L’INTESA CON IL BANCO DI NAPOLI / UN MISTERO LUNGO VENT’ANNI

Clamoroso. Sensazionale. Questi alcuni aggettivi utilizzati dalla stampa ‘specializzata’ per salutare la fusione del Banco di Napoli nel gruppo Intesa Sanpaolo. Peccato che l’operazione, in pratica, sia avvenuta quasi 20 anni fa. Ma forse nessuno se ne era accorto. Misteri della finanza.
Come non bastassero già i neri scenari messi su in questi anni dai Bankster di casa nostra, secondo la colorita definizione che ne ha dato Elio Lannutti, lo storico fondatore di Adusbef, l’associazione a tutela dei risparmiatori, nel suo volume del 2010, appunto, “Bankster – Molto peggio di Al Capone i vampiri di Wall street e piazza Affari”.
Per molti, quasi tutti, forse vale il proverbiale “scordammoce ‘o passato”. Perchè è meglio dimenticare, seppellire del tutto quelle operazioni misteriose – e scandalose – avvenute alla fine dello scorso millennio, quando si registrarono, in rapida sequenza, due autentici ‘colpi’. O golpe finanziari, come preferite.
QUEL BUCO NERO DI ATLANTA
Il primo fu l’acquisto per un pugno di dollari, è il caso di dirlo, dello storico Banco di Napoli da parte della Banca Nazionale del Lavoro, all’epoca alle prese con lo scandalo di Atlanta, su cui mai si è realmento voluto far luce: un buco gigantesco e il forte odore di traffici d’armi, per quella BNL allora guidata dal ‘compagno’ Nerio Nesi, il craxian rifondarolo. E BNL riuscì ad evitare il crac proprio grazie alla super operazione Banco di Napoli: un vero acquisto a prezzi di saldo, 60 miliardi circa di vecchie lire, neanche il costo di Maradona.
Ma eccoci al secondo tempo, quando BNL, dopo appena un anno, rivende il ‘pacco’ Banco Napoli, ben infiocchettato, al gruppo Imi-San Paolo. Ma con due zeri in più, quasi 6 mila miliardi di lire. Un miracolo degno del San Gennaro più in forma.
La storia non finisce qui. Perchè sulle spoglie del più antico istituto del Mezzogiorno, partorita dalla
Fondazione Banco Napoli, spunta la prima Bad Bank made in Italy, chiamata SGA. Anzi. Infatti in una quindicina d’anni riesce a recuperare addirittura il 90 per cento delle sofferenze: da guinness dei primati, tanto da entrare nel mirino, la Band bank, del governo Renzi. Che poco più di un anno fa – prima di sbattere contro gli scogli del NO al Referendum – riesce a far approvare una leggina ad hoc per inghiottire, come un sol boccone, tutti gli utili (cioè i rientri effettuati negli anni) prodotti dalla band bank dei miracoli.
La cifra sfiora il miliardo di euro, non bruscolini, e per la casse del nostro esangue erario sono una autentica boccata di ossigeno. Soprattutto per tamponare le falle del sempre più sforacchiato sistema bancario, alle prese con una nomenklatura di faccendieri e con delle vigilanze (Bankitalia e Consob) che fanno, nella migliore delle ipotesi, acqua da tutte le parti.
LO SCIPPO DI RENZI & C.
A quel punto, nell’autunno 2016, scoppiano alcune polemiche, soprattutto a Napoli, che si sente defraudata di quel patrimonio racimolato dalla bad bank e scippato da Renzi & C.
Sorgono a questo punto spontanei alcuni interrogativi. Il primo concerne ‘o passato: come mai all’epoca nessuna inchiesta ha tentato di far luce su quella rocambolesca vendita che anche ad un bimbo sarebbe risultata del tutto taroccata?
Perchè la magistratura non decise di vederci chiaro sui traffici di Atlanta targati BNL? Forse perchè un pezzo da novanta dell’istituto, proprio negli States, era il figlio di Carlo Azeglio Ciampi, ossia Carlo Ciampi, responsabile della sede BNL di New York? E quindi non era il caso di disturbare i manovratori?
