Philip Morris, Michelin, Microsoft: gli accordi segreti con l’Italia per pagare meno tasse

L’Espresso ha indagato sui beneficiari dei tax ruling italiani. Ed è in grado di rivelare i nomi di tre multinazionali che hanno firmato accordi riservati con l’Agenzia delle Entrate.

Philip Morris, Michelin, Microsoft: gli accordi segreti con l'Italia per pagare meno tasse

L’Italia continua a fare accordi fiscali segreti con le multinazionali. Gli ultimi dati ufficiali, pubblicati dalla Commissione europea e relativi al 2015, dicono che i cosiddetti tax ruling concessi dal nostro Paese alle grandi imprese hanno raggiunto quota 68. Il doppio rispetto a tre anni prima. Il balzo ci ha proiettato in cima alla classifica delle nazioni europee che strizzano l’occhio alle grandi corporation. Oggi siamo quarti, preceduti da Lussemburgo, Belgio e Ungheria. E andando avanti così potremmo presto salire sul podio.

Al di là dei confronti internazionali, c’è un problema: i beneficiari di questi accordi continuano a restare segreti, così come i loro contenuti. E questa mancanza di trasparenza non può che alimentare sospetti. Proprio i tax ruling sono stati infatti al centro dello scandalo LuxLeaks, l’inchiesta giornalistica che tre anni fa ha permesso di conoscere i privilegi fiscali concessi dal Lussemburgo a centinaia di società private. Colossi globali che hanno ottenuto dal Granducato il lasciapassare per spostare lì buona parte dei profitti. Pagando in cambio tasse ridicole, l’1 per cento o addirittura meno. Questo mentre tutte le altre imprese sono tenute a versare imposte venti o trenta volte più alte. LuxLeaks ha avuto il merito di innescare un dibattito sui tax ruling. Spingendo la Commissione europea ad avviare indagini, la più clamorosa delle quali ha costretto Apple a pagare 13 miliardi di euro di tasse non versate.

vedi anche:

Certo, ruling non significa per forza elusione. Questi contratti servono in teoria alle multinazionali per sapere come le autorità del Paese ospitante calcoleranno i profitti tassabili. D’altronde la struttura di una multinazionale è molto più complessa di quella di una piccola impresa. Così, diversi paesi offrono ai grandi gruppi l’opportunità di spiegare in anticipo come intendono organizzarsi. Con un vantaggio duplice: lo Stato sa più o meno quanto incasserà a fine anno, la multinazionale evita il rischio di controlli a sorpresa. Questa almeno è la teoria. La pratica indica che i ruling possono però essere usati anche per eludere il fisco, quasi sempre spostando i profitti nei Paesi dove le imposte sono più basse. Per questo l’Europa è corsa ai ripari con una riforma che il commissario all’Economia, Pierre Moscovici, ha definito «un importante passo in avanti». Dall’anno scorso gli Stati Ue sono tenuti a scambiarsi le informazioni sui ruling emessi. In più, a partire da quest’anno tutte le multinazionali con un fatturato complessivo superiore ai 750 milioni di euro dovranno fornire alle autorità fiscali degli Stati in cui operano i dati economici divisi per nazione: fatturato, profitti, tasse, numero di dipendenti. Cifre che permettono di capire se la multinazionale sta giocando sporco. Peccato che tutte queste informazioni non sono a disposizione dei cittadini.

I promotori delle nuove norme dicono che lo scambio di dati fra Stati sarà sufficiente a evitare nuovi casi di concorrenza fiscale illecita. Ma chi può garantire che i governi, sotto la spinta delle lobby, non continuino a concedere condizioni favorevoli alle multinazionali?

L’Espresso ha indagato sui beneficiari dei tax ruling italiani, scoprendo i nomi di tre multinazionali che hanno firmato accordi riservati con l’Agenzia delle Entrate. Ne mancano tanti, visto che in totale sono 68, ma queste storie permettono già di comprendere la posta in gioco.

Nel suo bilancio 2015 Philip Morris dichiara di aver concluso con l’Italia, negli anni precedenti, degli «accordi di ruling di standard internazionale». Il linguaggio è tecnico, i dettagli sono ridotti all’osso, ma la sostanza è chiara: la multinazionale americana del tabacco ha ottenuto un tax ruling che riguarda i prezzi a cui la sua filiale tricolore compra le sigarette da altre società del gruppo. Questione cruciale per l’azienda delle Marlboro. Dai costi d’acquisto delle bionde dipendono infatti i profitti dichiarati in Italia. E di conseguenza le imposte. Prendiamo per esempio un pacchetto di Marlboro rosse. Oggi al fumatore costa 5,20 euro. Se Philip Morris Italia acquista il pacchetto dalla sua filiale estera a 5 euro, pagherà a Roma imposte solo sui 20 centesimi di guadagno lordo (al netto di altri costi sostenuti in Italia). Se invece lo stesso pacchetto viene comprato dalla filiale nostrana a 4 euro, le imposte verranno calcolate su un guadagno lordo di 1,20 euro, dunque molto più alto per Philip Morris e altrettanto redditizio per il Fisco. Su tutto questo, purtroppo, né l’impresa né lo Stato italiano pubblicano dettagli. Non resta perciò che continuare ad analizzare il bilancio.

È proprio leggendolo che si capisce l’importanza dei costi di acquisto della materia prima. Nel 2015 Philip Morris Italia ha fatturato 1,3 miliardi di euro. I soli costi d’acquisto di materie prime ammontavano a 1,1 miliardi. Insomma, profitti bassissimi. E così, nonostante un giro d’affari miliardario, le imposte versate a Roma non sono state molte: 21,5 milioni. Ma dove finisce il margine di guadagno ottenuto vendendo sigarette in Italia? Principalmente a due consociate del gruppo: la Philip Morris International Management e la Philip Morris Product. Entrambe domiciliate in Svizzera, dove le tasse societarie possono scendere al 9 per cento, o addirittura a zero se il gruppo ha firmato un ruling vantaggioso anche con il governo di Berna. Resta quindi da capire che cosa ha guadagnato Roma dall’accordo con Philip Morris. Perché, andando indietro negli anni, ci si accorge che i numeri dichiarati sono più o meno sempre gli stessi: il fisco non ha incassato più soldi da quando ha firmato il ruling con il gigante del tabacco. La controprova dello svantaggio si ottiene confrontando il margine di guadagno realizzato da Philip Morris in Italia con quello registrato mediamente nel mondo. Su scala globale, per ogni milione di euro incassato circa 110 mila euro sono profitti. Da noi si arriva a 32 mila euro. Quasi quattro volte in meno. Un indizio utile a spiegare i motivi della discrepanza lo fornisce la stessa società, che dichiara di aver parcheggiato in alcune sue filiali straniere la bellezza di 23 miliardi di dollari di profitti tassati a regime preferenziale.

