Perché è giusto legalizzare la prostituzione

La riapertura delle “case chiuse”, voluta da Salvini, ha riportato al centro del dibattito il problema della prostituzione, che in Italia non è regolamentata. E l’opinione pubblica continua a dividersi, tra chi vuole tutelare le vittime di tratta, sanzionando i clienti, e chi non ha fiducia nel ruolo di controllore dello Stato.

vignetta provvedimenti anti prostituzione

“Fare l’amore fa bene, drogarsi no, per questo sì a controllo dello Stato su prostituzione e no alla liberalizzazione”. Così Matteo Salvini riassume con uno slogan la sua proposta di riaprire le case chiuse, vietate da 60 anni dopo l’approvazione della legge Merlin. Perché prostituirsi, dice il leader della Lega, è una scelta, è un mestiere in altri Paesi del Mondo, in cui il lavoro della prostituta viene tassato. Nel nostro Paese “questo mercato lo gestisce la criminalità”, ha spiegato il segretario candidato alle politiche del 4 marzo, durante un’intervista a “Radio anch’io”. Ma in Italia una scelta del genere, l’idea di regolamentare la prostituzione, ha sempre incontrato delle resistenze. Al momento nel nostro Paese le attività collaterali legate alla prostituzione, come la gestione di case chiuse, sfruttamento, favoreggiamento, sono illegali.

La proposta di Salvini, che nel centrodestra ha suscitato qualche imbarazzo, segna una linea di demarcazione rispetto alla posizione che molti parlamentari hanno seguito durante questa legislatura. Se da una parte l’idea della Lega è quella di riaprire le case di tolleranza, dall’altra sono state depositate sia alla Camera che al Senato proposte di legge che puniscono il cliente, un criterio seguito in altri Paesi europei, come l’Islanda, e che è stato adottato anche da alcuni comuni italiani, come Firenze e Rimini.

È stata presentata una proposta di legge a firma di Caterina Bini (Pd) e Maurizio Lupi (Ap) e altri 50 deputati, che mirava appunto a combattere il fenomeno dello sfruttamento di esseri umani. L’intento di colpire la domanda accomuna anche la proposta della senatrice Dem Francesca Puglisi, e ancora quella di Carlo Giovanardi (Idea), di Andrea Romano (Pd) o Gianluigi Gigli (Des). E per nessuna di queste è iniziato l’esame in Commissione, ma tutte partono da questi numeri: sono 21 milioni le vittime di tratta nel mondo (dati ONU del 2016), di cui 5,5 milioni minori d’età. E il 75 per cento delle vittime di tratta ai fini di sfruttamento sessuale sono donne e ragazze minorenni. Ma il dato che più colpisce è che su un range (tra le 75mila e le 120mila) di donne che si prostituiscono, il 65 per cento lo fa in strada e il 37 per cento è minorenne. Le indagini condotte anche dall’Oim, e riportati dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, ci dicono che la maggior parte di loro vive di prostituzione, ma per costrizione, non per libera scelta, e che le donne ridotte in schiavitù e trafficate in Italia sono tra le 19000 e le 26000 ogni anno (numeri in crescita).

Prostitute, a Reggio Emilia i residenti protestano e chiedono ordinanza anti-prostituzione

 

Qual è dunque la formula migliore per ridurre il fenomeno, o quantomeno per limitare l’appannaggio totale, e quindi il profitto, della criminalità? Si può fingere di non vedere un problema. Oppure si può ricordare per esempio che il 75 per cento dei rapporti tra clienti e prostitute avviene in modo non protetto, con alti rischi sanitari e possibile contagio di infezioni e malattie a trasmissione sessuale. La riapertura delle “case di tolleranza” porterebbe di certo questi incontri in luoghi più controllati e sicuri, dove sarebbe più facile vigilare sul rispetto delle norme igieniche, e ci sarebbe il vantaggio di poter imporre verifiche sulla fiscalità. Inoltre si potrebbe monitorare il fenomeno con più precisione. Le case d’appuntamento legali avrebbero il pregio almeno di combattere l’ipocrisia, di chi non vuole affrontare una questione dove il moralismo la fa da padrone: la verità è che come ha dichiarato la Comunità Papa Giovanni XXIII, il cliente italiano tipo è un uomo sposato (nel 77% dei casi), benestante (nel 56% dei casi). Anche se è bene chiarire un aspetto: a livello teorico è facile cedere alla tentazione di identificare la regolamentazione con la fine del mercato “sommerso” e della prostituzione “clandestina”. Purtroppo non è comunque possibile prevedere se in Italia la sola gestione dello Stato riesca a debellare le sacche di criminalità, sarebbe ingenuo pensarlo. Anche per questo il dibattito sull’argomento tiene banco da anni.«

Non sono stati questi gli unici tentativi di regolamentare la prostituzione, prevedendo soluzioni differenti. Più di un modello è stato oggetto di analisi in questi anni, dal modello “neoproibizionista” alla svedese, che vuole appunto depenalizzare l’offerta ma colpire il cliente, al modello “regolamentarista” che vuole fare della prostituzione una professione, passando da quello “abolizionista” con il quale si vogliono punire le devianze criminali, non la prostituzione in sé. Senza contare la proposta avanzata per esempio dal sindaco Marino, che aveva pensato di introdurre all’Eur una “red zone” apposita, che però appunto avrebbe messo il Campidoglio in una posizione scomoda, ponendosi in contrasto con la legge della senatrice Merlin.

Luci e ombre del modello francese
In Francia nell’aprile del 2016, è stata approvata la legge che ha stabilito che un cliente che paga per ottenere delle prestazioni sessuali sta commettendo un reato. In Francia i dati parlavano di circa 40mila persone che si prostituivano per strada, cifre poco sotto quelle italiane, e circa l’80 per cento erano vittime di sfruttamento. Chi ha fortemente sostenuto questa legge ha cercato di porre l’accento sul fatto che la maggior parte delle donne che si dedica a quest’attività non lo fa per libera scelta, ma perché appunto costretta.

https://www.tp24.it/immagini_articoli/14-06-2016/1465860642-0-sfruttamento-della-prostituzione-i-tantissimi-casi-tra-trapani-marsala-e-mazara.jpg

 

Quando la legge in questione è passata sono stati però sollevati alcuni punti deboli. Primo fra tutti l’impossibilità, da parte delle forze dell’ordine, di poter effettivamente controllare il fenomeno e sanzionare i clienti, visto che l’introduzione della legge, secondo i detrattori, avrebbe richiesto un incremento nel numero dell’organico in servizio. Poi le prostitute stesse hanno lamentato i rischi di continue repressioni da parte della polizia, che avrebbero reso insicuro il mestiere. E poi i più critici sostenevano che il vero problema fosse costituito piuttosto dalla prostituzione via internet, la cui diffusione è difficilmente quantificabile. Un movimento di manifestanti ha addirittura protestato con lo slogan provocatorio “Non toccare la mia puttana”, dichiarando di essere potenziali “clienti”, in chiave chiaramente “anti-puritana”. Posizione osteggiata da chi milita invece contro la “mercificazione” del sesso femminile. C’è la possibilità che la donna possa appropriarsi del proprio corpo nel nostro Paese? All’interno, si intende, di un circuito protetto, come potrebbe essere quello delle case d’appuntamenti? Forse il passaggio più complicato, sarebbe proprio questo: l’accettazione che una donna possa fare ciò che vuole con il proprio corpo, anche venderlo, senza per questo essere demonizzata

(ANNALISA CANGEMI FANPAGE.IT)

 © ANSA

SANT’ASPIRINO – OLTRE CHE SULLA PIZZA, SULLA MOZZARELLA E SUL CAFFÈ, NAPOLI POTREBBE AVERE A BUON DIRITTO TITOLO PER RIVENDICARE UN DOC PERFINO SULL’ASPIRINA, LA PASTIGLIA PIÙ FAMOSA DEL MONDO – NIOLA: IL NOME DI QUESTO FARMACO RISALE A SANT’ASPRENO, IL PRIMO VESCOVO DELLA CITTÀ VESUVIANA CHE AVEVA IL POTERE DI GUARIRE DAL MAL DI TESTA

Marino Niola per L’Unità – articolo che uscì nel ’95, per il centenario dell’aspirina

 

aspirinaASPIRINA

Oltre che sulla pizza, sulla mozzarella e sul caffè, Napoli potrebbe avere a buon diritto  titolo per rivendicare un doc perfino sull’Aspirina, la pastiglia più famosa del mondo che nei giorni scorsi ha compiuto cento anni.

 

 Una voce, riportata senza alcun commento da alcune agenzie di stampa, fa, infatti, risalire il nome di questo farmaco, simbolo della nostra civiltà  ad un santo venerato a Napoli, tale Sant’Aspirino, che avrebbe il potere di guarire dal mal di testa.

Sant AsprenoSANT ASPRENO

 

La voce fa pensare ad una leggenda metropolitana più che  ad un vero e proprio  mito di fondazione, anche perché un Sant’Aspirino non esiste in nessun libro dei santi, né a Napoli né altrove. Mai come in questo caso gli increduli e i diffidenti hanno torto perché se non esiste Sant’Aspirino esiste eccome Sant’Aspreno, che della città vesuviana è stato addirittura il primo vescovo.

 

Secondo una tradizione popolare, questo santo, convertito al cristianesimo da San Pietro  sarebbe poi stato decapitato. Da questo cruento particolare emerge un primo aggancio simbolico con la testa che aiuta a comprendere perché, in seguito, la specializzazione miracolistica di questo martire ne avrebbe fatto un protettore dalle cefalee e dalle emicranie.

 

Sant AsprenoSANT ASPRENO

Inoltre, secondo la leggenda popolare  il santo sarebbe stato solito far penitenza ponendosi sulla testa una grossa pietra, il che ne ribadisce la competenza su tutto ciò che ha a che fare con il capo e con le sue sofferenze.

 

E non è tutto.  In una chiesa non lontana dal porto e dedicata a Sant’Aspreno, sotto l’altare dove si dice che il santo celebrasse messa, vi è un foro in cui i fedeli affetti da dolori al capo introducevano la testa restando genuflessi a pregare il santo perché li liberasse dal fastidioso male.

 

Nel Duomo di Napoli, nella cappella che porta il nome di sant’Aspreno, c’è un’urna sotto l’altare dove è custodito il corpo del santo cui i devoti tormentati dall’emicrania usavano accostare la testa dolente, pare con immediata scomparsa dei sintomi.

ASPIRINAASPIRINA

 

Ma i prodigi terapeutici dell’antico vescovo non si limitano alla cura di una patologia  ordinaria, seppur fastidiosa, come il mal di testa. Nella stessa cappella, infatti, una serie di affreschi documenta tutto il quadro clinico presidiato dal santo. Aspreno che guarisce un’inferma dal mal di testa,  sana un devoto affetto da artrite mentre, in un’ altra scena, libera un malato dalla nefrite.

 

L’illustrazione delle virtù taumaturgiche del santo sembra corrispondere perfettamente allo spettro farmacologico dell’Aspirina. Il che non stupisce se si pensa che nella medicina popolare i santi erano dei veri e propri “principi attivi” di guarigione. S. Antonio Abate  per l’herpes, San Donato per l’epilessia, san Biagio per le affezioni della gola, Santa Lucia per i disturbi della vista, e così via.

 

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La corrispondenza derivava molto spesso da particolari della vita e soprattutto del martirio del santo –  che inducevano l’immaginario devoto ad associarne il potere ad una malattia o ad un’altra. Per esempio l’associazione tra la decapitazione e il mal di testa, o, nel caso di santa Lucia, tra l’accecamento della martire e il suo patronato sulle malattie della vista.

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Se da Aspreno ad Aspirina il passo è breve, almeno sul piano dell’assonanza, ci si domanda però come mai la credenza popolare napoletana ebbe tanta eco un secolo fa tra i responsabili della Bayer al punto da chiamare il farmaco non col nome del principio attivo – ovvero l’acido acetilsalicilico – ma con quello del santo. Forse anch’essi pensavano che una protezione supplementare non guasta mai e che in fondo un santo al giorno leva il medico di torno. (DAGOSPIA.COM)

ANCHE MARCHIONNE SI SMARCA DAL CAZZONE DI RIGNANO SULL’ARNO: “MI È SEMPRE PIACIUTO COME PERSONA. QUELLO CHE È SUCCESSO A RENZI NON LO CAPISCO. QUEL RENZI CHE APPOGGIAVO NON L’HO VISTO DA UN PO’ DI TEMPO” – LA PIENA OCCUPAZIONE IN ITALIA È UN OBIETTIVO CHE “NON SO” SE SARÀ “RAGGIUNTO ENTRO L’ANNO”

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La Repubblica.it

 

Dalle prospettive di Fca a Matteo Renzi. Sergio Marchionne a Detroit parla a tutto campoannunciando sul fronte della forza lavoro che la piena occupazione in Italia entro la fine dell’anno per Fca potrebbe non avvenire. A proposito dell’ex premier  il manager ha invece spiegato: “Mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo”.

 

Per la piena occupazione in Italia, ha detto Marchionne, “dobbiamo completare lo sviluppo di Alfa Romeo e Maserati, è un atto dovuto; fa parte del piano” che Fca presenterà a giugno. La piena occupazione in Italia è un obiettivo che “non so” se sarà “raggiunto entro l’anno”.

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Sulla questione  “mi devo vedere con Alfredo” Altavilla “e vedere dove siamo”, ha spiegato. “Gli investimenti stanno già prendendo piede per lo sviluppo della gamma. C’è tanto lavoro da fare la cosa importante è avere le idee chiare su cosa costruire”. L’obiettivo di riportare integralmente al lavoro tutti i dipendenti degli stabilimenti sul suolo italiano era stato ribadito da Marchionne per l’ultima volta lo scorso giugno.

 

Allo stesso tempo, secondo Marchionne, non è da escludere che possa arrivare sul nostro territorio la produzione di una nuova Jeep:  “E’ possibile”, ha detto. “Ma se potessimo riempire gli stabilimenti di Alfa e Maserarti – ha aggiunto – sarebbe la cosa più intelligente da fare. Più di ogni altra”.

 

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Il manager ha aperto anche alla possibilità che in futuro il numero dei dipendenti possa persino salire: “L’impegno come lo abbiamo preso qui” negli Stati Uniti “lo prendiamo anche in Italia. Stiamo aumentando l’organico a 60.000 negli Stati Uniti e adesso ne aggiungiamo 2.500. Se lo gestiamo bene lo stesso futuro arriverà anche in Italia. Dateci il tempo per farlo”, ha spiegato. (DAGOSPIA.COM)

 

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Processo Veneto Banca, udienza storica: gup Lorenzo Ferri ha ammesso la costituzione di parte civile di tutti gli azionisti sia per l’aggiotaggio che per l’ostacolo alla vigilanza. Parti offese anche Bankitalia e Consob

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Roma. Nostro servizio. Questa volta la sala “Occorsio” non era disponibile e gli spazi più angusti hanno reso difficile il lavoro di avvocati e consulenti, pressati come sardine nella calca alimentata dalle diverse decine di risparmiatori che si sono presentati all’udienza del processo Veneto Banca. C’era molta attesa per le decisioni del gup Lorenzo Ferri sulla richiesta di costituzione di parte civile delle migliaia di azionisti e obbligazionisti i cui risparmi e il cui capitale – spesso sottoscritto come condizione di accesso a normali finanziamenti – sono stati azzerati. L’attesa non è andata delusa perchè con una decisione storica, che non ha precedenti, il giudice ha ammesso la costituzione di tutti gli azionisti per entrambi i reati per i quali si procede: aggiotaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza delle autorità preposte.

Vincenzo Consoli

Finora la giurisprudenza costante aveva sempre ritenuto che parti offese di quest’ultimo reato fossero appunto le autorità di vigilanza, mentre questa volta il giudice ha riconosciuto tale condizione a tutti gli azionisti, ritenuti quindi direttamente offesi e danneggiati dall’omessa vigilanza, nel presupposto che senza della commissione di tale reato il loro comportamento e le loro scelte di sottoscrizione delle azioni sarebbero stati o avrebbero potuto essere diversi.

Con questa decisione, ad uscire sconfitta dagli sviluppi processuali è la linea difensiva degli imputati, mentre risultano vincenti, e convergenti, le tesi e le posizioni dell’accusa e delle parti civili.

Un’altra decisione attesa era quella relativa alla richiesta di costituzione della Banca d’Italia e della Consob contestata dalle parti civili le quali hanno sostenuto la loro responsabilità in quanto autorità pubbliche preposte alle funzioni invece omesse, tale da escludere la loro condizione di parti offese. Il giudice ha ammesso la richiesta delle due istituzioni che quindi interverranno nel processo come parti danneggiate.

Un’altra fase di rilievo della lunga udienza di stamane è stata quella relativa alla richiesta di autorizzazione alla citazione dei responsabili civili. Schermaglie giudiziarie e un aspro confronto hanno caratterizzato la battaglia tra difesa e parti civili, con il pubblico ministero in questo caso schierato con la prima in relazione alla richiesta di citazione di Banca d’Italia e Consob.

Secondo gli azionisti e le organizzazioni dei consumatori che li rappresentano, se le funzioni di vigilanza fossero state correttamente esperite, gli atti gestionali di Veneto Banca produttivi del crac e oggetto di imputazione penale non avrebbero potuto essere compiuti o, quanto meno, sarebbero cessati subito alla prima contestazione: “gli enti e gli organismi preposti a tali funzioni – ha osservato l’avv. Giuseppina Massaiu di Altroconsumo – sono responsabili per il fatto del terzo“.

Ciò è stato rilevato anche rispetto al collegio dei revisori dei conti e alle società di certificazione indicati come responsabili da citare in giudizio, oltre a Intesa San Paolo che, sulla base del decreto governativo del 25 giugno scorso, per un euro ha acquistato Veneto Banca e BPVi e che quindi, secondo le vittime della liquidazione operata, deve rispondere in quanto subentrata nelle posizioni attive e passive dell’istituto.

L’elenco della potenziale platea dei responsabili civili è molto ampia, comprendendo anche vari istituti del gruppo Veneto Banca coinvolti o intervenuti a vario titolo nelle operazioni che ne hanno progressivamente minato la solidità.

Sulla questione il giudice dell’udienza preliminare ha posto la riserva che scioglierà nella prossima seduta del 26 gennaio. Se venisse accolta la richiesta delle parti civili, Consob e Bankitalia sarebbero al tempo stesso parti civili e responsabili civili, una condizione anomala, ambivalente e, per certi versi, innaturale che lo stesso pubblico ministero ha contrastato.

Tra le questioni preliminari sollevate rimane da affrontare quella sulla competenza territoriale prospettata dai difensori di alcuni imputati i quali pongono dubbi sul momento in cui si sarebbe consumato il reato, momento che, per quanto riguarda l’ostacolo alla vigilanza, atterrebbe alle interlocuzioni e alla consegna di documenti a Bankitalia avvenute a Roma, ma il punto è controverso anche per la varietà e la complessità degli atti e dei comportamenti oggetto del procedimento.Consoli Trinca 150218111112

 

Undici in tutto gli imputati. I più importanti sono l’ex amministratore delegato ed ex direttore generale Vincenzo Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca i quali hanno da tempo annunciato che in caso di rinvio a giudizio affronteranno il dibattimento con rito ordinario. Gli altri nove imputati sono Diego Xausa e Michele Stiz ex componenti del collegio sindacale; Stefano Bertolo ex responsabile della direzione centrale amministrazione dal 2008 al 2014; Flavio Marcolin ex responsabile degli Affari societari e legali; Pietro D’Aguì, al vertice di Banca Intermobiliare; Gianclaudio Giovannone, titolare della Mava; Mosè Fagiani ex responsabile commerciale dal 2010 al dicembre 2014; Massimo Lembo, ex capo della Direzione Compliance; Renato Merlo direttore delle banche estere.

I reati contestati sono aggiotaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. (VICENZAPIU’)

Allarme della polizia: gira una pistola grande come una carta di credito

E’ da poco in commercio una pistola che ha le dimensioni di una carta di credito: 8 centimetri e mezzo per 5,40 di altezza e solo 1,27 di spessore. Lo segnala il Dipartimento di Pubblica sicurezza in una circolare inviata a tutte le questure italiane chiedendo ai presidi sul territorio “di voler fornire informazioni in ordine ad eventuali movimenti o sequestri di armi aventi caratteristiche simili a quella segnalata”. L’arma è in vendita all’estero ed è distribuita da due aziende statunitensi.

A segnalare la commercializzazione della pistola è stata Europol, sottolineando che si tratta di un’arma pieghevole chiamata ‘Lifecard’, prodotta dalla società ‘Trailblazer’.  La pistola, sottolinea ancora la circolare, pesa circa 200 grammi ed è lunga 8 centimetri e mezzo. Il costo “al dettaglio suggerito” è di circa 340 euro. La canna, la cartuccia e il grilletto sono in acciaio mentre la struttura e l’impugnatura sono in alluminio. Proprio l’impugnatura contiene i 4 proiettili. L’arma è a colpo singolo calibro 22 long rifle. “Quando ripiegata – scrive il Dipartimento – assume dimensioni esterne simili ad una carta di credito o ad un portafoglio sottile”. Ed inoltre, visto che “di fatto non appare come un’arma, può essere trasportata in assoluta discrezione”. 

SORRIDIAMO UN PO’ -1. ISOLA DANDOLATA! – NON SI POTEVA FARE UN CAST PIÙ TRASH/CAFONAL! E PIÙ PIENO DI GNOCCA! ECCO CHI SBARCHERÀ AL REALITY, E GRAZIE A QUALE ‘SPONSORIZZAZIONE’… 2. DA ALESSIA MANCINI, EX VELINA, EX DI EZIO GREGGIO, ATTUALE MOGLIE DI FLAVIO MONTRUCCHIO (QUOTA PIERSILVIO) A TAL PAOLA DI BENEDETTO, MODELLA IN QUOTA BANANA 3. BARBARELLA D’URSO, CHE COI SUOI PROGRAMMI TIENE IN PIEDI I REALITY MEDIASET, PORTA LA POPPUTA CIPRIANI, LA NEO-MAGRA RINALDI, L’AMICO DI PIERSILVIA TOFFANIN JONATHAN (EX ‘GF’) 4. C’È LA VERSIONE SFIGATA DELLA FERRAGNI (CHIARA NASTI), BIANCA ATZEI MOLLATA DA BIAGGI, EVA HENGER QUOTA GABIBBO. DALLE SCUDERIE DI MARIA LA SANGUINARIA, ROSA PERROTTA E FRANCESCO MONTE, CORNIFICATO A RETI UNIFICATE DALLA RODRIGUEZ. E LELE MORA…

cover sorrisi isolaCOVER SORRISI ISOLA

Alberto Dandolo per Dagospia

 

HABEMUS ISOLA! Ieri Sorrisi e Canzoni, organo ufficiale delle tv del Banana, ha dato in esclusiva mondiale, con annessa foto fotomontata di copertina stile Sandrone Mayer e il suo DiPiu’, I nomi dei concorrenti della prossima Isola dei morti di fama!

 

Nemmeno Barbarella D’Urso avrebbe potuto creare un cast piu’ meravigliosamente  CAFONAL. Ecco i nomi (se alcuni non li conoscete non preoccupatevi e andate sulla fiducia!) :

 

flavio montrucchio alessia manciniFLAVIO MONTRUCCHIO ALESSIA MANCINI

1)  Alessia Mancini (ex Non e’ la Rai, ex Velina, ex di Ezio Greggio e attuale moglie di Flavio Montrucchio. In quota Piersilvio)

 

2) Francesca Cipriani ( ex seconda di reggiseno. Quota Barbarella d’Urso e del re della notte meneghina Paolo Chiparo)

 

3) Tal Paola Di Benedetto (da Colorado. In quota Banana)

 

rosa perrotta al mareROSA PERROTTA AL MARE

4) Chiara Nasti (fashion blogger. Versione sfigata di Chiara Ferragni. In quota Facchinetti?)

 

5) Bianca Atzei ( cantante ed ex di Max Biaggi. In quota “gossip” e “DINTORNI”)

 

6) Nadia Rinaldi ( attrice e opinionista. Ex cicciona doc. In quota Barbarella D’Urso)

 

7) Eva Henger ( ex pornostar ed ex collega del Gabibbo. In quota Barbarella D’Urso)

 

francesco monteFRANCESCO MONTE

8)  Cecilia Capriotti (ex pupilla di Lele Mora. Ex fidanzata di tal ” Fragolino”, di Andrea Perone e di Philipp Plein. In quota Biscione e “DINTORNI”)

 

9) Rosa Perrotta (ex tronista. In quota Maria la Sanguinaria?)

 

10) Jonathan ( ex Gf ed ex amico di Piersilvia Toffanin. In quota Barbarella D’Urso)

 

11)  Giucas Casella (noto paraguru. Senza quote!)

 

chiara nastiCHIARA NASTI

12) Amaury Perez ( cubano bonazzo ed ex sportivo noto per aver partecipato a Ballando con le Stelle. In quota Beppe Pettinato, ex braccio destro di Lele Mora).

 

13) Filippo Nardi ( ex Gf, Dj e noto per aver sclerato al Grande Fratello. In quota misteriosa…)

 

14) Francesco Monte ( noto per essere stato cornificato in diretta tv da Cecilia Rodriguez. In quota Biscione )

 

15) Marco Ferri ( figlio di un ex calciatore dell’ Inter ed ex amico del cuore di Lele Mora. In quota Lele Mora)

 

16) Gaspare ( di Gaspare e Zuzzurro. In quota ” reperti archeologici”)

cecilia capriottiCECILIA CAPRIOTTI

 

17)  il sensitivo Graig (in quota “mejo lui che niente!”)

 

cecilia capriotti gianluca mobiliaCECILIA CAPRIOTTI GIANLUCA MOBILIA

Dunque cast IPER COATTO! Ci dara’ di certo enormi soddisfazioni. Guardare per

Dunque cast IPER COATTO! Ci dara’ di certo enormi soddisfazioni. Guardare per crede

bianca atzeiBIANCA ATZEIbianca atzeiBIANCA ATZEIrosa perrotta.ROSA PERROTTA.rosa perrottaROSA PERROTTAfrancesco monte dopo photoshopFRANCESCO MONTE DOPO PHOTOSHOPpaola di benedettoPAOLA DI BENEDETTOflavio montrucchio alessia manciniFLAVIO MONTRUCCHIO ALESSIA MANCINIchiara nasti.CHIARA NASTI.bianca atzei max biaggi al mareBIANCA ATZEI MAX BIAGGI AL MAREalessia manciniALESSIA MANCINIalessia manciniALESSIA MANCINIisola dei famosi giucas casella fa la barba ad antonio cabriniISOLA DEI FAMOSI GIUCAS CASELLA FA LA BARBA AD ANTONIO CABRINInadia rinaldiNADIA RINALDIle iene giucas casella 13LE IENE GIUCAS CASELLA 13giucas casella e gianni deiGIUCAS CASELLA E GIANNI DEInadia rinaldiNADIA RINALDInadia rinaldiNADIA RINALDInadia rinaldiNADIA RINALDIstefano de martinoSTEFANO DE MARTINOstefano de martinoSTEFANO DE MARTINOnadia rinaldiNADIA RINALDIalessia marcuzziALESSIA MARCUZZIalessia marcuzziALESSIA MARCUZZIalessia marcuzziALESSIA MARCUZZIalessia marcuzziALESSIA MARCUZZIalessia marcuzzi maldiveALESSIA MARCUZZI MALDIVEstefano de martinoSTEFANO DE MARTINOstefano de martinoSTEFANO DE MARTINOnadia rinaldiNADIA RINALDIstefano de martino alessia marcuzziSTEFANO DE MARTINO ALESSIA MARCUZZIstefano de martino e francesco monte sopravvissuti alle sorelle rodriguezSTEFANO DE MARTINO E FRANCESCO MONTE SOPRAVVISSUTI ALLE SORELLE RODRIGUEZcecilia rodriguez francesco monte ignazio moserCECILIA RODRIGUEZ FRANCESCO MONTE IGNAZIO MOSERfrancesco monte e cecilia rodriguezFRANCESCO MONTE E CECILIA RODRIGUEZfrancesco monteFRANCESCO MONTEqualcuno fa le corna dietro francesco monteQUALCUNO FA LE CORNA DIETRO FRANCESCO MONTEfrancesco monte ignazio moserFRANCESCO MONTE IGNAZIO MOSERcecilia capriottiCECILIA CAPRIOTTI

GIUSTIZIA ALL’ITALIANA: GLI UNICI INDAGATI NEL CASO DAVID ROSSI? LA VEDOVA E UN CRONISTA! ANTONELLA TOGNAZZI E DAVIDE VECCHI HANNO PASSATO DUE ANNI SOTTO PROCESSO CON L’ACCUSA DI VIOLAZIONE DELLA PRIVACY PER LA PUBBLICAZIONE DELL’EMAIL TRA IL MARITO MORTO ‘SUICIDATO’ E L’AD DI MONTEPASCHI, FABRIZIO VIOLA – IERI SONO STATI ASSOLTI. ORA MANCA SOLO UNA VERA INCHIESTA SULLA MORTE…

Cristian Lamorte per l’ANSA

 

 

antonino monteleone fabrizio viola le iene su david rossiANTONINO MONTELEONE FABRIZIO VIOLA LE IENE SU DAVID ROSSI

Assolti perché il fatto non sussiste. E’ bastata mezz’ora di camera di consiglio al giudice del tribunale di Siena Alessio Innocenti per la sentenza del processo che vedeva imputati Antonella Tognazzi, vedova dell’ex capo comunicazione di Mps David Rossi, e Davide Vecchi, giornalista de Il Fatto Quotidiano, accusati di violazione della privacy per la pubblicazione, sul giornale, di uno scambio mail tra Rossi e l’ex ad di Mps Fabrizio Viola avvenuto il 4 marzo 2013, due giorni prima della morte dell’ex capo comunicazione. Nelle mail, tra l’altro, Rossi inviò a Viola un messaggio di posta elettronica con oggetto ‘Help’ in cui scrisse: “Stasera mi suicido, davvero. Aiutatemi!!!”.

davide vecchiDAVIDE VECCHI

 

Secondo l’accusa quelle mail vennero date al giornalista dalla vedova e Vecchi le pubblicò il 5 luglio 2013 senza “il necessario consenso” da parte di Viola perseguendo così il reato di trattamento illecito dei dati personali. Un’accusa ‘smontata’ oggi dalla sentenza in un processo che, dall’ottobre 2016, dopo aver visto sul banco dei testimoni anche numerosi giornalisti, ha visto un dibattimento strutturato sul conflitto tra diritto alla riservatezza e diritto di cronaca.

 

davide vecchi il suicidio imperfetto di david rossiDAVIDE VECCHI IL SUICIDIO IMPERFETTO DI DAVID ROSSI

Subito dopo la lettura della sentenza Tognazzi è scoppiata in lacrime, “il pianto è uno sfogo dato da tanta rabbia repressa in questi due anni perché sapevo benissimo di non aver fatto niente”, ha spiegato la donna sostenendo di essersi trovata di fronte “al paradosso di difendermi da chi doveva rendermi giustizia”. “Io non ho mai fatto la guerra a nessuno: ho solo fatto delle domande a cui tutt’ora aspetto una risposta”, ha aggiunto Tognazzi. Soddisfazione nelle parole del giornalista Vecchi che ha parlato di “processo surreale” e “che non avrebbe dovuto celebrarsi”. “Un vittoria della libertà di stampa”, ha chiosato il suo difensore, l’avvocato Luigi De Mossi.(Dagospia.com)

IL CADAVERE DI DAVID ROSSIIL CADAVERE DI DAVID ROSSIANTONELLA TOGNAZZI MOGLIE DI DAVID ROSSIANTONELLA TOGNAZZI MOGLIE DI DAVID ROSSIantonella tognazzi moglie di david rossiANTONELLA TOGNAZZI MOGLIE DI DAVID ROSSI

 

BASKET BOND/ La nuova alternativa alle banche per il credito delle imprese

Da Elite, in collaborazione con Confindustria, arriva un nuovo strumento per aiutare le imprese a finanziare la propria crescita ed eventualmente sbarcare in Borsa.

Lapresse

Si chiama Basket Bond, ma con la pallacanestro non ha nulla a che vedere anche se si tratta comunque di un gioco di squadra. È l’ultimo congegnato della premiata ditta Elite attraverso cui Borsa Italiana, in stretta collaborazione con Confindustria, mette a disposizione delle imprese nuovi strumenti per la loro crescita e l’eventuale sbarco in Piazza Affari.

In questo caso gli elementi qualificanti, accanto a quelli già conosciuti, sono almeno due: da parte degli organizzatori (con l’ulteriore partecipazione della Banca europea degli investimenti, di Cassa depositi e prestiti e di Banca Finint) e da parte delle aziende finanziate che si raggruppano in un cesto (basket, appunto) per bilanciare il rischio dei rispettivi andamenti. Il meccanismo, insomma, funziona così. Dieci imprese scelte da Elite per le loro qualità e potenzialità si stringono insieme ed emettono obbligazioni della stessa durata e al medesimo tasso, ma ciascuna per l’ammontare delle proprie esigenze, che vengono sottoscritte da un veicolo finanziario appositamente creato e che a sua volta emette titoli per l’intera somma (nel caso di specie, 122 milioni).

I titoli così trasformati sono quindi trasferiti dal veicolo finanziario a un gruppo d’investitori istituzionali – come Bei e Cdp – che li prendono in carico sottoscrivendo la quasi totalità dell’offerta: Bei per il 50% e Cdp per il 33%. Lungo il processo s’inseriscono garanzie che impegnano i singoli attori a rispondere in solido degli eventuali rischi connessi all’operazione. Insomma, l’unione delle dieci aziende attentamente selezionate dal braccio Elite di Borsa Italiana rappresenta un cesto ben assortito. Investire nel quale dovrebbe riuscire un buon affare per chi struttura l’operazione, per chi mette i capitali e per chi li riceve con una modalità mai tentata prima: un’innovazione di sistema per la finanza al servizio dell’economia reale.

Per le dieci imprese inserite nel basket, tutte di settori differenti ma accomunate dalla stessa sorte, si tratta di sperimentare un percorso nuovo. Di fare una nuova esperienza che, in effetti, le rende vicendevolmente responsabili, anche se ciascuna mantiene la propria individualità. Il successo dell’una è il successo dell’altra. E anche in questo caso ci troviamo di fronte a una rarità.

La piattaforma Elite, che in definitiva fa capo al London Stock Exchange, conta già 700 compagnie di trenta Paesi diversi e punta a raggiungere presto il traguardo delle mille associate. Si rafforza in questo modo la possibilità per le imprese di rivolgersi a fonti di finanziamento diverse dal classico credito bancario che, come tutti sanno, continua scarseggiare.

In ultimo, per togliere la curiosità, ecco le dieci aziende che partecipano al primo basket: Damiano, leader dell’alimentazione bio; la farmaceutica Molteni; Objectway, specializzata in software per istituzioni finanziare; Irritec, attiva nel settore dell’irrigazione; Gruppo Mep, soluzioni all’avanguardia per l’edilizia; Cornaglia che opera nell’automotive; Peuterey per l’abbigliamento casual; la radio Rds; Svas Biasana per la medicina; Tecnocap nel campo degli imballaggi metallici.

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/Alfonso Buffo Sussidiario.net)

SPY FINANZA/ Da Mps a Carige, le domande sull’utilità di Bankitalia

Carmelo Barbagallo ha parlato in commissione banche sul caso Mps, nel giorno in cui partiva l’aumento di capitale di Carige. 

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Strano Paese il nostro, ieri ne è stata la dimostrazione plastica. Al netto di qualche accenno esotico rappresentato dalla sentenza contro Ratko Mladic, gli occhi erano inesorabilmente tutti puntati su Strasburgo: come in un ideale viaggio a ritroso nel tempo, Silvio Berlusconi era tornato a essere il protagonista assoluto. La miseria di uno Stato e di una classe politica, a volte, non ha bisogno di altro che della constatazione del presente. Peccato che questo atteggiamento comporti dei costi. Alti. E non tanto per la cosiddetta classe dirigente, bensì per quel popolo che – magari – la prossima primavera un Berlusconi potenzialmente ricandidabile lo rimanderà a palazzo Chigi. Ma anche, chi voterà Pd o 5 Stelle. Non riusciamo ad avere focus, come dicono quelli che parlano bene. Perché mentre ci gingillavamo, in Commissione d’inchiesta sul segreto bancario andava in onda uno show da brividi con protagonista il capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, tornato per la terza volta in audizione. E l’argomento del giorno era di quelli non di poco conto: Mps. Guarda caso, forse distratti da Berlusconi o Mladic, i media hanno tenuto bassissimo l’argomento nelle loro versioni on-line. Quasi nascosto. Vediamo di fare un po’ di informazione noi, allora. 

«Nella crisi dell’istituto senese – ha rilevato Barbagallo – un ruolo significativo lo ha avuto la Fondazione che ha inteso mantenere a lungo, anche quando non ce ne erano più le condizioni, una posizione di dominio comunque di rilievo, erodendo il proprio patrimonio e indebitandosi». Stando al capo della Vigilanza di Bankitalia, poi, «gli effetti della congiuntura e in generale del contesto esterno sul bilancio della banca, di per sé già profondi, sono stati amplificati dai comportamenti gravi e fraudolenti posti in essere sin dal 2008 dai precedenti esponenti di vertice, che hanno indebolito gravemente la banca e ne hanno messo in discussione la reputazione. Tali comportamenti – emersi progressivamente grazie alle attività di verifica della Banca d’Italia e alle indagini dell’Autorità Giudiziaria – sono oggi al vaglio del giudice penale», ha aggiunto Barbagallo. Infine, sempre stando al funzionario di Bankitalia, «i rischi finanziari hanno messo in grave difficoltà Mps; alla lunga, è stato però il rischio di credito che ne ha minato più in profondità l’equilibrio economico-patrimoniale. Gli Npol hanno generato perdite nell’ultimo decennio per circa 26 miliardi. La banca raggiunge il picco di circa 160 miliardi di crediti nel biennio 2009-2010». 

Ma c’è dell’altro: «I crediti anomali di Mps – che a fine 2016 erano ripartiti tra quasi 19mila debitori – sono frazionati e distribuiti lungo tutto il territorio nazionale; per l’84% essi riguardano imprese, in larga parte medio-piccole; i prenditori che hanno ricevuto prestiti singolarmente superiori a 25 milioni sono 107 e rappresentano, per ammontare, il 12,7% del credito deteriorato totale. I dati disponibili non mostrano un contributo decisivo di Banca Antonveneta agli Npl di Mps. All’atto dell’acquisizione, i prestiti dell’ex banca veneta presentavano una rischiosità più accentuata rispetto a quelli del Monte, ma la loro incidenza su quelli del gruppo era di poco superiore al 20%. Inoltre, a fine 2016, la quota di crediti deteriorati erogati nel Nord-Est è pari al 18 per cento degli NPL del gruppo». 

Insomma, la Vigilanza di Bankitalia ha una certezza: è stata la volontà di essere “sistema” a uccidere Mps, non tanto il suicidio Antonveneta. E perché è stata zitta finora, visto che anche i sassi sapevano che a Siena, il Monte era l’unica autorità che davvero contasse, la “banca rossa”? Di più, l’intera Toscana vi faceva in qualche modo riferimento, salvo ampliare l’ambito di interesse con le varie acquisizioni. Perché il normale cittadino può non sapere o tacere, il giornalista può denunciare o non denunciare, ma la vigilanza di Bankitalia in era post-lira, ovvero da quando non ha più formalmente compiti operativi, cosa sta a fare, se la terza banca del Paese opera nei modi descritti da Barbagallo? Il quale, forse, ha una ragione per puntare il dito sul sistema e, di fatto, “scagionare” Antonveneta. Sentite cosa ha detto in Commissione: «L’operazione di acquisizione di Antonveneta non era assistita da due diligence indipendente, non richiesta dalla normativa di vigilanza Peraltro, a Mps era stato consentito di accedere dal 19 novembre 2007 presso Antonveneta al fine di verificarne la situazione tecnica e organizzativa… L’acquisto di Antonveneta da parte di Mps era a portata dell’istituto senese riguardo ai suoi obiettivi patrimoniali. Nell’autorizzazione, l’istituto centrale chiese di costituire adeguati buffer patrimoniali entro la fine del 2008 con un aumento di due punti degli indici di capitale. Ho guardato i documenti per capire come mai si chiedesse un impegno tale e la spiegazione che mi sono dato è che Mps realizza un utile di 1,3 miliardi e 1 miliardo nel 2008 che sarebbe andato a patrimonio. Poi, dalla validazione dei modelli interni, si aveva un ulteriore vantaggio di 2 miliardi. Ogni miliardo corrispondeva a un punto degli indici».

Infine: «Come per ogni altra autorizzazione della specie, la definizione del corrispettivo per l’acquisizione rientrava nell’esclusiva responsabilità delle parti e non era soggetta all’approvazione della Vigilanza. Secondo quanto comunicato dalla banca, il prezzo era stato stimato applicando un metodo di largo uso (il dividend discount model) verificato attraverso un confronto con i multipli di mercato». E qui sta la follia: Bankitalia, di fatto, prende atto di ciò che sta facendo Mps anche se sa che è una pazzia finanziaria, ovvero sa che sta applicando modelli che assomigliavano più a schema Ponzi che a contabilità fattiva. Di fatto, uno scaricabarile totale sul vecchio management e un qualcosa di ancor peggiore: utilizzare la prospettiva di lettura del “sistema Mps” – pur verissima – come unica ragione del tracollo, quando tutti sanno che fu proprio l’operazione Antonveneta a dare il colpo di grazie all’istituto senese, ben più del tanto giubilato derivato Santorini. 

In parole povere, anche a livello di Commissione d’inchiesta, dovrà pagare Mussari: tutti gli altri o non sapevano o erano soggetti al suo potere totale e malefico, povere vergini vestali. Bankitalia in testa. E che quanto vi sto dicendo sia la realtà di un’ente totalmente disfunzionale e apicalmente incompetente, lo dimostra la plastica contemporaneità di un evento proprio con la terza audizione di Barbagallo: l’aumento di capitale Carige. Il quale, ieri è partito ufficialmente sotto un ottimo auspicio: sono infatti tre le ispezioni della vigilanza che investono la traballante banca genovese, stando al prospetto informativo che rivela come il gruppo bancario ligure sia bersaglio di intense “attività ispettive”, di cui la prima per mano della Bce. In particolare, sotto la lente d’ingrandimento sarebbero finite l’attuazione del principio contabile IFRS9 (introdotto nel 2015 per misurare più correttamente il valore degli strumenti finanziari a bilancio); la profittabilità e il modello di business; la qualità dei flussi informativi interni ed esterni. Direte voi: e cosa diavolo significa? Che, se per caso, Carige non passasse uno di questi test – Bce in testa – si aprirebbe immediatamente la necessità di un nuovo aumento di capitale, il quarto e quando ancora non sappiamo il destino del terzo appena iniziato. Di più: tanto è l’entusiasmo e la fiducia dei mercati che la Malacalza Investimenti – oltre a impegnarsi a sottoscrivere la sua quota del 17,587% – garantirà l’eventuale inoptato dell’aumento da 560 milioni, «fino a un massimo di 69,48 milioni di euro». Ovvero, il socio forte deve andare avanti a colpi di garanzie – sempre più risicate – pur di ingenerare un minimo di credibilità nell’operazione, svenandosi per la disperazione. 

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. I principali soci di Carige si sono complessivamente impegnati a sottoscrivere 128,47 milioni dell’aumento, mentre per coprire i restanti 369,5 milioni dell’aumento in opzione ci sono in essere contratti ulteriori relativi a 234,4 milioni di euro. Di questi, 69,48 milioni verrebbero coperti da Malacalza Investimenti, 130 milioni dagli investitori che hanno sottoscritto accordi di garanzia di prima allocazione con Equita Sim e 35 milioni saranno trovati con altri mezzi. Insomma, su 560 milioni di aumento totale, a oggi la parte sicuramente non coperta è di 135 milioni. Il tutto, al netto della tagliola di cui vi ho parlato prima. Stando alle normative Ue, infatti, all’istituto potrebbero servire «ulteriori iniziative di rafforzamento patrimoniale con effetti negativi rilevanti sulla situazione economico-patrimoniale e finanziaria, nonché sulla prospettiva della continuità aziendale della banca e del gruppo». 

Infine, l’argent de poche: per quanto riguarda le spese dell’aumento di capitale, comprese le commissioni da riconoscere ai membri del consorzio di garanzia e a Equita Sim, si stimano in circa 51,7 milioni al lordo dell’effetto fiscale. Di cui, tanto per gradire, 14,7 milioni che l’emittente sosterrà a prescindere dal perfezionamento dell’aumento di capitale. Il tutto, dopo due precedenti aumenti rispettivamente da 800 e 850 milioni di euro, finiti in nulla. 

Di Carige non si parla e non si parlerà in Commissione d’inchiesta, anche perché – incrociando le dita – non siamo ancora né alla risoluzione, né al salvataggio statale. Resta però una domanda: Bankitalia dov’era, mentre si consumava quest’altro attentato alla tutela del credito in riva al mare e sotto la Lanterna? Colpa del mercato, dei prospetti, dei via libera e delle due diligence non necessarie? Se è così, benissimo, prendiamo atto. Però, allora, chiudiamo questa sera le porte di Palazzo Koch per sempre, causa manifesta inutilità. Almeno qualche soldo i cittadini-contribuenti lo risparmieranno, dopo tutti quelli persi da obbligazionisti e soci delle banche allegre.(Mauro Bottarelli sussidiario.net)

Chi ha paura del salario minimo?

Con la campagna elettorale si torna a parlare di salario minimo. Vale la pena allora discutere alcune obiezioni che vengono spesso sollevate contro la misura. Dal rischio di cancellare la contrattazione collettiva al livello ideale al quale fissarlo.Salario minimo, che cosa non mi convince della proposta renziana di Enrico Morando

Salario minimo in campagna elettorale

Il salario minimo è entrato con forza nella campagna elettorale. Fin dagli inizi (si veda Boeri e Perotti nel 2004 e Boeri e Garibaldi nel 2006, per esempio), lavoce.info si è occupata del tema. Qui non entriamo nel merito della proposta di questi giorni, ma ci limitiamo ad analizzare alcune delle obiezioni sollevate.

Il salario minimo è alternativo alla contrattazione collettiva?

Non per forza. Dove la contrattazione collettiva è debole, un salario minimo è necessario. Ma dove la contrattazione è ancora forte, un salario minimo può essere un utile complemento. In Belgio, Francia, Olanda, Spagna, per esempio, convivono alta copertura dei contratti collettivi e salario minimo (elevato in Belgio e Francia, moderato in Olanda, basso in Spagna, vedi figura 1). Se è elevato potrebbe, però, limitare in parte lo spazio di negoziazione nei contratti.

Tabella 1 – Copertura dei contratti collettivi e salario minimo legale nei paesi dell’Unione europea

Fonte: Elaborazione su dati Ocse e Eurofound.

Un salario minimo a 9/10 euro è troppo alto?

La ricerca economica discute da decenni su quali siano gli effetti di un salario minimo: se sia un freno all’occupazione, se invece favorisca l’investimento in formazione e tecnologia e quindi la produttività, o se invece venga trasferito sui prezzi dei prodotti e pagato dal consumatore.

Gli effetti dipendono innanzitutto dal livello a cui è fissato e a un livello moderato quelli negativi sono limitati. I salari minimi nei paesi Ocse variano tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano. In Italia, vorrebbe dire tra i 5 e i 7 euro all’ora. Il livello sarebbe anche compatibile con i minimi tabellari fissati dalla contrattazione collettiva, che oggi partono dai 7 euro circa per i contratti principali. Invece, 9-10 euro all’ora significherebbero un salario minimo al 75-80 per cento del mediano, ben al di sopra degli altri paesi. Comunque, in pochissimi paesi la scelta del livello è interamente politica, più spesso è nelle mani di una apposita commissione oppure deriva da consultazioni con le parti sociali.

Figura 1 – Salario minimo in percentuale del salario mediano nei paesi Ocse

Fonte: Dati Ocse. Per l’Italia valore stimato per un minimo a 9 euro/ora.

Il salario minimo per legge va bene, ma solo per i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva?

Questa era già la formulazione nella legge delega del Jobs act e in questi giorni il concetto è stato ribadito da molti sindacalisti. Però, è una posizione ambigua. Attraverso l’articolo 36 della Costituzione, tutti i lavoratori dipendenti in Italia sono formalmente coperti da un contratto direttamente o indirettamente come riferimento per il giudice. Se, invece, con questa critica si intende la necessità di fissarlo sotto ai livelli attuali dei minimi tabellari allora andrebbe precisato che si parla del valore monetario e non del campo di applicazione.

Un salario minimo troppo basso inciterebbe le imprese a uscire dai contratti collettivi e pagare di meno?

È un altro rischio paventato dai sindacati: se il salario minimo fosse fissato intorno ai 5-6 euro, le imprese potrebbero uscire dai contratti nazionali, che ne prevedono di più alti, e pagare il minimo. In Germania, l’introduzione della misura, nel 2015, non ha portato a uno schiacciamento dei salari al ribasso e il declino della copertura dei contratti collettivi non è stata una conseguenza, ma una causa del salario minimo, che serve a contenere la perdita di potere negoziale nei settori in cui i sindacati sono deboli o assenti. Invece, dove i sindacati sono forti i contratti collettivi continuano a essere firmati con livelli di salario più elevati (altrimenti sciopero!). In Italia una riflessione sull’efficacia dei contratti collettivi (e dell’articolo 39 della Costituzione) e sulla copertura effettiva dei contratti, a prescindere dal dibattito sul salario minimo, sarebbe comunque necessaria perché la proliferazione di contratti (oltre 800 al momento) e una percentuale non bassa di lavoratori sottopagati solleva questioni importanti sul funzionamento del sistema.

Un salario minimo per legge in Italia dovrebbe essere più basso nelle regioni del Sud?

È una questione che, fin dall’abolizione delle gabbie salariali, torna spesso anche rispetto ai contratti collettivi e che merita di essere valutata attentamente. Da una parte, permetterebbe di avere minimi più pertinenti nelle diverse aree del paese (non troppo alti al Sud, non troppo bassi al Nord). Però aumenterebbe la complessità del sistema. Non è poi detto che il calcolo del costo della vita per regione sia così semplice, tanto più che varia molto anche all’interno delle regioni. Solo i grandi paesi federali – come il Canada, Messico e gli Usa (e il Giappone) – hanno salari minimi legali che variano per regione. Li si ritrovano anche in altri grandi paesi emergenti, come Brasile, Cina e India. Ma in paesi comparabili con l’Italia, come la Germania (qualche eccezione temporanea fu prevista al momento dell’introduzione in alcuni settori) e la Spagna, pur di fronte a differenze regionali importanti, il salario minimo ha lo stesso valore su tutto il territorio nazionale.

Sono numerosi, invece, i paesi con minimi inferiori per i giovani (sotto i 18 o anche sotto i 25 come in Grecia) e gli apprendisti.

Tabella 2 – Differenziazione del minimo legale nei paesi Ocse Scenarieconomici)

euro-vignette

 

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