E’ morto Andrea Fabbri, presidente della holding famosa per l’amarena.

Nel 2005 l’azienda ha festeggiato il centenario dalla fondazione con numerosi eventi come la pubblicazione di una monografia e la produzione degli antichi vasi decorati contenenti la celebre amarena .

Andrea Fabbri, presidente del CdA della Holding del Gruppo Fabbri, l’azienda bolognese fondata dal bisnonno Gennaro 118 anni fa, è morto ieri, a 67 anni. Lo annuncia l’ufficio stampa della Fabbri. Sposato con Beatrice, padre di Stefania e Camilla, nonno di due nipotini, era nato a Bologna il 5 luglio 1950, guidava l’azienda da oltre 20 anni insieme ai cugini e al fratello. Il suo impegno in Fabbri, iniziato da giovanissimo dopo la laurea in Legge, è proseguito ininterrottamente per 44 anni fino a diventare il massimo riferimento del gruppo alimentare della famiglia, che svolge le proprie attività con società filiali nei 5 continenti, incarico che ha ricoperto con impegno fino a pochi giorni prima di soccombere a una lunga malattia. Il marchio viene esportato in 74 Paesi È stata fondata nel 1905 a Portomaggiore da Gennaro Fabbri che acquista una vecchia drogheria per la produzione di liquori e di sciroppi: nasce così la Premiata Distilleria Liquori G. Fabbri. La piccola bottega conquista sempre più successo presso il pubblico grazie alla vendita di bevande quali il Virov, ovvero uno zabajone al marsala, e il Gran Forte Fabbri, un cognac distillato in botti di rovere della Slovenia. Nel 1914 la sede della ditta si trasferisce a Bologna acquistando una palazzina a Borgo Panigale con annessi terreni e capannoni. Parallelamente alla vendita di sciroppi, alla menta e alla granatina, inizia la produzione di quello che sarà considerato il simbolo della ditta ovvero l’amarena, imbottigliata negli speciali vasi di ceramica di Faenza decorati di blu e bianco. L’azienda inizia così a farsi conoscere in tutta Italia grazie a questo nuovo prodotto mentre gli anni Trenta segnano l’avvento alla conduzione della società da parte dei figli di Gennaro Fabbri, Romeo e Aldo. La produzione degli anni ’30 si allarga alle marmellate e alla ciliegia al liquore, altro grande successo dell’azienda. Negli anni del dopoguerra l’azienda viene trasformata in società per azioni dai nipoti del fondatore, Fabio e Giorgio: nasce così la G. Fabbri SpA. Gli anni Cinquanta rappresentano l’esordio della società nel campo della gelateria. Successivamente grazie all’avvento della televisione e in particolare del cartone animato Salomone pirata pacioccone in Carosello, il marchio Fabbri entra nelle case di tutta Italia dando vita ad una grande campagna pubblicitaria che renderà l’azienda conosciuta anche all’estero. Nel 1999 la società cambia nome in Fabbri 1905 SpA per ricordare l’anno di fondazione. Nel 2002 nascono due branche della società: da una parte la Fabbri G. Holding Industriale Spa che detiene il 100% delle azioni dell’azienda madre, e dall’altra la Fabbri Gestioni Immobiliari Spa proprietaria del patrimonio immobiliare. Nel 2005 l’azienda ha festeggiato il centenario dalla fondazione con numerosi eventi come la pubblicazione di una monografia e la produzione degli antichi vasi decorati contenenti la celebre amarena.

 

La Fabbri 1905 SpA è un’azienda alimentare italiana operante nel settore dolciario, della gelateria e della pasticceria.

Amarena Fabbri – Storia

È stata fondata nel 1905 a Portomaggiore da Gennaro Fabbri il quale acquista una vecchia drogheria per la produzione di liquori e di sciroppi: nasce così la Premiata Distilleria Liquori G. Fabbri. Il successo della piccola bottega acquista sempre più riscontro da parte del pubblico grazie alla vendita di bevande quali il Virov, ovvero uno zabajone al marsala, e il Gran Forte Fabbri, un cognac distillato in botti di rovere della Slovenia.

 

Nel 1924 la sede della ditta si trasferisce a Bologna acquistando una palazzina a Borgo Panigale con annessi terreni e capannoni.

Parallelamente alla vendita di sciroppi alcolici e non alocoli, alla menta e alla granatina, inizia la produzione di quello che sarà considerato il simbolo della ditta ovvero l’amarena, imbottigliata negli speciali vasi di ceramica di Faenza decorati di blu e bianco. L’azienda inizia così a farsi conoscere in tutta Italia grazie a questo nuovo prodotto mentre gli anni ’30 segnano l’avvento alla conduzione della società da parte dei figli di Gennaro Fabbri, Romeo e Aldo.

La produzione degli anni ’30 si allarga alle marmellate e alla ciliegia al liquore, altro grande successo dell’azienda.

Negli anni del dopoguerra l’azienda viene trasformata in società per azioni dai nipoti del fondatore, Fabio e Giorgio: nasce così la G. Fabbri SpA. Gli anni ’50 rappresentano l’esordio della società nel campo della gelateria. Successivamente grazie all’avvento della televisione e in particolare del cartone animato Salomone pirata pacioccone in Carosello il marchio Fabbri entra nelle case di tutta Italia dando vita ad una grande campagna pubblicitaria che renderà l’azienda conosciuta anche all’estero.

Nel 1999 la società cambia nome in Fabbri 1905 SpA per ricordare l’anno di fondazione.

Nel 2002 nascono due branche della società: da una parte la Fabbri G. Holding Industriale Spa che detiene il 100% delle azioni dell’azienda madre, e dall’altra la Fabbri Gestioni Immobiliari Spa proprietaria del patrimonio immobiliare. Nel 2005 l’azienda ha festeggiato il centenario dalla fondazione con numerosi eventi come la pubblicazione di una monografia o la produzione degli antichi vasi decorati contenenti la celebre amarena.

Chi ha in mente la gloriosa epoca di Carosello ricorderà senz’altro uno dei personaggi più amati di quel modo di fare pubblicità che Jean-Luc Godard definì come il prodotto migliore del cinema italiano. È il pirata Pacioccone che con la sua ciurma scrisse una pagina indelebile della comunicazione aziendale in Italia. Una storia di successo e creatività, figlia di un’epoca capace di sorprendere, inventarsi, stupire ma anche di due amici, eccezionali.

Creato nel 1965 dal disegnatore Ebro Arletti con l’autore e regista Guido De Maria, presto quest’ultimo coinvolse come sceneggiatori e autori dei testi due giovani brillanti, ma sconosciuti modenesi, che si frequentavano dai tempi del bar Grand Italia sotto la Ghirlandina. Ragazzi intraprendenti e squattrinati che si chiamavano Franco “Bonvi” Bonvicini e Francesco Guccini, e da lì a poco sarebbero diventati rispettivamente uno dei fumettisti e uno dei cantautori più amati del Belpaese.

Fu grazie alle loro trovate che le scorribande del Pirata e del suo aiutante Mano di fata entrarono nell’immaginario collettivo. Le famiglie italiane si appassionarono alle avventure del bucaniere un po’ in sovrappeso sempre in cerca di bottini e tesori al punto che la domanda-tormentone «Cappetano, lo possiamo torturare?», con cui si concludevano le reclame entrò nel linguaggio di tutti i giorni.

