Decreto Popolari, confermato l’asse Renzi-De Benedetti (e non solo)

Dopo la lista dei ministri dettata dall’Ingegnere al segretario Pd, le ultime intercettazioni confermano un rapporto molto stretto tra i due.

Matteo Renzi con Carlo De Benedetti in una foto del 2013. ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI
Matteo Renzi con Carlo De Benedetti in una foto del 2013. ANSA/MAURIZIO DEGL’ INNOCENTI (ANSA)
«Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa» è quanto sostiene Carlo De Benedetti – riferendosi  al decreto sulle Popolari – in un’intercettazione mentre parla con Gianluca Bolengo, il broker che cura i suoi investimenti. De Benedetti lo rassicura sul provvedimento quattro giorni prima della sua emissione, avvenuta il 20 gennaio 2015, raccomandandosi di acquistare titoli del settore. Ma questo è solo l’ultimo degli episodi che confermano un rapporto speciale tra l’Ingegnere e il segretario del Partito Democratico.
Le operazioni di De Benedetti
Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulla particolare simpatia tra l’ex editore del gruppo Espresso e l’ex premier, questi sono stati spazzati via dalle ultime intercettazioni. Tre anni fa era partita l’indagine per insider trading grazie alla segnalazione della Consob: nel mirino erano finite plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli. Tra queste, c’erano i 5 milioni di euro con Romed spa investiti da De Benedetti che avevano portato all’utile di 600mila euro. Il segretario del Pd ha provato a difendersi sostenendo che «C’era persino un’agenzia fuori sul fatto che quella riforma si sarebbe fatta».

Le puntate precedenti
Come ha fatto notare anche il Corriere della Sera, le intercettazioni tra De Benedetti e Bolengo «sembrano smentire la versione fornita da entrambi quando avevano escluso la veicolazione di informazioni riservate». Ma il rapporto molto particolare tra il politico e l’Ingegnere era stato smascherato grazie al riuscito scherzo telefonico ai danni di Fabrizio Barca, da parte di un imitatore Nichi Vendola. In quell’occasione, l’ex ministro rivelò una vera e propria pressione da parte di De Benedetti definito come «l’imprenditore dietro l’operazione politica priva di idea politica e piena di avventurismo». Quali interessi aveva allora De Benedetti nel seguire così costantemente la nascita del governo Renzi?

Non solo De Benedetti
La «presenza di alcuni intermediari con un’operatività potenzialmente anomala» era stata ravvisata dalla Consob secondo le parole del suo presidente, Giuseppe Vegas, nell’audizione dello scorso 13 febbraio. Vegas si riferiva agli acquisti prima del 16 gennaio, cioè prima che si sapesse «dell’intenzione del governo di adottare il provvedimento». Ora – come ha sottolineato il Corriere – in attesa che il giudice decida se accogliere la richiesta dei pm — si esprimerà la Commissione nella relazione finale». Tra i casi riportati, poi, c’è anche quello del finanziere Davide Serra, molto amico di Renzi, che avrebbe ottenuto guadagni con la sua Algebris.

Oltre a correre in aiuto alla Banca Etruria, con l’intenzione di rilevare 750 milioni di crediti deteriorati, grazie alla riforma delle Banche Popolari Serra avrebbe registrato una plusvalenza di 10milioni di euro. Ma ovviamente per la sinistra il conflitto d’interessi è solo quello degli altri. (Luca Cirimbilla Diariodelweb.it)

Decreto Popolari: Renzi e l’intercettazione con De Benedetti. Giorgianni: “Uno schiaffo ai risparmiatori” (AREZZO NOTIZIE)

La conversazione, sottolinea il Corriere, “sembra smentire la versione fornita da entrambi quando avevano escluso la veicolazione di informazioni riservate. L’indagine per insider trading fu avviata tre anni fa su segnalazione della Consob che aveva evidenziato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli. In particolare De Benedetti aveva investito 5 milioni di euro con Romed spa guadagnando 600 mila euro. I magistrati hanno sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta perché sia Renzi sia De Benedetti, interrogati dai pubblici ministeri, hanno escluso di essere entrati nel merito del testo poi approvato a Palazzo Chigi. Ma adesso — in attesa che il giudice decida se accogliere la richiesta dei pm — si esprimerà la Commissione nella relazione finale”.

“C’era persino un’agenzia fuori sul fatto che quella riforma si sarebbe fatta”.

E’ stata questa la replica di Matteo Renzi alla domanda del cronista di Radio Capital riguardante l’intercettazione, allegata al fascicolo trasmesso dalla Procura di Roma alla Commissione parlamentare sulle banche, nella quale Carlo De Benedetti racconta a Gianluca Bolengo, il broker che cura i suoi investimenti di aver ricevuto dall’ex premier rassicurazioni sul provvedimento quattro giorni prima della sua emissione, avvenuta il 20 gennaio 2015, e gli raccomanda di acquistare titoli del settore.

La conversazione, sottolinea il Corriere, “sembra smentire la versione fornita da entrambi quando avevano escluso la veicolazione di informazioni riservate. L’indagine per insider trading fu avviata tre anni fa su segnalazione della Consob che aveva evidenziato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli. In particolare De Benedetti aveva investito 5 milioni di euro con Romed spa guadagnando 600 mila euro. I magistrati hanno sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta perché sia Renzi sia De Benedetti, interrogati dai pubblici ministeri, hanno escluso di essere entrati nel merito del testo poi approvato a Palazzo Chigi. Ma adesso — in attesa che il giudice decida se accogliere la richiesta dei pm — si esprimerà la Commissione nella relazione finale”.

Pronto il commento da parte della presidente dell’Associazione Vittime del Salvabanche Letizia Giorgianni.

Per abbindolare i risparmiatori venivano addirittura date informazioni false e fuorvianti, ma se si trattava di far concludere un buon affare agli amici potenti, membri del governo anticipano addirittura informazioni segrete

Questo è l’ennesimo schiaffo ai risparmiatori che, ancora dopo due anni, non hanno potuto riottenere i propri risparmi indebitamente sottratti. Loro infatti non hanno ricevuto neppure le minime informazioni su quello che succedeva ai loro risparmi, mentre membri del Governo, per agevolare gli affari degli amici, hanno addirittura compiuto il reato di insider trading, prontamente archiviato dalla procura di Roma.

La procura di Roma si era interessata della vicenda dopo che CONSOB, l’autorità garante della Borsa, aveva segnalato una serie di operazioni sospette avvenute nei giorni precedenti all’approvazione della riforma, ma poi archivia tutto, valutando tutti questi elementi non sufficienti a configurare il reato di insider trading.

Siamo un Paese gestito da mentitori e traditori della Costituzione, che hanno agito solo in favore di amici, parenti, sponsors o consorterie, scaricando interamente sulle spalle dei più deboli, anni e anni di mala gestione.

Il tutto spalleggiato da una magistratura compiacente, che anche in questa vicenda conferma che la Giustizia è sempre bendata, sorda e cieca quando deve giudicare i potenti.

 
LINK – Decreto Banche Popolari: il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale

PERCHÉ I BANCOMAT IN ITALIA SONO COSÌ LENTI?

