Le pensioni dei manager le pagano operai e precari: come stanno davvero le casse dell’Inps

La situazione della previdenza italiana non è drammatica come la dipingono alcuni, almeno per il momento. Ma ci sono categorie che vivono sulle spalle di altre. Vi raccontiamo quali sono e quanto finiscono per costare ai giovani

Dopo anni di conti sul filo, nel 2017 il patrimonio dell’Inps è sceso sotto zero, a meno 7,9 miliardi. I soldi sono finiti e così, nella legge finanziaria, spunta il maquillage per riportare i conti in territorio positivo e poter continuare a garantire grasse pensioni a chi, durante la carriera, ha versato pochissimo e compromesso sempre più il futuro delle giovani generazioni.

Il sistema delle pensioni è in equilibrio o no? Da un lato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, assicura che «il sistema previdenziale italiano è sostenibile nel lungo periodo ed è in equilibrio». Dall’altro c’è la Commissione Europea che presenta un rapporto sulla sostenibilità dell’Inps da far tremare le vene e i polsi. I risultati del dossier di Bruxelles sono terrificanti: dice che l’Italia è il paese messo peggio (insieme all’Austria) e che ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di ben 88 miliardi di euro. Se fosse vero, l’Italia sarebbe in default già da un pezzo. Fortunatamente si tratta solo di un colossale equivoco, che lo scorso 26 novembre il Corriere della Sera prende per vero: il giornale lancia l’allarme pensioni, praticamente intonando il de profundis per l’Inps e per l’Italia intera. L’Espresso, che si è andato a leggere i bilanci dell’Inps, vi racconta qual è effettivamente lo stato di salute della previdenza italiana.

Partiamo rassicurando pensionati e futuri pensionati: non è vero che ogni anno la spesa delle pensioni supera quella dei contributi versati per 88 miliardi di euro. Quelli, in realtà, sono i soldi che ogni anno lo Stato trasferisce all’Inps per l’assistenza agli italiani in difficoltà, fra cui l’indennità di accompagnamento, la quattordicesima ai poveri, il contributo ai giovani e tutta una serie di aiuti che lo Stato, attraverso provvedimenti legislativi, decide di assegnare a favore delle categorie più svantaggiate.

Nel 2016, ad esempio, lo Stato ha trasferito oltre 104 miliardi di euro per coprire quelle spese, di cui 86 utilizzati per l’assistenza e la restante parte (circa 17 miliardi) per l’accompagnamento agli anziani. L’Inps, in questa partita, fa solo da intermediario tra Stato e cittadino, accollandosi compiti che non hanno molto a che vedere con il proprio core business, cioè il pagamento delle pensioni agli anziani, la riscossione dei contributi dei lavoratori e la gestione al meglio di quei quattrini.

Dunque, la situazione delle pensioni italiane non è così drammatica come viene dipinta dalla Commissione Europea, ma qualche problema c’è davvero. Ad esempio, nel 2017 il patrimonio dell’Inps chiuderà in passivo di 7,9 miliardi di euro e toccherà allo Stato dare una mano.

Tutto deriva dalla pessima annata 2016, quando i lavoratori hanno versato nelle casse dell’Inps circa 314 miliardi, mentre i pensionati hanno incassato poco più di 320 miliardi: all’appello mancano 6,2 miliardi. Per pagare tutte le pensioni l’Inps ha dato fondo alle riserve, cioè al proprio patrimonio che, in base alle previsioni, dovrebbe attestarsi a meno 7,9 miliardi di euro nel 2017.

Ad affossare il sistema sono quattro categorie che, per via di pregressi privilegi concessi soprattutto dal vecchio sistema di conteggio retributivo della pensione (che si basava su una stima calcolata in base agli ultimi anni di lavoro e non teneva conto dei contributi versati), ingollano più soldi di quanti ne abbiano accumulati negli anni.

Ad esempio, i manager dell’ex cassa Inpdai, confluita nell’Inps nel 2003 perché aveva accumulato un buco da 600 milioni, incassano pensioni fino al 40 per cento superiori rispetto ai contributi versati. I dirigenti non sono gli unici a vivere al di sopra delle proprie possibilità. Oltre a loro, ci sono altre tre categorie: gli artigiani, i coltivatori, i dipendenti degli enti locali (comuni, province e regioni) si stanno mangiando – e si continueranno a mangiare – sia i risparmi di operai, precari, nonché i quattrini di riserva, che dovrebbero servire per coprire la cassa integrazione – utile in caso di crisi aziendale -, la malattia e la maternità dei dipendenti dell’industria. «Più che uno squilibrio generazionale, c’è un’ingiustizia fra categorie», spiega Gian Paolo Patta, membro del Civ, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps che ogni anno verifica la sostenibilità dell’Ente.

Se l’operaio paga la pensione del boss
La gestione principale dell’Inps si chiama Fpld, Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti, e nel 2016 ha chiuso con un leggero avanzo (690 milioni) grazie ai quattrini che gli operai riescono ad accantonare sia per la pensione (oltre 9,2 miliardi), sia per la Gestione Prestazioni Temporanee che sono i risparmi per la cassa integrazione e le indennità di maternità e malattia, che equivalgono a 3,4 miliardi. Peccato che quei soldi siano stati tutti spesi per la pensione degli ex fondi (trasporti, elettrici, telefonici) e per l’ex fondo Inpdai, quello dei manager e dei dirigenti d’azienda, che nel 2016 segna una voragine di 4,3 miliardi. Proprio i manager negli anni hanno accumulato un debito di 38 miliardi che crescerà sempre di più: «Diventeranno 138 miliardi nel 2035», dice Patta, leggendo un documento prodotto dall’Inps a proposito delle previsioni patrimoniali delle varie casse gestite dall’Inps.

Ma il record assoluto di disavanzo lo produrranno gli artigiani. Nel 2016 chiudono con un rosso di 5,2 miliardi, che si aggiungono ai 61,3 miliardi accumulati negli anni «e che nel 2035 diventeranno ben 220 miliardi di passivo», spiega Patta. Altre gestioni amministrative in affanno sono quelle dei commercianti, dei coltivatori diretti e dei dipendenti pubblici.

Chi tiene in piedi la baracca dell’Inps? Oltre alle tute blu, in soccorso all’ente corrono i parasubordinati, cioè i precari, i meno tutelati di tutti, che nel 2016 hanno creato un tesoretto da 6,7 miliardi, che nel 2025 diventerà di 190 miliardi. Un bel gruzzoletto che i collaboratori possono ammirare solo con un potente binocolo perché, stando alla nuova legge pensionistica (la controversa Legge Fornero), andranno in pensione superati i settantanni e con assegni piuttosto modesti, soprattutto per chi, nei primi anni di carriera, avrà versato contributi a singhiozzo per colpa di un arido mercato del lavoro. Sacrifici che vengono chiesti alle nuove generazioni proprio per coprire gli squilibri prodotti in passato e nel presente.

Fra le casse più compromesse c’è quella dei lavoratori degli enti locali, che nel 2016 registra un risultato negativo di 7,1 miliardi e un buco patrimoniale di 12,9 miliardi che, nel 2025 diventeranno oltre 157 miliardi. «Sull’attività di comuni, province e regioni non c’è alcuna attività ispettiva e l’Inps non ha mai dato ascolto alla nostra richiesta di verificare se, effettivamente, le amministrazioni locali versano i contributi ai dipendenti», spiega Patta.