La struttura fiscale di Philip Morris è simile a quella adottata da Michelin. Non sembra dunque casuale che anche la multinazionale francese degli pneumatici abbia firmato un tax ruling con l’Italia. Porta la data del 18 dicembre 2015. Valido per quattro anni, il contratto è in realtà un rinnovo – si legge nel bilancio – e riguarda «la determinazione dei prezzi di trasferimento» tra la filiale italiana e «le principali società dell’Europa dell’Ovest appartenenti al Gruppo». Anche qui il ruling è stato dunque fatto per decidere a quale prezzo la filiale italiana deve acquistare prodotti dalle succursali straniere. Particolare fondamentale per determinare quante imposte dovranno poi essere versate a Roma. Nel 2015 Michelin ha pagato al fisco 24,8 milioni di euro. Tanti o pochi? Di sicuro negli ultimi anni la cifra è stata più o meno la stessa, quindi l’accordo non ha fatto aumentare nettamente le entrate per Roma. Un’altra costante sono i soldi che dalla sede italiana vengono trasferiti all’estero per l’acquisto di materiale: circa un miliardo di euro all’anno. Che finiscono, in maggioranza, alle consociate basate in Inghilterra, Francia, Polonia e Singapore. Insomma, nonostante gli oltre quattromila dipendenti e i quattro stabilimenti, la filiale nostrana della Michelin assomiglia più a una società di distribuzione che a un’industria produttiva.

Un altro colosso globale che ha stretto accordi fiscali riservati è Microsoft. Ma il caso sembra molto diverso dai precedenti. La multinazionale controllata da Bill Gates ha firmato il ruling il 30 giugno del 2015. Un accordo valido per quattro anni, di cui però non si sa altro. I numeri dicono che in Italia l’azienda ha margini di guadagno quasi doppi rispetto alla sua media mondiale.

Una buona notizia anche per l’Agenzia delle Entrate, in teoria. Ma la pratica è più complicata. Una buona fetta del fatturato realizzato vendendo software in Italia non viene infatti registrato dalla filiale nostrana. Lo scrive la stessa multinazionale nel suo bilancio: «È importante rilevare che Microsoft Srl non vende ai clienti i prodotti di Microsoft, in quanto le vendite sono effettuate da Miol». Miol sta per Microsoft Ireland Operation Limited, società del gruppo registrata a Dublino, che conta meno dipendenti della succursale italiana ma guadagni ben più consistenti. La filiale d’Oltremanica ha infatti dichiarato un utile pre tasse di quasi 1 miliardo di euro (anno fiscale 2015/2016). Oltre trenta volte più di quanto registrato in Italia, sebbene il nostro sia un mercato molto più grande di quello irlandese.

Il fatto che i soldi incassati vendendo software finiscano a Dublino è facilmente spiegabile. Lì le tasse societarie sono del 12,5 per cento, quasi la metà dell’imposta di Roma. E molto spesso l’Irlanda permette alla multinazionale di trasferire i denari in altri paradisi fiscali, con il risultato che alla fine di tutto questo giro le imposte reali sul guadagno realizzato dalla vendita di un software siano prossime allo zero. Viene da chiedersi allora perché l’Italia ha concesso un ruling a Microsoft, cioè quanto ha guadagnato il nostro Paese da questo accordo. Quattro o cinque milioni di euro all’anno. Lo si capisce confrontando i bilanci. Da quando Microsoft ha sottoscritto l’accordo con il governo italiano, il fatturato e i guadagni lordi sono leggermente aumentati, e in proporzione sono cresciute le imposte versate. Che cosa ha ottenuto invece Microsoft? Innanzitutto la garanzia di poter continuare a registrare buona parte del fatturato in Irlanda. E poi la sicurezza di non vedersi più piombare la guardia di finanza in azienda. Come avvenuto quattro anni fa, con un accertamento fiscale costato al colosso di Redmond 6,3 milioni di euro. Più o meno equivalente al surplus di tasse versato al fisco da quando è stato sottoscritto il ruling. Un’inezia, rispetto ai 21 miliardi di dollari di guadagni netti incassati al livello mondiale nell’ultimo anno. Ma le multinazionali come Microsoft, si sa, sono macchine da soldi. E dalla concorrenza fiscale tra i Paesi europei hanno solo da guadagnare. (Stefano Vergine – L’Espresso)

Carismi, ecco i nomi del cda e del collegio sindacale

cassa_risparmio_san_miniato_carismi_sede

Il Presidente è Divo Gronchi, mentre diventa Vice Presidente Olivier Guilhamon. Entrano in Consiglio di Amministrazione anche Roberto Ghisellini, Vittorio Ratto, Jean-Philippe Laval, Lamberto Frescobaldi e Antonella Cappiello.

Il Presidente del Collegio Sindacale è Marco Ziliotti, con Francesca Pasqualin e Mario (Maurizio) Ferrucci Sindaci effettivi e Roberto Perlini e Germano Montanari Sindaci supplenti. Il Consiglio di Amministrazione ha nominato il toscano Massimo Cerbai Direttore Generale. Alberto Silvano Piacentini lascia la carica di Direttore Generale di Carismi per ricoprire un incarico di responsabilità all’interno del Gruppo.

Il nuovo Consiglio di Amministrazione e il Direttore Generale avvieranno l’implementazione del Piano Industriale, focalizzato al rilancio e alla crescita dei segmenti famiglie e imprese sul territorio. Nello specifico, il piano prevede nuovi finanziamenti all’economia pari a circa 1,0 Mld € nell’arco del triennio 2018-2020, con una crescita media del 10% circa, superiore alle stime di mercato che prevedono un incremento medio degli impieghi nell’intervallo 1-1,5%. Il Piano Industriale prevede importanti investimenti da parte del Gruppo per lo stesso triennio 2018-2020 per lo sviluppo di nuovi modelli di filiale, nuovi prodotti e l’adozione dei sistemi informativi del Gruppo. Si stima che gli investimenti e i volumi di credito erogati sul territorio si traducano in una crescita dei clienti del 10% nell’arco dei tre anni.

A valle dell’operazione di acquisizione di Carismi, Caricesena e Carim, perfezionata a dicembre 2017, il Gruppo Bancario Crédit Agricole Italia supera i 2 milioni di clienti, raggiungendo in Toscana una quota di mercato del 6,1% circa.

Il Gruppo Crédit Agricole è uno dei Gruppi bancari più solidi al mondo, presente in 52 Paesi con più di 50 milioni di clienti e 138 mila collaboratori. Nei primi nove mesi del 2017 ha riportato ricavi per 24 miliardi di euro (+6,8% a/a) e un utile netto di 5,6 miliardi di euro (+35% a/a).