 

Luca Zorloni per www.wired.it

Il rapporto è, all’incirca, lo stesso di medici di base e pazienti. Uno ogni 1.200. In Italia sono attivi 51.792 sportelli automatici per il prelievo di denaro. O atm (automated teller machine, cassa bancaria automatica), meglio noti come bancomat. La prima macchina è stata installata cinquant’anni fa, nel giugno del 1967 a Londra. Perché approdasse in Italia ci è voluto qualche annetto.

Da allora, tuttavia, gli atm hanno fatto pochi balzi in avanti. Le banche hanno aggiunto servizi, migliorato l’interazione con il cliente, ma nella sostanza gli sportelli sono rimasti molto simili ai loro antenati. Non è progredita granché neppure la tecnologia, sicché si spiega perché i “bancomat” non brillino per velocità, nonostante debbano sbrigare operazioni di pochi secondi.

La lentezza degli sportelli è determinata da vari fattori. Primo: le macchine sono datate. “Questi apparecchi hanno un ciclo di vita in media di 7-10 anni. Dietro ad ogni atm vi è di fatto un pc, e come qualsiasi pc risente dell’avanzamento tecnologico: col passare degli anni alcune componenti possono diventare obsolete, e magari rallentare il servizio di prelievo”, spiega Sergio Moggia, direttore generale di Bancomat spa, che gestisce il circuito di pagamenti.

A giugno l’ex consorzio è diventato una società per azioni. Negli anni, su queste macchine già lente si sono stratificati software su software per offrire nuovi servizi alla clientela. “Dieci anni fa agli atm si potevano effettuare prelievi, saldi dei conti e ricariche telefoniche”, ricorda Moggia: “Oggi le banche hanno trasferito parte dell’offerta sugli atm.

Non bastasse l’hardware invecchiato, spesso anche il software non è aggiornato. “Di fatto un atm è una scatola che eroga soldi, dietro cui è collegato un computer normale, in genere con sistemi operativi Windows Xp o anche più vecchi”, osserva Giampaolo Dedola, ricercatore in sicurezza nel team internazionale di analisi di Kasperky Lab, multinazionale della sicurezza informatica. “Gli sportelli più vecchi hanno versioni di hardware che non sono più supportate”, incalza il consulente informatico Antonio Ieranò.

Inoltre gli sportelli atm pagano il ritardo italiano nelle connessioni internet. “Sia i bancomat sia i pos si appoggiano a comunicazioni dati che sono ancora analogiche o a banda bassa, quindi ci mettono un sacco per comunicare con il computer di back-end”, chiosa Ieranò. E aggiunge: “Le banche dovrebbero investire nella banda larga”.

Gli istituti di credito, tuttavia, non stanno sviluppando progetti di crescita per la rete degli sportelli atm. “Sta avvenendo una razionalizzazione in termini di numero, percentualmente sono già scesi del 2-3% nell’ultimo anno”, spiega Moggia. La causa è la diffusione della banca sul telefonino. Non è solo una questione di comodità per i clienti, che si stanno abituando a effettuare operazioni dallo smartphone, nel momento e nel luogo che è loro più comodo, perciò il terminale bancomat diventa superfluo. Anche in questo caso entra in gioco una variabile tecnica.

 “Uno smartphone è più evoluto di uno sportello atm ed è messo meglio a livello di banda”, osserva Ieranò. Nel complesso, secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione bancaria italiana, 5,6 milioni di correntisti italiani fanno operazioni bancarie dallo smartphone, con un aumento dell’11% rispetto allo scorso anno.

“Il nostro circuito ha assistito ad una crescita delle transazioni di prelievo di circa il 10% tra il 2012 e il 2015, per poi stabilizzarsi nel 2016, con un ticket medio pari a 180 euro. Questi indicatori sono a dimostrazione del fatto che siamo ancora molto legati all’uso del contante”, aggiunge Moggia. Ma se uno sportello in mezzo alla strada si adatta al semplice ritiro di denaro, viene percepito come meno sicuro per svolgere operazioni più complesse.

L’obsolescenza dei macchinari rende gli sportelli delle prede facili per i criminali informatici. A febbraio Kaspersky Lab ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta sulle reti di alcune banche, in cui gli hacker si erano intrufolati con un malware che permetteva loro di ripulire gli sportelli senza scassinarli. Atmitch, come è stato soprannominato il virus, consegnava ai criminali i comandi dei terminali, decidendo quanto denaro prelevare e quando. Al termine della rapina, il malware scompariva, senza lasciare tracce.

Gli atm sono finiti nel mirino del cybercrime dal 2008. E secondo Kaspersky Lab gli attacchi aumenteranno in futuro, al crescere delle tecnologie più sofisticate per effettuare il riconoscimento del cliente. “Paradossalmente, l’arretratezza dei sistemi è stata un vantaggio e ha diminuito le possibilità di contagio”, osserva Ieranò. Nonostante sportelli più intelligenti siano più vulnerabili, Kaspersky Lab ha rilevato che solo il 19% delle banche teme attacchi a questi terminali.

“Stiamo lavorando con le banche per aumentare la difesa degli sportelli”, spiega Morten Lehn, a capo di Kaspersky Lab Italia. La prevenzione è una spesa indifferibile, ormai. Perché se è vero che gli smartphone stanno sorpassando gli atm per le operazioni di banca, Ieranò prevede che a loro volta i “bancomat” sorpasseranno le filiali e saranno riorganizzati “in centri di servizio, in cui sostituiranno le attività di sportello, con personale di supporto ai terminali”.

 

 

 

L’indagine sulle informazioni date da Renzi a De Benedetti ha uno sviluppo

Una registrazione pubblicata dai giornali mostra che Carlo De Benedetti seppe in anticipo da Renzi della riforma delle banche popolari, e ci investì dei soldi

Il Corriere della Sera e altri giornali oggi hanno pubblicato il testo di una registrazione telefonica che risale al gennaio 2015 in cui si sente l’imprenditore Carlo De Benedetti – tra le altre cose editore di Repubblica, ma con vari interessi in altri settori – dire a una persona incaricata di gestire i suoi investimenti di acquistare azioni delle banche popolari perché, spiega De Benedetti, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi gli aveva detto che in quei giorni sarebbe stata approvata la riforma delle banche popolari, che ne avrebbe aumentato il valore delle azioni. De Benedetti dice anche che Renzi gli aveva accennato almeno uno dei punti fondamentali della riforma. Secondo diverse ricostruzioni dei giornali, dopo la telefonata e poco prima che la notizia divenisse di dominio pubblico, De Benedetti investì 5 milioni di euro in azioni di banche popolari. La riforma fu approvata quattro giorni dopo e De Benedetti guadagnò 600 mila euro.

 

La giornalista del Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini ha scritto che la registrazione è contenuta in un fascicolo che la procura di Roma ha trasmesso alla commissione Banche. Nella parte pubblicata, De Benedetti parla con Gianluca Bolengo, un dipendente della società Intermonte Sim spa che si occupa di gestire i suoi investimenti. De Benedetti gli assicura che il governo sta per approvare un decreto che riguarda proprio le banche popolari e spiega che a dargli l’informazione è stato il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

 

De Benedetti: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.
Bolengo: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio città di 30 mila abitanti.
De Benedetti: Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?
Bolengo: Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono.
De Benedetti: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.
Bolengo: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

Si era già parlato più volte in passato del fatto che De Benedetti disponesse in anticipo di informazioni sulla riforma delle banche popolari, ma quasi sempre in termini generici e senza precisare quale fosse la fonte che gli aveva trasmesso l’informazione. Oggi per la prima volta è stato pubblicato il testo della registrazione in cui De Benedetti esplicita che la fonte era lo stesso Renzi, e che parlò con lui della riforma il giorno prima che la annunciasse pubblicamente. Il dialogo è stato registrato dalla Intermonte Sim spa, che per legge deve tenere copia dei dialoghi telefonici tra i suoi dipendenti e i clienti.

La procura di Roma si è interessata della vicenda dopo che CONSOB, l’autorità garante della Borsa, aveva segnalato una serie di operazioni sospette avvenute nei giorni precedenti all’approvazione della riforma, il 20 gennaio 2015. La riforma, che ha obbligato le principali banche popolari a trasformarsi in normali società per azioni, ha portato a un aumento del valore delle azioni delle banche popolari. Chi avesse saputo in anticipo dell’arrivo del decreto avrebbe quindi potuto ottenere guadagni notevoli. Per questa ragione la procura di Roma aveva aperto un’indagine per insider trading (il reato che commette chi utilizza informazioni riservate per fare investimenti in borsa).

Sia De Benedetti che Renzi sono stati ascoltati dalla procura di Roma ed entrambi hanno negato le accuse. Renzi è stato interrogato il 20 maggio del 2016 e durante il colloquio, aveva scritto all’epoca il Messaggero, ha detto che la notizia del decreto sulle banche popolari non era circolata «se non nell’ambiente ristretto dell’esecutivo», aggiungendo che nei suoi colloqui con De Benedetti «alla riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e non fu riferito a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico». L’affermazione sembra in parte smentita dalla registrazione, visto che De Benedetti dice che la riforma sarà fatta entro «una o due settimane» e riguarderà l’eliminazione del voto capitario, l’elemento principale della riforma. In ogni caso sia CONSOB che la procura di Roma hanno archiviato la posizione di Renzi. Una richiesta di archiviazione è stata fatta anche per la posizione di De Benedetti, ma il giudice non ha ancora preso una decisione.

Il reato di insider trading avviene soltanto quando si realizza un guadagno sfruttando informazioni non di dominio pubblico. CONSOB ha stabilito che la riforma delle banche popolari divenne una notizia ufficialmente nota al pubblico la sera del 16 gennaio 2015, quando durante la direzione nazionale del PD trasmessa in streaming Renzi annunciò la sua intenzione di approvare un decreto sul tema. La telefonata tra De Benedetti e il suo broker avvenne la mattina del 16 gennaio, ha appreso il Post, e gli ordini di acquisto, secondo diverse ricostruzioni, vennero fatti poche ore dopo.

Secondo la procura di Roma, però, questi elementi non sono sufficienti a configurare il reato di insider trading. Prima del 16 gennaio, infatti, erano stati pubblicati – uno il 3, l’altro il 6 gennaio – due articoli giornalistici di retroscena che ipotizzavano genericamente la possibilità di un qualche tipo di riforma delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo (riforma di cui si parlava ciclicamente da anni). Secondo la procura, quindi, sapere della riforma prima del 16 gennaio non è sufficiente a costituire reato. De Benedetti avrebbe dovuto conoscere altre due informazioni per compiere il reato di insider trading: la data di approvazione della riforma e lo strumento giuridico utilizzato, cioè il decreto legge che, introducendo le nuove norme immediatamente senza un dibattito parlamentare precedente, avrebbe causato un aumento rapido nel valore dei titoli delle banche popolari. Secondo i magistrati non ci sono prove che De Benedetti avesse ottenuto queste due informazioni, quindi non c’è un reato di insider trading.

Oltre al profilo giuridico del caso, però, c’è quello politico. Al Post risulta che la telefonata di De Benedetti alla Intermonte Sim avvenne la mattina del 16 gennaio, cioè alcune ore prima che la notizia della riforma divenisse di dominio pubblico. Inoltre De Benedetti dice di averne parlato con Renzi “ieri”, quindi il 15 gennaio. Anche se non ci sono prove che De Benedetti venne informato dell’utilizzo del decreto legge (che secondo la procura avrebbe configurato un reato), sembra essere in possesso di informazioni dettagliate che non erano ancora di dominio pubblico: una data approssimativa di approvazione (“una o due settimane”) e il contenuto principale della riforma (l’abolizione del voto capitario). Sulla base di queste informazioni commissionò diversi investimenti che nei giorni successivi gli fruttarono una plusvalenza di 600 mila euro. (Il Post)

 

 

 

Servizi segreti a caccia di cyber spie: ecco i nuovi arruolamenti

in Cyber/Difesa e Sicurezza Nazionale da

Al via dal 10 gennaio all’8 marzo la ricerca di nuovi candidati da selezionare nell’ambito delle attività di cyber security del Comparto intelligence. Destinatari della pubblicazione, diffusa attraverso il sito istituzionale del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, www.sicurezzanazionale.gov.it, sono i giovani diplomati e laureati in possesso di competenze ed esperienze nei settori della ricerca, monitoraggio, analisi e contrasto della minaccia cibernetica. Particolarmente apprezzate, sono le capacità di analisi nel settore cyber con riferimento ai contesti geopolitici, ma anche conoscenze degli strumenti e delle tecniche relative al data mining, all’analisi del web, dei social media e competenze nell’analisi strutturata di ingenti quantità di dati su database complessi.

La pubblicazione è in linea con i più recenti compiti affidati all’intelligence italiana a tutela degli interessi strategici nazionali in campo politico, militare, economico, scientifico e industriale, nonché alla protezione del sistema Paese, con particolare riguardo alle infrastrutture critiche e alla protezione cibernetica e sicurezza informatica nazionali.

I curricula disponibili all’esito dell’attività di ricerca saranno sottoposti alle previste procedure selettive, articolate in un preliminare screening delle candidature arrivate attraverso l’apposito banner pubblicato sulla home page del sito istituzionale. Ed una seconda fase – suddivisa in preselettiva e selettiva – in cui vengono verificati i profili di professionalità, affidabilità e sicurezza dei candidati. (OFCS REPORT)

 

L’intelligence italiana ricerca diplomati e laureati nel settore ICT

10 gennaio 2018

COMUNICATO STAMPA

Al via dal 10 gennaio all’8 marzo la ricerca di nuovi candidati da selezionare nell’ambito delle attività di cyber security del Comparto intelligence. Destinatari della pubblicazione, diffusa attraverso il sito istituzionale del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, http://www.sicurezzanazionale.gov.it, sono i giovani diplomati e laureati in possesso di competenze ed esperienze nei settori della ricerca, monitoraggio, analisi e contrasto della minaccia cibernetica. Particolarmente apprezzate, sono le capacità di analisi nel settore cyber con riferimento ai contesti geopolitici, ma anche conoscenze degli strumenti e delle tecniche relative al data mining, all’analisi del web, dei social media e competenze nell’analisi strutturata di ingenti quantità di dati su database complessi.

