento delle sottoscrizioni delle azioni ordinarie.

Durante l’Offerta Pubblica Iniziale (IPO), terminata il 26 gennaio, Spaxs ha raccolto 600 milioni di euro, più dei 400-500 milioni preventivati, a fronte di una domanda pari a 760 milioni di euro.

A esito del riparto, le azioni oggetto del collocamento sono state allocate per il 36% a investitori italiani e per il restante 64% a investitori esteri. In particolare, l’azionariato di Spaxs sarà composto principalmente da investitori istituzionali: circa il 63% da fondi di investimento, circa il 34% da clienti delle reti di private banking e circa il 3% da banche. 

Banca Imi e Credit Suisse Securities (Europe) hanno agito in qualità di joint global coordinator e, insieme a Equita Sim, in qualità’ di joint bookrunner. (Il Messaggero)

 
 

Rapporto Eurispes, gli italiani si fidano solo delle forze armate

RIMANE BASSO IL CONSENSO PER LA POLITICA, SOPRATTUTTO NELLE QUESTIONI ECONOMICHE E FINANZIARIE.

Gli italiani si fidano delle Istituzioni grazie a forze armate e polizia. E’ quanto emerge dal trentesimo rapporto Eurispes presentato il 30 gennaio 2018. Calo di consensi confermato, invece, per la politica e il governo in particolare, che ispira fiducia a 1 italiano su 5.

La fiducia degli italiani sul piano sicurezza passa dal 7,7% al 13%

La fiducia dei cittadini nei confronti del proprio Paese cresce dal 7,7% del 2017 all’attuale 13%.
Una lenta ripresa che si deve però alla percezione della sicurezza che hanno avuto negli ultimi anni grazie alle forze armateL’Arma dei Carabinieri ha raccolto il 69,4% dei consensi nel 2018 con una crescita del 10,8% rispetto allo scorso anno e la Polizia di Stato il 66,7% (+5% ). Per quanto riguarda la Guardia di Finanzaparliamo del 68,5% con una crescita di consensi del 8,6%.

Vigili del Fuoco indice di gradimento più alto

Per la prima volta è stato analizzato anche l’indice di gradimento sui Vigili del Fuoco che hanno ricevuto l’86,6% di consensi. Anche l’Esercito italiano ha registrato un’importante crescita passando dal 59,6% del 2017 al 70,4% di questo anno. Negli ultimissimi anni l’Europa è stata nella morsa dei terroristi e in questo clima di tensione e paura, fortemente sentito in Italia, l’indice di gradimento per il lavoro fatto dall’intelligence è alto, di fatto si è registrato il 65,4% dei consensi nel 2018.

La metà degli italiani pensa che Governo sia riuscito a tutelare l’immagine d’Italia all’estero

Se dal rapporto Eurispes emerge ancora una forte sfiducia nei confronti dello Stato per le questioni economiche e finanziarie, cresce la fiducia dei cittadini in merito alle gestione della criminalità e del terrorismo. Infatti, la metà degli italiani è convinto che il Governo sia riuscito a tutelare l’Italia e a tenere alta l’immagine dell’Italia all’estero. “Se letta attraverso i risultati in serie storica dal 2004 al 2018, l’indagine di quest’anno segnala un’interessante complessiva crescita del clima di fiducia nelle Istituzioni – si legge nel rapporto Eurispes – I dati mostrano un’inversione di tendenza in senso positivo che interessa tutte le Istituzioni, ma la fiducia continua a concentrarsi con maggiore intensità sulle Forze di Polizia, sulle Forze armate e sui servizi di intelligence”.(Eleonora Spadaro OFCSREPORT)

Il Governo ha la fiducia di 1 italiano su 5

Tuttavia le percentuali di gradimento rimangono ancora basse su molti fronti. Il Governo ha ottenuto la fiducia di 1 italiano su cinque (21,5%). E, nonostante il consenso nei confronti della magistratura sia cresciuto del 5,8%, ancora non supera il 40%. Per quanto riguarda il Parlamento, invece, gli italiani sfiduciati sono il 20% in meno del 2013, ma ciò nonostante ancora non raggiunge nemmeno il 23% dei consensi. “Il Paese si sente deluso, tradito da un Sistema che non riesce più a garantire crescita, stabilità, sicurezza economica e prospettive per il futuro”, spiega il rapporto.

“Il Sistema è, e lo sarà ancora per molti anni, fragile sotto molti punti di vista – ha dichiarato il presidente di Eurispes ,Gian Maria Fara – Beninteso però che fragile non vuol dire debole. Anzi, l’Italia ha molte frecce nel suo arco, enormi potenzialità ma ha grandi difficoltà a trasformare la sua potenza in energia”.