Dunque, complessivamente il sistema, che si sostiene grazie agli accumuli di operai, parasubordinati e degli accantonamenti speciali, come quello per la cassa integrazione e per la malattia, produce ogni anno dei debiti che vengono coperti con delle anticipazioni dallo Stato. Nel 2016, ad esempio, le casse pubbliche hanno girato all’Inps 3,9 miliardi.

Avevano promesso trasparenza. Invece 
i signori della gestione privata continuano a governare 80 miliardi di euro senza controlli. E le regole per evitare investimenti sbagliati sono ferme da tre anni
«In circa settant’anni di attività lo Stato ha versato all’Inps circa 100 miliardi di anticipazioni, che con la Finanziaria 2018 verranno cancellati», racconta Patta, aggiungendo che, in questo modo, il governo Gentiloni intende riportare in segno positivo il bilancio dell’Inps e ridurre il debito pubblico, rimediando a un pasticcio nella stesura del bilancio dello Stato. Infatti da un lato la Tesoreria segnava quei cento miliardi anticipati all’Inps tra le spese definitive. Dall’altro lato l’Inps continuava a indicare quel prestito fra i debiti.

«Dal momento che il bilancio dell’Inps fa parte di quello dello Stato, il debito pubblico risultava più alto di 100 miliardi». Il governo Gentiloni, con una norma inserita nella Finanziaria 2018 (quella in fase di approvazione in questi giorni), ha cancellato 88,8 miliardi di debito nei confronti dell’Inps. La mossa consentirà anche di alleggerire i conti in rosso che ogni anno l’Italia presenta a Bruxelles. E dal 2019, grazie alla cancellazione dei debiti, il patrimonio dell’Inps tornerà in territorio positivo. Magie di Stato. (Gloria Riva L espresso)

Dalla manovra 3 milioni per ‘promuovere il Made in Italy digitale’ alla sconosciuta IsiameD (bloccati da Calenda dopo la rivolta del web)

“Ha fatto bene il Parlamento a dimostrare finalmente terzietà e a scegliere di salvaguardare la sovranità digitale nella sua ultima legge di bilancio: era improcrastinabile provvedere a una radicale correzione di rotta rispetto ad una traiettoria di scelte ‘a prevalenza informatica’ che avevano semplicemente trascurato il Dna del made in Italy”.


Questo l’eloquente, o forse no, sommario della replica firmata Pier Domenico Garrone, comunicatore e cofondatore de Il Comunicatore Italiano, senior partner IsiameD che dovrebbe fare luce sulla faccenda che ha tenuto banco durante le festività natalizie.

Il Parlamento ha dimostrato “terzietà” (Treccani: Nel linguaggio giur. e giornalistico, il fatto di essere terzo in un rapporto giuridico, cioè estraneo o privo di interessi in comune con una delle due o più parti in causa). Per liquidare la questione, Garrone si affida a questo termine, utilizzato più dall’arido linguaggio giuridico che da quello giornalistico. E, appunto, la liquida, ma non la chiarisce.
Una “questione privata” che tale sarebbe rimasta senza la segnalazione, tra gli altri, di Riccardo Luna, direttore dell’Agenzia Agi, che ha scatenato l’indignazione popolare sui social network.


Nell’ultima Legge di Bilancio approvata tra il 21 e il 23 dicembre, infatti, il comma 640 recita: “Al fine di affermare un modello digitale italiano come strumento di tutela e valorizzazione economica e sociale del made in Italy e della cultura sociale e produttiva della tipicità territoriale, è assegnato un contributo pari a 1.000.000 di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020 in favore dell’istituto IsiameD per la promozione di un modello digitale italiano nei settori del turismo, dell’agroalimentare, dello sport e delle smart city”.
Un contributo di tre milioni di euro in tre anni a favore dell’istituto IsiameD, di cui sembra nessuno avesse mai sentito parlare fino a quel momento. Le successive indagini riportano della “prima management company dedicata all’innovazione digitale del sistema produttivo e sociale”, nata appena un anno fa sotto la denominazione IsiameD Digitale Srl (Istituto italiano per l’Asia e il Mediterraneo – Economia e diplomazia digitale) ma che per circa trent’anni si è occupata di rapporti tra Mediterraneo e Asia. Presidente di IsiameD è Gian Giudo Folloni, anni 71, ex direttore dell’Avvenire, politico da sempre di area cattolica ed ex ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo D’Alema I nel 1998.

L’insurrezione social provoca ulteriori ricerche, da queste si evince che né il premier Gentiloni, né il Ministro Calenda “sapevano niente” dimostrando che nessuno di loro aveva letto con l’attenzione richiesta dal popolo (almeno) il fatidico comma 640. E poi si scopre che chi ha presentato l’emendamento nella Legge di Stabilità sono i due senatori Pietro Langella e Antonio Milo di ALA, la formazione politica di Denis Verdini a cui è vicino anche Folloni.

L’emendamento viene poi ratificato dai relatori Magda Zanoni del Pd e Marcello Gualdani di Alternativa Popolare e, addirittura, il senatore Pd Stefano Esposito dichiara: “si tratta di una marketta”, ovvero un favore a Verdini da riscuotere in sede di voto della Manovra. Seguono altre elucubrazioni e, nel mentre, Calenda blocca il finanziamento chiedendo all’Unione Europea di verificare che il provvedimento sia compatibile con il regime degli aiuti di Stato.
La relatrice Magda Zanoni risponde per conto del presidente IsiameD, dichiarando all’Agi che non c’è nulla di oscuro nel provvedimento e che è stato approvato “alla luce del sole” riferendosi poi a resoconti ufficiali e alla mancanza di commenti o di richieste di spiegazioni in merito da parte dei parlamentari, insomma la prende un po’ alla larga.


Una dichiarazione puramente politica che gioca con la dialettica e la procedura ma che non spiega il motivo per cui proprio quello specifico istituto debba fruire di un finanziamento pubblico che a molte start up italiane risolverebbe tanti problemi.
A fare chiarezza, come detto, ci pensa Pier Domenico Garrone. Ma di chiarezza ci sembra ce ne sia ben poca. A partire dal titolo dal sapore vagamente clickbait: “IsiameD, ecco com’è andata”.

 

Nell’articolo non c’è nessun riferimento a come è andata, nel senso di quale sia stata la successione degli eventi in aula e, soprattutto, perché è andata così. Garrone, da fine comunicatore, spende tutto lo spazio che gli mette a disposizione il CorCom (Corriere delle Comunicazioni) per convincere i lettori che l’istituto IisiameD è la società giusta a cui devolvere un milione all’anno per tre anni: “Al fine di affermare un modello digitale italiano come strumento di tutela e valorizzazione economica e sociale del made in Italy e della cultura sociale e produttiva della tipicità territoriale…”
Si tratta “palesemente di un provvedimento che riguarda l’innovazione del modello digitale del Made in Italy” – afferma Garrone – e non si tratta di un provvedimento “per il settore dell’informatica”.
Il succo del ragionamento di Garrone è tutto qui. La conclusione della filippica è, più o meno, la seguente: il Governo ha capito che quello per l’innovazione del modello digitale del Made in Italy è un incarico da fornire a un’azienda più simile a IsiameD che a un’azienda responsabile di una qualsiasi “indecenza informatica”.
Insomma, secondo Garrone, le aziende che si occupano di digitale pensano troppo al codice e ai loro interessi, e non all’obiettivo. Non solo, Garrone cita le situazioni affrontate solo come business per l’informatica e, addirittura, la colonizzazione informatica, una delle ragioni di difficoltà delle aziende tipiche italiane.
Ce n’è per tutti nell’arringa di Garrone, anche per la “cultura dei prodotti informatici a prevalenza extra UE”, puntando il dito contro le multinazionali del software e ammonisce: “L’industria informatica italiana trova un proprio senso di esistere solo tipicizzando la propria competenza: altrimenti rischia solo di essere ‘maggiordomo’ di tecnologie extra UE”.


Garrone, un po’ come il gigante buono del libro Cuore, prende le difese del povero sistema Paese e suona la carica, per conto di IsiameD. Basta alle aziende italiane che sviluppano software, hanno già fatto troppi danni, pensano solo ad approfittarsi del cliente e sono defocalizzate dall’obiettivo primario: tutelare il Made in Italy. Basta anche alle multinazionali del settore, più o meno spinte dagli stessi motivi delle aziende nostrane messe al rogo da Garrone.
Seguono interi paragrafi di accreditamento di IsiameD e del suo presidente, e segue anche il commento su Facebook di Mila Fiordalisi, collega e condirettore di CorCom: “fare buon giornalismo è ascoltare tutti i soggetti coinvolti, inclusa la parte ‘accusata’”.


Parole sottoscrivibili, certo, ma anche opinabili. Perché non inserire le dichiarazioni di Garrone in un articolo a firma di un giornalista? Perché e a che titolo parla proprio Garrone? E, soprattutto, perché proprio l’azienda privata IsiameD ha ottenuto un finanziamento diretto – senza gara – di 3 milioni di euro per tre anni per “l’innovazione del modello digitale del Made in Italy”? Noi non ci siamo ancora dati una risposta.(Valerio Mariani Businessinsider)

P.S. RINGRAZIO PER LA RISPOSTA DATA AL SOTTOSCRITTO MEZZO TWITTER DAL MINISTRO CALENDA CHE RIPORTO “PAOLO L ANNULLAMENTO NON È NEI MIEI POTERI PERCHÉ È UNA NORMA VOTATA DAL PARLAMENTO. POSSO PERÒ VERIFICRE LA COMPATIBILITÀ CON IL REGIME UE DEGLI AIUTI DI STATOE POI AGIRE IN CASO NEGATIVO” 31.12.2017 

UN PLAUSO AL MINISTRO CALENDA CHE HA MANTENUTO LA PAROLA DATA CHE DI QUESTI TEMPI È COSA RARA.

Borse, Draghi meglio di Greenspan. Età dell’oro grazie a Super-Mario

Borse, ecco perché sui mercati è ancora toro. L’analisi

Comodamente seduto sul treno insieme al mio cagnetto Markus, rifletto sull’anno vecchio e su quello nuovo. La mente corre ai risultati più che positivi che hanno trasformato le Borse nel paese di Bengodi, la località immaginaria dove regnano l’allegria e l’abbondanza. Qualcuno pensa erroneamente che questo protratto stato di grazia sia iniziato con il Q.E. proclamato da SuperMario Draghi. Bisogna invece tornare indietro nel tempo e risalire sino al lontano – lontanissimo – 1987. Alan Greenspan, l’uomo dai grandi occhiali, era stato appena nominato Governatore della Fed e conservava ancora una discreta quantità di capelli. Si trovò subito a dover affrontare uno dei crolli più grandi nella storia. Correva il 19 ottobre del 1987 e in quel giorno il Dow Jones, il più importante indice al mondo, crollò d’un botto del 22%.

Con incredibile sicurezza di sè Greenspan pronunciò poche parole destinate a passare alla storia: la Fed è pronta a fornire tutta la liquidità necessaria al funzionamento ordinato dei mercati. Da quel momento la Borsa americana si trovò a vivere in uno stato di assoluta certezza come il trapezista che tra lo stupore del pubblico procede tranquillo con la serena consapevolezza che un filo invisibile e indistruttibile lo proteggerà dalla caduta. Edogni piccola oscillazione non gli impedisce di proseguire con certezza sulla sua strada.

Gli eventi della storia si ripetono? A volte sì. Come Greenspan anche Draghi nel luglio del 2012 deve affrontare una crisi severa. Crisi dello spread e crisi sistemica dei paesi euro. E come Greenspan, anche Draghi pronuncia la fatidica frase: “La Bce farà tutto il necessario per sostenere l’euro. E, credetemi, sarà sufficiente”.

Così, proprio come Wall Street, anche l’Europa ha avuto in dono il filo invisibile e indistruttibile che protegge il percorso del funambolo azionario.

Da allora, da quel fatidico 2012 tutte le Borse europee sono cresciute, gli spread si sono ridotti e, a dispetto dei profeti di sciagura che ogni anno vaticinano drammi e catastrofi in quantità industriale, persino la borsa greca si è messa in salvo. Le Borse invece assomigliano a un aereo guidato dal pilota automatico: un lungo volo tranquillo i cui piccoli insignificanti vuoti d’aria i soliti catastrofisti interpretano come un annuncio di sciagura. E’ questo lo sport prediletto dalla stragrande maggioranza dei media: ricordate l’elezione di Trump? Se vincerà la Clinton andrà tutto bene; se invece vince Trump verrà giù tutto dicevano. Ha vinto Trump e le cose sono andatre ancora meglio. Come ipotizza il “vero” Gordon Gekko, al secolo Asher Edelman, il rider divenuto leggenda in seguito alle scalate ostili che lanciò negli anni Ottanta (a lui si è ispirato Oliver Stone nel film “Wall Street”) i mercati stanno salendo grazie alla regia dell’amministrazione Trump che, similmente a quanto fece Ronald Reagan dopo il crollo del 1987, avrebbe creato una sorta di rete di protezione contro il rischio di crollo.

Insomma amici risparmiatori, se immaginiamo i mercati finanziari come una specie di moderni circhi equestri, pare proprio che le banche centrali abbiano imparato l’arte di addomesticare le belve feroci. Grazie ad esse stiamo vivendo uno dei più grandi cicli rialzisti della storia, con il pubblico stupito che osserva a bocca aperta il funambolo sempre più in alto temendone la rovinosa caduta.

30 anni sono trascorsi dalla coraggiosa dichiarazione di Greenspan, 5 da quella di Mario Draghi. Anche se Time non l’ha ancora nominato “uomo dell’anno”, ho l’impressione che l’allievo abbia superato il maestro: dalla liquidità infinita del Governatore americano siamo giunti al denaro gratis di quello europeo. Una lunga stagione di crescita, un’età dell’oro come sa bene anche il piccolo Markus tranquillamente addormentato. (Buddy Fox Affariitaliani)

Sacchetti ortofrutta a pagamento, il divieto di quelli in plastica non l’ha imposto la Ue. La decisione è del governo

La direttiva comunitaria, recepita con un emendamento al Dl Mezzogiorno, consentiva di esonerare dall’obbligo di compostabilità gli involucri destinati agli alimentari. Tanto che solo Italia e Francia hanno bandito quelli non biodegradabili. Festeggia il leader italiano della produzione di biopolimeri: la Novamont guidata da Catia Bastioli, che Renzi nel 2014 ha nominato presidente di Terna

Il divieto è scattato al grido di “Ce lo chiede l’Europa”. Ma Bruxelles, a ben guardare, non c’entra nulla con il diktat che dall’1 gennaio impone ai consumatori italiani che acquistano frutta e verdura di confezionarle in sacchettini di plastica biodegradabile e compostabile rigorosamente usa e getta e a pagamento. E’ stato il governo Gentiloni, con un emendamento infilato la scorsa estate nel Dl Mezzogiorno durante il passaggio al Senato, a imporre un diktat che la direttiva comunitaria del 2015 non prevedeva affatto. Il testo europeo, infatti, si focalizzava soprattutto sulle borse in plastica per insacchettare la spesa (quelle che in Italia sono state messe fuori legge già dal 2012) e precisava esplicitamente la possibilità di escludere dalle misure le bustine trasparenti per frutta e verdura. Tanto che solo la Francia ha imboccato la stessa strada dell’Italia, mentre la maggior parte degli stati membri si è limitato alle buste per la spesa in plastica tradizionale, mettendole a pagamento.

Risultato: mentre i benefici ambientali del provvedimento italiano rimangono da verificare, a guadagnarci sarà chi produce polimeri a base vegetale e sacchettini in bioplastica. A partire dal leader italiano del comparto, la piemontese Novamont guidata da Catia Bastioli, che ha inventato la bioplastica biodegradabile e compostabile Mater-bi. Bastioli nel 2011 ha partecipato alla Leopolda e nell’aprile 2014, due mesi dopo l’insediamento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, è stata da lui nominata presidente della partecipata pubblica Terna. A metà novembre 2017, poi, il segretario Pd durante il suo tour in treno ha visitato l’azienda e incontrato a porte chiuse i vertici

Un mercato ghiotto
Secondo le prime stime della società di consulenza specializzata Plastic Consult, il mercato dei sacchettini per l’ortofrutta in bioplastica potrebbe valere in Italia circa 100 milioni di euro all’anno, per un volume di circa 25mila tonnellate. Un mercato ghiotto. E nei giorni scorsi Il Giornale ha sottolineato come la novità legislativa “farà ricco” il gruppo della chimica verde Novamont, maggiore produttore italiano di biopolimeri e tra i leader mondiali del settore. “Ma non è così. Oggi sul mercato ci sono dieci diverse aziende chimiche attive a livello mondiale”, dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente e tra i maggiori sostenitori della legge.

Novamont è da anni partner dell’associazione, che comunque assicura “coerenza e libertà”. Se è vero che Novamont non è l’unico produttore di bioplastica, certo è che la misura farà lievitare il giro d’affari di queste aziende. E proprio il gruppo con sede a Novara si è mosso in anticipo commissionando a Ipsos, lo scorso ottobre, un sondaggio da cui è emerso che il 71% degli intervistati ipotizzava un esborso economico per i sacchetti e il 59% valutava il costo di 2 centesimi per sacchetto del tutto accettabile. Dati frutto dell’ampia attenzione sul fronte delle plastiche a base vegetale registrata negli ultimi anni in Italia e in Francia?

Nessun obbligo nella direttiva
L’Italia è stato il primo Paese europeo a mettere al bando i sacchetti in plastica per la spesa a partire dal 2012. Un divieto che da una parte non ha dato i frutti sperati (secondo Assobioplastiche il 60% dei sacchetti è ancora irregolare) e dall’altra è costato all’Italia anche una procedura di infrazione europea, poi chiusa e sfociata in una direttiva che chiede invece a tutti gli stati membri maggiore sensibilità sul problema dell’uso troppo massiccio di sacchetti di plastica. La direttiva europea prevede azioni per diminuire queste quantità, ma lasciando libertà di movimento. Si propone di darsi degli obiettivi di riduzione o, in alternativa, di far ricorso alla leva economica: le buste a pagamento da parte dei consumatori, insomma, sono una delle possibilità, non un requisito inviolabile. Non solo: Bruxelles precisa anche che “gli stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi”. La decisione di sottoporli a restrizioni, dunque, è tutta dei governi nazionali.

Lo stop ai sacchettini tradizionali solo in Italia

La Francia è l’unico altro Paese europeo dove, al pari dell’Italia, le buste in plastica per la spesa sono vietate dal 2016 e i sacchettini trasparenti per l’ortofrutta sono stati banditi dal 2017. Nel resto dell’Europa la soluzione più diffusa è un costo fisso delle buste: i negozianti non possono più dare ai clienti sacchetti in plastica gratuiti nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna, Croazia, Svezia, mentre in base ai dati della Commissione europea sul recepimento della normativa – i cui termini sono scaduti a novembre 2016 – Germania, Danimarca, Austria, Grecia e Finlandia mancano ancora all’appello.

E se in Italia, secondo Legambiente, nonostante la carenza dei controlli e un divieto applicato solo a metà l’uso di buste della spesa si è dimezzato in favore di borse riutilizzabili, al momento sull’uso di queste ultime per l’ortofrutta rimane una certa confusione: escluso dal ministero dell’Ambiente per motivi igienico-sanitari e ammesso da quello dello Sviluppo economico. Si attende ora il pronunciamento del ministero della Salute. Un tema su cui le maggiori associazioni ambientaliste non si sono finora nemmeno espresse. Il direttore generale di Legambiente però assicura: “Se si riesce a modificare la normativa sanitaria per consentire l’uso di sacchetti riutilizzabili anche per frutta e verdura, è una misura che va promossa e praticata come già avviene per le buste della spesa. Bisogna fare un’azione di pressing sul ministero della Salute”. Sarebbe l’unica misura in grado di disincentivare davvero la produzione di imballaggi. In una lettera indirizzata dal ministero dell’Ambiente ai responsabili delle principali insegne di supermercati, si legge che l’obbligo di pagamento è stato introdotto con l’obiettivo di “avviare una progressiva riduzione della commercializzazione delle borse in plastica ultraleggere più inquinanti”. Ma senza alternative, il costo da pagare in più, anche se limitato (il Mise ha autorizzato i supermercati anche a vendere i sacchettini sottocosto) rimane di fatto una nuova tassa.

