MONDOMARINE, ARRIVA PALUMBO

E’ ufficiale l’ingresso di Palumbo Group in Mondomarine, storico cantiere nautico di Savona da mesi in situazione di crisi per la cui risoluzione si è ora giunti alla fase di liquidazione giudiziale. Con l’affitto del ramo d’azienda del solo cantiere di Savona per un periodo di sei mesi, Palumbo Group garantirà il riavvio dei cantieri, l’immediato reintegro di 9 dipendenti e l’obiettivo di procedere successivamente, a seguito della auspicata acquisizione definitiva, al riassorbimento di un cospicuo numero di dipendenti della Mondo Marine di Savona. Dopo la recente acquisizione dei cantieri ISA Yachts di Ancona, diventati in breve tempo uno dei principali siti di produzione di superyachts del Gruppo e oggi in piena attività, l’ingresso in Mondomarine rappresenta per Palumbo un nuovo, importante passo nel piano strategico di sviluppo del proprio network di cantieri nel Mediterraneo e, naturalmente, della divisione dedicata alla costruzione di superyachts. Sembra una situazione paradossale, ma continuano a fallire cantieri nautici, soprattutto quelli di super lusso e continua lo shopping di grandi realtà. Quella di Mondo Marine è solo l’ultima di una serie incredibile di cantieri sul lastrico, complice una pessima strategia di valorizzazione di questo comparto da parte del Governo: anziché incentivare il Made in Italy, affossarlo. Per fortuna gli ultimi impegni di UCINA dovrebbero ridare vitalità. Certo è che chi ha liquidità può fare grandi affari. Ultimo della serie sembra essere i Cantieri di Pisa che recentemente hanno dichiarato fallimento. Ma anche altri cantieri, specialmente nel viareggino, stanno soffrendo. A cose fatte si accoglie molto positivamente questa operazione di Palumbo che dovrebbe portare ossigeno nel Savonese. In precedenza Palumbo aveva acquisito Columbus Yachts & ISA Yachts. Quindi dopo le navi mercantili, e il refitting, Palumbo potenzia il settore yacht extra lusso

 

Palumbo Superyachts Division, con i marchi Columbus Yachts e Isa Yachts orientati rispettivamente alla realizzazione di yacht custom e semi-custom è, infatti, una realtà in costante crescita che trae forza dai 50 anni di esperienza nel settore del refit navale del Gruppo, dalla passione, e dalla sua indiscutibile solidità finanziaria.(Sailbiz.it)

Gros-Pietro resta senza Compagnia

Alla cerimonia in cui è stato proclamato “Torinese dell’anno” non è sfuggita l’assenza dei vertici della fondazione San Paolo. Un fatto che testimonia i rapporti non proprio idilliaci tra il presidente di Banca Intesa e il suo principale azionista

Incidente diplomatico causato da pasticci di agende, sgarbo “istituzionale” dettato da ruggini personali o precisa volontà di marcare la distanza? Quale che sia la ragione, sta di fatto che l’assenza dei vertici della Compagnia di San Paolo all’odierna cerimonia di conferimento del premio di “Torinese dell’anno” a Gian Maria Gros-Pietro non è certo passata inosservata. Né il presidente della fondazione, Francesco Profumo, né il suo vice, Licia Mattioli, e neppure il segretario generale Pietro Gastaldo hanno preso parte ai festeggiamenti del presidente di Intesa Sanpaolo, banca di cui la Compagnia è il primo azionista pubblico e per conto della quale il professore siede nel board. E sarebbe proprio la scarsa incisività di Gros-Pietro a rappresentare gli interessi e le istanze “torinesi” ai tavoli di Ca’ de Sass ad aver progressivamente raffreddato i rapporti con gli inquilini di corso Vittorio.

Al di là delle divergenze registrate su alcuni dossier, da quello su tempi e procedure per limare la quota in possesso dell’ente all’assalto (fallito) alle Generali, in Compagnia lamentano di essere spesso tagliati fuori dalle principali decisioni che concernono l’istituto. In ultimo, l’imminente riassetto organizzativo studiato dal Ceo Carlo Messina, con il paventato rischio di marginalizzazione di Torino, avrebbe ulteriormente esacerbato gli animi. Perché hai voglia a sbandierare il superamento della “logica campanilistica”, cascame della fusione meneghin-sabauda, quando a rimetterci è praticamente sempre la città della Mole. Ovviamente, nessuno pensa che Gros-Pietro (assieme a Bruno Picca e Gianfranco Carbonato, altri componenti del cda di matrice subalpina) debba ergersi a sindacalista di Torino, ma una maggiore attenzione all’impatto che certe decisioni producono sul territorio oggi sono in molti (e non solo in Compagnia) a chiederglielo.

È paradossale che proprio la “torinesità” sia stata, assieme al prestigioso curriculum accademico e professionale, la ragione principale del riconoscimento assegnatogli dalla Camera di Commercio: “Per aver contribuito a formare buona parte della classe dirigente della Città non solo attraverso l’insegnamento universitario, ma anche attraverso l’esempio dato nel portare avanti tutti gli incarichi ricevuti. La sua torinesità è stata e sarà modello per molti di noi, anche ora che guida la prima banca d’Italia”. Una “torinesità” decantata nel suo intervento dalla stessa sindaca Chiara Appendino che ne ha esaltato i tratti di “riservatezza” e “sobrietà”, tipici dell’undestatement sabaudo, come neppure un Enrico Salza degli anni ruggenti avrebbe saputo fare. È il “Sistema Torino”, neh. (Lo Spiffero)

Montagnese fuori da Intesa

Varata la riorganizzazione della banca. Il manager torinese, di origine sanpaolina, esce dalla prima linea di comando. Confermato l’ingresso dell’ex Accenture Proverbio. Coppola puntava alle relazioni esterne ma ottiene una direzione

Nuova struttura organizzativa per il gruppo Intesa Sanpaolo, in vista del nuovo piano d’impresa. Gli avvicendamenti che avranno luogo, con nuove nomine dal primo gennaio, nella linea manageriale di vertice avvengono nell’ottica di un progressivo rinnovamento generazionale attingendo soprattutto alle risorse interne. Lasciano il 31 dicembre gli incarichi il chief operating officer Eliano Lodesani, il chief lending officer Eugenio Rossetti e il responsabile della direzione centrale relazioni esterne, Vittorio Meloni. Ma sul versante “torinese” della banca fa scalpore l’uscita di Maurizio Montagnese, manager di lungo corso di origine sanpaolina (in cui è stato a lungo capo del personale), che in ultimo rivestiva la carica di chief innovation officer. Non è un gran momento per Montagnese che nelle vesti di presidente di Turismo Torino è indagato per le tragiche vicende di Piazza San Carlo. Probabilmente manterrà la presidenza di una società della galassia. L’ordine di servizio riferisce del “progetto di societarizzazione dell’Innovation Center, in corso di attuazione e i cui dettagli saranno oggetto di successiva comunicazione”.

La nuova struttura organizzata vedrà il potenziamento dell’area digitale e dell’innovazione, una maggiore focalizzazione delle responsabilità e delle competenze funzionali, anche attraverso l’accorpamento di strutture a forte contiguità e la collocazione a più diretto riporto del consigliere delegato e Ceo, Carlo Messina, della funzione Risorse umane, fattore giudicato abilitante per il raggiungimento degli obiettivi del prossimo piano d’impresa.

QUI IL NUOVO ORGANIGRAMMA

Le nomine del management di vertice e le aree di nuova costituzione con decorrenza dal prossimo primo gennaio riguardano Rosario Strano, attuale responsabile della direzione centrale risorse umane, che assume l’incarico di chief operating officer; Massimo Proverbio, che arriva da Accenture per assumere l’incarico di chief It, digital and innovation officer, area di governo di nuova costituzione; Alfonso Guido, attuale responsabile del Ceo project office, che diventa chief cost management officer, nuova area di governo; Marco Rottigni, attuale responsabile della direzione global corporate della divisione Corporate & investment banking, nominato chief lending officer; Stefano Lucchini, attuale responsabile della direzione centrale international regulatory affairs, che assume l’incarico di chief institutional affairs and external communication officer, area di governo di nuova costituzione (poltrona a cui puntava l’ex assessore regionale Michele Coppola che resta alla guida del settore culturale della banca ottenendo però una direzione); Paolo Bonassi, attuale responsabile della direzione centrale controllo di gestione, che diventa responsabile della direzione centrale strategic support, di nuova costituzione, a supporto del Ceo per la gestione di iniziative di natura strategica e per le attività del comitato di direzione; infine Silvio Fraternali, attuale responsabile dell’area strategie operative integrate di Intesa Sanpaolo Group Services, nominato amministratore delegato di Banca 5: la società, nell’ambito della Banca dei Territori, svolge il ruolo di banca di prossimità basato su una rete di oltre 20.000 tabaccai convenzionati.

