Borsa: i titoli da monitorare nel 2018 (2a parte)

Quali saranno le storie di Borsa da seguire nell’anno nuovo? Ecco una breve rassegna dei titoli non finanziari da tenere sott’occhio nei prossimi mesi…

Il 2018 si prospetta come un anno impegnativo per la Borsa di Milano tra nuove quotazioni, elevate incertezze di natura politica e grandi problemi ancora da risolvere per alcuni dei principali protagonisti delle cronache finanziarie. Quali saranno i titoli da osservare con attenzione l’anno prossimo? Finanza Report ha cercato di rispondere a questa domanda anche sulla base di quanto avvenuto durante il 2017. Si è partiti con i titoli finanziari e in particolare con quelli del settore bancario, già grandi protagonisti, nel bene e nel male, di Piazza Affari negli ultimi mesi. La rassegna si conclude oggi con le azioni delle società non finanziarie.

Fca – Sarà un anno estremamente importante il gruppo automobilistico italo-statunitense. tra pochi mesi sarà presentato il nuovo piano industriale che dovrà fornire risposte chiare a molte domande, in particolare sul destino di molti stabilimenti italiani, sulle alleanze e sugli investimenti nella mobilità del futuro. Con il 2018 si apre anche la corsa alla successione dell’a.d. Sergio Marchionne. Sul tavolo rimangono aperti diversi dossier su operazioni straordinarie, in primis lo scorporo di Magneti Marelli. Performance 2017: +72,79%. Prezzo (29 dicembre): 14,91 euro. Target price medio: 15,23 euro.

Ferrari – Le azioni del Cavallino Rampante sono state tra le grandi protagoniste degli ultimi due anni anche grazie ai continui record commerciali e finanziari. Dopo mesi e mesi di crescita, tra breve si avrà qualche dettaglio sulle strategie per il futuro, a partire dallo sbarco in segmenti finora inesplorati. Performance 2017: +52,67%. Prezzo (29 dicembre): 87,45 euro. Target price medio: 99,71 euro.

Atlantia – Il 2017 è stato un anno effervescente per la holding italiana delle concessioni autostradali, diventata grande protagonista delle cronache finanziarie da maggio in poi grazie al lancio dell’offerta pubblica d’acquisto sulla spagnola Abertis. La controfferta avanzata dalla Acs di Florentino Perez, per il tramite della controllata tedesca Hochtief, ha sparigliato le carte in tavola ma gli italiani sono pronti ormai da mesi alla battaglia. Performance 2017: +18,24%. Prezzo (29 dicembre): 26,32 euro. Target price medio: 27,93 euro.

Leonardo – Non sarà solo Fca, tra i grandi titoli dell’industria italiana, a presentare il nuovo piano industriale. Lo farà anche la ex Finmeccanica. L’a.d. Alessandro Profumo ha scelto Vergiate per presentare a fine gennaio il nuovo corso della holding della Difesa. La scelta è emblematica: nella cittadina in provincia di Varese ha sede AgustaWestland, il cuore delle attività in quel campo degli elicotteri che tanti problemi hanno causato l’anno scorso. Performance 2017: -25,64%. Prezzo (29 dicembre): 9,92 euro. Target price medio: 13,57 euro.

Luxottica – Il 2018 dell’azienda di occhialeria avrà un unico grande catalizzatore: la fusione con i francesi di Essilor. I prossimi mesi saranno cruciali per capire le intenzioni delle autorità antitrust europee, che, a dispetto delle iniziali previsioni, hanno deciso di mettere sotto osservazione in maniera approfondita l’operazione. Performance 2017: +0,1%. Prezzo (29 dicembre): 51,15 euro. Target price medio: 53,21 euro.

Mediaset – A breve si conosceranno i dettagli dell’accordo di pace con Vivendi, mentre i prossimi mesi dovranno confermare i segnali di rinascita del gruppo televisivo. La vittoria sulla Rai per i Mondiali di Calcio e l’accordo con Telecom sui contenuti sono stati solo i primi passi di un rilancio da tempo auspicato dal mercato ma ora tocca al management mettere a frutto il lavoro del 2017. Performance 2017: -21,41%. Prezzo (29 dicembre): 3,23 euro. Target price medio: 3,35 euro.

Telecom – La società di telecomunicazioni dovrà affrontare nel 2018 diversi dossier rimasti ancora irrisolti. Oltre all’accordo con Mediaset i vertici dovranno risolvere i problemi sorti in seno al Cda per l’accordo di joint venture con la Canal Plus della controllante Vivendi e quantomeno iniziare a dare un senso alla continua battaglia sul fronte della rete. Performance 2017: -13,25%. Prezzo (29 dicembre): 0.596 euro. Target price medio: 1 euro.

Fincantieri – Il 2017 è stato l’anno del grande accordo per l’acquisto dei cantieri francesi di Stx. Il 2018, invece, sarà sempre caratterizzato dai colori della bandiera transalpina: il mercato attende sviluppi nelle trattative per creare con Naval Group una nuova realtà specializzata nella cantieristica navale militare. Performance 2017: +161,88%. Prezzo (29 dicembre): 1,25 euro. Target price medio: 1,23 euro.

Enel – I prossimi mesi diranno quanto valida sia la nuova strategia del colosso elettrico nel campo dei nuovi servizi. La società romana si è lanciata nel business promettente delle colonnine di ricarica per le auto elettriche nonché nella controversa battaglia per le reti di telecomunicazione. Sul tavolo del management non mancano dossier di crescita, in particolare nelle rinnovabili e in Sud America. Performance 2017: +21,62%. Prezzo (29 dicembre): 5,13 euro. Target price medio: 5,68 euro.

Eni – Il 2018 sarà l’anno della definitiva ripresa dei prezzi del petrolio? Molti sono i dubbi che leggano nelle analisi di esperti e analisti, ma il gruppo petrolifero dovrà comunque proseguire sulla strada imboccata negli ultimi anni con il crescente focus sulle attività di produzione ed esplorazione che hanno portato al record produttivo poche settimane fa. Performance 2017: -11,64%. Prezzo (29 dicembre): 13,8 euro. Target price medio: 15,51 euro.

Saipem – Il 2017 è stato un altro anno impegnativo per la società di servizi petroliferi. Il mercato dovrebbe puntare tutta l’attenzione sulla capacità di Saipem di raccogliere nuovi ordini grazie alla ripresa degli investimenti da parte delle grandi major petrolifere e alla nuova strategia di diversificazione in settore finora non presidiati. Performance 2017: -31,02%. Prezzo (29 dicembre): 3,8 euro. Target price medio: 4,01 euro. ( Rosario Murgida Finanza Report)

Borsa: i titoli da monitorare nel 2018 ( prima parte)

Quali saranno le storie di Borsa da seguire nell’anno nuovo? Ecco una breve rassegna partendo dai protagonisti assoluti del 2017: i titoli finanziari…

Il 2018 si prospetta come un anno impegnativo per la Borsa di Milano tra nuove quotazioni, elevate incertezze di natura politica e grandi problemi ancora da risolvere per alcuni dei principali protagonisti delle cronache finanziarie. Quali saranno i titoli da osservare con attenzione l’anno prossimo? Finanza Report ha cercato di rispondere a questa domanda anche sulla base di quanto avvenuto durante il 2017. Si parte con i titoli finanziari e in particolare con quelli del settore bancario, già grandi protagonisti, nel bene e nel male, di Piazza Affari negli ultimi mesi.

Creval – Uno dei titoli che attiverà da subito grandi attenzioni sarà il Credito Valtellinese. Il suo mega aumento di capitale da 700 milioni di euro ha già generato conseguenze negative sull’andamento dei titoli bancari durante lo scorso autunno e ora sarà interessante verificarne l’andamento anche per capire la propensione degli investitori verso un settore che, forse più di altri, sentirà gli effetti dell’incertezza politica dei prossimi mesi. Performance da inizio anno: -66,9%. Prezzo (28 dicembre): 1,23 euro. Target price medio: 1,79 euro.

Carige – Concluso con un sostanziale successo il proprio aumento di capitale, la banca ligure si trova ancora sotto i radar delle autorità di vigilanza per questioni legate alla governance. Non solo. I prossimi mesi saranno cruciali per quel piano di rafforzamento patrimoniale da oltre un miliardo di euro partito appunto con la ricapitalizzazione. Performance da inizio anno: -69,3%. Prezzo (28 dicembre): 0,0083 euro. Target price medio: 0,01 euro.

Mps – Gli occhi degli investitori non potranno non essere ancora puntati sul titolo della banca senese. Portata a termine l’operazione di salvataggio, Mps è di nuovo una banca a controllo pubblico e ora si trova alle prese con un piano di rilancio ambizioso caratterizzato soprattutto da una continua pulizia di bilancio. Performance da inizio anno: -73,9%. Prezzo (28 dicembre): 3,93 euro. Target price medio: 4,3 euro.

Banco Bpm – La banca guidata da Giuseppe Castagna rimarrà sotto i riflettori soprattutto per la questione degli Npl. Il programma di cessione delle sofferenze, come ammesso recentemente dal top-manager, potrebbe superare il target concordato con la Bce di 3 miliardi, con ulteriori dismissioni quindi rispetto agli 8 miliardi già programmati. E’ stato escluso un aumento di capitale, ma gli ultimi mesi hanno dimostrato che le autorità di vigilanza possono sempre chiedere ricapitalizzazione anche non volute. Performance da inizio anno: +16,1%. Prezzo (28 dicembre): 2,66 euro. Target price medio: 3,54 euro.

