Australia: ti indebiti per l’università? Paghi solo se guadagni bene

Se gli studenti americani annaspano nella bolla dei prestiti universitari, i colleghi australiani hanno qualche motivo di stress in meno. A partire da uno: il debito contratto per pagarsi l’università dovrà essere rimborsato se e solo se raggiungeranno una certa soglia di reddito, senza tassi di interesse e con un aggiustamento periodico al costo della vita. È la versione australiana degli student loan, i mutui stipulati per sostenere i costi dell’università. Negli Usa il fenomeno ha raggiunto dimensioni patologiche, con un totale di quasi 1,5 trilioni di debiti sulle spalle di 44,2 milioni di laureati. In Australia si è sperimentata una soluzione diversa con i cosiddetti Help (higher education loan program), una forma di prestito che fa sì che «il rimborso del debito sia obbligatorio solo per le persone con un reddito che supera la soglia minima».

Ovviamente i sistemi accademici di Stati Uniti e Australia non sono comparabili. Negli Usa, secondo le stime del National center for education statistics, si contavano 20,4 milioni di studenti nel 2017, dai college della Ivy League ai micro-atenei di settore. In Australia il totale di iscritti agli istituti di «istruzione superiore», categoria che può includere anche scuole secondarie, non va oltre un milione di studenti domestici. Però il suo sistema di studi «sostenibile», come lo chiamano le autorità australiane, sta attirando l’interesse dei policy maker globale . E degli studenti stranieri: sono oltre 311mila solo nel 2017, pur essendo esclusi dal pacchetto di sussidi riservati agli australiani.

Skyscrapers create the dramatic skyline of the Gold CoastE

Come funzionano i prestiti “Help” 
I cosiddetti Help, spiega un portavoce del governo australiano, sono «prestiti accordati in funzione del reddito, per supportare l’accesso e la partecipazione all’educazione terziaria rimuovendo in anticipo le barriere per gli studenti». Tradotto nella pratica, il laureato inizia a pagare quando se lo può permettere, restituendo una cifra che corrisponde all’investimento effettivo per lo studio. La soglia è stata fissata a 55.874 dollari australiani per il 2017-2018, anche se dal primo gennaio di quest’anno avrà inizio una stretta per rendere il modello «sostenibile»: la soglia di partenza scenderà a 45mila dollari e sarà introdotto un tasso di interesse all’1% (meno di 9 dollari a settimana), per salire al 2% quando il reddito supera i 51.957 dollari e al 10% oltre i 131.989 dollari.

A turtle and many fish swim at the Great Barrier Reef

Il risultato attuale del programma è che i laureati australiani, quando centrano i requisiti di reddito previsti dalla legge, si sobbarcano un debito medio pari all’equivalente di circa 15mila dollari Usa, contro i 37mila dollari cumulati in media dai laureati statunitesi. Il debito viene smaltito in media in meno di nove anni, un dato in apparenza simile ai 10 anni previsti – formalmente – dai piani di rimborso dei prestiti federali negli States. Nei fatti, come ha evidenziato anche un’indagine della banca Citizens Financial Group, circa il 60% dei laureati Usa «aspetta fino ai suoi 40 anni»: in altre parole possono servire 20 anni per estinguere completamente il mutuo, sempre che il pagamento vada a buon fine. My student loan hero, un portale specializzato degli Usa, ha evidenziato un tasso di insolvenza pari all’11,2%.

Ma i costi sono ancora elevati 
Le agevolazioni concesse agli studenti locali, comunque, non impediscono all’Australia di essere uno tra i paesi più costosi per chiunque venga dall’estero. Le matricole australiane, secondo dati governativi, devono pagare in media tra i 6.444 e i 10.754 dollari australiani (circa 5mila-8-400 dollari Usa). Per i loro colleghi stranieri l’asticella si alza anche di quattro o cinque volte, a seconda di ateneo e corso di studi. Tra i requisiti per ottenere il visto studentesco c’è una disponibilità finanziaria pari all’equivalente di almeno 15.170 dollari l’anno, anche se ovviamente si tratta di un’indicazione e non di un vincolo di spesa. Le rette, secondo i numeri riportati dal portale Top Universities, possono oscillare da una media di 23.400 dollari Usa per un bachelor (le lauree triennali) a una media di 16mila-29.600 dollari per i master (il biennio di magistrale). Una tra le vie per ammortizzare i costi sono le borse di studio elargite a livello nazionale, anche se in quel caso bisogna scontrarsi con un’ampia concorrenza. Tra le più blasonate ci sono l’Australia Awards e la Endeavour Scholarships and Fellowships, che però si rivolge prevalentemente ai candidati per ruoli post-doc e di ricerca. (Alberto Magnani Il Sole 24 Ore)

The Sydney Opera House and the Sydney Harbour Bridge at night

Primo fondo sovrano al mondo scappa dalle Borse: declino in vista?

Il più grande fondo sovrano del mondo ha annunciato di voler diversificare il suo portafoglio con investimenti in aziende non quotate. Perchè aziende e investitori non trovano più di interesse incontrarsi in Borsa?

L’ultima notizia sul tema delle borse arriva dalla Norvegia: Norge Bank Investment Management (NBIM), che gestisce il fondo alimentato dai proventi petroliferi e che ammonta a 1.100 miliardi di dollari, ha fatto richiesta al Ministero delle Finanze Norvegese, da cui dipende, di poter iniziare a investire anche in aziende non quotate in borsa. Al momento il fondo possiede percentuali di azioni non superiori al 10% di ogni principale azienda quotata al mondo, con una media di possesso del 1,5%.

 

 

Le motivazioni addotte per tale scelta sono: la scarsa partecipazione di aziende tecnologiche ai listini, che li condannano a non rappresentare la maggior parte del mercato, l’assottigliarsi dei listini stessi e ultimo, ma non meno importante, i ritorni delle aziende non quotate che sono leggermente più alti di quelle quotate.

Che le borse in USA e UK, che sono le piazze principali, non siano più così attraenti come in passato è evidente da tempo. Oltreoceano i listini si sono dimezzati nei passati 15 anni. Analoga sorta è toccata a quelli anglosassoni, tanto che in una consultazione sulla corporate governance lanciata dal governo inglese l’anno scorso, si avanzava l’ipotesi di estendere gli obblighi delle quotate anche alle non quotate, vista la crescente scarsità delle prime.

The Norges Bank building

 

Un ulteriore segno di questo declino è la crisi delle società di “flash trading”, ovvero quelle che praticano il trading ad altissima frequenza (millisecondi o meno: High Frequency Trading, HFT). La scarsità dei titoli, e la loro bassa volatilità, non consente più di portare a casa i guadagni di una volta. Anche l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei listini ne è un segno. Per quanto “intelligente” questo software, perchè è bene ricordare che sempre di software si tratta, deve essere programmato. Tale programmazione è fattibile a fronte di scenari prevedibili e ristretti.

C’è poi da citare il comportamento delle aziende, sopratutto tecnologiche. Queste non hanno davvero bisogno dei soldi di un’IPO per svilupparsi (per chi ne volesse avere conferma si vada a leggere la parte “uso dei proventi” del prospetto informativo dell’IPO di Facebook!), ma solo di rendere “commerciabili” le azioni in possesso ai primi investitori e dare un valore alle stock option date ai dipendenti.

Inoltre le azioni disponibili sul mercato possono essere acquistate da chiunque, in particolare da aggressivissimi hedge fund (gli activist) che arrivati ad una certa percentuale impongono la loro linea di sviluppo, spesso in contrasto con quella degli altri share e stakeholder e finalizzata solo a massimizzare il loro ritorno (in Italia ne abbiamo un primo caso con l’affare Vivendi-Mediaset-Telecom con Bollorè nel ruolo di activist). Le aziende allora cercano di proteggersi riservando azioni per i fondatori con più diritto di voto per azione (è il caso di Facebook, Google, e tante altre dove i fondatori con meno del 15% di azioni hanno il potere di voto per oltre il 50%) fino al paradosso della quotazione di Snapchat che offrì in occasione della sua IPO azioni senza diritto di voto!

Top 6 Investment Banks In The World
Che senso ha essere proprietari di un’azienda senza contare nulla?

Ultimo, ma non meno importante, la borsa sembra affetta da un “virus” che infetta, in maniera circolare con un diabolico meccanismo di autoalimentazione, sia le aziende che gli investitori: lo short termism. Si tratta dell’interesse a breve termine che spinge le aziende a concentrarsi sui ritorni a breve a scapito di investimenti ed esecuzione di piani di sviluppo a lungo termine. Anche se sofferti e denunciati sia dalle aziende, che sono impossibilitate ad eseguire i loro piani, che dagli investitori, sopratutto quelli istituzionali che temono la perdita di valore in futuro, il fenomeno è una vera pandemia. Provate a leggere le dichiarazioni dei nostri CEO dell’indice FTSE MIB in occasione delle chiusure dei risultati annuali e la presentazione dei piani futuri. La prima affermazione riguarderà la remunerazione degli azionisti !

Dunque il “mercato borsistico” sembra non essere più adeguato all’incontro tra finanza ed economia reale come in passato. Tale incontro avviene sempre più spesso in sede “privata” con ingaggi diretti che hanno il vantaggio di una più serena e consapevole collaborazione, a tutela di entrambe le parti.

Yngve Slyngstad CEO at Norges Bank Investment Management

Collaborazione “serena e consapevole” ha le sue fondamenta nella completa comprensione del piano di sviluppo dell’azienda, della sua strategia, perchè chiunque prima di dare i soldi a qualcuno vuole sapere questo qualcuno cosa ne farà, unica garanzia per vederseli non sono restituiti ma anche moltiplicati.

L’argomento però è totalmente ignorato da tutti. In primis dalle regolamentazioni delle autorità finanziarie (basta guardare in casa nostra le documentazioni richieste da Consob per un IPO e per la continuazione delle contrattazioni) e dei proprietari delle piazze borsistiche (idem per Borsa Italiana). Poi dalle stesse aziende che non sono in grado di esprimere in maniera compiuta e pubblica le loro intenzioni. Per ultimo anche gli investitori non sono in grado di farne richiesta circostanziata e precisa, minacciando nel caso il ritiro del loro appoggio. Infatti si affidano ancora a pratiche desuete di valutazione figlie dell’economia del secolo scorso che non esiste più.

Un ritorno al senso originale dell’incontro tra domande e offerta di proprietà azionaria deve allora recuperare questa dimensione strategica, fortemente richiesta da chi investe e chi riceve gli investimenti, stimolandola e rappresentandola correttamente. In difetto non accadrà nulla di male: la borsa, come la conosciamo oggi, lentamente si spegnerà lasciando il posto a modalità più innovative di investimento.
Come quelle che i norvegesi stanno iniziando a cercare. (Luciano Martinoli Wall Street Italia)

Bologna: laurea ad honorem a Soros per aver speculato 30mila miliardi ai danni dell’Italia

Bologna: laurea ad honorem a Soros per aver speculato 30mila miliardi ai danni dell'Italia

1. LEGGERE LA DIFESA DI DE BENEDETTI DAVANTI ALLA CONSOB CHE LO STAVA ACCUSANDO DI INSIDER TRADING CI REGALA L’IMMAGINE DI UN MARCHESE DEL GRILLO DALL’ACCENTO TORINESE 2. SI PAVONEGGIA DI ESSERE DIVENTATO ‘’’L’ADVISOR GRATUITO, SALTUARIO E SENZA IMPEGNI’’ DI MATTEO RENZI, CON UNA PARTICOLARE LICENZA: “IL DIRITTO DI DIRGLI CHE E’ UN CAZZONE” 3. SUL RAPPORTO CON BANKITALIA CDB SI SUPERA: ‘’BANKITALIA VUOL PARLARE CON ME PERCHÉ, MORTI AGNELLI E PIRELLI, RIMANGO L’UNICO DELL’ESTABLISHMENT CHE CONTA’’ 3. “DI ECONOMIA RENZI CAPISCE ONESTAMENTE POCO, GLI INTERESSA DI PIÙ LA POLITICA” 4. “A EZIO MAURO DELLE COSE ECONOMICHE E FINANZIARIE NON GLIENE FOTTE NULLA”

Giacomo Amadori per la Verità

CARLO DE BENEDETTICARLO DE BENEDETTI

Leggere la difesa dell’ ingegner Carlo de Benedetti davanti alla Consob che lo stava accusando di insider trading ci regala l’ immagine di un Marchese Del Grillo dall’ accento torinese. Sembra di vederlo lì, tronfio, mentre gioca al gatto con il topo con i due funzionari schiacciati dal suo carisma. «Usiamo come dire un atteggiamento un po’ inquisitorio, ma ci tocca», quasi si scusa uno dei due ispettori. «Ma è il vostro compito», lo assolve magnanimo Cdb. Il quale «sproloquia» (parole sue) sulle stanze del potere italiano, dove lui quasi può permettersi di aggirarsi in vestaglia.

mario calabresi carlo de benedettiMARIO CALABRESI CARLO DE BENEDETTI

 

Spiega di essere di casa a Bankitalia, dove frequenta il governatore Ignazio Visco «per parlare di problemi generali, però ecco anche nella mia veste di presidente dell’ Espresso mi interessa sapere che cosa pensi la Banca d’ Italia, e anche loro credo che abbiano interesse a vedere me, perché sono l’ ultimo grande vecchio che è rimasto in Italia, ecco».

ezio mauro con matteo renzi e carlo de benedettiEZIO MAURO CON MATTEO RENZI E CARLO DE BENEDETTI

 

Immaginiamo la faccia dei due ispettori davanti a questa confessione, in un Paese in cui il termine «grande vecchio» evoca complotti e misteri irrisolti. Ma è chiaro che l’ ottantatreenne Marchese del Grillo sabaudo si diverte a impressionare i suoi inquisitori: «Insomma io ho cominciato un po’ prima di quelli che erano i miei colleghi, cioè Agnelli, Pirelli, a parte Gardini che si è sparato, ma diciamo facevamo parte di un certo establishment che oggi non c’è più; l’ unico superstite per ragioni anagrafiche, perché ero entrato in quel giro di persone più giovane; a 40 anni Agnelli mi aveva chiamato a fare l’ amministratore delegato della Fiat – che non è proprio una cosa normale – per cui sono entrato un po’ più giovane e mi sono trovato a essere l’ unico perché gli altri sono morti, ecco. Non per merito ma per decorrenza dei termini, come si dice».

renzi & de benedettiRENZI & DE BENEDETTI

 

 

Ma è sul rapporto con Renzi, trattato come una specie di famiglio, che Cdb si supera. Il 15 gennaio 2015, il giorno in cui il premier gli avrebbe soffiato la notizia sulla riforma in arrivo delle Popolari, si sarebbe recato a Palazzo Chigi solo per una forma di cortesia: «Sarebbe stato poco educato non riprendere i contatti con lui dopo che avevo fatto le vacanze di tre settimane, cioè roba seria, da vecchio che se lo può permettere. E allora sono andato da Renzi. Renzi era anche lui preoccupato della Grecia, ma diciamo però molto meno di Panetta (vicedirettore generale di Bankitalia, ndr), nel senso che poi a lui interessano sempre di più le cose italiane, e le cose di più breve termine».

carlo de benedetti agnese renziCARLO DE BENEDETTI AGNESE RENZI

 

Per De Benedetti a Renzi interessano «le cose più di quadro generale: un po’ perché di economia capisce onestamente poco, cioè non è la sua specialità, e un po’ perché, secondo me, non gli interessa neanche molto, cioè gli interessa di più la politica, lui è un uomo politico, veramente!». L’ Ingegnere ci tiene a far sapere che lui e Renzi sono in grande confidenza: «Parliamo delle cose più varie, che so del comportamento di un ministro () di che cosa aveva fatto o della nullità della, del ministro e del fatto che l’ altro non sapeva delle difficoltà di rapporti con il ministero dell’ Economia».

 

CARLO DE BENEDETTI AGNELLICARLO DE BENEDETTI AGNELLI

Quando Renzi, all’ epoca sindaco di Firenze, chiede all’ ingegnere di conoscerlo e di poter ricorrere a lui per ricevere consigli, Cdb diventa «l’ advisor gratuito, saltuario e senza impegni» del segretario del Pd, con una particolare licenza: «Con il diritto di dirgli che era un cazzone quando – chiedo scusa alle signore – mi sembrava fosse il caso. Sono cose che faccio. Per esempio adesso sull’ attacco alla Merkel non sono minimamente d’ accordo. Lui lo fa lo stesso, eh! Ma proprio perché io sono semplicemente un signore, un vecchio signore che ha la facoltà, il privilegio di essere ascoltato e la facoltà di dire quello che vuole».

 

 

CARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHICARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHI

De Benedetti respinge le accuse di insider trading sempre giocando sulla sua età: «Avendo compiuto 81 anni e desiderando anche avere una vita un po’ più tranquilla non mi caccerei in una situazione dove potrei perdere la reputation anche in relazione al fatto che l’ unica cosa che mi è rimasta, per mia volontà, è la presidenza dell’ Espresso, che se domani viene fuori che io ho fatto dell’ insider trading sulle banche Popolari io posso dimettermi dall’ Espresso, domani mattina, perché è una cosa che non sta bene».

 

Poi gli ispettori gli chiedono se abbia parlato con qualcuno degli argomenti affrontati con Renzi e in particolare della riforma delle banche Popolari.

La risposta è immediata: «Con Ezio Mauro: il direttore, l’ ex direttore di Repubblica, perché, normalmente, se ci sono degli argomenti che apportano un certo interesse per il giornale della parte, chiamiamola, Renzi, se intuisco che Nannicini è in crescita e Rosa è in decrescita nell’ opinione di Renzi dico a Ezio: “Guarda che ho sentito che quello lì è caduto un po’ in disgrazia”. Però l’ unica persona è Mauro».

 

 

ezio mauro luigi vicinanza carlo de benedettiEZIO MAURO LUIGI VICINANZA CARLO DE BENEDETTI

Il discorso di Cdb è un po’ ingarbugliato e i collegamenti logici poco chiari e allora l’ ispettore prova a domandare all’ ingegnere se sia sicuro di aver incontrato Mauro e di avergli riferito le questioni di cui aveva discusso con Renzi. De Benedetti ingrana una rapida retromarcia: «No, non sono assolutamente sicuro. Le dico: incontrato no, perché quella settimana non l’ ho incontrato.

 

Ho verificato l’ agenda. Mentre telefonate, ci parliamo due volte al giorno per cui non voglio, non glielo so dire, però a Mauro delle cose economiche e finanziarie non gliene fotte nulla proprio come sua mentalità per cui non parlo mai con lui quando c’ è qualcosa perché parlo con Fubini o qualcuno della parte economica». (Dagospia.com)

BERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTIBERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTImario calabresi carlo de benedettiMARIO CALABRESI CARLO DE BENEDETTIfederico fubiniFEDERICO FUBINIcarlo de benedetti fedele confalonieri 3CARLO DE BENEDETTI FEDELE CONFALONIERI 3carlo de benedetti fedele confalonieri 8CARLO DE BENEDETTI FEDELE CONFALONIERI 8Carlo De Benedetti 55CARLO DE BENEDETTI 55CARLO DE BENEDETTI JOHN ELKANNCARLO DE BENEDETTI JOHN ELKANN

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Prima del decreto Renzi su Popolari Carlo De Benedetti ne acquistò i titoli, ma non quelli di BPVi… Lui sapeva che non era di “elevato standing”, Bankitalia no?

Carlo De Benedetti, indagine su plusvalenze in Borsa nei giorni del decreto del governo sulle Popolari

 

Nelle varie audizioni alla commissione bicamerale di inchiesta, trasmesse in diretta web tv, abbiamo tutti assistito ad un valzer di autoassoluzioni, dopo un primo round in cui sono volati gli stracci tra Banca d’Italia e Consob proprio sulla vicenda dei controlli sulle banche venete, finite a giugno 2017 in LCA (leggasi fallimento). Dopo questa parentesi, in ogni caso poco edificante, tutti i vigilantes del sistema bancario chiamati in audizione hanno reso testimonianze avanti la Commissione di Inchiesta sulle banche dichiarando come in realtà avessero svolto il compito loro affidato facendo tutto quanto era nelle rispettive competenze, riconoscendo talvolta qualche difetto di comunicazione tra le Authority e scaricando le colpe maggiori sulla novellata normativa voluta dall’Europa.

Consob ha tentato di scaricare qualche colpa su Bankitalia che non l’aveva tempestivamente informata sugli esiti di talune ispezioni poco favorevoli su Banca Popolare di Vicenza, mentre i vigilantes di Palazzo Koch hanno dichiarato e ribadito più volte come i problemi di Vicenza non fossero poi così preoccupanti e/o come dai report stringati inviati alla consorella Consob, in ogni caso i messaggi di allarme (warning) fossero oltremodo comprensibili.
Fatto sta che il funesto epilogo delle due popolari venete è a tutti tristemente noto, con i reali problemi delle due banche locali che sono emersi in tutta evidenza solo dopo la prima ispezione della BCE del 2015, post vigilanza unica europea.

Ma ecco che il 10 gennaio dalle pagine di svariati quotidiani apprendiamo come, intercettato dagli inquirenti ai primi di gennaio 2015, qualcuno fosse molto bene informato sullo stato di salute della Banca Popolare di Vicenza, tanto da non ordinarne di fatto l’acquisto delle azioni (che all’epoca valevano ancora 62,5 euro) al proprio broker, nonostante con lo stesso avesse deciso di acquistare azioni di banche popolari costituendo un basket di sei titoli della specie, in vista di una imminente riforma del settore allo stesso assicurata dal premier dell’epoca, Matteo Renzi che, da quanto emerso nella telefonata intercettata, lo aveva tranquillizzato sul punto con un testuale “passa”.Carlo Benedetti 131029220722

 

Ma chi era costui, così bene informato sullo stato di salute della popolare berica ?

In effetti qualche mese dopo il valore delle azioni della Popolare di Vicenza sarebbe stato ridotto d’autonomia dal CdA di Zonin a 48 Euro, per poi definitivamente crollare l’anno successivo a soli 10 ctmi di euro … Il resto è storia nota.

Ecco che parecchi quotidiani oggi hanno citato le frasi incriminate oggetto di intercettazione, proferite dall’Ing. Carlo De Benedetti, meglio conosciuto anche come la tessera n. 1 del Partito Democratico.
Ma nella telefonata intercettata De Benedetti precisa anche di essere stato qualche giorno prima a colloquio in Banca d’Italia …
In effetti tale informazione parrebbe essere oltremodo corretta, dato che lo stesso Giuseppe Vegas, all’epoca Presidente di Consob, in audizione alla commissione bicamerale di inchiesta avrebbe riferito tanto di una indagine aperta dall’Authority per insider trading quanto di colloqui riscontrati tra il Dott. Fabio Panetta (Vice Direttore di Banca d’Italia) e lo stesso De Benedetti (avvenuti tra il 15 ed il 19 gennaio 2015).

L’ingegnere Carlo De Benedetti (Imagoeconomica)L’ingegnere Carlo De Benedetti (Imagoeconomica)

Ecco che alla luce della LCA delle due popolari venete, un interrogativo sorge spontaneo: De Benedetti ha saputo, oltre che della imminente riforma del settore, delle difficoltà della BPVi tanto da evitarne l’acquisto delle azioni, dalla stessa Banca d’Italia oppure dal premier Matteo Renzi?

O invece l’Ingegnere è stato semplicemente un bravo ed oculato analista di bilanci della banca di Gianni Zonin?

Delle due l’una.

Certo è che a gennaio 2015, dopo aver appena superato gli stress test della BCE con la conversione in extremis di un bond convertibile, la Popolare di Vicenza era per Banca d’Italia quel possibile “partner di elevato standing” cui doveva rivolgersi la traballante Banca Etruria, al punto che gli ex vertici (deposti ai primi di febbraio 2015 in forza del commissariamento) sono stati multati da Palazzo Koch proprio per non avere portato all’attenzione dei competenti organi deliberanti l’offerta di acquisto manifestata dalla Popolare di Zonin!.

Ergo, se i colloqui tra Banca d’Italia e De Benedetti ci sono effettivamente stati, come pare stanti le dichiarazioni di Vegas in Commissione Banche, sarebbe stato appena sufficiente chiedere al patron della CIR un parere sulla Banca Popolare di Vicenza e magari la vigilanza di Palazzo Koch avrebbe aguzzato gli occhi, risparmiando una figuraccia al Paese, nonchè il falò di decine di miliardi di ignari risparmiatori.

Altro che, adesso a buoi scappati e morti, favorire e propagandare l’educazione finanziaria dei cittadini.

Silvano Trucco, ex direttore generale di Bene banca commissariata “in via preventiva” (VICENZAPIU)

Decolla la «Milano mania» ed esplode la moda del taxi elicottero

La decisione di Leonardo, tra i maggiori gruppi mondiali dell’aerospazio, difesa e sicurezza di aprire una base di manutenzione per gli elicotteri AgustaWestland a Milano Linate Prime, il terminal riservato ai voli privati business and leisure (viaggi d’affari e tempo libero), è a suo modo un segno dei tempi. Un segno della nuova vocazione di Milano, la metropoli dei grattacieli, la Milano che da città puramente d’affari si sta trasformando in una destinazione turistica d’avanguardia, lo città dello shopping e del lusso, polo d’attrazione per una clientela sempre più internazionale. E Sea Prime (100% Sea), gestore di Milano Linate Prime, asseconda questo mutamento

HOVERFLYSAM - scuola di volo brevetto elicottero

«L’accordo con Leonardo – nota Giulio De Metrio, presidente di Sea Prime e Chief operating officer di Sea – avviene in un momento di crescita per il nostro scalo, anche per il traffico elicotteristico. Quella di Milano Linate Prime è stata una scelta naturale per Leonardo e ci permette di ampliare l’offerta di servizi esclusivi e ad alto livello a Milano Linate Prime, portando valore aggiunto ai nostri clienti».

Milano Linate Prime, primo scalo di business aviation in Italia e tra i primi in Europa, ha chiuso il 2017 con oltre 21mila movimenti aerei (+3% sull’anno prima). Sempre nel 2017, i movimenti con elicotteri Leonardo a Milano Linate Prime sono cresciuti del 10% sul 2016 (1.650 in valore assoluto), come pure il peso trasportato, salito del 4% (a quota 5,1 tonnellate).

 

Gli elicotteri in questione sono i modelli AgustaWestland AW109 e AW139 configurati per la clientela privata e commerciale. Possono trasportare fino a un massimo di 16 passeggeri, più il pilota. L’AW139, in particolare, rappresenta il prodotto di maggior successo negli ultimi 15 anni per tutta l’industria elicotteristica mondiale, con oltre mille unità vendute e 900 in servizio in tutto il mondo per vari compiti compreso il trasporto Vip. L’AW109 è punto di riferimento nel trasporto Vip a livello mondiale, apprezzato per le elevate prestazioni e velocità. Entrambi i modelli sono assemblati presso lo stabilimento di Vergiate in provincia di Varese.

I servizi di manutenzione saranno effettuati in un hungar di circa mille metri quadrati nello scalo di Milano Linate Prime. «I servizi di supporto, manutenzione e addestramento – spiegano i manager di Leonardo – rappresentano una componente fondamentale dell’offerta in risposta all’esigenza del mercato che richiede non solo elicotteri moderni, sicuri e affidabili ma anche pacchetti completi di servizi post-vendita. In questo modo è possibile garantire che l’elicottero voli quando necessario, mantenendo elevati gli standard di affidabilità e sicurezza». Con oltre 100 centri di manutenzione e addestramento dedicati al mercato elicotteristico in tutto il mondo (ora si aggiunge anche quello di Linate), Leonardo punta a essere sempre più vicina ai propri clienti, in particolare nelle aree in cui operano i propri elicotteri.

Leonardo è leader mondiale nel settore del trasporto elicotteristico privato (Vip/corporate) con una quota di mercato del 50% per gli elicotteri bimotore (gli altri player mondiali che producono elicotteri civili impiegati anche per trasporto Vip sono Airbus in Europa e le società Bell e Sikorsky negli Usa).

Intanto Sea Prime raddoppia e, dopo Linate, progetta lo sbarco a Malpensa, destinazione molto richiesta dalla ricca clientela araba: nel febbraio 2019 verrà inaugurato un terminal da 1.400 metri quadrati, riservato ai jet privati, denominato Milano Malpensa Prime.(MARCO MORINO IL SOLW 24 ORE)

 

INSIDER TRADING DE BENEDETTI-RENZI: I GIUDICI INSABBIANO

La procura di Roma del solerte giudice Giuseppe Pignatone aveva di nascosto rattamente archiviato il reato di insider trading di Matteo Renzi e Carlo De Benedetti. I giudici Giuseppe Pignatone e Stefano Pesci avevano cioè prontamente archiviato il reato grazie al quale Carlo De Benedetti ha guadagnato ben 600 mila euro, cioè avendo avuto da Renzi la notizia preventiva del decreto d’urgenza – che urgente non era – sulla trasformazione delle banche popolari in società per azioni.

Ora è stato invece aperto, sempre da Pignatone e l’altro, un piccolo fascicolo contro chi ha riferito la faccenda e l’imbroglio di Carlo De Benedetti e di Renzi. Pur di scagionarli, i giudici della procura di Roma hanno addirittura messo per iscritto una ridicolaggine su cui possiamo davvero sghignazzare tutti, se non fosse vera tragedia, e cioè che se De Benedetti avesse davvero saputo da Renzi del decreto sulle popolari avrebbe investito più di 5 milioni di euro. Certo, De Benedetti avrebbe potuto investire tutti i soldi degli italiani, cioè i nostri soldi che i governi di sinistra mai eletti dagli italiani – Monti-Letta-Renzi-Gentiloni – e loro amici in affari gli hanno fatto avere ad esempio dalla banca sinistra Monte dei Paschi di Siena i cui debiti monstre vengono messi costantemente sul conto di noi italiani.

Mentre dunque l’illegittimo Renzi al governo con l’imbroglio arricchiva le tasche del fuggito all’estero De Benedetti, tessera numero uno del Pd dotato di bottino estorto agli italiani, Renzi stesso con Boschi, Padoan, Lotti e compagni mandavano, tramite distruzione del sistema bancario italiano per decreti d’urgenza che urgenti non erano, letteralmente a morire ammazzati, o meglio a morire suicidati, i risparmiatori italiani depredati e turlupinati.

Vale a dire che mentre i risparmiatori italiani venivano saccheggiati da Renzi- Boschi al governo, Renzi- Boschi medesimi davano a De Benedetti le informazioni utili per fargli lucrare 600 mila euro in un colpo secco grazie a speculazione truccata sui titoli delle banche, compresa Etruria. Il reato di insider trading, lo si ricorda qui, consiste nel sfruttare notizie riservate per trarne guadagni e punisce chiunque, nel caso specifico De Benedetti, che ha effettuato operazioni su strumenti finanziari sulla base di informazioni privilegiate acquisite in virtù della propria posizione.

Quindi, al contrario di ciò che hanno inteso nascondere i pm romani, nell’operazione di De Benedetti sulle popolari trasformate in società per azioni con decreto d’urgenza di Renzi- Boschi, c’è non solo l’intera fattispecie delittuosa del reato di insider trading ma, anche quelli di abuso di potere di Renzi- Boschi e compagni, di rivelazione di notizie sensibili, e del reato penale di strumentalizzazione della cosa pubblica per interessi economici e fini personali “politici” propri.

Si tratta cioè di reati puniti non solo penalmente ma che lo devono essere anche politicamente, con l’allontanamento dalla cosa pubblica dei rei ed il risarcimento di quanto causato. De Benedetti, si sarà ampiamente sdebitato con il bulletto illegittimo e compagni. Dal governo illegittimo tanto quanto dalla Svizzera Renzi- Boschi ordivano contro l’Italia e gli italiani). Ricoprendo un ruolo e la funzione pubblica – non a caso rubati – Renzi ha utilizzato la propria posizione e i pubblici poteri per conseguire e fare conseguire ingiusti vantaggi a Carlo De Benedetti tessera numero uno del Pd. Si controllino bene tutte le operazioni e i passaggi del periodo antecedente e successivo al decreto sulle popolari, soprattutto le contribuzioni ed i contributori alla fondazione Open di Renzi. Si guardino bene gli acquisti dei titoli delle banche popolari un po’ più distanti e non solo a ridosso della pubblicazione del decreto “d’urgenza” e, conseguentemente, si guardi chi ha realizzato ogni plusvalenza, tra chi frequentava Renzi, ad esempio dai tempi molto precedenti della Leopolda.

Si vedrà che il programma a frega italiani ed a vantaggio di alcuni sinistri, tra cui De Benedetti, era da tempo nelle corde di Renzi e compagni. L’intercettazione tra Carlo De Benedetti e il suo intermediario finanziario dopo le comunicazioni fornite dallo spione Matteo Renzi dimostrano in tal modo manifestamente il corto circuito ed il collasso del sistema marcio italiano in cui vorrebbe regnare un potere politico familistico e amorale costruito su scambi di favori e truffe agli italiani, informazioni privilegiate e tasse da orbi contro noi tutti, speculazione finanziaria e incassi economici e politici personali privati su operazioni e provvedimenti pubblici.

In Italia i giudici inventano di sana pianta i reati, si pensi al concorso esterno che nei codici non è scritto, non esiste, ma per il quale ad esempio Dell’Utri viene tenuto a marcire in galere, in compenso gli stessi giudici sinistri non indagano ed insabbiano – malamente, come si è visto – i reati codificati, cioè quelli che il legislatore ha votato ed inserito nei codici italiani, come il reato di insider trading. Per Renzi e De Benedetti i giudici seppelliscono gli italiani ed i nostri interessi, analogamente a quanto fatto già ad esempio per Roberto Rossi, il pm promosso procuratore di Arezzo, per i numerosi insabbiamenti ed archiviazioni a favore di papà Boschi e per Banca Etruria.

Gli italiani rimangono bistrattati, non tutelati né protetti, non difesi dai loro/nostri stessi giudici, paurosi pavidi e vili con De Benedetti. Che vogliamo fare? Come organizzarci? ( Francesca Romana Fantetti Scenarieconomici)

SDENG! DER SPIEGEL STRONCA QUEL “FICO” DI FARINETTI – DOPO “THE GUARDIAN”, ANCHE IL SETTIMANALE TEDESCO MASSACRA LA DISNEYLAND DEL CIBO DELL’AMICO DI RENZI – “ALL’INAUGURAZIONE SEMBRA DI ESSERE DA DON CAMILLO E PEPPONE” – “FARINETTI CONFONDE GOEBBELS CON GOETHE”

 

Da www.antonioamorosi.it

 

farinettiFARINETTI

Der Spiegel, la più importante rivista tedesca che ha una tiratura di quasi un milione di copie a numero, stronca Fico, la disneyland mondiale del cibo nata a Bologna il 15 novembre scorso e il suo ideatore Oscar Farinetti, ex patron degli elettrodomestici Unieuro e ora di Eataly (che ha uno megastore anche a Monaco di Baviera).

 

Lo aveva già fatto The Guardian, ora è il turno dei tedeschi con Walter Mayr che attraverso le autorevoli pagine di Der Spiegel scatta una foto ironica e tagliente di Fico e Farinetti. I tedeschi, che dedicano 2 pagine all’impresa, proprio non capiscono come sia possibile che in Italia l’inaugurazione di un centro commerciale diventi una cerimonia di Stato.

Der Spiegel farinetti FicoDER SPIEGEL FARINETTI FICO

 

Tra stalle e stand si muovono il presidente del consiglio, 4 ministri, l’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi, con vescovi, prelati e sindaci. Sembra di essere tornati all’Italia di «Don Camillo e Peppone», racconta Der Spiegel. Farinetti, l’imprenditore di sinistra che vuole vendere l’eccellenza italiana con i principi di Paperino, Topolino e la Banda Bassotti guida la parata con i suoi «grandi baffi» mentre «mastica il chewingum». Uno capace di confondere «Goebbels con Goethe».

 

oscar farinettiOSCAR FARINETTI

Un sacrilegio per i tedeschi confondere, come fece Farinetti, in una delle tante ospitate da Lilli Gruber su La 7, «Goebbels con Goethe». Sarebbe come se noi italiani scambiassimo una frase di Totò Riina con un verso di Dante o gli anglosassoni citassero Charles Manson pensando sia Shakespeare. Ma Mayr la butta lì con leggerezza perché Farinetti è tipo da «dire di se stesso che a volte confonde numeri e nomi». Che ci vuoi fare.

FICO FARINETTI1FICO FARINETTI1

 

Der Spiegel usa il libro Coop Connection (di Antonio Amorosi, edizioni Chiarelettere) per raccontare i retroscena di questo mondo italiano di strapaese che sta in piedi grazie alle connection del sistema coop e ai tenutari nazionali e locali del Pd.

 

Fico è la bandiera del bio e dell’eccellenza italiana. Mayr sottolinea, come raccontato nel libro, la presenza a ridosso di Fico dell’inceneritore che emette cadmio (è cancerogeno) in  quantità superiore a quella di altri inceneritori. Ma neanche questo incrina le sicurezze di Farinetti che racconta di essere onesto. Lui è figlio di partigiani e il padre gli ha insegnato determinati valori. (DAGOSPIA.COM)

PURE I PRINCIPI METTONO MANO AL PORTAFOGLIO – TUTTO A CARICO DEI TORLONIA L’AUMENTO DI CAPITALE DA 80 MILIONI DELLA BANCA DEL FUCINO – LO HA IMPOSTO UN’ISPEZIONE DI BANKITALIA (DURATA 5 MESI), DOPO UNA PERDITA DI 47 MILIONI CAUSATA DALLE RETTIFICHE DI BILANCIO PER LE SOFFERENZE (120 MILIONI)

Da il Sole 24 Ore Radiocor Plus

 

marmi della collezione torloniaMARMI DELLA COLLEZIONE TORLONIA

Si concludera’ entro fine gennaio la maxi ricapitalizzazione da 50 milioni di Banca del Fucino, la piu’ antica banca privata romana, secondo quanto risulta a Radiocor. A sostenerne interamente il peso sara’ la famiglia azionista: i Torlonia che alla fine del 2016 erano gia’ intervenuti con un versamento a fondo perduto da 30 milioni.

 

VILLA TORLONIAVILLA TORLONIA

La banca, secondo quanto si ricava dagli atti ufficiali (la ricapitalizzazione non e’ mai stata annunciata, nella linea della riservatezza totale imposta dal suo deus ex machina, il principe Don Alessandro Torlonia recentemente scomparso), ha deliberato la ricapitalizzazione in agosto dietro input della Banca d’Italia che l’ha sottoposta ad una lunga ispezione, avviata nel febbraio scorso e conclusasi a luglio con la richiesta di ricapitalizzare.

 

 

Banca del FucinoBANCA DEL FUCINO

Banca del Fucino ha chiuso il bilancio 2016 con una perdita di 47,54 milioni su cui hanno pesato rettifiche draconiane dei crediti deteriorati: oltre 140 milioni (86 milioni l’anno precedente) di cui 120 milioni di sofferenze. A presiedere la banca oggi e’ il 38enne Alexander Francis Poma Murialdo, nipote di Don Alessandro, e a guidarla e’ il direttore generale, Giuseppe di Paola. ( DAGOSPIA.COM)

ALESSANDRO POMA MURIALDO GIUSEPPE DI PAOLAALESSANDRO POMA MURIALDO GIUSEPPE DI PAOLA

Le ragazze e i ragazzi che sfidano la mafia in Calabria

Chiara Pirroncello nel suo laboratorio di tessitura artigianale a Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, luglio 2017. (Andrea Sabbadini, Buenavista photo)

In molti paesi della Calabria è ancora vivo il ricordo delle majistre, maestre, e dei loro segreti. Le uniche donne a saper preparare i telai erano anche le uniche a conoscere a memoria i cunti, racconti, una parola che indica le nenie con cui accompagnavano il loro lavoro. Per capire la difficoltà del loro lavoro, basti pensare che nelle maglie di un telaio potevano passare fino a 1.800 fili, e che dalle loro combinazioni dipendeva la riuscita e il successo del prodotto.

Si trattava di un’arte complessa e sofisticata, che grazie alla sua inaccessibilità ha consentito alle majistre di conservare per secoli lo status di sacerdotesse. Neppure le tessitrici, che usavano i telai ogni giorno, potevano accedervi. Così è stato finché la modernità e le macchine per cucire hanno reso superfluo il sapere di quasi tutte le maestre e inutilizzabili la quasi totalità dei telai che molte famiglie avevano in casa. Dietro l’avverbio “quasi” si nasconde una storia che parla di riscatto e alternative in una terra che si immagina sempre uguale a se stessa, raccontata quasi sempre nelle pagine della cronaca nera, e spesso con visioni molto stereotipate.

La storia è quella di un gruppo di ragazze e ragazzi della Locride impegnati nel movimento locale antimafia, che ha avuto l’intuizione di rispolverare i telai e mettersi alla ricerca delle poche majistre ancora in vita. Erano coscienti che il mercato locale non sarebbe bastato a pagare le lavoratrici in modo adeguato. Per questo si sono sforzati di pensare a una soluzione praticabile e hanno concluso che l’unico modo per recuperare la tradizione fosse puntare a prodotti di qualità per un mercato di fascia alta. Hanno carpito i segreti delle ultime maestre, coinvolto le tessitrici rimaste e chi aveva voglia di imparare il mestiere. Hanno creato una rete di tessitrici, recuperato i telai e cominciato a realizzare moderni capi d’abbigliamento con disegni tradizionali.

Un patrimonio da salvare
È nato in questo modo un marchio di moda ecoetica, in cui non solo la produzione è artigianale, ma i tessuti sono rigorosamente biologici, il lavoro è ben retribuito e la mafia è tenuta alla porta. L’hanno chiamato Cangiari, che vuol dire cambiare. Con loro collabora Chiara Pirroncello, che sono andato a trovare nel suo laboratorio a Chiaravalle, un piccolo comune del catanzarese a ridosso delle Serre calabresi.

Chiara Pirroncello è una delle eredi della tradizione telaistica, portata avanti con pochissime altre donne, unite dalla volontà di rinnovarla. Come molte altre ragazze e ragazzi in Calabria, sconta gli stereotipi su un meridione raccontato ancora a tinte fosche, ma allo stesso tempo con la sua attività smentisce questo paradigma. È dinamica, ha un legame forte con le origini ma sa riconoscere cosa non va nella sua regione, ed è attenta a quello che succede nel mondo. Era anche emigrata, però poi, a differenza di molti suoi coetanei, è tornata.

E lo ha fatto con l’intento preciso di impedire che un intero patrimonio di conoscenze sparisse insieme alle anziane majistre e tessitrici. Sua madre era l’ultima tessitrice a mano di Chiaravalle. Quando le aveva detto che voleva accedere ai segreti della sua arte, si era sentita rispondere: “Se vuoi imparare, devi prima procurarti un tuo telaio”. Ne ha trovati due in famiglia, senza difficoltà. Il più antico, ottocentesco, era della nonna di un suo cugino, che lo teneva smontato in cantina; l’altro, di quelli che fino a cinquant’anni fa erano utilizzati in ogni casa per tessere i corredi nuziali o lavorare il lino e la ginestra, era della cugina di un suo cugino. Sulla falsariga di questi due ne ha fatto costruire un terzo da un falegname. La cosa più difficile è stata imparare a usarli.

Se commetti un errore in una delle fasi di preparazione, te lo porti dietro fino alla fine
Il coraggio è il superamento della paura.

“L’unica fonte era mia madre, che però era una tessitrice, non una majistra”, dice. Per spiegare quanto la majistra fosse restia a trasmettere le sue conoscenze, racconta un aneddoto: “Una volta mia madre aveva bisogno di sostituire un pezzo rotto del suo telaio e chiese alla majistra di dargliene uno integro per portarlo da un falegname a farlo duplicare. Ma la donna accampava scuse in continuazione, era chiaro che non voleva darglielo. Così, un giorno che la majistra era uscita, andò a casa sua e se lo fece prestare dal marito, lo fece riprodurre e lo riconsegnò in tempo”.Frase del giorno 31.03.2017

Per questo sua madre non conosceva le nenie con cui le maestre distinguevano una trama dall’altra. La sua era una memoria basata sulla pratica. “Molti segreti li aveva rubati osservando la preparazione dei telai”, spiega. Solo in qualche caso si serviva di “scritti molto elementari, simboli segnati su pezzi di carta” per distinguere una combinazione dall’altra.

“Se non sei una majistra con anni di esperienza ricordare tutto a memoria è molto difficile”, dice Pirroncello. Così ha trascritto tutto quello che sua madre le ha raccontato e poi ha seguito un corso di tessitura a Modena, dove ha vissuto per quattro anni. Ora è capace di fare tutto da sé: prepara l’ordito, programma il telaio e realizza tessuti tradizionali.(, giornalista INTERNAZIONALE)

Anche Palladio prepara la sua Spac. Con l’appoggio di Banco Bpm e Intesa Sanpaolo

Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago

Palladio Holding ha allo studio il lancio di una Spac (Special purpose acquisition company) con target di raccolta 80-100 milioni di euro. Lo scrive oggi MF Milano Finanza, precisando che la holding d’investimento di Vicenza promossa da Giorgio Drago (amministratore delegato e direttore generale) e Roberto Meneguzzo, oggi presieduta da Roberto Ruozi, è affiancata nel progetto da Banca Akros (gruppo Banco Bpm).

Lo stesso Banco Bpm potrebbe essere un investitore importante della Spac, così come Intesa Sanpaolo, mentre Palladio conterebbe sul contributo, oltre che di  vari investitori istituzionali italiani e stranieri, anche degli imprenditori del Nord Est, area tipica di competenza della finanziaria guidata da Drago.

Si tratterebbe, quindi, del terzo esempio di Spac istituzionale, cioé promossa non da persone fisiche, ma appunto da  soggetti istituzionali dopo IdeaMi, lanciata da Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) e DeA Capital (Gruppo De Agostini) e quotata all’Aim lo scorso dicembre, dopo aver raccolto 250 milioni (si veda altro articolo di BeBeez) e dopo  EPS Equita Pep Spac, lanciata da Equita group e Private Equity Partners e quotata all’Aim lo scorso fine luglio, dopo aver raccolto 150 milioni di euro dagli investitori  (si veda altro articolo di BeBeez). (BEBEEZ)

Caso De Benedetti, quale verità? Insider Trading e/o violazione del segreto d’ufficio?

debenedetti copy(ASI) Roma – Nella giornata di ieri la Procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti in merito alla fuga di notizie riguardanti le intercettazioni tra Carlo De Benedetti e il suo broker Gianluca Bolengo, della società Intermonte Sim Spa che si occupa degli investimenti dell’ingegnere; il reato ipotizzato è la rivelazione del segreto d’ufficio.

In data 20 gennaio 2015, il Consiglio dei Ministri approvò un decreto che obbligava le Banche Popolari, entro 18 mesi, a trasformarsi in Spa.
Quattro giorni prima, in un’intercettazione telefonica, l’ingegnere Carlo De Benedetti parlando con il suo broker Gianluca Bolengo, affermò che questa riforma sopra citata sarebbe stata sicuramente approvata, notizia datagli dall’allora premier Matteo Renzi. Con questo decreto le Banche Popolari dovevano quotarsi in borsa per poter diventare poi Società per Azioni; i loro titoli si alzarono molto velocemente grazie al decreto d’urgenza (non fu utilizzato l’usuale disegno di legge), facendo guadagnare denaro a chi li aveva acquistati nei giorni precedenti. Questa azione si chiama ‘Insider Trading’ ed è punibile per legge. Bolengo acquistò per conto di De Benedetti i titoli di sei banche che rientreranno successivamente nella riforma.
Il Presidente della Consob Giuseppe Vegas aprì un’istruttoria per movimenti anomali sui titoli e plusvalenze nei giorni precedenti all’approvazione del decreto; in particolare De Benedetti guadagnò 600 mila euro a fronte di 5 milioni di euro investiti. Sia Renzi che De Benedetti confermano di aver avuto contatti ma non di essersi scambiati informazioni così segrete e vantaggiose e che quest’ultimo venne informato della riforma da un’agenzia stampa. I magistrati hanno sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta avviata da tre anni per insider trading, ma – in attesa che il giudice decida se accettare la richiesta dei Pm – si esprimerà la Commissione parlamentare banche. Il caso andrà probabilmente verso l’archiviazione.
Sulla questione sono intervenuti di recente alcuni esponenti dei principali gruppi parlamentari italiani.
Uno dei primi ad attaccare l’ex premier e l’ingegnere è Luigi di Maio, candidato alla presidenza del Movimento 5 Stelle: “L’intercettazione tra Carlo De Benedetti e il suo intermediario finanziario è il capolinea di Matteo Renzi e del PD. Siamo di fronte al collasso di un sistema di potere familistico e amorale, costruito su scambi di favori, informazioni privilegiate e speculazione finanziaria”.
È dello stesso pensiero anche Alessandro Di Battista, anch’egli esponente del partito dei grillini:“Renzi è in difficoltà ed è evidente che sull’ennesimo scandalo bancario che questa volta lo coinvolge personalmente, mente spudoratamente. Qui la verità è che un imprenditore privato del Pd, finanziatore del partito ed editore del giornale di propaganda politica sempre dello stesso partito, come De Benedetti, è stato informato personalmente da Matteo Renzi, sia nei termini, nei modi, nella forma che nella sostanza, dell’imminente approvazione del suo governo del decreto, con effetti immediati, salva Etruria e salva banche popolari”.Tweet – See more at: Matteo Renzi si difende così ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta: “Tutto quello che ho fatto sulle popolari è pubblico e nelle mani della procura della Repubblica di Roma dove sono stato sentito da testimone. Quello che abbiamo fatto è perfettamente lecito. Perfino su Repubblica il giorno prima si parlava di quel provvedimento”.

Processo Olivetti, chiesti 6 anni per Carlo De BenedettiParla anche un portavoce dell’ingegnere Carlo De Benedetti ricordando in una nota: “Non vi è stato alcun abuso di informazione privilegiata da parte sua” sul decreto per le Popolari. “L’approvazione della norma – si legge nel comunicato – era ampiamente nota, al punto che UBS aveva tenuto una conferenza stampa sul tema due settimane prima, presso la Borsa di Milano, consigliando di acquistare azioni delle banche Popolari. Del resto, anche la Procura di Roma, investita della vicenda, a giugno dello scorso anno ne ha chiesto l’archiviazione”.

Per il centro-destra interviene Silvio Berlusconi che dichiara: “Io penso che se fosse capitato a me sarei già in croce – parla così ai microfoni di Radio 105 – vediamo come andrà a dipanarsi ma quel conflitto di interessi attribuito a me e alle mie aziende fa sorridere mentre vedo che il signor De Benedetti, i cui giornali hanno fatto campagna contro di me, oggi è stato preso con le mani nella marmellata”.

“La famigerata ‘tessera numero uno del Pd’ De Benedetti al cellulare affermò che Renzi gli disse che il decreto sarebbe passato. Ogni giorno emergono inquietanti conferme sugli intrecci tra banche, Pd e amici degli amici. Fuori i nomi e i cognomi di chi ha guadagnato dai provvedimenti dei governi della sinistra». Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia e candidato premier, Giorgia Meloni.

Il caso De Benedetti – Renzi è arrivato anche al Parlamento Europeo; l’eurodeputato Ignazio Corrao, coordinatore della campagna nazionale del Movimento 5 Stelle ha denunciato l’accaduto in Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni al Parlamento Europeo durante la discussione di un rapporto sull’indipendenza dei media.(AGENZIA STAMPA ITALIA)

VIDEO –

Banche, spunta anche la deposizione di De Benedetti. (TGLA7)

http://tg.la7.it/economia/banche-spunta-anche-la-deposizione-di-de-benedetti-11-01-2018-123622

I conti di Banca del Fucino vanno male: i principi Torlonia al via con una maxi ricapitalizzazione

I conti di Banca del Fucino vanno male: i principi Torlonia al via con una maxi ricapitalizzazione

Si concluderà entro fine gennaio la maxi ricapitalizzazione da 50 milioni di Banca del Fucino, la piu’ antica banca privata romana, secondo quanto risulta a Radiocor. A sostenerne interamente il peso sara’ la famiglia azionista: i Torlonia che alla fine del 2016 erano gia’ intervenuti con un versamento a fondo perduto da 30 milioni. La banca, secondo quanto si ricava dagli atti ufficiali (la ricapitalizzazione non e’ mai stata annunciata, nella linea della riservatezza totale imposta dal suo deus ex machina, il principe don Alessandro Torlonia recentemente scomparso), ha deliberato la ricapitalizzazione in agosto dietro input della Banca d’Italia che l’ha sottoposta ad una lunga ispezione, avviata nel febbraio scorso e conclusasi a luglio con la richiesta di ricapitalizzare.

Banca del Fucino ha chiuso il bilancio 2016 con una perdita di 47,54 milioni su cui hanno pesato rettifiche draconiane dei crediti deteriorati: oltre 140 milioni (86 milioni l’anno precedente) di cui 120 milioni di sofferenze. A presiedere la banca oggi e’ il 38enne Alexander Francis Poma Murialdo, nipote di don Alessandro, e a guidarla e’ il direttore generale, Giuseppe di Paola. 

A rallentare l’esecuzione dell’aumento, deliberato ad agosto, e’ stato anche il lutto che ha colpito la nobile famiglia romana: la scomparsa, a fine dicembre, di don Alessandro Torlonia, 92enne presidente onorario della banca, dopo esserne stato presidente per vari decenni, a partire dal 1947. Il principe Torlonia nel suo ultimo anno di vita non ha esitato a sostenere la ‘sua’ banca ottenendo la quasi unanimita’ della famiglia. La Societa’ Romana di Partecipazioni Sociali, immobiliare controllata attraverso la Torlonia Partecipazioni spa, e’ stato il veicolo del primo sostegno: i 30,4 milioni versati a fondo perduto a fine 2016 per destinarli ‘al patrimonio primario della banca computabile nel Tier1’.

Un versamento reso indispensabile dal fatto che alla fine di quell’anno Banca del Fucino avesse un Tier1 del 7,7% inferiore alla soglia dell’8,5% fissata dall’Autorita’ di vigilanza. La ricapitalizzazione, sempre secondo gli atti ufficiali, doveva essere compresa in una forchetta tra 30 e 60 milioni che e’ stata poi fissata a 50 milioni. Banca del Fucino dal 2016 ha cambiato il suo modello di business puntando sul modello della boutique finanziaria come dichiaro’ in un’intervista all’agenzia Radiocor lo stesso Poma Murialdo. Il bilancio 2016 da’ conto del cambio di rotta avviato con l’avvio del private banking e la maggiore spinta commerciale che ha permesso alle masse del risparmio gestito di balzare dai 643,3 milioni del 2015 agli 845 milioni del 2016. Per superare le difficolta’ legate ai crediti deteriorati Banca del Fucino ha poi riorganizzato l’area crediti, rivisto il suo modello di business, e rafforzato il top management con la nomina nell’aprile scorso del Vice direttore generale vicario Andrea Colafranceschi. (Citiwire)

Bonomi (Investindustrial): alle banche servono aumenti capitale per 10 mld

Per il finanziere “tutti lo sanno ma non lo dicono. E reperire mezzi freschi non sarà facile”.

Andrea Bonomi, presidente del fondo Investindustrial

Alle banche italiane servono subito aumenti di capitale fino a 10 miliardi. “Tutti lo sanno, ma non lo dicono”. Parola di Andrea Bonomi, fondatore di Investindustrial, che in un’intervista al quotidiano La Stampa si è pronunciato su diversi temi, senza tralasciare le banche che evidentemente secondo lui rappresentano ancora un tallone d’Achille. Tanto più che per il resto il suo “outlook” è positivo. 

“Questo è un buon momento per l’Italia. Il Paese è in crescita” mentre “i nostri competitori diretti hanno situazioni delicate da gestire: l’Inghilterra con la Brexit, la Spagna alle prese con la Catalogna, la Germania che stenta a creare un governo. Noi sembriamo un Paese potenzialmente tranquillo, anche se arriviamo all’ultimo momento a prendere la coda di una crescita di cui gli altri hanno goduto negli ultimi anni. Presumibilmente ci restano 2-3 anni buoni, non sprechiamoli. L’aver perso la prima parte di crescita è già un danno gravissimo”.

Bonomi non crede “che un imprenditore investa o non investa aspettando le elezioni. Sono importanti, ma non rappresentano una questione decisiva. Non danneggeranno l’appetito a investire in Italia nel breve termine. Gia’ oggi 1,9 miliardi, pressappoco il 40%, degli oltre 5 miliardi di investimenti che abbiamo, sono in Italia. Nel solo dicembre scorso abbiamo realizzato tre investimenti in Europa: la prima è stata l’italiana Ceme, leader mondiale nella produzione di pompe e valvole”. 

Alla domanda su quali settori punterete, Bonomi risponde: “Abbiamo una liquidità di 1,7 miliardi e intendiamo rimanere liquidi perché crediamo che gli anni buoni per gli investimenti debbano ancora arrivare. Verranno fuori occasioni anche inaspettate. Sono tanti i settori che necessitano di ristrutturazione. In Italia c’è una frammentazione eccessiva delle imprese. Il design ci interessa molto e poi l’industria”. 

Poi l’affondo sulle banche. Bonomi ritiene che le banche italiane abbiano “bisogno di un altro giro di aumenti di capitale. Lo sanno tutti, anche se non lo dicono. Escluse Unicredit e Intesa che per dimensione non ho analizzato, al sistema servono tra i 7 e i 10 miliardi. Nessun rischio di sistema, ma non credo che sarà facile raccoglierli, con il mondo che evolve dal punto di vista tecnologico e di governance”. (Affariitaliani)

UniCredit: due settimane per definire altri 900 esuberi. Tagli alle filiali al Sud

Al gruppo UniCredit non restano che poco più di tre settimane per trovare un accordo con i sindacati per riallineare organici e filiali nelle diverse regioni, che in pratica significa far uscire oltre 900 persone, coda finale del Piano di trasformazione 2019. Interventi di riorganizzazione, riassume in due parole la lettera che la banca ha inviato ai sindacati per avviare la procedura contrattuale ai sensi dell’articolo 17 del contratto nazionale di lavoro. Dal 2014 non passa anno in cui il gruppo non sigli un accordo per riorganizzazione: il 28 giugno 2014, l’8 ottobre 2015, il 5 febbraio e l’8 marzo 2016, il 4 febbraio 2017. Gli effetti di questi accordi, sommati, secondo una stima sindacale, hanno portato fuori dal gruppo, in Italia, 9.100 bancari, tra pensionamenti, prepensionamenti attraverso il Fondo di solidarietà e uscite volontarie. Oltre a 2.800 assunzioni di giovani e mille consolidamenti di apprendisti

UniCredit, inaugurato a Milano il nuovo Pavilion /Video /Foto

Unicredit Pavilion

La trattativa vera e propria comincerà martedì, il 16 gennaio, quando sindacati e azienda hanno in programma un nuovo incontro. Secondo quello che si legge nella lettera, le rilevanti riorganizzazioni funzionali sono state rese necessarie dal contesto generale negativo e dalla mancata riduzione dell’operatività allo sportello, connessa all’accelerata propensione della clientela a un uso prevalente quando non esclusivo di canali self service e formati transnazionali evoluti. Di qui i piani di esodo. Per minimizzare gli impatti sociali, in passato, i criteri utilizzati per le uscite sono stati l’età e la volontarietà, ma dopo attenta valutazione delle uscite, la banca ha riscontrato adesioni disomogenee e quindi disallineamenti tra organici e filiali nelle diverse regioni. Se prendiamo l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Veneto o il Piemonte le adesioni all’uscita hanno superato il 90% all’interno del potenziale bacino, ma soprattutto al Sud, le adesioni sono state molto più basse. Così, in pratica, nel Lazio e in Sicilia in particolare e in altre regioni del Sud in generale bisogna ricercare soluzioni per far convergere gli organici e i fabbisogni organizzativi in modo tale, tra l’altro, da consentire di attenuare le ricadute gestionali dell’ampia flessibilità di uso del personale nelle aree dove sono più forti i cosiddetti disallineamenti.

Stefano Cefaloni, coordinatore Fabi UniCredit dice che è «prioritario rispettare l’accordo del 4 febbraio dello scorso anno e dare luogo immediatamente alle assunzioni concordate e al rispetto del turn over. Allo stesso tempo, la definizione per il riconoscimento del premio aziendale 2017 per tutti i lavoratori non può subire ulteriori ritardi, alla luce dell’impegno dei dipendenti su cui sono ricaduti gli effetti della riorganizzazione. Anche il tema delle pressioni commerciali deve trovare il rispetto delle intese sottoscritte in azienda e in Abi, ed eventuali nuove iniziative di UniCredit saranno attentamente valutate, ferma restando la volontarietà per l’adesione dei lavoratori interessati».

La banca intenderebbe arrivare all’obiettivo finale senza rimettere in discussione i livelli occupazionali complessivi e senza effettuare nuovi riassetti organizzativi, ma usando il Fondo di solidarietà in chiave espansiva, come spiega nella missiva, cercando di alimentare la cosiddetta staffetta generazionale, anche se in quali proporzioni è tutto da vedere. Il primo passo sarà la riapertura dei termini temporali di accesso ai piani di esodo con pensionamento diretto o prepensionamento attraverso il Fondo, alle stesse condizioni definite con l’accordo del febbraio 2017, l’altro passo sarà invece l’incentivo di 24 mesi per chi vorrà uscire, ma non ha i requisiti per accedere al Fondo. Dato che la procedura è stata avviata a fine 2017, la riapertura del Fondo consentirà di usufruire dei contributi di sostegno previsti dalla penultima finanziaria che per il 2017 erano pari all’85% dell’assegno, poi ridotti al 50% nel 2018, mentre nel 2019 si vedrà. Nello stesso tempo, anche alla luce dello scenario socio economico dove si continuano a registrare tassi di disoccupazione giovanile elevati, la banca cercherà di creare una staffetta generazionale e investirà su un piano di assunzioni di giovani che andranno ad aggiungersi alle 1.500 del triennio 2014/2016, alle ulteriori 1.300 del triennio 2017/2019 e ai mille consolidamenti di apprendisti. (Cristina Casadei Il Sole 24 Ore)

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