Effetti sul mare ancora poco chiari

Ancora da approfondire rimangono gli aspetti ambientali della questione. Più evidenti quelli legati alla sostituzione del petrolio con materia prima vegetale, anche se solo parziale: i sacchettini in bioplastica, infatti, secondo la legge italiana, devono già contenere il 40% di materia prima rinnovabile dal 2018 e la quota dovrà essere portata al 50% dal 2020 e al 60% dal 2021. Più dibattuto il tema degli impatti della bioplastica sull’ambiente marino. Legambiente sollecita da tempo la messa al bando delle borse in plastica tradizionali in tutto il bacino del Mediterraneo per la salvaguardia del mare e la stessa Novamont, in una conferenza delle Nazioni Unite a dicembre 2017 ha presentato i suoi test di biodegradabilità delle bioplastiche in acqua marina: “Alti livelli di biodegradazione sono stati raggiunti in tempi relativamente brevi (meno di 1 anno), suggerendo che il Mater-Bi può essere adatto alla realizzazione di oggetti in plastica con alto rischio di dispersione in mare (ad esempio, attrezzi da pesca)”, ha annunciato l’azienda. Ma ci sono studi scientifici che sono più critici sulle buste biodegradabili e consigliano maggiori approfondimenti. “I potenziali effetti delle borse biodegradabili sulle praterie dei fondali sabbiosi, che rappresentano gli ecosistemi più comuni e produttivi nelle zone costiere, sono stati ignorati”, si legge nella ricerca pubblicata da un gruppo di studiosi dell‘università di Pisa a luglio 2017 sulla rivista “Science of the Total Environment”. Il tema, spiega ancora l’articolo degli scienziati pisani guidati da Elena Balestri, richiede maggiore attenzione, perché questi sacchetti “non sono velocemente degradabili nei sedimenti marini” e possono alterare la vita sul fondale. (Veronica Ulivieri Il Fattoquotidiano)

Sacchetti biodegrabili: Renzi incontrò i vertici della Novamont a porte chiuse

È durato il tempo di qualche selfie e stretta di mano il passaggio in stazione a Novara di Matteo Renzi, tappa del suo tour in treno «Destinazione Italia»: arrivato con una ventina di minuti di ritardo poco prima delle sette di sera, il segretario del Pd ha salutato velocemente i suoi sostenitori, poi un rapido abbraccio ad Andrea Ballarè, ex sindaco renziano di Novara che l’ha subito seguito, con una delegazione della segreteria Pd provinciale, alla Novamont, azienda chimica che sviluppa prodotti biodegradabili dove ha incontrato la dirigenza a porte chiuse.

Una «toccata e fuga» in Piemonte prima di ripartire in serata per Mortara (che ha raggiunto direttamente in auto: l’incontro in Novamont è durato più del previsto) e nessuna dichiarazione prima di uscire dalla stazione, dove tra i sostenitori lo aspettavano anche alcuni contestatori che hanno fischiato e urlato «buffone».

E’ stata la penultima tappa della giornata, partita da Brescia, per poi fermarsi a Milano e Busto Arsizio, trascorsa con un po’ di nervosismo per le domande insistenti dei cronisti sulle scelte del Pd in vista delle elezioni: «Non sono un juke box – ha detto alla tappa milanese –, faccio ogni giorno sei tappe con questo treno e non riesco mai a far passare le cose che facciamo: secondo voi, se io mi metto a rispondere da Tavecchio alla coalizione, cosa esce di questa roba? Niente». Durante la fermata novarese, c’è stato giusto il tempo di un saluto rapido alle rappresentanti di due associazioni che si occupano di disabilità, l’Angsa Novara, che aiuta i bambini affetti da autismo e le loro famiglie, e L’Arca di Borgomanero, che assiste disabili in età adulta: «Chiederemo più attenzione alle esigenze dei disabili e delle loro famiglie – hanno annunciato le referenti delle due associazioni – c’è ancora molto da fare nel campo dell’assistenza e anche nella programmazione del “Dopo di noi”». (Elisabetta Fagnola La stampa)

 

“Mai nominato amici” ma i manager di Renzi sono targati Leopolda

Il leader Pd replica alle polemiche sul blitz nel cda delle Ferrovie. I fatti lo smentiscono

Roma «Enel, Eni, Poste, Ferrovie hanno visto crescere molto il loro raggio d’azione in questi anni», ha scritto ieri il segretario del Pd, Matteo Renzi, nella sua Enews sottolineando che «su questi temi rivendico la nostra azione di governo e le scelte fatte sui manager (altro che amici degli amici)».

La sortita dell’ex premier non è stata casuale perché ha voluto replicare alle polemiche scatenate dal rinnovo anticipato del cda delle Ferrovie in concomitanza con l’incorporazione di Anas. Rinnovo che ha consentito di confermare l’amministratore delegato Renato Mazzoncini, insediato dallo stesso Renzi due anni fa e soprattutto risolutore della «grana Ataf» quando il segretario piddino era sindaco di Firenze. La Bus Italia delle Ferrovie della quale Mazzoncini era a capo rilevò la maggioranza della municipalizzata fiorentina dei trasporti, togliendo a Renzi le castagne dal fuoco.

«Matteo sceglie solo i migliori», ripete sempre il suo entourage per lodare la lungimiranza del capo. Eppure a scorrere un breve elenco e neppure esaustivo la vicinanza al Giglio magico (inclusa la partecipazione alle varie Leopolde) è sempre stato un titolo di merito nel valzer delle poltrone gestito dal «rottamatore». Ad esempio, nel consiglio delle Fs è stato anche confermato l’avvocato Federico Lovadina, habitué della kermesse renziana, discepolo dello Studio legale Tombari (ove si è formato il sottosegretario Maria Elena Boschi), e fondatore assieme al tesoriere Pd, Francesco Bonifazi e al fratello di Maria Elena, Emanuele, dello studio tributario BL. Tra l’altro, Lovadina è anche presidente di Toscana Energia, utility partecipata dal Comune di Firenze ove Matteo ha infeudato Dario Nardella. Sul palco della Leopolda parlò anche l’ex sottosegretario ai Beni culturali (con Letta), Simonetta Giordani, anche lei confermata in Fs. L’ex sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, leopoldino della prima ora, è a capo dell’Agenzia del Demanio, mentre il numero uno di Novamont, Catia Bastioli, è presidente di Terna.

Basta guardare alla Fondazione Open, che organizza la Leopolda, per notare quantomeno una certa contiguità tra renzismo e partecipate pubbliche. Il presidente della Fondazione, Alberto Bianchi, è consigliere dell’Enel. Luca Lotti e Maria Elena Boschi sono al governo, mentre l’amico fraterno Marco Carrai è presidente di Toscana Aeroporti che gestisce gli scali di Firenze e di Pisa. L’ad di Esaote, Fabrizio Landi, che più volte ha partecipato alla manifestazione, è nel cda di Leonardo-Finmeccanica. L’imprenditore calzaturiero Gabriele Beni, che figura nell’elenco dei finanziatori, è vicepresidente dell’Ismea, l’ente pubblico che si occupa di consulenza per l’agricoltura. Nel collegio sindacale di Eni c’è anche Marco Seracini, tra i fondatori di Noilink, l’associazione di fundraising con il quale Renzi partecipò alle primarie di Firenze nel 2009, mentre nel cda del Cane a sei zampe siede Diva Moriani, vicepresidente della Intek di Vincenzo Manes, finanziere vicino al segretario.