Il Gruppo Crédit Agricole in Italia ha chiuso i primi nove mesi del 2017 con un risultato netto aggregato gestionale di 588 milioni di euro, in crescita del 22,5% rispetto allo stesso periodo del 2016. In Italia impiega ormai più di 14 mila collaboratori per un finanziamento all’economia di oltre 70 miliardi di euro, al servizio di 4 milioni di clienti, che possono contare sulla presenza di società specializzate di Corporate & Investment Banking (CACIB), Credito al Consumo (Agos, FCA Bank), Leasing e Factoring (Crédit Agricole Leasing e Crédit Agricole Eurofactor), Asset Management e Asset Services (Amundi Italia, CACEIS), Assicurazioni (Crédit Agricole Vita, Crédit Agricole Assicurazioni, Crédit Agricole Creditor Insurance) e Wealth Management (CA Indosuez WM e CA Indosuez Fiduciaria).

Il nuovo Consiglio di Amministrazione della Banca desidera esprimere il proprio apprezzamento a Istituzioni, Organi sociali e dipendenti, che hanno contribuito fattivamente al buon esito dell’operazione che ha condotto la Banca all’ingresso nel Gruppo Bancario Crédit Agricole Italia.

PROFILI

MASSIMO CERBAI – Direttore Generale
Inizia la sua carriera nel settore bancario nel 1983 al Credito Romagnolo. Dal 1997 è in Cariparma, con incarichi di crescente responsabilità. Nel 2007 e nel 2011 ha gestito le Business Unit Integrazione per gestire le acquisizioni effettuate dal Gruppo. Dal 2012 al 2015 è stato Responsabile della Direzione Territoriale Toscana e dal 2017 ha il Coordinamento della Direzione Retail con presidio sulle attività di Gruppo del canale.

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE

DIVO GRONCHI – Presidente
Dopo la laurea in Economia e Commercio inizia la sua carriera in Banca Toscana, della quale diventa Vice Direttore Generale. Nel 1988 passa in Monte dei Paschi di Siena dove arriva a ricoprire l’incarico di Direttore Generale dal 1996 al 2000.
Dal 2001 al 2005 è Direttore Generale di Banca Popolare di Vicenza. Nel 2005 è Direttore Generale della Banca Popolare Italiana, per tornare in Banca Popolare di Vicenza come Direttore Generale dal 2007 al 2008.
Dal 2011 è a Carismi come Direttore Generale, di cui diventa nel 2012 Amministratore Delegato. Ha rivestito numerosi incarichi in società del settore bancario, finanziario e assicurativo.

OLIVIER GUILHAMON – Vice Presidente
Si laurea in Ingegneria Nucleare presso l’Ecole Centrale di Parigi e inizia la sua esperienza lavorativa presso IBM a Parigi e, successivamente, presso McKinsey & Company. Nel 1993 entra in Crédit Lyonnais dove ricopre ruoli di crescente responsabilità anche all’estero.
Nel 2003 coordina il progetto di integrazione fra Crédit Lyonnais e Crédit Agricole. Nel 2004 è nominato Vice Direttore delle Strategie e Sviluppo di Crédit Agricole e, successivamente, diventa Responsabile della Compliance del Gruppo Crédit Agricole. Da maggio 2017 ricopre l’incarico di Vice Direttore Generale Corporate di Crèdit Agricole Cariparma.

ROBERTO GHISELLINI – Consigliere
Dopo la laurea in Scienze Politiche fa il suo ingresso nel mondo bancario presso l’allora Credito Commerciale, realtà successivamente acquisita da Cariparma, in cui ricopre ruoli di crescente responsabilità. Dal 2010 al 2015 è stato Direttore Generale di Carispezia. Nel 2015 diventa Direttore Generale di FriulAdria. Nel dicembre 2016 diviene anche Vice Direttore Generale Retail di Crédit Agricole Cariparma. Riveste, altresì, la carica di Consigliere di Crédit Agricole Group Solutions S.C.p.A., di Crédit Agricole Assicurazioni S.p.A. e di Crédit Agricole Vita S.p.A..

VITTORIO RATTO – Consigliere
Dopo la laurea in Economia presso l’Università di Torino lavora nel Gruppo Fiat (prima a Londra poi a Torino), per poi conseguire un MBA presso INSEAD. Dal 2000 entra nella società di consulenza Bain & Company di cui diventa Partner nella practice Financial Services nel 2009. È entrato nel Gruppo CA Cariparma nel 2012 come Direttore Marketing Strategico. Attualmente è Responsabile del polo Governo Risorse Umane e Marketing Strategico del Gruppo Bancario Crédit Agricole Italia.

JEAN-PHILIPPE LAVAL – Consigliere
Lavora da oltre un decennio nel Gruppo Crédit Agricole, nell’ambito del quale ricopre incarichi dirigenziali fin dal 2005. Precedentemente ha maturato significative esperienze presso aziende non bancarie estere. Attualmente è Responsabile della supervisione delle Banche controllate da Crédit Agricole SA in Italia e in Egitto. Riveste, altresì, la carica di Consigliere e componente del Comitato Esecutivo di Crédit Agricole FriulAdria e quella di Consigliere di Crédit Agricole Carispezia.

LAMBERTO FRESCOBALDI – Consigliere
Imprenditore e Presidente della Marchesi Frescobaldi, una delle più antiche e prestigiose Case di vino italiane. Nel 1983 si iscrive alla facoltà di Agraria all’Università di Firenze, quindi si trasferisce per due anni all’Università di Davis in California dove consegue la laurea nel 1987. Nel 2016, è stato eletto in Unione Italiana Vini come Vice Presidente Nazionale di Confederazione e Presidente della Federazione dei viticoltori.

ANTONELLA CAPPIELLO – Consigliere
Laureata con lode in Economia e Commercio all’Università di Pisa è attualmente professore associato di Economia degli Intermediari Finanziari del Dipartimento di Economia e Management della medesima Università. È inoltre Docente e responsabile scientifico del Master di secondo livello in Auditing and Risk Management. Le sue attività di ricerca si concentrano principalmente su tematiche riguardanti le banche e le assicurazioni, aree in cui vanta numerosissime pubblicazioni.

COLLEGIO SINDACALE

MARCO ZILIOTTI – Presidente
Commercialista e Revisore Contabile. Svolge attività di docenza presso l’Università di Parma ed è membro di organi societari di controllo di primarie Società ed Enti operanti nei settori industriale e dei servizi.

