Banche, BCC San Marzano si riconferma tra le 29 più affidabili. La classifica

Banche, Indagine Altroconsumo: BCC San Marzano si riconferma tra i 29 istituti di credito italiani più affidabili

Banche, BCC San Marzano si riconferma tra le 29 più affidabili. La classifica

In uno scenario di profondi mutamenti per l’economia e la finanza globale, lo stato di salute delle banche è diventato un elemento cruciale di valutazione. Da due anni Altroconsumo, associazione italiana che si occupa della tutela e dell’informazione dei consumatori a livello nazionale ed internazionale, conduce un’indagine sull’affidabilità del sistema bancario italiano passando al setaccio un campione di oltre 300 istituti di credito. BCC San Marzano si riconferma anche nel 2017 tra le prime 29 banche in Italia per affidabilità.

La votazione è avvenuta sulla base di “stellette”, assegnate in una scala da 1 a 5, a seconda dell’affidabilità di ogni istituto di credito. Duesono stati gli indicatoripresi in considerazione da Altroconsumo: il  “common equity tier 1″ (CET1) e il “total capital ratio”. Entrambi mettono in relazione il patrimonio della banca al totale degli impegni assunti, come ad esempio la concessione dei prestiti. La BCC San Marzano ha ottenuto il massimo dei voti, ossia 5 stellette,riconfermandosi un punto di riferimento solido per risparmiatori e imprese nel territorio. Non a caso a settembre 2017 ha registrato un Cet 1 Ratio del 19,79%, al di sopra della soglia minima imposta dalla Bce (pari al 10,5%), come anche della media delle banche nazionali (pari al 12% dato aggiornato al 31/12/2016) ed in particolare del credito cooperativo italiano (pari 16,9% dato aggiornato al 30/09/2017)

E’ un riconoscimento che arriva in una fase di grandi cambiamenti per il mondo del credito cooperativo – ha dichiarato il direttore generale Emanuele di Palma – e che premia il nostro modo di essere banca di prossimità da oltre 60 anni, nel segno della sana e prudente gestione nonché della soddisfazione del cliente e della vicinanza alla comunità di riferimento. Il nostro auspicio è di  continuare ad operare seguendo i principi ispiratori del Credito Cooperativo, preservandone la mutualità prevalente e il radicamento nel territorio, con la garanzia di aver aderito ad un gruppo solido, efficiente ed innovativo, che si sta costituendo sotto la guida di Cassa Centrale Banca”.(Affariitaliani)

Pagamenti digitali, sfida sui servizi

 

Qualcuno l’ha definita disruptive innovation. E a pensarci bene la portata del fenomeno è di quelle pesanti. Da ieri con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale è entrata in vigore la direttiva europea 2015/2366, meglio conosciuta come Psd2. Una serie di nuove norme che di fatto ridefinisce il mercato comunitario dei pagamenti e segna un solco importante col passato, aprendo le porte dell’open banking e sgretolando alcuni dei vecchi equilibri bancari. Un’innovazione che ha convinto il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis a spingersi in una proiezione importante: «Con l’entrata in vigore della PSD2 – dice Dombrovskis – stiamo mettendo al bando il sovrapprezzo per pagamenti con carte di debito e di credito. Questo potrebbe portare un risparmio di 550 milioni l’anno per i consumatori della Ue».

Le novità introdotte 
Ma che cos’è esattamente la Psd2, e qual è lo scenario nel quale si inserisce? Cominciamo col dire che Psd2 è l’acronimo di Payment service direttive 2. E che si tratta di un provvedimento che rivede le regole relative ai pagamenti online effettuati da device mobili e non, ma anche quelli con bancomat e carte di credito. Riguarda le transazioni effettuate dagli utenti, ma anche quelle tra aziende, con l’obiettivo dichiarato di innalzare il grado di trasparenza e sicurezza dei pagamenti online. Le novità introdotte dal provvedimento sono numerose. Il credito telefonico, per esempio, viene abilitato a mezzo di pagamento per alcune tipologie di beni e servizi. Viene inoltre esteso il divieto di applicare il sovrapprezzo in caso di utilizzo di un certo tipo di pagamento. 

Dal punto di vista delle commissioni interbancarie, poi, è stabilito che non possono essere superiori allo 0,2% del valore dell’operazione stessa per i pagamenti tramite carte di debito, e allo 0,3% in caso di pagamenti tramite carta di credito. Anche dal punto di vista del retailer, le opportunità sono ghiotte: accettare pagamenti bypassando intermediazioni e garantendo procedure di rimborso più rapide, potranno migliorare di molto la customer experience.

Più sicurezza 
Il capitolo della sicurezza è tra i più importanti delle nuove regole. Il volere del legislatore, in sostanza, è quello di rendere più sicuri i pagamenti e tutto il mondo che li circonda. Ed è per questo che all’interno del dettame normativo vengono introdotte tutte una serie di misure di sicurezza e di protezione della privacy che devono essere verificate e sottoposte ad audit periodicamente. Di fatto, con l’apertura al fintech, queste norme valgono per le banche come per l’applicazione che consente i pagamenti digitali. Scende inoltre da 150 a 50 euro la franchigia che il consumatore deve pagare in caso di spese non riconosciute effettuate prima della sua denuncia di furto della carta di credito.

Informazioni condivise 
Un altro punto di sicuro interesse riguarda la condivisione delle informazioni. Grazie al servizio Account Information Service (Aisp) il pagatore può ottenere, grazie ad una piattaforma online, un’nformativa completa su tutti i propri conti di pagamento. Gli Aisp possono a loro volta utilizzare i dati del cliente, ma con il consenso del diretto interessato e non per scopi diversi da quelli previsti dal servizio.

Tecnologia per le banche 
Oggi, i pagamenti via smartphone (o smartwatch) sono il cardine della nuova finanza digitale. E non c’è dubbio che per i grandi player tecnologici questo nuovo quadro normativo è una grossa opportunità. Del resto, Apple, PayPal, Google, Facebook e le società di carte di credito – ma anche startup come l’italiana Satispay – hanno puntato molte fiche sul digital payment. E la Psd2, adesso, offre loro la possibilità di fornire servizi, occupando una posizione intermedia tra il pagatore e il suo conto di pagamento online. Ma c’è di più.