Anche gli economisti della Leopolda hanno avuto il loro spazio: Tommaso Nannicini da Palazzo Chigi è andato al Nazareno con il segretario, Marco Simoni è rimasto tra i consiglieri di Gentiloni e siede nei cda di Arexpo e Human Technopole in quota Tesoro. Anche l’ex dg Rai, Antonio Campo dall’Orto, frequentava la Leopolda ma a lui è andata meno bene. ( Gian Maria De Francesco Il Giornale)

 

 

 

Per vivere meglio dobbiamo imparare a ridurre

Non abbiamo scelta: dobbiamo dire addio alla modernità espansiva. Il guru dell’ambientalismo Wolfgang Sachs spiega perché vivremo meglio

Dalla petroliera alla barca a vela. Con questa metafora Wolfgang Sachs spiega il passaggio che abbiamo di fronte. Un passaggio obbligato, se vogliamo sopravvivere: dalla modernità espansiva alla modernità riduttiva. Da una società fondata sull’accumulo, sull’accelerazione, sull’espansione senza limiti, sulla dipendenza da un flusso crescente di materie prime finite, a una società che sappia razionalizzare i mezzi in modo efficiente e soprattutto interrogarsi sui propri fini, sulle proprie aspirazioni, sul “quanto basta?”.

Allievo di Ivan Illich, già membro del Club di Roma e dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, sociologo del Wuppertal Institute for Climate, Environment and Energy e animatore di molte utopie concrete, da decenni Sachs studia come conciliare giustizia sociale ed ecologica. Pensatore di riferimento dell’ecologismo politico europeo, è arrivato a una conclusione: lo sviluppo della civiltà euro-atlantica è dovuto a circostanze storiche uniche e irripetibili, ed è incompatibile con la finitezza della biosfera. Se aspiriamo a una civiltà capace di futuro, quel modello di modernità espansiva va archiviato. Per farlo, occorre mettere in questione innanzitutto la nozione di “sviluppo” che ne è alla base. Da lì siamo partiti, nell’intervista concessa all’Espresso.

Quasi trent’anni fa, nel 1988, con alcuni amichi e colleghi lei ha avuto l’idea di un Dizionario dello sviluppo – pubblicato alcuni anni dopo e diventato un libro molto letto e discusso – in cui dissezionare criticamente una parola-chiave del ventesimo secolo: sviluppo. Per quali ragioni vi opponevate a quell’idea, che per altri era sinonimo di progresso e speranze?
«Innanzitutto, il pregiudizio che certe aree del mondo siano sottosviluppate è relativamente nuovo. L’idea è stata coniata dal presidente Truman circa 70 anni fa. Nei decenni successivi, “sviluppo” è diventato il concetto egemonico che ha guidato le relazioni tra Nord e Sud del mondo.

Noi ci opponevamo a quest’idea perché conduceva su binari sbagliati. Se si osserva il mondo con le lenti dello “sviluppo”, infatti, è come se l’umanità intera si muova su un unico cammino di progresso e benessere. Le nazioni sviluppate tracciano la rotta, e si suppone che i Paesi più poveri seguano l’imperativo di mettersi al passo, mimeticamente. Inoltre, lo “sviluppo” misura il grado di civiltà con il grado di performance economica, in altri termini con la crescita del prodotto interno lordo. Per tutte queste ragioni, già alla fine degli anni Ottanta intendevamo scriverne un necrologio».

Cresce ovunque la paura dell’Apocalisse. Che esorcizziamo con fiction e romanzi. Ma un rischio reale esiste. Quello della catastrofe ecologica
Lo sviluppo è stato strettamente associato – se non equiparato – con la “crescita”. Da dove viene questa equazione? E quali conseguenze comporta?
«Sviluppo può significare qualsiasi cosa, dal costruire grattacieli al prendersi cura dei vivai. È un concetto di monumentale vuotezza e vacuità, con una connotazione vagamente positiva. Molti lo interpretano nel senso di “sviluppo come crescita”, un concetto insieme illusorio e fatale. Ormai demolito dalla consapevolezza che l’uso di carbone, petrolio e gas stia mandando all’aria il clima della Terra così come le riserve biotiche del pianeta. Secondo i calcoli del Global Footprint Network, il pianeta è già stato drasticamente sfiancato, e l’umanità consuma ogni anno 1,6 volte più risorse di quelle disponibili. Il sistema economico del Nord globale non può funzionare senza il sistematico sfruttamento della natura. Lo sviluppo come crescita sta conducendo a un pianeta inospitale per la vita umana».

Eppure, l’idea di sviluppo sembra riscuotere ancora consenso, ed è sopravvissuta a tanti epitaffi prematuri. Attraverso quali torsioni concettuali ha potuto farlo?
«Non avevamo compreso quanto l’idea di sviluppo fosse carica di speranze di riscatto e autoaffermazione. È stata senz’altro un’invenzione dell’Occidente, ma non si è trattato soltanto di un’imposizione sul resto del mondo. Al contrario, il Sud ne è diventato il più strenuo difensore, perché il desiderio di riconoscimento ed equità è stato modellato nei termini di civilizzazione mutuati dalle nazioni più potenti. In genere, i Paesi non aspirano a diventare più “indiani”o più “brasiliani”, ma a raggiungere la modernità industriale occidentale. Uno sguardo sulla Cina lo dimostra. L’ascesa della Cina nei ranghi delle potenze mondiali è un unguento sulle ferite inflitte in due secoli di umiliazione coloniale. E il successo della classe media è percepito con orgoglio, perché mette le élite cinesi alla pari con quelle di altre zone del mondo».

Si tratta dunque di mimetismo socio-industriale: l’adozione di un modello particolare adottato universalmente, che lei definisce come “modernità espansiva”. Ci può spiegare meglio questo concetto?
«Dalla fine della Seconda guerra mondiale, viviamo in società contrassegnate dalla “grande accelerazione”. Il carico umano sulla natura non è mai cresciuto tanto quanto nella generazione successiva al 1945. Gli esempi abbondano: il numero dei veicoli a motore sulla Terra è aumentato da 40 a 850 milioni, il numero degli abitanti delle città è cresciuto da 300 milioni a 3,7 miliardi. Allo stesso tempo, la quantità di idrogeno di sintesi è passata da meno di 4 milioni di tonnellate a più di 87 milioni di tonnellate, senza contare che la popolazione è triplicata. E non dimentichiamo la soddisfazione sempre più veloce di bisogni che aumentano, o l’accumulazione senza fine del capitale. Siamo dentro una cultura senza limiti, frutto della modernità espansiva. Che dobbiamo abbandonare in favore di una modernità riduttiva».

Per spiegare il passaggio dalla modernità espansiva a quella riduttiva, così come da un’economia energivora, fondata sull’uso di combustibili fossili a un’economia ecologica, fondata sulla sufficienza e sul limite, lei ha fatto riferimento alla metafora della petroliera e della barca a vela. Perché ha scelto proprioquesta immagine?
«Perché non occorre essere esperti di mare per capire la differenza, fondamentale. La petroliera, un gigante di acciaio, fornisce un importante servizio di trasporto, ma è difficile da manovrare, è adatta solo alle rotte marittime e consuma ingenti quantità di carburanti fossili. La barca a vela è tutta un’altra cosa.

È sicuramente più piccola, ma più leggera e maneggevole, è alimentata dall’energia solare sotto forma di vento, anche se in termini di capacità di carico e di velocità non può certo competere con una petroliera. Una società riduttiva assomiglia a una barca a vela. Vuol dire che la priorità deve essere la leggerezza. Tutti i prodotti dovranno essere leggeri di risorse e durevoli, dall’arredamento fino alle automobili. Il secondo principio è quello della eco-compatibilità. La tecnica dovrebbe basarsi sui flussi della natura come il vento, il sole, l’acqua o altre forme di crescita organica. Le celle solari, le reti elettriche intelligenti e l’agroecologia sono esempi in cui l’alta tecnologia sposa le forze della natura.