Ad una prima analisi la nuova organizzazione varata evidenzia una logica fortemente accentratrice, infatti il Ceo ha 19 riporti tutti “a pettine”. Venendo grossolanamente ai numeri possiamo notare che sui 19 manager solo tre si possono ascrivere alla cultura torinese dell’antico San Paolo Imi  (Boccassino, Alfonsi, Del Punta) e strano caso tutti fedelissimi di Bruno Picca, l’ex manager “contabile” assurto a Consigliere di amministrazione e per la verità anche da sempre grande estimatore di Proverbio. 

“Dai nuovi manager di prima linea mi aspetto un contributo di stimoli e di rinnovata energia per la definizione ed esecuzione del piano d’impresa che presenteremo ai mercati nel primo trimestre del prossimo anno. Sono molto fiducioso per le potenzialità ancora inespresse e per le prospettive future del nostro gruppo: abbiamo una squadra tra le migliori in Europa”, afferma Messina. (Lo Spiffero)

Ecco tutte le mosse della Popolare di Bari sugli npl

Ecco tutte le mosse della Popolare di Bari sugli npl

La popolare di Bari archivia la pratica Npl, giungendo a una soluzione industriale in grado di scrollarsi in parte di dosso il fardello dei crediti problematici e guadagnarne in redditività. Da tempo la banca guidata dall’ad Giorgio Papa (nella foto) e presieduta da Marco Jacobini ha deciso di trovare una soluzione strutturale al problema degli incagli, intraprendendo una strategia a tappe verso il totale scorporo degli npl. E così, dopo l’operazione di inizio dicembre con cui la banca pugliese ha ceduto (qui il focus di Formiche.net) un portafoglio npl da 319 milioni, insieme alla controllata Cassa di Orvieto, è arrivata la partnership industriale con Cerved, che per conto della Popolare di Bari, recupererà i crediti difficili.

INTESA DA 1,1 MILIARDI 

La chiusura del cerchio è arrivata pochi giorni fa grazie all’intesa con Cerved, che garantirà una partnership industriale per esternalizzare la gestione degli incagli. Al centro dell’accordo c’è la creazione di una newco che la banca cederà a Cerved per 18 milioni di euro, assieme a 15-20 dipendenti, per gestire il recupero crediti delle sofferenze per 1,1 miliardi in pancia alla Popolare di Bari nei prossimi dieci anni, cui si aggiungeranno il 75% dei flussi futuri di sofferenze e il 55% e i flussi futuri di inadempienze probabili che saranno generati dal gruppo bancario. Dunque, Cerved si accollerà lo stock dispensando la banca pugliese dal rientro dei prestiti in sofferenza. Attenzione però, perché le masse in questione e i relativi rischi resteranno nel bilancio della banca, non verranno stralciati dagli esercizi: Cerved non le rileva, ha solo il compito di recuperare i crediti per conto di Bari.

LA STRATEGIA DI BARI

L’operazione con Cerved è però solo la punta di diamante di una più ampia strategia di dismissione degli npl. Ai primi di dicembre l’istituto di corso Cavour a Bari ha infatti chiuso la cessione di uno stock da quasi 320 milioni, parte di un più ampio piano da 800 milioni. Infatti a fine 2016 la banca si è liberata di altri 480 milioni di incagli, stavolta coperti dalla garanzia statale Gacs. Mosse che hanno contribuito a una netta inversione di tendenza nei conti della popolare, passata da una perdita di 296 milioni nel 2015 a un utile consolidato di 5,2 milioni a fine 2016.

LA DISCESA IN CEDACRI

Non ci sono solo gli npl sul tavolo del management della Popolare. A fine anno Popolare di Bari ha infatti ceduto per parte della sua quota in Cedacri, il principale operatore nel settore dei servizi di Outsourcing per banche e istituzioni finanziarie, nell’ambito della cessione da parte della satessa Cedacri del 27% a una società di capitali controllata dal fondo di investimento Fsi Mid-Market Growth Equity Fund gestito da FSI Sgr, partecipato tra gli altri da Cassa Depositi e Prestiti e Poste. (Gianluca Zapponini Formiche.net)

GIRI DI POLTRONE – Da Passera a Ghizzoni, i banchieri in panchina pronti a tornare in campo

Squadra che vince non si cambia. Ma quando la squadra va male, è l’allenatore a perdere il posto. La consuetudine che da sempre è legge nel mondo del calcio vale spesso anche per i top manager delle aziende industriali e – soprattutto, data la lunga crisi finanziaria – per quelli del settore bancario. Escludendo gli espulsi dal sistema per casi di mala gestio, la lista dei banchieri “in panchina” è lunga e da attribuire solo in parte alla crisi finanziaria: il processo di fusioni e acquisizioni degli ultimi 15 anni ha ridotto giocoforza le poltrone disponibili da amministratore delegato o da presidente.

E in qualche caso, chissà se destinato a fare scuola come nel calcio, anche in banca si è puntato sullo “straniero”. È il caso del francese Jean-Pierre Mustier, scelto da UniCredit e preferito dal board ad altri banchieri italiani. Essendo la banca più internazionale tra quelle italiane, UniCredit aveva già valutato un altro straniero: Antonio Horta Osorio, ceo del Lloyds Banking Group, considerato nel settore come il Mourinho della finanza. Il mercato globale dei banchieri è peraltro già diffuso in Europa, come dimostrano i casi dell’inglese John Cryan ai vertici di Deutsche Bank e del francese di origini ivoriane Tidjane Thiam alla guida del Credit Suisse.

Difficilmente in Italia la tendenza lanciata da UniCredit proseguirà, dato che il resto del sistema bancario ha attività prevalentemente concentrate sul mercato domestico.

Ecco che quindi a inizio 2018 scaldarsi a bordo campo in vista di un rientro sono soprattutto banchieri italiani. Molte poltrone sono in bilico, o perché in scadenza di mandato nei prossimi mesi o per la spinta della Bce a un rafforzamento della governance come nel caso dei due gruppi bancari che nasceranno dall’aggregazione delle Bcc intorno a Iccrea Banca e Cassa Centrale Banca.

La lunga lista dei banchieri in panchina pronti al rientro è guidata da Corrado Passera – ex top manager di Olivetti, Mondadori e Poste ma soprattutto di Banca Intesa per quasi dieci anni (2002-2011). Interrotta volontariamente la sua esperienza manageriale nel 2011 per diventare ministro dello Sviluppo economico nel governo Monti, Passera – dopo una breve parentesi in politica – è poi tornato nel mondo del business. Nel 2016 il tentativo di scalare i vertici di Mps insieme a un gruppo di investitori esteri non è andato in porto, anche per la contrarietà del Governo Renzi. Così come successivamente non sono state accolte le sue avance per la Carige targata Malacalza. Ora l’ex banchiere sta preparando il suo rientro in campo con il lancio di una Spac che investirà nel fiorente mercato degli Npl, senza escludere l’interesse del veicolo quotato per una banca.

Anche UniCredit ha un ex top manager attualmente a bordo campo. L’ex amministratore delegato Federico Ghizzoni, archiviate le involontarie luci della ribalta della Commissione d’inchiesta sulle banche, esclude di voler tornare alla guida operativa di una banca. Nei mesi scorsi, si dice che abbia rifiutato l’offerta di guidare Carige ed attualmente è impegnato a tempo pieno nel ruolo di presidente di Rothschild Italia e di consigliere di amministrazione di Clessidra. La sua esperienza può tornare utile, secondo gli head hunter, per il ruolo di presidente.

Pronto a tornare in campo è anche Fabrizio Viola, non ancora 60enne ma con una lunga esperienza alla guida di banche italiane: dal vertice di Bpm a quello di Bper, per finire agli anni complessi di Mps e poi di Popolare Vicenza, di cui è attualmente commissario liquidatore. Esperienza a termine, in attesa di un rientro che – forse non nell’immediato – potrebbe rivederlo alla guida di uno dei poli bancari di media o medio-grande dimensione. Tra le temporanee riserve manageriali dell’industria bancaria figura anche Roberto Nicastro, per anni deputy Ceo di UniCredit a fianco di Paolo Fiorentino (da pochi mesi chiamato a guidare il salvataggio di Carige). Nicastro ha poi gestito le quattro good banks nate dopo la liquidazione di Etruria, Banca Marche, Cariferrara e CariChieti e poi confluite nei porti sicuri di Ubi e Bper. Forte dell’esperienza cumulata nel dialogo con l’Unione europea e con la Bce, ormai elementi decisivi nei curriculum dei top manager bancari, è uno dei possibili candidati, tra le altre ipotesi, al ruolo di amministratore delegato di una delle due nascenti holding delle BCC.

C’è poi la squadra di banchieri specializzata in situazioni “delicate” e in più occasioni negli ultimi venti anni chiamati a gestire banche sotto la stretta vigilanza della Banca d’Italia. È il caso di Piero Montani, per ora in panchina dopo una lunga carriera passata dal salvataggio della Popolare Novara alla gestione AntonVeneta del dopo Pontello, dalla Bpm del dopo Ponzellini alla Carige del post Berneschi. Un risanatore che, date le situazioni di crisi tuttora esistenti, prima o poi è destinato a essere richiamato in servizio. Analogamente, ma forse ormai più per un ruolo da presidente, Carlo Salvatori e Divo Gronchi restano due riserve della repubblica bancaria. Salvatori, che da poco ha lasciato la presidenza di Allianz Italia ma è ancora iperattivo come presidente di Lazard Italia, ha ricoperto i vertici di AmbroVeneto e di Intesa per poi assumere la presidenza di UniCredit e, per un breve periodo la guida di Banca di Roma e di Unipol. Gronchi è stato invece direttore generale di Mps fino a prima dell’acquisizione di Banca 121 e poi, anche su spinta di Bankitalia, ha guidato Popolare Vicenza e Popolare Lodi, pilotando quest’ultima nel Banco Popolare. Negli ultimi anni ha cercato di tamponare la crisi di Cassa San Miniato, da poco confluita nel gruppo Crédit Agricole.

Tra i candidati a un incarico di alto vertice in una banca o assicurazione c’è da tempo anche Gerardo Braggiotti, ex Mediobanca, Lazard e poi numero uno di Banca Leonardo. Lui finora ha sempre rifiutato, preferendo assecondare la vocazione da banchiere d’affari. Chissà se nel 2018, dopo la cessione delle attività di private banking all’Agricole, accetterà eventuali proposte in arrivo, magari col ruolo di presidente. Temporaneamente in panchina ma spesso presente nella rosa degli head hunter per ruoli da presidente di banche o assicurazioni è anche Enrico Cucchiani, ex numero uno di Lloyd Adriatico e Allianz e poi ceo di Intesa Sanpaolo. (Alessandro Graziani Il Sole 24 Ore)

PORTA VITTORIA – CONCORDATO FALLIMENTARE – Real Estate, Milano: Algebris si fa avanti per Porta Vittoria, in campo anche York – Chi e’ Il Grande Fondo Americano…… York Capital.

Competizione a due per subentrare alla società in fallimento e continuare lo sviluppo – Tra i creditori la Colombo costruzioni

Il fondo Algebris di Davide Serra punta a conquistare Porta Vittoria. Ma sarebbe pronto a una controfferta il fondo statunitense York Capital.

Algebris Investments, tramite Nike Real Estate S.r.l., società controllata dal fondo Algebris Npl II, e con l’assistenza dell’advisor Frontis Npl, ha depositato un concordato fallimentare nell’ambito del fallimento della società Porta Vittoria. La proposta consentirebbe il pagamento integrale dei crediti in prededuzione e privilegiati, nonché il rimborso di alte percentuali per i creditori delle altre classi: l’obiettivo sarebbe quello di continuare lo sviluppo e la riqualificazione dell’area. Da notare che, prima dell’intervento di Algebris, la base di partenza per l’asta di Porta Vittoria, andata deserta, era di 152 milioni di euro.

Ma pronto a intervenire sarebbe anche il fondo internazionale York Capital, che è stato tra i primi a guardare il dossier di Porta Vittoria.

York ha firmato un preliminare con BancoBpm, il maggiore creditore dell’area con un’esposizione di 220 milioni di euro, dopo che sono fallite le trattative tra la stessa banca e il fondo King Street.

Così l’offerta di concordato di Algebris potrebbe entrare in competizione con altre proposte, tra le quali quella appunto del fondo York, che sarebbe prossimo a presentare un’altra richiesta di concordato e starebbe cercando di trovare un accordo con il maggior creditore dell’area, il gruppo delle costruzioni Colombo.

Dunque la vicenda resta complessa. Da una parte ci sono da sciogliere i dubbi sul ruolo passato del Banco Popolare sull’area immobiliare, finita in fallimento, con un’indagine della Procura per una presunta attività di direzione e coordinamento su Porta Vittoria Spa. Dall’altra ci sono da sciogliere alcune controversie con proprietari di immobili vicini: come la Tecnilens, società che possiede una discoteca (il Black Hole) adiacente all’area di Porta Vittoria, e che ha fatto causa, vincendola, sulla base del non rispetto delle distanze minime tra edifici. (Carlo Festa Il Sole 24 Ore)

CHI E’ YORK CAPITAL

NATALE A SATURNIA! – LE FAMOSE TERME ITALIANE CAMBIANO PROPRIETARIO E PELLE: PISCINE APERTE E SHOPPING NATALIZIO NEL RESORT SUPERVIP – LE TERME, DA TRENT’ANNI IN MANO ALLA FAMIGLIA MANULI DI MILANO, SONO STATE ACQUISITE DA UN FONDO STATUNITENSE E SUBITO LA MUSICA È CAMBIATA: WINERY, CHEF STELLATI, BOUTIQUE E GIOIELLI, CAMPI DA GOLF… . – VIDEO

Dagoreport

 

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

Secondo una leggenda, le terme di Saturnia, care anche agli Etruschi e ai Romani, si sarebbero formate a Manciano, in Provincia di Grosseto, la zona sud della Toscana al confine con il Lazio, nel punto in cui cadde sulla Terra un fulmine che Giove scagliò contro Saturno, mancandolo, a seguito di un violento litigio scoppiato tra le due divinità mitologiche.

 

Dal mancato bersaglio olimpico sono spuntate dal sottosuolo un insieme di sorgenti termali che attirano fra i centomila visitatori all’anno anche personaggi dello showbiz capitolino e imprenditori e finanzieri, che si sollazzano nelle piscine di acqua sulfurea.

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

 

Ora la notizia di ‘’Milano Finanza’’: le terme, da quasi trent’anni in mano alla famiglia Manuli di Milano, sono state acquisite da un fondo statunitense e subito la musica è cambiata per il resort. Dal 7 dicembre, per la prima volta in trenta anni, cancelli aperti a tutti e shopping natalizio.