L’applicazione della nuova direttiva è potenzialmente in grado di creare un nuovo contesto all’interno del quale gli operatori più tradizionali, cioè le banche, potranno giocare alla pari con i nuovi entranti grazie proprio alle nuove opportunità di competizione e di innovazione dei servizi di pagamento. Il modello è quello di una settore bancario sempre più aperto, dove la vera sfida si giocherà sul filo dell’innovazione. (Biagio Simonetta Il Sole 24 Ore)

ASCOLTATE WARREN BUFFETT: “LE CRIPTOVALUTE FARANNO UNA BRUTTA FINE. SONO UNA BOLLA E SONO SPINTI DALL’ECCITAZIONE DOVUTA ALL’AUMENTO DEI PREZZI E DAL FATTO CHE SEMBRINO UNA COSA VAGAMENTE MODERNA” – “L’ORACOLO DI OMAHA” NON E’ IL PRIMO A SCHIERARSI CONTRO I BITCOIN: ANCHE JAMIE DIMON, DI JP MORGAN, AVEVA PARLATO DI “FRODE”

Marco Sabella per www.corriere.it

 

l economista warren buffettL ECONOMISTA WARREN BUFFETT

«Non possediamo e non investiremo mai in criptomonete». Parola di Warren Buffett. Il ceo di Berkshire Hathaway e terzo uomo più ricco del mondo lo ha affermato in un’intervista alla Cnbc. «Posso dire quasi certamente che le criptovalute faranno una brutta fine», ha detto Buffett. Anche se ha sottolineato di «non sapere quando e come accadrà».

 

Sempre ai microfoni dell’emittente americana, è stato ancora più esplicito il braccio destro di Buffett, Charlie Munger: «I bitcoin sono sicuramente una bolla. E quando c’è una bolla, si finisce sempre male». I bitcoin sarebbero spinti «dall’eccitazione dovuta all’aumento dei prezzi e dal fatto che sembrino una cosa vagamente moderna».

 

bitcoin4BITCOIN4

«FEBBRE DA BITCOIN TOTALMENTE INSENSATA»

A dicembre Munger aveva già detto la sua, definendo la febbre da bitcoin «totalmente insensata». Con Buffett si allarga la squadra dei grandi nomi della finanza apertamente critici nei confronti della criptovaluta. Tra i primi a parlare in termini decisi contro i bitcoin era stato Jamie Dimon: il ceo di JP Morgan aveva bollato la criptovaluta come «una frode» simile «alla bolla dei tulipani».

 

Dimon si è poi corretto in una recente intervista alla Fox: resta critico ma si dice «pentito» di aver usato termini così duri. Nono stante la dura presa di posizione di due degli investitori di maggior successo al mondo l’interesse e di un grande banchiere, anche delle imprese, per le criptovalute non accenna a diminuire. Martedì Kodak ha annunciato di essere pronta a lanciare una propria criptovaluta che servirà per pagare i servizi fotografici. (Dagospia.com)

 

BISI E RISI – LA CORTE DEI CONTI INGUAIA GENTILONI. PER LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA TUTTI I MAGISTRATI DELLA CORTE RICORRONO AL TAR DEL LAZIO CONTRO LA DECISIONE DEL GOVERNO DI NOMINARE SENZA ISTRUTTORIE ADEGUATE 12 NUOVI CONSIGLIERI – MA A GENTILONI CHE PURE HA FATTO IL BLITZ DEL RINNOVO DEI VERTICI RENZIANI DELLE FERROVIE PERDONANO TUTTO COME A CIAMPI CHE REGALÒ OMNITEL AL SUO ABITUALE COMMENSALE, CARLO DE BENEDETTI, LA LICENZA PER I TELEFONINI DELLA OMNITEL IL GIORNO DOPO LA VITTORIA DI BERLUSCONI ALLE ELEZIONI

GENTILONI IN MONTAGNA A SCIAREGENTILONI IN MONTAGNA A SCIARE

Luigi Bisignani per Il Tempo 

 

Tutti a dire quanto è carino e per bene il conte Gentiloni, non la pensano così però i magistrati della Corte dei Conti che, in blocco, l’hanno denunciato per aver nominato a fine ottobre ben 12 nuovi consiglieri.

 

Dovrà essere ora il Tar del Lazio a decidere se tali nomine, già ratificate anche dal Quirinale, sono regolari. Leggendo il pesante atto d’accusa del professor Franco Gaetano Scoca potrebbero rivelarsi sbagliate per alcuni motivi fondamentali: la totale mancanza di istruttoria ,lo stravolgimento delle regole di carriera interna e la raccomandazione approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d Europa.

 

GENTILONI BOSCHI RENZIGENTILONI BOSCHI RENZI

L’indipendenza della magistratura contabile rischia infatti di essere compromessa dall’ingresso di oltre 18 consiglieri di nomina governativa negli ultimi due anni. La prima infornata di sei è targata Renzi, mentre i fortunati di questo nuovo giro di giostra sono: Gian Luca Calvi, Fabia D’Andrea, Marcello Degni, Alessandro Forlani, Giampiero Maria Galli, Giancarlo Carmelo Pezzuto, Rosanna Rummo, Silvia Scozzese, Alberto Stancanelli, Marco Villani, Alfonso Sabella (nominato e sospeso) e Maria Laura Prislei.

MATTARELLA GENTILONIMATTARELLA GENTILONI

 

Quest’ultima saltella da un collegio sindacale all’altro, prima Sogei, ora Consap e soprattutto Trenitalia. Proprio con le Ferrovie, Gentiloni in fatto di nomine è riuscito nel suo capolavoro, confermando con un blitz mesi prima della scadenza il Cda, di marca strettamente renziana, che nei prossimi anni gestirà una montagna di euro di appalti.

 

Ma essendo persona a modo e garbata a lui si perdona tutto. Come del resto si perdonò tutto ad un suo predecessore parimenti garbato, Carlo Azeglio Ciampi che nel 1994 firmò, da presidente uscente il giorno dopo le elezioni vinte da Berlusconi, per un suo abituale commensale, Carlo De Benedetti, la licenza per i telefonini della Omnitel. Nulla di nuovo sotto il sole. Chissà quanto quella firmetta ha influito sulla successiva volata alla Presidenza della Repubblica cinque anni dopo.

CARLO AZEGLIO E FRANCA CIAMPICARLO AZEGLIO E FRANCA CIAMPI

 

E a proposito del Colle più alto, con la stipula nei giorni scorsi del “Trattato del Quirinale” tra Italia e Francia durante la gita di Emmanuel Macron a Roma, torna a scricchiolare l’apparato Ue. Se siamo in Europa, che bisogno c’è di siglare accordi bilaterali? Significa non riconoscere più l’Unione europea, screditandola. Se continua così, avendo tra l’altro in essere già un altro Trattato bilaterale con la Germania, la Francia diventa la nuova regina del vecchio Continente dopo il periodo di supremazia tedesca.

CIAMPI CARLICIAMPI CARLImacron gentiloniMACRON GENTILONI

 

Effettivamente, Palazzo Chigi dà alla testa di chi ci sta e anche di chi smania per andarci, fingendosi distaccato da queste minuzie terrene, Carlo Calenda, ben visto da Gianni Letta ma poco apprezzato da Silvio Berlusconi e da Matteo Renzi che ce l’ha sulla coscienza. Se anziché continuare a twittare compulsivamente sul suo iPhone chiudesse almeno una delle vertenze aperte, Alitalia, Ilva e Tap, sarebbe un passo avanti. Ma anche lui, come Gentiloni, tanto carino, social e per bene. (dagospia.com)

renzi calendaRENZI CALENDA

 

Mai così tanta gente al lavoro in Italia

Ma i nuovi posti di lavoro sono quasi tutti precari: cosa mostrano i dati sul lavoro usciti questa settimana, tra bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti

Martedì l’ISTAT ha pubblicato il suo ultimo rilevamento su occupati e disoccupati, che mostra come lo scorso novembre lavoravano in Italia 23 milioni 183 mila persone, il numero più alto dal 1977, quando iniziano le serie storiche dei suoi rilevamenti. Significa che mai così tante persone hanno lavorato nel nostro paese, un risultato che sia il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che il segretario del PD Matteo Renzi hanno celebrato.

