1. CAPODANNO A MILANO, UNA FESTA CON 5MILA RAGAZZI. FUORI, DECINE DI AGENTI ANTITERRORISMO PRONTI A INTERVENIRE: LA RICOSTRUZIONE DI UNA NOTTE DI PAURA 2. TUTTO PARTE DALLA TELEFONATA DI UN ALBERGATORE AI CARABINIERI: TRE PERSONE DI ORIGINE MAROCCHINA PAGANO 700 EURO IN ANTICIPO PER UNA STANZA, MA NON SI PRESENTANO 3. CHI HA FATTO LA PRENOTAZIONE È ‘FLAGGATO’, OVVERO SEGNALATO, PER CONTATTI CON JIHADISTI. DI FRONTE SI SAREBBE SVOLTA UNA MEGA-FESTA AL CHIUSO. PARTE L’ALLARME E…

DUOMO DI MILANO DUOMO DI MILANO

Andrea Galli e Gianni Santucci per il Corriere della Sera

 

Nel tardo pomeriggio del 31 dicembre, il responsabile di un grande albergo milanese chiama i carabinieri: «Scusate, non so se sia un’ informazione utile per voi, ma abbiamo una prenotazione un po’ strana…». L’ uomo spiega che nei giorni precedenti, via Internet, un giovane marocchino ha riservato una stanza per tre notti, per tre persone, a partire dal giorno 29. La camera è stata saldata in anticipo, comprende anche la serata di Capodanno, e per questo il conto è piuttosto alto, sopra i 700 euro.

 

«Gli ospiti però non si sono ancora presentati – riflette il responsabile dell’ hotel – e non hanno neanche chiesto il rimborso». Alla fine della telefonata, l’ uomo aggiunge un elemento chiave: «Nell’ albergo di fronte avremo un’ enorme festa per il veglione, con sale trasformate in discoteca e 5 mila persone che balleranno fino all’ alba. Non vorrei ci fosse qualche pericolo…».

l hotel chiama i carabinieri l hotel chiama i carabinieri

 

Scatta così, poche ore prima della mezzanotte, mentre il pubblico già affolla piazza del Duomo per il concerto di Capodanno e Milano si prepara a festeggiare l’ arrivo del 2018, il più imponente allarme terrorismo in Italia da quando l’ Isis minaccia e attacca l’ Occidente.

 

All’ inizio la segnalazione dell’ hotel può sembrare generica, ma i carabinieri iniziano a «lavorarla» come fanno ogni volta in cui ricevono un «input» dal territorio, da un informatore, da un servizio di intelligence . Di segnalazioni ne arrivano a decine, ogni mese, e tutte vengono verificate in una quotidiana sequenza di accertamenti, lunghi e faticosi ma obbligati, perché non possono esistere errori di sottovalutazione.

 

La prenotazione è avvenuta attraverso uno dei più noti siti per la ricerca di hotel e risale al 25 dicembre. La sera dell’ ultimo dell’ anno, i carabinieri hanno dunque in mano un nome e partono da quello. Interrogano i terminali. E scoprono che al ragazzo che ha riservato la stanza è collegato un flag , una segnalazione: molto tempo fa ha avuto un contatto informatico con un marocchino arrestato in Francia nel 2016, in un’ indagine su una cellula islamista che progettava un attentato. Quel marocchino, si legge nei rapporti dell’ antiterrorismo di Parigi, ha un profilo «significativo».

festa per 5mila persone festa per 5mila persone

 

Eppure, nel «raffronto» con il connazionale, non emerge nulla che faccia pensare a un rapporto stretto, un’ amicizia, una frequentazione assidua, progetti comuni. Ugualmente, il previsto viaggio di quel ragazzo qui in città poteva essere una normale occasione di svago, oppure essere funzionale a movimenti per affari criminali comunque «slegati» da piani terroristici.

 

Ma in quel momento, alla vigilia dell’ evento con la maggior concentrazione di pubblico al «chiuso» tra Milano, provincia e resto della Lombardia, pur se isolato e un po’ datato, il collegamento basta per definire uno scenario di fortissimo rischio. L’ informazione viene subito condivisa con i massimi vertici dell’ antiterrorismo a Roma, la prefettura, la Digos della questura e con i funzionari dell’ Aisi, l’ Agenzia informazioni e sicurezza interna. Sono ore di lavoro frenetico che il Corriere può ricostruire attraverso le conferme di diverse fonti istituzionali e investigative al più alto livello. Un’ indagine a ritmo accelerato che racconta il lato «sconosciuto» dell’ antiterrorismo: quello della prevenzione, delle verifiche su indizi anche minimi, delle risposte immediate da dare.

 

allerta anti terrorismo le squadre pronti a intervenire allerta anti terrorismo le squadre pronti a intervenire

L’ attenzione primaria dei carabinieri del Nucleo informativo e del Ros si concentra su quei due alberghi. Il primo hotel che ha ricevuto la prenotazione sospetta, e l’ altro che già accoglie le comitive di ragazzi che hanno comprato un biglietto per la festa animata da dieci dj. Sono due strutture moderne, quasi adiacenti, nella zona della nuova Fiera, verso l’ autostrada. Militari in borghese entrano negli alberghi, studiano i luoghi, compiono accertamenti su alcuni ospiti provenienti dal Nordafrica, che risultano estranei.

 

Insieme vengono allertate le Api (Aliquote di pronto intervento), le squadre speciali create a fine 2015 dopo l’ attentato al Bataclan di Parigi. Sono gruppi di carabinieri (i reparti analoghi della polizia si chiamano Uopi) addestrati per intervenire in caso di un’«offensiva» nelle città.

 

Assicurata per quanto possibile la protezione dell’«obiettivo», altri investigatori setacciano le piste telematiche e telefoniche per capire chi sia il marocchino «fantasma» della prenotazione, che non è arrivato con gli amici. Un versante dell’ inchiesta, questo, in pieno corso e che necessita di approfondimenti: ieri la relazione è stata depositata sulla scrivania del capo del pool antiterrorismo Alberto Nobili.

 

la festa di capodanno a milano a rischio terrorismo la festa di capodanno a milano a rischio terrorismo

L’ allerta «termina» nella notte, dopo che i carabinieri negli hotel non hanno notato segnali sospetti. Sono gli stessi istanti in cui si è ormai chiuso senza preoccupazione per l’ ordine pubblico il concerto di Fabri Fibra e Luca Carboni davanti al Duomo, in una piazza, come stabilito nei vertici con il prefetto Luciana Lamorgese, circondata da barriere e metal detector, limitata negli ingressi (20 mila persone) e sorvegliata da tiratori scelti sulle terrazze intorno alla cattedrale.

 

Ma a Capodanno è stato in periferia che Milano ha affrontato un test di risposta rapida alla minaccia di un attacco terroristico. Il primo messaggio che ha accompagnato la mobilitazione delle forze speciali invitava a essere rapidi, concentrati e, soprattutto, mai così pronti a ogni possibile scenario. (dagospia.com)

 

ALBERTO NOBILI ALBERTO NOBILI

Se lo smart working piace a lavoratori e imprese

Un esperimento sui lavoratori di un’azienda che ha adottato lo smart working dimostra che la produttività di un lavoratore non dipende dalle ore trascorse in ufficio. Aumenta anche la soddisfazione per lo stipendio e per la conciliazione vita-lavoro.