Ubi Banca – Il 2018 sarà l’anno del ritorno a una governance tradizionale. E’ infatti partito l’iter per l’adozione del sistema monistico con l’abbandono dell’attuale duale rappresentato dalla presenza di un consiglio di gestione e di uno di sorveglianza. Performance da inizio anno: +50%. Prezzo (28 dicembre): 3,72 euro. Target price medio: 4,29 euro.

Bper – Il gruppo guidato da Alessandro Vandelli affronterà un anno impegnativo con l’obiettivo di imprimere un colpo di acceleratore alle strategie di riduzione delle esposizioni ai crediti deteriorati. Performance da inizio anno:-14,6%. Prezzo (28 dicembre): 4,32 euro. Target price medio: 5,34 euro.

Intesa Sanpaolo – Per quanto solida e apparentemente senza problemi di nessun tipo, anche la banca lombardo-piemontese sarà una delle protagoniste del 2018. A febbraio sarà presentato il nuovo piano di impresa che dovrebbe rafforzare le strategie di espansione in aree di mercato come il risparmio gestito, le assicurazioni e il private banking. Performance da inizio anno:+15,2%. Prezzo (28 dicembre): 2,79 euro. Target price medio: 3,15 euro.

Unicredit – L’istituto milanese ha attratto tutte le attenzioni del mercato nei primi mesi dell’anno per il suo aumento di capitale da ben 13 miliardi di euro. Pochi giorni fa è stato presentato l’aggiornamento del piano strategico e ora Unicredit si trova ad affrontare un 2018 che non dovrebbe discostarsi da quanto visto nel 2017. La strategia di dismissioni e di continua pulizia di bilancio non dovrebbe essere abbandonata. Sempre che l’a.d. Jean Pierre Mustier non voglia fare qualche sorpresa puntando a partecipare all’auspicato consolidamento del settore europeo. Performance da inizio anno:+15,6%. Prezzo (28 dicembre): 15,85 euro. Target price medio: 19,52 euro.

Mediobanca – L’anno nuovo vedrà probabilmente imprimere un’accelerazione alla trasformazione di Piazzetta Cuccia, sia sul fronte della governance con il superamento del patto e una presenza sempre più massiccia dei fondi, sia per gli obiettivi di crescita nel wealth management. Performance da inizio anno:+23,3%. Prezzo (28 dicembre): 9,56 euro. Target price medio: 10,24 euro.

Generali – Anche le assicurazioni saranno interessanti da seguire l’anno prossimo e quando in Italia si parla di polizze non si può non parlare di Generali. Il 2018 sarà un anno impegnativo per i vertici del Leone di Trieste? Di sicuro proseguiranno le attività di cessione di business ormai marginali e sarà rafforzato l’impegno nel campo degli Npl ma il titolo sarà monitorato probabilmente più per fattori endogeni legati alla partecipazione di Mediobanca. Performance da inizio anno:+9%. Prezzo (28 dicembre): 15,39 euro. Target price medio: 16,53 euro.

Cattolica – Il 2017 delle assicurazioni ha visto un protagonista assoluto nella compagnia veronese. Al di là della campagna di espansione con gli accordi di joint venture sottoscritti con Banco Bpm, il titolo è salito agli altari delle cronache finanziarie per l’ingresso nel capitale di Warren Buffett e il mercato ha iniziato a delineare scenari e ipotesi di grande espansione grazie al possibile sostegno del finanziere più famoso al mondo. Saranno ora i prossimi mesi a rispondere alle aspettative degli investitori. Performance da inizio anno:+61,4%. Prezzo (28 dicembre): 8,99 euro. Target price medio: 10,45 euro.

Unipol – La compagnia bolognese dovrà una volta per tutte risolvere il suo grande problema: Unipol Banca. Sarà valorizzata, magari tramite un’operazione straordinaria? La risposta arriverà nei prossimi mesi. Rimane il fatto che l’istituto di credito controllato da Unipol deve assolutamente procedere con iniziative di riduzione delle sofferenze, arrivate ormai su livelli eccessivi. Performance da inizio anno:+14,9%. Prezzo (28 dicembre): 3,93 euro. Target price medio: 4,55 euro. ( Robert Murgida Finanza Report)

 

Alibaba guida la corsa del Fintech, sfida alle banche con 160 miliardi

Le nuove regole Mifid II e Psd apriranno le porte del credito ai colossi del web. Secondo gli analisti, la Cina sarà il bacino più grande al mondo per i prestiti online
Piccoli prestiti, pagamenti via app, trasferimento veloce di denaro e adesso anche gli investimenti in conti deposito. I colossi della rete, da Amazon ad Alibaba fino a PayPal, Google e Facebook, si stanno facendo largo nel mondo delle banche e della finanza. E’ il FinTech che avanza, la rivoluzione tecnologica applicata al settore dei nostri soldi e degli investimenti. Negli ultimi anni ha visto un’importante accelerazione ma la vera spinta potrebbe arrivare nel 2018 con le nuove normative (MiFID II, Psd) che «apriranno» le porte delle banche ai nuovi conquistatori.

Il timore che possano erodere fette di business ai «vecchi» operatori è grande. Secondo le stime di Bankitalia, tra 10 anni il 60% dei profitti che le banche ottengono dalle attività al dettaglio potrebbe essere sparito. Tutti i segmenti sono sotto attacco. Qualche settimana fa PayPal, la piattaforma di pagamenti online (200 milioni di utenti nel mondo), ha acquisito una quota in Raisin, start-up berlinese che gestisce un sito di conti deposito di tutta Europa (Weltsparen.de). È il primo passo dei grandi big della Silicon Valley nel mondo degli investimenti per piccoli risparmiatori. Basta uno smartphone e la scannerizzazione di un documento e il conto è subito aperto e pronto a pagare gli interessi sui risparmi appena depositati.

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Anche i prestiti sono nel mirino. Nel 2011 Amazon, il colosso di vendite online (300 milioni di utenti) ha aperto un canale di crediti ai suoi rivenditori più fedeli con il suo Amazon Lending. Per ora il servizio è disponibile solo in Usa, Regno Unito e Giappone. I numeri sono impressionanti: a giugno i finanziamenti erogati erano arrivati a 3 miliardi di dollari, concessi a 20mila piccoli imprenditori. Sui piani futuri di questo nuovo modo di concedere credito Amazon non si esprime. L’ipotesi è che presto possa estendere la proposta anche ad altri Paesi, anche in Europa.

Anche Facebook si è mossa e oggi consente ai suoi utenti Usa di effettuare pagamenti verso i soggetti inclusi nei propri contatti. In più sta perfezionando l’attività di piccoli prestiti e ha chiesto e ottenuto la licenza bancaria in Irlanda che potrà utilizzare anche negli altri Paesi europei.

Intanto un piede in Italia lo ha messo Alibaba. Il gigante cinese delle vendite online ha lanciato il suo AliPay, un servizio di pagamento veloce via app che è destinato principalmente ai commercianti e turisti cinesi in visita in Italia. Per offrire questo servizio, Alibaba ha stretto, in aprile, un accordo con Unicredit. Alipay conta su 450 milioni di utenti in Cina. Alibaba offre, inoltre, servizi di pagamento attraverso la sua controllata Ant Financial cui fa capo un fondo monetario con attivo superiore a 160 miliardi di dollari.

La Cina è il bacino che promette di crescere più in fretta. Secondo gli analisti di Moneyfarm, l’Asia si definirà come il grande hub del FinTech mondiale. «Spesso quando si parla di FinTech si è portati a pensare ai mercati maturi come Usa ed Europa, ma oggi la frontiera è in Asia». Nel 2017 ha raccolto investimenti per 14,8 miliardi di dollari secondo PwC contro gli 8,3 del Nord America e i 2,4 del Regno Unito. «Il FinTech è una sfida nuova per tutto il mondo delle banche e della finanza che dovrà avere il coraggio di innovare di più e di guidare il nuovo corso – afferma Paolo Gianturco, Senior Partner di Deloitte, responsabile FinTech -. I big di Internet hanno un grande vantaggio tecnologico e un’enorme bacino di utenti pronti ad abbracciare ogni novità proposta. Non bisogna però dimenticare che anche le banche possono contare su specificità che sono una risorsa da enfatizzare e difficilmente attaccabile». Per esempio, la capacità di relazione con la clientela o di gestione della complessa regolamentazione. «Non c’è solo la minaccia. Dal FinTech potranno nascere nuovi filoni di business per le banche». (Sandra Riccio la Stampa)

Banco Bpm: partito nuovo modello commerciale; ecco le prime linee

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Con il 2018 è partito il nuovo modello commerciale di Banco Bpm, le cui linee guida sono state varate dal Cda lo scorso ottobre. Il calendario per la messa a regime è serrato e, sebbene il modello di rete sia attivo da ieri, l’operatività dovrebbe essere completata in più step e il processo dovrebbe durare fino alla metà di febbraio.

Uno dei primi passi compiuti dalla banca in questa direzione, secondo quanto risulta a MF-Dowjones, è stato quello delle nomine. Lo schema – basato sul rafforzamento del presidio del territorio – si articola in 8 Direzioni territoriali che copriranno le zone di radicamento del gruppo. Tali direzioni hanno il ruolo di coordinamento e supporto commerciale di circa 45 Aree retail e da ognuna di queste dipenderanno circa 50 filiali. Data l’architettura del modello guidare le Direzioni territoriali è un compito rilevante, motivo per cui l’istituto avrebbe privilegiato personalità interne e con una profonda conoscenza del territorio.

