MONDOMARINE, ARRIVA PALUMBO

E’ ufficiale l’ingresso di Palumbo Group in Mondomarine, storico cantiere nautico di Savona da mesi in situazione di crisi per la cui risoluzione si è ora giunti alla fase di liquidazione giudiziale. Con l’affitto del ramo d’azienda del solo cantiere di Savona per un periodo di sei mesi, Palumbo Group garantirà il riavvio dei cantieri, l’immediato reintegro di 9 dipendenti e l’obiettivo di procedere successivamente, a seguito della auspicata acquisizione definitiva, al riassorbimento di un cospicuo numero di dipendenti della Mondo Marine di Savona. Dopo la recente acquisizione dei cantieri ISA Yachts di Ancona, diventati in breve tempo uno dei principali siti di produzione di superyachts del Gruppo e oggi in piena attività, l’ingresso in Mondomarine rappresenta per Palumbo un nuovo, importante passo nel piano strategico di sviluppo del proprio network di cantieri nel Mediterraneo e, naturalmente, della divisione dedicata alla costruzione di superyachts. Sembra una situazione paradossale, ma continuano a fallire cantieri nautici, soprattutto quelli di super lusso e continua lo shopping di grandi realtà. Quella di Mondo Marine è solo l’ultima di una serie incredibile di cantieri sul lastrico, complice una pessima strategia di valorizzazione di questo comparto da parte del Governo: anziché incentivare il Made in Italy, affossarlo. Per fortuna gli ultimi impegni di UCINA dovrebbero ridare vitalità. Certo è che chi ha liquidità può fare grandi affari. Ultimo della serie sembra essere i Cantieri di Pisa che recentemente hanno dichiarato fallimento. Ma anche altri cantieri, specialmente nel viareggino, stanno soffrendo. A cose fatte si accoglie molto positivamente questa operazione di Palumbo che dovrebbe portare ossigeno nel Savonese. In precedenza Palumbo aveva acquisito Columbus Yachts & ISA Yachts. Quindi dopo le navi mercantili, e il refitting, Palumbo potenzia il settore yacht extra lusso

 

Palumbo Superyachts Division, con i marchi Columbus Yachts e Isa Yachts orientati rispettivamente alla realizzazione di yacht custom e semi-custom è, infatti, una realtà in costante crescita che trae forza dai 50 anni di esperienza nel settore del refit navale del Gruppo, dalla passione, e dalla sua indiscutibile solidità finanziaria.(Sailbiz.it)

Gros-Pietro resta senza Compagnia

Alla cerimonia in cui è stato proclamato “Torinese dell’anno” non è sfuggita l’assenza dei vertici della fondazione San Paolo. Un fatto che testimonia i rapporti non proprio idilliaci tra il presidente di Banca Intesa e il suo principale azionista

Incidente diplomatico causato da pasticci di agende, sgarbo “istituzionale” dettato da ruggini personali o precisa volontà di marcare la distanza? Quale che sia la ragione, sta di fatto che l’assenza dei vertici della Compagnia di San Paolo all’odierna cerimonia di conferimento del premio di “Torinese dell’anno” a Gian Maria Gros-Pietro non è certo passata inosservata. Né il presidente della fondazione, Francesco Profumo, né il suo vice, Licia Mattioli, e neppure il segretario generale Pietro Gastaldo hanno preso parte ai festeggiamenti del presidente di Intesa Sanpaolo, banca di cui la Compagnia è il primo azionista pubblico e per conto della quale il professore siede nel board. E sarebbe proprio la scarsa incisività di Gros-Pietro a rappresentare gli interessi e le istanze “torinesi” ai tavoli di Ca’ de Sass ad aver progressivamente raffreddato i rapporti con gli inquilini di corso Vittorio.

Al di là delle divergenze registrate su alcuni dossier, da quello su tempi e procedure per limare la quota in possesso dell’ente all’assalto (fallito) alle Generali, in Compagnia lamentano di essere spesso tagliati fuori dalle principali decisioni che concernono l’istituto. In ultimo, l’imminente riassetto organizzativo studiato dal Ceo Carlo Messina, con il paventato rischio di marginalizzazione di Torino, avrebbe ulteriormente esacerbato gli animi. Perché hai voglia a sbandierare il superamento della “logica campanilistica”, cascame della fusione meneghin-sabauda, quando a rimetterci è praticamente sempre la città della Mole. Ovviamente, nessuno pensa che Gros-Pietro (assieme a Bruno Picca e Gianfranco Carbonato, altri componenti del cda di matrice subalpina) debba ergersi a sindacalista di Torino, ma una maggiore attenzione all’impatto che certe decisioni producono sul territorio oggi sono in molti (e non solo in Compagnia) a chiederglielo.

