Tutti i soldi del mondo? Non bastano

La storia del rapimento per mano della ‘ndrangheta di John Paul Getty III è al centro dell’ultimo film firmato da Ridley Scott.

resentando Tutti i soldi del mondo occorre partire da ciò che non c’è nel film, a cominciare da Kevin Spacey. L’attore, recente alla gogna pubblica per diverse accuse di molestie che gli hanno di fatto chiuso la carriera (sicuramente per il momento e forse per sempre), è stato infatti estromesso dal film dopo aver girato tutte le scene che lo vedevano coinvolto. Non è questa l’occasione migliore per entrare nel merito di quanto è accaduto a Hollywood sulla scia del caso Weinstein, né di commentare la più veloce damnatio memoriae cinematografica di sempre; ma la vicenda che ha riguardato proprio la pellicola di Scott ha senz’altro dell’incredibile: il regista inglese, a poche settimane dall’uscita nelle sale, ha rimpiazzato integralmente Spacey con l’ottantottenne Plummer, che peraltro era già stato nella rosa degli attori in pre-produzione.

Kevin Spacey nei panni di John Paul Getty. La sua interpretazione non è arrivata nelle sale, sostituito in tempi record per le accuse di molestie

Al netto dei moventi, il risultato è senza dubbio sorprendente. Nove giorni (e dieci milioni di dollari) sono stati sufficienti a rigirare tutte le scene con il nuovo interprete di Getty senior: la sostituzione repentina e la meravigliosa interpretazione del rimpiazzo sono tutto ciò che c’è da dire di buono, però, su questa pellicola. Solo la prova attoriale maiuscola di Plummer e quella comunque dignitosa della Williams infatti salvano dal disastro un film che per il resto è insipido, privo di tensione e di spunti cinematografici, tranne forse che per una Roma fotografata in maniera insolita.

Oltre a Spacey, però, manca anche un’accettabile gestione del materiale a disposizione. Le possibilità erano due: o una crime story sulla vicenda malavitosa o un biopic sul vecchio Getty. Nessuna delle due soluzioni viene affrontata però, degnamente. Per quel che riguarda la parte criminale, sarebbe bastato dare la regia a Sollima: il risultato infatti sfigura al cospetto delle più recenti produzioni italiane in tema (Gomorra, Suburra, ma soprattutto Romanzo Criminale). Qui invece, pur trattandosi un fatto realmente accaduto, si sconfina spesso nell’inesattezza e – peggio – anche nell’iperbole. Specie quando Scott si avventura in Italia, da Roma alle alture dove i briganti calabresi tengono sequestrato il giovane Getty e dove la cosa più criminale è il casting sbagliatissimo, che ha portato ad assoldare tra i malavitosi anche un Nicolas Vaporidis la cui filmografia incute senz’altro più timore del suo sguardo torvo.

Prima di interpretare il ruolo di uno dei cattivi di "Tutti i soldi del mondo", Nicolas Vaporidis era stato conosciuto per ruoli meno aggressivi e oscuri. Una delle tante scelte sbagliate di questa produzione

Per l’ipotesi biopic è invece soltanto accennato, nulla più, il ritratto di Getty senior, uomo incredibilmente eccentrico, che si crede la reincarnazione dell’imperatore Adriano ed è invece quella di Paperon de’ Paperoni. Dedito all’accumulo di ricchezze e opere d’arte, tirchio leggendario, il motore della narrazione ingrana qualche marcia solo quando appare lui eppure viene lasciato comunque in secondo piano, inesplorato. La colpa non è dell’interprete, ma della sceneggiatura che sceglie di dedicare meno spazio del necessario a lui, lasciandone invece troppo all’improbabile Cinquanta, sequestratore simpaticone interpretato dal francesissimo Duris, che si affeziona al rapito in una sorta di sindrome di Stoccolma alla rovescia e che fa di tutto per aiutarlo (tranne parlare con la polizia, perché sarebbe disonorevole).

Ed il senso quale sarebbe, che i malviventi sono meno cattivi dei petrolieri? Non si può chiedere probabilmente agli sceneggiatori hollywoodiani un’analisi più profonda delle dinamiche e dell’etica mafiosa, ma l’unico senso di un tale peso nell’economia del film starebbe proprio nella giustapposizione tra l’impero economico immenso di Getty, cinico per il quale ogni ricchezza è solo una striscia di numeri su un foglio, e l’impero più artigianale della mala calabrese, una rete che oltre che ai rapitori coinvolge boss, finanziatori, medici compiacenti e cittadini omertosi, e per i quali la ricchezza è invece qualcosa di estremamente fisico, concreto, materiale. Cifre contro orecchie tagliate, grattacieli asettici contro campagne bruciate, metropoli contro paesini di montagna, freddi esecutori stipendiati contro compari. Ma neppure questo viene fatto.

Christopher Plummer nei panni di John Paul Getty. La sua interpretazione è la parte migliore del film

Anche il rapporto con la nuora, madre-coraggio interpretata da Michelle Williams, non è approfondito a sufficienza, ma solo accennato, pur salvando comunque alcuni passaggi del film. Insomma, qualcosa, ma non abbastanza. Se pensiamo a come un altro gigante cinematografico, ovvero Martin Scorsese, ha trattato il miliardario leggendario Howard Huges in The Aviator, non possiamo che ritenere Tutti i soldi del mondo un’occasione persa per raccontare il personaggio incredibile e controverso di Getty, lasciato invece a galleggiare in una narrazione superficiale e macchiettistica. Il film sarà così probabilmente ricordato solo per le vicende fuori dallo stesso e per la prova di Plummer, che non ci doveva neanche essere. Insomma, bersaglio mancato da Ridley Scott; e a quanto è quotata l’uscita di una Kevin Spacey’s cut in DVD? (Andrea Tremaglia L’Intellettuale Dissidente)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: