Stato di insolvenza delle venete? CorVeneto: per Giovanni Schiavon rimane il rischio di non vedere un soldo.( e ha fatto pure il magistrato!) forse non ricorda la revoca del contratto di cessione di azienda con Intesa!

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I fronti legali, nel caso delle ex popolari, si moltiplicano. Così come si moltiplicano, in parallelo, le certezze che tutto questo risulterà inutile per far recuperare soldi ai risparmiatori che nel crollo di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno perso tutto. E che si vedono impedite per legge le azioni di rivalsa, visto il decreto di liquidazione del 25 giugno le ha bloccate nei confronti di BancaIntesa Sanpaolo, a cui lo Stato ha trasferito le parti «buone» delle due venete.

Succede ora con l’apertura, nel caso di Veneto Banca, del secondo fronte penale, dopo l’inchiesta di Roma per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, che è in udienza preliminare proprio per la costituzione delle parti civili. Il filone è quello di Treviso, dove la Procura sta indagando per falso in bilancio, falso in prospetto, falso nelle relazioni delle società di revisione e anche per truffa, sulla base di 2.500 denunce, lasciando presagire tra l’altro un allargamento dell’inchiesta oltre il capitolo del 2013 che ha dato vita all’inchiesta di Roma, per esempio a come fu collocato tra il pubblico l’aumento di capitale del 2014.

Nell’ambito di questa inchiesta il pubblico ministero Massimo De Bortoli ha ora depositato al tribunale fallimentare di Treviso la richiesta di riconoscimento dello stato d’insolvenza. Che permetterà di appesantire i reati per cui s’indaga, visto che si potrà procedere anche per bancarotta fraudolenta e far leva anche qui sui sequestri.

Il passaggio è chiesto a gran voce dalle associazioni dei risparmiatori e certo è rilevante per approfondire le responsabilità anche su gravi ipotesi di reato, a partire dalla bancarotta. A patto però di non alimentare facili speranze tra i risparmiatori che sarà quella la strada legale da battere, con la costituzione di parte civile, per far ottenere i risarcimenti ai soci che hanno perso tutto.

Intanto perché la stessa dichiarazione d’insolvenza è tutt’altro che scontata, come si potrebbe pensare di fronte alla liquidazione delle due banche o scorso giugno. «L‘insolvenza di Veneto Banca non c’era proprio», argomenta senza mezzi termini Giovanni Schiavon, l’ex presidente del Tribunale fallimentare di Treviso (ed ex vice di Veneto Banca, ndr) che aveva fatto parte della commissione Trevisanato, quella che aveva avviato i primi passi della riforma del diritto fallimentare.

D’altra parte lo stesso Pm De Bortoli, rispetto al nodo decisivo di stabilire quando far scattare l’insolvenza, ovvero il momento in cui la banca non riesce più a far fronte ai suoi obblighi, fissa il termine pochi giorni prima la liquidazione del 25 giugno. Ovvero al mancato pagamento, il 21, dei 150 milioni di un bond subordinato (e tra l’altro escludendo così responsabilità nel provocare la liquidazione, e quindi l’eventuale bancarotta, in capo al cda di Atlante). Bond non pagato, però, non perché Montebelluna non avesse i soldi, ma per un decreto del governo. Che aveva sospeso il pagamento di fronte all’incertezza sul via libera alla ricapitalizzazione precauzionale, in forza degli 1,2 miliardi di euro che la Commissione europea aveva chiesto alle due venete per coprire le perdite prevedibili dal piano di fusione, e che nessun privato metteva. Senza un decreto la banca era in un vicolo cieco: se pagava, e fosse poi finita in risoluzione, dovendo azzerare i bond subordinati, gli amministratori si sarebbero tirati dietro l’accusa di bancarotta preferenziale. Viceversa, il non pagare per questo motivo non avrebbe salvato la banca dall’esser dichiarata insolvente.

A questo punto è chiaro che decisiva è la richiesta dell’Ue degli 1,2 miliardi di euro dei privati, scattata a metà maggio. Richiesta prospettica, che riguarda perdite prevedibili da coprire con ulteriore capitale, non una crisi immediata. Fino ad allora l’emergenza è certo pesante: i depositi continuano ad uscire nell’incertezza del via libera di Bruxelles; ma non viene percepita come capace di far saltare la banca nell’immediato, vista anche la liquidità dei bond garantiti dallo Stato. Non a caso ad aprile le due banche avevano pagato 400 milioni di rimborsi ad oltre centomila soci per chiudere i contenziosi legali; cosa che non avrebbero potuto fare, se fosse stato attuale il rischio di una risoluzione. E ancora a marzo Bpvi e Veneto Banca erano state ammesse da Bce a trattare con l’Ue la ricapitalizzazione precauzionale tra i 4 e i 6 miliardi. Il cui presupposto fondamentale, si ricorderà, era di essere solvibili.

Ancora va ricordato che la liquidazione a fine giugno scatta sulla base della regola europea del «failing or likely to fail», ovvero che la banca è in dissesto ma anche in probabile dissesto. Che è altro dall’insolvenza della legge italiana, che distingue chiaramente tra stato di crisi e fallimento. «Quel principio – sostiene Schiavon – esprime lo stato di avvicinamento alla procedura di risoluzione delle norme europee, tanto che viene spiegata con la carenza di capitale; ma non si riferisce alla capacità del debitore di assolvere ai sui obblighi, stabilita dalla legge italiana. Ma allora -, aggiunge Schiavon – la liquidazione è stata aperta per insolvenza o per revoca della licenza bancaria? I dubbi sulla sussistenza dello stato d’insolvenza sono leciti».

Se i dubbi non mancano (e sul punto, tra l’altro, il tribunale per accertare lo stato d’insolvenza dovrà sentire i commissari liquidatori, tra cui anche l’ex manager di Bpvi e Veneto Banca, Fabrizio Viola), anche a volerla considerare per dichiarata, va detto che gli eventuali soldi che dovessero entrare con sequestri e revocatorie non andranno ai singoli risparmiatori che volessero costituirsi, magari per la seconda volta, parte civile. Perché, ormai avviata l’azione di responsabilità dai commissari liquidatori, lì finiranno i denari recuperati. Che andranno ad arrotondare almeno i soldi da spartire tra i creditori, si dirà. A patto però di non dimenticare che i primi 5 miliardi recuperati andranno in via prioritaria allo Stato, per far fronte ai soldi dati ad Intesa per farsi carico delle attività salvate di Veneto Banca e di Popolare di Vicenza.

«Sì è così», dice sconsolato Schiavon. «La richiesta servirà a dimostrare che l’insolvenza non c’era, che la banca era certo in difficoltà, ma non insolvente. Ma questo allarga ulteriormente la necessità di risarcire i soci che l’hanno persa definitivamente». Schiavon si spinge oltre il fondo approvato dal parlamento: «Ad esempio chiamando Intesa a dar titoli propri in concambio ai vecchi azionisti. O con mosse dello Stato che ricorrano anche a deroghe alle norme, visto che il decreto di liquidazione ha derogato a tutto, anche a danno dei risparmiatori. Fino a far postergare (retrocedere nell’ordine di priorità, ndr) i crediti dello Stato nella liquidazione rispetto a quelli dei soci».

di Fabrizio Nicoletti, da Il Corriere del Veneto

Dall’Antitrust multa da 20 milioni a Poste Italiane

Punita la posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza. L’azienda presenterà ricorso al Tar

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per oltre 20 milioni di euro Poste Italiane per un abuso di posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza ordinaria, ossia quegli invii che i grandi clienti business come le banche, le assicurazioni e le compagnie telefoniche mandano ai propri clienti (es. estratti conto, avvisi di scadenza, bollette).  

 

In particolare, spiega l’Authority, «la strategia escludente, attuata sin dal 2014 da Poste Italiane a danno dei concorrenti – entrati in questo mercato a seguito della liberalizzazione dei servizi postali – è consistita nell’offrire ai propri clienti finali condizioni economiche e tecniche non replicabili dai concorrenti almeno altrettanto efficienti, i quali necessariamente devono ricorrere ai servizi di Poste Italiane per il recapito nelle zone rurali e meno densamente abitate del Paese (aree extra urbane), dove è presente solo Poste Italiane». Inoltre, aggiunge l’Antitrust, «Poste Italiane ha implementato una strategia di recupero dei volumi di posta affidati alla concorrenza, ricorrendo a sconti e condizioni selettivi e fidelizzanti, tra l’altro, condizionando gli sconti praticati ai clienti finali all’affidamento esclusivo di tutti gli invii o di una parte sostanziale degli stessi». 

 

«L’istruttoria ha altresì accertato che la strategia anticoncorrenziale di Poste Italiane – ex monopolista che ancora oggi detiene una consolidata posizione dominante sul mercato in questione – ha prodotto concreti effetti sulle dinamiche concorrenziali; infatti, Poste Italiane è riuscita a recuperare numerosi clienti e ad aumentare ulteriormente la propria quota di mercato, a danno degli altri operatori postali attivi sul mercato», conclude l’Antitrust. 

 

Ma secondo fonti vicine al dossier, l’azienda ritiene di aver sempre condotto un comportamento rispondente agli indirizzi normativi e alle logiche di mercato, in un contesto altamente competitivo a tutela della qualità del servizio. Per questo motivo, ha intenzione di presentare ricorso al Tar del Lazio ritenendo inadeguata, e in contrasto con la normativa di riferimento, la sanzione comminata in un procedimento peraltro iniziato nel giugno 2016 e protrattosi per quasi 2 anni di istruttoria. (La Stampa)

 
 
 
 
 

Fca scala le classifiche di Borsa. Staccate Hyundai e Psa. Non Volvo e Nissan

Parla Marchionne e Fiat Chrysler Automobiles vola a un nuovo record. LE classifiche della capitalizzazione di Borsa dei gruppi auto

Fca scala le classifiche di Borsa. Staccate Hyundai e Psa. Non Volvo e Nissan

 

Ennesimo record storico per il titolo Fiat Chrysler Automobiles che a Piazza Affari chiude a 19,54 euro per azione (+2%) dopo un picco intraday di 16,65 euro, con oltre 17,6 milioni di pezzi scambiati sfruttando ancora una volta l’effetto-Marchionne. Il Ceo, il cui successore dovrebbe essere individuato già entro l’estate, ha sfruttato l’occasione dell’apertura del Salone dell’Auto di Detroitper segnalare che si cercherà di anticipare l’azzeramento dell’indebitamento netto industriale (finora previsto a fine 2018), che uno spin- off di Jeep-Ram è effettivamente possibile e che agli azionisti non sarà chiesto di metter mano alla tasca con alcun aumento di capitale.

Marchionne: vogliamo farcela da soli 
Tanta roba, che più che compensa la delusione sul tema delle alleanze, un punto su cui Marchionne si è limitato a spiegare che “abbiamo deciso di farcela da soli”, confermando quanto già anticipato anche da altri top manager del gruppo, nonostante le varie ipotesi circolate (da Hunday a Peugeot piuttosto che General Motors) negli ultimi mesi. Ma davvero è possibile che il produttore italo-americano possa rimanere ancora per molti anni un gruppo a se stante? A giudicare dalle valutazioni dei mercati la risposta non è scontata.

Il titolo scala posizioni in classifica 
Con un incremento delle quotazioni del 250% nell’ultimo biennio (+115% circa negli ultimi 12 mesi), il titolo Fiat Chrysler Automobiles ha scalato la classifica del settore automobilistico mondiale: lacapitalizzazione di Fca è ormai prossima ai 29,5 miliardi di euro, dopo lo scorporo di Ferrari (+73% abbondante nell’ultimo anno) che da sola vale altri 18,2 miliardi circa.

I due titoli guidano con ampio distacco la classifica italiana (Pirelli & C. segue con poco meno di 7,9 miliardi di capitalizzazione, Brembo è più staccata con meno di 4,5 miliardi), ma restano relativamente dei “pesi piuma” a livello mondiale.

Staccati coreani e francesi, ma non Volvo o Nissan
Marchionne guida un gruppo che ha ormai staccato Peugeot (+7% nell’ultimo anno), che in borsa vale “solo” 16,25 miliardi, Hyundai (+4,7%, 26,2 miliardi scarsi) e Renault (+10% circa, 26,2 miliardi), ma resta dietro a un nome “blasonato” come Volvo (+51,6%, 34,6 miliardi di euro di capitalizzazione), risollevatosi dalla crisi solo grazie a capitali cinesi e alla “svolta” a favore dell’auto green spinta da motori elettrici, una carta in cui Marchionne non ha creduto o non ha potuto giocarsi fino in fondo. O come Nissan Motor(+3,6% negli ultimi 12 mesi, 35,7 miliardi di capitalizzazione), che come il marchio svedese e perfino Ford (+10,6%, 42,8 miliardi) non rientra nella top ten mondiale dei produttori di auto e componenti.

Toyota e Volkswagen restano lontane
Una top ten che continua a vedere ai suoi vertici Toyota Motors (+14,9%, quasi 184 miliardi di capitalizzazione, ossia più di sei volte quella di Fca) seguita, a distanza, da Volkswagen (+28,1%, 90,4 miliardi), che neppure il “dieselgate” è riuscito a scalfire più di tanto. Alle spalle della coppia di testa, il settore auto parla prevalentemente tedesco: Basf, Daimler e Bmv con capitalizzazioni tra 86 e 58 miliardi di euro precedono Honda (53 miliardi) e l’ex socio di Fiat, vanamente “corteggiato” in questi anni da Marchionne, General Motors (51 miliardi).

Per il mercato l’auto elettrica è il futuro
Chiudono la top ten la cinese Saic Motor (quasi 50 miliardi di capitalizzazione), il produttore tedesco di pneumatici Continental (48,2 miliardi), sfuggito a inizio anni Novanta ad un tentativo di takeover da parte proprio di Pirelli, e l’alfiere dell’auto elettrica, l’americana Tesla che per il momento di utili non ne fa (anzi continua a registrare consistenti perdite), ma piace al mercato che crede che nei prossimi vent’anni le auto a benzina saranno solo più nei musei e quindi scommette sulla capacità di Elon Musk di vincere la partita per l’auto elettrica grazie al know-how sviluppato nella produzione di batterie. Per quanti anni Fca potrà restare da sola?

Insomma: grazie ad alcune scommesse vincenti, dalla Fiat 500 fino ai più recenti modelli dell’Alfa Romeo che paiono aver incontrato il gusto degli automobilisti sia in Europa sia in America, Marchionne ha saputo pilotare con abilità Fca nel mare sempre più turbinoso del settore automobilistico mondiale, ma la probabilità che da qui a 10 anni, o forse meno, il gruppo possa diventare preda di qualche “peso massimo” restano superiori a quelle che sia Fca a promuovere una nuova aggregazione con gruppi di taglia analoga. Così almeno parte delle performance del titolo si spiega proprio con l’attesa di un’offerta multimiliardaria che consenta a Marchionne (che grazie alle stock grant è socio con poco più dell’1% di capitale) e agli azionisti tutti, a partire dagli eredi Agnelli, di massimizzare il proprio investimento in Fiat Chrysler Automobiles.

Luca Spoldi Affariitaliani

 

ELEZIONI E FINANZA/ Il trucco dietro le promesse dei partiti

La campagna elettorale è appena iniziata, ma le promesse mirabolanti da parte dei partiti non mancano. Resta da capire chi le pagherà. Il commento di UGO ARRIGO sussidiario.net

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Ottima idea. Ma chi paga? Questo dovrebbe chiedere l’elettore agli esponenti politici di fronte a ognuna delle proposte di politica economica che stanno iniziando a emergere in vista delle elezioni. Si sono infatti aperte le cucine della campagna elettorale e i capocuochi dei partiti in competizione hanno già iniziato a sfornare sfavillanti ricette di spesa pubblica. Prima della chiusura della campagna saranno incluse in altrettanti voluminosi ricettari tra i quali il giorno del voto gli elettori saranno chiamati a scegliere. E il giorno dopo il voto, se vi sarà un cuoco vincitore netto, bisognerà andar a far la spesa per mettere assieme gli ingredienti richiesti dal suo ricettario. Chi la pagherà?

Il problema non sembrano porselo né gli chef, che immagino si ritengano dei creativi dell’alta cucina per i quali sarebbe poco dignitoso occuparsi di questi dettagli di basso livello, né tanti meno gli elettori/commensali che si aspettano di potersi sedere al tavolo per consumare i pasti per i quali hanno votato. Sin qui nulla di nuovo nella storia del nostro Paese, nel quale nell’ultimo mezzo secolo abbiamo messo assieme ben duemilatrecento miliardi di euro di conti di ristorante pagati prendendo soldi a prestito, quella cosa che va sotto il nome di debito pubblico e che sembra essere completamente ignorata nelle cucine dei nostri chef, il cui funzionamento futuro sarà garantito solo se i nostri creditori continueranno a finanziarci.

Possibile che i commensali/elettori credano ancora nell’esistenza di pasti gratis? In fondo non è indispensabile essere seguaci di Milton Friedman per avere consapevolezza del contrario. Tuttavia esistono due tipi di pasti: quelli pagati da chi li consuma e quelli pagati da chi non li consuma. Coloro che consumano pasti che non pagano e coloro che pagano pasti che non consumano fanno parte della stessa comunità nazionale, della stessa cittadinanza, e avrebbero il dovere di accordarsi su criteri equi di ripartizione dei vantaggi e degli oneri, cioè dei pasti e dei relativi conti. Questa divisione equa dei costi e dei benefici si chiama politica, quando funziona, e continua a chiamarsi politica anche quando non funziona. Ma ove funziona i paesi prosperano e ove non funziona i paesi declinano.

Che la politica sia l’arte di cooperare tra cittadini secondo giustizia non è una definizione nuova né recente, risalendo almeno a Platone. Tuttavia la democrazia, il peggior sistema di governo tranne tutti gli altri che sono stati sinora sperimentati, come disse Churchill in un famoso discorso alla Camera dei Comuni, ha un problema: chi governa dovrebbe perseguire il bene dell’intera comunità, ma, per governare, e continuare a farlo anche dopo le prossime elezioni, gli è sufficiente il consenso di una maggioranza dei cittadini, non della loro totalità (o quasi). Se i cittadini non sono coesi, se non sono interessati al bene dell’intera comunità ma solo a quello individuale o della loro corporazione, essi permettono ai politici di avere successo offrendo pasti gratis ai loro potenziali elettori e ponendo il conto a carico dei loro sicuri non elettori.

L’Italia che cambia: “Che aria tira? Cittadini in rete per monitorare la qualità dell’aria”

Si può allora dire che il populismo, o la demagogia, per usare una parola più antica, consista nel comperare il consenso dell’elettore (inteso come collettività nazionale) coi suoi stessi soldi o, in maniera più raffinata, nel comperare il consenso di Tizio (inteso come parte sociale) coi soldi di Caio e magari subito dopo il consenso di Caio coi soldi di Tizio, sfruttando le asimmetrie informative e l’incompetenza degli elettori. Il massimo del successo del politico si ha quando il consenso di Tizio e quello di Caio sono comperati coi soldi dei figli non ancora elettori di Tizio e Caio e magari anche con quelli dei loro nipoti non ancora nati. Lo strumento magico per ottenere questo risultato si chiama debito pubblico: il debito è la somma dei conti non pagati dei commensali di oggi e di ieri posti a carico delle generazioni di domani. Ma non è detto che queste generazioni vi saranno. Un possibile effetto è il declino demografico, riconducibile tanto all’ipotesi dell’assenza di eredi dei beneficiati dell’alta spesa pubblica in disavanzo quanto dal non potersi permettere figli in numero adeguato dei penalizzati dalla finanza pubblica. E non è detto che le nuove generazioni superstiti scelgano di restare nel Paese se saranno chiamate a consumare pasti frugali per poter pagare i conti dei loro predecessori. Perché mai non dovrebbero emigrare se all’estero possono conseguire pasti più ricchi pagando conti più sobri?Palacio en Italia

Si ha in conseguenza che l’assenza prolungata nel tempo di una comunità nazionale coesa e solidale porti dapprima a un declino economico e quindi a un declino anche sociale e persino demografico. Se non c’è anche la comunità, prima o poi rischiano di sparire anche gli individui. Ma come si può costruire una comunità senza una politica di livello elevato, l’esatto contrario della ricerca populistica del consenso alla vigilia delle elezioni? È quello che io chiamo teorema di impossibilità di Simonide. “Polis andra didaskei”, la città insegna all’uomo, sosteneva Simonide, poeta greco del VI secolo a.c., citato in Plutarco, e Paul Cartridge ne “Il pensiero politico nell’antica Grecia” così lo interpreta: “La città insegna all’uomo a essere cittadino”. Tuttavia non può farlo una città che non sia già formata da cittadini. Infatti chi è che, nella città odierna che è lo Stato, insegna la cittadinanza? La comunità politica stessa, dal basso, oppure i politici, dall’alto? Una comunità politica di cittadini, interessata al bene comune, eleggerebbe certamente uomini politici interessati al bene comune. E a loro volta uomini politici interessati al bene comune coltiverebbero il senso civico dei loro cittadini, in un circolo virtuoso autorigenerantesi. Ma è invece impossibile per una collettività non interessata al bene comune eleggere consapevolmente politici che lo siano, potrebbe farlo solo per sbaglio, e a loro volta politici non interessati al bene comune non saranno in grado di coltivare cittadini autentici. In questo consiste l’impossibilità, quello che sopra era un circolo virtuoso qui diventa un circolo vizioso.

تور دور ایتالیا

Credo che l’attuale situazione di crisi permanente e di declino del Paese abbia radici storiche molto distanti nel tempo, che l’Italia sconti il vizio d’origine della sua unità: quello di aver avuto lo Stato prima dei cittadini e di non essere riuscita a costruirli in tutta la restante parte sin qui trascorsa della sua storia. Lo ha spiegato molto bene alcuni anni fa lo storico Roberto Vivarelli, in un libricino commemorativo in occasione dei 150 anni dell’unità del Paese, “Italia 1861” (Il Mulino): “…una nazione moderna corrisponde a una comunità di cittadini. Il Risorgimento dette effettivamente vita ad uno stato nazionale formalmente moderno, perché retto da libere istituzioni. Ma dietro quello stato una nazione come comunità di cittadini non c’era, né la classe dirigente del tempo si propose di formarla… In effetti, in luogo di una nazione come comunità di cittadini, il che significa una comunità aperta, la società italiana ha mantenuto e sempre più consolidato la struttura di un ordine corporativo, cioè di una società chiusa, divisa in un largo numero di fazioni, forme associative di natura diversa, dalla famiglia alle lobbies, dagli ordini professionali ai sindacati e ai partiti, ciascuna volta alla difesa dei propri interessi particolari e perciò incapace, poco importa se per ingenuità o per malizia, di allargare il proprio orizzonte e riconoscere, insieme, i diritti altrui e le prioritarie esigenze di un interesse generale”.

Come può una polis siffatta insegnare la cittadinanza ai suoi membri? E come può sperare di eleggere politici che perseguano “le prioritarie esigenze di un interesse generale” anziché il conseguimento del consenso di un numero sufficientemente elevato di corporazioni attraverso la promessa del soddisfacimento dei loro interessi più particolari? Come di consueto la somma delle fette di torta promesse alle diverse categorie eccederà di gran lunga la dimensione della torta che il Paese è in grado di cucinare, anzi quanto più grandi e numerose sono le fette promesse senza richiedere che ognuno se le cucini per suo conto, tanto più piccola sarà la torta effettivamente realizzata.

La condizione attuale dell’Italia è ben descritta da una scena del film “Invito a cena con delitto”, tratto da una commedia di Neil Simon, e da due suoi personaggi: la cuoca sordomuta e il maggiordomo cieco. La cuoca sordomuta è il settore produttivo privato che non ha capito che doveva preparare un certo pasto, non si è preparato e non lo ha fatto. Invece il maggiordomo ceco è la classe politica la quale cerca di servire ai commensali di una tavola elegantemente imbandita il cibo che non è stato cucinato. Tuttavia con due non piccole differenze: la prima è che la classe politica è ben consapevole che la pentola è vuota e la seconda è che essa non ha certo la classe e lo stile di Sir Alec Guinness.

Excalibur Spider Pirelli: segnatempo da competizione

Excalibur Spider Pirelli, l’iconica linea by Roger Dubuis

Excalibur Spider Pirelli: segnatempo da competizione

 

Roger Dubuis è Excalibur. Excalibur è Roger Dubuis. Excalibur, l’emblematica ed estrosa collezione di Roger Dubuis, è parte integrante del patrimonio genetico della Maison. Interpreta la natura avventurosa di una Manifattura che da sempre punta a distinguersi. Un alter ego inimitabile che, insieme a prestigiosi partner, nel 2017 ha lasciato la sua inconfondibile impronta sui circuiti più iconici del mondo.

L’autentico spirito creativo è guidato dalla passione per le trasformazioni innovatrici. Sostenuto da una divisione in-house dedicata e da tutta la Manifattura, il mantra “materiali dirompenti e complicazioni innovative” di Roger Dubuis trova l’espressione perfetta nella sua sfida assoluta: “Dare to be Rare”.

Quando ingegneri visionari incontrano incredibili orologiai Nel 2017, l’irresistibile attrazione reciproca ha segnato l’inizio della partnership tra Roger Dubuis e Pirelli e Roger Dubuis e Lamborghini Squadra Corse.  Legami fondati sulla filosofia aziendale, su una visione R&D radicale, la comune passione per il design dirompente e i tecnicismi superlativi oltre a uno spirito in totale sincronia con una clientela tra le più elitarie del mondo. Due partnership esclusive con due brand iconici, impegnati a offrire ai loro clienti esperienze eccellenti, cui ha fatto seguito il lancio di una serie di modelli fregiati del Punzone di Ginevra.

Pioniere in innovazioni tecniche e di settore, Pirelli  fornisce eccezionali pneumatici da gara per le competizioni più importanti del motorsport e vanta una lunga storia di prodotti sviluppati in collaborazione con le case automobilistiche di maggiore prestigio, un partner ideale per Roger Dubuis. Nel 2017 i due rivoluzionari modelli Excalibur “Pirelli”, e alcune innovazioni mondiali hanno incarnato brillantemente questo concept.

Excalibur Spider Pirelli White 1
 

Performance, differenziazione e servizio esclusivo.

Perfect Fit ed effetto sorpresa bianco e blu. Il 2018 promette di essere adrenalinico, con gli stilemi inconfondibili e i colori emblematici della collezione Excalibur Spider Pirelli che porgono il benvenuto all’Excalibur Spider Skeleton Automatic Pirelli in elegante titanio nero con accenti blu intenso o bianco candido a scelta. In queste ultime edizioni speciali Pirelli con il Calibro 820SQ, la lunetta scheletrata e scanalata di titanio e con rivestimento DLC nero è completata da una corona sovrastampata di caucciù blu o bianco, coordinata alle impunture blu o bianche del cinturino. Quest’ultimo celebra lo spirito performante insito nel DNA di questi due brand eccezionali, e nell’Excalibur Spider Pirelli è realizzato con una mescola di pneumatici certificati Pirelli che hanno vinto una gara di motorsport. A suggellare l’unione sono i leggendari motivi del battistrada che riproducono la traccia del pneumatico Pirelli CINTURATOTM Intermediate.

Nel 2018, con una serie di edizioni limitate Roger Dubuis ridefinirà il concetto stesso di esclusività, tenendo col fiato sospeso la sua clientela scelta con un’incessante turbine di sorprese anticonvenzionali e, naturalmente, estreme.

Il progetto Pirelli Design nasce quale evoluzione del precedente Pirelli PZero, lanciato da Pirelli nei primi anni del 2000. Il suo obiettivo, in coerenza con la focalizzazione di Pirelli sui segmenti car Prestige e Premium, è la valorizzazione del brand Pirelli attraverso lo sviluppo di progetti mirati di design che sfruttano il know-how tecnologico dell’azienda, congiuntamente a partner selezionati che rappresentano l’eccellenza in ciascun settore di riferimento, al fine di offrire prodotti unici, iconici e irripetibili. (Affariitaliani)

 

Entrate, Debiti fiscali con l’Erario pagabili in 72 rate. La svolta

Obbligo per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, ex Equitalia, a rateizzare i debiti dei cittadini in 72 rate. Lo stabilisce sentenza di commissione tributaria.

Di Antonio Amorosi Affariitaliani
Entrate, Debiti fiscali con l'Erario pagabili in 72 rate. La svolta

  
 
DEBITI CON L’ERARIO, ENTRATE RISCOSSIONE: SI POTRANNO PAGARE IN 72 RATE

 

L’Erario deve favorire i cittadini. Svolta per un terzo degli italiani, i tanti che hanno debiti con l’erario. Da oggi l’Agenzia delle Entrate-Riscossione (prima si chiamava Equitalia) ha l’obbligo di concedere la dilazione dei debiti e di renderli pagabili in 72 rate (6 anni). La possibilità per il cittadino è un obbligo per l’ente pubblico e il contribuente in difficoltà non deve supportare la richiesta con una documentazione. Cioè il contribuente non deve dimostrare di essere in uno stato di difficoltà economica, come chiedeva di fare in passato Equitalia o l’Agenzia. Lo ha stabilito una sentenza tributaria della commissione provinciale di Sondrio (sentenza n° 133/02/2017) e le motivazioni rese pubbliche nelle scorse ore lo spiegano: per la commissione l’articolo 19, comma 1, del dpr 602/73 era già chiaro anche se Equitalia o l’Agenzia chiedevano una prova documentale a dimostrazione della condizione di difficoltà del cittadino. Ora il quadro cambia perché la «concessione» che l’Agenzia fa, spiega chiaramente la commissione tributaria, «sta ad indicare un obbligo e non una facoltà in capo all’agente della riscossione». E il cittadino non necessità di alcuna prova documentale per debiti con le Entrate inferiori a 60000 euro.

 

 

ENTRATE, DEBITI CON ERARIO: ITALIA UN PAESE DI INDEBITATI

 

21 milioni di italiani nel 2017 hanno debiti con Equitalia (ora Agenzia delle Entrate-Riscossione), più precisamente con gli oltre 8000 enti creditori per cui le Entrate esercitano la riscossione. Il numero di italiani con debiti lo ha riferito la scorsa primavera l’Ad dell’agenzia pubblica di riscossione Ernesto Maria Ruffini, in audizione presso la commissione Finanze alla Camera. Equitalia è stata sostituita dall’1 luglio del 2017 dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Ma se a questi 21 milioni che hanno debiti con le Entrate aggiungiamo coloro che ne hanno con finanziarie e banche e a chi con parenti ed amici si può avere un quadro d’insieme di come in pochi anni la situazione economica italiana sia mutata: da Paese di “grandi risparmiatori” a Paese di debitori e costantemente in crisi.

“Il 53% ha accumulato pendenze che non superano i 1000 euro” e il “74% dei contribuenti ha debiti sotto i 5000 euro”, ha riferito Ruffini. E nel 2017 sono in molti casi iscritti a ruolo dagli enti impositori debiti con oltre 15 anni fa. Sarebbe infatti di 817 miliardi l’ammontare complessivo da dare al fisco. Ma il 43% è difficilmente recuperabile visto l’elevato spazio di tempo trascorso dalla sanzione.

 

 

DEBITI CON L’ERARIO, LA SENTENZA CHE LI RENDE PAGABILI IN 72 ORE

 

La vertenza che obbliga l’Agenzia delle Entrate-Riscossioni alle 72 rate (6 anni) e senza scelta si è risolta nella città di Sondrio dove un ricorrente ha presentato istanza alla commissione tributaria per 3668,63 euro di debito con l’erario. Da oggi sarà più chiara la norma e per debiti fino a 60000 euro si può chiedere una rateizzazione presentando una semplice domanda, dichiarando la temporanea situazione di difficoltà economica e nessuna ulteriore documentazione. Gli italiani che hanno un debiti verso il fisco di queste dimensioni sarebbero non meno di 17 milioni. Nel caso invece in cui le somme iscritte a ruolo sono di importo superiore a 60000 euro la dilazione può essere concessa se il contribuente documenta la temporanea situazione di obiettiva difficoltà.

 

 

Ma come si sa le vertenze italiane non sono mai lineari. Se una norma da ossigeno al cittadino ce ne è un’altra che attribuisce discrezionalità all’Erario. L’Agenzia delle Entrate-Riscossione, ha poteri rafforzati rispetto ad Equitalia. In caso di debiti, se lo ritiene, potrà immediatamente accedere alle banche dati per verificare quali sono i crediti e qual è il patrimonio del contribuente che il Fisco ha la facoltà di aggredire per rifarsi di eventuali mancati pagamenti. Il sistema così, anche se la Corte Costituzionale dichiara illegittima la pratica, costringe il contribuente a pagare e poi eventualmente a ritornare in possesso dei suoi beni, se dimostra di aver ragione. Per fare tutto ciò, per pagare avvocati e consulenti, il cittadino dovrebbe comunque avere altre risorse, non si sa reperibili dove però soprattutto se è in uno stato di difficoltà economica.

 

 

QUEL BONACCIONE DI KIM: I VECCHI COMPAGNI DELLA SCUOLA SVIZZERA CHE FREQUENTÒ IL DITTATORE NORDCOREANO RACCONTANO COM’ERA CICCIO-KIM IN GIOVINEZZA: “AVEVA UNO SPICCATO SENSO DELL’UMORISMO E UNA COLLEZIONE DI NIKE DA INVIDIA. CERTO, DETESTAVA PERDERE. PER LUI VINCERE ERA SEMPRE MOLTO IMPORTANTE”

DAGONEWS 

 

kim jong un giovaneKIM JONG UN GIOVANE

Secondo i suoi vecchi compagni di classe, da giovane Kim Jong-Un non assomigliava affatto al tiranno dispotico che conosciamo.

 

Alla scuola pubblica di Liebefeld-Steinhölzli, a Koeniz viicno a Berna, Kim infatti era considerato un ragazzino popolare, con una collezione di Nike da fare invidia a tutti.

 

Nonostante il suo leggero sovrappeso e l’altezza modesta (era alto 170cm), Kim amava – e se la cavava piuttosto bene – soprattutto giocare a basket, ed era un fan sgegatato  dei Chicago Bulls.

 

Un suo vecchio compagno di classe Joao Micaelo, ha raccontato al Daily Beast che erano buoni amici col dittatore: “Ci divertivamo un sacco insieme, era un bravo ragazzo e piaceva a molti.

 

Come per gli altri suoi compagni, Micaelo aveva conosciuto Kim come “Pak Un” e gli era stato detto che era il figlio di un’Ufficiale dell’ambasciata coreana.

 

kim jong un giovane 2KIM JONG UN GIOVANE 2

Un altro compagno d’infanzia, Marco Imhof, di Berna, ricorda: “Gli piaceva scherzare spesso, ma detestava perdere. Vincere per lui era molto importante.”

 

Dai racconti, sembra insomma che Kim fosse dotato di un particolare senso dell’umorismo e che riuscisse ad andare d’accordo con tutti i ragazzi, anche con quelli provenienti da paesi nemici della Corea del Nord.

 

“Non si parlava mai di politica a scuola, discutevamo solo di calcio.” 

 

 

 

 

 

 

 

GLI EX COMPAGNI DI SCUOLA DEL DELFINO: «ERA UN RAGAZZO BUONO CON UN LATO OSCURO»

 

Elena Burchia per il “Corriere della Sera

 

Kim jong un bambino 4KIM JONG UN BAMBINO 4

Il dittatore nordcoreano è morto, ma il potere dovrà restare in famiglia: dopo la scomparsa di Kim Jong-il, il figlio Kim Jong-un è stato designato al rango di «grande successore». Ma chi è realmente quest’uomo? Del terzogenito del caro leader non si sa neppure la data di nascita esatta: dovrebbe avere meno di 30 anni. Pochissime sono le informazioni sul suo conto, perlomeno quelle ufficiali. Qualche traccia dell’adolescenza, del suo carattere e delle sue passioni arriva dalle testimonianze di alcuni ex compagni di scuola. Che rivelano: «Era un ragazzo normale, un tipo tranquillo». Ma anche «dalla doppia personalità».

 

kim jong un coi compagni di classeKIM JONG UN COI COMPAGNI DI CLASSE

«DIVENTAMMO SUBITO AMICI» – Figlio della terza moglie Ko Yong-hui, una ballerina professionista morta di cancro nel 2004, Kim Jong-un dovrebbe essere nato intorno al 1983, non si conosce infatti la data precisa. Quella ufficiale è: 8 gennaio 1984. Stando a quanto riferito negli anni da diversi organi d’informazione, il giovane vanterebbe studi in Svizzera, come i fratelli. Tra il 1998 e il 2000 avrebbe frequentato la scuola pubblica di Liebefeld-Steinhölzli, nel comune bernese di Köniz. «Quando aveva 16 anni era un bravo ragazzo», ha raccontato l’ex compagno di banco, João Micaelo al quotidiano austriaco Österreich. L’ex studente di origini portoghesi, oggi cuoco a Vienna, ricorda: «Era appena iniziato l’anno scolastico e ci venne presentato questo nuovo studente, il “figlio di un ambasciatore nordcoreano”. Visto che non c’era posto in classe si sedette vicino a me, diventammo subito amici. Era un ragazzo come tutti». Alla Cnn precisa: «Non penso possa fare qualcosa di male, sebbene non sappia come sia cambiato negli ultimi nove anni».

 

KIM JONG UN 2KIM JONG UN 2

JAMES BOND E SOPHIE MARCEAU – Kim Jong-un sarebbe stato uno studente taciturno, timido e riservato, ma determinato, con una passione per la pallacanestro, la PlayStation, i film di Jackie Chan e il team Nba dei Chicago Bulls. Inoltre, con un debole per le pellicole di James Bond e l’attrice Sophie Marceau. A scuola vestiva sempre scarpe da ginnastica Nike e tute Adidas. Tutti i compagni sapevano chi era, sebbene si fosse iscritto col nome falso di Un-pak. La direzione dell’istituto non ha mai confermato nè smentito tale circostanza. Il figlio del dittatore nordcoreano aveva però anche un lato oscuro. Marco Imhof, uno degli amici alla scuola svizzera, lo descriveva così nel settembre 2010 nella trasmissione elvetica «10vor10»: «Giocavo spesso a basket con lui. Sul campo diventava un altro e spesso alzava la voce». Imhof lo ricorda poi «sempre in compagnia di due donne e di un uomo». A quei tempi il ragazzo sarebbe anche andato a trovarlo a casa, nella Kirchstrasse: «Kim Jong-un aveva ordinato ai domestici degli spaghetti e uova al tegamino; non era di suo gusto ed ha cominciato a strigliare pesantemente le due donne».

kim jong un bambinoKIM JONG UN BAMBINO

 

MENTALITÀ SVIZZERA – Una compagna di classe, che ha voluto restare anonima, raccontava qualche tempo fa alla Berner Zeitung di un ragazzo «nei primi tempi molto aggressivo». «Un-pak, ma tutti noi lo chiamavano Un, andava regolarmente fuori di testa: ci colpiva negli stinchi o ci sputava in faccia. Col tempo si è però tranquilizzato». Per João Micaelo, invece, è «inconcepibile» l’idea che il suo migliore amico di allora diventi dittatore della Corea del Nord. Il giovane si augura che a Kim Jong-un sia rimasto qualcosa dei «bei tempi passati» e della «mentatlità svizzera».

 (Dagospia.com)

Chi è Silvio Berlusconi?

 

Ancora una volta protagonista della politica italiana, l’ex Cav. è paradossalmente la vera novità della prossima campagna elettorale.

n ritratto completo ed esaustivo di Silvio Berlusconi comprende una serie infinita e in fondo ovvia di storie, polemiche e ripicche che annoiano chi legge e sviliscono chi scrive. Molto più sensato, visti i tempi, scolpire nel marmo della pagina word chi non è il Berlusca, il vero rieccolo della Seconda Repubblica, l’ottantenne più attivo della Penisola, il peso determinante della politica (sic) nazionale nell’anno di grazia 1994 2018.

Silvio Berlusconi non è un politico. Questo appare chiaro, lapalissiano, e a onor del vero il nostro non s’è mai dimenticato di ribadirlo in lungo e in largo per l’Italia. Perché lo ricordiamo? Semplice. Tutti i problemi del cosiddetto “ventennio” berlusconiano derivano da tal sorgente: strafottenza, incapacità di strategia, assenza di tatto e garbo istituzionale, retoricume e volgarità ad libitum, igieniste dentali e farfalloni incapaci. L’arte politica, come il manzoniano coraggio, uno non se la può dare. La si può tentare di imitare, ma come il cerone nasconde le rughe le battutine e gli inchini smodati sono il segno di un patetica pagliacciata, volgare e insignificante. Gli sgrammaticati deliri grillini di oggi sono figli non rivendicati dei berluscones di ieri, peones di Montecitorio sbarcati dalla fabrichetta o dalla nullafacenza senza arte né parte (esclusa quella di obbedire perinde ac cadaver, naturalmente).

Estetica Berlusconiana.

Per ciò Silvio Berlusconi non è una vittima del sistema. Egli ne fa parte, ed il suo “martirio” sessual-scandalistico ha rappresentato soltanto una fase tattica del canovaccio progettato altrove a cui da trent’anni l’Italia si dà senza problemi, un carnevale pecoreccio senza limiti né confini. Diversa poteva essere la Storia se, all’epoca del golpe Napolitano, B. avesse avuto l’onestà e il coraggio di andare fino in fondo denunciando a voce alta la menzogna dello spread e le ingerenze inaccettabili della cupola €uropea. Così non è stato, e il nemico numero uno della Merkel è stato prima stampella di Monti, poi alleato di ferro del PD all’epoca di Letta (nipote dell’amico storico Gianni), infine avversario di carta del giglio magico renziano.

D’altronde Silvio Berlusconi non è una novità, anzi. Imprenditore edile, poi Sua Emittenza e plurivincente presidente del Milan, il cavaliere del Lavoro nominato dal Presidente Leone è una vecchia conoscenza della vituperata Prima Repubblica, in specie del rampante milieu che ha conquistato con Craxi le stanze e le sezioni del Partito Socialista. Il nostro rappresenta forse in maniera insuperata la stagione folgorante e allucinata della Milano da bere, del reflusso idiota, dell’edonismo rimbalzato su tutti gli schermi del Belpaese grazie alle reti private e a compiacenti decreti di pretura. Allorché debutta come outsider politico nel gennaio 1994, la sua novità semplicemente non esiste. Eppure trionfa, a sorpresa per gli altri, dimostrandosi il miglior interprete degli umori degli italiani, da lui sapientemente (dis)educati a colpi di tette e pallone per un decennio abbondante. Abituato a utilizzare il Potere come self-service, s’inventò politico per occupare il vuoto lasciato dalla partitocrazia causa Di Pietro.

Craxi e Berlusconi.

Eppure Silvio Berlusconi non è stato un buon Presidente del Consiglio. Troppo breve l’esperienza del 1994 in pieno delirio giudiziar-tangetopolaro, d’accordo. E però il 2001 e il 2008 sono macigni incancellabili: forte di maggioranze ipertrofiche, inedite nella storia della Repubblica, Silvio…non fa nulla. Anzi, continua senza soluzione di continuità l’agenda liberista demolendo ciò che resta dei diritti dei lavoratori, svilendo senza ritegno la Pubblica istruzione e l’Università, obbedendo senza problemi ai diktat di Bruxelles e ai desiderata di Washington. Pochi possono dimenticare l’ameno spettacolo offerto dal bestiario politico d’allora, gioiosamente arricchito da intraprendenti femme fatale e assai capaci yesmen incravattati. L’amicizia con Putin non può certo riequilibrare il conto di chi, senza grossi problemi di coscienza, ha utilizzato la forza della propria maggioranza per ideare giochi giuridici come il lodo Alfano.

Quel momento d’alta ingegneria giuridica conferma una sacrosanta verità: Silvio Berlusconi non fa gli interessi di nessuno fuorché i propri, a loro volta collegati a quadrupla mandata agli indici azionari del gruppo Fininvest. Da provato showman e pubblicitario sa come ottenere il massimo rendimento da ogni fascia sociale, da ogni segmento anagrafico e regionale; la logica elettorale si svilisce a mero calcolo economico. Intercettare il consenso come fosse una curva d’ascolti televisivi, punto. Tutto il resto non conta. Ottenuto il capitale politico, dell’elettorato B. se ne fregherà bellamente, sicuro del proprio peso determinante nello scacchiere dei seggi e delle clientele.

Passaggio di consegne nel fatale Novembre del 2011. (Foto ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)

Per chi, dunque, vuole cercare un’alternativa alla colonializazzione d’Italia, all’oppressione finanziaria, all’elitismo deficiente di Bruxelles, Silvio Berlusconi non può essere la soluzione. Al netto della sua incoerenza o della sua personale simpatia- che nessuno sindaca, altrimenti voteremmo compatti per Verdone o Maccio Capatonda- B. è un rentier miliardario, esponente di quella classe ristretta a cui l’assetto deflazionista della moneta unica va più che bene. Del tuo futuro Silvio se ne frega, come ha sempre fatto accettando nei fatti le logiche antidemocratiche del vincolo esterno imposto dall’Unione Europea a mezzo Euro.

In fondo, Silvio Berlusconi è un liberale. Assunto che il liberalismo risulti antitetico alle esigenze e al costume d’Italia, posto che il liberismo significa la morte della Costituzione Repubblicana e l’asservimento dello Stato agli interessi delle classi dominanti, certificato che l’ex Cav non può essere altro che l’amico della Merkel e il puparo dei media di massa italiani, la sua ennesima riproposizione della fantomatica rivoluzione liberale certifica l’inconsistenza della sua proposta.

A dispetto delle apparenze, il 1994 è passato da un pezzo. Silvio lo sa: ma gli italiani?

 /Andrea Ceccaroni L’Intelletuale Dissidente)

MITICO MARPIONNE: SMENTISCE TUTTO QUELLO CHE AVEVA SEMPRE DETTO: ‘FCA NON HA BISOGNO DI PARTNER!’, ‘ENTRO IL 2025 LA METÀ DELLE AUTO SARÀ ELETTRIFICATA’. MA È LO STESSO CHE DICEVA CHE SENZA FUSIONE NON SI VA DA NESSUNA PARTE E CHE L’AUTO ELETTRICA ERA UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO? OH, YES! CHE JE FREGA, TRA UN ANNO È FUORI – ‘IO CHE MI COMPRO FERRARI? TUTTE MENATE’. POI PARLA DI MAGNETI MARELLI, F1, E SUCCESSIONE: ‘NESSUNA DONNA IN LIZZA’

1.FCA: MARCHIONNE, PARTNER? NON HO BISOGNO DI NESSUNO

 (ANSA) – ”Avevamo parlato di abuso di capitale, nessuno ci ha ascolta: abbiamo intrapreso un’altra strada. Ci siamo creati una realta’ americana ed europea: non ho bisogno piu’ di nessuno”. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, rispondendo a chi gli chiedeva quali sono le caratteristiche del partner ideale di Fca. ”Siamo alla pari degli altri: se abbiamo bisogno noi, ne hanno bisogno anche altri. Non ho bisogno di nessuno e di tutti”.

 

MARCHIONNE POCHI MESI FA NON SCOMMETTEVA SULL’AUTO ELETTRICA

http://motori.corriere.it/17_ottobre_09/sulle-auto-elettriche-ha-ragione-marchionne-d2528926-acc2-11e7-a5d5-6f9da1d87929.shtml

 

 

2.AUTO: MARCHIONNE, ENTRO 2025 METÀ SARÀ ELETTRIFICATA

marchionneMARCHIONNE

 (ANSA) – La metà delle auto prodotte nel mondo entro il 2025 sarà elettrificata. Lo dice l’amministratore delegato di Fca Sergio Marchionne, in un’intervista a Bloomberg. Marchionne ricorda che Fca ha in programma la produzione di una Jeep Wrangler ibrida nel 2020.

 

3.FCA: MARCHIONNE, RALLY BORSA PER OBIETTIVI CENTRATI

 (ANSA) – ”Ci sono modi piu’ facili per fare la corte a Fca che la Borsa. C’e’ stato un grandissimo lavoro da parte dell’azienda per il raggiungimento degli obiettivi del piano del 2014. C’e’ stato un adeguamento della valutazione del titolo agli obiettivi”. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, a margine del Salone dell’Auto di Detroit, commentando il rally di Borsa di Fca e rispondendo a chi gli chiedeva se ci fosse qualcosa dietro.

 

4.CONFERMO OBIETTIVI 2017 E 2018

marchionneMARCHIONNE

 (ANSA) – ”Confermiamo gli obiettivi per il 2017 di Fca e confermo in gran misura quelli per il 2018”. Lo afferma Sergio Marchionne, l’amministratore delegato di Fca, a margine del Salone dell’Auto di Detroit.

 

5.JEEP SUCCESSO COMPLETAMENTE INASPETTATO

 (ANSA) – La separazione dei marchi e’ discorso “piu’ complesso. Il successo di Jeep era completamente inaspettato: ha una storia lunga ma i risultati economici li abbiamo visti solo ora”. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne.

 

6.FCA: MARCHIONNE, ‘TUTTE MENATE’ RUMORS SU ACQUISTO FERRARI

 (ANSA) – ”Sono tutte menate”. Cosi’ Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fca, commentando le indiscrezioni secondo le quali sarebbe interessato ad acquistare Ferrari.

 

7.ALFA ROMEO LAVORO INCOMPIUTO

 (ANSA) – ”L’Alfa Romeo e’ un lavoro incompiuto, va continuato” per far si’ che il marchio di affermi a livello internazionale. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne.

 

8.RIFORMA TASSE,NON SO SE POSSIBILE IN ITALIA

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 (ANSA) – ”L’Italia e’ il terzo paese piu’ indebitato al mondo, quindi prima di fare discorso sulle riforme fiscali e’ meglio prima vedere se possiamo permettercelo. C’e’ bisogno di un’infrastruttura industriale che possa rispondere con rapidita’, in Italia non so”. Cosi’ Sergio Marchionne, l’amministratore delegato di Fca, risponde a chi gli chiedeva di un parallelo fra la riforma della tasse delle Donald Trump e una possibile riforma delle tasse in Italia, oggetto di dibattito della campagna elettorale.

 

9.NESSUNA DONNA IN LISTA PER MIA SUCCESSIONE

(ANSA) – ”No” non c’e’ alcuna donna il lista per la successione di Sergio Marchionne alla guida di Fca. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca.

 

10.MARCHIONNE, ENTRO 2018 SPIN OFF MAGNETI MARELLI

MARCHIONNE RENZI ELKANNMARCHIONNE RENZI ELKANN

 (ANSA) – Entro il 2018 ”esistenza separata” per Magneti Marelli, ”questa e’ la proposta che andra’ in consiglio”. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, sottolineando che Magneti Marelli potrebbe essere quotata solo in Italia.

 

11.MARCHIONNE,SE PAGO DEBITI,A PIANO INDUSTRIALE METTO CRAVATTA

 (ANSA) – ”Se riusciamo a pagare i debiti per il primo giugno mi metto la cravatta” per la presentazione del piano industriale. Lo ha detto l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, riferendosi alla presentazione del piano industriale prevista il 1 giugno a Balocco. ”Se non ho piu’ debito mi metto la cravatta”.

 

12.FCA: MARCHIONNE, IMPEGNO E’ ELIMINARE DUBBI SU ITALIA

 (ANSA) – L’ impegno e’ eliminare qualsiasi dubbio sull’attività di Fca in Italia. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne. ”Andra’ confermato in maniera ufficiale con il piano” mette in evidenza Marchionne, sottolineando che il gruppo ”sta cercando di usare gli stabilimenti che ha” .

sergio marchionne john elkannSERGIO MARCHIONNE JOHN ELKANN

 

13.MARCHIONNE, VINCERE MONDIALE? VEDIAMO COSA SUCCEDE

 (ANSA) – ”Nell’ultima visita a Maranello ho trovato i ragazzi quasi troppo tranquilli: credo che ce l’abbiamo messa tutta. Vediamo cosa succede”. Lo afferma l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, rispondendo chi gli chiedeva se Ferrari vincera’ il mondiale. (Dagospia.com)

 

Il Leoncavallo ospita terroristi? Pare di sì, secondo la polizia postale

l centro sociale Leoncavallo di Milano è un punto di ritrovo per estremisti islamici o simpatizzanti dell’Isis. A dirlo sono i risultati delle indagini della Polizia Postale, in seguito alla ricostruzione della vita di un marocchino arrestato nel marzo scorso a Perugia con l’accusa di apologia di terrorismo con l’aggravante di uso di mezzi telematici e detenuto nel carcere di Sassari. Ma per il marocchino il Leoncavallo era solo un “bel posto dove ascoltare musica e socializzare”.

Omar Nmichi, 32 anni, nato a Fes, in Marocco, ma residente da anni in Italia, meglio noto tra i frequentatori del centro sociale milanese come “Omar il marocchino”, al Leoncavallo ci andava regolarmente. E, tra le altre cose, spacciava. Di professione era un lavoratore saltuario nell’edilizia, ma lo spaccio gli rendeva decisamente di più. E il centro sociale aveva preso il posto della moschea. Questo però non gli impediva di postare sui social network video e messaggi inneggianti al jihadismo.

Nell’occhio della Polizia Postale sono finiti alcun post pubblicati dal magrebino dove veniva spiegata la storia della bandiera nera dell’Isis e dove si vedevano persone intente a distruggere i cosiddetti “simboli dell’Occidente. Ma in particolare a destare i sospetti degli inquirenti anche i contatti che Nmichi aveva con un tunisino, El Hammami Ghassene noto per essere considerato un indottrinatore e frequentatore di alcuni gruppi salafiti basati in Germania, che faceva propaganda per l’Isis.

“Non sono un ragazzo cattivo, ho condiviso quei pensieri solo per curiosità senza alcuna volontà di ribellione”, ha spiegato Nmichi nell’aula di Tribunale che lo vede a processo. Ma ha anche aggiunto: “Facebook è come un telegiornale, si trovano tante notizie diverse. Erano solo parole, non pensavo fosse così grave. Le mie azioni sono state male interpretate”. Tra i post pubblicati anche una vignetta subito dopo gli attacchi a Chearlie Hebdo.

Nonostante il marocchino abbia affermato che per lui il Leoncavallo era solo un posto come un altro, solo più bello, dove ascoltare buona musica e socializzare, i due avevano scelto il centro sociale milanese come punto di ritrovo. Tant’è che il suo amico tunisino, ben più esperto nella propaganda online secondo gli inquirenti, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Anna Pedri IL PRIMATO NAZIONALE

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