Tutti i soldi del mondo? Non bastano

La storia del rapimento per mano della ‘ndrangheta di John Paul Getty III è al centro dell’ultimo film firmato da Ridley Scott.

resentando Tutti i soldi del mondo occorre partire da ciò che non c’è nel film, a cominciare da Kevin Spacey. L’attore, recente alla gogna pubblica per diverse accuse di molestie che gli hanno di fatto chiuso la carriera (sicuramente per il momento e forse per sempre), è stato infatti estromesso dal film dopo aver girato tutte le scene che lo vedevano coinvolto. Non è questa l’occasione migliore per entrare nel merito di quanto è accaduto a Hollywood sulla scia del caso Weinstein, né di commentare la più veloce damnatio memoriae cinematografica di sempre; ma la vicenda che ha riguardato proprio la pellicola di Scott ha senz’altro dell’incredibile: il regista inglese, a poche settimane dall’uscita nelle sale, ha rimpiazzato integralmente Spacey con l’ottantottenne Plummer, che peraltro era già stato nella rosa degli attori in pre-produzione.

Kevin Spacey nei panni di John Paul Getty. La sua interpretazione non è arrivata nelle sale, sostituito in tempi record per le accuse di molestie

Al netto dei moventi, il risultato è senza dubbio sorprendente. Nove giorni (e dieci milioni di dollari) sono stati sufficienti a rigirare tutte le scene con il nuovo interprete di Getty senior: la sostituzione repentina e la meravigliosa interpretazione del rimpiazzo sono tutto ciò che c’è da dire di buono, però, su questa pellicola. Solo la prova attoriale maiuscola di Plummer e quella comunque dignitosa della Williams infatti salvano dal disastro un film che per il resto è insipido, privo di tensione e di spunti cinematografici, tranne forse che per una Roma fotografata in maniera insolita.

Oltre a Spacey, però, manca anche un’accettabile gestione del materiale a disposizione. Le possibilità erano due: o una crime story sulla vicenda malavitosa o un biopic sul vecchio Getty. Nessuna delle due soluzioni viene affrontata però, degnamente. Per quel che riguarda la parte criminale, sarebbe bastato dare la regia a Sollima: il risultato infatti sfigura al cospetto delle più recenti produzioni italiane in tema (Gomorra, Suburra, ma soprattutto Romanzo Criminale). Qui invece, pur trattandosi un fatto realmente accaduto, si sconfina spesso nell’inesattezza e – peggio – anche nell’iperbole. Specie quando Scott si avventura in Italia, da Roma alle alture dove i briganti calabresi tengono sequestrato il giovane Getty e dove la cosa più criminale è il casting sbagliatissimo, che ha portato ad assoldare tra i malavitosi anche un Nicolas Vaporidis la cui filmografia incute senz’altro più timore del suo sguardo torvo.

Prima di interpretare il ruolo di uno dei cattivi di "Tutti i soldi del mondo", Nicolas Vaporidis era stato conosciuto per ruoli meno aggressivi e oscuri. Una delle tante scelte sbagliate di questa produzione

Per l’ipotesi biopic è invece soltanto accennato, nulla più, il ritratto di Getty senior, uomo incredibilmente eccentrico, che si crede la reincarnazione dell’imperatore Adriano ed è invece quella di Paperon de’ Paperoni. Dedito all’accumulo di ricchezze e opere d’arte, tirchio leggendario, il motore della narrazione ingrana qualche marcia solo quando appare lui eppure viene lasciato comunque in secondo piano, inesplorato. La colpa non è dell’interprete, ma della sceneggiatura che sceglie di dedicare meno spazio del necessario a lui, lasciandone invece troppo all’improbabile Cinquanta, sequestratore simpaticone interpretato dal francesissimo Duris, che si affeziona al rapito in una sorta di sindrome di Stoccolma alla rovescia e che fa di tutto per aiutarlo (tranne parlare con la polizia, perché sarebbe disonorevole).

Ed il senso quale sarebbe, che i malviventi sono meno cattivi dei petrolieri? Non si può chiedere probabilmente agli sceneggiatori hollywoodiani un’analisi più profonda delle dinamiche e dell’etica mafiosa, ma l’unico senso di un tale peso nell’economia del film starebbe proprio nella giustapposizione tra l’impero economico immenso di Getty, cinico per il quale ogni ricchezza è solo una striscia di numeri su un foglio, e l’impero più artigianale della mala calabrese, una rete che oltre che ai rapitori coinvolge boss, finanziatori, medici compiacenti e cittadini omertosi, e per i quali la ricchezza è invece qualcosa di estremamente fisico, concreto, materiale. Cifre contro orecchie tagliate, grattacieli asettici contro campagne bruciate, metropoli contro paesini di montagna, freddi esecutori stipendiati contro compari. Ma neppure questo viene fatto.

Christopher Plummer nei panni di John Paul Getty. La sua interpretazione è la parte migliore del film

Anche il rapporto con la nuora, madre-coraggio interpretata da Michelle Williams, non è approfondito a sufficienza, ma solo accennato, pur salvando comunque alcuni passaggi del film. Insomma, qualcosa, ma non abbastanza. Se pensiamo a come un altro gigante cinematografico, ovvero Martin Scorsese, ha trattato il miliardario leggendario Howard Huges in The Aviator, non possiamo che ritenere Tutti i soldi del mondo un’occasione persa per raccontare il personaggio incredibile e controverso di Getty, lasciato invece a galleggiare in una narrazione superficiale e macchiettistica. Il film sarà così probabilmente ricordato solo per le vicende fuori dallo stesso e per la prova di Plummer, che non ci doveva neanche essere. Insomma, bersaglio mancato da Ridley Scott; e a quanto è quotata l’uscita di una Kevin Spacey’s cut in DVD? (Andrea Tremaglia L’Intellettuale Dissidente)

Grecia: scende lo spread, mentre le case dei greci finiscono all’asta

grecia tsipras salvataggioDopo quasi sette anni di tensioni, sui mercati finanziari della Grecia, sembra tornare il sereno. Era aprile del 2010 quando l’allora primo ministro George Papandreou annunciò l’inizio dei programmi di salvataggio. In quel momento, lo spread fra i titoli di Stato greci e i bund tedeschi quotava attorno ai 350 punti base. Due anni dopo era schizzato a dieci volte tanto: 3440 punti il picco. Arrivarono la Troika, il bailout e gli haircut sul debito pubblico di Atene. Misure straordinarie accompagnare da piani lacrime e sangue di risanamento dell’economia. Tagli al bilancio, alle pensioni, allo stato sociale. E poi le privatizzazioni, la svendita all’estremo del patrimonio nazionale, l’aumento indiscriminato delle tasse. La Grecia era di fatto commissariata, con i governi che si sono succeduti ridotti a meri esecutori degli ordini di Unione Europea, Bce e Fondo monetario. Oggi lo spread é tornato su valori accettabili, addirittura al di sotto dei livelli pre-crisi. La Grecia potrebbe così uscire dai piani di salvataggio già da agosto, quando scadrà l’ultimo. E i sirtaki bond potrebbero perfino rientrare nel paniere dei titoli acquistabili dalla Bce nell’ambito del programma di quantitative easing.

In questo senario sostanzialmente positivo c’è una nota stonata. Non bisogna scordarsi che il pignoramento delle case dei cittadini in ritardo con il pagamento dei loro mutui è stata una delle clausole dell’accordo che ha portato alla terza tranche di aiuti concessi ad Atene. Per circa due mesi il governo ha rimandato l’intervento, ma alla fine ha dovuto rispettare l’impegno preso.  Il 29 novembre (data in cui è partita la prima asta) si è assistito a scene di caos e scontri, è intervenuta persino la polizia in tenuta antisommossa che ha usato gas lacrimogeni all’esterno del tribunale per disperdere i dimostranti e impedire loro di entrare nell’edificio. Eppure due anni fa Tsipras vinse le elezioni promettendo che avrebbe impedito il pignoramento della prima casa. Quest’ultimo provvedimento è solo uno dei tanti della cosiddetta cura da cavallo. A questo punto è utile chiedersi se tutto ciò è servito. Finanziariamente (forse) sì, visto che le tensioni sembrano riassorbite. Ma buona parte dei meriti vanno ascritti al “bazooka monetario” di Draghi, un aiuto esterno che ha rasserenato i mercati (tutti, e per estensione anche quelli della penisola ellenica) ma che non potrà durare in eterno. Dall’altra parte, l’economia della Grecia ne esce invece devastata.

Un occhio ai numeri: negli anni di crisi la disoccupazione é passata dal 10 ad oltre il 20% dopo avere sfiorato anche quota 30, il Pil ha perso più del 40%, la produzione industriale ha ripreso (faticosamente) a crescere ma non riesce ad inanellare risultati positivi in sequenza, segno che le difficoltà si fanno ancora sentire. Meglio non va per la popolazione: più del 20% dei greci sono in povertà o a rischio esclusione sociale (terzo Paese in Europa), percentuale che sale a quasi il 40% per le famiglie con bambini. Tornando al tema degli sfratti, Atene ha anche accettato il meccanismo delle aste elettroniche, un sistema che permette ai creditori di mettere i beni pignorati nel più breve tempo possibile sul mercato immobiliare. Come mai le banche (creditori) hanno tanta fretta? Si dirà perché troppi crediti inevasi pesano sul loro bilancio ma il motivo non è solo quello. Vediamo perché.

La Grecia come altra nazioni dell’Europa mediterranea offre un “golden visa”, un permesso di residenza che garantisce la circolazione nell’area Schengen, a chiunque compia un rilevante acquisto immobiliare. Atene ha scelto di offrire le condizioni più permissive: basta investire 250mila euro in una proprietà, senza l’obbligo di spostare la residenza, per ottenere questo prezioso visto. Per coloro che decidono di spostare la residenza, comunque, viene riconosciuta dopo sette anni anche la cittadinanza. Come raccontato da Bloomberg, il programma sta riscuotendo un grande successo fra cinesi e russi. Dal 2013 all’ottobre di quest’anno sono 2.053 i visti d’oro assegnati: il 43% appartengono a cinesi, il 18,6% a cittadini russi e l’8,4% a cittadini turchi, secondo i dati di Enterprise Greece. Le possibilità di affari si fanno ancora più interessanti ora che molte banche sono impegnate nella vendita all’asta di immobili messi in garanzia di crediti deteriorati. Solo da parte dei compratori cinesi le richieste di proprietà sono cresciute del 159% nel terzo trimestre, rispetto a un anno prima. In breve, per risolvere il problema del calo del valore degli immobili il governo greco preferisce cacciare i greci dalle loro case per svenderle agli stranieri.

Forse questa affermazione può sembrare troppo esagerata, ma non è così. Il valore delle abitazioni è crollato ma i soldi da dare alle banche sono sempre gli stessi. I debitori non si libereranno mai dal loro debito se non perdendo completamente i loro beni anche se quest’ultimi hanno perso valore. Il paradigma che persegue la Troika mira al contenimento dell’inflazione e di conseguenza anche della crescita generando spirali deflattive. Questo stesso schema potrebbe potenzialmente essere applicato ad ogni membro dell’Unione Europea. Atene è la culla d’Europa, e potrebbe diventare anche la sua tomba.(Filippo Burla
Salvatore Recupero Il Primato Nazionale)

  

Costruire una marca più solida e in crescita: quali sono i fattori che contano?

Fuga di notizie sulle popolari, la procura di Roma apre un fascicolo

Il verbale di De Benedetti in Consob: non sapevo niente né dei tempi né del decreto
La procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti per capire come sia arrivato alla stampa il contenuto della conversazione tra Carlo De Benedetti e il suo broker, con la quale venivano decisi acquisti di titoli delle banche popolari nei giorni precedenti all’approvazione del decreto che obbligava alla trasformazione in spa. La procura ha chiesto e ottenuto dalla commissione l’elenco dei parlamentari che hanno consultato gli atti depositati in commissione dalla procura di Roma.

Intanto fonti di stampa hanno anche riportato il verbale dell’audizione di De Benedetti in Consob, dove è stato sentito nel corso dell’istruttoria condotta dall’Authority dei mercati sull’ipotesi di insider trading relativamente alla stessa operazione. De Benedetti risponde alle domande di Maria Antonietta Scopelliti, responsabile divisione Mercati della Consob e di Giovanni Portioli, responsabile dell’Ufficio abusi di mercato. «Con le nostre controparti – spiega De Benedetti – avevamo fatto 620 milioni, di cui le Popolari solo 5. Tutte le altre operazioni hanno il taglio di 20, ma se io avessi saputo, avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno! Cioè è una roba che è un controsenso. Cioè questa è la prova provata che, che io non sapevo niente della, della, dei tempi …».

Matteo Renzi & Carlo De Benedetti, caso banche PopolariMatteo Renzi & Carlo De Benedetti, caso banche Popolari

 

I funzionari della Consob chiedono a De Benedetti, secondo quanto riferito dal Sole 24 Ore, dell’incontro con il vicedirettore generale di Bankitalia, Fabio Panetta., avvenuto il 14 gennaio del 2015 (il giorno precedente all’incontro con Matteo Renzi e due giorni prima della telefonata con il banker). Dopo aver discusso di scenario economici, De Benedetti spiega che prima di congedarsi Panetta «mi ha detto, “guardi, l’unica cosa, sono negativissimo, sono pessimista, solo lei si illude. Guardi! L’unica cosa positiva che mi pare che finalmente il governo si sia deciso ad implementare quella roba che noi chiediamo da anni e cioé: la trasforma …, la riforma delle, delle popolari”. Per dire – prosegue De Benedetti -: non mi fece altra affermazione, né date, né di, né di quando, né di che cosa, in che cosa sarebbe consistito, ecco! Mi ha solo detto: “Guardi, con tanta roba che va male, finalmente quella roba lì l’abbiam portata in porto o la porteremo in porto”. Adesso le parole esatte non me le ricordo».  

 

Il 15 gennaio De Benedetti incontra Renzi. Fanno colazione insieme e discutono soprattutto della situazione in Grecia e di questioni di politica interna. Spiega De Benedetti: «Anche lui accompagnandomi all’ascensore di Palazzo Chigi mi ha detto: “Ah! Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”. Ma proprio mentre un commesso stava aprendo la porta dell’ascensore, quindi non fu parte della conversazione durante la colazione, fu proprio nel dirci: ciao, arrivederci, mi ha detto: “Ah, ti ricordi di quella volta, ti ricordi di quando ti parlai che volevo fare le Popolari? Ecco, lo faremo”. Non mi ha detto con che. Ero già un piede sull’ascensore; non mi ha detto se le faceva con un decreto, con disegno, quando. Non mi ha detto niente, però mi ha detto sta’ roba riferendosi ad una conversazione più ampia che avevamo avuto ancora a Firenze su che cos’erano le cose che lui doveva fare».

 

Poi i funzionari passano a chiedere della telefonata con Gianluca Bolengo, il banker di Intermonte. De Benedetti nega di aver avuto indicazioni sulla data del provvedimento e l’audizione si sofferma sulla parte più delicata della conversazione tra i due. Quando l’ingegnere gli chiede: «Salgono le popolari?» e Bolengo risponde: «Sì, se questo su questo se passa un decreto fatto bene salgono». De Benedetti quindi replica: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa». 

L’ingegnere conferma di aver pronunciato quelle parole ma aggiunge: «… nessuno mi ha parlato di decreto. Né io con Bolengo ho parlato di decreto. Io mi sono limitato a dire che io sapevo che passava ma, ripeto, non, ma poi non è neanche nella natura di Renzi quella di parlare della tecnicalità con cui fa le cose. Ecco non, proprio non, è uno molto, è uno molto poco tecnico, ecco».

 

De Benedetti porta anche un altro argomento per dimostrare di non essere in possesso id informazioni privilegiate. «L’operatività della Romed è stata di 620 milioni di cui 5 milioni solo popolari, cioè per dirle – prosegue – che questa è un’operazione fuori size perché lei prende tutte le altre operazioni sono almeno da 20 milioni. Quindi noi 5 milioni per noi è un’operazione che non facciamo … d’altronde noi facciamo 20 miliardi all’anno, se fossimo andati avanti con 5 milioni non li faremmo mai». 

 

«Ma se io avessi saputo – incalza De Benedetti – avrei fatto 20 anche sulle popolari, o di più, e ho fatto meno!… ma perché l’avrei fatta così piccola? Se avessi saputo?».  

Un altro argomento che De Benedetti porta a sua difesa è la decisione di «hedgeare» l’operazione, ovvero di prendere anche degli strumenti finanziari che limitassero eventuali perdite. «Ma se fosse stata un’operazione a tre giorni o quattro giorni o una settimana, che cacchio vai a hedgeare? – si chiede De Benedetti – E tanto è vero che chiude l’hedge il lunedì mattina. Chiuse l’operazione Popolari e chiude l’hedge che ha fatto per cinque milioni esatti, cioé per quella roba lì. Quindi non c’è logica a pensare che uno sapesse che salivano e allora perché la hedgei? … per spendere dei soldi inutili veramente totalmente inutili».  

L’ingegnere insiste anche sull’aspetto reputazionale: «Avendo compiuto 81 anni – dice ai funzionari Consob – non mi caccerei in una situazione dove potrei perdere la reputation anche in relazione al fatto che l’unica cosa che mi è rimasta, per mia volontà, è la presidenza de L’Espresso (che poi lascerà il 23 giugno 2017, ndr), che se domani viene fuori che io ho fatto dell’insider trading sulle Banche popolari io posso smettere io posso dimettere dall’Espresso domani mattina, perché è una cosa che non sta bene».

De Benedetti parla anche dei rapporti con il governo e di come è nato il rapporto con Renzi. «Io normalmente con Renzi faccio, facciamo breakfast insieme a Palazzo Chigi – racconta – … e io devo dire che quando lui ha iniziato, quando lui ha chiesto di conoscermi, che era ancora sindaco di Firenze, e io … mi ha detto: “Senta”… ci davamo del Lei all’epoca, mi ha detto: “Senta, io avrei il piacere di poter ricorrere a Lei per chiederle pareri, consigli quando sento il bisogno. Gli ho detto: “Guardi! va benissimo. Non faccio, non stacco parcelle, però sia chiara una roba: che se Lei fa una cazzata, io Le dico: caro amico, è una cazzata». In questo contesto, De Benedetti racconta anche di un consiglio dato a Renzi quando era ancora sindaco: «Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il job-act è stato – qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia, ma il job-act gliel’ho, gliel’ho suggerito io all’epoca come una cosa che poteva – secondo me – essere utile e che poi, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l’unica cosa che gli è stata poi riconosciuta».INCHIESTA / DE BENEDETTI, SORGENIA, RENZI: INTRALLAZZI DI AZIENDE DECOTTE CON I SOLDI DI BANCHE DISSESTATE. E' L'ITALIA

 

I funzionari Consob chiedono quindi se abbia incontri con qualcun altro dello staff della presidenza del Consiglio. «No – risponde De Benedetti -. Guardi io sono molto amico di Elena Boschi, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra ma non … diciamo io, del Governo vedo sovente la Boschi, Padoan. Anche lui viene a cena a casa mia e basta. Perché poi sa, quello lì si chiama Governo, ma non è un Governo, sono quattro persone, ecco». 

 

Dall’ufficio abusi di mercato la pratica passa all’ufficio sanzioni, che non rileva gli estremi per sanzionare De Benedetti. La Commissione – l’organo decisionale della Consob – decide quindi di archiviare il procedimento.  (LA STAMPA)

PORTA VITTORIA-Danilo Coppola, Pm chiedono 7 anni e confisca 664 mln per bancarotta

MILANO (Reuters) – I pm Mauro Clerici e Giordano Baggio hanno chiesto di condannare l‘immobiliarista Danilo Coppola a sette anni di carcere e a una confisca per 664 milioni di euro.

Coppola, arrestato nel maggio del 2016, è accusato di bancarotta e sottrazione fraudolonta al pagamento delle imposte anche in relazione al crac della società Porta Vittoria, dichiarata fallita dal Tribunale di Milano a fine settembre 2016 sotto il peso di 400 milioni di debiti.

Lo stato attuale dei lavori: tutto bloccato (Fotogramma)

Nella requisitoria i pm hanno sottolineato che Coppola “non ha messo sul piatto un euro per sanare” i conti delle sue società ma, “fino all‘ultimo ha cercato di sottrarre risorse”.

L‘avvocato che difende Coppola, Luca Ricci, contattato da Reuters dice: “Non condividiamo nulla del contenuto della requisitoria anche in merito alla ricostruzione storica dei fatti e ci apprestiamo a contrastare dialetticamente ogni passaggio degli argomenti dei pm”.

La prossima udienza, durante la quale parleranno le parti civili, è stata fissata per il 18 gennaio, mentre il 5 febbraio ci sarà l‘intervento dei difensori. (REUTERS)(Agf)

 

Crac Porta Vittoria, i pm di Milano chiedono 7 anni per Danilo Coppola

L’ex immobiliarista, secondo l’accusa, avrebbe sottratto 664 milioni di euro alla sua galassia societaria. E lo sviluppo immobiliare della zona Sud è rimasto sulla carta
I pm di Milano Mauro Clerici e Giordano Baggio hanno chiesto una condanna a 7 anni di carcere e una maxi confisca da 664 milioni di euro a carico di Danilo Coppola, l’immobiliarista tra i protagonisti nel 2006 dell’indagine sui “furbetti del quartierino” e arrestato nuovamente dieci anni dopo nell’inchiesta milanese con al centro le accuse di bancarotta e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e quattro capi di imputazione, tra cui il crac della Porta Vittoria spa. Società, quest’ultima, che era titolare di un progetto di sviluppo immobiliare nell’area sud-est di Milano e mai portato a termine per problemi finanziari. 

I pm al termine della loro requisitoria, pur evidenziando la «condotta processuale apprezzabile di Coppola che si è difeso nel processo», hanno sottolineato come non abbia «messo sul piatto un euro per sanare» i crac della sua `galassia´ societaria «ma fino all’ultimo ha cercato di sottrarre risorse». Risorse dissipate, sottratte o distratte, secondo i pm, per un totale di 664 milioni, di cui 320 nascosti al Fisco. (ANSA).  

L’ex immobiliarista Danilo Coppola (anche oggi presente in aula), già arrestato dalla magistratura di Roma nel 2007, e ancora prima nel 2004, e due anni fa condannato in primo grado a 9 anni dai giudici della Capitale, nel settembre 2016 era uscito dal carcere milanese di San Vittore, dove era dimagrito di oltre 20 kg in tre mesi, e aveva ottenuto gli arresti domiciliari dopo una perizia che aveva segnalato la sua incompatibilità con il «regime detentivo».

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Uno dei capi di imputazione contestati riguarda il crac del Gruppo Immobiliare 2004, ex gruppo Coppola, dichiarato fallito nel 2013 con un buco di circa mezzo miliardo, di cui 320 milioni di debiti con l’erario (importo di cui venne disposto il sequestro). Il secondo capo di imputazione è legato al fallimento, dichiarato nel luglio 2013, di Mib Prima, società `veicolo´ che sarebbe stata creata per trasferire nel 2009 le partecipazioni di Ipi spa, che aveva in pancia Lingotto spa e Porta Vittoria spa, a Mi.Mo.Sa. della famiglia Segre, con lo scopo, secondo l’accusa, di sanare i contenziosi aperti con il Fisco. L’operazione, per cui ai Segre finì solo la Lingotto, fruttò circa 30 milioni, somma però che non sarebbe servita per realizzare il piano di rientro con i creditori. Per inquirenti e investigatori della Gdf sarebbe stata dispersa in diversi rivoli, in particolare in Lussemburgo.

La terza accusa, poi, vede al centro Porta Vittoria spa, società fallita nel settembre 2016. Secondo l’accusa, Coppola avrebbe effettuato operazioni di frode ai creditori tramite fideiussioni e falsificando i bilanci con la sopravvalutazione degli immobili, drenando così milioni di euro che sarebbero finiti in società lussemburghesi a lui riconducibili. Dall’indagine sono venuti a galla, poi, anche altri due fallimenti e una plusvalenza di circa 100 milioni che l’immobiliarista avrebbe realizzato con una serie di compravendite di azioni Mediobanca tra il luglio 2005 e l’inizio del 2008. Somma anche questa, si ipotizza, finita all’estero.

I pm in requisitoria hanno così ricostruito i 664 milioni di cui han chiesto la confisca: 31 milioni da distrazioni dal Gruppo Immobiliare, 60 milioni da dissipazioni da Milano Properties, 100 milioni dalla «operazione Mediobanca», 153 milioni in totale dalla bancarotta Porta Vittoria e 320 milioni sottratti all’Erario. Il 18 gennaio parleranno le parti civili, ossia le curateli fallimentari delle società fallite del «mondo Coppola», così come definito dai pm. (MICHELE SASSO LA STAMPA)

VIDEO PORTA VITTORIA – IL CANTIERE INFINITO

Dalle case da sogno al fallimento, “Er cash” Coppola rischia 7 anni

Crac di Porta Vittoria, l’immobiliarista alla sbarra per bancarotta.

Danilo Coppola (Ansa)

 
Era stato soprannominato «palazzinaro con la pistola» per la passione e l’uso disinvolto delle armi da fuoco, quando a Roma sparò per cacciare un gruppo di nomadi che stava disturbando la sua quiete. «Tricologicamente scorretto» per la lunga e liscia capigliatura, un caschetto che scende fino alle spalle, detto anche «Er cash» per i contanti sempre disponibili. La parabola di Danilo Coppola, da ragazzo delle borgate romane classe ’67 a «ultimo dei furbetti del quartierino», ha registrato anni di ascesa e successi, guai giudiziari, tentativi di resurrezione e infine una rovinosa caduta. Una storia che si è incrociata con quella della città di Milano, con un ambizioso progetto di sviluppo immobiliare nell’area Sud-Est con tanto di hotel, ipermercato e appartamenti mai portato a termine per problemi finanziari sfociati nel fallimento della Porta Vittoria Spa. Ieri i pm Mauro Clerici e Giordano Baggio hanno chiesto una condanna a 7 anni di carcere e una maxi-confisca di 664 milioni di euro a carico dell’immobiliarista, arrestato nel maggio 2016 nell’inchiesta milanese con al centro le accuse di bancarotta e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e quattro capi di imputazione, tra cui il crac della Porta Vittoria spa.
I suoi primi guai con la giustizia risalgono al 2004, con il primo arresto a Roma. Tre anni dopo, nel 2007, conosce nuovamente l’umiliazione della galera. Due anni fa la condanna in primo grado a 9 anni di carcere nella Capitale. Nel settembre del 2016 esce da San Vittore, dove era dimagrito di oltre 20 chili in tre mesi, e ottiene i domiciliari dopo una perizia che aveva segnalato la sua incompatibilità con il «regime detentivo». Ieri era presente in aula, e ha ascoltato la lunga requisitoria. I pm, pur evidenziando la sua «condotta processuale apprezzabile», hanno sottolineato come «non abbia messo sul piatto un euro per sanare» i crac della sua galassia societaria, ma «fino all’ultimo ha cercato di sottrarre risorse» per un totale di 664 milioni di euro, di cui 320 nascosti al Fisco. Dalla bancarotta Porta Vittoria, secondo le accuse, sarebbero stati distratti in totale 153 milioni. Ed è rimasta una ferita aperta nel cuore di Milano, un progetto incompiuto che in origine aveva l’obiettivo di riqualificare i 151mila metri quadrati dell’ex scalo ferroviario. Un ricordo dei tempi dell’ascesa di Coppola, delle mire su Milano che amava raggiungere da Roma a bordo del suo jet privato. Figlio di un impiegato e cresciuto nelle borgate capitoline, è riuscito ad accumulare potere e ricchezza, contatti con politici e industriali. Fino alla caduta. (Andrea Gianni Il Giorno)

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Biografia

Danilo Coppola, nato a Roma il 25 maggio 1967, è un imprenditore italiano attivo nel campo delle costruzioni e nei settori immobiliare ed editoriale. E’ stato sposato con Silvia Necci dalla quale ha avuto due figli, Silvia di 6 anni e Paolo di 3. Ha studiato a Roma dai Lasalliani, all’Istituto Pio XII, e dopo il diploma ha frequentato la facoltà di Giurisprudenza, che ha lasciato dopo qualche anno per seguire le orme del padre nell’azienda di famiglia – fondata alla fine degli anni ’70 e operativa nel settore edile. Danilo Coppola ha ereditato dal padre la dedizione al lavoro, la passione per le opere e i progetti edilizi che – in effetti – fanno parte delle tradizioni di famiglia: il nonno era un piccolo imprenditore edile, diventato costruttore e arrivato ad avere un’azienda di una certa rilevanza grazie ad alcuni progetti di costruzioni residenziali in Marocco, dove la famiglia d’origine inizialmente ha vissuto fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Il padre di Danilo Coppola è scomparso improvvisamente nel 1995 a 63 anni, nel pieno della sua attività. E in quell’anno Danilo, a soli 28 anni, pur avendo maturato le prime esperienze nei cantieri della famiglia, si trova a ereditare e a gestire da solo un’attività già molto impegnativa. E’ proprio in quel periodo, tra il 1995 e il 2000, che Danilo Coppola impone uno sviluppo accelerato al suo gruppo dirigendolo verso una concezione nuova nell’edilizia:  vale a dire prima con l’individuazione dei terreni che a breve avranno un notevole incremento di valore e poi con la costruzione sull’area di edifici con tecniche edilizie d’avanguardia, con una particolare attenzione alla qualità delle abitazioni. In questo modo, Danilo Coppola è cresciuto nel suo settore, conquistando fette di mercato consistenti sia nell’area romana – dove principalmente già operava il padre – sia in altre zone del Nord Italia e a Milano in particolare.
Danilo Coppola divide quindi la sua vita fra i cantieri, la compravendita di immobili di pregio e di valore storico ed artistico – compresi alcuni stabili in via Montenapoleone e via Manzoni a Milano e la sede della Fao a Roma – e la gestione di strutture alberghiere di più recente acquisizione come per esempio l’Hotel Cicerone e il Daniel’s a Roma e il Grand Hotel di Rimini, diventando uno tra i  più giovani imprenditori italiani ad aver raggiunto un portafoglio immobiliare molto rilevante. Alla crescita del suo Gruppo contribuisce in quel periodo, grazie all’ingresso della Lira nell’Euro, l’andamento favorevole del mercato immobiliare, con i prezzi di mercato in rapida crescita.

Bce, Draghi certifica fine di un’era: torna paura spread

Mercati in fibrillazione per la riunione odierna della Bce. Una riunione, considerata come una delle più importanti negli ultimi anni, durante la quale, come era dato per scontato dai mercati, il governatore della Banca centrale europeo, Mario Draghi, manda in soffitta il quantitative easing, ovvero lo strumento tramite cui l’istituto di Francoforte ha evitato la deflazione europea impedendo che il debito pubblico di Paesi come l’Italia sfuggisse di mano. Annunciando un dimezzamento della mole di acquisti mensili di titoli a partire da gennaio, la Bce ha avvertito di esser pronta sia a prorogare gli acquisti oltre il previsto mese di settembre se necessario e anche a tornare ad aumentare la mole degli acquisti.

Con un’inflazione ancora sotto l’obiettivo del 2% (è all’1,5% per l’Eurozona), Draghi doveva trovare un compromesso. Da una parte come la Germania e l’Olanda, convinti che il Qe abbia raggiunto il suo scopo. Dall’altra c’è il rischio di indebolire la ripresa. Un segnale incoraggiante per la Bce è arrivato martedì dai dati sulle attese degli investitori sull’inflazione a lungo termine, salite ai massimi di sette mesi.

 

Gli acquisti di titoli, in gran parte debito pubblico, procederanno sino a fine 2017 al ritmo di 60 miliardi di euro al mese. Complessivamente, in meno di tre anni, il Qe ha portato nella pancia della Bce 2.100 miliardi di euro di titoli creando un’espansione monetaria pari a qualcosa come il 40% del Pildell’Eurozona. Da gennaio la quota sarà di 30 miliardi di euro.

Gli analisti puntavano proprio su un dimezzamento del programma di acquisto a 30 miliardi al mese (anche se c’era chi parlava anche di 20) fino a settembre o anche a dicembre 2018, aspettandosi che non fosse fissata una data definitiva irrevocabile. Draghi ha sempre premiato la capacità di conservare maggiore flessibilità possibile. In ogni caso, come evidenziava un’analisi di Morgan Stanley, poco sarebbe cambiato a prescindere dal ridimensionamento del bazooka monetario: la regola che limita gli acquisti da parte di Francoforte al 33% di ciascuna emissione di titoli e di ciascun Paese fa sì che il Qe arrivi a fine corsa nel 2018.

Il mercato si aspettava dunque che Draghi, come ha fatto, avrebbe sottolineato, nella conferenza stampa, l’eventuale possibilità di un Qe ancora “open ended” (il banchiere centrale ha proprio usato quest’espressione), con la possibilità di proseguire oltre e aumentare la portata del QE, se necessario. La mossa ha tranquillizzato i mercati, scongiurando il panico. Lo Spread tra Btp e Bund si è addirittura ristretto a 151 punti base dai 154 precedenti la conferenza e dai 156 toccati alle 13.45 in concomitanza con l’annuncio della riduzione del programma QE. L’euro si è indebolito scendendo in area 1,175o dollari, mentre in precedenza fluttuava poco sopra $1,18.

Euro v the US dollar today

La promessa che la Bce reinvestirà i Bond in scadenza per un periodo prolungato dopo la fine del suo programma di Quantitative Easing e in ogni caso finché ce ne sarà il bisogno” (può farlo fino al secondo trimestre del 2019 ma non oltre), ha schiacciato la moneta unica e i rendimenti dei Bond dell’area euro.

L’euro forte è in cima ai timori della Bce. Un’uscita dal Qe troppo repentina farebbe volare la divisa unica, danneggiando l’export europeo e togliendo all’inflazione ancora debole l’aiuto dato dai prezzi dei beni importati. Nonostante il calo dello Spread odierno, l’addio al QE allunga tuttavia un’ombra lunga sull’Italia. Che presto dovrà fare a meno degli enormi vantaggi dal piano straordinario di acquisto di titoli pubblici. Lo stesso Draghi ha ricordato che il miglioramento di economia, lavoro e possibilmente inflazione non sono ancora auto sufficienti e hanno bisogno del sostegno della Bce.

Per quasi tre anni il piano espansivo della Bce ha contenuto lo Spread fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi sotto il due per cento, riducendo di parecchi miliardi gli interessi sul debito. In pratica, la Bce e la Germania si sono fatte carico del rischio Italia sui mercati. Adesso che che cosa succederà? Le ipotesi in circolazione sono diverse.

IL LIVEBLOG È TERMINATO

 
26 OTTOBRE 201714:53

È ufficialmente la fine di un’era, ma Mario Draghi non sorprende i mercati. Nell’annunciare un mantenimento dello status quo dei tassi di interesse allo 0-0,25%, come previsto, la Bce ha avviato il piano di riduzione della mole di acquisti previsti dal piano di Quantitative Easing. La durata del programma ultra accomodante straordinario verrà estesa fino a settembre 2018, mentre dall’anno prossimo verranno acquistati 30 miliardi di euro al mese di Bond anziché 60 miliardi al mese.

Si tratta di una variazione esattamente in linea con le previsioni. I future sugli indici sono poco variati. I Bond ritrovano una certa stabilità dopo il selloff della prima parte della settimana. I rendimenti dei Bund a 10 anni sono in calo allo 0,44% dallo 0,47%. Sul Forexl’euro si indebolisce dello 0,24%: prima dell’annuncio di Draghi il tasso di cambio con il biglietto verde era piatto a 1,1814 dollari.

26 OTTOBRE 201714:57

Lo Spread tra Btp e Bund si è ampliato di cinque basi dai massimi di 156 punti basi toccati successivamente all’annunci del dimezzamento della mole del piano di Quantitative Easing, prima di restringersi in area 151 punti base. Mario Draghi ha assicurato che i tassi rimarranno sui livelli attuali, anche dopo la fine del programma straordinario di allentamento quantitativo, a settembre 2018. I Bund a 10 anni rendono lo 0,434%.

26 OTTOBRE 201715:01

Draghi ha sottolineato che la durata del QE potrebbe essere prolungata anche oltre settembre 2018. Sempre sul mercato secondario, il rendimento decennale dei Btp è sceso sotto il 2%, all’1,99%. Prima degli annunci della Bce valeva 2,02%, mentre in avvio si attestava al 2,05% dopo la chiusura di 2,04% di ieri.

26 OTTOBRE 201715:05

Su certe questioni di tapering nel board – ha spiegato Draghi – c’è stato consenso generale assoluto, mentre su altre la maggioranza. La fiducia del miglioramento del mercato del lavoro, dei salari e quindi dell’inflazione c’è, ma tali miglioramenti sono ancora troppo dipendenti dalle misure della Bce e pertanto non auto sufficienti.

26 OTTOBRE 201715:10

L’euro accelera al ribasso, ma senza cali drammatici dopo l’annuncio della Bce sull’avvio del tapering. La Graduale riduzione degli stimoli monetari parte con un dimezzamento sul ritmo mensile di acquisti di titoli a 30 miliardi di euro a partire da gennaio, tuttavia questo livello proseguirà 9 mesi e l’istituzione ha già detto di esser pronta a prolungare il Qe se necessario. Dopo gli annunci l’euro si attesta a 1,1751 dollari mentre in precedenza fluttuava poco sopra $1,18.

26 OTTOBRE 201715:24

Non esiste un tetto massimo prestabilito agli acquisti di titoli da parte della della Bce. “No”, ha risposto chiaro e tondo Draghi a chi lo ha interpellato su questa ipotesi, nella conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo. Sul tema del piano “open ended” che può essere modificato in durata e portata via facendo, Draghi ha precisato che “certamente il programma di acquisti di titoli non si fermerò di colpo, non è mai stata la nostra idea”.

26 OTTOBRE 201715:33

Un altro punto importante che Draghi ha voluto sottolineare è che i due mila miliardi di euro di Bond acquistati dall’avvio del Quantitative Easing nel 2015 verranno reinvestiti. Significa che la Bce intende comprare nuovi bond quando quelli in possesso giungono a scadenza e quindi che il programma continuerà ad avere un impatto positivo sull’economia.

Il fatto che il piano non verrà ridotto presto, come invece sta facendo la Federal Reserve che si appresta a ridurre il bilancio da 4.500 miliardi di dollari, non favorisce l’euro mentre viene accolto con favore dal mercato dei Bond. Draghi ha puntualizzato che l’economia americana è “molto avanti” rispetto a quella dell’area euro.Mariangela Tessa Wallstreetitalia)

INGEGNERE? NO, MAGO OTELMA – LA PREVEGGENZA DI CARLO DEBENEDETTI: CASUALMENTE VENDE LA POP DI VICENZA PER COMPRARE ETRURIA DOPO AVER PARLATO CON RENZI E BANKITALIA. PER I PM DI ROMA E’ TUTTO OK – LA SUA ROMED HA UN DEBITO QUASI PARI AL CAPITALE, MA LE BANCHE GLI CONTINUANO A PRESTARE DENARO. COME GARANZIA PORTA LE AZIONI CHE COMPRA E VENDE AL SUPERMERCATO DI PIAZZA AFFARI

a registrazione della telefonata tra Carlo De Benedetti e Gianluca Bolengo è allegata al fascicolo che la Procura di Roma ha trasmesso alla Commissione parlamentare banche.

 

MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A firenzeMATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI A LA REPUBBLICA DELLE IDEE A FIRENZE

[…]

De Benedetti: Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?

Bolengo: Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

 

De Benedetti: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

 

Bolengo: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

 

De Benedetti: Togliendo la Popolare di Vicenza.

Bolengo: Sì.

[…]

 

UN POKERISTA A PIAZZA AFFARI

Fabio Pavesi per La Verità

 

carlo de benedetti agnese renziCARLO DE BENEDETTI AGNESE RENZI

Agli atti per ora ci sono le dichiarazioni del presidente della Consob Giuseppe Vegas che ha rivelato alla Commissione d’inchiesta che ci furono dei colloqui tra Carlo De Benedetti e Bankitalia nonché con l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi pochi giorni prima del via libera al decreto sulle Popolari del 20 gennaio del 2015. Lo stesso Vegas ha però aggiunto che l’istruttoria avviata dalla stessa Authority ha portato all’archiviazione sia per Renzi che per De Benedetti. Anche la Procura di Roma ha precisato che nessun procedimento è stato avviato nei confronti di entrambi.

 

Fin qui la cronache di queste giornate convulse e del retroscena mai chiarito su chi abbia speculato sulle banche Popolari prima della notizia del decreto del Governo. Quel balzo del 60% di Banca Etruria tra volumi intensi in poche sedute non è passato inosservato.

 

CARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHICARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHI

Non erano certo i piccoli soci a muoversi sul titolo, ma mani forti dato l’amplissimo flottante ha bisogno di volumi alti per far salire il prezzo verso l’alto con tanta veemenza. Tra queste mani forti continua ad aleggiare il sospetto che sia proprio stato Carlo De Benedetti a muoversi con grande tempismo. Da questo punto di vista  depone quell’intercettazione della Guardia di Finanza in cui l’Ingegnere ordina il 16 gennaio (il venerdì prima dell’approvazione del decreto) a Intermonte Sim l’acquisto di titoli delle Popolari che sarebbero state rivendute subito dopo fruttando una plusvalenza in pochi giorni. Va detto che anche in questo caso l’indagine che coinvolse Intermonte è finita con un’archiviazione.

 

Resta il fatto che l’anziano patriarca dei De Benedetti non è nuovo alle scorribande borsistiche. Lui che ha creato un impero industriale che si allunga da Cofide e Cir fino al Gruppo L’Espresso a Sogefi e alla sanita privata e fino al 2015 alla disastrosa avventura in Sorgenia, ha sempre coltivato la passione tutta finanziaria per la Borsa. Fin da giovane. L’ingegnere ha sempre amato la finanza e l’azzardo della scommessa al rischio.

DE BENEDETTI VISCODE BENEDETTI VISCO

 

Nulla di male, tutto lecito per carità. Ma quella passione potrebbe averlo spinto oltre nella caccia a informazioni privilegiate. Tanto più dall’alto delle sue frequentazioni abituali con il Potere. Supposizioni ovviamente. Sta di fatto che uno come Carlo De Benedetti ha strumenti e competenze tali da non soffrire di asimmetrie informative, come il più classico dei piccoli cassettisti. Quella passione per il mordi e fuggi sui mercati è tra l’altro più che redditizia a guardare i conti della sua holding personale, la Romed da cui attinge le risorse per comprare e vendere titoli e coltivare la sua passione per il trading.

 

giuseppe vegasGIUSEPPE VEGAS

La Romed possiede una serie di partecipazioni immobiliari in Francia (in Avenue de Montaigne a Parigi in particolare, ma anche a Marbella) che ne costituiscono l’ossatura storica, ma per una buona metà del suo bilancio, la Romed vive di compravendite di titoli azionari e di derivati. L’ingegnere compra e vende con assiduità sia titoli che derivati di ogni genere: su indici, cambi, e ancora su titoli. Un vero giocatore di Borsa. E non da poco. E anche acuto e fortunato nelle sue puntate. Nel 2016 la Romed Spa ha portato a casa 31,5 milioni di utili. Ne fece oltre 36 nel 2015. Senza contare i ben 93,5 milioni di profitti del 2014. Un triennio straordinariamente ricco per l’Ingegnere.

PIGNATONEPIGNATONE

 

Le sole attività finanziare in pancia a Romed valevano 65 milioni nel 2015 sono salite a 94 milioni nel 2016, ultimo bilancio disponibile. E quel po’ po’ di denaro investito in titoli ha fruttato laute plusvalenze lungo tutto un triennio. Nel 2014 i proventi finanziari sono assommati a 24 milioni, saliti a 37,5 milioni nel 2015 (l’anno della presunta speculazione sulle Popolari) e attestatisi a 12 milioni l’anno scorso.

 

pierluigi boschiPIERLUIGI BOSCHI

Giocare in Borsa rende bene al capostipite della famiglia De Benedetti. Non solo ma la passione per il rischio si nutre anche di ogni genere di derivato. Come una piccola banca d’’affari Carlo De Benedetti muove da solo derivati per 34 milioni. Scommette su futures e opzioni sia sugli indici che sui cambi che su singoli titoli. Certo lo fa con soldi suoi, in fondo Romed è ben capitalizzata con un patrimonio che supera ampiamente i 100 milioni.

 

CATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANOCATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANO

Ma per una parte consistente Carlo De Benedetti si indebita per le sue puntate borsistiche. I debiti con le banche nel 2016 erano vicine all’intero patrimonio. 123 milioni di prestiti. In fondo l’Ingegnere è uno degli uomini più solidi e garantiti d’Italia. Nessun rischio per gli istituti di credito a concedere finanziamenti al suo veicolo finanziario personale.

 

zonin popolare vicenzaZONIN POPOLARE VICENZA

E qui però va in scena il vecchio copione con cui le banche si garantiscono o dovrebbero farlo. Che vale per gli immobiliaristi rampanti con poco capitale, ma evidentemente vale anche per uno degli uomini più ricchi d’Italia. Di quei 123 milioni di crediti vantati dalle banche verso Romed, ben 80 milioni risultano garantiti da quei titoli azionari che De Benedetti compra e vende su cui le banche hanno iscritto pegni. Va bene la fiducia ma meglio coprirsi le spalle. Anche con Carlo De Benedetti. (Dagospia.com)

 

‘IL PIÙ GRAVE SCANDALO CHE ABBIA COINVOLTO UN LEADER POLITICO DAI TEMPI DI BERLUSCONI’: TRAVAGLIO MARTELLA SUL CASO RENZI-DE BENEDETTI, E METTE IN FILA TEMPI E FALSITA’: ‘NON È VERO CHE LA NORMA SULLE POPOLARI ERA NOTA. NESSUNO SAPEVA CHE SAREBBE STATA VIA DECRETO, NÉ CHE ARRIVAVA NEL GIRO DI UN PAIO DI SETTIMANE. LA PRIMA AGENZIA ANSA CON I DETTAGLI E’ DEL GIORNO DOPO L’INVESTIMENTO MILIONARIO DI DE BENEDETTI. SE QUESTO NON E’ INSIDER TRADING…’

Estratto dall’articolo di Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano

 

Ieri, leggendo gli altri giornali (i tg Rai ormai fanno un altro mestiere, il più antico del mondo), abbiamo imparato una cosa nuova: la soffiata dell’ allora premier Matteo Renzi che nel gennaio del 2015 avverte Carlo De Benedetti dell’ imminente decreto sulle banche popolari, facendogli guadagnare in pochi giorni 600 mila euro in Borsa col minimo sforzo, è una notizietta da niente.

renzi & de benedettiRENZI & DE BENEDETTI

 

Molto meno importante della posizione cangiante di Di Maio sull’ euro (apertura del Corriere e titolo in prima pagina del Messaggero), delle avventure di Spelacchio (terzo titolo di prima pagina del Messaggero), dell’ appello del Pd a Grasso per la Lombardia (apertura di Repubblica), del calendario dei processi a Marra e alla Raggi (secondo editoriale di Sergio Rizzo su Repubblica) e della balla di Gentiloni sul record di occupati dal 1977 (apertura de La Stampa).

 

Infatti il più grave scandalo che abbia coinvolto un leader politico ed ex premier italiano dai tempi di B. non compare sulla prima pagina di Repubblica e neppure nelle restanti 51 del quotidiano edito da De Benedetti. Invece, sulla prima del Corriere, occupa mezzo catenaccio sotto il titolo su Di Maio e l’ euro (“Banche, la telefonata di De Benedetti su Renzi”, e chi ci capisce è bravo). Sulla prima del Messaggero, un titolino altrettanto enigmistico: “La telefonata: De Benedetti, Renzi e il caso delle Popolari”.

 

Qualche indizio in più lo fornisce il microtitolo de La Stampa: “De Benedetti: ‘Ho sentito Renzi. Il decreto sulle Popolari passerà'”. E noi, con la nostra prima pagina, chissà che ci credevamo: non è successo nulla.

ezio mauro con matteo renzi e carlo de benedettiEZIO MAURO CON MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI

 

Poi abbiamo sentito Renzi, intervistato da Massimo Giannini su Radio Capital. Domanda: è vero che avvertì De Benedetti dell’ imminente decreto sulle banche popolari? Risposta, si fa per dire: “Lo chieda a De Benedetti visto che è il suo editore C’ era un’ agenzia sul fatto che avremmo fatto quella riforma”. La prima frase è ben oltre i confini della realtà, in bocca a un leader che ha fatto il premier per quattro anni e ora si candida a rifarlo, dunque dovrebbe chiarire ogni suo comportamento ai cittadini-elettori; tantopiù che a De Benedetti non c’ è nulla da chiedere, visto che la sua versione l’ ha già fornita in diretta nella telefonata del 16 gennaio 2015 con cui annunciò al suo broker che il decreto sulle Popolari “passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”, entro “una o due settimane”.

 

Ora è Renzi che dovrebbe dire a che titolo incontrò l’ Ingegnere il 15 gennaio, cinque giorni prima il varo del decreto, e come si permise di passargli informazioni così riservate, venendo meno ai suo doveri di riserbo e di imparzialità.

 

carlo de benedetti agnese renziCARLO DE BENEDETTI AGNESE RENZI

La seconda frase (“C’ era un’ agenzia sul fatto che avremmo fatto quella riforma”) è una menzogna. L’ unico lancio Ansa sul tema, precedente l’ incontro Renzi-De Benedetti, è del 3 gennaio, e non dice né che il governo farà un decreto, né che è questione di giorni. Anzi, tutto il contrario: “Il governo starebbe studiando di lanciare in primavera la riforma del settore – un intervento legislativo richiesto da decenni ma mai varato – di fatto per trasformare le banche popolari in spa”.

 

Dunque dalle agenzie De Benedetti non saprebbe nulla di ciò che invece comunica con grande certezza e con molti dettagli (decreto, tempistica ravvicinata e abolizione del voto capitario) il 16 gennaio al suo broker Gianluca Bolengo: “Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi una o due settimane”. Anche Bolengo sa del decreto: “Se passa un decreto fatto bene (le azioni delle popolari in Borsa, ndr) salgono”.

