L’INTESA CON IL BANCO DI NAPOLI / UN MISTERO LUNGO VENT’ANNI

Clamoroso. Sensazionale. Questi alcuni aggettivi utilizzati dalla stampa ‘specializzata’ per salutare la fusione del Banco di Napoli nel gruppo Intesa Sanpaolo. Peccato che l’operazione, in pratica, sia avvenuta quasi 20 anni fa. Ma forse nessuno se ne era accorto. Misteri della finanza.
Come non bastassero già i neri scenari messi su in questi anni dai Bankster di casa nostra, secondo la colorita definizione che ne ha dato Elio Lannutti, lo storico fondatore di Adusbef, l’associazione a tutela dei risparmiatori, nel suo volume del 2010, appunto, “Bankster – Molto peggio di Al Capone i vampiri di Wall street e piazza Affari”.
Per molti, quasi tutti, forse vale il proverbiale “scordammoce ‘o passato”. Perchè è meglio dimenticare, seppellire del tutto quelle operazioni misteriose – e scandalose – avvenute alla fine dello scorso millennio, quando si registrarono, in rapida sequenza, due autentici ‘colpi’. O golpe finanziari, come preferite.
QUEL BUCO NERO DI ATLANTA
Il primo fu l’acquisto per un pugno di dollari, è il caso di dirlo, dello storico Banco di Napoli da parte della Banca Nazionale del Lavoro, all’epoca alle prese con lo scandalo di Atlanta, su cui mai si è realmento voluto far luce: un buco gigantesco e il forte odore di traffici d’armi, per quella BNL allora guidata dal ‘compagno’ Nerio Nesi, il craxian rifondarolo. E BNL riuscì ad evitare il crac proprio grazie alla super operazione Banco di Napoli: un vero acquisto a prezzi di saldo, 60 miliardi circa di vecchie lire, neanche il costo di Maradona.
Ma eccoci al secondo tempo, quando BNL, dopo appena un anno, rivende il ‘pacco’ Banco Napoli, ben infiocchettato, al gruppo Imi-San Paolo. Ma con due zeri in più, quasi 6 mila miliardi di lire. Un miracolo degno del San Gennaro più in forma.
La storia non finisce qui. Perchè sulle spoglie del più antico istituto del Mezzogiorno, partorita dalla
Fondazione Banco Napoli, spunta la prima Bad Bank made in Italy, chiamata SGA. Anzi. Infatti in una quindicina d’anni riesce a recuperare addirittura il 90 per cento delle sofferenze: da guinness dei primati, tanto da entrare nel mirino, la Band bank, del governo Renzi. Che poco più di un anno fa – prima di sbattere contro gli scogli del NO al Referendum – riesce a far approvare una leggina ad hoc per inghiottire, come un sol boccone, tutti gli utili (cioè i rientri effettuati negli anni) prodotti dalla band bank dei miracoli.
La cifra sfiora il miliardo di euro, non bruscolini, e per la casse del nostro esangue erario sono una autentica boccata di ossigeno. Soprattutto per tamponare le falle del sempre più sforacchiato sistema bancario, alle prese con una nomenklatura di faccendieri e con delle vigilanze (Bankitalia e Consob) che fanno, nella migliore delle ipotesi, acqua da tutte le parti.
LO SCIPPO DI RENZI & C.
A quel punto, nell’autunno 2016, scoppiano alcune polemiche, soprattutto a Napoli, che si sente defraudata di quel patrimonio racimolato dalla bad bank e scippato da Renzi & C.
Sorgono a questo punto spontanei alcuni interrogativi. Il primo concerne ‘o passato: come mai all’epoca nessuna inchiesta ha tentato di far luce su quella rocambolesca vendita che anche ad un bimbo sarebbe risultata del tutto taroccata?
Perchè la magistratura non decise di vederci chiaro sui traffici di Atlanta targati BNL? Forse perchè un pezzo da novanta dell’istituto, proprio negli States, era il figlio di Carlo Azeglio Ciampi, ossia Carlo Ciampi, responsabile della sede BNL di New York? E quindi non era il caso di disturbare i manovratori?
Carlo Azeglio Ciampi. In apertura la sede del Banco di Napoli in via Toledo e, a destra, Carlo Messina
Carlo Azeglio Ciampi. In apertura la sede del Banco di Napoli in via Toledo e, a destra, Carlo Messina
La Voce, dieci anni fa, realizzò una cover story sui misteri targati BNL, una storia che puzzava lontano un miglio (titolo: “Banca Nazionale del Favore”; potete leggere l’inchiesta di maggio 2007 cliccando in basso). E quindi: perchè nessuno allora accese, neanche un po’, i riflettori?
Secondo interrogativo. Come mai nessuno è riuscito a spiegare, in termini finanziari, il miracolo della band bank? Possibile che San Gennaro sia sceso una seconda volta dal suo piedistallo per duplicare il prodigio?
Ancora: perchè nessuno ha fornito una esauriente spiegazione circa lo scippo della Renzi band, che mostra dunque una vera passione per gli istituti di credito? A questo proposito è uscito circa un anno fa un libro scritto da Maria Rosaria Marchesano, collaboratrice del Corriere del Mezzogiorno, la costola partenopea del Corsera, che dettaglia in modo minuzioso la story della bad bank partenopea, le acrobazie griffate Banco Napoli e l’ultima operazione, lo scippo appunto.
Ma torniamo all’oggi. Circa l’odierna fusione a freddo (anzi, a temperatura glaciale, visti gli anni di ibernazione trascorsi) glissa del tutto Repubblica e minimizza il Corsera. Il quotidiano di via Solferino infatti titola “via all’integrazione del Banco Napoli”, ma nell’apertura di Economia del 22 dicembre non fornisce alcun ragguaglio. Solo un asettico: “Il gruppo Intesa Sanpaolo incorpora il Banco di Napoli, lo storico istituto acquisito nel 2002 dal San Paolo-Imi. L’integrazione è societaria, le filiali del Banco di Napoli conservano il marchio”. Fine della storia.
La copertina della Voce di maggio 2007
La copertina della Voce di maggio 2007
Per trovare qualche notizia in più bisogna andare sul web. E leggere l’acrobatico copione. Eccone un esempio: “A seguito dell’acquisizione avvenuta a fine 2002 del Banco di Napoli da parte del gruppo Sanpaolo Imi, la banca nel 2003 aveva assunto la denominazione Sanpaolo Banco di Napoli. L’operazione – viene precisato – si era realizzata in due fasi distinte. Alla fine del 2002 ci fu la fusione per incorporazone di Banco di Napoli spa in Sanpaolo Imi spa, con conseguente cessazione della prima. Successivamente venne costituita Sanpaolo Banco di Napoli spa alla quale, con effetto dal 1 luglio 2003, fu conferita l’intera attività del vecchio Banco di Napoli. Con la fusione avvenuta nel dicembre 2006 tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi la società è entrata a far parte del gruppo Intesa Sanpaolo e ha ripreso successivamenre il vecchio nome di Banco di Napoli”.
E TUTTI A BOCCA APERTA
Una autentica giungla, che certo non giova alla trasparenza in un universo, quello creditizio, sempre più popolato da affaristi e faccendieri di ogni risma, come stanno abbondantemente dimostrando le ultime vicende targata Monte dei Paschi di Siena, le 4 banche tra cui il bubbone Etruria, gli allegri istituti veneti e chi più ne ha più ne metta: tanto per spolpare meglio i cittadini-risparmiatori, spesso e volentieri privati dei sacrifici di una vita.
Eccoci agli stupori. Un incipit che evoca il clima rovente dei forni all’Italsider di Bagnoli: “Intesa Sanpaolo fonde il Banco di Napoli. E’ una decisione clamorosa ma inevitabile nell’ambito della razionalizzazione e del nuovo piano industriale al 2021 che verrà presentato a febbraio. Il cda di Intesa Sanpaolo, presieduto da Gian Maria Gros Pietro, riunitosi a Torino, ha deciso di incorporare lo storico istituto partenopeo. Non ci sarà più una banca autonoma, anche se già oggi Banco di Napoli è controllata al 100 per cento dal gruppo guidato da Carlo Messina. Ma resterà il suo marchio. La decisione è stata recepita dal board dell’istituto di via Toledo, a Napoli, presieduto da Maurizio Barracco”.
Così continua il report: “Tra novembre 2018 e febbraio 2019 l’incorporazione dovrebbe diventare operativa. Si diceva che l’operazione è sensazionale, perchè mette fine all’autonomia di una banca fondata nel 1539 e che ha segnato, tra alterne vicende, la storia d’Italia”.
Non bastano i giganteschi interrogativi – che non hanno mai avuto, ribadiamo, neanche lo straccio di una risposta – dei quali abbiamo parlato.
Adesso anche la misteriosa nuova operazione, i cui contorni sono avvolti nelle nebbie. Gesù fate luce, come scriveva un tempo il mitico Domenico Rea.
L’articolo di maggio 2007( Andrea Cinquegrani-La  Voce delle Voci)

NELL’ATLANTE DI RENZI MILIONI DA BAD NAPOLI

 

Mentre vengono alla luce tutte le connivenze e coperture di Bankitalia sul crac stra-annunciato della Popolare di Vicenza di magnate Zonin, va in onda il maxi salvataggio di Stato a favore di consorelle banche, come Unicredit, e soci eccellenti, alla faccia dei risparmiatori che vedono i lori risparmi bruciati e un bel dì s’ammazzano. Intanto, si dispiega la finanza creativa del premier Renzi e dei suo freschi Vati: in prima fila il nuovo mago di sofferenze & salvataggi innovativi, Alessandro Penati, il quale annuncia il colpo del secolo per metà luglio, un Super Bingo da 2 miliardi di euro che profuma tanto di sceneggiata napoletana; e con un vagone di milioni in arrivo da una miracolosa Bad Banca made in Napoli. Tanto per rimanere in tema, ecco la piece sul palcoscenico di “Fonspa”, per la regia di Panfilo Tantarelli e la crema dei vip di casa nostra: con un super regalo benedetto dalla solita Bankitalia. Tanta carne a cuocere e molti fil rouge che corrono fra i salotti dell’Italia che conta, e conta i suoi danari: quasi sempre luridi come acque di cloaca, mentre il Paese affonda.
COPERTURE, COLLUSIONI E NUOVE TERRE PROMESSE

Oggi, dopo anni di silenzi, coperture, omissioni e non-vigilanza di chi avrebbe dovuto controllare e non l’ha fatto – non solo Bankitalia e Consob, ma anche i media – si scopre che i buoi sono usciti dalle stalle indisturbati, hanno potuto razzolare, pascolare, ingrassare, ingozzarsi placidi e poi osservare l’effetto che fa. Inascoltata, anzi aggredita, denunciata e portata in tribunale Adusbef – l’associazione a tutela dei risparmiatori – che già una decina d’anni fa aveva allertato su strani sistemi di gestione finanziaria e atipiche valutazioni azionarie, nonché su crediti incagliati, senza dimenticare le porte girevoli che accoglievano a braccia aperte – alla corte di Zonin – vertici Bankitalia, magistrati, finanzieri & C: la consueta, massiccia cura omeopatica per guarire ogni ‘sofferenza’. In prima linea Elio Lannutti, storico presidente di Adusbef e autore, nel 2010, del profetico “Bankster”, che guarda caso anticipava tanti scandali regolarmente successi e puntava l’indice – documenti alla mano – sui taroccati poteri di controllo, da Bankitalia a Consob (potete scaricare gratuitamente il volume dal sito della Voce, cliccando sulla cover del libro nella colonna che corre a destra).
Scrive il 4 giugno Repubblica, nel servizio dell’inviato Franco Vanni: “Le inchieste avviate dalla procura di Vicenza sulla gestione BpVi fino ad oggi sono state affossate da archiviazioni, prescrizione dei reati e sentenze di non luogo a procedere, arrivate dopo anni dall’apertura dei fascicoli. Un ventennio di occasioni sprecate. ‘La cosa che fa più male, vedendo i soci che hanno perso tutto, è che già nel 2001 le crepe erano visibili – sottolinea Antonio Tanza, avvocato e vice presidente dell’associazione Adusbef, che prima del 2008 aveva presentato 19 esposti contro gli amministratori vicentini – e sono quelle stesse crepe che si sono allargate fino a provocare il crac’. L’epilogo – commenta Vanni – è stato il salvataggio da parte di Fondo Atlante, costretto a rastrellare per 1,5 miliardi tutte le azioni della banca, dopo il flop della sottoscrizione di capitale. ‘E’ assurdo che si sia arrivati a tanto. Le premesse del disastro erano chiare quindici anni fa’, conclude Tanza”. Chiare a tutti, meno a chi doveva – sulla carta – controllare. E caso mai, come un autorevole organo d’informazione quale Repubblica, denunciare.
Eccoci allora nella nuova Terra di Atlante, scoperta da Renzi-Colombo meno di due mesi fa (battesimo il 12 aprile) ma già in grado di regalare le prime sorprese pasquali e metterne subito a lievitare altre da servire bollenti – ai trepidanti risparmiatori italiani – per il luglio caliente che ci aspetta. Il neo profeta di avventure finanziarie di casa nostra, Penati, presenta il suo ‘Programma’ al Festival dell’Economia che giorni fa lo ha accolto a Trento come autentica guest star. E lui non ha mancato di far sentire, agli attoniti uditori, il suo Verbo: “nuotare contro corrente come un salmone è dura”. In attesa di moltiplicare pani & pesci, distribuisce subito pillole di saggezza. A proposito della tribolatissima Popolare di Vicenza indica il Percorso: “non vogliamo gestire, noi vogliamo nominare un consiglio per bene, undici persone per la prima volta tutti indipendenti, ristrutturare e poi valorizzare al meglio”. Come? Forse un papa straniero, un partner estero, vaticina il Corsera. A proposito di Veneto Banca, l’altra cocente patata: “speriamo di non dover intervenire”. Sulle crisi del sistema bancario e le responsabilità, Penati osa: “E’ evidente che la Vigilanza ha delle responsabilità, ma vogliamo parlare di Confindustria, dei media?”. Poi, la sorpresa estiva, una “operazione da almeno 2 miliardi di euro, un benchmark”, la “creazione di un mercato italiano dei crediti difficili”, i cosiddetti non performing loans (npl). Infine, dal palcoscenico trentino sul suo Atlante e il comitato di investitori, ecco le limpide pennellate: “Ci sono, su nove, otto funzionari di banca, mentre l’indipendente ha appena lasciato il consiglio di Intesa ed è stato nominato presidente del collegio sindacale della Cassa Depositi e Prestiti. Io ho un’altra idea di indipendenza”. Boh. Vediamo di capire quale, caso mai zigzagando tra sigle & amici di una vita.
NEI LABIRINTI SOCIETARI DI PENATI & C.
La creatura prediletta di casa Penati si chiama “Quaestio Capital Management”, una Sgr che si dedica alla gestione di fondi per conto di grossi clienti sia privati che pubblici. Schermata 2016-06-06 alle 18.01.57Comincia il gioco di scatole cinesi: la società fa capo alla anonima “Quaestio Investment”, la quale a sua volta è riconducibile ad un’altra sigla, sempre acquartierata in Lussemburgo, “Quaestio Holding”. Tanto per gettare fumo negli occhi o per pagare meno tasse? Macchè, Penati & C. sono limpidi come acque cristalline, tanto che i soci made in “Quaestio” si palesano alla luce del sole lussemburghese. A far la parte del leone, con un terzo abbondante delle azioni (37 per cento) la Fondazione Cariplo, ossia la storica Cassa di Risparmio delle Province Lombarde capitanata dall’amico di una vita, Giuseppe Guzzetti; una consistente fetta, pari al 15 per cento, è in mani benedette, ossia i Salesiani, attraverso la Direzione Generale Opere Don Bosco (lo saprà papa Bergoglio che ha intenzione di ripulire le finanze vaticane?); un’altra quota è appannaggio di chi non ti aspetti, nientemeno che la Cassa Italiana di Previdenza e Assistenza dei Geometri con il 18 per cento; una più piccola (6,7 per cento) è poi appannaggio della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì; il rimanente 22 per cento fa infine capo alla Locke, a sua volta riconducibile a patròn Penati e ad un altro socio e amico di sempre, Paolo Petrignani.
Un nome una storia, anche quello di Petrignani, che occupa la poltrona di amministratore delegato nella compagine di Quaestio. Un curriculum, il suo, lungo fino agli States, sua patria d’adozione, visti i trascorsi del celebre padre, lo storico ambasciatore italiano negli Usa, Rinaldo: i nomi di padre e figlio rimbalzarono tanti anni fa a proposito della vicenda Enimont, quando Petrignani junior lavorava alla Salomon Brothers. Una banca tira l’altra, e per il rampollo diplomatico è stata poi la volta di Jp Morgan, quindi di Ubs Wealth Management, e ancora la Worthon School in Pennsylvania. P & P, comunque, viaggiano a bordo di Locke mediante due cosiddetti “veicoli finanziari”: nell’occasione Martekview e Sopa, tanto per districarsi meglio nella vasta giungla societaria.

Una maxi gestione, quella targata Quaestio. Calcolata in circa 9 miliardi di euro, cifre da doppia manovra finanziaria carpiata (e utili che sfiorano il miliardo). Ecco cosa scriveva a marzo 2015 sul sito WordPress Andrea Giacobino: “Poco meno di un anno fa (quindi primavera 2014, ndr) Guzzetti ha annunciato che la Fondazione da lui presieduta avrebbe demandato a Quaestio Sgr la gestione della quota di Intesa Sanpaolo, pari al 5 per cento circa e che a fine 2013 valeva 1,3 miliardi. La società gestita da Penati e Petrignani già gestiva tutte le altre partecipazioni quotate dalla Fondazione, che valgono 475,7 milioni (sono titoli di Generali, Mediaset, A2A e Fiera di Milano) ma che nel 2013 hanno reso l’1,1 per cento rispetto ad un benchmark del 4,8 per cento. Non granchè, insomma. Non solo: perchè Quaestio Sgr gestisce anche la grande liquidità della Fondazione, pari a 5 miliardi, attraverso la lussemburghese Sicav Quamvis Sa. Anche qui il rendimento non è stato esaltante: solo l’1,73 per cento nel 2013 rispetto a un benchmark del 4,8 per cento”. Continuava la radiografia: “In presenza di queste performance di gestioni non stellari, non si capisce allora perchè a Siena abbiano deciso di seguire le orme di Milano. Marcello Clarich, presidente di Fondazione MPS, ha infatti annunciato che la Deputazione amministratrice della Fondazione ha approvato il profilo di rischio e rendimento e ha affidato l’incarico a Quaestio Sgr per la gestione della liquidità, pari a oltre 400 milioni. Il 12 agosto 2012 – era il commento di Giacobino – dalle pagine di ‘Repubblica’ Penati accusava la Fondazione Mps di ‘gestione disastrosa del patrimonio’”.
Prima dei voli a bordo di Quaestio – e in futuro di Atlante – il professor Penati, editorialista di grido (oltre a Repubblica nel pedigree anche Corsera e Sole 24 Ore), docente di Scienze bancarie alla Cattolica di Milano, prestigioso pluriconsulente (Ocse, Fmi, Tesoro, Consob, Antitrust), ha fondato e guidato un’altra Sgr, “Epsilon Associati”, specializzata “nei metodi quantitativi per i portafogli degli investitori istituzionali”, all’apice arrivata a gestire la bellezza di 12 miliardi per un centinaio di clienti. In vita per un quindicennio, nel 2007 – momento di massimo fulgore – Penati l’ha venduta “al meglio” alla stessa Intesa Sanpaolo.
Intesa che ha appena investito 1 miliardo nell’impresa di Atlante, Intesa che è riuscita “in corner” a evitare il proprio coinvolgimento a perdere, come per settimane annunciato ai quattro venti, nel salvataggio di Veneto Banca. Operazione “evitata” grazie all’intervento della croce rossa targata Atlante. “Lo stesso copione che in pochi mesi – fanno notare a piazza Affari – il fondo voluto da Renzi e il numero uno di Cdp Claudio Costamagna, Atlante, ha recitato con la Popolare di Vicenza, tanto per salvare Unicredit e mettere in ombra la posizione molto pericolosa di vip esposti e finanziati come Alfio Marchini. A questo punto sorge subito un interrogativo: ma il fresco Fondo Atlante è nato per salvare i burattinai delle banche o i risparmiatori? Chi caso mai non ha controllato o i truffati?”.
Eccoci ancora alla Terra Promessa, ai già corposi profili di Atlante, che emerge come un colosso dalle Miracolose Acque per salvare il Nostro Risparmio Quotidiano. Ma il suo Profeta, Penati, cerca di gettare altra acqua, sempre benedetta, sui facili entusiasmi delle plebi. Non solo ingresso nelle platee azionarie delle banche in spasmodica attesa di danari pubblici (oltre a quelli regolarmente provenienti dalle casse Bce di un altro Salvatore, Super Mario Draghi), ma anche valorizzazione dei “crediti deteriorati”, dei mitici ed esotici NPL, delle “sofferenze” che affliggono poveri istituti che hanno ‘legalmente’ usurato e spellato vivi i risparmiatori e oggi piangono miseria. Ma ecco il Verbo del Vate: “Non siamo una pattumiera”. E la promessa trentina: “non pagheremo crediti a rischio più di quanto valgono”, più di quanto non stabilisca Dio Mercato. “Non ho mai detto – segna la strada il nuovo Mosè del credito – né mai scritto che acquisteremo al valore di libro, anche perchè dobbiamo pur avere un rendimento. Non tutti i crediti sono uguali – osserva pensoso – e le banche devono essere più trasparenti se vogliono spuntare dei prezzi migliori rispetto ai 20 centesimi che il mercato è disposto a pagare oggi. Non saremo noi a proporci alle banche: dovranno essere loro a venire da noi a proporci un’operazione: la valuteremo – insegna il Maestro – e, se sarà interessante, investiremo con beneficio per tutti”. Prima di lasciare Trento per proseguire in direzione di Cana e celebrare altre nozze, Penati spiega ai discepoli bisognosi di tante altre lezioni: “Atlante non è una pattumiera che socializza le perdite delle banche. Non è nato per questo. Se si perde la logica del rendimento, da potenziale veicolo virtuoso diventa invece un circolo vizioso e le banche stesse non ne trarrebbero nessun beneficio”.
I MILIONI DELLA BAD BANK PARTENOPEA NEL MIRINO DI RENZI
Ma vuoi vedere che le miracolose ricette & terapie brevettate dal super oncologo del sistema bancario, al secolo Alessandro Penati, sono state confezionate all’ombra del Vesuvio? Che dalla Campania non viene prodotta solo monnezza tossica ma anche ricchezze da “vendere” E che caso mai ventennali crediti incagliati, sofferenze di una vita, taumaturgicamente possono trasformarsi in una autentica manna che comincia a piovere dal cielo? Miracolo non solo a Milano, caso mai nei distretti di piazza Affari, ma anche a Napoli: stavolta non di produzione maradoniana né voluta da San Gennaro, ma arrivata – quatta quatta – via SGA, la prima bad bank made in Italy, nata sulle ceneri del Banco di Napoli svaligiato dalle mafie politiche e imprenditoriali quasi un quarto di secolo fa.
La storica sede del Bando di Napoli a via Toledo
La storica sede del Bando di Napoli a via Toledo
Racconta un sindacalista che ha vissuto gli anni dell’assalto alle casse dello Stato (il Banco di Napoli era un istituto di diritto pubblico) e ha assistito ad una delle più colossali operazioni finanziarie messe a segno dai Bankster di casa nostra. “Il Banco di Napoli venne svaligiato mediante una politica di crediti superallegri, senza garanzie ad affaristi, amici e imprese sponsorizzate politicamente – viene descritto – l’era di vacche grasse della gestione di re Ferdinando Ventriglia perfettamente consociativa, andava bene a tutti i partiti, già allora. Altra storia è poi la incredibile vendita su cui nessuna autorità di vigilanza, tanto meno Bankitalia, ha voluto mettere il naso. Sapevano bene ed erano complici. Il Banco di Napoli venne ‘venduto’ alla Banca Nazionale del Lavoro per l’irrisoria cifra di 60 miliardi di vecchie lire, neanche il prezzo di una coscia di Maradona. Un super saldo che serviva per coprire le maxi operazioni della BNL ad Atlanta, negli Stati Uniti, uno scandalo che se fosse venuto alla luce avrebbe fatto crollare i Palazzi del potere. Dopo pochi mesi Ina-Bnl vende lo stesso Banco di Napoli al Sanpaolo Imi, per un prezzo un po’ diverso: 6 mila miliardi di lire. Una plusvalenza mai vista al mondo, roba da arresto immediato per tutti eppure nessuno ha fiatato. Perchè quei soldi servivano a coprire la voragine di Atlanta, e i soldi riciclati nei traffici di armi”.
La ricostruzione passa a giorni più recenti: “Da quel crac nasce la prima Bad bank, che si trova a gestire una montagna di sofferenze, quasi 13 mila miliardi di vecchie lire, pari a circa 6 miliardi e mezzo di euro. E oggi il miracolo. Si viene a sapere che in vent’anni esatti quei crediti non erano così incagliati, ma sono tornati quasi tutti alla SGA che, nata a fine 1996, li ha poi gestiti. Con enorme, incredibile profitto. Ma il recupero non è ancora finito, ci sono ancora 3-4 mila pratiche per cui si può ipotizzare che tutto il bottino venga abbondantemente recuperato, quota 100 e passa per cento. Mancano un po’ di interessi ma a caval donato…”. Quella vicenda Banco Napoli-BNL Atlanta venne descritta in una cover story della Voce a maggio 2007 (vedi link in basso).
La storia della più fortunata Bad bank del mondo sta per uscire in un volume firmato da Mariarosaria Marchesano, che scrive: “La Sga ha accumulato un ‘tesoro’ di oltre 600 milioni di euro, riserve di utili che si sono formate in tutti questi anni grazie proprio all’attività di recupero e gestione dei crediti deteriorati. Dopo i primi cinque anni in perdita, la Sga, a partire dall’esercizio 2003, ha cominciato a macinare profitti. Di tale ammontare, 430 milioni di euro, è la liquidità attualmente investita in titoli di stato ed è praticamente disponibile, come risulta dal bilancio 2014. Lo sa bene il governo di Matteo Renzi che su questa liquidità ha messo gli occhi da tempo per sostenere il suo programma di aiuti alle banche in difficoltà”. Un segreto di Pulcinella, allora, il bottino annunciato da Vate Penati?
Scrive ancora Marchesano: “Proprio l’esperienza della Sga ha ispirato Bankitalia per dare il via a un’operazione analoga avvenuta di recente con la costituzione della Rev, la bad bank nata lo scorso dicembre per il salvataggio delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e Cari Chieti). Ebbene, il prezzo pagato vent’anni fa fu pari al 70 per cento del valore nominale, con uno sconto del 30 per cento. Diversamente, a dicembre la Rev ha acquisito 1,5 miliardi di partite incagliate dalle quattro banche ad un costo pari a circa il 17,6 per cento circa del valore nominale (in origine 8,5 miliardi), cioè ben più basso e più vicino al mercato (lo sconto in questo caso è stato superiore all’80 per cento). Ma quella che vent’anni fa guidava l’operazione di ‘salvataggio’ non era una logica di mercato, piuttosto si voleva facilitare la vendita del Banco con un’operazione di pulizia dei bilanci che sostanzialmente azzerava il rischio per l’acquirente e spostava il costo sullo Stato”. Tanto per ricordare, quella “svendita” da calciomercato delle vacche del primo istituto di credito pubblico del Mezzogiorno fu voluta dal governo Prodi, ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi (il cui figlio era un importante funzionario BNL) e governatore Bankitalia Antonio Fazio.
TUTTI A BORDO DEL PANFILO
Restiamo alle 4 banche e ai Bankster di casa nostra. L’ultima ciliegina arriva sempre sul fronte dei regali di stato e riguarda le “sofferenze” trasformate in vera cuccagna per i baciati dalla dea bendata. Che si chiama, tanto per cambiare, ancora Bankitalia. La quale, con perfetta scelta di tempo, autorizza un’operazione che neanche nell’ex Congo belga avrebbe mai ricevuto l’ok dalle locali autorità di controllo degli scambi di danaro nelle vicine foreste: a inizio febbraio 2016, pochi giorni prima della dichiarazione di insolvenza decretata dal tribunale di Arezzo a carico di Etruria & delle tre sorelle ed una settimana prima del varo governativo di “Salva-Banche”, l’Istituto guidato da Ignazio Visco dà disco verde a una finanziaria privata, FONSPA, per l’acquisto a costi di super saldo delle sofferenze “popolari”. 300 milioni al prezzo di 49, le cifre ufficiali; saldo intorno al 15 per cento (si oscilla tra il 16 e mezzo e il 14,7). Un mega affare, la “monnezza” che diventa oro, una pattumiera miracolosa.
Ma chi sono i fortunati al Bingo di Bankitalia? Chi ha avuto tale fiuto da annusare, oltre gli olezzi da monnezza, il profumo di danaro sonante? Un fondo per Vip, di cui la Voce ha scritto a inizio gennaio (vedi link in basso), proprio perchè si stava facendo largo – assoluta star – nella giungla sempre più fitta dei crediti incagliati. Un fondo nobile, animato da mister Panfilo Tarantelli, proprio a inizio anno in viaggio nei mari di mezzo mondo – a bordo del suo panfilo – per promuovere umanitarie iniziative finalizzate alla diffusione dell’istruzione e alla formazione di nuove leve imprendotoriali, le menti del futuro. Il nuovo Gandhi, però, non può dimenticare gli affari di casa, condividendoli con gli amici e i soci di sempre. Fior tra fiori, il re del casual Alessandro Benetton, il presidente di Edison Umberto Quadrino, un rampollo della dinasty De Agostini (quella degli atlanti, che abbiamo ritrovato seguendo le tracce del tesoro di San Faustin); un tocco benedetto al solito non può mancare, e vi provvede il presidente del Ior Jean Baptiste de Franssu; neanche quello targato Bce, con il nostro ex rappresentate, Lorenzo Bini Samaghi; quindi il commissario Ilva – ora alle prese con la bollente asta di fine giugno – Piero Gnudi.
Il fresco colpaccio messo a segno dalla Tarantelli band, mentre i risparmiatori vedono azioni e sacrifici di una vita azzerati, è appena emerso dalla relazione finale del commissario liquidatore Giuseppe Santoni, e inserita negli atti dell’inchiesta aretina sul crac delle 4 banche. Scrive Santoni nella memoria che inchioda alle sue responsabilità l’Istituto di non vigilanza guidato da Ignazio Visco: “il 16 novembre la banca (si riferisce a Etruria, ndr) perfezionava la cessione di un portafoglio di crediti a Sallustio srl, società veicolo di Credito Fondiario spa (Fonspa per gli amici, ndr): 1.860 posizioni cedute per un valore di 302 milioni, riferiti per due terzi a esposizioni chirografarie e un terzo a esposizioni con garanzia ipotecaria”. Precisa Santoni a proposito dell’intera operazione: “Era condizionata all’ottenimento dell’autorizzazione della Banca d’Italia”. Giunta nel momento giusto, prima del fischietto finale dell’arbitro. (Andrea Cinquegrani – La Voce delle Voci)

 

ARTICOLO ANNO 2007 

http://www.lavocedellevoci.it/wp-content/uploads/2016/06/art-voce-maggio-2007.pdf

 

Fondo Algebris di Davide Serra alla conquista di Porta Vittoria

Il fondo Algebris di Davide Serra punta a conquistare Porta Vittoria. Algebris Investments, tramite Nike Real Estate S.r.l., società controllata dal fondo Algebris NPL II, ha depositato un concordato fallimentare nell’ambito del fallimento della società Porta Vittoria S.p.A.; tale proposta consente il pagamento integrale dei crediti in prededuzione e privilegiati, nonché il rimborso di alte percentuali per i creditori delle altre classi.