Carlo Azeglio Ciampi. In apertura la sede del Banco di Napoli in via Toledo e, a destra, Carlo Messina
Carlo Azeglio Ciampi. In apertura la sede del Banco di Napoli in via Toledo e, a destra, Carlo Messina
La Voce, dieci anni fa, realizzò una cover story sui misteri targati BNL, una storia che puzzava lontano un miglio (titolo: “Banca Nazionale del Favore”; potete leggere l’inchiesta di maggio 2007 cliccando in basso). E quindi: perchè nessuno allora accese, neanche un po’, i riflettori?
Secondo interrogativo. Come mai nessuno è riuscito a spiegare, in termini finanziari, il miracolo della band bank? Possibile che San Gennaro sia sceso una seconda volta dal suo piedistallo per duplicare il prodigio?
Ancora: perchè nessuno ha fornito una esauriente spiegazione circa lo scippo della Renzi band, che mostra dunque una vera passione per gli istituti di credito? A questo proposito è uscito circa un anno fa un libro scritto da Maria Rosaria Marchesano, collaboratrice del Corriere del Mezzogiorno, la costola partenopea del Corsera, che dettaglia in modo minuzioso la story della bad bank partenopea, le acrobazie griffate Banco Napoli e l’ultima operazione, lo scippo appunto.
Ma torniamo all’oggi. Circa l’odierna fusione a freddo (anzi, a temperatura glaciale, visti gli anni di ibernazione trascorsi) glissa del tutto Repubblica e minimizza il Corsera. Il quotidiano di via Solferino infatti titola “via all’integrazione del Banco Napoli”, ma nell’apertura di Economia del 22 dicembre non fornisce alcun ragguaglio. Solo un asettico: “Il gruppo Intesa Sanpaolo incorpora il Banco di Napoli, lo storico istituto acquisito nel 2002 dal San Paolo-Imi. L’integrazione è societaria, le filiali del Banco di Napoli conservano il marchio”. Fine della storia.
La copertina della Voce di maggio 2007
La copertina della Voce di maggio 2007
Per trovare qualche notizia in più bisogna andare sul web. E leggere l’acrobatico copione. Eccone un esempio: “A seguito dell’acquisizione avvenuta a fine 2002 del Banco di Napoli da parte del gruppo Sanpaolo Imi, la banca nel 2003 aveva assunto la denominazione Sanpaolo Banco di Napoli. L’operazione – viene precisato – si era realizzata in due fasi distinte. Alla fine del 2002 ci fu la fusione per incorporazone di Banco di Napoli spa in Sanpaolo Imi spa, con conseguente cessazione della prima. Successivamente venne costituita Sanpaolo Banco di Napoli spa alla quale, con effetto dal 1 luglio 2003, fu conferita l’intera attività del vecchio Banco di Napoli. Con la fusione avvenuta nel dicembre 2006 tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi la società è entrata a far parte del gruppo Intesa Sanpaolo e ha ripreso successivamenre il vecchio nome di Banco di Napoli”.
E TUTTI A BOCCA APERTA
Una autentica giungla, che certo non giova alla trasparenza in un universo, quello creditizio, sempre più popolato da affaristi e faccendieri di ogni risma, come stanno abbondantemente dimostrando le ultime vicende targata Monte dei Paschi di Siena, le 4 banche tra cui il bubbone Etruria, gli allegri istituti veneti e chi più ne ha più ne metta: tanto per spolpare meglio i cittadini-risparmiatori, spesso e volentieri privati dei sacrifici di una vita.
Eccoci agli stupori. Un incipit che evoca il clima rovente dei forni all’Italsider di Bagnoli: “Intesa Sanpaolo fonde il Banco di Napoli. E’ una decisione clamorosa ma inevitabile nell’ambito della razionalizzazione e del nuovo piano industriale al 2021 che verrà presentato a febbraio. Il cda di Intesa Sanpaolo, presieduto da Gian Maria Gros Pietro, riunitosi a Torino, ha deciso di incorporare lo storico istituto partenopeo. Non ci sarà più una banca autonoma, anche se già oggi Banco di Napoli è controllata al 100 per cento dal gruppo guidato da Carlo Messina. Ma resterà il suo marchio. La decisione è stata recepita dal board dell’istituto di via Toledo, a Napoli, presieduto da Maurizio Barracco”.
Così continua il report: “Tra novembre 2018 e febbraio 2019 l’incorporazione dovrebbe diventare operativa. Si diceva che l’operazione è sensazionale, perchè mette fine all’autonomia di una banca fondata nel 1539 e che ha segnato, tra alterne vicende, la storia d’Italia”.
Non bastano i giganteschi interrogativi – che non hanno mai avuto, ribadiamo, neanche lo straccio di una risposta – dei quali abbiamo parlato.
Adesso anche la misteriosa nuova operazione, i cui contorni sono avvolti nelle nebbie. Gesù fate luce, come scriveva un tempo il mitico Domenico Rea.
L’articolo di maggio 2007( Andrea Cinquegrani-La  Voce delle Voci)

NELL’ATLANTE DI RENZI MILIONI DA BAD NAPOLI

 

Mentre vengono alla luce tutte le connivenze e coperture di Bankitalia sul crac stra-annunciato della Popolare di Vicenza di magnate Zonin, va in onda il maxi salvataggio di Stato a favore di consorelle banche, come Unicredit, e soci eccellenti, alla faccia dei risparmiatori che vedono i lori risparmi bruciati e un bel dì s’ammazzano. Intanto, si dispiega la finanza creativa del premier Renzi e dei suo freschi Vati: in prima fila il nuovo mago di sofferenze & salvataggi innovativi, Alessandro Penati, il quale annuncia il colpo del secolo per metà luglio, un Super Bingo da 2 miliardi di euro che profuma tanto di sceneggiata napoletana; e con un vagone di milioni in arrivo da una miracolosa Bad Banca made in Napoli. Tanto per rimanere in tema, ecco la piece sul palcoscenico di “Fonspa”, per la regia di Panfilo Tantarelli e la crema dei vip di casa nostra: con un super regalo benedetto dalla solita Bankitalia. Tanta carne a cuocere e molti fil rouge che corrono fra i salotti dell’Italia che conta, e conta i suoi danari: quasi sempre luridi come acque di cloaca, mentre il Paese affonda.
COPERTURE, COLLUSIONI E NUOVE TERRE PROMESSE

Oggi, dopo anni di silenzi, coperture, omissioni e non-vigilanza di chi avrebbe dovuto controllare e non l’ha fatto – non solo Bankitalia e Consob, ma anche i media – si scopre che i buoi sono usciti dalle stalle indisturbati, hanno potuto razzolare, pascolare, ingrassare, ingozzarsi placidi e poi osservare l’effetto che fa. Inascoltata, anzi aggredita, denunciata e portata in tribunale Adusbef – l’associazione a tutela dei risparmiatori – che già una decina d’anni fa aveva allertato su strani sistemi di gestione finanziaria e atipiche valutazioni azionarie, nonché su crediti incagliati, senza dimenticare le porte girevoli che accoglievano a braccia aperte – alla corte di Zonin – vertici Bankitalia, magistrati, finanzieri & C: la consueta, massiccia cura omeopatica per guarire ogni ‘sofferenza’. In prima linea Elio Lannutti, storico presidente di Adusbef e autore, nel 2010, del profetico “Bankster”, che guarda caso anticipava tanti scandali regolarmente successi e puntava l’indice – documenti alla mano – sui taroccati poteri di controllo, da Bankitalia a Consob (potete scaricare gratuitamente il volume dal sito della Voce, cliccando sulla cover del libro nella colonna che corre a destra).
Scrive il 4 giugno Repubblica, nel servizio dell’inviato Franco Vanni: “Le inchieste avviate dalla procura di Vicenza sulla gestione BpVi fino ad oggi sono state affossate da archiviazioni, prescrizione dei reati e sentenze di non luogo a procedere, arrivate dopo anni dall’apertura dei fascicoli. Un ventennio di occasioni sprecate. ‘La cosa che fa più male, vedendo i soci che hanno perso tutto, è che già nel 2001 le crepe erano visibili – sottolinea Antonio Tanza, avvocato e vice presidente dell’associazione Adusbef, che prima del 2008 aveva presentato 19 esposti contro gli amministratori vicentini – e sono quelle stesse crepe che si sono allargate fino a provocare il crac’. L’epilogo – commenta Vanni – è stato il salvataggio da parte di Fondo Atlante, costretto a rastrellare per 1,5 miliardi tutte le azioni della banca, dopo il flop della sottoscrizione di capitale. ‘E’ assurdo che si sia arrivati a tanto. Le premesse del disastro erano chiare quindici anni fa’, conclude Tanza”. Chiare a tutti, meno a chi doveva – sulla carta – controllare. E caso mai, come un autorevole organo d’informazione quale Repubblica, denunciare.
Eccoci allora nella nuova Terra di Atlante, scoperta da Renzi-Colombo meno di due mesi fa (battesimo il 12 aprile) ma già in grado di regalare le prime sorprese pasquali e metterne subito a lievitare altre da servire bollenti – ai trepidanti risparmiatori italiani – per il luglio caliente che ci aspetta. Il neo profeta di avventure finanziarie di casa nostra, Penati, presenta il suo ‘Programma’ al Festival dell’Economia che giorni fa lo ha accolto a Trento come autentica guest star. E lui non ha mancato di far sentire, agli attoniti uditori, il suo Verbo: “nuotare contro corrente come un salmone è dura”. In attesa di moltiplicare pani & pesci, distribuisce subito pillole di saggezza. A proposito della tribolatissima Popolare di Vicenza indica il Percorso: “non vogliamo gestire, noi vogliamo nominare un consiglio per bene, undici persone per la prima volta tutti indipendenti, ristrutturare e poi valorizzare al meglio”. Come? Forse un papa straniero, un partner estero, vaticina il Corsera. A proposito di Veneto Banca, l’altra cocente patata: “speriamo di non dover intervenire”. Sulle crisi del sistema bancario e le responsabilità, Penati osa: “E’ evidente che la Vigilanza ha delle responsabilità, ma vogliamo parlare di Confindustria, dei media?”. Poi, la sorpresa estiva, una “operazione da almeno 2 miliardi di euro, un benchmark”, la “creazione di un mercato italiano dei crediti difficili”, i cosiddetti non performing loans (npl). Infine, dal palcoscenico trentino sul suo Atlante e il comitato di investitori, ecco le limpide pennellate: “Ci sono, su nove, otto funzionari di banca, mentre l’indipendente ha appena lasciato il consiglio di Intesa ed è stato nominato presidente del collegio sindacale della Cassa Depositi e Prestiti. Io ho un’altra idea di indipendenza”. Boh. Vediamo di capire quale, caso mai zigzagando tra sigle & amici di una vita.
NEI LABIRINTI SOCIETARI DI PENATI & C.
La creatura prediletta di casa Penati si chiama “Quaestio Capital Management”, una Sgr che si dedica alla gestione di fondi per conto di grossi clienti sia privati che pubblici. Schermata 2016-06-06 alle 18.01.57Comincia il gioco di scatole cinesi: la società fa capo alla anonima “Quaestio Investment”, la quale a sua volta è riconducibile ad un’altra sigla, sempre acquartierata in Lussemburgo, “Quaestio Holding”. Tanto per gettare fumo negli occhi o per pagare meno tasse? Macchè, Penati & C. sono limpidi come acque cristalline, tanto che i soci made in “Quaestio” si palesano alla luce del sole lussemburghese. A far la parte del leone, con un terzo abbondante delle azioni (37 per cento) la Fondazione Cariplo, ossia la storica Cassa di Risparmio delle Province Lombarde capitanata dall’amico di una vita, Giuseppe Guzzetti; una consistente fetta, pari al 15 per cento, è in mani benedette, ossia i Salesiani, attraverso la Direzione Generale Opere Don Bosco (lo saprà papa Bergoglio che ha intenzione di ripulire le finanze vaticane?); un’altra quota è appannaggio di chi non ti aspetti, nientemeno che la Cassa Italiana di Previdenza e Assistenza dei Geometri con il 18 per cento; una più piccola (6,7 per cento) è poi appannaggio della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì; il rimanente 22 per cento fa infine capo alla Locke, a sua volta riconducibile a patròn Penati e ad un altro socio e amico di sempre, Paolo Petrignani.