 

Infatti l’ Ingegnere gli dà mandato di fare incetta di azioni prima che il decreto venga varato (quattro giorni dopo, il 20 gennaio) e annunciato (la sera del 16). E si mette in tasca 600 mila euro. Lo stesso fanno altri pochissimi fortunati destinatari delle soffiate governative, accumulando un totale di 10 milioni.

 

Il che non sarebbe avvenuto se la riforma, com’ era normale, avesse seguito l’ iter ordinario del disegno di legge (non c’ era alcuna necessità né urgenza, per una norma attesa da decenni), con un ampio dibattito parlamentare che avrebbe richiesto tempi lunghi e posto tutti gli investitori sullo stesso piano. Ma, senza decreto, De Benedetti e gli altri pochi raider avvisati non avrebbero potuto fare il colpaccio.

 

CARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHICARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHI

La prova è proprio in un’ Ansa diramata alle 17.58 del 16 gennaio, a Borse chiuse, quando De Benedetti ha già acquisito le azioni delle popolari tramite Bolengo. Il 16 gennaio, sempre l’ Ansa, alle 17.58: “In arrivo norme per riformare la governance delle banche popolari e del credito cooperativo (Bcc) e favorire un consolidamento del settore.

Secondo quanto si apprende da diverse fonti le misure sarebbero contenute nel provvedimento ‘Investment compact’ che il governo varerà la prossima settimana”.

 

L’ unico lancio Ansa con le informazioni precise sul provvedimento e la sua tempistica, dunque, è ininfluente ai fini dell’ affarone dell’ Ingegnere, che sa già tutto dal giorno prima. Il che aumenta la rilevanza della soffiata di Renzi che gli ha permesso di mettere a segno la speculazione nell’ ultima finestra utile prima che inizino a circolare le voci sulla riforma.

 

Per speculare su titoli quotati, è decisivo avere informazioni privilegiate prima degli altri. Se viene annunciato un decreto su materie finanziarie, cioè con un impatto sui prezzi dei titoli, è realistico aspettarsi che il provvedimento verrà convertito in legge dal Parlamento così come è stato scritto dal governo, altrimenti si creerebbe il caos. Quindi la fase rilevante ai fini dell’ investimento è quella dell’ annuncio del decreto: è quello il momento di comprare i titoli delle banche che ne saranno avvantaggiate e vendere quelli degli istituti che ne saranno penalizzati.

 

marco travaglioMARCO TRAVAGLIO

Se invece fosse stato annunciato un ddl, capire quali titoli comprare sarebbe stato molto più complicato: ogni emendamento in Parlamento avrebbe potuto creare o cancellare opportunità di investimento, rendendo molto più rischioso scommettere in anticipo. Il finanziere scommette solo se sa che le informazioni avute all’ inizio dell’ iter legislativo saranno ancora valide alla fine, così può stabilire subito cosa e quanto comprare: proprio il caso del decreto Renzi, che entrando in vigore subito non avrebbe rischiato modifiche successive fino alla conversione in legge.

 

Ciò che conta per De Benedetti non è tanto sapere che ci sarà una riforma, ma che avverrà per decreto, con alle spalle tutto il peso politico del governo Renzi (allora fortissimo).

 

Ora, in tutto il mondo civile, questo scandalo porterebbe i protagonisti in tribunale (e i politici alle dimissioni). Invece siamo in Italia, anzi a Roma, dove la Procura ha trovato il modo di non indagare né intercettare Renzi e De Benedetti, e di inquisire il solo Bolengo (perché è l’ unico a dire “decreto”), per poi chiedere subito di archiviarlo perché – scrive il pm, molto spiritoso, al gip – “utilizzava in modo del tutto generico e, palesemente, senza connotazione tecnica, la parola ‘decreto'”.

 

Cioè diceva decreto, ma non voleva dire decreto. Fantastico.

massimo gianniniMASSIMO GIANNINI

Dunque, salvo che il gup che cova la richiesta di archiviazione da due anni, senza dire né sì né no, non la respinga o disponga l’ imputazione coatta degli altri due, l’ inchiesta finirà a tarallucci e vino. Dopodiché bisognerà riscrivere il Codice penale e tutti i dizionari alla voce insider trading: se non è insider questo, non si sa più cosa lo sia. Ma qui c’ è una questione politica ed etica grossa come una casa: cosa intende Renzi per “governare”?

 (Dagospia.com)

INSIDER POWER – QUANDO I PM DIVENTANO DIFENSORI. DELL’INGEGNERE – PUR DI SCAGIONARE DE BENEDETTI GLI INQUIRENTI ROMANI SPIEGANO: SE AVESSE DAVVERO SAPUTO DA RENZI DEL DECRETO SULLE POPOLARI AVREBBE INVESTITO DI PIU’: 5 MILIONI INVESTITI SU SEI POPOLARI (CON UN RICAVO DI 600 MILA EURO) SAREBBERO QUINDI BRICIOLE

 

Estratto dell’articolo di Valeria Pacelli per il Fatto Quotidiano

 

de benedettiDE BENEDETTI

Una perizia sulle movimentazioni finanziarie di Carlo De Benedetti. È una delle carte in mano ai pm romani […]. È del primo giugno 2016 la richiesta di archiviazione per l’ unico indagato del filone d’ inchiesta nato dalla telefonata tra il patron del Gruppo Espresso e il broker Gianluca Bolengo: […]. In quattro pagine di richiesta di archiviazione, la Procura guidata da Giuseppe Pignatone spiega il perchè in questa vicenda nessuno ha commesso reati […].

 

Insomma, sono solo chiacchiere, non c’ è alcun insider trading. Questo reato è regolato dall’ articolo 184 del Tuf (Testo Unico della Finanza) e punisce chiunque ponga o faccia porre in essere operazioni su strumenti finanziari sulla base di informazioni privilegiate detenute in virtù della propria posizione […].

renzi & de benedettiRENZI & DE BENEDETTI

 

Per il pm titolare del fascicolo Stefano Pesci, le informazioni detenute da De Benedetti non avevano queste caratteristiche: “Sono due gli elementi price sensitive che avrebbero dovuto rimanere riservati – è scritto nella richiesta di archiviazione -: l’ adozione dello strumento del decreto legge e la data di emanazione”.

 

 

De Benedetti quindi non conosceva le tempistiche (nell’ intercettazione parla di un “provvedimento” “nei prossimi mesi una o due settimane”), né che si trattasse di un decreto […]. Eppure nell’ intercettazione è proprio il broker che parla di decreto: “Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le popolari?” chiede De Benedetti. E Bolengo: “Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono”. L’ editore rassicura: “Passa, ho parlato con Renzi ieri”.

Stefano PesciSTEFANO PESCI

 

Il termine “decreto”, continua la richiesta di archiviazione, è del “tutto generico e palesemente senza connotazione tecnica” […]. E poi ci sono i rumors che circolavano già da inizio gennaio del 2015 su un’ imminente riforma: sarà per questo che un investitore esperto come De Benedetti ha investito 5 milioni? L’ Ansa ne aveva scritto il 3 gennaio 2015. Nel lancio si legge: “Il governo starebbe studiando di lanciare in primavera la riforma del settore un intervento legislativo richiesto da decenni ma mai varato” […]

giuseppe pignatoneGIUSEPPE PIGNATONE

 

De Benedetti adotta la stessa linea: ieri un suo portavoce, ribadendo che non vi è stato alcun abuso di informazione privilegiata, fa sapere che “l’ approvazione della norma era ampiamente nota” […]”. Ma, anche qui, il problema resta il decreto.

 

La Procura ha anche disposto una perizia, eseguita da esperti milanesi, sulle operazioni finanziarie dell’ editore. Nella consulenza tecnica si dice, in sostanza, che qualora l’ imprenditore avesse avuto realmente notizie precise, avrebbe di certo investito di più. Le movimentazioni in entrata e in uscita di De Benedetti, analizzate dai periti ammontavano a circa 600 milioni: 5 investiti su sei Popolari (con un ricavo di 600 mila euro) sarebbero quindi briciole.

 

Anche per questo per i pm non c’ è reato […]. La vicenda quindi è chiusa, a meno che il Gip decida diversamente dall’ impostazione della Procura, riaprendo il caso.

(Dagospia.com)

Banche, faccia a faccia con la Bce sugli Npl

La settimana prossima in Bankitalia un summit tra la presidente della Vigilanza Danièle Nouy e una decina fra i maggiori istituti. In agenda le nuove regole draconiane sui crediti deteriorati.


 
 

Se qualche banchiere italiano ha qualcosa da dire a Danièle Nouy, capo della vigilanza Bce, potrà farlo nel corso di un faccia a faccia in calendario la settimana prossima in Bankitalia. 

Il summit vedrà sedersi intorno a un tavolo la presidente del Supervisory Board di Francoforte e una decina di banche cosiddette ‘significant’ italiane, quelle con attività totali superiori a 30 miliardi (a partire da Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e via via tutte le altre). Un incontro, quello dei banchieri italiani con la Vigilanza Ssm e il Direttorio della Banca d’Italia guidato dal Governatore Ignazio Visco, che si era svolto anche nel gennaio dello scorso anno. ma che questa volta giunge al culmine di un braccio di ferro sulle nuove regole per i crediti deteriorati contenute nel famigerato addendum della Bce, tuttora un fattore di rischio per le banche italiane nonostante i tentativi di ricondurre i falchi della vigilanza europea a più miti consigli. Anche i rilievi mossi dal parlamento europeo non avrebbero convinto la Bce a desistere. E la signora Nouy atterrerà a Roma (il 16 gennaio, ma il vertice dovrebbe svolgersi il giorno seguente) con l’intenzione di guardare negli occhi la controparte italiana, e ascoltarne le ragioni. 

L’incontro precede infatti di poche settimane le decisioni della vigilanza Bce, attese per marzo, sull’addendum. I banchieri italiani sono stati tra i più critici sul meccanismo di svalutazione automatica degli Npl (7 anni per i garantiti e 2 anni per i non garantiti) mettendone in risalto gli effetti pericolosi per la maggiore dote di capitale richiesta e per l’imposizione di maggiori costi. 

Al summit di via Nazionale è attesa solo una decina di banche “significant” rispetto alle tredici invitate lo scorso anno. Alcune nel frattempo hanno ridotto la loro taglia mentre altre, come la popolare di Vicenza, non esistono più. (Finananzareport)

Intesa Sanpaolo: Npl nel mirino del piano

Allo studio la vendita di un corposo portafoglio di crediti deteriorati e della piattaforma di gestione. Il titolo sale ancora in Borsa.


 
 

Uno alla alla volta si compongono i tasselli di quello che potrebbe essere il prossimo piano d’impresa 2018-2021 di Intesa Sanpaolo. A fornire indicazioni, in attesa della presentazione in calendario è febbraio, è stata questa volta la stessa banca guidata da Carlo Messina, che valuta “opzioni strategiche” nel ramo di attività “di servicing dei crediti deteriorati”.

Opzioni che non escludono “la vendita”. Indizio quest’ultimo che messo assieme a un comunicato di Intrum Justitia, un gruppo svedese leader nel settore dei non performing loans (Npl) fa pensare a una possibile doppia cessione sul fronte dei crediti deteriorati. Si tratterebbe della vendita di un corposo portafoglio di sofferenze (10 miliardi di euro), come segnalato dalla stessa Intesa Sp, e di quella della piattaforma di gestione dei crediti deteriorati, come segnalato dagli svedesi di Intrum. 

Entrambi i comunicati sono usciti ieri poco prima della chiusura di Piazza Affari, contribuendo a un balzo di Intesa pari al +4,6%. Stamani in Borsa le azioni Intesa Sanpaolo hanno allungato ulteriormente sopra i 3 euro, salvo poi rallentare e chiudere comunque in progresso dello 0,61% a quota 2,98 euro. Il Ftse Mib segna nel finale +0,64% e e l’indice bancario +1,1%.Carlo Messina, un maratoneta al comando di Banca IntesaCarlo Messina
Le nuove indicazioni sul piano fanno seguito alle anticipazioni sul riassetto del risparmio gestito e delle assicurazioni, nonché sul taglio dei costi del personale, che prevede ulteriori 3.500 uscite volontarie rispetto a quanto già noto. 
Inoltre ha fatto rumore nei giorni scorsi un report di Mediobanca in cui si ipotizza una maxi fusione cross border tra la stessa Intesa e il Crédit Agricole
Tornando al fronte dei crediti deteriorati, le opzioni esplorate da Intesa Sanpaolo, come ha specificato la banca, “non modificano l’impegno alla distribuzione di 3,4 miliardi di euro di dividendi cash per l’esercizio 2017”. La banca guidata da Messina non avrebbe quindi cambiato idea sull’importanza di evitare svendite degli Npl. Intesa attualmente ha un rapporto del 12,8% tra crediti deteriorati lordi e totale crediti, e ha da tempo detto di voler abbassare la percentuale al 10,5% entro il 2019. Si profila quindi l’occasione per un colpo di acceleratore. 

Intesa: Messina conferma 3 mld dividendi nel 2016. Gros-Pietro è presidente

Per quanto riguarda la piattaforma di servicing, operativa nell’ambito della “Capital light bank” di Intesa, che alcune indiscrezioni valutano circa mezzo miliardo di euro, l’ipotesi più accreditata è quella di un accordo di partnership, mentre sembra meno probabile la cessione del 100% dell’attività. Da parte sua il gruppo svedese Intrum Justitia, che lo scorso dicembre ha rilevato in Italia il servicer Caf, ha rivelato l’ambizione di diventare uno dei primi tre operatori sul mercato tricolore nei prossimi 3-5 anni.

Gli ultimi sviluppi sono graditi anche alla maggior parte dei broker, a partire da Mediobanca, che nel report dell’altro giorno ipotizzava un’Ipo di Capital light bank valutandola 1 miliardo, spiegando che neutralizzarebbe le perdite legate alla vendita di un grosso stock di Npl per arrivare al 10% di esposizioni non performanti entro il 2019. “Stimiamo che la pulizia iniziale potrebbe costare fino a 1,2 miliardi di euro di accantonamenti, vale a dire 30bp di Cet1 ratio”, aggiungono oggi gli analisti di Mediobanca. Parere positivo anche daglia analisti di Equita, secondo cui “la vendita anche di una quota” dell’attività di servicing rappresenterebbe una novità “nell’ambito della strategia di de-risking della banca che sarà presentata con il nuovo piano industriale”. Il broker esprime sul titolo una raccomandazione Hold e target price, come anche Mediobanca, di 3 euro. Un prezzo intanto quest’oggi superato. (Stefano Neri Finanza Report)

 

I problemi di un GUP onesto che deve decidere se mandare a processo Debenedetti per insider trading: vale di più la giustizia o la carriera?

Abbiamo letto ieri della sospetta infrazione criminale di Carlo De Benedetti per una soffiata ricevuta da Renzi con cui, attraverso speculazioni borsistiche, si è fatto una montagna di soldi con un solo deal.

Immaginate i soldi che invece avrà guadagnato con soffiate che non sappiamo. Così si diventa ricchi, diceva un saggio. Un mio amico ormai trapassato dettagliava meglio: i soldi li erediti, li sposi o li rubi… Certamente Carlo De Benedetti li ha ereditati, ben inteso.

Bando alle ciance, oggi vorrei indagare un problema reale, ossia cosa può passare per la mente – ed anche i problemi/opportunità che può rappresentare – di un ipotetico gup, giudice dell’udienza preliminare o anche gip delle indagini preliminari se volete, che dovrà decidere se mandare a giudizio Carlo De Benedetti per l’infrazione documentata in questi giorni a mezzo stampa.

In tale contesto ricordiamo due aspetti importanti: il primo, Carlo De Benedetti rappresenta la tessera numero 1 del PD oltre ad esserne il più grande sponsor. Il secondo aspetto è che detiene una testata, Repubblica, teoricamente influente sull’opinione pubblica (dico in teoria perchè ultimamente è sospettata di aver detto bugie e calunnie, leggasi fake news, almeno relativamente a Scenarieconomici.it che l’ha denunciata; per cui secondo chi scrive ha perso credibilità, fino a prova contraria). Faccio presente che Carlo De Bendetti è un soggetto talmente peculiare da essersi dimenticato di essere stato condannato durante Tangentopoli (…).

Ora, che fa un gup/gip? Semplificando, riceve le carte dell’accusa, il pubblico ministero ossia un suo collega, e decide se mandare il sospettato a giudizio avendo analizzato i fatti e le prove. O archiviare. E qui emerge il primo problema: il gup o gip che dir si voglia è collega – in seno alla stessa procura – del pubblico ministero (hanno lo stesso capo di sede), ossia di colui che rappresenta l’accusa; per cui rischia di esistere un problema di conflitto di poteri ed obiettivi oltre che etico tra i vari giudici.

Fu lo stesso problema che emerse ad esempio in Tangentopoli quando si trovò uno scritto che si ritiene – sembra, eh… – autografo dell’allora giudice delle indagini preliminari Italo Ghitti indirizzato al pubblico ministero Di Pietro in cui veniva suggerito al PM di contestare reati di un certo tipo piuttosto che di un altro per poter accedere alla custodia cautelare in carcere (per un imputato). Purtroppo non si indagò sulla veridicità di tale documento il quale, se dovesse essere vero, rappresenterebbe la prova provata non solo della non funzionalità del sistema giudiziario attuale ma addirittura la pre-esistenza di un piano dietro a Tangentopoli per eliminare la vecchia dirigenza politica italiana, fino a rappresentare quasi – o forse già – un golpe.

Detto questo, il messaggio che voglio far passare è che il gup ed il pm fanno parte della stessa casta, hanno stesse carriere, stesso capo, di fatto stessi valutatori ecc. Ora, un gup che decide di mandare a processo Carlo De Benedetti con la sua innegabile potenza politica alle spalle – per quanto sopra indicato in relazione al PD e Repubblica – certamente corre un rischio enorme, a maggior ragione vista la predominanza ideologica della sinistra nella magistratura: quando chiederà un progresso di carriera, una posizione migliore, si vedrà valutato da soggetti che potrebbero non essere contenti che si sia perseguito un soggetto “scottante” tanto caro ad un partito di potere. E dunque la carriera del giudice in questione rischierebbe di non decollare rimanendo relegato a ruoli secondari.

Infatti il gup o gip che dir si voglia dovrebbe, la logica vorrebbe, essere un soggetto esterno al PM; il quale – quest’ultimo – dovrebbe invece esser valutato per eventuali progressioni di carriera sull’effettività anche economica dei suoi successi nel perseguire reati. Il gup, i giudici dovrebbero invece essere valutati in base alla correttezza delle sentenze, pesando anche gli errori.

Nulla di tutto questo: in Italia non c’è separazione tra carriere dei PM che rappresentano la pubblica accusa e dei giudici giudicanti, le progressioni di carriera sono di fatto automatiche, soggette a valutazione del solo CSM. Senza concorsi pubblici, senza criteri pubblici, tutti i panni si lavano in casa propria (dei magistrati) senza distinzione tra soggetti giudicanti e pubblica accusa. Lo stesso problema ce l’hanno all’estero dove però la soluzione è stata trovata facendo sottostare la magistratura alla politica, come ad esempio in Francia (…).

Già qui capite che la mancanza di meritocrazia in Italia è ben radicata negli stessi gangli di potere: se anche un giudice con le enormi responsabilità che ha, fa progressi di carriere in via automatica senza concorso, beh, capite voi…. (in ogni caso la pensione al giudice viene sempre garantita, ben inteso, ne va di mezzo solo la sua carriera).

Ma non finisce qui: un giudice che deve decidere se procedere a processare o meno un soggetto “scottante”, al di fuori delle progressioni automatiche di carriera – che sono certe a meno di “provocare” il CSM, l’organo di autotutela dei giudici, indipendente dalla politica – deve anche tenere in considerazione che anche se facesse un errore, anche se non dovesse procedere a processare detto soggetto “scottante” pur avendo prove a supporto (magari con il fine di mettere al riparo la sua carriera), anche se poi dovesse essere scoperto che ha compiuto un atto sbagliato, anche un errore deliberato sapendo di compierlo (si chiama dolo o colpa grave) in ogni caso non sarebbe perseguibile civilmente ossia non pagherebbe di tasca propria per i danni fatti. Infatti in Italia i giudici non sono perseguibili civilmente nemmeno in caso di dolo o colpa grave, caso unico nel mondo occcidentale.

Se ci pensate bene è precisamente la stessa cosa successa al giudice Diego Curtò, vice presidente vicario della sezione fallimentare della procura di Milano (ossia collega di Italo Ghitti, Antonio Di Pietro e anche del mitico Piercamillo Davigo) che dietro una tangente pagata a lui e sua moglie Antonia Di Pietro (400 milioni di lire, noccioline) andò in galera per pochissimo tempo ma in cella singola e TV a colori. La fonte dei soldi, i mandanti della tangente, restano oggi ancora avvolti nel mistero. Alla fine Curtò non rispose civilmente dei danni arrecati avendo fatto fallire – e dunque di fatto causando la svendita ai francesi pochi anni dopo dell’azienda in questione – il primo gruppo industriale privato italiano, con l’eliminazione a termine di migliaia di posti di lavoro italiani…. Lasciamo perdere che, in modo del tutto casuale, circa 15 anni dopo il capo dei legali dell’azienda di stato francese che comprò la parte più succulenta dell’impero Montedison fatto fallire da Diego Curtò fosse cugino del procuratore capo di Milano, scherzi del destino…

Dunque, dopo questa breve sintesi della situazione italiana – spero completa e corretta, vi prego di commentare in riguardo nel caso, per correggere eventualmente -, cosa pensate che deciderà il gup di Roma su Debenedetti, di procedere con il processo di cui al titolo o di archiviarlo? Sono aperte le scommesse…

Di giudici buoni, di Ambrosoli,  Falcone e Borsellino che hanno fatto carriera, in Italia non ce ne sono più o quasi, purtroppo. Quelli davvero bravi sono morti, purtroppo. Da uomo di scienza – come formazione – ho visto spesso l’evoluzione passare per stadi in cui il batterio cattivo ha scacciato quello buono, lasciandolo morire. Poi è rimasto solo, potendo dominare in autonomia la vittima con le sue tossine.

Forse è capitato qualcosa di simile anche all’Italia? Le conseguenze per i cittadini italiani sono lì da vedere. (Mitt Dolcino Scenarieconomici)

La grande corsa delle banche per smaltire le sofferenze

Mps cede 25 miliardi di deteriorati. Si muove anche Intesa. Gli istituti approfittano delle nuove norme contabili.

 

L’obiettivo è approfittare delle nuove norme contabili europee e cogliere l’attimo prima che le elezioni di marzo ed eventuali nuove «bizze» della Bce facciano tornare la tempesta sul mercato

A novembre 2017 le sofferenze in capo alle banche italiane sono diminuite del 6,4% su base annua (erano scese del 5,5% nel mese precedente), ha reso noto ieri Bankitalia. Ma il numero è destinato a scendere ulteriormente considerando quanti pacchetti di deteriorati hanno cominciato a scaricare sul mercato le big del credito. Ieri è decollata la cartolarizzazione del Monte dei Paschi: in mattinata Quaestio Capital Sgr ha completato l’investimento da 805 milioni in una tranche della cartolarizzazione di circa 25 miliardi di crediti lordi di Mps. E un altro «pacchetto» verrà acquistato entro il primo semestre. Il titolo dell’istituto di Rocca Salimbeni ha subito brindato alla notizia ingranando la marcia dei rialzi a Piazza Affari e ha chiuso con un +3,3 per cento. Dopo poche ore sul mercato è arrivato un altro annuncio: Intesa Sanpaolo «sta considerando la cessione di un portafoglio di crediti in sofferenza del gruppo nell’ambito del prossimo piano di impresa», ha scritto il gruppo guidato da Carlo Messina in una nota. Sottolineando che «tali opzioni non modificano l’impegno di distribuire 3,4 miliardi di euro di dividendi cash per l’esercizio 2017, che viene confermato». Intesa ha dunque già avviato trattative con la svedese Intrum Justitia per vendere la piattaforma dei non performing loans.

Perchè questa corsa? Quale finestra di opportunità si aperta? La prima ragione, spiegano gli analisti, è l’entrata in vigore da questo gennaio dei nuovi principi contabili Internazionali Ifrs9 che consente di procedere ad accantonamenti sui crediti deteriorati senza avere addebiti sul conto economico ma con una decurtazione una tantum del patrimonio. «Con l’applicazione immediata dell’Ifrs9, siamo in grado di poter alzare il target di piano di cessione di Npl, senza impatto sul conto economico, di almeno altri 3 miliardi, portandolo da 8 ad almeno 11 miliardi», ha infatti spiegato in una recente intervista Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm che a fine dicembre ha ceduto due portafogli di crediti non garantiti del valore nominale complessivo di circa 1,8 miliardi lordi. Anche Unicredit, nell’investor day del 12 dicembre a Londra, ha annunciato di contabilizzare nel quarto trimestre del 2017 l’effetto dell’Ifrs9 quantificandone l’impatto sul capitale.

Non solo. Il momento per vendere i crediti sul mercato è favorevole: al vertice dell’Eurotower c’è ancora Mario Draghi, lo spread è sotto controllo, con la chiusura di ieri (nettamente sopra i 23mila punti) l’indice Ftse Mib di Piazza Affari è ai massimi dall’agosto 2015. E anche il Btp a 20 anni emesso ieri dal Tesoro ha già raccolto più di 30 miliardi di euro di ordini. All’orizzonte ci sono però le eventuali tensioni sui titoli sovrani con il voto del 4 marzo che avrebbero effetti immediati sul sistema bancario. Va dunque colto l’attimo. Anche in vista delle nuove regole sulla valutazione delle sofferenze che arriveranno a marzo 2018: la stretta annunciata per gennaio dalla Vigilanza di Daniele Nouy è stata rinviata dopo lo stop al cosiddetto «addendum» arrivato dal Parlamento europeo ma un intervento, sebbene meno oneroso, ci sarà.

La prossima settimana si terrà in Bankitalia il primo confronto dell’anno tra le grandi banche italiane e Nouy proprio per riprendere il dialogo sui crediti deteriorati. (Il Giornale)

Grossi rischi per i clienti da questi derivati

Grossi rischi per i clienti da questi derivati

La Financial Conduct Authority (Fca) ha svelato il rischio cliente significativo nel mercato dei contratti per differenza (CFD) al dettaglio. La FCA ha affermato che il 76% dei clienti al dettaglio che hanno acquistato i prodotti CFD su base consultiva o discrezionale hanno perso denaro durante il periodo preso in esame, dal luglio 2015 a giugno 2016. Inoltre, le 19 aziende che forniscono i CFD agli intermediari analizzate hanno deciso di non continuare a vendere questi prodotti.

La Fca ha condotto di recente una revisione del mercato e ha valutato fornitori e distributori per verificare se i CFD raggiungessero il loro obiettivo di mercato. “La revisione ha rivelato aree di seria preoccupazione che vogliamo evidenziare alle imprese di tutto il settore”, ha scritto in una lettera inviata ai fornitori al termine delle verifiche.

I CFD sono strumenti derivati ad alto rischio venduti agli investitori al dettaglio su base di consulenza o discrezionale (compresa la procura limitata). Molte delle pratiche di comunicazione e monitoraggio da parte dei fornitori ai distributori erano inefficienti e non corrispondevano alla aspettative della Fca. La maggior parte dei fornitori e distributori nella revisione non è stata in grado di offrire una definizione soddisfacente del proprio mercato di riferimento.

Punti deboli sono stati riscontrati negli accordi di gestione del conflitto di interessi presso tutti i distributori valutati. Secondo l’autorità, i consumatori potrebbero essere seriamente a rischio di danni da pratiche inadeguate in questo settore. I risultati della revisione hanno dunque indicato che i fornitori di CFD e i distributori non riescono a condurre la propria attività in linea con le regole Fca. (Livia Liberatore Wall Street Italia)

Carige, disguido sulla liquidazione di un bond

La segnalazione di una lettrice che non ha partecipato alla conversione. La banca depositaria è Intesa Sanpaolo

A redazione@finanzareport.it riceviamo una segnalazione che ci riporta ai tempi (non lontani) della conversione dei bond subordinati di Banca Carige, tema che Finanza Report ha approfondito in un focus dettagliato e su cui ha risposto a diverse domande dei lettori. Ora una lettrice, che non ha partecipato alla conversione, lamenta ritardi nella liquidazione di un bond. Di seguito la sua lettera. Più sotto la risposta di Carmelo Catalano.

“Buongiorno, sono in possesso del bond subordinato CARIGE XS0570270370 LOWER TIER 2 per il quale mi spetta liquidazione al 70% in base all’operazione conclusa in data 29/12/2017. Purtroppo la depositaria BANCA INTESA SANPAOLO a tutt’oggi non mi ha accreditato l’importo, che in altre banche so per certo essere avvenuto, sostenendo di non aver ancora ricevuto da BANCA CARIGE il pagamento. Gradirei avere un parere o indicazioni per verificare e sollecitare il dovuto. Grazie”.
M. M.

La gentile lettrice segnala un ritardo nell’accredito del controvalore delle somme in denaro rivenienti dall’ LME dei subordinati Carige. Si è trattato, presumibilmente, di un mero disguido tecnico, sperabilmente già risolto o in via di risoluzione. Invitiamo, pertanto, la gentile lettrice a sollecitare per iscritto, preferibilmente a mezzo PEC ovvero RACCOMANDATA, la BANCA INTESA, in qualità di mandataria, a fare quanto in suo in obbligo per finalizzare senza indugio l’operazione che, comunque, dovrà avere valuta retrodatata alla data di regolamento dell’operazione.

La lettrice, quindi, deve inoltrare specifico reclamo per iscritto alla sua BANCA, invitandola a fare quanto in suo obbligo per finalizzare l’operazione, chiedendo di indicare per iscritto la causale del ritardo nonché il soggetto effettivamente responsabile, adombrando azioni di risarcimento del danno derivante dalla protratta indisponibilità di somme sulle quali aveva fatto legittimo affidamento.

La lettrice avrà inoltre cura di chiedere, come scritto sopra, che l’operazione sia regolata con valuta retroattiva e fissata alla data di regolamento dell’operazione.

Dott. Carmelo Catalano

(Finanza Report)
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