Domanda a cui Salomone rispondeva «Ma cosa vuoi torturare tu? Porta pazienza! So ben io come fargli aprire la bocca…»: la soluzione era, naturalmente, un prodotto Fabbri. Il successo fu tale che il Pirata divenne motivo di ispirazione per una vasta gadgettistica dal tritaghiaccio ai bicchieri ‘giustadose’, con tanto di tacca per indicare la quantità corretta di sciroppo fino al montapanna del pirata; oggi ambitissimi dai collezionisti. Nel ’76 venne poi prodotta anche una serie non a disegni animati, con personaggi creati con la plastilina da Francesco Misseri e da Lanfranco Baldi. Un pezzo di storia di casa Fabbri ma anche di tutti noi. 

amarena fabbri vaso vintage     

 

Massimo Della Ragione (Goldman Sachs): «L’Italia si alzi e torni a ballare»

 

«Sarà perché, da giovane, ho partecipato al momento magico delle privatizzazioni. Sarà perché vedo quanto pesa l’Italia nei conti e negli equilibri di Goldman Sachs, con le sue storie imprenditoriali di grande successo e di grande fascino e con le posizioni significative occupate da noi partner italiani. Davvero, non capisco come sia possibile che il nostro Paese perseveri nella sua stasi apparente, nella sua attitudine autodenigratoria e nella sua scarsa capacità di costruirsi una reputazione internazionale all’altezza del suo peso specifico».

Massimo Della Ragione, 52 anni, è un banchiere di Goldman Sachs. Siamo nella sua casa di Milano, molti libri di musica, lui che ti porge una copia di Glenn Gould. La ricerca del pianoforte perfetto di Katie Hafner, retaggio di un amore interrottosi al quinto anno di studi all’Istituto Civico Musicale di Crema e frutto dell’educazione familiare impartita dal padre Elio, amante della lettura e melomane, e dalla madre Marta, ancora oggi mandolino dell’Orchestra Città di Milano.

Della Ragione – abito blu, camicia bianca, orologio da runner al polso puntato sull’ora di Londra – è il capo dell’investment banking in Italia e il coordinatore delle attività della banca nel nostro Paese. Inoltre, si occupa di banche e di istituzioni finanziarie in Portogallo, in Turchia e nei Paesi dell’Europa centro orientale. È uno dei 10 italiani fra i 400 partner della maggiore fra le banche d’affari. Non ricalca né lo stereotipo dell’emulo vagamente ridicolo di Gordon Gekko, interpretato in Wall Street da Michael Douglas nel 1987 con la fissazione di un canone occidentale fra l’etico e l’estetico, né il profilo del navigatore furbo e spregiudicato selezionato non di rado nel nostro Paese dalle imprese e dalle istituzioni finanziarie anglosassoni, bisognose di qualcuno che abbia «una certa praticaccia del mondo detto latino», per dirla con il Carlo Emilio Gadda di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana.

Della Ragione è un tecnico della finanza, nella sua funzione strutturale di collegamento fra i mercati da un lato e l’economia reale e la finanza pubblica dall’altro. Ha una moglie, Valentina – già banker in Paribas – , e cinque figli: Allegra, di 17 anni, Gaia, di 15, Stella, di 12, e Leonardo e Ludovico, gemelli di 9 anni. La sua casa principale è a Londra. A Milano, dove sta due giorni a settimana, ha mantenuto l’abitazione in centro, un appartamento borghese in cui prevale il bianco e dove consumiamo un pranzo rapido ma gustoso: culatello tagliato spesso, pezzi di parmigiano reggiano e cucchiaiate di mascarpone con le noci, pane e focaccia fine, croccante e leggermente salata.

«Io ho un grande amore per l’Italia, di cui ho visto, a nemmeno trent’anni, la capacità di costruire una classe dirigente di alto livello. Ero appena arrivato in Jp Morgan. Mi occupavo della privatizzazione di Bnl. Il presidente della banca era Mario Sarcinelli e l’amministratore delegato Davide Croff. Il direttore generale del ministero dell’Economia e delle Finanze era Mario Draghi, il capo progetto Vittorio Grilli, il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi. Personalità di un assoluto livello intellettuale, professionale e morale», dice mentre assaggia un Pinot nero del Trentino Alto Adige del 2012 che non ha nulla da invidiare ai Borgogna. «Un Paese che riesce a creare quella classe dirigente – continua – non è un Paese senza speranza. È un Paese che ha storia, cultura, umanità. Ma che, di certo, deve tornare a occuparsi della sua identità e del suo interesse».

L’apice e la base. Le élite, ormai storiche, e i ragazzi di oggi e di domani. Nota Della Ragione: «Gli studenti che frequentano la Bocconi, dove faccio il professore a contratto di Investment banking, hanno una preparazione e una dedizione elevate. Inseriti in un contesto che funziona ed è coerente con gli standard internazionali mostrano le qualità intrinseche del nostro capitale umano».

Capitale umano, spirito della nazione, comunità di origine e comunità di destino. Nella sedimentazione e nella distinzione dei lessici, in tutte queste categorie esistono punti comuni riconducibili allo specifico italiano. Che è composto anche da tic, da autoridimensionamenti e da paure che si fanno piccole vergogne. Nella sua dimensione cosmopolita, propria di chi appartiene alla tecnostruttura della grande finanza, Della Ragione conosce bene le virtù italiane (taciute) e i vizi degli altri (sottaciuti). «Poco tempo fa – racconta – per una nevicata l’aeroporto di Heathrow ha lasciato accampati i viaggiatori, senza assistenza, per due giorni. A Londra, e su Londra, nessuno ha detto una parola. Fosse successo in Italia sarebbe scattata la solita litania, denigratoria e autodenigratoria, che non è poi molto distante dai cliché di un popolo tutto pizza e pastasciutta».

Questa tendenza al cupio dissolvi assurta ad elemento antropologico appare un segno distintivo di una comunità nazionale impegnata in una eterna transizione economica, politica e civile. E accomuna tutti gli strati sociali, classi dirigenti incluse. E, a questo punto, Della Ragione quasi alza la voce: «Ma come è possibile che Milano perda l’Ema a favore di Amsterdam per un sorteggio? Al sorteggio non puoi e non devi arrivare. Se nel negoziato capisci che non ce la fai, devi trattare per ottenere qualcosa d’altro. Ma il sorteggio, no, per favore».

Della Ragione è alto e secco. Ha tirato di boxe, dai 18 ai 30 anni, a Milano alla palestra Doria di via Mascagni e, a Londra, al Club The Ring. Nel salone della sua casa, sopra al camino, compare una grande foto del seminterrato del Circolo Arci di Via Bellezza, dove Luchino Visconti girò nel 1960 Rocco e i suoi fratelli. Ha fatto anche degli incontri amatoriali, tre riprese da due minuti l’una. «No, la mia professione non ricorda il pugilato. Nel pugilato sei solo. La mia professione ricorda il calcio. È un gioco di squadra», dice.

Questa professione è cambiata molto. In essa si assiste – in coerenza con quanto accade in ogni angolo del mondo occidentale – alla prevalenza della Tecnica, in un particolare inveramento delle analisi-previsioni-profezie del riscopritore di Parmenide, il filosofo Emanuele Severino. «Nel 1994, venni assunto in Jp Morgan dopo 30 colloqui. Volevo, volevo, assolutamente volevo una esperienza internazionale: Londra e New York erano il mio mito, fra la finanza e la musica. Entrambe le città significavano le grandi banche d’affari. In più Londra era, per me, i Led Zeppelin, i Beatles e i Rolling Stones. Mentre New York era il jazz. Provenivo dal Credito Italiano e avevo una laurea in Economia alla Bocconi, che non aveva lo standing internazionale di oggi. Parlavo poco l’inglese. Nell’Italia degli anni Ottanta e Novanta, lo sapevano in pochissimi. Oggi non mi avrebbero nemmeno ammesso ai colloqui. Allora erano più visionari. E, non a caso, quelli come me avevano una attitudine totale da street fighter. La professione era un misto di tecnica e di relazioni, di conoscenza analitica e di intuizioni. Il tutto sintetizzato nella negoziazione con le controparti. Oggi i formalismi e le tecnicalità hanno un peso e una importanza debordanti», spiega.

Tutto questo si è accentuato con la crisi del 2008, a cui ha corrisposto un ispessimento della coltre regolamentare e giuridicizzante. «Una volta, per un problema, ci telefonavamo il sabato mattina, ci incontravamo il sabato pomeriggio e la domenica avevamo definito una soluzione valida e disciplinata. La globalizzazione, l’ipertecnologia e la connettività hanno moltiplicato l’uso delle mail. Le quali hanno irrigidito e complicato i processi: dato che scripta manent, ognuno tende a deresponsabilizzarsi assumendo posizioni da cui è difficile tornare indietro. Soltanto che, però, con questo meccanismo diventa sempre meno semplice decidere. Di fronte a tutto questo, la reazione delle banche d’affari è di aprire o infoltire le sedi così da stare più vicino ai clienti. Succede negli Stati Uniti, dove per esempio Goldman Sachs è a Seattle e San Francisco, Salt Lake City e Miami. Accade in Europa: qui a Milano, in Piazzetta Bossi, finora siamo stati in 30, ma nella nuova sede saliremo a più di 100».

Oggi l’area Emea pesa per il 25% delle attività di Goldman Sachs e, in essa, l’Italia occupa un posto rilevante. L’Italia, secondo Della Ragione, è il Paese di Tod’s e Ferragamo, Cucinelli e Prada, Luxottica e Ferrari. «Ed è il Paese del turnaround di Sergio Marchionne, che ha salvato una Fiat in stato agonizzante, con tutte le banche che le “shortavano” contro, e che ha realizzato quella cosa pazzesca che è stata l’operazione Chrysler, in cui ha convinto i governi americano e canadese, oltre al fondo pensione dei lavoratori, a dare alla nuova società parecchi miliardi di dollari restituendoli poi tutti. Non si capisce perché in molti, nel nostro Paese, nutrano ostilità verso Marchionne. Credo che influisca la cultura anti industriale e anti imprenditoriale che persiste in buona parte della nostra società».

Nella articolata contraddizione del Paese, per Della Ragione occorre attivare il meccanismo schumpeteriano della distruzione-creazione. «Ha ragione il rettore della Bocconi, Gianmario Verona, che nella prolusione dell’anno accademico ha citato il circuito virtuoso fra l’innovazione, la ricerca e l’economia», sostiene il banchiere. Il quale estende il ragionamento a tutta la società. «Serve una scossa. L’innovazione è anche innovazione dell’anima e delle menti. Guardiamo a quello che è successo in Gran Bretagna con la Brexit. Nessuno pensava che il referendum passasse. Io sono andato a letto convinto che i no avrebbero di gran lunga prevalso. Alle 5 del mattino ci siamo svegliati con gli smart phone pieni di messaggi. Adesso tutti criticano l’Inghilterra. Che, però, si sta già rimodulando nei suoi equilibri interni e che, comunque, con questo shock aiuterà l’Unione europea a cambiare in maniera radicale».

In qualche maniera l’Italia – Paese sonnolento e inerte che però ha nel suo grembo feti di innovazione da accudire e da sviluppare – ha bisogno di quella che gli economisti chiamano disruption. La rottura. La lacerazione. Il foglio strappato. Per poter scrivere e colorare una nuova pagina usando allo stesso tempo vecchie e nuove matite,vecchie e nuove biro, vecchi e nuovi pennarelli.

Una disruption sociale, oltre che economica. Individuale, ma anche collettiva. «Meglio ballare tutta la notte a una festa o rimanere seduti, con la sigaretta in mano e andare a casa alle 11 di sera? Per me è meglio ballare tutta la notte. Non dobbiamo avere paura di mostrarci vivi». ( Paolo Bricco Il Sole 24 Ore)

La pastaia che voleva fare la diplomatica: “Il protezionismo non serve a difendere il nostro grano”

 

Donna Impresa 74 è Margherita Mastromauro, 48 anni, general manager del Pastificio Riscossa, di Corato, Puglia. Azienda fondata dal bisnonno nel 1902 nella quale è entrata convincendo lo scetticismo del padre. E’ stata parlamentare del Pd per una legislatura. Innovazione e ricerca, ampliamento della gamma, sono le strategie per la crescita della sua impresa verso Industria 4.0

Nel logo dominato dal colore rosso, c’è uno splendido sole, il grano maturo, una bella mietitrice con la gonna scarlatta e il nome: Riscossa. Gli fu dato negli anni Cinquanta, per imprimere un messaggio di rinascita dopo i patimenti della guerra. E non è mai cambiato. Margherita Mastromauro, 48 anni, general manager, è la quarta generazione nel pastificio della famiglia, nato come un piccolo laboratorio artigianale nel 1902 a Corato, in Puglia, nel cuore delle Murge. Il fondatore Leonardo, suo bisnonno, in quei tempi grami spinse i figli maschi ad emigrare in America per cercare fortuna. Quelli misero su una attività di trasporti di carbone e ghiaccio e qualche tempo dopo se ne tornarono al paese con un piccolo gruzzolo che servì per dare al laboratorio pastaio un primo assetto industriale.

La storia di oggi racconta che il pastificio Riscossa produce 600 mila quintali di pasta all’anno, ha cento addetti, un fatturato di 40 milioni di euro, esporta il 50 per cento in più di 80 paesi nel mondo: in Europa con Germania, Francia, Belgio, Russia e Ucraina, negli Stati Uniti, Canada, Messico, Centro e Sud America, e ancora Giappone, Cina, India, Sud Africa, Australia e Isole del Pacifico.

Margherita Mastromauro, in azienda a fianco del padre Leonardo, presidente, e del fratello Nunzio, responsabile dell’export, ne progetta il futuro industriale 4.0. Si sentiva tagliata per la carriera diplomatica, con la sua laurea con 110 e lode in Scienze Politiche, indirizzo economico e internazionale, all’università di Bari. Era a Roma, poi, a frequentare un master alla Luiss quando venne richiamata in Puglia con la richiesta di seguire l’attività di un altro pastificio e due mulini che la società aveva preso in affitto da un fallimento. È stato il suo esordio da imprenditrice.

“Il mio impegno negli ultimi anni – spiega – si è concentrato su dove dobbiamo andare e cosa dobbiamo fare.
La conoscenza del mercato mi consente di procedere con una certa serenità”. Il logo rivisitato e modernizzato, un nuovo packaging, interventi sulla trafilazione e le ricette di fabbricazione, per la general manager sono stati i primi passaggi di una strategia di cambiamento. “Per questo ho avviato un’operazione di rebranding, con l’idea di un’azienda che vuole stare al passo con i tempi, intercettando le nuove tendenze di consumi, ma rivendendo e studiando anche il prodotto classico. In funzione inoltre di un ampliamento di gamma. Abbiamo tanta parte di clienti storici, affezionati a noi da molti anni”. E soprattutto puntando sull’alta qualità. “Vogliamo restare lontani dalla competizione sul primo prezzo che fa i grossi volumi, e rendere tutto ciò che facciamo molto concorrenziale. Il nostro pacco della pasta è sempre stato rosso e rosso rimane, ci contraddistingue e in molti ci hanno copiato”.