 

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

Terme di Saturnia, con un progetto di restart che si articolerà lungo 36 mesi, intende rilanciare l’unicità mondiale della sua acqua che sgorga da duemila anni da oltre mille metri di profondità. Ecco la Winery allestita dai migliori vinaioli della bassa Maremma (Montauto, Capua, Terenzi, ecc…), in cucina lo chef stellato Alessandro Bocci, in vetrina i grandi formaggi dei caseifici maremmani, i gioielli del famoso Eleuteri di via Condotti, i magici cappelli di Cristina, la champagneria della famiglia Lepri e, non potevano mancare né il campo da golf né le “uniche” creme per la cura della pelle. (Dagospia.com)

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA - LA MAPPA TERME DI SATURNIA – LA MAPPA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

Il fondo Usa York Capital Management primo socio di Mps con il 5%

Sul sito Consob emerge la mossa che fa del gestore del risparmio statunitense il primo socio davanti ai tre pattisti Fintech, Fondazione e Btg Pactual. Così potrebbero riaprirsi i giochi sul cda 2015

di ANDREA GRECO REPUBBLICA

MILANO – Novità dagli aggiornamenti di quote post aumento di capitale del Monte dei Paschi. L’operazione da 5 miliardi di euro si era chiusa un mese fa, e non sembrava avere riservato particolari sorprese nell’azionariato. Ma ora dagli aggiornamenti sulle quote rilevanti sul sito Consob è emerso il nuovo primo socio della banca senese. E’ York Capital Management Global Advisors, diventato il primo azionista di Mps: la società di gestione del risparmio statunitense ha il 5,025% del Monte, secondo gli aggiornamenti della Consob. La quota è detenuta a titolo di “gestione discrezionale del risparmio”.

Con questo investimento York Capital sopravanza, almeno singolarmente, i tre pattisti Fintech (4,5%), Btg Pactual (2%) e Fondazione Mps (2,5%), oltre al colosso del risparmio Usa Blackrock, che inizialmente era salito al 5,7% di Mps, per poi planare sul 3,2%.

Da febbraio in poi molti investitori internazionali erano rientrati sul comparto bancario itailano, e l’investimento a Siena era ritenuto uno dei più efficaci, sia per le potenzialità di ripresa di un’azione molto depressa dopo l’intervento del Tesoro (con 4 miliardi di Monti bond), sia per l’ampiezza degli investimenti in Btp dell’istituto (una ventina di miliardi). Ma la scommessa dei fondi sull’Italia, tramite Mps, potrebbe non dire tutto della mossa di York

 

Capital. Tra un anno infatti il cda della banca senese va al rinnovo, e gli azionisti si contenderanno la supremazia dei voti, che darebbe diritto a nominare metà dei consiglieri (compreso l’ad e il presidente). Finora i tre pattisti italo-sudamericani con il 9% sembravano lanciati, ma nei prossimi mesi dovranno fare i conti con York Capital. Sempre che non ospitino il fondo Usa nel patto, fin dal principio in teoria disponibile ad allargarsi.   

(29 luglio 2014)

 

York Capital Management lancia Opa su fondo Delta di IDeA Fimit

  • –di Radiocor Plus

Nuova Opa sul mattone a Piazza Affari. Questa volta a lanciarla è Gsf Eagle Opportunity Sarl (controllato indirettamente da York Capital Management Global Advisors) su Delta Immobiliare, fondo comune di investimento immobiliare di tipo chiuso, istituito e gestito da IDeA Fimit.

L’offerta ha ad oggetto un numero massimo di quote del fondo pari al 60% delle quote emesse e ad un prezzo di 54 euro per azione, a premio del 32,5% sulla media degli ultimi 12 mesi. L’esborso massimo previsto è di 68 milioni al netto di un possibile earn out che l’offerente corrisponderà, a chi ha ceduto le azioni, qualora successivamente il prezzo salisse sopra 75 euro. Al Fondo Delta fanno capo immobili prevalentemente del settore turistico e alberghiero oltre che cinema multisala.

Accordo Costamare – York Capital Management per l’acquisizione di navi portacontenitori
Investimenti in anteprima fino a circa500 milioni di dollari
la società armatoriali Costamare greco ha firmato un accordo con il manager di profonda americana York Capital Management Global Advisors al fine di investire fino a circa 500 milioni di dollari l’acquisizione di navi portacontenitori attraverso joint venture che verrà arrestato per il 49% della società greca, con opzione per aumentare la sua partecipazione da un minimo del 25% ad un massimo del 49% e al 51% da York Capital Management. Gli investimenti saranno realizzati in due anni e joint-venture avrà una durata fino a sei anni. A scioglimento della joint venture Costamare avrà il diritto di esigere una suddivisione della flotta tra le parti.
le anteprime di accordo che Costamare Shipping Co., un socio di Costamare, fornisce i servizi di shipmanagment con possibilità di subappaltare li a la Grecia Ships o la Shanghai Costamare Ship Management Co.

PS – LEGGI ARTICOLO COMPLETO SUL FONDO YORK PUBBLICATO IN QUESTO SITO

Pop. Vicenza, pronto esposto contro Kpmg

Adiconsum ha già raccolto adesioni sufficienti, nel mirino l’ex revisore dell’istituto in scia a un recente verdetto della Consob

 
 

Si profila una nuova azione legale per il caso delle banche venete, il cui dissesto ha portato alla liquidazione di Bpvi e Veneto Banca e inflitto perdite a una vasta platea di risparmiatori. Nel mirino però c’è Kpmg.

Adiconsum Veneto infatti ha avviato la raccolta di adesioni dei risparmiatori per attivare le procedure giudiziarie contro la società di revisione di Banca Popolare di Vicenza, sulla scia di una recente pronuncia della Consob che ha applicato alla stessa Kpmg una sanzione per la sua attività di revisione sull’istituto veneto.

“Attualmente le persone che hanno aderito sono oltre 100, un numero ritenuto già sufficiente per l’avvio dell’iniziativa legale”, fa sapere l’associazione dei consumatori riconducibile alla Cisl. Adiconsum ha inoltre annunciato, per il prossimo 16 gennaio, una nuova assemblea a Vicenza, aperta ai risparmiatori “con lo scopo di incrementare il numero di quanti ritengono utile percorrere questa strada per il recupero dei loro risparmi”.

Tutto ciò alla luce del fatto che lo scorso 6 dicembre la Consob ha applicato una sanzione amministrativa di 300mila euro alla società di revisione in relazione ai lavori di revisione svolti sui bilanci di esercizio e consolidato al 31 dicembre 2014 di BpVi. “Adiconsum Veneto – si legge ancora nella nota – auspica che anche per Veneto Banca la Consob proceda allo stesso modo per individuare se e in che misura i comportamenti dell’altra compagnia di revisione, Price Waterhouse Coopers (Pwc) siano sempre stati corretti”. (finanza report)

 

Euro verso quota 1,21 dollari: chi ci perde e chi ci guadagna

L’euro ha sfondato quota 1,20 sul dollaro. Dai mutui alle bollette: ecco benefici e problemi del supereuro

Euro verso quota 1,21 dollari: chi ci perde e chi ci guadagna

 
 

L’euro ha sfondato quota 1,20 sul dollaro, un livello che non toccava dal settembre dello scorso anno, e precedentemente da gennaio 2015. Dietro il super euro c’e’ la ripresa dell’economia europea e le incertezze sulla politica di Donald Trump dopo il varo della riforma fiscale e anche le recenti mosse della Fed, che hanno indebolito il biglietto verde. Ma che vuol dire concretamente per tutti noi avere a che fare con un euro forte? Fondamentalmente rappresenta un vantaggio per chi compra dall’estero e uno svantaggio per chi vende all’estero. In pratica, danneggia l’export, rendendo meno competitivi i nostri prodotti e avvantaggia chi compra dall’estero, o chi si reca fuori dai confini nazionali. Ma vediamo piu’ nel dettaglio i pro e i contro.

I VANTAGGI

Viaggi all’estero piu’ convenienti. Per il turista che si reca in un Paese straniero, in particolare negli Usa, l’euro forte consente un cambio piu’ vantaggioso e da’ piu’ potere d’acquisto, non solo nello shopping, ma in tutte le forme di pagamento: dagli hotel, ai ristoranti, alle spese per i trasporti.

Prezzo benzina tende a calare. Il costo dei carburanti, al netto delle tasse, tende a diminuire, o quantomeno a stabilizzarsi.

Bollette energetiche piu’ basse. I beni di importazione, a partire da quelli energetici, costano meno e quindi e’ previsto un risparmio nella bolletta energetica, anche se gli aggiustamenti dei prezzi non sono automatici e quindi i vantaggi per le nostre tasche si faranno sentire a scoppio ritardato.

Mutui e prestiti meno cari. L’euro forte non impedira’ il tapering della Bce, ma probabilmente lo rallentera’. Inoltre spingera’ la Bce a mantenere a lungo i tassi di interesse all’attuale livello, cioe’ quasi a zero. Questo consentira’ di tenere bassi i tassi sui mutui e sui prestiti.

Importazioni favorite. Le aziende potranno comprare a costi piu’ contenuti beni e soprattutto materie prime dall’estero, abbassando costi di produzione.

GLI SVANTAGGI

Export penalizzato. Le aziende che esportano, quindi in teoria tutto il made in Italy, saranno svantaggiate perche’ le merci prezzate in euro avranno un valore piu’ alto rispetto a quelle in dollari o in altre valute, perdendo competitivita’. La penalizzazione sara’ tanto piu’ forte per quei prodotti i quali, piu’ che sulla qualita’, puntano sulla convenienza di prezzo. – Borse, penalizzate aziende export. Il super euro penalizza le aziende quotate specializzate in export e quindi in particolare la Borsa di Milano, in cui il peso di queste aziende e’ molto forte.

Costi bancari tendono a salire. I bassi tassi di interesse, che l’euro forte tende a mantenere, indeboliscono i profitti delle banche, le quali, per rifarsi, aumentano i costi de loro servizi.

Rischio calo turisti in Italia. L’alto tasso di cambio dell’euro non incoraggia l’afflusso di turisti, specie quelli Usa, che potrebbero preferire mete in cui il dollaro ha piu’ valore.

La trappola dei prezzi troppo bassi. Draghi l’ha detto chiaro: l’euro forte e’ una “fonte di incertezza” per le sue implicazioni a medio termine sull’outlook dell’inflazione dell’Eurozona. In pratica, non favorisce un aumento dei prezzi, li mantiene bassi troppo a lungo. In questo caso, il vantaggio a breve per i consumatori si tramuta in uno svantaggio a medio e lungo termine, poiche’ crea instabilita’ e incertezza, a danno della crescita dell’economia e dell’occupazione. (affariitaliani)

Liquidazione coatta amministrativa BPVi e Veneto Banca, Il Mattino di Padova: ci sono altri sei mesi di tempo. Intanto da azioni di responsabilità nasce minaccia “fiscale”

Ci sono ancora sei mesi, fino al 30 giugno 2018, per liquidare tutte le attività e società delle ex popolari venete non rilevate da Intesa SanPaolo. Esiste infatti, riferiscono fonti autorevoli, un secondo documento ufficiale della DgComp che dà più fiato ai liquidatori di BPVi e Veneto Banca. Un atto formale, validato anche da Bankitalia, che sposta di sei mesi la data perentoria contenuta nell’allegato `B” inserito tra gli atti del «contratto di cessione d’azienda» firmato all’alba del 26 giugno 2017, nello studio milanese dell’avvocato Carlo Pedersoli, dai liquidatori di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca per la cessione a Intesa delle parti buone al costo di 1 euro.

Quell’allegato “B” dava sei mesi per vendere ciò che Intesa non aveva voluto il 26 giugno. E quel tempo è scaduto. Ma per Apulia Prontoprestito, Claris Leasing, Claris Factor, Apulia Previdenza, Immobiliare Italo Romena, Immobiliare Stampa, Prestinuova, Nem e Bpvi Multicredito c’è ancora la speranza di trovare un compratore com’è accaduto per Bim e Farbanca.

Dal 26 giugno ad oggi i liquidatori hanno prevalentemente gestito i crediti non performing in attesa del decreto per il loro trasferimento alla Sga. Decreto che dovrebbe arrivare a metà gennaio con il “trasloco” di 18 miliardi di Npl lordi dalle società in Lca (liquidazione coatta amministrativa) alla bad bank. Di questi 18 miliardi, 9 sono unlikely to pay, non ancora sofferenza ma neanche in bonis, e qui si giocherà la vera partita del recupero e anche la tenuta dell’economia del territorio. I liquidatori hanno finora gestito operazioni di estinzione mutui, cancellazioni di ipoteche e altre attività legate al deterioramento dei fidi. Necessità da soddisfare in via prioritaria per evitare reclami a Bankitalia. Un lavoro che ha rallentato le vendite delle società non rientrate nel perimetro di Intesa. D’altronde, il decreto per la Sga era atteso già per l’autunno ed è vero anche che le procedure di vendita non sono semplici né veloci: sono necessari avvisi pubblici e rispetto dei termini.

La vera novità di questi giorni, sul fronte dei liquidatori, è invece l’avvio delle azioni risarcitorie a lungo attese dopo il deposito delle azioni di responsabilità operate dai vecchi cda eletti dal Fondo Atlante contro la mala gestio dei precedenti manager e amministratori. Oltre 4 miliardi di danni spiegati, voce per voce, in enormi fascicoli depositati al Tribunale delle imprese di Venezia. Per tutelare il credito, i liquidatori hanno avviato azioni revocatorie, sequestri conservativi e blocco dei beni nei confronti dei patrimoni aggredibili, ovvero non bloccati dal giudice penale come è successo a quello dell’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli. Vero è che i patrimoni devono essere capienti e non svuotati. L’idea è di recuperare il più possibile con richieste di danno inferiori a quanto avanzarono i vecchi cda, ovvero 2 miliardi a Zonin e altri 32 “ex” Bpvi e 2,3 miliardi a Consoli & Co. Somme “monstre” che potrebbero portare a un’enorme batosta fiscale visto che le imposte si pagano sulla domanda di danno e non sul risarcito. Un salasso che i risparmiatori, qualora vedessero questi soldi indietro, non possono permettersi.

di Eleonora Vallin, da Il Mattino di Padova

Concludere con stile e utilita’ i lavori della Commissione banche di Giorgio La Malfa e Paolo Savona

 

In un precedente articolo scritto all’inizio dei lavori della Commissione parlamentare sulle banche, avevamo sostenuto che essa avrebbe dovuto concentrare la propria attenzione sulla ricerca delle cause che avevano prodotto la crisi o che avevano impedito o ritardato interventi efficaci per limitare i danni ai risparmiatori e all’economia nazionale prima che la crisi precipitasse. L’accertamento delle responsabilità per l’accaduto – dicevamo – è materia su cui va rispettata la competenza della Magistratura senza confusione di ruoli con le attività delle Assemblee legislative.

In realtà nella Commissione le cose sono andate in tutt’altra direzione: nella gran parte dei rappresentanti politici nella Commissione sembra abbia prevalso la speranza che dai lavori emergessero elementi utilizzabili nell’imminente campagna elettorale. Forse era inevitabile vista la coincidenza di tempi fra i lavori della Commissione e la fine della legislatura. Ma dalle audizioni in realtà sono emersi almeno tre aspetti importanti in vista di una regolamentazione futura della materia. Il nostro augurio è che nella relazione conclusiva la Commissione si concentri su di essi.

È emerso chiaramente, in primo luogo, che normative e regolamenti esistenti non distinguono con precisione i rispettivi ambiti di competenza dei due grandi organi di controllo – Banca d’Italia e Consob – e non stabiliscono i modi in cui essi devono collaborare nella tutela del risparmio quando le loro competenze si sovrappongono.

In secondo luogo è evidente che non sono precisamente regolamentati gli obblighi per gli enti di controllo in materia di trasmissione al pubblico delle informazioni che essi acquisiscono nell’ambito delle proprie attività istituzionali.

In terzo luogo, infine, vi è una sovrapposizione fra la normativa europea e le normative nazionali che complica le cose. Il fatto che la normativa europea sia entrata in vigore mentre si manifestavano situazioni bancarie difficili per effetto della lunga crisi iniziata nel 2008 ha creato problemi e confusione ulteriori.

Gli effetti di questo insieme di problemi ricadono sull’organo di vigilanza, il Ministro dell’Economia e delle Finanze, che si è trovato stretto fra una normativa ormai inadeguata e in via di evoluzione e una pressione politica della Presidenza del Consiglio che la gravità della crisi ha portato ad accentuare. Ci sembra dunque che vi sia materia sufficiente per indurre la Commissione a fornire un orientamento e delle linee di intervento legislativo e regolamentare da affidare al prossimo Parlamento ed al Governo sul modo di regolamentare il processo decisionale riguardante le crisi bancarie e finanziarie. È quanto ha chiesto, tra l’altro, il Presidente della Consob nella sua audizione. Se la relazione finale della Commissione affronterà questi temi, la sua istituzione si sarà dimostrata opportuna. E questo potrebbe anche rivelarsi utile anche nella definizione della materia in corso a Bruxelles.

Il primo problema – la circolazione delle informazioni fra Banca d’Italia e Consob – è antico. La tradizione della Banca d’Italia è che le informazioni raccolte nel corso delle ispezioni bancarie sono di sua esclusiva competenza. Essa non ne informa pienamente la Consob e neanche il Fondo Interbancario di tutela dei depositi, nonostante sia esso a pagare i costi e avrebbe eticamente diritto a conoscere i rischi che corre; anche perché le sue associate quotate in borsa devono accumulare fondi riserva adeguati per non incorrere in reati di falso in bilancio.

Questa situazione risale al vecchio assetto della Vigilanza che dava alla Banca Centrale il mandato di evitare il più possibile che notizie di situazioni bancarie difficili alimentassero fughe dai depositi e crisi finanziarie. Per cui si preferiva che la Banca, constatate le difficoltà di un operatore bancario, individuasse di fatto anche il “cavaliere bianco” chiamato a intervenire prima che la crisi si manifestasse in modo troppo aperto. Esisteva anche, in coerenza con questo sistema, la possibilità di un intervento del Tesoro, attraverso il cosiddetto decreto Sindona, per fare affluire dei fondi all’operatore chiamato ad intervenire nel salvataggio.

Tutto questo avveniva e per certi aspetti era opportuno che avvenisse senza troppa pubblicità, anche per evitare che qualcuno si avvantaggiasse impropriamente delle informazioni, come invece sembra sia avvenuto a proposito delle decisioni del governo sulle banche popolari. In ogni caso, bisogna prendere atto che questa procedura è stata superata dalla recente normativa europea che prevede solo meccanismi di risoluzione delle crisi bancarie che partono dalla constatazione e dalla piena informazione sulle crisi ed escludono i salvataggi bancari fatti alla vecchia maniera.

 

Il caso della Banca Etruria si è aggravato, rispetto al combinato effetto della cattiva gestione dei suoi amministratori e della crisi economica, perché il cambiamento delle discipline sui salvataggi bancari e sugli aiuti di stato è avvenuto mentre l’Istituto boccheggiava. Sarebbe bene che la Banca d’Italia, invece di difendere gelosamente tutte le proprie informazioni, si renda conto che dal tempo di Baffi e di Sarcinelli sono più i guai che le derivano da questa materia, che non le possibilità di svolgere meglio.

Il secondo problema riguarda le procedure da seguire una volta appurata la crisi di una banca. Nel mondo, quello non governato dagli uomini, ma da regole che invocavamo nel nostro precedente articolo, le soluzioni delle crisi sono decise da consessi collegiali dove confluiscono i diversi poteri; gli organi di controllo sono presenti, non sempre però con diritto di voto per evitare conflitti di interesse. Gli interessi strettamente politici sarebbero legittimati a esprimersi in quella sede, conciliandosi con gli altri. Il caso Banca Etruria è l’espressione più chiara di che cosa accade quando manca una sede istituzionale dove far confluire le diverse istanze che, perciò, prendono rivoli entro o fuori i limiti della decenza politica e giuridica.

Infine il problema delle informazioni sullo stato delle crisi. Questo è uno degli aspetti più delicati del problema che il Governatore Visco ha toccato, anche se non affrontato per esteso nella sua audizione. È lecito che la Banca d’Italia o la Consob, una volta entrate in possesso di notizie sulla precarietà delle banche e della società finanziarie nascondano questo fatto al depositante o al risparmiatore? La risposta implicita che viene da queste istituzioni è che vi è una giustificazione per la reticenza perché, se dovessero comunicare al mercato anche i primi segni di una situazione difficile, esse di fatto indurrebbero fughe di depositi o vendite precipitose di titoli che potrebbero causare crisi ‘sistemiche’. Si ritiene che il valore della stabilità monetaria e finanziaria debba fare premio sulla tutela del risparmio nelle varie forme, che la Costituzione prevede invece esplicitamente e senza sottoporla a una graduatoria discriminante.

Il Presidente Vegas ha parlato del fatto che occorre dare più spazio alla trasparenza rispetto alla stabilità. In realtà su questo punto l’Europa non riesce a conciliare le due istanze, come dimostra la vicenda del bail-in. In effetti, bisognerebbe dire con chiarezza– anzi sarebbe stato necessario dirlo al momento opportuno, quando venne proposto – che un’impostazione di mercato tipo quella che in America portò al fallimento di Merryl Linch richiede in maniera assoluta che vi sia una Banca centrale che sia a tutti gli effetti un prestatore di ultima istanza, un compito che finora non è stato attribuito alla BCE e che molti paesi europei non intendono conferirle.

La nostra tesi è che se si sceglie di condividere con il mercato tutte le informazioni anche le più negative, allora bisogna che vi sia una rapidità assoluta di interventi. I mesi trascorsi a cercare soluzione per le 4 popolari, le due venete, il Monte dei Paschi hanno aggravato di molto la crisi italiana. Va osservato che le vicende del passato che hanno riguardato la Banca d’Italia hanno indotto a stabilire che, se le autorità di controllo entrano in possesso di notizie criminis, devono avvertire la Magistratura, notoriamente un centro dove l’informazione non è poi così ‘blindata’. Se un rilievo politico noi dobbiamo muovere al Governo e alle autorità monetarie italiane è che pur dicendo ciascuna di esse che avevano delle riserve sulla nuova disciplina europea, di fatto la si è accettata, tanto che se ne sono pagate e se ne pagano le conseguenze.

In sostanza, la Commissione parlamentare dovrebbe concludere i suoi lavori indicando:

– le linee di una normativa che consenta di ottenere una collaborazione più stretta ed efficiente tra organi di vigilanza;

– la necessità di istituire un organo collegiale per la soluzione delle crisi bancarie e finanziarie;

– il diritto all’informazione piena da parte dei depositanti e dei risparmiatori in attività finanziarie accompagnato dall’attribuzione delle funzioni di lender of last resort alla BCE.

– Un fermo richiamo alle autorità nazionali che trattano con l’Europa a definire tempestivamente le posizioni italiane ed a valutare in modo più sistematico l’impatto delle normative europee sull’Italia.

Se la Commissione riuscirà a dare un contributo su questi aspetti, la sua istituzione troverà una giustificazione che va oltre le polemiche di questi giorni.

Giorgio La Malfa e Paolo Savona, Il Sole24 Ore, 28 dicembre 2017

Un paese finito, dove per andare a sciare costa di più l’autostrada del carburante. A chi si sta facendo favori?

Nella ricchissima Svizzera l’uso dell’intera rete autostradale elvetica per un anno costa meno che fare un solo viaggio Milano-Courmayeur. E’ chiaro che è solo questione di tempo prima che l’Italia faccia crack per colpa dei costi eccessivi e soprattutto per l’assenza di competitività sistemica con altri paesi. Il problema è che per mantenere in piedi un sistema insostenibile ora i governanti italiani (non eletti da 5 anni), assoldati dalle elites nazionali fuse in quelle internazionali devono chiedere al popolino di pagare per mantenere intonse le proprie enormi ricchezze (secondo gli stolti, i poveri dovrebbero pagare per i ricchissimi – l’unica domanda che bisogna farsi è quanto può durare questa follia, ndr -).

Sono già arrivati a chiedere addirittura un’imposta patrimoniale “monstre” (attesa per il 2018/19), che tanto le elites nazionali non pagheranno mai in quanto o non vivono in Italia o, se ivi risiedono, lo fanno “coperti” dello scudo della legge cd. dei Paperoni voluta da Renzi – ossia dal PD, leggasi del partito la cui tessera n. 1 è detenuta da uno dei più grandi percettori di privilegi correlati a detta nuova legge, Carlo De Benedetti trasferitosi dalla Svizzera all’Italia – che versando solo 100’000 euro annui esaurisce tutte le imposte da pagare in Italia.

Tornando a bomba, guarda caso le autostrade italiane sono detenute precisamente da uno dei benedetti emersi da tali scellerate privatizzazioni di fine millennio volute dalla sinistra (precisamente da Prodi e D’Alema), che hanno svenduto per poco o nulla un assets monopolistico di cui i cittadini non possono fare a meno, le autostrade a pagamento. Parlo dei Benetton, da sempre amici della sinistra.

In effetti la massima degenerazione del sistema prima del crack – tutto già visto in Grecia – passa proprio per l’imposizione ai cittadini, a pantalone, di costi inevitabili, addirittura aggregando costi e/o tasse all’uso di servizi indispensabili. L’imposta sulla TV aggregata alla bolletta elettrica è un esempio da manuale.

Si può fare a meno dell’elettricità? Delle autostrade, che per inciso furono in massima parte costruite con le tasse pagate dei nostri padri e nonni? Del gas? Dell’acqua? Dell’auto? Dell’assicurazione auto obbligatoria? Della TV? Del telefono? Per non parlare dell’obbligo dei conti bancari con annessi costi, come conseguenza del tentativi di abolire il contante.

La risposta è chiaramente no. A meno di diventare criminali e come tali essere giudicati da una magistratura sempre più politicizzata.

Pensateci bene, i costi si stanno accumulando precisamente in tali ambiti diciamo “semi-obbligatori”, dalla bolletta telefonica ogni 28 giorni alle sempre crescenti accise sui carburanti, alle assicurazioni auto più care del mondo, ai costi bancari ai vertici mondiali (ormai tenere un conto bancario in Italia costa di più che averne uno Svizzero). E poi le autostrade più care del mondo, l’elettricità ed il gas ai vertici europei, come per benzina e gasolio per autotrazione.

Tutto ciò va considerato unitamente all’IVA tra le più alte del mondo e alle tasse per le PMI più alte del mondo. E con l’ultima aggiunta della tassa sui sacchetti di plastica prodotti da un’amica di Renzi, un unicuum mondiale. E non vi dico nulla della propaganda sulla tassazione media italiana in discesa secondo l’ISTAT, il minimo dal 2011 (vi prometto che nei prossimi giorni faccio le pulci alla notizia, che letta così sembrerebbe proprio una balla pre elettorale)

Non hanno più alcuna vergogna.

Appunto, forse è davvero auspicabile che in Italia si giunga ad una svolta radicale. L’unico modo per uscire da questo mortale cul de sac che sta strangolando il paese preservando le ricchezze dei grandi usurpatori, coloro che hanno assoldato i politici stile Renzi dandogli in cambio della faccia (di bronzo) le caramelle. Assieme al compito di svendere lo stato a loro vantaggio.

Da emigrato sono arrivato alla conclusione che anche un colpo di stato perpetrato da soggetti interessati a fare il bene del paese possa essere un epilogo non necessariamente negativo. Soprattutto se si paragona detta cinica alternativa a farsi uccidere lentamente da tasse, interessi particolari ed ingiustizie. Ma inesorabilmente.

Chiaramente senza far nulla l’epilogo sarà quello greco, con gli stranieri a comprarsi un paese svenduto da collaborazionisti interessati, soffocati dalla moneta unica a vantaggio franco-tedesco. E con la gente italica a fare la fame, senza poter dare un futuro decente alla propria progenie, ne’ progettare un futuro. Per poi emigrare.

Corsi e ricorsi storici. (Mitt Dolcino scenarieconomici)

Mifid 2: ecco quanto ci costano (sul serio) fondi e polizze

La direttiva obbliga le banche a indicare i costi in euro e i risparmiatori scopriranno tutte le commissioni che bruciano i guadagni

La rivoluzione della Mifid 2, la direttiva europea operativa dal 3 gennaio che impone una maggiore trasparenza nella vendita di strumenti finanziari ai risparmiatori, sarà soprattutto sul fronte dei costi. L’industria del risparmio, anche se cerca di non sbandierarlo ai quattro venti, teme che i risparmiatori (finalmente) riescano a raccapezzarci qualcosa fino ad arrivare a capire sul serio quanto costa ogni anno affidare i propri risparmi a una banca o a un consulente finanziario.

Fino ad oggi i fornitori di servizi finanziari hanno potuto celare i costi che addebitano ai clienti, senza giustificarli, dietro strutture commissionali complesse e articolate. La direttiva, però, obbliga gli intermediari a esplicitare tutti i costi anche in valore assoluto e non solo in termini percentuali di tutti i prodotti di risparmio, come fondi comuni, polizze a contenuto finanziario e gestioni patrimoniali.

Al di là delle percentuali

La maggior parte delle ricerche ha dimostrato, infatti, che i risparmiatori comprendono più facilmente valori in euro, senza contare che piccole differenze dei costi espressi in percentuale possono tradursi in grandi differenze in termini assoluti. Quanti e quali sono, quindi, i costi (occulti e non) dei prodotti di risparmio in Italia? In merito, è uscita in questi giorni una ricerca di Moneyfarm, un robo-advisor italiano che costruisce portafogli in Etf, fondi low cost a gestione passiva.

Le commissioni sotto la lente

Andiamo a vedere, dunque, quanto possono incidere tutte le commissioni che paghiamo sul rendimento dei nostri investimenti. Moneyfarm fa due esempi. Il primo è quello di un investimento di 6 mila euro in un fondo “target date”, un tipo di fondo comune che eroga una cedola e che ha una scadenza, in genere non superiore a 5 – 6 anni. È l’alternativa piazzata dalle banche ai risparmiatori nell’era dei tassi a zero al posto dei Btp o delle obbligazioni bancarie, che rendono poco e non godono certo di buona reputazione dopo i casi di risparmio tradito degli ultimi due anni.

La zavorra dei costi

Entriamo nel dettaglio: l’investimento iniziale nel fondo a cedola è di 6.016,6 euro. Moneyfarm ipotizza un valore finale di 6.580 euro, grazie a un rendimento lordo del 9,4 per cento: 563,4 euro è il guadagno ottenuto a fine anno investendo in questo strumento (questa tipologia di fondi, in genere, è classificata tra i “flessibili”: investono in azioni, obbligazioni e alcune tipologie di derivati a discrezione del gestore).

Questi soldi, però, non finiscono tutti in tasca all’investitore: la società che gestisce il prodotto e la banca che lo distribuisce devono essere (ovviamente) remunerate per il lavoro svolto. Il costo complessivo indicato nell’esempio, sulla base di quanto proposto effettivamente sul mercato, è del 3,3 per cento: sono 199,5 euro. A fine anno, quindi, il rendimento per il risparmiatore è in realtà del 6 per cento, che si porta a casa 363,6 euro.

Le spese “nascoste”

Sono circa 200 euro in meno “trattenute” dall’industria del risparmio: a cosa sono serviti questi soldi? Osservando il mercato e considerando quanto impone la Mifid 2, Moneyfarm ha provato a scomporre tutte le voci di spesa. I costi correnti (per le operazioni tecniche e tasse) sono bassi e pari allo 0,6 per cento del capitale investito: 31,4 euro sevono per pagare la banca depositaria; 3,4 euro per l’imposta di bollo e altri oneri fiscali, e 2,3 euro per i costi di intermediazione.

La gestione del fondo pesa per lo 0,7 per cento del capitale investito: 42 euro. Più difficile, forse, è giustificare i costi di entrata e uscita dal fondo, distribuiti sui 6 anni di investimento e pari al 2 per cento del capitale investito: 120,3 euro.

Le retrocessioni

Delle commissioni elencate, poi, non tutte finiscono a chi si occupa della gestione: la parte più consistente è retrocessa ai collocatori. Nell’esempio di 6 mila euro, parliamo di 29,2 euro (lo 0,4 per cento del capitale investito) prelevate dalle commissioni di gestione, 105,3 euro (pari all’1,75 per cento) dai costi di uscita e 9,8 euro dei costi correnti (0,16 per cento).

È il prezzo che implicitamente paghiamo per avvalerci della banca o del consulente finanziario – quest’ultimo è remunerato quasi esclusivamente con le retrocessioni e negli ultimi anni anche dalle commissioni per i servizi di consulenza vera e propria. In altre parole, abbiamo investito 6 mila euro ma, a prescindere dal rendimento del fondo, dobbiamo comunque sborsarne 55 per il gestore e 145 per pagare il consulente o la banca.

La logica win-win non vale sempre

Tutto bene? Questa volta, sì. Perché è andata a meraviglia, per tutti: il risparmiatore ha guadagnato e la banca ha incassato una generosa commissione, superiore al 3 per cento. Ma attenzione, la logica win-win non sempre funziona: a volte a guadagnare è solo la banca o il consulente finanziario.

Nel secondo esempio, infatti, Moneyfarm considera un portafoglio più ampio di 50 mila euro investito in cinque strumenti diversi: oltre ai 6.000 euro nel fondo a scadenza, compaiono anche 30 mila euro investiti in Btp, 2.100 euro in azioni, 3.120 euro in un fondo obbligazionario high yield (le obbligazioni societarie più rischiosi, detti anche junk bond) e 8.760 euro investiti un fondo azionario specializzato nei paesi emergenti.

Le commissioni battono i guadagni

Il risultato questa volta è davvero sorprendente: il risparmiatore, nonostante il rendimento complessivo del portafoglio sia positivo, per pagare tutte le spese incassa una perdita. Il motivo è presto detto: i 50 mila euro investiti in fondi, azioni e obbligazioni a fine anno hanno guadagnato complessivamente solo lo 0,98 per cento, e cioè 493 euro, mentre i costi ostenuti sono stati pari all’1,5 per cento del capitale investito, 743 euro circa. La matematica è implacabile, il saldo è negativo: -249,7 euro.

Mai limitarsi alle sole performance

Morale della favola: se il consulente o lo sportellista avesse fatto leggere al risparmiatore solo le performance, quest’ultimo avrebbe fatto spallucce di fronte al magro rendimento ottenuto dal portafoglio di investimenti, ma non penserebbe certo di averci rimesso. Controllando la documentazione a fine anno, scoprirebbe invece di aver investito 50 mila euro a inizio anno e di averne dopo 12 mesi circa 49.750.(Massimo Morici Panorama)

Il nostro senso perduto per la neve e il fascino antico dell’Epifania bianca

Chiamiamo i pompieri per liberarcene, ma fa parte di noi. Le mie befane senza regali e quel carbone ardente per i politici

Eh sì… Volevo parlare della befana, visto che torna al tempo giusto. E lo fa con la neve, che finalmente arriva quando deve. L’epifania vera è questa, la neve. Come dice l’etimo greco, si è manifestata. E tante volte non ha misura, non deve averla, non ha sentimento, vien giù d’inverno. Noi non abbiamo più il contatto con la neve perché non abbiamo più tempo. E chiamiamo i vigili del fuoco per liberarci l’auto in cortile. Non abbiamo più il «Senso di Smilla per la neve». E’ come il dolore, torna abbondante, ma porta bene, gioia. 

 

E sapete perché? Perché è dentro di noi, fa parte della memoria biologica. Ci piace per questo. Un bimbo di 3 o 4 anni se la mangerebbe. Ce l’abbiamo dentro, come l’acqua di un torrente, come un bosco. Mio nonno mi diceva: «La neve è come l’anima dell’uomo, si sporca subito». Andavamo a martore e lui voleva che io seguissi le sue orme, senza lasciar altre tracce nella neve, proprio per non sporcarla. Solo che lui era alto un metro e 97 e per me voleva dire fare un salto dopo l’altro. Della neve non si ha nostalgia, ma memoria. Nostalgia che non ho neppure per la befana. Mi vengono in mente le mie befane d’antan che avevano anche una loro valenza che vi spiego.  

 

Le invocazioni  

C’è una leggenda qui da noi, nella montagna dove non nevica firmato, che la befana è una donna infelice ed eternamente vagante perché non ha ricevuto il battesimo. Adesso vi racconto il perché. È una storia del mio paese. Lei invocava San Giovanni Battista affinché la battezzasse, lui non voleva e le consegnò due ceste. Le disse: «Vai a prenderle piene d’acqua così ti battezzo». La befana andava a riempire le ceste ma quando arrivava da San Giovanni le ceste erano vuote. Se fosse furba oggi a Cervinia caricherebbe le ceste di neve e richiamerebbe San Giovanni dicendogli: «Ecco scioglila e poi battezzami». Non credo la vedrete. 

 

Quando ero piccolo non ho mai amato né la befana né il bambin Gesù. Eravamo tre fratelli e mia mamma ci abbandonò in tenera età. E mio padre lo stesso. Mia nonna per cavarsela dall’imbarazzo e dal dolore che il bambin Gesù non ci portava regali e nemmeno la befana, diceva che eravamo stati cattivi e ci riempiva le calze di carbone (quello vero). Una volta adulto ho capito il dolore di questa vecchia che non potendo farci regali perché eravamo in miseria nera si salvava affermando che eravamo stati cattivi. Dunque, quella sera bruciavano i falò sulle piazze con sopra, come impalata, l’immagine della befana. Nella parte che andava in fumo il più anziano del paese prevedeva il futuro di quell’anno. Ovviamente non ci azzeccava mai. La befana aveva anche un valore di ripresa, cioè veniva a prendersi le feste. È anche per questo che nella mia infanzia non la sopportavo. Veniva a toglierci le piccole gioie di vedere gente muoversi, ridere. In quel periodo era il tempo – e parlo fino agli Anni 60, poi ci fu il Vajont – di tirare con le slitte il letame sui campi. La befana aveva il compito di aprire la traccia nella neve fresca affinché i montanari fossero agevolati. C’erano molte credenze su questa donna, ad esempio che se la vedevi in faccia veramente per quell’anno non avevi più pace. 

 

Quando diventai adulto e seppi la verità sul bambin Gesù e sulla befana fui liberato come da un incubo e tutto si addolcì nel ricordo della nonna, che spacciandoci per cattivi risolveva a modo suo la mancanza di regali. Dentro quella miseria che rasentava l’indigenza noi siamo cresciuti e se oggi la penso in un certo modo è anche perché mi sono rassegnato a non avere regali da nessuno. Una cosa che mi spaventava fino ai 9-10 anni era che quella sera un uomo a turno tagliava il fondo di una gerla, vi saltava dentro e davanti metteva il fantoccio della befana: lui camminava con le sue gambe dentro la gerla ma spuntavano solo la testa e le spalle e sembrava fosse la befana a camminare nella gerla. Poi fingevano che la stessa befana portasse lo stesso uomo dentro il falò e bruciasse con lui. Noi bambini, non sapendo che lui sgattaiolava prima, pensavamo si friggesse nelle fiamme. Non è che rimpianga quelle befane. Ogni tempo ha i suoi usi, oggi magari la befana va in giro con il tablet, ma non perde il suo fascino, soprattutto quando arriva il suo giorno e c’è tanta neve.  

 

Dalle miniere del Belgio  

Se fossi un befano oggi, sembra retorico ma purtroppo è così, a certi politici porterei carbone ardente. Risparmierei per la quasi sua innocua dolcezza Gentiloni, ma per il resto non so se le miniere del Belgio possano dare carbone da regalare a tutti gli altri politici (a Berlusconi no soltanto carbone esausto). A quelli che hanno rubato il carbone glielo metterei in mano. I banchieri, che hanno portato alla rovina la gente, li metterei a sedere con il culo nudo sui tizzoni appena levati dal fuoco. Quelli non aspettano la befana per avere i regali, se li sono fatti da sé. Sono convinto che, nonostante la frenesia di questa società, le feste di Natale e della befana danno ancora una piccola gioia di speranza. Quando noi ci auguriamo buon anno e buona continuazione il giorno della befana, dobbiamo sapere che il 50% delle cose che vanno male ce le crea il destino, o come dicevano i Greci il fato, la sorte, ma l’altro 50 ce lo andiamo a cercare. Auguro a tutti un anno buono, mite e creativo. Poi, succeda quel che succeda. 

 (Mauro Corona La Stampa)