Un nome una storia, anche quello di Petrignani, che occupa la poltrona di amministratore delegato nella compagine di Quaestio. Un curriculum, il suo, lungo fino agli States, sua patria d’adozione, visti i trascorsi del celebre padre, lo storico ambasciatore italiano negli Usa, Rinaldo: i nomi di padre e figlio rimbalzarono tanti anni fa a proposito della vicenda Enimont, quando Petrignani junior lavorava alla Salomon Brothers. Una banca tira l’altra, e per il rampollo diplomatico è stata poi la volta di Jp Morgan, quindi di Ubs Wealth Management, e ancora la Worthon School in Pennsylvania. P & P, comunque, viaggiano a bordo di Locke mediante due cosiddetti “veicoli finanziari”: nell’occasione Martekview e Sopa, tanto per districarsi meglio nella vasta giungla societaria.

Una maxi gestione, quella targata Quaestio. Calcolata in circa 9 miliardi di euro, cifre da doppia manovra finanziaria carpiata (e utili che sfiorano il miliardo). Ecco cosa scriveva a marzo 2015 sul sito WordPress Andrea Giacobino: “Poco meno di un anno fa (quindi primavera 2014, ndr) Guzzetti ha annunciato che la Fondazione da lui presieduta avrebbe demandato a Quaestio Sgr la gestione della quota di Intesa Sanpaolo, pari al 5 per cento circa e che a fine 2013 valeva 1,3 miliardi. La società gestita da Penati e Petrignani già gestiva tutte le altre partecipazioni quotate dalla Fondazione, che valgono 475,7 milioni (sono titoli di Generali, Mediaset, A2A e Fiera di Milano) ma che nel 2013 hanno reso l’1,1 per cento rispetto ad un benchmark del 4,8 per cento. Non granchè, insomma. Non solo: perchè Quaestio Sgr gestisce anche la grande liquidità della Fondazione, pari a 5 miliardi, attraverso la lussemburghese Sicav Quamvis Sa. Anche qui il rendimento non è stato esaltante: solo l’1,73 per cento nel 2013 rispetto a un benchmark del 4,8 per cento”. Continuava la radiografia: “In presenza di queste performance di gestioni non stellari, non si capisce allora perchè a Siena abbiano deciso di seguire le orme di Milano. Marcello Clarich, presidente di Fondazione MPS, ha infatti annunciato che la Deputazione amministratrice della Fondazione ha approvato il profilo di rischio e rendimento e ha affidato l’incarico a Quaestio Sgr per la gestione della liquidità, pari a oltre 400 milioni. Il 12 agosto 2012 – era il commento di Giacobino – dalle pagine di ‘Repubblica’ Penati accusava la Fondazione Mps di ‘gestione disastrosa del patrimonio’”.
Prima dei voli a bordo di Quaestio – e in futuro di Atlante – il professor Penati, editorialista di grido (oltre a Repubblica nel pedigree anche Corsera e Sole 24 Ore), docente di Scienze bancarie alla Cattolica di Milano, prestigioso pluriconsulente (Ocse, Fmi, Tesoro, Consob, Antitrust), ha fondato e guidato un’altra Sgr, “Epsilon Associati”, specializzata “nei metodi quantitativi per i portafogli degli investitori istituzionali”, all’apice arrivata a gestire la bellezza di 12 miliardi per un centinaio di clienti. In vita per un quindicennio, nel 2007 – momento di massimo fulgore – Penati l’ha venduta “al meglio” alla stessa Intesa Sanpaolo.