FRANCESCA PASQUALIN – Sindaco effettivo
Dottore commercialista presso lo Studio Adacta di Vicenza, con competenze specifiche in materia di corporate governance e crisi d’impresa. È Sindaco effettivo e supplente di molte società. Riveste, altresì, la carica di Sindaco effettivo di Crédit Agricole FriulAdria dal 2016.

MARIO (MAURIZIO) FERRUCCI – Sindaco effettivo
Iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Pisa. Si occupa di problematiche fiscali, aziendali e societarie. Ha maturato notevole esperienza in tema di revisione svolgendo l’attività di Sindaco in molte società industriali e dei servizi.

ROBERTO PERLINI – Sindaco supplente
Dottore Commercialista e Revisore Contabile. È Sindaco effettivo di Crédit Agricole Group Solutions e membro di organi di amministrazione e di controllo presso importanti società.

GERMANO MONTANARI – Sindaco Supplente
Dottore Commercialista e Revisore Legale. Libero professionista, attualmente riveste la carica di Sindaco effettivo di Crédit Agricole Cariparma ed è membro degli organi di controllo di importanti società.

Fonte: Cassa di Risparmio di San Miniato S.p.A. – Gruppo Bancario Crédit Agricole Italia

 

 

La crisi della Piaggio adesso ha inguaiato anche la Laer H

L’azienda di Villanova ha un debito di 8 milioni con la sua alleata
 I dipendenti Piaggio, sotto l’azienda di Villanova
Vertenza Piaggio. Nuovo incontro martedì a Roma. Tutti i protagonisti si siederanno attorno a un tavolo. Nella sede del Ministero dello sviluppo economico (Mise). A due passi dall’ambasciata americana, dai caffè e ristoranti di via Veneto che sono stati al centro di quel mondo che (Anni Sessanta) ha creato il fenomeno, e il mito, dei paparazzi. In questo caso non ce n’è bisogno.  

La situazione è già stata fotografata. Con il varo del nuovo piano quinquennale da parte di Piaggio Aerospace. Avvenuto pochi giorni prima di Natale. E che prevede alcune cose positive: un’iniezione di liquidità da parte dell’azionista (il fondo arabo Mubadala) pari a 255 milioni di euro e il riacquisto totale del debito dalle banche finanziatrici. Più un rinnovato impegno sul programma militare basato sul sistema aereo a pilotaggio remoto (insomma: i droni). Ma anche alcune negative: la cessione dei settori motori e manutenzione civile a gruppi di investitori stranieri.  

Ma c’è un’altra azienda, in orbita Piaggio che non attraversa certo un bel periodo. Si chiama Laer H (dove la acca sta per heart, ovvero cuore), insediatasi nei capannoni ex Orsero, che avrebbe dovuto assorbire ex dipendenti Piaggio. Il 20 dicembre l’amministratore unico, Andrea Esposito, ha informato i dipendenti che ci sono problemi di liquidità (Piaggio è inadempiente e non paga da parecchio tempo) e che si potrebbe fare ricorso alla cassa integrazione. Anche qui, come nell’azienda madre. Gli ex dipendenti Piaggio sono una cinquantina, più dieci ex Fruttital, più altrettanti interinali provenienti da Napoli e dintorni. Nel corso del triennio avrebbero dovuto essere molti di più (216 a regime) e si prevedevano tre turni (mattino, pomeriggio e notte). I ritardi nei pagamenti di Piaggio (il debito è salito a 8 milioni di euro) hanno minato anche la stabilità della Laer H.  (Pier Paolo Cervone La Stampa)

FONDO YORK CAPITAL – Terme di Saturnia, la Maremma punta sul supermanager .

Un team che fa capo a Massimo Caputi guiderà il nuovo corso delle Terme di Saturnia. Confindustria: “Chance straordinaria”.

Innesca un sistema di grandi aspettative per tutta la Maremma l’arrivo sulle Colline dell’Albegna di un investitore del calibro di Massimo Caputi. Abruzzese, 66 anni, imprenditore e top manager di grandi società private e pubbliche – da Prelios-ex Pirelli Real Estate a Sviluppo Italia (sono solo due esempi) – Caputi è presidente e socio di riferimento di Feidos, la società che insieme al fondo americano York Capital ha acquistato, per 40 milioni di euro e dalla famiglia milanese Manuli, il gioiello Terme di Saturnia.

«Siamo entusiasti che investitori di così alto livello siano giunti in Maremma» dice Giovanni Mascagni, responsabile dell’area education di Confindustria Toscana Sud. Non rimane che sfruttare la chance, che pare scesa dal cielo inaspettatamente, e che potrebbe portare benefici non solo al mini-cosmo del Mancianese ma a tutta la Maremma. Qualcosa si è già mosso.

Il piano Restart. Usciti di scena dopo venti anni i Manuli, Terme di Saturnia spa oggi è per il 75% in mano a York Capital, fondo globale che rastrella investimenti in tutto il mondo – già nel capitale di Monte dei Paschi, secondo il Sole 24 ore – e per il 25% in pancia a Feidos. Entro febbraio la nuova proprietà calerà l’asso: alzerà il velo sul cosiddetto “Restart Saturnia”, il piano di restyling (soprattutto gestionale, a quanto sembra) che rilanceranno le Terme, che nell’arco degli ultimi dieci anni hanno perso il 40% dei clienti (paganti) delle piscine.

L’obiettivo. Tastando il polso ai nuovi investitori, emerge che il loro primo obiettivo è di imbastire la stoffa con un filo rosso che leghi indissolubilmente il complesso termale con il resto del territorio. L’obiettivo è: evitare che le Terme di Saturnia restino una cattedrale (di lusso) nel deserto (collinare), ma fare piuttosto di quel luogo da sogno il volano (già brandizzato) di un’offerta turistica di amplio raggio – da Sovana e Pitigliano alle Crete Senesi, dal Castello di Manciano a Capalbio – che è ricca di per sè ma forse non sufficientemente qualificata, valorizzata.

L’incontro. Il matrimonio con ciò che sta intorno alle Terme, insomma, s’ha da fare. E che le intenzioni di dei nuovi investitori siano serie lo testimonia non solo la fama che li precede ma anche i fatti. A dicembre, proprio a Saturnia, si è svolto un incontro tra le rappresentanze della nuova proprietà e quelle della Confindustria locale. «Realtà con un target di lusso come Terme di Saturnia – nota Mascagni – sono in grado di assicurare riverberi positivi su tutto il territorio perché sono in grado di innalzare il livello del turismo».

Largo ai giovani. Non solo. Nell’incontro è stato deposto il dna anche di un altro progetto che punta ad interconnettere gli istituti superiori maremmani dove si addestrano le abilità di chi un giorno lavorerà nel settore turistico con l’universo “Saturnia”. «Si pensa – dettaglia Mascagni – a percorsi di alternanza scuola-lavoro per sviluppare competenze di alto livello».