La pubblicazione è in linea con i più recenti compiti affidati all’intelligence italiana a tutela degli interessi strategici nazionali in campo politico, militare, economico, scientifico e industriale, nonché alla protezione del sistema Paese, con particolare riguardo alle infrastrutture critiche e alla protezione cibernetica e sicurezza informatica nazionali.

I curricula disponibili all’esito dell’attività di ricerca saranno sottoposti alle previste procedure selettive, articolate in un preliminare screening delle candidature arrivate attraverso l’apposito banner pubblicato sulla home page del sito istituzionale. Ed una seconda fase – suddivisa in preselettiva e selettiva – in cui vengono verificati i profili di professionalità, affidabilità e sicurezza dei candidati.

Il precedente avviso di reclutamento ICT, pubblicato a novembre del 2016, ha visto raccogliere all’incirca 4.000 candidature in due mesi, cui si sono aggiunti 1.402 curricula pervenuti nell’arco del 2017 attraverso il cosiddetto “progetto Università”, che vede la collaborazione del Dis con 16 Atenei italiani, e 333 candidature selezionate tra gennaio 2016 e gennaio 2017 attraverso la sezione del sito “lavora con noi”.

Le unità che superano le selezioni, un centinaio, saranno progressivamente destinate al Dis, Aise e Aisi per l’impiego in attività deputate alla protezione cibernetica e sicurezza informatica; nella struttura di supporto all’architettura nazionale cyber di cui al DPCM Gentiloni del 17 febbraio 2017; o in altri soggetti previsti dalla medesima architettura, come ad esempio il Computer Emergency Response Team (CERT), o il Centro di Valutazione e Certificazione Nazionale (CVCN).

Quello aperto il 10 gennaio non è l’unico dei canali di reclutamento consentiti dalla riforma del Comparto intelligence (Legge 3 agosto 2007, n. 124): per coloro che hanno interesse rimane attiva la possibilità di presentare candidature spontanee attraverso la sezione del sito “lavora con noi”. Così come attivo resterà lo scouting presso gli Atenei nazionali per neolaureati che hanno chiuso gli studi con una votazione apicale.

Per tutte le candidature, oltre al settore ICT, l’intelligence italiana cerca diplomati e laureati in vari settori che vanno – per citarne alcuni – dall’analisi nei settori economico-finanziario, internazionale ed energetico, agli interpreti e traduttori di lingue rare, dai tecnici del settore della controproliferazione a quelli dei settori giuridico e archivistico.

Le candidature di diplomati e laureati nel settore ICT possono  essere presentate entro le ore 12 dell’8 marzo 2018  registrandosi sul nostro sito e seguendo le istruzioni ricevute per email.

Good bank, dall’arbitro Consob un assist ai risparmiatori

Le decisioni dell’Acf su Banca Marche aprono a risarcimenti da parte degli istituti acquirenti, Ubi Banca e Bper. A pagare potrebbe essere comunque il Fondo di risoluzione

Notizie potenzialmente poco rassicuranti arrivano per Ubi Banca e in parte per Bper dall’arbitro Consob (Acf), secondo cui la legge che nel 2015 ha portato alla risoluzione delle quattro banche non mette al riparo le banche acquirenti da potenziali risarcimenti.

Questo il principio che emerge da una serie di decisioni dell’Arbitro per le controversie finanziarie pubblicate ieri. Le decisioni riguardano i ricorsi presentati da ex clienti di Banca Marche, acquistata da Ubi assieme a CariChieti e Banca Etruria, mentre Bper ha rilevato la good bank di Carife, la Cassa di risparmio di Ferrara.

A pagare tuttavia potrebbe essere il Fondo di risoluzione in virtù della manleva prevista dagli accordi. Se lo augurano le banche acquirenti, tanto più che la giurisprudenza non è univoca in materia.

Ciò che conta per i risparmiatori “traditi” è che potrebbero spuntare nuove opportunità per ottenere giustizia rispetto ai propri casi.

Tornando alle decisioni dell’Acf, l’arbitro si è espresso sulle richieste di ex azionisti di Banca Marche, i quali aderirono all’aumento di capitale del 2012 in base a informazioni non corrette fornite dalla banca. L’Acf ritiene che Banca Marche violò l’articolo 21 del Tuf per non avere agito in modo corretto e nel migliore interesse del cliente. Ma soprattutto ai fini delle future pretese risarcitorie, si legge che secondo il Collegio Acf “i clienti della vecchia banca (Banca Marche) ai quali quest’ultima abbia collocato azioni di propria emissione ponendo in essere comportamenti violativi del quadro normativo di riferimento in materia di prestazione di servizi d’investimento, così come avrebbero potuto avanzare pretese risarcitorie nei confronti della vecchia banca (in modo del tutto indipendente dal loro status di azionisti e quindi, in ipotesi, anche dopo avere rivenduto le azioni sottoscritte), allo stesso modo non possono non ritenersi legittimati a procedere in tal senso anche nei confronti della nuova banca, che – per quanto sopra rilevato – è da ritenersi subentrata, senza soluzioni di continuità, nelle situazioni giuridiche attive e passive facenti capo alla vecchia banca, con la sola eccezione di quelle specificamente escluse (dal decreto sulla risoluzione, ndr), nel cui novero tuttavia non paiono rinvenibili tipologie di rapporti quali quelli oggetto della presente controversia”. (Finanza Report)

Ecco cosa scrive la CIA sull’intelligence italiana

Ecco cosa scrive la CIA sull’intelligence italiana
(Tutti i riferimenti nei documenti della CIA letti da Carmine America, antenna di Formiche, a Washington)

La CIA ha recentemente pubblicato il sessantunesimo volume della raccolta “Studies in Intelligence, Journal of the American Intelligence Professional”, un vero e proprio manuale di studio interno all’agenzia di spionaggio più famosa del mondo, utile a promuovere l’approccio scientifico e la ricerca sui temi dell’intelligence e della raccolta informativa.

Il volume, declassificato, raccoglie gli approfondimenti relativi al mese di dicembre 2017 e vanta tra i contributori alcuni dei più importanti analisti che hanno impreziosito il lavoro dell’agenzia nel corso della storia recente. Nella pubblicazione diversi sono i riferimenti all’Italia e ai nostri servizi di intelligence.

È, ad esempio, assai interessante la recensione di David S. Robarge sul libro di Jefferson Morley dedicato alla figura di James Jesus Angleton, intitolato “The Ghost: The Secret Life of CIA Spymaster James Jesus Angleton”.

Robarge, tra gli storici più illustri dell’agenzia, richiama con dovizia di particolari l’autorevolissima storia di Angleton, comunemente riconosciuto come uno dei protagonisti del passaggio dall’OSS (Office of Strategic Services) alla Central Intelligence Agency, insieme a William Donovan.

Angleton, che trascorse buona parte della sua vita in Italia nel periodo a cavallo tra gli anni trenta e cinquanta del novecento, fu una delle colonne portanti nei rapporti tra l’Italia liberata e l’OSS, poi divenuto CIA. La ricerca è finalizzata a inquadrare il personaggio in chiave storica ed evitare che voci e leggende allontanino la sua figura dalla realtà.

Ad esempio, l’autore osserva come la spia americana non abbia avuto ruoli di condizionamento nelle prime tornate elettorali dell’era repubblicana ma sia stato un eccellente recruiter in uno dei momenti storici più delicati del secolo scorso per un Paese, il nostro, che usciva dalla seconda guerra mondiale e già si preparava a vivere gli anni difficili della guerra fredda. Non mancano nel libro i richiami agli ottimi e assai proficui rapporti intessuti con la controparte italiana da Angleton, cui è riconosciuto il titolo di padre nobile della CIA.

Il volume offre, poi, preziosi spunti di approfondimento su un tema assai caro a Roma nell’attuale contesto internazionale: la cooperazione di intelligence in Libia negli anni antecedenti l’intervento militare del 2011 e la destituzione di Mu’ammar Gheddafi. Il compito di affrontare una tematica così delicata è affidato a William Tobey, oggi Senior Fellow al Belfer Center for Science and International Affairs. Nella sua ricerca “Cooperation in the Libya WMD Disarmament Case” vengono toccati tutti i punti critici, i successi e gli insuccessi che hanno caratterizzato gli anni precedenti alla caduta del regime, portando alla destabilizzazione che tocca direttamente gli interessi strategici italiani.

A riguardo, Tobey afferma che “l’intelligence è stata la chiave per aprire la Libia ai programmi clandestini”. Prendendo come riferimento il tema del confronto sulla ricerca di armi di distruzione di massa, l’autore richiama le attività di cooperazione internazionale cui ha partecipato anche Roma nello sforzo di carpire clandestinamente informazioni sui programmi nucleari libici e sulla minaccia all’occidente rappresentata dal regime poi capitolato. Il contributo italiano viene inquadrato come essenziale sia da un punto di vista strategico che operativo, indispensabile per gli americani al fine di avere un reale polso della situazione nell’inaccessibile contesto nordafricano.

Nel volume è poi possibile reperire numerosi altri riferimenti, diretti e indiretti, alla cooperazione e al contributo offerto dall’intelligence italiana nei rapporti con l’agenzia di spionaggio americana. Tutti i richiami esprimono la professionalità e la competenza riconosciute agli apparati informativi del nostro Paese, sulla cui base l’Italia vanta un fortissimo credito di stima. I rapporti con l’Italia sono, dunque, prioritari per l’intelligence USA anche grazie ai proficui canali tenuti aperti e alimentati a Washington e Roma. (Carmine America Formiche.net)

UNA DOMANDA CHE CI FACCIAMO TUTTI: PERCHE’ DE BENEDETTI E’ DIVERSO DA TUTTI GLI ALTRI?

Oggi Il Fatto Quotidiano pubblica il resoconto di una telefonata intercorsa fra De Benedetti ed il suo broker con il quale gli comunica i risultati del suo colloquio con Renzi il 6 gennaio 2015. Meglio farveli leggere direttamente, perchè rovinarvi la sorpresa.

DB è De Benedetti, B è Bolengo della Romed , all’epoca la società che si occupava per l’Ingegnere di queste operazioni. Il brokeraggio su Banca Etruria , quotata in borsa, rese all’Ingegnere 600 mila euro. Non sappiamo se operazioni simili furono fatte su altre Banche Popolari. Bolengo parla di un Basket e Etruria non fu l’unica a guadagnarci. Guardiamo BPER, ad esempio

Ebbe un bel picco fra Gennaio e Febbraio 2015, un’ottima possibilità per fare utili.

Il Fatto riporta che vi furono indagini a parte della CONSOB, ma che tutto si chiuse con un nulla di fatto, perchè la CONSOB , a voto di maggioranza , non considerà il fatto insider trading. Eppure i presupposti vi erano tutti, ed in abbondanza, dato che per la riforma delle popolari anzichè una legge, che avrebbe richiesto tempi più lunghi ed avrebbe reso pubbliche le discussioni, il giverno decise di usare lo strumento del Decreto Legge, che viene discusso nelle dorate stanze di BankItalia e della Presidenza del Consiglio, ma che non esce da quell’ambito sino a pubblicazione. Sono due anni che la procura di Roma deve decidere dell’imputazione…..

In Italia ci sono sempre cittadini più “Uguali” degli altri. (Fabio Lugano Scenarieconomici)

Decreto Popolari, De Benedetti: “Compra, ho parlato con Renzi”

L’operazione – Nelle carte secretate della procura di Roma la telefonata dell’allora editore di “Repubblica” con il suo broker. Un affare da 600 mila euro. L’Ingegnere seppe in anticipo della riforma e ordinò acquisti in Borsa sulle banche

Decreto Popolari, De Benedetti: “Compra, ho parlato con Renzi”
L’operazione – Nelle carte secretate della procura di Roma la telefonata dell’allora editore di “Repubblica” con il suo broker. Un affare da 600 mila euro. L’Ingegnere seppe in antic

“Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”. Il 16 gennaio 2015, l’ingegnere Carlo De Benedetti chiama il suo broker Gianluca Bolengo per invitarlo a comprare azioni di banche popolari. L’allora presidente del Gruppo Espresso (che edita Repubblica) gli spiega di aver saputo che a breve il governo varerà la riforma del settore: è stato il premier in persona – dice – a riferirglielo il giorno prima. La clamorosa circostanza è contenuta nella richiesta di archiviazione della Procura di Roma nei confronti di Bolengo, amministratore delegato di Intermonte Spa, indagato per ostacolo alla vigilanza, e consegnata alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche.

La frase di De Benedetti chiarisce una vicenda anche più delicata dei conflitti d’interessi di Maria Elena Boschi su Etruria. Il 20 gennaio 2015, il governo Renzi approva la riforma delle banche popolari. Un terremoto: le prime 10 si devono quotare in Borsa e trasformarsi in Spa, abbandonando il voto capitario (una testa un voto a prescindere dal numero di azioni) che le rendeva non scalabili. Un pezzo del credito italiano viene consegnato al mercato, acquisendo valore da un giorno all’altro. La settimana prima del decreto, elaborato da Bankitalia, i titoli di alcune popolari già quotate hanno strani rialzi (Etruria sale del 65%). Qualcuno ha saputo prima e ha comprato grazie a informazioni privilegiate? Si chiama insider trading ed è un reato grave. L’11 febbraio alla Camera il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, spiega che prima dell’approvazione del decreto – quando già circolavano indiscrezioni – alcuni “soggetti hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva”, creando “plusvalenze effettive o potenziali stimabili in 10 milioni di euro”.

La Consob apre un’istruttoria e affida le indagini alla Guardia di Finanza, ipotizzando, nel caso delle operazione di De Benedetti, che sia stato commesso un insider trading di “secondo livello” (dal 2004 depenalizzato a illecito amministrativo) e poi passa le carte alla Procura. L’indagine dell’Authority si concluderà con la decisione di archiviare il procedimento, votata a maggioranza dai commissari (Vegas si è astenuto).

De Benedetti chiama Bolengo il 16 gennaio 2015. Poche ore dopo il broker effettua gli acquisti sui titoli di sei popolari poi coinvolte dalla riforma. Per espressa richiesta dell’imprenditore, nessun acquisto riguarderà la Popolare di Vicenza, dove un mese dopo entreranno gli ispettori della Bce scoprendo un buco di 1 miliardo. I titoli vengono rastrellati per conto della Romed, la cassaforte finanziaria dell’ingegnere (che all’epoca la presiedeva) che incasserà, con quest’operazione, una plusvalenza di 600mila euro. La Finanza acquisisce le registrazioni delle chiamate che gli intermediari finanziari sono obbligati a conservare per legge. E così si imbatte nello scambio.