È paradossale che proprio la “torinesità” sia stata, assieme al prestigioso curriculum accademico e professionale, la ragione principale del riconoscimento assegnatogli dalla Camera di Commercio: “Per aver contribuito a formare buona parte della classe dirigente della Città non solo attraverso l’insegnamento universitario, ma anche attraverso l’esempio dato nel portare avanti tutti gli incarichi ricevuti. La sua torinesità è stata e sarà modello per molti di noi, anche ora che guida la prima banca d’Italia”. Una “torinesità” decantata nel suo intervento dalla stessa sindaca Chiara Appendino che ne ha esaltato i tratti di “riservatezza” e “sobrietà”, tipici dell’undestatement sabaudo, come neppure un Enrico Salza degli anni ruggenti avrebbe saputo fare. È il “Sistema Torino”, neh. (Lo Spiffero)

Montagnese fuori da Intesa

Varata la riorganizzazione della banca. Il manager torinese, di origine sanpaolina, esce dalla prima linea di comando. Confermato l’ingresso dell’ex Accenture Proverbio. Coppola puntava alle relazioni esterne ma ottiene una direzione

Nuova struttura organizzativa per il gruppo Intesa Sanpaolo, in vista del nuovo piano d’impresa. Gli avvicendamenti che avranno luogo, con nuove nomine dal primo gennaio, nella linea manageriale di vertice avvengono nell’ottica di un progressivo rinnovamento generazionale attingendo soprattutto alle risorse interne. Lasciano il 31 dicembre gli incarichi il chief operating officer Eliano Lodesani, il chief lending officer Eugenio Rossetti e il responsabile della direzione centrale relazioni esterne, Vittorio Meloni. Ma sul versante “torinese” della banca fa scalpore l’uscita di Maurizio Montagnese, manager di lungo corso di origine sanpaolina (in cui è stato a lungo capo del personale), che in ultimo rivestiva la carica di chief innovation officer. Non è un gran momento per Montagnese che nelle vesti di presidente di Turismo Torino è indagato per le tragiche vicende di Piazza San Carlo. Probabilmente manterrà la presidenza di una società della galassia. L’ordine di servizio riferisce del “progetto di societarizzazione dell’Innovation Center, in corso di attuazione e i cui dettagli saranno oggetto di successiva comunicazione”.

La nuova struttura organizzata vedrà il potenziamento dell’area digitale e dell’innovazione, una maggiore focalizzazione delle responsabilità e delle competenze funzionali, anche attraverso l’accorpamento di strutture a forte contiguità e la collocazione a più diretto riporto del consigliere delegato e Ceo, Carlo Messina, della funzione Risorse umane, fattore giudicato abilitante per il raggiungimento degli obiettivi del prossimo piano d’impresa.

QUI IL NUOVO ORGANIGRAMMA

Le nomine del management di vertice e le aree di nuova costituzione con decorrenza dal prossimo primo gennaio riguardano Rosario Strano, attuale responsabile della direzione centrale risorse umane, che assume l’incarico di chief operating officer; Massimo Proverbio, che arriva da Accenture per assumere l’incarico di chief It, digital and innovation officer, area di governo di nuova costituzione; Alfonso Guido, attuale responsabile del Ceo project office, che diventa chief cost management officer, nuova area di governo; Marco Rottigni, attuale responsabile della direzione global corporate della divisione Corporate & investment banking, nominato chief lending officer; Stefano Lucchini, attuale responsabile della direzione centrale international regulatory affairs, che assume l’incarico di chief institutional affairs and external communication officer, area di governo di nuova costituzione (poltrona a cui puntava l’ex assessore regionale Michele Coppola che resta alla guida del settore culturale della banca ottenendo però una direzione); Paolo Bonassi, attuale responsabile della direzione centrale controllo di gestione, che diventa responsabile della direzione centrale strategic support, di nuova costituzione, a supporto del Ceo per la gestione di iniziative di natura strategica e per le attività del comitato di direzione; infine Silvio Fraternali, attuale responsabile dell’area strategie operative integrate di Intesa Sanpaolo Group Services, nominato amministratore delegato di Banca 5: la società, nell’ambito della Banca dei Territori, svolge il ruolo di banca di prossimità basato su una rete di oltre 20.000 tabaccai convenzionati.

Ad una prima analisi la nuova organizzazione varata evidenzia una logica fortemente accentratrice, infatti il Ceo ha 19 riporti tutti “a pettine”. Venendo grossolanamente ai numeri possiamo notare che sui 19 manager solo tre si possono ascrivere alla cultura torinese dell’antico San Paolo Imi  (Boccassino, Alfonsi, Del Punta) e strano caso tutti fedelissimi di Bruno Picca, l’ex manager “contabile” assurto a Consigliere di amministrazione e per la verità anche da sempre grande estimatore di Proverbio. 

“Dai nuovi manager di prima linea mi aspetto un contributo di stimoli e di rinnovata energia per la definizione ed esecuzione del piano d’impresa che presenteremo ai mercati nel primo trimestre del prossimo anno. Sono molto fiducioso per le potenzialità ancora inespresse e per le prospettive future del nostro gruppo: abbiamo una squadra tra le migliori in Europa”, afferma Messina. (Lo Spiffero)

Ecco tutte le mosse della Popolare di Bari sugli npl

Ecco tutte le mosse della Popolare di Bari sugli npl

La popolare di Bari archivia la pratica Npl, giungendo a una soluzione industriale in grado di scrollarsi in parte di dosso il fardello dei crediti problematici e guadagnarne in redditività. Da tempo la banca guidata dall’ad Giorgio Papa (nella foto) e presieduta da Marco Jacobini ha deciso di trovare una soluzione strutturale al problema degli incagli, intraprendendo una strategia a tappe verso il totale scorporo degli npl. E così, dopo l’operazione di inizio dicembre con cui la banca pugliese ha ceduto (qui il focus di Formiche.net) un portafoglio npl da 319 milioni, insieme alla controllata Cassa di Orvieto, è arrivata la partnership industriale con Cerved, che per conto della Popolare di Bari, recupererà i crediti difficili.

INTESA DA 1,1 MILIARDI 

La chiusura del cerchio è arrivata pochi giorni fa grazie all’intesa con Cerved, che garantirà una partnership industriale per esternalizzare la gestione degli incagli. Al centro dell’accordo c’è la creazione di una newco che la banca cederà a Cerved per 18 milioni di euro, assieme a 15-20 dipendenti, per gestire il recupero crediti delle sofferenze per 1,1 miliardi in pancia alla Popolare di Bari nei prossimi dieci anni, cui si aggiungeranno il 75% dei flussi futuri di sofferenze e il 55% e i flussi futuri di inadempienze probabili che saranno generati dal gruppo bancario. Dunque, Cerved si accollerà lo stock dispensando la banca pugliese dal rientro dei prestiti in sofferenza. Attenzione però, perché le masse in questione e i relativi rischi resteranno nel bilancio della banca, non verranno stralciati dagli esercizi: Cerved non le rileva, ha solo il compito di recuperare i crediti per conto di Bari.

LA STRATEGIA DI BARI

L’operazione con Cerved è però solo la punta di diamante di una più ampia strategia di dismissione degli npl. Ai primi di dicembre l’istituto di corso Cavour a Bari ha infatti chiuso la cessione di uno stock da quasi 320 milioni, parte di un più ampio piano da 800 milioni. Infatti a fine 2016 la banca si è liberata di altri 480 milioni di incagli, stavolta coperti dalla garanzia statale Gacs. Mosse che hanno contribuito a una netta inversione di tendenza nei conti della popolare, passata da una perdita di 296 milioni nel 2015 a un utile consolidato di 5,2 milioni a fine 2016.

LA DISCESA IN CEDACRI

Non ci sono solo gli npl sul tavolo del management della Popolare. A fine anno Popolare di Bari ha infatti ceduto per parte della sua quota in Cedacri, il principale operatore nel settore dei servizi di Outsourcing per banche e istituzioni finanziarie, nell’ambito della cessione da parte della satessa Cedacri del 27% a una società di capitali controllata dal fondo di investimento Fsi Mid-Market Growth Equity Fund gestito da FSI Sgr, partecipato tra gli altri da Cassa Depositi e Prestiti e Poste. (Gianluca Zapponini Formiche.net)

GIRI DI POLTRONE – Da Passera a Ghizzoni, i banchieri in panchina pronti a tornare in campo

Squadra che vince non si cambia. Ma quando la squadra va male, è l’allenatore a perdere il posto. La consuetudine che da sempre è legge nel mondo del calcio vale spesso anche per i top manager delle aziende industriali e – soprattutto, data la lunga crisi finanziaria – per quelli del settore bancario. Escludendo gli espulsi dal sistema per casi di mala gestio, la lista dei banchieri “in panchina” è lunga e da attribuire solo in parte alla crisi finanziaria: il processo di fusioni e acquisizioni degli ultimi 15 anni ha ridotto giocoforza le poltrone disponibili da amministratore delegato o da presidente.

E in qualche caso, chissà se destinato a fare scuola come nel calcio, anche in banca si è puntato sullo “straniero”. È il caso del francese Jean-Pierre Mustier, scelto da UniCredit e preferito dal board ad altri banchieri italiani. Essendo la banca più internazionale tra quelle italiane, UniCredit aveva già valutato un altro straniero: Antonio Horta Osorio, ceo del Lloyds Banking Group, considerato nel settore come il Mourinho della finanza. Il mercato globale dei banchieri è peraltro già diffuso in Europa, come dimostrano i casi dell’inglese John Cryan ai vertici di Deutsche Bank e del francese di origini ivoriane Tidjane Thiam alla guida del Credit Suisse.

Difficilmente in Italia la tendenza lanciata da UniCredit proseguirà, dato che il resto del sistema bancario ha attività prevalentemente concentrate sul mercato domestico.

Ecco che quindi a inizio 2018 scaldarsi a bordo campo in vista di un rientro sono soprattutto banchieri italiani. Molte poltrone sono in bilico, o perché in scadenza di mandato nei prossimi mesi o per la spinta della Bce a un rafforzamento della governance come nel caso dei due gruppi bancari che nasceranno dall’aggregazione delle Bcc intorno a Iccrea Banca e Cassa Centrale Banca.

La lunga lista dei banchieri in panchina pronti al rientro è guidata da Corrado Passera – ex top manager di Olivetti, Mondadori e Poste ma soprattutto di Banca Intesa per quasi dieci anni (2002-2011). Interrotta volontariamente la sua esperienza manageriale nel 2011 per diventare ministro dello Sviluppo economico nel governo Monti, Passera – dopo una breve parentesi in politica – è poi tornato nel mondo del business. Nel 2016 il tentativo di scalare i vertici di Mps insieme a un gruppo di investitori esteri non è andato in porto, anche per la contrarietà del Governo Renzi. Così come successivamente non sono state accolte le sue avance per la Carige targata Malacalza. Ora l’ex banchiere sta preparando il suo rientro in campo con il lancio di una Spac che investirà nel fiorente mercato degli Npl, senza escludere l’interesse del veicolo quotato per una banca.

Anche UniCredit ha un ex top manager attualmente a bordo campo. L’ex amministratore delegato Federico Ghizzoni, archiviate le involontarie luci della ribalta della Commissione d’inchiesta sulle banche, esclude di voler tornare alla guida operativa di una banca. Nei mesi scorsi, si dice che abbia rifiutato l’offerta di guidare Carige ed attualmente è impegnato a tempo pieno nel ruolo di presidente di Rothschild Italia e di consigliere di amministrazione di Clessidra. La sua esperienza può tornare utile, secondo gli head hunter, per il ruolo di presidente.

Pronto a tornare in campo è anche Fabrizio Viola, non ancora 60enne ma con una lunga esperienza alla guida di banche italiane: dal vertice di Bpm a quello di Bper, per finire agli anni complessi di Mps e poi di Popolare Vicenza, di cui è attualmente commissario liquidatore. Esperienza a termine, in attesa di un rientro che – forse non nell’immediato – potrebbe rivederlo alla guida di uno dei poli bancari di media o medio-grande dimensione. Tra le temporanee riserve manageriali dell’industria bancaria figura anche Roberto Nicastro, per anni deputy Ceo di UniCredit a fianco di Paolo Fiorentino (da pochi mesi chiamato a guidare il salvataggio di Carige). Nicastro ha poi gestito le quattro good banks nate dopo la liquidazione di Etruria, Banca Marche, Cariferrara e CariChieti e poi confluite nei porti sicuri di Ubi e Bper. Forte dell’esperienza cumulata nel dialogo con l’Unione europea e con la Bce, ormai elementi decisivi nei curriculum dei top manager bancari, è uno dei possibili candidati, tra le altre ipotesi, al ruolo di amministratore delegato di una delle due nascenti holding delle BCC.

C’è poi la squadra di banchieri specializzata in situazioni “delicate” e in più occasioni negli ultimi venti anni chiamati a gestire banche sotto la stretta vigilanza della Banca d’Italia. È il caso di Piero Montani, per ora in panchina dopo una lunga carriera passata dal salvataggio della Popolare Novara alla gestione AntonVeneta del dopo Pontello, dalla Bpm del dopo Ponzellini alla Carige del post Berneschi. Un risanatore che, date le situazioni di crisi tuttora esistenti, prima o poi è destinato a essere richiamato in servizio. Analogamente, ma forse ormai più per un ruolo da presidente, Carlo Salvatori e Divo Gronchi restano due riserve della repubblica bancaria. Salvatori, che da poco ha lasciato la presidenza di Allianz Italia ma è ancora iperattivo come presidente di Lazard Italia, ha ricoperto i vertici di AmbroVeneto e di Intesa per poi assumere la presidenza di UniCredit e, per un breve periodo la guida di Banca di Roma e di Unipol. Gronchi è stato invece direttore generale di Mps fino a prima dell’acquisizione di Banca 121 e poi, anche su spinta di Bankitalia, ha guidato Popolare Vicenza e Popolare Lodi, pilotando quest’ultima nel Banco Popolare. Negli ultimi anni ha cercato di tamponare la crisi di Cassa San Miniato, da poco confluita nel gruppo Crédit Agricole.

Tra i candidati a un incarico di alto vertice in una banca o assicurazione c’è da tempo anche Gerardo Braggiotti, ex Mediobanca, Lazard e poi numero uno di Banca Leonardo. Lui finora ha sempre rifiutato, preferendo assecondare la vocazione da banchiere d’affari. Chissà se nel 2018, dopo la cessione delle attività di private banking all’Agricole, accetterà eventuali proposte in arrivo, magari col ruolo di presidente. Temporaneamente in panchina ma spesso presente nella rosa degli head hunter per ruoli da presidente di banche o assicurazioni è anche Enrico Cucchiani, ex numero uno di Lloyd Adriatico e Allianz e poi ceo di Intesa Sanpaolo. (Alessandro Graziani Il Sole 24 Ore)

PORTA VITTORIA – CONCORDATO FALLIMENTARE – Real Estate, Milano: Algebris si fa avanti per Porta Vittoria, in campo anche York – Chi e’ Il Grande Fondo Americano…… York Capital.

Competizione a due per subentrare alla società in fallimento e continuare lo sviluppo – Tra i creditori la Colombo costruzioni

Il fondo Algebris di Davide Serra punta a conquistare Porta Vittoria. Ma sarebbe pronto a una controfferta il fondo statunitense York Capital.

Algebris Investments, tramite Nike Real Estate S.r.l., società controllata dal fondo Algebris Npl II, e con l’assistenza dell’advisor Frontis Npl, ha depositato un concordato fallimentare nell’ambito del fallimento della società Porta Vittoria. La proposta consentirebbe il pagamento integrale dei crediti in prededuzione e privilegiati, nonché il rimborso di alte percentuali per i creditori delle altre classi: l’obiettivo sarebbe quello di continuare lo sviluppo e la riqualificazione dell’area. Da notare che, prima dell’intervento di Algebris, la base di partenza per l’asta di Porta Vittoria, andata deserta, era di 152 milioni di euro.

Ma pronto a intervenire sarebbe anche il fondo internazionale York Capital, che è stato tra i primi a guardare il dossier di Porta Vittoria.

York ha firmato un preliminare con BancoBpm, il maggiore creditore dell’area con un’esposizione di 220 milioni di euro, dopo che sono fallite le trattative tra la stessa banca e il fondo King Street.

Così l’offerta di concordato di Algebris potrebbe entrare in competizione con altre proposte, tra le quali quella appunto del fondo York, che sarebbe prossimo a presentare un’altra richiesta di concordato e starebbe cercando di trovare un accordo con il maggior creditore dell’area, il gruppo delle costruzioni Colombo.

Dunque la vicenda resta complessa. Da una parte ci sono da sciogliere i dubbi sul ruolo passato del Banco Popolare sull’area immobiliare, finita in fallimento, con un’indagine della Procura per una presunta attività di direzione e coordinamento su Porta Vittoria Spa. Dall’altra ci sono da sciogliere alcune controversie con proprietari di immobili vicini: come la Tecnilens, società che possiede una discoteca (il Black Hole) adiacente all’area di Porta Vittoria, e che ha fatto causa, vincendola, sulla base del non rispetto delle distanze minime tra edifici. (Carlo Festa Il Sole 24 Ore)

CHI E’ YORK CAPITAL

NATALE A SATURNIA! – LE FAMOSE TERME ITALIANE CAMBIANO PROPRIETARIO E PELLE: PISCINE APERTE E SHOPPING NATALIZIO NEL RESORT SUPERVIP – LE TERME, DA TRENT’ANNI IN MANO ALLA FAMIGLIA MANULI DI MILANO, SONO STATE ACQUISITE DA UN FONDO STATUNITENSE E SUBITO LA MUSICA È CAMBIATA: WINERY, CHEF STELLATI, BOUTIQUE E GIOIELLI, CAMPI DA GOLF… . – VIDEO

Dagoreport

 

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

Secondo una leggenda, le terme di Saturnia, care anche agli Etruschi e ai Romani, si sarebbero formate a Manciano, in Provincia di Grosseto, la zona sud della Toscana al confine con il Lazio, nel punto in cui cadde sulla Terra un fulmine che Giove scagliò contro Saturno, mancandolo, a seguito di un violento litigio scoppiato tra le due divinità mitologiche.

 

Dal mancato bersaglio olimpico sono spuntate dal sottosuolo un insieme di sorgenti termali che attirano fra i centomila visitatori all’anno anche personaggi dello showbiz capitolino e imprenditori e finanzieri, che si sollazzano nelle piscine di acqua sulfurea.

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

 

Ora la notizia di ‘’Milano Finanza’’: le terme, da quasi trent’anni in mano alla famiglia Manuli di Milano, sono state acquisite da un fondo statunitense e subito la musica è cambiata per il resort. Dal 7 dicembre, per la prima volta in trenta anni, cancelli aperti a tutti e shopping natalizio.

 

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

Terme di Saturnia, con un progetto di restart che si articolerà lungo 36 mesi, intende rilanciare l’unicità mondiale della sua acqua che sgorga da duemila anni da oltre mille metri di profondità. Ecco la Winery allestita dai migliori vinaioli della bassa Maremma (Montauto, Capua, Terenzi, ecc…), in cucina lo chef stellato Alessandro Bocci, in vetrina i grandi formaggi dei caseifici maremmani, i gioielli del famoso Eleuteri di via Condotti, i magici cappelli di Cristina, la champagneria della famiglia Lepri e, non potevano mancare né il campo da golf né le “uniche” creme per la cura della pelle. (Dagospia.com)

TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA - LA MAPPA TERME DI SATURNIA – LA MAPPA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA TERME DI SATURNIA

Il fondo Usa York Capital Management primo socio di Mps con il 5%

Sul sito Consob emerge la mossa che fa del gestore del risparmio statunitense il primo socio davanti ai tre pattisti Fintech, Fondazione e Btg Pactual. Così potrebbero riaprirsi i giochi sul cda 2015

di ANDREA GRECO REPUBBLICA

MILANO – Novità dagli aggiornamenti di quote post aumento di capitale del Monte dei Paschi. L’operazione da 5 miliardi di euro si era chiusa un mese fa, e non sembrava avere riservato particolari sorprese nell’azionariato. Ma ora dagli aggiornamenti sulle quote rilevanti sul sito Consob è emerso il nuovo primo socio della banca senese. E’ York Capital Management Global Advisors, diventato il primo azionista di Mps: la società di gestione del risparmio statunitense ha il 5,025% del Monte, secondo gli aggiornamenti della Consob. La quota è detenuta a titolo di “gestione discrezionale del risparmio”.

Con questo investimento York Capital sopravanza, almeno singolarmente, i tre pattisti Fintech (4,5%), Btg Pactual (2%) e Fondazione Mps (2,5%), oltre al colosso del risparmio Usa Blackrock, che inizialmente era salito al 5,7% di Mps, per poi planare sul 3,2%.

Da febbraio in poi molti investitori internazionali erano rientrati sul comparto bancario itailano, e l’investimento a Siena era ritenuto uno dei più efficaci, sia per le potenzialità di ripresa di un’azione molto depressa dopo l’intervento del Tesoro (con 4 miliardi di Monti bond), sia per l’ampiezza degli investimenti in Btp dell’istituto (una ventina di miliardi). Ma la scommessa dei fondi sull’Italia, tramite Mps, potrebbe non dire tutto della mossa di York

 

Capital. Tra un anno infatti il cda della banca senese va al rinnovo, e gli azionisti si contenderanno la supremazia dei voti, che darebbe diritto a nominare metà dei consiglieri (compreso l’ad e il presidente). Finora i tre pattisti italo-sudamericani con il 9% sembravano lanciati, ma nei prossimi mesi dovranno fare i conti con York Capital. Sempre che non ospitino il fondo Usa nel patto, fin dal principio in teoria disponibile ad allargarsi.   

(29 luglio 2014)

 

York Capital Management lancia Opa su fondo Delta di IDeA Fimit

  • –di Radiocor Plus

Nuova Opa sul mattone a Piazza Affari. Questa volta a lanciarla è Gsf Eagle Opportunity Sarl (controllato indirettamente da York Capital Management Global Advisors) su Delta Immobiliare, fondo comune di investimento immobiliare di tipo chiuso, istituito e gestito da IDeA Fimit.

L’offerta ha ad oggetto un numero massimo di quote del fondo pari al 60% delle quote emesse e ad un prezzo di 54 euro per azione, a premio del 32,5% sulla media degli ultimi 12 mesi. L’esborso massimo previsto è di 68 milioni al netto di un possibile earn out che l’offerente corrisponderà, a chi ha ceduto le azioni, qualora successivamente il prezzo salisse sopra 75 euro. Al Fondo Delta fanno capo immobili prevalentemente del settore turistico e alberghiero oltre che cinema multisala.

Accordo Costamare – York Capital Management per l’acquisizione di navi portacontenitori
Investimenti in anteprima fino a circa500 milioni di dollari
la società armatoriali Costamare greco ha firmato un accordo con il manager di profonda americana York Capital Management Global Advisors al fine di investire fino a circa 500 milioni di dollari l’acquisizione di navi portacontenitori attraverso joint venture che verrà arrestato per il 49% della società greca, con opzione per aumentare la sua partecipazione da un minimo del 25% ad un massimo del 49% e al 51% da York Capital Management. Gli investimenti saranno realizzati in due anni e joint-venture avrà una durata fino a sei anni. A scioglimento della joint venture Costamare avrà il diritto di esigere una suddivisione della flotta tra le parti.
le anteprime di accordo che Costamare Shipping Co., un socio di Costamare, fornisce i servizi di shipmanagment con possibilità di subappaltare li a la Grecia Ships o la Shanghai Costamare Ship Management Co.

PS – LEGGI ARTICOLO COMPLETO SUL FONDO YORK PUBBLICATO IN QUESTO SITO

Pop. Vicenza, pronto esposto contro Kpmg

Adiconsum ha già raccolto adesioni sufficienti, nel mirino l’ex revisore dell’istituto in scia a un recente verdetto della Consob

 
 

Si profila una nuova azione legale per il caso delle banche venete, il cui dissesto ha portato alla liquidazione di Bpvi e Veneto Banca e inflitto perdite a una vasta platea di risparmiatori. Nel mirino però c’è Kpmg.

Adiconsum Veneto infatti ha avviato la raccolta di adesioni dei risparmiatori per attivare le procedure giudiziarie contro la società di revisione di Banca Popolare di Vicenza, sulla scia di una recente pronuncia della Consob che ha applicato alla stessa Kpmg una sanzione per la sua attività di revisione sull’istituto veneto.

“Attualmente le persone che hanno aderito sono oltre 100, un numero ritenuto già sufficiente per l’avvio dell’iniziativa legale”, fa sapere l’associazione dei consumatori riconducibile alla Cisl. Adiconsum ha inoltre annunciato, per il prossimo 16 gennaio, una nuova assemblea a Vicenza, aperta ai risparmiatori “con lo scopo di incrementare il numero di quanti ritengono utile percorrere questa strada per il recupero dei loro risparmi”.

Tutto ciò alla luce del fatto che lo scorso 6 dicembre la Consob ha applicato una sanzione amministrativa di 300mila euro alla società di revisione in relazione ai lavori di revisione svolti sui bilanci di esercizio e consolidato al 31 dicembre 2014 di BpVi. “Adiconsum Veneto – si legge ancora nella nota – auspica che anche per Veneto Banca la Consob proceda allo stesso modo per individuare se e in che misura i comportamenti dell’altra compagnia di revisione, Price Waterhouse Coopers (Pwc) siano sempre stati corretti”. (finanza report)

 

Euro verso quota 1,21 dollari: chi ci perde e chi ci guadagna

L’euro ha sfondato quota 1,20 sul dollaro. Dai mutui alle bollette: ecco benefici e problemi del supereuro

Euro verso quota 1,21 dollari: chi ci perde e chi ci guadagna

 
 

L’euro ha sfondato quota 1,20 sul dollaro, un livello che non toccava dal settembre dello scorso anno, e precedentemente da gennaio 2015. Dietro il super euro c’e’ la ripresa dell’economia europea e le incertezze sulla politica di Donald Trump dopo il varo della riforma fiscale e anche le recenti mosse della Fed, che hanno indebolito il biglietto verde. Ma che vuol dire concretamente per tutti noi avere a che fare con un euro forte? Fondamentalmente rappresenta un vantaggio per chi compra dall’estero e uno svantaggio per chi vende all’estero. In pratica, danneggia l’export, rendendo meno competitivi i nostri prodotti e avvantaggia chi compra dall’estero, o chi si reca fuori dai confini nazionali. Ma vediamo piu’ nel dettaglio i pro e i contro.

I VANTAGGI

Viaggi all’estero piu’ convenienti. Per il turista che si reca in un Paese straniero, in particolare negli Usa, l’euro forte consente un cambio piu’ vantaggioso e da’ piu’ potere d’acquisto, non solo nello shopping, ma in tutte le forme di pagamento: dagli hotel, ai ristoranti, alle spese per i trasporti.

Prezzo benzina tende a calare. Il costo dei carburanti, al netto delle tasse, tende a diminuire, o quantomeno a stabilizzarsi.

Bollette energetiche piu’ basse. I beni di importazione, a partire da quelli energetici, costano meno e quindi e’ previsto un risparmio nella bolletta energetica, anche se gli aggiustamenti dei prezzi non sono automatici e quindi i vantaggi per le nostre tasche si faranno sentire a scoppio ritardato.

Mutui e prestiti meno cari. L’euro forte non impedira’ il tapering della Bce, ma probabilmente lo rallentera’. Inoltre spingera’ la Bce a mantenere a lungo i tassi di interesse all’attuale livello, cioe’ quasi a zero. Questo consentira’ di tenere bassi i tassi sui mutui e sui prestiti.

Importazioni favorite. Le aziende potranno comprare a costi piu’ contenuti beni e soprattutto materie prime dall’estero, abbassando costi di produzione.

GLI SVANTAGGI

Export penalizzato. Le aziende che esportano, quindi in teoria tutto il made in Italy, saranno svantaggiate perche’ le merci prezzate in euro avranno un valore piu’ alto rispetto a quelle in dollari o in altre valute, perdendo competitivita’. La penalizzazione sara’ tanto piu’ forte per quei prodotti i quali, piu’ che sulla qualita’, puntano sulla convenienza di prezzo. – Borse, penalizzate aziende export. Il super euro penalizza le aziende quotate specializzate in export e quindi in particolare la Borsa di Milano, in cui il peso di queste aziende e’ molto forte.

Costi bancari tendono a salire. I bassi tassi di interesse, che l’euro forte tende a mantenere, indeboliscono i profitti delle banche, le quali, per rifarsi, aumentano i costi de loro servizi.

Rischio calo turisti in Italia. L’alto tasso di cambio dell’euro non incoraggia l’afflusso di turisti, specie quelli Usa, che potrebbero preferire mete in cui il dollaro ha piu’ valore.

La trappola dei prezzi troppo bassi. Draghi l’ha detto chiaro: l’euro forte e’ una “fonte di incertezza” per le sue implicazioni a medio termine sull’outlook dell’inflazione dell’Eurozona. In pratica, non favorisce un aumento dei prezzi, li mantiene bassi troppo a lungo. In questo caso, il vantaggio a breve per i consumatori si tramuta in uno svantaggio a medio e lungo termine, poiche’ crea instabilita’ e incertezza, a danno della crescita dell’economia e dell’occupazione. (affariitaliani)

Liquidazione coatta amministrativa BPVi e Veneto Banca, Il Mattino di Padova: ci sono altri sei mesi di tempo. Intanto da azioni di responsabilità nasce minaccia “fiscale”

Ci sono ancora sei mesi, fino al 30 giugno 2018, per liquidare tutte le attività e società delle ex popolari venete non rilevate da Intesa SanPaolo. Esiste infatti, riferiscono fonti autorevoli, un secondo documento ufficiale della DgComp che dà più fiato ai liquidatori di BPVi e Veneto Banca. Un atto formale, validato anche da Bankitalia, che sposta di sei mesi la data perentoria contenuta nell’allegato `B” inserito tra gli atti del «contratto di cessione d’azienda» firmato all’alba del 26 giugno 2017, nello studio milanese dell’avvocato Carlo Pedersoli, dai liquidatori di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca per la cessione a Intesa delle parti buone al costo di 1 euro.

Quell’allegato “B” dava sei mesi per vendere ciò che Intesa non aveva voluto il 26 giugno. E quel tempo è scaduto. Ma per Apulia Prontoprestito, Claris Leasing, Claris Factor, Apulia Previdenza, Immobiliare Italo Romena, Immobiliare Stampa, Prestinuova, Nem e Bpvi Multicredito c’è ancora la speranza di trovare un compratore com’è accaduto per Bim e Farbanca.

Dal 26 giugno ad oggi i liquidatori hanno prevalentemente gestito i crediti non performing in attesa del decreto per il loro trasferimento alla Sga. Decreto che dovrebbe arrivare a metà gennaio con il “trasloco” di 18 miliardi di Npl lordi dalle società in Lca (liquidazione coatta amministrativa) alla bad bank. Di questi 18 miliardi, 9 sono unlikely to pay, non ancora sofferenza ma neanche in bonis, e qui si giocherà la vera partita del recupero e anche la tenuta dell’economia del territorio. I liquidatori hanno finora gestito operazioni di estinzione mutui, cancellazioni di ipoteche e altre attività legate al deterioramento dei fidi. Necessità da soddisfare in via prioritaria per evitare reclami a Bankitalia. Un lavoro che ha rallentato le vendite delle società non rientrate nel perimetro di Intesa. D’altronde, il decreto per la Sga era atteso già per l’autunno ed è vero anche che le procedure di vendita non sono semplici né veloci: sono necessari avvisi pubblici e rispetto dei termini.

La vera novità di questi giorni, sul fronte dei liquidatori, è invece l’avvio delle azioni risarcitorie a lungo attese dopo il deposito delle azioni di responsabilità operate dai vecchi cda eletti dal Fondo Atlante contro la mala gestio dei precedenti manager e amministratori. Oltre 4 miliardi di danni spiegati, voce per voce, in enormi fascicoli depositati al Tribunale delle imprese di Venezia. Per tutelare il credito, i liquidatori hanno avviato azioni revocatorie, sequestri conservativi e blocco dei beni nei confronti dei patrimoni aggredibili, ovvero non bloccati dal giudice penale come è successo a quello dell’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli. Vero è che i patrimoni devono essere capienti e non svuotati. L’idea è di recuperare il più possibile con richieste di danno inferiori a quanto avanzarono i vecchi cda, ovvero 2 miliardi a Zonin e altri 32 “ex” Bpvi e 2,3 miliardi a Consoli & Co. Somme “monstre” che potrebbero portare a un’enorme batosta fiscale visto che le imposte si pagano sulla domanda di danno e non sul risarcito. Un salasso che i risparmiatori, qualora vedessero questi soldi indietro, non possono permettersi.

di Eleonora Vallin, da Il Mattino di Padova