 

A novembre il numero di occupati ha raggiunto il livello più alto da 40 anni. E scende anche la disoccupazione giovanile. Si può e si deve fare ancora meglio. Servono più che mai impegno e serietà, non certo una girandola di illusioni.

 

I dati mostrano anche un calo della disoccupazione e un calo della disoccupazione giovanile. Sono buone notizie, ma non tutti condividono l’entusiasmo di governo e PD. Sindacati e opposizioni fanno notare che i nuovi posti di lavoro sono quasi tutti instabili e precari e che il tasso di disoccupazione in Italia è ancora tra i più alti in Europa (soltanto Spagna e Grecia vanno peggio di noi). Sono davvero un traguardo storico questi dati? E cosa ci dicono sul mondo del lavoro italiano?

Un po’ di contesto
Prima di proseguire è bene avere chiaro di cosa stiamo parlando. Gli “occupati” sono il totale degli italiani che lavorano, definiti dall’ISTAT come coloro che nella settimana di riferimento hanno lavorato almeno un’ora (torneremo tra poco su questa definizione). Il “tasso di occupazione”, quindi, è la percentuale di coloro che sono “occupati” sul totale della popolazione in età attiva, definita come tutti coloro che hanno tra i 15 e i 64 anni. Al record degli occupati, più di 23 milioni, corrisponde anche il record del tasso di occupazione, arrivato per la prima volta al 58,4 per cento. Nel 1977, primo anno per cui sono disponibili le serie storiche, il tasso di occupazione era al 53,8 per cento. L’aumento del tasso di occupazione nel corso degli ultimi decenni, scrive l’ISTAT, è stato sostanzialmente costante ed è dovuto all’aumento dell’occupazione femminile. L’Italia è sempre stato un paese dove le donne hanno lavorato poco e solo negli ultimi decenni questa tendenza si è finalmente invertita.

#

Gli occupati crescono, i disoccupati calano
Torniamo ai dati degli ultimi giorni. Il più citato dai sostenitori del governo e del PD è la crescita dei posti di lavoro dal settembre 2013, quando gli occupati toccarono il loro livello più basso negli ultimi anni. Da allora i governi che si sono succeduti (in particolare quelli Renzi e Gentiloni) hanno assistito alla creazione di un milione di nuovi posti di lavoro. Un terzo di questo milione di posti di lavoro è stato creato soltanto nell’ultimo anno, durante il quale si è verificata la prima vera ripresa economica dall’inizio della crisi, con il PIL che è cresciuto dell’1,5 per cento. Come ha scritto sul Corriere della Sera il giornalista ed esperto di lavoro Dario Di Vico: «La ripresa comincia “a scaricare a terra” i suoi effetti benefici». È un risultato positivo e in parte inaspettato, visto che molti temevano che quella italiana sarebbe stata una “jobless recovery”, cioè una ripresa economica che non produce nuova occupazione e non riesce a riassorbire la disoccupazione creata dalla crisi.

Invece i posti di lavoro sono aumentati, mentre la disoccupazione scende leggermente ma in modo stabile: oggi è all’11 per cento, rispetto al record del 13 per cento toccato nel novembre 2013. Qui però cominciano i problemi dei nuovi dati ISTAT: nel caso della disoccupazione, per esempio, mostrano che nell’ultimo anno il calo si è praticamente arrestato: tra novembre 2016 e novembre 2017 è scesa di appena lo 0,1 per cento, anche a causa della riduzione del numero di lavoratori inattivi. La disoccupazione giovanile è ancora la più alta d’Europa, dopo Grecia e Spagna, ma è diminuita in maniera abbastanza sensibile rispetto ai record precedenti. Oggi è al 32,7 per cento, mentre negli anni passati raggiunse punte superiori al 40 per cento (ma attenzione: visto che i giovani che lavorano o che cercano lavoro sono pochi, anche piccoli cambiamenti in numeri assoluti sono sufficienti a produrre grosse variazioni percentuali).

Una parentesi va fatta sull’occupazione femminile che, dalla scorsa estate, continua a essere al livello più alto dal 1977. Significa che mai così tante donne hanno lavorato nel nostro paese. La ragione principale di questo aumento sembra essere la riforma delle pensioni Fornero, che ha allungato molto l’età pensionabile delle donne, in particolare nel settore privato. Una popolazione che invecchia, unita a una riforma che sposta più avanti l’età pensionabile, infatti, può produrre un aumento dell’occupazione.

datore di lavoro

Chi si accinge a diventare un buon capo, deve prima essere stato sotto un capo
(Aristotele)

È un’occupazione precaria?
Torniamo ai dati dell’ultimo anno: come abbiamo visto tra novembre 2016 e novembre 2017 sono stati creati ben 345 mila posti di lavoro. Questi 345 nuovi posti di lavoro sono il frutto della crescita dei posti di lavoro da dipendente e del calo di quelli autonomi. I primi sono aumentati di quasi mezzo milione, ma tra questi appena 48 mila sono contratti a tempo indeterminato (quello a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act). Quasi nove su dieci invece sono regolati da un contratto a termine. Il saldo tra contratti a tempo determinato e indeterminato migliora se invece che l’ultimo anno prendiamo in considerazione gli ultimi quattro anni, cioè dall’inizio del governo Renzi nel febbraio 2014, includendo così anche il periodo delle decontribuzioni, quando chi assumeva a tempo indeterminato otteneva uno scontro fiscale della durata di tre anni (le decontribuzioni sono rimaste in vigore a pieno regime per tutto il 2015 e sono costate circa 20 miliardi di euro). In questo periodo poco meno di metà dei nuovi posti di lavoro era a tempo indeterminato, 481 mila, e circa il 60 per cento era a tempo determinato, 659.

Secondo un articolo pubblicato sul Foglio questi numeri dimostrano che l’aumento dei contratti precari è stato contenuto con successo. I critici, come i sindacati, invece sottolineano che appena sono terminate le decontribuzioni, i posti precari sono tornati ad aumentare sensibilmente (come abbiamo visto, nell’ultimo anno 9 su 10 dei posti di lavoro dipendente creati sono a tempo determinato). Secondo loro questi lavori precari sono molto spesso a basso valore aggiunto, con stipendi inferiori alla media e condizioni poco soddisfacenti. Per sottolineare questo concetto diversi critici del governo hanno ricordato che l’ISTAT considera occupato anche chi lavora soltanto un’ora a settimana, ma non è un trucco: è la definizione di “occupato” adottata a livello internazionale. Inoltre l’istituto di statistica ricorda che la percentuale di chi lavora così poco è sostanzialmente trascurabile.

disoccupazione

È senza dubbio vero, però, che parte dei nuovi lavori sono part time o comunque a bassa retribuzione. Molti dei nuovi occupati sono probabilmente “sottoccupati”, persone che vorrebbero un’occupazione a tempo pieno, ma che sono costretti ad accettare un lavoretto.