Un esperimento di smart working

Il 2017 ha visto l’introduzione della legge sullo smart working (legge 81), detto anche lavoro agile o lavoro flessibile nel tempo e spazio di lavoro: il lavoratore può scegliere, in accordo con il datore di lavoro e per una parte concordata della settimana lavorativa, gli orari e il luogo in cui svolgere la sua attività. L’obiettivo è migliorare l’equilibrio tra tempi di vita e di lavoro, aumentare la produttività e il benessere dei lavoratori, a beneficio dei lavoratori stessi e dell’azienda.

Negli ultimi anni un buon numero di aziende in Italia ha iniziato a utilizzare forme di flessibilità lavorativa e, con l’approvazione della legge, simili modalità lavorative sono proliferate.

Ma quali sono gli effetti dello smart working per lavoratori e datori di lavoro, uomini e donne? Quali i costi e i benefici?

Al di là di varie indagini divulgative, le ricerche accademiche rigorose sugli effetti di questa politica sono poche e in Italia non esistono. È difficile parlare di legami di causa-effetto semplicemente osservando la relazione tra risultati positivi (o negativi) del lavoro flessibile e la sua introduzione, perché la relazione potrebbe dipendere da altre variabili: per esempio, le aziende che introducono il lavoro flessibile possono essere proprio quelle con risultati positivi (o negativi) fin dall’inizio.

Con il progetto europeo Elena (Experimenting flexible Labour tools for Enterprises by engaging men and women), che fa capo al dipartimento Pari opportunità, presidenza del Consiglio dei ministri, in partnership con il Centro Dondena per le dinamiche sociali e politiche pubbliche dell’Università Bocconi, abbiamo provato per la prima volta a dare una risposta rigorosa.

Abbiamo adottato la metodologia dei randomized experiments, nota nel campo delle politiche pubbliche per la sua capacità di portare all’identificazione di rigorosi rapporti di causa-effetto, ma mai applicata in Europa nel contesto della flessibilità del lavoro. Lo studio è stato effettuato su un campione significativo di 300 dipendenti di una grande società italiana che non aveva mai utilizzato prima forme di flessibilità. Il campione è stato diviso in modo casuale tra soggetti “trattati” che hanno sperimentato per un periodo di nove mesi il lavoro flessibile e soggetti “controllo”, con caratteristiche osservabili simili, che non sono stati sottoposti alla politica del lavoro flessibile. La flessibilità è consistita nella possibilità, per un giorno alla settimana, di lavorare fuori sede, con libertà di scegliere il luogo e la completa flessibilità nell’orario di lavoro.

I lavoratori e i loro supervisori hanno risposto a un questionario prima e dopo l’esperimento. Attraverso un modello difference-in-difference, abbiamo confrontato i lavoratori nel gruppo “trattato” e quelli nel gruppo di “controllo” prima e dopo la sperimentazione, per quantificare l’effetto dell’introduzione del lavoro agile, guardando alle seguenti dimensioni: produttività del lavoratore, benessere del lavoratore (salute, umore, stress), bilanciamento vita-lavoro e dedizione all’azienda.

Più produttività e più soddisfazione

La figura 1 mostra l’andamento della produttività dei lavoratori nei due gruppi – trattamento e controllo – misurata da un indicatore oggettivo che assume valori tra 0 e 5 rilevato dall’azienda ogni mese, basata sul risultato effettivo dei lavoratori. Dopo quattro mesi dall’avvio, vediamo ogni mese un aumento della produttività dei lavoratori che hanno usufruito dello smart working (rispetto a quelli che non l’hanno sperimentato) che oscilla tra il 3 e il 4 per cento. Anche se la differenza non è statisticamente significativa, l’andamento è interessante e conferma l’infondatezza dell’argomento in base al quale per essere produttivi sia necessario essere presenti in ufficio il più possibile. Un risultato simile riguarda le assenze: mediamente i lavoratori soggetti a smart working fanno tra 0,1 e 0,4 giorni lavorativi di assenza (per esempio, per malattia o altro) in meno al mese di quelli che non seguono questa modalità di lavoro. Questo significa tra 1,2 e 4,8 giorni all’anno per lavoratore.

Per quanto riguarda la soddisfazione, l’utilizzo dello smart working fa aumentare mediamente per ogni lavoratore (uomini e donne) del 3,16 per cento quella percepita per il proprio reddito (rispetto al lavoratore che non lo sperimenta), del 2,34 per cento la soddisfazione per il lavoro, del 14 per cento per il tempo libero e dell’8,73 per cento per la vita in generale. Per alcune di queste dimensioni, il miglioramento è più accentuato per le donne rispetto agli uomini (figura 2).

Inoltre, l’utilizzo dello smart working fa aumentare mediamente per ogni lavoratore del 6,6 per cento la soddisfazione per il bilanciamento vita-lavoro (rispetto al lavoratore che non lo sperimenta), in particolare del 5,4 per cento per gli uomini e del 7,94 per cento per le donne.

Il tema del lavoro flessibile, il suo impatto sull’organizzazione e i risultati del lavoro, così come sul benessere individuale e sull’uguaglianza di genere sono molto attuali e riguardano tutti: tutti i lavoratori sanno, per esempio, cosa significa lavorare da casa o non dover timbrare il cartellino. Tutti sanno anche che spesso le aziende fanno resistenza nei confronti delle modalità di lavoro flessibile, come già accade per il part-time. Le resistenze sono spesso giustificate da un tema di produttività. Ma è una giustificazione che non ha un riscontro scientifico. I legami di causa-effetto individuati dal nostro studio potranno costituire la premessa per la definizione su basi solide di futuri programmi di politiche in Italia e in Europa. (Marta Angelici e Paola Profeta la voce.info)

Figura 1 – Andamento della produttività oggettiva: ottobre 2016 – giugno 2017

Figura 2 – Benessere del lavoratore. Soddisfazione media con il tempo libero a disposizione

Bce e la scommessa sbagliata sui bond Steinhoff. Paga (s)vendita con perdite di milioni di euro (seconda parte)

Draghi aveva detto che l’obiettivo della Bce con il piano di acquisti di corporate bond non era di fare profitto o di evitare perdite. Ma il peso di quelle obbligazioni …

Alla fine la Bce ha smobilizzato i bond Steinhoff. La decisione è stata presa dopo la grave crisi che ha investito il gigante retail, e sulla scia delle polemiche sull’esposizione che, nell’ambito del suo programma di acquisti di corporate bond, la Banca centrale europea di Mario Draghi aveva accumulato sull’obbligazione. La vendita è stata praticamente una svendita, visto il collasso dei prezzi delle obbligazioni: con lo smobilizzo, stando a quanto riporta il Financial Times, la Bce ha dovuto contabilizzare una perdite di milioni di euro.

l quotidiano britannico rende noto sulla base di una fonte che la Bce aveva acquistato i bond Steinhoff per un valore di 100 milioni di euro. Visto che i bond sono stati scambiati la scorsa settimana (secondo i dati di Tradeweb) per un valore compreso tra 49 e 59 centesimi di euro, si calcola che Francoforte abbia perso 50 milioni di euro circa.

La questione è ancora più preoccupante se si considera che, secondo un’analisi condotta da UBS, la banca centrale detiene almeno altri 26 bond che hanno un rating “junk”, per un valore di 18 miliardi di euro.

I rumor sugli acquisti di tali bond sono stati tra l’altro confermati dallo stesso Draghi, in occasione dell’ultima riunione della Bce, dello scorso 14 dicembre. Il banchiere aveva precisato anche che gli acquisti dei bond Steinhoff erano terminati nel momento stesso in cui erano emersi i primi problemi per la società.

Sta di fatto che quei bond continuano a figurare nel bilancio della Banca centrale europea che, alla fine, ha deciso di liberarsene.  La vendita è avvenuta venerdì scorso: la transazione è dimostrata dal fatto che, nell’ultima lista degli strumenti finanziari che la Bce detiene in relazione al suo programma di acquisto di corporate bond CSPP, è sparito l’ISIN XS1650590349, che identificava le obbligazioni in mano all’istituto. L’ISIN si riferisce in particolare all’acquisto dei bond Steinhoff con scadenza nel 2025 che erano stati emessi per 800 milioni di euro.

Il caso dei bond Steinhoff era nato all’inizio di dicembre, quando era stato uno stesso funzionario della Bce a riferire a Bloomberg che la Bce deteneva “alcuni” dei bond che erano stati emessi a luglio da Steinhoff Europe AG.

L’acquisto, che era avvenuto tra l’altro nello stesso mese dell’emissione, aveva alimentato diversi interrogativi sul piano con cui la Bce di Mario Draghi, oltre ad acquistare titoli di stato dei paesi membri dell’Eurozona, fa shopping di diverse obbligazioni societarie.

Dai dati di UBS era emerso tra l’altro che la Bce era il detentore numero uno di questi bond. Le domande non erano tuttavia legate ‘soltanto’ alla rischiosità del prodotto, parcheggiato fino a venerdì scorso nel bilancio della Bce.

Con il downgrade di Moody’s a Caa1, praticamente uno dei livelli più profondi del rating “junk”, spazzatura, tali bond avevano perso anche il requisito che aveva reso possibile il loro acquisto da Draghi & Co. (il piano di acquisti implica che le obbligazioni acquistate dalla Banca centrale abbiano almeno un rating pari a ‘investment grade’).

Steinhoff International, il secondo colosso europeo attivo nel mercato dell’arredamento, è nato in Sud Africa ed è diventato un gigante retail attivo in Australia, Europa e Stati Uniti.

E’ dal 2015 che Steinhoff è nel mirino delle autorità investigative tedesche per presunti reati di natura fiscale.

Il mese scorso la società – conosciuta per essere la holding a cui fanno capo diverse aziende, come la catena francese di mobili Conforama, Mattress Firm degli Usa, e Poundland nel Regno Unito, e che ha alle due dipendenze 130.000 persone in tutto il mondo – ha incaricato PwC di far luce sulle irregolarità contabili attraverso una “indagine indipendente”, annunciando contestualmente le dimissioni del suo AD Markus Jooste. Secondo quanto riportato da Reuters, Steinhoff International non avrebbe informato gli azionisti su transazioni per un valore di quasi 1 miliardo di dollari.

Sempre il mese scorso, quando è scoppiato lo scandalo, la società ha anche cancellato il mese scorso la deadline del 31 gennaio del 2018 per la presentazione del suo bilancio consolidato, affermando che la pubblicazione avverrà solo “quando sarà nella posizione di farlo”. La scorsa settimana il gruppo ha reso noto un piano per assumere un esperto indipendente di ristrutturazione dei debiti, che dia il via al suo risanamento, dopo aver comunicato l’intenzione di raccogliere tre miliardi di euro in contanti, attraverso la vendita di asset.

Ribattezzata da molti la nuova Enron, con debiti per 18 miliardi, Steinhoff sta facendo tremare anche alcune banche.

La notizia del declino del gigante ha avuto ancora più rilevanza proprio per il coinvolgimento della Bce. Che si è contraddetta non poco.

Draghi aveva sottolineato infatti che l’obiettivo della Bce non è quello di fare profitti o evitare perdite con l’acquisto dei corporate bond.

Ma la Bce ha fatto due cose che non possono passare inosservate: intanto, ha sostituito la frase originale “L’Eurosistema non è obbligato a vendere le sue partecipazioni nel caso di un downgrade che porti il rating al di sotto di quello richiesto per la qualità del credito”, con la nuova frase: “l’Eurosistema potrebbe scegliere, ma non è obbligata a farlo, di vendere le proprie partecipazioni nel caso in cui esse perdano i requisiti per il loro acquisto, per esempio nel caso di un downgrade che porti il rating al di sotto di quello richiesto per la qualità del credito”.

Seconda cosa: ha deciso di smobilizzare quei bond, inviando ai mercati un messaggio confuso, visto che il mercato ha sempre creduto che la Bce, nell’ambito del suo programma di acquisto, avrebbe effettuato solo acquisti, e mai vendite. (

 

TECHNOGYM VOLA IN BORSA: GLI ANALISTI CREDONO IN UN AUMENTO DEI RICAVI E DEGLI UTILI PER I PROSSIMI DUE-TRE ANNI – LA HOLDING DEL PATRON HA LIQUIDITÀ PER QUASI 150 MILIONI E HA HA DISTRIBUITO UN DIVIDENDO DA 4 MILIONI DI EURO

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Utile in calo per Lqh, la holding lussemburghese di Nerio Alessandri, il ‘patron’ di Technogym, che conta comunque oltre 500 milioni di profitti a nuovo e liquidita’ per quasi 150 milioni. Nel 2016 la finanziaria, fondata nel 1997, ha segnato un profitto netto di 2,9 milioni contro i 14 milioni dell’anno precedente, come indicano i documenti depositati nel Granducato e consultati da Radiocor. Il risultato e’ stato riportato a nuovo portando il totale dei profitti a nuovo a 506 milioni di euro. La cassaforte, che ha asset per 523 milioni di euro, in seguito all’assemblea del 20 settembre 2017, ha distribuito un dividendo di 4 milioni di euro.

nerio alessandri e technogym in borsa 3 

Lqh a fine 2016 aveva investimenti in valori mobiliari per 357,6 milioni di euro (in aumento di 1 milione circa dal 2015) e liquidita’ per 148 milioni di euro da 144 milioni. In base al bilancio, le maggiori partecipazioni sono il 44% nella Cortina Mare srl, del valore contabile di 4,5 milioni che nel 2016 ha segnato una perdita di 263mila euro, il 100% nella Nepi Sa., che vale 1 euro e nel 2016 ha segnato un rosso di 18.700 euro e il 100% nella slovacca Sobeat (valore 6.000 euro, utile di 269mila euro nel 2015). Technogym, di cui Nerio Alessandri e’ fondatore, presidente e amministratore delegato, e’ controllata al 52% tramite la Wellness Holding.

KEPLER: TECHNOGYM CORRE IL DOPPIO DEI CONCORRENTI

Elena Dal Maso per www.milanofinanza.it

Technogym fra i migliori titoli di Piazza Affari oggi. Registra un rialzo del 5,24% a quota 8,635 euro. La società fondata da Nerio Alessandri, che capitalizza 2,5 miliardi di euro, ha ricevuto oggi la promozione di Kepler Cheuvreux. Gli analisti hanno alzato la raccomandazione sul titolo da hold a buy con un prezzo obiettivo che passa da 7,7 a 9 euro.

 La ragione sta “nell’ulteriore spazio per maggiori margini e un’accelerazione dei ricavi”. Gli esperti citano anche i sempre nuovi prodotti, il graduale spostamento del mix del business dalle palestre al segmento hospitality/residenziale (hotel e appartamenti) dove la redditività è più alta e ulteriori sviluppi all’estero (nelle Americhe e in Asia Pacifico che saranno visibili a partire da quest’anno e in particolare in Cina).

Kepler ricorda nel suo report di oggi che negli ultimi anni Technogym  è riuscita ad avere una crescita dei ricavi di oltre l’8% annuo nell’export contro una crescita del mercato di riferimento del 3-4%, oltre a un notevole incremento del margine operativo, passato dall’11% al 15% nel 2017 (i dati dello scorso anno sono una stima).

La buona marginalità deriva, secondo gli esperti, da una combinazione di nuovi lanci di prodotto, mercati e segmenti di business con quella che Kepler Cheuvreux ritiene essere una “notevole capacità di determinazione dei prezzi”, che ha protetto il gruppo italiano del wellness dalla pressione sui prezzi che ha colpito i principali concorrenti.

A questo punto la domanda che si pongono gli analisti è: Technogym  può continuare a superare la crescita del mercato e migliorare ulteriormente i margini? A oggi la risposta è sì perché “l’innovazione e la diversificazione possono continuare a incrementare i guadagni” nei prossimi 2-3 anni in base a tre motivi principali.

 

Eccoli: un flusso sostenuto di lanci di nuovi prodotti con prezzi più elevati e migliore redditività, mantenendo il marchio Technogym  lontano dalla concorrenza sui prezzi; il passaggio graduale del business mix dalle palestre al segmento hospitality/residenziale, dove la redditività è più alta; l’ulteriore sviluppo nelle Americhe e nell’area Apac (Asia-Pacific, sarà visibile da quest’anno), in particolare in Cina, dove il gruppo ha ancora una presenza molto limitata.

 

Kepler Cheuvreux prevede a questo punto una crescita del 9% contro l’8% attuale e un margine operativo del 17% entro il 2019 rispetto al 16% precedente, il che porta a un conseguente aumento del 4% delle stime degli analisti. In sintesi, l’alta visibilità combinata con un business di alta qualità dovrebbe continuare a sostenere l’azione, concludono gli analisti della banca d’affari.

Così la linea europea sugli Npl sta affossando (inutilmente) le banche italiane. La denuncia della Cisl

Così la linea europea sugli Npl sta affossando (inutilmente) le banche italiane. La denuncia della Cisl
L’analisi di First Cisl sui primi cinque istituti italiani, ovvero Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi, Banco Bpm e Ubi.

Non è colpa del costo del lavoro: a bruciare la redditività delle banche italiane sono le rettifiche sui crediti e per questo serve una gestione paziente dei prestiti deteriorati, evitando le forti svalutazioni imposte dai regolatori europei. È quanto sostiene First Cisl, fra i primi sindacati del settore del credito e assicurativo, che ha elaborato un’analisi reddituale al 30 settembre 2017 dei primi cinque istituti italiani, ovvero Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi, Banco Bpm e Ubi. Dai dati esaminati, che non tengono conto delle operazioni relative alle bridge bank incorporate da Ubi e alle ex venete assorbite da Intesa, emerge che agli 8,2 miliardi di utile netto delle “big five” hanno dato un grande contributo i 14,4 miliardi di commissioni nette e il calo – pari a 527 milioni – del costo del personale. La zavorra è invece rappresentata dagli oltre 10,1 miliardi di rettifiche su crediti, scese del 3,4 % rispetto a un anno prima, ma ancora pari al 70% delle commissioni nette e al 59% degli interessi netti.

IL COMMENTO DI FIRST CISL

“Finiamola, una volta per tutte, di dire che il costo del lavoro è un peso per il sistema bancario. Insieme, le commissioni nette che provengono dall’attività quotidiana dei lavoratori e i minori costi derivanti dal taglio di posti di lavoro ammontano a quasi il doppio dell’utile netto delle prime cinque banche” commenta il segretario generale Giulio Romani che torna sul problema della gestione dei crediti deteriorati: “Il vero peso sono le enormi svalutazioni pretese dai regolatori europei, col risultato che continuiamo a svendere npl (non performing loans, ndr) che potrebbero invece essere recuperati attraverso una loro gestione paziente, ritornando a dare reddito”.

Il responsabile dell’ufficio studi di First Cisl, Riccardo Colombani, scende nel dettaglio: “Agli 8 miliardi di utile realizzati dai cinque maggiori gruppi bancari italiani dei primi nove mesi del 2017 hanno dato un enorme contributo i 14,4 miliardi di commissione nette, che sono strettamente correlate al fattore lavoro. Il risultato beneficia poi dei 527 milioni di calo del costo del personale a fronte di una riduzione di ben 7.786 addetti nelle sole big five, senza contare i tagli nelle banche acquisite da Ubi e da Intesa. Quanto al costo del lavoro, il dato dei primi cinque gruppi è di 12,6 miliardi, che si confrontano con un margine di intermediazione di 36,3 miliardi. A bruciare redditività – sottolinea Colombani – sono i 10,1 miliardi di rettifiche su crediti, non molto sotto ai 10,5 miliardi dei primi 9 mesi del 2016. Se gli npl fossero destinati alla gestione in house da parte di personale specializzato – è la ricetta proposta già un anno fa dal sindacato -, invece che alla vendita più o meno obbligata, e gli accantonamenti potessero essere effettuati tenendo conto dei recuperi realizzati, gli utili tornerebbero a crescere, generando occupazione e sviluppo economico”.

L’ANALISI NEL DETTAGLIO

Andando a esaminare le tabelle fornite dalla sigla di Via Po, si nota che poco più di 14,4 miliardi di commissioni nette messi a segno fra gennaio e settembre 2017 sono appannaggio soprattutto dei primi due gruppi, Unicredit e Intesa (in totale quasi 10,7 miliardi). Seguono Banco Bpm (1,4 miliardi), Mps (1,2 miliardi) e Ubi (oltre 1 miliardo). Stessa situazione per quanto riguarda l’utile netto che a settembre dello scorso anno arriva a 8,2 miliardi, in crescita di 5,6 miliardi (+216,6% ) rispetto allo stesso mese del 2016: anche qui la parte del leone la fanno Unicredit (quasi 5 miliardi) e Intesa (6 miliardi), cui si aggiungono Ubi (208 milioni) e Banco Bpm (45 milioni). Sulla cifra totale influisce pure la perdita di quasi 3 miliardi di Montepaschi.

Per quanto riguarda il costo del lavoro, quello relativo al personale scende di 527 milioni e si attesta a quota 12,6 miliardi con Unicredit e Banco Bpm che arrivano a risparmiare nel complesso 469 milioni. In un anno sono 7.786 i lavoratori in meno nelle prime cinque banche italiane che scendono a quota 248.535, di cui quasi 183 mila in Unicredit e Intesa Sanpaolo. Diminuisce anche il risultato di gestione, a settembre 2017 pari a 15,6 miliardi, ovvero -244 milioni rispetto a un anno prima. Anche in questo caso Unicredit e Intesa (entrambe con oltre 6,2 miliardi) guidano saldamente la classifica chiusa da Ubi con 781 milioni.

A fare da contraltare, come si diceva, la mole di rettifiche su crediti che, pure in calo di 355 milioni (-3,4%) rispetto a settembre 2016, pure rappresentano ancora una bella cifra: oltre 10,1 miliardi. Di questi più di 4,7 miliardi appartengono a Mps e 2 miliardi a Intesa. Seguono Unicredit (1,8 miliardi), Banco Bpm (988 milioni) e Ubi (454 milioni). (Manola Piras Formiche.net)

Alitalia, la crisi scritta nei conti

 

Non c’è alcun mistero nella nuova crisi di Alitalia. L’azienda, che già perdeva in passato, ha avuto un disavanzo molto più alto nel 2016 perché ha dovuto abbassare i prezzi, ma senza poter ridurre i costi, come invece hanno fatto i vettori concorrenti.

Il caso degli extracosti

“Conoscere per deliberare”, come consigliava Luigi Einaudi negli anni Cinquanta, richiede che si disponga di informazioni adeguate, che esse siano elaborate sino a divenire conoscenza e che la conoscenza funga da faro per decisioni che possano tradursi in azioni concrete. È un percorso razionale, valido tanto per le scelte private che per quelle pubbliche. Per le seconde, però, la conoscenza è fondamentale non solo per chi deve prendere decisioni ma anche per l’opinione pubblica che ha il compito di valutarle.

Il caso Alitalia è l’esempio perfetto di quanto il nostro paese sia distante dalla massima di Einaudi. Il vettore aereo ha visto un notevole peggioramento delle sue condizioni economiche tra il 2016 e la prima metà del 2017, tanto che ha dovuto essere commissariato. Quali sono le ragioni del dissesto? Perché l’azienda è andata tanto male in un periodo così favorevole per il mercato aereo e per tutti gli altri vettori? Sono le due domande chiave per tracciare una diagnosi del paziente ed elaborare una terapia coerente. Ma il bilancio 2016, che doveva contenere le risposte, non è stato pubblicato, la diagnosi non è stata elaborata e la soluzione che si cerca di attuare è quella di trasferire in via definitiva il paziente in Germania affinché sia curato dai bravi medici di quel paese. Sulle cause della malattia vi è però il silenzio più totale.

Eppure le risposte essenziali ci sono tutte, basta saperle leggere. Un documento della vecchia gestione, illustrato ai sindacati il 22 marzo 2017, riporta una versione non definitiva del conto economico 2016 dalla quale risulta una perdita industriale di 337 milioni. Il peggioramento rispetto ai 149 milioni del 2015 è dovuto per 158 milioni a riduzione dei ricavi e per 30 a incremento dei costi. Perché i ricavi sono diminuiti del 4,9 per cento, per effetto della riduzione dei prezzi dati i passeggeri in lieve crescita, mentre i costi sono rimasti stazionari? La risposta è in ciò che è accaduto negli altri grandi vettori. Nel 2016 il gruppo Lufthansa ha ridotto i costi industriali per passeggero km del 5,4 per cento, principalmente grazie al calo del carburante, e del 5,2 per cento i proventi unitari. In sostanza, ha trasferito ai suoi clienti, attraverso minori prezzi, i risparmi di costo conseguiti e altrettanto han fatto gli altri vettori, low cost e tradizionali. Alitalia non è invece riuscita a ridurre i costi, ingessati da contratti sfavorevoli, ma ha dovuto egualmente ridurre i prezzi a causa della concorrenza sul mercato, peggiorando di conseguenza il suo disavanzo. Questa è la semplice, ma sinora sconosciuta. ragione del dissesto.

Grafico 1 – Dati della gestione industriale di Alitalia

Le cifre della crisi

Nel 2015 Alitalia ha speso 721 milioni per il carburante, di cui 52 da perdite su contratti di fuel hedging che scelte più oculate avrebbero evitato. Se i restanti 669 milioni si fossero ridotti nel 2016 nella stessa misura di Lufthansa, Alitalia avrebbe registrato un costo di 551 milioni, con un risparmio di 142 milioni sulla spesa effettiva di 693.

Per altre voci di costo è la stessa Alitalia, nella trattativa del marzo 2017, a quantificarne il disallineamento rispetto al benchmark delle altre compagnie. Sul leasing della flotta indicava un sovra costo del 23 per cento per i velivoli di medio raggio, del 41 per cento per la flotta regionale e del 63 per cento per quella di lungo raggio, con un valore medio stimabile nel 36 per cento che, applicato alla spesa del leasing 2016 dà luogo a 86 milioni di possibili risparmi. Riguardo alle manutenzioni riconosceva extracosti pari al 19 per cento, corrispondenti a 46 milioni di possibile risparmio sui 287 di oneri sostenuti; in relazione ai servizi di handling un sovra costo del 25 per cento rispetto a un benchmark calcolato sui principali aeroporti che genera un possibile risparmio di 59 milioni. Infine, i costi commerciali erano indicati nel 7,8 per cento del fatturato totale dell’azienda, ma ritenuti riducibili al valore benchmark del 3,3 per cento, con un risparmio stimabile in 125 milioni.

Grafico 2 – Extracosti 2016 di Alitalia in raffronto alla perdita operativa.

Se sommiamo i risparmi ottenibili eliminando i sovra costi riconosciuti dalla stessa Alitalia, arriviamo già a minori costi industriali annui per 316 milioni, corrispondenti alla quasi totalità della perdita 2016 di 337 milioni. Tuttavia, i risparmi salgono a 458 milioni se vi includiamo anche il taglio degli extracosti sul carburante, una voce che la vecchia gestione aveva occultato, preferendo sostituirla con una ingiustificata richiesta di riduzioni del costo del lavoro. Con 458 milioni di minori costi, il risultato industriale del 2016 sarebbe divenuto positivo per 121 milioni.
Non vi è dunque alcun mistero nella crisi di Alitalia, ma solo assenza d’informazione. L’azienda già perdeva in passato perché soffriva di extracosti e ha perso molto di più nel 2016 perché ha dovuto abbassare i prezzi come i vettori concorrenti ma, a differenza loro, senza poter ridurre il costo del carburante. Questa è la diagnosi e da essa dipende una terapia ovvia: bisogna tagliare i costi eccedenti, non amputare l’azienda. E se lo facciamo noi prima di venderla, forse riusciamo a farcela pagare un pochino di più.(Ugo Arrigo La Voce.info)

Crédit Agricole, al via nuovi Cda delle 3 casse

Dopo San Miniato tocca a Cesena e Rimini. Nei board una discreta pattuglia di fedelissimi, ma anche legami con il territorio. In Toscana Divo Gronchi presidente “traghettatore”

Nell’arco di un paio di giorni i Cda delle proverbiali “3 casse” acquisite dal Crédit Agricole parleranno “francese”. Ossia saranno espressione della nuova proprietà. Ieri è stato ufficializzato il board di San Miniato, oggi è in programma l’assemblea di Cesena e domani si svolgerà quella di Rimini.

La nomina dei nuovi amministratori è il primo passo formale di Crédit Agricole Italia nei tre istituti, dopo la chiusura dell’iter di acquisto, avvenuta il 21 dicembre. Per il momento, le casse di San Miniato, Cesena e Rimini mantengono un loro Cda e il loro nome, a cui è stato semplicemente affiancato il logo di Crédit Agricole.

Guardando alla composizione dei board, la sfida per il Crédit Agricole è coniugare il mantenimento del legame con il territorio (un tratto peraltro distintivo del gruppo che controlla Cariparma) con l’esigenza di rinnovare le casse di risparmio costrette al salvataggio e finite appunto tra le braccia dei francesi. Che, è bene ricordare, non hanno ricevuto good bank a 1 euro, con Crédit Agricole Cariparma che si appresta a un aumento di capitale da 320 milioni, garantito dalla casa madre Crédit Agricole SA (azionista al 75% del capitale) che sottoscriverà la sua parte più tutto l’eventuale inoptato.

A San Miniato l’avvicendamento si è concretizzato con l’assemblea svoltasi ieri. L’impronta del gruppo francese è sufficientemente forte, dal momento che 4 consiglieri su 7 provengono dalle fila di Crédit Agricole Italia, la divisione tricolore guidata da Giampiero Maioli. Ma è stato comunque mantenuto il legame con i territori, anche con un piano industriale di rilancio che prevede nuovi finanziamenti all’economia pari a circa 1 miliardo nell’arco del triennio 2018-2020, con una crescita media del 10% circa. Qualcuno non ha gradito la permanenza ai vertici (alla presidenza) di Divo Gronchi, 80 anni, non proprio un manager di primo pelo che ha trascorso una vita in Mps, ma anche alla Banca Popolare di Vicenza e al Banco Popolare nel dopo-Fiorani. Tuttavia Gronchi, che era l’Amministratore delegato, potrebbe essere stato scelto dai francesi per traghettare la cassa di risparmio toscana verso una prossima fusione per incorporazione.

Le tre casse non avranno comunque un amministratore delegato ma un direttore generale. Per San Miniato e Cesena saranno due dirigenti di Crédit Agricole Cariparma: Massimo Cerbai per la banca toscana e Massimo Tripuzzi per quella romagnola. A Rimini verrà confermato l’attuale dg Giampaolo Scardone. Per la Cassa di Risparmio di San Miniato, Divo Gronchi è passato appunto dalla carica di amministratore delegato a quella di presidente, mentre alla vicepresidenza è stato nominato il vicedirettore generale di Crédit Agricole Cariparma, Oliver Guilhamon. Per la Cassa di Risparmio di Cesena, il gruppo francese ha indicato Giancarlo Forestieri alla presidenza e alla vicepresidenza Roberto Ghisellini, vicedirettore generale di Credit Agricole Cariparma. Ghisellini è indicato anche alla vicepresidenza di Cassa di Risparmio di Rimini. Come presidente è stato designato Guido Corradi.

Il gruppo Crédit Agricole in Italia conta 4 milioni di clienti e impiega ormai più di 14 mila collaboratori, per un finanziamento all’economia di oltre 70 miliardi di euro.(Stefano Neri Finanza Report)

Mps taglia filiali ma tradisce la sua Toscana

La chiusura di sportelli nei piccoli centri collinari sta creando disagi e solleva le proteste dei clienti: anche 13 chilometri per fare un bancomat

Una banca fra le maggiori d’Italia, con un piano industriale orientato alla digitalizzazione, che costringe alcuni suoi clienti a fare 13 km per prelevare in un bancomat, perdipiù nella regione storica che l’ha vista nascere ed affermarsi. Sembra un paradosso, eppure è quanto accade in Toscana, dove il Monte dei Paschi di Siena sta tagliando molte filiali con conseguenti disagi per non pochi suoi correntisti.

D’accordo che un po’ tutti gli istituti di credito, nella generale tendenza a ridurre i costi, stanno tagliando i presidi fisici, cercando di dirottare gran parte della clientela su modalità telematiche (digital banking e dintorni). Ma fa riflettere che agisca così Mps, che si è sempre fregiata della sua vicinanza al territorio della natia Toscana e a una presenza capillare anche fra le piccole comunità legata alla sua vocazione di banca commerciale rivolta ai piccoli risparmiatori e imprenditori, tessuto di una regione rinomata per i suoi pittoreschi borghi collinari. Il tutto, considerato anche che lo Stato, ossia in pratica i contribuenti, è intervenuto pesantemente nel salvataggio di una banca che, perlomeno, dovrebbe perciò essere un po’ più sensibile alle necessità del pubblico.

Il caso più eclatante, messo in risalto dalla stampa locale, è quello della filiale di Caldana, frazione di Gavorrano, in provincia di Grosseto, che Mps ha annunciato di voler chiudere a partire dal 22 gennaio, sollevando le proteste degli abitanti. La mossa costringerà infatti i correntisti a rivolgersi, anche solo per il banale uso del bancomat, alla filiale della frazione Bagno di Gavorrano, che dista da Caldana 13 km, ossia almeno un quarto d’ora di macchina, per non parlare di eventuali anziani che usino solo la bicicletta. E sì che nel centro di Gavorrano uno sportello dei Paschi era già stato chiuso a marzo 2017.

I clienti locali si sono già mobilitati con un’assemblea e con una campagna sui social network, minacciando di prelevare tutti i loro depositi se Mps non cambierà idea. Oltretutto lo sportello di Caldana è utilizzato anche dagli abitanti dei vicini paesini di Ravi, Giuncarico e Grilli, nonché da alcuni residenti di Vetulonia.

Ma ci sono anche altri casi. A Sticciano è già stata chiusa una filiale Mps e presto verrà eliminata quella di Roccatederighi, frazione del comune di Roccastrada, il cui sindaco Francesco Limatola sta monitorando la situazione cercando di sensibilizzare sul problema, anche perché la filiale in questione serve anche gli abitanti di un’altra piccola frazione collinare, quella di Sassofortino.

Questa moria di sportelli capillari, che può dare un colpo anche alla stessa tenuta sociale dei piccoli e piccolissimi centri, spesso abitati in prevalenza da anziani, è approdata anche a Firenze, nell’aula del Consiglio regionale della Toscana, dove il capigruppo di Forza Italia, Stefano Mugnai, ha accusato la giunta a guida del Partito Democratico di non fare abbastanza per rimediare e difendere le comunità locali, sebbene il capogruppo PD Leonardo Marras abbia presentato una mozione di sensibilizzazione sul problema. (Mirko Molteni Finanza Report)

Intesa Sanpaolo, una maxi fusione nel piano?

Gli analisti di Mediobanca vedono all’orizzonte un matrimonio con il Crédit Agricole. Sarebbe la prima banca in Europa

Sale la temperatura in vista del nuovo piano d’impresa di Intesa Sanpaolo, di cui si sono avute importanti anticipazioni, ma che potrebbe condurre a risvolti inaspettati come una maxi fusione transfontraliera.

Una combinazione tra eguali, come la definisce Mediobanca, che ipotizzano anche il nome del promesso sposo: quel Crédit Agricole che in questi giorni sta concretizzando i suoi piani d’espansione proprio in Italia, con la nomina dei cda delle 3 casse appena rilevate. Nel Belpaese, per inciso, la banca francese conta 4 milioni di clienti e impiega ormai più di 14 mila collaboratori.

Secondo gli analisti di Piazzetta Cuccia questa maxi fusione cross border dovrebbe realizzarsi nell’orizzonte del piano d’impresa che la banca guidata da Carlo Messina sta mettendo a punto e presenterà a febbraio. “La maggior parte degli amministratori delegati rinuncia a fusioni transnazionali perché troppo complesse e rischiose. Riteniamo che una fusione tra eguali tra Intesa e il Crédit Agricole possa essere un esempio di come massimizzare le sinergie minimizzando i rischi di esecuzione”, si legge in un report di Mediobanca dedicato a Intesa Sp.

La fusione tra Intesa e la Banque Verte, come viene chiamata Oltralpe, darebbe vita alla prima banca dell’Eurozona e tra le prime tre al mondo nell’asset management”. Il colosso del risparmio gestito Amundi, che fa capo alla banca francese, ha inglobato l’anno scorso le attività di Pioneer, rilevate da Unicredit.

Mediobanca ipotizza almeno 1 miliardo di sinergie, un aumento del 28% dell’utile per azione, un ritorno sul capitale tangibile (Rote) del 12% nel 2020 mentre un Cet1 del 13% consentirà di offrire un rendimento superiore al 7,5% attraverso un payout del 70%. Viene inoltre stimato un utile normalizzato al 2021 di 4,5 miliardi (+0,9 miliardi sul 2017). Un target più alto, sopra i 6 miliardi “non è un miraggio” anche se “non è facile” da realizzare. Si dovrà puntare per il 60% sui miglioramenti nei tassi, nei volumi e negli accantonamenti di Npl e per il 40% su tagli del personale più incisivi (altre 8 mila unità in aggiunta alle banche venete).

E il dividendo? Un aumento dei profitti è necessario per normalizzare il pay-out (percentuale di utile destinato a dividendo) attorno al 66% mantenendo i 3,4 miliardi di euro di cedole che verranno pagate quest’anno, un livello considerato da Mediobanca sia un limite minimo, per non ridurre la remunerazione degli azionisti, che massimo, alla luce delle incertezze regolatorie e dell’esigenza di non intaccare il Cet1.

Tra le azioni di capital management Mediobanca ipotizza un’Ipo della Capital Light Bank, che potrebbe neutralizzare le perdite legate alla vendita di un grosso stock di Npl (arrivare al 10% di esposizioni non performanti entro il 2019 potrebbe costare 1 miliardo), mentre i ricavi della vendita del 30% del wealth management potrebbero finanziare una grande operazione di fusione o acquisizione.

Il report non ha conseguenze di rilievo sui titoli quotati in Borsa, con Intesa Sanpaolo che alle ore 14,50 guadagna lo 0,6% a 2,82 euro, in linea con il Ftse Italia Banche e contro il +0,8% del Ftse Mib. Il Crédit Agricole a Parigi scambia appena al di sopra della parità. (Stefano Neri Finanza Report)

Visco, la cremazione delle banche venete e molto altro

 

La maledizione delle banche venete si chiude con le note vicende riguardanti Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza e il governatore di Bankitalia Visco.

Fa sorridere la mozione presentata a suo tempo alla Camera dal PD per escludere il rinnovo dell’incarico di Ignazio Visco a governatore di Bankitalia. Fa sorridere perché nonostante gli interessi di Renzi, il governatore della Banca d’Italia viene nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri e del Consiglio superiore della Banca d’Italia; nulla può dunque il parlamento. Per il PD di Renzi Visco è responsabile di non aver vigilato adeguatamente e prevenuto l’esplosione delle crisi bancarie e degli scandali che hanno coinvolto le quattro banche del centro Italia, più le due banche venete.

La difesa di Visco è tempestiva: la politica legifera bail-in e programmi salvabanca? non è riuscita a prevedere che con il coinvolgimento degli obbligazionisti le crisi delle banche sarebbero usciti dai salotti della finanza per entrare in quelli della gente comune?!

Secondo Visco Bankitalia avrebbe “difeso il risparmio nazionale limitando i danni. Questi non potevano non esserci, data la gravissima condizione dell’economia; alcuni casi di gestione bancaria cattiva o criminale, sono stati contrastati per quanto consentito dalla legge e, quando opportuno, segnalati alla Magistratura”.
Per quale motivo allora Visco viene accusato di mancata vigilanza nei confronti degli scandali bancari che si sono susseguiti?

Tempo fa Affari&Finanza, dati alla mano, se ne uscì in questo modo: “una decina di istituti sono scomparsi, portandosi via 61,5 miliardi di euro (conteggio per difetto, che non comprende crediti d’imposta, erogazioni mancate, costi sociali degli esuberi ed altri effetti collaterali). Un terzo dei miliardi a carico dei contribuenti, il resto tra azionisti, obbligazionisti e banche concorrenti, che per evitare contagi hanno preferito metter mano al portafoglio, con i conferimenti al ramo volontario del Fondo interbancario e al Fondo Atlante”.

Lo scandalo, come si ricorderà, inizia con l’esplosione di quella bomba ad orologeria che fu Banca Etruria che, a seguire, trascina dietro Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. A poco a poco, emerge che ai risparmiatori di queste “associazioni a delinquere” – che a stento riusciamo a chiamare “banche” – erano state vendute negli anni obbligazioni scadenti.

I risparmiatori, di cui una gran parte anziani non in grado di capirne di finanza o semplici persone che si sono fidate dell’ex compagno di scuola divenuto direttore della filiale, si sono trovati in poco tempo in mano carta straccia. La risoluzione del decreto Salva-banche che istituisce il bail-in (ovvero il prelievo forzoso dei conti con più di 100mila euro) azzera anche in un battibaleno il valore delle azioni e delle obbligazioni emesse da Banca Etruria e dalle altre banche.

Un pensionato di Civitavecchia, a novembre 2015, decide di togliersi la vita. La responsabilità non è soltanto di quel furto legalizzato che chiamiamo “bail-in”e del decreto Salva-banche del governo Renzi.

Sul pc del sessantottenne la moglie trova una lettera indirizzata al direttore di Etruria news, nel quale il marito accusa la banca di non voler cedere alle sue richieste di rientrare, almeno in parte, dei risparmi tolti. L’uomo accusa, inoltre, di avergli cambiato il profilo da basso ad alto rischio e di averlo imbrogliato attraverso l’intercessione di un funzionario di Arezzo che lo avrebbe rassicurato che i suoi risparmi erano in buone mani.

Che fossero pulite o no queste mani, non ci interessa. Non ci interessa, in questo momento, né entrare nei particolari degli illeciti compiuti da questi signorotti, “cafoni arricchiti” come Mario Brega macellaio dei film di Verdone, né aizzare una protesta di moralità. Ci interessa, invece, soffermarci su un particolare: l’uomo era correntista di Banca Etruria da oltre cinquanta anni. Cinquanta anni, porca miseria!

Cosa gli è stato tolto all’uomo? Non solo i risparmi di una vita (non si pensi fosse uno zio Paperoni, era un semplice operaio Enel, facente parte di quell’aristocrazia operaia che riceveva alti salari sì, ma pur sempre solo salari); ciò che è stata assassinata, nell’uomo, attraverso il suo disperato gesto suicida, è la speranza. La speranza e la fiducia.

Speranza in un futuro migliore del presente, in cui avrebbe finalmente goduto dei risparmi che per una vita, come una piccola formica, ha messo da parte. Fiducia nella banca che, per oltre cinquanta anni, lo ha coccolato, aiutato, protetto, consigliato. Speranza di poter prima o poi godere dei propri risparmi, nonostante la crisi e il prelievo forzoso del bail-in. Fiducia nei dipendenti e nei direttori della sua banca; fiducia nel genere umano. Via. Spazzate via, per sempre.

Ventidue gli ex dirigenti indagati per bancarotta (tra questi non c’è il vicepresidente dell’Etruria, nonché papà della Boschi, coinvolto in un’altra inchiesta di bancarotta).
Nonostante le quattro banche siano state salvate in fretta e in furia sotto Natale 2015, con la felicità di papà Boschi, l’accusa rivolta a Visco è di essere intervenuto tardivamente.

Visco s’affanna elencare le ispezioni mosse e si giustifica col fatto che i rapporti ispettivi di vigilanza sono stati inviati entro i tempi all’Autorità giudiziaria.
Qualche mese dopo esplode lo scandalo delle Banche Venete. Per loro scatta il fondo Atlante: Intesa San Paolo acquisisce con un euro il controllo delle banche, i cui costi e responsabilità si scaricano interamente sullo Stato.

Finiscono nel mirino Vincenzo Consoli, padrone incontrastato dell’istituto di Montebelluna e Luigi Zonin, ribattezzato “il Re di Vicenza”. Banche diverse nel nome, ma affini per storia. Le due banche hanno per oltre vent’anni concesso prestiti a amici, parenti e compagni di merende, senza valutazioni obiettive. Il risultato è che, ben presto, tutto ciò diventa una sofferenza insostenibile per i bilanci dei due istituti. Il patrimonio veniva raccolto finanziando gli stessi soci che l’avrebbero sottoscritto. Il circolo vizioso, quindi, era inevitabile. Anche le banche venete, dunque, erano due bombe a orologeria, pronte ad esplodere.

Fatto sta che appena nel 2014 un titolo azionario della banca vicentina era del valore circa di 62,5 euro, mentre un titolo di Veneto banca all’incirca era valutato 40 euro, mentre appena due anni dopo il Fondo Atlante ricapitalizzerà entrambe le banche a 10 centesimi per azione. Finiscono sul lastrico 88mila soci di Consoli e 111mila di Zonin.

Bankitalia plaude il proprio operato, giacché per Visco sono state proprio le ispezioni di via Nazionale a sollevare il polverone. Secondo coloro i quali vorrebbero la testa di Visco al patibolo la responsabilità, invece, è proprio dei ritardi e delle lungaggini di Bankitalia, che interviene sempre dopo la detonazione delle bombe.

Ma all’origine delle critiche allo sfaccendato-faccendiere Visco vi è, tra tutti, quella che viene ritenuta essere la pessima gestione del Monte dei Paschi di Siena, roccaforte senese del PD.

La maxi-acquisizione di Antonveneta (ricordate lo scandalo dei furbetti del quartierino?) e la presenza di contratti derivati in pancia all’istituto hanno condotto a un serio deterioramento del bilancio dell’istituto. Appena nel 2013 Visco sottolineava come l’intervento di Bankitalia abbia consentito “di preservare la stabilità della banca in un contesto di gravi e crescenti tensioni finanziarie, migliorandone il grado di capitalizzazione e avviando a normalizzazione la precaria situazione della liquidità”, ma in verità è proprio l’operato di Bankitalia a essere sotto accusa, per la mancanza di tempestività e una cattiva vigilanza sulle operazioni.

A tornare alla ribalta, proprio in questi giorni, sono le vicende riguardanti la Banca Intermobiliare per il quale la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, a seguito di un esposto dell’ex amministratore delegato Pietro D’Aguì, sul comportamento della Vigilanza all’epoca dell’acquisizione di BIM da parte di Veneto Banca. Stiamo parlando di fatti avvenuti a cavallo tra 2010 e 2011.

Per non parlare del caso riguardante la Tercas di Teramo e la Popolare di Bari. Il Tribunale civile de l’Aquila ha deciso di condannare gli ex amministratori delegati e il direttore generale della Tercas a risarcire la banca pugliese di svariati milioni, frutto di un cattivo salvataggio dell’istituto abruzzese da parte della Popolare di Bari che venne eseguito proprio su indicazione di Bankitalia.

Dalla procura di Roma sono emerse le modalità di spolpamento della banca, come se si trattasse di un tacchino da servire in un banchetto il giorno di ringraziamento, con a tavola iene fameliche, vigliacche e feroci. Si tratta di prestiti e affidamenti facilitati ad aziende amiche e, addirittura – perché siamo in Italia e la famiglia è sacra – a familiari diretti. Ma sì, dall’Abbruzzo a Bari, siamo tutti italiani, siamo tutti paesani! L’acquisizione dell’istituto abbruzzese ha comportato un vortice al ribasso del valore dei titoli, a causa di una serie di aumenti incontrollati di capitale.

Pare che Bankitalia non abbia accertato nessun profilo di rilievo sanzionatorio e che, stante all’ultima interrogazione parlamentare, il Mef abbia dichiarato che il livello di patrimonializzazione sia buono.

Nel frattempo Visco e i vigilanti di via Nazionale dormono sonni tranquilli, e gli azionisti e obbligazionisti, che fanno? Sono corrosi dalla rabbia, dalla perdita di fiducia e della speranza, il patrimonio più grande del quale sono stati scippati. Attendono, quasi rassegnati, un cenno, una novità, qualcosa che gli dia la speranza di un cambiamento. Incollati, giorno dopo giorno, alla prima pagina del Sole24Ore o davanti al Telegiornale delle otto, non hanno che da scegliere: vivere passivamente e rassegnati, seguire l’esempio del pensionato civitavecchiese… o ribellarsi.

(Angelo Santoro Avanti)