Nel dettaglio la responsabilità della Direzione Territoriale Milano e Lombardia Nord (con sede a Milano) è stata affidata a Paolo Testi che mantiene il ruolo di d.g. di Bpm Spa; quella commerciale è invece affidata a Marco Adelghi. A capo della Direzione Territoriale Novara, Alessandria e Nord-Ovest è stato individuato Massimo Marenghi, mentre responsabile commerciale è Riccardo Satragno. La responsabilità della direzione territoriale di Bergamo, Brescia e Lario va a Roberto Perico, quella commerciale a Gianluca Rinaldi. E’ invece Leonardo Rigo a guidare la Direzione Territoriale Verona e Nord-Est, mentre Alberto Melotti ne detiene la responsabilità commerciale. Alla testa di Lodi, Pavia e Liguria (Levante) c’è Fabrizio Marchetti; mentre responsabile commerciale della stessa direzione è Fabrizio Enrico Zambetti. La Direzione territoriale Emilia/Adriatica ricadrà invece sotto la responsabilità di Stefano Bolis mentre la responsabilità commerciale è affidata ad Adelmo Lelli. Quella Tirrenica (con sede a Lucca) vede Matteo Faissola come responsabile ed Elena Pieracci nei panni di responsabile commerciale. Infine la Direzione territoriale Centro-Sud (con sede a Roma) ricade sotto la responsabilità di Maurizio Di Maio, mentre il responsabile commerciale è Marco Giorgio Valori.

Nel modello è pienamente confermato lo schema hub&spoke (cioè con alcune agenzie complete che fungono da capofila e altre cosiddette “leggere”), anche se con alcune differenze rispetto al passato. Gli sportelli verrebbero suddivisi in quattro tipologie: hub, spoke,

indipendenti e indipendenti coordinate. Le prime propongono un’offerta

completa e gestiscono direttamente tutte le tipologie di clientela,

coordinano le filiali spoke e, a seconda delle dimensioni, quelle

indipendenti e riporteranno a un’Area. Le Spoke, invece,hanno

un’operatività ridotta rispetto agli hub, gestiscono direttamente la sola

clientela Privati (quei clienti con patrimonio fino a 100 mila euro).

Compiti ridotti anche per le filiali indipendenti coordinate che

riporteranno a un Hub. La logica rimane quella di migliorare il servizio

al cliente, nell’ambito di una gestione oculata dei costi e, per questo

motivo, sempre più flessibile.

La clientela verrebbe classificata per quanto riguarda il retail in tre

categorie: Privati (patrimonio fino a 100 mila euro), Personal (patrimonio da 100 mila a 1 milione di euro) e Business (per esempio imprese con fatturato da 5 mln fino a 75 mln e condomini con fatturato fino a 5 mln di euro). Il Corporate raggrupperà le società con fatturato da 75 milioni a 1 miliardo e il Large corporate quelle con fatturato oltre 1 miliardo.

Sì, perché come spiegato dalla banca lo scorso ottobre il nuovo modello prevede anche la riorganizzazione del Corporate. Questa struttura organizzativa avrà due articolazioni di business – Corporate e Large Corporate – con un forte presidio delle principali aree prodotto

relative ai comparti Origination, Finanza strutturata, Estero e Trade Finance e si articolerà in 5 Mercati e 18 Centri Corporate. Anche a questo proposito sono già state definite le nomine. Le 8 Direzioni territoriali avranno piena operatività – in base a quanto comunicato ai sindacati – a metà febbraio.

RENZI – ENNESIMA GAFFE SI LAMENTA CHE LA NEVICATA GLI IMPEDISCA DI SCIARE IN ALTO ADIGE A CAPODANNO INSULTI DAI TERREMOTATI, AL GELO NELLE CASETTE AD AMATRICE E NELLE MARCHE .

Alessia Pedrielli per la Verità


«Troppa neve, che peccato, non si può sciare». Parte con uno scivolone il 2018 per l’ ex premier Matteo Renzi, di quelli capaci di trasformare in populisti anche i compagni più morigerati. Dalle sue vacanze dorate in Alto Adige passate, a quanto pare anche quest’ anno, in un resort di lusso all’ Alpe di Siusi, il segretario Pd ha postato via Twitter un messaggio di auguri per il 2018, lamentando l’ impossibilità di indossare gli sci a causa di una forte nevicata che, ieri mattina, stava imbiancando le piste.

«Stamattina alzati presto per andare a sciare. Ma nevica alla grande, tutti a letto di nuovo. Primo giorno dell’ anno imbiancato, bellissimo. Auguri, viva il #2018», ha scritto Renzi, accompagnando le sue parole con una bella immagine di piste imbiancate. Un messaggio simpatico, segno evidente di un candidato premier pronto a tornare in pista.

Peccato solo che mentre per l’ ex premier il cruccio è la mancata sciatina, proprio in questi giorni per centinaia di famiglie del Centro Italia, il freddo e la neve hanno creato ben altri problemi. Come per esempio l’ impossibilità di riscaldare le casetta prefabbricate appena consegnate nelle zone colpite dal terremoto di Amatrice del 2016, rimaste al freddo a causa delle tubature che saltano per il gelo. O come l’ avviso arrivato ai terremotati ancora ospitati in hotel che a partire dal primo dell’ anno dovranno sloggiare, oppure pagarsi il conto.

A proposito di conti, quanto potesse essere costata all’ ex premier la settimana bianca di fine 2016, in una delle località più in vista dell’ Alto Adige lo avevamo ipotizzato già un anno fa, dopo che un servizio fotografico ritraeva il segretario del Pd intento a prendere lo skilift sulle piste di Ortisei (Bolzano) insieme alla moglie Agnese e ai tre figli.

All’ epoca: il sito ufficiale del resort scelto da Renzi parlava di 2.821 a persona, cioè 400 euro al giorno, tariffe a cui, stando alle informazioni raccolte dalla Verità, andava aggiunto il passaggio in uno chalet in alta quota da 3.086 euro a persona, più lo skipass (100 al giorno per due persone), le spese di trasporto e optional vari, per un costo complessivo calcolabile tra i 15.000 e i 20.000 euro per l’ intera vacanza.

E quest’ anno a quanto pare l’ ex premier ha fatto il bis. Le zone, perlomeno, sono le stesse. Come riportato dai quotidiani locali infatti alla vigilia di Capodanno, Renzi si trovava al rifugio Zallinger, a 2.054 metri, nella zona di Saltria, dove avrebbe gustato «i caserecci con funghi e speck, mentre la moglie ha optato sulla zuppa d’ orzo».

Intanto in Centro Italia l’ abbassamento delle temperature (fino a meno 6) e i rovesci degli ultimi giorni hanno reso difficili le giornate dei terremotati da poco alloggiati nelle agognate casette. «Tubature dei boiler esterni che esplodono a causa del gelo, infiltrazioni d’ acqua, condensa sulle porte di casa, ghiaccio che si forma sulle pareti interne delle finestre», riportano le segnalazioni dei residenti raccolte «dal Reatino al Maceratese passando per il Piceno» (come riportano i parlamentari 5 stelle in una interrogazione parlamentare), mentre per chi ancora alloggia in hotel è arrivata la notizia dello sfratto.

«Siamo ormai prossimi alla conclusione dell’ assegnazione delle Sae previste per la fine di quest’ anno e pertanto anche la sistemazione alberghiera transitoria avrà termine il 31 dicembre», comunicava ufficialmente la Regione Umbria qualche giorno fa avvisando le famiglie che chi volesse restare dovrà pagare il soggiorno come qualsiasi turista.

Inutile dire che il tweet di Renzi è stato sommerso da una valanga di critiche, in arrivo soprattutto dalle zone del sisma. Ma c’ è, invece, chi ha tentato di incoraggiarlo all’ impresa sportiva nonostante le avverse condizioni. È Franco Bassanini, già ministro nei governi D’ Alema e Amato che rivolgendosi all’ amico in difficoltà ha twittato: «Però è molto bello sciare sotto la neve, la mattina di Capodanno con le piste quasi deserte…. Con Romano Prodi e altri amici l’ abbiamo fatto per anni. Provaci Matteo!».

Bancomat, dal 2018 taglio alle commissioni di pagamento in Unione Europea

Nel 2018 verranno tagliate le commissioni sui pagamenti elettronici con bancomat e carte di credito

BANCOMAT, NEL 2018 SCATTA IL TAGLIO ALLE COMMISSIONI

Nel 2018 verranno tagliate le commissioni sui pagamenti elettronici con bancomat e carte di credito. Dai tabaccai al bar saranno ridotte le commissioni che le banche applicano quando si utilizza il Pos. Le nuove regole sono contenute nel decreto legislativo, approvato dal Governo a dicembre scorso, che recepisce la direttiva dellUnione europea sui servizi di pagamento nel mercato interno (cosiddetta PSD 2 DC3 Payment Services Directive). Il decreto, che entra in vigore il 13 gennaio, è stato modificato dopo il passaggio in Parlamento. Vediamo nel dettaglio le novità.

BANCOMAT 2018, TETTO COMMISSIONI BANCARIE

Il regolamento fissa un limite alle commissioni interbancarie applicate in relazione ai pagamenti basati su carte di pagamento: per i pagamenti tramite carta di debito e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non può essere superiore allo 0,2% del valore delloperazione stessa; per le operazioni tramite carta di credito la commissione interbancaria per operazione non può essere superiore allo 0,3% del valore delloperazione.

BANCOMAT 2018, FRANCHIGIA RIDOTTA A 50 EURO

Inoltre il decreto stabilisce requisiti tecnici e regole commerciali uniformi, allo scopo di rafforzare larmonizzazione del settore e garantire una maggiore sicurezza, efficienza e competitività dei pagamenti elettronici, a vantaggio di esercenti e consumatori. Nello specifico, il decreto amplia i diritti degli utenti dei servizi di pagamento (i titolari dei conti), che beneficeranno, ad esempio, di un regime di responsabilità ridotta in caso di pagamenti non autorizzati: viene ridotta da 150 a 50 euro la franchigia massima a carico degli utenti. Per promuovere la diffusione di strumenti di pagamento elettronici, si conferma il divieto di applicare un sovrapprezzo per lutilizzo di un determinato strumento di pagamento (il cosiddetto “divieto di surcharge”).

BANCOMAT 2018, COMMISSIONI ‘LIGHT’ PER CAFFÈ E GIORNALI

Inoltre, relativamente alle commissioni interbancarie sulle transazioni nazionali con carta, i prestatori di servizi di pagamento dovranno applicare, per tutti i tipi di carte, commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro, così da promuovere lutilizzo delle carte anche per cifre molto basse, per acquistare, ad esempio, caffè e giornali.

BANCOMAT 2018, PERIODO TRANSITORIO

Inoltre, per quanto riguarda le sole operazioni nazionali tramite carta di debito, in via transitoria (fino al dicembre 2020), i prestatori di servizi potranno applicare una commissione interbancaria non superiore allequivalente dello 0,2% calcolato sul valore medio annuo di tutte le operazioni nazionali tramite carta di debito allinterno di ciascuno schema di carta di pagamento. Inoltre, vengono meglio precisati, secondo gli appositi criteri armonizzati Ue di cui alla PSD 2, i casi di esclusione dallambito di applicazione delle norme sui servizi di pagamento, ad esempio per gli strumenti a spendibilità limitata (in relazione alla limitatezza delle reti commerciali in cui sono utilizzabili, alla gamma molto limitata di beni e servizi o agli specifici scopi sociali).

BANCOMAT 2018, MINI PAGAMENTI CON IL CONTO TELEFONICO

Importante poi la norma che prevede la possibilità di utilizzare il conto o credito telefonico anche per operazioni di pagamento effettuate nel quadro di unattività di beneficenza oppure per lacquisto di biglietti relativi a servizi di diversa natura (nel limite di spesa di 50 euro per singola operazione e comunque di 300 euro mensili).

BANCOMAT 2018, I CONTROLLI

Per quanto riguarda i controlli, il decreto li affida alla Banca dItalia e, per alcune specifiche disposizioni, allAutorità garante della concorrenza e del mercato.(affariitaliani )

Arriva la Mifid 2: ecco cosa cambia

Stop ai costi occulti dei fondi. E come le medicine i prodotti finanziari avranno il «bugiardino»

Domani entra in vigore la direttiva Mifid 2, la nuova legge europea che disciplina i mercati degli strumenti finanziari ed i servizi di investimento in tutti gli Stati membri della Ue. Cosa cambia rispetto al passato? Partiamo dalla novità più importante: i costi. Con la Mifid 2, per la prima volta, molti investitori avranno la piena consapevolezza di quanto gli costa realmente investire.

LISTINO PREZZI

L’impatto delle commissioni sul rendimento totale del prodotto non è indifferente, soprattutto se l’investimento è a lungo termine. Il problema è che con la vecchia normativa molte di queste fees spesso sono rimaste nascoste agli occhi del risparmiatore meno esperto. Oggi chi va in banca e sottoscrive un fondo d’investimento riceve soltanto il dettaglio di quella che è la commissione di ingresso. Si tratta di una commissione che va pagata per poter entrare a investire in quel dato fondo (può arrivare anche al 4% del capitale investito). C’è poi la commissione di gestione che può arrivare anche al 2% annuo sul capitale investito. Si tratta di un grande calderone nel quale, oltre ai costi legati alla ricerca e all’analisi dei mercati finanziari, ricadono anche i costi legali, di marketing, quelli legati alla banca depositaria e di struttura che andrebbero esplicitate separatamente. Finora, dunque, la prassi era la seguente: la commissione di gestione era scritta (in percentuale) nel prospetto informativo del fondo che solitamente non lungo meno di cento pagine. Nel caso di un investimento da 100mila euro in un fondo comune, questa commissione di gestione veniva trattenuta direttamente dal valore della quota del fondo e quindi inglobata in questo prezzo. A fine anno il risparmiatore si trovava con il fondo che, per esempio, gli aveva reso il 3%. Da questa performance era però stata tolta la commissione del 2% e quindi in realtà il fondo era salito del 5%. Con la Mifid 2 i costi, dalle commissioni di performance a quelle di consulenza passando per le spese legate alla fiscalità degli strumenti finanziari, verranno scorporati con due comunicazioni: una ex ante con la stima di quello che il cliente andrà a pagare e una ex post con il consuntivo di quello che è stato pagato. Questi costi dovranno essere conteggiati nel dettaglio, a parte, ed espressi bene in euro (e non più solo in percentuale). Il risparmiatore riceverà la rendicontazione a fine anno.

IL MARCHIO DI FABBRICA

La Mifid 2 porterà un’altra rivoluzione. Prima di essere commercializzati e quindi sottoposti alla clientela, i prodotti finanziari dovranno essere analizzati ed approvati da chi li introduce. Chi li distribuisce dovrà a sua volta adeguare la pubblicizzazione del prodotto al tipo di mercato a cui è destinato. Non solo. L’investitore dovrà essere sottoposto ad una «valutazione di adeguatezza», verranno verificate le sue conoscenze e rendicontate eventuali esperienze pregresse sul servizio richiesto; verrà sottoposta ad analisi la sua situazione finanziaria per appurare che sia in grado di sostenere eventuali perdite; verranno valutati i suoi obiettivi per meglio comprendere quanto sia tollerante al rischio. Fino a oggi la tutela del cliente, in termini di trasparenza, era garantita dalla predisposizione dei cosiddetti Kiid e Kid: documenti sintetici sul rischio dell’investimento. Qualora il cliente affermasse di essere un investitore qualificato l’intermediario poteva inoltre prescindere da una serie di obblighi di trasparenza. L’onere principale dell’intermediario dunque era mettere il cliente nella condizione di comprendere l’operazione. Con Mifid 2, la tutela dell’investitore, sin qui riservata con qualche eccezione (ad esempio, la disciplina sui prodotti complessi) al momento della firma del contratto, viene anticipata al momento della creazione del prodotto che dunque sarà costruito ad hoc. Le valutazioni dell’emittente saranno vagliate dai distributori che dovranno mettere il sigillo finale alla compatibilità del prodotto. Come spiegano gli esperti dell’Aduc, facendo un’analogia col mondo farmaceutico, la banca dovrà presentare una sorta di bugiardino scritto dal produttore, che dovrebbero limitare iniziative del singolo «farmacista».

L’INFORMAZIONE

Questi sono i cambiamenti più rilevanti che riporta la nuova direttiva sulla carta. Ma nella realtà come e con quale incisività verrà applicata? Il presidente di Ascosim, Massimo Scolari, ricorda che nel nostro Paese circa il 38% dei risparmiatori, nel decidere i propri investimenti si affidano ai consigli di parenti ed amici; nel 24% dei casi le decisioni di investimento vengono prese in autonomia dal risparmiatore. La conoscenza delle tutele offerte dalla regolamentazione Mifid risulta ancora bassa. Se il sistema finanziario si limiterà a conformarsi al nuovo quadro normativo privilegiando gli aspetti formali e burocratici, l’opportunità di accrescere il grado di fiducia non sarà pienamente colta. Secondo Scolari, dunque, molto dipenderà dalla diffusione di una corretta informazione ai risparmiatori e agli investitori. (Camilla Conti Il Giornale)

Risparmio, al via Mifid 2: che cos’è e cosa prevede

In arrivo da gennaio un complesso di interventi che dovrebbe portare grossi benefici ai risparmiatori, solitamente “ingannati”. Molto però dipenderà dagli intermediari finanziari e dalla vigilanza

Atteso per mesi se non per anni, almeno da alcune categorie di investitori professionali, è arrivato il giorno dell’entrata in vigore della Mifid 2: domani 3 gennaio 2018. Sulla carta, la nuova normativa dovrebbe aumentare la tutela del risparmio. Molto dipenderà dal comportamento degli intermediari finanziari e soprattutto delle autorità di vigilanza. Ma il legislatore avrebbero potuto avere più coraggio.

Che cos’è la Mifid 2

Entra dunque in vigore la direttiva relativa ai mercati degli strumenti finanziari, la così detta Mifid2 (Market in Financial Instruments Directive). Prima alcuni riferimenti noiosi, ma che potrebbero tornare utili a quanti necessitassero di un ulteriore approfondimento. La normativa è contenuta nel D.Lvo 129 del 3 agosto 2017 in GU 198 del 25 agosto 2017. Il decreto legislativo attua la direttiva 2014/65/UE relativa ai mercati degli strumenti finanziari (MIFID) e adegua la normativa nazionale alle disposizioni del regolamento UE 600/2014 sulla stessa materia (cd MIFIR).

Vediamo ora cosa prevede la normativa, che in linea teorica introduce importanti elementi di tutela dei risparmiatori laddove riafferma principi fondamentali, vale a dire che:

a) le imprese d’investimento devono agire in maniera onesta e professionale al fine di servire i clienti;

b) gli strumenti offerti devono essere adeguati alle esigenze dei clienti, alla loro tolleranza ai rischi e capacità di sostenere eventuali perdite;

c) le comunicazioni di marketing devono essere corrette e chiaramente identificate;

d) il personale addetto alla consulenza deve possedere un adeguato livello di conoscenza e competenza dei prodotti offerti e non deve essere valutato o premiato in maniera da indurlo a vendere strumenti non rispondenti pienamente all’interesse del cliente.

Consulenza indipendente e ristretta

Uno dei punti fondamentali della direttiva è la distinzione fra consulenza indipendente e non indipendente (ristretta). La differenza chiave tra consulenza indipendente e ristretta sta nel fatto che la prima deve obbligatoriamente essere remunerata direttamente dal cliente, mentre la seconda può esserlo anche nella forma di retrocessioni sulle commissioni pagate dal cliente sui prodotti collocati (cd inducement). La consulenza ristretta è il modello fino a oggi praticato da banche e reti di promotori finanziari, che oggi vengono definiti “consulenti abilitati all’offerta fuori sede”. Il consulente indipendente deve fatturare al cliente in maniera totalmente trasparente le proprie prestazioni. Al riguardo non ci aspettiamo sostanziali novità. Infatti è certo che quasi tutte le banche italiane opteranno per il modello di consulenza ristretta. Fra le ragioni della scelta le banche citano “la scarsa propensione del cliente a percepire la qualità del servizio ricevuto in funzione del suo costo” oltre alla complessità organizzativa per separare la consulenza ristretta da quella indipendente. Pertanto almeno questo punto di vista la portata della direttiva in termini di tutela del risparmio e concorrenza tra gli intermediari sarà minima.

Dal lato del cliente: più tutele

La MIFID2 evidenzia la volontà del legislatore comunitario di garantire una maggiore protezione dell’investitore in strumenti finanziari. L’obiettivo dovrebbe essere raggiunto tramite il passaggio dal modello di tutela orientato alla trasparenza a quello orientato alla concreta cura del cliente. Il bisogno di protezione dell’investitore si basa sulla classica valutazione da parte dell’intermediario della coerenza del prodotto consigliato o proposto alle esigenze del cliente (adeguatezza).

La MIFID II interviene a rafforzare la tutela dell’investitore attraverso il potenziamento della valutazione sia del cliente, sia del prodotto, sia della coerenza tra cliente e prodotto.

Il contenuto delle informazioni dalla clientela è potenziato sotto il profilo quantitativo e soprattutto qualitativo: alla capacità di comprensione/conoscenza del rischio (conoscenza ed esperienza) si aggiunge nell’ambito delle informazioni sulla situazione finanziaria, la capacità di rischio misurata dalla capacità di sopportare le perdite e, nell’ambito delle informazioni sugli obiettivi di investimento, non solo la preferenza/propensione verso il rischio in termini di combinazione rischio/rendimento (rischio oggettivo), ma anche l’attitudine (reazione emotiva) al rischio (rischio soggettivo ) (risk tolerance). Le informazioni sulla situazione finanziaria includono dati sulla fonte e sulla consistenza del reddito regolare, le attività, comprese le attività liquide, gli investimenti e beni immobili e gli impegni finanziari regolari, mentre le informazioni riguardanti gli obiettivi di investimento comprendono dati sul periodo di tempo per il quale il cliente desidera conservare l’investimento, le preferenze in materia di rischio, il profilo di rischio e le finalità dell’investimento.

Dal lato delle imprese di investimento: più informazioni e più mirate

In relazione al prodotto venduto le imprese di investimento distributrici (le banche) hanno l’obbligo di:

a) conoscere il target di mercato identificato (in astratto) dal produttore sulla base di una valutazione preventiva rispetto alla distribuzione di adeguatezza dal medesimo effettuata in fase di concepimento e di realizzazione del medesimo;

b) selezionare il prodotto all’interno di una market list di prodotti individuata ex ante come idonea al target di mercato di appartenenza di quel cliente.

La direttiva introduce norme volte a garantirne l’imparzialità e l’indipendenza. L’imparzialità rispetto ai prodotti si declina in due modi:

a) Ambito soggettivo: la selezione dei prodotti deve essere fatta tra una gamma di strumenti finanziari sufficientemente ampia e diversificata per tipologia ed emittenti o fornitori;

b) Ambito oggettivo: la selezione non dovrà limitarsi a strumenti finanziari emessi dall’impresa o da soggetti legati alla stessa da relazioni legali o commerciali.

Per quanto attiene al profilo inerente alla valutazione di coerenza tra cliente e prodotto il potenziamento è indiretto e diretto.

Quello indiretto deriva, come già detto, dalla diversa dalla valorizzazione delle valutazioni delle due variabili di riferimento (cliente e prodotto) con lo spostamento dell’asse dalla trasparenza del prodotto alla valutazione delle esigenze del cliente.

Quello diretto deriva dalle novità normative introdotte.

Sotto un primo profilo la valutazione di adeguatezza verrà effettuata a due livelli, quello del produttore e quello del distributore, da intendersi come complementari e non alternativi. Sotto un secondo profilo la valutazione di adeguatezza dovrà essere eseguita con riferimento all’intero portafoglio del cliente, tenendo conto tendenzialmente anche dei rapporti tra il cliente e altri intermediari. Infine, con riferimento al singolo cliente, tale valutazione dovrà essere effettuata prima della transazione e nel continuo al fine di verificare la permanenza nel tempo dell’adeguatezza dello strumento alle esigenze e agli obiettivi del singolo cliente. L’assolvimento di questi obblighi dovrà essere monitorata dalle banche attraverso l’istituzione di una specifica “funzione di controllo della conformità permanente”, supportata da una funzione di audit interno destinata a monitorarne l’efficacia.

La valutazione della compatibilità delle caratteristiche dello strumento finanziario alle esigenze dell’investitore deve essere comunicata a quest’ultimo nel rendiconto di adeguatezza prima di ogni transazione e nella relazione periodica di adeguatezza in occasione del riesame della stessa ai fini della verifica della sua persistenza nel tempo (l’adeguatezza può venir meno successivamente per cambiamenti inerenti alle caratteristiche del cliente e/o delle condizioni di mercato del prodotto). Il riesame periodico delle raccomandazioni fornite deve essere fornito almeno una volta all’anno o con una maggiore frequenza se ciò si reputa necessario in relazione al profilo di rischio del cliente o del prodotto. Il rendiconto di adeguatezza (così come la relazione periodica) è dovuto all’investitore in ogni caso, cioè sia che il prodotto sia inadeguato alle preferenze, agli obiettivi ed alle altre esigenze del cliente ma anche quando lo strumento risulti adeguato.

Infine, con riferimento alla forma dell’informativa in materia di adeguatezza la disciplina impone la forma scritta sia per il rendiconto iniziale sia per la relazione periodica, da fornirsi su supporto durevole compreso il formato elettronico.

In linea teorica questo complesso di interventi della Mifid 2 dovrebbe portare grossi benefici ai risparmiatori italiani, spesso “ingannati” e acquirenti di strumenti con costi e rischi non valutabili, quali le obbligazioni strutturate, i certificates, le obbligazioni subordinate, i fondi a cedola e così via. Scriviamo in linea teorica perché da un punto di vista operativo sarà fondamentale l’effettiva applicazione della norma. Un ruolo fondamentale lo giocherà la Consob, i cui poteri sono stati rafforzati dal decreto di recepimento della Mifid2, fino a concedergli di proibire o limitare il collocamento di strumenti finanziari ritenuti non appropriati.

(Carmelo Catalano Finanza Report)

Bitcoin, la miniera d’oro delle criptovalute nel deserto industriale bulgaro

Dove c’erano le industrie oggi si “fabbricano” criptovalute: scaffali pieni di computer e “minatori” davanti agli schermi. Si producono qui, vicino Sofia, perché l’energia costa un terzo

C’è la neve a Kremikovtzi, in Bulgaria, a trenta minuti di auto dalla capitale Sofia: è la prima nevicata di dicembre e le temperature sfiorano lo zero. Ricopre le decine di vecchi autobus abbandonati in ogni angolo che fino agli anni Novanta trasportavano gli operai nelle fabbriche in cui si lavorava il ferro. Almeno 20mila lavoratori che, durante il comunismo, venivano prelevati dalla periferia della città dove erano stati messi a vivere e condotti in quest’area industriale. Oggi è tutto abbandonato: si vedono le sagome delle ciminiere e delle fabbriche nella nebbia. Le insegne con le scritte in cirillico sono sbiadite, i taxi arrivano a fatica e grossi cani da guardia si aggirano in quest’area spettrale. Un tempo qui si produceva e si facevano soldi, poi quello che gli abitanti chiamano “il sistema capitalistico” ha reso antieconomico lavorare il ferro. “In Bulgaria non ce n’è – spiegano – e importarlo costava troppo”. Le fabbriche hanno chiuso una dopo l’altra, non è rimasto nulla se non un silenzio inquietante. Eppure, tra questi scheletri industriali, si producono soldi, moneta. Meglio: criptomoneta. Inaspettatamente c’è una miniera d’oro nascosta, ci sono le “fabbriche di bitcoin” europee, quei luoghi dove nasce la moneta virtuale di cui tutti parlano da mesi e di cui tutti si chiedono la provenienza. Chi c’è dietro? Come nasce? Esiste davvero una “fabbrica di bitcoin”? Sì, esiste. Anzi, esistono.

Così si fanno soldi nella fabbrica abbandonata

Incontriamo Gianluca Mazza e Alekos Filini in una stradina di Sofia. Sono ospiti di una loro socia bulgara. Per chiamare il taxi bisogna usare a un app sullo smartphone. “I tassisti non parlano molto inglese – spiega Gianluca – e il posto dove dobbiamo andare non è facile da spiegare”. Man mano che ci si allontana dalla città, il paesaggio cambia. I palazzoni della periferia, i campi innevati, le baracche, le ferrovie arrugginite con i vagoni altrettanto arrugginiti. Quando appaiono le sagome dei primi capannoni industriali è chiaro che siamo in una zona abbandonata. Le scritte e le indicazioni sono sbiadite, non c’è un’anima, incrociamo una sola auto. Ci fermiamo nel piazzale di una struttura azzurrina. Azzurra la facciata, il pannello su cui c’era la vecchia denominazione, azzurra la guardiola dove c’è una guardiana a cui fanno compagnia due grossi cani che un po’ abbaiano e un po’ chiedono di essere accarezzati. All’ultimo piano, c’è la “0301”, la farm – fabbrica – di questi due italiani che producono criptovalute in Bulgaria. Fa freddo fuori, freddo dentro la struttura. Saliamo al quarto piano: i muri sono scrostati, le stanze fatiscenti ma in fase di ristrutturazione. Al piano della fabbrica si accede attraverso un cancello verde: un passo e ci si ritrova in una galleria del rumore. C’è un ronzio fortissimo e costante che aumenta d’intensità a ogni passo. “Sono le ventole”, spiegano. Un sofisticato sistema di aerazione mantiene bassa la temperatura. Ce n’è bisogno, nonostante il freddo glaciale di Sofia. Quando Alekos prova a spegnerle, l’ambiente si surriscalda in pochi minuti. “È colpa delle macchine – spiega – il loro lavorio produce calore”. Aprire le finestre non basta, le ventole vengono riaccese dopo poco: le macchine devono stare al fresco altrimenti rischiano di bloccarsi e rompersi.

Gli scaffali che accumulano premi

Siamo nella fabbrica di criptomonete: file di scaffali su cui sono incastrate centinaia di schede video che lavorano notte e giorno per “minare”, ovvero per produrre bitcoin e altcoin (criptomonete alternative al bitcoin). Si tratta di componenti utilizzate per i videogiochi: la complessità del lavoro richiede infatti alte prestazioni. Ogni “macchina” è composta da sei schede video e ognuna fa eseguire un programma informatico che lavora per ottenere ‘un premio’. “Le macchine – prova a spiegarci Gianluca – fanno girare un algoritmo. Il loro lavoro, e la corrente che consumano, viene ripagato in criptovalute che finiscono sul nostro portafogli virtuale”. Sono loro poi a inserirle nel circuito, vendendole. Alekos e Gianluca al momento minano soprattutto criptomonete alternative, dagli Ethereum a Zcash, poi le convertono in bitcoin.

Come si aggira la Cina monopolista

Il monopolio delle macchine per produrre direttamente bitcoin è infatti cinese e appartiene all’azienda Bitmain. “Periodicamente – spiega Gianluca – mette in vendita un migliaio di macchine in stock online e c’è la corsa ad acquistarle visto che per mesi non ne vendono più”. Così in Bulgaria c’è chi le compra a 5mila leva (la moneta bulgara che vale più o meno 50 centesimi di euro) e le rivende al doppio del prezzo. Per aggirare il problema e le truffe, i minatori di criptomonete ricorrono alle schede video. Costano circa 600 euro l’una e il prezzo aumenta al crescere della loro potenza. Nella farm 0301 c’è un investimento di 600mila euro (proveniente da 13 investitori italiani e non). “A gennaio – spiega Gianluca – le macchine raddoppieranno e il rientro del capitale è previsto entro un anno”. In tre mesi si sono però già ripagati il costo di quasi metà delle macchine.

Il business delle farm e dell’energia low cost

Ivan Kamburov è invece bulgaro. È il titolare di un’azienda che si chiama Mint ed è il fornitore dell’infrastruttura. “Guarda – ci dice mostrandoci una foto sul suo smartphone – ci crederesti che si tratta di una fabbrica?”. È l’immagine di una struttura abbandonata e fatiscente: semidistrutta, pezzi di legno ovunque e vetri frantumati, immondizia e residui industriali. “Questa sarà la prossima factory!” esclama entusiasta. È lui che ha fornito a Gianluca e ad Alekos il posto dove montare le macchine. “Sono un landlord”, dice. Un proprietario terriero. In Bulgaria minare bitcoin è un affare: l’elettricità costa un terzo che in Italia o in quella che viene definita “western Europe”, Europa dell’ovest. “La cosa più difficile da reperire in questo business – spiega in inglese – è l’elettricità. Perciò siamo in questa parte della città: solo due stanze consumano come una fabbrica medio-grande, una di queste macchine come una casa con un termosifone durante l’inverno. Cinque macchine consumano come una normale famiglia”. In una sola delle sale si consumano 300 kw di energia elettrica l’ora: la zona industriale garantisce un approvvigionamento stabile. A Ivan viene pagato l’affitto della fabbrica. “Costruiamo l’infrastruttura, troviamo queste strutture e le ristrutturiamo. Costruiamo l’impianto di ventilazione e rinnoviamo la rete elettrica. Ci definiamo una data center company”. Ivan e i suoi soci, però, hanno anche altre attività. Come la nascente ‘Amanda’ (con la collaborazione tra il team italiano di 0301 e quello bulgaro di Mint). “È per chi vuole partecipare al mining delle criptovalute solo con investimenti. Noi compriamo le macchine, le mettiamo a lavorare e a fine anno ci sono i dividendi”. Dice di aver sempre lavorato nell’information technology (It): ha assemblato le prime macchine per i bitcoin nel suo garage circa cinque anni fa. Poi si è lanciato nel business dell’infrastruttura. Ha capito che la nazione in cui vive ha un vantaggio competitivo che le permetterà di diventare leader europeo in questo campo. Si risparmia sia sull’elettricità che sulla manodopera, c’è il 10 per cento di tassazione e la vita costa la metà. “In questi ultimi mesi, poi, c’è stato un boom, molti si avvicinano ai bitcoin per speculare. È un periodo redditizio per noi e non importa se in due anni tutto questo sarà obsoleto: avremo ormai creato una rete di contatti e competenze in tutta Europa che sarà una base per lo sviluppo di nuove tecnologie e di nuovi impieghi, a partire dalla blockchain (la tecnologia su cui si basano i bitcoin, ndr).

Una terra inesplorata e ancora non conquistata dai monopolisti del web. “Forse passeranno i Bitcoin, ma rimarrà la tecnologia e noi vogliamo esserci”. L’investimento di Mint è stato di 100mila euro, in 15 mesi sono cresciuti di quattro volte. Per il loro sito (attraverso il quale è possibile ‘affittare’ macchine per minare) hanno oltre cento dispositivi: è un business diverso da quello di Gianluca e Alekos che, invece, hanno un approccio sul lungo periodo e mirano ad accumulare criptomonete da immettere nel mercato nel momento più favorevole. “Ci sono ovviamente centinaia di farm in Cina – spiega Ivan – ed è difficile per gli europei operare lì: non solo producono l’occorrente, ma hanno lì anche tutte le loro farm. Rischiano di controllare tutto. Noi siamo l’alternativa europea”. Insieme all’Islanda, dove l’elettricità economica “ma il costo del lavoro è molto alto – conclude Ivan-. E poi… c’è il rischio che esploda un vulcano!”. Ride e ci saluta. “Devo andare, mi tocca cercare altre fabbriche dismesse”. (Virginia Della Sala Il Fatto Quotidiano)

LA LETTERA DI VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA AGLI ITALIANI!

Lettera di Vittorio Emanuele di Savoia a ‘Il Tempo’

Cari Italiani, questo tradizionale momento d’ incontro epistolare mi consente, a nome di tutta la mia Casa, di porgere a Voi ed alle Vostre Famiglie i più calorosi auguri per il nuovo anno, formulando i migliori auspici per la nostra Patria.

Questa consuetudine, ereditata dal mio Augusto Genitore, S.M. il Re Umberto II, vuole anche essere un ringraziamento a quanti manifestano il loro affetto ed il loro attaccamento a Casa Savoia ed alla Sua storia: una circostanza che suona particolarmente indicata in queste settimane. Infatti, il mese di Dicembre, ha visto compiersi un evento storico: il rientro in Italia delle Spoglie dei miei Augusti Avi, le LL.MM. il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena.

Per la mia Casa, si è trattato di un momento molto commovente: non so descrivere l’ emozione che ho provato nel sostare dinnanzi ai due sepolcri collocati ora presso il Santuario di Vicoforte e nel rivedere finalmente ricongiunti i Sovrani nella tomba, nel cuore del Piemonte sabaudo. Moltissime persone ci hanno scritto da ogni parte d’ Italia per condividere con noi tale emozione: ad ognuna di esse rivolgo il nostro più sentito ringraziamento per il calore con cui hanno partecipato a questo momento.

Non posso però esimermi, anche in questa circostanza, dal ricordare come l’ unico luogo destinato ad accogliere le Spoglie dei Sovrani d’ Italia defunti resti il Pantheon di Roma e, insieme a tutta la mia Casa, continueremo a batterci affinché questo sia possibile.

In particolare, auspico che anche le Salme dei miei Augusti Genitori, le LL.MM. il Re Umberto II (Sovrano che scelse di sacrificare sé stesso percorrendo la via dell’ esilio per scongiurare il rischio di una guerra civile e la cui correttezza istituzionale fu elogiata tra gli altri da Enrico De Nicola, Luigi Einaudi e Winston Churchill) e la Regina Maria José, che riposano ancora lontano dall’ Italia, possano essere presto traslate al Pantheon.

Alla luce di quanto sopra, mi auguro che il Centenario della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale, che portò l’ Italia al pieno compimento della Sua Unità nazionale con la redenzione di Trento e di Trieste e che ricorrerà il prossimo 4 Novembre, possa essere l’ occasione per approfondire in modo più serio e scevro da pregiudizi il ruolo e la storia della Monarchia italiana nel Novecento. Nessuno chiede glorificazioni, ma allo stesso tempo è diritto della mia Casa e di ogni Italiano pretendere che tale argomento sia trattato con obiettività e serietà, senza dividersi in incomprensibili tifoserie, male endemico del nostro tempo.

Il mio auspicio è che lo spirito del Piave possa rinnovarsi in questo 2018 con una piena ripresa morale e materiale della nostra Patria, le cui risorse culturali e creative sono infinite. Tra le tante voci che ho ascoltato in questi giorni, ho raccolto quelle di molti giovani che dimostrano talento, energia e competenza, che hanno fatto propri i valori del Risorgimento e che credono nei pilastri dell’ identità nazionale, della difesa delle nostre radici cristiane e dei principi democratici. La politica ha il dovere di offrire loro risposte credibili, assicurandogli un futuro dignitoso, senza bisogno di cercarlo forzatamente lontano da casa.

A Marzo, si terranno le elezioni politiche. Un momento importante per la nostra Patria, che deve essere occasione per ribadire sopra ogni fazione come l’ interesse nazionale, la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra sicurezza e la nostra libertà, debbano essere difese senza se e senza ma. L’ Italia ha il diritto di pretendere il ruolo che le spetta in Europa e ha il dovere di proteggere con determinazione le proprie frontiere.

Quello che tutti gli Italiani auspicano è una politica del «giusto mezzo» e dell’ equilibrio, che possa garantire ai nostri figli un futuro di serenità, con un governo stabile e forte, legittimato dal voto popolare.

Rivolgo un grato pensiero al Santo Padre Francesco, perché possa sempre guidare la Chiesa con rinnovato slancio ed instancabile energia. Al Papa assicuro la fedeltà della mia Casa al Magistero della Chiesa nostra Madre.

A tutti i Servitori dello Stato e, tra questi, a quanti portano con orgoglio le Stellette, giunga il mio più vivo apprezzamento per la loro instancabile opera. In particolare, indirizzo un grato pensiero a quanti sono impegnati nelle missioni di pace all’ estero che trascorreranno il Capodanno lontani dalle proprie famiglie ed a coloro che si accingono a partire per il Niger.

Infine, rivolgo un caloroso augurio, nel segno dell’ indomito spirito di Pastrengo e di Vittorio Veneto, al Generale Giovanni Nistri ed al Generale Salvatore Farina, rispettivamente designati Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri e Capo di Stato Maggiore dell’ Esercito.

A Voi tutti ed alle Vostre Famiglie, cari concittadini, giunga il mio più fervido augurio per uno splendido 2018.

Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele Duca di Savoia e Principe di Napoli.

Evasione fiscale: ”confidenze di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate”

Confidenze di un alto funzionario dell’Agenzia delle Entrate: ” quando mandiamo gli ispettori in un’azienda per le verifiche fiscali sappiamo a priori di trovare del nero perchè essere regolari al 100% è impossibile senza fallire”. Federcontribuenti, ”abbiamo 2 modelli di impresa in Italia, quella che opera con i baroni e quelle sfigate spremute fino al midollo”. La lotta all’evasione fiscale slitta a dopo le elezioni, attaccare ora certi bacini non conviene…

Su 120 articoli che contengono la Legge di Bilancio solo tre articoli riguardano la lotta all’evasione fiscale e a fronte di 110 miliardi evasi si punta a recuperarne solo 640 milioni, cioè quel poco di nero che le piccole imprese fanno per non affogare nelle paranoie di uno Stato politico timoroso di indispettire chi promette grandi volumi di voti. Dietro le quinte serpeggia come un fantasma una certezza assoluta e così continua l’alto funzionario: ”funziona come con le multe al codice della strada, mettiamo divieti o autovelox dove sappiamo riempiranno le casse comunali e così noi inviamo gli ispettori dove sappiamo trovare sacche di nero e cioè tra le PMI, piccoli commercianti o artigiani”. Altro discorso per le grandi aziende e multinazionali, che come sappiamo hanno accesso a finanziamenti dello Stato, spesso a fondo perduto come – contributo statale per il mantenimento dell’occupazione – , inoltre queste imprese godono di fiscalità agevolata per lo stesso motivo, mantenere l’occupazione, ”i nostri ispettori non entrano nelle grandi aziende ammanigliate con gli amici al governo con la stessa arroganza con la quale entrano nelle piccole saracinesche, è un dato di fatto e lo sanno tutti”.

Lotta all’evasione fiscale.

Le PMI sono iper controllate ogni 120 giorni tramite il rilascio del DURC che ne attesta la regolarità contributiva e ora il governo ha allargato le maglie dei controlli verso chi consegnerà i propri libri contabili. Federcontribuenti: ”sarà ancora più facile fregare lo Stato per le grandi aziende che consegneranno enormi plichi per allontanare i controlli. Non abbiamo né mezzi e né competenze per spulciare dati tra centinaia di pagine rese complicate al solo fine di bypassare controlli sull’evasione fiscale”. L’evasione fiscale è stata una rogna per tutti i capi politici che hanno fondato la propria fama e carriera politica proprio promettendo favori a destra e a manca, ”la pressione fiscale andrebbe calcolata sulla base delle entrate e delle uscite di un’azienda mentre oggi si calcola solo sulle entrate, che significa? Che se ho ricavi per 100 mila euro ma ne spendo 50 per i macchinari o gli operai il ricavo netto scende del 50% ma lo Stato fiscale mi chiede tasse sulle 100 mila euro iniziali”. Molte voci di spesa d’impresa non sono detraibili e su queste si pagano le imposte ed ecco dove si genera la prima soglia di evasione fiscale ed ecco che il sommerso diventa esigenza di sopravvivenza per un’azienda ”i funzionari sanno bene dove cercare quel poco di nero che poi genera verbali tali da indurre a morte l’impresa”.

”Non si tratta di giustificare l’evasione fiscale – spiega Marco Paccagnella presidente della Federcontribuenti -, dobbiamo parlare di evasione fiscale con serietà ripristinando equità di trattamento tra piccole e grandi imprese e in tutte le regioni italiane estendendo il discorso anche a livello europeo”.

La spesa fiscale ”non si è abbassata di un solo punto, hanno spostato solo le voci fiscali come: abbasso l’IRAP però non detrai i costi dei mezzi aziendali, dei carburanti, della cancelleria”.

Conclude la confidenza l’alto funzionario di Stato: ”le grandi imprese evadono il fisco con metodi scientifici creando fondi neri che andranno ad ungere certi ingranaggi per un proprio e costante tornaconto economico: volumi di affari e risparmi fiscali’‘.

Federcontribuenti: ”lo scopo è assassinare le piccole e medie aziende italiane per lasciare posto alle multinazionali che non pagano nulla e non versano contributi previdenziali sufficienti per sostenere il sistema pensionistico e sanitario e alla fine avremo un unico blocco di potere a fronte di migliaia di schiavi fatti vivere sotto il ricatto del precariato e del licenziamento”.

Anni di leggi-vergogna sono la prova della mancata volontà dei politici di carriera nel non far pagare il conto perfino ai condannati con sentenze definitive per reati che hanno fatto storia. Da Ciarrapico a Tanzi, da Cragnotti alla dark lady Gucci, da Previti a Fiorani e molti altri che fanno la bella vita ma risultano non possedere nulla e ora si aggiungo i nuovi mostri del digitale: ”per evadere senza rischio devi avere un nome altisonante e la possibilità di promettere centinaia e centinaia di voti”. ( il cittadino online)

I blog a favore dell’anoressia si nascondono su WhatsApp: “Vomita o prendi una purga”

In chat non ci sono criminali, ma ragazze con un disagio profondo. Il web fotografa la realtà, non la amplifica. C’è rischio emulazione

«Domenica: 200 calorie al massimo. Lunedì: digiuno. Martedì: 500 calorie al massimo». È il mortifero decalogo di una «dieta» pubblicata su un blog italiano pro-ana. Dove ana sta per anoressia. Un fenomeno di cui si parla poco ma che è in crescita. Sono tre milioni gli italiani colpiti da disturbi del comportamento alimentare, secondo stime del ministero della Salute: bulimia, anoressia e alimentazione incontrollata. Con una novità: casi di bambine di dieci-dodici anni, riferiscono gli esperti consultati da La Stampa.  