Il nodo. Pensa in grande Confindustria. E fa bene perché un’occasione come quella che è capitata alla Maremma non spunta tutti i giorni. «I successi imprenditoriali di Massimo Caputi e un profilo

alto come il suo – aggiunge Mascagni – possono persino essere un traino per rimuovere quegli ostacoli infrastrutturali per colpa dei quali la Maremma patisce da anni». Che il passaggio di mano delle Terme di Saturnia siano un buon viatico per l’autostrada che non c’è? Chissà. (Giovanna Mezzana Il Tirreno Edizione Grosseto)

Fintech, addio al modello di universal banking?

Fintech, addio al modello di universal banking?

L’articolo di Roberto Ferrari, chief digital e innovation officier di Mediobanca group

Il fintech non è un fenomeno nuovo né passeggero. Fa parte da un lato del processo di trasformazione tecnologica del settore finanziario, già partito negli anni 60, e dall’altro di una più ampia evoluzione dell’intera economia e della società verso la quarta rivoluzione industriale.

Il fintech ha confini larghi ed è globale. Come tale, non può essere confinato alle sole start up focalizzate sulla digitalizzazione dei servizi finanziari, ma va oltre, abbraccia e si interseca con campi e sviluppi nel mondo dell’intelligenza artificiale, nelle sue varie componenti, dal machinelearning al big data analytics, dalla biometria all’identità digitale, sino ai distributedledger, le cryptocurrency, l’Internet of things, il mobile, il wearable e il regtech. È davvero difficile riuscire a tracciarne i confini. Anche perché non è solo appannaggio delle oltre 3mila start up che nel mondo ci lavorano, ma anche delle stesse aziende e istituzioni finanziarie, dei loro fornitori tecnologici e dei player agguerriti che entrano da campi e settori confinanti, quali l’e-commerce e il web più in generale nelle sue più recenti evoluzioni, dalla sharing economy al mobile, dai social network ai marketplace digitali.

Il fintech è anche globale: riguarda la Silicon Valley, come New York, come Londra, Berlino, Milano, ma anche Tel Aviv, Nairobi, Singapore, hong Kong, Pechino, fino a Sydney e via dicendo. La trasformazione è già iniziata. Ciononostante il suo sviluppo sembra molto locale e inizia a essere quotidiano anche in Italia. È inoltre a diverse velocità, a seconda di quanto l’ecosistema locale ne stimoli lo sviluppo. Ma, attenzione, l’eventuale maggiore lentezza non vuol dire che non si imporrà.

Il fintech è già tra noi. Pensiamo a come sta cominciando a cambiare, ad esempio, il modo in cui effettuiamo i pagamenti. Se è vero che il contante continua a farla da padrone, con oltre l’80% delle transazioni, è anche vero che dopo anni di tentennamenti è finalmente esplosa la modalità di pagamento con le carte contactless, che sfruttano cioè la modalità tap&go. Solo lo scorso anno, i tassi di crescita di utilizzo sono stati del 700% rispetto al 2015. I cosiddetti nuovi pagamenti digitali, secondo quanto stimato dal Politecnico di Milano, nel 2016 hanno superato i 30 miliardi di euro.

Si affacciano nuove soluzioni che sfruttano questa crescita per passare con forza ai pagamenti mobile, da Satispay ad ApplePay, anche e soprattutto via pagamenti in-app (pensiamo a tutte le appdella sharing economy che sfruttano pagamenti mobile via wallet, allestesse app della mobilità o al send money). Siamo solo agli inizi, gli instant payment stanno per arrivare anche per i bonifici e con essi tante nuove soluzioni di pagamento digitale, spinte anche dalle nuove normative di settore, Psd2 (direttiva europea sui servizi di pagamento nel mercato interno) in primis.

Quella dei pagamenti è la prima arena dove si vedrà un’incisiva trasformazione già nel prossimo anno. Ma questo rinnovamento va oltre, invadendo i vari spazi del banking, dalle nuove piattaforme di credito online per le imprese ai nuovi robo-advisor, dall’equity crowdfunding al peer-to-peer lending, molti sono i modelli di business alternativi che si aggiungono a quelli tradizionali e che modificheranno un po’ tutto, anche il modo in cui l’investment banking stesso viene fatto. Bisogna dunque dire addio al modello monolitico di universal banking. La trasformazione va al cuore dei business model. Il sistema bancario ha vissuto per centinaia di anni sostanzialmente con lo stesso modello, denominato, appunto, universal banking, dove ogni banca di fatto faceva più o meno tutto per tutti, tutto “fatto in casa” con la propria fabbrica-prodotto. Il risultato finale era quello di una scarsissima differenziazione tra banche, con servizi spesso non adeguati.

Lo scenario più probabile che si sta configurando, al di là dell’inevitabile concentrazione tra attori del settore, è quello della coesistenza di diversi modelli di business in competizione tra loro, anche provenienti da settori contigui o più lontani (dalle investmentbank stesse alle società telefoniche, passando per le grandi web company) facilitati dal crollo delle barriere all’ingresso; offerte diverse – non necessariamente complete o universali – sempre più tese verso una vera personalizzazione dei servizi. Vi saranno diverse forme di coopetition, cioè di collaborazione tra concorrenti, destinati a differenziarsi poi proprio sulla capacità di generare utilità, user experience e valore per il cliente a costi efficienti, a seconda del tipo di servizio.

Un nuovo mondo è alle porte, molto più vicino di quanto si pensi, forse un po’ più lentamente di quanto gli startupper desiderassero qualche anno fa, ma ciò non tragga in inganno: il rinnovamento del settore finanziario è iniziato e non si fermerà. (Roberto Ferrari – Formiche.net)

Ecco come nel 2018 Mps farà pulizia degli npl

Ecco come nel 2018 Mps farà pulizia degli npl

L’articolo di Gianluca Zapponini – Formiche.net

Nazionalizzata, rientrata in Borsa dopo lo stop della Consob e passata tutto sommato indenne attraverso le Forche Caudine della commissione banche (qui lo speciale di Formiche.net), per Mps il 2018 vuol dire soprattutto una cosa: cominciare a ridurre la montagna di npl che negli anni ha affossato la banca, costringendo lo Stato a nazionalizzare il Monte. Un’operazione di grandi pulizie chiesta in modo abbastanza esplicito dalla Bce e concordata direttamente con Siena. Non che le altre banche se ne stiano con le mani in mano, come dimostrano altre operazioni di smaltimento messe in campo da banche di minori dimensioni, come la Popolare di Bari (qui il focus).

26 MILIARDI DI NPL

D’altronde sono fin troppo evidenti i guai causati dall’accumulo di incagli al sistema bancario italiano. E a Siena hanno deciso di prendere il toro per le corna, architettando una maxi-cartolarizzazione da 26 miliardi di npl, il 10% dello stock nazionale in pancia alle banche italiane. Primo atto importante a firma del rinnovato board Mps, presieduto da Alessandro Falciai e coordinato dal riconfermato ceo Marco Morelli (nella foto, a sinistra). L’operazione di pulizia dell’attivo, trapelata alla metà di ottobre, è di fatto tra le maggiori opere di ingegneria bancaria degli ultimi anni e tira direttamente in ballo Quaestio sgr, meglio conosciuta per essere il gestore dei fondi salvabanche Atlante I e II.

IL RUOLO DI QUAESTIO SGR

I dettagli sono stati resi noti dalla banca poco prima di Natale. Mps cederà a Italian Recovery Fund, gestito da Quaestio, il 95% delle tranche mezzanine, a un prezzo nominale del 21% rispetto al valore di libro mentre il resto rimarrà a Mps in ottemperanza all’obbligo previsto dalla normativa europea sulle cartolarizzazioni. Il tutto avverrà sotto la Gacs, la garanzia pubblica, che Rocca Salimbeni sta tentando di ottenere. Proprio in questi giorni poi, come trapela dalla banca senese, Mps sta ultimando i dettagli del piano di recupero, ovvero la road map che porterà all’effettivo rientro dei prestiti. Compito non facile viste le dimensioni del portafoglio, che risulta uno dei più ampi mai arrivati sul mercato.

IL TIMING DI SIENA

Il tempo è dalla parte di Mps ma anche da quella della Bce. Che attende di verificare gli effetti contabili dell’operazione, cioè i benefici in termini di bilancio. Se non ci saranno intoppi, la cartolarizzazione, che partirà ufficialmente domani, terminerà a giugno quando, contestualmente al deconsolidamento del portafoglio npl, Mps cederà a Quaestio le tranche di sofferenze junior. E solo allora si conosceranno i benefici del piano sugli npl. (Gianluca Zapponini-Formiche.net)

Buffett vince scommessa contro gli hedge fund e devolve 2 milioni in beneficenza

 

L’investitore aveva scommesso che un fondo azionario indicizzato alla Borsa americana – il Vanguard che «copia» l’andamento dell’S&P500 – avrebbe in dieci anni ottenuto una performance migliore degli hedge fund. I soldi vanno ad una fondazione di Omaha

 
 
L’investitore Warren Buffett L’investitore Warren Buffett

Non solo Warren Buffett ha vinto la sua scommessa da 1 milione di dollari contro gli hedge fund, sottoscritta dieci anni fa. Ma ha anche raddoppiato la vincita. E la fondazione non profit scelta dal guru di Wall Street come beneficiaria del ricavato, Girls Inc. di Omaha – la cittadina del Nebraska dove Buffett vive e lavora – incasserà quindi oltre 2 miliardi. La sfida fra il famoso Oracolo di Omaha, fondatore e gestore della società di investimenti Berkshire Hathaway, e il mondo degli hedge fund era partita alla fine del 2007 e i conti sono stati fatti lo scorso venerdì, ultimo giorno del 2017 per il trading a Wall Street. Buffett aveva scommesso che un fondo azionario indicizzato alla Borsa americana – il Vanguard che “copia” passivamente l’andamento dell’S&P500 – avrebbe in dieci anni ottenuto una performance migliore degli hedge fund, strumenti sofisticati che usano anche i derivati come i futures per le loro strategie.

La sfida era stata raccolta dal consulente Ted Seides della società finanziaria Protégé partners, che aveva costruito un paniere di cinque hedge fund. Questo il bilancio: in dieci anni, dall’inizio del 2008 alla fine del 2017, il fondo indicizzato ha ottenuto un rendimento annuo composto del 7,1% al netto di tutte le spese, oltre il triplo del 2,2% annuo del paniere di hedge fund. Il motivo principale? Gli alti costi degli hedge fund – tipicamente il 2% annuo sul patrimonio gestito più il 20% dei guadagni -, secondo Buffett che nella sua ultima lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway ha commentato: “Quando migliaia di miliardi di dollari sono gestiti dai finanzieri di Wall Street che caricano alti costi, sono di solito quei manager a mietere profitti esagerati, non i clienti”. Il suo consiglio ai risparmiatori che non hanno il tempo e le conoscenze necessari per analizzare i bilanci delle aziende quotate e investire attivamente secondo la filosofia “value” – comprare azioni di società sottovalutate in Borsa – è senz’altro affidarsi a un fondo indicizzato con spese minime e la garanzia di ottenere un risultato in linea con la media del mercato azionario.

Il milione di dollari in palio inizialmente doveva essere il frutto di un investimento di 320 mila dollari a testa – da parte di Buffett e di Seides – in zero coupon bond decennali che alla fine avrebbero raggiunto quel valore. Ma i tassi di interesse sono scesi molto più velocemente e drasticamente del previsto e alla fine del 2012 quei bond valevano già 1 milione di dollari. Allora Buffett e Seides hanno deciso insieme di venderli e reinvestire il milione direttamente in azioni della Berkshire Hathaway, con la garanzia di Buffett che se a fine 2017 le azioni fossero scese sotto il milione lui avrebbe versato la differenza, sempre a titolo personale, cioè sborsando i soldi di tasca propria.

Ma dalla fine del 2012 alla fine del 2017 le azioni della società di Buffett si sono rivalutate del 121% e ora valgono 2,22 milioni di dollari. “Vi assicuro che saranno usati per un buon fine da Girls Inc.”, ha annunciato l’Oracolo di Omaha. Questo ente non profit si occupa del benessere delle ragazze (girls, in inglese) dai cinque ai 18 anni: su consiglio di Buffett programma di investire i 2,2 milioni in fondi passivi e usare i rendimenti per finanziare un nuovo progetto, l’accoglienza in una casa per 16 giovani donne senza famiglia. “Il dono di Buffett cambierà la vita di molte ragazze”, ha detto soddisfatta la direttrice di Girls Inc. Roberta Wilhelm. E chissà, magari quelle ragazze potranno imparare da lui anche come gestire i loro risparmi futuri e diventare così finanziariamente indipendenti.

Garantire la dignità costa

Un reddito di dignità come quello suggerito da Silvio Berlusconi costerebbe circa 29 miliardi l’anno, 711 euro per ogni contribuente. Finirebbero all’8 per cento delle famiglie, per un trasferimento medio mensile di 1.200 euro. Quali sono le differenze con la proposta M5S.