Intesa che ha appena investito 1 miliardo nell’impresa di Atlante, Intesa che è riuscita “in corner” a evitare il proprio coinvolgimento a perdere, come per settimane annunciato ai quattro venti, nel salvataggio di Veneto Banca. Operazione “evitata” grazie all’intervento della croce rossa targata Atlante. “Lo stesso copione che in pochi mesi – fanno notare a piazza Affari – il fondo voluto da Renzi e il numero uno di Cdp Claudio Costamagna, Atlante, ha recitato con la Popolare di Vicenza, tanto per salvare Unicredit e mettere in ombra la posizione molto pericolosa di vip esposti e finanziati come Alfio Marchini. A questo punto sorge subito un interrogativo: ma il fresco Fondo Atlante è nato per salvare i burattinai delle banche o i risparmiatori? Chi caso mai non ha controllato o i truffati?”.
Eccoci ancora alla Terra Promessa, ai già corposi profili di Atlante, che emerge come un colosso dalle Miracolose Acque per salvare il Nostro Risparmio Quotidiano. Ma il suo Profeta, Penati, cerca di gettare altra acqua, sempre benedetta, sui facili entusiasmi delle plebi. Non solo ingresso nelle platee azionarie delle banche in spasmodica attesa di danari pubblici (oltre a quelli regolarmente provenienti dalle casse Bce di un altro Salvatore, Super Mario Draghi), ma anche valorizzazione dei “crediti deteriorati”, dei mitici ed esotici NPL, delle “sofferenze” che affliggono poveri istituti che hanno ‘legalmente’ usurato e spellato vivi i risparmiatori e oggi piangono miseria. Ma ecco il Verbo del Vate: “Non siamo una pattumiera”. E la promessa trentina: “non pagheremo crediti a rischio più di quanto valgono”, più di quanto non stabilisca Dio Mercato. “Non ho mai detto – segna la strada il nuovo Mosè del credito – né mai scritto che acquisteremo al valore di libro, anche perchè dobbiamo pur avere un rendimento. Non tutti i crediti sono uguali – osserva pensoso – e le banche devono essere più trasparenti se vogliono spuntare dei prezzi migliori rispetto ai 20 centesimi che il mercato è disposto a pagare oggi. Non saremo noi a proporci alle banche: dovranno essere loro a venire da noi a proporci un’operazione: la valuteremo – insegna il Maestro – e, se sarà interessante, investiremo con beneficio per tutti”. Prima di lasciare Trento per proseguire in direzione di Cana e celebrare altre nozze, Penati spiega ai discepoli bisognosi di tante altre lezioni: “Atlante non è una pattumiera che socializza le perdite delle banche. Non è nato per questo. Se si perde la logica del rendimento, da potenziale veicolo virtuoso diventa invece un circolo vizioso e le banche stesse non ne trarrebbero nessun beneficio”.
I MILIONI DELLA BAD BANK PARTENOPEA NEL MIRINO DI RENZI
Ma vuoi vedere che le miracolose ricette & terapie brevettate dal super oncologo del sistema bancario, al secolo Alessandro Penati, sono state confezionate all’ombra del Vesuvio? Che dalla Campania non viene prodotta solo monnezza tossica ma anche ricchezze da “vendere” E che caso mai ventennali crediti incagliati, sofferenze di una vita, taumaturgicamente possono trasformarsi in una autentica manna che comincia a piovere dal cielo? Miracolo non solo a Milano, caso mai nei distretti di piazza Affari, ma anche a Napoli: stavolta non di produzione maradoniana né voluta da San Gennaro, ma arrivata – quatta quatta – via SGA, la prima bad bank made in Italy, nata sulle ceneri del Banco di Napoli svaligiato dalle mafie politiche e imprenditoriali quasi un quarto di secolo fa.