Un fenomeno che nella sua veste digitale si imbosca sempre più spesso in chat chiuse, dove i partecipanti si spalleggiano a vicenda. Ma criminalizzare o censurare, concordano alcune analisi, è un’arma a doppio taglio. Rischia di far nascondere ancora di più chi avrebbe bisogno di cura. Mentre il punto è riuscire a raggiungere queste persone offrendo servizi adeguati. In Italia però i centri multidisciplinari dedicati sono distribuiti a macchia di leopardo, solo in alcune regioni; e soprattutto sono ancora pochi.  

 

Quella «dieta» impossibile citata all’inizio si riferisce ai membri di un gruppo WhatsApp, costituitosi a partire da un blog. Tra i commenti al post ci sono quelli di tante ragazze, che chiedono di entrare nel gruppo. Spesso, ignorando qualsiasi cautela, scrivono pubblicamente anche il proprio cellulare. I blog pro-ana non sono una novità. Ma sono cambiate le modalità di comunicazione fra gli utenti. Così, la diffusione di gruppi chiusi, favorita dall’adozione di massa di app di messaggistica, desta alcune preoccupazioni: il livello di partecipazione e coinvolgimento aumenta, rimanendo nascosto alla vista. Invece, è cruciale riuscire a raggiungere prima possibile gli utenti che manifestano questi disturbi: se ci si muove entro il primo anno le probabilità di guarigione arrivano al 90 per cento. 

UN’EPIDEMIA SOCIALE  

Non è facile perché questi problemi sono spesso sottovalutati. Eppure l’anoressia, e in generale i disturbi del comportamento alimentare, sono ormai «un’epidemia sociale», sostiene Laura Dalla Ragione, direttore della rete per i disturbi del comportamento alimentare dell’Usl Umbria 1, considerato un luogo d’eccellenza, nonché referente del ministero della Salute su questi temi. Le ragioni di questa espansione sono culturali e sociologiche. «I disturbi alimentari sono una nuova forma di depressione, perché il corpo è diventato un nemico», commenta Dalla Ragione. «E i 3 milioni sono un dato sottostimato. Il problema è che mancano ampie campagne di prevenzione, così come strutture specializzate sul territorio per intercettare i sintomi agli esordi. Di certo, abbiamo assistito a un abbassamento dell’età, per cui arrivano pazienti anoressiche di 10 anni. Ma anche casi di quarantenni che sviluppano il disturbo per la prima volta. E progressivamente crescono i maschi». Ma sono le ragazze ancora la maggioranza. Come quelle che popolano i gruppi di chat. Trovarli non è difficile, lo ha fatto anche La Stampa. Dopo qualche ricerca online, ci imbattiamo in un forum con una richiesta chiara: «Creare un gruppo WhatsApp per aiutarsi a vicenda». Mandiamo una richiesta all’amministratrice del gruppo, che usa un nickname. Lei ne parla con le altre, per valutare la nostra motivazione, e siamo dentro. Ci sono una decina di ragazze, tra i 18 e i 25 anni, di diverse parti d’Italia. 

 

Da quando c’è stato il caso di una diciannovenne di Porto Recanati denunciata per istigazione al suicidio dalla madre di una quindicenne di Ivrea, che aveva scoperto sul cellulare della figlia dei messaggi con le istruzioni su come e quando vomitare, l’anoressia è tornata in primo piano, insieme a blog, siti e gruppi. Ma criminalizzare rischia di essere controproducente. 

 

NON È UN FENOMENO CRIMINALE  

«La rete è un terreno di libertà dove si può trovare tutto. I blog cosiddetti pro-ana, ma anche quelli che parlano di disturbi alimentari e atti di autolesionismo sono sempre esistiti», spiega Nunzia Ciardi, a capo della Polizia Postale. «Da qualche tempo il blog funziona come un punto d’incontro, per poi spostarsi su gruppi privati. Possiamo chiedere la chiusura di alcuni account sulla base della loro pericolosità sociale, perché ledono dei diritti fondamentali oppure se sono contrari alla privacy, per la tutela dei minori. Non si tratta però di un fenomeno criminale, ma della manifestazione di un profondo disagio che può avere delle conseguenze perverse. Anche se trovare una fattispecie di reato da applicare può essere utile, la repressione non risolve il problema». Ogni tanto i politici – è successo in Francia e in Italia – avanzano proposte di legge per oscurare questi siti, o per introdurre il reato di istigazione all’anoressia. Ma stiamo parlando nella maggior parte dei casi di fenomeni auto-organizzati. In cui anche e soprattutto chi coordina blog e gruppi è affetto da disturbi. Ci sono poche analisi al riguardo ma una delle più interessanti è quella condotta nel 2015 da Paola Tubaro, ricercatrice del Cnfr a Parigi, nell’ambito di uno studio franco-inglese con interviste a utenti di siti pro-ana. Cosa è emerso? «In primo luogo, si va sul web quando si hanno già dei problemi e non viceversa», commenta Tubaro. «Ci si sente soli su quella questione e si cerca una qualche forma di supporto e testimonianza, per quanto problematica. E poi, abbiamo visto che quando arrivano ondate repressive queste persone si allarmano e cercano di nascondersi, ma non smettono di avere il disturbo». In conclusione, spiega ancora Tubaro, la sfida vera è arrivare agli autori e agli utenti di questi siti e gruppi.  

 

Dello stesso parere anche Maria Ela Panzeca, coordinatrice del centro per i disturbi del comportamento alimentare dell’Asl a Lanzo Torinese. «I blog e i gruppi sono un epifenomeno. Chi si rivolge a loro è già dentro al problema, anche se sicuramente c’è un rischio emulazione. Ma se si oscurano siti ne nascono poi di nuovi. Il punto è dare risposte nella realtà, più che sul web», commenta Panzeca. Il riferimento è all’insufficienza di centri dedicati sul territorio. Ci sono pochi luoghi di cura multidisciplinare, con figure miste, dalla nutrizionista alla psicologa che siano saldamente coordinate; poche residenze o comunità per il recupero post-ospedaliero; liste di attesa. Eppure tutti confermano l’importanza di individuare e curare le persone agli esordi. «Noi lavoriamo molto con le famiglie, e ricoveriamo poco», aggiunge Panzeca. «Questa è una patologia che si cura insieme ai genitori». E spesso sono i genitori che devono agire. Come ha fatto una mamma piemontese che oggi è parte dell’associazione «In punta di cuore», nata proprio a Lanzo. «Di mia figlia me ne sono accorta dal dimagrimento eccessivo e dal comportamento a tavola, in cui il cibo veniva sminuzzato, i carboidrati eliminati», spiega la donna. «E quando provavamo a parlarne, c’era un muro. Allora l’abbiamo convinta ad andare assieme in questo centro specializzato a Lanzo. Da tre anni siamo seguiti e lei sta molto meglio, anche se è un percorso lungo». 

 

L’ESTETICA MALATA SUI SOCIAL  

Un percorso che si scontra con un bombardamento mediatico. Sui social, Instagram in particolare, le fotografie condivise raccontano un’estetica della magrezza inquietante e però molto apprezzata: i profili che condividono scatti di giovani ridotte a pelle e ossa, in pose glamour e che fino a qualche tempo fa avremmo anche potuto vedere sfilare sulle passerelle, ricevono centinaia e centinaia di commenti positivi ed estasiati. «Con gli adolescenti vietare non è un’arma vincente», commenta ancora Ciardi. «La generazione dei genitori si comporta ancora da neofita della tecnologia e questo gli impedisce di assumere il ruolo di adulti di riferimento. I ragazzi hanno gli strumenti tecnologici, ma non quelli psicologici per confrontarsi con quel che si trova in rete». Allora come combattere questo fenomeno? «L’unica arma efficace è la prevenzione, come facciamo quando andiamo a parlare con i ragazzi, nelle scuole. Insegnanti, genitori e le altre figure di riferimento devono essere preparati a cogliere i segnali di disagio e coinvolgere i professionisti».  

 

IL BUSINESS DEGLI INTEGRATORI  

E poi c’è il business di prodotti e integratori, spesso di provenienza a dir poco dubbia. Così, non solo ci sono schiere di Youtuber specializzate in make-up che periodicamente sponsorizzano diete e dimagrimenti tanto improbabili quanto malsani. Ma anche pubblicità online, agganciate alle parole di ricerca pro-ana, che propinano gocce o pillole mirabolanti, prodotte non si sa bene dove, attraverso siti mascherati da articoli giornalistici. Con tanto di foto della (finta) giornalista prelevata da comuni archivi di foto online. Con dichiarazioni di inesistenti nutrizionisti. Tutto su siti posticci registrati anonimamente. 

 

Pillole di cui si parla anche sui blog pro-ana. «Le più comuni sono le cosiddette kelp pills, le pillole di Cayenne, le capsule di aglio e le pillole di caffeina», spiega Simona Barcella, ricercatrice del dipartimento di Neuroscienze dell’università di Torino, autrice di una ricerca sul tema con il professore Fabrizio Schifano dell’università di Hertfordshire, esperto della vendita online di droghe. «Alcuni siti pro-ana non solo offrono la possibilità di ordinare online alcuni prodotti dimagranti, ma addirittura di poter ricevere una dieta “su misura”». Anche sull’account creato ad hoc su Instagram, con cui abbiamo seguito profili come Lovethatskinnylife, Baabyskiin, ThinAngel e altri, tra i post sponsorizzati compaiono diversi di integratori pensati per dimagrire più in fretta, segno che quel segmento di pubblico è particolarmente ricettivo per certi tipi di sostanze. Per nulla sicure. (NADIA FERRIGO CAROLA FREDIANI – La Stampa)