Un reddito di dignità contro la povertà

Poco prima di Natale, dai microfoni di R101, Silvio Berlusconi ha spiegato che: “c’è una emergenza che più di ogni altra dovrà essere risolta quando il centrodestra tornerà al governo e riguarda quei 4 milioni 750 mila italiani che vivono in condizioni di povertà assoluta, un dato impressionante e inaccettabile”. Da politico pratico che odia le chiacchiere, Berlusconi ha già indicato la soluzione al problema. Si chiama “reddito di dignità” ed è una “misura drastica sul modello dell’imposta negativa sul reddito del premio Nobel Milton Friedman”.

In poche parole (non se ne potrebbero usare molte di più perché non c’è ancora una proposta dettagliata), l’idea del leader di Forza Italia è che gli italiani in condizioni di povertà assoluta non solo non dovranno pagare le tasse, ma avranno diritto a ricevere dallo stato “la somma necessaria per arrivare ai livelli di dignità garantita sulla base dei criteri Istat”.

L’Istat stima la povertà assoluta in Italia in funzione del paniere di beni e servizi che una famiglia dovrebbe consumare “per evitare gravi forme di esclusione sociale”. Il valore del paniere è differenziato per tipo di famiglia e area geografica (maggiore al Nord e nelle grandi città, minore nel Sud e nei piccoli centri; qui un calcolatore delle varie soglie). Il paniere viene confrontato da Istat con la spesa delle famiglie, e in questo modo si ottengono i numeri citati anche da Berlusconi: nel 2016, ultimo anno per il quale ci sono stime, 1,62 milioni di famiglie in povertà assoluta (il 6,3 per cento del totale), dove vivono 4,74 milioni di persone (il 7,8 per cento del totale). La soglia di dignità a cui si riferisce Berlusconi è invece definita in termini di reddito, una media di mille euro mensili per persona o per capo famiglia (la proposta non ha precisato questo punto), variabili a seconda della zona del paese e in base al numero di figli a carico.

Il costo di garantire dignità

Se l’idea di dignità va applicata agli individui, garantire un reddito di mille euro a tutti quelli che oggi ne guadagnano meno è un obiettivo molto ambizioso per i conti pubblici. Nel 2015, infatti, c’erano 15,2 milioni di contribuenti con reddito complessivo dichiarato inferiore a 12 mila euro. Sulla base delle dichiarazioni Irpef per l’anno 2015, si può calcolare che integrare totalmente o parzialmente i loro redditi a 12 mila euro annui potrebbe costare 98,5 miliardi. Un costo che si ridurrebbe a 77 miliardi o meno, tenuto conto che il reddito di dignità porterebbe a eliminare almeno le detrazioni per reddito da lavoro dipendente, pensioni e redditi assimilati per i lavoratori con reddito complessivo inferiore a 12 mila euro (17 miliardi) e il bonus di 80 euro mensili oggi erogato ai lavoratori tra gli 8 e i 12 mila euro annui (4,5 miliardi).

In questo modo, tuttavia, il reddito di dignità potrebbe andare nelle tasche di chi non è veramente povero, dato che ci sono persone abbienti con basso reddito. Inoltre sarebbero esclusi i 9,3 milioni di maggiorenni che non hanno presentato una dichiarazione dei redditi. Alcuni di questi – ma non tutti – godevano di misure di sostegno al reddito. Meglio dunque disegnare il reddito di dignità prendendo come base le famiglie e il loro tenore di vita al netto delle imposte pagate e dei programmi di assistenza da esse attualmente ricevuti.

Per stimare quanto costerebbe un possibile reddito di dignità, vanno individuati i poveri assoluti in base al loro reddito, non al loro consumo. Questo perché, non solo in Italia, per ottenere un aiuto contro la povertà non bisogna dimostrare di spendere poco, ma di guadagnare poco (o mostrare un basso Isee, una variante del reddito che tiene conto anche del patrimonio). Per valutarne il costo per le casse dello stato si possono usare i dati Eu Silc (Statistics on Income and Living Conditions) relativi al reddito disponibile (cioè al netto di tasse e trasferimenti statali) per un campione di circa 20 mila famiglie nell’anno 2015. Proiettando i dati del campione Silc all’aggregato nazionale, si ottengono circa 2 milioni di nuclei con redditi inferiori alle soglie di povertà assoluta Istat (cioè con un reddito disponibile insufficiente per poter raggiungere queste soglie), che corrispondono all’8 per cento del totale delle famiglie italiane, nelle quali vivono 4,8 milioni di persone (l’8,6 per cento dei residenti). Sono percentuali superiori a quelle ottenute da Istat sulla base della distribuzione della spesa, ma non troppo lontane. Usiamo queste come platea potenziale di misure contro la povertà assoluta.

A ogni nucleo familiare in povertà assoluta, seguendo l’idea del reddito di dignità, potrebbe essere trasferito un ammontare pari alla differenza tra la soglia di povertà e il reddito disponibile della famiglia. La soglia di povertà della famiglia potrebbe essere calcolata come il prodotto tra 1000 euro e una “scala di equivalenza” che varia in funzione del numero dei familiari e del loro ruolo familiare. In base alle raccomandazioni dell’Ocse, la scala di equivalenza dovrebbe sommare vari coefficienti: 1 per il primo adulto, 0,5 per il secondo adulto, 0,3 per ogni persona al di sotto dei 14 anni. Per una famiglia con papà, mamma e due figli di 10 e 12 anni, la scala di equivalenza varrebbe dunque 2,1. In questo caso la soglia di povertà assoluta sarebbe pari a 2.100 euro. Se la famiglia disponesse di un reddito pari a 1.100 euro, il trasferimento necessario per garantirle un reddito di dignità sarebbe di 1000 euro. I dati Eu Silc dicono che, in tal caso, il costo del reddito di dignità per le casse dello stato sarebbe di 29 miliardi. Sarebbero destinati a circa l’8 per cento delle famiglie, per un trasferimento medio mensile di 1.200 euro a famiglia. Il costo pro capite per ognuno dei 40,8 milioni di contribuenti sarebbe di 711 euro annui.

Reddito di dignità, di cittadinanza e di inclusione

In questa versione, il reddito di dignità assomiglia molto al reddito di cittadinanza proposto dal M5S (non a caso Luigi Di Maio ha subito accusato Berlusconi di plagio). La differenza sta nel fatto che il leader di Forza Italia sceglie come obiettivo la povertà assoluta, mentre la proposta dei Cinquestelle guarda alla povertà relativa, cioè considerando chi ha spesa (metodo tradizionale Istat) o reddito disponibile (metodo comune Eurostat) inferiori a una certa percentuale del valore medio o mediano nazionale della stessa variabile. Per questo, la proposta del M5S coinvolgerebbe un numero più elevato di famiglie. Il reddito di cittadinanza del M5S costerebbe anch’esso circa 29 miliardi di euro all’anno (la cifra che serve per colmare il divario tra la soglia di povertà relativa e il reddito dei poveri relativi, secondo il metodo di calcolo della povertà relativa usato da Eurostat). Otterrebbero il reddito di cittadinanza molte più famiglie di quelle a cui si riferisce Berlusconi, circa il 19 per cento (la quota di famiglie in povertà relativa è di solito maggiore di quella dei nuclei in povertà assoluta), per un trasferimento mensile medio di circa 500 euro. Ma circa la metà dei beneficiari riceverebbe una cifra più alta.

Per completezza, va anche ricordato che, con provvedimenti inclusi nelle ultime due leggi di bilancio, l’assistenza universale alla povertà parte già da una base, il reddito di inclusione. Entrato in vigore lo scorso dicembre, raggiungerà entro un anno circa 700 mila famiglie, le più povere, corrispondenti al 2,7 per cento del totale. La spesa relativa per il 2018 sarà di circa 2 miliardi (per una media mensile di circa 240 euro a nucleo).

Tabella 1 – Reddito di dignità, reddito di cittadinanza e reddito di inclusione: numeri a confronto

Fonte: Elaborazioni lavoce.info su dati Eu Silc e Istat

Cosa manca dalle stime

È possibile che le stime di spesa riportate sovrastimino la spesa effettiva, perché alcuni dei potenziali beneficiari potrebbero non richiedere il trasferimento (Ugo Trivellato citava un tasso di utilizzo medio del reddito minimo pari al 70-80 per cento nei paesi europei).

È però anche possibile che le stime citate sottostimino i numeri veri, perché non considerano che alcuni membri delle famiglie beneficiarie, contando sul trasferimento, potrebbero decidere che non valga più la pena di lavorare. Un rischio che riguarda soprattutto il lavoro femminile o i lavori più faticosi o a basso salario. Se prevalesse questo secondo effetto, il numero di beneficiari potrebbe diventare ben più grande e così anche il costo del trasferimento. (Massimo Baldini e Francesco Daveri – La Voce.info)

Consob, Ivass e Bankitalia: chi dà informazioni su reati o irregolarità non sarà sanzionato

Consob, Ivass e Bankitalia aprono alle "soffiate" anonime

A quattro anni dalla legge Severino sul whistleblowing le ultime norme a tutela di chi segnala irregolarità o reati nei luoghi di lavoro sono in vigore a tutti gli effetti. E Consob, prima autorità italiana a farlo, apre due canali – telefonico e telematico – per raccogliere segnalazioni, anche anonime, dai soggetti vigilati come Sim, Sgr, Sicav, banche. Bankitalia, Ivass e altri controllori – su specifici ambiti – presto seguiranno, scrive Repubblica.


Proprio per migliorare la tutela dovuta a chi compie l’azione ( in teoria virtuosa) di segnalare torti non personali, ma « nell’ interesse pubblico » -, la legge 30 novembre 2017 appena promulgata introduce tre novità. Il dipendente che segnala condotte illecite o di abuso non può essere «sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altre misure» legate alla segnalazione; l’Anac sanziona ogni atto discriminatorio con multe da 5mila a 30mila euro, così come sanziona i responsabili che non verificano le segnalazioni ricevute, o enti ed aziende che non abbiano adottato « le procedure per l’ inoltro e la gestione delle segnalazioni »

. Inoltre, si tutela maggiormente l’identità del dipendente che segnala. Le stesse tutele valgono per dipendenti o collaboratori che segnalino irregolarità nel settore privato fornitore di beni e servizi alla Pa. Ulteriore tutela per i whistleblower, la misura che integra la disciplina del segreto d’ ufficio: che sarà in parte aggirabile da chi, mentre spiffera, persegue « l’ interesse all’ integrità delle amministrazioni ». (Affariitaliani)
 

Una spiaggia del Giappone si è ricoperta di incredibili formazioni di ghiaccio più preziose dei diamanti

Un gioiello scintillante, unico al mondo. C’è solo un posto sulla terra dove si possono trovare i jewelry ice, ed è alla foce del fiume Tokachi, sull’isola di Hokkaido. Le condizioni uniche di questa spiaggia giapponese sono in grado di creare in questo periodo dell’anno degli incredibili blocchetti trasparenti di ghiaccio, così puri da sembrare vero cristallo.


E anche se sono fatti solo di acqua congelata, queste opere d’arte della natura sono più preziose dei diamanti. Trovarne di eguali nel resto del mondo è impossibile, ed ogni anno è una vera sfida a chi per primo riesce a vederne uno.

Le prime fotografie dei gioielli di ghiaccio di Tokachi del 2018 sono apparse nelle ultime ore su Instagram, immortalando anche quest’anno un fenomeno quasi surreale che presto ricoprirà l’intera spiaggia, come già accaduto negli scorsi anni.


Quando le temperature calano, la foce del fiume si congela. E i frammenti di ghiaccio vengono «strappati» dalle onde del mare che entrano nella bocca del fiume e trasportati sulla sabbia della battigia, dove questi incredibili ghiaccioli, uno diverso dall’altro, possono brillare in tutto il loro splendore.

La spiaggia giapponese con i gioielli di ghiaccio

 

Il ghiaccio è così trasparente perché è formato da acqua dolce: è l’assenza di sale, quindi, è uno dei suoi fattori di unicità. L’altro è il tempo di congelamento, estremamente lento, che permette alle impurità, così come alle bolle d’aria, di non rimanere «intrappolate» nel ghiaccio. Il tutto combinato al lento movimento del fiume che si unisce al moto ondulatorio del mare, contribuendo alla levigazione di queste «pietre preziose».


«Non ho mai visto questo tipo di ghiaccio in alcuna altra parte del mondo»», ha dichiarato il fisico Peter Wadhams dell’Università di Cambridge al New York Times. Come lucentezza si avvicina al ghiaccio dei fiordi cileni e delle insenature dell’altopiano dell’Alaska, ma nessuno ha la stessa composizione molecolare. Un «miracolo» che ha fatto diventare la spiaggia sulla foce del Tokachi una ambitissima meta turistica invernale. (Noemi Penna La Stampa)

VIDEO:

http://www.lastampa.it/2018/01/08/societa/viaggi/mondo/una-spiaggia-del-giappone-si-ricoperta-di-incredibili-formazioni-di-ghiaccio-pi-preziose-dei-diamanti-j0urgo3pFVjsGzDkHhC4PM/pagina.html

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: