Sacchetti ortofrutta a pagamento, il divieto di quelli in plastica non l’ha imposto la Ue. La decisione è del governo

La direttiva comunitaria, recepita con un emendamento al Dl Mezzogiorno, consentiva di esonerare dall’obbligo di compostabilità gli involucri destinati agli alimentari. Tanto che solo Italia e Francia hanno bandito quelli non biodegradabili. Festeggia il leader italiano della produzione di biopolimeri: la Novamont guidata da Catia Bastioli, che Renzi nel 2014 ha nominato presidente di Terna

Il divieto è scattato al grido di “Ce lo chiede l’Europa”. Ma Bruxelles, a ben guardare, non c’entra nulla con il diktat che dall’1 gennaio impone ai consumatori italiani che acquistano frutta e verdura di confezionarle in sacchettini di plastica biodegradabile e compostabile rigorosamente usa e getta e a pagamento. E’ stato il governo Gentiloni, con un emendamento infilato la scorsa estate nel Dl Mezzogiorno durante il passaggio al Senato, a imporre un diktat che la direttiva comunitaria del 2015 non prevedeva affatto. Il testo europeo, infatti, si focalizzava soprattutto sulle borse in plastica per insacchettare la spesa (quelle che in Italia sono state messe fuori legge già dal 2012) e precisava esplicitamente la possibilità di escludere dalle misure le bustine trasparenti per frutta e verdura. Tanto che solo la Francia ha imboccato la stessa strada dell’Italia, mentre la maggior parte degli stati membri si è limitato alle buste per la spesa in plastica tradizionale, mettendole a pagamento.

Risultato: mentre i benefici ambientali del provvedimento italiano rimangono da verificare, a guadagnarci sarà chi produce polimeri a base vegetale e sacchettini in bioplastica. A partire dal leader italiano del comparto, la piemontese Novamont guidata da Catia Bastioli, che ha inventato la bioplastica biodegradabile e compostabile Mater-bi. Bastioli nel 2011 ha partecipato alla Leopolda e nell’aprile 2014, due mesi dopo l’insediamento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, è stata da lui nominata presidente della partecipata pubblica Terna. A metà novembre 2017, poi, il segretario Pd durante il suo tour in treno ha visitato l’azienda e incontrato a porte chiuse i vertici

Un mercato ghiotto
Secondo le prime stime della società di consulenza specializzata Plastic Consult, il mercato dei sacchettini per l’ortofrutta in bioplastica potrebbe valere in Italia circa 100 milioni di euro all’anno, per un volume di circa 25mila tonnellate. Un mercato ghiotto. E nei giorni scorsi Il Giornale ha sottolineato come la novità legislativa “farà ricco” il gruppo della chimica verde Novamont, maggiore produttore italiano di biopolimeri e tra i leader mondiali del settore. “Ma non è così. Oggi sul mercato ci sono dieci diverse aziende chimiche attive a livello mondiale”, dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente e tra i maggiori sostenitori della legge.

Novamont è da anni partner dell’associazione, che comunque assicura “coerenza e libertà”. Se è vero che Novamont non è l’unico produttore di bioplastica, certo è che la misura farà lievitare il giro d’affari di queste aziende. E proprio il gruppo con sede a Novara si è mosso in anticipo commissionando a Ipsos, lo scorso ottobre, un sondaggio da cui è emerso che il 71% degli intervistati ipotizzava un esborso economico per i sacchetti e il 59% valutava il costo di 2 centesimi per sacchetto del tutto accettabile. Dati frutto dell’ampia attenzione sul fronte delle plastiche a base vegetale registrata negli ultimi anni in Italia e in Francia?

Nessun obbligo nella direttiva
L’Italia è stato il primo Paese europeo a mettere al bando i sacchetti in plastica per la spesa a partire dal 2012. Un divieto che da una parte non ha dato i frutti sperati (secondo Assobioplastiche il 60% dei sacchetti è ancora irregolare) e dall’altra è costato all’Italia anche una procedura di infrazione europea, poi chiusa e sfociata in una direttiva che chiede invece a tutti gli stati membri maggiore sensibilità sul problema dell’uso troppo massiccio di sacchetti di plastica. La direttiva europea prevede azioni per diminuire queste quantità, ma lasciando libertà di movimento. Si propone di darsi degli obiettivi di riduzione o, in alternativa, di far ricorso alla leva economica: le buste a pagamento da parte dei consumatori, insomma, sono una delle possibilità, non un requisito inviolabile. Non solo: Bruxelles precisa anche che “gli stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi”. La decisione di sottoporli a restrizioni, dunque, è tutta dei governi nazionali.

Lo stop ai sacchettini tradizionali solo in Italia

La Francia è l’unico altro Paese europeo dove, al pari dell’Italia, le buste in plastica per la spesa sono vietate dal 2016 e i sacchettini trasparenti per l’ortofrutta sono stati banditi dal 2017. Nel resto dell’Europa la soluzione più diffusa è un costo fisso delle buste: i negozianti non possono più dare ai clienti sacchetti in plastica gratuiti nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna, Croazia, Svezia, mentre in base ai dati della Commissione europea sul recepimento della normativa – i cui termini sono scaduti a novembre 2016 – Germania, Danimarca, Austria, Grecia e Finlandia mancano ancora all’appello.

E se in Italia, secondo Legambiente, nonostante la carenza dei controlli e un divieto applicato solo a metà l’uso di buste della spesa si è dimezzato in favore di borse riutilizzabili, al momento sull’uso di queste ultime per l’ortofrutta rimane una certa confusione: escluso dal ministero dell’Ambiente per motivi igienico-sanitari e ammesso da quello dello Sviluppo economico. Si attende ora il pronunciamento del ministero della Salute. Un tema su cui le maggiori associazioni ambientaliste non si sono finora nemmeno espresse. Il direttore generale di Legambiente però assicura: “Se si riesce a modificare la normativa sanitaria per consentire l’uso di sacchetti riutilizzabili anche per frutta e verdura, è una misura che va promossa e praticata come già avviene per le buste della spesa. Bisogna fare un’azione di pressing sul ministero della Salute”. Sarebbe l’unica misura in grado di disincentivare davvero la produzione di imballaggi. In una lettera indirizzata dal ministero dell’Ambiente ai responsabili delle principali insegne di supermercati, si legge che l’obbligo di pagamento è stato introdotto con l’obiettivo di “avviare una progressiva riduzione della commercializzazione delle borse in plastica ultraleggere più inquinanti”. Ma senza alternative, il costo da pagare in più, anche se limitato (il Mise ha autorizzato i supermercati anche a vendere i sacchettini sottocosto) rimane di fatto una nuova tassa.

Effetti sul mare ancora poco chiari

Ancora da approfondire rimangono gli aspetti ambientali della questione. Più evidenti quelli legati alla sostituzione del petrolio con materia prima vegetale, anche se solo parziale: i sacchettini in bioplastica, infatti, secondo la legge italiana, devono già contenere il 40% di materia prima rinnovabile dal 2018 e la quota dovrà essere portata al 50% dal 2020 e al 60% dal 2021. Più dibattuto il tema degli impatti della bioplastica sull’ambiente marino. Legambiente sollecita da tempo la messa al bando delle borse in plastica tradizionali in tutto il bacino del Mediterraneo per la salvaguardia del mare e la stessa Novamont, in una conferenza delle Nazioni Unite a dicembre 2017 ha presentato i suoi test di biodegradabilità delle bioplastiche in acqua marina: “Alti livelli di biodegradazione sono stati raggiunti in tempi relativamente brevi (meno di 1 anno), suggerendo che il Mater-Bi può essere adatto alla realizzazione di oggetti in plastica con alto rischio di dispersione in mare (ad esempio, attrezzi da pesca)”, ha annunciato l’azienda. Ma ci sono studi scientifici che sono più critici sulle buste biodegradabili e consigliano maggiori approfondimenti. “I potenziali effetti delle borse biodegradabili sulle praterie dei fondali sabbiosi, che rappresentano gli ecosistemi più comuni e produttivi nelle zone costiere, sono stati ignorati”, si legge nella ricerca pubblicata da un gruppo di studiosi dell‘università di Pisa a luglio 2017 sulla rivista “Science of the Total Environment”. Il tema, spiega ancora l’articolo degli scienziati pisani guidati da Elena Balestri, richiede maggiore attenzione, perché questi sacchetti “non sono velocemente degradabili nei sedimenti marini” e possono alterare la vita sul fondale. (Veronica Ulivieri Il Fattoquotidiano)

Sacchetti biodegrabili: Renzi incontrò i vertici della Novamont a porte chiuse

È durato il tempo di qualche selfie e stretta di mano il passaggio in stazione a Novara di Matteo Renzi, tappa del suo tour in treno «Destinazione Italia»: arrivato con una ventina di minuti di ritardo poco prima delle sette di sera, il segretario del Pd ha salutato velocemente i suoi sostenitori, poi un rapido abbraccio ad Andrea Ballarè, ex sindaco renziano di Novara che l’ha subito seguito, con una delegazione della segreteria Pd provinciale, alla Novamont, azienda chimica che sviluppa prodotti biodegradabili dove ha incontrato la dirigenza a porte chiuse.

Una «toccata e fuga» in Piemonte prima di ripartire in serata per Mortara (che ha raggiunto direttamente in auto: l’incontro in Novamont è durato più del previsto) e nessuna dichiarazione prima di uscire dalla stazione, dove tra i sostenitori lo aspettavano anche alcuni contestatori che hanno fischiato e urlato «buffone».

E’ stata la penultima tappa della giornata, partita da Brescia, per poi fermarsi a Milano e Busto Arsizio, trascorsa con un po’ di nervosismo per le domande insistenti dei cronisti sulle scelte del Pd in vista delle elezioni: «Non sono un juke box – ha detto alla tappa milanese –, faccio ogni giorno sei tappe con questo treno e non riesco mai a far passare le cose che facciamo: secondo voi, se io mi metto a rispondere da Tavecchio alla coalizione, cosa esce di questa roba? Niente». Durante la fermata novarese, c’è stato giusto il tempo di un saluto rapido alle rappresentanti di due associazioni che si occupano di disabilità, l’Angsa Novara, che aiuta i bambini affetti da autismo e le loro famiglie, e L’Arca di Borgomanero, che assiste disabili in età adulta: «Chiederemo più attenzione alle esigenze dei disabili e delle loro famiglie – hanno annunciato le referenti delle due associazioni – c’è ancora molto da fare nel campo dell’assistenza e anche nella programmazione del “Dopo di noi”». (Elisabetta Fagnola La stampa)

 

“Mai nominato amici” ma i manager di Renzi sono targati Leopolda

Il leader Pd replica alle polemiche sul blitz nel cda delle Ferrovie. I fatti lo smentiscono

Roma «Enel, Eni, Poste, Ferrovie hanno visto crescere molto il loro raggio d’azione in questi anni», ha scritto ieri il segretario del Pd, Matteo Renzi, nella sua Enews sottolineando che «su questi temi rivendico la nostra azione di governo e le scelte fatte sui manager (altro che amici degli amici)».

La sortita dell’ex premier non è stata casuale perché ha voluto replicare alle polemiche scatenate dal rinnovo anticipato del cda delle Ferrovie in concomitanza con l’incorporazione di Anas. Rinnovo che ha consentito di confermare l’amministratore delegato Renato Mazzoncini, insediato dallo stesso Renzi due anni fa e soprattutto risolutore della «grana Ataf» quando il segretario piddino era sindaco di Firenze. La Bus Italia delle Ferrovie della quale Mazzoncini era a capo rilevò la maggioranza della municipalizzata fiorentina dei trasporti, togliendo a Renzi le castagne dal fuoco.

«Matteo sceglie solo i migliori», ripete sempre il suo entourage per lodare la lungimiranza del capo. Eppure a scorrere un breve elenco e neppure esaustivo la vicinanza al Giglio magico (inclusa la partecipazione alle varie Leopolde) è sempre stato un titolo di merito nel valzer delle poltrone gestito dal «rottamatore». Ad esempio, nel consiglio delle Fs è stato anche confermato l’avvocato Federico Lovadina, habitué della kermesse renziana, discepolo dello Studio legale Tombari (ove si è formato il sottosegretario Maria Elena Boschi), e fondatore assieme al tesoriere Pd, Francesco Bonifazi e al fratello di Maria Elena, Emanuele, dello studio tributario BL. Tra l’altro, Lovadina è anche presidente di Toscana Energia, utility partecipata dal Comune di Firenze ove Matteo ha infeudato Dario Nardella. Sul palco della Leopolda parlò anche l’ex sottosegretario ai Beni culturali (con Letta), Simonetta Giordani, anche lei confermata in Fs. L’ex sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, leopoldino della prima ora, è a capo dell’Agenzia del Demanio, mentre il numero uno di Novamont, Catia Bastioli, è presidente di Terna.

Basta guardare alla Fondazione Open, che organizza la Leopolda, per notare quantomeno una certa contiguità tra renzismo e partecipate pubbliche. Il presidente della Fondazione, Alberto Bianchi, è consigliere dell’Enel. Luca Lotti e Maria Elena Boschi sono al governo, mentre l’amico fraterno Marco Carrai è presidente di Toscana Aeroporti che gestisce gli scali di Firenze e di Pisa. L’ad di Esaote, Fabrizio Landi, che più volte ha partecipato alla manifestazione, è nel cda di Leonardo-Finmeccanica. L’imprenditore calzaturiero Gabriele Beni, che figura nell’elenco dei finanziatori, è vicepresidente dell’Ismea, l’ente pubblico che si occupa di consulenza per l’agricoltura. Nel collegio sindacale di Eni c’è anche Marco Seracini, tra i fondatori di Noilink, l’associazione di fundraising con il quale Renzi partecipò alle primarie di Firenze nel 2009, mentre nel cda del Cane a sei zampe siede Diva Moriani, vicepresidente della Intek di Vincenzo Manes, finanziere vicino al segretario.

Anche gli economisti della Leopolda hanno avuto il loro spazio: Tommaso Nannicini da Palazzo Chigi è andato al Nazareno con il segretario, Marco Simoni è rimasto tra i consiglieri di Gentiloni e siede nei cda di Arexpo e Human Technopole in quota Tesoro. Anche l’ex dg Rai, Antonio Campo dall’Orto, frequentava la Leopolda ma a lui è andata meno bene. ( Gian Maria De Francesco Il Giornale)