La storica sede del Bando di Napoli a via Toledo
La storica sede del Bando di Napoli a via Toledo
Racconta un sindacalista che ha vissuto gli anni dell’assalto alle casse dello Stato (il Banco di Napoli era un istituto di diritto pubblico) e ha assistito ad una delle più colossali operazioni finanziarie messe a segno dai Bankster di casa nostra. “Il Banco di Napoli venne svaligiato mediante una politica di crediti superallegri, senza garanzie ad affaristi, amici e imprese sponsorizzate politicamente – viene descritto – l’era di vacche grasse della gestione di re Ferdinando Ventriglia perfettamente consociativa, andava bene a tutti i partiti, già allora. Altra storia è poi la incredibile vendita su cui nessuna autorità di vigilanza, tanto meno Bankitalia, ha voluto mettere il naso. Sapevano bene ed erano complici. Il Banco di Napoli venne ‘venduto’ alla Banca Nazionale del Lavoro per l’irrisoria cifra di 60 miliardi di vecchie lire, neanche il prezzo di una coscia di Maradona. Un super saldo che serviva per coprire le maxi operazioni della BNL ad Atlanta, negli Stati Uniti, uno scandalo che se fosse venuto alla luce avrebbe fatto crollare i Palazzi del potere. Dopo pochi mesi Ina-Bnl vende lo stesso Banco di Napoli al Sanpaolo Imi, per un prezzo un po’ diverso: 6 mila miliardi di lire. Una plusvalenza mai vista al mondo, roba da arresto immediato per tutti eppure nessuno ha fiatato. Perchè quei soldi servivano a coprire la voragine di Atlanta, e i soldi riciclati nei traffici di armi”.
La ricostruzione passa a giorni più recenti: “Da quel crac nasce la prima Bad bank, che si trova a gestire una montagna di sofferenze, quasi 13 mila miliardi di vecchie lire, pari a circa 6 miliardi e mezzo di euro. E oggi il miracolo. Si viene a sapere che in vent’anni esatti quei crediti non erano così incagliati, ma sono tornati quasi tutti alla SGA che, nata a fine 1996, li ha poi gestiti. Con enorme, incredibile profitto. Ma il recupero non è ancora finito, ci sono ancora 3-4 mila pratiche per cui si può ipotizzare che tutto il bottino venga abbondantemente recuperato, quota 100 e passa per cento. Mancano un po’ di interessi ma a caval donato…”. Quella vicenda Banco Napoli-BNL Atlanta venne descritta in una cover story della Voce a maggio 2007 (vedi link in basso).
La storia della più fortunata Bad bank del mondo sta per uscire in un volume firmato da Mariarosaria Marchesano, che scrive: “La Sga ha accumulato un ‘tesoro’ di oltre 600 milioni di euro, riserve di utili che si sono formate in tutti questi anni grazie proprio all’attività di recupero e gestione dei crediti deteriorati. Dopo i primi cinque anni in perdita, la Sga, a partire dall’esercizio 2003, ha cominciato a macinare profitti. Di tale ammontare, 430 milioni di euro, è la liquidità attualmente investita in titoli di stato ed è praticamente disponibile, come risulta dal bilancio 2014. Lo sa bene il governo di Matteo Renzi che su questa liquidità ha messo gli occhi da tempo per sostenere il suo programma di aiuti alle banche in difficoltà”. Un segreto di Pulcinella, allora, il bottino annunciato da Vate Penati?
Scrive ancora Marchesano: “Proprio l’esperienza della Sga ha ispirato Bankitalia per dare il via a un’operazione analoga avvenuta di recente con la costituzione della Rev, la bad bank nata lo scorso dicembre per il salvataggio delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e Cari Chieti). Ebbene, il prezzo pagato vent’anni fa fu pari al 70 per cento del valore nominale, con uno sconto del 30 per cento. Diversamente, a dicembre la Rev ha acquisito 1,5 miliardi di partite incagliate dalle quattro banche ad un costo pari a circa il 17,6 per cento circa del valore nominale (in origine 8,5 miliardi), cioè ben più basso e più vicino al mercato (lo sconto in questo caso è stato superiore all’80 per cento). Ma quella che vent’anni fa guidava l’operazione di ‘salvataggio’ non era una logica di mercato, piuttosto si voleva facilitare la vendita del Banco con un’operazione di pulizia dei bilanci che sostanzialmente azzerava il rischio per l’acquirente e spostava il costo sullo Stato”. Tanto per ricordare, quella “svendita” da calciomercato delle vacche del primo istituto di credito pubblico del Mezzogiorno fu voluta dal governo Prodi, ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi (il cui figlio era un importante funzionario BNL) e governatore Bankitalia Antonio Fazio.