Suo padre, che sulle prime non aveva scommesso su di lei, l’aveva lasciata libera di andarsene in giro per il mondo. “Avevo la passione per le lingue e ho sempre avuto la valigia facile. Oggi in Scozia per corsi di inglese, domani negli Stati Uniti, un’altra volta in Francia, mi sarei anche laureata all’estero ma era troppo all’avanguardia, quello mio padre non lo concepiva”. Nel frattempo Riscossa aveva traslocato nella prima zona industriale di Corato, in uno stabilimento moderno. Dagli anni Ottanta ci sono stati diversi momenti di crescita e dal 2000 in poi l’obiettivo è stato quello di incrementare i fatturati.

Il percorso per conquistare il ruolo che ricopre oggi, per Margherita è stato lungo e accidentato. Quando rientra nei ranghi e si dedica all’azienda, passa due anni a gestire insieme ai soci esterni gli impianti rilevati dalla società. “Più tardi ho curato la separazione da questi partner e compiuta la missione che mi avevano affidato, con risultati positivi e salvaguardando gli interessi del nostro marchio, mentre pensavo di tornare alle mie cose e preparare il concorso in diplomazia, mio padre mi ha detto: resta, ci servi qui. Infine sono entrata in Riscossa senza più andar via perché mi sono appassionata”.

Dalla Luiss a Roma, a coltivare la sua passione per gli studi e collaborare con l’università, alla fabbrica di Corato: “Mi sono trovata in un contesto diverso, posso dire di aver fatto la gavetta, guidavo per 120 chilometri al giorno, ho girato ogni reparto, ho gestito situazioni con operai e sindacati. Poi ho abbandonato il resto, non riuscivo più a conciliare. In prima battuta mi ha aiutato avere la sponda di mio padre, il confronto costante con lui, ma da parte mia ci ho messo molto, anche sacrificando i miei spazi. Una full immersion che alla fine è servita, ho imparato tanto. Questo settore è competitivo e concorrenziale, i pastifici non sono facilissimi da gestire, chi si improvvisa e pensa: tanto la pasta si mangia, tanto si vende, in realtà si sbaglia perché noi lavoriamo con margini molto ridotti”.

È nel comitato di presidenza di Confindustria BariBat (Barletta, Andria e Trani) e come numero uno della sezione Agroalimentare ha affrontato la vertenza con le associazioni di produttori locali sull’importazione del grano dall’estero. “Quando il prezzo del grano è calato, gli agricoltori si sono, dico giustamente, ribellati e hanno utilizzato questa emergenza per sostenere il discorso delle filiere del grano italiano. Per noi aziende pastaie pugliesi è un plus riuscire a incentivare le filiere e adoperare il grano di casa nostra. Tutti i pastifici hanno accolto con favore gli accordi di filiera, si sono attrezzati e hanno messo in commercio prodotti di grano italiano, sebbene in quantità ancora limitate. Ma la via giusta non è quella del protezionismo perché di grano nostro non ce n’è abbastanza e per alimentare le produzioni di pasta ne dobbiamo importare per forza dall’estero. È però necessario che sia materia di qualità. In gran parte la miscelazione avviene per garantire il consumatore sulle performance della pasta, è chiaro quindi che il grano importato debba avere caratteristiche di un certo tipo. Va anche detto che se all’estero porto la mia pasta fatta di grano italiano, questo non è un plus, agli stranieri basta che sia targata made in Italy”.

Poi ci sono altri obiettivi. La general manager di Riscossa ha rafforzato la sua partecipazione azionaria nella società, nel segno di un impegno ancora maggiore per il successo del suo brand. “L’intenzione è quella di lavorare per far crescere l’impresa e questo possibilmente anche attraverso sinergie industriali. Lavorerò per trovare delle partnership o per realizzare nuove acquisizioni. Bisogna crescere per essere competitivi. Nella graduatoria dei pastai in Puglia ci siamo noi, Divella e Granoro, che era una costola di Riscossa. In Italia siamo tra i primi dieci, il nostro settore si è molto ridotto dal punto di vista numerico, diversi pastifici nel tempo se ne sono andati, penso ad Amato di Salerno. Prima delle ferie di Natale siamo stati inseriti nel programma di Borsa Elite, anche se per ora non se ne parla”.

C’è stata per lei anche la parentesi politica. “Grazie a dio dal punto di vista finanziario l’azienda è sana. Nel 2006 vinsi il premio prestigioso Marisa Bellisario come imprenditrice del sud, ero già in Confindustria, Montezemolo mi cooptò nel Comitato Mezzogiorno. Qualcuno del Pd ha pensato di indicarmi quando c’è stato il tentativo di svolta di Veltroni, non sono mai stata una militante ma certo simpatizzavo col centro sinistra. Nel 2008 mi chiamarono per un’offerta irrinunciabile, numero due della circoscrizione Puglia per la Camera. È stata una bella esperienza, ero appassionata di politica, ma a livello locale quando avevo provato ad avvicinarmi non mi piaceva, mi sembrava di perdere tempo. Il mio ruolo di parlamentare mi ha allontanato abbastanza dall’operatività quotidiana in azienda, perché mi ci sono dedicata il più possibile. Ho seguito i temi che mi interessavano di più: due anni in commissione Ambiente, col piano casa e l’emergenza rifiuti, altrettanti in quella delle Attività produttive, nel rapporto con l’industria, la grande distribuzione, il filone dell’energia. Ora è rimasta la passione, però in senso alto; l’esperienza di partito non è stata esaltante perché il Pd era una realtà molto complessa, difficile inserirsi e anche capirne le dinamiche. Ero nella direzione nazionale del partito, ho fatto parte del gruppo di lavoro sul codice etico. Renzi l’ho conosciuto appena e comunque non ero una sua fan, non mi piaceva il messaggio della rottamazione, un concetto che mi è estraneo. Per natura non sono conflittuale, ma nemmeno disposta a cedere sulle mie idee, se ho delle convinzioni le porto avanti. Nel rapporto con gli operai che lavorano con noi, per esempio, non ci sono per forza contrapposizioni: con i premi obiettivo abbiamo garantito redditi più elevati”.

Nel 2007 si è sposata con un imprenditore, sei anni fa è nata Matilde: “Il matrimonio non è mai stato un obiettivo, l’ho sempre considerato qualcosa che dovesse avvenire spontaneamente e così è stato, tanto che mi sono sposata a 38 anni. Io vivo in una famiglia tradizionale, i miei genitori sono insieme da 50 anni”. Ha studiato pianoforte facendo esami ai conservatori di Bari e Monopoli. “Ora sono in una fase di nostalgia. Suono pezzi classici, quelli della mia formazione, i romantici mi piacciono di più, e comunque ultimamente mi sono dedicata al jazz di Ludovico Einaudi”.

Per ora tante cose le ha dovute accantonare: leggere un libro in santa pace, andare ai concerti. “Ma è un fatto passeggero, la bambina è piccola, i programmi li lascio fare a lei”. Non si dilunga dal parrucchiere, però ha un debole per le borse, quelle firmate, e per i gioielli, di cui fa un uso limitato. “Mentre tutti i miei amici vanno a sciare, io sono stata a Montegrotto, alle terme vicino Abano, a dormire nell’acqua calda e a fare passeggiate. Prediligo il mare. Anche se lavorando ne posso godere poco. Quando gli altri vanno in spiaggia a fare il bagno, io indosso il mio tailleur e mi butto in azienda. Sono stakanovista, mi lamento ma non riesco a immaginare una vita diversa. Continuo a viaggiare, anche se con la bambina ho ridotto le trasferte. La tappa di New York è fissa per le fiere, Germania, Francia. Dove è necessario vado. Amo la pastasciutta ma non mettermi ai fornelli, lo faccio da che c’è mia figlia; quando vivevo da sola cercavo di andare a mangiare dalla mamma. Da questo punto di vista sono una contadina, mi piace tutto ciò che è semplice: pane, olio e pomodoro”.( Patrizia Capua La Repubblica)

Se la Borsa supera il Pil c’è poco da festeggiare

Il 2017 è stato un altro anno record per le Borse e gli altri mercati mobiliari mondiali. E fa effetto sapere che proprio grazie alla Borsa, i primi 70 miliardari del mondo hanno visto salire il loro patrimonio di oltre mille miliardi di dollari in 12 mesi.