Tramite l’operazione sarà possibile continuare lo sviluppo e la riqualificazione dell’area. Algebris ha dunque presentato una proposta per soddisfare i creditori.

Da notare che, prima dell’intervento di Algebris, la base di partenza per l’asta era di 152 milioni.

In precedenza si era mosso il fondo internazionale York Capital, che è stato tra i primi a guardare il dossier di Porta Vittoria.

York ha firmato un preliminare con BancoBpm, il maggiore creditore dell’area con un’esposizione di 220 milioni di euro, dopo che sono fallite le trattative tra la stessa banca e il fondo King Street.

In ogni caso la vicenda resta complessa. Da una parte ci sono da sciogliere i dubbi sul ruolo passato del Banco Popolare sull’area immobiliare, finita in fallimento, con un’indagine della Procura per una presenta attività di direzione e coordinamento su Porta Vittoria Spa. Dall’altra ci sono da sciogliere alcune controversie con proprietari di immobili vicini: come la Tecnilens, società che possiede una discoteca (il Black Hole) adiacente all’area di Porta Vittoria, e che ha fatto causa, vincendola, sulla base del non rispetto delle distanze tra edifici.

C’è in ogni caso da dire che l’offerta di concordato di Algebris potrebbe entrare in competizione con altre proposte, tra le quali quella appunto del fondo York, che sarebbe prossimo a presentare un’altra richiesta di concordato con l’appoggio di Banco Bpm e del maggior creditore, il gruppo delle costruzioni Colombo. ( Carlo Festa Il Sole 24 ore)

PUNTO 2-Algebris Investments deposita concordato fallimentare per Porta Vittoria

(Aggiunge dettagli su credito Banco Bpm, precisa accordo con York)

(Reuters) – Algebris Investments entra nella partita di Porta Vittoria Spa, la società riconducibile a Danilo Coppola che ha realizzato lo sviluppo immobiliare di una vasta area semicentrale di Milano, che, sotto il peso di 400 milioni di debiti (oltre metà dei quali verso Banco Bpm) è stata dichiarata fallita lo scorso anno.

In una nota Algebris ha infatti reso noto che Nike Real Estate srl, società controllata dal fondo Algebris NPL II, ha depositato un concordato fallimentare nell‘ambito del fallimento della società Porta Vittoria Spa.

“Tale proposta consente il pagamento integrale dei crediti in prededuzione e privilegiati, nonché il rimborso di alte percentuali per i creditori delle altre classi”, spiega una breve nota di Algebris. “Tramite l‘operazione sarà possibile continuare lo sviluppo e la riqualificazione di un‘area immobiliare di primaria importanza per il capoluogo lombardo”.

 

Porta Vittoria Spa è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Milano a fine settembre 2016 e Banco Bpm vanta nei confronti della società un credito ipotecario di circa 220 milioni di euro, secondo quanto emerge dalla relazione semestrale della banca.

Sempre secondo la relazione, in seguito ad un provvedimentro del Tribunale il credito è stato postergato “sulla base di una presunta attività di direzione e coordinamento che l‘ex Banco Popolare avrebbe esercitato nei confronti di Porta Vittoria proprio in forza del contratto di finanziamento concesso”, provvedimento impugnato dalla banca.

Secondo una fonte vicina alla situazione Banco Bpm nei mesi scorsi ha stretto un accordo preliminare con York Capital per ristrutturare l‘intero credito.

Lo scorso novembre l‘asta fallimentare per l‘area di Porta Vittoria è andata deserta. Secondo indiscrezioni stampa la base d‘asta è stata di 152 milioni.

La proposta di concordato fallimentare presentata da Algebris, assistito dall‘advisor Frontis NPL, sarebbe l‘unica al momento, spiega una seconda fonte. Per avere esito positivo, il tribunale dovrà ammettere la proposta e farla votare dai creditori.

Secondo indiscrezioni stampa, per Porta Vittoria Spa potrebbero però arrivare anche altre proposte di concordato.

(Elisa Anzolin, Andrea Mandalà reuters italia)

 

Ecco come il fondo Algebris di Davide Serra sta provando a battere York su Porta Vittoria

 

Il fondo Algebris di Davide Serra, tramite un suo fondo, irrompe nel concordato fallimentare per Porta Vittoria, l’ex proprietà dell’immobiliarista Danilo Coppola collassata sotto il peso di 400 milioni di debiti. Algebris ha presentato una proposta per soddisfare i creditori.

Da notare che, prima dell’intervento di Algebris, la base di partenza per l’asta era di 152 milioni.

In precedenza si era mosso il fondo internazionale York Capital, che è stato tra i primi a guardare il dossier di Porta Vittoria.

York aveva acquisito una parte del debito di BancoBpm, il maggiore creditore dell’area con un’esposizione di 220 milioni di euro, dopo che sono fallite le trattative tra la stessa banca e il fondo King Street.

C’e’ in ogni caso da dire che l’offerta di concordato di Algebris potrebbe entrare appunto in competizione con altre proposte, tra le quali quella appunto del fondo York, che sarebbe prossimo a presentare un’altra richiesta di concordato con l’appoggio di Banco Bpm e del maggior creditore, il gruppo delle costruzioni Colombo.

Dunque la vicenda resta complessa. Da una parte ci sono da sciogliere i dubbi sul ruolo passato del Banco Popolare sull’area immobiliare, finita in fallimento, con un’indagine della Procura per una presenta attività di direzione e coordinamento su Porta Vittoria Spa. Dall’altra ci sono da sciogliere alcune controversie con proprietari di immobili vicini: come la Tecnilens, società che possiede una discoteca (il Black Hole) adiacente all’area di Porta Vittoria, e che ha fatto causa, vincendola, sulla base del non rispetto delle distanze tra edifici. ( Carlo FestaIl Sole 24 ore)

 

13 FEB 2015 15:58
UN FINANZIERE PER AMICO – IL RENZINO SERRA SARÀ ASCOLTATO DALLA CONSOB SUL PRESUNTO INSIDER TRADING – IL BROKER SMENTISCE DI AVER COMPRATO TITOLI NEL 2015 E DICE DI AVER VENDUTO IN PERDITA LE AZIONI CHE AVEVA DEL BANCO POPOLARE

 

Serra si dice “serenissimo”. “La nostra operatività è controllata da tre autorità diverse, Fsa per la Gran Bretagna, Sec per l’ufficio di Boston e Mas per Singapore, se avessi fatto qualcosa di sospetto sarei già stato sospeso”. Il finanziere smentisce anche la notizia di un incontro dedicato al decreto Renzi negli uffici di Algebris

. SPECULAZIONE SULLE POPOLARI
Elena Polidori per “la Repubblica”

«Operazioni anomale» in Borsa sulle Banche Popolari: la Procura di Roma apre una inchiesta, per ora contro ignoti. Queste operazioni sarebbero avvenute a cavallo del 16 gennaio, quando il presidente del Consiglio Renzi ha annunciato a mercati chiusi l’intenzione di riformare il settore. L’ipotesi di reato è insider trading. S’indaga cioè per capire se c’è stata una qualche «soffiata».

Di certo si è verificata un’ondata di acquisti «accompagnati da vendite nella settimana successiva», secondo quando denunciato in Parlamento dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas. Nei suoi calcoli «le plusvalenze effettive o potenziali» ammontano a circa 10 milioni di euro. Di qui l’accertamento su un eventuale «abuso di informazioni privilegiate»: ci sono di mezzo intermediari italiani e stranieri.

Subito divampa la polemica politica.Forza Italia, con il capogruppo Brunetta chiede al ministro Padoan di riferire in Parlamento e si domanda se il premier non abbia qualcosa da dire. La risposta di Renzi: «Non sono preoccupato, il sistema è solido». In Borsa i titoli della Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio sono sospesi: dal 19 al 23 gennaio, secondo la Consob, sono saliti di oltre il 62%. In termini di capitalizzazione, in soli 18 giorni, sono stati «guadagnati» circa 47 milioni.

La Banca d’Italia, rilevando «gravi perdite», ha deciso di commissariare Etruria e azzerare il vertice dove siede come vicepresidente Pier Luigi Boschi, il papà del ministro per le riforme. Il primo atto del procuratore Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Nello Rossi è stato di chiedere la documentazione alla Consob; potrebbe seguire anche la Banca d’Italia. Vegas a sua volta sta ricostruendo il «circuito» dell’informazione privilegiata. In un allegato parla delle notizie stampa sulla possibile presenza del Fondo Algebris e delle smentite del fondatore Davide Serra, che ha partecipato alla Leopolda, su acquisti di Popolari nel 2015.

2. ECCO TUTTI I GUADAGNI, METÀ CON IL BANCO. LA COMMISSIONE CONVOCA DAVIDE SERRA
Walter Galbiati per “la Repubblica”

Qualche dichiarazione pubblica, un paio di tweet e alla fine un comunicato stampa ufficiale non sono bastati a colmare la sete di conoscenza della Consob. Davide Serra dovrà prendere un volo Londra-Roma per recarsi negli uffici dell’Authority che vigila sui mercati e spiegare cosa sapeva prima del 16 gennaio su quanto il governo del suo “amico” Matteo Renzi stava progettando sulla trasformazione delle banche popolari in società per azioni. La lettera di convocazione è partita.

Ad anticipare le mosse dell’inchiesta era stato in qualche modo lo stesso presidente di Consob, Giuseppe Vegas, in un passaggio in “legalese“ del suo intervento davanti alla Commissione Finanze. «Sono in corso di predisposizione – aveva detto – richieste volte a ricostruire il circuito informativo dell’informazione privilegiata, ovvero l’ambito in cui la stessa è maturata, il momento a decorrere dal quale essa ha assunto i requisiti di informazione privilegiata e i soggetti coinvolti nel circuito informativo».
Vegas vuole utilizzare tutti i poteri che la normativa sugli abusi di mercato gli concede per ricostruire i fatti: «Procederemo ad audizioni – ha aggiunto nei confronti di alcuni soggetti rispetto ai quali sono già emersi elementi che portano a ritenere necessari indagini specifiche più approfondite». E uno di questi soggetti è il finanziere Serra, che oltre ad aver sempre sostenuto di investire nelle Popolari, sembra sia stato protagonista la settimana stessa dell’annuncio di Renzi di una riunione a Londra negli uffici del suo fondo Algebris sul tema in discussione al governo.

Gli uffici ispettivi della Consob hanno ricostruito i momenti salienti con cui il mercato è stato informato della possibile abolizione del voto capitario (una testa, un voto) per le prime 10 banche popolari italiane. Le prime indiscrezioni pubbliche hanno iniziato a circolare il 3 gennaio, mentre il primo annuncio ufficiale del governo risale a venerdì 16 gennaio, quando, a mercati chiusi, il premier Renzi ha parlato della riforma sul comparto bancario. Il 20 gennaio si è chiuso il cerchio con il consiglio dei ministri che ha varato la riforma per le sole banche con attivi superiori a 8 miliardi di euro.

Il boom dei titoli in Borsa è avvenuto lunedì 19 gennaio: in una seduta la PopMilano ha guadagnato il 14,9%, la Ubi il 9,7%, il Credito Valtellinese il 9,63%, la PopEmilia l’8,5%, il Banco Popolare l’8,3%, la PopEtruria l’8,2% e la PopSondrio l’8%. Gli uomini della vigilanza hanno scandagliato le compravendite avvenute nel periodo sensibile e hanno evidenziato plusvalenze effettive e potenziali per 10 milioni di euro.

Il dossier più scottante riguarda il Banco Popolare, una delle banche su cui Serra ha ammesso di aver operato, seppur in perdita, ma non nel periodo rilevante. Secondo le carte Consob, tra il 2 e il 16 gennaio 2015 un intermediario estero trattando quasi l’1% del capitale avrebbe conseguito una plusvalenza di 3,5 milioni di euro. La posizione è stata chiusa tra il 19 e il 23 gennaio.

Un operatore italiano invece ha incassato un milione con il trading sullo 0,3% della banca, un altro 350mila euro, altri ancora ricavi residuali compresi tra 23 e 30mila euro. Qui la Consob ha trovato anche derivati acquistati il 13 gennaio con un obiettivo di prezzo di 10,5 euro e le scommesse al ribasso sul titolo da parte della società inglese Aqr Capital management Llc, un hedge fund londinese di proprietà di un ex banchiere di Goldman Sachs.

L’altro fascicolo corposo è relativo alla PopMilano, sulla quale sempre dall’estero è stata ottenuta una plusvalenza di 1,4 milioni di euro. Un intermediario italiano ha acquistato tra il 7 e il 9 gennaio, portandosi a casa un utile di 800mila euro, un altro ha comprato il 16 e venduto il 19 con una plusvalenza di 220mila euro. Quest’ultimo trader ha procurato anche un guadagno di mezzo milione di euro a un investitore estero.

Altri intermediari hanno avuto utili minori e uno di questi è risultato attivo anche sulla PopEtruria, la banca ai cui vertici siede il padre del ministro Maria Elena Boschi, sulla quale la Consob ha messo in luce due piccole operazioni (con profitti per 2500 e 10mila euro) e le vendite allo scoperto dei fondi Gsa Capital e Kairos Investment. Movimenti minori per la PopEmilia e il Credito valtellinese, mentre su Ubi Banca gli 007 di Consob hanno scovato guadagni per 760mila, 300mila euro e 83mila euro, più un’operazione in derivati.

3. DAVIDE SERRRA: “HO VENDUTO E CI HO ANCHE PERSO”
Giovanni Pons per “la Repubblica”

Nel quartier generale di Algebris Investments al 7 di Clifford Street, Londra, si ostenta tranquillità. Il fondatore del gruppo, il quarantaduenne Davide Serra che nel 2006 si mise in proprio per passare dall’analisi agli investimenti veri e propri, non sembra preoccupato per la tempesta che si sta scatenando in Italia sui suoi presunti investimenti in titoli delle banche popolari.

«Sono serenissimo, la nostra operatività è controllata da tre autorità diverse, Fsa per la Gran Bretagna, Sec per l’ufficio di Boston e Mas per Singapore, se avessi fatto qualcosa di sospetto sarei già stato sospeso», ripete Serra a chiunque gli chieda se ha comprato azioni in prossimità del decreto Renzi sulle popolari.

Ma l’incalzare della polemica in Italia è diventata insopportabile e induce il finanziere a emettere un comunicato stampa. «Al fine di evitare pericolose quanto sommarie strumentalizzazioni, Algebris Investments dichiara di non avere comprato alcun titolo di banche popolari italiane dal 1 al 19 gennaio 2015».

Il primo annuncio di Renzi di voler metter mano alle regole delle banche popolari è del 16 gennaio, dunque il fatto di non aver effettuato acquisti nel periodo precedente, se confermato per tabula, dovrebbe metterlo al riparo dall’accusa di insider trading. Certo non ha acquistato titoli, ma li ha venduti, perdendoci del denaro, come precisa lo stesso Serra in una seconda parte del comunicato.