TUTTI A BORDO DEL PANFILO
Restiamo alle 4 banche e ai Bankster di casa nostra. L’ultima ciliegina arriva sempre sul fronte dei regali di stato e riguarda le “sofferenze” trasformate in vera cuccagna per i baciati dalla dea bendata. Che si chiama, tanto per cambiare, ancora Bankitalia. La quale, con perfetta scelta di tempo, autorizza un’operazione che neanche nell’ex Congo belga avrebbe mai ricevuto l’ok dalle locali autorità di controllo degli scambi di danaro nelle vicine foreste: a inizio febbraio 2016, pochi giorni prima della dichiarazione di insolvenza decretata dal tribunale di Arezzo a carico di Etruria & delle tre sorelle ed una settimana prima del varo governativo di “Salva-Banche”, l’Istituto guidato da Ignazio Visco dà disco verde a una finanziaria privata, FONSPA, per l’acquisto a costi di super saldo delle sofferenze “popolari”. 300 milioni al prezzo di 49, le cifre ufficiali; saldo intorno al 15 per cento (si oscilla tra il 16 e mezzo e il 14,7). Un mega affare, la “monnezza” che diventa oro, una pattumiera miracolosa.
Ma chi sono i fortunati al Bingo di Bankitalia? Chi ha avuto tale fiuto da annusare, oltre gli olezzi da monnezza, il profumo di danaro sonante? Un fondo per Vip, di cui la Voce ha scritto a inizio gennaio (vedi link in basso), proprio perchè si stava facendo largo – assoluta star – nella giungla sempre più fitta dei crediti incagliati. Un fondo nobile, animato da mister Panfilo Tarantelli, proprio a inizio anno in viaggio nei mari di mezzo mondo – a bordo del suo panfilo – per promuovere umanitarie iniziative finalizzate alla diffusione dell’istruzione e alla formazione di nuove leve imprendotoriali, le menti del futuro. Il nuovo Gandhi, però, non può dimenticare gli affari di casa, condividendoli con gli amici e i soci di sempre. Fior tra fiori, il re del casual Alessandro Benetton, il presidente di Edison Umberto Quadrino, un rampollo della dinasty De Agostini (quella degli atlanti, che abbiamo ritrovato seguendo le tracce del tesoro di San Faustin); un tocco benedetto al solito non può mancare, e vi provvede il presidente del Ior Jean Baptiste de Franssu; neanche quello targato Bce, con il nostro ex rappresentate, Lorenzo Bini Samaghi; quindi il commissario Ilva – ora alle prese con la bollente asta di fine giugno – Piero Gnudi.
Il fresco colpaccio messo a segno dalla Tarantelli band, mentre i risparmiatori vedono azioni e sacrifici di una vita azzerati, è appena emerso dalla relazione finale del commissario liquidatore Giuseppe Santoni, e inserita negli atti dell’inchiesta aretina sul crac delle 4 banche. Scrive Santoni nella memoria che inchioda alle sue responsabilità l’Istituto di non vigilanza guidato da Ignazio Visco: “il 16 novembre la banca (si riferisce a Etruria, ndr) perfezionava la cessione di un portafoglio di crediti a Sallustio srl, società veicolo di Credito Fondiario spa (Fonspa per gli amici, ndr): 1.860 posizioni cedute per un valore di 302 milioni, riferiti per due terzi a esposizioni chirografarie e un terzo a esposizioni con garanzia ipotecaria”. Precisa Santoni a proposito dell’intera operazione: “Era condizionata all’ottenimento dell’autorizzazione della Banca d’Italia”. Giunta nel momento giusto, prima del fischietto finale dell’arbitro. (Andrea Cinquegrani – La Voce delle Voci)

 

ARTICOLO ANNO 2007 

http://www.lavocedellevoci.it/wp-content/uploads/2016/06/art-voce-maggio-2007.pdf