Questo fenomeno potrebbe spiegarsi col fatto che durante la fase iniziale di una ripresa economica le aziende preferiscono ancora non sobbarcarsi il peso di contratti a tempo indeterminato, dato che non sanno se quella ripresa è destinata a consolidarsi in futuro. Il problema è che per il momento non sappiamo molto di questi lavoratori precari. Il sospetto che quelli che hanno ottenuto siano lavori di bassa qualità è forte tra gli esperti, ma come ricorda Di Vico: «Ci sarebbe bisogno di saperne di più su questo 90 per cento [di contratti a tempo determinato] per capire la durata dei contratti, i livelli di retribuzione, la coerenza del profilo professionale con la formazione ricevuta e via di questo passo. Tutti questi elementi sarebbero utili per arrivare alla conclusione se ci troviamo di fronte a una modifica strutturale del nostro mercato del lavoro o se il predominio del contratto a termine è dovuto a una serie di anomalie/ritardi/incomprensioni tutto sommato emendabili».

Azioni di rete

Un altro dato interessante è il calo nel numero dei lavoratori autonomi, che sono scesi di 150 mila in un anno. In un’intervista a Repubblica, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha attribuito questo calo al Jobs Act e alle riforme del lavoro del suo governo: «Abbiamo abolito i co.co.pro e introdotto norme per favorire il passaggio ai contratti a tutele crescenti marcando i confini tra i rapporti di lavoro subordinati e quelli effettivamente indipendenti» e quindi: «Sono diminuiti solo i lavoratori autonomi; vuol dire che c’erano tante false partite Iva che non si sono più ricostruite». In altre parole, secondo il ministro, il nuovo contratto a tutele crescenti ha contribuito a diminuire il numero di quei lavoratori che sono di fatto dei dipendenti con orari di lavoro e obbligo di presenza, ma che per risparmiare sulle tasse e per ottenere maggiore flessibilità sono pagati tramite partita IVA.

Non tutti però sono d’accordo. Il calo nel numero dei lavoratori autonomi dura oramai da alcuni anni e lo scorso autunno Emilio Reyneri, professore di sociologia del lavoro all’Università di Milano Bicocca, ha pubblicato un’analisi in cui attribuisce il calo alla chiusura di molte attività artigianali e commerciali. Reyneri ha notato che il numero dei professionisti intellettuali senza dipendenti (la categoria che comprende anche le false partite IVA) è aumentato tra 2004 e 2016 (più 24 per cento). Sono abbondantemente diminuiti sono «i negozianti e gli artigiani che sempre più sono stati messi fuori mercato dalla concorrenza di super e ipermercati», scrive Reyneri.

Secondo Reyneri è possibile che l’effetto di cui parla Poletti abbia una parte in questa diminuzione: «All’impossibilità di stipulare nuovi rapporti di collaborazione è molto probabile si debba parte del più recente aumento dei lavoratori dipendenti a tempo determinato». Ma per l’ultimo anno, novembre 2016-novembre 2017, mancano ancora i dati per giungere a conclusioni più definitive. Soltanto quando l’ISTAT pubblicherà le varie tipologie di lavoro autonomo che sono calate potremo sapere se nell’ultimo periodo i lavoratori autonomi, tra cui anche le finte partite IVA, hanno visto un vero calo. (IL POST)

Cos’è successo nei 38 minuti in cui gli hawaiani credevano di essere sotto attacco

Gli abitanti delle isole si sono nascosti nei propri bagni, hanno cercato di contattare i propri familiari e di spiegare ai bambini cosa stava succedendo

Sabato, per quasi quaranta minuti, gli abitanti delle isole Hawaii hanno creduto che sarebbero stati attaccati da un missile. Alle 8 di mattina, quando in Italia era sera, tutti hanno ricevuto un messaggio, dai propri smartphone o dalla TV, che li invitavaa trovare un rifugio e spiegava che non si trattava di un’esercitazione. Il messaggio è stato diffuso per un errore di un dipendente della Hawaii Emergency Management Agency, l’agenzia governativa che gestisce questo tipo di emergenze e che da mesi si sta preparando all’eventualità di un attacco missilistico da parte della Corea del Nord.

 

HAWAII – THIS IS A FALSE ALARM. THERE IS NO INCOMING MISSILE TO HAWAII. I HAVE CONFIRMED WITH OFFICIALS THERE IS NO INCOMING MISSILE.

 

Nei 38 minuti trascorsi dall’invio del messaggio contenente il falso allarme a quello della rettifica, anticipato per molte persone da cose lette su Twitter, gli abitanti delle Hawaii hanno avuto paura, hanno pregato, hanno cercato di nascondersi, di contattare le proprie famiglie, di passare con i propri cari quelli che pensavano sarebbero stati gli ultimi momenti della loro vita. Molti hanno abbandonato le proprie automobili e hanno informato dell’allarme i passanti ignari che incontravano. I messaggi condivisi sui social network da molti di loro fanno venire in mente alcuni momenti di film catastrofisti, ma anche quelli condivisi dalle vittime di attacchi terroristici. Per moltissime persone il problema principale era trovarsi lontano – a volte su un’isola diversa – rispetto ai propri familiari.

 

This was my phone when I woke up just now. I’m in Honolulu, and my family is on the North Shore. They were hiding in the garage. My mom and sister were crying. It was a false alarm, but betting a lot of people are shaken. @KPRC2

 

Molte persone hanno cercato di raccogliere tutto ciò che poteva servirgli e si sono rifugiate nei propri bagni, perché una delle cose da fare in caso di emergenza secondo i consigli degli esperti è quello di stare in un posto in cui si ha accesso all’acqua corrente.

 

Il deputato del parlamento hawaiano Matt LoPresti ha raccontato a CNN di essersi rifugiato nella vasca da bagno di casa sua insieme ai suoi figli, di avere pregato con loro e spiegato dove si trovavano le provviste di emergenza.

 

 

Hawaii State Rep. Matt LoPresti says in a shaky voice on CNN: “I was sitting in the bathtub with my children saying our prayers … ‘Do you remember where daddy put all the emergency supplies?'”

 

Come spiegare ai bambini cosa stava succedendo è stata la cosa più difficile per molte persone. Un genitore ha scritto su Twitter che suo figli di 10 anni era convinto che sarebbero morti.