«Unica operazione di rilievo effettuata nel periodo per conto dei propri fondi e mandati di gestione è stata la dismissione di 5.254.928 azioni del Banco Popolare a un prezzo medio di 9,72 euro». L’operatività sul Banco Popolare era stata già annunciata via twitter qualche giorno fa. E ora vengono precisati addirittura i prezzi di acquisto e vendita. «Tali azioni erano state acquistate nel 2014, durante l’aumento di capitale del Banco Popolare, a un prezzo medio di 13,76 euro, realizzando così una perdita», recita la nota di Algebris.

L’ultimo dettaglio riguarda la Banca Popolare dell’Etruria, i cui titoli hanno subito movimenti particolarmente significativi in Borsa a cavallo del decreto Renzi, provocando polemiche politiche per via del fatto che il vicepresidente della banca si chiama Pier Luigi Boschi, padre del ministro Maria Elena Boschi. «Mai nella storia di Algebris, sin dal 1 Ottobre 2006, è stato fatto alcun investimento (sia azionario sia in debito subordinato) nel capitale della Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio».

Difficile dire se i numeri comunicati da Serra basteranno a smorzare il tono degli attacchi politici di questi giorni. L’audizione in Consob prevista nei prossimi giorni dovrebbe servire proprio a questo e il finanziere si è detto pronto a collaborare con l’autorità. Ma è abbastanza evidente che l’accostamento tra il suo operato e quello del premier sta creando non poche situazioni di imbarazzo.

La storia va avanti ormai da due anni, cioè da quando il primo cittadino di Firenze era in corsa per le primarie del Pd e Serra gli organizzò a Milano una cena con l’establishment finanziario, volto a esporre le linee guida di un futuro programma di governo. D’altronde l’ex analista di Morgan Stanley, specializzato proprio sul settore bancario, da quando è diventato un investitore in proprio, è diventato ospite e relatore di diversi consessi internazionali.

Fu il Financial Times a scrivere della sua consulenza richiesta dal governo britannico per risolvere il difficile caso della Royal Bank of Scotland, la banca finita nelle mani del Tesoro dopo la crisi finanziaria del 2008. La sua prima battaglia sotto i riflettori fu quella condotta contro le Generali di Trieste ai tempi della presidenza di Antoine Bernheim. ( estratto da Dagospia del 13 Febbraio 2015)

BANCO POPOLARE E BPM. BENVENUTI ALLA ROULETTE DI DAVIDE SERRA (Fernando Pineda per Formiche.net del 14 Febbraio 2015

Effetto Serra, dunque, sulle Popolari? I numeri ballano, le idee divergono. Cerchiamo comunque di ricostruire quello che è al momento noto, visto il decreto approvato sulle dieci maggiori banche popolari che si devono trasformare in spa, le oscillazioni in Borsa dei titoli interessati anche prima del provvedimento governativo e il primo quadro al vaglio dei tecnici della Consob. Con, sullo sfondo, il ruolo del finanziere renziano Davide Serra, fondatore del fondo Algebris.

ANNUNCIO E DECRETO

Le prime indiscrezioni pubbliche hanno iniziato a circolare il 3 gennaio, mentre il primo annuncio ufficiale del governo risale a venerdì 16 gennaio, quando, a mercati chiusi, il premier Renzi ha parlato della riforma sul comparto bancario. Il 20 gennaio si è chiuso il cerchio con il consiglio dei ministri che ha varato la riforma per le sole banche popolari con attivi superiori a 8 miliardi di euro. Ma nei giorni precedenti molti investitori erano evidentemente a conoscenza del provvedimento del governo e usarono quell’informazione privilegiata per speculazioni da almeno dieci milioni di euro, ha scritto ieri Francesca Sarzanini del Corriere della Sera. Su tutto questo indaga ora la Procura di Roma per ricostruire il percorso delle notizie riservate e stabilire chi ne abbia beneficiato.

LE IPOTESI DI REATO

Il reato di insider trading non è stato ancora formalizzato, si procede contro ignoti, ma è questa l’ipotesi investigativa dopo le dichiarazioni rilasciate due giorni fa di fronte al Parlamento dal presidente della Consob Giuseppe Vegas secondo il quale «l’analisi della dinamica delle quotazioni nel periodo antecedente al 16 gennaio evidenzia che i corsi delle azioni delle banche popolari hanno mostrato in media una performance negativa, tuttavia è stata rilevata la presenza di alcuni intermediari con un’operatività potenzialmente anomala, in grado di generare margini di profitto, sia pur in un contesto di flessione dei corsi. In particolare i soggetti hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio vendendo poi la settimana successiva».

LA VERSIONE DI VEGAS

Il presidente della Consob nel corso dell’audizione parlamentare ha sottolineato come «dal 3 gennaio al 9 febbraio i corsi delle banche popolari sono saliti da un minimo dell’8 per cento per Ubi a un massimo del 57 per cento per Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, a fronte di una crescita dell’indice del settore bancario dell’8 per cento circa».

LE OSCILLAZIONI

In particolare emerge che «nel periodo compreso tra il 2 e il 16 gennaio, tre intermediari italiani hanno operato sul titolo Bpm ottenendo plusvalenze potenziali rispettivamente di 1,4 milioni di euro, 800 mila euro e 1,05 milioni (questi ultimi suddivisi in 220 mila euro per conto di un investitore italiano, 500 mila per conto di un investitore estero, 100 mila per un intermediario italiano e 230 mila per un investitore estero)». Oscillazioni anomale anche per il Banco Popolare visto che, come evidenziano gli ispettori della Consob, «tre investitori (due stranieri e uno italiano) hanno avuto plusvalenze potenziali rispettivamente di 3,5 milioni, 350 mila euro e un milione». C’è poi il titolo Ubi «con due intermediari con plusvalenze potenziali da 760 mila e 300 mila euro». L’inchiesta verificherà l’andamento dei titoli delle Popolari e si concentrerà sugli investitori per stabilire da chi possano aver avuto anticipazioni per manipolare il mercato.

IL RECORD

Il boom dei titoli in Borsa è avvenuto lunedì 19 gennaio, ha scritto ieri il quotidiano la Repubblica in un articolo di Walter Galbiati: in una seduta la PopMilano ha guadagnato il 14,9%, la Ubi il 9,7%, il Credito Valtellinese il 9,63%, la PopEmilia l’8,5%, il Banco Popolare l’8,3%, la PopEtruria l’8,2% e la PopSondrio l’8%. Gli uomini della vigilanza hanno scandagliato le compravendite avvenute nel periodo sensibile e hanno evidenziato plusvalenze effettive e potenziali per 10 milioni di euro.

DOSSIER BANCO POPOLARE

Il dossier più scottante riguarda il Banco Popolare, una delle banche su cui Serra ha ammesso di aver operato, seppur in perdita, ma non nel periodo rilevante, aggiunge Repubblica: “Secondo le carte Consob, tra il 2 e il 16 gennaio 2015 un intermediario estero trattando quasi l’1% del capitale avrebbe conseguito una plusvalenza di 3,5 milioni di euro. La posizione è stata chiusa tra il 19 e il 23 gennaio. Un operatore italiano invece ha incassato un milione con il trading sullo 0,3% della banca, un altro 350mila euro, altri ancora ricavi residuali compresi tra 23 e 30mila euro. Qui la Consob ha trovato anche derivati acquistati il 13 gennaio con un obiettivo di prezzo di 10,5 euro e le scommesse al ribasso sul titolo da parte della società inglese Aqr Capital management Llc, un hedge fund londinese di proprietà di un ex banchiere di Goldman Sachs”.

FASCICOLO BPM

L’altro fascicolo corposo è relativo alla PopMilano – scrive Galbiati – sulla quale sempre dall’estero è stata ottenuta una plusvalenza di 1,4 milioni di euro. Un intermediario italiano ha acquistato tra il 7 e il 9 gennaio, portandosi a casa un utile di 800mila euro, un altro ha comprato il 16 e venduto il 19 con una plusvalenza di 220mila euro: “Quest’ultimo trader ha procurato anche un guadagno di mezzo milione di euro a un investitore estero. Altri intermediari hanno avuto utili minori e uno di questi è risultato attivo anche sulla PopEtruria, la banca ai cui vertici siede il padre del ministro Maria Elena Boschi, sulla quale la Consob ha messo in luce due piccole operazioni (con profitti per 2500 e 10mila euro) e le vendite allo scoperto dei fondi Gsa Capital e Kairos Investment. Movimenti minori per la PopEmilia e il Credito valtellinese, mentre su Ubi Banca gli 007 di Consob hanno scovato guadagni per 760mila, 300mila euro e 83mila euro, più un’operazione in derivati”.

QUESTIONE SERRA

Il 30 gennaio, nel corso della manifestazione dei bancari, la leader della Cgil Susanna Camusso aveva attaccato — pur senza nominarlo — il finanziere amico del presidente Renzi, Davide Serra, perché «non è un bello spettacolo che subito dopo il decreto sulle banche popolari si scopra che c’è chi lo sapeva in anticipo e ha speculato su questo». Si riferiva a un’intervista al Sole 24Ore nella quale lo stesso Serra ammetteva di «investire sulle Popolari dal marzo 2014, ho una specifica, grande posizione in un istituto che sa cosa vogliamo e dove intendiamo arrivare, perché ci siamo parlati, siamo in dialogo continuo». “Contatti che adesso si dovranno approfondire”, scrive Sarzanini. E Giovanni Pons di Repubblica rilancia l’indiscrezione su una sorta di workshop negli uffici inglesi di Algebris sulle Popolari, a ridosso del decreto Renzi, di cui aveva scritto già Formiche.net. Ma Algebris, dice Repubblica, ha smentito l’indiscrezione.

LA NOTA DI ALGEBRIS

In serata, con una nota, la Algebris Investments guidata da Serra si è detta «assolutamente disponibile» a collaborare con le autorità, spiegando di non avere mai rilevato azioni di Banca dell’Etruria, di non avere comprato quote di Popolari dal 1 al 19 gennaio 2015 e di avere nel periodo sostanzialmente solo venduto, in perdita, titoli del Banco Popolare. Le azioni — circa 5,2 milioni di titoli — erano state acquistate nel 2014, durante l’aumento di capitale dell’istituto veronese, a un prezzo medio di 13,76 euro. Sono poi state vendute — spiega la nota di Algebris — a un valore medio di 9,72 euro. La perdita realizzata a riguardo è stata quindi intorno ai 21 milioni di euro.

 

POPOLARI, ECCO TUTTI GUADAGNI , METÀ CON IL “BANCO”. LA CONSOB CONVOCA DAVIDE SERRA (Walter Galbiati per Repubblica del 13 Febbraio 2015)

Vegas: “Via alle audizioni, ricostruiremo il circuito dell’informazione privilegiata”

Qualche dichiarazione pubblica, un paio di tweet e alla fine un comunicato stampa ufficiale non sono bastati a colmare la sete di conoscenza della Consob. Davide Serra dovrà prendere un volo Londra-Roma per recarsi negli uffici dell’Authority che vigila sui mercati e spiegare cosa sapeva prima del 16 gennaio su quanto il governo del suo “amico” Matteo Renzi stava progettando sulla trasformazione delle banche popolari in società per azioni.

La lettera di convocazione è partita. Ad anticipare le mosse dell’inchiesta era stato in qualche modo lo stesso presidente di Consob, Giuseppe Vegas, in un passaggio in “legalese” del suo intervento davanti alla Commissione Finanze. “Sono in corso di predisposizione – aveva detto – richieste volte a ricostruire il circuito informativo dell’informazione privilegiata, ovvero l’ambito in cui la stessa è maturata, il momento a decorrere dal quale essa ha assunto i requisiti di informazione privilegiata e i soggetti coinvolti nel circuito informativo “.

Vegas vuole utilizzare tutti i poteri che la normativa sugli abusi di mercato gli concede per ricostruire i fatti: “Procederemo ad audizioni – ha aggiunto nei confronti di alcuni soggetti rispetto ai quali sono già emersi elementi che portano a ritenere necessari indagini specifiche più approfondite”. E uno di questi soggetti è il finanziere Serra, che oltre ad aver sempre sostenuto di investire nelle Popolari, sembra sia stato protagonista la settimana stessa dell’annuncio di Renzi di una riunione a Londra negli uffici del suo fondo Algebris sul tema in discussione al governo.

Gli uffici ispettivi della Consob hanno ricostruito i momenti salienti con cui il mercato è stato informato della possibile abolizione del voto capitario (una testa, un voto) per le prime 10 banche popolari italiane. Le prime indiscrezioni pubbliche hanno iniziato a circolare il 3 gennaio, mentre il primo annuncio ufficiale del governo risale a venerdì 16 gennaio, quando, a mercati chiusi, il premier Renzi ha parlato della riforma sul comparto bancario. Il 20 gennaio si è chiuso il cerchio con il consiglio dei ministri che ha varato la riforma per le sole banche con attivi superiori a 8 miliardi di euro.

Il boom dei titoli in Borsa è avvenuto lunedì 19 gennaio: in una seduta la PopMilano ha guadagnato il 14,9%, la Ubi il 9,7%, il Credito Valtellinese il 9,63%, la PopEmilia l’8,5%, il Banco Popolare l’8,3%, la PopEtruria l’8,2% e la PopSondrio l’8%. Gli uomini della vigilanza hanno scandagliato le compravendite avvenute nel periodo sensibile e hanno evidenziato plusvalenze effettive e potenziali per 10 milioni di euro.
Il dossier più scottante riguarda il Banco Popolare, una delle banche su cui Serra ha ammesso di aver operato, seppur in perdita, ma non nel periodo rilevante. Secondo le carte Consob, tra il 2 e il 16 gennaio 2015 un intermediario estero trattando quasi l’1% del capitale avrebbe conseguito una plusvalenza di 3,5 milioni di euro. La posizione è stata chiusa tra il 19 e il 23 gennaio. Un operatore italiano invece ha incassato un milione con il trading sullo 0,3% della banca, un altro 350mila euro, altri ancora ricavi residuali compresi tra 23 e 30mila euro.

Qui la Consob ha trovato anche derivati acquistati il 13 gennaio con un obiettivo di prezzo di 10,5 euro e le scommesse al ribasso sul titolo da parte della società inglese Aqr Capital management Llc, un hedge fund londinese di proprietà di un ex banchiere di Goldman Sachs.
L’altro fascicolo corposo è relativo alla PopMilano, sulla quale sempre dall’estero è stata ottenuta una plusvalenza di 1,4 milioni di euro. Un intermediario italiano ha acquistato tra il 7 e il 9 gennaio, portandosi a casa un utile di 800mila euro, un altro ha comprato il 16 e venduto il 19 con una plusvalenza di 220mila euro.

Quest’ultimo trader ha procurato anche un guadagno di mezzo milione di euro a un investitore estero. Altri intermediari hanno avuto utili minori e uno di questi è risultato attivo anche sulla PopEtruria, la banca ai cui vertici siede il padre del ministro Maria Elena Boschi, sulla quale la Consob ha messo in luce due piccole operazioni (con profitti
per 2500 e 10mila euro) e le vendite allo scoperto dei fondi Gsa Capital e Kairos Investment. Movimenti minori per la PopEmilia e il Credito valtellinese, mentre su Ubi Banca gli 007 di Consob hanno scovato guadagni per 760mila, 300mila euro e 83mila euro, più un’operazione in derivati.

POPOLARI, SERRA SENTITO IN CONSOB( iusletter.com del 12 Marzo 2015)

Davide Serra, ex analista per il settore bancario di Morgan Stanley poi divenuto finanziere dando vita al fondo Algebris, è arrivato nel primo pomeriggio di ieri nella sede della Consob. L’occasione era ormai un evento atteso da qualche settimana: la convocazione, preannunciata in un’audizione in Parlamento l’11 febbraio scorso, da parte del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, nell’ambito degli accertamenti per l’ipotesi di insider trading sui titoli delle banche popolari nei giorni antecedenti l’annuncio del premier Renzi sull’imminente riforma.
Il finanziere, che ha base a Londra da anni, era stato il primo indiziato di essere uno di quegli «intermediari con un’operatività potenzialmente anomala , in grado di generare profitto, sia pure in un contesto di flessione», di cui aveva parlato Vegas in audizione. Movimenti che, stando alle ricostruzioni della Consob, hanno portato a plusvalenze potenzialmente anomale per 10 milioni di euro.
Serra era finito nel mirino per la sua operatività, non celata, sulle Popolari («investiamo sulle Popolari dal 2014, abbiamo una specifica, grande posizione» aveva detto a fine gennaio»), ma anche per la sua vicinanza con il premier Renzi, visto che è stato tra i più importanti sponsor della Leopolda. Come è noto, Renzi aveva annunciato la riforma delle banche popolari il 16 gennaio a borse chiuse, ma i movimenti sospetti sui titolo di molto banche, secondo gli accertamenti svolti, risultavano evidenti sin dal 2 gennaio.
«Posso dirle che siamo solo contenti che le autorità controllino tutto in maniera veloce e corretta»?si è limitato a commentare Serra alle agenzie alla fine dell’incontro, iniziato attorno alle 15,30 e terminato dopo le 20. Il finanziare, convocato a metà febbraio, aveva chiesto di avere più tempo a seguito di un incidente avuto sugli sci che lo costringe tuttora a muoversi con le stampelle.
Continua pagina 39
Laura Serafini
Continua da pagina37
Sui contenuti dell’audizione per ora il riserbo è massimo, da entrambe le parti. Le banche oggetto delle anomalie più significative registrate dall’Authority guidata da Vegas sono il Banco Popolare (almeno tre operazioni tra intermediari esteri e italiani per complessivi 5 milioni di plusvalenza sono finite nel mirino), la Popolare di Milano (2,5 milioni di plusvalenza) e la Banca dell’Etruria e del Lazio.
Serra aveva ammesso a fine gennaio l’operatività appunto su una grande banca popolare e i sospetti erano caduti sul Banco Popolare. Nei giorni seguenti Serra aveva confermato che l’istituto in questione era quello, precisando però attraverso interviste e twitter che quell’operatività non era avvenuta nel periodo antecedente le dichiarazioni del premier.
«Unica operazione di rilievo effettuata nel periodo per conto dei propri fondi e mandati di gestione è stata la dismissione di 5.254.928 azioni del Banco Popolare a un prezzo medio di 9,72 euro – aveva chiarito Algebris con una nota -. Tali azioni erano state acquistate nel 2014, durante l’aumento di capitale del Banco Popolare, a un prezzo medio di 13,76 euro, realizzando così una perdita».
Gli uffici della Consob non si sono limitati a scandagliare i movimenti sui titoli, ma hanno anche inoltrato richieste di informazioni agli intermediari più attivi sulle azioni delle Popolari a inizio gennaio oltre che a investire della vicenda le Authority di settore di 5 Paesi diversi.
Ma passare dalle supposizioni alle prove nei casi di insider trading, come lo stesso Vegas ha più volte spiegato, non è impresa facile. Serra il mestiere di chi compra e vende titoli sui mercati di tutto il mondo lo pratica ormai da molti anni. Algebris è stato ed è uno dei fondi attivisti che più si è dato dare fare nelle assemblee dei gruppi del cosiddetto salotto buono italiano per cercare, almeno nelle intenzioni dichiarate, di contribuire a smantellare la foresta di pietra del capitalismo italiano. La questione dei limiti della governance delle popolari Serra ce l’ha ben presente da parecchi anni. Così come, e del resto è riportato negli allegati all’audizione di Vegas, tutti i report delle banche nelle settimane antecedenti le dichiarazioni di Renzi scommettevano su una riforma e dissertavano sugli eventuali effetti positivi in termini di upside dei titoli. Chi conosce bene il finanziere ritiene che se davvero avesse voluto arricchirsi abusando di informazioni privilegiate probabilmente lo avrebbe saputo fare in modo da non farsi scoprire.
«La nostra operatività è controllata da tre autorità diverse, Fsa per la Gran Bretagna, Sec per l’ufficio di Boston e Mas per Singapore, se avessi fatto qualcosa di sospetto sarei già stato sospeso», aveva messo le mani avanti Serra nei giorni scorsi.
Non è dato sapere se Serra dovrà tornare in Consob prossimamente. Interrogato dai giornalisti al termine dell’incontro non ha voluto rispondere. Quel che è certo è che l’Authority andrà avanti con l’indagini e con le audizioni nelle prossime settimane. Ieri intanto il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi è tornata a parlare del caso della Banca dell’Etruria e del Lazio, di cui il padre era vicepresidente (mentre la famiglia detiene partecipazioni azionarie).
«Mio padre non lavora più per Banca Etruria. Ci sarà pure il conflitto, ma non l’interesse», ha detto il ministero Boschi rispondendo a Otto e Mezzo. Sul salvataggio dell’istituto di credito, «come non ho detto a Serra di interessarsi di Banca Etruria così non posso dirgli di non interessarsene», ha chiosato Boschi.Anche questa banca è stata interessata da movimenti anomali a ridosso dell’annuncio della riforma. «Mai nella storia di Algebris, sin dal 1 Ottobre 2006, è stato fatto alcun investimento» in quell’istituto, aveva dichiarato Serra nei giorni scorsi ai giornali.

 

2 LUG 2016 12:48
PERCHÉ RENZI VUOLE BUTTARE FUORI VEGAS? PERCHÉ LA CONSOB INDAGA DA OLTRE UN ANNO SULLE OPERAZIONI DEL FONDO D’INVESTIMENTO DI DAVIDE SERRA E LE SPECULAZIONI LEGATE AL DECRETO SULLE POPOLARI – DOPO LE RISPOSTE DELLE AUTORITÀ BRITANNICHE, TUTTI I DOCUMENTI PASSANO ALLA PROCURA DI ROMA

Vegas nella sua audizione cita anche articoli apparsi sul sito di Francesco Storace, su Il Secolo d’ Italia e Libero che si riferivano a un incontro di Serra con investitori internazionali poco prima della presentazione della riforma. Incontri sempre smentiti. Serra sapeva qualcosa che il resto del mercato ancora ignorava?… –

Valeria Pacelli per il “Fatto quotidiano”

Non si ferma l’inchiesta della Procura di Roma sulle presunte speculazioni dovute ai rumor che precedettero la riforma della popolari trasformate nel 2015 in Spa. Ci sono almeno una quindicina di filoni ancora aperti. Tutti nati dalle segnalazioni di Giuseppe Vegas, capo della Consob, che l’11 febbraio 2015 ha riferito in Parlamento di operazioni sospette a ridosso della riforma.

Tra gli investimenti da approfondire, Vegas aveva segnalato anche quelli di Davide Serra, finanziere amico del premier Matteo Renzi (che con Vegas è in rapporti burrascosi) e fondatore del fondo di investimento Algebris basato a Londra. Serra non ha mai fatto mistero di aver sempre investito anche su banche e assicurazioni italiane, popolari incluse.

Ma il presidente della Consob, nella sua audizione cita anche articoli apparsi sul sito di Francesco Storace, su Il Secolo d’ Italia e Libero che si riferivano a un incontro di Serra con investitori internazionali poco prima della presentazione della riforma. Incontri sempre smentiti. Serra sapeva qualcosa che il resto del mercato ancora ignorava? Le operazioni di Algebris indicano che c’ è stato un abuso di informazioni privilegiate? […]

Algebris, avendo la base a Londra, è soggetto alla supervisione della Financial Conduct Authority (Fca), l’ equivalente inglese della Consob che vigila sui mercati finanziari. Secondo quanto risulta al Fatto, la Consob per la prima volta un anno fa ha chiesto la documentazione alla Algebris Investment che ha risposto però tramite la Fca, come previsto dalla legge. Su quei documenti sono state chieste ulteriori delucidazioni da Consob ai colleghi inglesi. Il risultato di questo lavoro verrà poi trasmesso alla Procura di Roma.

[…] Già un anno fa Serra è stato ascoltato dalla Consob, l’ 11 marzo 2015 e ha smentito qualsiasi speculazione. Serra ha anche già spiegato che Algebris non ha comprato alcun titolo di banche popolari nei primi 19 giorni di gennaio 2015, il periodo sospetto secondo la Consob. […] ( estratto da dagospia del 2 Luglio 2016)

 

24 DIC 2015 11:56
GNAM! QUANTO PIACCIONO I CREDITI MARCI AL CAIMANO SERRA – IL FINANZIERE RENZIANO PUNTA GLI ”INCAGLI” DELLE BANCHE FALLITE, CHE POTREBBERO FRUTTARE FINO A 2 MILIARDI. E UNA LEGGE DEL GOVERNO RENZI GLI DÀ UNA BELLA MANO… (Estratto da dagospia)

Quel tesoretto ha visto il valore nominale dei crediti difficili da esigere venire svalutato al 17,6% del totale. Una sforbiciata fenomenale: si è fissato il prezzo degli 8,5 miliardi di euro di crediti in appena 1,5 miliardi. Il margine di guadagno, può essere di 2 miliardi di euro. Le bad bank fanno gola ai ”pulitori” del mercato…

Massimo Malpica per “il Giornale”

Le buone, la cattiva e i furbetti.
Nel crac delle quattro popolari non sono solo le nuove (good) banche, ripulite dalle perdite e dai crediti deteriorati grazie al decreto del Governo, che possono far gola a chi nel mondo della finanza fiuta i buoni affari. Sono i crediti «marci» della bad bank, i prestiti incagliati o in sofferenza difficili da riscuotere, la vera, potenziale miniera d’ oro di chi saprà accaparrarseli.

Quel tesoretto ha visto il valore nominale dei crediti difficili da esigere – chiamati npl, ossia «non performing loans» – venire svalutato al 17,6 per cento del totale. Una sforbiciata fenomenale: si è fissato il prezzo degli 8,5 miliardi di euro di crediti in appena 1,5 miliardi. Una cifra decisamente prudente. Il margine di guadagno, per chi volesse cimentarsi nell’ operazione di recupero crediti, è probabilmente ben superiore: alcune stime parlano, al netto del prezzo del pacchetto npl, di un guadagno di almeno 2 miliardi di euro.

Sull’ appetibilità della bad bank, si è espresso anche l’ ex presidente Giuseppe Fornasari. Nel suo sfogo con il Corriere della Sera, il penultimo boss di Bpel ha lasciato il veleno nella coda: «Il valore dei crediti deteriorati, i cosiddetti npl, è stato abbattuto dell’ 85 per cento. Per qualcuno sarà l’ affare della vita…». Già, ma per chi?

Non per i poveri ex azionisti, che hanno visto i loro titoli azzerati col fallimento de facto delle quattro vecchie banche. Né gli obbligazionisti subordinati, sul piede di guerra perché mollati pure loro con il cerino in mano e i risparmi in fumo, nonostante fossero spesso stati tenuto all’ oscuro dei rischi che correvano.

Quei crediti «marci» erano in fondo soldi loro, e invece il decreto del governo non destina nulla del prezzo di realizzo degli npl ai rispamiatori rimasti fregati, ma solo alle banche che hanno contribuito al salvataggio. Mentre l’«affare della vita», per dirla con Fornasari, è una questione riservata alle società specializzate nel recupero crediti problematici. Sono loro che attendono la costituzione della bad bank, che sarà gestita da Bankitalia, per accaparrarsene una fetta (o tutta intera) e mettersi al lavoro, cercando certosinamente di rientrare in possesso di tutti gli euro che possono. I soggetti potenzialmente in gioco sono tanti, tra questi Cerved Group, Fortress, Active Capital, Az Holding.

Alcuni avrebbero già manifestato il proprio interesse con Bankitalia, allettati dalla possibilità di lucrare percentuali notevoli. Ma tra gli operatori specializzati nel recupero degli npl c’ è anche un nome noto, quello di Davide Serra, il finanziere renziano doc, sostenitore da sempre del premier fiorentino.

Che in tempi meno sospetti si era già fatto avanti. A febbraio scorso, Milano Finanza raccontò come Algebris Npl Fund 1 (il fondo di Serra specializzato nei Non performing loans) aveva già proposto a Bankitalia – prima del commissariamento di Bpel – di «acquisire crediti deteriorati del valore nominale di 750 milioni di euro». Rilanciando la proposta dopo l’ ormai celebre cdm che ha commissariato la banca popolare aretina. Se il fondo Npl di Serra ha già bussato due volte alle porte di Bankitalia, è legittimo considerare il finanziere renziano tra quanti puntano al pacchetto della bad bank.

Tra l’ altro, come ha scritto il sito d’ informazione Linkiesta, una mano a chi si occupa di recupero crediti l’ ha data una legge firmata dal governo Renzi ad agosto scorso. Che accelera i tempi di pignoramento degli immobili dei debitori. Rendendo più rapido, e di conseguenza più remunerativo, anche il lavoro degli esperti del credit management.
9 SET 2015 11:49
CHISSÀ COSA DIREBBE RENZI DEL FINANZIERE A LUI VICINISSIMO DAVIDE SERRA E DELLA SUA NUOVA INIZIATIVA IMPRENDITORIALE ITALIANA IN COMPAGNIA DEL RE DEI CALL CENTER IN ALBANIA E DI UN CONDUTTORE DELLE “IENE” (Estratto da dagospia )

L’albanese Agron Shejai era arrivato in Italia all’inizio degli anni Novanta su un barcone assieme ai genitori. In cerca di un futuro, la famiglia si era stabilita a Bolzano e Agron Shehaj ha studiato e si è laureato. Oggi, nel suo paese, è un imprenditore di successo…

 

andrea giacobino per https://andreagiacobino.wordpress.com/2015/09/09/serra-con-le-iene-e-il-re-dei-call-center/

Chissà cosa direbbe il premier Matteo Renzi del finanziere a lui vicinissimo Davide Serra e della sua nuova iniziativa imprenditoriale italiana in compagnia del re dei call center in Albania e di un conduttore delle “Iene”. Già, perché il megagestore dei fondi hedge Algebris, basato a Londra ma attivo nel nostro paese, uno degli ospiti d’onore della Leopolda, nonchè tessitore delle lodi del premier anche durante il workshop Ambrosetti dello scorso weekend, è entrato da poco col 9,4% in Homepal A Better Place.

Questa è una srl di cui amministratore unico è Monica Regazzi, una bella partner e managing director di Boston Consulting, importante società di consulenza. La Regazzi è azionista al 3% circa di quello che, come si legge nel sito nuovo di zecca, si candida ad essere “il primo social network immobiliare per comprare, vendere e affittare casa”.

Gli altri soci di Homepal sono coperti per la maggioranza (50,5%) dallo schermo della fiduciaria Sirefid mentre come persone giuridiche compaiono una società italiana, la Talia’s srl (11,1%) e la inglese Sestante Holding Ltd (8,8%) e come persone fisiche, oltre a Serra e alla Regazzi, ci sono Giulio Golia (6,3%), David Rossetto con una quota analoga e Carlo Diaz (4,4%). Rossetto ha fondato nel 1996 la Impact che organizza eventi aziendali importanti per clienti come Unicredit e Barilla mentre Golia è il noto conduttore televisivo de “Le Iene”.

Talia’s, invece, è una società che fa riferimento a Luca Tomassini e Katia Sagrafena che insieme hanno dato vita a Vetrya, società di soluzioni digitali. La Sagrafena nel 2006 ha lavorato per la Xaltia allora di Franco Bernabè, come direttore valorizzazione risorse umane. La Sestante Holding Ltd, costituita lo scorso anno, è invece basata a Londra e i suoi director sono Agron Shehaj e Sarah Lynn Hulme: Shejai, classe 1977, è il proprietario di Ids, il call center più grande dell’Albania.

Shejai era arrivato in Italia all’inizio degli anni Novanta su un barcone assieme ai genitori. In cerca di un futuro, la famiglia si era stabilita a Bolzano e Agron Shehaj ha studiato e si è laureato. Oggi, nel suo paese, è un imprenditore di successo. E in Italia, sempre tramite la Sestante, ha lanciato Spazio Agenti.

 

CORTE DEI CONTI: CHIEDA PER GLI ITALIANI I SOLDI MAI RESTITUITI A MPS

Qualcuno sa spiegare perché ai soggetti cui sono stati regalati centinaia di milioni dalla banca Monte dei Paschi di Siena, nessuno ha detto nè vuole dire ancora oggi, niente in Italia? Perché cioè nessuno e nessuna autorità competente, la Corte dei Conti ad esempio, trattandosi di soldi pubblici cioè di tutti gli italiani messi a coprire le malefatte e le dissipazioni dei gestori e dei riceventi (e dei controllori) dice alcunché? I soldi che hanno e stanno mantenendo in vita il Monte dei Paschi di Siena sono i soldi degli italiani che sono stati “girati” dal Tesoro alla banca sinistra Monte dei Pacchi di Siena. E che pacchi (fregature)! Se Berlusconi, facciamo un esempio a caso, avesse fatto un decimo di quello che hanno combinato ed avuto gratis da Mps, l’intero partito comunista , con financo Vladimir Lenin redivivo dall’oltretomba, avrebbe alzato le trombe e si sarebbe scagliato contro, con utilizzo dei giudici amici. Le procure, si pensi ad esempio a quella di Milano, avrebbe sollevato azioni e inquisizioni a non finire per almeno trent’anni, al contrario, trattandosi dei riceventi a gratis di Mps, di cui sono oramai arcinoti i nomi, si fa finta di niente, non si dice nè eccepisce niente, tutti fermi. Perché? Eppure ne hanno fatte di cotte e di crude contro gli italiani e quel che conta contro le nostre tasche, con i soldi di tutti noi. Dove sta scritto infatti che soggetti che raccontano di fare gli imprenditori, si rimpinzano di soldi di fatto regalatigli in quanto mai chiesti indietro, difatti mai restituiti, dissipano per i propri interessi e affari mentre per gli altri, gli italiani, cioè per tutti noi altri valgono le regole del chi sbaglia paga e rispondiamo di ciò che facciamo davanti alla legge? Perchè la legge e i nostri giudici, le procure, non hanno funzionato e non funzionano verso i responsabili? Ci sono milioni di euro degli italiani passati e lasciati in eredità. Sono soldi nostri. Sono soldi degli italiani, che devono essere recuperati nell’interesse e per la nostra collettività. E la Corte dei Conti serve a questo, cioè a recuperare i soldi pubblici oggetto di truffe pubbliche alla collettività. C’è un giudice che casomai si smarca dall’andazzo sinistro comune e comincia a mettere sul banco la richiesta del ripristino e della restituzione dei nostri soldi agli italiani? Così facendo, ricostruendo cioè la storia e le magagne sinistre del sistema bancario predato per lo più dalla sinistra Pd ex pci, ds, pds, Margherita, ncd di Monte dei Paschi di Siena, verranno fuori ragioni e responsabilità del fallimento dell’istituto, e anche, di tutti gli altri istituti, come banca Etruria e le altre, le stesse cioè che, con i decreti di Renzi e Boschi al governo illegittimo Pd, hanno utilizzato la cosa pubblica in spregio agli italiani tutti. Ed anche questo non si sa come sia potuto accadere senza rilievo Pd eccezione alcuna. Scopriamo dunque questi tanti “perché”. Dal loro disvelamento l’Italia ha tutto da guadagnare, in ogni senso, economicamente e per riemergere. La legge in tal senso è chiara, basta infatti che anche uno solo tra le migliaia di risparmiatori truffati presenti rilievo alla procura o a un ufficio di polizia, dove si rinnova il passaporto per esempio e poi si procede autonomamente, cioè procedono le indagini e i processi, si fanno valere le responsabilità. Si ricordi che i nostri risparmi sono sacri. I risparmi degli italiani sono sacri, vanno quindi protetti, tutelati e soprattutto difesi. Oggi siamo tutti chiamati a difenderceli.

(Francesca Romana Fantetti -scenarieconomici )

MALACALZA -Liquidazione Omba di Torri di Quartesolo della famiglia Malacalza: da Stefano Fracasso (PD) interrogazione per intervento della Regione Veneto

Il capogruppo del Pd in Consiglio regionale Stefano Fracasso interviene nella nota che pubblichiamo in merito all’annuncio della messa in liquidazione dell’azienda Omba di Torri di Quartesolo (leggi qui nostra notizia “I Malacalza soci Carige mettono in liquidazione la Omba”). “Bisogna evitare che 130 dipendenti siano lasciati a casa. Per questo oggi (4 gennaio) presenterò alla giunta regionale un’interrogazione (leggi di seguito ndr) in cui chiederò i motivi di questa situazione e le modalità con le quali si vorranno salvaguardare l’occupazione e le competenze di un’azienda che lavora per società che godono di grandi commesse anche internazionali. Di fronte alle difficoltà la nostra Regione non può e non deve girarsi dall’altro lato”.

CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO

DECIMA LEGISLATURA

 

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA N.

CRISI OMBA IMPIANTI & ENGINEERING SPA DI TORRI DI QUARTESOLO (VI): LA REGIONE INTENDE PROMUOVERE UN TAVOLO DI CONFRONTO AL FINE DI SALVAGUARDARE L’ATTIVITÀ E I LIVELLI OCCUPAZIONALI DI UN’IMPORTANTE REALTÀ ECONOMICA E SOCIALE DEL TERRITORIO VENETO?
Presentata il 4 gennaio 2018 dal consigliere Stefano Fracasso

Premesso che:
– dal 1950 l’azienda Omba Impianti & Engineering SpA, con sede da sempre a Torri di Quartesolo (VI), ha sviluppato la sua produzione nel settore della carpenteria metallica pesante, diventando una delle aziende leader nel settore;
– dal 2001 Omba Impianti è di proprietà della famiglia Malacalza di Genova, la cui gestione ha ulteriormente migliorato e incrementato la produzione, collocando l’azienda tra le migliori carpenterie italiane per qualità e fatturato;
– attualmente nell’azienda Omba Impianti lavorano circa 150 dipendenti, per la maggior parte maestranze locali.

Rilevato che:
– negli ultimi due anni l’azienda Omba Impianti si trova in una difficile e complicata situazione finanziaria che ne ha fortemente rallentato e ridotto la produzione;
– dal settembre 2017 e fino alla fine di febbraio 2018 i lavoratori di Omba Impianti sono in cassa integrazione a rotazione;
– il 15 dicembre 2017 Omba Impianti è stata messa in liquidazione e il 27 dicembre è stata presentata richiesta di concordato.

Tenuto conto che:
– l’azienda Omba è un importante realtà industriale per il tessuto economico e sociale locale e regionale, rappresentando un’eccellenza anche a livello internazionale;
– un eventuale ridimensionamento della produzione o, nel peggiore dei casi, la chiusura dell’azienda comporterebbe un gravissimo danno per la comunità quartesolana, in termini di occupazione e di indotto, e la dispersione di un importante patrimonio di maestranze e professionalità nel settore;
– l’attuale situazione di incertezza sta sollevando grande preoccupazione tra i lavoratori dell’azienda e i loro rappresentanti sindacali che chiedono un sostengo alle istituzioni pubbliche affinché sia individuata ogni possibile soluzione per il rilancio dell’azienda e per salvaguardare i posti di lavoro.

Tutto ciò premesso
Il sottoscritto consigliere regionale chiede all’Assessore regionale alle politiche del lavoro
se non ritenga opportuno convocare urgentemente un tavolo di confronto con i dirigenti aziendali di Omba Impianti & Engineering SpA e le organizzazioni sindacali per salvaguardare l’attività e i livelli occupazionali di un’importante realtà economica e sociale del territorio veneto. ( Vicenzapiu)

Invece di vigilare su frodi banche, Bankitalia sanzionava associazioni consumatori

Se le tenaci attività di Bankitalia e Consob, fossero state indirizzate per prevenire le condotte fraudolente dei banchieri, le loro illegalità e pratiche truffaldine, che da decenni venivano segnalate e denunciate alle Procure della Repubblica, con la stessa lena e impegno messe in atto come vere e proprie rappresaglie nei confronti di Adusbef, sanzionata nel 2009 per aver denunciato i derivati di Unicredit e citata ripetutamente in giudizio, forse migliaia di famiglie azzerate ed espropriate dei risparmi e sacrifici di intere vite di lavoro, sarebbero state risparmiate. È il concetto espresso da Elio Lannutti, presidente dell’associazione a tutela dei consumatori, in un comunicato e in un post sul suo profilo Facebook.

Lannutti riporta il contenuto di una mail del 4 febbraio 2013 indirizzata a Giuseppe Vegas (presidente della Consob), Vincenzo La Via, (direttore generale del Tesoro), Ignazio Visco (Governatore Bankitalia). Fabrizio Saccomanni, direttore Generale della Banca d’Italia, scriveva testualmente nella missiva protocollata dalla Consob il 5 febbraio 2013:

“Caro Presidente, dichiarazione infondate come quelle di Adusbef circolata oggi relativa a “un crac da 15,4 miliardi di euro” (che riproduco qui sotto), possono avere conseguenze molto gravi su MPS, che come ben sai, è una società quotata in Borsa. Credo vi siano gli estremi per un deciso intervento della Consob. Ti sarei grato di un cortese riscontro. Con i più cordiali saluti”.

Cosa rimproverava all’Adusbef – si chiede Elio Lannutti – l’attuale presidente di Unicredit alle banche che dovevano essere vigilate, nel collaudato sistema di porte girevoli? “Di aver denunciato il crac Mps da 15,4 miliardi di euro addossato a lavoratori, correntisti, risparmiatori, nello scandalo più grave della Repubblica iniziato nel 2006, che coincide perfettamente con il governatorato di Mario Draghi alla Banca d’Italia, che non poteva avvenire senza complicità ed alte connivenze da parte del triangolo incestuoso Abi-Consob-Bankitalia, evitando che i Monti bond siano confezionati per salvare le banche che hanno esposizioni verso il Monte dei Paschi di Siena, come Mediobanca e JP Morgan, addossando sui contribuenti i relativi oneri di 3,9 miliardi, i cui tassi onerosi (fino al 15%) dei Monti Bond, che difficilmente potranno essere restituiti nell’avversa congiuntura economica dal MPS, non devono essere utilizzati per ripianare prestiti ed esposizioni di Mediobanca, JP Morgan ed altre banche creditrici, addossando allo Stato ed alla fiscalità generale gli oneri del salvataggio delle banche.

“Per questo – insiste Lannutti – Adusbef, nel denunciare preventivamente ed ancora una volta, il tentativo di scaricare sullo Stato i debiti costruiti dal sistema bancario, torna a chiedere la nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena, tramite l’esercizio contestuale del capitale conferito e l’immediata destituzione di Profumo (la cui inaffidabilità è costituita dal rinvio a giudizio per frode fiscale) e Viola, un banchiere che vuole far credere di aver impiegato 12 mesi per aprire una cassaforte”.

Come mai l’ex Governatore Draghi, si chiede Lannutti, “sempre a braccetto con i banchieri vigilati, avendo rilevato criticità nei bilanci e il più ampio e gravosissimo ricorso al mercato, per sostenere l’acquisizione di Banca Antonveneta, basata su aumenti capitale Mps e la finanza creativa, a cominciare da Casaforte, cartolarizzazione dei fitti per 1,6 miliardi di euro e l’emissione di obbligazioni ibride quarantennali, piazzate in prevalenza ai correntisti, non abbia mosso rilievi critici, bloccando una operazione di acquisto folle ad un prezzo di 9 miliardi, applicando la clausola della stabilità?”

Come mai, incalza l’ex senatore di Italia dei Valori, “il Governatore Draghi, doverosamente informato dai rapporti ispettivi del suo capo Vigilanza di Bankitalia Anna Maria Tarantola, che rilevavano un ampio ricorso ai derivati ed una gestione allegra del credito e del risparmio del Monte dei Paschi di Siena, ha infranto quella regola ferrea secondo la quale non si diventa presidente dell’Abi,se emergono rilievi e criticità negli aspiranti, consentendo all’avv. Mussari di essere eletto (per due volte),con i buoni uffici di Unicredit del dr. Alessandro Profumo?”

L’ipotesi che fa il presidente di Adusbef è che forse Draghi si è così comportato “per non indebolire le sue ambizioni di diventare capo della BCE, evitando di intaccare un consenso bipartisan, che ne avrebbe risentito se avesse contrastato l’acquisizione di una banca di riferimento di un importante partito ? Bene quindi gli avvisi a comparire dell’ex presidente Giuseppe Mussari, convocato per domani pomeriggio, per l’ ex direttore generale Antonio Vigni, interrogato mercoledì, di Alessandro Daffina, il banchiere che per conto di Rothschild Italia curò la trattativa tra Santander e Mps, ma avendo un minimo di conoscenza tecnica in materia bancaria, Adusbef ritiene che i protagonisti assoluti che possono fare piena luce su questo gravissimo scandalo, che continua a minare la fiducia internazionale dell’Italia specie nei buchi dei controlli, dei risparmiatori e dei piccoli azionisti,che nonostante avessero presentato esposti a Consob e Bankitalia, non vennero presi in considerazione dal triangolo omertoso, sono nell’ordine: Mario Draghi, Anna Maria Tarantola (Bankitalia), Lamberto Cardia (Consob)”.

Poiché gli sviluppi successivi (compresi gli atti di citazione di Vegas verso Adusbef del giugno 2013, gli altri atti di Visco, recapitati alla commissione parlamentare di inchiesta sulle banche ed alla Procura della Repubblica di Roma, competente per i presunti reati penali di Consob e Bankitalia), “sono ancora peggiori di quelli che erano stati ipotizzati nel febbraio 2013, i legali Adusbef hanno ricevuto mandato di citare in sede civile tutti i protagonisti di quel presunto abuso di potere.

Le accuse mosse da Lannutti a Saccomanni, Vegas e Visco sono pesanti: “in concorso tra loro, hanno premeditato ed attuato vere e proprie rappresaglie giudiziarie per intimidire, intimorire, tappare la bocca al rappresentante dei risparmiatori, che aveva osato denunciare e scoperchiare quel triangolo omertoso foriero di crac e dissesti bancari addossati a 500.000 famiglie azzerate, costringendo i governi a una serie di decreti salva-banche e a stanziare oltre 20 miliardi di euro di fondi pubblici”.

I risarcimenti dei danni, saranno devoluti per il 50% al fondo vittime di Bankitalia, Consob e dei banchieri, conclude Elio Lannutti.( Wallstrettitalia -redazione)

Bond oggi: il crash degli anni ’60 si ripeterà? C’è da temerlo

Partì dagli Usa e si estese all’Europa. A determinarlo furono cause, che – ironia della storia – sembrano ora ripetersi. L’avvio in forte debolezza dei governativi nella prima seduta del 2018 deve far meditare.

E’ il caso di menzionare il passato per scrutare il futuro, facendo subito una precisazione: il discorso potrebbe apparire politico e avere una valenza anti Trump. Non è questo l’obiettivo. Ciò non esclude che le scelte adottate dalla Presidenza Usa riportino indietro nel tempo e siano potenzialmente tali da causare un “crash bond” simile a quello che dal 1966 colpì i mercati, con effetti duraturi negli anni successivi. Vediamo cosa capitò allora e cosa sta avvenendo ora.

1966, comincia il tracollo

All’inizio dei Sixties tutto sembrava tranquillo. Le scelte monetarie si mantennero stabili per lungo tempo, perché l’inflazione non cresceva. Poi una serie di riforme economiche dell’allora Presidente Johnson puntò ad aumentare la spesa pubblica, con il taglio delle tasse e maggiori investimenti destinati alle spese militari. Il pericolo di quei tempi si chiamava Vietnam e si temeva che – dietro lo scontro fra le forze insurrezionali filo-comuniste e il governo autoritario filo-statunitense – si nascondesse già la Cina. Negli Usa l’economia tirava e la disoccupazione scese nel 1966 al valore record del 3,8%. I mercati non erano pronti all’inflazione, che nel 1965 si era attestata all’1,6%, dopo anni di permanenza fra l’1 e l’1,3%. Tutto sembrava tranquillo. Poi – di fronte a politici ed economisti maldestri nell’avvertire le evoluzioni in atto e nell’invertire i trend monetari – il costo della vita esplose, salendo in poco tempo al 3% e in seguito al 5% e infine al 9% nel 1975, per superare il 10% nel 1979. Le quotazioni di Treasuries e “corporate” (quelli di allora!) crollarono in poco tempo, perdendo progressivamente valore. Si disse che la speculazione era all’opera e non si guardò alla vera natura di una crisi che ebbe effetti anche in Europa.(Lorenzo Raffo Trend On Line)

Banca Carige: titolo brucia -20% nel post aumento. La nuova mappa dei soci e il pressing Bce

Oggi in ripresa dopo il sell della vigilia. Il valore stracciato fa apparire elevato perfino quello a cui è avvenuto il collocamento.

Banca Carige oggi positiva, strappa al rialzo allineandosi al sentiment positivo del mercato. Certo le ultime indiscrezioni non hanno aiutato il titolo, che nella giornata di ieri è capitolato di oltre -2%, scendendo anche sotto la soglia di 0,0079 euro, oggi riagguantata.
Il valore stracciato fa apparire elevato perfino quello a cui il titolo era stato collocato in occasione del recente aumento di capitale – a 1 centesimo – . Da allora, d’altronde, la discesa delle azioni è stata pari al 20%.
Le quotazioni sono state penalizzate alla vigilia soprattutto dal nuovo pressing della Bce che, nella lettera del 28 dicembre in cui ha reso noti i nuovi parametri Srep all’11,175% per il 2018, ha ribadito la presenza di criticità, a suo avviso, sul fronte della governance.
In particolare, nella missiva, stando a quanto riportato da Il Messaggero, è stato puntato il dito contro il ruolo ingrombrante di Vittorio Malacalza e contro la presidenza poco incisiva del presidente Giuseppe Tesauro. La Bce ha praticamente bocciato la governance dell’istituto ligure.
Intanto emerge la nuova mappa dei soci successiva all’aumento di capitale, con cui Banca Carige ha raccolto 546 milioni di euro alla fine di dicembre.
Dalle comunicazioni della Consob sulle partecipazioni rilevanti, risulta che Malacalza Investimenti si conferma primo azionista con una partecipazione pari al 20,6% e che la Lonestar di Gabriele Volpi detiene il 9,087%.
Credito Fondiario e la Sga, la società per la gestione delle attività controllata dal Mef, detengono ciascuna il 5,397%. Tra gli azionisti spunta Panfilo Tarantelli, con una quota pari al 5,3%.


Certo, quella discesa del 20% dalla chiusura dell’aumento di capitale dello scorso 21 dicembre preoccupa sia gli investitori retail che i grandi investitori che hanno sottoscritto l’azione.
Secondo quanto riporta Il Secolo XIX, la Borsa avrebbe penalizzato il titolo soprattutto per il fatto che i Malacalza non siano riusciti a salire al 28% del capitale.
A questo punto, la partita di Carige si gioca sul fronte del piano industriale, con i dettagli che arriveranno in occasione della prossima riunione del cda prevista a giorni, il prossimo 16 gennaio. In quell’occasione, dopo aver chiuso lo smobilizzo di sofferenze per un valore di quasi 2,2 miliardi, il cda dovrà dare risposte al piano sulle UTP, ovvero sulle inadempienze probabili.( di Laura Naka Antonelli Finanza on line)

 

L’ultima perla di Bankitalia: spende due milioni per una mostra sull’educazione monetaria. Con tanto di sceneggiatura

A Palazzo Koch non si sarebbe potuto cominciare l’anno in maniera migliore: un bando per l’affidamento dei “servizi di progettazione allestitiva e realizzazione dei contenuti e dei prodotti audiovisivi e multimediali per lo spazio espositivo del Centro Carlo Azeglio Ciampi per l’educazione monetaria e finanziaria”. Così recita la documentazione di gara pubblicata proprio ieri da Bankitalia. Fin qui tutto bene, se non fosse per quel lontano sospetto che, dopo un anno decisamente travagliato per il governatorato di Ignazio Visco, si voglia in qualche modo riacquistare credibilità anche mediatica. Il tutto al modico costo di oltre due milioni di euro, che certamente non sono pochi per la realizzazione di una mostra.

Piatto ricco – Ma andiamo in ordine. Secondo quanto emerge dalla documentazione di gara, l’obiettivo di Palazzo Koch è progettare e allestire “uno spazio espositivo permanente dedicato alla divulgazione di temi monetari e finanziari” da realizzarsi, ovviamente negli edifici romani di via Nazionale e nella perpendicolare di via Milano. E cosa dovrebbe prevedere la mostra? Innanzitutto, la progettazione degli allestimenti, con “finiture e arredi” con tanto di piante e mobili ad hoc, per rendere l’esperienza più unica che rara (nel capitolato, non ancora disponibile, da quanto appurato da La Notizia si citerebbero perfino le tipologie di piante che Bankitalia desidera ardentemente nella sua mostra). Al centro del progetto, però, l’apporto formativo, tanto che nel bando si parla di vere e proprie “installazioni museali”. Il tutto, ovviamente, svecchiato dalla “ideazione” o, meglio, la “sceneggiatura” e “produzione e fornitura dei contenuti audiovisivi e multimediali”, cui la società aggiudicatrice dovrà far fronte. Senza dimenticare, manco a dirlo, la necessaria “supervisione artistica dell’esecuzione degli allestimenti e delle forniture”. Tanto basta a capire perché il bando metta sul piatto la bellezza di 2,174 milioni di euro, con tanto di opzione che Bankitalia di riserva di affidare all’aggiudicatario “ulteriori attività di realizzazione di prodotti audiovisivi e software – multimediali” per un importo aggiuntivo di 600mila euro.

Di tutto, di più – Ma, a quanto pare, non c’è da stupirsi. A scorrere gli ultimi bandi di gara indetti da Palazzo Koch, se ne trovano delle belle. Come gli oltre 600mila euro messi in palio per la “fornitura, lavaggio, stiratura e manutenzione di indumenti da lavoro per il personale della carriera operaia dell’Amministrazione Centrale”. E non parliamo di poche persone considerando che, solo i dipendenti dell’Amministrazione Centrale appunto, secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2016, sono 4.568. E non è finita qui. A novembre La Notizia parlava di un altro maxi-bando di gara, questa volta per offrire il servizio di ristorazione a Palazzo Koch. Costo dell’operazione: 36 milioni di euro. Un bel gruzzoletto per sfamare l’esercito Bankitalia. ( Carmine Gazzanni La Notizia)

 

Cdp: in campo per l’aumento Trevi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Entro il primo trimestre l’operazione di rafforzamento patrimoniale di Trevi deve essere definita e messa nero su bianco. Anche perché il gruppo di Forlì, leader mondiale nel settore dell’ingegneria del sottosuolo, deve al contempo affrontare con le banche la questione ancora non risolta della ristrutturazione dell’esposizione debitoria che al 30 giugno 2017 (ultimo dato disponibile) ammontava a 600,3 milioni rispetto ai 440,8 milioni a fine 2016. Una doppia partita non semplice da risolvere sia per la famiglia Trevisani, che controlla la società con il 32,73%, sia per Sergio Iasi, per il nuovo manager chiamato a fine anno a risollevare la complessa situazione, precipitata nel corso degli ultimi due anni.

A questo punto, scrive MF, il focus principale resta quello della ricapitalizzazione che dovrebbe aggirarsi sui 2-300 milioni a fronte di una capitalizzazione di soli 71 milioni. Al momento non sono note le volontà dei Trevisani che potrebbero partecipare all’operazione anche per una quota inferiore alla loro attuale partecipazione. Mentre è inevitabile che sia della partita la Cassa Depositi e Prestiti, entrata nel capitale di Trevi nel giugno 2014 con un investimento di 101 milioni per il 16,85% del capitale dell’azienda romagnola. Investimento che, effettuato quando il titolo del gruppo veleggiava a quota 4 euro, da tempo si è rivelato come particolarmente deficitario visto che le azioni della società sono scese fino al minimo storico di 0,26 euro toccato lo scorso 19 dicembre. Così, anche per rientrare dell’esborso, la Cassa del presidente Claudio Costamagna e dell’ad Fabio Gallia potrebbe investire direttamente nell’aumento di Trevi e magari far intervenire qualche soggetto finanziario a lei vicino che vada poi a lavorare anche sull’ingente debito societario. Una esposizione che l’azienda di Forlì ha maturato nei confronti di un sistema bancario conmposto da 30 istituti tra i quali spiccano quali Intesa Sanpaolo , Unicredit , Banco Bpm , Bnl-Bnp e Mps . Finora non è stato raggiunto l’accordo sullo stand still sul debito, toccherà quindi al chief restructuring officer Iasi cercare di portare a casa il risultato.

Mps, il piano sotto la lente europea

Attesa per i conti dell’esercizio che potrebbero vedere Bruxelles mettere in discussione le strategie della banca controllata dal Tesoro. Intanto il titolo resta debole in Borsa

Banca Mps resta inevitabilmente sorvegliata speciale in Europa. Al punto che la DgComp (cioè la direzione generale per la Concorrenza, organo che fa capo alla Commissione europea guidato dalla danese Margrethe Vestager) ha avviato un’attività di monitoraggio che mette costantemente sotto esame l’istituto oggi controllato dal Tesoro con oltre il 68%.

L’ennesimo esame europeo (benché prevedibile) si concretizza in alcuni controlli, con cadenza trimestrale, sullo stato di avanzamento del piano industriale annunciato lo scorso 5 luglio e dei suoi target. I controlli sono stati affidati dall’ufficio europeo a un comitato indipendente, che analizzerà i risultati della banca senese e li confronterà con i target concordati (proprio con la DgComp) nel luglio scorso. I controlli, secondo quanto scrive il quotidiano MF-Milano Finanza, sarebbero già iniziati in occasione dell’ultima trimestrale.

Gli esiti dell’esame vengono condivisi con i vertici della banca e con la DgComp. E, qualora emergessero palesi scostamenti, il piano approvato a luglio sarebbe rimesso in discussione. Circostanza che non si sarebbe comunque verificata nel primo di questi approfondimenti, cioè quello sui risultati del terzo trimestre 2017, che il consiglio di amministrazione di Mps ha approvato lo scorso 7 novembre e gli emissari di Bruxelles avrebbero esaminato con attenzione nelle settimane successive.

Per la banca guidata da Marco Morelli L’esame più scrupoloso inizierà però a febbraio, quando usciranno i numeri dell’intero esercizio.

Peraltro Mps è finita recentemente nel mirino della vigilanza Bce preoccupata invece per il nuovo assetto che vede il controllo schiacciante da parte del Tesoro. A preoccupare Francoforte è la supremazia del Tesoro in Cda che potrebbe mettere a repentaglio la dialettica nel board in un momento così delicato per l’istituto salvato dalla collettività e dal sacrificio degli investitori sottoposti a burden sharing.

Ma il vero giudice sarà il mercato, che non premia per il momento gli sforzi di Morelli & C. Il titolo resta infatti sotto i 4,1 euro del recente ritorno in Borsa. Stamani a Piazza Affari Mps avanza alle 10,22 dello 0,57% a 3,89 euro contro il +1,4% del Ftse Italia Banche.

( Stefano Neri Finanza Report )

La lunga e grave crisi economica ha ucciso anche la verità

A: Senato, Camera dei Deputati, Governo, Parlamentari, Politici, Media, Professori, Sindacati, Siti economici, Fondazioni e altre Istituzioni

Ill.mi Signor Presidente del Senato, Signora Presidentessa della Camera dei Deputati, Signor Presidente del Consiglio, Onorevoli Senatori, Onorevoli Deputati, Signori Presidenti, Direttori, Professori, Dottori, Signore e Signori,

Introduzione

A – Il Governatore Ignazio Visco

Nell’articolo precedente,[1 o 2] ho citato, nella nota 3, le Comunicazioni tra il Governo italiano e l’Unione Europea nel 2011 ed ho preannunciato un altro “documento con notizie e soprattutto nessi difficilmente reperibili in Rete, per smentire false convinzioni su ciò che è avvenuto nella scorsa legislatura, fatte proprie da quasi 60 milioni di Italiani”.

Si tratta di avvenimenti pochissimo conosciuti nei dettagli ma che hanno segnato profondamente la vita politica italiana, richiamati non a caso, con il suo abituale understatement, dal Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nel corso della seconda parte (dopo le 19:46, dal minuto 23, in risposta alla quarta e ultima domanda dell’On. Bruno Tabacci) della sua lunghissima audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche.

Egli ha fatto una dichiarazione tanto dirompente, vista la provenienza, quanto commentata incongruamente dal presidente Casini con una battuta, quanto passata inosservata sui media: ha ricondotto la responsabilità di quanto accadde allora, nel 2011 (caduta del Governo Berlusconi, a causa del rischio di default dell’Italia dovuto all’attacco della speculazione finanziaria, e sua sostituzione con il Governo d’emergenza Monti), principalmente al duo Merkel-Sarkozy, dopo essersi incontrati nella piccola cittadina balneare francese di Deauville, ed alla gestione errata della crisi da parte dell’Europa.

All’inizio del suo racconto, prima di indicare le responsabilità decisive di Merkel e Sarkozy, il Governatore Visco ha citato l’On. Renato Brunetta, Vice Presidente della Commissione d’inchiesta, come uno dei co-protagonisti della vicenda del 2011: sia Merkel-Sarkozy,[1 o 2] sia Brunetta (del quale condivido l’opinione che su quel periodo andrebbe istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta) sono tre figure-chiave anche nella mia ricostruzione di quanto avvenne nella scorsa legislatura, fatta sia in passato (vedi, ad esempio, qui,[1 o 2] qui – cfr. dialogo tra Vincesko e Koccobill -,[1 o 2] e qui[1 o 2]), che nel presente articolo.

L’attualità e l’utilità del presente articolo risiedono anche nella decisione di Silvio Berlusconi di partecipare alle prossime elezioni politiche, che grazie alla nuova legge elettorale, alla divisione del Centrosinistra e alle rinnovate sue promesse reboanti di riduzione delle tasse (i pifferai magici perdono il pelo e talora il senno ma non il vizio), potrebbe vederlo tornare al governo direttamente o indirettamente.

B – L’assassinio della verità

Oltre al Pil (quasi -10%), alla capacità produttiva (quasi -25%), all’occupazione (circa 1 milione di posti di lavoro in meno) e a centinaia di morti per suicidio, la lunga e grave crisi economica (la grande recessione) ha fatto un’altra vittima, in Italia e all’estero: la verità.

Questo è successo, per fare solo alcuni esempi:

    nel caso della spiegazione della genesi della crisi: la menzogna che è stato il debito pubblico propalata per 5 anni in luogo della verità che è stato il debito privato, con massicci aiuti pubblici alle banche e conseguenti misure draconiane di risanamento dei conti pubblici, addossate in massima parte sui non ricchi;

    nel caso della Grecia: la menzogna del salvataggio della Grecia dal default in luogo della verità del recupero crediti delle banche francesi, tedesche e olandesi verso la Grecia, avvenuto con soldi di tutti gli europei[1 o 2];

    nel caso della Germania: la menzogna che essa si svenerebbe per aiutare gli altri Paesi UE in luogo della verità dei vantaggi che soprattutto la Germania trae dall’attuale assetto monco UE-Euro tra Paesi con economie disomogenee[1 o 2];

    nel caso della BCE: la menzogna dell’esistenza di un solo obiettivo statutario in luogo della verità che gli obiettivi statutari sono due; o gli elogi per aver salvato l’Euro in luogo delle critiche per l’insufficienza e tardività delle decisioni di politica monetaria, che hanno costretto gli Stati deboli ad adottare misure draconiane di risanamento dei conti pubblici; o per la sua invasione dell’ambito politico-economico, si veda la sua lettera del 5/8/2011 al Governo italiano, a firma del presidente in carica, Jean-Claude Trichet, e di quello designato, Mario Draghi, violando e il proprio statuto – artt. 2-Obiettivi e 7-Indipendenza – e le regole deontologiche – diciamo così – delle banche centrali indipendenti; e, per venire all’Italia,

    la disinformazione generale sia nel caso della responsabilità del risanamento recessivo ascritto a Monti in luogo di Berlusconi, le cui manovre finanziarie sono state il quadruplo di quelle di Monti e molto più inique e quindi ancor più recessive, sia, infine, nel caso del sensibile allungamento dell’età di pensionamento imputato tutto a Fornero in luogo di, prevalentemente, a Sacconi.[1 o 2]

Gli ultimi tre esempi rappresentano tre casi di scuola, per l’ampiezza della platea delle vittime, quantificabili nella quasi generalità della popolazione italiana, senza distinzione di censo e di istruzione, annoverandosi nella predetta platea – pare – quasi tutti i docenti di Economia, e per la durata, sei anni.

E’ un fenomeno apparentemente inspiegabile e quasi incredibile, ma che ha delle motivazioni razionali sia di ordine comunicativo – il potentissimo sistema propagandistico berlusconiano -, sia di ordine qualitativo dell’informazione, sia di ordine psicologico: la “cattura” delle vittime, le quali, anche quando sono messe di fronte alla realtà inoppugnabile delle norme di legge e dei dati ufficiali, li rifiutano perché rifiutano l’idea stessa di essere state per tanto tempo – sei anni – vittime di una tale generale disinformazione che coinvolge gli esperti e tutti i media.

C – “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” (Joseph Goebbels)

Da sei anni, infatti, ci troviamo di fronte, come scrivevo in un precedente articolo, a tre casi di disinformazione tra i più macroscopici della storia italiana:

    La riforma delle pensioni Fornero, alla quale, per varie responsabilità dei soggetti coinvolti, tra i quali sono inclusi – con un grado diverso di malafede – la stessa professoressa Fornero, il prof. Monti, che per inciso io giudico una persona per solito sincera fino alla gaffe; e – stranissimo ma vero -, oltre all’ISTAT, a EUROSTAT e all’Ufficio Parlamentare di Bilancio, noti esperti di previdenza,[1 o 2] come ad esempio Giuliano Cazzola, che essendo stato uno dei protagonisti (durante il governo Berlusconi era vicepresidente della Commissione Lavoro alla Camera) conosce benissimo la normativa pensionistica e i suoi autori; o Oscar Giannino; o il Sen. Prof. Pietro Ichino; o la strana coppia costituita dal senatore Sacconi (FI) e dall’onorevole Damiano (PD), o la coppia meno strana formata dai professori Tito Boeri e Pietro Garibaldi, vengono attribuite anche tutte le misure della ben più severa riforma delle pensioni Sacconi, 2010 e 2011, il quale, anziché denunciare pubblicamente il plagio e rivendicare la paternità e l’incisività della sua riforma, è stato per anni silenzioso assecondando la vulgata.

    L’ammontare complessivo di 330 (trecentotrenta) mld€ delle manovre finanziarie correttive varate nella scorsa legislatura, costituite, secondo Il Sole 24 ore, per il 55% da maggiori tasse e per il 45% da minore spesa pubblica, la quasi generalità delle vittime di tale disinformazione (quasi 60 milioni di Italiani, inclusi – pare – quasi tutti i docenti di Economia) e la sua ripartizione tra il governo Berlusconi (81%) e il governo Monti (19%), ma attribuendo tutto a Monti, o, almeno, non citando mai Berlusconi.

E, in ambito UE, per corresponsabilità anche della stessa BCE e della Commissione Europea,

    Gli obiettivi statutari della BCE, che non è uno soltanto – la stabilità dei prezzi – come quasi tutti pensano, in Italia e non solo, ma due, ancorché il secondo (sostenere le politiche economiche generali dell’UE fissate nel fondamentale art. 3 del TUE) sia in rapporto duale-gerarchico con il primo (cfr. Statuto BCE, art. 2): “fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi” (“without prejudice”, nella versione inglese). Ma che in deflazione o con tasso d’inflazione sensibilmente inferiore al target (poco sotto il 2%) ha la stessa dignità e cogenza del primo, poiché non lo pregiudica ma anzi è concordante, convergente e complementare con esso (come è dimostrato dal periodo post Quantitative Easing).[1 o 2]

In questo articolo, tratterò approfonditamente il secondo caso – spiegando anche i nessi con le decisioni delle Autorità europee che portarono alla caduta del Governo Berlusconi -, come ulteriore contributo personale, dopo quello sulle pensioni, alla piccola e assidua opera di chiarificazione e di controinformazione che porto avanti da sei anni, per contrastare la vulgata della versione di chi davvero ha messo le mani nelle tasche degli Italiani e causato la grande recessione, alimentata ad arte dalla potente propaganda berlusconiana ed anche agevolata dalle millanterie di fatto del Prof. Monti, a cominciare già dal titolo del primo DL del Governo Monti: “Salva-Italia”. Credetemi, è una fatica di Sisifo!

La continuazione in:

L’assassinio della verità, chi ha davvero messo le mani nelle tasche degli Italiani e causato la grande recessione

http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2859408.html  oppure (se in avaria)

http://vincesko.blogspot.com/2018/01/lassassinio-della-verita-chi-ha-davvero.html

Cordiali saluti,

Vincenzo Battipaglia

(Pubblicato su Affariitaliani)

IPO, il mercato ritorna ai massimi livelli pre-crisi nel 2017

Il mercato delle IPO ritorna ai massimi livelli pre-crisi nel 2017. Gli investitori stimano una crescita maggiore nel 2018

L’attività IPO globale è aumentata nel 2017 a livello tale da rendere l’anno in corso il più attivo dal 2007. Dall’inizio dell’anno si sono realizzate 1.624 IPO con 188,8 miliardi di USD raccolti, registrando un aumento del 49% per numero di operazioni e del 40% per capitale raccolto rispetto a 2016. Se questi dati non raggiungono i livelli del 2007 (1.974 IPO che hanno raccolto 338,4 miliardi di dollari), gli investitori prevedono un 2018 molto attivo, con il ritorno dei mercati ai livelli precedenti alla crisi. Questo è il contesto che emerge dal report EY Global IPO trends: Q4 2017.

L’operazione Pirelli traina le IPO in Italia, con buone prospettive per il 2018

Marco Mazzucchelli, Transaction Advisory Services Leader di EY per l’area mediterranea, commenta: “Abbiamo assistito a un anno di crescita notevole per le nuove quotazioni sul mercato italiano, più che raddoppiate rispetto al 2016, da 14 a 32 operazioni”. La crescita a valore è stata trainata dal ritorno in Borsa di Pirelli a ottobre, a seguito del delisting nel 2015, che con una raccolta di circa 2,5 miliardi di euro per un 40% di flottante rappresenta la prima IPO per valore in Europa continentale e la terza su scala globale nel 2017. Grazie al contributo di questa grande operazione, Borsa Italiana chiude l’anno come secondo mercato d’Europa per numero di operazioni e capitale raccolto, dopo Londra. “Gli incoraggianti risultati dell’anno trascorso e gli incentivi fiscali dei Piani Individuali di Risparmio (‘PIR’), concentrati in particolare sul segmento delle Piccole e Medie Imprese italiane, sono segnali di fiducia per il 2018, in cui la pipeline di nuove quotazioni si prospetta sostenuta“ continua Mazzucchelli. Tra le operazioni di grandi dimensioni attese sul mercato, si prevede nel primo semestre del nuovo anno la quotazione di Valentino, che costituirà la strategia di exit di Mayoola, fondo del Qatar che ha investito oltre 700 milioni di euro nel 2012. Non si prevede una predominanza settoriale, poiché le IPO attese nel 2018 spazieranno dal mondo del lusso e del design ai macchinari industriali, come peraltro avvenuto nell’anno in chiusura.

L’aumento del numero di IPO nell’area Asia-Pacifico è superiore rispetto all’incremento di capitale raccolto

Le borse valori nella regione Asia-Pacifico hanno registrato un’impennata del 44% del numero delle operazioni, arrivate a 935 IPO nel 2017, dopo un primo semestre particolarmente attivo. Tuttavia il ritmo delle quotazioni ha subito un leggero rallentamento nel quarto trimestre dell’anno, in cui ci sono stati solo 240 deal, con un calo del 4% rispetto al quarto trimestre 2016. La raccolta del 2017, pari a 73,2 miliardi di dollari, è cresciuta solo dello 0,2% rispetto al 2016, un dato che rispecchia la netta diminuzione delle dimensioni medie delle operazioni. Nel 2017, le borse basate nella regione Asia-Pacifico si sono posizionate ai primi tre posti a livello globale per numero di operazioni. Le borse in Cina hanno registrato 582 nuove quotazioni nel 2017, con un aumento del 68% su base annua.

La crescita nell’area EMEIA è consistente

Nel 2017, l’area EMEIA (Europa, Medio Oriente, India e Africa) ha registrato 469 operazioni che hanno raccolto 64 miliardi di dollari, rendendo la regione seconda solo all’area Asia-Pacifico in termini di numero di deal e raccolta. Il numero delle operazioni è aumentato del 50% rispetto al 2016, mentre il valore è cresciuto del 67%. 17 operazioni di dimensioni elevate (con raccolta superiore al miliardo di dollari) hanno raccolto 28,7 miliardi di dollari, incrementando la dimensione media delle operazioni sui mercati principali del 45% a 102 milioni di dollari nel 2017. In linea con la tendenza globale, l’attività cross-border in termini di valore è cresciuta notevolmente, raggiungendo il 14% delle IPO nel 2017, rispetto al 2% nel 2016.

I mercati emergenti hanno contribuito fortemente alla performance complessiva delle IPO, con la borsa di Bombay e l’India National Stock Exchange in crescita del 74% per numero di deal nel 2017. Il Medio Oriente ha visto un incremento del 256% della raccolta e del 179% in termini di operazioni rispetto al 2016, con l’Arabia Saudita come paese principale.

America ottimista con attività in tutta la regione

Nel 2017 ci sono state negli Stati Uniti 174 IPO che hanno raccolto 39,5 miliardi di dollari, con un aumento dell’84% in termini di valore e del 55% in volume rispetto al 2016. Con questi numeri, nel 2017 l’America ha rappresentato il 13% delle operazioni globali e il 27% in termini di capitale raccolto.

Nel 2017, la proporzione delle IPO transnazionali è stata la più alta dal 2010 e ha raggiunto il 24% di tutte le IPO statunitensi per numero di operazioni e il 25% per valore. Cinque delle prime 10 quotazioni sulle borse statunitensi nel quarto trimestre 2017 sono state cross-border, equivalenti al 61% del capitale raccolto. Complessivamente, tre deal statunitensi sono stati inclusi tra le prime 10 operazioni a valore dell’anno.

Prospettive per il 2018: un anno ricco di operazioni di dimensione elevata

Mentre l’anno volge al termine, la minore volatilità nelle diverse regioni e una maggiore fiducia da parte degli investitori stanno determinando la crescita di una pipeline robusta di società pronte a quotarsi sul mercato azionario. Le quotazioni cross-border sembrano destinati a restare un trend del mercato globale anche nel 2018, in particolare negli Stati Uniti, Cina e a Londra.

(Affariitaliani)

Sacchetti a pagamento, 5 cose da sapere

Dal primo gennaio i sacchetti per frutta e verdura sono diventati a pagamento. Pochi centesimi che hanno già scatenato indignazione tra i consumatori, che temono l’ennesima stangata. Secondo le prime rilevazioni di Assobioplastica, ogni cittadino consuma mediamente 150 sacchi l’anno: la spesa per i sacchetti potrebbe oscillare così tra 1,5 euro e 4,5 euro annui a persona. Non un salasso vero e proprio. Ma l’indignazione e’ montata. La convinzione che dietro questa misura possa nascondersi una ‘tassa occulta’ si sta facendo strada tra i consumatori. E sui social la protesta e’ esplosa.

Ma quanto costano i sacchetti? Quanti se ne consumano in un anno? E chi li produce?

Ecco 5 punti da tenere bene a mente:

COSA PREVEDE LA NORMA – Le nuove norme sugli shopper, contenute nella legge di conversione del decreto legge Mezzogiorno che ha avuto il via libera lo scorso agosto, prevedono che anche i sacchetti leggeri e ultraleggeri, ossia con spessore della singola parete inferiore a 15 micron, siano biodegradabili e compostabili, con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile di almeno il 40%, e che siano distribuiti esclusivamente a pagamento. Si punta così a reprimere pratiche illegali tanto dannose per l’ambiente come quella dell’uso, per eludere la legge sugli shopper, di diciture quali ‘sacchetti a uso interno’.

QUANTO COSTANO – Il costo di ciascun sacchetto varia da 1 a 3 centesimi e viene addebitato direttamente sullo scontrino.

CHI LI PRODUCE – Tra le bufale circolate nelle ore scorse c’è la questione del monopolio di Novamont, azienda chimica italiana, attiva nel settore delle bioplastiche, alla quale si deve l’invenzione del Mater-Bi, un tipo di bioplastica brevettato e commercializzato dalla Novamont. In Italia si possono acquistare bioplastiche da diverse aziende della chimica verde mondiale e nel mondo ci sono almeno una decina di aziende chimiche che producono polimeri compostabili con cui si producono sacchetti e altro.

MULTE SALATE – Per chi contravviene la legge sono previste pesanti multe. Un sacchetto utilizzato nei reparti gastronomia, macelleria, ortofrutta, etc., che con diciture o in altro modo tentasse di porsi al di fuori della normativa, rappresenterà un’elusione di legge per la quale scatteranno sanzioni da 2.500 euro fino a 100.000 euro se la violazione del divieto riguarda ingenti quantitativi di borse di plastica oppure se il valore delle buste fuori legge è superiore al 10% del fatturato del trasgressore.

SI POSSONO RIUTILIZZARE? – Al momento, per motivi igienici, non è possibile riutilizzare un sacchetto portato da casa. Anche se il problema si può superare con una circolare ministeriale (Ambiente e Salute) che permetta in modo chiaro, a chi vende frutta e verdura, di far usare sacchetti riutilizzabili, come ad esempio le retine, pratica già in uso nel Nord Europa. In questo modo, si garantirebbe una riduzione del consumo dei sacchetti di plastica, anche se compostabile, come già fatto con quelli per l’asporto merci che, grazie al bando entrato in vigore nel 2012, sono stati ridotti del 55%.

Su questo punto il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti fa sapere: “Stiamo verificando con il ministero della Salute la possibilità di consentire ai consumatori di usare sporte portate da casa in sostituzione dei sacchetti ultraleggeri, convinti come siamo che il miglior rifiuto è sempre quello che non si produce”.

(Adnkronos)