C’è un altro aspetto importante: una barca a vela è certamente leggera ed ecocompatibile, ma rispetto a un’imbarcazione a motore è anche limitata nelle prestazioni. Questo vuol dire che il terzo principio da seguire è la moderazione. Bisogna cercare la lentezza, l’economia regionale. Insomma, il benessere frugale. Con un duplice vantaggio: il risparmio di risorse e una vita migliore perché più autonoma».

Ma la modernità riduttiva è davvero desiderabile per tutti, anche per il cosiddetto Sud del mondo che sembra avere aspirazioni diverse, di natura espansiva, piuttosto che riduttiva?
«Sono convinto che i Paesi del Sud dovrebbero approfittare dell’opportunità di saltare all’economia solare, molto prima e molto più solidamente delle economie del Nord. Per loro, sarebbe autolesionista passare attraverso le stesse fasi dell’evoluzione industriale dei Paesi del Nord.

Oggi molti Paesi sono ancora nella condizione di poter evitare quel corso insostenibile, optando senza ulteriori ritardi per infrastrutture che portino su una traiettoria fatta di basse emissioni, leggera di risorse. Investimenti in infrastrutture come sistemi ferroviari leggeri, produzione energetica decentralizzata, trasporti pubblici, abitazioni localmente adattate, agricolture rigenerative possono condurre un Paese verso modelli di produzione e consumo più puliti, meno costosi e più equi. Verso una modernità riduttiva, ormai necessaria».

‘Povera Italia’, raddoppiano le persone in difficoltà

Raddoppiano i poveri italiani in un decennio. Se nel 2006 erano 2,3 milioni, nel 2016 sono diventati 4,7 milioni con un incremento del 106,9%.

In forte crescita anche il numero delle famiglie in difficoltà, che nello stesso periodo aumentano del 67,2%, passando da poco meno di un milione a 1,6 milioni. I dati sono contenuti nelle tabelle dell’Istat sugli indicatori di povertà assoluta, elaborati dall’AdnKronos.

REDDITO INCLUSIONE – Diverse sono le misure messe in campo dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni, per sostenere le persone in difficoltà. Ultimo in ordine di tempo è il reddito d’inclusione che, secondo l’Inps, è stato richiesto da quasi 75.885 famiglie, pari al 4,7% dei nuclei risultati in forti difficoltà economiche nel 2016.

REGIONI – L’incremento maggiore di famiglie in povertà assoluta, in termini percentuali, si registra nelle regioni del Centro (+133,8%) seguite da quelle del Nord (+62%) e del Sud (+52%).

IL SUD – In termini assoluti, invece, la crescita più elevata riguarda il Sud dove si è passati da 460.000 nuclei in difficoltà nel 2006 a 699.000 nel 2016, seguita a stretto giro dal Nord (da 376.000 a 609.000); mentre al Centro da 133.000 si è passati a 311.000 famiglie povere.

I POVERI – Tornando ai dati delle persone povere, in termini percentuali l’aumento maggiore si registra al Centro (+176,5%), seguito dal Nord (+139,8) e dal Sud (+68%).

I NUMERI – In termini assoluti, invece, è nel Mezzogiorno che si vede crescere di più il numero di poveri che passa da 1,2 milioni a 2 milioni; segue il Settentrione dove da 764.000 si passa a 1,8 milioni e, infine, il Centro che da 315.0000 arriva a 871.000 poveri.

RADDOPPIO – Rispetto alla popolazione residente, i numeri sono più che raddoppiati quasi ovunque: al Nord si passa dal 2,9% al 6,7%; al Centro dal 2,8 al 7,3%; al Sud dal 5,9 al 9,8% e infine in Italia dal 3,9% si arriva al 7,9.

Risparmio gestito, parte Mifid 2. Cosa cambia con la direttiva Ue

Risparmio gestito /Mifid 2 al via, parte anche il regolamento per i prodotti preconfezionati, basterà a migliorare la trasparenza e le tutele per gli investitor

Borse europee prudenti il giorno in cui scatta la transizione normativa più “sismica” della storia dei mercati finanziari con l’entrata in vigore (un anno dopo quella che avrebbe dovuto inizialmente essere la data convenuta) la direttiva europea Mifid 2 e il regolamento Priips. Norme che impattano sui servizi di investimento e sui prodotti “preconfezionati” imponendo una maggiore trasparenza in particolare sui costi che i clienti debbono pagare per i vari prodotti e servizi, dalla distribuzione alla ricerca, fino alla consulenza.


Ma cosa significano le due sigle? Mifid è l’acronimo di Markets in financial instruments directive (Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari), Priips è invece l’acronimo di Packaged retail investment and insurance-based investments products (Prodotti di investimento al dettaglio e assicurativi preassemblati). Nel primo caso tutto è partito con l’atto normativo emanato dal Parlamento europeo il 21 aprile 2004 (la prima direttiva Mifid) voluto per creare un terreno competitivo uniforme tra gli intermediari finanziari della Ue, quanto al secondo è un regolamento che definisce nuove regole di condotta in materia di servizi di investimento e introduce il nuovo documento semplificato con le informazioni chiave sui prodotti finanziari (il cosiddetto “Kid”).


Oltre a imporre agli intermediari finanziari di garantire ai propri clienti l’accesso clienti a informazioni più dettagliate e più frequenti, il combinato disposto delle nuove norme prevede anche un rafforzamento dei poteri ex-ante come pure ex post delle diverse autorità di vigilanza. In sostanza grazie al cosiddetto “product intervention” sarà possibile per Banca d’Italia e Consob a livello nazionale e per Eba (European banking authority, l’Autorità bancaria europea) ed Esma (European securities and markets authority, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) vietare, o limitare, la vendita di uno strumento o servizio finanziario o determinate pratiche e attività finanziarie.


Naturalmente siccome le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, ci si chiede se effettivamente la portata della “rivoluzione” normativa sia tale da modificare concretamente, e in meglio, la situazione che in questi anni ha visto i risparmiatori italiani venire sollecitati a investire in strumenti del tutto inadatti alle loro esigenze, come le obbligazioni bancarie subordinate, in alcuni casi (come per Banca Etruria o le ex popolari venete) con esiti disastrosi. Secondo l’ex numero uno di Consob, Giuseppe Vegas, se avesse potuto predisporre un “product intervention” già negli anni passati, forse il peggio si sarebbe potuto evitare e visto che a pensar male si fa peccato ma ogni tanto ci si becca non sarà un caso che proprio le banche e gli intermediari di minori dimensioni abbiano opposto la più strenua resistenza all’entrate in vigore delle norme, inizialmente fissata per il primo gennaio 2017, adducendo la necessità di prepararsi adeguatamente all’evento.


Altri protagonisti del settore sembrano più scettici: in un’intervista a Bloomberg Television David Herro, a capo degli investimenti azionari internazionali di Harris Associates, ha spiegato che a suo parere si tratta solo di “ulteriori regole per risolvere un problema che probabilmente non era così ampio come la regolamentazione stessa” che prova a darvi una soluzione. Anche Andreas Utermann, Ceo di Allianz Global Investors, non ritiene che si vedrà alcuna vera rivoluzione. “La maggior parte dei gestori patrimoniali è pronta. La maggior parte dei broker è pronta e il primo trimestre verrà utilizzato da tutte le parti coinvolte per cercare di fissare i giusti prezzi per far funzionare i sistemi e testarli”, ha spiegato l’esperto.