De Benedetti: Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto.

Bolengo: Sì, ehm… però adesso stanno andando avanti… comunque non è…

DB: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.

B: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio, città di 30 mila abitanti.

DB: Quindi volevo capire una cosa… (incomprensibile) salgono le popolari?

B: Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

DB: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

B: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle popolari. Se vuole glielo faccio studiare uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

DB: Togliendo la Popolare di Vicenza.

B: Sì.

Il dettaglio del decreto (di cui parla il broker) è essenziale: con un provvedimento d’urgenza, al posto di un disegno di legge (con i suoi lunghi tempi parlamentari), i titoli salgono velocemente. Da qualche giorno infatti sui giornali ci sono indiscrezioni sui possibili contenuti della riforma (ne aveva scritto anche l’Ansa il 3 gennaio), ma non sul mezzo con cui sarà varata. Sono davvero in pochi a saperlo, anche perché è inusuale che una riforma del genere passi per decreto d’urgenza. È lo stesso pm Stefano Pesci, nella richiesta di archiviazione al gip Gaspare Sturzo di quasi due anni fa, a sottolinearlo. “Nel corso di una riunione ‘apicale’ tenuta l’8 gennaio 2015 – a cui partecipavano, tra gli altri, Renzi, Padoan (il ministro dell’Economia, ndr), Visco (il governatore, ndr) e (…) anche il vicedirettore di Bankitalia Fabio Panetta – fu deciso che l’intervento per eliminare il sistema di voto ‘capitario’ per le banche popolari sarebbe stato effettuato non mediante un disegno di legge (…), bensì con lo strumento, inatteso e inusuale in tale ambito, del decreto legge; si decise altresì che il decreto sarebbe stato varato nel Consiglio dei ministri del 20 gennaio”. Essendo già usciti rumors sull’imminente riforma, secondo la Procura le due “informazioni privilegiate” necessarie per commettere un insider trading sono quindi la scelta di usare un decreto legge e la data di emanazione.

De Benedetti non è preciso sulla seconda (parla in sostanza di un intervento che si “sarebbe realizzato in tempi brevi”) e sulla prima la versione della Procura è che è Bolengo “a utilizzare in modo del tutto generico e, palesemente, senza connotazione tecnica, la parola ‘decreto’”.

I pm interpretano le parole del broker così: ha detto decreto, ma non intendeva decreto. Per questo lo scagionano dall’aver omesso a Bankitalia il possesso delle informazioni. De Benedetti – riporta il testo – “nei giorni immediatamente precedenti il 16 gennaio”, incontrò “sia il dg di Bankitalia Panetta, sia il presidente del Consiglio”, ottenendo, a quanto fa capire nella registrazione, informazioni più precise solo dal premier. Renzi è stato interrogato dai pm e, come Panetta, ha riferito “che all’imminente riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e che non fu riferito di quei colloqui a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico”. Per la Procura la vicenda è chiusa: nessun reato né per Renzi, né per De Benedetti, né per Bolengo. Da quasi due anni il Gip deve decidere se questa linea è corretta.

 

1. “RENZI MI HA DETTO CHE IL DECRETO PASSA”. CON QUESTA INFORMAZIONE DE BENEDETTI HA GUADAGNATO 600 MILA EURO CHIEDENDO AL SUO BROKER DI INVESTIRE SULLE POPOLARI… 2. QUATTRO GIORNI PRIMA DEL DECRETO DEL 20 GENNAIO 2015, RENZI AVREBBE RASSICURATO L’INGEGNERE CHE IL PROVVEDIMENTO SAREBBE PASSATO. È LO STESSO CDB A RACCONTARLO A GIANLUCA BOLENGO CHE CURAVA I SUOI INVESTIMENTI: “LO FARANNO. UNA O DUE SETTIMANE” 3. LA REGISTRAZIONE DELLA TELEFONATA, RIMASTA FINORA SEGRETA, È ALLEGATA AL FASCICOLO CHE LA PROCURA DI ROMA HA TRASMESSO ALLA COMMISSIONE SULLE BANCHE 4. E SMENTISCE LA VERSIONE DATA DA ENTRAMBI. EPPURE PIGNATONE HA DECISO CHE…

1 – POPOLARI, DE BENEDETTI AL TELEFONO: RENZI MI HA DETTO CHE IL DECRETO PASSA

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera”

 

renzi & de benedetti renzi & de benedetti

Quattro giorni prima del decreto del governo sulle Popolari varato il 20 gennaio 2015, Matteo Renzi avrebbe rassicurato l’imprenditore Carlo De Benedetti che il provvedimento sarebbe passato. È lo stesso Ingegnere a raccontarlo al professionista che curava i suoi investimenti in Borsa. La registrazione della telefonata – rimasta finora segreta – è allegata al fascicolo che la Procura di Roma ha trasmesso alla Commissione parlamentare banche. E sembra smentire la versione fornita da entrambi quando avevano escluso la veicolazione di informazioni riservate.

 

de benedetti renzi de benedetti renzi

L’indagine per insider trading fu avviata tre anni fa su segnalazione della Consob che aveva evidenziato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli. In particolare De Benedetti aveva investito 5 milioni di euro con Romed spa guadagnando 600 mila euro. I magistrati hanno sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta perché sia Renzi sia De Benedetti, interrogati dai pubblici ministeri, hanno escluso di essere entrati nel merito del testo poi approvato a Palazzo Chigi. Ma adesso – in attesa che il giudice decida se accogliere la richiesta dei pm – si esprimerà la Commissione nella relazione finale.

 

ezio mauro con matteo renzi e carlo de benedetti ezio mauro con matteo renzi e carlo de benedetti

È il 16 gennaio 2015. De Benedetti parla al telefono con Gianluca Bolengo, suo referente nella società Intermonte Sim spa che si occupa dei suoi investimenti. Il colloquio viene registrato così come previsto dalla normativa sulle intermediazioni finanziarie.

 

De Benedetti: Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto.

Bolengo: Sì, ehm, però adesso stanno andando avanti… comunque non è…

De Benedetti: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.

Bolengo: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio città di 30 mila abitanti.

 

CARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHI CARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHI

De Benedetti: Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?

Bolengo: Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

De Benedetti: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

 

Bolengo: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

De Benedetti: Togliendo la Popolare di Vicenza.

Bolengo: Sì.

 

davide serra alla leopolda davide serra alla leopolda

Va tutto come previsto: quattro giorni dopo il decreto viene effettivamente approvato. Il 13 febbraio il presidente Giuseppe Vegas viene ascoltato in Parlamento e spiega come la Consob «ha rilevato la presenza di alcuni intermediari con un’operatività potenzialmente anomala» con acquisti prima del 16 gennaio, cioè prima che si sapesse «dell’intenzione del governo di adottare il provvedimento». Tra i casi citati c’è anche quello del finanziere Davide Serra, che avrebbe ottenuto guadagni con la sua Algebris.