Si tratta di quasi 100 miliardi di dollari a testa in più: nel complesso, i 500 personaggi più ricchi del pianeta hanno ora un patrimonio complessivo di 5.300 miliardi di dollari, una cifra abnorme se si pensa che bastano i patrimoni dei primi 5-6 uomini d’oro per superare la ricchezza complessiva di oltre 3,5 miliardi di persone.

Ma questo non è l’unico dato eclatante offerto dall’analisi dell’andamento delle Borse. Quello più emblematico riguarda la capitalizzazione: alla chiusura dell’anno il valore globale delle azioni quotate sui mercati finanziari ammontava a quasi 80mila miliardi di dollari, il massimo di tutti i tempi. Da inizio 2017 la capitalizzazione è aumentata di oltre 12mila miliardi di dollari a quasi 80mila miliardi di dollari, un valore impressionante se paragonato a inizio 2009: nel bel mezzo della crisi finanziaria culminata con il crollo di Lehman, la capitalizzazione scivolò a 31mila miliardi, più del 60% in meno dei valori attuali. Ma non è tutto ora quel che luccica.

Se a fine 2008 le Borse valevano meno della metà del Pil globale, ora celebrano il sorpasso: a fronte di una capitalizzazione di 80mila miliardi, il Pil globale – che a fine 2016 ammontava a 75.500 miliardi – dovrebbe aver raggiunto (a malapena) a fine dicembre scorso i 78mila miliardi di dollari, almeno sulla base delle stime del Fondo monetario internazionale. Per il 2017, infatti, gli economisti Fmi hanno previsto una crescita economica del 3,5%. Anche nell’attesa dei dati finali del Fondo, il sorpasso della speculazione sull’economia reale appare già scontato. E qui torna a galla quanto avvenne a fine 2007: Anche allora, infatti, le Borse superarono il Pil mondiale (60mila miliardi contro 58mila), ma quella che ne seguì non fu una semplice correzione bensì una tempesta finanziaria che in 12 mesi spazzò metà del valore delle azioni. Le suggestioni aumentano se si pensa che oggi, come allora, i mercati azionari sono reduci da nove anni consecutivi di rialzi. Il dato spaventa un po’ gli amanti delle statistiche perché ricordano che di solito i cicli positivi durano otto anni, dopodiché i rischi di una correzione anche importante aumentano: se a ciò si aggiunge il fatto che il 2018 si è aperto con una nuova febbre speculativa che ha ulteriormente gonfiato le valutazioni azionarie, la ricetta del “pasticcio” è già sul tavolo.

Nessuno può dire con certezza se i mercati siano quindi destinati ora a un nuovo avvitamento da overdose di liquidità, ma la prudenza (e la passata esperienza) dovrebbero far riflettere: con il 2017, è la seconda volta nella storia che la finanza sorpassa l’economia reale. Se la speculazione prevale sulla creazione di ricchezza reale, le asimmetrie e l distorsioni tra i due mondi potrebbero diventare socialmente ed economicamente esplosive. E in questo caso, la corsa alla speculazione di Borsa è persino incentivata dalle Banche Centrali, memori degli errori commessi dalla Bce di Jean Claude Trichet che per fermare la corsa speculativa di quegli anni alzò i tassi di interesse alla vigilia della recessione e della crisi finanziaria. Comunque sia, puntare sulla rendita finanziaria è un diritto per chi ha soldi da investire. Ma se il rendimento speculativo viene garantito dai governi grazie ai soldi dei contribuenti (gli aiuti straordinari delle banche centrali, alla fine, chi li paga?), mentre il reddito industriale e quello da lavoro restano tassati alla morte, cade anche ogni speranza di un futuro migliore per il lavoro e per chi vive solo dello stipendio.(Alessandro Plateroti Il Sole 24 Ore)

 

”MONDO SOFFERENZA”: DOPO IKEA E AMAZON, ECCO COME SI LAVORA A MONDO CONVENIENZA – I LAVORATORI VENGONO MESSI L’UNO CONTRO L’ALTRO NELLA CORSA ALLE VENDITE, E C’È CHI SI AMMALA PER L’ECCESSO DI STRESS E COMPETIZIONE – DAL NEGOZIO AI TRASPORTATORI, L’AZIENDA GARANTISCE I PREZZI BASSI TAGLIANDO GLI STIPENDI ED ESTERNALIZZANDO I SERVIZI

1. GARE TRA VENDITORI, MOTTI E STRESS: COSÌ SI LAVORA A “MONDO SOFFERENZA”

Estratto dall’articolo di Francesca Fornario per ”il Fatto Quotidiano

 

Attenzione: l’ assunzione prolungata può provocare attacchi di panico, tachicardia, insonnia, nausea, tremori, dermatiti, cefalee e pianto nervoso. Non sono gli effetti collaterali di un farmaco ma quelli di un lavoro. Un impiego come venditrice di mobili a Mondo Convenienza.

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“C’ era questo gioco, la Master Seller. Il torneo dei venditori. Ognuno era una pedina. Doveva risalire la strada fino alla cima della montagna e superare gli altri, o finiva maglia nera”, racconta una lavoratrice. Maglia nera? Quale Montagna? “Quella disegnata sulla parete. Se non superavi le prime due curve eri maglia nera, un gregario”.

C’ era scritto proprio così, sulla grande lavagna, accanto al nome e cognome: “Gregario”.

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Con tanto di esortazione: “Noi crediamo in te.. tu no? Forza!”.

 

Erano piene di “esortazioni”, le pareti del punto vendita di Prato. Moniti per spronare i dipendenti a lavorare di più, per ricordargli che la loro permanenza in negozio non era scontata “Esserci è diverso da Rimanerci”. E allora, anche se il contratto a tempo indeterminato prevede una paga fissa e la sicurezza dello stipendio, ci si affanna a vendere ogni singola cassettiera come un lavoratore a cottimo per passare maglia bianca: “Fai del tuo meglio scendi in campo da protagonista!”, poi maglia ciclamino, azzurra, verde e rosa, all’ ultima curva: “Sei il numero uno non ti fermare ora!”.

 

E vincere il premio previsto dal regolamento. “Un prestigiosissimo trofeo di Vincitore della Master Seller Challenge”. Un sistema per mettere i venditori in competizione misurandone “la produttività oraria” attraverso “il ranking settimanale”. Lucia, nome di fantasia, in quell’ azienda si è ammalata. Non riesce a star ferma sulla sedia del dottore mentre lo racconta. Non regge più i ritmi le pressioni, non sopporta più i motti alle pareti “Non c’ è mai una seconda occasione per fare una prima buona impressione” e Benjamin Franklin piegato a vendere cucine componibili: “Dimmi e io dimentico, mostrami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo”.

mondo convenienza sciopero mondo convenienza sciopero

 

Si licenzia e ottiene dall’ Inail il riconoscimento per malattia professionale. Un fatto raro per una venditrice, che non fa un lavoro “usurante”: non solleva carichi, non è esposta al caldo o al freddo, eppure si ammala di lavoro, per le condizioni sempre più spesso imposte a commessi e cassieri, a lavorare a tempo pieno con un part-time e durante le feste con l’ indeterminato. Parte l’ indagine della Asl, che raccoglie per mesi le testimonianze dei dipendenti.