Certo, Mifid 2 e Priips aumentano la trasparenza, cosa che è sempre positiva, ma anche la “vecchia” Mifid si era riproposta la stessa finalità e il risultato è stato una serie di documenti e prospetti obbligatori che quasi nessuno legge prima di investire, continuando a fidarsi dello sportellista o del consulente finanziario di turno, salvo scoprire a volte, a proprie spese, che la fiducia era mal riposta. Aumentare il numero di documenti da fornire ai risparmiatori e il numero di firme da chiedere loro per sottoscrivere un contratto basterà a garantire davvero una maggiore trasparenza e più tutele per gli investitori? Nei prossimi mesi la risposta.(Luca Spoldi Affariitaliani)

Unicredit pronta ai bond cuscinetto

La banca milanese si sta preparando a lanciare i nuovi titoli autorizzati dalla Legge di Bilancio di recente approvazione. Già previsti collocamenti per 6 miliardi

Le banche italiane, a partire da Unicredit, sono ormai pronte a sfruttare una nuova opportunità dettata dall’ultima Legge di Bilancio.

Si tratta di particolari prestiti obbligazionari definiti “cuscinetto” perché dotati di caratteristiche intermedie tra le obbligazioni senior e quelle subordinate. Nella Legge di Bilancio sono stati indicati come “strumenti di debito chirografario di secondo livello” ma all’estero sono noti come bond senior non preferred e sono già disponibili sul mercato grazie all’attivismo delle banche francesi, tedesche e spagnole. Proprio ieri è stata Bnp Paribas a collocare il primo titolo del genere del 2018 per un ammontare di 2 miliardi di euro e quindi non è escluso si sia aperta una finestra favorevole anche per le prime emissioni italiane.

Del resto proprio Unicredit ha già indicato la possibilità di lanciare i nuovi titoli e lo ha fatto nell’aggiornamento del piano industriale presentato pochi giorni fa a Londra. La banca di Piazza Gae Aulenti, anche per sfruttare il fatto che i bond cuscinetto sono idonei per il calcolo del requisito minimo Tlac (Total Loss Absorption Capacity) gravante sulle banche sistemiche dal 2019, ha in programma di collocarne per un ammontare di ben 6 miliardi di euro.

I nuovi bond non solo sono idonei per il calcolo dei nuovi requisiti come il Tlac per le banche sistemiche del calibro, appunto, di Unicredit, e per il Mrel (Minimum Requirement for Own Funds and Eligible Liabilities) introdotto per il meccanismo del bail-in, ma sono anche funzionali a evitare problemi con i piccoli risparmiatori. La Legge di Bilancio ha infatti stabilito un taglio minimo di 250 mila euro e la specifica destinazione a investitori qualificati.(Rosario Murgia Finanza Report)

Effetto Mps, salvataggi si abbattono sui conti pubblici

Fabbisogno statale in deciso peggioramento nel 2017. E la voce di spesa che pesa di più è proprio quella legata all’istituo senese e alle banche venete per l’operazione con Intesa Sanpaolo

Il salvataggio delle banche, da Mps alle venete per cui lo Stato si è fatto garante con Intesa Sanpaolo (che ne ha rilevato gli asset migliori a 1 euro, facendo parlare di un “regalo”), pesa come previsto sui conti pubblici e fa peggiorare nel 2017 il fabbisogno del settore statale, ovvero il saldo tra entrate e uscite dello Stato.

Nell’intero anno, secondo i dati ancora provvisori del Ministero del Tesoro, il peggioramento rispetto al 2016 è stato di circa 5,4 miliardi, tali da far attestare il fabbisogno complessivo a 53,2 miliardi.

Il contributo negativo più cospicuo sul lato della spesa è stato proprio quello legato alla salvaguardia del sistema bancario. Per gli interventi di giugno a favore di Popolare di Vicenza e Veneto Banca e di agosto per il Monte dei Paschi di Siena, il settore pubblico ha sborsato 10,2 miliardi di euro. Il peggioramento dei conti pubblici era ovviamente atteso, ma le cifre fanno comunque una certa impressione.

I salvataggi erano necessari per salvaguardare il sistema e in parte per tutelare i risparmiatori, che tuttavia in virtù degli schemi concordati con l’Unione europea sono stati in gran parte azzerati. Oppure hanno segnato forti perdite. Inoltre, sia nel caso delle venete (Bpvi e Veneto Banca) sia in quello di Banca Mps lo Stato farà fatica a “rientrare” il suo investimento. Riguardo alla sola Mps, di cui il Tesoro è nettamente azionista di maggioranza con oltre il 68% del capitale, lo Stato ha pagato le azioni 6,49 euro ma poi queste hanno debuttato poco sopra i 4 euro al ritorno a Piazza Affari e stamani, per fare un esempio, scambiano in Borsa a 3,90 euro.

Tornando ai dati del Mef sul fabbisogno, ad aumentare sono stati anche i prelevamenti netti dell’Inps dai conti di tesoreria per il pagamento delle prestazioni istituzionali, mentre sono risultati in flessione i prelevamenti netti dai conti intestati alle amministrazioni locali. La spesa per interessi ha contribuito in positivo, registrando una contrazione di oltre 1,4 miliardi, così come la proroga delle frequenze e le operazioni di rottamazione fiscale, con la definizione agevolata sia delle cartelle che delle controversie tributarie.

Gli incassi dell’anno comprendono, inoltre, 1,9 miliardi per la proroga dei diritti d’uso delle frequenze 900 e 1800 Megahertz, con la relativa autorizzazione al cambio di tecnologia. Guardando al solo mese di dicembre, quello registrato è stato un maxi avanzo, pari a circa 14,9 miliardi, con un miglioramento di circa 6 miliardi rispetto al saldo del corrispondente mese del 2016, dovuto a un aumento degli incassi fiscali di oltre 3 miliardi e a una contrazione dei pagamenti dello stesso importo. Un risultato che non è bastato però a ribaltare il saldo dell’anno.(Stefano Neri Finanzareport)

MICHELE COPPOLA (INTESA SANPAOLO): NON C’È CRESCITA SENZA CULTURA

Torino – “Il rapporto tra banche, arte e cultura è un rapporto che risale alle origini delle banche stesse, da Rinascimento a oggi. In realtà è importante vedere come ancora oggi per la più importante banca italiana sia centrale investire nell’arte e nella cultura come elemento motore di crescita, ovviamente civile e culturale. Come diciamo sempre noi, non esiste una crescita economica sostenibile di un Paese se non c’è insieme a essa una crescita culturale e civile e arte e cultura sono un elemento irrinunciabile dell’identità del nostro Paese”. Così Michele Coppola, responsabile delle Attività culturali di Intesa Sanpaolo ha risposto alla domanda di askanews sulla relazione tra gli istituti di credito e la cultura, sempre più al centro delle strategie d’impresa.(RDS)

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http://www.rds.it/rds-tv/video-news/michele-coppola-intesa-sanpaolo-non-ce-crescita-senza-cultura/