 

giuseppe vegas giuseppe vegas

Gli atti Consob vengono trasmessi alla Procura di Roma che iscrive nel registro degli indagati Bolengo e nel maggio successivo interroga lo stesso De Benedetti e Renzi come persone informate dei fatti. Confermano di aver avuto contatti in quei giorni, ma negano lo scambio di informazioni privilegiate. In particolare Renzi assicura che «alla riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e non fu riferito a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico».

 

PIGNATONE PIGNATONE

Un mese fa, su richiesta del senatore Andrea Augello (Idea) la Commissione banche chiede ai magistrati romani l’invio del fascicolo. Il plico arriva il 29 dicembre. E contiene quel colloquio finora inedito, destinato a rimanere segreto proprio perché il procuratore Giuseppe Pignatone e il sostituto Stefano Pesci hanno chiesto l’archiviazione dell’indagine.

 

In particolare i magistrati ritengono che non sia stato commesso insider trading perché nella telefonata «De Benedetti si limita ad affermare di aver appreso di un “intervento”: espressione polivalente che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto a Bolengo. Ma anche che l’intervento sarebbe stato realizzato in tempi brevi, ma non necessariamente brevissimi e comunque non determinanti».

 

Andrea Augello Andrea Augello

Una valutazione che dovrà adesso essere esaminata dai componenti della Commissione parlamentare che devono scrivere la relazione sugli accertamenti compiuti negli ultimi mesi sulla gestione della crisi delle banche Popolari che ha causato perdite per milioni di euro e ha coinvolto migliaia di risparmiatori.

 

2 – QUEL VERTICE DI GENNAIO IN CUI SI DECISE LA PROCEDURA D’URGENZA

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera”

 

La prima indiscrezione sulla riforma delle Popolari compare in un dispaccio dell’ agenzia Ansa il 3 gennaio 2015 quando si parla di un progetto «per trasformare le Popolari in Spa, da realizzare in primavera». Da quel momento si rincorrono le voci sul provvedimento del governo, ma nessuno parla esplicitamente di decreto legge. Anzi, la discussione riguarda la possibilità di procedere con un disegno di legge proprio per evitare possibili speculazioni.

 

renzi padoan renzi padoan

L’8 gennaio viene convocato un vertice al quale partecipano il premier Matteo Renzi, il ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e il vicedirettore Vittorio Panetta. «Si decide che l’intervento che elimina il voto “capitario” per le Popolari deve essere fatto con procedura d’ urgenza e che sarebbe stato portato alla riunione di governo del 20 gennaio. In realtà il 16 gennaio, quando la Borsa è ormai chiusa, è proprio Renzi ad annunciare che nell’Investment compact che sarà esaminato dal governo ci sarà anche la riforma delle Popolari, pur senza scendere pubblicamente nei dettagli. Le polemiche esplodono nemmeno un mese dopo, quando Vegas denuncia in Parlamento «anomalie» sugli investimenti e invia gli atti alla Procura di Roma.

 

BRUNETTA BRUNETTA

Il 14 dicembre scorso, in audizione di fronte alla Commissione banche Vegas risponde a una domanda di Renato Brunetta (FI) e dichiara: «Dall’istruttoria della Consob sui movimenti in Borsa delle banche popolari è emerso che ci furono dei colloqui principalmente dell’ ingegner De Benedetti con il dottor Panetta della Banca d’ Italia e con l’ allora premier Matteo Renzi alcuni giorni prima dell’ approvazione del decreto». Si decide di chiedere alla Procura di Roma tutto il fascicolo processuale proprio per verificare che cosa sia emerso nel corso degli accertamenti. E così viene fuori il testo della telefonata di De Benedetti che indica Renzi come autore della «soffiata».

 

consob opa sts hitachi consob opa sts hitachi

3 – “HO PARLATO CON RENZI COMPRATE LE POPOLARI”

Estratto dell’articolo di Gianluca Paolucci per “la Stampa”

 

[…] In febbraio, la Consob apre un’ indagine sui movimenti dei titoli delle Popolari quotate e, tra le altre cose, acquisisce la registrazione della telefonata e ricostruisce l’operatività di Intermonte per conto della Romed, società di De Benedetti che secondo quanto emerge in quel 16 gennaio compra titoli delle Popolari per un controvalore di 5 milioni di euro, realizzando una plusvalenza di 600 mila euro. La Consob ha archiviato il procedimento ma ha passato gli atti alla procura di Roma. Che, nella primavera del 2016, sentirà De Benedetti, Renzi e Panetta.

 

FABIO PANETTA FABIO PANETTA

Tutta la vicenda è ricostruita nella richiesta di archiviazione presentata dalla procura nel giugno del 2016. Secondo la procura, «due sono gli elementi price sensitive (tali cioè da alterare il prezzo delle azioni, ndr) che avrebbero dovuto rimanere riservati: l’ adozione dello strumento del decreto legge e la data di emanazione del decreto».

 

Secondo la procura, De Benedetti non fa cenno di essere a conoscenza di profili price sensitive, ma di aver appreso genericamente di un «intervento» sulle Popolari in un tempo indeterminato («nei prossimi mesi…Una o due settimane», dice in un altro passaggio della stessa telefonata).

 

assemblea pop vicenza assemblea pop vicenza

Tanto Panetta che Renzi, entrambi sentiti dalla procura, confermano di aver incontrato De Benedetti ma «riferiscono che all’imminente riforma delle banche Popolari dedicarono cenni del tutto generici e che non fu riferito in quei colloqui a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico dell’ intervento». Gli incontri di De Benedetti con Renzi e Panetta erano stati riferiti anche dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, nel corso della sua audizione alla commissione banche lo scorso 14 dicembre. […] (Dagospia.com)

 

Carige, Chenavari non fugge ma apre una crepa

Il fondo inglese tiene un atteggiamento da avvoltoio e crea danni all’andamento del titolo e quindi agli azionisti sollevando dubbi e interrogativi

Nessuna fuga dall’azionariato ma di certo un comportamento difficile da comprendere quello tenuto da Chenavari con Carige.

Il fondo inglese sembra infatti essersi comportato come “un avvoltoio” con la banca ligure. Prima ha fatto di tutto per battere la concorrenza di grandi realtà bancarie e finanziarie del calibro di Santander, Mediobanca, Agos Ducato e Blackstone per acquisire il controllo di un asset interessante come Creditis accettando, peraltro, di partecipare all’aumento di capitale da oltre 500 milioni dello scorso autunno, ma poi ha deciso di mollare la presa. E sembra averlo fatto proprio dopo il perfezionamento dell’acquisizione di Creditis.

Non è ovviamente sparito dall’azionariato ma la sua discesa, peraltro consistente, al di sotto del 5% del capitale di Carige lascia adito a molti dubbi e crea una pericolosa crepa nelle fondamenta faticosamente costruite dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino per dare basi solide alla ricapitalizzazione.

Nello specifico, secondo le comunicazioni alla Consob, il veicolo lussemburghese Areo II è sceso il 4 gennaio scorso al 4,943% di Carige dal precedente 6,772% acquisito tramite la sottoscrizione dell’aumento. Nel quadro dell’accordo che ha portato ad acquisire l’80,1% di Creditis per 80,1 milioni di euro, Chenavari aveva garantito una parte dell’aumento fino a 40 milioni di euro affiancandosi agli altri soggetti, Fondiario, Sga e Gabriele Volpi, che avevano sottoscritto gli impegni di prima allocazione con Equita Sim.

Inizialmente sembrava un buono scambio al pari di quanto concordato con Fondiario, che oltre a rilevare un pacchetto di sofferenze per 1,2 miliardi si è impegnato a garantire parte dell’aumento. Ora, però, emerge un comportamento difficilmente comprensibile per un investitore che sembrava assumere un ruolo di lungo termine. Anche perché le vendite di azioni, anche piuttosto rilevanti visto che si tratta di quasi il 2% del capitale, non possono non essere collegate al periodo di sofferenza subito dal titolo Carige a inizio anno con una discesa delle quotazione fino a un livello del 20% inferiore al centesimo di euro fissato nell’ambito della ricapitalizzazione per la sottoscrizione delle azioni. Che sia stata una speculazione bella e buona sarà il tempo a dirlo ma intanto sono molti i punti interrogativi generati dal comportamento di Chenavari.

Intanto il titolo in Borsa si conferma debole. Stamani a Piazza Affari le azioni Carige sono pressoché inchiodate a 0,008 euro, con un minimo a 0,0079. (Rosario Murgida Finanza Report)

Matteo Renzi, la bomba-banche sul voto. La telefonata registrata di De Benedetti: “Mi ha detto che si fa…”

“Ho parlato con Matteo Renzi, mi ha detto che passa”. Poche parole, quelle di Carlo De Benedetti all’operatore finanziario che cura i suoi investimenti in Borsa. Una telefonata registrata e finita agli atti dell’inchiesta per insider trading, avviata 3 anni fa su segnalazione della Consob: un macigno giudiziario sull’Ingegnere, ma soprattutto, dal punto di vista politico ed elettorale, sul segretario del Pd. È il Corriere della Sera, con Fiorenza Sarzanini, a sparare la nuova bomba-banche: nel gennaio 2015, 4 giorni prima del decreto del governo sulle Popolari (20 gennaio 2015), l’allora premier Renzi avrebbe rassicurato il patron di Repubblica che il provvedimento sulle banche sarebbe passato. E di conseguenza De Benedetti avrebbe dato mandato di comprare azioni delle popolari, “esclusa Popolare Vicenza”, per guadagnarci su. La Consob tre anni fa aveva evidenziato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli: si parla di 5 milioni di euro investiti con Romed spa, spiega il Corsera, con un guadagno secco di 600mila euro. Ai magistrati, sia Renzi sia De Benedetti avevano negato di essere entrati nel merito della legge sulle popolari. La telefonata tra l’Ingegnere e il suo professionista finanziario però sembra dire altro. Eccola, nella trascrizione del Corriere

 

De Benedetti: Sono stato in Banca d’ Italia l’ altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto.

Bolengo: Sì, ehm, però adesso stanno andando avanti… comunque non è…

De Benedetti: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.

Bolengo: Questo è molto buono perché c’ è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio città di 30 mila abitanti.

De Benedetti: Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?

Bolengo: Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

De Benedetti: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

Bolengo: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

De Benedetti: Togliendo la Popolare di Vicenza.

Bolengo: Sì.

(Libero quotidiano)

De Benedetti al telefono: «Renzi mi ha detto che il decreto sulle popolari passerà»

di Fiorenza Sarzanini Corriere della Sera

 

Quattro giorni prima del decreto del governo sulle Popolari varato il 20 gennaio 2015, Matteo Renzi avrebbe rassicurato l’imprenditore Carlo De Benedetti che il provvedimento sarebbe passato. È lo stesso Ingegnere a raccontarlo al professionista che curava i suoi investimenti in Borsa. La registrazione della telefonata — rimasta finora segreta — è allegata al fascicolo che la Procura di Roma ha trasmesso alla Commissione parlamentare banche. E sembra smentire la versione fornita da entrambi quando avevano escluso la veicolazione di informazioni riservate. L’indagine per insider trading fu avviata tre anni fa su segnalazione della Consob che aveva evidenziato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli. In particolare De Benedetti aveva investito 5 milioni di euro con Romed spa guadagnando 600 mila euro. I magistrati hanno sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta perché sia Renzi sia De Benedetti, interrogati dai pubblici ministeri, hanno escluso di essere entrati nel merito del testo poi approvato a Palazzo Chigi. Ma adesso — in attesa che il giudice decida se accogliere la richiesta dei pm — si esprimerà la Commissione nella relazione finale.

 

 

La telefonata

È il 16 gennaio 2015. De Benedetti parla al telefono con Gianluca Bolengo, suo referente nella società Intermonte Sim spa che si occupa dei suoi investimenti. Il colloquio viene registrato così come previsto dalla normativa sulle intermediazioni finanziarie.

 

 

De Benedetti: Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto.

Bolengo: Sì, ehm, però adesso stanno andando avanti… comunque non è…

De Benedetti: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.

Bolengo: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio città di 30 mila abitanti.

De Benedetti: Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?

Bolengo: Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

De Benedetti: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

Bolengo: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

De Benedetti: Togliendo la Popolare di Vicenza.

Bolengo: Sì.

Va tutto come previsto: quattro giorni dopo il decreto viene effettivamente approvato.

 

La segnalazione

Il 13 febbraio il presidente Giuseppe Vegas viene ascoltato in Parlamento e spiega come la Consob «ha rilevato la presenza di alcuni intermediari con un’operatività potenzialmente anomala» con acquisti prima del 16 gennaio, cioè prima che si sapesse «dell’intenzione del governo di adottare il provvedimento». Tra i casi citati c’è anche quello del finanziere Davide Serra, che avrebbe ottenuto guadagni con la sua Algebris. Gli atti Consob vengono trasmessi alla Procura di Roma che iscrive nel registro degli indagati Bolengo e nel maggio successivo interroga lo stesso De Benedetti e Renzi come persone informate dei fatti. Confermano di aver avuto contatti in quei giorni, ma negano lo scambio di informazioni privilegiate. In particolare Renzi assicura che «alla riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e non fu riferito a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico».

 

La richiesta

Un mese fa, su richiesta del senatore Andrea Augello (Idea) la commissione banche chiede ai magistrati romani l’invio del fascicolo. Il plico arriva il 29 dicembre. E contiene quel colloquio finora inedito, destinato a rimanere segreto proprio perché il procuratore Giuseppe Pignatone e il sostituto Stefano Pesci hanno chiesto l’archiviazione dell’indagine. In particolare i magistrati ritengono che non sia stato commesso insider trading perché nella telefonata «De Benedetti si limita ad affermare di aver appreso di un “intervento”: espressione polivalente che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto a Bolengo. Ma anche che l’intervento sarebbe stato realizzato in tempi brevi, ma non necessariamente brevissimi e comunque non determinanti».

Una valutazione che dovrà adesso essere esaminata dai componenti della Commissione parlamentare che devono scrivere la relazione sugli accertamenti compiuti negli ultimi mesi sulla gestione della crisi delle banche Popolari che ha causato perdite per milioni di euro e ha coinvolto migliaia di risparmiatori.

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