 

(…)

 

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L’ azienda replica che è il contrario: “Nei nostri punti vendita rispettiamo tutte le prescrizioni previste in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e l’ analisi Stress Lavoro Correlato non ha mai evidenziato alcuna criticità sul punto”. I lavoratori raccontano la loro versione su una pagina Facebook, “Mondo Sofferenza”.

 

(…)

 

 

2. MONDO CONVENIENZA, MA A QUALE PREZZO: L’ALTRO LATO DEL COLOSSO DEL MOBILE

Estratti dall’articolo di Maurizio Di Fazio per ”l’Espresso” dell’11 dicembre 2017

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/12/05/news/mondo-convenienza-ma-a-quale-prezzo-l-altro-lato-del-colosso-del-mobile-1.315499

 

Parecchie aziende italiane della grande distribuzione organizzata di mobili e arredamento sono state spazzate via, o pesantemente ridimensionate, dal ciclone Ikea.

Resiste invece, con una quota importante di mercato e magazzini sparsi in quasi tutt’Italia, Mondo Convenienza. Era il 1985 “quando Giovan Battista Carosi, il futuro fondatore, si trasferì da Viterbo a Civitavecchia per lavorare come commesso in un negozio di arredamento. Poco dopo è iniziata l’avventura di Mondo Convenienza” si legge sul sito Internet, dove non mancano richiami ai sacri principi aziendali.

mondo convenienza mondo convenienza

 

Dalla lealtà, “un valore che ispira l’agire quotidiano di ogni nostro dipendente, sia nei confronti dei colleghi che verso il cliente” al rispetto, “verso i fornitori, il loro lavoro e la loro competenza. Rispetto per i dipendenti, il loro impegno e la loro professionalità. E soprattutto il rispetto verso il cliente”.

 

Ma il punto di vista di una parte non trascurabile dei lavoratori è diverso.

 

mondo sofferenza il prezzo della convenienza mondo sofferenza il prezzo della convenienza

Ultimamente se n’è parlato anche a Report, che ha messo sotto la lente di ingrandimento l’ultimo fenomeno in casa Mondo Convenienza: quest’anno i suoi addetti al trasporto e al montaggio si sono visti trasformare il contratto dalla categoria “trasporti-logistica” a quella “multiservizi-pulizie”. Con conseguente cambio in corsa della cooperativa subappaltante di riferimento. Questo significa, protestano i sindacati, 300 euro in meno di stipendio. Un meno venti per cento in busta paga. “Ecco spiegato lo sconto fisso del 22 per cento sui mobili” c’è chi insinua, coincidenze numeriche alla mano.

 

«Mondo Convenienza conferma che per tali servizi, così come prassi per gli operatori del settore del mobile, si avvale di fornitori esterni» – dichiara all’Espresso il loro ufficio stampa – «I servizi di trasporto e montaggio vengono affidati in appalto. Dal negozio a casa tua, il servizio è fornito da terzi per conto di Mondo Convenienza, ma è normale che sia così».

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Ed è nata una pagina Facebook che funge da tazebao delle rivendicazioni e delle doglianze dei dipendenti. Il nome, dolente e ironico, è “Mondo sofferenza”. Il sottotitolo fa il verso allo slogan ufficiale: “qual è il prezzo della convenienza?”.

 

Un florilegio di immagini emblematiche (come quella in cui si vede un gruppo di trasportatori caricare e scaricare a mano mobili pesanti decine di chili, “altro che l’uso di carrelli elevatori elettrici, altrimenti come si potrebbero fare sconti ai clienti?”), accuse trasversali e meme “di classe” (“sfruttamento trasversale e taglio dei diritti”).

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Francesca Ferone è di Roma, ha 39 anni e ha lavorato per Mondo Convenienza dal primo settembre del 2004 al 22 settembre del 2015, prima di essere licenziata “per avere risposto male al direttore. Ma non è vero”. La decisione finale sul suo reintegro spetterà alla Cassazione.

 

Aveva, dal 2010, un contratto part time a 24 ore, “ma con gli straordinari obbligatori”. Prima lavorava 30, 35 ore a settimana. Nel reparto ordini o alla cassa, “è tutto intercambiabile. E per mesi ho vinto il premio aziendale come miglior cassiera”.

Francesca ha girato diversi punti vendita: Roma-Pontina, Roma-Casilina, Pescara, Voghera. “Ogni volta firmavo le dimissioni e venivo riassunta nella nuova filiale, con la perdita dei benefici di anzianità di servizio” afferma Francesca all’Espresso.

 

 

(….)

 

L’articolo integrale su:

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/12/05/news/mondo-convenienza-ma-a-quale-prezzo-l-altro-lato-del-colosso-del-mobile-1.315499

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(Estratto dagospia.com)

L’ITALIA GIUSTA E QUELLA ATTUALE SBAGLIATA


Se per governare bisogna proteggersi e difendersi dal popolo rappresentato e governato, c’è qualcosa che non va, e sicuramente non si governa nè bene nè come si deve. Se un rappresentante politico ha bisogno di scorta o di truppe di polizia d’assalto a difesa della propria incolumità o di quella della propria famiglia, o dei parenti ed amici, vuole dire che quel politico sta facendo molto male la politica e gli interessi del proprio Paese e dei cittadini tutti.

Il vero politico, che ci auguriamo tutti di avere in Italia, anzi i veri politici, sono quelli di fronte ai quali le persone che compongono il popolo di quel Paese riconoscono di essere rappresentati bene o almeno al meglio delle possibilità di quei politici e i cui interessi di quella popolazione e di quel Paese sono soddisfatti e bene fatti valere e rappresentati. Il popolo li agevola e facilita nel compito, perché lavorino al meglio, certi che stia dandoci dentro per fare il nostro meglio. La politica non è il gioco a frega compagni che è oggi sotto gli occhi di noi tutti. Non è il gioco degli imbroglioni che tassano a man bassa gli italiani e intanto intascano e fanno i propri interessi – politici, economici, professionali – e quelli del proprio ristretto gruppo per sè mettendolo in quel posto a tutti gli altri.

Insomma, per essere più chiari, non si è senza arte nè parte e si arraffa la cosa pubblica per depredarla per sè e famiglia e gruppetto politicante. L’utilizzo strumentale dei provvedimenti e dei decreti, delle leggi pubbliche per rimpinzare se stessi deve essere ancora tutto chiarito e stigmatizzato e il nostro sistema democratico deve prevederne la rapida e severa, rigorosa e grave reazione a contrasto. Reazione democratica che non si è palesata quando è stato fatto macello della nostra cosa pubblica italiana.

Avevamo in Italia un governo eletto a maggioranza dal popolo italiano che è stato spodestato ed al suo posto sono stati imposti ben quattro governi forzati e forzosi contro gli italiani e da questi, cioè da noi tutti, mai eletti. Nessuno ha detto niente. Nessuno ha detto “no”. Ci si è via via allineati all’imbroglione di turno mai eletto, che/i quali tuttora imbrogliano e truccano la cosa pubblica a proprio unico vantaggio. Renzi/Boschi hanno sfornato decreti su decreti, d’urgenza senza essere urgenti, con cui hanno letteralmente “macellato” il sistema bancario italiano e i risparmiatori italiani per rimpinguare le casse della loro fondazione e quelle di Carlo De Benedetti con cui si erano accordati per tempo sulla manovra da fare contro gli italiani tutti. Non solo contro i turlupinati diretti, i risparmiatori italiani, ma contro tutti gli italiani perché contro le nostre regole democratiche, quelle che noi tutti ci siamo dati per la nostra stessa stabilità e prosperità, per il nostro benessere di popolo e di comunità organizzata secondo democrazia.

 

Agli italiani sono state rifilate mazzate su mazzate di imbrogli “istituzionali” contro la democrazia da cui sono tracimate tasse su tasse. La Rai e il canone in bolletta imposti per sentire i comandi sovietici mandati in onda contro gli italiani tutti, mazzolati. Posti pubblici apicali fatti e disfatti senza rispetto alcuni di nessuna regola democratica, anzi con il distorcimento costante di ogni nostra regola democratica. Pagano gli italiani, paghiamo noi. O meglio viene sempre accollato ed in sordina imposto di pagare a noi tutti. Mille strumentalizzazioni ed utilizzi della cosa pubblica per turlupinare e fregare lo Stato italiano e gli italiani tutti.

C’è un sistema intero distorto e che ha distorto e tuttora distorce ogni nostra regola democratica che coinvolge politica, banche, economia, istituzioni e società incivili. Per riordinare il nostro Paese non basterà quindi una sola elezione e un voto a marzo, ma ci sarà bisogno, saranno necessarie molte votazioni, si andrà per necessità scremando e selezionando, cosa che non sarebbe stata augurabile nè opportuna se solo si fosse avuto negli ultimi trenta anni qualche vero politico pro Italia e italiani illuminato statista.

Le cose in Italia si sono così complicate e viziate che le persone capaci sono fuggite dal sistema corrotto e sbagliato, e quelle rimaste sono via via diventate colluse anch’esse al sistema storto. I nostri figli sono in fuga dal nostro Paese e, respirando aria nuova e non viziata, stanno prosperando e prosperano unicamente al di fuori di esso. In Italia sono rimasti i peggiori (nel senso dei politici!), i perdigiorno, i non produttivi, gli inutili e pure dannosi che affastellano la politica marcia fatta contro gli italiani, i quali non rappresentano nessuno perché nessuno li vuole nè li va a votare.

Eppure questi insistono nel volere esserci, per arraffare. La politica di tutti e per tutti non si fa per i propri interessi, non si fa per guadagnarci ma per offrire e mettere la propria capacità al servizio del Paese e dei propri concittadini. La politica si fa insieme ai propri concittadini, con loro e per loro, nell’interesse di noi tutti. È e deve essere una grande mediazione tra i diversi desiderata al solo ed unico scopo di traghettare e rappresentare il Paese di tutti verso il soddisfacimento degli interessi di tutti noi. Con la democrazia diretta, e non contro la democrazia, si deve decidere insieme come vogliamo vivere, tutti insieme ed al meglio.

Dibattere e mediare, mediare e dibattere? e trovare compromessi utili a tutti e co decidere ed eseguire attuare e realizzare in maniera congiunta. Finché non sarà chiaro tutto questo che è tanto ovvio quanto necessario ed è alla base della nostra convivenza comune, non ci sarà in Italia politica utile nè mai l’Italia che tutti noi vogliamo e vogliamo avere nella realtà.
Si torni, per la riorganizzazione ed il riordino del nostro Paese, nel nostro comune interesse collettivo, ad inquadrare correttamente i nostri problemi ed a risolverli tutti insieme in base e secondo le regole della nostra democrazia. (Francesca Romana Fantetti scenarirconomici)

I RAGAZZI DEL NOVANTANOVE

I RAGAZZI DEL NOVANTANOVE

I giornali del giorno dopo –  dell’anno dopo, in effetti –  hanno commentato il discorso fatto da Mattarella a San Silvestro richiamando i cosiddetti “ragazzi del 99”. A seconda di quale secolo scegli, tutto cambia. Se parliamo dell’Ottocento, ci riferiamo ai giovinetti nati nel 1899 e spediti a combattere sul Piave per la salvezza della Patria di allora. Se parliamo del Novecento, ci riferiamo ai pargoli nati nel 1999 e spediti a votare in gabina elettorale alle elezioni del 4 marzo 2018.

Mattarella si riferiva ovviamente a questi ultimi, ma il suggestivo parallelismo con la generazione di trisavoli di cent’anni prima non poteva che essere rimarcata dalla stampa nazionale. Si impongono una serie di domande, tuttavia. Perché il Presidente ha insistito tanto su questo tema con tutte le altre note priorità alle viste o alle spalle? E quali sono, se ci sono, i nessi tra i ragazzini maggiorenni di oggi e i poveri disgraziati crepati in trincea nella Grande Guerra? Quanto a Mattarella, la spiegazione è semplice. I sondaggi raccontano di un esercito di giovani propensi al non voto, mentre la politica, ai tempi della fine della politica, ha bisogno, drammaticamente bisogno, di una claque. Lo sanno bene le dittature palesi di ogni tempo e latitudine con la loro ossessione di riempire le piazze festanti di folle urlanti. Ma lo sanno bene anche i sistemi a-democratici, e quindi le dittature en travesti, come quella in cui ci troviamo a obbedire. Chiunque sappia un po’ di diritto costituzionale, di economia spicciola e di corrente attualità ha capito che l’Italia odierna non è più una Nazione sovrana.

È un’espressione geografica che, occasionalmente, fa vergognare o inorgoglire di sé i suoi abitanti: quando usciamo dalla fase finale del Mondiale di Calcio, quando la Pellegrini vince quello di nuoto, quando muore uno chef di grido, quando l’Expo fa incassi da record. Un’espressione geografica non è un’espressione politica e tutti i partiti in grado di disputarsi le prossime elezioni (o, quantomeno, tutti i loro vertici) lo sanno. In patente violazione dell’art. 11 della nostra costituzione, abbiamo ceduto (non “limitato”, “ceduto”) la nostra sovranità a un’entità terza che, a seconda dei casi e proprio come Giano bifronte, si presenta sotto le spoglie della BCE o della Kommissione. Quindi, oggi l’elettore non serve a decidere chi comanda, ma a dargli una sverniciata di legittimità, per continuare a far finta che il potere promani dal popolo.

Ecco il bisogno spasmodico di “affluenza alle urne”, ecco l’urgente appello presidenziale ai piscinin del Novantanove. Anche perché i sondaggi ci dicono che una percentuale elevatissima di neopatentati ha la seria intenzione di boicottare i seggi. Con ciò dando mostra di una consapevolezza adulta che gli adulti non hanno. Quindi, la novità rispetto ai teen agers del 1899 è che questi ultimi non potevano disertare la trincea, pena la fucilazione alle spalle. Quelli del 1999 possono disertare le urne senza che nessuno gli spari. Ora devono solo chiedersi se e quanto interessi loro fare i figuranti in commedia. (Francesco Carraro Scenarieconomici)

Il doppio pegno dell’Unità e lo Strapaese del “politically correct”

Mentre i giornalisti dell'”Unità” chiedono e ottengono il pignoramento della testata, “Repubblica” fa un bello scoop che qualcun altro non riesce ad afferrare. (GIANNI CREDIT Il sussidiario)

New York (Foto Riro Maniscalco)New York (Foto Riro Maniscalco)

I giornalisti dell’Unità chiedono e ottengono il pignoramento della testata fondata da Antonio Gramsci, lasciata andare alla deriva dal Pd e quindi affondata nei debiti: compresi quelli verso i giornalisti. Su Repubblica, intanto, Michele Serra si scomoda nel dopo-Capodanno per rispondere a Tom Wolfe che — intervistato dalle stesse pagine culturali del quotidiano — ha emesso una condanna definitiva per il politically correct, categoria da lui stesso coniata mezzo secolo fa. La prima notizia non è uno scherzo: neppure fra San Silvestro e la Befana. La seconda sembra invece un gioco di società vacanziero, ma alla fine non lo è: soprattutto se accostata alla prima.