Allison Wallis, studentessa universitaria e madre di una bambina che vive a Oahu, l’isola su cui si trova Honolulu, ha raccontato sul Washington Post il modo in cui ha reagito al falso allarme. In parte si è comportata come avrebbe fatto in caso di tsunami, un tipo di emergenza a cui gli hawaiiani sono preparati. Ha svegliato sua figlia e le ha detto di andare in bagno a riempire la vasca, in modo da avere molta acqua a disposizione in seguito. Ha provato a contattare suo marito, che non rispondeva, e poi ha cercato il cane di famiglia:

«Ho cercato Pono in tutta la casa nel panico e mi sono resa conto che era fuori. Sulla soglia ho esitato, pensando a cosa avrebbero detto le persone se avessero saputo che ero stata colpita da un missile mentre cercavo di prendere il cane. Ho pensato a Dorothy [di Il mago di Oz, ndr] che cerca Toto mentre il tornado si avvicina».

Dal racconto di Wallis, che si è trovata a dover spiegare a sua figlia della minaccia della Corea del Nord e di come mettere la testa in mezzo alle ginocchia per proteggersi, si capisce che nel panico del momento era difficile pensare al fatto che non si sentivano le sirene di allarme previste in caso di attacco missilistico e testate negli ultimi due mesi. «Ho scoperto che la paura che avevo provato la prima volta che le avevo sentite era minima rispetto a quella si prova standosene nascoste in bagno con la propria figlia», ha scritto Wallis.

Alcuni dei messaggi che sono stati condivisi sui social network sono meno drammatici, o comunque danno un’idea più complessa delle reazioni che si possono avere quando si pensa di stare per morire per un attacco missilistico nucleare. Ad esempio un appassionato golfista ha mandato un videomessaggio alla propria famiglia dicendo che avrebbe passato gli ultimi momenti della sua vita continuando a giocare.

Il giornalista John Haltiwanger ha raccontato su Twitter di aver ricevuto un messaggio in cui si parlava di alcune persone che si erano radunate in un rifugio insieme all’ex giocatore di basket Magic Johnson.

Visualizza l'immagine su TwitterVisualizza l'immagine su Twitter
 

Just got this text from a friend re: Hawaii:

“My friends are in a ‘fall out shelter’ in Hawaii due to the missile threat and hanging with Magic Johnson.”

Get a false nuclear holocaust alarm, hang with a legend. Only in 2018… 🤦‍♂️

 

Il governatore delle Hawaii David Ige ha detto che ci sarà un’indagine per capire come sia potuto succedere che sia stato commesso l’errore sull’allarme e che si eviterà che qualcosa del genere succeda di nuovo.(IL POST)

Crac BPVi e Veneto Banca e fondo vittime, Il Mattino di Padova: l’Anac prepara la griglia dei nomi per i risarcimenti da 100 mln in 4 anni da incrementare. Altri 100 da Intesa

ArticleImage

Entro gennaio l’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) di Raffaele Cantone incontrerà le associazioni venete dei consumatori riunite nel coordinamento “Associazioni Unite per il Fondo” e le altre associazioni di risparmiatori per definire la griglia dei criteri in base ai quali erogare i 100 milioni di euro inseriti nella legge di Stabilità. In questo modo, a febbraio, la commissione di Conciliazione dell’Anac stessa eseguirà il lavoro di scrematura tra i richiedenti per individuare chi, tra i risparmiatori delle ex popolari venete, avrà diritto ad un risarcimento.

Da febbraio in poi, quindi, la commissione stilerà l’elenco degli azionisti che accederanno al ristoro. Si tratta di 100 milioni divisi in quattro anni, 25 milioni di euro all’anno, previsti dalla manovra Finanziaria del Governo.

Già definiti, in vece, i criteri secondo cui Banca Intesa Sanpaolo assegnerà i 100 milioni di euro inseriti nel proprio bilancio per il ristoro degli azionisti truffati, indirizzati specificatamente ai possessori di azioni di Veneto Banca e di Banca Popolare Vicenza. Potranno accedervi coloro che hanno un reddito annuo fino a 30 mila euro e le erogazioni arriveranno al massimo a 15 mila euro. Saranno elargite in base al prezzo di acquisto delle azioni fatto a suo tempo, non in base al valore “estrogenato” attribuito ad esse. Con questi 100 milioni di euro Banca Intesa ritiene di poter arrivare a erogare risarcimenti a 20-30 mila ex azionisti delle Popolari venete.Carlo Messina Intesa Sanpaolo

 

L’annuncio è stato dato ieri dalla senatrice trevigiana del Pd Laura Puppato e dal coordinatore dei circolo Pd del Montebellunese, Remo Barbisan, nel corso di una conferenza stampa nell’ufficio della senatrice di piazza Corte Maggiore a Montebelluna, presidiato dai carabinieri per il timore di contestazioni da parte dei risparmiatori. «E la prima volta che un Governo crea un fondo per i risparmiatori truffati dalle banche», ha affermato la senatrice Pd, «Certo, 100 milioni sono pochi, ma è un inizio, l’apertura di un sentiero che potrà allargarsi progressivamente, ricorrendo anche a parte dei fondi “perenti”, vale a dire i depositi” dormienti” negli istituti di credito, non più esigibili, che potrebbero ammontare complessivamente a una decina di miliardi di euro. Si potrà farlo, a mio avviso, pur con cautela e responsabilità. E una azione di welfare rivolta a chi ha perso tutto investendo la totalità del suo risparmio, non certo agli investitori che conoscevano i rischi che correvano e hanno differenziato i loro investimenti.», ha puntualizzato la senatrice, «E sarebbe bello che an­che la Regione Veneto, che ha messo finora soldi solo per le cause, contribuisse, magari con poco, a questo fondo di ristoro per chi ha perso tutto».

L’annuncio dato ieri si inserisce nella cosiddetta “Operazione verità” che il Pd ha deciso di lanciare in Veneto per questa campagna elettorale, «per spiegare che il Governo ha salvato l’economia del territorio. A un Luca Zaia che nel 2014 parlava delle ispezioni di Bankitalia come di un attacco centralista di una dittatura finanziaria romana», ha proseguito Puppato, «noi contrapponiamo il decreto che ha trasformato le ex Popolari in società per azioni, che ha impedito che i truffati continuassero ad essere truffati da un meccaniscmo drogato, che ha impedito un fallimento che sarebbe stato disastroso per i correntisti, le aziende, le famiglie».

“Operazione verità” partirà lunedì, con l’affissione di manifesti, dapprima in 15 comuni trevigiani, poi nel resto della Regione, che recitano: “Immagina se…Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, cioè: 2 milioni di correntisti, 100.000 linee di credito di aziende, 100.000 famiglie con mutuo, avessero chiuso. Se non è successo è perché un decreto del Governo ha salvaguardato credito e territorio“.

di Enzo Favero, da Il Mattino di Padova

“Alitalia? Soluzione prima delle elezioni”. Ecco perché Matteo Renzi sbaglia

"Alitalia? Soluzione prima delle elezioni". Ecco perché Matteo Renzi sbaglia

  

‘Penso che il problema di Alitalia potrebbe risolversi ancora prima delle elezioni’ pare abbia sostenuto il leader PD Matteo Renzi, che ha iniziato la sua campagna elettorale partendo dal Lingotto a Torino. Una dichiarazione che ha vinto il primo premio tra le fake news, o false promesse, che gia’ dalla prima settimana di campagna elettorale, abbiamo dovuto sentire dalle molte campane politiche. Questa pero’ le batte tutte, perché’? E’ pur vero che la promessa di Matteo Salvini di cancellare la legge Fornero potrebbe essere una grande scommessa realizzabile. Cosi’ come il reddito di cittadinanza immaginato dal M5S, o come pure la cancellazione di tutto quello che ‘tortura giornalmente’ artigiani e partite Iva ( studi di settore o l’odiata equitalia). O ancora la flat tax ; tutti sogni che potrebbero anche realizzarsi. Al contrario della vendita di Alitalia in tempi cosi’ brevi come auspicato dallex premier.’

Crisi Alitalia. Tutte le promesse dei politici 
Perché’ i primi si e Alitalia no ? I motivi sono facilmente intuibili. Le promesse relative ad abbassamento di tasse, pensioni che ritornano ad eta’ più’ ‘umane’, magari pure redditi per tutti o quasi, possono anche essere portate avanti anche se sulla pelle dell’enorme debito pubblico italiano. Un debito che se, allentate certe misure, avrebbe una crescita esponenziale. Ma in fondo cosa interessa ai nostri politici che molto spesso mancano di una visione strategica rivolta ad un futuro prossimo. Importante e’ venir votati e poi se il debito pubblico si alzerà’, negli anni ci sarà’ sicuramente qualcuno che ci penserà’. Per Alitalia la storia e’ invece diversa. Qui l’ostacolo, impossibile da superare, si chiama’ 11000 dipendenti’ gestiti dal più’ alto numero di sigle sindacali che un’impresa possa vantare.

Crisi Alitalia. Il problema si chiama ‘11000’ dipendenti 
Il nocciolo del problema e’ tutto qua. Un grande problema sociale che si scontra con un problema di tipo economico. L’equilibrio potrebbe essere trovato e con l’equilibrio pure l’utile solo a patto di grandi sacrifici e tagli. Trenta per cento di riduzione di occupati potrebbe essere un numero indicativo. Un’enormità’ ed un pesante dramma sociale. Cosa volete che dicano domani i tre Commissari di Alitalia al bravo Ministro Carlo Calenda? Forse come giustificare all’Europa la logica del prestito ponte che viene considerato dai ‘poliziotti’ europei come un inappropriato aiuto di stato e per noi invece no.

Crisi Alitalia. Calenda e i Commissari si incontrano domani 
Oppure provare a ripetere all’infinito la corposa lista di pretendenti alla compagnia di bandiera : dalla ricca Lufthansa, che considera il boccone molto interessante ma solo se ridotto di un numero molto importante di occupati.

Air France smentisce: "Nessuna offerta per Alitalia"
 

O il fondo americano Cerberus sostenuto da Delta AirLine che richiede più’ o meno la stessa cosa. E pure il gigante Air France in partner con Klm che smentisce, ma sarebbe sicuramente interessato a gestire Alitalia. In dieci anni non si e’ riusciti a fare quasi nulla ed ecco perché’ la ‘boutade’ del Renzi nazionale sembra essere davvero forte. Un Governo che, grazie ad un realista Paolo Gentiloni, e’ riuscito a far riemergere il paese dalla crisi economica decennale, non può’ permettersi di mettere il timbro PD su una crisi sociale di questo livello. Una crisi di personale concentrato, per la maggior parte , nella area romana. Un suicidio annunciato per un partito,il PD, che, secondo molti sondaggi, potrebbe pagare caro la caduta d’immagine del suo leader e le devastanti divisioni interne. Per tutto questo dire che la crisi Alitalia potrebbe essere risolta ancora prima delle elezioni sembra essere davvero una ‘false news’ delle più’ sorprendenti. E se tanto mi da’ tanto come credere a tutto il resto del fiorentino Renzi (DANIELA ROSA AFFARIITALIANI)

1. SOSPETTI SULLA VENDITA DEL MILAN, I BERLUSCONI ATTACCANO DE BENEDETTI, MARINA: “IL TEMPO PASSA INVANO PER CERTI METODI DI INTENDERE LO SCONTRO POLITICO….” 2. LA PROCURA DI MILANO SMENTISCE L’INCHIESTA MA IL QUOTIDIANO “LA STAMPA” CONFERMA: INDAGINE PER RICICLAGGIO LEGATA ALLA CESSIONE DEL CLUB ROSSONERO 3. DALLA GUERRA DI SEGRATE ALLA POLITICA, 40 ANNI DI SCONTRI TRA IL CAVALIERE E L’INGEGNERE: NEI GIORNI SCORSI BERLUSCONI AVEVA AFFONDATO IL COLPO SU DE BENEDETTI SUL CASO BANCHE POPOLARI: “E’ STATO PRESO CON LE MANI NELLA MARMELLATA…”

BERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTIBERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTI

Marco Galluzzo per il Corriere della Sera

 

La notizia la pubblica il quotidiano La Stampa . Sulla vendita del Milan ad un gruppo cinese, avvenuta ad aprile dell’ anno scorso, ci sarebbe un’ indagine della procura di Milano per riciclaggio: la vendita sarebbe avvenuta ad un prezzo gonfiato con il successivo rientro di una somma in nero.

 

Ma la notizia, che vedrebbe Silvio Berlusconi indagato nel corso della campagna elettorale, viene smentita dalla Procura e diventa l’ ennesimo capitolo dello scontro fra l’ ex premier e l’ imprenditore Carlo De Benedetti.

La presunta indagine vien pubblicata anche dal Secolo XIX , che fa parte dello stesso gruppo del giornale torinese.

 

SILVIO BERLUSCONI CARLO DE BENEDETTISILVIO BERLUSCONI CARLO DE BENEDETTI

Sarebbero 300 milioni la cifra che sarebbe stata pagata in più. «In gran segreto nei giorni scorsi i pubblici ministeri di Milano hanno avviato un’ inchiesta che ha fra le ipotesi quella del riciclaggio».

 

L’ imprenditore cinese è Yonghong Li. A coordinare l’ inchiesta, ci sarebbe il pm Fabio De Pasquale, lo stesso che aveva indagato Berlusconi per la frode fiscale sui diritti tv, ma che lo aveva anche difeso nella vicenda della scalata ostile di Vivendi a Mediaset.

 

Nel giro di poche ore arriva, ufficiale, la risposta della Procura di Milano, attraverso il suo capo, Francesco Greco: «Allo stato non esistono procedimenti penali sulla compravendita dell’ A.C. Milan, al momento non esiste alcun fascicolo». Ma c’ è di più, oltre alla smentita dei magistrati, emerge che lo stesso avvocato di Berlusconi, Nicolò Ghedini si era recato in Procura per segnalare alcune anomalie nelle fasi delle vendita, quando tardava ad arrivare il corrispettivo, e dunque con una finalità di prevenzione di illeciti e di affidamento alle toghe.

ghediniGHEDINI

 

Secondo il quotidiano torinese, che confermerà la notizia, dicendo di averla avuta da almeno due fonti diverse, Niccolò Ghedini avrebbe consegnato in Procura anche «i documenti per attestare la regolare provenienza del denaro cinese.» Alla base dell’ apertura dell’ inchiesta «ci sarebbero nuovi documenti che dimostrerebbero esattamente il contrario. Una traccia risalirebbe ai reali flussi di denaro partiti da Hong Kong».

 

Silvio Berlusconi e CArlo De Benedetti jpegSILVIO BERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTI JPEG

Ma la smentita del magistrato appare secca, non ci sarebbe nessun fascicolo esplorativo (a modello 45, senza titolo di reato e a carico di ignoti), né a modello 44, sempre contro ignoti ma con un reato. Il procuratore capo di Milano ha affermato che l’ avvocato Niccolò Ghedini non ha depositato in Procura «per conto di Fininvest» alcuna carta riguardo all’ operazione e ha rimarcato che l’ Unità Informazione Finanziaria di Banca d’ Italia che ha la responsabilità dei controlli avrebbe anzi dato il via libera all’ operazione non riscontrando alcuna irregolarità.

DE BENEDETTI SCARONI BERLUSCONIDE BENEDETTI SCARONI BERLUSCONI

 

 

È durissima la reazione sia di Ghedini che della figlia di Berlusconi, Marina. Secondo l’ avvocato «il giornalismo d’ inchiesta è uno straordinario valore che va tutelato, quando però si utilizzano false notizie per aggredire e danneggiare una parte politica non si tratta più di giornalismo ma di fatti penalmente, civilmente e ancor prima deontologicamente rilevanti».

 

Carlo De Benedetti Marina Berlusconi Fedele ConfalonieriCARLO DE BENEDETTI MARINA BERLUSCONI FEDELE CONFALONIERI

Marina, presidente di Fininvest: «Il tempo sembra passare invano per certi metodi di intendere lo scontro politico e per chi di questi metodi da vent’ anni è ostinato protagonista. La falsificazione di due quotidiani controllati dal gruppo De Benedetti lascia indignati ed esterrefatti per la sua gravità».

 

DE BENEDETTI BERLUSCONIDE BENEDETTI BERLUSCONI

Nei giorni scorsi Berlusconi aveva attaccato De Benedetti, dopo che era stata resa pubblica una telefonata fra il secondo che riferiva a un broker di un suo colloquio con Renzi sulla riforma delle Popolari che portò a un investimento in Borsa, con una plusvalenza di 600 mila euro da parte di De Benedetti, fatto che dalla procura di Roma non è stato giudicato penalmente rilevante. L’ ex premier attaccò in questo modo: è «stato beccato con le mani nella marmellata». Ieri è arrivato quello che è apparso come un nuovo round di un lungo scontro a distanza. (DAGOSPIA.COM)

Carlo De Benedetti e Marina BerlusconiCARLO DE BENEDETTI E MARINA BERLUSCONIBERLUSCONI CARLO DE BENEDETTIBERLUSCONI CARLO DE BENEDETTIsilvio berlusconi con marinaSILVIO BERLUSCONI CON MARINAMARINA BERLUSCONIMARINA BERLUSCONI

 

Veneto Banca, il pm De Bortoli ha presentato richiesta di stato di insolvenza

Veneto Banca, il pm De Bortoli ha presentato richiesta di stato di insolvenza

Si tratta di un passaggio importante di una vicenda che, sul piano giudiziario, è divisa tra Roma e Treviso, dove al caso lavora il pubblico ministero Massimo De Bortoli. Si apre così la prospettiva di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta oltre a quella per truffa aggravata. Nella Capitale è in corso l’udienza preliminare contro i vertici dell’istituto di credito per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza.

Veneto Banca, uno dei due istituti veneti che hanno dilapidato i risparmi di decine di migliaia di persone, si avvia verso il fallimento. Il pubblico ministero Massimo De Bortoli ha infatti presentato la richiesta di stato di insolvenza, che dovrà ora essere esaminata dal Tribunale di Treviso. Si tratta di un passaggio importante di una vicenda che, sul piano giudiziario, è divisa tra Roma e il capoluogo della Marca, visto che la sede della banca era a Montebelluna. Con un eventuale fallimento si apre la prospettiva di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta oltre a quella per truffa aggravata.

Vincenzo Consoli

A decidere sullo stato di insolvenza sarà il Tribunale, dopo aver sentito anche il parere dei liquidatori della banca e i funzionari della Banca d’Italia. Secondo la Procura, la dimostrazione dell’insolvenza sarebbe costituita dall’incapacità di Veneto Banca di pagare il 21 giugno 2017 il bond relativo alle obbligazioni subordinate che era stato emesso nel 2007. Il rimborso, pari a 150 milioni di euro, fu infatti sospeso dal governo. Quattro giorni dopo, il 25 giugno, la banca veniva messa in liquidazione. Secondo la Procura l’insolvenza deve essere verificata proprio nel momento della messa in liquidazione. E a quella data Veneto Banca non aveva soldi per far fronte ai propri impegni nei confronti dei risparmiatori.

 © ANSA

Al momento il fascicolo penale trevigiano fa riferimento alla truffa, mentre a Roma è in corso l’udienza preliminare contro i vertici dell’istituto di credito per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Il pm De Bortoli lavora praticamente a tempo pieno al caso, visto che nella cancelleria sono state finora depositate 2.500 denunceper truffa. Fino a tre giorni fa erano 2.066, poi ne sono arrivate da Roma, contemporaneamente, altre 400. Ma il flusso non si arresta e numerose altre Procure italiane stanno provvedendo all’invio di analoghi atti. E’ quindi una cifra provvisoria. Nell’udienza di Roma, per esempio, le richieste di costituzione di parte civile sono state quattromila.

L’ipotesi di truffa aggravata è procedibile d’ufficio e quindi al momento non vi sono rischi di prescrizione. Si tratta di un’inchiesta molto complicata. Il danno è stato finora quantificato dalla Procura in oltre 200 milioni di euro. Non ci sono indagati a Treviso, visto che il fascicolo è al momento contro ignoti. Ogni denuncia indica, però, i funzionari o gli impiegati di banca con cui un cliente ha avuto rapporti e da cui sono venuti gli inviti ad investireacquistando i titoli, il cui valore è poi miseramente crollato allo zero.

L’inchiesta dovrà quindi ricostruire il ruolo che avevano, nella pianificazione delle offerte di titoli e soprattutto delle modalità di incentivazione, i vertici di Veneto Banca, i direttori, i capi area e i direttori di filiale. E’ in arrivo un maxi capo d’imputazione con decine di indagati? Il pm De Bortoli, intervistato dalla “Tribuna di Treviso”, ha invitato alla prudenza. “E’ difficile dimostrare che i dipendenti fossero a conoscenza delle reali condizioni finanziarie della banca, anche perché molti di loro hanno acquistato le azioni dell’istituto perdendo di conseguenza il denaro investito. La truffa, per essere contestata, presuppone che chi ha venduto le azioni fosse consapevole che il titolo aveva un valore effettivo inferiore”.

Le prime querele dei privati per truffa risalgono al 2015, ma l’inchiesta trevigiana è cominciata solo nel 2017 quando la Procura di Roma se ne è spogliata, tenendo per sé solo la parte che riguarda l’aggiotaggio e l’ostacolo alla vigilanza. A carico dei vertici bancari si profilano i reati di falso in bilancio, falso in prospetto e falso nelle relazioni delle società di revisione. I fascicoli sono tutti in carico al pm De Bortoli che si avvale della collaborazione di un pool di finanzieri e del Nucleo di polizia tributaria di Treviso. ( IL FATTOQUOTIDIANO)

 

Ex Popolari: “Stato di insolvenza per Veneto Banca”

Il pm Massimo De Bortoli ha firmato la richiesta: ora deciderà il tribunale. Sono 2.500 le querele per la maxi truffa.

TREVISO. La Procura di Treviso ha chiesto lo stato di insolvenza per Veneto Banca. La richiesta è stata firmata nelle scorse ore dal pubblico ministero Massimo De Bortoli, titolare del filone trevigiano dell’inchiesta sull’istituto di credito. Si tratta di un passo importantissimo perché, se il “fallimento” della banca verrà dichiarato dal tribunale, i risparmiatori vedranno aprirsi nuove possibilità per avere giustizia; gli inquirenti potranno infatti procedere anche per bancarotta, reato grave con tempi di prescrizione lunghi. 

Dottor De Bortoli quante sono le denunce per truffa su cui sta indagando la Procura di Treviso? 

«L’altro ieri erano 2.066, ora ne sono arrivate ulteriori 400, circa, da Roma. E così siamo all’incirca a 2.500. Altre continuano ad arrivare, da altre Procure d’Italia. E c’è anche qualcuno che deposita la querela adesso». 

Non sono scaduti i termini? «Se ipotizziamo le aggravanti, il reato diventa procedibile d’ufficio». 

Qual è il danno complessivo al momento ipotizzabile? 

«Lo abbiamo stimato finora in oltre 200 milioni di euro. Notevolmente sopra i 200 milioni». 

Le indagini per questo tipo di reato coinvolgono anche i responsabili di filiale oppure l’accertamento riguarda esclusivamente i vertici dell’istituto? 

«Al momento, formalmente, procediamo contro ignoti. Si indaga ad ampio raggio, sia nei confronti dei vertici della banca, sia valutando le posizioni dei dirigenti generali, dei capi area, dei direttori di filiale, seppur al momento non singolarmente individuati. Più avanti, con il proseguimento delle indagini, restringeremo l’ambito soggettivo. È difficile però dimostrare che i dipendenti erano a conoscenza delle reali condizioni finanziarie della banca, anche perché molti di loro avevano acquistato le azioni dell’istituto, perdendo di conseguenza tutto il denaro investito. E la truffa, per essere contestata, presuppone che chi ha venduto le azioni fosse consapevole che il titolo aveva un valore effettivo inferiore». 

Oltre che per truffa per quali altre ipotesi di reato state indagando? 

«Falso in bilancio, falso in prospetto, falso nelle relazioni delle società di revisione». 

Per questo tipo di reati è possibile procedere a sequestri? 

«Ora è prematuro valutare tale possibilità, essendo le indagini soltanto agli inizi. Va tenuto presente che siamo potuti partire con un certo ritardo: le prime querele erano arrivate già nel 2015 e noi abbiamo iniziato le indagini nel 2017. Questo perché i relativi fascicoli erano alla Procura di Roma che, all’esito delle indagini, ha ritenuto di procedere soltanto per i reati di ostacolo alla vigilanza e di aggiotaggio restituendoci i procedimenti per le truffe» . 

State indagando anche sulla denuncia per truffa fatta dall’ex presidente Bim D’Aguì contro Consoli? 

«Si, ma sono filoni separati. C’è un fascicolo a parte, anche se la vicenda è strettamente connessa». 

Duemilacinquecento querele sono davvero molte, potrebbe essere affiancato da un altro magistrato? 

«Allo stato non ne ravviso la necessità, ma qualora in futuro gli adempimenti diventassero molto più consistenti, allora, dovrebbe essere valutata la possibilità di un affiancamento. Tuttavia questa è un’ipotesi in prospettiva e non è detto che sia assolutamente necessario» . 

C’è un pool di investigatori dedicati? 

«Si, ci sono quattro investigatori della Guardia di Finanza che si avvalgono anche della collaborazione del Nucleo di polizia tributaria di Treviso. Al momento non sono stati nominati consulenti, più avanti è probabile che dovremo ricorrere ad essi per affrontare gli aspetti più tecnici della vicenda». 

Che tempi ci sono? 

«Impossibile fare previsioni».

Ma c’è il rischio prescrizione? 

«Il rischio di prescrizione è sempre incombente, ma in questo caso non imminente. La truffa si è consumata nel momento in cui le azioni hanno perso anche formalmente il loro valore, è lì che si è verificato il danno per le persone offese. E quindi siamo al 2014, non prima». 

La Procura di Treviso procederà, come prospettato, alla richiesta dello stato di insolvenza? 

«La richiesta è già stata firmata e depositata in tribunale che dovrà svolgere l’attività istruttoria per verificare se c’è o meno l’insolvenza. Dovrà in particolare sentire i liquidatori della società e la Banca d’Italia, secondo la procedura prevista dalla legge» . 

Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ecco come le class action naufragano

 

Quali sono gli elementi che l’hanno convinta a firmare la richiesta? 

«Una serie di elementi che ho esposto nella mia richiesta. La Cassazione, che si è già occupata altre volte dell’insolvenza di istituti di credito, ha sempre affermato che sotto tale profilo è rilevante il deficit patrimoniale. Non vi è dubbio, nel caso di Veneto Banca, che esso ci fosse. La dimostrazione dello stato di insolvenza è rappresentata inoltre, a mio avviso, dall’incapacità di Veneto Banca di pagare il 21 giugno 2017 il bond relativo alle obbligazioni subordinate emesso 10 anni prima. Tanto che il governo ha dovuto sospendere il rimborso dello stesso. Centocinquanta milioni di euro che la banca non è stata in grado di pagare. L’insolvenza deve essere verificata al momento della messa in stato di liquidazione, vale a dire il 25 giugno 2017 e il mancato pagamento è del 21 giugno. C’era una situazione di deficit che ho evidenziato e che emergeva dal bilancio. E poi se la Banca Centrale europea ha affermato che Veneto Banca non poteva proseguire la sua attività,

credo che lo abbia fatto in considerazione dello stato di dissesto della società e della sua incapacità di far fronte alle proprie obbligazioni. Soprattutto questo, a nostro avviso, comprova l’insolvenza di Veneto Banca, poi chiaramente sarà il tribunale di Treviso a decidere». (SABRINA TOME’ IL MATTINO DI PADOVA)