L’agonia dell’Unità è troppo lunga e sgradevole da ri-raccontare. Anche per chi non l’ha mai pensata come il suo partito-editore, anche per chi è portato facilmente a fare un fascio con tutto ciò che è diventato obsoleto sul piano giornalistico e politico alla svolta fra ventesimo e ventunesimo secolo, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa è ancora percepibile. Molto bene hanno fatto i giornalisti a chiedere di poter rilevare la testata, esercitando un doppio pegno: economico e giornalistico. E sarebbe un errore se — come si legge fra le ipotesi — destinassero la testata pignorata alla vendita coattiva. Molto meglio sarebbe se, ridivenuti proprietari della “loro” testata, s’impegnassero a rilanciarla, con gli strumenti del ventunesimo secolo: il digitale, il crowfunding, le media partnership e quant’altro. 

Jeff Bezos, mister Amazon, ha speso 400 milioni di dollari per la testata della Washington Post e paga sostanzialmente in affitto la redazione: Bob Woodward e Carl Bernstein — che dalla Post cacciarono Richard Nixon con il Watergate — sono ancora vivi e professionalmente vegeti, ma quella stagione è definitivamente consegnata a un film di Steven Spielberg, in arrivo anche in Italia. Oggi c’è un’altra Post, che allora nessuno avrebbe immaginato. Continua a fare la fronda all’inquilino repubblicano della Casa Bianca, anche se per ragioni completamente diverse. E anche se ogni giorno gli analisti di Wall Street si chiedono quali e-sinergie Bezos rimugina fra gli e-giornalisti del Post e gli e-facchini di Amazon.

Negli anni del Watergate e dei Pentagon Papers — quelli in cui editrice-magnate della Post era l’ultra-liberal Kathy Graham — lo scrittore newyorkese Tom Wolfe utilizzava per la prima volta l’espressione “politically correct”: in un bozzetto satirico su una cena del direttore d’orchestra Leonard Bernstein. Una cena conclusa da un fund-raise per le Black Panther. I rich and famous della Grande Mela si tassavano per finanziare la più famosa organizzazione estremistica afroamericana, partorita dalle rivolte dei campus americani e dall’attivismo di Martin Luther King e Malcom X. Wolfe ha rinarrato l’episodio nel corso di un’intervista rilasciata al francese Le Figaro e riproposta da Repubblica nel primo numero 2018. 

“Avevo ragione io, il popolo tradito dai radical-chic”. “Il politicamente corretto doveva evitare il predominio, è invece diventato un’arma delle classi dominanti”. Un titolo forte, in prima pagina, su una testata del progressismo europeo, all’inizio dell’Anno Secondo dell’era-Trump. Ma è appunto un quotidiano di levatura internazionale che si rivela tale con scelte coraggiose, che guardano anzitutto alla levatura di coloro cui si aprono le pagine: e Wolfe, da quegli anni 70, si è confermato un testimone letterario assoluto della vita americana (il suo Falò delle vanità del 1987 ha avvertito al primo istante quello che sarebbe accaduto a Wall Street e dintorni globali nei successivi vent’anni). 

Perché preoccuparsi se un concorrente — nella fattispecie Il Giornale per la penna di Nicola Porro — rilancia subito l’intervista in chiave parodistica? Repubblica avrebbe messo a nudo il fallimento del proprio humus politico-culturale, forse non accorgendosene neppure. No, Repubblica non ha indugiato neppure un istante nel post-panettone, ha subito messo sul tavolo un’intervista a cinque stelle, di gran contenuto e valore anche perché pubblicata da e su Repubblica. Il giornalismo, il confronto politico e culturale mediato attivamente dal giornalismo è questo: off-line od on-line. E se il Giornale ha replicato con un riflesso alla fine un po’ scontato, è forse caduto in una trappola: in quella di chi fatica a mettere in discussione i “falò delle vanità” divampati anche nei dintorni della sua proprietà e parte politica.  

 

Peccato che tre giorni dopo (ieri) sia uscita su Repubblica una pagina auto-riparatrice — banale e seriosa — firmata da Michele Serra, guru della sinistra politicamente corretta/radical-chic. Un prendere-carta-e-penna che voleva essere contro il Giornale — in una guerricciola elettorale strapeasana — ma ha mirato forzatamente Wolfe. Il quale, ovviamente, non apprenderà mai della fondamentale polemica partita dalla cellula bolognese del politicamente corretto italiano. E chissà mai se il botta e risposta domestico sposterà voti o quanto meno pensieri: fra la sinistra “sdraiata” di Serra e un centrodestra ben poco animato dagli spirits profondi e vincenti nell’ultima sfida americana fra Trump e Hillary Clinton. 

Ovviamente non ci può essere  tempo o spazio — nel 2018 — per nostalgie dei duelli fra Fortebraccio sull’Unità e Indro Montanelli, fondatore del Giornale. Però non sarà male se i colleghi dell’Unità insisteranno a scuotere a modo loro — in modo politicamente scorretto — le molte cattive acque dell’editoria giornalistica nazionale.

Popolare Sondrio: risultati solidi, guarda a nuove opportunità

Popolare Sondrio: risultati solidi, guarda a nuove opportunità

“Il delinearsi, anche nell’anno in esame, di risultati solidi, sopra le aspettative, a comprova della sostenibilità della nostra strategia, ha fornito e fornisce possibilità e forza nell’esplorare nuovi ambiti, senza pressioni e in logica opportunistica”. E’ uno dei passaggi della lettera che i vertici della Banca popolare di Sondrio hanno inviato agli oltre 175mila soci per augurare un buon anno.

Nella missiva firmata dal consigliere delegato e direttore generale Mario Alberto Pedranzini e dal presidente Francesco Venosta si ripercorrono le tappe dell’anno appena trascorso e se si devono ancora tirare le file per l’esatta definizione delle poste di bilancio del 2017, “Si può tuttavia anticipare che le risultanze, conseguite con passi decisi, preservando i nostri punti di forza, sono buone. Agevolata dal consolidamento della ripresa economica, si è sensibilmente avvantaggiata la qualità del credito e si è ridotto il flusso delle posizioni deteriorate. Il cosiddetto Npl ratio è in via di miglioramento”.

 

Quanto alla redditività, “va doverosamente osservato che la stessa sarebbe stata ancora più soddisfacente se non si fosse dovuta effettuare la pesante decurtazione di alcune decine di milioni per oneri legati alla stabilizzazione del sistema bancario italiano”, si evidenzia nella lettera.

Lo scorso settembre è stata perfezionata l’operazione di acquisto del 100% del capitale della Bnt – Banca della Nuova Terra di Milano, a ottobre invece la Popolare di Sondrio e la Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, quest’ultima azionista di controllo per il 67% del capitale sociale della Cassa di Risparmio di Cento, hanno sottoscritto una lettera di intenti non vincolante, finalizzata ad approfondire la possibile acquisizione della quota di controllo della Cassa stessa, potenzialmente fino al 100% del suo capitale sociale.

L’iniziativa, subordinata al positivo esito delle attività di verifica e di due diligence in corso, “rappresenta un’opportunità di crescita attraverso l’attivazione di sinergie di ricavi addizionali e benefici sul fronte dei servizi, in presenza di economie di scala a livello di gruppo e potrà consentire – scrivono i vertici della Popolare di Sondrio – di allargare l’operatività nella ricca Emilia Romagna”. (Adnkronos)